Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/03/2026

La situazione in Italia sulla leva militare /3

Terza e ultima parte. Vedi QUI e QUI la prima e la seconda parte.

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Anche in Italia non mancano insistenti esternazioni sulla necessità dell’aumento del numero degli effettivi: sia il ministro Crosetto che il capo di stato maggiore della difesa Cavo Dragone hanno ripetutamente dichiarato alla stampa che i militari italiani sono insufficienti di fronte alle nuove sfide (15) e in ogni audizione presso le commissioni Difesa gli alti gradi delle forze armate non mancano di ribadire questo concetto.

Anche in Italia dunque la sospensione della leva si rivela oggi un handicap per le classi dirigenti che infatti si stanno attrezzando, al pari degli altri governi europei, per arrivare a reintrodurre una qualche forma di leva obbligatoria.

Il posizionamento politico internazionale del governo Meloni e soprattutto le imponenti manifestazioni aperte dallo sciopero del 22 settembre 2025 rendono difficoltoso per i nostri guerrafondai assumere una posizione netta a favore del ritorno della leva; ciò non toglie che la classe politica nostrana abbia già predisposto percorsi, anche da un punto di vista normativo, per ottenere gli stessi risultati.

Il primo atto concreto è stato approvato il 5 agosto del 2022 (legge n.119) quando l’allora governo Draghi decise di rinviare di 10 anni la riduzione degli effettivi militari che sarebbe dovuta iniziare dal 2023; il provvedimento però contiene anche delle deleghe al governo e tra queste (16) quella per istituire una riserva ausiliaria dello stato composta da 10.000 unità. (17)

È importante annotare che la legge 119 è stata votata da tutte le forze politiche (ci furono zero voti contrari e solo tre astenuti di partiti assolutamente minori), comprese quelle che oggi inseguono consensi elettorali cavalcando l’imponente movimento che si è manifestato nel paese a sostegno di Gaza.

La delega in questione chiarisce che la riserva ausiliaria sarà impiegabile nel suo versante militare “soltanto in tempo di guerra o di grave crisi internazionale”(18), mentre sul versante civile potrà essere utilizzata in caso di “Deliberazione dello stato di emergenza a livello nazionale” (19); dunque anche in Italia, come in altri paesi, ci si muove nel solco del collegamento diretto tra servizio militare e il braccio civile.

Per completare il quadro di questo provvedimento, ricordiamo che il 14 novembre 2023 è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la Legge 201/2023 che, tra altre cose, rinvia di 24 mesi la delega al governo ad adottare il decreto legge. La prossima scadenza è dunque prevista per dicembre 2025. Mentre il governo procedeva con i rinvii, in Parlamento venivano depositate tre proposte: la Lega con Minardo sulla riserva ausiliaria (20), il PD con Graziano-Fassino sulla riserva civile (21) e Zoffili (sempre Lega) sul ritorno della leva (22).

Nonostante il chiacchiericcio mediatico della politica politicante, i tre progetti sono perfettamente compatibili e rispondono agli interessi di ciascun partito.

Il Governo sarebbe in difficoltà a procedere per decreto su un tema quale quello della riserva ausiliaria dello stato e infatti l’on. Minardo ha pubblicamente invitato il PD a unificare in commissione il progetto della riserva ausiliaria con quello della riserva civile, un percorso che solleverebbe il governo dal ricorso al decreto legge e contemporaneamente permetterebbe di presentare all’opinione pubblica una scelta condivisa politicamente.

Ne è scaturita una querelle sui giornali con toni surreali: Angelo Bonelli, AVS, dimenticando il voto favorevole del suo partito alla legge 119 (che delegava al governo proprio la riserva ausiliaria dello stato in termini praticamente identici a quelli della legge Minardo) ha dichiarato: “Il disegno di legge per istituire una riserva militare da 10.000 riservisti è l’ennesima conferma della volontà della destra meloniana di trasformare l’Italia in un Paese militarizzato, che estende la cultura militare anche alla società civile. Quello del Presidente della Commissione difesa Minardo è un progetto ideologico” (23).

