Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
03/08/2025
L’Alto Adige/Südtirol e il supersfruttamento turistico. Proposte concrete per uscirne
In Alto Adige/Südtirol il supersfruttamento turistico si è fatto largo già da tanti anni. Oggi le cifre marcano questo territorio come una destinazione turistica per eccellenza in Europa ma questa industria, pur avendo già superato i limiti di sostenibilità ecologica e sociale, non smette di crescere.
Ne cito alcune per inquadrare il fenomeno: nel 2024 la regione ha registrato l’arrivo di 8,7 milioni di turisti e 37,1 milioni di pernottamenti turistici, scontando quelli nelle seconde case. Nonostante un limite massimo applicato alla costruzione di nuove strutture ricettive – freno legislativo del 2022 che non ha funzionato – il numero di letti prenotabili nel febbraio 2025 ha superato 260mila unità, quindi un letto turistico per ogni due residenti.
L’intensità turistica (pernottamenti per 1.000 abitanti) è quella più alta di tutte le Alpi orientali; la sua densità ricettiva (letti per chilometro quadrato) si trova sopra la media alpina. Tra le aree turistiche più assediate in tutta la penisola, nel 2024 ha raggiunto il terzo posto nella graduatoria delle regioni Nuts-II dell’Unione Europea (intensità turistica). Il Comune di Castelrotto, settemila abitanti, nel 2024 ha registrato 1,8 milioni di pernottamenti, cioè quasi tre volte i residenti. Un ultimo dato significativo: l’Alto Adige/Südtirol ogni anno ospita un numero di turisti pari al 60-61% di quello annualmente registrato nell’intera Svizzera, destinazione turistica di fama mondiale e un Paese di nove milioni di abitanti.
Ormai si toccano una serie di limiti sistemici, spesso anche misurabili. Il traffico generato dall’overtourism è solo uno di questi limiti, ma forse quello più sentito. Dato che l’80-86% degli ospiti raggiunge la sua destinazione con il proprio veicolo, ogni anno sono quasi quattro milioni le auto in arrivo. Ma il traffico turistico non si ferma con le ondate di arrivi e rientri. Una volta giunti a destinazione i turisti girano in auto e moto quanto possono. Si contano 3,5 spostamenti per giorno a persona, con l’effetto che il 24,1% di tutto il traffico in Alto Adige/Südtirol – scontando i veicoli in transito sulla A22, la cosiddetta “Autostrada del Brennero” – è dovuto al tempo libero dei non residenti. Un triste primato in Italia che vanta un tasso di traffico turistico talmente alto. Per non parlare degli effetti sul clima per le emissioni di CO₂, che si aggiungono agli altri gas climalteranti che derivano dalla presenza antropica.
I limiti sistemici vengono però sforati anche su altri fronti. L’utilizzo e lo spreco di acqua nelle strutture ricettive e per l’innevamento artificiale che entra in conflitto con il bisogno idrico dell’agricoltura, dell’industria, delle centrali idroelettriche e delle famiglie. Benché ricca di acqua, anche una regione alpina come la nostra così rischia di esaurire le risorse. Pesa fortemente il consumo di suolo causato dagli alberghi, dalle strutture di wellness e sportive, dalle infrastrutture. Ciò comporta anche un forte impatto sul paesaggio, il vero capitale del turismo spesso dimenticato.
Un altro limite della crescita è quello della forza lavoro (circa 50mila addetti, sia in forma dipendente sia autonoma). In passato il turismo aveva garantito posti di lavoro e reddito anche nelle aree periferiche minacciate dall’esodo dei giovani. Oggi in sempre più settori del mercato di lavoro locale si segnala una carenza di personale. In questo quadro, il settore alberghiero si caratterizza per un profilo professionale meno qualificato, per un’offerta di lavoro in larga misura di natura stagionale e per un salario sotto la media generale dell’Alto Adige/Südtirol, ma con un impatto ambientale molto più forte, rivelandosi così un freno per uno sviluppo sociale equilibrato, equo e sostenibile.
Dobbiamo infatti considerare l’impatto che la monocultura dell’industria dello sci sta avendo sulle nostre comunità. Gli effetti sono stati di far crescere a dismisura gli ambiti della rendita fondiaria, l’abbandono delle strutture ricettive a carattere famigliare e di snaturare una parte crescente di offerta turistica sempre più funzionale ai numeri piuttosto che alla qualità della proposta, disincentivando così l’agricoltura di montagna, le attività silvo-pastorali, l’artigianato locale che, peraltro, rappresentavano un tempo il valore aggiunto della stessa proposta turistica. Le nostre principali località turistiche, finita la stagione, diventano così un deserto, facendo venir meno quel senso di comunità che ne ha fatto la diversità.
Di questa forma “ricca” di spaesamento si inizia ad averne consapevolezza sempre maggiore, a partire proprio dalla qualità del vivere nelle popolazioni locali. L’ostilità verso l’eccesso nello sfruttamento turistico che già si va manifestando in diverse località turistiche europee cresce anche sul nostro territorio. Secondo studi rappresentativi dell’Università di Bolzano (Bausch/Tauber, Lebensraumqualität Südtirol, 2023) gli umori della popolazione nei confronti dell’industria turistica sono peggiorati.
Benché questo settore nella società sudtirolese finora abbia potuto contare su una forte reputazione, oggi la gran maggioranza dei residenti si dichiara contraria all’ulteriore crescita del turismo. Il turismo viene percepito in modo negativo sotto tre profili: lo sviluppo dei costi della vita in generale, l’alto livello dei prezzi sul mercato immobiliare sia per le abitazioni in affitto sia quelle in proprietà, il traffico generato dal turismo motorizzato. Perciò non sono più “solo” gli ambientalisti a protestare contro i sintomi più visibili del supersfruttamento turistico, come la continua colata di cemento di nuovi alberghi, la congestione del traffico, il consumo di suolo e di paesaggio causato da nuovi impianti di risalita. Ora ampi settori della nostra società si rendono conto che il turismo sta compromettendo la qualità della vita, le possibilità di movimento, le condizioni economiche.
Come uscire dunque dal supersfruttamento turistico? È difficile contrastare fattori che per motivi strutturali continuano ad alimentare la crescita dell’afflusso di turisti. Tra questi si trova la formidabile raggiungibilità dell’Alto Adige/Südtirol dai principali mercati, la Germania del Sud, l’Italia del Nord e la Svizzera. Dal punto di vista del turista la scelta di una destinazione geograficamente più vicina e perciò raggiungibile in automobile tornerà a essere più appetibile per un semplice motivo: la decarbonizzazione dell’economia renderà i voli di media-lunga distanza più costosi; invece, consentirà viaggi più economici e apparentemente più “ecologici” grazie al proprio veicolo a batteria.
Poi, nel corso degli ultimi cinquant’anni, la nostra provincia si è dotata di una straordinaria struttura ricettiva in ogni categoria di albergo e di ogni tipo. Si è formato un tessuto denso di imprese di servizi legati al turismo, un’infrastruttura del tempo libero ben organizzata che talvolta lascia pensare a una Disneyland. Ne è un esempio la Dolomiti SuperSki, le cui piste sono dotate di sistemi di innevamento artificiale al 90% che può facilmente far fronte anche ai costi crescenti dell’energia e dell’acqua. A cui si aggiunge la macchina pubblicitaria turistica finanziata in primo luogo dalla Provincia autonoma di Bolzano.
Al fine di frenare l’impatto negativo del turismo le associazioni ambientaliste sudtirolesi propongono vari interventi che puntano a limitarne gli eccessi: la regolamentazione dell’accesso agli hotspot turistici come il Lago di Braies e l’Alpe di Siusi; il blocco di nuovi impianti di risalita, pedaggi e divieti di circolazione sui passi alpini più trafficati, limiti più severi alla costruzione di nuovi alberghi, un aumento generale della tassa di soggiorno e una disciplina più severa per gli affitti turistici a tempo breve.
Benché tutto questo sia legittimo non incide però sui fattori strutturali che continuano ad alimentare la crescita del turismo in Alto Adige. Occorrerà intervenire direttamente sui mercati rincarando l’offerta e reindirizzando la domanda. Vanno eliminati i privilegi finanziari di cui godono le imprese turistiche: prima di tutto la pubblicità finanziata dagli enti pubblici. Perché il contribuente locale dovrebbe pagare le campagne pubblicitarie sui mercati internazionali che poi vanno a compromettere direttamente la sua qualità della vita?
Vanno poi cancellati i contributi pubblici erogati ogni anno alle imprese turistiche: perché sovvenzionare un settore già in eccesso che continua a crescere? Va sistematicamente aumentato, per contro, il livello salariale dei dipendenti del settore, segnato come abbiamo detto dal precariato. Lo statuto di autonomia della Provincia di Bolzano consente perfino l’introduzione di un’imposta sul turismo, possibilità finora mai sfruttata. Tutto ciò comporterebbe un certo aumento dei prezzi nell’industria turistica, aumento necessario per calmierare la domanda.
Naturalmente va affrontata anche la mobilità motorizzata, evitando che ogni località possa essere raggiunta in automobile. Come tornare a un minimo di tranquillità con meno inquinamento a favore sia della qualità della vacanza degli ospiti sia della vita dei residenti? Occorre inoltre limitare il numero di posti letto. A questo scopo serve lungimiranza, nelle decisioni politiche come fra gli imprenditori del settore. Chiusi in una logica di crescita e profitto immediato non si accorgono di una capacità ricettiva già oggi in eccesso che in futuro potrà ritorcersi contro loro stessi.
Rientrare da un tipo di sviluppo imboccato nel corso di decenni non è mai facile. Per cambiare rotta occorre un diverso approccio culturale e il coraggio politico di non assecondare la miopia dell’interesse immediato. Solo così ci salveremo dall’overtourism.
Fonte
09/06/2025
Dentro il “nuovo” Afghanistan
Di tutti i luoghi in cui questo fenomeno è avvenuto nella storia contemporanea, però, l’Afghanistan è certamente uno di quelli in cui si è ripetuto con più frequenza. Qui, inoltre, vi è stato il minor interesse nel riprendere in mano gli eventi con maggiore lucidità per riscrivere la storia senza dover seguire la narrazione bellica e pre-bellica dei fatti prodotta dalle potenze che hanno compiuto la guerra in oggetto.
Dentro il regime, ma con i social media
Dopo essere stato in Afghanistan a novembre 2024, questo fenomeno mi è apparso molto chiaramente davanti. L’Afghanistan dei talebani vive, dopo il reinsediamento del movimento di matrice religiosa islamica sunnita al governo de facto del Paese, nel 2021, un tentativo di apertura verso l’esterno. Questa sta tuttavia passando quasi inosservata sui media tradizionali, nonostante sui social media siano sempre più numerosi i contenuti che suggeriscono di viaggiare nel Paese, mostrandone le bellezze archeologiche, paesaggistiche e culturali.
Questi video spesso promuovono, direttamente o indirettamente, il turismo in Afghanistan e mostrano come le condizioni di sicurezza siano molto migliorate rispetto agli ultimi vent’anni. Ancor più importante però, mostrano i talebani come un gruppo sì simile a come li si conosce, ma tutto sommato accogliente e innocuo verso gli stranieri. Per capire l’emersione di questo nuovo fenomeno mediatico, molto più in mano alla popolazione comune piuttosto che ai media tradizionali, bisogna capire come si è arrivati fino a questo punto storico e “come sta”, ora, l’Afghanistan.
Da “Freedom fighters” a “pericolo globale”
L’imprevedibilità della situazione interna dell’Afghanistan è sempre stata una costante nella storia del Paese sin dal periodo delle guerre contro i britannici, iniziato con una storica disfatta di questi ultimi nel 1842 e conclusosi nel 1919 con la firma degli accordi che avrebbero portato alla definizione dell’attuale confine tra Afghanistan e Pakistan.
Da quel quarantennio di giochi tra potenze, principalmente Regno Unito e Impero russo, il Paese ha visto diversi cambi di regime, periodi di stabilità interrotti da colpi di Stato e, più recentemente, una guerra civile caratterizzata da un’anomia politica che ha permesso l’emersione di gruppi come quello talebano.
Fino agli anni ’90, cioè fino a quando l’URSS non si era ancora ritirata dall’Afghanistan e i mujaheddin (da una cui costola nacquero proprio i talebani) erano finanziati in chiave anti-sovietica da USA, Arabia Saudita e Cina, gli uomini barbuti che venivano dalle montagne erano una risorsa. Come diceva l’ex presidente degli Stati Uniti d’America Jimmy Carter in un suo famoso discorso alla nazione trasmesso sulle TV statunitensi, l’invasione sovietica dell’Afghanistan era «un intenzionale sforzo di un potente governo ateo di soggiogare un popolo musulmano indipendente».
Il movimento raggiunse il suo apice dapprima nel 1996, prendendo controllo di gran parte del Paese presto sbaragliato dall’invasione statunitense del 2001. A partire dagli anni immediatamente precedenti l’invasione, i talebani vennero dipinti nei media nostrani (e di tutto l’Occidente) come un movimento altamente ostile e pericoloso per l’intera umanità. Dai divieti per le donne alla conversione dei cinema in moschee, i talebani, amici di al-Qaeda, erano uno dei nuovi mali assoluti sul piano internazionale.
Nel 2020 le carte in tavola cambiano ancora. Dopo gli accordi di Doha, firmati tra Stati Uniti e governo talebano (riconosciuto de facto da numerosi Paesi nel mondo, ma non ufficialmente a livello internazionale), l’immagine e l’atteggiamento dei talebani sono iniziate a cambiare lentamente.
