Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Statistiche. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Statistiche. Mostra tutti i post

11/04/2023

Qualcosa che non sapete sugli Stati Uniti di oggi

Un documentario sulla corruzione governativa e privata in Ucraina, limiti mai prima raggiunti: miliardi di euro con la rivendita delle armi in Africa e in Medio Oriente.

Le banche americane sull’orlo del fallimento azzerano i crediti alle “start up”, alle imprese nuove o in avvio.

Il governo Biden annunzia un aumento degli occupati, il numero dei licenziati dalle grandi aziende manifatturiere supera il dato del 49%. È il panico, quello che manca è il companatico. La povertà è fame.

La più grande potenza mondiale (debito pubblico oltre i 31 trilioni di dollati) dispone di un ente federale per far fronte alle emergenze. La F.E.M.A. – Federal Emergency Management Agency ha atteso due settimane per smentire una voce diffusa su un suo presunto piano di distribuzione di assistenza alimentare ai poveri.

Quanti sono? Secondo il censimento del 2010, 40 milioni. È diminuita – ha asserito l’amministrazione Biden – fornendo dei tassi di decrescita che, a noi inesperti (38 anni di giornalismo a New York – Washington) ricordano le percentuali diramate dall’Unione Sovietica che non precisava mai le percentuali di che cosa.

Tipo: “I posti di lavoro sono aumentati del 2,3%”, nessuna traccia degli occupati o dei disoccupati. Non siamo arrivati a queste pratiche nella Repubblica Stellata, ma poco ci manca. “Le statistiche – ha dichiarato un funzionario – vanno prese con cautela, perché a volte intenzionalmente o meno contengono bugie.”

Alleluia! Avevamo ragione quando il governatore dello Stato di New York annunziò che la polizia aveva ripreso il controllo nel Bronx ed era tornata la pace.

Andammo alla stazione di polizia e la trovammo protetta da sacchetti di sabbia e dai mitragliatori degli agenti. Alla fine delle interviste di rito tornammo al parcheggio e trovammo la nostra auto priva delle gomme.

Stiamo divagando. C’è il panico per un ritorno al “crash” del ’29. Dozzine di famiglie benestanti si stanno trasferendo in Italia e comprano villette di campagna. E la povertà degli Stati Uniti non è solo dei senzatetto, ma dei 6 milioni di sfrattati che vivono nelle loro automobili o nei “roulotte” a quattro ruote.

Perché la bionda con le “radici” che governa l’Italia non promuove un Piano Marshall per la povera America e, visti i dazi posti da Trump e mantenuti da Biden, non regala mozzarelle di bufala e olive alla potenza di fronte a cui ama inginocchiarsi?

Fonte

17/10/2022

Speranza di vita o statistica del pollo?

Quando quasi cinquanta anni fa studiavo statistica alla Sapienza, un professore con alopecia – Enzo D’Arcangelo, se non ricordo male il nome – insistette molto su come affrontare i dati statistici, che vanno analizzati per capirne il senso.

L’esempio classico che fu portato fu quello della “statistica del pollo”, dove due persone mangiano due polli, ma mentre uno rimane a digiuno, l’altro si sazia con entrambi i polli; la statistica aritmetica banale afferma che, mediamente, ognuno aveva mangiato un pollo.

Questo dilemma dei numeri statistici mi si è parato davanti quando finalmente, a inizio ottobre, sono state rese note le statistiche relativamente alla “speranza di vita” per l’anno 2021.

Per chi non avesse letto i miei articoli precedenti su Contropiano (“Quello che non è stato detto sulla speranza di vita”, del 27 ottobre 2021 e “Quello che è la speranza di vita nel 2022”, del 8 maggio 2022) torno nuovamente sull’argomento.

In Italia, nel 2021, a fronte di 62 mila morti ufficiali per Covid-19 e di 709 mila morti totali (ricordo che nel 2019 erano stati circa 650 mila), la speranza di vita (SdV) risulta aumentata nuovamente, anche se di poco.

La SdV per gli uomini è passata da 79,8 del 2020 a 80,1 nel 2021 (+ 0,3 anni) mentre per le donne è passata da 84,5 (2020) a 84,7 (2021) per avere come SdV nel 2021, mediamente, 82,4 anni da 82,1 anni del 2020.

Tutti felici, perciò, passata la bufera del Covid-19 si torna ad invecchiare soddisfatti sempre più a lungo e quindi aveva fatto bene il governo Draghi a ribadire che la legge Fornero non si cambia nell’innalzamento dell’età per andare in pensione, che progressivamente e per legge si sposta nel tempo da 67 anni di età a 70 e oltre, nonostante il brusco calo di SdV del 2020.

Eppure questi dati dovrebbero essere in peggioramento, visto che l’epidemia perdura nonostante il governo, avendo fatto anche da inizio 2022 altri 40mila morti. Solo che i morti di Covid-19 sono stati resi ininfluenti perché la sanità pubblica sarebbe migliorata nettamente, abbassando nettamente le morti per altra ragione.

Non mi sembra che la sanità sia migliorata, mentre le liste di attesa per le visite specialistiche rimangono scandalosamente lunghe e, al contrario, perdura l’epidemia.

Per capire queste statistiche della SdV è necessario indagare in altre direzioni.

Come si calcola allora la SdV?

Dal libro di Nora Federici “Lezioni di Demografia” (ed. Elia, terza edizione, senza data, acquistato nel 1975), viene enunciato:

“La vita media (o speranza di vita) non è altro che la media aritmetica degli anni vissuti da ciascuno degli individui che costituiscono le generazioni considerate nelle tavole (numero di vivi secondo i vari anni, ndr), ossia l’età media aritmetica dei morti derivanti da tale generazione. Essa si può ottenere, pertanto, come media ponderata degli anni vissuti dai morti nelle singole età, i cui pesi sono costituiti appunto dai successivi contingenti dei morti”.

La SdV è quindi la somma del rapporto dei vivi rispetto ai morti nati nello stesso anno, moltiplicato e sommato per quanti sono in numero nei rispettivi anni di nascita, dall’anno in corso sino all’anno dell’ultimo sopravvissuto, e perciò tanto più sono i sopravvissuti in età avanzata e tanto più alta è l’eta di SdV a cui si tende ad arrivare e superare.

