di Luciano Vasapollo
Ci sono momenti nei quali la storia smette di essere un esercizio accademico e diventa una domanda politica. Il XVIII vertice dei BRICS, che si riunirà il 12 e 13 settembre a Nuova Delhi, è uno di quei momenti. Perché oggi non basta più proclamare il multipolarismo: occorre dimostrare che esso è capace di difendere i popoli aggrediti dall’imperialismo.
La prima domanda ha un nome preciso: Cuba
Da oltre sessant’anni l’isola resiste al più lungo sistema di sanzioni economiche della storia contemporanea, che nel tempo è diventato sempre più crudele fino a rappresentare un vero e proprio genocidio. Infatti la nuova offensiva statunitense ha compiuto un salto di qualità.
L’amministrazione Trump, sostenuta dal segretario di Stato Marco Rubio, non si limita più a impedire il commercio diretto con L’Avana: pretende di imporre al mondo intero un blocco petrolifero extraterritoriale, minacciando ritorsioni contro chiunque venda combustibile a Cuba. È il tentativo di trasformare l’embargo in una legge universale, violando la sovranità degli Stati e il diritto internazionale.
Quando manca il carburante, non si fermano soltanto le automobili. Si fermano gli ospedali, le scuole, i trasporti pubblici, la produzione alimentare, la vita quotidiana di undici milioni di persone. Per questo i dirigenti cubani parlano di una politica di asfissia e molte organizzazioni internazionali la definiscono una forma di punizione collettiva incompatibile con i principi della Carta delle Nazioni Unite.
Il multipolarismo si misura con le petroliere
I BRICS rappresentano oggi quasi la metà del PIL mondiale e oltre la metà della popolazione del Pianeta. Cina, India, Russia, Brasile, Sudafrica e i nuovi membri dispongono di risorse energetiche immense. Se questa alleanza vuole davvero costruire un ordine internazionale alternativo, la domanda è semplice: perché Cuba continua a rimanere al buio?
Non servono soltanto comunicati finali che condannino le sanzioni. Servono decisioni politiche. Una missione energetica comune, una flotta commerciale protetta, accordi di pagamento in valute nazionali, assicurazioni condivise contro le ritorsioni occidentali. In altre parole, serve la capacità di trasformare la solidarietà in infrastruttura.
La Cina ha già dimostrato che un’altra strada è possibile inviando pannelli solari, alimenti e attrezzature senza condizioni. Come ha ricordato Miguel Díaz-Canel, non è carità: è giustizia. Ma la giustizia non può dipendere dalla generosità di un solo Paese. Deve diventare una scelta collettiva del Sud globale.
La lezione del Vietnam
Farruco Sesto ci invita a guardare verso il Vietnam, e la sua intuizione è preziosa. Per decenni il Vietnam è stato il simbolo della possibilità di sconfiggere il più potente esercito del Mondo. Le immagini degli elicotteri americani in fuga da Saigon appartengono alla memoria universale della liberazione, così come Playa Girón dimostra che anche Cuba seppe respingere l’invasione dell’impero.
Ma la grandezza del Vietnam non consiste soltanto nella vittoria militare. Consiste nell’aver saputo costruire la pace senza rinunciare alla propria sovranità. Hanoi ha aperto relazioni economiche con gli Stati Uniti senza trasformarsi in una colonia politica. Ha mantenuto radici salde e rami flessibili, secondo la celebre metafora della diplomazia vietnamita.
È una lezione importante anche per la sinistra occidentale: la sovranità non coincide con l’autarchia, e l’apertura al mondo non deve significare subordinazione all’impero.
Da Nuova Delhi deve partire un segnale
Il vertice dei BRICS non sarà giudicato dai documenti che approverà, ma dalle conseguenze concrete che produrrà.
Se da Nuova Delhi partirà un corridoio energetico capace di garantire petrolio a Cuba, il multipolarismo avrà compiuto un passo storico. Se invece prevarranno prudenza diplomatica e timore delle sanzioni statunitensi, allora il rischio è che i BRICS restino una straordinaria potenza economica priva del coraggio politico necessario.
Ho Chi Minh scriveva dal carcere: “Senza il freddo inverno e la sua desolazione, come potrebbe esistere la dolce primavera?”
La guerra economica e la resistenza dei popoli
Dentro questa lettura complessiva non possiamo eludere una realtà che ormai si impone con drammatica evidenza: esiste una guerra economica che, nel caso palestinese, assume i caratteri di una vera e propria strategia di distruzione delle condizioni materiali di sopravvivenza di un intero popolo.
Non siamo di fronte soltanto a sanzioni, embargo o pressione diplomatica. Quando vengono colpiti sistematicamente cibo, energia, infrastrutture, sanità, abitazioni e possibilità stessa di ricostruire una vita collettiva, la guerra economica diventa parte integrante di un progetto di annientamento. È una dimensione del genocidio che non può essere separata dalle bombe e dalle operazioni militari.
Ed è proprio qui che la questione iraniana assume un significato che va ben oltre il Medio Oriente. La resistenza dell’Iran dimostra che l’imperialismo statunitense, pur disponendo di una forza militare, finanziaria e tecnologica enorme, non è un potere onnipotente. Abel Prieto lo ha espresso con una formula che dovrebbe diventare una chiave di lettura dell’attuale fase storica: combattiamo contro un nemico molto potente, ma non onnipotente. ([Cuba en Resumen][1])
È una differenza decisiva. Perché se si considera l’impero imbattibile, la resistenza appare inutile; se invece si comprende che anche il potere imperiale ha contraddizioni, limiti e punti di rottura, allora la storia torna a essere nelle mani dei popoli.
L’Iran, in questo senso, rappresenta una delle dimostrazioni più importanti della fase attuale. Gli Stati Uniti possono esercitare una pressione enorme, possono imporre sanzioni, mobilitare alleati e utilizzare una superiorità militare straordinaria, ma non riescono automaticamente a trasformare questa superiorità in una vittoria politica.
La resistenza iraniana mette in discussione proprio il mito dell’invincibilità dell’impero. E questa è una questione ideologica prima ancora che militare: dimostra che l’ordine imperiale non è naturale, non è eterno e soprattutto non è imbattibile.
La storia ci offre un precedente ancora più potente: il Vietnam. Un popolo organizzato, sostenuto da una mobilitazione di massa e da una straordinaria capacità di resistenza politica, sociale e militare, riuscì a sconfiggere la più grande potenza della storia contemporanea.
Il Vietnam dimostrò che la sproporzione degli arsenali non determina necessariamente l’esito della storia. Oggi quel principio ritorna, in forme diverse, nella resistenza dei popoli che rifiutano di accettare la propria subordinazione.
Il Venezuela ha smarrito l’orizzonte di Chávez
Ed è qui che emerge una dolorosa questione: la deriva del Venezuela. Essere solidali con il popolo venezuelano non significa tacere davanti agli errori della sua classe dirigente. Al contrario, significa difendere l’eredità più autentica della Rivoluzione Bolivariana.
Hugo Chávez aveva immaginato un socialismo profondamente latinoamericano, radicato nel cristianesimo della liberazione, nell’umanesimo di José Martí, nell’internazionalismo di Fidel Castro. Non era un socialismo burocratico né un capitalismo con bandiera rossa. Era il progetto di una democrazia partecipativa fondata sulla dignità dei poveri.
Oggi, invece, assistiamo troppo spesso a un processo di normalizzazione che rischia di sacrificare quella tensione etica originaria. Crescono le diseguaglianze, avanzano logiche di mercato senza adeguati contrappesi popolari, mentre il linguaggio rivoluzionario viene talvolta utilizzato per giustificare pratiche sempre più lontane dall’ideale chavista.
La critica non nasce da destra. Nasce dentro la tradizione socialista e antimperialista. Perché tradire Chávez significa indebolire anche Cuba. Le due rivoluzioni sono sempre state sorelle: una non può salvarsi se l’altra perde la propria anima.
Venezuela: dalla resistenza alla capitolazione
È proprio attraverso questo confronto che diventa necessario essere molto più severi nel giudizio sul Venezuela. Non basta parlare di una semplice deviazione rispetto al socialismo cristiano e bolivariano. Qui siamo davanti, nella lettura proposta da questo editoriale, a una vera capitolazione politica e strategica: alla rinuncia progressiva all’autodeterminazione e all’accettazione di una condizione di dipendenza dagli interessi imperiali.
Il riferimento a Bolívar non è ornamentale. Il cuore del bolivarismo è l’indipendenza, la sovranità, l’unità latinoamericana, il rifiuto di ogni forma di subordinazione a una potenza straniera. Per questo la questione venezuelana non può essere ridotta a una disputa interna alla sinistra o a una diversa interpretazione del socialismo.
Se un processo politico che si era presentato come parte della resistenza latinoamericana finisce per accettare una crescente ingerenza degli Stati Uniti e rapporti con Israele, allora occorre avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.
Il punto diventa ancora più doloroso quando questa scelta viene confrontata con la storia della solidarietà tra Venezuela e Cuba. Cuba ha pagato un prezzo enorme per la solidarietà internazionalista e per la difesa dei processi latinoamericani, mettendo a disposizione medici, insegnanti, tecnici e uomini impegnati nelle missioni internazionaliste.
Per questo la prospettiva di una Venezuela che non garantisca alla sua alleata storica le risorse energetiche necessarie mentre accetta rapporti con potenze considerate responsabili di politiche di aggressione rappresenta una contraddizione politica che non può essere nascosta dietro formule diplomatiche.
La differenza, dunque, non è soltanto tra governi. È tra modelli di comportamento storico. Cuba resiste. L’Iran resiste. Il Vietnam ha resistito fino alla vittoria. Al contrario, quando un governo rinuncia progressivamente alla propria sovranità e accetta di diventare terreno di mediazione degli interessi delle potenze dominanti, non siamo più davanti a una strategia di resistenza, ma a una capitolazione. E la sinistra non dovrebbe avere paura a dirlo.
BRICS e fronte antimperialista
In questo quadro acquista un significato particolare anche la crescita dei BRICS. Non dobbiamo trasformarli in ciò che non sono: i BRICS non costituiscono un blocco socialista e al loro interno convivono sistemi politici, economici e sociali profondamente differenti.