Il “Nuovo” Emirato Islamico, amici (e nemici) come prima
Non è da poco il fatto che gli Stati Uniti abbiano siglato degli accordi con il governo talebano nel 2020, dotandolo di fatto di un’implicita autorità sul territorio afghano. E non è da poco neanche che degli accordi di Doha sia stata pubblicata solo una parte, mantenendone secretata un’altra – la cui esistenza è tuttavia stata annunciata sin da subito. Una mossa che potrebbe servire in futuro, in particolare agli Stati Uniti, per ricorrere al ricatto in caso le promesse dei talebani esplicitate nella parte segreta non venissero mantenute, oppure per legittimare un’azione strategica che, in un determinato momento storico, sarebbe invece inaccettabile per l’opinione pubblica sulla base della sola parte pubblica degli accordi.
Mentre i rapporti con Washington e l’Occidente rimangono ufficialmente freddi, la Turchia finanzia la costruzione di moschee nel Paese, come suo solito nella sua area di interesse strategico, usando l’Islam come legame culturale e identitario per esercitare il proprio soft power, laddove la carta dell’etnicità turca non sia utilizzabile. Gli Emirati Arabi Uniti intrattengono rapporti formali con i talebani, ospitando un loro ufficio consolare a Dubai che, curiosamente, espone ancora la bandiera della ormai decaduta Repubblica Islamica. Proprio a Dubai ha poi sede la Alokozay, azienda produttrice di tè, acqua in bottiglia e altri prodotti alimentari molto conosciuta in Asia occidentale.
Fondata da un imprenditore afghano, questa prende il nome di una tribù pashtun, la quale mantiene presumibilmente ancora contatti con il governo talebano, essendo di gran lunga il principale fornitore di acqua in bottiglia del Paese.
I rapporti con altri Paesi a maggioranza musulmana sono sempre più sviluppati: per questo, in Afghanistan, i musulmani sono i benvenuti ovunque, potendo contare anche su ingressi gratis nelle moschee e in alcuni luoghi turistici. I non musulmani, in quanto turisti, sono comunque trattati mediamente con accoglienza, data comunque la risorsa economica e di soft power sottesa al turismo internazionale.
I turisti devono tuttavia sottostare a regole precise, anche se queste vengono sempre meno applicate. Tra le più importanti, vi è il divieto assoluto di fotografare e riprendere donne, dovuto a una volontà di preservarne (dal punto di vista talebano) la dignità. La decisione si muove soprattutto verso una progressiva totale proibizione della diffusione di immagini di volti di esseri viventi, in accordo con la loro interpretazione dell’Islam sull’idolatria. I volti umani, e anche quelli animali, sono stati per questo censurati su molti cartelloni pubblicitari e vetrine delle città.
Alcune di queste misure seguirebbero, secondo alcuni osservatori esterni, la corrente di pensiero di stampo wahhabita propria del pensiero politico arabo-saudita. Pure i sauditi, seppur in maniera forse più coerente dei talebani, avrebbero infatti realizzato una delle più grandi campagne di “marketing strategico” sul piano internazionale degli ultimi decenni, producendo risultati formidabili nella loro legittimazione (o quantomeno tolleranza) da parte di popolazioni come quella occidentale. I talebani, incentivando l’ingresso di visitatori e capitali nel Paese, potrebbero star tentando la stessa strada, partendo tuttavia da una posizione molto più svantaggiata in termini di risorse, capacità e, soprattutto, di reputazione internazionale (tra le peggiori al mondo).
L’immagine dei talebani sembra essere il più grande nodo della questione, difficile da sciogliere per la stessa élite talebana, la quale in parte ancora spinge per il mantenimento del vestiario militare e degli AK-47 sempre a tracolla, simbolo dell’onore e della valorosità del combattente tipico della cultura pashtun. Dal modo in cui i talebani si sono presentati a Doha nel 2020 e in vari recenti incontri internazionali (come ad esempio all’ultima COP), sembra tuttavia che stiano cercando di adottare una corrente più “formale” e “diplomatica” anche sul piano estetico, neutralizzando gli elementi fisici che rendono i talebani tanto riconoscibili, ma anche ostili, all’occhio di un osservatore esterno – in particolare occidentale.
Non tutti sono “così talebani”
L’opinione interna afghana, intanto, prende delle pieghe interessanti. Se nei primissimi tempi del nuovo governo i talebani erano visti da moltissimi afghani con assoluto terrore, a causa anche della violenza e della disorganizzazione con cui presero il potere ad agosto 2021, oggi la popolazione comincia a rendersi conto che il Paese potrebbe, dopo quasi 50 anni di squilibri, tendere verso la stabilità. L’accettazione dei talebani da parte del popolo non avviene però senza compromessi: oggi, quella in atto è più che altro una sopportazione da parte delle minoranze non pashtun e non direttamente connesse alla struttura del potere pashtun. La diffidenza tra queste e governo rimane alta, ma se la situazione si mantenesse pacifica e le restrizioni venissero sempre più ridotte, anche per molti afghani rimasti nel Paese i talebani potrebbero un giorno diventare un governo legittimo e autorevole. In merito a tematiche quali l’educazione delle donne, tuttavia, non sembrano esserci miglioramenti in vista. E non ve ne saranno almeno fino a quando tali cambiamenti non diverranno convenienti sul piano strategico.
L’Afghanistan è ancora in guerra?
Nel frattempo, l’Occidente rimane ancora largamente fisso sulle immagini del passato. Non tanto da un punto di vista morale e culturale, quanto da quello degli sviluppi economici e geopolitici in atto nella regione. I talebani continuano a usufruire degli aeroporti delle principali città del Paese, costruiti inizialmente a scopi militari con il finanziamento anche di alcuni Stati europei (tra cui l’Italia, con un prestito di 137 milioni di euro dai termini mai chiariti) e oggi usati per voli commerciali interni e verso l’estero. Molti verso Dubai, ma anche verso Paesi che intrattengono rapporti con l’Emirato, come Pakistan e Turchia.
In questo quadro di drammatica obsolescenza della nostra informazione, trovano spazio video di creatori di contenuti che mostrano immagini di un Afghanistan “come non te lo aspettavi”, ricco di tradizioni e bellezze. In questo contesto, i talebani sono rappresentati tanto “umani come noi” quanto nella forma di goffi sempliciotti che, armati di AK-47, danno vita a situazioni tragicomiche degne di diventare virali sui social.
Di fronte a questo grottesco scenario mediatico, bisogna tornare urgentemente a reinterpretare e conoscere l’Afghanistan e la sua storia, avendo quindi a che fare anche con coloro che, piaccia o meno, lo stanno governando in maniera incontrastata da alcuni anni a questa parte.
Fonte
17/02/2025
Livorno 2014-2024: crollo del lavoro cognitivo e ascesa del precariato nel turismo
Al convegno USB “Dall’industria all’overtourism” è emerso come nel corso degli anni ’10 Livorno e provincia abbiano visto un netto calo della forza lavoro industriale (-18%) a favore di quella nel settore turistico (+22%). Questa crescita numerica della forza lavoro, per un complessivo -1% di disoccupazione tra il 2012 e 2023, si è accompagnata però a una sensibile riduzione del potere di acquisto dei nostri territori: -8% in dodici anni per il lavoro industriale e -20%, un quinto del salario, per il lavoro del settore turistico. Il tutto entro una attuale media di salario mensile, per Livorno e provincia, di 1500 euro al mese a fronte di 1800 euro di media nazionale di un paese che, secondo il Corriere della Sera, risulta inferiore alle media europea dei salari del 15%. Quali sono i motivi di questo scarto netto tra Livorno e media italiana che pongono i nostri territori in una dimensione di downgrade economico e sociale?
Dal punto di vista della composizione della forza lavoro la spiegazione sta nel fatto che Livorno e provincia sono economie a basso valore aggiunto ovvero il valore che emerge dalla produzione e distribuzione di beni e servizi grazie ai fattori produttivi adoperati. Nell’industria in declino il valore aggiunto del prodotto è basso, nel turismo è basso quello dei servizi erogati per cui, non a caso, il salario mensile è inferiore alla media nazionale: è la condizione per realizzare profitti sui nostri territori. Quello che manca a Livorno e provincia è il lavoro ad alto valore aggiunto, il lavoro cognitivo, in grado di far lievitare il valore di prodotti, salari e profitti. E qui emerge la questione, drammatica, dei nostri territori: nel corso del decennio 2014-2024 è avvenuto un vero e proprio crollo della presenza del lavoro cognitivo a favore di quello a basso valore aggiunto e precario di cui il turismo rappresenta solo uno degli aspetti.
Tra il 2014 e il 2024, Livorno e la sua provincia hanno vissuto infatti trasformazioni significative nel mercato del lavoro, caratterizzate da una riduzione della forza lavoro cognitiva (legata a lauree e diplomi) e una crescita del lavoro precario, soprattutto nel turismo e nella gig economy. Di seguito, una scheda di questi fenomeni per inquadrare concettualmente il fenomeno.
1. Perdita di forza lavoro cognitiva
Emigrazione giovanile
- Dati indiretti: nonostante l’assenza di statistiche dirette sull’emigrazione, i dati demografici e occupazionali suggeriscono una fuga di giovani qualificati verso altre regioni o paesi. Il saldo positivo di nuove imprese (+316 nel 2024) è concentrato in settori a bassa specializzazione, mentre la creazione di società di capitale (tipiche di attività ad alto valore aggiunto) è limitata.
- Disallineamento formativo: il 48% delle imprese livornesi segnala difficoltà nel reperire profili qualificati, indicando che molti giovani formati potrebbero aver lasciato il territorio per opportunità altrove.
- Sottoutilizzo delle competenze: tra il 2021 e il 2023, è emerso un sottoutilizzo della forza lavoro, con individui che lavorano meno ore rispetto alle aspettative, spesso in ruoli fortemente incoerenti con il loro livello di istruzione.
- Esempio: laureati impiegati in posizioni non specializzate nel turismo o nel commercio, settori che nel 2024 assorbivano il 76% delle nuove assunzioni, prevalentemente in servizi a bassa qualifica.
Inattività
- Disoccupazione strutturale: l’aumento dei costi energetici (+30% previsto nel 2025) e la carenza di reali politiche attive per l’occupazione hanno aggravato l’inattività, soprattutto tra i giovani under 30, che rappresentano il 28% delle nuove assunzioni ma con contratti spesso temporanei.
2. Crescita del lavoro precario: turismo e gig economy
Turismo
- Espansione del settore: il turismo è diventato un pilastro economico, con presenze alberghiere in aumento del 3-5% nel 2024 e picchi stagionali al “tutto esaurito” . Tuttavia, il 76% delle nuove assunzioni nel settore dei servizi (dicembre 2024) riguarda ruoli stagionali o part-time, spesso senza stabilità contrattuale.
- Destagionalizzazione fallita: nonostante gli sforzi per promuovere il turismo fuori stagione, la domanda lavorativa rimane concentrata nei periodi estivi, alimentando precarietà.
Gig economy
- Impatto nazionale e locale: in Italia, il 14% della forza lavoro è coinvolto in attività gig, con settori come consegne, trasporti e turismo in prima linea. A Livorno, la crescita del turismo ha favorito l’ascesa di lavoratori autonomi senza tutele (es. rider, addetti alle pulizie stagionali).
- Esempi concreti: lavoratori senza contratti formali
nel settore alberghiero o legati a piattaforme digitali, privi di
assicurazioni e previdenza sociale.
3. Tra perdite cognitive e crescita precaria, dieci anni a confronto
4. Fattori chiave delle dinamiche
- Mancata diversificazione economica: l’economia livornese rimane legata a settori tradizionali (turismo, commercio), con investimenti molto scarsi in innovazione e alta tecnologia.
- Crisi energetica e costi: l’aumento del 30% delle bollette ha limitato la capacità delle PMI di assumere stabilmente, spingendo verso contratti flessibili.
- Scarsa formazione professionale: Il 48% delle imprese segnala un mismatch tra competenze richieste e offerte, aggravato da politiche formative inefficaci.
Conclusioni
Tra il 2014 e il 2024, Livorno ha visto un dualismo entropico nel mercato del lavoro:
riduzione della forza lavoro cognitiva (-20% stimato) e crescita del
precariato (+25%). Senza interventi strutturali, non all’orizzonte, il
rischio è un ulteriore impoverimento del capitale umano, con ricadute
negative sulla qualità della vita territoriale e il rischio di serie patologie sociali.
Emigrazione giovanile – per cui il sistema Livorno e provincia esporta
il sapere che produce senza saldo positivo – e demansionamento sono
riflessi di un tessuto produttivo non in grado di utilizzare lavoro ad
alto valore aggiunto (a causa di scarsi se non nulli investimenti).
In
sostanza, nel corso di oltre un quindicennio, il sistema Livorno ha
risposto alla grave crisi del 2008-2009, certificata come tale da Irpet,
adattandosi all’utilizzo di forza lavoro a basso valore aggiunto,
decrescente nell’industria e crescente nel turismo. In mezzo la crisi
del lavoro cognitivo, l’incapacità sistemica di impiegarla sui nostri
territori, che spiega la media di bassi salari presente a Livorno e
provincia. Considerando che la rivoluzione fatta di IA e robotica
nei processi produttivi e nei servizi aggredisce il lavoro a basso
valore aggiunto e persino quello ad alto valore, ma non in grado di
adattarvisi, Livorno si sta preparando all’economia dei prossimi dieci anni con serie criticità
nella composizione della sua forza lavoro, soprattutto nella sua
capacità di estrarre reddito sufficiente dalle proprie attività
lavorative.