In Italia la SdV è influenzata anche dalla sempre più bassa natalità, che sposta verso l’alto la media ponderale della SdV.

Così per gli ultimi anni in Italia:

– 2017 con 464 mila nati

– 2018 con 439.747 nati

– 2019 con 420.084 nati

– 2020 con 404.892 nati

– 2021 con 399.431 nati

Quindi in Italia era in corso una netta decrescita della natalità, ma nel 2021, complice essere stati costretti in casa, tale denatalità si è fortemente rallentata rispetto agli anni precedenti al 2020, quindi la decrescita per scarsa natalità è scarsamente influente sulla SdV per il 2021 rispetto all’anno precedente.

Il mistero perciò perdura e si deve perciò indagare in altra direzione.

Per influire sulla SdV bisogna allora guardare cosa è successo nelle generazioni di mezzo sotto l’età media del 2020 (82,1 anni), dato che i numerosi anziani morti non possono essere rimpiazzati e tantomeno immigrare dall’estero, al massimo sono le generazioni sotto la media e sopravvissute che avanzano di un anno a modificare in alto la SdV.

Potrebbero perciò influire sulla SdV la registrazione all’anagrafe gli immigrati come residenti, ma tale presenza è praticamente costante negli ultimi cinque anni, oscillando intorno ai 5,1 milioni di individui, un altro dato non influente.

Sulla SdV potrebbero influire gli italiani giovani emigrati per lavoro all’estero, ma di questo dato non ho numeri statistici per il 2021, numeri interessanti da indagare, perché nel 2020, tra partenze e rientri, furono circa 65 mila gli italiani che si trasferirono fuori dall’Italia specialmente per lavoro.

Un dato prodotto sulla SdV per la bergamasca, area dove la falcidia di anziani fu notevole per l’ottimo lavoro prodotto dalla giunta lombarda retta da Fontana, desta particolare stupore.

Rispetto al 2020, dove per la SdV nella bergamasca le morti per Covid-19 produssero una caduta di oltre 4 anni, nel 2021 tale dato è salito addirittura di 3,6 anni.

Escluso che parte di questi morti siano resuscitati, il dato in se è indice di una manipolazione, che come insegnava Giulio Andreotti “a pensar male si fa peccato, ma ci si avvicina alla verità”.

Ecco, il mio fondato sospetto, tranne sia smentito da analisi statistiche più centrate delle mie, è che il premier Draghi abbia indotto (consigliato, non sia mai!) ad un uso più cauto dei numeri sulla SdV: la legge pensionistica Fornero non va messa in discussione!

Qui pertanto mi rivolgo a chi queste statistiche le ha prodotte, oppure al collettivo Coniare Rivolta, perché mi spieghino come una mortalità, che perdura elevata specialmente tra gli anziani, abbia fatto aumentare la Speranza di Vita.

In attesa, un saluto comunista a tutti.

Fonte

01/04/2020

Coronavirus - Dati sul contagio: nessuno la racconta giusta, tutti sottostimano

Silvia Di Fonzo, ricercatrice del Sincrotrone, mette alla prova della statistica matematica i dati su contagiati, guariti, morti per o con coronavirus. Mettendo a confronto i dati diramati da diversi paesi.

Ne emerge un quadro profondamente differenziato, che denuncia una prima stortura: tutti i dati (in misura diversa) non corrispondono alla realtà.

L’Italia, per esempio, appare essere un paese con letalità per l’epidemia enormemente più alta che nel resto del mondo; oppure i dati italiani, a partire da quello dei contagiati, sono fasulli.

Senza entrare nel merito dell’attendibilità di tutte le fonti nazionali, i dati indicano comunque una possibile correlazione tra l’efficacia nel contenimento, il modello di sviluppo economico e la capacità di agire seguendo una pianificazione collettiva.

Cina e Corea del Sud virtuose, USA i peggiori di tutti

Italia: almeno il 75% dei casi non compare nelle statistiche. E in ogni caso, a parità di popolazione, i 105.792 contagiati dichiarati nelle quotidiana conferenza stampa del dott. Borrelli equivalgono a quasi 2,5 milioni di cinesi (lì ne sono stati dichiarati poco più di 80.000 che, per quanto si voglia sospettare un qualche “riduzionismo”, è comunque cifra neanche confrontabile con quella italiana).

Idem per i morti (in Italia, a ieri sera, erano 12.428) che equivalgono a quasi 290.000 cinesi. Un vero “successo”, anzi “un modello” di come non si affronta un’epidemia.

La sofferenza del sistema sanitario peraltro non fa progredire il numero dei guariti con la stessa velocità degli altri paesi.

Qui di seguito i grafici con le indicazioni di Silvia Di Fonzo. E subito dopo un inquietante documento di medici del lavoro e igienisti del lavoro, che certifica come gran parte delle “protezioni individuali” fornite – quando pure sono fornite – sui luoghi di lavoro in realtà raramente sono efficaci contro la diffusione del contagio.




*****

La protezione respiratoria contro il virus Ssars-CoV-2

Premessa

Gli autori di questo testo sono medici ed igienisti del lavoro ben coscienti che l’approvvigionamento di DPI sia molto difficile e che rappresenti sicuramente un aspetto molto critico in questa emergenza.

Tuttavia ritengono opportuno fare alcune precisazioni che riguardano soprattutto il personale impegnato nelle strutture sanitarie ad ogni livello e la protezione della popolazione generale. Queste precisazioni hanno per oggetto unicamente le maschere di protezione respiratoria, argomento alquanto dibattuto oggigiorno e che riveste aspetti sicuramente prioritari, ma si tiene a ricordare che la protezione respiratoria rappresenta soltanto una parte della prevenzione dal contagio, che si attua mediante l’informazione, la formazione, altri dispositivi di protezione individuale e collettiva e l’ottemperanza di corrette procedure di lavoro.