Ancora più in malafede il PD con Graziano, che, provando a difendere il suo progetto di legge, ha dichiarato: “La proposta di legge che ho presentato un anno e mezzo fa non ha alcun assetto militare […] si tratta di un progetto pensato per valorizzare, in chiave civile e sociosanitaria, e supportare le attività logistiche e assistenziali della Croce Rossa” (24) peccato per Graziano che il suo progetto di legge sia intriso di militarismo: infatti la sua proposta prevede di ri-militarizzare la Croce Rossa (25) e anzi di far confluire in essa alcuni mondi del volontariato attivi in Italia, il tutto rigorosamente inquadrato sotto il controllo militare.

La proposta di legge del PD mira infatti a istituire una Riserva Ausiliaria dello Stato in chiave civile “che operi a supporto delle Forze armate, delle Forze di polizia e di tutto il sistema della protezione civile” e per non lasciare adito a dubbi la proposta prevede che “la Riserva ausiliaria dello Stato è costituita da nuclei operativi posti alle dipendenze dell’autorità militare più elevata nell’ambito di ciascuna regione”; non solo, si apre ai militari il contatto diretto con questi cittadini volontari in quanto la valutazione delle loro competenze sarebbe da effettuarsi “nelle strutture previste per il reclutamento nelle Forze armate”.

Risulta evidente, anche alla luce dell’analisi dei meccanismi attivi in altri paesi europei, come i progetti Minardo e Graziano siano profondamente intersecati e anzi funzionali l’uno all’altro; e se ancora ci fossero dubbi, è utile analizzare anche il progetto Zoffili che è al momento il progetto di legge che più direttamente riguarda il ritorno della leva in Italia: si prevede infatti che tutti i giovani, maschi e femmine, dai 18 ai 26 anni abbiano l’obbligo di servire per 6 mesi scegliendo tra servizio militare e servizio civile; terminati i 6 mesi, entreranno rispettivamente nella Riserva Ausiliaria dello Stato (progetto Lega) o nella Riserva Civile dello Stato (progetto PD), secondo quel principio di interconnessione tra servizio militare e servizio civile che è il nerbo del ritorno della leva in tutta Europa e risponde alla strategia della “difesa totale”.

Ed è esattamente in questi intrecci così collimanti di proposte di legge che si evidenzia l’assoluta compatibilità tra governo e opposizione in Italia, entrambi proiettati a una militarizzazione totale della nostra società, scenario che risponde agli interessi delle classi dominanti italiane e internazionali che in questa fase storica hanno bisogno dei nostri giovani e cercano le modalità adatte per costringerli a ritornare all’obbligo di leva senza che questo comporti resistenze invalicabili nelle opinioni pubbliche.

Il dato che emerge anche (ma non solo) da questa analisi è che la guerra non è questione di politica politicante, ma una tendenza strutturale delle classi dominanti i cui interessi oggi sono rappresentati nel nostro Parlamento da tutte le forze politiche che vi siedono, benché con qualche leggera sfumatura di colore politico.

Conclusioni e indicazioni di lotta

Alla luce di quanto sta accadendo in vari paesi europei e di quanto si muove nel nostro parlamento, è indubbio che anche in Italia si arriverà a qualche forma di reintroduzione della leva; il ministro Crosetto ha annunciato che porterà una sua proposta in Parlamento e ha fortemente sottolineato che la decisione dovrà essere presa nei luoghi democraticamente deputati; Crosetto infatti sa benissimo che le grandi mobilitazioni per la Palestina aperte dal successo dello sciopero del sindacalismo di base del 22 settembre 2025, nato dal basso e sganciato da partiti e sindacati rappresentativi (e proprio per questo più forte) rallenteranno questo processo che però, non dobbiamo dimenticarlo, è una necessità strutturale dell’attuale fase del capitalismo italiano ed europeo.