15/08/2024
Le proteste contro l’overtourism potrebbero estendersi oltre la Spagna
Un fenomeno che interessa da vicino il nostro paese, non solo nelle località rivierasche o nelle tradizionali ‘città d’arte’.
Uno degli epicentri di questa battaglia è stata la penisola iberica, nella quale abbiamo visto svilupparsi una combinazione di forme di lotta che mettono in luce il medesimo problema: la non sopportazione delle condizioni di esistenza in luoghi monopolizzati dall’economia turistica e l’inadeguatezza delle politiche fino ad ora attuate per contrastarlo.
L’anno prossimo, a Lisbona, potrebbe tenersi un referendum per imporre la fine della concessione degli affitti brevi, su spinta del movimento per l’abitare della capitale che ne ha fatto una delle sue maggiori battaglie.
Fino ad ora, tutte le formule trovate da chi governa le città sembrano più che altro palliativi, tesi a mitigare solo alcuni effetti del fenomeno, senza risolvere le contraddizioni che sviluppa.
Parliamo di carenza d’alloggi per le classi popolari, precarietà lavorativa, trasformazione del tessuto urbano in un grande centro commerciale per il turismo mordi-e-fuggi, ecc.
Una recente ricerca ripresa sulle pagine de Il Fatto Quotidiano in un articolo di Roberto Rotunno, “Booking & C. hanno portato ancor più precari nel turismo”, mostra come le piattaforme aumentano il mercato delle imprese, ma i costi alti del servizio spingono a ridurre quelli del lavoro.
L’inchiesta in questione, “Dipendenza dalle piattaforme digitali e precarietà: un’analisi del settore turismo e ristorazione”, è stata svolta a otto mani da V.Cirillo, M.Deidda e D.Guarasco e J.Tramontano.
In essa si stabilisce, numeri alla mano, una correlazione difficile da ignorare per cui tra le prime vittime del capitalismo delle piattaforme c'è proprio la forza lavoro impiegata.
Ma la cosiddetta gig economy non ha fatto che esasperare un fenomeno già presente nel settore. In esso, nonostante la deregolamentazione del mercato del lavoro ‘legale’ e l’abbassamento degli standard contrattuali, non sono state eliminate forme di caporalato classico.
Lo ha mostrato chiaramente anche la recente inchiesta della Guardia di Finanza di Rimini, che ha scoperto una falsa agenzia di lavoro, già tra l’altro indagata in precedenza nell’operazione Free Job 1!
Un’azienda che ‘appaltava’ irregolarmente i suoi lavoratori, alcuni dei quali completamente a nero, nella riviera romagnola, come a Milano e Roma.
Una storia che unisce falsa intermediazione di manodopera ed evasione fiscale totale, e che è la rappresentazione plastica di come, all’ombra di un sistema a cui è concesso praticamente tutto, prosperi l’extra-legalità totale a danno della manodopera impiegata.
Non stupisce che la notizia non abbia avuto lo stesso trattamento della serrata dei balneari, chiamato impropriamente ‘sciopero’ da una informazione asservita ad una delle categorie peggiori di ‘prenditori’ nostrani.
Tornando al tema principale. La misura è colma tanto da preoccupare persino l’Unesco, che non sembra avere anch’esso soluzioni valide.
Abbiamo tradotto questo articolo della corrispondente a Madrid del Guardian, che mette in luce tutto questo.
Buona lettura.
Le proteste per il turismo di massa potrebbero estendersi oltre la Spagna, dice il funzionario dell’Unesco
Ashifa Kassam (Madrid)
La situazione è “sbilanciata”: la popolazione locale non ha più un alloggio e viene frustrata dalle orde di turisti in cerca di selfie.
L’aumento del numero di visitatori, l’impennata dei prezzi degli alloggi e la crescita dei turisti che cercano i selfie hanno contribuito a creare situazioni “totalmente sbilanciate”, ha dichiarato un funzionario dell’Unesco, aggiungendo che, se non si affrontano questi problemi, l’ondata spagnola di proteste contro il turismo di massa potrebbe estendersi a tutta l’Europa.
Nelle ultime settimane decine di migliaia di manifestanti sono scesi in piazza nelle destinazioni più popolari della Spagna, chiedendo di limitare il turismo di massa e di ripensare un modello di business che, a loro dire, ha fatto lievitare i prezzi delle case e allontanato la popolazione locale dalle città.
Da Malaga a Maiorca, da Gran Canaria a Granada, gli organizzatori hanno sottolineato che le proteste non sono contro il turismo in sé, ma piuttosto una richiesta di approccio più equilibrato.
È un sentimento a cui fa eco Peter DeBrine, senior project officer dell’Unesco per il turismo sostenibile. “Quello che vediamo è che stiamo superando una soglia di tolleranza in queste destinazioni”, ha detto. “Stiamo cercando di riequilibrare la situazione. Ora è totalmente sbilanciata”.
Ha indicato una miriade di fattori per spiegare perché molti in Spagna – da sempre una delle destinazioni turistiche più popolari al mondo – stanno ora guidando il contrattacco all’industria turistica. Tra questi, la crisi degli alloggi, definita “la goccia che fa traboccare il vaso”.
Il turismo ha esacerbato le preoccupazioni esistenti sull’accessibilità economica degli alloggi, in quanto la diffusione di alloggi a breve termine spinge i residenti locali fuori dal mercato. “Credo che questo abbia aggiunto molta ansia e frustrazione alle persone che vivono in queste destinazioni”, ha detto DeBrine.
I lavoratori di località come Ibiza si sono ritrovati con poca scelta se non quella di vivere in furgoni, roulotte e tende, mentre a Malaga una “ribellione degli adesivi” ha visto i residenti affiggere adesivi – con la scritta “Una famiglia viveva qui” o “Tornatevene a casa” – fuori dai locali turistici della città.
Mentre la Spagna passa da un anno record all’altro, il numero vertiginoso di visitatori è un altro fattore che ha contribuito alle proteste, ha detto DeBrine. “Penso che per alcune destinazioni conti anche il modo in cui i turisti si comportano”, ha detto. “Penso che anche questo si aggiunga al problema: i turisti che non rispettano le destinazioni in cui viaggiano”.
Le destinazioni spagnole hanno da tempo cercato di contrastare quelli che la popolazione locale descrive come comportamenti antisociali: introducendo codici di abbigliamento, riducendo la vendita di alcolici, e, come è accaduto di recente in una località turistica, vietando i costumi gonfiabili a forma di pene e le bambole sessuali.
L’Unesco promuove da tempo i viaggi, sottolineando la loro singolare capacità di promuovere l’apprezzamento del patrimonio culturale in tutto il mondo. Ma in un’epoca di social media, questo ideale è diventato apparentemente più difficile da vendere, ha detto DeBrine.
“Voglio dire, ci siamo anche evoluti in quello che io chiamo un turismo motivato dai selfie”, ha detto. “Vogliono solo scattare una foto di qualcosa senza capire cosa sia e cosa significhi per il nostro passato e il nostro futuro”.
La frustrazione nei confronti delle crescenti orde di amanti dei selfie si è manifestata a giugno a Maiorca, dove centinaia di persone hanno inscenato una protesta in una pittoresca baia per lamentarsi del sovraffollamento e del degrado ambientale causato dai molti Instagrammer e influencer che si affollano sul posto per catturare l’immagine perfetta.
Settimane dopo, tuttavia, le proteste in Spagna hanno preso una piega amara dopo che un gruppo di manifestanti muniti di pistole ad acqua ha spruzzato acqua sui turisti. Altri portavano cartelli con scritto “Turisti tornate a casa” e “Non siete i benvenuti”.
DeBrine ha descritto le azioni come “estreme e non necessarie”, ma le ha viste come frutto della frustrazione: “E probabilmente non spariranno finché non ci sarà una qualche risposta”.
È necessario un cambiamento di paradigma, ha detto, in cui i responsabili delle decisioni inizino a chiedersi come migliorare le cose per i residenti. “È un po’ un cliché, ma io dico sempre che i luoghi migliori in cui vivere sono anche i luoghi migliori da visitare”.
Si tratta di un cambiamento già visibile in molti luoghi, ha detto, indicando la spinta della Danimarca a incoraggiare comportamenti sostenibili e rispettosi del clima e la tassa d’ingresso di Venezia. A Barcellona, il sindaco ha recentemente promesso di limitare gli affitti di appartamenti ai turisti entro il 2028, mentre Maiorca e Dubrovnik hanno preso provvedimenti per limitare gli arrivi delle navi da crociera.
Non tutte queste soluzioni funzioneranno necessariamente, ha detto DeBrine, indicando come esempio i precedenti tentativi di disperdere i turisti all’interno delle destinazioni hotspot.
La strategia ha portato a conseguenze indesiderate, in quanto alcuni abitanti del luogo hanno iniziato a lamentarsi del rumore e della pressione sulle infrastrutture locali, mentre altri si sono visti espellere dalle zone in cui le abitazioni venivano sempre più spesso convertite in affitti a breve termine. “All’improvviso ci sono persone dappertutto in una destinazione e anche questo è un po’ un problema”.
Ma queste carenze sono preferibili all’alternativa in cui le autorità locali si rifiutano di riconoscere il problema, rischiando di diffondere le proteste contro il turismo al di fuori della Spagna, ha detto DeBrine.
“Abbiamo una piccola finestra per iniziare a fare dei cambiamenti e provare cose diverse”, ha detto. “L’obiettivo è diventare più sostenibili, quindi come ci arriviamo?”
Fonte
11/08/2024
L’overtourism: sfruttamento dei luoghi pubblici, guadagno dei privati
In Grecia nel 2013 ci fu la “rivolta degli asciugamani” contro i soprusi dei balneari (che stavano occupando più di quanto concesso). In Portogallo è di quest’anno la proposta di referendum contro gli affitti delle case ai turisti.
Infine la Spagna con Barcellona, Malaga e Maiorca che hanno visto manifestazioni contro il cosiddetto overtourism.
“L’impatto del turismo su una destinazione, o parte di essa, che influenza eccessivamente e in modo negativo la qualità della vita percepite dai cittadini e/o la qualità delle esperienza dei visitatori”. Così è stato definito l’overtourism dell’Organizzazione mondiale del turismo (agenzia del turismo delle Nazioni Unite).
Il perché delle manifestazioni è dato dalla definizione stessa, ma che deve essere riletta in un altro modo per capire il problema: “lo sfruttamento dei luoghi pubblici che il turismo offre, per il guadagno dei privati ai danni dei molti residenti”.
Spesso, in Italia, quando si parla di turismo lo si intende come “settore traino” dell’economia, si parla di indotto, di spesa e di PIL. Ora, senza rovinare la giornata ai sostenitori della teoria dei vasi comunicanti, andiamo a vedere di cosa si parla realmente.
La produzione lorda diretta del turismo (il PIL) è intorno al 5%, circa 10 miliardi su quasi 2mila miliardi di euro all’anno di Pil. Non proprio un traino, anche se comunque rilevante. Per avere un riferimento l’automotive in Italia vale l’9% del PIL [fonte Ainfa, associazione nazionale filiera industria automobilistica].
Prendiamo le strutture ricettive, come alberghi, case e b&b: si tratta di privati che appaltano a multinazionali (come le piattaforme Airbnb, Booking, ecc.) di cui non serve sottolineare come la maggior parte delle tasse di queste siano pagate fuori dall’Italia.
In più, secondo uno studio del 2020 dell’Ente bilaterale del turismo, il 30% degli arrivi non è registrato. Un enorme fetta del mercato, circa 5 milioni di arrivi all’anno, è fantasma, ma solo per le tasse non per le persone che occupano realmente gli spazi turistici. Nel 2019 il Ministero del Turismo (governo Conte I) ideò una banca dati nazionale delle attività ricettive. Ancora non realizzata. Ad oggi siamo alla fase sperimentale del progetto.
In Italia si dice che l’afflusso di persone in visita dovrebbe portare maggior lavoro (cosiddetto stagionale) a chi di mestiere offre servizi: dai bar/ristoranti, ai vari centri e villaggi turistici.
Eppure basta fare un giro sulle piattaforme (pubbliche o private) d’incontro tra padroni e lavoratori per vedere le paghe da fame offerte, sempre se contrattualizzate. Contratti full-time, ma pagati part-time, senza giorni di riposo o che contano le mance nella retribuzione.
Da qui due possibilità: o chi “vive di turismo” non paga i lavoratori a sufficienza per offrire i beni e i servizi, oppure il turismo non porta sufficienti guadagni (ma allora perché cercare lavoratori, soprattutto stagionali? ndr)
Infine i luoghi del turismo. Dalle piazze ai musei alle spiagge, dalle strade ai mezzi pubblici. Affollamento è la parola che usiamo più frequentemente, ma anche impegno e investimenti solo in determinate zone. Con autobus e tram che vengono comprati per il centro, con la pulizia delle strade e la raccolta dei rifiuti che si concentra nelle zone di maggior interesse (turistico), lasciando a chi vive la città solo quel che avanza, se avanza. I cittadini di Roma e delle altre grandi città ne sanno qualcosa.
Lo abbiamo detto all’inizio, il problema non è recente, anzi, c’erano tutti i presupposti per elaborare un piano già da tempo. È vero che sono le zone centrali e costiere delle nostre città a soffrire di più (anche per via delle radici storiche che le nostre città possono ancora mostrare).