I dati sui contagi e sui decessi del personale sanitario impegnato in prima persona nei luoghi di soccorso e di cura non sono altro che un tragico effetto della mancata attuazione di corrette misure di prevenzione.
Il virus e la sua trasmissione

I Coronavirus sono una vasta famiglia di virus noti per causare malattie che vanno dal comune raffreddore a malattie più gravi come la Sindrome respiratoria mediorientale (MERS) e la Sindrome respiratoria acuta grave (SARS). I Coronavirus sono stati identificati a metà degli anni ’60 e sono noti per infettare l’uomo.

I Coronavirus hanno morfologia rotondeggiante e dimensioni di 100-150 nanometri di diametro (circa 600 volte più piccolo del diametro di un capello umano!).

La trasmissione da un individuo ad un altro avviene attraverso micro goccioline (droplets e aerosols) che emaniamo durante la normale respirazione e parlando, ma che si moltiplicano nei colpi di tosse o con gli starnuti.
Per quanto tempo resta attivo un virus una volta espulso da una persona?

Una volta espulso dall’organismo il virus, se contenuto in aerosols, può rimanere sospeso per un tempo che può variare in funzione della dimensione delle particelle liquide o solide alle quali può essere adeso. Depositato su diverse tipologie di superfici ha una attività variabile a seconda del materiale che incontra, ma la durata della sua virulenza è ancora in fase di studio.

I vari studi che si sono susseguiti di recente hanno dimostrato al momento che il virus è in grado di permanere e sopravvivere sulle superfici sulle quali può depositarsi pertanto oggetti contaminati possono veicolare i virus per contatto. Il rischio di trasmissione diminuisce al passare delle ore, ma non si annulla completamente se non dopo qualche giorno.

La prevenzione dal contagio mediante maschere respiratorie

Le maschere protettive sono dei filtri che ostacolano le particelle presenti nell’aria prima di penetrare nell’apparato respiratorio. I filtri sono permeabili perché ovviamente devono consentire il passaggio dell’aria e sono realizzati con porosità diversa a seconda delle dimensioni delle particelle che devono trattenere. Tuttavia la trama dei filtri fa percorrere alle particelle un percorso tortuoso e la maggior parte di queste resta intrappolata non raggiungendo la bocca o le narici.

Riguardo alla protezione da questo coronavirus (SARS-CoV-2) il fatto che questi siano veicolati da micro goccioline rappresenta un vantaggio perché molti tessuti sono in grado di intrappolare l’acqua. Tutti conoscono il cotone chiamato “idrofilo” cioè affine all’acqua e la capacità dei tessuti di assorbire liquidi a base acquosa.

I dispositivi per la protezione respiratoria sono sostanzialmente costituiti dalle mascherine chirurgiche e dai respiratori con facciale filtrante (FFP 2,3). Le prime sono definibili come “presidi medici” ma non possono essere considerate “Dispositivi di Protezione Individuale” – (DPI) – come invece sono definiti i “respiratori con facciale filtrante”; come vedremo è una differenza sostanziale.

Le maschere respiratorie non possono essere utilizzate indiscriminatamente per la difesa da qualsiasi agente inquinante. Per la protezione dal SARS Covid 2 è necessario distinguere la protezione “passiva” da quella “attiva”.

Per protezione passiva si intende quella di cui ha necessità un individuo sano per difendersi dal contagio.

Per protezione attiva si intende quella che va applicata agli individui in grado di contagiare altri.

Le maschere (DPI) per le vie respiratorie sono sostanzialmente di quattro tipologie:

FFP 3 = Facciale filtrante di categoria P 3, con valvola di esalazione. Porosità 23 nanometri (circa un quinto inferiore di quella del virus) garantisce una buona protezione passiva ma inefficace per una protezione attiva perché dalla valvola di esalazione esce l’aria espirata senza alcuna filtrazione. E’ più tollerata da chi la indossa perché la valvola di esalazione rende meno faticosa l’espirazione.

FFP 3 = Facciale filtrante di categoria P 3, senza valvola di esalazione. Porosità 23 nanometri (circa un quinto di quella del virus) garantisce sia una buona protezione passiva che attiva. E’ meno tollerata da chi la indossa in quanto l’umidità dell’aria in espirazione riduce la porosità rendendo più faticosa l’espirazione stessa e quindi necessita di una sostituzione più frequente.

FFP 2 = Facciale filtrante di categoria P 2 con valvola di esalazione. Porosità 300 nanometri (circa 3 volte superiore a quella del virus). Non garantisce una completa protezione passiva dal virus e nessuna protezione attiva per la presenza della valvola di esalazione.

FFP 2 = Facciale filtrante di categoria P 2 senza valvola di esalazione Porosità 300 nanometri (circa 3 volte superiore a quella del virus). Non garantisce una completa protezione passiva dal virus mentre garantisce una buona protezione attiva.

Mascherine chirurgiche

Le mascherine chirurgiche garantiscono una protezione passiva dal virus molto bassa per l’impossibilità di aderire perfettamente al volto ed inoltre perché quelle di scarsa qualità (prive di multistrato) hanno una porosità troppo elevata. Se di buona qualità e ben indossate potrebbero garantire invece una discreta protezione attiva per i soggetti contagiati o sospetti. Non sono adatte ad una protezione passiva di operatori di sanità che operano in reparti a rischio elevato di contagio.Indipendentemente dalla porosità e dall’efficienza dei filtri le maschere facciali filtranti (FFP2 e FFP3) presentano il problema dell’adesione al volto e se non ben strette mediante gli elastici o mal posizionate o con lo stringinaso non ben adattato, lasciano spazi vuoti da dove l’aria può passare senza attraversare il filtro rendendo praticamente inutile il dispositivo.

Quindi risulta determinante indossare correttamente la maschera evitando nella maniera più assoluta gli eventuali spazi tra il bordo ed il volto.

NB È opportuno che gli uomini rinuncino a tenere la barba lunga durante questo periodo perchè un volto ben rasato consente una migliore adesione della maschera.

Sono altresì da evitare nella maniera più assoluta spostamenti temporanei della maschera sotto il mento, sul collo o sulla testa e non soltanto perché le vie aeree risulteranno non protette, ma perché lo spostamento può causare il contatto tra l’esterno della maschera, le labbra, il naso ed il volto consentendo un facile ingresso dei virus.

