Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/02/2025

Livorno 2014-2024: crollo del lavoro cognitivo e ascesa del precariato nel turismo

Al convegno USB “Dall’industria all’overtourism” è emerso come nel corso degli anni ’10 Livorno e provincia abbiano visto un netto calo della forza lavoro industriale (-18%)  a favore di quella nel settore turistico (+22%). Questa crescita numerica della forza lavoro, per un complessivo -1% di disoccupazione tra il 2012 e 2023, si è accompagnata però a una sensibile riduzione del potere di acquisto dei nostri territori: -8% in dodici anni per il lavoro industriale e -20%, un quinto del salario, per il lavoro del settore turistico. Il tutto entro una attuale media di salario mensile, per Livorno e provincia, di 1500 euro al mese a fronte di 1800 euro di media nazionale di un paese che, secondo il Corriere della Sera,  risulta inferiore alle media europea dei salari del 15%. Quali sono i motivi di questo scarto netto tra Livorno e media italiana che pongono i nostri territori in una dimensione di downgrade economico e sociale?

Dal punto di vista della composizione della forza lavoro la spiegazione sta nel fatto che  Livorno e provincia sono economie a basso valore aggiunto ovvero il valore che emerge dalla produzione e distribuzione di beni e servizi grazie ai fattori produttivi adoperati. Nell’industria in declino il valore aggiunto del prodotto è basso, nel turismo è basso quello dei servizi erogati per cui, non a caso, il salario mensile è inferiore alla media nazionale: è la condizione per realizzare profitti sui nostri territori. Quello che manca a Livorno e provincia è il lavoro ad alto valore aggiunto, il lavoro cognitivo, in grado di far lievitare il valore di prodotti, salari e profitti. E qui emerge la questione, drammatica, dei nostri territori: nel corso del decennio 2014-2024 è avvenuto un vero e proprio crollo della presenza del lavoro cognitivo a favore di quello a basso valore aggiunto e precario di cui il turismo rappresenta solo uno degli aspetti.

Tra il 2014 e il 2024, Livorno e la sua provincia hanno vissuto infatti trasformazioni significative nel mercato del lavoro, caratterizzate da una riduzione della forza lavoro cognitiva (legata a lauree e diplomi) e una crescita del lavoro precario, soprattutto nel turismo e nella gig economy. Di seguito, una scheda di questi fenomeni per inquadrare concettualmente il fenomeno.

1. Perdita di forza lavoro cognitiva

Emigrazione giovanile

  • Dati indiretti: nonostante l’assenza di statistiche dirette sull’emigrazione, i dati demografici e occupazionali suggeriscono una fuga di giovani qualificati verso altre regioni o paesi. Il saldo positivo di nuove imprese (+316 nel 2024) è concentrato in settori a bassa specializzazione, mentre la creazione di società di capitale (tipiche di attività ad alto valore aggiunto) è limitata.
  • Disallineamento formativo: il 48% delle imprese livornesi segnala difficoltà nel reperire profili qualificati, indicando che molti giovani formati potrebbero aver lasciato il territorio per opportunità altrove.
 Demansionamento rispetto a titoli di studio
  • Sottoutilizzo delle competenze: tra il 2021 e il 2023, è emerso un sottoutilizzo della forza lavoro, con individui che lavorano meno ore rispetto alle aspettative, spesso in ruoli fortemente incoerenti con il loro livello di istruzione.
  • Esempio: laureati impiegati in posizioni non specializzate nel turismo o nel commercio, settori che nel 2024 assorbivano il 76% delle nuove assunzioni, prevalentemente in servizi a bassa qualifica.

Inattività

  • Disoccupazione strutturale: l’aumento dei costi energetici (+30% previsto nel 2025) e la carenza di reali politiche attive per l’occupazione hanno aggravato l’inattività, soprattutto tra i giovani under 30, che rappresentano il 28% delle nuove assunzioni ma con contratti spesso temporanei.

2. Crescita del lavoro precario: turismo e gig economy

Turismo

  • Espansione del settore: il turismo è diventato un pilastro economico, con presenze alberghiere in aumento del 3-5% nel 2024 e picchi stagionali al “tutto esaurito” . Tuttavia, il 76% delle nuove assunzioni nel settore dei servizi (dicembre 2024) riguarda ruoli stagionali o part-time, spesso senza stabilità contrattuale.
  • Destagionalizzazione fallita: nonostante gli sforzi per promuovere il turismo fuori stagione, la domanda lavorativa rimane concentrata nei periodi estivi, alimentando precarietà.

Gig economy

  • Impatto nazionale e locale: in Italia, il 14% della forza lavoro è coinvolto in attività gig, con settori come consegne, trasporti e turismo in prima linea. A Livorno, la crescita del turismo ha favorito l’ascesa di lavoratori autonomi senza tutele (es. rider, addetti alle pulizie stagionali).
  • Esempi concreti: lavoratori senza contratti formali nel settore alberghiero o legati a piattaforme digitali, privi di assicurazioni e previdenza sociale.

3. Tra perdite cognitive e crescita precaria, dieci anni a confronto

4. Fattori chiave delle dinamiche

  • Mancata diversificazione economica: l’economia livornese rimane legata a settori tradizionali (turismo, commercio), con investimenti molto scarsi in innovazione e alta tecnologia.
  • Crisi energetica e costi: l’aumento del 30% delle bollette ha limitato la capacità delle PMI di assumere stabilmente, spingendo verso contratti flessibili.
  • Scarsa formazione professionale: Il 48% delle imprese segnala un mismatch tra competenze richieste e offerte, aggravato da politiche formative inefficaci.

Conclusioni

Tra il 2014 e il 2024, Livorno ha visto un dualismo entropico nel mercato del lavoro: riduzione della forza lavoro cognitiva (-20% stimato) e crescita del precariato (+25%). Senza interventi strutturali, non all’orizzonte, il rischio è un ulteriore impoverimento del capitale umano, con ricadute negative sulla qualità della vita territoriale e il rischio di serie patologie sociali. Emigrazione giovanile – per cui il sistema Livorno e provincia esporta il sapere che produce senza saldo positivo – e demansionamento sono riflessi di un tessuto produttivo non in grado di utilizzare lavoro ad alto valore aggiunto (a causa di scarsi se non nulli investimenti).

In sostanza, nel corso di oltre un quindicennio, il sistema Livorno ha risposto alla grave crisi del 2008-2009, certificata come tale da Irpet, adattandosi all’utilizzo di forza lavoro a basso valore aggiunto, decrescente nell’industria e crescente nel turismo. In mezzo la crisi del lavoro cognitivo, l’incapacità sistemica di impiegarla sui nostri territori, che spiega la media di bassi salari presente a Livorno e provincia. Considerando che la rivoluzione fatta di IA e robotica nei processi produttivi e nei servizi aggredisce il lavoro a basso valore aggiunto e persino quello ad alto valore, ma non in grado di adattarvisi, Livorno si sta preparando all’economia dei prossimi dieci anni con serie criticità nella composizione della sua forza lavoro, soprattutto nella sua capacità di estrarre reddito sufficiente dalle proprie attività lavorative.

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17/06/2024

I conti non tornano. Aumenta l’occupazione ma l’economia ristagna e cala la produzione

Con sistematica puntualità l’ISTAT continua a sfornare dati sull’andamento positivo dell’occupazione, registrando un aumento di 75mila occupati nel primo trimestre di quest’anno e di 394mila rispetto al primo trimestre dell’anno scorso. Dati che ovviamente vengono colti dalla Ministra Calderone come una dimostrazione di buon governo.

Abbiamo già avuto modo di commentare come questi dati siano il frutto di una modalità di calcolo assai discutibile, con la quale si ricomprendono nella categoria di occupate persone che hanno svolto una qualsivoglia attività nella settimana precedente alla rilevazione, con o senza contratto, anche per una sola ora.

Una prima contraddizione sta nel fatto che l’ISTAT registri contemporaneamente un aumento del tasso di inattività per le persone tra i 15 e i 64 anni, che sarebbe salito al 33,1% nel primo trimestre del 2024. Per Eurostat il tasso degli inattivi in Italia è in realtà più alto e già nel 2023 superava il 34,5%, collocando il nostro Paese al primo posto nella UE per tasso di inattività.

Chi sono gli inattivi per l’ISTAT? Sono quelli che non hanno un impiego né lo stanno cercando e pertanto vengono collocati fuori dal calcolo della forza lavoro (occupati + disoccupati). Tra questi sicuramente c’è una larga fetta impiegata stabilmente in attività sommerse, lavoro nero, e che pertanto non risulta dalle rilevazioni.

Ma la contraddizione più evidente, rispetto ai dati apparentemente positivi sull’occupazione, è la situazione della nostra economia. È sempre l’ISTAT a stimare una crescita dell’1% nel 2024 (la Commissione europea si attesta più in basso a 0,9%) e dell’1,1% per il 2025. La produzione industriale è invece addirittura in calo del 2,9%, sempre su base annua (ultimo dato ISTAT del 10 giugno).

Questi dati certificano una stagnazione sostanziale del nostro sistema economico. Difficile dare credito, in queste condizioni, alla notizia che in Italia gli occupati siano in aumento: con una economia in stato depressivo, l’unico lavoro che rimane è quello sottopagato e decontrattualizzato. Questo sì in vertiginoso aumento, il resto è solo fumo negli occhi.

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19/12/2021

Tridico: in Italia manca un’occupazione per dieci milioni di lavoratori

In occasione della pubblicazione da parte dell’Inps dei conti relativi al Reddito di Cittadinanza, il Presidente dell’istituto Pasquale Tridico ai microfoni di Radio 24 ha affermato che i problemi di sostenibilità dell’ente sono soprattutto dovuti al basso tasso di occupazione nel mercato del lavoro italiano.

“Notiamo una forte crescita delle entrate contributive, c’è una tendenza positiva, il 7% in più”, ha detto Tridico, “ma restano fragilità come il tasso di inattività che è molto alto”.

“In Italia mancano circa dieci milioni di lavoratori tra inattivi, scoraggiati, donne e giovani, che non lavorano. Se li avessimo avremmo una sostenibilità del sistema pensionistico diverso. Queste persone mancano soprattutto nel Sud”, ha aggiunto il presidente dell’Inps.

Parole molto importanti da parte di Tridico, non nuovo a sortite nel dibattito politico che si pongono in generale contrapposizione con quanto invece si afferma tra le fila dei maggiori partiti, da destra al centro-sinistra.

Nella vulgata starnazzata dai maggiori organi di informazione infatti l’occupazione sarebbe lì fuori ad aspettare lavoratori e lavoratrici che però sarebbero o troppo pigri per alzarsi dal divano, o poco qualificati per le mansioni richieste, o troppo tutelati da strumenti welfaristici come il Reddito di Cittadinanza (quando non troppo impegnati a truffare lo Stato, i “furbetti”...).

Da qui la necessità di adeguare la vita lavorativa all’allungamento della vita media, previo il rischio di insostenibilità finanziaria degli enti preposti, fattore che farà passare alla storia il capitalismo come l’unico sistema sociale in cui “vivere più a lungo” corrisponde a una cattiva notizia per la società.

