Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Guerra in Vietnam. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Guerra in Vietnam. Mostra tutti i post

28/09/2025

La guerra di classe nel cuore dell'Impero

di Sandro Moiso

Bill Ayers, Fugitive Days. Memorie dai Weather Underground, DeriveApprodi 2016, pp. 336, € 22,00

Bill Ayers racconta la vicende di un pugno di ragazzi e di ragazze che volevano fare la rivoluzione.

Ci mette sotto gli occhi il diario del tentativo, messo in atto da un gruppo di giovani incoscienti e coraggiosi, di portare la guerra fin nel cuore dell’Impero, quando negli Stati Uniti d’America, tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, alcuni militanti della sinistra radicale dichiararono ufficialmente guerra al mostro imperialista. Mentre, allo stesso tempo, ci narra la storia della ricerca collettiva di un altro mondo, di un’altra vita e di altre esperienze, sulle orme di Huckleberry Finn e di Ishmael, l’io narrante di “Moby Dick”.

L’autore oggi settantunenne, militante e fondatore dell’organizzazione clandestina dei Weather Underground, ci regala una delle più belle autobiografie scritte da un rivoluzionario. Epica, commovente, a tratti divertente ed ironica, ma mai, assolutamente mai, segnata da qualsiasi forma di autocompiacimento o, al contrario, dalla resa incondizionata alle ragioni del nemico. Anzi, il testo brilla proprio per la capacità del narratore di sollevare più di una critica nei confronti della pratica, militare ed ideologica, dei Weathermen, senza per questo slittare nel rifiuto della militanza rivoluzionaria o dell’azione diretta.

Non potrei immaginare, oggi, di mettere una bomba in un edificio. Tutto questo mi sembra molto chiaramente appartenere al passato. Ma, allo stesso tempo, non posso immaginare di scartare del tutto l’eventualità. L’affermazione «Vogliamo giustizia» ha per me il senso assoluto che ha sempre avuto e, perciò, aggiungere «Però, certo, non con ogni mezzo» mi sembra che equivalga a mettere la testa sul ceppo” (pag.322)

I Weather Underground, nati da una frazione separatasi dall’SDS (Students for a Democratic Society) a partire dagli scontri della Convenzione democratica di Chicago del 1968 e dalle successive Giornate della Rabbia dell’anno successivo, si posero molto presto il problema della violenza. Soprattutto di “quale violenza”. Una violenza che colpisse solo le cose o anche le persone?

Al di là del dibattito puramente ideologico che, come sempre, servì soltanto a confondere le idee di molti e ad esaltare inutilmente l’ardore militante di alcuni, a risolvere il dilemma ci pensò, in maniera catastrofica e catartica, l’esplosione che, nel marzo del 1970, avvenne in un’elegante palazzina situata al numero 18 della West Eleventh Street nel Greenwich Village e che spazzò letteralmente via, oltre che i muri dell’edificio, anche le vite di tre militanti della prima ora che stavano preparando una bomba ad alto potenziale destinata a colpire le odiatissime forze dell’ordine.

La morte improvvisa di Diana Oughton, Ted Gold e Terry Robbins (di cui non fu ritrovato nemmeno il corpo) segnò irrimediabilmente il corso successivo dell’organizzazione che, pur continuando a colpire con le bombe le istituzioni militari, poliziesche, bancarie ed economiche dell’imperialismo americano, rifiutò di utilizzare la violenza come metodo per distruggere i corpi. Seppure degli avversari. Una scelta difficile che, contemporaneamente, rischiò di inimicare ai suoi membri sia l’ala pacifista del movimento di contestazione alla guerra nel Vietnam, sia quella più radicale e politicizzata.

Ma, prima di giungere a quelle drammatiche scelte, il cammino di Ayers e degli altri militanti era stato lungo, tortuoso e segnato da numerose esperienze di auto-organizzazione (le scuole per i bimbi poveri, quasi solamente afroamericani, di Chicago o Detroit), autodifesa (la rivolta di Cleveland nel 1966), difesa dei cittadini di colore e dei loro diritti (fin dai primi anni sessanta) e, soprattutto, dal rifiuto di una guerra ritenuta profondamente ingiusta e sbagliata: quella in Vietnam appunto.

Il percorso di formazione, dall’infanzia in un ambiente borghese e perbenista fino alla scelta di una militanza integrale e svolta in clandestinità, è delineata dall’autore con un taglio spesso degno di Mark Twain, equamente diviso tra ironia, spacconeria, a tratti, ed amarezza. Il fiume della Storia, dall’azione antischiavista di John Brown prima della guerra civile o, ancor prima, dal Boston Tea Party che diede il via alla guerra di indipendenza o dalla ribellione di Shay che la seguì, fino all’azione degli IWW e alle parole del Che o a quelle di Ho Chi Min, diventa così una sorta di ideale e lunghissimo Mississippi lungo il quale Ayers discende sulle orme di Huckleberry Finn e dello stesso Twain.

Mentre, soprattutto nelle parti più prossime all’autocritica e al rimpianto per le perdita degli amici e della donna amata, il testo sembra rievocare quel “Call me Ishmael” con cui ha inizio il più bel romanzo della letteratura americana dell’Ottocento: Moby Dick. E questa similitudine è resa possibile non soltanto dal tentativo dichiarato, fin dalla Convention di Chicago del ’68, di arpionare il mostro capitalista e la sua democratica balena bianca, ma anche dal fatto che il fragile Pequod e la fragile organizzazione di cui l’autore ha fatto parte sono destinati a scomparire proprio nel momento in cui il loro obiettivo sarà raggiunto.

Inoltre di Ishmael non conosceremo mai il cognome o il vero nome, così come l’autore perderà per anni il suo vero nome fino quasi a dimenticarlo per vivere, in clandestinità, sotto altri nomi e le più svariate identità sociali e lavorative. L’Io qui si rivela così essere qualcosa, allo stesso tempo, di collettivo e di estremamente soggettivo. Collettiva la spinta, collettive le motivazioni e le aspirazioni, soggettiva la scelta e soggettive le riflessioni. Soggettivo, soprattutto il coraggio, sempre accompagnato da una certa umiltà.

Umiltà che sembra lasciare sullo sfondo l’importanza dell’azione diretta nella chiusura dell’intervento americano nella guerra in Indocina; umiltà che assegna solo all’organizzazione e al coraggio dei combattenti e delle popolazioni vietnamite e cambogiane il merito della vittoria militare. Eppure, eppure…

Avevamo rivendicato una mezza dozzina di attentati, ognuno enormemente ingigantito dalla valenza simbolica dell’obiettivo, dall’entità, volutamente cauta e prudente dello scoppio, e dai puntuali comunicati pubblici che suggerivano la terribile o esilarante notizia che in America si stava formando un movimento di guerriglia interno. Esplose un’onda positiva di violenza e disperazione, ma avevamo ormai poche illusioni sulle nostre reali capacità, e potevamo vedere quello che stava succedendo in tutto il mondo. L’escalation di attentati alle sedi del ROTC (Reserve Officers’ Training Corps – Corpo di Addestramento degli ufficiali di Riserva), agli uffici di leva e ai centri di reclutamento, durava da almeno due anni, e i bersagli della violenza politica adesso includevano grandi società chiaramente collegabili con l’aggressione e l’espansione degli Stati Uniti: Bank of America, United Fruit, Chase Manhattan Bank, IBM, Standard Oil, Anaconda, General Motors. Dall’inizio del 1969, fino alla primavera del 1970, negli USA ci furono più di 40 mila minacce o attentati e 5 mila esplosioni riuscite contro governativi o imprenditoriali, una media di sei attentati al giorno. Salvo due o tre casi, l’intera orgia di esplosioni era rivolta contro le proprietà, non le persone […] Cinquemila esplosioni, circa sei attentati al giorno, e i Weather Underground ne avevano rivendicate sei, in tutto. Sono cifre che fanno riflettere” (pag.262)

Si aggiunga a tutto ciò la rivolta in centinaia di campus universitari, l’azione auto-organizzata del Black Panther Party, l’uccisione dal parte delle forze del disordine di decine di studenti bianchi e di militanti neri, la rivolta, nemmeno troppo sotterranea, dei sodati al fronte e di quelli ritornati a casa e si capirà perché la guerra del Vietnam sia il secondo ed unico conflitto internazionale del ‘900 chiusosi, come il primo conflitto mondiale, non soltanto e solo per una sconfitta militare, ma anche, e soprattutto, per la paura delle classi dirigenti per l’apertura di un insanabile ed insuperabile conflitto interno destinato a sfociare, inevitabilmente, in una rivoluzione sociale.

Ayers non lo dice, non rivendica, anzi tende a smitizzare e a limitare il ruolo del suo movimento anche se il ruolo simbolico che assunse non fu certamente estraneo a ciò che avvenne. Grazie anche alla propaganda con cui il Federal Bureau (FBI), gli strumenti di repressione e disinformazione gonfiarono la pericolosità dei singoli militanti dell’organizzazione. Ricercati, inseguiti, dispersi, ma mai sconfitti. Come la resa degli ultimi militanti nel 1980 (tra cui lo stesso Ayers e la sua compagna Bernardine Dohrn) e il loro rapido rilascio, una volta rivelati gli sporchi trucchi ed inganni usati nei loro confronti dall’FBI, ben dimostrano.

Le accuse dei federali di cospirazione che ci avevano collocato sulla lista dei dieci più ricercati dall’FBI erano, ironia della sorte, decadute a causa della condotta del governo, estremamente cattiva. Si era scoperto, in seguito allo scandalo Watergate, che il Bureau aveva spudoratamente sorvegliato telefoni, violato abitazioni, e addirittura elaborato un piano per rapire il nipotino di Bernardine” (pag.329)

Ma non bastò solo quella prova a salvaguardare l’integrità fisica e la libertà dei più importanti rappresentanti dei Weathermen. L’altro, e principale fattore, fu rappresentato da una struttura “non partitica” e quindi non verticistica o piramidale dell’organizzazione e dalla sua strutturazione a cellule o “tribe” separate organizzativamente e soltanto unite dalla pratica e dagli obiettivi perseguiti.
Insieme, naturalmente, al fatto che tra gli arrestati ben pochi furono coloro disposti a parlare1 o a pentirsi.

Il libro racconta molto di più naturalmente: trasmette emozioni e suscita riflessioni che sono ancora tutte di estrema attualità. È un bellissimo libro non di memorie, ma sulla memoria. Sulla memoria dei vinti, dei vincitori, degli stati, dei rivoluzionari, dei controrivoluzionari e degli individui. Con tutti i loro difetti e le loro lacune.
Quando l’America ha perso la guerra – miseramente, alla fine – non è riuscita, com’era prevedibile, ad ammettere la sconfitta, a ricordare e a fare i conti con la realtà [...] La verità è che gli Stati Uniti hanno perso la guerra in Vietnam. La verità è che hanno vinto quegli altri” (pag.324)

Non stiamo vivendo, possiamo esserne certi, sulle montagne, in tempi rivoluzionari, e questo è un dato di fatto. Viviamo a valle – tempi di incertezza e confusione, tempi di endemica irreparabilità e di sempre più profonda disperazione. Sono tempi in cui bisogna rimanere svegli e coscienti, raccogliere le forze, studiare e costruire i nostri progetti, apportare ogni modesto contributo possibile, per soffiare lievemente sui tizzoni della giustizia – e ricordare” (Pag.323)

Cosa che l’autore nel suo libro riesce a fare benissimo.