Il ritorno della leva sarà portato avanti con “leggerezza”, con intelligenza tattica e con estrema attenzione alle opinioni pubbliche. Proprio per questo è necessario essere preparati e mettere a fuoco sin da subito alcune linee tattiche che ci permettano di trovarci pronti di fronte a questa offensiva; è necessario cioè sfruttare di nuovo a nostro vantaggio i ritardi che sta scontando il governo italiano e iniziare da subito a porre il tema all’attenzione della parte del paese più attenta e organizzata.

Innanzitutto va abbandonata la via classica dell’obiezione di coscienza: se questo è stato (e resta nei paesi dove persiste l’obbligo classico della coscrizione) uno strumento molto importante per respingere il servizio militare obbligatorio, oggi il servizio civile sarà il cavallo di Troia che useranno per reintrodurre al suo fianco la leva militare; sarà proprio questa possibilità di scelta che permetterà di non far percepire il ritorno all’obbligo di leva e, nel contempo, di aumentare il numero degli effettivi militari; il servizio civile sarà poi strettamente collegato con il mondo militare, in quella che viene definita “difesa totale” e occorre dunque oggi affermare che rifiutiamo qualunque tipo di obbligo per i nostri giovani perché non vogliamo che siano sottoposti né al servizio militare né a un servizio civile militarizzato.

E da questo punto di vista occorre prestare attenzione alla criminalizzazione del disagio giovanile, un’esplosione pilotata di notizie che mira a far percepire la necessità repressiva di una “rieducazione” (sia essa militare o civile) utile ai giovani e alla comunità tutta. Proprio quegli stessi partiti, di qualunque colore, che da decenni hanno abbandonato le periferie, che non hanno attuato politiche giovanili e che hanno picconato la scuola pubblica, saranno quelle che offriranno provvedimenti coercitivi per risolvere problemi che invece sono di ordine squisitamente politico e sociale.

Il secondo problema che ci troveremo davanti sarà contrastare lo strumento che sceglieranno (questionario capillare, giornate obbligatorie dedicate, ecc.) per procedere con la schedatura di massa attraverso la quale avere a disposizione i dati di tutta la popolazione giovanile, dati che potrebbero tornare utili in caso di necessità di mobilitazione più ampia.

Così come succede in altri paesi europei, lo strumento sarà il più possibile “leggero” in quanto a imposizione, ma severo con quanti lo rifiuteranno; non sarà facile organizzare un rifiuto di massa di questi strumenti: perché rischiare multe salate o addirittura procedimenti penali se bisogna “solamente” riempire un questionario? Allora sarà qui, proprio a questo livello, che bisognerà organizzare l’obiezione di coscienza e recuperare la lunga tradizione di lotta che anche nel nostro paese si è sviluppata nei decenni passati attraverso questo strumento.

Molto di questa battaglia dipenderà dal livello di maturazione politica tra i giovani e soprattutto i giovanissimi, che hanno dimostrato un importante protagonismo nelle mobilitazioni contro il genocidio a Gaza. Indubbiamente sarà però proprio questo il livello da impattare per cercare di bloccare la “macchina del reclutamento” e molto dunque dipenderà dal lavoro politico e di sensibilizzazione che va iniziato sin da subito su questo tema e che dovrà vedere impegnate in prima fila le organizzazioni giovanili che sono state e continuano ad essere interne al movimento contro la guerra.

L’altra forte indicazione che ricaviamo da questa analisi è l’assoluta centralità che in questo processo di ritorno alla leva giocano i luoghi di istruzione delle giovani generazioni: in tutti i paesi presi in considerazione è la scuola il terreno di intervento privilegiato dai guerrafondai che sanno benissimo che tutte le proposte, più o meno subdole, di ritorno alla leva devono essere preparate con un intervento capillare tra i giovani, e le scuole sono il luogo principale dove incontrarli in modo da rendere quanto più naturale possibile l’accettazione del processo di militarizzazione dell’intera società e portarla gradualmente ad accettare, anche da un punto di vista ideologico, la necessità del ritorno alla leva obbligatoria.