Ma a fermare il discorso che già nel 2016 stava trovando spazio, c’è stata la pandemia. Dopo il primo grande lockdown del 2020, infatti, in Italia non si parlava d’altro se non di riaprire tutto far ripartire il turismo. Con tanto di scenette assurde che vedevano i virologi controbattere ai rappresentanti di settore. Il rinnovamento strutturale e giuridico per consentire un miglior turismo, inteso come miglioramento di tutta la città/località per tutti, residenti e non, poteva essere rimandato.
Così si è arrivati ad oggi: con l'ingresso a Venezia a pagamento, le manifestazioni nelle piazze e la serrata dei balneari.
Perché sì, c’è sempre anche l’altra parte che dice la sua. Può sembrare fuorviante, ma il finto sciopero dei privilegiati che non vogliono perdere i privilegi è un classico in Italia. E solo “finto sciopero” può essere definito uno sciopero di due ore.
Quando nel 2021/2022 si ricominciò a parlare della tanto criticata Direttiva Bolkestein (che prevedeva, nel 2006, tra le altre cose anche la ripresa dei bandi per la concessione di parte delle coste), i primi a porsi sul piede di guerra furono proprio i cosiddetti balneari che rivendicavano l’impossibilità dei “piccoli” imprenditori del turismo costiero italiano di competere con le grandi multinazionali.
Poi però sono uscite le cifre di questi fantomatici piccoli imprenditori, che allo Stato pagano di canone 115 milioni, complessivamente, ma che di contro vedono un fatturato di oltre 31 miliardi. [dati Mef]. Ossia circa 27 volte tanto (considerando un guadagno netto del 10% sul fatturato). Se si vuole un altro dato, per i singoli stabilimenti si parla di 7.600 euro di canone medio contro i 260mila euro di fatturato. [fonte Nomisma]
E qui si ritorna al punto iniziale ovvero i guadagni di pochi ai danni di molti. Con i residenti e i turisti meno abbienti stipati in spazi angusti delle spiagge libere, spesso lontane centinaia di metri l’una dall’altra e dagli accessi.
Ora non sappiamo quali saranno le decisioni dei governi, dalle amministrazioni locali alla Commissione Europea, passando per il Governo nazionale. Ma purtroppo, se già non ci aspetteremmo un cambio di passo da un governo di centro-sinistra, figuriamoci da un governo di destra.
Quello stesso governo che al Ministero del Turismo ha nominato Daniela Santanché ex-balneare, in quanto ex proprietaria dello stabilimento e locale esclusivo Twiga (in Forte dei Marmi, Toscana) e attualmente accusata per truffa aggravata ai danni dello Stato e per falso in bilancio per le sua ex-società Visibilia.
Fonte
06/08/2024
Turismo di massa e affitti turistici. Contraddizione lacerante per le città e gli abitanti
Simone, lavoratore in contratto di solidarietà da anni, possiede una casa vacanze gestita da B&B in un quartiere semiperiferico della Capitale e dalla quale riceve un reddito che va a integrare quello da lavoro che, immaginiamo, sia ridotto da tempo a causa del contratto di solidarietà. La situazione del nostro lettore è tutt’altro che eccezionale, anzi costituisce da decenni una condizione comune a milioni di lavoratori e lavoratrici.
Nella sua lettera contesta le campagne stampa tese a demonizzare gli affitti turistici e le case affidate a B&B, soprattutto in questa estate che ha visto esplodere le proteste degli abitanti in alcune mete turistiche sottoposte a quello che viene definito “overtourism” e che si può tradurre più semplicemente come turismo di massa.
La lettera offre lo spunto per una discussione di merito che ci interessa molto e che un recente libro – Prigionieri del mattone – ha declinato in modo completo ed esaustivo sviscerando tutte le contraddizioni – e le maledizioni – relative alla questione abitativa nel nostro paese.
Il nostro lettore affianca ad osservazioni accettabili delle sottovalutazioni che lo sono meno. Il suo punto di vista della realtà delle cose è indubbiamente maggioritario nel senso comune della nostra società, ma ciò non significa che sia quello giusto. Il problema è sempre la prospettiva da cui si guarda alla realtà.
Simone scrive che “certamente esiste il problema drammatico ed innegabile della casa per le famiglie, ma canalizzare su un solo comparto ogni genere di responsabilità, agli occhi attenti di chi di quel comparto fa parte, appare come un’attività delatoria, dannosa e alquanto sospetta”.
In questo c’è del vero e del non vero. Sicuramente l’emergenza abitativa – che però si riproduce da decenni diventando ormai norma e non emergenza – non dipende solo dal boom degli affitti turistici ma anche dal fatto che migliaia di abitazioni affittabili sono state sottratte alla domanda di case in affitto per famiglie, genitori single, studenti fuorisede ormai impossibilitati ad accedere agli affitti, sia per la scarsità di case messe a disposizione (nonostante un numero di case sfitte enorme) sia per i prezzi degli affitti stessi.
Ed a questa riduzione della disponibilità di case in affitto per abitanti e residenti, ha contribuito molto anche la grande diffusione degli affitti turistici. Chi affitta ai turisti ha meno problemi che con inquilini stabili e le “variabili” che rappresentano, le relazioni sono mediate dalle piattaforme e ridotte al minimo, le possibilità di incasso sono superiori e più garantite – tolte le commissioni – dalle piattaforme stesse. Certo spesso i turisti sono vandalizzanti più di una famiglia o di studenti fuorisede, ma il gioco sembra valere la candela.
Un ragionamento individualista, come quelli incentivati da anni di cultura “proprietaria” che ha soppiantato sia quella produttiva che quella collettiva, porta a dire che questa è la soluzione migliore per “mettere a valore un immobile di proprietà”.
Ma qui si aprono almeno due problemi. Se la vastità del fenomeno fosse limitata non farebbe danni, ma se invece si estende – e si è estesa di molto – mette in aperta contraddizione un interesse individuale (messa a valore del proprio immobile) con quello collettivo (la domanda di case in affitto). E su questo la contraddizione appare insanabile.
Questo ha già generato e sta generando problemi. La pervasività degli affitti turistici nei centri storici delle città e nei quartieri vicini, produce una desertificazione sociale e uno stiparsi di turisti in queste zone. Incredibilmente anche i quartieri “bassi” del centro di Napoli stanno subendo questa trasformazione violenta dopo che per decenni è stata l’unica città in cui “i poveri” abitavano ancora nel centro. È una sorta di pulizia etnica e sociale che si va producendo sotto i nostri occhi. I benpensanti ne saranno felici, noi meno.
Non solo. L’espulsione degli abitanti dal cuore delle città, le consegna a soggetti come i “consumatori dinamici” (così Benetton definì i turisti negli anni Novanta in cui con le privatizzazioni si comprò Autostrade, Grill e Grandi Stazioni, ndr), ma che hanno un rapporto temporale, strumentale e relativo con le città o le località turistiche che visitano. A Roma, secondo alcune ricerche, i turisti che vengono per vedere il patrimonio archeologico sono una minoranza.
E poi veniamo ai cosiddetti benefici del turismo di massa o overtourism.
Simone afferma che dagli affitti turistici le “amministrazioni percepiscono enormi introiti dalle tasse di soggiorno”. Purtroppo non è affatto così. Il Comune di Roma ad esempio, raccoglie solo tra i 110 e i 125 milioni all’anno di tassa di soggiorno su un giro d’affari di oltre 5,5 miliardi (secondo altre fonti 6,7 miliardi).
E questo è un dato importante, perché è l’unico effettivo beneficio che l’intera città riceve dal disagio di dover convivere con un turismo di massa e devastante. Anni fa proponemmo che questa tassa diventasse una “tassa di scopo” destinata alle periferie, cioè a quella parte di città che non beneficia in alcun modo del turismo ma ne subisce tutti i disagi (sulla riduzione dei trasporti, la raccolta dei rifiuti etc etc).
Difficile poi sorvolare sui profitti che vengono incassate all’estero dalle multinazionali OTA (Online Travel Agency), così come sul loro livello di evasione fiscale nel nostro paese dove convogliano milioni e milioni di persone.
Questa discussione potrebbe continuare a lungo e le opposte argomentazioni potrebbero incrociarsi per intere giornate. Solo per affrontare il tema delle soluzioni (ad esempio come si riduce il turismo di massa? Con i ticket di ingresso o creando un clima malevolo e deterrente per i turisti?) ci vorrà del tempo, creatività e indagini sul campo.
Ma questa discussione, anche sulla spinta delle proteste popolari contro il turismo di massa, finalmente si è aperta e ci auguriamo che il nostro giornale possa contribuire ad essa. Pertanto ringraziamo Simone della lettera e invitiamo altre ed altri a prendere parola.
La lettera di Simone alla nostra redazione
Neanche un mese fa, i muri del Quadraro Vecchio dove ho la casa destinata a locazione turistica, uno dei quartieri più importanti della storia della Resistenza di Roma, sono stati riempiti di scritte contro la gentrificazione e, in particolar modo, contro il turismo e i “bed and breakfast”. Queste scritte – tra cui deliranti stelle a cinque punte, falce e martello e la “sempreverde” scritta “BR” – hanno deturpato per sempre un magnifico intervento artistico realizzato nel 2010 dal Comune di Roma, che aveva coinvolto artisti di tutto il mondo per la realizzazione del primo progetto di museo diffuso integrato nel tessuto sociale.Fonte
Non riesco a determinare il momento storico in cui siamo passati dall’urgenza di attrarre maggior turismo, sfruttando l’immenso patrimonio naturale, artistico e culturale del nostro paese, all’urgenza di contrastarlo con ogni mezzo possibile. Certamente, non si può non individuare nella stampa un ruolo cruciale nella diffusione di questo messaggio.
Pur comprendendo l’umana necessità di dover mettere in tavola la cena, resta un mistero come sia possibile che la responsabilità di ciò che, molto genericamente, viene perimetrato nel fenomeno dell'“overtourism” possa essere unicamente individuata nel profluvio di articoli “copia e incolla”, contro quelli che, altrettanto genericamente e a prescindere dalla nomenclatura e dai diversi regimi legali e fiscali, vengono chiamati “b&b”.
È sufficiente fare una ricerca per accorgersi che per il giornalismo intero, il problema principale dell’Italia non è l’inflazione galoppante né l’evasione crescente e inarrestabile di un sistema che premia sistematicamente chi elude il fisco. Il vero problema dell’Italia non è la guerra in Ucraina né l’escalation di sangue in Medio Oriente. E no, il problema non sono neanche i quattro morti al giorno sul lavoro né il dilagare delle droghe sintetiche. Nel nostro paese, come direbbe “Johnny Stecchino”, il vero problema, come per il “traffico” a Palermo, sono i “b&b”.
Mi domando: esiste un momento in cui in una redazione si va oltre all’intercettare un argomento mainstream per sfruttare il fenomeno del clickbait e ci si chiede se questo modus operandi non abbia partorito già sufficienti mostri, alimentando solo la brama di capri espiatori in una popolazione economicamente frustrata e vessata e in una classe dirigente capace esclusivamente di fornire risposte populiste a problemi complessi?
Certamente esiste la necessità di regolare i flussi turistici e certamente esiste il problema drammatico ed innegabile della casa per le famiglie, ma canalizzare su un solo comparto ogni genere di responsabilità, agli occhi attenti di chi di quel comparto fa parte, appare come un’attività delatoria, dannosa e alquanto sospetta.
Sospetta perché è indubbio che l’interesse principale nel contenimento degli affitti turistici – analogamente alla lobby dei taxi che ostacola in ogni modo nuove licenze e le piattaforme come Uber – è quello delle grandi catene alberghiere. Dannosa perché va a demonizzare chi ha la “colpa” di industriarsi per sostenere o creare un proprio reddito. Delatoria perché questa attività è sempre accompagnata anche dall’accusa di evasione, arricchimento indebito e sfruttamento.
Dunque, prendiamo un caso su tutti: Roma. Da mesi, l’unica cifra che viene pubblicata strumentalmente per aggredire e imporre misure drastiche verso i “b&b” è quella riportata dal Comune di Roma, che indica in 20.000 unità le strutture destinate agli affitti turistici. Gli alloggi – non gli edifici ma gli appartamenti – secondo l’ultima rilevazione dell’ISTAT del 2011, sono circa 1.600.000 (rilevazione che non prende in considerazione i dati della cementificazione avvenuta nei successivi tredici anni, considerando che solo tra il 2021 e il 2022, sono stati erosi 70.000 ettari destinati a nuova edilizia residenziale). Restando però ai dati del 2011 e senza considerare che da allora sono stati edificati immensi quartieri come Roma Est, Porte di Roma e la nuova Fidene, la percentuale di “b&b” è dell’1,25% sul totale degli alloggi disponibili.
Riassumendo: la responsabilità della desertificazione del centro storico di Roma, dell'“overtourism”, del degrado, delle tonnellate di spazzatura che invadono i quartieri, nonché di tutta la retorica sull'“artigiano che non c’è più” e degli “anziani di quartiere che giocavano a carte al bar scomparsi a causa dei b&b” è tutta da ricondurre all’1,25% degli affitti turistici. E in ultimo, non il lerciume onnipresente né le selve che crescono sui marciapiedi né la quantità di polveri sottili che respiriamo sono il segno della decadenza nella quale versa Roma, ma bensì, i “lucchetti” fuori dai portoni. Dei “b&b” sarebbe la responsabilità delle centinaia di pullman parcheggiati in terza fila, dei “b&b” sarebbe la colpa dell’assenza di alloggi per gli studenti (ma solo fino a settembre quando i titoli diventano “per colpa degli affitti a studenti non ci sono alloggi per le famiglie”) e, ovviamente, dei “b&b” sarebbe la colpa dell’impennata dei costi delle case e dell’inservibilità dei trasporti pubblici.