La realtà invece, come abbiamo scritto altre volte, è che a mancare in Italia non sono i lavoratori, ma proprio il lavoro, condizione che si traduce in una pletora di donne e uomini che non figurano tra le statistiche sulla disoccupazione perché escono dalle “forze di lavoro attive” (chi ha un lavoro, gli occupati, e chi cerca attivamente un lavoro, i disoccupati) per finire in quelle inattive, spesso definiti come “scoraggiati”.

Ma la sostanza non cambia al cambiare dell’etichetta, perché si tratta comunque di una significativa fetta di popolazione che non ha accesso a un reddito mediante il lavoro – che in teoria sarebbe pure il primo principio enunciato dalla Costituzione – o almeno non in forma regolare, con tutte le conseguenze per l’accesso ai diritti e alle forme di tutela del caso.

In numeri, nel 2019 – quindi prima della pandemia, da cui non abbiamo ancora recuperato – il rapporto tra la forza lavoro attiva (occupati più disoccupati) e il totale degli inattivi era intorno all’unità: circa 26 milioni di attivi, di cui 3 milioni disoccupati, di contro ad altri 26 milioni (numero più numero meno) di inattivi.

Una mannaia per qualsiasi sistema economico, che il processo di integrazione europeo non ha fatto altro che cristallizzare: sempre Tridico infatti fa notare che “il tasso di occupazione era intorno al 58% della popolazione in età da lavoro nei primi anni ’90, e tale è ancora oggi” (59% in media nel 2019).

In mezzo si è assistito a una profondissima flessibilizzazione del rapporto di lavoro e dell’occupazione, indicata a Maastricht nel 1992 e sistematizzata dalla Commissione europea col libro bianco su Crescita, competitività, occupazione nel 1994, a colpi di legge “antioperaie”, come il pacchetto Treu, la legge Biagi, il Jobs Act, passando per la riforma Fornero o il cosiddetto articolo 8 dell’ultimo governo Berlusconi.

Il fallimento di trent’anni di neoliberismo è sempre più sotto gli occhi di tutti e bene fa il Presidente dell’Inps ad incalzare anche sul salario minimo: “è evidente che ci vuole. Tutta la comunità scientifica, giuristi ed economisti, concorda sul fatto che il binomio contrattazione sindacale e salario minimo sia possibile, l’uno non esclude l’altro”.

L’affermazione segue la contrarietà da parte dei maggiori sindacati concertativi all’istituzione del salario minimo per timore di perdere la posizione di privilegio nella contrattazione che si sono guadagnati a suon di regali fatti alla classe padronale.

Già, perché Cgil Cisl e Uil hanno responsabilità storiche enormi nell’arretramento a cui hanno costretto la forza lavoro del paese, se non si vuole risalire alla svolta dell’Eur, almeno fin da quel 31 luglio 1992 in cui firmarono l’abrogazione della scala mobile, viatico per l’Italia alla firma degli Trattato di Maastricht, proprio mentre tutto il paese si apprestava ad andare in vacanza ad agosto...

Ma un tornante storico si sta svolgendo in questi mesi, la “questione operaia” riacquista vigore in un paese in cui i salari sono oggi sono inferiori in termini reali del 2% rispetto al 1991, operai ed operaie sono tornati a scioperare in forze, sia l’11 ottobre che il 16 dicembre.

Lo spiraglio per una nuova stagione di lotte sembra aprirsi all’orizzonte.

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27/10/2021

Sui giovani insopportabile retorica. Più di milione sono già “perduti”

Più di un milione di giovani vivono in una sorta di zona grigia. Escludendo gli studenti e gli invalidi, in Italia sono 1,1 milioni gli “inattivi” sotto i trenta anni, giovani che hanno rinunciato a cercare un lavoro e non stanno investendo in formazione.

È un quadro più specifico di quello già noto dei Neet che estende la platea anche a chi ha meno di 18 anni e porta alla cifra di 2,1 milioni e dà la dimensione anche dell’abbandono scolastico. Se agli inattivi si aggiungono infatti anche gli 800mila under 30 disoccupati (che sono popolazione attiva perché stanno cercando un impiego), si arriva al 22,2% dei giovani tra 15 e 29 anni in Italia.

È un record europeo e un quadro che emerge dall’ultimo rapporto di Randstad Research, un centro di ricerca sul futuro del lavoro promosso da Randstad (una piattaforma dedicata), il quale ha tracciato un profilo dei giovani inattivi, analizzando le cause di questa condizione e immaginando le possibili vie d’uscita.

Questi dati collocano l’Italia al terzultimo posto fra i Paesi osservati da Eurostat, davanti alla Turchia (29%) e Macedonia del Nord (24%). Nell’Unione Europea la sommatoria di Neet e disoccupati under 30 è di quasi dieci punti più bassa rispetto a quella italiana (12,5%).

Non si è vista traccia del problema né soluzioni razionali nelle parole che Draghi e Mattarella hanno rivolto ai giovani nei loro discorsi di questi giorni. Al contrario, abbiamo sentito solo ambizioni a potenziare gli istituti tecnici industriali – soprattutto nel Meridione – sancendo di fatto sia la visione classista sulla formazione sia un ruolo subalterno per il paese nella divisione europea del lavoro.

Nulla abbiamo sentito sulla continua emigrazione “intellettuale” all’estero, che perpetua la spoliazione del paese dalle risorse più qualificate per poter immaginare uno sviluppo non subordinato alle filiere produttive europee.

Ma soprattutto nessuna idea su piani straordinari per il lavoro, anche per i giovani, che sarebbe il naturale fattore di una discontinuità con un passato che ha portato al regresso sociale complessivo. Se le imprese private non creano posti di lavoro è evidente che questo buco andrebbe riempito dal settore pubblico (questo in fondo è stata la Legge 285 alla fine degli anni Settanta).

Il governo ha per ora messo in campo il GOL (Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori) il piano del governo, finanziato dall’UE anche con il Recovery Plan avente l’obiettivo di rilanciare le politiche attive per il lavoro ma che punta, in particolare, al reinserimento nel mondo del lavoro di disoccupati di lunga durata. Un decreto interministeriale è stato firmato dai ministri Orlando (Lavoro) e Franco (Economia) assegnando i primi 880 milioni alle Regioni che sono le titolari delle politiche attive per formare 660 mila occupati entro il 2022.

Per il resto, e soprattutto su questa area grigia di centinaia di migliaia di giovani esclusi, all’orizzonte non si sente e non si vede niente di concreto. Altro che palle, qui siamo davanti al “Neet Generation You”.

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03/07/2021

Boom di inattivi in Italia: quando tutti i mali vengono a galla

Il mercato del lavoro italiano, ormai è noto, soffre di una debolezza cronica e tra le più gravi d’Europa. L’ultima notizia diffusa dall’Eurostat aggrava un quadro già particolarmente preoccupante: l’Italia sarebbe il Paese europeo con la più alta percentuale di popolazione inattiva in età da lavoro (15-64 anni). Inoltre, è il Paese in cui questa percentuale è cresciuta di più tra il 2019 e il 2020.

Chi sono gli inattivi? Si definiscono tali le persone che sono al di fuori della forza lavoro e che dunque né lavorano, né cercano lavoro. Si può essere inattivi per svariate ragioni, tra cui lo studio, lo svolgimento di un’attività domestica, il pensionamento o lo scoraggiamento. Comprendere la dinamica di questa misura e i motivi che spingono le persone a essere fuori dalla forza lavoro è di cruciale importanza per analizzare la situazione del mercato del lavoro, la condizione dei lavoratori e le riforme che vengono proposte.

Quanti sono gli inattivi in Italia? Secondo l’Eurostat circa il 36% della popolazione in età da lavoro (15-64), in aumento rispetto al 2019 dell’1,6% e di quasi 20 punti superiore alla Svezia (17,5%) o alla Germania (20%). In sostanza, in Italia ci sono più di 13 milioni di inattivi, in rialzo dopo un periodo di riduzione iniziato nel 2014. Il fenomeno riguarda soprattutto le donne (circa 8,7 milioni) e il Sud (6,2 milioni).

Gli istituti di statistica mettono a disposizione i dati circa le motivazioni per cui gli individui né lavorano né cercano lavoro: osservarli può essere utile per avere uno scorcio non solo del mercato del lavoro, ma dell’intera società.

La quota maggiore di inattivi, in Italia, è rappresentata dagli studenti, vale a dire coloro che per motivi di studio o formazione decidono di non partecipare alla forza lavoro. Nel 2020 sono circa 4 milioni e rappresentano il 32% della popolazione inattiva. Questa è l’unica categoria in cui l’Italia non svetta, ma ciò non deve far sorridere. Infatti, questa percentuale è inferiore sia a quella della Germania (37%), che della Svezia (44%), ma anche di Paesi mediterranei come la Spagna (36%) e il Portogallo (43%). Un dato, questo, che conferma la drammatica situazione della scuola Italiana di ogni ordine e grado alle prese con una emorragia di studenti sia alle scuole superiori che all’università.

Una quota rilevante di persone che non partecipano alla forza lavoro lo fa perché impegnate nella cura di un familiare. In Italia questa motivazione riguarda circa il 28-29% della popolazione in età da lavoro e il 21% degli inattivi. Un dato impressionante se confrontato con la quota di inattivi con la stessa motivazione della Germania (14%) o della Svezia (4%). Da questo dato emergono almeno due tipi di riflessioni. Tanto più lo stato sociale è marginale, tanto più si scaricherà sui lavoratori l’onere di provvedere alle cure dei propri cari. È evidente, infatti, che la carenza di strutture pubbliche e di personale determini un livello così alto di persone che rinunciano a cercare lavoro perché impiegate in questa attività, in assenza di un’alternativa economicamente accessibile. Un problema, questo, che risente gravemente dell’avanzata della povertà nel Paese, spinta dai bassi livelli di occupazione e che fa pesare sempre di più gli oneri della cura dei propri famigliari sul bilancio delle famiglie. Da qui, la seconda considerazione: esistono nel nostro Paese milioni di persone che svolgono un lavoro non retribuito, che le tiene impegnate molte ore al giorno e non prevede alcun tipo di tutela né di sostegno. Investire in servizi pubblici alla persona avrebbe dunque il doppio pregio di permettere a queste persone di cercare un lavoro e contestualmente di aumentare l’occupazione in questo particolare e cruciale settore. Vi è inoltre una spiccata questione di genere che evidenzia come, anche in questo ambito, la carenza di un adeguato sistema di assistenza sociale e dunque di Stato, si riversi sui segmenti più deboli della forza lavoro. A fronte del 6% delle donne inattive per motivi di assistenza domestica in Svezia, in Italia il fenomeno riguarda ben il 32% delle donne e solo il 2,6% degli uomini.