Nel caso in cui l’intervista autobiografica di Toni Negri vi avesse annoiato o irritato, gettatela via e, senza rimpianti, infilate le cuffie per ascoltare “Volunteers” dei Jefferson Airplane, “Kick Out The Jams, Motherfuckers!” degli MC5 oppure “Brown Shoes Don’t Make It” dei Mothers of Invention. Poi iniziate a leggere Ayers, non ve ne pentirete. Mai.

Note

1) Come dimostra anche il bellissimo documentario The Weather Underground di Sam Green e Bill Siegel 

Fonte

30/04/2025

Il 30 aprile 1975 il Vietnam è finalmente libero

di Federico Giuliani

Il 30 aprile 1975 il Vietnam è libero e indipendente. Esattamente 50 anni fa gli elicotteri Usa si alzavano in volo per portare via gli ultimi americani da Saigon, mentre le truppe nordvietnamite entravano nella città che sarebbe stata ribattezzata Ho Chi Min City. La guerra contro gli “imperialisti occidentali” era finalmente terminata. Ed era stata vinta. Dopo la Francia, infatti, anche gli Stati Uniti salutavano il Vietnam, un Paese diviso nel 1954 al termine della Prima Guerra d’Indocina (1946-1954) tra le forze coloniali francesi e i vietnamiti guidati da Ho Chi Minh, e che di lì a poco sarebbe stato riunificato sotto il nome di Repubblica Socialista del Vietnam con capitale Hanoi.

Saigon, che fino a pochi anni prima deteneva il ruolo consolidato di capitale del Vietnam non comunista, era appena entrata in una nuova era. Generali, soldati, politici e funzionari pubblici che avevano sempre dettato legge in città erano evaporati come neve al sole. I nordvietnamiti erano pronti a riconquistare questo centro urbano anche a costo di combattere isolato per isolato.

Non ce ne sarebbe stato bisogno perché i combattimenti tra le forze comuniste e le ultime difese del Vietnam del Sud si consumarono fuori dalla città. E poi perché l’ultimo presidente sudvietnamita, il generale Duong Van Minh, aveva ordinato all’esercito di deporre le armi.

La vittoria sui francesi

Dal 1975 in poi ogni 30 aprile in Vietnam si festeggia un doppio anniversario: quello della Liberazione del Sud e quello della Riunificazione Nazionale, ovvero una delle tappe più significative della storia moderna vietnamita. Per capire cosa era appena accaduto in questo Paese del Sud Est asiatico bisogna tornare indietro nel tempo.

La Francia colonizzò l’intera regione dell’Indocina (Vietnam, Laos, Cambogia) tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento. Nel 1940, con Parigi alle prese con l’occupazione nazista in Europa, il Giappone invase l’Indocina francese, lasciando formalmente al potere l’amministrazione coloniale europea. Nel frattempo emersero diversi movimenti di resistenza locali, compreso il Viet Minh, la Lega per l’indipendenza del Vietnam, un movimento comunista e nazionalista per liberare il Vietnam fondato da Ho Chi Minh.

Con la sconfitta del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale, il Viet Minh prese il controllo di Hanoi e il 2 settembre 1945, Ho Chi Minh proclamò l’indipendenza del Vietnam. La Francia non accettò l’indipendenza e cercò di riprendere il controllo del Paese. Seguirono otto anni di guerra e la clamorosa sconfitta di una potenza coloniale europea da parte di un esercito di liberazione asiatico.

La liberazione del Vietnam

Dopo la sconfitta francese nella battaglia di Dien Bien Phu vennero firmati gli Accordi di Ginevra. Il Vietnam veniva diviso temporaneamente lungo il 17esimo parallelo nel Vietnam del Nord (controllato dal Viet Minh comunista) e nel Vietnam del Sud (con un Governo anti comunista sostenuto da Francia e Stati Uniti). Nel 1956 si sarebbero dovute tenere elezioni nazionali per riunificare il Paese ma non successe niente del genere, in primis per l’opposizione del Sud (soprattutto statunitense) che temeva una schiacciante vittoria comunista.

Risultato: il sentimento anti occidentale crebbe fino ad arrivare alla guerra aperta tra il Vietnam del Nord e quello del Sud, ormai appoggiato dagli Usa, di fatto subentrati ai francesi e desiderosi di contenere l’espansione del comunismo in Asia. Washington avrebbe tuttavia miseramente fallito, così come anni prima avevano fallito i francesi. Il conflitto fu durissimo ma sfiancante. Nel 1973 gli Stati Uniti firmarono gli Accordi di Parigi con il Vietnam del Nord: gli americani si sarebbero ritirati in cambio di un cessate il fuoco e del ritorno dei prigionieri di guerra. Tuttavia, il conflitto continuò tra Nord e Sud Vietnam fino al 1975.

“I comunisti governavano ancora di fatto gran parte delle campagne e si erano infiltrati a ogni livello del Governo sudvietnamita, dal palazzo presidenziale in giù. Furono i soldi americani, non la lealtà, a guidare lo sforzo bellico sudvietnamita. Senza alcuna prospettiva di aiuto americano, l’esercito sudvietnamita crollò nella primavera del 1975”, scriveva il Time ricordando quegli anni. Il 30 aprile del 1975 Saigon cadde definitivamente. E il Vietnam si scopriva libero da ogni ingerenza occidentale.

Fonte

24/03/2025

La diplomazia americana tra la Russia e la Cina e la vendetta inglese contro la Germania

di Guido Salerno Aletta

Per l’Ucraina non c’è niente da inventarsi, basta replicare la sceneggiatura del Vietnam: dalle partite di ping-pong che riaprirono il dialogo con i cinesi ai tempi di Mao Zedong agli incontri di hockey su ghiaccio ora programmati con i russi di Vladimir Putin, la politica americana sta girando il sequel della grande svolta diplomatica suggerita da Henry Kissinger all’allora presidente Richard Nixon.

Donald Trump sta riproponendo il durissimo processo politico che portó alla fine del conflitto in Vietnam, combattuto in nome di libertà e democrazia a difesa del Sud aggredito dai comunisti del Nord armati dalla Cina.

La via della diplomazia

Anche il presidente ucraino Volodymir Zelensky è rappresentato oggi come un eroe, ricevuto con ogni onore in Occidente, da Londra a Bruxelles: tutto come era stato per Ngô Dinh Diem, il presidente sudvietnamita soprannominato il «Churchill dell’Asia sud-orientale» per l’impegno a difesa dei valori dell’Occidente. Fece una brutta fine, abbandonato da chi tanto lo aveva sostenuto.

I colloqui tra Trump e Vladimir Putin ripropongono il copione kissingeriano con cui l’America propose alla Cina una «porta aperta» sul mondo intero, quella che trent’anni più tardi, nel 2001, le garantí con la presidenza Clinton l’ingresso nel Wto a condizioni di favore: era l’URSS allora il competitor degli Usa, che li aveva surclassati nella corsa allo spazio mentre tesseva ovunque relazioni politiche e militari. D’altra parte oggi è la Cina, e non la Russia, che sfida gli Usa per il ruolo di grande potenza.

Un continuo mutare delle relazioni politiche

Gli Usa abbandonano la strategia di Zbigniew Brezninsky, il consigliere per la sicurezza subentrato ai tempi della presidenza di Jimmy Carter: è stato lui il teorico della destabilizzazione dell’Heartland asiatico e di tutte le altre aree in cui gli Usa non riuscivano a imporsi. Questa è stata la stella polare della politica estera americana a partire dal 1978: un continuum che si è snodato tra l’abbandono dello Scià di Persia Reza Pahalevi e il dissimulato sostegno al rientro a Teheran dell’Ayatollah Khomeini.

Una strategia perseguita col sostegno dato ai Talebani in Afganistan affinché trasformassero l’invasione sovietica in un Vietnam, con le due guerre del Golfo combattute dai Bush e con le Primavere Arabe sostenute da Barack Obama, fino al conflitto in Ucraina che prende le mosse dalla progressiva estensione della Nato, processo che era stato dichiarato inaccettabile da Putin sin dalla Conferenza di Monaco del 2007.

D’altra parte, anche Ronald Reagan non fece altro che perseguire la destabilizzazione dell’URSS, provocandone il collasso: la caduta del Muro di Berlino era stata la sua scommessa e fu il suo trionfo.

La strategia degli Stati Uniti

Ma l’Occidente oggi è profondamente diviso: si marca profonda come mai, oggi, la distanza tra la strategia nei confronti della Russia che viene perseguita da Trump rispetto a quella del premier britannico Keir Starmer. Non solo gli Usa vivono in una dimensione continentale, e coltivano con Trump la prospettiva che fu già di James Monroe di controllarlo tutta emancipando le ex-colonie europee, ma ora tornano a operare come una sorta di pendolo che oscilla dalla Cina alla Russia per evitarne un’ulteriore, pericolosa saldatura.

La Gran Bretagna invece non riesce a superare la sindrome dell’isolamento che la colloca alla periferia dell’Europa obbligandola a intervenire per evitare l'altrettanto pericolosa saldatura tra Germania e Russia che si era palesata durante il lungo cancellierato di Angela Merkel e che si era addirittura estesa alla Cina, la quale aveva superato gli Usa come primo partner commerciale tedesco.

La reazione della Gran Bretagna

Si torna alle radici profonde della Brexit: il premier David Cameron aveva ragione quando si opponeva alle prepotenze della Germania, visto che mentre la City aveva assorbito senza fare un lamento le enormi perdite sui prestiti erogati all’Irlanda, la Germania aveva fatto fuoco e fiamme per sostenere il proprio sistema bancario dopo il default di quello spagnolo e della Grecia intera.

Mancando l’unanimità dell’Unione per via dell’opposizione di Londra, Berlino impose comunque la sottoscrizione di Trattati paralleli per irrigidire le regole di bilancio col Fiscal Compact e per istituire l’Esm, il Fondo Salva-Stati che in realtà serve tuttora a proteggere l’euro dal collasso e dunque a blindare la cassaforte di Berlino.

Davvero troppo per Londra, che si è vendicata di questi soprusi puntando tutto sulla Polonia come antemurale storicamente ostile alla Russia e usando il cuneo dell’Ucraina per dichiararla nemico esistenziale dell’Europa. Tutto per perseguire l’obiettivo di sempre: azzoppare la Germania. Un esito, quest’ultimo, che stavolta non dispiace neppure a Trump: più che tardivo, il riallineamento strategico-militare e fiscale del cancelliere in pectore Friedrich Merz è dunque del tutto inutile, visto che all’asse franco-tedesco è subentrata una nuova entente cordiale, levatrice del nuovo ombrello nucleare che proteggerà l’Europa.

Sta tutta qui la solitudine in cui si trovano le leadership europee: incapaci in più di trent’anni di creare uno strumento di sicurezza collettivo nei confronti della Russia, si sono cullate nella bambagia della Nato e si sono fatte dominare dagli interessi della Germania, unico Paese che si è fatto straricco con l’euro a discapito di tutti gli altri.

Questa Storia non si cancella. E soprattutto non se ne inventa una nuova da un giorno all’altro.

Fonte

24/06/2024

Dal Vietnam alla Palestina, senza ipocrisie

Negli anni ’60 e'70 la gran parte della mia generazione manifestava per il Vietnam – quindi contro il neo-imperialismo Usa e dei loro alleati – nei cortei si gridava: “Vietnam vince perché spara”.

Non era la popolazione vietnamita al centro dei nostri cortei, piuttosto lo era la funzione e il ruolo dei “vietcong” e della loro capacità di combattere resistendo alla strapotenza statunitense e ai bombardamenti a tappeto che l’aviazione USA eseguiva sulle città e villaggi nel Vietnam del Nord.