L’efficacia delle mascherine chirurgiche, come delle maschere FFP2 o FFP3, è condizionata dalla corretta modalità con la quale sono indossate, seguendo scrupolosamente le istruzioni.

QUALE MASCHERA E PER CHI?

Per gli addetti ai lavori

Gli operatori sanitari che frequentano ambienti ospedalieri o mezzi di soccorso e che risultano negativi al tampone devono indossare esclusivamente mascherine FFP3 con valvola di esalazione.

Il personale sanitario che ha avuto contatti diretti non protetti con persone già contagiate o con pazienti affetti da COVID-19 deve indossare maschere FFP3 senza valvola di esalazione.

Quanto sopra vale anche per il personale addetto alla assistenza di pazienti COVID-19 in ambienti extra-ospedalieri.

Per tutti coloro che si relazionano con il pubblico (forze dell’ordine, gestori di esercizi commerciali e commessi, autisti di mezzi pubblici, uffici aperti alpubblico) è indicata una protezione passiva realizzabile in maniera ottimale con maschere FFP3.

Per tutti i lavoratori delle filiere agroalimentari ed industriali (codici ATECO consentiti) è indicata una protezione passiva realizzabile in maniera ottimale con maschere FFP3.

LE UNICHE MASCHERE CHE PIÙ GARANTISCONO UNA PROTEZIONE PASSIVA SONO LE FFP3.

LE MASCHERINE CHIRURGICHE NON SONO IDONEE A GARANTIRE UNA ADEGUATA PROTEZIONE PASSIVA.

N.B

Si rammenta che le protezioni respiratorie devono essere indossate prima di ogni altro indumento ed essere tolte come ultimo.
Per la popolazione generale

Tutti coloro che si recano in luoghi pubblici chiusi (ambulatori, negozi di generi alimentari, farmacie, uffici pubblici ecc.) dovranno indossare una mascherina chirurgica in funzione di protezione attiva, stante la crescente diffusione nella popolazione generale di soggetti potenzialmente contagiati o portatori sani.

Nei luoghi pubblici aperti (parchi, strade, piazze) le mascherine chirurgiche dovranno essere indossate ogniqualvolta sia necessario avvicinarsi a persone a meno di 2 metri. Non servono se si è da soli nelle brevi passeggiate all’aria aperta o se si è in macchina da soli. Si suggerisce che è più corretto tenere la maschera fissa che toglierla e rimetterla frequentemente.

26 marzo 2020

Alessia Angelini – Igienista del Lavoro

Pietro Gino Barbieri – Medico del Lavoro

Fabio Capacci – Medico del Lavoro

Francesco Carnevale – Medico del Lavoro

Fulvio Cavariani – Igienista del Lavoro

Orietta Sala – Igienista Ambientale e del Lavoro

Stefano Silvestri – Igienista del Lavoro

Fonte

31/08/2017

Aumentano occupati e disoccupati. E le case dei “vecchi” fanno gola al mercato…

I miracoli della statistica non finiscono mai. E ogni volta si è costretti a guardare dentro le percentuali sparate come se fossero fatti inoppugnabili, per scoprire il diavolo nei dettagli.

L’Istat ha l’ingrato compito di «informarci» sull’andamento di molte variabili macroeconomiche, e quella sull’occupazione è in genere una delle più «sensibili» sul piano politico. Ci deve dare per forza notizie positive e l’Unione Europea, stabilendo i criteri validi per l’istituto comunitario – Eurostat – ha fissato anche quelli che ogni istituto nazionale deve adottare.

La premessa era indispensabile per districarsi nella notizia del giorno, decisamente contraddittoria: aumentano gli occupati, ma anche il tasso di disoccupazione. A un osservatore profano la cosa sembra impossibili, sul piano pratico. Ma nel mondo matematico astratto della statistica l’impossibile diventa possibile.

Il dato, innanzitutto: a luglio gli occupati sono aumentati dello 0,3% (59.000 in più) rispetto al mese precedente, superando la soglia dei 23 milioni, raggiunta solo nel 2008 (quando stava scoppiando la crisi ancora in corso). Per capire come possa aumentare l’occupazione in presenza di una stagnazione economica evidente, e mentre le prime forme di automazione vanno prendendo piede (l’«industria 4.0»), bisogna ricordare che per le statistiche europee viene considerata occupata una persona che – nella settimana in cui è stata effettuata la rilevazione – abbia lavorato almeno un’ora (1 ora). Un criterio decisamente «inflazionistico», perché se – in astratto – un datore di lavoro licenzia un dipendente a tempo pieno (8 ore) e ne assume otto per un’ora ciascuno, statisticamente ne risultano sette «occupati» in più.

Nonostante le forme di lavoro precario sia quelle dominanti nell'”aumento" degli occupati, questo non riguarda comunque la fascia di età più delicata – i 35-49enni – quelli che stanno formando o mantenendo una famiglia con figli minori.

Per di più, questo aumento riguarda soltanto i maschi, mentre l’occupazione femminile risulta addirittura in calo. Non è difficile capire perché: in una situazione di difficoltà, e con servizi sociali in progressiva riduzione, le donne vengono «spontaneamente» spinte verso il lavoro di cura domestico (figli minori o familiari anziani), rinunciando per ora al lavoro retribuito.

Ciò nonostante aumentano anche i disoccupati. Sono 65.000 in più, anche qui in crescita dello 0,3%. In questo caso, però, l’incremento riguarda anche le donne (a conferma della spiegazione intuitiva appena esposta) e quasi esclusivamente gli over 50 (quelli dallo stipendio più pesante, se occupati da molti anni). La ragione, anche qui intuitiva ma realistica, è che le aziende licenziano più facilmente i lavoratori anziani (specie se non specializzati), sfruttando a fondo l’abolizione dell’art. 18, per sostituirli con manodopera più giovane e a salario inferiore. Persino Dario Di Vico, ultraliberista vicedirettore del Corriere della Sera, trova curioso «l’accentuato ricorso delle imprese ai contratti a termine negli ultimi trimestri», segno che la nostra spiegazione (verificata sui posti di lavoro) coglie il punto.

Il tasso di disoccupazione, in questo bailamme, cresce comunque dello 0,2%, tornando all’11,3%. Quella giovanile riprende a sua volta a salire, attestandosi al 35,5%.