Arriviamo così ad un’altra categoria, che molto ha a che fare con le dinamiche macroeconomiche del mercato del lavoro: gli scoraggiati. In Italia, negli ultimi anni, gli scoraggiati rappresentavano circa l’11% degli inattivi, in Germania l’1,4%, in Svezia il 2,9%. In Austria addirittura lo 0,6%. Più i livelli di occupazione sono alti, più gli scoraggiati sono pochi. Ma chi sono gli scoraggiati? La definizione fornita dall’Eurostat ci viene in aiuto. Sono coloro che non cercano più lavoro believing no job available, ossia credendo che non ci siano lavori disponibili. Sono quindi dei lavoratori che dopo infiniti tentativi con aziende e centri per l’impiego, seguiti da rifiuti o non risposte, hanno smesso di compiere qualsiasi azione per cercare lavoro. Il loro numero, in maniera così preponderante in Italia, sottolinea la cronica debolezza della domanda di lavoro e ci fornisce un’ulteriore variabile per comprendere il problema della disoccupazione. Gli scoraggiati, infatti, non sono altro che disoccupati che hanno perso la speranza di diventare occupati e così decidono di abbandonare la forza lavoro. L’aumento degli inattivi, ma in particolar modo di questa categoria, può dar luogo a un fenomeno statistico che abbiamo già osservato lo scorso anno: la riduzione del tasso di disoccupazione. A ben guardare però, quando ciò si verifica, non sta migliorando la situazione dei lavoratori ma addirittura peggiorando. Non solo non vi è carenza di lavoratori, come i dati sui posti vacanti indicano chiaramente, ma la situazione è così preoccupante che sempre più persone si stancano addirittura di essere disoccupate, dunque di cercare lavoro, e si relegano ai margini della società, uscendo fuori dalla forza lavoro.

È dunque chiara la necessità per il Paese di cambiare rotta. Le vere soluzioni a questa perenne crisi non possono che passare per un forte aumento della domanda aggregata, in modo tale da aumentare l’occupazione. Al contempo, è necessario creare buoni posti di lavoro, per far sì che chi cerca occupazione o chi voglia tornare a cercarla possa farlo avendo davanti prospettive dignitose sia dal punto di vista delle condizioni lavorative che retributive. L’esatto contrario di quello che la retorica padronale ci dice negli ultimi giorni, e che va fermamente combattuta.

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13/03/2021

Confindustria chiagn’e fotte. Cresce la produzione, nonostante la pandemia


I dati li avevamo rilevati da tempo. Sia la produzione manifatturiera sia l’export delle imprese italiane non hanno affatto risentito della pandemia. Confindustria ha preteso e ottenuto che niente si fermasse, riuscendo nel “miracolo” di provocare 100mila morti e milioni di contagiati dal Covid.

Né il governo Conte, né il governo Draghi hanno ritenuto di dover imporre ai “prenditori” almeno alcuni dei limiti che hanno imposto al resto della popolazione e delle attività economiche.

Adesso arriva la conferma che i piagnistei di Confindustria erano solo strumentali, dunque rivoltanti.

A gennaio 2021 la produzione industriale in Italia, infatti, è aumentata del 1% rispetto a dicembre dello scorso anno. Secondo i dati pubblicato ieri dall’Eurostat – l’ufficio statistico dell’Unione Europea – il dato di gennaio positivo segue quello di dicembre, in cui la produzione industriale cresceva appena un po’ meno, dello 0,2 per cento.

Il dato di gennaio è in ogni caso in calo rispetto ad un anno fa, ma appena del 2,4 per cento; la dimensione che ci si aspetta per una normale oscillazione congiunturale, non certo come risultato di mesi di lockdown. Si vede che per l’industria, quei lockdown, non ci sono stati, che i lavoratori hanno continuato ad andare in fabbrica, su mezzi pubblici necessariamente affollati (visto che non ci si era fermati), e dunque esposti per mesi al contagio e a loro volta veicoli per il virus.

Ma dappertutto, in Europa, è avvenuta la stessa cosa. Segno che si tratta di una “linea generale”, non della particolare arrendevolezza della classe politica italiana davanti alle pretese dell’impresa. In generale, infatti, la produzione industriale è aumentata a gennaio 2021 dello 0,8% nell’area dell’euro e dello 0,7% in quella UE, rispetto a dicembre 2020.

L’industria manifatturiera quindi, nonostante la pandemia, i morti, i contagiati e le restrizioni, è rimasta tra i comparti più attivi. Mentre altri, come i servizi, ristorazione o del turismo, sono stati molto colpiti dall’impatto della pandemia da Covid-19.

I “prenditori” si sono arricchiti nonostante la pandemia, ma non vogliono sentirselo dire. Dovrebbero abbassare le ulteriori pretese che intendono imporre...

Tutto al contrario è andato per i lavoratori. Un calo dell’occupazione “senza precedenti” è stato registrato nel mercato del lavoro nel 2020 dall’Istat. Sono 456 mila i posti di lavoro andati persi, per la maggior parte contratti a termine. Contestualmente, si registra una forte diminuzione della disoccupazione (-271 mila, -10,5%) e un intenso aumento degli “inattivi” (disoccupati che hanno perso anche la speranza di trovare un lavoro) tra 15-64 anni (+567 mila, +4,3%).

Il calo dell’occupazione coinvolge soprattutto i dipendenti a termine (-391 mila, -12,8%) e, in minor misura, gli indipendenti (-154 mila, -2,9%); il lavoro dipendente a tempo indeterminato mostra invece una crescita (+89 mila, +0,6%).

La diminuzione investe il lavoro a tempo pieno (-251 mila, -1,3%) e, soprattutto, il part time (-205 mila, -4,6%); la quota di part time involontario, inoltre, sale al 64,6% (+0,4 punti) dell’occupazione a tempo parziale (la quota calcolata sul totale degli occupati scende all’11,9%, -0,3 punti, per effetto del più forte calo dei lavoratori part time).

Non sta andando per niente “tutto bene”. Ma come sempre va bene per qualcuno (in questo caso gli industriali), mentre per moltissimi altri è un disastro (lavoratori e piccole aziende dei servizi).

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02/07/2020

Il lavoro diventa un sogno...

Solo conferme e tutte pessime. L’Istat ha pubblicato i dati sull’occupazione/disoccupazione a maggio e, come prevedibile, gli occupati continuano a diminuire.

In un solo mese si sono ufficialmente persi altri 84.000 posti di lavoro. E dobbiamo considerare che gli ammortizzatori sociali straordinari decisi dal governo – in vigore fino ad agosto, poi non si sa – stanno consentendo (anzi, obbligando...) alle aziende di non effettuare licenziamenti.

I dati registrano anche le conseguenze, spesso paradossali, dell’incrocio tra lockdown e criteri statistici. Per esempio, con l’inizio della “fase 2” (il 4 maggio), è calato il numero degli “inattivi” perché una parte dei disoccupati cronici si è messo alla ricerca di un lavoro (potendo finalmente uscire di casa).

E questo ha portato immediatamente ad un aumento del tasso di disoccupazione ufficiale, che registra soltanto coloro che sono attivamente alla ricerca di un impiego.


Scherzi statistici a parte, la situazione reale del paese era a fine maggio questa:

– gli occupati sono 22.777.000;

– le persone in cerca di lavoro sono ufficialmente 1.933.000;

– gli “inattivi” ben 14.289.000.

Se si esce dallo specchio deformante costruito dai “criteri statistici europei”, vien fuori che i senza lavoro sono realmente una marea: 16 milioni e 222mila. Cifra peraltro destinata a cresce di molto, come detto, alla fine del periodo di cig straordinaria.

Le donne sono assoluta maggioranza di questa fascia di popolazione (8.840.000), ma anche il numero dei giovani under 35 fa impressione: 7.480.000.

L’autunno che si annuncia ha ancora contorni imprecisi, per dimensione e grado sismico, ma di certo – come spiegano ogni giorno gli “imprenditori” – le aziende prevedono in genere solo uscite, non assunzioni.


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25/06/2020

I numeri parlano chiaro: la disoccupazione diminuisce, cioè aumenta

Cosa sta succedendo nell’economia e nel mercato del lavoro italiano durante la crisi, l’ennesima, innescata dal Covid-19? Cosa possiamo attenderci dai prossimi mesi? Il peggio è passato o la recessione deve ancora pienamente manifestarsi? La consueta nota mensile dell’ISTAT sul mercato del lavoro ha certificato, a inizio giugno, gli effetti drammatici che il lockdown ha già avuto sull’economia italiana. Riteniamo importante fare un po’ di chiarezza su questi dati e provare a immaginare cosa potrà accadere nei prossimi mesi, anche alla luce delle misure finora messe in campo dal Governo.

Guardando ai disoccupati e al tasso di disoccupazione si rischierebbe infatti di cadere in un grossolano errore. Abbiamo letto sui giornali che il tasso di disoccupazione di aprile (6,3%) si è ridotto del 3,9% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (10,2%) e dell’1,7% rispetto a marzo (quando si attestava all’8%): insomma, tra marzo e aprile i disoccupati sarebbero diminuiti di ben 484 mila unità. Parrebbe, dunque, che la disoccupazione sia diminuita, ma questo cozza frontalmente con la logica della crisi e con quanto osserviamo tutti nella quotidianità. Come si spiegano questi dati e cosa possono permetterci di concludere? Facciamo un po’ di chiarezza su numeri e concetti.

Si definisce disoccupato un individuo che ha attivamente cercato lavoro o che sarebbe disposto fin da subito a lavorare. Non tutti coloro che non lavorano, dunque, sono disoccupati: la ricerca attiva di un’occupazione è la caratteristica necessaria per essere definito disoccupato. Esiste, infatti, un’altra categoria che rappresenta situazioni individuali variegate e che è opportuno tenere in considerazione, tanto più in situazioni di crisi e incertezza come quella attuale: gli inattivi. Sono inattivi, secondo l’ISTAT, gli individui che non fanno parte della forza lavoro, ossia coloro che non sono né occupati né disoccupati. Gli inattivi si dividono a loro volta in due gruppi: quelli in età non lavorativa – ossia studenti sotto i 15 anni e anziani over 64 (circa 20 milioni di persone in totale) – e quelli in età lavorativa, circa 13 milioni di persone. Tra questi ultimi, quelli che ci interessano maggiormente, troviamo peraltro anche i cosiddetti scoraggiati (circa 3 milioni), vale a dire persone che vorrebbero lavorare, ma hanno perso la fiducia circa la possibilità di trovare un impiego e quindi decidono di non cercarlo affatto.

Ad aprile si sono registrati, rispetto a marzo, 746 mila inattivi in più in Italia: si tratta di una crescita imponente. In aggregato, è facile dedurre che la riduzione dei disoccupati di aprile (-484 mila) si sia tradotta principalmente in una crescita dell’inattività. I disoccupati, in altre parole, sono diventati inattivi poiché hanno interrotto la loro attività di ricerca di un impiego a fronte della chiusura delle attività imposta dalla pandemia. La condizione di inattivo si lega, in maniera pericolosa e non sempre chiara, con un altro fenomeno, la disoccupazione di lunga durata. Spesso chi cerca lavoro da molto tempo, ed è dunque un disoccupato di lunga durata, vive una condizione a forte rischio di marginalità sociale tanto da diventare inattivo, cioè tanto da perdere le speranza di trovare un lavoro e rinunciare a cercarlo. L’aumento degli inattivi in età di lavoro, dunque, deve preoccupare e non poco poiché segnala un netto peggioramento non solo delle condizioni di vita, ma anche delle aspettative dei lavoratori.