Il tutto (manifestazioni, cortei e sit-in) era accompagnato da una ampia e vasta sollecitazione politica e ideologica perché questo movimento – antimilitarista e antimperialista – era monopolizzato da pratiche e forme politiche comuniste, molto di sinistra e ampiamente democratiche.

In quegli anni esisteva ancora l’URSS – con tutto il suo peso strategico e geopolitico – e grandi partiti comunisti erano allora presenti nei principali paesi e luoghi nei quali si organizzavano tali iniziative e cortei.

Oggi moltissime persone manifestano a sostegno della Palestina mettendo al centro la sua popolazione, una popolazione sempre più vittima di un genocidio vero e proprio, succube della strapotenza militare dell’esercito israeliano zelota, mistico e messianico, suprematista e razzista.

Credo che in ciò stia la diversità e la differenza tra ieri ed oggi (un popolo civile massacrato, fatto direttamente vedere in tutto il pianeta nelle televisioni e nei suoi servizi giornalistici).

Questa differenza sta portando milioni di persone o soggetti qualsiasi in tutto il mondo a prendere coscienza del “vero” esistente nella realtà concreta al posto di quanto viene invece raccontato, comunicato o televisivamente ripreso da un sistema mass-mediatico spesso corrotto, finanziato e ricattato da potenti lobby israeliane, da gruppi finanziari-editoriali e da una casta giornalistica incapace di rispettare quella deontologia verso la quale dovrebbero impegnarsi con senso critico sulle realtà nelle quali operano e lavorano.

Viene sempre più avvalorata la tesi che la funzione della resistenza palestinese sia terroristica, antisemita e illegittima poiché islamista, che sfrutta con funzioni dittatoriali civili palestinesi a proprio comodo. Quindi il ruolo e la funzione governativa di Hamas (che ricordiamo ha vinto legittime e democratiche elezioni) non viene riconosciuta dall’occidente e viene perciò definita organizzazione terrorista.

Non è che il “Vietcong” fosse meno cattivo e meno violento del suo avversario; così come il resistente palestinese (che sia di Hamas o delle altre formazioni resistenti palestinesi le quali hanno tutte partecipato all’azione del 7 ottobre) non è meno feroce o violento dell’esercito sionista israeliano.

Quindi fatte le dovute e necessarie distinzioni etiche, sociali, morali e politiche – perché non considerare che quella della resistenza palestinese è lotta armata contro l’invasione e la tirannia di un espropriatore di terre altrui (Israele) e non una guerra terroristica e antisemita?

Ritengo che la differenza e la diversità oggi esistente stia proprio in questa considerazione. Ieri il Vietcong vinceva perché sparava; perché mai oggi il resistente palestinese dovrebbe perdere in quanto antisemita e terrorista?

Cerchiamo allora di essere seri e non fare “sofismi” astratti o astrusi.

Diceva un vecchio e saggio proverbio: “chi semina vento non può che raccogliere tempesta!”

Fonte

30/11/2023

È finito il secolo di Kissinger

Se n‘è andato in nottata, all’età di cento anni – compiuti a maggio – uno dei personaggi politici più subdoli e machiavellici che la tragica storia del ‘900 abbia annoverato.

Quell’Henry Kissinger che fu potentissimo Segretario di Stato e Consigliere per la Sicurezza Nazionale sia durante la controversa Presidenza Nixon che nel triennio di Gerald Ford.

Fautore della cosiddetta realpolitik – nel nome della quale perorò addirittura il disgelo con la Cina di Mao, in funzione anti-sovietica – Kissinger fu tra i più audaci sostenitori delle spregiudicate teorie monetariste messe a punto dalla Scuola di Chicago e dai suoi “Chicago Boys”, diretti dall’economista neoliberista Milton Friedman.

La dottrina, i cui principi innervanti sono le privatizzazioni e la deregulation durante le oscillazioni di mercato, si fonda sulla supremazia monetaria del dollaro nei confronti delle altre divise, cui fanno da imprescindibile controcanto l’interventismo militare e il saccheggio imperialista a stelle e strisce.

Mentre sul piano istituzionale l’egemonia della moneta americana è da sempre sostenuta dalle ricette del FMI, autentica longa manus finanziaria degli Usa.

In definitiva, una struttura la cui finalità è il mantenimento del dominio economico e del modello culturale statunitense sull’intero pianeta.

Proprio questi principi dottrinari furono all’origine dei golpe imposti dagli Usa, negli anni ’70, in molti paesi dell’America Latina. A partire dal Cile e dall’Argentina.

Ma anche delle cosiddette guerre sporche condotte dalle amministrazioni Nixon e Reagan in Paraguay, Nicaragua, Venezuela, Brasile, Salvador. Nonché causa dell’ingerenza americana nelle sue colonie più lontane, tra cui certamente l’Italia.

E non si possono certo dimenticare il brutale e illegittimo bombardamento – dal punto di vista del diritto internazionale e della violazione dei diritti umani – voluto da Kissinger e Nixon sulla Cambogia. Come pure l’intervento statunitense nella Guerra del Kippur del 1973 a sostegno dello storico alleato sionista. Per non tacere delle operazioni Cia nell’Africa subsahariana.

Un’eredità insomma, quella di Henry Kissinger – che il politologo Robert Kaplan definì non a torto “il più grande statista bismarckiano del ventesimo secolo” – cui ancor oggi paghiamo un ben gravoso e sanguinoso dazio.

Un criminale e un nemico vero – al quale la borghesia, coi suoi comitati d’affari, non mancò di tributare un vergognoso Nobel “per la pace” – la cui dipartita arriva anche troppo tardi.

Non ci mancherà!

Fonte

19/06/2023

I “boat people” degli articolisti sansonettiani

Per pericolosa quanto insana curiosità, nei giorni scorsi ho comprato il foglio (le dita sulla tastiera non ce la fanno ad associare il nome di quello che fu il giornale del PCd’I, a quello del personaggio che oggi dirige quelle pagine) diretto da Piero Sansonetti.

Un numero interamente dedicato all’ennesima carneficina di migranti in fuga dagli inferni di miseria, schiavismo, razzia in cui l’imperialismo ha ridotto i loro paesi.

Un titolo, in particolare, mi ha incuriosito: “Boat people, quando l’Italia salvava i profughi in fuga dal Vietnam”. Un titolo che, di per sé, pare esprimere nient’altro che “buona volontà”, esortazione a “fare del bene”, un appello a seguire “esempi virtuosi”; quasi a dire: vedete, a differenza di oggi, quando l’Italia era quella di Sandro Pertini e Giulio Andreotti (citati nel servizio; il primo, quasi sicuramente pellegrino nel purgatorio dantesco; il secondo in grossa compagnia nelle malebolge), si sapeva come agire e cosa fare per salvare vite umane.

Una considerazione, di per sé, sufficientemente “neutra”, anche se abbastanza superficiale, se non si ricorda, almeno per minimi punti, quale fosse la politica estera italiana (pur ligia, anche allora, ai dettami USA e NATO) negli anni ’70-’80, in particolare in direzione del Vicino Oriente; quali fossero le dimensioni delle migrazioni dell’epoca; se si sorvola sui “vincoli europei” che dettano oggi le regole, in politica estera e interna, se non si accenna una minima riflessione sui doveri che regolano le attività marittime.

Ma, in primo luogo, se si tace sul dovere della lotta a quel boia che affama i paesi del Sud del mondo (quei paesi che Antonio Pesenti invitava a non definire eufemisticamente “in via di sviluppo”, dal momento che, perdurante lo sfruttamento imperialista, difficilmente potrebbero godere di un autentico sviluppo) e che risponde al nome di imperialismo.

Senza una minima riflessione su quali siano i reali compiti affidati alle unità di navigazione – vuoi della Marina, vuoi della Guardia di Finanza, vuoi della (cosiddetta all’americana) Guardia costiera – nel quadro delle regole tanto “europee” che della NATO, si esprime in definitiva soltanto una sequela di “buoni propositi”.

Se si riduce tutto a una questione di “umanità” – presente, si dice, in alcune epoche e in altre no – e si ignora o si tace, nelle tragedie dei migranti, il ruolo dell’imperialismo, allora, nel migliore dei casi, si finisce nel solco di quella tradizione spirituale che Lenin definiva “tolstojana” e che non fa danni a nessuno.

Ma non è questo il punto del servizio che più attira l’attenzione del lettore. In particolare, di un lettore che, all’epoca della missione di navi “Vittorio Veneto”, “Andrea Doria” e “Stromboli”, nel luglio-agosto 1979, ha avuto il “privilegio” di ascoltare le considerazioni – per carità, singolarissime, personalissime e parzialissime – di qualche sottufficiale della Marina Militare appena rientrato dal viaggio nell’Oceano indiano e che suonavano, più o meno così: «ci hanno mandato là per fare réclame ai nostri incrociatori. Ma, quelli là hanno fatto trent’anni di guerra per avere il comunismo: che se lo tengano!».

Ecco, nel cinismo e nell’anticomunismo di quelle parole che, nella voluta ignoranza, vedevano dei “pericolosi comunisti”, già pienamente “indottrinati”, anche in coloro che, come al tempo (mutatis mutandis) dell’emigrazione bianca dalla Russia, lasciavano un paese incamminatosi sulla strada socialista, c’era molta più concretezza che non nelle considerazioni del redattore sansonettiano.

Accostare – per quanto, probabilmente, con le migliori intenzioni “cristiane” – le circostanze e i protagonisti dell’epoca dei “boat people”, alla tragedia dei milioni di migranti che, quarant’anni dopo, affrontano il mare per fuggire dalle guerre, dalla miseria, dalle nefandezze della schiavitù salariale che, quasi sempre, è non tanto salariale, quanto schiavitù pura e semplice, cui i capitali stranieri e i loro manutengoli locali costringono i popoli del sud del mondo.

Azzardare un simile accostamento appare certo superficiale, ma soprattutto antistorico, antipolitico e liberal-borghese.

Questo, a voler sorvolare su certa terminologia che occhieggia qua e là nel servizio di tal foglio.

Ora, già per vetero-insofferenza personale al solo associare i termini “regime” e “comunista”, uno drizza i labirinti auricolari e, dunque, si mette sul chi va là leggendo che non il Nord Vietnam aveva raggiunto la riunificazione del paese, dopo che per due decenni l’imperialismo yankee lo aveva diviso, bensì che «dopo la sconfitta militare del Vietnam del Sud da parte del regime comunista del Vietnam del Nord, decine di migliaia di persone che temevano di essere considerate compromesse con il regime filoamericano e corrotto di Saigon o anche solo desiderose di libertà e democrazia», tentarono la fuga via mare, ecc.

Si scopre che addirittura un «popolo intero si identificava con le proprie fragili barche, piene di donne e di bambini». Insomma, dal Vietnam infine liberato, dopo un secolo di colonialismo francese e due decenni di intervento sanguinario americano, che aveva scaricato sul Nord del paese qualcosa come 14 milioni di tonnellate di bombe, defolianti, napalm, dal Vietnam finalmente unito, dopo la vittoria del 30 aprile 1975 e per i quattro anni seguenti, “fuggono tutti”.

Fugge «un popolo intero», secondo la “nuova” Unità. Sia i Vietcong – che a quella vittoria avevano sacrificato la parte migliore delle proprie forze umane – e sia anche gli affaristi, i magnaccia, i bottegai del Sud Vietnam, rimasti per decenni al soldo e al servizio delle truppe americane.