Com’è possibile?

Il segreto statistico sta tutto nella categoria degli invisibili, ovvero gli «inattivi», gente che non lavora e ha smesso anche di cercarlo. A tutti gli effetti pratici si tratta di disoccupati, ma non entrano nel calcolo fino a quando non si presentano a qualche agenzia di collocamento per dichiararsi ufficialmente in cerca di occupazione.

In questo modo tutti i paesi occidentali riescono a contenere la disoccupazione reale entro limiti «accettabili» per i discorsi dei governanti e le critiche delle opposizioni moderate. Negli Usa, per esempio, dichiarano una disoccupazione ufficiale inferiore al 5% anche se i senza lavoro veri arrivano all’astronomica cifra di 100 milioni. Ossia una persona su due (negli Stati Uniti ci sono circa 320 milioni di abitanti, sottraendo un terzo tra minorenni e pensionati...).

La forte diminuzione degli «inattivi» italiani (-0,9%. -115mila) ha anch’essa una spiegazione intuitiva e verificabile in ogni famiglia: la generalizzazione della precarietà ha abbassato i livelli salariali anche al di sotto della sopravvivenza, dunque in ogni nucleo familiare in cui siano presenti «braccia buone per il lavoro» aumenta la pressione per abbandonare la condizione di «neet» e «darsi da fare».

Una condizione del genere, nella retorica volgare del giornalismo mainstream, viene spesso – ancora! – definita come «conflitto generazionale». E qui arriva l’allucinante proposta del solito Di Vico per «riavvicinare le generazioni», che merita di essere letta per intero:
«la trasmissione delle eredità oggi troppo spesso arrivano dai nonni e dai padri ai figli con un timing sbagliato, quando cioè questi ultimi hanno già implementato le scelte decisive della loro vita e magari, non avendo le risorse necessarie, hanno rinunciato a frequentare un corso di alta istruzione, a fare un figlio in più, ad aprire un ristorante oppure a lanciare una startup tecnologica. Siccome una larga fetta della ricchezza dei seniores è di tipo immobiliare, non è impossibile renderla liquida e favorire così la trasmissione ai giovani».
Non serve una traduzione, ma la facciamo lo stesso: voi vecchiacci che siete proprietari di una casa, in qualche caso due, vendetela e date i soldi ai figli subito – prima di morire e lasciarle in eredità – così quelli hanno il capitale di rischio necessario per provare a mettersi in proprio; poi ci penserà «il mercato» a toglierglieli, nella maggior parte dei casi (i fallimenti sono sempre più numerosi dei successi).

La «proposta Di Vico» è una forma diversa del «dovete morire prima», ma ancora più precisa: se proprio riuscite a campare a lungo, dateci subito almeno i vostri averi, di modo che la «maggiore liquidità» che ne deriva potrà essere allocata in modo più «efficiente» dal capitale finanziario multinazionale. Pardon, «dal mercato».

Fatelo per i vostri figli e nipoti, dai...

Fonte

03/07/2017

La disoccupazione cresce, nonostante tutti i trucchi

Nonostante gli sforzi di fantasia scientifica di Eurostat – organismo europeo che ha deciso criteri di catalogazione dell’occupazione alquanto demenziali – e a dispetto degli sforzi estetici del presidente dell’Istat (Giorgio Alleva, renziano di ferro), l’occupazione in Italia cala. Soprattutto tra i giovani under-25 (37%, +1,8 in un solo mese).

Fine della favoletta governativa-Pd, non appena gli effetti droga degli incentivi alle imprese sono terminati o andati in saturazione.

Ma guardiamo i numeri, intanto. A maggio 2017 – scrive l’Istat – “la stima degli occupati cala dello 0,2% rispetto ad aprile (-51 mila unità) attestandosi, dopo il forte incremento registrato il mese precedente, ad un livello lievemente superiore a quello di marzo. Il tasso di occupazione si attesta al 57,7%, in diminuzione di 0,1 punti percentuali”.

Disaggregando per età, si scopre che “Il calo congiunturale dell’occupazione, che si rileva principalmente per gli uomini, interessa tutte le classi di età ad eccezione degli ultracinquantenni. Diminuisce il numero di lavoratori indipendenti e dipendenti a tempo indeterminato mentre aumentano i dipendenti a termine”.

Il quadro è insomma chiaro: lavorano soprattutto gli over-50 (+407.000), inchiodati dalla legge Fornero fino ai 67 anni, e calano tutti gli altri. Oltre alla variabile pensionistica, però, incide anche la professionalità: tranne che nei lavori di pura fatica, ovunque occorra una esperienza e un know how di medio livello, le aziende preferiscono tenersi un anziano esperto, anche se dal salario più alto, piuttosto che sostituirlo con un giovane (sarebbe facilissimo, vista l’abolizione dell’art. 18) a mezzo stipendio.

In secondo luogo, le assunzioni a termine (90.000) superano ormai nettamente quelle a tempo indeterminato (64.000), certificando così la preferenza delle aziende per il contratto usa-e-getta, altamente ricattatorio e a bassissimo salario, per tutte le mansioni di basso livello (sia manuali che “cognitive”, o più precisamente “mentali”).

Bisogna ricordare che i criteri Eurostat (e dunque anche Istat) sono decisamente generosi: si considerano “Occupate le persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura, o che hanno svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente”. Com’è evidente, un’ora di salario alla settimana – o anche nulla, se si lavora nell’azienda di famiglia – non fa di una persona un “lavoratore in grado di sostentare sé e la propria famiglia”, quindi si tratta di un volgare trucco retorico e antiscientifico.

Ma dove i criteri statistici danno il peggio di sé (il meglio, dal punto di vista capitalistico) è nella ripartizione tra “disoccupati” e “inattivi”. I primi sono le persone senza lavoro che ne stanno cercando uno, iscrivendosi alle agenzie del lavoro ufficiali. I secondi sono i senza lavoro che hanno smesso persino di cercarlo.