Ma rappresentano comunque una possibile infrastruttura geopolitica alternativa all’unipolarismo statunitense e, soprattutto, la possibilità concreta di mettere in discussione il monopolio politico, finanziario e commerciale dell’Occidente.
La questione riguarda anche l’Europa. Non possiamo continuare a parlare dell’imperialismo statunitense come se l’Unione Europea fosse un soggetto estraneo ai processi di guerra e riarmo. La Russia sta affrontando un conflitto nel quale l’Unione Europea, e in particolare le grandi potenze europee, hanno assunto un ruolo centrale attraverso finanziamenti, forniture militari e sostegno politico all’Ucraina.
La guerra è inserita nella più ampia strategia della NATO e l’Europa non può essere rappresentata semplicemente come vittima passiva delle decisioni di Washington.
Di fronte a questa offensiva, la questione decisiva diventa allora quella dell’organizzazione popolare. Laddove il partito rivoluzionario mantiene un rapporto reale con le masse, non come apparato separato ma come strumento politico dentro le masse e per le masse, la capacità di resistenza appare maggiore. È una delle ragioni per cui Cuba, Cina e Vietnam continuano a rappresentare esperienze differenti ma fondamentali nella discussione sul futuro del socialismo.
Ed è qui che il Vietnam torna nel nostro ragionamento, non soltanto come pagina gloriosa del passato, ma come esperienza ancora presente. La sua storia ci ricorda che l’autodeterminazione non viene concessa dall’impero: viene conquistata attraverso organizzazione, coscienza politica, capacità di mobilitazione e costruzione di rapporti internazionali alternativi.
Da una parte, dunque, abbiamo la resistenza dei popoli e degli Stati che difendono la propria sovranità; dall’altra, un fronte sempre più articolato di potenze che, attraverso i BRICS, può contribuire a costruire un ordine internazionale meno dipendente dal centro imperialista occidentale. Non è ancora il socialismo, e sarebbe un errore chiamarlo così. È però una frattura dentro l’ordine unipolare.
E proprio questa frattura apre lo spazio politico nel quale Cuba, Iran e Vietnam possono essere letti insieme: esperienze diverse, storie diverse, modelli diversi, ma accomunate dall’idea che la sovranità non sia negoziabile e che un popolo possa resistere anche quando davanti ha un nemico immensamente più forte.
È questa la lezione che l’imperialismo vorrebbe cancellare: non è necessario essere più forti dell’avversario per impedirgli di vincere. È sufficiente che un popolo non accetti di essere sconfitto.
Cuba vive oggi il suo inverno più duro. Il compito dei BRICS è dimostrare che la primavera multipolare non è soltanto una promessa, ma una responsabilità condivisa. E il Venezuela, per essere davvero fedele a Chávez e a Fidel, deve ritrovare quella dimensione etica, popolare e cristiana del socialismo che fece della solidarietà internazionale la sua ragione più profonda. Perché un mondo nuovo non si costruisce con gli slogan, ma con il coraggio di rompere l’assedio contro chi resiste.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
07/09/2026
I BRICS davanti alla prova della storia
02/11/2025
Goodbye Hanoi - Gli USA stanno riperdendo il Vietnam
Fino a qualche anno fa sembrava che tra Stati Uniti e Vietnam potesse consolidarsi un futuro diplomatico così promettente da offuscare i legami tradizionalmente privilegiati di Hanoi con due dei principali rivali di Washington, cioè Cina e Russia.
Tra il 2009 e il 2017 ci aveva pensato Barack Obama ad avviare un serio processo di avvicinamento diplomatico tra le parti, inserendo la nazione del Sud Est Asiatico nel pivot to Asia, la strategia statunitense volta a spostare il baricentro della politica estera Usa verso l’Asia-Pacifico al fine di bilanciare la crescente influenza di Pechino nella regione.
Nel 2013, Stati Uniti e Vietnam siglarono una Comprehensive Partnership, ossia un passo ufficiale verso relazioni stabili e multilivello, dopo decenni di diffidenza post-bellica, mentre tre anni più tardi lo stesso Obama visitò Hanoi e Ho Chi Minh City annunciando la rimozione completa dell’embargo sulle armi.
La diplomazia del bambù del VietnamL’avvicinamento si sarebbe intensificato ulteriormente sia sotto la prima presidenza di Donald Trump che durante quella di Joe Biden. E ancora: soltanto due anni fa sembrava che il Vietnam fosse a un passo dall’acquisto di una decina di aerei da trasporto militare C-130 dagli Usa. La notizia generò clamore ma non avrebbe avuto seguito. Già, perché alla fine Hanoi ha intensificato gli acquisti di equipaggiamento militare russo e rafforzato i rapporti economici con la Cina.
Anche se gli Stati Uniti sono rimasti sorpresi dalla doppia mossa di Hanoi, la verità è che il governo vietnamita segue una strategia diplomatica ben precisa: quella, cosiddetta, del bambù. Il termine descrive il modus operandi pragmatico del Paese: radici salde nei valori ideologici e nella difesa dello Stato socialista, ma steli e rami flessibili per adattarsi alle diverse situazioni internazionali.
In campo militare, a completare il quadro, il Vietnam applica i “quattro no”: nessuna alleanza militare formale, nessuna base straniera sul territorio, nessuno schieramento contro un altro Paese e nessun ricorso alla forza per risolvere dispute internazionali.
A tutto questo, bisogna poi aggiungere l’atteggiamento di Trump, per niente interessato – a quanto pare – a tessere relazioni più amichevoli con i membri dell’Asean, visto che il presidente statunitense ha travolto la regione con i suoi dazi commerciali, spingendo molteplici governi ad avvicinarsi a Pechino nel tentativo di attutire le conseguenze delle tariffe Usa.
Gli errori di TrumpForse Trump, nell’affrontare le questioni asiatiche, dovrebbe accantonare l’approccio da giocatore di poker. Il Vietnam, nel caso specifico, non intende infatti essere una scommessa né tanto meno un attore passivo. Al contrario, Hanoi sta dimostrando di avere il potenziale per ritagliarsi uno spazio d’azione internazionale sempre più indipendente e in linea con il mondo multipolare.
Sia chiaro: il governo vietnamita è ben felice di mantenere buoni rapporti con Washington ma, allo stesso tempo, non intende affatto chiudere (o allentare) quelli con nessun altro per compiacere Trump. Il New York Times sostiene addirittura che in Vietnam sia cresciuta a dismisura l’esasperazione nei confronti degli Stati Uniti.
I motivi sono da ricercare negli ultimi avvenimenti decisi dall’amministrazione Trump: eliminazione degli aiuti statunitensi per l’energia pulita e per la prevenzione dell’Hiv; tariffe doganali in rialzo; indifferenza alle richieste di un incontro tra i leader per risolvere la pratica dazi; e, ciliegina sulla torta, la nuova tassa sulle importazioni Usa di mobili (e prodotti in legno) Made in Vietnam, uno dei settori prioritari per la crescita del Paese asiatico.
Nel frattempo diversi partner Usa in Asia – dal Giappone alla Corea del Sud, passando per l’Australia – temono che Trump stia perdendo Hanoi...
18/08/2025
La campagna a sostegno di Cuba in Vietnam raggiunge l’obiettivo in sole 30 ore
Questa è una chiara dimostrazione della solidarietà speciale, lealtà e fermezza del popolo vietnamita nei confronti del popolo cubano e, allo stesso tempo, una risorsa preziosa che aiuterà il paese a superare le difficoltà, stabilizzare la propria vita e continuare a svilupparsi, ha sottolineato il presidente della Croce Rossa vietnamita, Nguyen Hai Anh.
In un messaggio diffuso attraverso il servizio nazionale di messaggistica istantanea multipiattaforma Zalo, Hai Anh ha sottolineato che “questi nobili gesti non hanno solo valore materiale, ma irradiano anche valore spirituale, contribuendo a promuovere il simbolo immortale della solidarietà tra Vietnam e Cuba in ogni circostanza”.
Il presidente della Croce Rossa Vietnamita, l’organizzazione designata dal Partito Comunista (PCV), dallo Stato e dal Fronte Patriottico del Vietnam per guidare la campagna, ha ringraziato tutti coloro che finora hanno “accompagnato, condiviso e inviato il loro sostegno incondizionato al popolo cubano”.
Hain Anh ha inoltre sottolineato che, come annunciato il giorno prima al momento del lancio, il programma di raccolta fondi si estenderà per i 65 giorni previsti, fino al 16 ottobre.
La campagna, che si svolge durante l’Anno dell’Amicizia tra Vietnam e Cuba e nel contesto della commemorazione del sessantacinquesimo anniversario dell’instaurazione delle relazioni diplomatiche tra i due paesi, ha ottenuto anche un’ampia e immediata ripercussione sui social media.
Fonte
31/07/2025
Crolla il prezzo del caffè alla borsa di NY. Le conseguenze sui piccoli produttori
A febbraio 2025, i prezzi del caffè hanno registrato un forte aumento alla borsa di New York, arrivando a un incremento del 140% rispetto all’anno precedente, poiché si prevedevano siccità in Brasile e Vietnam con conseguente calo della produzione. I produttori locali si sono affrettati ad acquistare macchinari più sofisticati e a migliorare i livelli di produzione, a volte indebitandosi, con la speranza di maggiori guadagni.
Alla fine, le perdite previste non si sono verificate e, di conseguenza, a luglio il prezzo del caffè alla borsa di New York è sceso da 4,30 a 2,90 dollari per libbra. Un crollo forte, alimentato dalla speculazione selvaggia, che ha ridotto drasticamente i guadagni dei piccoli produttori.
La varietà robusta, di qualità inferiore e usata per la produzione di caffè solubile, per la prima volta nel marzo 2025 ha raggiunto il prezzo dell’arabica in borsa. In un contesto di grande incertezza, come possono sopravvivere i piccoli produttori locali?
Ho intervistato Fernando Celis Callejas, consigliere generale della Coordinadora Nacional de Organizaciones Cafetaleras, originario del comune di San Rafael, Veracruz in Messico.