Le scuole sono poi già da anni terreno di reclutamento e di penetrazione ideologica, e anzi l’intervento sui luoghi della formazione è, come abbiamo visto, un passaggio centrale nel percorso che porta alla “difesa totale” e al ritorno della leva.

Per questo il lavoro che dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università si rivela preziosissimo: l’Osservatorio è infatti posizionato nel luogo che l’avversario ha scelto come privilegiato per il suo intervento (26) ed è proprio qui, a partire dalle scuole, che può essere organizzata una resistenza pedagogica, culturale e politica che veda nell’alleanza tra docenti, studenti e genitori uno strumento in grado di invertire la tendenza, una massa critica che rifiuti radicalmente la penetrazione dei valori militari all’interno delle nostre aule e che protegga i giovani dalle sirene delle “carriere in divisa”.

Quanto più sapremo contrastare la militarizzazione delle scuole tanto più sapremo allontanare sia il ritorno della leva di massa che la guerra dal nostro orizzonte.

Il neoliberismo, per provare a riagganciare le masse dei subalterni e spingerli nuovamente a combattere una guerra per gli interessi delle classi dominanti, dovrebbe negare se stesso e procedere a una massiccia ridistribuzione della ricchezza; invece può solamente continuare a creare precarietà e lavoro povero e tentare di comprare i nostri giovani proponendo la carriera militare come posto sicuro e ben retribuito.

Proveranno contemporaneamente e senza sosta a lavorare in profondità con la propaganda, ma le fanfare del neoliberismo non hanno basi materiali su cui poggiare la loro narrazione, perciò i pacifisti e gli antimilitaristi devono lavorare su questa debolezza strutturale e innestare sul dissenso alla guerra una trasformazione radicale dei rapporti sociali.

Note

(15) Le dichiarazioni del nostro ministro della difesa e di alte cariche militari oscillano indicando un aumento necessario collocato tra i 30.000 e i 40.000 soldati in più.

(16) Art.4 comma 9.

(17) L’Italia è uno di quei paesi che, a differenza di altri, al momento dello smantellamento della leva obbligatoria non ha istituito una riserva ausiliaria dello stato.

(18) Sono i casi previsti dall’articolo 887, comma 2 del codice di cui al decreto legislativo n. 66 del 2010.

(19) Il riferimento è all’articolo 24 del codice della protezione civile, di cui al decreto legislativo 2 gennaio 2018, n. 1”. Preoccupanti e da attenzionare i labili confini della definizione dello stato di emergenza nazionale così come previsto dall’art.7 del D. Lgs n.1 del 2 gennaio 2018; si tenga ad esempio presente che lo stato di emergenza è stato dichiarato per gestire gli sbarchi dei migranti.

(20) Proposta di legge C. 1744, “Istituzione della riserva ausiliaria delle Forze armate dello Stato” (21) C. 1740 – “Delega al Governo per l’istituzione della Riserva ausiliaria dello Stato per lo svolgimento di operazioni di soccorso sanitario e socio-assistenziale”

(22) DDL Zoffili C. 1873 – “Istituzione del servizio militare e civile universale territoriale e delega al Governo per la sua disciplina”

(23) RaiNews – 18 giugno 2025

(24) Il Fatto Quotidiano (19 giugno 2025)

(25) ll decreto legislativo 28 settembre 2012, n. 178 aveva trasformato l’Associazione della Croce Rossa italiana da ente pubblico a persona giuridica di diritto privato, avviando contestualmente la smilitarizzazione e lo scioglimento del Corpo militare della Croce Rossa.

Fonte

19/03/2026

La leva militare in Germania e Polonia /2

Seconda parte. Vedi la prima parte qui.

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Le dinamiche che stiamo analizzando hanno trovato la loro concretizzazione più importante e preoccupante in Germania: a fine agosto 2025 il governo federale ha approvato una legge che ora dovrà svolgere il suo iter parlamentare e che nel novembre 2025 ha visto l’accordo politico tra CDU e SPD.