“Fuggono tutti”: nord e sudvietnamiti «desiderosi di libertà e democrazia», insieme agli ufficiali dell’esercito di Saigon, insozzatisi del sangue dei propri compatrioti agli ordini degli ufficiali americani e degli agenti della CIA, distintisi nelle centinaia di operazioni di “pulizia del territorio”, nelle distruzioni di interi villaggi insieme ai loro abitanti, come MyLai, cui nel 1968 le truppe yankee riservarono lo stesso destino che SS e banderisti ucraini avevano riservato nel 1943 al villaggio bielorusso di Khatyn’.

In Sud Vietnam, gli USA avevano messo in piedi un esercito di oltre un milione di uomini, duecentomila poliziotti, centinaia di migliaia di funzionari, una forza militare circondata da una borghesia totalmente dipendente dai capitali americani, europei, giapponesi.

Il tutto con una urbanizzazione forzata che doveva servire in particolare a togliere terreno ai Vietcong nelle campagne, e l’opera di centinaia di “consiglieri culturali” che impartivano quelle “lezioni” di CIA e USIA volte a dare l’impronta neo-coloniale allo stile di vita del Sud e che si sarebbero rivelate essenziali al momento dell’esodo.

Esodo che, d’altra parte, i vietnamiti avevano sempre detto di non voler ostacolare, a parte alcune decine di migliaia di criminali che avevano preso parte ai peggiori crimini dei regimi di Diem, Van Thieu, Cao Ky.

Il Vietnam moderno ha conosciuto tre grandi esodi: nel 1954, 1975 e 1978-’79.

Dopo la storica vittoria vietnamita di Dien Bien Phu e gli accordi di Ginevra, le forze francesi si spostarono a sud del 17° parallelo, seguite da poco meno di un milione di persone: soldati, poliziotti, funzionari, commercianti.

Nel 1973, dopo gli accordi di Parigi e il ritiro delle truppe americane, gli USA misero a punto un piano di evacuazione di diverse centinaia di migliaia di persone. Circa 150.000 persone furono evacuate per via aerea e di mare nelle ultimissime settimane prima della caduta di Saigon: alti ufficiali sudvietnamiti, membri dei vari governi filo-USA, ministri, deputati, alti funzionari, tutti considerati dagli americani “ad alto rischio”, insieme a commercianti e industriali, personale di “bassa forza” che era stato alle dipendenze degli americani, come anche agenti sudvietnamiti.

C’erano anche, come scrivevano all’epoca i resoconti vietnamiti, «persone che non avevano alcuna ragione di fuggire, ma che erano in preda al panico, perché i servizi di guerra psicologica USA diffondevano voci terrificanti: i comunisti vincitori avrebbero massacrato tutti, ci sarebbe stato un bagno di sangue, le donne che si tingevano le unghie avrebbero avuto le dita tagliate, tutti sarebbero stati mandati ai lavori forzati», ecc.

Il terzo massiccio esodo si ebbe dopo il 1978, quando cominciò a esser sollevata la questione degli Hoa (persone di origine cinese residenti in quasi tutti i paesi del Sudest asiatico) e, in particolare, dal marzo 1979, con quella che la Pechino dell’epoca definì “dare una lezione al Vietnam”.

In quel periodo, sembra che la maggioranza di mercanti e trafficanti Hoa, pur incitata da Deng, non avesse intenzione di emigrare in Cina, ma preferisse passare dal Vietnam in Thailandia, Filippine, Malaysia, Indonesia, nelle cui economie erano da tempo ben inseriti alcune decine di milioni di loro compatrioti.

In definitiva, e per concludere, al di là degli esercizi di intrattenimento giornalistico, paragonare il pur pesante problema dei “boat people” – in larga parte espressione del destino di chi è stato al servizio dell’occupazione coloniale e imperialista del proprio paese, quante decine di migliaia di collaborazionisti ucraini, russi, baltici, fuggirono al seguito delle truppe naziste in ritirata da est – all’immane tragedia di milioni di profughi costretti loro malgrado a prendere il mare, proprio a causa dei saccheggi, stragi, guerre dell’imperialismo, è non solo ingenuo, ma rasenta l’insulsaggine dei gaglioffi liberali.

Fonte

15/05/2023

Goodnight Saigon

La guerra del Vietnam fu combattuta fra il 1º novembre 1955, data di costituzione del Fronte di Liberazione Nazionale, e il 30 aprile 1975, con la caduta di Saigon, il crollo del governo fantoccio del Vietnam del Sud e la riunificazione politica di tutto il territorio vietnamita.

Si svolse prevalentemente nel territorio del Vietnam del sud tra le forze insurrezionali sorte in opposizione al governo autoritario filo statunitense, e le forze governative della cosiddetta Repubblica del Vietnam, sorta dopo la guerra d’Indocina, conclusasi con l’espulsione degli occupanti francesi.

Ma, durante almeno 10 anni, è stato bombardato tutto il Vietnam: era il regno del napalm, del cosiddetto “Agente arancio” della Monsanto, azienda della lunga e integerrima traiettoria criminale acquistata nel giugno 2018 per 63 miliardi di dollari dalla farmaceutica tedesca Bayer.

Probabilmente, il prezzo “si giustifica” per l’irraggiungibile esperienza maturata in materia di distruzione ambientale.

Perché la “Guerra d’Indocina” era stata combattuta dal 23 novembre 1946 al 12 luglio 1954, fra l’esercito coloniale francese e il movimento Viet Minh, guidato da Ho Chi Minh, ma si conclude con l’indipendenza del Vietnam raggiunta solo dopo 29 anni di guerra contro i colonialisti.

Sia la “Guerra d’Indocina” che la “Guerra del Vietnam” fanno parte del processo di decolonizzazione del mondo, processo ancora inconcluso.

Il brano “Goodnight Saigon”, di Billy Joel, apparso nell’album “The Nylon Curtain” (1982) interamente dedicato alla guerra del Vietnam, descrive la situazione e l’atteggiamento dei marines a partire dal loro allenamento militare in Parris Island. La situazione è quella riferita in seguito da molti protagonisti.

L’atteggiamento è in parte immaginato dall’autore. “Uno – dirà lo stesso autore – rimasto a casa che, dopo un po’ di tempo, prese le distanze della guerra stessa”.

Sarebbe stupido e ingeneroso trascurare l’importanza determinante del movimento pacifista negli USA contro la guerra.

Il 15 novembre 1970, quando i soldati USA in Vietnam erano 400.000, si svolse una gigantesca manifestazione per la pace a Washington nel corso della quale il giornalista Seymour Hersh rivelò la storia del terrificante massacro di My Lai (16 marzo 1968).

Alla fine del conflitto, quando i soldati statunitensi in Vietnam erano oltre 500.000, le vittime statunitensi superavano i 58.000 e i feriti 153.000, quelle Vietnamite i 4 milioni, in piena aderenza alla logica (senso comune) e ai buoni costumi (decenza), il serial killer Henry Kissinger ricevette il Premio Nobel per la pace.


Fonte

06/02/2023

L’establishment statunitense dimostra in Ucraina di aver dimenticato le lezioni del Vietnam

Venerdì 27 gennaio ricorreva il 50° anniversario della firma degli Accordi di pace di Parigi da parte dei rappresentanti degli Stati Uniti, del Vietnam del Nord e del Sud, ponendo effettivamente fine alla partecipazione americana al conflitto civile vietnamita.

Quello che lo studioso di relazioni internazionali della Georgetown University Charles Kuphan chiama un “impulso isolazionista” ha portato un “ritorno significativo in risposta alla guerra del Vietnam, che ha messo a dura prova il consenso internazionale liberale”.

Come sottolinea lo storico della Guerra Fredda John Lamberton Harper, Zbigniew Brzezinski, il falco consigliere per la sicurezza nazionale di origine polacca del presidente Jimmy Carter, disprezzava il suo rivale all’interno dell’amministrazione, il cauto e gentiluomo segretario di stato Cyrus Vance definendolo “un brav’uomo ma scottato dal Vietnam“.

In effetti, Vance e alcuni della sua generazione hanno portato con sé una profonda disillusione all’indomani del Vietnam che ha plasmato il loro approccio al mondo.

E per un breve periodo, la “Sindrome del Vietnam” (abbreviazione di diffidenza e sospetto di interventi stranieri non necessari e insostenibili) ha occasionalmente informato la politica ai massimi livelli e si è manifestata nelle promulgazioni delle Dottrine Wienberger e Powell che, in teoria comunque, sono stati istituiti come una sorta di pausa in inutili avventure militari.

Ma solo poche ore dopo la conclusione della prima guerra del Golfo, il presidente George H.W. Bush dichiarò: “Per Dio, abbiamo sconfitto la sindrome del Vietnam una volta per tutte!”.

E Bush l’ha fatto: nei decenni successivi alla sua dichiarazione del 1991, gli Stati Uniti sono stati in guerra in una forma o nell’altra (sia come bellicosi che come cobelligeranti non ufficiali, come nel caso del nostro coinvolgimento nella guerra dell’Arabia Saudita contro lo Yemen e in Ucraina) per tutti tranne 2 dei 32 anni che sono seguiti.

L’atmosfera politico-mediatica che ora prevale a Washington rende estremamente difficile credere che una cosa come una “sindrome del Vietnam” sia mai esistita. In effetti, la gestione della guerra in Ucraina da parte del presidente Joe Biden è stata accolta con entusiasmo dall’establishment dei media di Washington, ottenendo il plauso di tutti i soliti sospetti.

Ma cosa è successo davvero, quando l’intera faccenda avrebbe potuto essere evitata con un giudizioso impegno diplomatico? Dobbiamo davvero credere che una guerra che ha provocato, finora, 200.000 morti e 8 milioni di sfollati, sia valsa una vana promessa di adesione alla NATO?

Mentre la guerra è attualmente giunta a una situazione di stallo, i media tradizionali, varie testate ed i think tank, rilasciano regolari assicurazioni di progressi costanti sul campo e di una vittoria che presto arriverà per l'Ucraina. Scrivendo sul Journal of Democracy lo scorso settembre, il politologo e autore di The End of History e The Last Man, Francis Fukuyama, ha esultato: “L’Ucraina vincerà. Slava ucraino!”

La giornalista del Washington Post Liz Sly ha detto ai lettori all’inizio di gennaio 2023 che “Se il 2023 continua come è iniziato, ci sono buone possibilità che l’Ucraina sia in grado di mantenere l’impegno del presidente Volodymyr Zelensky per il nuovo anno di riconquistare tutto il Paese entro la fine dell’anno – o territorio almeno sufficiente per porre definitivamente fine alla minaccia della Russia, affermano funzionari e analisti occidentali”.

Newsweek he riportato nell’ottobre 2022 una affermazione dell’attivista Ilya Ponomarev, ex membro del parlamento russo, secondo il quale “la Russia non è ancora sull’orlo della rivoluzione... ma non è lontana”.

Il professore della Rutgers University Alexander J. Motyl è d’accordo. In un articolo del gennaio 2023 per la rivista Foreign Policy intitolato “È giunto il momento di prepararsi al collasso della Russia”, Motyl ha definito “sbalorditivo” quella che ritiene essere una “quasi totale assenza di qualsiasi discussione tra, politici, analisti e giornalisti delle conseguenze della sconfitta per la Russia considerando la probabilità del collasso disintegrazione della Russia.”

Sempre all’inizio di gennaio, l’ex capo dell’esercito americano in Europa, il tenente generale Ben Hodges, ha dichiarato all’Euromaidan Press che: “La fase decisiva della campagna.... sarà la liberazione della Crimea. Le forze ucraine passeranno molto tempo a mettere fuori combattimento o interrompere le reti logistiche che sono importanti per la Crimea... Questa sarà una parte fondamentale che porterà o stabilirà le condizioni per la liberazione della Crimea, che mi aspetto sarà completata entro la fine di agosto.”