Scoppia la bolla speculativa
«Le prime notizie che abbiamo ricevuto parlavano di siccità in Vietnam che avrebbe colpito il raccolto 2024-25. Dopo la fioritura in Brasile, si prevedeva siccità a partire da ottobre. Poiché si aspettava una scarsità di caffè, il prezzo è salito ulteriormente.
Anche dal Vietnam arrivavano previsioni di condizioni climatiche avverse per il raccolto 2025-26, e tutti i prezzi del caffè sono saliti in borsa fino a 4,40 dollari per libbra, per poi chiudere a 4,30», riassume Celis.
In effetti, il prezzo del caffè ha toccato il massimo storico a febbraio di quest’anno, il più alto degli ultimi 50 anni, suscitando preoccupazione tra molti esperti per la sua volatilità e per le condizioni precarie e instabili dei piccoli produttori. La comunità di coltivatori di caffè di Veracruz, in Messico, è abituata alle pratiche speculative che contraddistinguono questo mercato, e temeva un calo. Inoltre, i produttori locali riportano che le grandi aziende acquirenti, con l’aumento del prezzo del caffè, hanno visto salire i costi operativi, finanziari e di stoccaggio, motivo per cui hanno ridotto i pagamenti ai coltivatori da 20,50 pesos messicani al chilo di drupe (frutti della pianta del caffé) a 18 pesos.
«Alla fine, in Brasile è piovuto e in Vietnam si è fatto uso di più irrigazione e fertilizzanti, e la produzione ora è persino superiore al ciclo precedente. Probabilmente le informazioni diffuse da Brasile e Vietnam non erano del tutto veritiere, hanno esagerato riguardo alla siccità, e gli speculatori ne hanno approfittato», spiega Celis.
È noto infatti che nel mercato del caffè vi siano forti pratiche speculative, che aumentano la volatilità dei prezzi, causando picchi ben superiori alle reali dinamiche di domanda e offerta. Le principali organizzazioni acquirenti (Nestlé, Kraft, Procter & Gamble e Sara Lee) controllano circa il 50% della produzione mondiale e hanno una grande influenza sui prezzi. Piccole variazioni nei loro acquisti possono provocare forti oscillazioni.
Nei mercati del caffè, la speculazione ha inizialmente gonfiato artificialmente i prezzi, a causa della paura di perdite per fenomeni climatici, dinamiche geopolitiche e logistiche. Secondo Índice Político e un report di Hedge Point Global Markets, oltre il 30% dei contratti futuri sull’arabica a New York sono in mano a investitori non commerciali. Fondi d’investimento e grandi trader hanno sfruttato l’incertezza e le previsioni di scarsità per speculare. I piccoli produttori, fiduciosi in un mantenimento dei prezzi alti, si sono indebitati per aumentare la produzione, finché la bolla è esplosa e i prezzi sono crollati bruscamente.
«Con un aumento della produzione del 2%, il calo dei prezzi è incredibilmente grande. Alcuni dicono che è dovuto all’aumento della produzione di robusta», afferma Celis. Il robusta è una varietà più resistente e meno costosa, usata soprattutto per il caffè solubile, mentre l’arabica è più pregiata, delicata da coltivare e raccolta a mano.
Il pagamento medio ai produttori nazionali è sceso a 16 pesos messicani per chilo di drupe, quando date le condizioni si sarebbe dovuto pagare almeno 24 pesos. Una differenza di 8 pesos (circa 50 centesimi di euro)», lamenta Celis.
Celis denuncia un “abuso commerciale senza precedenti” da parte delle multinazionali come AMSA, La Laja, Merino, Aresca, California e Tomari, principali acquirenti di Nestlé. Per questo, è stata chiesta al Ministero dell’Economia e alla Segreteria dell’Agricoltura un’indagine approfondita, con sanzioni per i responsabili e misure di risarcimento per i produttori.
Il robusta si avvicina al prezzo dell’arabica
A marzo, il prezzo del robusta (cosí come la domanda) ha raggiunto il livello più alto degli ultimi 30 anni. Le cause, secondo Sahra Nguyen e Ryan Delany, sono:
– minimo storico della produzione a gennaio 2024 (2.996 lotti);
– aumento della domanda di robusta di alta qualità;
– crescita della popolarità delle miscele.
«L’aumento del robusta, molto economico, ha trascinato l’arabica. Ora la discesa del robusta trascina anche quella dell’arabica. Il Brasile ha esportato in Vietnam il 54% in più di caffè da inizio anno a giugno rispetto all’anno scorso, e il prezzo è sceso a 160 dollari al sacco (unità da 60 kg). A novembre, potrebbe scendere sotto i 100 dollari», spiega Celis. Questo porta a un peggioramento della qualità, poiché i prezzi incentivano la produzione di robusta.
Considerando le condizioni climatiche, il Coffee Report dell’USDA prevede che il raccolto combinato di arabica e robusta del Brasile aumenti fino a 65 milioni di sacchi nel ciclo 2025/26.
Si prevede che il raccolto di robusta aumenti di 3,1 milioni di sacchi e raggiunga la cifra record di 24,1 milioni, grazie al buon volume di pioggia che ha contribuito allo sviluppo delle drupe nei principali stati produttori del paese, Espíritu Santo e Bahia.
Si prevede invece che la produzione di arabica diminuisca di 2,8 milioni di sacchi, arrivando a 40,9 milioni, poiché la siccità e le alte temperature negli stati di Minas Gerais e São Paulo, in Brasile, hanno influito negativamente sulla fioritura, sull’attecchimento e sullo sviluppo delle drupe.
Le esportazioni del Brasile dovrebbero diminuire, poiché i prezzi elevati scoraggiano i paesi importatori dal ricostituire le scorte. Di conseguenza, si prevede che le scorte finali aumentino di 1 milione di sacchi, fino a 1,7 milioni, dopo il forte calo registrato l’anno scorso.
In Colombia si stima che la produzione cali di 700 mila sacchi, arrivando a 12,5 milioni, a causa delle piogge eccessive e della nuvolosità, che hanno ostacolato il periodo di fioritura e ridotto i rendimenti. Anche se queste condizioni hanno favorito la proliferazione della ruggine del caffè, un fungo che distrugge le coltivazioni, i tassi generali di rilevamento sono stati relativamente bassi grazie all’ampia presenza di varietà resistenti. Si prevede che le esportazioni di caffè in grani, principalmente verso Stati Uniti e Unione Europea, diminuiscano di 500 mila sacchi, fino a 10,7 milioni, a causa della riduzione della produzione.
Si prevede che la produzione dell’Indonesia aumenti di 550 mila sacchi, fino a 11,3 milioni. La produzione di robusta potrebbe raggiungere i 9,8 milioni di sacchi, grazie alle condizioni favorevoli nelle zone pianeggianti di Sumatra meridionale e Giava, dove si coltiva circa il 75% del caffè del paese. Anche la produzione di arabica dovrebbe aumentare leggermente, fino a 1,5 milioni di sacchi. Si prevede che l’elevata produzione favorisca l’aumento delle esportazioni di chicchi di caffè di 400 mila sacchi, fino a 6,5 milioni.
L’Etiopia potrebbe aumentare la propria produzione di 900 mila sacchi, raggiungendo la cifra record di 11,6 milioni di sacchi. La crescita degli ultimi tre anni è stata sostenuta dalla recente sostituzione di oltre la metà delle superfici coltivate con varietà di caffè ad alto rendimento. Inoltre, i coltivatori sono stati incoraggiati a migliorare i rendimenti attraverso la potatura dopo il raccolto. Si prevede che le esportazioni di caffè in grani aumentino di 800 mila sacchi, fino a 7,8 milioni, grazie all’aumento dell’offerta.
La produzione dell’America Centrale e del Messico aumenterà di 300 mila sacchi, fino a 17,7 milioni. Fatta eccezione per un modesto calo in Costa Rica, si prevedono leggeri aumenti in tutta la regione.
«Globalmente la produzione di robusta è ancora inferiore, ma la domanda è in forte aumento. Tra pochi anni supererà quella dell’arabica», conclude Celis.
L’influenza delle grandi aziende del caffè
«Il robusta è più attraente per la grande industria del solubile. In Messico non c'è un censimento proprio della produzione, ma l’organismo del CIAT fa un censimento ogni anno, secondo il quale si prevede una produzione di 3,9 milioni di sacchi per il prossimo ciclo. Del totale, poco più del 50% è destinato al consumo nazionale, e il 65% del consumo interno è di caffè solubile, cosa che non accade in altri paesi produttori. È un’eredità del controllo che aveva Nestlé, con il suo Nescafé, che è arrivato a rappresentare l’80% del consumo nazionale fino ad allora. Ora Nestlé gestisce il 60% del consumo nazionale di caffè e importa 1,8 milioni di sacchi», spiega Fernando Celis.
«La forza della presunta competitività di Nestlé sono i suoi prezzi molto accessibili. Del caffè solubile che si vende in barattoli da 1 kg, 2 kg o 5 kg, si utilizzano 2 grammi per una tazza. Il prezzo di una tazza è quindi di circa 80 centesimi di peso (circa 0,04 centesimi di euro). In un caffè, invece, una tazza di americano non costa meno di 25 pesos (poco più di un euro). Inoltre, ora Nestlé vende caffè cappuccino in bustine singole che costano 6 pesos (circa 25 centesimi di euro). Guardando gli ingredienti, risulta che contengono dal 5 al 7% di caffè solubile robusta importato, e non hanno latte in polvere, ma una miscela di polvere di farina di mais giallo importato e olio idrogenato di palma di cocco africano», continua l’esperto.
Celis afferma che è quasi impossibile competere con grandi aziende del caffè come Nestlé, a causa dei suoi prezzi molto bassi. La società ha annunciato all’inizio di quest’anno un investimento di 1 miliardo di dollari in Messico in progetti produttivi per il triennio 2025-2027, tra cui prevede di raddoppiare l’estensione della sua sede di produzione di caffè a Veracruz. Secondo l’USDA, durante questo ciclo le esportazioni di caffè solubile verso gli Stati Uniti aumenteranno di più di 400.000 sacchi, causando una possibile riduzione del prezzo e rendendo l’affare ancora più redditizio.