Questa volta, inoltre, c’è qualcosa di più: come si spiega, infatti, la differenza tra il dato degli inattivi (+746 mila) e quello dei disoccupati (-484 mila)? Semplice: lo si spiega con la contestuale riduzione dell’occupazione. I dati destagionalizzati di aprile segnano, infatti, una caduta drammatica degli occupati: 274 mila in meno rispetto a marzo, che diventano 398 mila rispetto a febbraio. Nei primi due mesi dell’emergenza COVID quasi 400 mila persone hanno perso il lavoro. Possiamo ragionevolmente ipotizzare che in aggregato coloro che hanno perso il lavoro ad aprile (274 mila individui) non abbiano neanche tentato di trovarne uno nuovo, transitando direttamente verso l’inattività senza passare per lo status di disoccupati.

In definitiva, la riduzione dei disoccupati e della forza lavoro (dovuta alla contemporanea riduzione di occupati e disoccupati) ha fatto sì che si riducesse anche il tasso di disoccupazione, senza che ciò significhi un miglioramento della situazione del mercato del lavoro, anzi. Il tasso di disoccupazione, infatti, corrisponde al rapporto tra disoccupati e forza lavoro e, anche alla luce di quanto detto circa l’inattività, rappresenta una statistica non del tutto soddisfacente a delineare la situazione complessiva del mercato del lavoro.

Siamo consapevoli che questa sia una condizione quasi fisiologica in una fase come quella che abbiamo vissuto: durante la quarantena, con l’impossibilità di uscire di casa e le attività produttive in gran parte chiuse, la stessa attività di ricerca di un impiego era praticamente impedita e sicuramente vana. Tuttavia, questa riflessione ci serve più che altro a tratteggiare i confini di una condizione di pericolosa precarietà per i lavoratori che si trovano a scontare gli effetti più duri della crisi economica. Una condizione che la crisi aggrava, ma che per certi versi affonda le sue radici in anni e anni di accanimento legislativo contro i diritti dei lavoratori.

Infatti, se andiamo più nel dettaglio, ci accorgiamo di come tra gli occupati che hanno perso il lavoro, il 47% avesse un contratto di lavoro dipendente a tempo determinato, il 27% un contratto a tempo indeterminato e il 25% erano lavoratori indipendenti. La maggior parte delle cessazioni dei rapporti hanno quindi riguardato la fascia contrattuale meno tutelata sia rispetto ai licenziamenti sia rispetto ai sussidi di disoccupazione. Per quanto riguarda i dipendenti a termine, si tratta in buona parte di mancati rinnovi contrattuali che, potenzialmente, hanno riguardato molti individui che non avevano ancora maturato il diritto alla NASPI (il sussidio alla disoccupazione) e che si sono trovati, improvvisamente, senza lavoro e senza nessuna forma di sussidio e di reddito. Una situazione che, ancora una volta, sottolinea gli effetti nefasti per i lavoratori del processo di deregolamentazione del lavoro e di attacco ai diritti acquisiti in anni di lotte.

A tutto questo dobbiamo aggiungere che, secondo i dati INPS, al 21 di maggio i beneficiari potenziali complessivi di Cassa Integrazione (CIG) ammontano a 7,7 milioni, che si dividono tra CIG ordinaria, CIG in deroga e assegno ordinario (FIS). Pur non lavorando, questi risultano statisticamente occupati poiché, formalmente, il loro rapporto di lavoro con il datore non si è interrotto. Certamente alcuni di loro torneranno ad essere occupati a tutti gli effetti una volta terminata la crisi, ma cosa succederà a tutti quei lavoratori delle aziende che non sopravviveranno alla crisi? Che il quadro sia fosco viene confermato addirittura da Federmeccanica, l’associazione degli industriali metalmeccanici, che prevede tagli del personale per un terzo delle imprese.

I lavoratori in sofferenza dunque sono molti più di quelli che un semplice sguardo ai dati aggregati potrebbe far pensare. Il blocco dei licenziamenti, in vigore fino al 17 agosto, ha posto per fortuna un argine a effetti ancora più drammatici ma, senza un reale sforzo economico per rimettere in moto l’economia è più che legittimo temere che alla scadenza di questo divieto tra mancati rinnovi dei contratti a termine e licenziamenti, andremo incontro a una disoccupazione di massa come mai sperimentata fino ad oggi.

Mentre le istituzioni europee continuano imperterrite la propria propaganda basata su cifre tanto astronomiche quanto fasulle e il Governo perde tempo tra Piano Colao e Stati Generali, rilanciando vecchie ricette ormai stantie, l’emergenza sociale sta montando nel paese e con la fine del blocco dei licenziamenti e della Cassa Integrazione non potrà che aggravarsi ulteriormente.

L’aumento degli inattivi e la riduzione degli occupati rappresentano la violenza subita dalla classe lavoratrice in questi mesi, l’esercito industriale di riserva che manterrà i salari a livelli bassissimi per gli anni a venire e il segno della povertà che dilagherà, se non si mette in discussione il modello neoliberista intorno a cui è organizzata la nostra società. La propaganda europeista e governativa ci racconta, dati alla mano, che la situazione sta gradualmente migliorando: quei dati, letti correttamente, mostrano tuttavia che siamo in una situazione drammatica. Per uscirne dobbiamo cambiare il sistema alla radice.

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04/06/2020

Disoccupate le strade del mondo, e anche d’Italia...

Il governo Conte aveva provato a metterci una pezza legale, vietando i licenziamenti durante il periodo di emergenza Covid-19 e assicurando alle imprese la cassa integrazione straordinaria per tutti (bisogna ricordare che la cig è una misura “salva-imprese”, che solo indirettamente aiuta i lavoratori dipendenti assicurando loro un reddito e il mantenimento del posto di lavoro).

Ma non esiste legge che possa tenere in piedi aziende che non hanno più un’attività.

E dunque l’Istat, nel mese di aprile (poi arriverà anche maggio, e naturalmente la situazione sarà più grave) ha registrato una diminuzione dell’occupazione dell’1,2%, pari a - 274mila unità. In un solo mese e con quella “protezione” in vigore...

Il fenomeno ha riguardato più le donne (-1,5%) che gli uomini (-1), sia i dipendenti (-1,1%) che gli autonomi (-1,3%).

Di conseguenza il tasso di occupazione (il rapporto tra occupati e popolazione in età da lavoro) è sceso al 57,9% (-0,7 punti percentuali).

Che qualcosa non quadri nei criteri statistici lo si comincia a sospettare quando si arriva ai dati sulle persone in cerca di lavoro. Nonostante l’occupazione diminuisca, diminuisce anche la quantità della domanda di lavoro: -20,4% pari a -497mila.

Siamo tutti diventati “sfaticati” che non hanno voglia di lavorare? Difficile crederlo...

Questo dato determina invece una situazione del tutto inattendibile, con il tasso di disoccupazione che addirittura crolla al 6,3%!

Ma come? Molte aziende chiudono, molta gente rimane per strada senza lavoro, altri smettono addirittura di cercarlo... e la disoccupazione ufficiale scende invece di salire?

E qui viene fuori il meccanismo deformante che domina i criteri statistici nell’occidente capitalistico. Dove in pratica si distingue tra “disoccupati” e “inattivi”. Tutta gente senza un lavoro, ma che si differenzia solo per una cosa: se lo stanno cercando (iscrivendosi a qualche tipo di ufficio di collocamento o agenzia), oppure ci hanno rinunciato.

In questo caso la contraddizione tra dati e realtà è così evidente da saltare agli occhi, ma è sempre stato così.

In Italia, a fine aprile, abbiamo avuto una crescita stratosferica degli “inattivi” (o “rassegnati”): +5,4%, ovvero 746.000 persone (più donne che uomini). E questa disgrazia si traduce – “statisticamente” – in un dato che in teoria dovrebbe testimoniare della buona salute del mercato del lavoro, ovvero la diminuzione della disoccupazione ufficiale.

Uscendo dalle percentuali e dai trucchi, la realtà si rivela immediatamente in tutta la sua drammaticità: i senza lavoro sono 16 milioni e 121mila (14.578.000 “inattivi” più 1.543.000 “disoccupati”). Mentre gli occupati scendono a 22 milioni e 881mila.

Oltre il 40% della popolazione in età da lavoro (altro trucco statistico: fino a 64 anni, con la legge Fornero che ha spostato l’età pensionabile a 67...).

Vi sembra una situazione “tranquillizzante”?

Il rapporto dell’Istat: CS_Occupati_disoccupati_APRILE_2020

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30/04/2020

Dati Istat sull’occupazione a marzo, è boom di “inattivi”

Questa mattina l’Istat ha reso noti i dati sull’occupazione relativa al mese di marzo. A un primo sguardo sembrerebbero quasi buone notizie, e già immaginiamo la retorica con cui proveranno a essere divulgati, tronfia del “paese che tiene” (qui una primissima prova) e del “andrà tutto bene” necessario alla Confindustria per costruire le condizioni di una riapertura rapida.

Mese su mese infatti l’occupazione cala solo dello 0,1%, pari a 27mila unità, mentre diminuisce anche il tasso di disoccupazione, sceso al 8,4% (-0,9% rispetto a febbraio) e al 28% (-1,2%) tra i giovani.

Tuttavia, il boom si registra nella componente degli inattivi, ossia quegli individui in età da lavoro che non effettuano nessuna ricerca di impiego perché, come vengono plasticamente definiti, “scoraggiati” circa il possibile esito positivo della ricerca. Questi aumentano di ben 301mila unità, +2,3% su febbraio, il triplo tra i maschi rispetto alle femmine, portando il tasso di inattività al 35,7%.

Una precisazione prima di analizzare brevemente questi numeri nel contesto attuale: l’Istat scrive che «l’indagine ha risentito degli ostacoli che l’emergenza sanitaria in corso pone alla raccolta dei dati di base», e nonostante siano state «sviluppate azioni correttive che ne hanno contrastato gli effetti statistici negativi (…), la ridotta numerosità campionaria non ha tuttavia consentito di diffondere i dati con il consueto livello di disaggregazione», riservandosi in seguito la possibilità di «revisioni sulla base di ulteriori analisi».

Fatta questa dovuta premessa, torniamo ai dati disponibili.

Innanzitutto c’è da ricordare che il paese si presentava a questa crisi con uno dei mercati del lavoro meno efficienti della regione, facendo registrare il secondo peggior risultato in tutta l’Unione europea davanti solo alla Grecia e ben distante dalla media dell’area.

A febbraio infatti aveva un impiego solo il 58,9% della popolazione in età da lavoro (media Ue ben oltre il 70%), e questo significa che più di 4 persone su 10 nel paese non aveva, e continua a non avere, accesso a una fonte di reddito da lavoro.

Un’enormità, se pensiamo invece alla tranquillità con cui si sciorinano di solito i dati sulla disoccupazione, apparentemente oggi in calo al 8,4%.

In realtà, per come sono presentate, le statistiche pongono un velo sulla situazione concreta del paese, dove quel poco lavoro che c’è (circa 23,3 milioni di posizioni registrate a inizio anno) è continuamente meno stabile e dunque più atipico, con tanti contratti temporanei (la quasi totalità delle nuove assunzioni nel 2019 cadeva in questo campo), a tempo ridotto e in generale meno tutelato (soprattutto grazie al “Jobs act” targato Pd).