Come una volta Gore Vidal ha scherzato, “C’è poca tregua per un popolo così abitualmente, così ferocemente, disinformato“.

Evidente per la sua assenza in quello che passa per il discorso di politica estera nella capitale americana è la questione degli interessi americani: in che modo l’allocazione di ingenti somme a un regime meravigliosamente corrotto come quello di Kiev avvantaggia materialmente gli americani comuni?

L’imposizione di un nazionalismo galiziano ristretto e settario su tutta l’Ucraina è davvero un interesse centrale americano? Il prolungamento di una guerra per procura tra NATO e Russia favorisce gli interessi di sicurezza europei e americani?

In verità, le lezioni del Vietnam sono state dimenticate molto tempo fa. La generazione che ora popola in gran parte i ranghi dei media e dell’establishment politico di Washington è diventata maggiorenne quando il Vietnam era già alle spalle.

Oggi, gli sfacciati interventisti liberali che fanno parte dell’amministrazione Biden sono emersi negli anni ’90, quando si pensava comunemente che gli Stati Uniti non avessero fatto abbastanza, in particolare in Bosnia e in Ruanda. In quanto tali, e quasi senza eccezioni, hanno sostenuto ogni disavventura americana all’estero dall’11 settembre in poi.

La prudenza che, seppure in modo troppo temporaneo, derivava dalla “sindrome del Vietnam” è oggi del tutto assente nei corridoi del potere nella Washington di Joe Biden. La sindrome del Vietnam è davvero presa a calci: morta e sepolta.

Ma presto potremmo pentircene.

di James W. Carden, ex consigliere per la Russia del rappresentante speciale per gli affari intergovernativi presso il Dipartimento di Stato USA e membro del consiglio di ACURA.

Fonte

23/08/2022

[Contributo al dibattito] - Il socialismo esiste o non esiste?

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo sulla natura sociale ed economica della Cina, come contributo all’approfondimento di un tema fondamentale nell’analisi del mondo contemporaneo. Non necessariamente la redazione della rivista concorda in toto con i contenuti dell’articolo. L’autore, Alberto Gabriele, ha pubblicato sull’argomento due importanti volumi: Enterprises, Industry and Innovation in the People’s Republic of China – Questioning Socialism from Deng to the Trade and Tech War (2020) e, quest’anno, in collaborazione con Elias Jabbour, Socialist Economic Development in the XXIth century Challenges – One Century after the Bolshevik Revolution.

*****

di Alberto Gabriele

1
Nella sinistra occidentale, e perfino tra le sue componenti più radicali e anticapitalistiche, tende a prevalere l’idea che il comunismo/socialismo (uso questo termine orribile per sottolineare come sia comune la confusione tra due categorie che dovrebbero invece essere tenute ben distinte) sarebbe una gran bella cosa, ma purtroppo non c’è da nessuna parte, probabilmente non c’è stato mai da nessuna parte, e tantomeno ci si sta avvicinando da nessuna parte. A mio parere, questa convinzione pecca di semplicismo e di essenzialismo, e ha anche un impatto fortemente demoralizzante. Tuttavia, tale opinione è spesso data per scontata anche da intellettuali di grande valore e di indubbia onestà intellettuale. Ad esempio, Alessandro Barbero ha affermato recentemente: «chi è comunista... ha un progetto, una visione del mondo, e pensa che il capitalismo, che attualmente è il sistema unico e il pensiero unico ovunque – compresa la Cina comunista beninteso, cosiddetta comunista – chi è comunista davvero pensa che il capitalismo debba essere superato, e che sia possibile costruire una società con delle regole diverse. Ora, questo progetto non c’è oggi nel mondo. Non c’è da nessuna parte... da nessuna parte al mondo c’è qualcuno che pensa davvero si potrebbe andare al potere e confiscare le fabbriche ai proprietari e cambiare radicalmente i rapporti economici... nessuno lo pensa, nessuno forse lo vuole fare, e allora diventa un po’ difficile dichiararsi comunista» (Barbero 2022).

A mio parere, invece “...parafrasando Mark Twain, la notizia della morte del socialismo è grossolanamente esagerata[i]. Esistono molti paesi del mondo in cui governi guidati da forze comuniste, progressiste e rivoluzionarie stanno cercando di modificare i rapporti sociali di produzione nella direzione del socialismo, con maggiore o minore successo, dalla Bolivia al Nepal, senza naturalmente dimenticare Cuba, che resiste all’embargo da più di sessant’anni e sta controllando l’epidemia di Covid molto meglio di qualsiasi paese capitalista europeo o americano...” (Gabriele 2022).

2
Per capire la natura e il significato del socialismo contemporaneo è necessario comprendere e sviluppare creativamente le categorie fondamentali del marxismo. In termini estremamente semplificati – data l’economia di questo breve articolo – si deve partire da una parziale reinterpretazione delle categorie di Modo di Produzione (MP), Formazione Economico-Sociale (FES) e di Legge del Valore (LV).

Il MP va visto come “una struttura logica pura e astratta, piuttosto che – come nel caso delle FES del mondo reale[ii] – una manifestazione storica concreta. In quanto tale, ad un alto livello di astrazione, si può in qualche modo affermare paradossalmente che l’essenza centrale di ogni MP è data e immutabile.” (Gabriele e Jabbour 2022, capitolo 29, trad. mia).

“La LV è una legge di circolazione sistemica e una condizione di coerenza interna... che implica che i prezzi di produzione di beni e servizi ai fini della loro vendita sul mercato debbano essere:

i) compatibili con il livello del salario reale e con il saggio del profitto;

ii) ampiamente corrispondenti alla quantità di lavoro e (possibilmente) ad altri beni necessari per produrli, tenendo conto della tecnologia prevalente.”
(Gabriele e Jabbour 2022, capitolo 5, trad. mia).

In ogni FES coesistono nella pratica due o più MP, che presentano gradi diversi di forza e potenziale di sviluppo (anche se in alcuni di essi il predominio nazionale di un MP è schiacciante, al punto da oscurare la presenza di altri MP). L’interrelazione tra i diversi MP evolve in uno stato di flusso perenne, in cui lunghi periodi di relativa calma e stabilità si alternano ad altri più turbolenti e instabili. Durante i primi, le caratteristiche distintive della longue durée e della stabilità consentono di identificare in ogni paese una FES dotata di caratteristiche specifiche e ben definite. Durante i periodi di instabilità, invece spesso è difficile prevedere quale MP alla fine prevarrà a livello nazionale.

Tuttavia, solo alcune configurazioni di MP possono verificarsi sia a livello nazionale che internazionale, per l’esistenza di un insieme di vincoli strutturali immanenti e universali legati alla vigenza della LV anche nelle FES che possono considerarsi più avanzate in senso socialista[iii]. Questi vincoli limitano i gradi di libertà di tutti i tentativi nazionali di perseguire una strategia di sviluppo coerente con i principi base di ogni specifico MP (compreso il socialismo), anche nei periodi in cui un nuovo MP sta diventando progressivamente egemonico su scala globale, segnalando così il passaggio a un nuovo MP globalmente dominante a livello mondiale. Di norma, un MP tende ad essere globalmente dominante, ma ci sono periodi storici in cui si verifica una transizione da un MP globalmente dominante a un altro. Evidentemente, è ancora più difficile prevedere quale MP è destinato a prevalere a livello mondiale nel lunghissimo periodo, anche se è possibile identificare e analizzare alcune tendenze chiave.

3
Questo approccio ha una importante implicazione epistemica e terminologica: nella realtà storica non esistono FES che rappresentino una manifestazione di un dato MP allo stato puro, ma solo che incorporino elementi dell’uno o dell’altro MP in maggiore o minore misura. Questo caveat si applica a fortiori al MP socialista, tenuto conto della sua “giovinezza” storica (dal 1917 è passato poco più’ di un secolo, un’inezia) e del fatto che è dominante solo in alcune FES, non a livello globale. Per analizzare correttamente la realtà dei rapporti sociali di produzione e di scambio in una FES realmente esistente è quindi opportuno introdurre due altri concetti: socialisticità / socialistico e orientamento socialista/ orientato verso il socialismo. I termini socialisticità (sostantivo) e socialistico (aggettivo) sono molto brutti, eppure sono utili[iv]. Entrambi si riferiscono alla proprietà olistica di essere in accordo con il socialismo. Per definizione, socialistico è un aggettivo comparativo, che non può essere usato in modo dicotomico e assoluto (al contrario dell’aggettivo socialista). Cioè, si può dire che il paese A è moderatamente socialista, o più socialista del paese B, ma non che il paese A è socialista tout court. Al contrario di socialisticità e socialistico (che potrebbero sembrare esotici a molti lettori), i termini orientamento socialista e orientato verso il socialismo hanno una connotazione dicotomica (un paese è orientato verso il socialismo oppure no), e sono facilmente comprensibili nel loro significato ordinario. Di per sé sono termini piuttosto vaghi, aspirazionali, che si riferiscono a un atteggiamento politico, etico e culturale coerente con la volontà di costruire il socialismo. Tuttavia, euristicamente, si può attribuire a questi termini una ulteriore connotazione più specifica, definendo orientate al socialismo quelle economie nazionali contemporanee e preesistenti che soddisfano due condizioni necessarie e sufficienti: a) sono (o erano) guidati da forze politiche che dichiarano ufficialmente e credibilmente di essere impegnate in un processo volto a stabilire, rafforzare, o migliorare e sviluppare ulteriormente un sistema socioeconomico socialista, e b) possono (o avrebbero potuto) essere considerate abbastanza socialistiche, perché mostrano di avere fatto dei passi significativi verso il socialismo almeno in alcune dimensioni misurabili (i.e. ruolo dello stato, rapporti di proprietà, polarizzazione sociale, etc.) che rappresentano le loro principali caratteristiche economiche e sociali strutturali. A questo proposito è evidente che la valutazione del grado di socialisticità di una FES è un esercizio basato su una analisi seria e il più possibile obbiettiva di tutte le informazioni disponibili, utilizzando gli strumenti della scienza economica e, se necessario, di altre scienze sociali (i.e. sociologia, antropologia), ma inevitabilmente condizionato da giudizi di valore e dal punto di vista dell’osservatore.

4
Tra le varie forme più o meno autentiche e più o meno imperfette di socialismo che si sono manifestate in vari paesi dal 1917 a oggi, la più avanzata è il socialismo di mercato contemporaneo, che si è venuta sviluppando in modo indipendente ma con caratteristiche strutturali straordinariamente simili in Cina e in Vietnam a partire dalla fine degli anni ’70 del secolo scorso (vedi Gabriele e Jabbour 2022). In ultima analisi, il socialismo di mercato contemporaneo è superiore ad altre forme più o meno realizzate di “socialismo” che esistono o sono esistite precedentemente in Cina, in Vietnam e in atri paesi, perché interiorizza ed endogenizza una lezione fondamentale, che deriva direttamente da una interpretazione corretta di una delle più importanti categorie marxiane: la necessità di tenere conto dei vincoli imposti dalla LV nel quadro della pianificazione socialista. Gli straordinari successi di Cina e Vietnam nello sviluppare le forze produttive, combattere la povertà e promuovere lo sviluppo umano sono noti e non hanno bisogno di essere ulteriormente dimostrati, essendo stati riconosciuti da varie agenzie delle Nazioni Unite e da quasi tutti gli osservatori seri occidentali.