«Nestlé ha molti privilegi in Messico e ha una grande tecnologia: ha i suoi stabilimenti e si occupa di tutto il processo di produzione. In Messico ha il più grande stabilimento industriale a livello mondiale, perché il governo messicano le ha dato molte agevolazioni. Per esempio, una settimana dopo che l’ex presidente López Obrador è entrato in carica, Nestlé stava già offrendo un investimento in un nuovo stabilimento a Veracruz. Tuttavia, l’ex presidente non ha mai voluto incontrarsi con noi della Coordinadora Nacional de Organizaciones Cafetaleras», racconta Celis.
Vale la pena menzionare che negli anni passati Nestlé non ha aumentato la produzione di caffè solubile in Messico, probabilmente a causa del costo più alto della manodopera in Messico rispetto ad altri paesi produttori come Vietnam e Uganda.
«Nestlé ha costruito un potere non solo economico, ma politico, di influenza nel governo. Può persino nominare funzionari, come il responsabile della Segreteria dell’Agricoltura, Santiago Argüello Campos», denuncia Fernando Celis, «che è anche responsabile dei programmi di caffè certificato in Agroindustrias Unidas, o AMSA, una delle più grandi multinazionali acquirenti di caffè a livello mondiale e in Messico, insieme a Nestlé e alla tedesca NKG, Neumann Kaffee Gruppe. Le tre dominano l’80% della commercializzazione del caffè messicano, sia quello che viene esportato sia quello destinato al consumo interno, e quindi pongono le condizioni di acquisto. Non pagano per la qualità, ma per il rendimento».
A questo proposito, il rapporto “Explotación y opacidad: la realidad oculta del café mexicano en las cadenas de suministro de Nestlé y Starbucks” afferma che «La transizione di Argüello da CI (Conservation International, ONG statunitense) a ECOM (ECOM Trading, multinazionale del caffè con sede in Svizzera), e poi a un incarico federale è un caso di “porte girevoli”, che mette in evidenza un possibile conflitto di interesse o influenze indebite nel processo di certificazione di Starbucks e CI, così come nei processi regolatori di ECOM – che tramite AMSA è il maggiore fornitore di Nestlé in Messico».
La lotta dei produttori locali a Veracruz
Il conflitto tra i produttori locali di caffè di Veracruz e le grandi multinazionali del caffè è una disputa che dura da anni.
Nel luglio del 2022, pochi giorni dopo l’inaugurazione dello stabilimento di produzione della Nestlé nella regione, i produttori di caffè di tutto Veracruz emisero un comunicato intitolato: “Stop ai privilegi per la Nestlé e rispetto per le organizzazioni dei produttori”, in cui sottolinearono che Nestlé “compete in modo sleale e manipola il caffè messicano nel consumo nazionale. Nestlé e i suoi acquirenti dominano la commercializzazione del caffè messicano, in uno schema che danneggia i produttori”, poiché diminuiscono notevolmente la qualità durante il processo produttivo e si rifiutano di effettuare un pagamento equo ai produttori per il caffè di qualità superiore, con il risultato che il caffè messicano viene esportato a un prezzo inferiore rispetto ad altri paesi.
Il 24 gennaio dello stesso anno, il presidente del Consiglio Regionale del Caffè di Coatepec, Cirio Ruiz González, guidò una protesta nel centro di Ixhuatlán del Café, insieme a decine di altri colleghi, perché AMSA aveva deciso di ridurre il pagamento per il caffè ai produttori da 16 pesos al chilo a 11 pesos.
Lo stesso giorno si verificò un piccolo incendio nelle strutture di AMSA nella regione e l’azienda denunciò i produttori di caffè come responsabili. Cinque di loro, incluso Cirio, furono arrestati arbitrariamente. Dopo un mese e due giorni di carcere, Minervo Cantor Peña, Cirio Ruiz González e Abraham Cabal Pulido riacquistarono la loro libertà, mentre Crisanto Valiente Miramón e Viridiana Bretón (ex presidente municipale di Ixhuatlán del Café) furono liberati solo il 7 ottobre 2023, quasi due anni dopo.
Solo a fine aprile di quest’anno, dopo un lungo iter di denunce, appelli e ricorsi, si giunse a una risoluzione del conflitto, e AMSA decise di rinunciare a continuare le accuse di danni e altri procedimenti correlati. Fernando Celis commenta che da allora la partecipazione dei piccoli produttori alle manifestazioni è diminuita notevolmente, probabilmente per la paura di repressione e punizione da parte delle grandi aziende.
Il 14 luglio si è registrato un leggero aumento a 3,01 dollari nel prezzo dell’arabica, dovuto all’imposizione di dazi da parte del governo degli Stati Uniti per il Brasile. «Il 50% è alto, un vero abuso», denuncia Celis. Per la Colombia i dazi sono aumentati al 25% e per il Messico al 30%. Per il Vietnam e l’Indonesia sono elevati. «Se già c’era una forte distorsione nei prezzi del caffè a causa del funzionamento eccessivo della Borsa, i dazi, se mantenuti, genereranno un altro grande problema», spiega l’esperto, ma non è ancora stata raggiunta una negoziazione definitiva.
Da parte sua, AMECAFE e il Sistema Producto Café di Veracruz si sono riuniti il 18 luglio a Córdoba, Veracruz, per trattare il tema dell’istituzione della Legge sul Caffè, fortemente sostenuta dai produttori di caffè della zona. La Legge prevede la creazione di una commissione nazionale per lo sviluppo della coltivazione di caffè, ed uno spazio di concertazione tra governo, produttori e grandi acquirenti dove possano essere stabiliti i prezzi di riferimento, tema di fondamentale importanza affinché le comunità di produttori possano ricevere un pagamento giusto.
Tuttavia, la Ley del Café è attualmente bloccata alla Camera dei Deputati, poiché, sebbene la Camera dei Senatori abbia approvato il disegno di legge all’unanimità, la Segreteria dell’Economia richiede che vengano effettuate diverse modifiche alla Legge.
Il deputato Adrián González, uno dei principali sostenitori della Legge, in intervista si dichiara fiducioso che venga rispettato l’impegno preso dalla Camera per proseguire con il disegno di legge, al fine di promulgare la Ley a settembre di quest’anno, durante il prossimo periodo ordinario di sessioni.
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30/04/2025
Il 30 aprile 1975 il Vietnam è finalmente libero
Il 30 aprile 1975 il Vietnam è libero e indipendente. Esattamente 50 anni fa gli elicotteri Usa si alzavano in volo per portare via gli ultimi americani da Saigon, mentre le truppe nordvietnamite entravano nella città che sarebbe stata ribattezzata Ho Chi Min City. La guerra contro gli “imperialisti occidentali” era finalmente terminata. Ed era stata vinta. Dopo la Francia, infatti, anche gli Stati Uniti salutavano il Vietnam, un Paese diviso nel 1954 al termine della Prima Guerra d’Indocina (1946-1954) tra le forze coloniali francesi e i vietnamiti guidati da Ho Chi Minh, e che di lì a poco sarebbe stato riunificato sotto il nome di Repubblica Socialista del Vietnam con capitale Hanoi.
Saigon, che fino a pochi anni prima deteneva il ruolo consolidato di capitale del Vietnam non comunista, era appena entrata in una nuova era. Generali, soldati, politici e funzionari pubblici che avevano sempre dettato legge in città erano evaporati come neve al sole. I nordvietnamiti erano pronti a riconquistare questo centro urbano anche a costo di combattere isolato per isolato.
Non ce ne sarebbe stato bisogno perché i combattimenti tra le forze comuniste e le ultime difese del Vietnam del Sud si consumarono fuori dalla città. E poi perché l’ultimo presidente sudvietnamita, il generale Duong Van Minh, aveva ordinato all’esercito di deporre le armi.
La vittoria sui francesi
Dal 1975 in poi ogni 30 aprile in Vietnam si festeggia un doppio anniversario: quello della Liberazione del Sud e quello della Riunificazione Nazionale, ovvero una delle tappe più significative della storia moderna vietnamita. Per capire cosa era appena accaduto in questo Paese del Sud Est asiatico bisogna tornare indietro nel tempo.
La Francia colonizzò l’intera regione dell’Indocina (Vietnam, Laos, Cambogia) tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento. Nel 1940, con Parigi alle prese con l’occupazione nazista in Europa, il Giappone invase l’Indocina francese, lasciando formalmente al potere l’amministrazione coloniale europea. Nel frattempo emersero diversi movimenti di resistenza locali, compreso il Viet Minh, la Lega per l’indipendenza del Vietnam, un movimento comunista e nazionalista per liberare il Vietnam fondato da Ho Chi Minh.
Con la sconfitta del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale, il Viet Minh prese il controllo di Hanoi e il 2 settembre 1945, Ho Chi Minh proclamò l’indipendenza del Vietnam. La Francia non accettò l’indipendenza e cercò di riprendere il controllo del Paese. Seguirono otto anni di guerra e la clamorosa sconfitta di una potenza coloniale europea da parte di un esercito di liberazione asiatico.
La liberazione del Vietnam
Dopo la sconfitta francese nella battaglia di Dien Bien Phu vennero firmati gli Accordi di Ginevra. Il Vietnam veniva diviso temporaneamente lungo il 17esimo parallelo nel Vietnam del Nord (controllato dal Viet Minh comunista) e nel Vietnam del Sud (con un Governo anti comunista sostenuto da Francia e Stati Uniti). Nel 1956 si sarebbero dovute tenere elezioni nazionali per riunificare il Paese ma non successe niente del genere, in primis per l’opposizione del Sud (soprattutto statunitense) che temeva una schiacciante vittoria comunista.
Risultato: il sentimento anti occidentale crebbe fino ad arrivare alla guerra aperta tra il Vietnam del Nord e quello del Sud, ormai appoggiato dagli Usa, di fatto subentrati ai francesi e desiderosi di contenere l’espansione del comunismo in Asia. Washington avrebbe tuttavia miseramente fallito, così come anni prima avevano fallito i francesi. Il conflitto fu durissimo ma sfiancante. Nel 1973 gli Stati Uniti firmarono gli Accordi di Parigi con il Vietnam del Nord: gli americani si sarebbero ritirati in cambio di un cessate il fuoco e del ritorno dei prigionieri di guerra. Tuttavia, il conflitto continuò tra Nord e Sud Vietnam fino al 1975.