Unendo, com’è necessario fare, le due categorie, lo spettro della disoccupazione è tutt’altro che rassicurante: il tasso ufficiale di disoccupazione, infatti, sale dello 0,2% attestandosi all’11,3; gli “inattivi”, invece, sono relativamente stabili ma sulla percentuale astronomica del 34,8%. Di fatto, i senza lavoro in Italia raggiungono la percentuale choc del 46,1%. Quasi un cittadino su due, tra i 15 e 66 anni. In termini assoluti, oltre 20 milioni di persone.

Davanti a numeri così, anche se “abbelliti” da criteri statistici ufficiali, c'è persino chi osa scherzare dicendo che “la diminuzione degli occupati registrata a maggio non muta le tendenze di medio-lungo periodo dell’occupazione che continuano ad evidenziare, sia su base trimestrale che su base annuale, la crescita degli occupati e la diminuzione dei disoccupati”.

Nessuno, sui media mainstream, si ferma un attimo a ricordare che dopo 25 anni di eliminazione dei diritti del lavoro per “favorire l’occupazione giovanile” il risultato sta tutto in quel 37% di disoccupati tra i 15 e i 24 anni. Solo Grecia e Spagna hanno percentuali leggermente peggiori, mentre la Germania non ha di che preoccuparsi, visto che solo il 6,7% dei giovani è a spasso.

C’è da sottolineare come ad aumentare la disoccupazione giovanile concorreranno sicuramente due “misure” decise dal governo Renzi-Gentiloni: “l’alternanza scuola-lavoro”, che rifornisce le aziende di lavoro gratuito nelle mansioni più semplici (pulizie, fotocopie, lavapiatti, ecc, con rare e molto pubblicizzate eccezioni), e il “servizio civile”, altrettanto gratuito o quasi, che andrà a sostituire posti di lavoro in settori come i servizi alla persona, cura del territorio, ecc.

Quando vi dicono che “stanno pensando ai giovani”, prendete la prima pietra che vi capita a tiro...

Il rapporto completo dell’Istat: Occupati_disoccupati_maggio_2017

Fonte

20/06/2017

I deflatori miracolosi e l’accelerazione del PIL italiano

Il primo Giugno 2017, Istat ha pubblicato la prima stima dell’andamento del prodotto interno lordo nel primo trimestre 2017. Secondo Istat, nel primo trimestre del 2017 il prodotto interno lordo reale, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è aumentato dello 0,4% rispetto al trimestre precedente e dell’1,2% nei confronti del primo trimestre del 2016. La prima stima segue la cosiddetta stima flash preliminare, solitamente con un ritardo di due/tre settimane. La stima flash, invece, poneva la crescita del PIL a un più basso 0.2%, rispetto al trimestre precedente, e allo 0.8% rispetto al primo trimestre 2016. Insomma, una revisione al rialzo piuttosto consistente in un periodo di tempo piuttosto ridotto, che ha scatenato negli organi di informazione, e in certe stanze governative, un fiume di retorica sull’accelerazione della crescita italiana. Questo “ottimismo della ragione” dovrebbe però passare il controllo accurato dei dati disaggregati, e della conoscenza approfondita del sistema di produzione dei conti nazionali. Vediamo di fare un minimo di luce, cercando allo stesso tempo di donare informazioni preziose su come vanno letti i dati dei conti nazionali trimestrali, che sono un sistema di rendicontazione economica molto complesso, fondato su fonti primarie disparate (inchieste sui consumi, sui prezzi, inchieste sulle imprese e chi più ne ha più ne metta), ma soprattutto, come si vedrà, su tecniche statistiche di aggiustamento abbastanza complicate, soprattutto per i meno esperti.

Chi è davvero interessato, poiché secchione di suo, potrà trovare più informazioni in questo documento metodologico della stessa Istat. Potrà così farsi una cultura da contabile pubblico, sempre se interessato, e capire che nel sistema dei conti trimestrali la revisione delle stime sono la norma, che le stime passate continuano a cambiare nel tempo, come si può dedurre, per esempio da questa semplice frase che accompagna il comunicato stampa della stima succitata: “Le stime presentate in questo comunicato sono coerenti con le stime dei conti nazionali pubblicate il primo marzo 2017 (PIL e indebitamento delle AP – Anni 2014-2016). Coerentemente alla politica di revisione dei conti economici trimestrali, i dati destagionalizzati diffusi con questo comunicato stampa sono rivisti a partire dal primo trimestre 2013. Dal presente comunicato la stessa profondità di revisione è applicata anche ai dati grezzi, per i quali in precedenza si operava una revisione meno estesa all’indietro. L’allineamento delle due profondità di revisione ha finalità di armonizzazione dei criteri applicati alle diverse versioni delle variabili ma recepisce anche le nuove raccomandazioni europee sulle politiche comuni di revisione”. In via preliminare, dunque, anche solo per la tecnica di destagionalizzazione utilizzata (ma non solo), l’intera serie storica trimestrale è continuamente rivista. Come contestualizzare, dunque, questa ultima revisione? In un solo modo possibile, ovvero guardando i dati e le statistiche sulle revisioni pubblicate assieme al comunicato. Il grafico sotto riportato mostra le revisioni recenti. L’ultima è particolarmente “importante”. E scatta il primo allarme.


Il secchione, dotato di minima conoscenza dei dati, controlla meglio e con pazienza colloca il dato nel contesto storico, in un grafico bivariato, che aiuta a identificare i cosiddetti outlier, ovvero dati molto anomali, rispetto alla distribuzione congiunta di un fenomeno. Il grafico riporta i dati della prima stima assieme alla differenza fra la prima stima e quella flash. Come si può notare, il dato del primo trimestre è particolarmente al di fuori della media. Scatta il secondo allarme!

Controllando nel sotto-campione dei dati depurati dal periodo di recessione, in cui di solito le stime diventano più ballerine perché le deviazioni dal trend normale di crescita sono più importanti (e la cosa non deve stupire, poiché nelle stime preliminari un ruolo importante lo giocano anche modelli econometrici, come vedremo in seguito, che aggiustano i dati a causa della mancanza delle fonti primarie, di solito disponibili dopo la stima annuale, che è più precisa) la situazione non cambia. Nel primo trimestre 2017, infatti, non si sta uscendo da alcuna recessione, e il dato pare eccezionalmente anomalo rispetto a un periodo normale.