Quale sia il raziocinio che porti a pensare che un idraulico o un fabbro possa trarre vantaggio commerciale con una “bottega” nella ZTL, visto peraltro che la grande distribuzione è periferica, resta un mistero. E resta un mistero come si immagini che siano i due o quattro ospiti di un “b&b” e non le frotte del turismo alberghiero a richiedere spostamenti in pullman, così come resta un mistero del perché la TARI pagata dai proprietari dei “b&b” – a fronte di un tasso di occupazione ridotto rispetto a quello di una famiglia – non sia sufficiente.
Guardando poi ai dati del settore immobiliare di Roma (ripeto, di Roma) attuali e quelli del 2001, resta avvolta dal mistero anche l’interpretazione dei costi delle case, a fronte di un mercato non solo in ribasso ma che, al netto dell’ingresso dell’euro e dell’inflazione, sono totalmente in linea con quelli di vent’anni fa.
E mentre resta un mistero anche il dono dell’immortalità che dovrebbero possedere gli anziani residenti del centro storico “che giocano a carte”, ci si chiede perché a rimpolparne le fila di questo olocausto dei falegnami o dei cromatori non vadano per primi proprio i giornalisti che a pagina quattro si stracciano le vesti perché in Italia si fanno pochi figli, a pagina cinque lanciano l’allarme perché la popolazione mondiale sta raggiungendo i dieci miliardi e a pagina sei si lamentano dell'“overtourism” perché, ça va sans dir, la vacanza e la cultura è riservata all’élite e non certo ai figli degli altri o ai cinesi o ai francesi che non sanno che farsene dei nostri bidet.
Su tutti i misteri però il più grande e degno di nota è quello che regola l’equazione sui trasporti pubblici il cui sovraffollamento sarebbe da ricercare nei turisti dei “b&b”. È notorio infatti che se gli alloggi fossero occupati da famiglie, certamente gli autobus e le metropolitane di Roma sarebbero vuoti ed efficienti e l’evasione tariffaria – tipica del turista all’estero – anziché di 90 milioni l’anno, sarebbe a zero (come dubitare d’altronde che i romani non facciamo il biglietto).
Ma a nulla servono evidentemente i numeri. La risposta che ogni giornalista ti darà è sempre “ma cosa dici, basta guardare la mappa di Airbnb del centro, è pieno!”. Ovviamente, che sulla mappa sia indicato un “b&b” in un palazzo dove ci sono altri 30 appartamenti ad uso residenziale è un dato assolutamente trascurabile. Il “percepito” è ciò che conta, insieme a cinque secondi di pubblicità – a proposito dell'“overtourism” – di una “fantastica crociera scontata del 60% per tutti i nostri lettori”.
A nulla servono i numeri in merito ai costi e ai ricavi di chi ha destinato la propria casa ad un affitto turistico. A nulla vale sottolineare che le piattaforme sottraggono il 23%, che i costi di gestione vanno ben oltre il 20% – ai quali vanno sommati i costi di pulizia e di manutenzione straordinaria, dei consumi e di ogni oggetto che gli ospiti decidono di fare proprio, arrivando a rubare anche il ferro da stiro – e a nulla vale che per ogni prenotazione (ovviamente sul lordo, senza detrazione di alcun costo sopra riportato) lo Stato chiede il 22%. E a nulla vale che a tutto questo vanno sottratti IMU e TARI e ogni costo che amministrazione dopo amministrazione ti impone, tra inutili targhette, estintori che nessuno sa utilizzare e rilevatori di monossido di carbonio e fughe di gas, anche quando la casa che affitti è interamente alimentata dalla corrente elettrica.
Amministrazioni che percepiscono enormi introiti dalle tasse di soggiorno – irrintracciabili nei servizi offerti dalle amministrazioni stesse – non solo non spendono una parola in difesa di chi rappresenta un volano economico per le amministrazioni stesse e per l’enorme indotto che generano gli affitti turistici, ma anzi si aggiungono a questa insensata aggressione, rincarando la dose e paventando divieti e chiusure contro i “b&b che fanno affari d’oro e neanche pagano le tasse”, con toni da Gestapo. D’altronde, appunto, “Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”.
A nulla serve spiegare che il problema della casa per le famiglie non ha nulla a che vedere con gli affitti turistici (basti pensare peraltro che il regime di “b&b” è destinato solo a chi ospita pur vivendo nello stesso appartamento) e che, anche limitandoli o chiudendoli, senza una revisione radicale delle leggi che regolano gli affitti a lungo termine, l’unico risultato che verrà ottenuto sarà quello del crollo del mercato immobiliare con tutte le criticità che questo comporterà su famiglie, banche e imprese, nonché ovviamente su chi con questo reddito si sostiene e su tutti i comparti dell’indotto.
E a nulla soprattutto serve evidenziare che gli affitti turistici – non la gestione degli affitti turistici che rappresenta tutt’altra scena imprenditoriale e speculativa – sono un sostegno all’erosione del reddito e che spesso rappresentano l’unica alternativa in un mercato del lavoro che quegli stessi giornalisti descrivono come inaccessibile e vessatorio.
La guerra alle locazioni turistiche, dati alla mano, non trova riscontro con l’oggettività. Questa guerra rispecchia un sistema da sempre incapace di gestire i cambiamenti e il cui unico interesse è fare muro, garantendo così a chi ne beneficia, nei secoli dei secoli, un immutabile status quo. Che siano i monopattini, il car sharing o piuttosto lo smartworking, la stampa – a prescindere dall’orientamento – si ritrova sempre compatta nella difesa di un’economia che troppo spesso rispecchia gli interessi dei propri editori e dei loro azionisti.
Certo che la presente sarà inascoltata e che nessuno si porrà il dubbio quantomeno su questa univocità delle voce contro i “b&b” che ogni giorno produce tonnellate di aggressioni a mezzo stampa e restando in attesa di leggere l’ennesima “inchiesta sugli affitti brevi”, il Moloch dei nostri tempi (scritta ovviamente durante le vacanze in un “b&b” del quale non dubito verrà fatta anche una recensione “bello tutto, ma le pantofoline non erano della mia taglia, spiace devo dare una sola stella”), auguro a tutti buone vacanze e per chi ha un maledetto b&b, buon lavoro.
Simone
51anni, impiegato, in regime di “solidarietà espansiva” da 15 anni
31/07/2024
La piaga dell'overtourism e la battaglia per il diritto alla città
In realtà, il fenomeno è diventato una vera e propria piaga che incombe non solo sulle tradizionali mete a vocazione turistica del Belpaese, siano città d’arte o località di vacanze, ma anche su luoghi che negli ultimi anni sono stati trasformati radicalmente.
Città che diventano palcoscenici per un turismo “mordi e fuggi”, non per opera della mano invisibile del mercato, ma a causa di scelte precise a tutti i livelli della politica: dai governi che si sono succeduti alle amministrazioni locali. Tutti pronti a sposare entusiasticamente un modello di sviluppo unidirezionale di cui beneficia una frazione minoritaria e parassitaria della popolazione.
Come si sa, il pesce puzza dalla testa, e la causa va ricercata nell’assegnazione della funzione dei luoghi legata alla divisione del lavoro targata UE.
Alla de-industrializzazione di parti consistenti della periferia integrata dell’Unione è seguito un processo di valorizzazione turistica che sembra essere l’unica vocazione possibile per alcuni territori, alternativa all’abbandono tout court. Questi devono sposare la nuova frontiera del neo-liberismo selvaggio con le sue dinamiche da Far West e la sua narrazione gratificante per cui, grazie ad una sorta di “teoria dello sgocciolamento”, riceverebbero effetti benefici per una buona parte della popolazione.
Questo modello, nella concezione tardo-capitalistica che ha sposato la tesi pacchiana della “fine della storia”, non può essere messo in discussione. Per parafrasare Mark Fisher, in una logica di assuefazione della catastrofe, la declinazione turistica del realismo capitalista ci vorrebbe far accettare, per i luoghi in cui viviamo, l’apocalisse del sovraffollamento turistico piuttosto che una trasformazione della realtà urbana in spazio pubblico e inclusivo.
Il livello parossistico dell’overtourism ha riproposto con forza la necessità di rimettere al centro dell’agenda politica il diritto alla città rispetto alle esigenze della rendita, considerato che nella percezione dei più è diventato senso comune quel processo di alienazione dai luoghi in cui si vive. E il sovraffollamento turistico si accompagna alla gentrificazione tout court.
Prendiamo quello che si potrebbe definire un caso di studio, come lo è Bologna, per mostrare come uno dei maggiori vettori di valorizzazione capitalistica attraverso il turismo sia il frutto di precise scelte di ingegneria politico-sociale. Il discorso non cambia per una buona parte dei capoluoghi di regione, compresa la capitale dell’overtourism che è Rimini.
I flussi di turisti vengono veicolati attraverso l’offerta di voli low cost e su alcune tratte ferroviarie, con aeroporti e stazioni che divengono hub per un flusso che ha raggiunto una congestione strutturale vicina al punto di rottura.
Le multiproprietà, attraverso le piattaforme on-line come Airbnb, massimizzano la loro rendita con affitti brevi e brevissimi che rendono impossibile – anche grazie ad un regime fiscale piuttosto favorevole – l’affitto a scopi non turistici a residenti, creando una fittizia carenza degli alloggi, che ha un effetto volano su tutto il mercato degli affitti e dei mutui.
Il tessuto commerciale (in particolare ristorazione e bar), dove vige una precarietà pressoché totale ed uno sfruttamento feroce, si trasforma in base alle esigenze di questa nuova utenza, che avrà a Bologna la sua nuova “cattedrale nel deserto” nel Grand Tour, la nuova avventura del ‘prenditore‘ nostrano Farinetti dopo la fallimentare esperienza di Fico.
Un esempio da manuale di “ più Stato per il mercato”...
Non ultimo, l’offerta culturale (musei, mostre, concerti, spettacoli, ecc.) si muove con una logica di grandi eventi a pagamento per attrarre questi flussi, abdicando ad una politica culturale di cui beneficerebbero in primis gli abitanti e le zone più periferiche. Naturalmente gli imprenditori culturali di questa specie pensano che la città sia un grande palco per i loro business.
In questa dinamica sono sempre di più i grandi player e la malavita organizzata che dettano legge, accaparrandosi significative fette di mercato con una parte della piccola borghesia commerciale che si attrezza alla bisogna.
In sintesi, le città “a misura di turista” diventano l’inferno per coloro che vi abitano, in specie per i ceti popolari, tranne che per coloro che posso beneficiare di una qualche forma di rendita da mettere a valore.
Di fronte a questo vorticoso processo di trasformazione è chiaro che bisogna innanzitutto mettere in luce la trama di poteri politico-economici che se ne avvantaggia, avviare un percorso di iniziativa politica che sappia sviluppare un’ipotesi conflittuale – e non conservativa – contro questi interessi, dare rappresentanza politica alla parte di città esclusa dai suoi supposti benefici, e mettere in campo delle proposte concrete che non siano solo parziali palliativi al capitalismo turistico, ma che ne inceppino il circolo vizioso.
Varie e multiformi sono le iniziative di mobilitazione che stanno prendendo forma in Europa da parte di coloro che ne subiscono le conseguenze maggiori (a iniziare da Barcellona - ndR), segno che un limite è stato toccato, e vi è ormai una percezione diffusa della natura deleteria del fenomeno.
Anche qui, la misura è colma.
Fonte
02/07/2024
Spagna è rivolta popolare contro la devastazione del turismo di massa
Sabato scorso erano migliaia di persone in piazza nella città nel sud della Spagna, contro l’aumento degli affitti e dei prezzi delle case provocato dal devastante incremento dell’attività turistica negli ultimi anni. El Pais valuta che i partecipanti siano stati 15mila.
Malaga, vent’anni fa accoglieva circa mezzo milione di turisti, negli ultimi anni è diventata un centro del turismo di massa, fino a raggiungere nel 2023 la cifra di 1,6 milioni di presenza, con previsioni per quest’anno di numeri ancora più alti.
Ma il successo del turismo di massa ha contestualmente provocato crescenti disagi ai residenti a causa del forte aumento degli affitti, rendendo di conseguenza difficili e costosissime le condizioni di vita degli abitanti.
Quella di Malaga non è la prima manifestazione di massa contro le devastazioni del turismo in Spagna.
Avevano infatti cominciato gli abitanti delle Baleari e di Barcellona poi quelli delle Canarie, e le manifestazioni sono state tutte molto partecipate. Quella di Malaga è però la prima a tenersi in una città che fino a pochi decenni fa non era una delle grandi mete turistiche della Spagna, e che quindi ha subìto un cambiamento forse più radicale.
A Malaga nel 2016 gli appartamenti registrati a uso turistico erano 846, oggi sono diventati 12mila, e questo senza considerare gli appartamenti affittati a turisti ma non registrati. Secondo un'inchiesta curata da El País, in vari quartieri del centro di Malaga tra il 20 e il 25 per cento di tutti gli alloggi è registrato su Airbnb e i prezzi delle case sono schizzati verso l’alto.
Secondo un sondaggio condotto dall’Università di Malaga, oggi il 72 per cento degli abitanti della città ritiene che il turismo abbia un effetto negativo o molto negativo sulla disponibilità di case per la popolazione.