“I comunisti governavano ancora di fatto gran parte delle campagne e si erano infiltrati a ogni livello del Governo sudvietnamita, dal palazzo presidenziale in giù. Furono i soldi americani, non la lealtà, a guidare lo sforzo bellico sudvietnamita. Senza alcuna prospettiva di aiuto americano, l’esercito sudvietnamita crollò nella primavera del 1975”, scriveva il Time ricordando quegli anni. Il 30 aprile del 1975 Saigon cadde definitivamente. E il Vietnam si scopriva libero da ogni ingerenza occidentale.
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11/07/2023
Il socialismo nel XXI secolo
Cos’è il socialismo oggi?
A più di 100 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre (1917) e più di 150 dalla Comune di Parigi (1871), cosa rimane del socialismo? L’onda lunga della Rivoluzione d’Ottobre è senz’altro finita, eppure… Eppure Cuba, Cina, Vietnam, Laos e (a suo modo) Corea del Nord continuano a dichiararsi socialisti (e questi Paesi contano una popolazione di oltre 1,5 miliardi di persone). In Sud America l’ALBA (Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America) raccoglie una decina di Paesi in un’alleanza di stampo socialista (Cuba, Venezuela, Nicaragua, Bolivia, Antigua e Barbuda, Dominica, Grenada, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine, più altri Stati ospiti e osservatori anche non sud-americani). Infine, nel resto del mondo partiti socialisti o comunisti partecipano alle elezioni, spesso esprimendo maggioranze di governo.
Alberto Gabriele ed Elias Jabbour provano ad analizzare cosa sia il socialismo nel mondo contemporaneo, esaminando affinità e divergenze con le esperienze di socialismo del secolo passato e riprendendo il discorso iniziato da Gabriele (2020)[1]. Infatti, con il crollo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS) il modello socialista novecentesco è fondamentalmente venuto a cadere, rimanendo in vigore solamente nell’isola di Cuba. L’economia di questo Paese caraibico è però abbastanza debole, in gran parte a causa del “bloqueo”, un pesantissimo embargo imposto dagli USA e dai suoi alleati.
Il libro è diviso in 3 parti:
1) Capitalism and socialism as modes of production;
2) China’s journey from the early agricultural reforms to the New Projectment Economics;
3) The other two members of the new class of SEF: Vietnam and Laos.
Nella prima parte si discute di cosa distingua il socialismo dal capitalismo e soprattutto di come operare questa distinzione da un punto di vista attuale e utile al mondo di oggi e non prettamente filosofico. Nella seconda i due autori analizzano l’economia cinese, mentre nella terza approfondiscono il sistema economico-sociale di Vietnam e Laos.
Perno centrale del libro è proprio la definizione (attuale) del concetto di “socialismo”. Nessun governo comunemente inteso come socialista ha mai affermato di aver realizzato compiutamente e completamente il “socialismo”, men che meno il “comunismo”[2]. Ognuna di queste esperienze politico-sociali ha invece tentato di costruire, a suo modo, una strada verso il socialismo. Riprendendo la distinzione di Lenin (1917), il comunismo è la fase finale della società socialista, in cui lo Stato si estingue e la democrazia è realmente completa. D’altra parte nel Capitale Marx afferma che in una società capitalista il modo di produzione capitalista è quello dominante, non l’unico. Tutt’altro. Per Marx (1894) infatti nella società capitalista esistono residui del modo di produzione feudale, nonché i primi segni del modo di produzione socialista in via di affermazione.
Tenendo conto di queste assunzioni si può iniziare a ragionare in maniera non dicotomica – socialismo / capitalismo– ma più complessa, cercando di definire il grado di socialismo di un sistema economico-sociale. Un’economia insomma in parte socialista, ma con ancora dei residui rilevanti di capitalismo o, per usare le parole più precise di Gabriele e Jabbour, un’economia orientata al socialismo[3], prendendo il socialismo come un orizzonte da raggiungere, non qualcosa di già ottenuto e consolidato.
A questo proposito Gabriele e Jabbour individuano nella Cina, nel Vietnam (e forse nel Laos) degli esempi di Paesi in via di sviluppo con economie di mercato pianificato orientate al socialismo, definendo quest’ultimo termine nel modo seguente:
“Un’economia di mercato a orientamento socialista è un sistema socio-economico nazionale misto in cui:L’interpretazione di Gabriele e Jabbour del socialismo appare molto interessante, aprendo la strada a una definizione più ampia e aperta rispetto a quello che è stato il sentire comune della sinistra occidentale per molti anni. In Europa e nei Paesi comunemente definiti “occidentali” l’idea del socialismo sembra essere estinta, mentre molti teorici e pensatori della sinistra fanno a gara a denigrare e sottolineare gli errori e le carenze di ogni forma o tentativo di socialismo dei Paesi in via di sviluppo, senza approfondire, studiare e diffondere i punti di forza, i successi e gli aspetti positivi.
a) i meccanismi di mercato basati sui prezzi e la legge del valore costituiscono la forma prevalente di regolazione del sistema nel breve e medio termine;
b) il ruolo relativo della pianificazione e il controllo diretto (tramite le società di proprietà dello Stato) e indiretto (tramite la finanza di proprietà pubblica e altri strumenti) dello Stato sull’economia sono qualitativamente e quantitativamente superiori a quelli dei Paesi capitalisti;
c) il governo identifica ufficialmente il socialismo a pieno titolo come il suo obiettivo primario a lungo termine, da raggiungere progressivamente in un contesto di sviluppo socioeconomico, il progresso tecnico e la continua evoluzione degli strumenti di governance.
Tenendo conto delle loro caratteristiche distintive, oggettive e soggettive, i pianificatori delle economie di mercato pianificate a orientamento socialista dispongono di una gamma di strumenti più ampia e potente rispetto alle loro controparti nei Paesi capitalisti. In particolare, possono stabilire la quota del surplus a livello macroeconomico e catturare una parte importante di quest’ultimo non solo attraverso le ordinarie politiche fiscali, ma anche in virtù dei diritti di proprietà dello Stato sul capitale industriale e finanziario.”[4].
Invece, l’approccio dei due autori potrebbe rappresentare un utile contributo, in Occidente, all’elaborazione di strategie e programmi politici basati su pianificazione e programmazione economica e rilanciare così l’idea di socialismo nel XXI secolo. Con la fine dell’onda lunga della Rivoluzione d’Ottobre parole come “rivoluzione”, “comunismo”, “socialismo” non sembrano più attecchire nell’immaginario collettivo occidentale. Eppure, il termine socialismo non ha una connotazione negativa nel sentire comune (Brancaccio, Giammetti e Lucarelli (2022) riportano alcune indagini in merito). Rendere l’idea di socialismo più fluida e realizzabile anche in Occidente non può che rappresentare un passo importante nel rilancio della prospettiva progressista.
L’idea di differenti gradi e forme di socialismo, infatti, si avvicina di più anche a strategie non immediatamente rivoluzionarie, che partono da condizioni politico-sociali differenti rispetto al sistema cinese. In Europa infatti v’è una tradizione affermata (sebbene oggi sempre più a rischio) di democrazia e diritti, ma lo Stato ha un peso decisamente minore nell’economia. Da queste basi potrebbe partire un programma economico volto al socialismo, individuando degli obiettivi chiave da raggiungere per improntare il sistema produttivo al socialismo.
Si potrebbe obiettare che questa visione del socialismo si discosta molto da quel che avevano in mente Marx, Engels o Lenin quando parlavano di rivoluzione e comunismo; parafrasando Foscolo, questo di tanta speme oggi ci resta? L’idea del comunismo “classico” su cui la sinistra ha basato la propria retorica per decenni rimane un sogno irraggiungibile almeno per altre centinaia di anni?
Non c’è ovviamente una risposta univoca a questa domanda, che dipende dalle inclinazioni politiche di ognuno. Senz’altro l’analisi materialistica della società attuale è il primo passo di qualsiasi programma di modifica dello stato di cose esistente. Ma questo, così come i rapporti di forza, non è immutabile, cangia anzi continuamente. Quello che oggi sembra un sogno potrebbe apparire domani come una realtà: i filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di mutarlo.
Bibliografia
Brancaccio E., Giammetti R. e Lucarelli S. (2022), LA GUERRA CAPITALISTA Competizione, centralizzazione, nuovo conflitto imperialista, Milano: Mimesis.
Gabriele A. (2020), ENTERPRISES, INDUSTRY AND INNOVATION IN THE PEOPLE’S REPUBLIC OF CHINA Questioning Socialism from Deng to the Trade and Tech War, Singapore: Springer.
Gabriele A. e Jabbour E. (2022), SOCIALIST ECONOMIC DEVELOPMENT IN THE 21ST CENTURY A Century after the Bolshevik Revolution, New York: Routledge.
Hobsbawm E. J. (1994), Il secolo breve 1914-1991, Milano: Rizzoli.
Lenin (1917), Stato e rivoluzione, Roma: Editori Riuniti [1970].
Marx (1894), Il Capitale, Newton and Compton Editori srl [1996] (la data indicata, 1894, è riferita alla prima edizione del III libro del capitale).
Zolea R. e Temperini J. (2021), “Socialismo, mercato o altro?”, Economia e Politica, a. 13, n. 21, sem. 1, aprile.
Note
[1] Il primo libro di Alberto Gabriele sulla Cina, recensito su Economia e Politica da Zolea e Temperini (2021).
[2] Hobsbawm (1994), pp. 650-651.
[3] I due autori prediligono questo termine perché: “i non è direttamente ed esclusivamente correlato a nessuna delle varie teorie del socialismo di mercato; ii non implica l’estensione di un brevetto di “vera” (o non vera) natura socialista; iii mira piuttosto a essere fattuale e neutrale.” (Gabriele e Jabbour (2022), p. 12, traduzione propria).
[4] Gabriele e Jabbour (2022), p. 12, traduzione propria.
Fonte
07/01/2023
Il socialismo nel XXI secolo
Recensione di SOCIALIST ECONOMIC DEVELOPMENT IN THE 21ST CENTURY. A Century after the Bolshevik Revolution di Alberto Gabriele e Elias Jabbour
Cos’è il socialismo oggi?