In questo breve articolo mi limito a menzionare tre indicatori importantissimi relativi alla Cina, sulla quale mi concentrerò nelle ultime sezioni[v].

Crescita economica

“Nel periodo 1971-2020, grazie allo straordinario ritmo di crescita dell’economia cinese, il PIL della RPC è passato dal rappresentare appena un 5% del PIL degli Stati Uniti a costituirne il 76%. Se agli inizi degli anni ’70 l’economia cinese era di dimensioni quasi pari a quella indiana, adesso il PIL della RPC è quasi sei volte più grande di quello dell’India.” (Gabriele 2022)

Eliminazione della povertà

«Nel 1990 c’erano più di 750 milioni persone in Cina che vivevano sotto la linea internazionale di povertà assoluta – circa due terzi della popolazione. Nel 2012, il loro numero era sceso a meno di 90 milioni» (Goodman 2021). Nel febbraio 2021 la RPC ha dichiarato di avere completamente eliminato la povertà assoluta (Zhuoran Li 2021, Huaxia 2021a,b , The State Council Information Office of the People’s Republic of China 2021, ibid.)

Aspettativa di vita

“Tra tutti gli indicatori di sviluppo umano, l’aspettativa di vita – che dipende da molti fattori tra loro interconnessi, tra cui il reddito, la sicurezza alimentare e l’educazione (soprattutto femminile) – è per ragioni evidenti quello più importante e significativo. L’aspettativa di vita in Cina è cresciuta da 43,5 anni nel 1950 a 77,1 anni nel 2020, aumentando a un tasso elevato soprattutto durante il periodo maoista. Secondo stime preliminari, l’aspettativa di vita in Cina ha superato recentemente quella degli USA, devastati dal COVID-19, dove questo indicatore è sceso a 77 anni nel 2020 (1,8 anni in meno che nel 2019). Nel 2022, si stima che l’aspettativa di vita in Cina sia arrivata a 77,3 anni” (Knoema 2022, Macrotrends 2022, Santhanam 2021) (ibid.)

5
Ma la Cina è veramente socialista, o rappresenta una variante particolarmente efficace di capitalismo (magari “di stato”)? Come ho spiegato sopra, a questa domanda non si può rispondere in modo manicheo e dicotomico, come se si trattasse di distinguere il bianco dal nero[vi]. Sarebbe come dire, ad esempio, che la Francia del XVIII secolo era completamente feudale al 100%, mentre quella del XIX non lo era più per niente – o che l’Inghilterra del 1790 non era affatto capitalistica, ma quella del 1820 lo era al 100%. Detto questo, la mia opinione è che il sistema socio-economico della Cina contemporanea presenta caratteristiche strutturali così diverse da quelli dei paesi capitalisti da non potere essere considerato anch’esso capitalista; malgrado le sue numerose imperfezioni e contraddizioni, è anche parecchio socialistico, come dimostrano (a mio parere) alcuni dati, stime e fatti stilizzati a cui faccio rifermento in modo telegrafico.

Come osserva Branko Milanovic (2020): “All’inizio delle riforme, lo Stato fissava il 93% dei prezzi agricoli, il 100% dei prezzi industriali e il 97% dei prezzi al dettaglio. A metà degli anni ’90, queste proporzioni erano state invertite: il mercato determinava il 93% dei prezzi al dettaglio, il 79% dei prezzi agricoli e l’81% dei prezzi dei materiali di produzione... Oggi, una percentuale ancora più elevata dei prezzi è determinata dal mercato.”

In realtà, queste stime sono pienamente coerenti con l’essenza del modello socialista di mercato cinese. Il governo non fissa il prezzo dei gelati (grazie a Dio). La pianificazione è compatibile con il mercato, e si concentra piuttosto su obbiettivi strategici chiave, come la promozione degli investimenti, l’accumulazione di capitale, la (quasi) completa occupazione, l’innovazione e il progresso tecnico, la protezione dell’ambiente e l’attuazione di mega-progetti a lungo termine come la Via della Seta e il Made in China 2025.

La Cina non ha mai privatizzato la terra, né le componenti chiave dell’industria pubblica, delle grandi imprese infrastrutturali, e tantomeno le banche: “Gli agricoltori non sono lavoratori salariati, ma principalmente lavoratori autonomi, inquadrati in quella che la terminologia marxista chiama “produzione semplice di merci” ( Milanovic 2020).

Le statistiche cinesi pubblicano regolarmente dati sulle imprese industriali nazionali e straniere al di sopra di una certa dimensione. Le imprese nazionali comprendono le imprese pubbliche, i collettivi, le cooperative, le società a responsabilità limitata (SRL) le società per azioni (SPA) e le imprese private (IP). Le imprese straniere comprendono le imprese di Hong Kong, Macao e Taiwan (IHKMT) e le imprese del resto del mondo (IRM). Esistono quindi tre gruppi di imprese prettamente capitaliste in Cina: IP, IHKMT e IRM (vedi Annuario Statistico della Cina (ASC), vari anni).

A questo proposito è necessario chiarire un punto chiave relativo ai rapporti (formali e sostanziali) di proprietà e controllo prevalenti in queste imprese. In un lavoro recente (Gabriele 2020) ho cercato di dimostrare che l’unica plausibile interpretazione delle statistiche industriali cinesi è che le imprese miste classificate come SRL e SPA tout court (senza indicare esplicitamente chi le controlla), non essendo controllate da privati, siano indirettamente controllate dallo Stato. Queste imprese miste sono “il risultato del grande processo di trasformazione in società per azioni condotto dall’inizio di questo secolo, e costituiscono la componente più importante della strategia di sviluppo economico orientata al socialismo nell’ambito dell’evoluzione dei diritti di proprietà e delle strutture delle imprese. Pertanto, sono concettualmente imprese non capitaliste orientate al mercato (INCOM). Nel settore industriale, le INCOM comprendono sia società controllate direttamente (imprese pubbliche, collettivi, cooperative, società statali in comproprietà e società finanziate esclusivamente dallo Stato) sia società controllate indirettamente dallo Stato. (Gabriele e Jabbour 2020).

6
Il ruolo delle imprese straniere, pur non irrilevante, non è di primaria importanza, ed è diminuito recentemente. Le IP si sono moltiplicate, e ora sono di gran lunga la categoria più numerosa. Hanno anche aumentato la loro quota relativa in termini di capitale e produzione (oltre ¼ della capitalizzazione e il 45% della produzione industriale), ma per la maggior parte sono ancora di modeste dimensioni.

Le INCOM industriali, tuttavia, hanno consolidato la loro posizione di dominio in termini di capitalizzazione. La loro quota di produzione industriale è diminuita, ma a un ritmo progressivamente decrescente, che sembra puntare a una sostanziale stabilizzazione intorno al 48% del totale. Anche la loro quota di profitti e occupazione industriale si è stabilizzata a circa il 40%. Semplici elaborazioni di altri dati ASC, inoltre, mostrano che il grado di capitalizzazione delle INCOM industriali è superiore a quello delle imprese straniere e più che doppio rispetto a quello delle IP. Dalla metà degli anni 2000 le INCOM superano anche le imprese capitaliste sia nazionali che straniere in termini di produttività del lavoro. Anche il loro livello di redditività media è buono, sebbene non tanto quanto quello delle imprese capitaliste. Questa performance complessiva delle INCOM è il risultato di tendenze abbastanza diverse manifestatesi nelle due sottocomponenti. Il rapporto capitale / lavoro delle imprese a controllo statale diretto è più che raddoppiato rispetto alla media dell’industria e ha continuato ad aumentare, poiché queste imprese hanno l’onere strategico di spingere l’accumulazione di capitale della Cina oltre la soglia che sarebbe normale in un paese capitalistico. Poiché devono portare questa croce per il bene di tutto il paese, le imprese controllate direttamente dallo Stato pagano un prezzo in termini di indicatori di produttività e redditività.

Anche i dati sull’occupazione confermano che la rilevanza quantitativa della componente capitalista dell’economia cinese viene spesso sopravvalutata. La percentuale di lavoratori occupati da IP è in aumento, e nel 2018 ha raggiunto oltre ¼ del totale nazionale[viii]. Tuttavia, oltre il 70% degli occupati lavora nelle INCOM, nelle organizzazioni pubbliche non commerciali i.e., (i.e., sanità, scuole, università, pubblica amministrazione, esercito, etc.) o autonomamente. La grande maggioranza dei lavoratori cinesi non è direttamente impiegata dai capitalisti (vedi Gabriele 2020).

7
Il “socialismo con caratteristiche cinesi” non è certo un esempio di perfezione. Da molti punti di vista, anzi, è talmente lontano dagli ideali socialisti che non si può nemmeno considerarlo socialista in senso compiuto e “forte” (tenendo conto, ad esempio, dei risultati ancora inadeguati degli sforzi in corso per combattere la disuguaglianza[ix] e il degrado ambientale). Ma, sicuramente, in Cina si sta sviluppando una FES radicalmente differente dal classico modello capitalista, nella quale il MP socialista è strutturalmente, stabilmente e crescentemente dominante.

Riferimenti bibliografici

Abalkin, L., 1988, For a New Economic Thinking. Nova Mysl and Kommunist Roundtable, n. 15, pp. 59-71, 1988.

Abalkin, L. 1989, Market in the Socialist Economic System. Moscow, USSR: Academy of Sciences, Institute of Economics, 1989.

Annuario Statistico della Cina (ASC), vari anni.

Barbero A. (2022), Perché Fascismo e Comunismo non sono uguali, intervista on line in “Youtube”.

Bellando E., 2020, “From each according to his ability, to each according to his needs”:what could it possibly mean, and what lies behind this Marxian principle?PhD Dissertation, The Graduate School, Stony Brook University (non pubblicato)

Gabriele A., 2020, Enterprises, Industry and Innovation in the People’s Republic of China – Questioning Socialism from Deng to the Trade and Tech War, Springer.

Gabriele A. e Jabbour E., 2020, La Cina non è capitalista, La Fionda, 5 Maggio 2020.

Gabriele A. e Jabbour E., 2022, Socialist Economic Development in the XXIth century Challenges One Century after the Bolshevik Revolution.

Goodman J. 2021, Has China lifted 100 million people out of poverty?, BBC 28 February 2021.

Huaxia (2021a) (ed.), Xi declares “complete victory” in eradicating absolute poverty in China, on “Xinhua”, February 2.

Huaxia (2021b) (ed.), Poverty Alleviation: China’s Experience and Contribution, on “Xinhua”, April 6.

Jain-Chandra S., Khor N., Mano R, Schauer J.,Wingender P. And Juzhong Zhuang (2018), Inequality in China – Trends, drivers and policy remedies, International Monetary Fund, Washington DC, June 5.

Khan, H., Schettino F. e Gabriele A., 2021,Polarization and the Middle Class in China: a Non-Parametric Evaluation Using CHNS and CHIP Data, 2021, Structural Change and Economic Dynamics, 57C (2021), pp. 251-264

Knoema (2022), China Life expectancy at birth, 1950-2020,

Macrotrends 2022, China Life Expectancy 1950-2022, Retrieved on January 18 2022

Milanovic B. 2020, Es China realmente capitalista?, El Pais, 15-04-2020

Santhanam L. (2021), COVID helped cause the biggest drop in U.S. life expectancy since WWII, PBS, Dec 22, 2021

The State Council Information Office Of The People’s Republic Of China 2021, Poverty Alleviation: China’s Experience and Contribution

The State Council Information Office of the People’s Republic of China, April 2021, in Huaxia 2021 b(ed.)