Come scritto ieri da Alessandro Perri, in questo contesto di fragilità un ruolo per il momento decisivo lo sta giocando il blocco dei licenziamenti, ma il dato da tenere a mente è che al 28 aprile ben 7,8 milioni di lavoratori e lavoratrici beneficiano della Cassa integrazione ordinaria e in deroga (qui solo per 30mila unità).

Questo è il numero delle persone che con l’inizio della “fase 2” non avranno la sicurezza, almeno in parte, di mantenere il posto di lavoro – sono infatti considerate occupate perché gli ammortizzatori sociali compensano il fermo-attività delle rispettive aziende, ma quante di queste avranno la forza di ripartire? – con tutto quello che ne consegue in termini di sicurezza sociale.

A loro vanno aggiunte le 13,6 milioni di persone in età da lavoro che hanno perso le speranze di trovare un’occupazione, più i 2,1 milioni che un impiego, pur cercandolo, non riescono a trovarlo. Il tutto, chiaramente, al netto del sommerso e del lavoro nero, una piaga durissima per il paese.

In questo contesto, non regge neanche la storia dei “fannulloni che non vogliono lavorare”. Infatti a febbraio 2020 un rapporto di Unioncamere recensiva le nuove posizione aperte (che non coincidono per forza con eventuali nuovi occupati) per un numero pari a 320mila, di cui il 31% sarebbero state di “difficile reperimento”.

Questo significa che prima della diffusione della pandemia, il mismatch tra le imprese in cerca di dipendenti e il mercato del lavoro ammontava a circa 100mila posizioni (di nuovo, non di occupati). Un’inezia, rispetto al totale dei non-occupati presenti sul territorio.

Eccola dunque la dimensione della bomba sociale pronta a esplodere in un contesto di recessione economica certa, anche se non si sa ancora quanto profonda e duratura, dove inoltre serpeggia il fantasma di una nuova ondata di contagi, soprattutto se il governo continuerà a fare i voleri di Confindustria e Confcommercio.

Se c’è qualcosa che tiene in queste settimane è il tanto vituperato (dai liberisti di tutte le risme, neo-, ordo-, ecc.) ruolo dello Stato nel momento del bisogno, nonostante le mannaie che si sono abbattute sul welfare state nell’ultimo trentennio.

Ma anche qui, il dibattito in corso nell’Ue non fa ben sperare, visti i pochi sostegni e le trappole di condizionalità a cui l’esecutivo sta cedendo pur di non rompere il vincolo di subalternità verso gli altri Stati membri del continente.

Se aggiungiamo che tra giugno e settembre terminerà anche il blocco degli sfratti – questo in realtà gestito a livello regionale, a proposito di decomposizione del ruolo dello Stato – il quadro è fosco abbastanza da rigettare ogni mitigazione delle incertezze a cui si appresta il paese per voce di qualche freddo dato, magari preso singolarmente e decontestualizzato.

Sì, l’occupazione a marzo rispetto al mese precedente decresce solo di 0,1 punti percentuali.

Alla luce di quanto scritto, vi sembra ancora una buona notizia?

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31/12/2019

Annuario Istat 2019, le sofferenze del lavoro sono quelle del paese

Come ogni fine anno, l’Istat organizza in una pubblicazione unica l’annuario statistico relativo all’anno solare precedente con riferimento a tutti i settori interessati dalla ricerca, diviso perciò in 24 capitoli per ogni “microarea” di indagine (territorio, sanità e salute, istruzione e formazione, prezzi, industria, trasporti e telecomunicazioni, ecc.). Tra questi, sono presenti ovviamente anche i dati sul “mercato del lavoro”, di cui di seguito vi diamo un breve riassunto ma capace di rappresentare – dalla prospettiva del lavoro – la crisi che attraversa, all’interno delle dinamiche dell’Ue, il nostro paese.

Come numero di occupati, il 2018 è stato l’anno di aggancio ai livelli precedenti la crisi del 2008, riportando il tasso di occupazione della popolazione tra i 15 e i 64 anni al 58,5%, dinamica in cui si conferma la persistente divaricazione in termini internazionali (nell’Ue, il tasso di occupazione medio è pari al 68,6%), territoriali (il Mezzogiorno fa registrare -24 punti percentuali rispetto alla media Ue) e di genere (in Italia, il 49,5% delle donne è occupato, contro il 67,6 degli uomini). Non sorprende che il tasso di occupazione faccia registrare divari enormi per livello d’istruzione (31,1% per chi possiede la licenza elementare, contro il 78,7% per i laureati).



Se la crescita dell’occupazione interessa solo il lavoro dipendente (trainata dal settore dell’industria e dei servizi), tuttavia nel 2018 (a confronto con il 2017) questo riguarda solamente il lavoro a termine (+323 mila, +11,9%) e quindi relativo calo del tempo indeterminato (-108 mila unità), portando così al 17 per cento l’incidenza degli assunti a termine sul totale dei dipendenti (con percentuale più alta per donne e lavoratori/lavoratrici del Mezzogiorno). A questo si aggiunge la crescita del part-time involontario (a fronte di una sua lieve diminuzione generale, -0,1%), componente che raggiunge il 64,1% sul totale del parziale e ben l’11,9 per cento sul totale degli occupati.

Alla stessa maniera, il calo del tasso di disoccupazione è ancora molto lontano dalla media registrata nell’Ue. Infatti, nel 2018 nel paese si rileva un tasso del 10,6% (in calo sul 2017) contro il 6,8 della media “europea”, ponendo l’Italia sul terzo gradino del podio dietro solo a Grecia e Spagna (solo il nord-est è sotto la media Ue, ma ieri abbiamo scritto “a quale prezzo”).



Se la disoccupazione diminuisce in modo uniforme sia per chi era in cerca di lavoro da meno di 12 mesi, sia per i disoccupati di lunga durata, ancora altissimo (benché in lieve calo, -0,2%) è il tasso di inattività sulla popolazione attiva, sempre 15-64 anni, che si attesta al 34,4%, per merito della diminuzione delle forze di lavoro potenziali (3 milioni di persone), portando a 5,8 milioni (con l’aggiunta dei disoccupati) il bacino di individui potenzialmente interessati a lavorare.

Dei 23 milioni di lavoratori e lavoratrici registrati nel paese, 12,2 sono alle dipendenze delle imprese, di cui poco più della metà con qualifica di operaio (54,6%), 37,6 per cento con quella di impiegato e solo il 4,4% sono quadri o dirigenti, in maggioranza persone tra i 30 e i 49 anni di età (qui l’anno di riferimento è il 2017).



Al già menzionato aumento dell’occupazione nel totale del settore dell’industria (4,3 milioni, 35% dell’occupazione complessiva dipendente) e dei servizi (8,2 milioni, 65%), fa il paio il calo delle ore in Cassa integrazione guadagni (Cig, -1,3 ore per ogni mille lavorate, dato attestatosi a 6,5, aumentato solo nel comparto delle costruzioni dove questo strumento è utilizzato frequentemente), mentre nel quinquennio 2014-2018 rimangono stabili le ore lavorate per dipendente (e quindi aumenta il monte ore totale lavorate).



Tuttavia, questi dati sono ancora lontani dal periodo cosiddetto pre-crisi. Se infatti il numero delle “teste” in media al lavoro nel 2018, come scritto, ha di poco superato quello del 2008 (+125 mila unità), il confronto delle ore lavorate totali registra un calo di ben 5 punti percentuali (a dispetto del rialzo registrato poco sopra). Come se non bastasse, le retribuzioni nel 2018 hanno, sì, fatto segnare un aumento dell’1,5% sul totale dell’economia rispetto all’anno precedente, ma queste seguono, da una parte, una fase di decelerazione che perdurava da 9 anni, e dall’altra, sono appannaggio per lo più dei dipendenti pubblici – il cui rinnovo contrattuale era atteso addirittura dal 2010.

Come riportato nell’ultima nota Istat disponibile rilasciata sul III trimestre del 2019, «queste dinamiche del mercato del lavoro si inseriscono in una fase persistente di debole crescita dei livelli di attività economica» (“sostenuta” dalla mancanza di investimenti da parte della borghesia nostrana). Anche qui, a un aumento delle posizioni lavorative su base tendenziale (e cioè, sul terzo trimestre del 2018, +151 mila, trainata stavolta dai permanenti, portando il tasso di occupazione a 59,2% sul totale della popolazione attiva), continua a diminuire il monte ore lavorate per dipendente (-0,4%). Inoltre, su base congiunturale (trimestre su trimestre) il numero dei contratti a tempo indeterminato è in calo, mentre anno su anno cresce il ricorso alla cassa integrazione.

Insomma, poche novità in questo passaggio di decennio. Di lavoro non ce n’è molto, quando c’è fatica a essere ben pagato, di sicuro non lo è per i giovani (esclusi da questo report, ma le cui fughe all’estero sono più che note) ed è causa ancora di una carneficina che in 10 anni ha raggiunto i numeri di una guerra civile (circa 17.000 morti, molto poco “bianche”), con sempre più difficoltà di esprimere dissenso.

Di lavoro si fa più fatica a vivere e si muore sempre di più. Se non siamo al livello dei paesi dell’“ex terzo mondo”, di certo continuiamo a scivolare su un piano inclinato, con poche prospettive di cambiamento all’orizzonte (sicuro non da parte di questa classe dirigente), e quasi nessuna coscienza del fatto che “chi nasce dalla parte ricca del mondo, non è detto che in questa ci muoia”.



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31/10/2017

L’occupazione è di nuovo ferma al palo

Una sobria ridimensionata alle dichiarazioni mestamente ottimistiche del governo: l’occupazione non cresce più, neanche con tutta la precarietà permessa dal Jobs Act. E nonostante che il tasso ufficiale di crescita sia in moderato aumento dopo anni di segni negativi (pesa la congiuntura globale favorevole, non certo le “virtù” del nostro sistema nazionale, basato sulla deflazione salariale).

A settembre 2017 – certifica l’Istat nella rilevazione mensile pubblicata stamattina – la stima degli occupati è sostanzialmente stabile rispetto ad agosto, il che mette fine alla crescita osservata negli ultimi mesi. Il tasso di occupazione dei 15-64enni si attesta comunque al 58,1% (-0,1 punti percentuali).

Come ogni dato statistico, però, bisogna guardare a cosa c’è sotto la “media”. La stabilità dell'indice occupazionale nell’ultimo mese è infatti frutto di un aumento tra gli uomini e gli over 35 e di un equivalente calo tra le donne e i 15-34enni. Risultano in aumento gli indipendenti, stabili i dipendenti a termine, in calo i permanenti.

Nel trimestre luglio-settembre, per effetto dei dati relativi ai due mesi precedenti, si registra una crescita degli occupati rispetto al trimestre precedente (+0,5%, +120 mila) che interessa entrambe le componenti di genere e tutte le classi di età ad eccezione dei 35-49enni. Ma anche qui il diavolo si nasconde nei dettagli: l’aumento si concentra quasi esclusivamente nell’occupazione a termine. Si allarga insomma l’area della precarietà, non la “buona occupazione”. Segno che il processo di contrazione salariale – che discende immediatamente dalla precarietà occupazionale – sta per un verso sostituendo l’occupazione stabile, senza peraltro trasformarsi più in maggiore occupazione.