A più di 100 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre (1917) e più di 150 dalla Comune di Parigi (1871), cosa rimane del socialismo? L’onda lunga della Rivoluzione d’Ottobre è senz’altro finita, eppure... Eppure Cuba, Cina, Vietnam, Laos e (a suo modo) Corea del Nord continuano a dichiararsi socialisti (e questi Paesi contano una popolazione di oltre 1,5 miliardi di persone). In Sud America l’ALBA (Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America) raccoglie una decina di Paesi in un’alleanza di stampo socialista (Cuba, Venezuela, Nicaragua, Bolivia, Antigua e Barbuda, Dominica, Grenada, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine, più altri Stati ospiti e osservatori anche non sud-americani). Infine, nel resto del mondo partiti socialisti o comunisti partecipano alle elezioni, spesso esprimendo maggioranze di governo.
Alberto Gabriele ed Elias Jabbour provano ad analizzare cosa sia il socialismo nel mondo contemporaneo, esaminando affinità e divergenze con le esperienze di socialismo del secolo passato e riprendendo il discorso iniziato da Gabriele (2020)[1]. Infatti, con il crollo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS) il modello socialista novecentesco è fondamentalmente venuto a cadere, rimanendo in vigore solamente nell’isola di Cuba. L’economia di questo Paese caraibico è però abbastanza debole, in gran parte a causa del “bloqueo”, un pesantissimo embargo imposto dagli USA e dai suoi alleati.
Il libro è diviso in 3 parti: 1) Capitalism and socialism as modes of production; 2) China’s journey from the early agricultural reforms to the New Projectment Economics; 3) The other two members of the new class of SEF: Vietnam and Laos. Nella prima parte si discute di cosa distingua il socialismo dal capitalismo e soprattutto di come operare questa distinzione da un punto di vista attuale e utile al mondo di oggi e non prettamente filosofico. Nella seconda i due autori analizzano l’economia cinese, mentre nella terza approfondiscono il sistema economico-sociale di Vietnam e Laos.
Perno centrale del libro è proprio la definizione (attuale) del concetto di “socialismo”. Nessun governo comunemente inteso come socialista ha mai affermato di aver realizzato compiutamente e completamente il “socialismo”, men che meno il “comunismo”[2]. Ognuna di queste esperienze politico-sociali ha invece tentato di costruire, a suo modo, una strada verso il socialismo. Riprendendo la distinzione di Lenin (1917), il comunismo è la fase finale della società socialista, in cui lo Stato si estingue e la democrazia è realmente completa. D’altra parte nel Capitale Marx afferma che in una società capitalista il modo di produzione capitalista è quello dominante, non l’unico. Tutt’altro. Per Marx (1894) infatti nella società capitalista esistono residui del modo di produzione feudale, nonché i primi segni del modo di produzione socialista in via di affermazione.
Tenendo conto di queste assunzioni si può iniziare a ragionare in maniera non dicotomica – socialismo / capitalismo – ma più complessa, cercando di definire il grado di socialismo di un sistema economico-sociale. Un’economia insomma in parte socialista, ma con ancora dei residui rilevanti di capitalismo o, per usare le parole più precise di Gabriele e Jabbour, un’economia orientata al socialismo[3], prendendo il socialismo come un orizzonte da raggiungere, non qualcosa di già ottenuto e consolidato.
A questo proposito Gabriele e Jabbour individuano nella Cina, nel Vietnam (e forse nel Laos) degli esempi di Paesi in via di sviluppo con economie di mercato pianificato orientate al socialismo, definendo quest’ultimo termine nel modo seguente:
“Un’economia di mercato a orientamento socialista è un sistema socio-economico nazionale misto in cui: a) i meccanismi di mercato basati sui prezzi e la legge del valore costituiscono la forma prevalente di regolazione del sistema nel breve e medio termine; b) il ruolo relativo della pianificazione e il controllo diretto (tramite le società di proprietà dello Stato) e indiretto (tramite la finanza di proprietà pubblica e altri strumenti) dello Stato sull’economia sono qualitativamente e quantitativamente superiori a quelli dei Paesi capitalisti; c) il governo identifica ufficialmente il socialismo a pieno titolo come il suo obiettivo primario a lungo termine, da raggiungere progressivamente in un contesto di sviluppo socioeconomico, il progresso tecnico e la continua evoluzione degli strumenti di governance. Tenendo conto delle loro caratteristiche distintive, oggettive e soggettive, i pianificatori delle economie di mercato pianificate a orientamento socialista dispongono di una gamma di strumenti più ampia e potente rispetto alle loro controparti nei Paesi capitalisti. In particolare, possono stabilire la quota del surplus a livello macroeconomico e catturare una parte importante di quest’ultimo non solo attraverso le ordinarie politiche fiscali, ma anche in virtù dei diritti di proprietà dello Stato sul capitale industriale e finanziario.”[4].
L’interpretazione di Gabriele e Jabbour del socialismo appare molto interessante, aprendo la strada a una definizione più ampia e aperta rispetto a quello che è stato il sentire comune della sinistra occidentale per molti anni. In Europa e nei Paesi comunemente definiti “occidentali” l’idea del socialismo sembra essere estinta, mentre molti teorici e pensatori della sinistra fanno a gara a denigrare e sottolineare gli errori e le carenze di ogni forma o tentativo di socialismo dei Paesi in via di sviluppo, senza approfondire, studiare e diffondere i punti di forza, i successi e gli aspetti positivi.
Invece, l’approccio dei due autori potrebbe rappresentare un utile contributo, in Occidente, all’elaborazione di strategie e programmi politici basati su pianificazione e programmazione economica e rilanciare così l’idea di socialismo nel XXI secolo. Con la fine dell’onda lunga della Rivoluzione d’Ottobre parole come “rivoluzione”, “comunismo”, “socialismo” non sembrano più attecchire nell’immaginario collettivo occidentale. Eppure, il termine socialismo non ha una connotazione negativa nel sentire comune (Brancaccio, Giammetti e Lucarelli (2022) riportano alcune indagini in merito). Rendere l’idea di socialismo più fluida e realizzabile anche in Occidente non può che rappresentare un passo importante nel rilancio della prospettiva progressista.
L’idea di differenti gradi e forme di socialismo, infatti, si avvicina di più anche a strategie non immediatamente rivoluzionarie, che partono da condizioni politico-sociali differenti rispetto al sistema cinese. In Europa infatti v’è una tradizione affermata (sebbene oggi sempre più a rischio) di democrazia e diritti, ma lo Stato ha un peso molto minore nell’economia. Da queste basi potrebbe partire un programma economico volto al socialismo, individuando degli obiettivi chiave da raggiungere per improntare il sistema produttivo al socialismo.
Si potrebbe obiettare che questa visione del socialismo si discosta molto da quel che avevano in mente Marx, Engels o Lenin quando parlavano di rivoluzione e comunismo; parafrasando Foscolo, questo di tanta speme oggi ci resta? L’idea del comunismo “classico” su cui la sinistra ha basato la propria retorica per decenni rimane un sogno irraggiungibile almeno per altre centinaia di anni?
Non c’è ovviamente una risposta univoca a questa domanda, che dipende dalle inclinazioni politiche di ognuno. Senz’altro l’analisi materialistica della società attuale è il primo passo di qualsiasi programma di modifica dello stato di cose esistente. Ma questo, così come i rapporti di forza, non è immutabile, cangia anzi continuamente. Quello che oggi sembra un sogno potrebbe apparire domani come una realtà: i filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di mutarlo.
Note
[1] Il primo libro di Alberto Gabriele sulla Cina, recensito su Economia e Politica da Zolea e Temperini (2021): https://www.economiaepolitica.it/in-punta-di-teoria/socialismo-mercato-o-altro/ .
[2] Hobsbawm (1994), pp. 650-651.
[3] I due autori prediligono questo termine perché: “i non è direttamente ed esclusivamente correlato a nessuna delle varie teorie del socialismo di mercato; ii non implica l’estensione di un brevetto di “vera” (o non vera) natura socialista; iii mira piuttosto a essere fattuale e neutrale.” (Gabriele e Jabbour (2022), p. 12, traduzione propria).
[4] Gabriele e Jabbour (2022), p. 12, traduzione propria.
15/11/2020
Convivere con il virus? Cina, Vietnam e Nuova Zelanda hanno deciso di non farlo
Nella pratica, però, per citare il premier Conte, abbiamo corso “un rischio calcolato”. “Convivere con il virus significa anche convivere con un certo livello, accettabile, di rischio”, concordava l’epidemiologo Lopalco, della task force pugliese, nello stesso periodo, a metà maggio. Ma quanto era calcolato il rischio? Quanto azzardata la scommessa? “Queste sono parole che dovrebbero fare paura”, si allarmava in quei giorni Enrico Bucci, biologo alla Temple University di Philadelphia. “Le possibilità sono due: o abbiamo calcoli di rischio epidemiologico sballati, oppure il calcolo che si sta facendo e i rischi che si stanno prendendo in considerazione sono altri – e precisamente il rischio economico di fronte al rischio di perdere altre vite. Questo calcolo non è scientifico, ma politico”. Varie ricerche scientifiche consigliavano, infatti, più prudenza.
All’inizio di luglio, 239 scienziati hanno firmato una lettera inviata all’Organizzazione Mondiale della Sanità, invitando a non sottovalutare l’eventualità di un contagio tramite particelle più piccole dei droplets, aerosolizzate, in ambienti chiusi, affollati e con ventilazione inadeguata. I sospetti derivavano da alcuni focolai spiegabili solo attraverso l’ipotesi di una fluttuazione di microgoccioline a diversi metri di distanza. È il caso di un pranzo in un ristorante di Guangzhou, il 24 gennaio, quando un soggetto positivo contagiò clienti seduti anche a tavoli distanti, a causa del sistema di ventilazione inadeguato del locale, o del cluster esploso a febbraio durante una lezione di zumba in Corea del Sud, o più recentemente dei 69 casi di Covid-19 collegati a un corso di spinning in un centro fitness canadese, nonostante la capienza limitata al 50% e il rispetto delle regole di distanziamento. Ilan Schwartz, infettivologo all’Università dell’Alberta, non ha escluso che le goccioline emesse durante l’intenso sforzo fisico siano state aerosolizzate e disseminate per la stanza dal movimento delle ruote delle biciclette. Secondo gli autori di uno studio pubblicato su Science, le prove di una trasmissione aviotrasportata del virus sono ormai schiaccianti, tanto che il 5 ottobre il Cdc americano si è sbilanciato a favore di questa teoria, sopravanzando la stessa Oms. In assenza di una ventilazione esterna, come una finestra aperta, né il distanziamento né le mascherine chirurgiche sembrerebbero riparare dal contagio in un luogo chiuso nel caso in cui l’esposizione si aggirasse intorno alle due ore.