La legge è chiaramente ispirata al modello scandinavo e infatti prevede (solo per i cittadini maschi, per le donne c’è la volontarietà) l’obbligo dal 1 gennaio 2026 di rispondere a un questionario e da luglio 2027 quello di presentarsi a visita medica; introducendo questi obblighi i guerrafondai tedeschi si aspettano di ottenere un aumento dei volontari, ma se non saranno raggiunti i numeri prefissati, la legge si riserva di reintrodurre forme di coscrizione attraverso il sistema danese della lotteria. (12)

Sono poi inseriti diversi incentivi per chi sceglierà l’arruolamento: oltre al decisivo aumento dello stipendio (+33% passando da 1.500 a 2.300 euro mensili), sono previsti crediti scolastici, formazione da spendere anche nel mondo civile (come corsi di lingua, corsi di formazione tecnica e professionale) e persino agevolazioni per prendere la patente di guida.

L’obiettivo dichiarato è quello di raggiungere 260.000 soldati attivi entro la metà del 2030; attualmente sono circa 180.000 ed erano 250.000 quando il servizio era obbligatorio, quindi è chiaro che l’obiettivo è tornare alla leva di massa, anche se questo, come sappiamo, va fatto con gradualità. L’altro obiettivo chiaro anche per la Germania è quello di avere una riserva ausiliaria molto ampia (si indicano 200.000 riservisti) e infatti la legge interviene sul suo rafforzamento rendendola molto più strutturata e integrata con le forze attive.

Sempre seguendo il modello scandinavo della “difesa totale”, la legge punta al rafforzamento del servizio civile con l’obiettivo di farvi partecipare 100.000 giovani all’anno. È significativo inoltre che nell’ultimo anno, anche precedentemente a questa legge, il numero delle nuove reclute sia aumentato (+28%), un aumento dovuto al massiccio programma di penetrazione tra i giovani, a partire dalle scuole.

Dobbiamo infatti sottolineare nuovamente come la legge sul ripristino della leva anche in Germania vada di pari passo al rafforzamento della militarizzazione delle scuole: il ministro dell’interno tedesco ha ipotizzato l’introduzione di due ore nei programmi scolastici per preparare i giovani al futuro scenario di crisi e di guerra; ma già oggi la presenza dell’esercito nelle scuole tedesche è palpabile ed in aumento: i militari tengono lezioni, workshop, conferenze e finanziano anche direttamente le scuole e alcune attività didattiche.

In Germania inoltre il reclutamento volontario è possibile già a 17 anni e l’intervento nelle scuole, tanto più è bassa l’età dei destinatari, tanto più comporta un aumento “naturale” dei volontari.(13)

L’altro paese europeo da tenere sotto particolare osservazione è la Polonia perché qui, data anche la posizione geografica, si stanno dispiegando normative che devono essere lette come sperimentazioni di quanto potrebbe avvenire anche nei paesi occidentali.

In Polonia il servizio obbligatorio è stato sospeso nel 2009 e, anche se si parla con insistenza di una sua reintroduzione, al momento il governo sta scegliendo un’altra via: il 7 marzo 2025 il primo ministro ha annunciato un progetto di legge che prevede l’obbligo di addestramento militare per tutti gli uomini adulti (addestramento fisico e alle armi, primo soccorso, comunicazioni, ecc.) che però sarà svolto per un tempo molto breve (due settimane e poi una settimana all’anno); d’altra parte l’obiettivo della Polonia è ancora più ambizioso di quello tedesco e il numero a cui punta è di ben 500.000 effettivi.

Anche in Polonia, come in Germania, il numero dei volontari è salito significativamente, anche perché con la “Legge sulla Difesa della Patria” approvata nella primavera del 2022 non solo il servizio militare è stato reso più appetibile per i giovani (aumenti del 20% sullo stipendio, agevolazioni sul lavoro, ecc.), ma soprattutto questa legge ha introdotto nelle scuole e nelle università programmi di educazione svolti con le forze armate: essi prevedono varie attività sia pratiche (percorsi di ginnastica con disciplina militare, simulazione di emergenza su attacchi chimici, esercizi di orientamento, tecniche di base di sopravvivenza) che attività “culturali” (storia della Polonia e delle sue forze armate, partecipazioni a cerimonie di commemorazione, ecc.).