A Barcellona, una delle città più colpite dal medesimo fenomeno e tra le prime a vedere manifestazioni contro il turismo di massa, proprio in questi giorni, il sindaco Jaume Collboni ha proposto una drastica soluzione: le oltre 10mila licenze per affitti brevi, in scadenza nel 2028, non saranno rinnovate.
Barcellona è una città di 1,6 milioni di abitanti e lo scorso anno ha accolto più di 12 milioni di turisti. È uno dei casi di cosiddetto overtourism, cioè di eccesso di turismo.
Quanto sta accadendo in Spagna è di straordinaria importanza anche per il nostro paese, dove i danni del turismo di massa stanno diventando evidenti non solo in città come Roma e Venezia ma ormai anche Napoli, Milano, Firenze dove la denuncia delle conseguenze del fenomeno è stata fino ad oggi limitata a piccoli gruppi di attivisti sociali.
Sul nostro giornale, in tempi decisamente insospettabili, abbiamo denunciato come, nel caso di Roma, il turismo fosse diventato una risorsa per pochi e un danno per molti. Il livello di appropriazione privata degli introiti del turismo a discapito del resto delle città, è diventato decisamente insopportabile.
Anche qui, da qualche parte e in qualche modo, occorre cambiare rotta.
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21/09/2023
Una seria riflessione sull’utilizzo delle terre alte
di Sandro Moiso
Maurizio Dematteis, Michele Nardelli, Inverno liquido. La crisi climatica, le terre alte e la fine della stagione dello sci di massa, con una prefazione di Aldo Bonomi e una postfazione di Vanda Bonardo, DeriveApprodi, Roma 2022, pp. 302, 20 euro
Quelli che seguono sono ricordi di un breve soggiorno turistico sulle Dolomiti di qualche anno fa: i pascoli arrossati e resi inutilizzabili dall’uso della neve artificiale sopra Canazei in Val di Fassa; la miriade di impianti di risalita situati tra il passo Sella e quello del Pordoi; i rifugi trasformati in alberghi di lusso, i cui ristoranti fanno a gara nell’attirare i turisti non per le escursioni a quote relativamente praticabili da quasi tutti (a patto di aver un minimo di attrezzatura adatta), ma per i menù proposti da chef variamente stellati.
Cui si aggiungono le code infinite sui sentieri dovute, più che alla difficoltà alpinistica, all’inadeguata preparazione degli escursionisti e alla miserabile attrezzatura riscontrabile nelle scarpe da ginnastica indossate da molti o di quelle a tacco alto indossate da alcune “eleganti” signore. Il tutto condito dalle liti, sfioranti talvolta l’autentica rissa, per i posto a sedere attorno ai tavoli dei rifugi all’ora di pranzo.
Un bel quadretto davvero di turismo alpino, sotto lo sguardo impassibile della Marmolada che quest’anno, dopo la rovinosa valanga staccatasi dal suo ghiacciaio nel luglio 2022 (che causò 11 morti tra gli alpinisti coinvolti), ha raggiunto ad agosto la temperatura di 13,3 gradi a 3.343 metri di altitudine. E, soprattutto, un significativo punto di partenza per iniziare a parlare di un libro decisamente interessante, riguardante lo sfruttamento del territorio alpino in una fase di riscaldamento globale come quello che stiamo attraversando. Come afferma, infatti, nella sua prefazione Aldo Bonomi:
Questo testo, che nel sottotitolo induce una certa idea crepuscolare dello sviluppo, è molto di più di una fotografia della lunga coda del modello di industrializzazione turistica della montagna italiana costruita intorno alo sci di massa nel corso della seconda metà del Novecento. È, altresì, un variegato racconto polifonico, corredato da un’ampia rassegna di dati statistici, della complessa metamorfosi indotta dall’Antropocene, che ha nelle terre alpine e appenniniche uno straordinario e articolato laboratorio di una modernità costretta, causa il progressivo esaurirsi della materia prima che sosteneva le sue logiche estrattive, a fare i conti con i limiti che i cambiamenti climatici impongono alla logica degli investimenti che ne stanno alla base1.
Un testo che nel narrare esperienze comunitarie, storie di sfruttamento e iper-sfruttamento ambientale, fordismo turistico inizialmente soltanto alpino ma in seguito anche appenninico, intende muoversi tra il “non più” di ciò che è sempre più difficile sostenere dal punto di vista dei costi economici, sociali e ambientali e il “non ancora” della speranza di continuare a vivere nelle terre alte sulla base di una nuova coscienza più adatta ai luoghi e al tempo.
Testimonianza di un cambiamento di paradigma di sviluppo turistico che, ancor prima che fare i conti con le modificazioni morfologiche e climatiche indotte dall’innalzarsi delle temperature, ha dovuto e deve fare i conti prima di tutto con l’affermarsi di un turismo inteso come industria globale. In cui l’apertura internazionale dei mercati e la diversificazione dell’offerta di territori e occasioni da “consumare” ha significato, come afferma ancora Bonomi: «un innalzamento progressivo dell’asticella degli investimenti infrastrutturali necessari a mantenere le posizioni acquisite, determinando una prima grande scrematura delle tante stazioni cresciute sullo sci di massa»2.
Sarà forse per questo motivo che, tra le tante narrazioni di esperienze locali proposte dal libro, siano state spesso le piccole località turistiche, come ad esempio Prali in Piemonte, a doversi porre il problema di come sopravvivere comunitariamente ai cambiamenti in atto (nei gusti, nelle proposte e dal punto di vista climatologico). Anche se il panorama delle proposte, delle resistenze e delle resilienze alpino-sciistiche si articola intorno a un panorama che si spinge dalle Alpi Occidentali a quelle Orientali, passando da Cortina e le velleità olimpiche di devastazione previste per il 2026 e, perpendicolarmente all’asse ovest-est a quello appenninico.
Un comparto industriale che vive di innevamento artificiale in un momento in cui la ritirata o la scomparsa dei ghiacciai, piccoli e grandi, che l’alimentavano si fa via via più evidente. Come ha affermato in una recente intervista Claudio Smiraglia, docente di geografia fisica all’Università di Milano e per molti anni presidente del Comitato glaciologico italiano:
In alta quota le montagne perdono compattezza, si sgretolano, si aprono voragini. Le studio da mezzo secolo e non ricordo mutamenti così rapidi come quelli che si stanno registrando negli ultimi anni […] Gli effetti sono spesso drammatici perché ci sono sistemi di rocce tenuti saldi da due elementi. Il primo è esterno: il ghiacciaio che le sovrasta le blocca. Il secondo è interno: il permafrost, l’acqua ghiacciata penetrata all’interno delle fessure della roccia fa da collante. Con un innalzamento della temperatura come quello che stiamo sperimentando questi due elementi di coesione spesso vengono meno […] il paesaggio cambia a velocità straordinaria. Prendiamo il ghiacciaio dei Forni, sopra Bormio, in Valtellina. Fino a due anni fa ci si arrivava tranquillamente. I turisti facevano l’ultimo mezzo chilometro passando su un tappeto di detriti e arrivavano a toccare il ghiaccio. [..] Vicino al ghiacciaio dei Forni c’è il Bivacco Meneghello, un posto in cui ho dormito tante volte. Poche settimane fa è crollato tutto il dosso roccioso che lo sosteneva. Ripeto: è l’intero paesaggio alpino a trasformarsi sotto i nostri occhi. […] Nell’arco di una trentina di anni i ghiacciai alpini sotto i 3.500 metri scompariranno se, come appare molto probabile, il ritmo di riscaldamento resterà costante o peggiorerà3.
Va qui ricordato, per sottolineare l’entità del cambiamento, che il ghiacciaio dei Forni, citato nell’intervista, è il secondo ghiacciaio delle Alpi italiane dopo quello dell’Adamello e che fino al 1995, prima cioè che il ghiacciaio dell’Adamello venisse riclassificato in un unico corpo glaciale, era il più grande ghiacciaio vallivo italiano e l’unico di tipo himalayano, originato da tre bacini collettori con tre lingue glaciali distinte confluenti a quota 3000 m in un’unica lingua di ablazione che nel XIX secolo si spingeva nel fondovalle fino a quote prossime ai 2000 m.
Un tale drastico mutamento non solo spinge a considerare, come afferma ancora Muraglia nel corso della sua intervista, che: «Le regole sulla sicurezza in montagna vanno totalmente riscritte. E il problema è che non le conosciamo ancora, stiamo imparando a nostre spese: sono gli errori che insegnano. Stiamo scoprendo che comportamenti che potevamo dire sicuri fino a 10 o 20 anni fa oggi creano rischi consistenti». Ma anche a riconsiderare le possibili ricadute su tutto il settore del turismo alpino e della vita sociale sulle terre alte. Come afferma Maurizio Dematteis:
Quando risalgo le valli alpine della mia regione, il Piemonte, mi fa male vedere la ruggine dei vecchi impianti di risalita abbandonati nei valloni laterali, tra rovina e incuria. Sono il simbolo di un turismo alpino ormai al tramonto, molto più, ad esempio, dello sci di fondo. Perché lo sci da discesa ha bisogno di infrastrutture pesanti e impattanti, per nulla adattabili ai cambiamenti di cui è da sempre soggetta la montagna. Penso che nel nostro paese ce ne sono a centinaia, piccole medie stazioni sciistiche dismesse, costruite a 1000 metri o poco più, che hanno resistito finché hanno potuto e poi sono state costrette a gettare la spugna. Anni di battaglie nell’inseguire una chimera di sviluppo insostenibile che si allontanava sempre di più, tra la diminuzione delle giornate con la neve, l’aumento delle spese e gli sciatori che svanivano. Gli sforzi per trovare sovvenzioni pubbliche, le offerte al ribasso e le costose manutenzioni che hanno fatto lievitare i debiti dei gestori degli impianti fino all’insolvenza. Perché sono proprio queste realtà figlie di un dio minore che oggi per prime fanno le spese del cambiamento « cultural-economico-ambientale», spesso lasciandosi alle spalle le macerie di un tempo che fu. Sono il simbolo di un sistema di crescita infinita che oggi è ormai al tramonto, un sogno interrotto che ha cullato e illuso le comunità delle terre alte4.
In questa riflessione sta un po’ tutto il senso della ricerca di una via di uscita che non può certo essere quella delle grandi stazioni di incrementare gli investimenti, “sparare” più neve artificiale e spostare gli impianti più in alto. E che, forse, non può nemmeno più essere quella di un turismo alternativo a base di trekking, mountain bike e sci di fondo.
Il “fallimento” dello sci di massa costituisce un po’ lo specchio del fallimento di un modo di produzione e di consumo obsoleto, dannoso e vorace basato sullo sfruttamento e l’estrazione di valore e ricchezza da ogni possibile risorsa (dalla forza lavoro a quelle ambientali come la terra e l’acqua). Il simbolo, paradossalmente come la strage di operai sulla linea ferroviaria a Brandizzo, di un mondo che non può più reggersi sui soliti, mortiferi e superati paradigmi della crescita economica e dello sviluppo.
Forse, ripensare le terre alte significa, soprattutto, ricordare che proprio lì è nata migliaia di anni fa l’agricoltura5 e che lì la specie ha trovato rifugio dai pericoli di vario genere che si annidavano e si spostavano più velocemente nelle valli e nelle pianure. Oggi, in un tempo di guerre e riscaldamento planetario, ancora una volta e in tal modo, le montagne dovrebbero essere ripensate e liberate da tutto ciò che è inutile. E questo libro, nonostante qualche perdurante abbaglio sull’economia del turismo alpino, si rivela davvero utile per iniziare a ripensare non solo un modo di produzione ma anche il consumo turistico dei territori e delle risorse ad esso collegato. Senza il primo il secondo non potrà infatti continuare ad esistere (e viceversa).
11/08/2023
22/07/2023
Turismo e rendita: l'Italia che ci attende fra 30 anni
Questa sembra la trama di un romanzo distopico, ma anche uno spaccato plausibile di ciò che potrebbe essere il nostro Paese fra 30+1 anni se si prosegue con le politiche di austerità e di finanziarizzazione dell’economia, con l’assenza di una politica industriale, con il prevalere degli interessi particolari su quelli generali. L’Italia distopica del 2053 è quella in cui il reddito pro capite rispetto alla principale economia mondiale si è ridotto a meno della metà (era circa di tre quarti nel 1991), in cui il tasso di disoccupazione giovanile si attesta sistematicamente al 50%, in cui ogni anno emigrano 250 mila persone (come avveniva negli anni ’50 del secolo precedente) e in cui oltre la metà della popolazione ha più di 65 anni.
Questo come risultato di una profonda trasformazione del sistema socio-economico. Da quella che sarebbe potuta essere una moderna economia della conoscenza trainata dall’investimento, dalla ricerca e dai saperi tecnico-scientifici impiegati nella produzione di beni e servizi innovativi, a una stagnante economia della rendita, concentrata sull’estrazione di valore da patrimoni finanziari e immobiliari (a loro volta la causa e l’effetto della recrudescenza delle disuguaglianze).
Il decantato Made in Italy rimane confinato alla manifattura a basso valore aggiunto (quindi a bassi salari) o a nicchie di produzione nei settori dell’abbigliamento e del cibo, che tuttavia non sono capaci di indurre effetti sistemici positivi per l’economia nel suo complesso. L’Italia che negli anni ’90 smise di produrre computer Olivetti e che negli anni ’10 cominciò a dismettere la produzione automobilistica della Fiat, nel 2053 ha perso anche tutto ciò che rimane. Come avvenuto nel trentennio precedente, nei successivi 31 anni la privatizzazione delle rimanenti grandi imprese a controllo pubblico, unita all’assenza di una strategia nazionale di politica industriale, ha comportato la sparizione completa delle produzioni aerospaziali, della cantieristica e dei semiconduttori.