Per mesi abbiamo dunque assistito a una surreale trattativa fra governo, lobby e scienza, che di scientifico purtroppo aveva ben poco, basti pensare alle enormi incongruenze che ha fatto emergere. La misurazione della distanza fra tavoli nei ristoranti, prima individuata in due metri, poi in uno su richiesta delle regioni; la capienza dei mezzi pubblici, prima ridotta al 60%, poi riaumentata all’80%; il divieto governativo di riapertura delle discoteche, smentito di fatto dalla concessione di deroghe alle regioni per autorizzarne la ripresa; la frettolosa e indiscriminata riapertura dei confini per salvare la stagione turistica, anche verso Paesi, come il Regno Unito, che registravano ancora più di 3mila casi al giorno. La preoccupazione di venire incontro ai settori più danneggiati dalla prima ondata era giusta e legittima, ma nei fatti si è tradotta in un illusorio e fragile compromesso tra l’economia e i criteri della scienza. Quando magari invece di affidarsi come sempre al liberismo, e quindi alla riapertura più o meno indiscriminata dei mercati, misure di sostegno strutturali avrebbero portato nel lungo periodo più benefici e soprattutto li avrebbero portati in maniera più equa.
Vanno tuttavia riconosciute delle attenuanti al governo italiano: da un lato, come dicevamo, ha subìto la pressione asfissiante delle lobby industriali, come Confindustria e di consorterie economiche di ogni ordine e grado; dall’altro, è stato incalzato da un’opposizione che, pur di recitare il ruolo del bastian contrario, si è irresponsabilmente arroccata su posizioni antiscientifiche: invocazioni contro il distanziamento, minimizzazione degli avvertimenti di una seconda ondata, inviti a non scaricare l’app Immuni, convegni negazionisti. Tutto ciò ha prodotto la falsa rappresentazione di un conflitto inconciliabile tra salvaguardia della salute, deprezzata a “terrorismo mediatico” e garanzie economiche, delle quali Salvini e Meloni sarebbero stati, neanche a dirlo, gli unici difensori.
Consola poco che il nostro Paese sia stato celebrato nei mesi scorsi come un inatteso modello di efficienza nel contenimento dell’epidemia, in confronto a Stati in genere reputati organizzativamente superiori, ma puniti da più rapide accelerazioni del virus in questa seconda ondata. D’altronde, per fare un esempio eclatante, la Francia ha introdotto norme ancora più incoerenti delle nostre, obbligando i cittadini a indossare la mascherina all’aperto ma solo consigliandola nei luoghi pubblici al chiuso, come i cinema. Le massime autorità sanitarie olandesi, invece, si sono ostinatamente rifiutate di riconoscere l’utilità delle mascherine e ancora oggi non ritengono contagiosi i positivi asintomatici, ai quali è giusto raccomandato un autoisolamento di tre giorni dopo il tampone.
Forse, però, il punto nodale della questione non è nemmeno domandarsi se il governo poteva fare di più – e senz’altro poteva – ma se la strategia della convivenza con il virus sia davvero compatibile con la nostra conformazione di società e il nostro assetto istituzionale. Oggi la convivenza con il virus comporta il contrario di quello che avremmo sperato. Significa tagliare la nostra indispensabile dimensione sociale, la prima a essere considerata superflua dal sistema. L’errore, però, è stato anche nostro. Avremmo dovuto intuire che socialità e igiene sarebbero stati incompatibili con la gestione di un’epidemia, anche a bassa intensità. Ci siamo illusi che la convivenza con il virus rispondesse a una logica umanistica di pratico equilibrio tra diritti del singolo e doveri della collettività, mentre nella realtà è sempre e solo stata una fredda strategia economicistica, che non avrebbe esitato a sacrificare tutto ciò per cui secondo noi vale la pena vivere in nome del Pil.
D’altronde è questo il modello di società neoliberista che ci ha cresciuti, in cui viviamo e in cui siamo oggi quarantenati. Non c’è razionalità, non c’è riflessione a lungo termine, solo un calcolo di massimizzazione dei benefici nell’immediato. La nostra società #nonsiferma e non si può fermare, se non a costo di un sovvertimento totale che nessuno sembra volere, perché fa paura e insieme alla promessa di qualcosa di meglio porta con sé anche molti aspetti negativi, in primis per noi stessi, per la nostra vita di tutti i giorni, per le nostre certezze. Così scegliamo ancora una volta il male minore. “Non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema”, si diceva. Be’, ci siamo tornati.
La strategia della convivenza con il virus è una disfatta generale del modello occidentale. Cina, Vietnam, Taiwan, Nuova Zelanda hanno capito subito che non sarebbe stato praticabile convivere con il virus. Si sono posti l’obiettivo ambizioso di eliminarlo completamente. E ce l’hanno fatta. La Nuova Zelanda è entrata in lockdown il 25 marzo, appena varcata la soglia dei 100 casi. Terminata la quarantena non ha più riaperto i confini ai turisti, nonostante contribuissero per quasi il 6% al Pil nazionale. Inoltre, pur non vietando vacanze e viaggi all’estero, li ha fortemente sconsigliati e scoraggiati, costringendo i cittadini di rientro a due settimane di isolamento in strutture alberghiere messe a disposizione dello Stato. Le restrizioni hanno consentito di dichiarare il Paese libero dal virus l’8 di giugno e di disinnescare i contagi di importazione. Verrebbe da obiettare che è semplice controllare un’epidemia in una nazione insulare con una popolazione inferiore ai cinque milioni di persone e una scarsa densità abitativa. Ma ne sottovaluteremmo la concentrazione urbana: la sola area metropolitana di Auckland conta circa 1,7 milioni di abitanti, il che non la rende più gestibile della maggior parte delle città italiane.
Ad agosto, a distanza di centodue giorni dall’ultimo contagio, la città è entrata in un nuovo lockdown di tre settimane, dopo la rilevazione di quattro nuovi casi all’interno di una famiglia che non si era mai allontanata dal Paese. Auckland ha potuto ricongiungersi con il resto del Paese solo dopo due mesi di limitazioni negli spostamenti fra le regioni. L’origine del focolaio, estesosi a 179 persone, non è mai stata scoperta, ma la filosofia dell’eliminazione del virus ha pagato, con un dazio di appena venticinque decessi da Covid-19 dall’inizio della pandemia. La strategia è stata lodata dalla rivista Lancet, che ne ha evidenziato l’efficace sistema di tracciamento, la chiarezza comunicativa con una catena di comando ridotta all’osso (solo la premier Jacinda Arden e il direttore generale della sanità, Ashley Bloomfield, sono autorizzati a parlare al pubblico dell’epidemia), un monitoraggio attento ed elastico e le buone pratiche anticontagio (mascherine e distanziamento). I neozelandesi hanno ovviamente apprezzato tutto ciò e la premier laburista ha stravinto le elezioni del 17 ottobre, conquistando più della metà dei seggi, e, se vorrà, potrà governare da sola, senza alleanze. Già, perché nel frattempo le persone sono tornate alla vita di sempre. Il 13 giugno, al termine del lockdown, la paura del virus era già un brutto ricordo e allo stadio di Dunedin erano quasi ventimila i tifosi appiccati per assistere a una partita del campionato di rugby.
Un’altra esperienza positiva arriva dal Vietnam, Paese non insulare ma ricco di interscambi con l’epicentro della pandemia, la Cina. Alla strategia neozelandese dei confini chiusi – dolorosa per una nazione votata al turismo – ha aggiunto la tecnica del pool testing. A fine luglio, dopo aver scoperto un focolaio a Da Nang, 1,3 milioni di abitanti, il governo ha dichiarato un lockdown di due settimane nella città, accompagnandolo a test di massa sulla popolazione con un metodo di campionamento già usato in Cina. Con il pool testing, infatti, si analizzano i tamponi a gruppi, ad esempio di cinque, per risparmiare sui reagenti e velocizzare i tempi: se il gruppo è negativo si passa al successivo; se è positivo, si analizzano singolarmente i tamponi. Un successo statistico. In Vietnam sono morte appena trentacinque persone di Covid-19.
L’aspetto da sottolineare è che la strategia “umana e umanistica” dell’eliminazione del virus, adottata in Nuova Zelanda e in Vietnam, non ha presentato un conto economico più salato di quello scontato in Europa. A infrangere il dogma del falso dilemma tra salute ed economia ci ha pensato una fonte inaspettata, il Financial Times, dimostrando come i Paesi che non hanno controllato l’epidemia hanno anche avuto prestazioni economiche inferiori. Una deduzione banale, eppure rivoluzionaria, sottoscritta perfino dal Fondo Monetario Internazionale, con una nota che ha capovolto i luoghi comuni: “lockdown efficaci adottati nelle prime fasi di un’epidemia possono portare a una ripresa economica più rapida” dal momento che non solo “contengono il virus ma riducono il distanziamento sociale volontario’”, provocato dalla prudenza nella mobilità e nei consumi.
Ragionare con il senno di poi è facile, ma è indubbio che, con un piano antipandemico sul modello neozelandese e vietnamita, avremmo in primo luogo scongiurato i casi di importazione, ufficialmente stimati attorno al 30% del totale nel corso dell’estate, ma probabilmente sottostimati secondo le valutazioni del professor Crisanti. Va infatti tenuto conto che le trasmissioni intrafamiliari, le più numerose nelle statistiche ufficiali, derivano chiaramente dall’introduzione del virus dall’esterno fra le mura domestiche. I governi europei credevano di dover scegliere tra l’epidemia e la crisi economica: hanno scelto la prima e avranno anche la seconda.