E se tutto questo fosse dovuto al fatto che siamo davvero a un “turning point” della crescita? L’ipotesi accelerazione non può essere scartata aprioristicamente, ma può essere testata grazie alle evidenze empiriche passate e alla conoscenza esatta della metodologia di compilazione dei conti nazionali trimestrali. Il documento metodologico sopra linkato, riporta la metodologia esatta. Cerchiamo di spiegarla in modo almeno intuitivo. Istat (ma non solo Istat, è pratica diffusa, sebbene con tecniche più o meno efficienti nei diversi uffici statistici nazionali) non avendo tutte le fonti di stima necessarie, fra cui le stime degli impieghi intermedi degli input della produzione, solitamente disponibili solo a cadenza annuale, utilizza una tecnica statistica nota come trimestralizzazione. In cosa consiste questa tecnica? Essenzialmente, significa fare una regressione con la variabile dipendente uguale al valore annuale dei conti economici di interesse, per esempio la produzione, utilizzando come predittori indicatori congiunturali annualizzati, come la produzione industriale. La stima dei parametri è poi applicata agli indicatori trimestrali, per ottenete una stima trimestrale della produzione. Resta solo da distribuire gli errori stocastici nei trimestri secondo metodi più o meno complessi, che non sono di particolare interesse in questo caso. Ebbene, ritornando alla stima del Pil trimestrale, tenendo a mente questo procedimento, cosa fa Istat? Prima trimestralizza l’indice della produzione industriale inflazionato coi prezzi alla produzione e poi trimestralizza il fatturato servizi, disaggregati in settori più granulari. Poi deflaziona le stime con deflatori trimestrali e “decatena” a prezzi dell’anno precedente. In un secondo step, Istat trimestralizza il valore aggiunto annuale con serie della produzione ottenuta prima; poi calcola la differenza fra produzione e valore aggiunto e ottiene i consumi intermedi, di cui mancano le informazioni trimestrali, a prezzi dell’anno precedente, che vengono concatenati. In un ulteriore passo, inflaziona questa ultima serie coi deflatori dei consumi intermedi e ottiene consumi intermedi a prezzi correnti INFINE, INFINE con la differenza fra produzione a prezzi correnti e consumi intermedi ottiene il valore aggiunto corrente! È un po’ come costruire una casa partendo dal tetto, usando una metafora.

Armati di questa conoscenza, allora, si scopre che il problema centrale della stima del prodotto interno lordo trimestrale è nella stima dei deflatori, necessari per misurare il volume dei beni e servizi prodotti, il cosiddetto valore reale. Le uniche serie con fonti già note, sono infatti quelle dei deflatori. Il fatto che sia essenziale una corretta stima di queste serie storiche lo si desume anche dal comunicato Istat, laddove si legge: “Rispetto al trimestre precedente, il PIL ai prezzi correnti, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è diminuito dello 0,1%, il deflatore del PIL è diminuito dello 0,6%. Il deflatore della spesa delle famiglie residenti è cresciuto dello 0,7%, mentre quello degli investimenti fissi lordi è diminuito dell’1,6%. Il deflatore delle importazioni è aumentato del 2,1% e quello delle esportazioni dell’1,0%. In termini tendenziali, il PIL ai prezzi correnti, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è aumentato dello 0,7%, il deflatore del PIL è diminuito dello 0,5%. Il deflatore della spesa delle famiglie residenti è aumentato dell’1,1%, mentre quello degli investimenti fissi lordi è diminuito dello 0,1%. Il deflatore delle importazioni è aumentato del 3,7% e quello delle esportazioni del 2,3%”. All’occhio attento, questi deflatori sembrano, di primo acchito, un “po’ bizzarri”.

Secondo Istat, il deflatore del PIL, ovvero l’indice aggregato dei prezzi dei beni e servizi prodotti, è diminuito dello 0.6%. Ricordiamo che nel primo trimestre 2017, coerentemente con il deflatore della spesa delle famiglie, che è cresciuto dell’un per cento circa, l’indice dei prezzi al consumo, che è un indicatore leggermente diverso, in quanto registra l’andamento dei prezzi dei beni e servizi consumati dalle famiglie, si è impennato leggermente da valori bassissimi, a causa di un aumento dei prezzi energetici. Pare un po’ sospetto, dunque, che la variazione del deflatore del PIL sia invece negativa, anche perché una variazione del deflatore negativo è davvero una cosa rara, per chi queste cose le sa. Ma non corriamo. Controlliamo prima a livello disaggregato le componenti settoriali di questa variazione negativa, osservando la bizzarria dei deflatori riportati nel comunicato Istat.

Il grafico riportato mostra i contributi settoriali alla variazione annuale del deflatore del PIL. Ogni deflatore settoriale è pesato per la quota parte del settore nel valore aggiunto totale. La somma di ogni contributo settoriale dona la variazione annuale del deflatore del PIL. Alcuni contributi settoriali sono nella norma, laddove con questo si intende in linea con i cambiamenti congiunturali più recenti. Alcuni invece sono “strani”, ovvero secondo la stesso metro di giudizio, non in linea con ciò che congiunturalmente sta accadendo nei mercati. I settori “strani" sono indicati con barre colorate. Industria manifatturiera e utilities sono in trend di discesa. Ammettiamo sia plausibile, quando allo stesso tempo l’indice dei prezzi alla produzione, secondo Istat, è cresciuto a ritmi vicini al 3% annuo, nei primi mesi del 2017, e sospendiamo il giudizio se sia – al limite – un bene o meno. L’unica cosa certa è che questo andamento non potrà continuare in eterno. La PA è invece molto strana. Il deflatore della PA cattura i prezzi dei beni e servizi pubblici che entrano nel computo del prodotto lordo, valutati al costo se non scambiati sul mercato. Una diminuzione del deflatore significa, dunque, che i prezzi (o i costi) dei beni pubblici sono in discesa. Vi è stata una spending review di cui non si è al corrente? La cosa certa, di nuovo, è che non si potrà replicare in futuro all’infinito, ammesso sia credibile che i prezzi della PA stia scendendo, quando mai lo hanno fatto nei due anni precedenti? E il deflatore di imposte e tasse? O seguono entrambi un andamento random, come pare essere, o la stima è residuale. In mancanza di informazioni esatte accessibili sul metodo di stima di questo indice, non presenti nel documento metodologico, non resta che dubitare che il loro apporto fondamentale nella dinamica negativa del deflatore totale possa continuare in futuro. Questo esercizio certosino fa nascere il sospetto che il metodo di stima di questi deflatori sia – quanto meno – poco robusto.