Nel frattempo, il turismo internazionale ha stravolto la vita nei principali centri urbani: i prezzi degli affitti e delle case hanno raggiunto livelli insostenibili. Gli abitanti originari sono spinti fuori città, dove rientrano per lavorare nella ristorazione dopo ore di viaggio, poiché il trasporto pubblico è scarso a causa di decenni di sottofinanziamento. I proprietari delle abitazioni invece vedono accrescere il proprio patrimonio, mentre si è azzerato l’incentivo a investire il capitale disponibile in attività imprenditoriali di rischio.
Chi non può lavorare nei settori ancillari al turismo emigra, per cercare migliori prospettive di lavoro e di reddito, anche per il venir meno dello stato sociale universalistico che potrebbe garantire una pensione dignitosa ai genitori anziani e una scuola pubblica di qualità per i propri figli. I pochi cittadini italiani rimasti sono obbligati a sottoscrivere un’assicurazione privata per la salute, mentre l’università pubblica è stata completamente soppiantata da una gestione privata con rette così alte da obbligare gli studenti a indebitarsi per pagare il costo degli studi.
L’Italia del 2022, che abbiamo cercato di dipingere nel libro 30+1 cifre che raccontano l’Italia, presenta già tutti gli elementi della futura traiettoria di declino del Paese. Sono molte le scelte politiche che andrebbero prese per invertire la rotta. Visto dal 2022, raddrizzare lo scenario distopico si scontra con un oggettivo pessimismo della ragione. Non rimane che ripartire dall’ottimismo della volontà di un noto personaggio italiano che nel 1961 sosteneva come “noi italiani dobbiamo toglierci di dosso questo complesso di inferiorità che ci hanno insegnato”, aggiungendo che “per fare questo è necessario studiare, imparare e conoscere i problemi”. Il nostro libro è anche un modesto tentativo di seguire la strada indicata da Enrico Mattei.
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17/06/2023
[Contributo al dibattito] - Genova oltre la “Gronda di Ponente”: le mani dei capitalisti sulla città
L’intreccio tra questi due provvedimenti può forse non apparire immediato, ma è per contro piuttosto facile vedere come si sviluppi. Il caso delle “infrastrutture strategiche” – una delle materie per cui le regioni possono chiedere l’AD – in Liguria è particolarmente rivelatorio e ci offre l’occasione di mostrare come, anche nell’amministrazione del territorio, dietro la vuota retorica dei politici borghesi non si nasconda altro che l’imperativo categorico del profitto e la promozione delle prerogative dei soggetti economici dominanti nella società, a discapito del benessere, della salute, e degli interessi della classe lavoratrice.
Sebbene poi, il PNRR sia un provvedimento ideato e adottato appena un paio di anni fa, a titolo di contromisura di fronte alla problematica situazione dovuta alla pandemia da Covid-19, quanto stiamo vedendo in questi mesi in Liguria è il risultato composito di decisioni e legislazioni maturate ed approvate nel corso di almeno quattro decenni, nella cornice più ampia del processo di deindustrializzazione e conversione dell’economia italiana in un’economia di servizi, dominata dal settore del terziario, in particolare il turismo. Quest’ultimo infatti è un fenomeno il cui sviluppo in Liguria, ma soprattutto nel capoluogo Genova, è relativamente recente e risale a non più di trent’anni fa. Ma andiamo con ordine.
È ben noto l’annoso problema infrastrutturale che affligge l’area metropolitana di Genova, sia per quanto riguarda la viabilità su gomma, che quella su rotaia: la presenza del maggiore porto commerciale del Paese, oltre ad un importante passato industriale, ha infatti, sin dall’ultimo quarto dello scorso secolo, messo a dura prova le capacità di traffico e la gestione di autostrade e ferrovie. L’aumento sempre più considerevole dei veicoli in circolazione, sia per il traffico merci che per quello privato, ha reso il sistema viario genovese un fragile meccanismo che richiede ben piccole sollecitazioni per interrompersi o danneggiarsi: è fatto consueto trovarsi bloccati in estesi ingorghi, sia nei punti di accesso alla zona metropolitana, sia all’interno del centro urbano lungo le direttrici che conducono agli snodi autostradali, a volte incolonnati di fianco ad autoarticolati.
Il progetto della cosiddetta “Gronda di Ponente” così, nella sua forma embrionale, risale addirittura ai primi anni ottanta, quando le istituzioni comunali, in concerto all’Autorità Portuale, progettarono un raccordo autostradale che dal porto di Voltri – oggi di Prà, sede del maggiore terminal container italiano, che insieme a quello di Sampierdarena, posto più a levante, costituisce il porto commerciale di Genova – consentisse un collegamento diretto all’autostrada A7, percorrendo la quale i mezzi possono inoltrarsi nell’Italia nordorientale.
Oggigiorno la “vision” promossa dal Sindaco di Genova, Marco Bucci, e dal Presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, appare decisamente più ambiziosa: concepita come bretella autostradale lunga ben 61 chilometri, la “Gronda di Ponente” prevede un tracciato che si sviluppa molto più a nord di quanto immaginato quarant’anni fa, includendo un ulteriore viadotto sul Polcevera – anch’esso a nord del sostituto del Ponte Morandi – grazie al quale effettuerà anche un collegamento sia con il porto di Sampierdarena, che con lo svincolo in direzione levante, sulla autostrada A12, che si immette poi nella A1, cosiddetta “autostrada del sole”. Ben l’80% del nuovo sistema viario sarà sotterraneo: a questo scopo dovranno essere scavate la bellezza di 23 nuove gallerie, con la realizzazione di 13 nuovi viadotti in tutto, oltre all’ampliamento e rafforzamento di altri 11 già esistenti, per un costo totale stimato in 4-6 miliardi di Euro, e non meno di 7 anni di lavori.
Questa infrastruttura tuttavia è soltanto un tassello del più ampio disegno di ristrutturazione generale del porto di Genova e della logistica del trasporto intermodale nella regione Liguria, che intende realizzare un massiccio ingrandimento delle superfici delle banchine portuali, finalizzato ad espandere i traffici di container (TEU), con nuovi riempimenti, sia a Prà che a Sampierdarena, per un’area totale di oltre 500.000mq, al cui scopo è in cantiere la costruzione di una nuova diga foranea. Grazie ad essa lo scalo genovese dovrebbe potere accogliere navi porta-container fino alla lunghezza di 300m, recanti tra 24.000 e 36.000 container ciascuna, con la malcelata ambizione di arrivare a competere con il porto del Pireo e quello di Valencia per la palma di principale scalo commerciale del Mar Mediterraneo. Questi ultimi si aggirano intorno a 5.000.000 di TEU movimentati all’anno, contro gli attuali circa 2,8 milioni che transitano dal porto ligure (compreso tuttavia anche dello scalo di Savona-Vado che rientra nella giurisdizione della stessa Autorità di Sistema Portuale, quella del Mar Ligure Occidentale).
È evidente che, di fronte alla prospettiva di un tale ampliamento delle attività portuali, la realizzazione della “Gronda di Ponente” diventa un nodo centrale la cui soluzione è prerequisito per la buona riuscita di questa radicale trasformazione dei “Ports of Genoa”, a tutto vantaggio dei principali soggetti economici dominanti nella città, rappresentati da imprese come il Gruppo Spinelli, la Ignazio Messina & Co, la Costa Crociere, oppure la Erg di proprietà della famiglia Garrone, banchieri come Vittorio Malacalza, le consociate parastatali, come Ansaldo Energia, Leonardo, o Fincantieri (per queste ultime, in ragione del più rapido afflusso delle materie prime).
In assenza della “Gronda di Ponente” il traffico dei mezzi pesanti implicato dai lavori previsti, già oggi pressoché insostenibile, renderebbe completamente impraticabile l’intera rete viaria urbana, vanificando qualsiasi beneficio che l’allargamento delle dimensioni del porto potrebbe comportare per i risultati economici di queste imprese.
È infatti per il quasi esclusivo usufrutto dei capitalisti più influenti localmente che saranno realizzate queste nuove infrastrutture, finanziate a debito garantito dalle istituzioni pubbliche, che dovranno poi essere quelle statali dato che il totale degli investimenti richiesti potrebbe eccedere i 10 miliardi di euro: cifra che né il Comune di Genova, né la Regione Liguria, sono in grado di mettere in campo, o chiedere a prestito senza presumibilmente andare incontro a un serio tracollo finanziario in breve tempo.
Proprio qui d’altronde appaiono convergere le traiettorie del PNRR e dell’Autonomia Differenziata, e si spiega forse la fretta con cui il Sindaco Bucci e il Presidente Toti hanno provveduto a dichiarare l’inizio dei cantieri, nel dicembre 2022 per la “Gronda” – con l’apertura del “lotto zero” (sic), cioè la preparazione delle aree di servizio e accessorie ai cantieri veri e propri – e lo scorso 4 maggio per la diga foranea, con una modesta cerimonia per la posa della “prima pietra”, condita tuttavia da un faraonico apparato di fuochi d’artificio, della durata di oltre 10 minuti, che ha ricoperto l’intero centro cittadino di una fitta coltre di fumo!
Sia l’uno che l’altro progetto infatti sono compresi tra le “infrastrutture strategiche”, una delle 23 materie che, secondo la riforma del titolo V della Costituzione del 2001, art. 117 comma 2-3, le Regioni possono reclamare come loro prerogativa esclusiva, richiedendo per esse lo strumento dell’AD. Ma senz’altro una simile serie di investimenti non può che fare affidamento sulla dimensione finanziaria dello Stato, il quale è appunto il soggetto a cui è affidato il compito di distribuire i fondi che il PNRR renderà disponibili a tempo debito.
Anche in questo caso comunque, siccome per le infrastrutture il PNRR prevede in tutto circa 25 miliardi di euro, ben difficilmente l’intero importo potrà essere finanziato con questa modalità: ne assorbirebbe infatti una percentuale ben consistente, che dovrebbe essere dedicata ad una sola Regione su venti. Le istituzioni regionali liguri pertanto dovrebbero raccogliere il restante, quale che fosse l’importo, a prestito: situazione che nella cornice della AD delineata dalla “bozza Calderoli” lascia intravvedere un sicuro, e prevedibilmente rapido, deterioramento catastrofico delle loro condizioni finanziarie.
Certo, la Regione Liguria, sempre nell’ambito dell’AD, potrebbe avocare a sé la gestione della stessa infrastruttura, creando una società partecipata con soci privati, da cui ricavare un introito dai pedaggi, oppure richiedere l’amministrazione delle politiche e del gettito fiscali, ma tutte queste nuove prerogative che la Regione avrebbe richiederebbero a loro volta dei costi, che andrebbero ad incidere sulla redditività della società e/o sulla sostenibilità del debito contratto.
L’intera operazione d’altronde, a dispetto della retorica di imprenditori e politici, tanto prodighi e prolissi a sottolineare i benefici che la cittadinanza di Genova trarrebbero da porre in essere tale opera, è volta ad assicurare le condizioni più favorevoli ai capitalisti locali maggiormente influenti di puntellare in modo permanente la loro posizione dominante nell’economia regionale, per mezzo di un immane trasferimento di valore dal settore pubblico a quello privato, che metterà a loro disposizione i mezzi più efficienti concepibili sul territorio ligure per estrarre il plusvalore dall’attività produttiva della classe lavoratrice.
Lo Stato, o la Regione, con l’esazione della tasse, la cui proporzione maggioritaria proviene sempre dalla massa dei lavoratori o impiegati, si sobbarcheranno tutto il costo della realizzazione di queste infrastrutture, mentre le imprese capitaliste potranno trarne il massimo profitto, o usufruendo del servizio offerto a prezzi concorrenziali, o magari ottenendo una concessione per la gestione della stessa infrastruttura, come d’altronde sarà per la diga foranea, giurisdizione dell’Autorità Portuale, che è un ente pubblico, epperò di utilità esclusivamente ai terminalisti.
È questo uno dei grandi servizi resi dallo Stato ai capitalisti – ragion per cui, per quanto “minimo”, deve continuare ad esistere – per i quali infrastrutture sicure, rapide, ed efficienti sono una necessità, allo scopo di fare giungere rapidamente e senza intoppi la merce sui mercati, ma delle quali non hanno alcuna intenzione di sostenere i costi.
Per questa stessa ragione, quando in seguito lo Stato, una volta verificato che l’opera sia stata realizzata in modo affidabile (i.e. assolva in modo efficace e sistematico alla funzione per cui è stata progettata) e possa essere gestita traendone un profitto, la cede ai privati o rilascia a questi ultimi una concessione per la sua gestione, costoro non eseguono alcuna manutenzione, o si occupano dello stretto necessario affinché le attività non si debbano interrompere: vale a dire, eseguono solo ed esclusivamente la manutenzione straordinaria, che diventa necessaria quando il processo di usura e consunzione dei materiali originari ha ormai ridotto l’utilità del manufatto a zero, sorvolando del tutto su quella ordinaria.
Dal punto di vista del capitalista infatti la manutenzione ordinaria è un’attività che non si ripaga mai da sé, perché non produce nuovo valore, ma preserva quello già esistente, e il cui costo afferisce innanzitutto e soprattutto in capitale variabile, cosicché per la mentalità del capitalista si tratta solamente di un incremento del monte salari che erode la parte del profitto.