Alcune di queste attività sono diventate obbligatorie per tutte le scuole (soprattutto quelle di carattere culturale e di gestione delle emergenze), ma la stessa legge ha anche previsto la possibilità di istituire all’interno del percorso delle scuole superiori (sono le scuole che possono scegliere se attivarli o meno) delle vere e proprie “classi militari” nel cui quadro orario alcune materie come educazione civica, motoria e storia sono riviste in chiave di educazione militare.

La Polonia è inoltre un laboratorio per quanto riguarda la messa in pratica dei concetti della “difesa totale”: è stato presentato all’inizio di novembre 2025 il programma “In prontezza” che prevede per il 2026 di formare ben 400.000 cittadini che potranno scegliere, su base volontaria, se seguire corsi di sopravvivenza di base, di cybersicurezza, di primo soccorso o di addestramento di base; non si tratta di militari, ma di civili per “renderli soldati a pieno titolo in caso di conflitto”, come ha dichiarato il premier Tusk.(14)

Sarà molto interessante seguire gli sviluppi dell’approccio polacco e soprattutto di quello tedesco, visti i massicci investimenti che la Germania ha dichiarato di destinare al riarmo e il ruolo centrale che il paese svolge in Europa.

Sia i Paesi baltici che la Germania e la Polonia mostrano concretamente come la questione della militarizzazione dei luoghi di istruzione sia un passaggio obbligato per tutti i governi che stanno reinserendo la leva; le scuole sono necessarie ai progetti dei guerrafondai che infatti intervengono con puntualità su questo settore: il bacino di reclutamento è nelle scuole e lì il terreno deve essere arato, anche da un punto di vista ideologico.

Questo è il principale motivo alla base del “successo” che in Italia continua ad avere l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell’università perché esso ha saputo posizionarsi con anticipo in un luogo strategico per l’avversario; in Italia infatti i processi che stiamo analizzando sono ancora poco maturi e la lotta contro la militarizzazione dell’educazione può contare su un vantaggio temporale rispetto all’avversario che comunque, al pari di tutti i guerrafondai europei, si sta muovendo verso la reintroduzione della coscrizione.

Note

(12) Il disegno di legge stabilisce obiettivi annuali di arruolamento per il nuovo sistema volontario, che dovrebbero aumentare da 20.000 nel 2026 a 38.000 nel 2030. Se questi numeri non verranno raggiunti, il governo si riserva, per legge, di optare per la reintroduzione della leva obbligatoria. Nel frattempo però si avrà la solita schedatura completa della popolazione giovanile, schedatura indispensabile per la programmazione del reclutamento.

(13) Cfr il report “Shadow Report Child Soldiers 2020 – Germany”

(14) “Il Manifesto”, 8 novembre 2025.

Fonte

03/07/2017

La disoccupazione cresce, nonostante tutti i trucchi

Nonostante gli sforzi di fantasia scientifica di Eurostat – organismo europeo che ha deciso criteri di catalogazione dell’occupazione alquanto demenziali – e a dispetto degli sforzi estetici del presidente dell’Istat (Giorgio Alleva, renziano di ferro), l’occupazione in Italia cala. Soprattutto tra i giovani under-25 (37%, +1,8 in un solo mese).

Fine della favoletta governativa-Pd, non appena gli effetti droga degli incentivi alle imprese sono terminati o andati in saturazione.

Ma guardiamo i numeri, intanto. A maggio 2017 – scrive l’Istat – “la stima degli occupati cala dello 0,2% rispetto ad aprile (-51 mila unità) attestandosi, dopo il forte incremento registrato il mese precedente, ad un livello lievemente superiore a quello di marzo. Il tasso di occupazione si attesta al 57,7%, in diminuzione di 0,1 punti percentuali”.