A conferma arriva il dato relativo al tasso di disoccupazione, che resta stabile all’11,1%, invariato rispetto ad agosto, ma anche qui al prezzo dell’aumento della disoccupazione giovanile, che sale al 35,7% (+0,6 punti). Tradotto in processi reali: chi assume lo fa soltanto con contratti a termine o comunque precari, ma preferisce prendere lavoratori con esperienza, non ragazzi alle prime prove (a meno che non siano “gratis”, come nell’alternanza scuola-lavoro).

Ma tornano a crescere anche gli inattivi, dopo mesi di calo. A settembre la stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni cresce dello 0,2% (+25 mila). Il tasso di inattività sale al 34,4% (+0,1 punti). Va sempre ricordato che questa percentuale – ai fini della comprensione degli equilibri sociali effettivi – va sommata al tasso di disoccupazione. I senza lavoro reali, insomma, sono più del 40%, come peraltro afferma correttamente il tasso di occupazione fermo al 58%.

Dichiararsi soddisfatti di questa situazione è da criminali...

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14/09/2017

L’occupazione cresce, ma soltanto se è precaria

E’ triste vedere un istituto prestigioso piegare l’enfasi – nel pubblicare i dati – in modo che i media possano fare più facilmente da coro al governo. Specie in materia di occupazione, ossia della condizione vitale per l’esistenza stessa della popolazione.

Nulla da eccepire sui numeri, naturalmente, raccolti ed elaborati da ricercatori di alto livello, anche se spesso con contratti assai precari. Fosse lasciata a loro la possibilità di presentare gli stessi dati, l’enfasi laudatoria ne uscirebbe parecchio azzoppata...

Nella nota diffusa stamattina si dà conto degli andamenti del secondo trimestre del 2017, che segna una certa inversione nel numero (dunque anche nel tasso) dei disoccupati: una crescita congiunturale (+78 mila, +0,3%) dovuta all’ulteriore aumento dei dipendenti (+149 mila, +0,9%), in oltre otto casi su dieci a termine (+123 mila, +4,8%).

La nota dell’Istat riferisce quasi per caso quel che dovrebbe essere invece il dato che rivela il fenomeno più rilevante nell’attuale mercato del lavoro: la sostituzione di lavoro a temo indeterminato con lavoro a termine. Rifacendo il conto con gli stessi numeri dell’Istat, infatti, viene fuori che il totale degli occupati (78.000 in più) è dovuto alla convergenza di due fenomeni: la diminuzione degli “autonomi” (partite Iva monocommittenti, consulenti, ecc: -71.000) e la crescita senza freni dei lavoratori a termine (123.000 sui 149.000 nuovi assunti). I posti di lavoro a tempo indeterminato in più sono soltanto 26.000.

Questo in una congiuntura temporaneamente favorevole (i tre trimestri precedenti erano stati caratterizzati da un aumento della disoccupazione), registrata in termini di crescita del Pil pari allo 0,4% nel trimestre e all’1,5% su base annua.

La centralità assoluta dei contratti a termine testimonia, forse involontariamente, dell’incertezza con cui le imprese affrontano l’aumento congiunturale degli ordinativi: si prendono dipendenti usa e getta, da qui a tre o sei mesi, perché nessuno sa dire – neppure la Bce – se il trend leggermente positivo durerà più a lungo.

Fa pena dunque il concerto dei media mainstream che segnala come – tra il secondo trimestre del 2017 e lo stesso periodo dell’anno precedente – venga stimata una crescita di 153 mila occupati (+0,7%), che riguarda comunque soltanto i dipendenti (+356 mila, +2,1%), oltre tre quarti dei quali a termine, a fronte della rilevante diminuzione degli indipendenti (-3,6%).

Prendendo in considerazione l’arco temporale di un anno, insomma, la sostituzione di lavoro stabile con lavoro precario risulta ancora più lampante.

Un piccolo esercito di lavoratori con salari più bassi e senza garanzie di continuità lavorativa, su cui dunque non viene costruita alcuna prospettiva produttiva di lungo periodo. Lo stesso calo degli “inattivi” (-0,3 punti) 15-64 anni rivela che “la riserva di grasso” in mano alle famiglie si è assottigliata, costringendo una parte degli inattivi a tornare sul mercato del lavoro, pronti ad accettare qualsiasi retribuzione.

Le variazioni degli stock – spiega la stessa Istat – sottintendono significativi cambiamenti nella condizione delle persone nel mercato del lavoro, misurati dai dati di flusso a distanza di dodici mesi. Nel complesso continuano a diminuire le transizioni da dipendente a termine a dipendente a tempo indeterminato (dal 24,3% al 16,5%). A fronte della riduzione complessiva delle transizioni dalla disoccupazione all’occupazione (-3,1 punti), i flussi dai disoccupati verso i dipendenti a tempo determinato aumentano (+0,9 punti). Riguardo agli inattivi, per le forze di lavoro potenziali è aumentata soprattutto la percentuale di quanti transitano verso la disoccupazione (dal 18,5% al 21,3% nei dodici mesi). Ovvero cercano nuovamente un lavoro, ma non lo trovano...

Le imprese, dal canto loro, colgono in pieno la debolezza dei lavoratori (che temono di perdere il posto) e dei disoccupati (disposti a fare qualsiasi cosa per qualsiasi salario). “Le ore lavorate per dipendente crescono (+0,2%) rispetto al trimestre precedente”.

Ne risentono ufficialmente anche le retribuzioni: “in termini congiunturali si registra una diminuzione dello 0,1% delle retribuzioni e dello 0,5% degli oneri sociali e, quale loro sintesi, un calo dello 0,2% del costo del lavoro”.

Se si può gioire per risultati così, allora tutto è possibile...

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02/09/2017

Le palle sull’occupazione. I tecnici smontano la propaganda Pd

I dati Istat, grazie ai “criteri europei”, da fonte di certezza sono diventati materia di interpretazione. Abbiamo già espresso la nostra analisi ieri, radicalmente opposta a quella governativa e renziana, ma anche più “nel merito” delle sciocchezze sparate dalla destra “di opposizione”.

Un paio di analisi indipendenti confermano in pieno il nostro giudizio e ve le sottoponiamo per aiutarvi a districare la materia (come fanno ad aumentare contemporaneamente gli occupati e i disoccupati?).

Il primo è un contributo di un analista della stessa Istat, che spiega come vengono fatti i calcoli.

Il secondo è addirittura di un economista neoliberista, che straccia la propaganda renziana rivelandola per quel che è: palle.

*****

Gli aggregati del mondo del lavoro sono 3:

– occupati (chi lavora);

– disoccupati (chi non lavora ma sta cercando lavoro ed è disponibile a cominciare, difatti come sinonimo si usa “persone in cerca di occupazione”);

– inattivi (chi non lavora e non sta cercando o non è subito disponibile).

Rispetto ai tassi:

– il tasso di occupazione è: occupati/(OCC+DIS+INA);

– il tasso di disoccupazione invece è: disoccupati/(OCC+DIS).

Rispetto al comunicato di ieri (30/8):

– fra giugno e luglio 2017 si stimano 59mila occupati in più (un +0.3%), ma anche 61mila disoccupati in più (+2%). Quindi gli inattivi diminuiscono (-115mila) perché ci sono tanto più occupati quanto più disoccupati; ma l’aumento dei disoccupati è relativamente più marcato.

– altro aspetto rilevante è che gli occupati in più non sono “nuovi posti di lavoro”: sono persone over 50 che non possono andare in pensione per via della riforma Fornero. Anche il comunicato Istat lo dice, ma le agenzie non lo hanno rilanciato: dice che “la crescita degli occupati rispetto al trimestre precedente (+0,3%, +65mila)... si concentra esclusivamente tra gli over 50”.

Infine: aumenta il peso relativo dei tempo determinato fra gli occupati.

Quindi il lancio del PD sulla riuscita del Jobs Act è triplamente una bufala: tra i contratti di nuova stipula prevalgono i tempi determinato rispetto al tutele crescenti (perché le imprese aspettano i nuovi sgravi all’assunzione); parte preponderante degli occupati in più sono in realtà over 50 a cui non è consentito andare in pensione (sarebbero diventati inattivi, secondo la classificazione di prima); i disoccupati sono aumentati in maniera veramente significativa, ma solo in questo mese.

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Lavoro, la condizione bipolare degli over 50

Mario Seminerio – http://phastidio.net

Pubblicato da Istat il rapporto sul mercato italiano del lavoro in luglio. Non contiene informazioni sconvolgenti ma la conferma di alcune tendenze in atto, che andiamo a riepilogare rapidamente, anche per fare il punto sullo stato della congiuntura, oltre che della propaganda.

Per farvela assai breve, in punta di tweet: il tempo indeterminato ha smesso di crescere, peraltro non da oggi. Il tempo determinato è incontrastato padrone del campo della ripresa congiunturale:



Con una complessa inferenza, non è chiaro quindi dove stia esattamente il merito del Jobs Act, che pare sia stato introdotto per contrastare il ricorso a forme contrattuali precarie:



Sarebbe sciocco negare l’evidenza di una espansione congiunturale, che tuttavia in questo momento coinvolge robustamente l’intera Eurozona. Pare quindi che il nostro paese sia passato dal guardare nell’abisso a fissarsi l’ombelico. Un oggettivo progresso.

Ma il fatto del mese (o anche dell’anno) emerge dalla correzione per la demografia dei dati. In altri termini, si prende in considerazione l’evoluzione numerica delle coorti anagrafiche per derivare il tasso di occupazione. Si tratta di stime, a partire dal dato del censimento, quindi suscettibili di revisione anche tardiva, ma accettiamole.



Da esse si evince che il tasso di occupazione è in aumento per ogni coorte anagrafica, il che è positivo e confortante. Colpisce tuttavia il forte aumento del tasso di disoccupazione tendenziale per gli over 50, anch’esso corretto per la demografia. Come si legge questo +15,4% di disoccupati over 50 nell’ultimo anno, se da molto tempo si osserva un aumento del numero di occupati di questa coorte? In modo molto semplice: la crescita di occupati della coorte è frutto della permanenza al lavoro prodotta dalla legge Fornero. Ma gli over 50 perdono anche il lavoro, e sono costretti a tornare a cercarlo, visto che oggi sono venute meno molte vie d’uscita pensionistiche anticipate in caso di perdita di occupazione in “tarda” età lavorativa. Quanto al persistente calo degli inattivi, abbiamo detto.

Detto in parole povere: gli over 50 non sono assunti grazie al meraviglioso Jobs Act ma restano trattenuti sul lavoro, alzando gli stock degli occupati a tempo indeterminato. Non è difficile da capire, se solo ci si sforzasse di usare la logica.

Logica? What’s logica?

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31/08/2017

Aumentano occupati e disoccupati. E le case dei “vecchi” fanno gola al mercato…

I miracoli della statistica non finiscono mai. E ogni volta si è costretti a guardare dentro le percentuali sparate come se fossero fatti inoppugnabili, per scoprire il diavolo nei dettagli.

L’Istat ha l’ingrato compito di «informarci» sull’andamento di molte variabili macroeconomiche, e quella sull’occupazione è in genere una delle più «sensibili» sul piano politico. Ci deve dare per forza notizie positive e l’Unione Europea, stabilendo i criteri validi per l’istituto comunitario – Eurostat – ha fissato anche quelli che ogni istituto nazionale deve adottare.