Così, dopo il terrificante disastro del 2018 – di cui il processo in corso sta rivelando particolari di estrema gravità per gli imputati e confermando in larga misura l’intera tesi dei Pubblici Ministeri – Autostrade per l’Italia (ASPI) si è incaricata del rinnovo, ristrutturazione, e messa in sicurezza dell’intera rete autostradale ligure, sulla quale dalla sua privatizzazione nei tardi anni ‘90 ben poco si era fatto, e che da oltre quattro anni è funestata da cantieri di lunga durata che spesso si snodano per decine di chilometri, causando continui rallentamenti e scambi di carreggiata.
Ma appunto oggi ASPI è controllata dallo Stato attraverso Cassa Depositi e Prestiti (CDP), che in tale modo utilizza le risorse pubbliche per effettuare questi interventi inderogabili: si potrà in seguito affermare con molto protervia che i lavori sono stati fatti, da quella stessa società, e magari da quello stesso amministratore delegato, quando la società tornerà sotto controllo dei capitalisti e la manutenzione diventerà nuovamente un miraggio.
Si potrebbe accusare chi scrive di malafede, forse, su questo punto, ma il fatto che il restante 49% del capitale sociale di ASPI sia equamente suddiviso tra il famigerato fondo statunitense BlackRock, il maggiore al mondo, detentore di oltre 4.000 miliardi di dollari in partecipazioni e attività, e il Gruppo Macquarie, una banca d’affari australiana con rami d’impresa estremamente diversificati, attesta al fatto che un nuova dismissione da parte dello Stato di questa società non è per nulla un’ipotesi implausibile: che Atlantia s.p.a. abbia distribuito ai propri soci oltre 7 miliardi di dividendi nel periodo 2014-2018, mentre le condizioni fatiscenti del Ponte Morandi giacevano inosservate, non può che illuminare sulla ragione per cui queste due società straniere hanno inteso fare un tale investimento.
Gli affari sulle infrastrutture sono infatti assai lucrosi, sia per gli appalti di costruzione, sia per le concessioni, due ambiti che l’AD targata Calderoli – che per varie ragioni, su cui qui sorvoliamo, in quella sua forma sta incontrando alcune resistenze anche tra la coalizione di governo, in particolare Fratelli d’Italia, più concentrato sulle cosiddette “riforme” sul “Presidenzialismo” – intende riportare alla prassi della “trattativa privata” tra istituzioni pubbliche e soggetti proponenti, sottraendo il processo decisionale del “miglior offerente” alla procedura del concorso pubblico e aperto a tutti gli interessati: è chiaro come gli interessi economici locali abbiano un tornaconto apparente di un certo rilievo da una tale modalità di assegnazione di lavori e gestione società, rispetto alla propria posizione nella Regione, e alle loro relazioni e investimenti internazionali.
Tuttavia ciò che più conta per i capitalisti locali naturalmente sono le ricadute logistiche che la realizzazione di queste infrastrutture dovranno avere, nella prospettiva del miglioramento dell’efficienza e del volume dei propri affari, cioè l’unica prospettiva sotto cui le autorità politiche stanno conducendo questa intera operazione, a dispetto di quanto potrebbe apparire dalle loro dichiarazioni.
Spesso infatti figure come il Sindaco Bucci si occupano di evidenziare, da una parte i lavori cosiddetti di “riqualificazione” compiuti soprattutto a Genova e nelle sue più immediate periferie giustappunto a partire dagli anni ‘80, e di cui periodicamente si rinverdiscono i fasti, aggiungendo una nuova sezione dell’agglomerato urbano alla lista di quelle già sottoposte a lavori, per poi, ovviamente, non eseguire alcun tipo di manutenzione, o eseguirne poca, con mezzi e personale assai limitati – tanto che basta percorrere in automobile la Strada sopraelevata Aldo Moro, peraltro in condizioni assai precarie, per vedere spuntare dai bordi dell’asfalto erba e piante alte anche mezzo metro, o recarsi nella delegazione di Prà, dove i lavori effettuati pochi anni fa a monte del porto, con ripavimentazione del marciapiede già mostrano i primi segni di cedimento, con erbacce e cespugli che si fanno strada in mezzo alle piastrelle – e dall’altra parte la prevista diminuzione del traffico e dell’inquinamento atmosferico – Genova è la città in Europa dove i limiti di legge per il biossido di azoto sono superati per il maggior numero di giorni annui – e acustico in città, questione su cui si incardina anche quella dell’elettrificazione delle banchine del porto, decennale trafila priva di sbocchi, fino a che il Comune non avrà il denaro sufficiente ad eseguire anche questi lavori, per cui terminalisti e armatori intendono pagare esattamente nulla.
Sia la “Gronda di Ponente” che la nuova diga foranea, così come il cosiddetto “Terzo valico” ferroviario, che dovrebbe collegare Genova e Milano con una linea ad alta velocità, sono opere i cui principali benefici saranno per imprese e capitalisti, e di cui la classe lavoratrice ben poco avrà modo di accorgersi.
D’altronde considerando il tracciato della “Gronda” è facile vedere come non sia previsto alcun casello tra la diramazione sulla A10 e l’immissione sulla A7, dato che il percorso si snoda in un territorio pressoché privo di centri abitati significativi. La strada di per sé è concepita ad uso esclusivo degli autoarticolati che dovranno spostarsi dal Porto di Genova, o che arrivando dallo scalo di Savona-Vado intendano dirigersi a nord-est o a sud evitando del tutto di attraversare il tratto urbano dell’autostrada. Allo stesso modo, la ferrovia ad alta velocità consentirà ai dirigenti d’azienda, che devono prendere accordi, firmare contratti, incontrare le autorità, di spostarsi con estrema rapidità tra il capoluogo ligure e quello lombardo, potendosi spingere in meno di tre ore fino al Triveneto, dove l’attività industriale manifatturiera è maggiormente concentrata, a un costo che è facile immaginare estremamente elevato, poiché l’infrastruttura è nuova e deve generare sufficienti ricavi da ripagare l’investimento fatto: è stato fatto a debito ovviamente, per cui è necessario rientrare del costo sostenuto per saldare il passivo con le banche, o con i mercati.
Non ci si lasci ingannare poi dal simbolo dell’interdizione ai mezzi pesanti nel tragitto tra Genova Voltri e Genova Ovest, dove potrebbero essere costruite due barriere autostradali trasformando questa parte di A10 in tangenziale urbana non soggetta a pedaggio: questa misura infatti, lungi dall’essere pensata per il beneficio della cittadinanza lavoratrice, intende semplicemente favorire in modo sempre più massiccio l’indirizzo economico a cui l’intero Paese, come adesso finalmente appare in modo esplicito, è stato volto negli ultimi decenni.
Lo spazio che i mezzi pesanti e il traffico portuale lasceranno libero infatti non si prevede, anzi non si intende per nulla lasciare che rimanga tale: esso dovrà essere riempito nuovamente, ma adesso, dai mezzi di trasporto che convoglieranno, “movimenteranno” come usa dire oggigiorno, i turisti a Genova, sia per visitare la città o la regione, sia per imbarcarsi su traghetti e mega-navi da crociera, con l’ambizione dichiarata ufficialmente di creare le condizioni per organizzare una “industria” del turismo che possa funzionare 365 giorni all’anno: vuole dire, garantire una occupazione costante delle cosiddette “strutture ricettive” dell’intera regione superiore all’80 per cento.
Lo sviluppo del turismo in effetti è una questione prioritaria nel contesto del processo di deindustrializzazione la cui conclusione appare ormai in vista: in vendita la Piaggio Aerospace, le infinite vertenze dell’ex-ILVA, per la quale non si attende altro che vadano in pensione un numero sufficiente di lavoratori per potere chiudere, Ansaldo Energia, Leonardo, e Fincantieri restano le uniche aziende produttive significative con sede in città.
Se d’altronde è nei primi anni ‘80 che si progettò per la prima volta la “Gronda di Ponente”, fu proprio in quel decennio che la città di Genova vide una radicale trasformazione, da inurbazione pressoché priva di aree pedonali; con facciate degli edifici annerite dai fumi dell’acciaieria e del traffico dalle più neglette periferie al centro storico nobile; sporcizia ed incuria; marciapiedi dissestati e stretti, a fianco di strade trafficate dove viaggiavano anche autobus e camion; macerie di edifici bombardati durante la Seconda Guerra Mondiale ancora da rimuovere dopo oltre trent’anni, in pieno centro; a città con larghe zone interdette al traffico; con strade precedentemente asfaltate lastricate di nuovo; un aumento significativo del verde pubblico e delle attività commerciali, soprattutto nella zona del Porto Antico, che nel 1992 venne aperto al pubblico in occasione del 500° anniversario dell’approdo di Cristoforo Colombo nelle Americhe, e per il quale ci si attendeva, appunto, un grande afflusso di turisti nel capoluogo ligure: fu in quell’occasione infatti che venne inaugurato l’ormai celebre “Acquario di Genova” (anch’esso peraltro in gestione a un privato, la Costa Edutainment S.p.A) capace di attirare pressoché ogni anno da allora oltre 1 milione di visitatori, con affluenze massime annuali spesso assai maggiori.
La vicenda che riguarda l’AD e il PNRR dunque si inserisce in una dinamica politica ed economica molto più ampia, in cui l’assoggettamento dell’Italia alle volontà del padrone imperiale oltreoceano è diventato sempre più aperto, spudorato, diretto, e arido, in una sempre maggiore integrazione dei relativi sistemi economici nella cornice della deregolamentazione dei mercati – altrimenti conosciuta come “liberalizzazione” – e dell’imposizione del “vincolo esterno” dell’Unione Europea, nella cui gestione i principali gruppi capitalisti del paese hanno favorito il completamento della colonizzazione culturale dell’Italia. Essi hanno agito come borghesia “compradora” che ha profittato dalla svendita della ricchezza nazionale, prodotta in loco o estratta dai paesi neocoloniali, agli interessi economici della metropoli imperiale, consentendo a questi ultimi di scaricare sui loro sudditi le “conseguenze economiche” del capitalismo e mantenere immutato il proprio privilegio e posizione dominante nella società: non è un caso se gli altri due azionisti di ASPI sono i soggetti finanziari che sono, o se la compagnia aerea, cosiddetta di “bandiera” è stata letteralmente svenduta ai tedeschi di Lufthansa.
Non diminuirà affatto perciò la congestione, il traffico, lo smog a Genova, e anche se ciò accadesse, per un agognato potenziamento di un sistema di mezzi pubblici allo stremo – che può spesso lasciare in attesa sotto un sole cocente, o alla pioggia scrosciante (e nessun tipo di riparo) anche per mezzora, garantendo poche corse mal distribuite durante la giornata, e pressoché nessun tipo di servizio, su gomma o su rotaia, dopo le ore 23 – la classe lavoratrice avrebbe ben poco da guadagnarci, e continuerà a spostarsi su mezzi insufficienti ed inefficienti, affollati e spesso sporchi, in un regime di mercato del lavoro che, affidandosi sempre più al terziario, diverrà sempre più precario, e richiederà forza-lavoro sempre meno qualificata, e dunque sempre meno pagata, poiché la qualificazione è ciò che valorizza quella forza-lavoro ed esige pertanto una retribuzione maggiore, il tutto mentre il costo della vita continuerà ad alzarsi, a fronte di una maggiore circolazione delle merci entro il perimetro dell’economia della metropoli imperiale.
Esporteremo sempre di più – prodotti di lusso, alta tecnologia, specialità alimentari e vinicole – ma perciò stesso dovremo importare sempre di più, a un prezzo sempre maggiore, incremento dovuto alla sempre più estesa e ramificata catena del valore: è perfettamente chiaro come tale dinamica non farà altro che accentrare sempre più la ricchezza e il capitale nelle mani di pochi proprietari dei mezzi di produzione che sono in grado di sostenere le attività logistiche e produttive necessarie ad assicurare il funzionamento di un sistema di produzione che si estende per migliaia di chilometri assoggettato ad un singolo centro propulsivo verso la cui permanenza tutti gli altri sono costretti ad operare.
Le grandi iniziative e progetti di questi uomini piccoli piccoli dunque non nascono dal nulla, ma rientrano in un disegno socio-economico di ampio respiro e che si è sviluppato per decenni, ed ossia, nelle parole del prof. Michael Parenti, la “terzo-mondizzazione” dell’Europa occidentale, in altre parole la sua “americanizzazione”, inteso in quanto modello sociale a cui i paesi soggetti all’autorità dell’impero USA debbono conformarsi e che è infatti tipico del cosiddetto “Terzo mondo”, ma che è in effetti la dilagante e cruda realtà dell’epicentro globale della lotta senza quartiere contro la classe lavoratrice.
Una società in cui una ristretta cricca di ultra-danarosi che vivono al di sopra di qualsiasi possibilità esercitano, grazie alla potenza dei mezzi di comunicazione, istruzione, ed educazione di massa che diffondono incessantemente i dogmi fondanti della struttura dell’egemonia liberale, un ferreo controllo su centinaia di milioni di persone, ridotte in miseria, a cui verrà presto negato qualsiasi diritto fondamentale per il quale non possano pagare la tariffa, “liberalmente” concordata con il residuo di Stato minimo che resisterà a questo estremo assalto a qualsiasi garanzia dagli abusi e giustizia sociale nel derelitto Occidente capitalistico.
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