Disaggregando per età, si scopre che “Il calo congiunturale dell’occupazione, che si rileva principalmente per gli uomini, interessa tutte le classi di età ad eccezione degli ultracinquantenni. Diminuisce il numero di lavoratori indipendenti e dipendenti a tempo indeterminato mentre aumentano i dipendenti a termine”.

Il quadro è insomma chiaro: lavorano soprattutto gli over-50 (+407.000), inchiodati dalla legge Fornero fino ai 67 anni, e calano tutti gli altri. Oltre alla variabile pensionistica, però, incide anche la professionalità: tranne che nei lavori di pura fatica, ovunque occorra una esperienza e un know how di medio livello, le aziende preferiscono tenersi un anziano esperto, anche se dal salario più alto, piuttosto che sostituirlo con un giovane (sarebbe facilissimo, vista l’abolizione dell’art. 18) a mezzo stipendio.

In secondo luogo, le assunzioni a termine (90.000) superano ormai nettamente quelle a tempo indeterminato (64.000), certificando così la preferenza delle aziende per il contratto usa-e-getta, altamente ricattatorio e a bassissimo salario, per tutte le mansioni di basso livello (sia manuali che “cognitive”, o più precisamente “mentali”).

Bisogna ricordare che i criteri Eurostat (e dunque anche Istat) sono decisamente generosi: si considerano “Occupate le persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura, o che hanno svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente”. Com’è evidente, un’ora di salario alla settimana – o anche nulla, se si lavora nell’azienda di famiglia – non fa di una persona un “lavoratore in grado di sostentare sé e la propria famiglia”, quindi si tratta di un volgare trucco retorico e antiscientifico.

Ma dove i criteri statistici danno il peggio di sé (il meglio, dal punto di vista capitalistico) è nella ripartizione tra “disoccupati” e “inattivi”. I primi sono le persone senza lavoro che ne stanno cercando uno, iscrivendosi alle agenzie del lavoro ufficiali. I secondi sono i senza lavoro che hanno smesso persino di cercarlo.

Unendo, com’è necessario fare, le due categorie, lo spettro della disoccupazione è tutt’altro che rassicurante: il tasso ufficiale di disoccupazione, infatti, sale dello 0,2% attestandosi all’11,3; gli “inattivi”, invece, sono relativamente stabili ma sulla percentuale astronomica del 34,8%. Di fatto, i senza lavoro in Italia raggiungono la percentuale choc del 46,1%. Quasi un cittadino su due, tra i 15 e 66 anni. In termini assoluti, oltre 20 milioni di persone.

Davanti a numeri così, anche se “abbelliti” da criteri statistici ufficiali, c'è persino chi osa scherzare dicendo che “la diminuzione degli occupati registrata a maggio non muta le tendenze di medio-lungo periodo dell’occupazione che continuano ad evidenziare, sia su base trimestrale che su base annuale, la crescita degli occupati e la diminuzione dei disoccupati”.

Nessuno, sui media mainstream, si ferma un attimo a ricordare che dopo 25 anni di eliminazione dei diritti del lavoro per “favorire l’occupazione giovanile” il risultato sta tutto in quel 37% di disoccupati tra i 15 e i 24 anni. Solo Grecia e Spagna hanno percentuali leggermente peggiori, mentre la Germania non ha di che preoccuparsi, visto che solo il 6,7% dei giovani è a spasso.

C’è da sottolineare come ad aumentare la disoccupazione giovanile concorreranno sicuramente due “misure” decise dal governo Renzi-Gentiloni: “l’alternanza scuola-lavoro”, che rifornisce le aziende di lavoro gratuito nelle mansioni più semplici (pulizie, fotocopie, lavapiatti, ecc, con rare e molto pubblicizzate eccezioni), e il “servizio civile”, altrettanto gratuito o quasi, che andrà a sostituire posti di lavoro in settori come i servizi alla persona, cura del territorio, ecc.

Quando vi dicono che “stanno pensando ai giovani”, prendete la prima pietra che vi capita a tiro...

Il rapporto completo dell’Istat: Occupati_disoccupati_maggio_2017

Fonte

13/05/2014

Troppi giovani disoccupati? Mandiamoli a lavorare gratis...

