Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/03/2026

La leva militare in Germania e Polonia /2

Seconda parte. Vedi la prima parte qui.

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Le dinamiche che stiamo analizzando hanno trovato la loro concretizzazione più importante e preoccupante in Germania: a fine agosto 2025 il governo federale ha approvato una legge che ora dovrà svolgere il suo iter parlamentare e che nel novembre 2025 ha visto l’accordo politico tra CDU e SPD.

La legge è chiaramente ispirata al modello scandinavo e infatti prevede (solo per i cittadini maschi, per le donne c’è la volontarietà) l’obbligo dal 1 gennaio 2026 di rispondere a un questionario e da luglio 2027 quello di presentarsi a visita medica; introducendo questi obblighi i guerrafondai tedeschi si aspettano di ottenere un aumento dei volontari, ma se non saranno raggiunti i numeri prefissati, la legge si riserva di reintrodurre forme di coscrizione attraverso il sistema danese della lotteria. (12)

Sono poi inseriti diversi incentivi per chi sceglierà l’arruolamento: oltre al decisivo aumento dello stipendio (+33% passando da 1.500 a 2.300 euro mensili), sono previsti crediti scolastici, formazione da spendere anche nel mondo civile (come corsi di lingua, corsi di formazione tecnica e professionale) e persino agevolazioni per prendere la patente di guida.

L’obiettivo dichiarato è quello di raggiungere 260.000 soldati attivi entro la metà del 2030; attualmente sono circa 180.000 ed erano 250.000 quando il servizio era obbligatorio, quindi è chiaro che l’obiettivo è tornare alla leva di massa, anche se questo, come sappiamo, va fatto con gradualità. L’altro obiettivo chiaro anche per la Germania è quello di avere una riserva ausiliaria molto ampia (si indicano 200.000 riservisti) e infatti la legge interviene sul suo rafforzamento rendendola molto più strutturata e integrata con le forze attive.

Sempre seguendo il modello scandinavo della “difesa totale”, la legge punta al rafforzamento del servizio civile con l’obiettivo di farvi partecipare 100.000 giovani all’anno. È significativo inoltre che nell’ultimo anno, anche precedentemente a questa legge, il numero delle nuove reclute sia aumentato (+28%), un aumento dovuto al massiccio programma di penetrazione tra i giovani, a partire dalle scuole.

Dobbiamo infatti sottolineare nuovamente come la legge sul ripristino della leva anche in Germania vada di pari passo al rafforzamento della militarizzazione delle scuole: il ministro dell’interno tedesco ha ipotizzato l’introduzione di due ore nei programmi scolastici per preparare i giovani al futuro scenario di crisi e di guerra; ma già oggi la presenza dell’esercito nelle scuole tedesche è palpabile ed in aumento: i militari tengono lezioni, workshop, conferenze e finanziano anche direttamente le scuole e alcune attività didattiche.

In Germania inoltre il reclutamento volontario è possibile già a 17 anni e l’intervento nelle scuole, tanto più è bassa l’età dei destinatari, tanto più comporta un aumento “naturale” dei volontari.(13)

L’altro paese europeo da tenere sotto particolare osservazione è la Polonia perché qui, data anche la posizione geografica, si stanno dispiegando normative che devono essere lette come sperimentazioni di quanto potrebbe avvenire anche nei paesi occidentali.

In Polonia il servizio obbligatorio è stato sospeso nel 2009 e, anche se si parla con insistenza di una sua reintroduzione, al momento il governo sta scegliendo un’altra via: il 7 marzo 2025 il primo ministro ha annunciato un progetto di legge che prevede l’obbligo di addestramento militare per tutti gli uomini adulti (addestramento fisico e alle armi, primo soccorso, comunicazioni, ecc.) che però sarà svolto per un tempo molto breve (due settimane e poi una settimana all’anno); d’altra parte l’obiettivo della Polonia è ancora più ambizioso di quello tedesco e il numero a cui punta è di ben 500.000 effettivi.