La premessa era indispensabile per districarsi nella notizia del giorno, decisamente contraddittoria: aumentano gli occupati, ma anche il tasso di disoccupazione. A un osservatore profano la cosa sembra impossibili, sul piano pratico. Ma nel mondo matematico astratto della statistica l’impossibile diventa possibile.

Il dato, innanzitutto: a luglio gli occupati sono aumentati dello 0,3% (59.000 in più) rispetto al mese precedente, superando la soglia dei 23 milioni, raggiunta solo nel 2008 (quando stava scoppiando la crisi ancora in corso). Per capire come possa aumentare l’occupazione in presenza di una stagnazione economica evidente, e mentre le prime forme di automazione vanno prendendo piede (l’«industria 4.0»), bisogna ricordare che per le statistiche europee viene considerata occupata una persona che – nella settimana in cui è stata effettuata la rilevazione – abbia lavorato almeno un’ora (1 ora). Un criterio decisamente «inflazionistico», perché se – in astratto – un datore di lavoro licenzia un dipendente a tempo pieno (8 ore) e ne assume otto per un’ora ciascuno, statisticamente ne risultano sette «occupati» in più.

Nonostante le forme di lavoro precario sia quelle dominanti nell'”aumento" degli occupati, questo non riguarda comunque la fascia di età più delicata – i 35-49enni – quelli che stanno formando o mantenendo una famiglia con figli minori.

Per di più, questo aumento riguarda soltanto i maschi, mentre l’occupazione femminile risulta addirittura in calo. Non è difficile capire perché: in una situazione di difficoltà, e con servizi sociali in progressiva riduzione, le donne vengono «spontaneamente» spinte verso il lavoro di cura domestico (figli minori o familiari anziani), rinunciando per ora al lavoro retribuito.

Ciò nonostante aumentano anche i disoccupati. Sono 65.000 in più, anche qui in crescita dello 0,3%. In questo caso, però, l’incremento riguarda anche le donne (a conferma della spiegazione intuitiva appena esposta) e quasi esclusivamente gli over 50 (quelli dallo stipendio più pesante, se occupati da molti anni). La ragione, anche qui intuitiva ma realistica, è che le aziende licenziano più facilmente i lavoratori anziani (specie se non specializzati), sfruttando a fondo l’abolizione dell’art. 18, per sostituirli con manodopera più giovane e a salario inferiore. Persino Dario Di Vico, ultraliberista vicedirettore del Corriere della Sera, trova curioso «l’accentuato ricorso delle imprese ai contratti a termine negli ultimi trimestri», segno che la nostra spiegazione (verificata sui posti di lavoro) coglie il punto.

Il tasso di disoccupazione, in questo bailamme, cresce comunque dello 0,2%, tornando all’11,3%. Quella giovanile riprende a sua volta a salire, attestandosi al 35,5%.

Com’è possibile?

Il segreto statistico sta tutto nella categoria degli invisibili, ovvero gli «inattivi», gente che non lavora e ha smesso anche di cercarlo. A tutti gli effetti pratici si tratta di disoccupati, ma non entrano nel calcolo fino a quando non si presentano a qualche agenzia di collocamento per dichiararsi ufficialmente in cerca di occupazione.

In questo modo tutti i paesi occidentali riescono a contenere la disoccupazione reale entro limiti «accettabili» per i discorsi dei governanti e le critiche delle opposizioni moderate. Negli Usa, per esempio, dichiarano una disoccupazione ufficiale inferiore al 5% anche se i senza lavoro veri arrivano all’astronomica cifra di 100 milioni. Ossia una persona su due (negli Stati Uniti ci sono circa 320 milioni di abitanti, sottraendo un terzo tra minorenni e pensionati...).

La forte diminuzione degli «inattivi» italiani (-0,9%. -115mila) ha anch’essa una spiegazione intuitiva e verificabile in ogni famiglia: la generalizzazione della precarietà ha abbassato i livelli salariali anche al di sotto della sopravvivenza, dunque in ogni nucleo familiare in cui siano presenti «braccia buone per il lavoro» aumenta la pressione per abbandonare la condizione di «neet» e «darsi da fare».

Una condizione del genere, nella retorica volgare del giornalismo mainstream, viene spesso – ancora! – definita come «conflitto generazionale». E qui arriva l’allucinante proposta del solito Di Vico per «riavvicinare le generazioni», che merita di essere letta per intero:
«la trasmissione delle eredità oggi troppo spesso arrivano dai nonni e dai padri ai figli con un timing sbagliato, quando cioè questi ultimi hanno già implementato le scelte decisive della loro vita e magari, non avendo le risorse necessarie, hanno rinunciato a frequentare un corso di alta istruzione, a fare un figlio in più, ad aprire un ristorante oppure a lanciare una startup tecnologica. Siccome una larga fetta della ricchezza dei seniores è di tipo immobiliare, non è impossibile renderla liquida e favorire così la trasmissione ai giovani».
Non serve una traduzione, ma la facciamo lo stesso: voi vecchiacci che siete proprietari di una casa, in qualche caso due, vendetela e date i soldi ai figli subito – prima di morire e lasciarle in eredità – così quelli hanno il capitale di rischio necessario per provare a mettersi in proprio; poi ci penserà «il mercato» a toglierglieli, nella maggior parte dei casi (i fallimenti sono sempre più numerosi dei successi).

La «proposta Di Vico» è una forma diversa del «dovete morire prima», ma ancora più precisa: se proprio riuscite a campare a lungo, dateci subito almeno i vostri averi, di modo che la «maggiore liquidità» che ne deriva potrà essere allocata in modo più «efficiente» dal capitale finanziario multinazionale. Pardon, «dal mercato».

Fatelo per i vostri figli e nipoti, dai...

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31/07/2017

Cala la disoccupazione, ma solo per la statistica

L’ottimismo della propaganda deve sempre addolcire la disperazione della realtà. Compito improbo, ma c’è sempre chi si adegua e ci prova...

I media italioti danno con grande enfasi il dato Istat sull’occupazione reso noto stamattina. A un profano, infatti, quei numeri sembrano davvero molto positivi, almeno sul tendenziale...

A giugno 2017, infatti, la stima degli occupati cresce dello 0,1% rispetto a maggio (+23 mila), recuperando parzialmente il calo registrato nel mese precedente (-53 mila).

Il tasso di occupazione si attesta così al 57,8%, in aumento di 0,1 punti percentuali. Spiega l’Istat che la lieve crescita congiunturale (ossia mensile) dell’occupazione è interamente dovuta alla componente femminile, mentre per gli uomini si registra un modesto calo, e interessa i 15-24enni e i 35-49enni.

Il dato che dovrebbe però attirare l’attenzione degli osservatori è un altro, e tutt’altro che positivo: aumentano i dipendenti a termine, sono stabili i dipendenti a tempo indeterminato mentre diminuisce il numero degli indipendenti (lavoratori autonomi, veri o finti che siano, basta pensare alla diffusissima pratica della partite Iva monocommittenti).

L’aumento dei contratti precari consente infatti di far passare per un “successo” una destrutturazione del mercato del lavoro che implica almeno due fenomeni totalmente negativi che vanno a sommarsi: a) la riduzione del salario medio (i lavoratori a termine o comunque con contratti precari ricevono assai meno dei salari contrattuali, senza neppure calcolare gli abusi diffusi nella microimprenditoria e non solo, vedi qui), b) tutti i contrari precari prevedono una decontribuzione previdenziale che si traduce in minori entrate attuali per l’Inps (è su questo che dovrebbe lanciare allarmi mr. Boeri, se volesse essere credibile) e più bassi assegni pensionistici per i lavoratori attuali che andranno in pensione magari tra 30 anni.

Sul piano economico, se continua ad abbassarsi il salario medio dei lavoratori ne soffriranno soprattutto i consumi; con effetti deleteri sulle imprese che producono prevalentemente per il mercato interno e sono in genere anche quelle che fanno un ricorso sistematico e intensivo ai contratti precari. Una spirale negativa in cui le imprese, per risparmiare sul costo del lavoro e aumentare i profitti, tagliano i salari (e quel che resta dei diritti), ma così facendo riducono anche la “clientela” che può acquistare i loro prodotti. E via verso il baso...

L’aumento apparente dell’occupazione vive la stessa dinamica anche sul periodo trimestrale. Tra aprile-giugno si registra infatti una crescita degli occupati rispetto al trimestre precedente (+0,3%, +64 mila unità), determinata dall’aumento dei dipendenti, sia permanenti sia, in misura maggiore, a termine. L’aumento riguarda entrambe le componenti di genere e si concentra quasi esclusivamente tra gli over 50.

Il motivo di questa “preferenza per gli anziani” da parte delle aziende l’abbiamo spiegata mille volte: da un lato c’è la “legge Fornero” che blocca la possibilità di andare in pensione e inchioda al lavoro fino al limite dei 67 anni (quasi...), dall’altra si vuole personale che conosca la mansione e non abbia bisogno di tempi di “apprendistato”.

Ne consegue un (modesto) calo dei disoccupati in pianta stabile. Dopo l’incremento rilevato a maggio, la stima delle persone in cerca di occupazione a giugno cala infatti del 2,0% (-57 mila), tornando su un livello prossimo a quello di aprile.

Il tasso di disoccupazione ufficiale, pertanto, scende all’11,1% (-0,2 punti percentuali); anche il tasso di disoccupazione giovanile torna a scendere (-0,1 punti), attestandosi al 35,4%.

Il criterio statistico – deciso dall’Eurostat, ovvero dall’Unione Europea – è lo stesso vigente negli Stati Uniti, ed è altamente truffaldino. Citiamo dal glossario Istat:
“Occupati: comprendono le persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento:
- hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura;

- hanno svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente;

- sono assenti dal lavoro (ad esempio, per ferie o malattia). I dipendenti assenti dal lavoro sono considerati occupati se l’assenza non supera tre mesi, oppure se durante l’assenza continuano a percepire almeno il 50% della retribuzione. Gli indipendenti assenti dal lavoro, ad eccezione dei coadiuvanti familiari, sono considerati occupati se, durante il periodo di assenza, mantengono l’attività. I coadiuvanti familiari sono considerati occupati se l’assenza non supera tre mesi.”
Come si vede, volendo sintetizzare, basta un voucher di un’ora alla settimana per essere definito “occupato”. Ovvio che con questo il numero cresca tantissimo, anche se – con un voucher di un’ora alla settimana – sei tecnicamente un morto di fame... Disoccupazione reale e disoccupazione statistica hanno così iniziato a divergere radicalmente, proprio come negli Usa, dove con una disoccupazione ufficiale vicina al 4% (ottima, no?) si stimano circa 100 milioni di disoccupati reali.

Il segreto di questa gigantesca differenza sta tutta in un’altra definizione statistica: gli “inattivi”, che non lavorano e non lo cercano. Ovvio che con l’esaurirsi delle possibilità garantite dal “sistema famiglia” (padri o nonni pensionati che muoiono, per esempio), anche gli “inattivi” siano costretti a muoversi sul mercato del lavoro.