Renzi una ne fa e cento ne racconta. E' vero. Ma questa storia del "servizio civile obbligatorio" per i giovani disoccupati, in collaborazione con le imprese del "terzo settore" che tanto hanno contribuito allo smantellamento e alla privatizzazione dell'assistenza sociale, sembra qualcosa più di una boutade per riempire anche questa giornata con i suoi tweet.

"Assicurare una leva di giovani per la 'difesa della Patria' accanto al servizio militare", con la creazione di "un Servizio Civile Nazionale universale". Ma anche "dare stabilità e ampliare le forme di sostegno economico, pubblico e privato, degli enti del Terzo settore", attraverso "il riordino e l'armonizzazione delle diverse forme di fiscalità di vantaggio per gli enti del terzo settore" e il "potenziamento del 5 per mille".

L'insieme delle frasi - a Renzi non si può chiedere un discorso organico o un "quadro complessivo" - ha una sua coerenza. Terrificante.

Intanto perché identifica una fascia generazionale - i giovani dai 18 ai 29 anni, anche stranieri - e perché viene esplicitamente presentato come un "approccio" al mondo del lavoro. In pratica, si cerca di "sfoltire" la platea di "neet" (giovani che non lavorano e non studiano) obbligandoli a prestare un "servizio civile" che ha la stessa cogenza del vecchio servizio di leva. Gli ultimi anni di esistenza del "servizio militare" furono segnati da un massiccio aumento di opzioni per il "servizio civile al posto dell'addestramento militare vero e proprio. Allora questo fenomeno definito ipocritamente "pacifista" venne incentivato dai governi dell'epoca, che puntavano a creare un esercito di soli "professionisti", più snello e soprattutto più fedele del "popolo in armi" immaginato dalla Costituzione repubblicana. Con un colpo solo, insomma, il potere privava la popolazione di una conoscenza "pericolosa" (l'uso, anche elementare, delle armi) e si auto rappresentava come "portatore di pace". Negli stessi anni, infatti, veniva ripudiato completamente l'art. 11 della Carta e l'esercito italiano veniva spedito un po' dappertutto nel mondo a compiere "missioni di pace" costate decine di morti ai "nostri" invasori e un numero sconosciuto - ma decisamente superiore - alle popolazioni che si era andati ad "aiutare".

Quella preferenza indotta per il "servizio civile" ora viene rispolverata e declinata in altra prospettiva. Allora gli "obiettori di coscienza" venivano spediti a lavorare - gratis - nel cosiddetto "terzo settore": assistenza agli anziani, ai disabili, assistenza domiciliare, ecc. Poi il blocco della leva privò quelle "imprese" di una fonte inesauribile di manodopera a costo zero, mandandone molte in crisi. Sono sopravvissute quasi soltanto quelle di matrice cattolica (che potevano ancora disporre di "volontariato" gratuito e 5x1000), oppure quelle più grandi e organizzate nella filiera della Coop.

Un'esperienza che ora può essere rilanciata su vasta scala. Il nuovo Servizio civile universale - spiegano le seconde linee renziane presentando la proposta di riforma del "terzo settore" -  dovrà essere "garantito ai giovani che lo richiedono" e che vogliano "confrontarsi con l'impegno civile, per la formazione di una coscienza pubblica e civica", fino "ad un massimo di 100.000 giovani all'anno per il primo triennio dall'istituzione del Servizio".

Non siete contenti, ragazzi? Il governo pensa a voi! Attenuerà la vostra disoccupazione facendovi lavorare gratis... Sì, è vero, somiglia un po' (troppo) alla proposta di lavoro gratuito per gli "occupandi" nell'Expo 2015 (e in questi giorni l'argomento non è proprio popolarissimo). Ma volete mettere la soddisfazione di fare un'esperienza di "solidarietà" umana a salario zero per voi e con guadagno certo per l'impresa cui verrete dati in dote?

Chissà che ne pensano a Comunione e Liberazione...

Fonte