Anche in Polonia, come in Germania, il numero dei volontari è salito significativamente, anche perché con la “Legge sulla Difesa della Patria” approvata nella primavera del 2022 non solo il servizio militare è stato reso più appetibile per i giovani (aumenti del 20% sullo stipendio, agevolazioni sul lavoro, ecc.), ma soprattutto questa legge ha introdotto nelle scuole e nelle università programmi di educazione svolti con le forze armate: essi prevedono varie attività sia pratiche (percorsi di ginnastica con disciplina militare, simulazione di emergenza su attacchi chimici, esercizi di orientamento, tecniche di base di sopravvivenza) che attività “culturali” (storia della Polonia e delle sue forze armate, partecipazioni a cerimonie di commemorazione, ecc.).

Alcune di queste attività sono diventate obbligatorie per tutte le scuole (soprattutto quelle di carattere culturale e di gestione delle emergenze), ma la stessa legge ha anche previsto la possibilità di istituire all’interno del percorso delle scuole superiori (sono le scuole che possono scegliere se attivarli o meno) delle vere e proprie “classi militari” nel cui quadro orario alcune materie come educazione civica, motoria e storia sono riviste in chiave di educazione militare.

La Polonia è inoltre un laboratorio per quanto riguarda la messa in pratica dei concetti della “difesa totale”: è stato presentato all’inizio di novembre 2025 il programma “In prontezza” che prevede per il 2026 di formare ben 400.000 cittadini che potranno scegliere, su base volontaria, se seguire corsi di sopravvivenza di base, di cybersicurezza, di primo soccorso o di addestramento di base; non si tratta di militari, ma di civili per “renderli soldati a pieno titolo in caso di conflitto”, come ha dichiarato il premier Tusk.(14)

Sarà molto interessante seguire gli sviluppi dell’approccio polacco e soprattutto di quello tedesco, visti i massicci investimenti che la Germania ha dichiarato di destinare al riarmo e il ruolo centrale che il paese svolge in Europa.

Sia i Paesi baltici che la Germania e la Polonia mostrano concretamente come la questione della militarizzazione dei luoghi di istruzione sia un passaggio obbligato per tutti i governi che stanno reinserendo la leva; le scuole sono necessarie ai progetti dei guerrafondai che infatti intervengono con puntualità su questo settore: il bacino di reclutamento è nelle scuole e lì il terreno deve essere arato, anche da un punto di vista ideologico.

Questo è il principale motivo alla base del “successo” che in Italia continua ad avere l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell’università perché esso ha saputo posizionarsi con anticipo in un luogo strategico per l’avversario; in Italia infatti i processi che stiamo analizzando sono ancora poco maturi e la lotta contro la militarizzazione dell’educazione può contare su un vantaggio temporale rispetto all’avversario che comunque, al pari di tutti i guerrafondai europei, si sta muovendo verso la reintroduzione della coscrizione.

Note

(12) Il disegno di legge stabilisce obiettivi annuali di arruolamento per il nuovo sistema volontario, che dovrebbero aumentare da 20.000 nel 2026 a 38.000 nel 2030. Se questi numeri non verranno raggiunti, il governo si riserva, per legge, di optare per la reintroduzione della leva obbligatoria. Nel frattempo però si avrà la solita schedatura completa della popolazione giovanile, schedatura indispensabile per la programmazione del reclutamento.

(13) Cfr il report “Shadow Report Child Soldiers 2020 – Germany”

(14) “Il Manifesto”, 8 novembre 2025.

Fonte

03/07/2017

La disoccupazione cresce, nonostante tutti i trucchi

Nonostante gli sforzi di fantasia scientifica di Eurostat – organismo europeo che ha deciso criteri di catalogazione dell’occupazione alquanto demenziali – e a dispetto degli sforzi estetici del presidente dell’Istat (Giorgio Alleva, renziano di ferro), l’occupazione in Italia cala. Soprattutto tra i giovani under-25 (37%, +1,8 in un solo mese).

Fine della favoletta governativa-Pd, non appena gli effetti droga degli incentivi alle imprese sono terminati o andati in saturazione.

Ma guardiamo i numeri, intanto. A maggio 2017 – scrive l’Istat – “la stima degli occupati cala dello 0,2% rispetto ad aprile (-51 mila unità) attestandosi, dopo il forte incremento registrato il mese precedente, ad un livello lievemente superiore a quello di marzo. Il tasso di occupazione si attesta al 57,7%, in diminuzione di 0,1 punti percentuali”.