Twain M., 2022, Frase di Mark Twain

Zhuoran Li (2021), How Successful Was China’s Poverty Alleviation Drive?

China eliminated extreme poverty, a monumental achievement. But the root causes of poverty persist, in “The Diplomat”, September 06

Note al testo

[i] Vedi Twain 2022.

[ii] “Se (secondo giudizi di valore contestabili e falsificabili espressi da osservatori informati) uno specifico sistema socioeconomico nazionale è considerato strutturalmente dotato della proprietà di un’adeguata stabilità, si può sostenere che esso costituisca una FES) (Gabriele e Jabbour 2022, trad. mia).

[iii] L’impossibilita’ di superare pienamente la LV implica naturalmente l’impossibilita’ di realizzare pienamente il comunismo – lo stato di totale libertà in cui vige il principio da ognuno secondo le sue possibilità, a ognuno secondo i sui bisogni. Il comunismo va dunque visto come una utopia positiva, un punto di riferimento ideale al quale nel tempo storico e’ materialmente possibile avvicinarsi asintoticamente (vedi Bellando 2020).

[iv] Questi termini non sono mai stati usati ampiamente, ma la loro origine risale alla metà del XIX secolo. Vedi ad esempio Abalkin 1988, 1989.

[v] Per una analisi del socialismo di mercato in Vietnam e delle analogie e differenze tra il “modello” vietnamita e quello cinese, vedasi ad esempio Gabriele e Jabbour 2022, Part III.

[vi] “Sarebbe come dire, ad esempio, che la Francia del XII secolo era completamente feudale al 100%, mentre quella del XIII non lo era più per niente – o che l’Inghilterra del 1790 non era affatto capitalistica, ma quella del 1820 lo era al 100%.” (Gabriele 2022)

[vii] Questi risultati sono il prodotto di tendenze abbastanza diverse manifestatesi nelle due sottocomponenti delle INCOM. Il rapporto capitale/lavoro nelle imprese a controllo statale diretto è più che doppio rispetto alla media dell’industria e ha continuato ad aumentare, poiché queste imprese hanno un ruolo chiave nel sostenere l’accumulazione di capitale, ben oltre la soglia che sarebbe normale in un paese capitalistico. Non sorprende che, nel perseguire questo obbiettivo macroeconomico di carattere strategico, le imprese controllate direttamente dallo Stato debbano pagare un prezzo in termini di produttività e redditività. Al contrario, le imprese miste controllate indirettamente dallo Stato priorizzano gli obbiettivi commerciali, e pertanto, hanno ottenuto prestazioni migliori a livello di impresa. Anche queste imprese hanno investito molto, e il loro tasso di crescita della produttività del lavoro è stato il più alto di tutta l’industria (maggiore sia di quello delle imprese totalmente pubbliche che di quello delle imprese capitaliste). La redditività delle imprese miste controllate indirettamente dallo Stato si colloca a un livello intermedio tra a quella delle loro controparti controllate direttamente e quella, più alta, delle imprese capitaliste che si dedicano esclusivamente alla massimizzazione del profitto.

[viii] Nel 2016 i lavoratori occupati nelle IP erano oltre 1/3 del totale nelle zone urbane e il 6% in quelle rurali.

[ix] Vedi Jain-Chandra, Khor N., Mano R, Schauer J.,Wingender P. e Juzhong Zhuang (2018); Khan, Schettino e Gabriele 2021

Fonte

19/02/2022

Il Golfo del Tonchino nel Mar Nero

Il golfo del Tonchino comincia dalle coste del Nord del Vietnam in Asia. Lì il 4 agosto 1964 la Marina degli Stati Uniti e la CIA inventarono di sana pianta un attacco di battelli della Repubblica Democratica del Vietnam contro alcune unità della flotta americana.

Il presidente Johnson, democratico come Biden, usò quel falso di cui era a completa conoscenza per convincere il Congresso a votare la guerra totale al Vietnam. Di fronte a quella che venne presentata dal presidente come una “seconda Pearl Harbour”, senza neanche un danno o un morto americano, ma furono considerate “sottigliezze”.

Il 7 agosto 1964 il Congresso votò la guerra.

Oggi sulle rive del Mar Nero, in quella terra dell’Ucraina abitata da russi che i fascisti di Kiev vorrebbero sottoporre alla loro pulizia etnica, nel Donbass, gli Stati Uniti stanno ripetendo la farsa criminale del Golfo del Tonchino.

Mentre le milizie naziste di Kiev scatenano i bombardamenti contro la popolazione civile del Donbass, che ora viene invitata a fuggire in Russia dalle stesse autorità locali, tutti i mass media occidentali mostrano la foto di una asilo che sarebbe stato bombardato dai filo-russi.

Contemporaneamente il segretario di Stato USA Blinken, quello che aveva annunciato l’invasione russa dell’Ucraina il 16 febbraio, all’ONU spiega di ritenere che i russi si travestiranno da ucraini per attaccare i russi ed avere la scusa per intervenire. Testuale.

La realtà è dunque che il governo USA, fallita l’operazione di condanna di una invasione che non c’era, ha convinto il povero burattino Zelensky a scatenare lui la guerra, naturalmente nella forma che il governo degli Stati Uniti storicamente preferisce: quella per procura. Soldati di altri paesi che ammazzano e si fanno ammazzare per conto degli interessi USA.

“Siamo invasi dai russi”, gridano i miliziani di Kiev mentre bombardano – davvero questa volta – gli asili. E forse è vero che nelle terre del Donbass i russi ci sono arrivati. Ma come mi ricordava là una professoressa dell’università bombardata, i russi in quelle terre arrivarono quattrocento anni fa.

Ma quali sono gli interessi che muovono questa sporca guerra?

Quelli di rompere legami e affari della UE verso la Russia e soprattutto verso la Cina, di fermare i gasdotti che le multinazionali USA non controllano e soprattutto bloccare la “Via della Seta”. Prima colpita sul piano economico da questa guerra è la Germania, le cui economia è oramai più agganciata agli scambi con Russia e Cina che a quelli con gli Stati Uniti.

Sul piano militare invece la principale botta va alla Francia, il cui presidente Macron aveva dichiarato “in coma” la NATO e che ora è costretto ad allinearsi da buon soldatino nella campagna guerrafondaia euro-atlantica. Draghi, come tutti i politici e i governanti italiani, non pervenuto.

Quando invase l’Iraq, anche allora con clamorosi falsi esibiti all’ONU, il presidente Bush definì “nuova Europa” i paesi dell’Est Europeo, con governi fanatici di quella guerra, e “vecchia Europa” la Germania e la Francia che recalcitravano.

Ora Biden ripete l’operazione in Ucraina, con la compagnia dei governi fascisti orientali, che ancora una volta svolgono il ruolo di avanguardia dello scontro.

L’imperialismo americano in ritirata ha deciso di fissare in Europa la frontiera dei suoi interessi, a costo della terza guerra mondiale.

Ancora una volta il sistema mediatico occidentale si schiera armi e bagagli con la propaganda di guerra USA, anche oltre lo schieramento dei governi. Una velinocrazia guerrafondaia in cui la stampa italiana si distingue per vergogna. D’altra parte da sempre la prima vittima della guerra è la verità.

Il potere USA vuole un Vietnam in Europa, contro la Russia e contro l’Europa stessa, a questo serve il ritorno in campo di una NATO che avrebbe dovuto esser sciolta trent’anni fa.

No alle fake news, alla guerra, alla NATO, assieme oggi più che mai.

Fonte

23/01/2020

Criticare John Kennedy è possibile

di Gianluca Cicinelli

Si può parlare di John Fitzgerald Kennedy criticandolo e persino ritenendolo uno dei peggiori presidenti nella storia degli Stati Uniti: ho verificato tutti gli articoli del codice penale e civile e non è reato, credetemi. Mi era venuto il dubbio dopo decenni in cui sulla stampa progressista non ho mai trovato una riflessione che non fosse iconografica se non agiografica nella maggior parte dei casi.

Il 20 gennaio 1961 – quando entra in carica come trentacinquesimo Presidente degli Stati Uniti – John F. Kennedy pronuncia lo storico discorso la cui frase chiave che verrà ricordata è «Non chiedete cosa può fare il vostro Paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro Paese». L’intera famiglia Kennedy non amava molto le critiche e JFK usò spesso il grande potere che aveva e la sua corte per escludere dalla vita pubblica giornalisti e autori di saggi critici non entusiasti delle sue politiche. Ce lo racconta Jill Abramson, ex direttrice del New York Times che raccolse le confidenze di uomini influenti al tempo di Kennedy come Arthur Schlesinger. Quando parliamo quindi del mito di JFK non possiamo dimenticare questo aspetto nel considerare il suo breve periodo rispetto all’alone di leggenda che lo circonda.

Lo storico Eric Hobsbawm ne «Il secolo breve» lo definiva il «più sopravvalutato presidente americano del nostro secolo». Quasi tutti i ragionamenti su Kennedy si riferiscono a cosa avrebbe fatto in relazione alle azioni dei suoi successori, nulla che si possa provare realmente, data la tragica scomparsa nel complotto che ha portato alla sua eliminazione fisica a Dallas il 22 novembre del 1963. Il “Civil Rights Act”, cento anni dopo la guerra di secessione americana, è sicuramente una buona legge voluta da JFK, perchè dichiara illegali le disparità di registrazione nelle elezioni e la segregazione razziale nelle scuole, sul posto di lavoro e nelle strutture pubbliche in generale. È di sicuro il punto più alto dell’azione politica di Kennedy per le conseguenze in una società che resta profondamente razzista. È anche però il segnale di un limite che caratterizza ancora oggi le azioni dei progressisti nel mondo, un forte intervento sul piano dei diritti che lascia intatte le disparità sociali ed economiche che sono alla base di quelle discriminazioni.

Non si può separare la vicenda di JFK da quella della sua famiglia e non è una storia edificante. Anche qui le disavventure e le morti tragiche di molti suoi componenti hanno impedito di descriverla per quello che è stata.

Il capostite del ventesimo secolo, Joseph Patrick detto Joe, lo racconta Edward Klein ne «La maledizione dei Kennedy»: ambasciatore Usa a Londra dal 1938 al ’40, ammirava Hitler ed era antisemita. Costruì la sua fortuna economica come “boottlegger”, contrabbandiere di alcol durante il proibizionismo, associandosi a Frank Costello, un mafioso che la stampa soprannominò «il primo ministro della malavita», in stretti rapporti con Lucky Luciano. Alcuni storici fanno risalire proprio a questo rapporto con Cosa nostra americana le origini dell’omicidio del figlio John a Dallas, anche se rimane un’ipotesi fra altre. La tessitura di una fitta rete fra potere economico, influenza nei gangli amministrativi, impatto mediatico con la proprietà della produzione cinematografica Rko, protezione criminale e potere politico, rappresenta l’azione che portò al consenso per l’elezione di JFK.

Bisogna anche dire che – tranne per Walter Veltroni – il fascino della presidenza Kennedy nell’immaginario progressista ha perso terreno. Se durante Kennedy le ingerenze Usa nelle guerre del mondo erano ancora ben viste da alcuni come contrasto all’azione dei comunisti sovietici e come ricordo dell’intervento liberatorio in Europa nella seconda guerra mondiale, adesso è abbastanza chiara la strumentalità degli interventi yankee con la scusa di riportare la democrazia. Afghanistan e Iraq in tempi recenti, promozione dei golpe in Sudamerica a cominciare dal Cile, sabotaggio della rivoluzione sandinista in Nicaragua, appoggio agli squadroni della morte in Salvador, invasione di Grenada: il peccato originale da cui derivano le invasioni statunitensi nel mondo risiede nella sciagurata escalation della guerra in Vietnam in cui John Kennedy ha giocato un ruolo cruciale. Gli Usa erano presenti da prima di Kennedy, ma fu lui a decidere di avallare l’omicidio di Ngô Đình Diệm – presidente del Vietnam del Sud – e a potenziare la presenza militare Usa per dare un segnale forte in piena guerra fredda. Le conseguenze in termini di vite umane sono note, la sconfitta militare degli Usa anche.