Ciò nonostante, la stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni a giugno sale dello 0,1% (+12 mila), sintesi di un aumento tra gli uomini e un calo tra le donne. L’inattività risulta in calo tra i 15-24enni e i 35-49enni (a conferma della spiegazione che abbiamo appena dato) e in crescita nelle restanti classi di età. Il tasso di inattività è pari al 34,9%, invariato rispetto ad maggio.

Ma il 35% di inattivi va calcolato, socialmente, come un 35% di disoccupati reali (13,5 milioni) che si aggiungono all’11,1 di disoccupati “ufficiali” (altri 4 milioni e mezzo, circa). In pratica una persona su due è senza un lavoro.

18 milioni di disoccupati. Un vero “successo”, non c’è che dire...

Il rapporto completo dell’Istat: CS_Occupati-e-disoccupati_giugno_2017

Fonte

03/07/2017

La disoccupazione cresce, nonostante tutti i trucchi

Nonostante gli sforzi di fantasia scientifica di Eurostat – organismo europeo che ha deciso criteri di catalogazione dell’occupazione alquanto demenziali – e a dispetto degli sforzi estetici del presidente dell’Istat (Giorgio Alleva, renziano di ferro), l’occupazione in Italia cala. Soprattutto tra i giovani under-25 (37%, +1,8 in un solo mese).

Fine della favoletta governativa-Pd, non appena gli effetti droga degli incentivi alle imprese sono terminati o andati in saturazione.

Ma guardiamo i numeri, intanto. A maggio 2017 – scrive l’Istat – “la stima degli occupati cala dello 0,2% rispetto ad aprile (-51 mila unità) attestandosi, dopo il forte incremento registrato il mese precedente, ad un livello lievemente superiore a quello di marzo. Il tasso di occupazione si attesta al 57,7%, in diminuzione di 0,1 punti percentuali”.

Disaggregando per età, si scopre che “Il calo congiunturale dell’occupazione, che si rileva principalmente per gli uomini, interessa tutte le classi di età ad eccezione degli ultracinquantenni. Diminuisce il numero di lavoratori indipendenti e dipendenti a tempo indeterminato mentre aumentano i dipendenti a termine”.

Il quadro è insomma chiaro: lavorano soprattutto gli over-50 (+407.000), inchiodati dalla legge Fornero fino ai 67 anni, e calano tutti gli altri. Oltre alla variabile pensionistica, però, incide anche la professionalità: tranne che nei lavori di pura fatica, ovunque occorra una esperienza e un know how di medio livello, le aziende preferiscono tenersi un anziano esperto, anche se dal salario più alto, piuttosto che sostituirlo con un giovane (sarebbe facilissimo, vista l’abolizione dell’art. 18) a mezzo stipendio.

In secondo luogo, le assunzioni a termine (90.000) superano ormai nettamente quelle a tempo indeterminato (64.000), certificando così la preferenza delle aziende per il contratto usa-e-getta, altamente ricattatorio e a bassissimo salario, per tutte le mansioni di basso livello (sia manuali che “cognitive”, o più precisamente “mentali”).

Bisogna ricordare che i criteri Eurostat (e dunque anche Istat) sono decisamente generosi: si considerano “Occupate le persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura, o che hanno svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente”. Com’è evidente, un’ora di salario alla settimana – o anche nulla, se si lavora nell’azienda di famiglia – non fa di una persona un “lavoratore in grado di sostentare sé e la propria famiglia”, quindi si tratta di un volgare trucco retorico e antiscientifico.

Ma dove i criteri statistici danno il peggio di sé (il meglio, dal punto di vista capitalistico) è nella ripartizione tra “disoccupati” e “inattivi”. I primi sono le persone senza lavoro che ne stanno cercando uno, iscrivendosi alle agenzie del lavoro ufficiali. I secondi sono i senza lavoro che hanno smesso persino di cercarlo.

Unendo, com’è necessario fare, le due categorie, lo spettro della disoccupazione è tutt’altro che rassicurante: il tasso ufficiale di disoccupazione, infatti, sale dello 0,2% attestandosi all’11,3; gli “inattivi”, invece, sono relativamente stabili ma sulla percentuale astronomica del 34,8%. Di fatto, i senza lavoro in Italia raggiungono la percentuale choc del 46,1%. Quasi un cittadino su due, tra i 15 e 66 anni. In termini assoluti, oltre 20 milioni di persone.

Davanti a numeri così, anche se “abbelliti” da criteri statistici ufficiali, c'è persino chi osa scherzare dicendo che “la diminuzione degli occupati registrata a maggio non muta le tendenze di medio-lungo periodo dell’occupazione che continuano ad evidenziare, sia su base trimestrale che su base annuale, la crescita degli occupati e la diminuzione dei disoccupati”.

Nessuno, sui media mainstream, si ferma un attimo a ricordare che dopo 25 anni di eliminazione dei diritti del lavoro per “favorire l’occupazione giovanile” il risultato sta tutto in quel 37% di disoccupati tra i 15 e i 24 anni. Solo Grecia e Spagna hanno percentuali leggermente peggiori, mentre la Germania non ha di che preoccuparsi, visto che solo il 6,7% dei giovani è a spasso.

C’è da sottolineare come ad aumentare la disoccupazione giovanile concorreranno sicuramente due “misure” decise dal governo Renzi-Gentiloni: “l’alternanza scuola-lavoro”, che rifornisce le aziende di lavoro gratuito nelle mansioni più semplici (pulizie, fotocopie, lavapiatti, ecc, con rare e molto pubblicizzate eccezioni), e il “servizio civile”, altrettanto gratuito o quasi, che andrà a sostituire posti di lavoro in settori come i servizi alla persona, cura del territorio, ecc.

Quando vi dicono che “stanno pensando ai giovani”, prendete la prima pietra che vi capita a tiro...

Il rapporto completo dell’Istat: Occupati_disoccupati_maggio_2017

Fonte

31/01/2017

Le “riforme” renziane fanno esplodere la disoccupazione giovanile

Il venditore di pentole toscano è momentaneamente sparito dai radar, ma gli effetti delle sue “riforme” ci gravano addosso come macigni.

I dati sull'occupazione pubblicati stamattina dall'Istat demoliscono definitivamente la retorica renziana – proseguita molto più sommessamente dal governo-fotocopia – per cui l'eliminazione di una lunghissima serie di tutele per i lavoratori fosse “necessaria per dare più lavoro ai giovani”. Sono le stesse frasi che hanno usato nel tempo Dini, Ciampi, Prodi, Berlusconi, D'Alema, Monti e Letta (tutti i premier degli ultimi 25 anni, di fatto). E il risultato è qui, inoppugnabile, davanti agli occhi di tutti: la disoccupazione giovanile supera nuovamente il 40%, attestandosi al 40,1.

E questo nonostante l'Istat abbia adottato per la prima volta “un'analisi dell'effetto della componente demografica sulle variazioni tendenziali dell'occupazione per classe di età”. Da cui risulta che “sul calo degli occupati di 15-49 anni (-168 mila unità) influisce in modo decisivo la diminuzione della popolazione in questa classe di età”.

La statistica è una disciplina seria, ancorché ostica come tutte le discipline matematiche; e quindi occorre imparare a distinguere. Gli occupati tra i 16 e i 49 anni sono infatti – per motivi demografici, causa la diminuzione del numero di figli per famiglia – in calo diciamo, così, “naturale”. Ma se in questa amplissima fascia di età anche i disoccupati vanno aumentando, allora significa che di posti di lavoro ne vengono creati davvero pochi...

Il tasso di occupazione (la percentuale di lavoratori in servizio sul totale della popolazione in età da lavoro, 15-65 anni) è definita stabile al 57,3%. Il che significa che circa il 42,7% è senza un'occupazione retribuita di qualsiasi genere. Possiamo anche “scremare” questa percentuale abissale di disoccupati reali togliendo gli inabili al lavoro per qualsiasi ragione (invalidi, carcerati, ecc), ma resta comunque una cifra agghiacciante.

I criteri statistici europei impongono però una distinzione che vorrebbe essere “tranquillizzante” tra disoccupati ufficiali (le persone in cerca di lavoro, iscritte ai Centri per l'impiego) e gli inattivi, che neanche lo cercano ma – presumibilmente – non rientrano tra i felici pochi che vivono di rendita. In questo modo il tasso di disoccupazione si ferma al comunque terribile 12% (senza variazioni rispetto al mese scorso), mentre anche il tasso di inattività è stabile al 34,8%. Con lo stesso criterio, negli Stati Uniti, si “minimizza” una disoccupazione reale che sfiora ormai i 100 milioni di persone...

La cosa sorprendente, in tanta stabilità, è che invece si sono verificati spostamenti rilevanti tra le diverse componenti. Ad esempio, “Nel periodo ottobre-dicembre alla sostanziale stabilità degli occupati si accompagna la crescita dei disoccupati (+2,6%, pari a +78 mila) e il calo delle persone inattive (-0,6%, pari a -78 mila)”. Si deve sottolineare la perfetta identità della cifra assoluta (78.000) tra meno inattivi e più disoccupati; come se quelle persone si fossero decise finalmente a cercare un lavoro, ma con esiti totalmente negativi. Naturalmente nella realtà sociale non si tratta esattamente delle stesse persone, ma i numeri totali segnalano un fenomeno di questo tipo.

Ma è su base annua che i numeri della statistica mettono in imbarazzo la logica comune: “Su base annua, a dicembre si conferma la tendenza all'aumento del numero di occupati (+1,1% su dicembre 2015, pari a +242 mila). La crescita tendenziale è attribuibile ai lavoratori dipendenti (+266 mila, di cui +111 mila i permanenti, +155 mila quelli a termine) e coinvolge sia le donne sia gli uomini, concentrandosi tra gli ultracinquantenni (+410 mila). Nello stesso periodo aumentano i disoccupati (+4,9%, pari a +144 mila) e calano gli inattivi (-3,4%, pari a -478 mila).”

Come fanno ad aumentare simultaneamente – nel corso dell'anno – sia gli occupati che i disoccupati? Con il calo degli inattivi, appunto. Si può infatti notare che in cifra assoluta (478mila) questo calo è superiore alla somma di nuovi disoccupati e nuovi occupati (242.000+144.000=386.000). In altri termini, se la maggioranza degli inattivi decidesse di mettersi sul mercato del lavoro il numero e la percentuale dei disoccupati ufficiali esploderebbe, avvicinando la realtà statistica alla società reale.

Le ultime due tendenze rilevanti certificate dall'Istat riguardano il calo dell'occupazione femminile in qualsiasi fascia di età (ad eccezione delle 25-34enni) e l'aumento dell'occupazione tra gli ultra cinquantenni. Qui i criteri balzani della statistica europea c'entrano poco. Questo aumento, che data ormai da qualche anno, è l'effetto di due processi diversi ma convergenti: da un lato le “riforme delle pensioni” che hanno innalzato l'età pensionabile oltre i 66 anni (con la Fornero), dall'altro il carattere per molti versi “antico” della manifattura italiana, per cui i lavoratori esperti sono preferiti dalle imprese rispetto a quelli più giovani. Tranne che per le mansioni di pura fatica, ovviamente, a bassissima specializzazione e velocissima sostituzione.

Il rapporto completo dell'Istat: CS_Occupati_e_disoccupati_dicembre_2016

Fonte