Disaggregando per età, si scopre che “Il calo congiunturale dell’occupazione, che si rileva principalmente per gli uomini, interessa tutte le classi di età ad eccezione degli ultracinquantenni. Diminuisce il numero di lavoratori indipendenti e dipendenti a tempo indeterminato mentre aumentano i dipendenti a termine”.

Il quadro è insomma chiaro: lavorano soprattutto gli over-50 (+407.000), inchiodati dalla legge Fornero fino ai 67 anni, e calano tutti gli altri. Oltre alla variabile pensionistica, però, incide anche la professionalità: tranne che nei lavori di pura fatica, ovunque occorra una esperienza e un know how di medio livello, le aziende preferiscono tenersi un anziano esperto, anche se dal salario più alto, piuttosto che sostituirlo con un giovane (sarebbe facilissimo, vista l’abolizione dell’art. 18) a mezzo stipendio.

In secondo luogo, le assunzioni a termine (90.000) superano ormai nettamente quelle a tempo indeterminato (64.000), certificando così la preferenza delle aziende per il contratto usa-e-getta, altamente ricattatorio e a bassissimo salario, per tutte le mansioni di basso livello (sia manuali che “cognitive”, o più precisamente “mentali”).

Bisogna ricordare che i criteri Eurostat (e dunque anche Istat) sono decisamente generosi: si considerano “Occupate le persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura, o che hanno svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente”. Com’è evidente, un’ora di salario alla settimana – o anche nulla, se si lavora nell’azienda di famiglia – non fa di una persona un “lavoratore in grado di sostentare sé e la propria famiglia”, quindi si tratta di un volgare trucco retorico e antiscientifico.

Ma dove i criteri statistici danno il peggio di sé (il meglio, dal punto di vista capitalistico) è nella ripartizione tra “disoccupati” e “inattivi”. I primi sono le persone senza lavoro che ne stanno cercando uno, iscrivendosi alle agenzie del lavoro ufficiali. I secondi sono i senza lavoro che hanno smesso persino di cercarlo.

Unendo, com’è necessario fare, le due categorie, lo spettro della disoccupazione è tutt’altro che rassicurante: il tasso ufficiale di disoccupazione, infatti, sale dello 0,2% attestandosi all’11,3; gli “inattivi”, invece, sono relativamente stabili ma sulla percentuale astronomica del 34,8%. Di fatto, i senza lavoro in Italia raggiungono la percentuale choc del 46,1%. Quasi un cittadino su due, tra i 15 e 66 anni. In termini assoluti, oltre 20 milioni di persone.

Davanti a numeri così, anche se “abbelliti” da criteri statistici ufficiali, c'è persino chi osa scherzare dicendo che “la diminuzione degli occupati registrata a maggio non muta le tendenze di medio-lungo periodo dell’occupazione che continuano ad evidenziare, sia su base trimestrale che su base annuale, la crescita degli occupati e la diminuzione dei disoccupati”.

Nessuno, sui media mainstream, si ferma un attimo a ricordare che dopo 25 anni di eliminazione dei diritti del lavoro per “favorire l’occupazione giovanile” il risultato sta tutto in quel 37% di disoccupati tra i 15 e i 24 anni. Solo Grecia e Spagna hanno percentuali leggermente peggiori, mentre la Germania non ha di che preoccuparsi, visto che solo il 6,7% dei giovani è a spasso.

C’è da sottolineare come ad aumentare la disoccupazione giovanile concorreranno sicuramente due “misure” decise dal governo Renzi-Gentiloni: “l’alternanza scuola-lavoro”, che rifornisce le aziende di lavoro gratuito nelle mansioni più semplici (pulizie, fotocopie, lavapiatti, ecc, con rare e molto pubblicizzate eccezioni), e il “servizio civile”, altrettanto gratuito o quasi, che andrà a sostituire posti di lavoro in settori come i servizi alla persona, cura del territorio, ecc.

Quando vi dicono che “stanno pensando ai giovani”, prendete la prima pietra che vi capita a tiro...