In precedenza però, sempre a causa di JFK, il mondo aveva rischiato la terza guerra mondiale. Prima Kennedy organizzò alla Baia dei Porci un tentativo, fallito miseramente, di rovesciare il governo cubano guidato da Fidel Castro. Poi quando per questo motivo – e per la decisione Usa d’insediare i missili Jupiter in Turchia – il leader sovietico Nikita Krusciov volle portare i suoi missili sull’isola caraibica e Kennedy gestì la crisi esasperandola al punto di arrivare sull’orlo del conflitto.

Non entriamo qui nei dettagli della sua vita privata, gli infiniti tradimenti coniugali li citiamo solo perchè ci ricordano l’ipocrisia di alcuni leader cattolici nostrani e Kennedy fu il primo presidente Usa cattolico. Tuttavia le numerose presenze clandestine femminili all’interno della Casa Bianca aprirono una breccia anche nei sistemi di sicurezza interni e nella possibile – ma non dimostrata – ricattabilità del presidente.

Un ruolo cruciale nella (esagerata) esaltazione della presidenza Kennedy lo ebbe il costume dell’epoca affidato alle cronache dei mass media. La capacità di sorridere alle telecamere, d’intervallare con battute e finta umiltà le interviste, una first lady dinamica, hanno di sicuro aperto una strada a molte altre carriere politiche che vennero dopo JFK. Ma è davvero poco per dire che sia stato un grande presidente degli Stati Uniti.

Le immagini sono riprese dalla rete. Quella di Jackie Kennedy, in stile diva e “Madonna” moderna, è un’elaborazione di Andy Warhol. Le copertine dei due libri di Noam Chomsky (tradotti in italiano da Eleuthera) completano magistralmente questa scor-data: nel primo caso per demolire il mito Kennedy come “una fase magica” della storia statunitense; nel secondo per rintracciare le radici e raccontare le pratiche dell’imperialismo a stelle-e-strisce.

In “bottega” abbiamo raccontato qui Scor-date: 22 novembre 1963 la morte di John Kennedy e altre storie intrecciate o parallele.

Fonte

01/09/2019

La Cambogia in fiamme

Nel 1967 l’Indocina era al centro delle contrapposizioni della Guerra Fredda tra il blocco orientale e occidentale.

In quel turbolento anno si stava ancora combattendo in Vietnam e in Laos contro l’imperialismo americano e i suoi alleati ma da questo scenario di guerra e violenza pareva restar fuori la confinante Cambogia, governata dallo stravagante principe Sihanouk.

Sihanouk, per darsi un'aria di modernità, da re abdicò in favore del padre nel 1955, diventando Primo Ministro, dopo la morte del padre lo fu con il titolo di principe e nel 1960 si fece nominare presidente a vita, ma governando il paese con le stesse modalità di un re.

A questo aggiunse la formazione di un suo personale partito, il Sangkum, caratterizzato da un misto di idee conservatrici, nazionaliste, corporativiste e socialiste.

Lo stravagante Sihanouk, famoso per il suo stile di vita da viveur, amante delle belle donne e della musica, celebri le sue esibizioni con il sassofono in pubblico, riuscì a mantenere una posizione di neutralità nei confronti dei conflitti dei paesi confinanti, strizzando l’occhio tanto agli USA, interessati alla neutralità cambogiana, quanto alla Cina e alle altre nazioni socialiste, in particolar modo al Vietnam del Nord.

Sihanouk permise, dietro pagamento, il passaggio di rifornimenti, tramite il tratto finale del famoso “Sentiero Ho Chi Minh”, dal Nord Vietnam ai Vietcong che combattevano nel Sud, permettendo ai primi di costruire di campi di addestramento allestiti in territorio cambogiano e di usufruire del porto di Sihanoukville.

Inizialmente Sihanouk era interessato ad entrare nel SEATO, un'alleanza militare capitanata dagli USA nel Sud-Est asiatico per arginare l’espansione del comunismo nella zona, ma in seguito si spostò su posizioni affini al movimento dei paesi non-allineati.

Tale scelta venne dettata dal timore del principe verso le possibili mire espansionistiche della Thailandia e del Vietnam che lo portò, nel 1955, alla conferenza di Bandung, ad avere i primi contatti con Zhou Enlai, il primo ministro cinese, e il ministro degli esteri del Nord Vietnam, Pham Van Dong, da cui ottenne sostegno e finanziamenti per il suo governo e rassicurazioni sulla tutela dell'indipendenza e dell’integrità territoriale della Cambogia.

Sul fronte interno venne repressa ogni forma di dissenso, l’unica forza politica abbastanza organizzata e forte che Sihanouk temeva erano i comunisti, che definì con tono dispregiativo Khmer rouge.

Nel 1966 provvide a mettere al bando i comunisti mentre dentro l’elite cambogia si andava aprendo una netta spaccatura tra il principe e le forze conservatrici, in cui ricoprivano un ruolo centrale i militari anticomunisti, come Lon Nol, influenzati dagli USA.

Il sistema di Sihanouk sembrava reggere nelle città, dove la borghesia cambogiana viveva in pace e serenità, di questo benessere era espressione il grande sviluppo della musica cambogiana, come dimostra il successo di Pan Ron, ma nelle campagne montava sempre di più il malcontento verso il governo per colpa della povertà estrema e della crisi economica esplosa nel Paese. Ciò rafforzò il movimento comunista dei Khmer rouge.

Le tensioni esplosero nel 1967 con la rivolta contro l’aumento del prezzo del riso di Battambang, repressa, con il consenso del principe nel frattempo in visita in Francia, da Lon Nol che in seguito promulgò la legge marziale.

Ciò aumentò ancora di più la forza dei comunisti, i quali, dal loro quartier generale nel Nord Est del paese, iniziarono, nel 1968, a scatenare le prime offensive contro il governo cambogiano.

Il Partito Comunista di Kampuchea nacque nel 1951 come costola del Partito Comunista Indocinese, sotto l’ala protettiva dei comunisti vietnamiti, e dagli anni sessanta combatté con le altre formazioni comuniste dell’Indocina nei vari conflitti che insanguinarono la regione.

Nel 1960 nacque anche il suo braccio armato, i Khmer rouge, sostenuti dall’esercito popolare vietnamita.

Con le purghe degli anni sessanta ad opera di Sihanouk venne spazzata via la vecchia leadership del partito, ciò favorì l’affermazione di nuovi dirigenti, su tutti Pol Pot.

Pol Pot, figlio di una famiglia di piccoli proprietari terrieri di Prek Sbauv avente dei legami con la corte reale, era tornato nel paese dopo aver studiato per qualche anno in Francia e, come altri suoi collaboratori, apprese dai comunisti francesi i rudimenti del marxismo-leninismo.

A questo si aggiunse un importante viaggio negli anni sessanta nella Cina della Rivoluzione Culturale, di cui apprezzava la radicalità.

L’ala del partito facente capo a Pol Pot spiccava anche per un acceso nazionalismo che inevitabilmente portò a delle frizioni con i comunisti vietnamiti.

Le prime mosse del Pol Pot leader furono tese verso uno smarcamento dalle influenze dell’ingombrante vicino, attuando purghe contro i membri vicini al Vietnam e portando ad un nuovo livello il conflitto con il governo di Phnom Penh, iniziando una lunga guerra civile, in un primo momento senza il consenso di Hanoi.

Le risposte di Sihanouk alla nuova situazione furono molto ragionate.

Sul fronte interno cercò di coinvolgere elementi di sinistra nel governo del paese, tra cui molti dirigenti della futura Kampuchea Democratica, mentre su quello estero riallacciò, su consiglio di Lon Nol, i rapporti diplomatici con gli USA.

Questa scelta venne attuata tenendo in considerazione il sostegno di Nord Vietnam e Cina alla guerriglia comunista nel paese ed ebbe come conseguenza un rafforzamento delle posizioni conservatrici, forti di un maggior sostegno economico e militare del gigante americano.

Nel 1968, con l’elezione di Nixon e l’attuazione della Dottrina Nixon, iniziarono i bombardamenti segreti, resi noti all’opinione pubblica americana nel 1973, sulla Cambogia per impedire il transito dei rifornimenti verso i Vietcong.

L’enorme quantitativo di bombe sganciato dai B-52 americani sulla piccola nazione indocinese rafforzarono ulteriormente i Khmer rouge di cui aumentò esponenzialmente il numero di combattenti.

Nel 1970, mentre Sihanouk era in visita in Francia, scoppiò una rivolta, foraggiata dai conservatori, a Phnom Penh contro i vietnamiti, andando a fondere la situazione turbolenta della regione ai vecchi rancori dei cambogiani nei confronti del Vietnam, il quale per molti secoli sfidò la Thailandia per controllare la Cambogia.

Lon Nol sfruttò la rivolta per portare a termine il suo golpe, spostando in questo modo il paese nettamente su posizione filo-USA ed anticomuniste, e proclamò la nascita della Repubblica Khmer.

Nei momenti di macabra euforia successiva al colpo di stato vennero massacrati numerosi esponenti della minoranza etnica vietnamita in tutto il paese, a cui fecero eco i sinistri proclami sciovinisti del dittatore khmer.

Sihanouk, in esilio in Cina, polarizzò immediatamente le sue posizioni, sostenendo apertamente tutti i movimenti comunisti in lotta in Indocina, compresi i Khmer rouge con cui fondò un'alleanza militare alla base del GRUNK, il governo cambogiano in esilio che aveva il principe come Primo Ministro e il comunista Khieu Samphan, amico di Pol Pot dai tempi degli studi parigini, come vice Primo Ministro.

La Cambogia era definitivamente entrata nello scenario dei conflitti indocinesi, diventando un nuovo terreno per lo scontro frontale tra Stati Uniti e Nord Vietnam, con rispettivi alleati.

Nonostante gli sforzi degli USA, tesi ad indebolire la forza della guerriglia comunista nel paese per rafforzare la posizione di Lon Nol e facilitare l’abbandono della nazione, i Khmer rouge avanzavano nelle campagne, sostenuti dall’esercito nordvietnamita e dalla popolazione locale.

Tra il 1972 e il 1975 si svolsero le ultime fasi del conflitto.

Gli Accordi di Parigi del 1973, i quali posero fine alla Guerra del Vietnam, portarono Lon Nol alla proclamazione di un cessate il fuoco unilaterale, ignorato completamente dai guerriglieri comunisti.

Ormai il dittatore cambogiano controllava solamente le principali città della Cambogia ed era sempre più dipendente dagli aiuti americani mentre i Khmer rouge, applicando le tattiche di guerriglia maoiste, accerchiavano dalla campagna le città.

Il 17 aprile 1975 Phnom Penh cadde, i guerriglieri entrarono in città accolti da una folla in festa, e con loro calava sul paese un'infernale cappa che avrebbe, in seguito, svelato la contorta natura delle idee di Pol Pot, di cui si conobbe la reale identità solamente dopo il crollo della Kampuchea Democratica, e dei suoi collaboratori.

Fonte