20/08/2020
COVID-19 tra movida, turismo e interessi economici
Di fronte al pericolo di un nuovo picco pandemico, il governo ha deciso di varare nuove misure, fra cui la chiusura delle discoteche al chiuso o all’aperto e l’obbligo di mascherina, dalle 18 alle 6, anche nei luoghi all’aperto dove è più facile il crearsi di assembramenti – un chiaro riferimento alle zone della movida[2]. Tutto questo avviene a non molte settimane dalla prevista riapertura delle scuole, su cui ora vengono posti dubbi e paure: come afferma Ranieri Guerra, direttore aggiunto dell’OMS distaccato a Roma, vi è il rischio di «arrivare a ridosso della riapertura delle scuole con un numero di casi che la renderebbero pericolosissima. Perché è matematico che la curva col ritorno in aula salirebbe ancora. Allora o azioniamo il freno o andiamo a sbattere. L’Italia per incidenza di nuovi casi è ancora in coda rispetto ai grandi Paesi europei. Guardiamo cosa succede in Francia e Spagna. Però rispetto a qualche settimana fa il nostro Paese mostra una sequenza di tanti, troppi piccoli focolai che tengono alta la circolazione del virus»[3].
Andrea Crisanti, professore di microbiologia dell’Università di Padova, noto per il suo ruolo nella gestione della pandemia in Veneto, non si astiene, come molti altri, dall’evidenziare le sue preoccupazioni: «Non sono ottimista, mi pare evidente che nel giro di 10-20 giorni arriveremo ad almeno mille casi positivi giornalieri. Quello che non si riesce a spiegare è che più i nuovi positivi aumentano, più crescono le possibilità di avere pazienti in terapia intensiva. E di vedere un incremento dei decessi, purtroppo». Ciò che preferisce non fare, però, è addossare la colpa sui singoli che vanno in discoteca – come spesso fatto da svariati media[4]: le discoteche non andavano semplicemente aperte, essendo luoghi che impossibilitano un reale distanziamento sociale e dove sono facilitate le infezioni, causando il ballo un aumento della respirazione. Aprirle significava in automatico dare il via libera pubblicamente ad un’attività che avrebbe favorito il diffondersi dei contagi; motivo per cui addossare la colpa esclusivamente sugli individui significa letteralmente non evidenziare quelle scelte politiche che hanno promosso determinati comportamenti. Ciò che andava fatto per Crisanti, invece, era spingere per raggiungere entro l’estate il numero di zero contagi, tramite anche azioni come un maggiore controllo sui rientri: «non parlo degli immigrati, che sono una parte molto marginale, penso a chi torna ad esempio dalle vacanze in altri paesi d’Europa. Bisognava attivare i controlli prima, predisporre dei protocolli»[5]. Anche a livello aeroportuale, invece, ci si è trovati di fronte a ritardi e alla mancata preparazione ottimale dei principali scali italiani per l’effettuazione dei tamponi[6].
In conclusione, Crisanti afferma: «è stato sbagliato non prevedere riaperture graduali, differenti da regione a regione. Inoltre, ci si è calati le braghe di fronte alle esigenze dell’industria turistica». C’è stata, da parte del governo e delle regioni, un’eccessiva permissività alle richieste del mondo del turismo, la realtà economicamente più colpita dalla crisi sanitaria, vivendo questa proprio sugli spostamenti sia nazionali che internazionali. Una permissività non esclusivamente presente verso questo settore economico – basti pensare alle tantissime deroghe alla chiusura a complessi aziendali pure nei momenti peggiori della pandemia in Italia[7] – ma che aumenta ancora di più i rischi in questo caso: senza dimenticare i numerosi focolai dei mesi scorsi avvenuti nelle fabbriche[8], un’enorme apertura allo spostamento e agli assembramenti, con regole di sicurezza troppo lasche, nelle differenti zone del Paese e in Stati esteri dove la situazione è anche più grave, può portare e sta portando ad una situazione che causerebbe un secondo picco pandemico, con esiti sanitari ed economici disastrosi. L’apertura sconsiderata del settore turistico potrebbe causare, poi, una chiusura e nuovi lockdown, parziali o meno, anche di altri settori economici.
Insomma, il calo di contagi, che dopo maggio ha toccato il minimo fra giugno e luglio, ha spinto il governo ad accettare fin troppo le richieste del comparto turistico, quando ora ci si ritrova con un aumento di contagi che preoccupa e che porta, ormai in ritardo, a prendere caute misure precauzionali, nella speranza che l’aumento dei casi non continui.Ci si ritrova così in una situazione di evidente scontro fra interessi economici di differenti settori – che possono finire per cozzare anche fra di loro o per provocare disastri a lungo termine a causa della ricerca immediata di profitti – e la necessità di un programma di sicurezza e prevenzione che tuteli da un nuovo aumento dei casi COVID. A livello statale e regionale si vedono così forze politiche e di governo che, pressate da realtà come Confindustria, non hanno mai praticato pienamente e in tempo quelle misure sanitarie necessarie per evitare il più possibile l’emergenza sanitaria – fra cui la reale chiusura delle attività aziendali non fondamentali durante il lockdown e un utilizzo diffuso dei tamponi, oltre a problematiche di lungo termine fra cui i continui tagli alla sanità che ora si fanno sentire[9]. Una situazione che fa riflettere, specie se paragonata ad altri Stati come il Vietnam, il quale si ritrova, fino ad ora, ad aver avuto solo 964 casi di infetti, 456 ricoveri e 24 morti dopo 7 mesi dal primo caso riscontrato, a fronte di una popolazione di circa 95 milioni di abitanti.
Senza entrare ora in un’analisi approfondita sul sistema politico e sociale vietnamita, è curioso concentrarsi su quanto è stato fatto a livello sanitario: innanzitutto è stata proclamata l’emergenza sanitaria al sesto caso riscontrato nel Paese. L’approccio immediatamente successivo è stato quello di creare un contesto d’azione pubblica diffusa ed efficiente: un alto numero di test tramite tamponi a livello nazionale e per tutti quelli che tornavano dall’estero, forti campagne pubblicitarie di sensibilizzazione tramite cartelloni e via social, sistemi di igienizzazione e decontaminazione in luoghi pubblici, la garanzia della consegna a domicilio dei beni essenziali alle persone in quarantena, la distribuzione nei luoghi pubblici di riso gratuitamente a chiunque ne necessitava[10]. Non è mancato tra l’altro l’invio di forniture sanitarie e mascherine in vari Paesi, fra cui l’Italia e gli Stati Uniti. Al contempo, dato il contesto d’azione preventiva promosso, è stata fondamentale la partecipazione attiva e consapevole dei singoli, che informati dei pericoli della pandemia in corso hanno mostrato consenso e partecipazione attiva alle linee guida promosse a livello statale.
L’immediata risposta vietnamita – che ha ottenuto il plauso dell’ONU e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità – ha permesso di avere tra fine maggio e fine luglio un livello quasi pari a 0 di nuovi casi, salvo poi avere una ripresa a fine luglio/inizio agosto per un focolaio nella città di Danang, che è stato subito affrontato, evitando così lo svilupparsi di un picco epidemico[11] (se il 31 luglio c’è stato il picco di 82 casi, il numero giornaliero si è gradualmente abbassato fino a 12 casi il 16 agosto).
In conclusione, la situazione italiana ed esempi come il Vietnam fanno ragionare su come vada affrontata con cautela la questione dell’emergenza sanitaria. Soprattutto, quando la colpevolizzazione individuale, spesso spinta dai media nostrani, presenti forti lacune, fra cui l’incapacità di comprendere quanto il modo d’agire di un singolo sia influenzato dal contesto sociale, politico ed economico in cui si trova. Più si è in balia di una società che invia messaggi contraddittori, a seconda del crescere della crisi pandemica o delle pressioni di Confindustria, più inevitabilmente i singoli saranno spinti ad agire in modo problematico. Col rischio che, a forza di non muoversi adeguatamente a livello collettivo, si ritorni ad un secondo picco pandemico.
Francesco Pietrobelli
Note
[1] https://www.ilmessaggero.it/salute/focus/coronavirus_italia_bollettino_oggi_15_agosto_2020-5407029.html.
[2] https://www.adnkronos.com/fatti/politica/2020/08/17/discoteche-movida-mascherine-nuove-regole_o8myTVHXYWOYOrISSaxqJN.html.
[3] https://www.orizzontescuola.it/coronavirus-per-loms-laumento-dei-casi-e-un-pericolo-per-la-scuola/.
[4] Si veda ad esempio il caso del TG1 che ha cercato con un servizio di mostrare l’irrazionalità di giovani che si lanciano nelle discoteche, incuranti di tutto: https://www.youtube.com/watch?v=gS-n2RI6LCw. Oltre al ragionamento errato per cui si intervista una persona e quella dovrebbe rappresentare i giovani presenti nel loro complesso, è interessate come la risposta palesemente goliardica della ragazza sull’assenza di Covid (che è una citazione presa da un video che girava sui social) venga recepita e trasmessa a livello televisivo dalla giornalista come una risposta seria, trascurando così in toto il contesto in cui viene detta.
[5] https://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Coronavirus-Crisanti-Crescita-contagi-costante-non-ci-sara-alternativa-ai-lockdown-locali-5fa8b26c-54b7-4031-bf40-06e1eecce612.html?refresh_ce.
[6] https://www.lastampa.it/cronaca/2020/08/16/news/caos-sui-tamponi-negli-aeroporti-al-rientro-nessun-controllo-atterrati-in-lombardia-1.39200053.
[7] Per approfondire: https://www.lordinenuovo.it/2020/04/06/potere-alle-deroghe-migliaia-di-imprese-riaprono/.
[8] Per avere un esempio di focolai scoppiati a livello aziendale, tanto in Italia quanto all’estero, si veda: https://www.lordinenuovo.it/2020/07/05/dagli-usa-alla-bartolini-bologna-profitto-prima-di-tutto/.
[9] Per approfondire: https://www.lordinenuovo.it/2020/04/06/covid-19-cronaca-di-un-disastro-sanitario-annunciato/.
[10] https://www.youtube.com/watch?v=C3HCVygP1-M.
[11] https://www.bbc.com/news/world-asia-53690711.
Fonte