Il rapporto completo dell’Istat: Occupati_disoccupati_maggio_2017

Fonte

13/05/2014

Troppi giovani disoccupati? Mandiamoli a lavorare gratis...

Renzi una ne fa e cento ne racconta. E' vero. Ma questa storia del "servizio civile obbligatorio" per i giovani disoccupati, in collaborazione con le imprese del "terzo settore" che tanto hanno contribuito allo smantellamento e alla privatizzazione dell'assistenza sociale, sembra qualcosa più di una boutade per riempire anche questa giornata con i suoi tweet.

"Assicurare una leva di giovani per la 'difesa della Patria' accanto al servizio militare", con la creazione di "un Servizio Civile Nazionale universale". Ma anche "dare stabilità e ampliare le forme di sostegno economico, pubblico e privato, degli enti del Terzo settore", attraverso "il riordino e l'armonizzazione delle diverse forme di fiscalità di vantaggio per gli enti del terzo settore" e il "potenziamento del 5 per mille".

L'insieme delle frasi - a Renzi non si può chiedere un discorso organico o un "quadro complessivo" - ha una sua coerenza. Terrificante.

Intanto perché identifica una fascia generazionale - i giovani dai 18 ai 29 anni, anche stranieri - e perché viene esplicitamente presentato come un "approccio" al mondo del lavoro. In pratica, si cerca di "sfoltire" la platea di "neet" (giovani che non lavorano e non studiano) obbligandoli a prestare un "servizio civile" che ha la stessa cogenza del vecchio servizio di leva. Gli ultimi anni di esistenza del "servizio militare" furono segnati da un massiccio aumento di opzioni per il "servizio civile al posto dell'addestramento militare vero e proprio. Allora questo fenomeno definito ipocritamente "pacifista" venne incentivato dai governi dell'epoca, che puntavano a creare un esercito di soli "professionisti", più snello e soprattutto più fedele del "popolo in armi" immaginato dalla Costituzione repubblicana. Con un colpo solo, insomma, il potere privava la popolazione di una conoscenza "pericolosa" (l'uso, anche elementare, delle armi) e si auto rappresentava come "portatore di pace". Negli stessi anni, infatti, veniva ripudiato completamente l'art. 11 della Carta e l'esercito italiano veniva spedito un po' dappertutto nel mondo a compiere "missioni di pace" costate decine di morti ai "nostri" invasori e un numero sconosciuto - ma decisamente superiore - alle popolazioni che si era andati ad "aiutare".

Quella preferenza indotta per il "servizio civile" ora viene rispolverata e declinata in altra prospettiva. Allora gli "obiettori di coscienza" venivano spediti a lavorare - gratis - nel cosiddetto "terzo settore": assistenza agli anziani, ai disabili, assistenza domiciliare, ecc. Poi il blocco della leva privò quelle "imprese" di una fonte inesauribile di manodopera a costo zero, mandandone molte in crisi. Sono sopravvissute quasi soltanto quelle di matrice cattolica (che potevano ancora disporre di "volontariato" gratuito e 5x1000), oppure quelle più grandi e organizzate nella filiera della Coop.

Un'esperienza che ora può essere rilanciata su vasta scala. Il nuovo Servizio civile universale - spiegano le seconde linee renziane presentando la proposta di riforma del "terzo settore" -  dovrà essere "garantito ai giovani che lo richiedono" e che vogliano "confrontarsi con l'impegno civile, per la formazione di una coscienza pubblica e civica", fino "ad un massimo di 100.000 giovani all'anno per il primo triennio dall'istituzione del Servizio".

Non siete contenti, ragazzi? Il governo pensa a voi! Attenuerà la vostra disoccupazione facendovi lavorare gratis... Sì, è vero, somiglia un po' (troppo) alla proposta di lavoro gratuito per gli "occupandi" nell'Expo 2015 (e in questi giorni l'argomento non è proprio popolarissimo). Ma volete mettere la soddisfazione di fare un'esperienza di "solidarietà" umana a salario zero per voi e con guadagno certo per l'impresa cui verrete dati in dote?

Chissà che ne pensano a Comunione e Liberazione...

Fonte