Che questo sia il caso, lo si può controllare in modo più sistematico analizzando la relazione strutturale di correlazione fra la dinamica del deflatore totale del PIL e i prezzi al consumo. Intuitivamente, sebbene i due indicatori non siano del tutto sovrapponibili, ci si aspetterebbe una certa correlazione positiva. La cosa è confermata dal grafico successivo, che mostra la correlazione fra la variazione annuale del deflatore del PIL, e due misure di inflazione dei prezzi al consumo, ovvero la crescita dell’indice generale dei prezzi, e la crescita dell’indice esclusi i beni e servizi energetici, più proni a variazioni di breve periodo dovute ai prezzi più “ballerini” dell’energia, come per esempio nel caso del petrolio, il cui prezzo è molto più volatile dell’indice generale.


Primo fatto da osservare: nel periodo considerato, ovvero dagli inizi del 2001, il deflatore del PIL non è mai stato negativo. Nemmeno nel periodo recente di forte disinflazione. Secondo fatto da osservare: nel periodo considerato, invece, l’inflazione generale, al netto dei beni energetici è stata positiva, superiore all’1% annuo. Terzo fatto da osservare: il primo trimestre è davvero anomalo. Il punto è il più basso, prendendo in considerazione la relazione media fra le due variabili. È un outlier veramente considerevole. Questa considerazione vale molto di più nel caso del grafico a destra, che mostra le relazione fra cambiamenti del deflatore e dinamica dei prezzi al consumo esclusi i beni energetici. Come si vede a occhio, i punti si distribuiscono in modo “normale” attorno alla retta di regressione. Se si mostrassero i residui della regressione, ovvero la differenza fra valori osservati e predizione, essi sarebbero a occhio indipendentemente e identicamente distribuiti. Ovvero, in parole poverissime, la relazione fra le due variabili è talmente ben “strutturata” che ogni valore anomalo è davvero sospetto! È davvero un valore “non normale”. A cosa si deve questa bizzarria? Impossibile fare il processo alle intenzioni, e avere la prova schiacciante di una manipolazione ad hoc dei dati. Per restare conservativi, non resta che segnalare una cruda verità. La BOTTOM LINE è questa: IL PIL NOMINALE È FERMO. Quello reale rimbalza per deflatori più o meno miracolosi. Con una semplice analisi controfattuale intuitiva, se il deflatore totale fosse stato in linea con le aspettative (ovvero stesse sulla linea di regressione), la crescita del PIL reale sarebbe molto più bassa, quasi inesistente nei confronti dello stesso trimestre dell’anno precedente. Chi si “inventa” una accelerazione della crescita del prodotto italiano e giubila anzitempo dovrebbe dubitare fortemente che questo sia il caso. Se il PIL nominale è fermo, come si riduce il debito pubblico nominale, che continua inesorabilmente la sua corsa? Chi produce le statistiche, come Istat, dovrebbe invece considerare quanto meno metodi migliori di stima. “Essere beccati” nella produzione di dati ballerini, per usare un eufemismo, non è mai bello. Chi legge le statistiche, pur cosciente dei limiti metodologici, si aspetta di poter riporre la sua fiducia nella qualità del dato. Se questo non fosse il caso, gli utilizzatori cercherebbero nuove fonti. Il rischio di non essere più creduti, per inefficienza o altro, è troppo grande per essere corso. Il caso Argentina è lì a ricordarlo.

11/05/2017

L’Europa dei disoccupati non avrà tregua

Lo andavamo ripetendo da anni, come quei matti che parlano da soli nel deserto. Poi, all’improvviso, quando ti stavi quasi rassegnando all’impossibilità di bucare la cappa d’acciaio della disinformazione ufficiale, ecco la conferma: il tasso di disoccupazione ufficiale, quello stilato secondo i criteri dettati da Eurostat (e dunque utilizzati anche dall’Istat), usato dai governi per misurare l’efficacia o meno delle proprie politiche del lavoro, non fotografa affatto la disoccupazione reale. Che, nell’Unione Europea, è almeno il doppio di quella “certificata”.

Se poi a dirlo è la Banca Centrale Europea, possiamo dire che non ci poteva essere fonte più autorevole. Da oggi in poi, insomma, anche i giornalisti mainstream dovrebbero prendere quei dati con molta più diffidenza (ma siamo certi che non cambieranno “narrazione”).

Per somma soddisfazione di testata, possiamo aggiungere che anche gli argomenti con cui la Bce smonta le statistiche ufficiali sulla disoccupazione sono le stesse che indichiamo da anni. Cosa dice infatti il report interno di Mario Draghi?

“Nonostante il generale miglioramento dei mercati del lavoro dall’inizio della ripresa e il marcato declino del tasso di disoccupazione in diversi Paesi dell’eurozona, la crescita dei salari resta debole e questo indica che c’è ancora un notevole livello di sovraccapacità sul mercato del lavoro”.

Che significa? Se i salari non crescono – stando alla normale legge della domanda e dell’offerta – vuol dire che la massa di disoccupati reali è superiore a quella registrata dalle statistiche; altrimenti le imprese, per trovare chi gli serve, sarebbero state obbligate ad offrire un po’ di più.

E dunque le definizioni statistiche – i criteri usati – non inquadrano la realtà. Il tasso di disoccupazione ufficiale, infatti – dice la Bce – “si basa su una definizione rigida del sottoutilizzo della forza lavoro”. Per essere considerato ufficialmente un disoccupato servono infatti tre caratteristiche: non avere un lavoro, dichiarare di essere pronto a lavorare entro due settimane e essere attivo nella ricerca. Non è difficile capire che queste tre condizioni si presentano contemporaneamente con qualche difficoltà...

E infatti la Bce – non un sindacalista di base inferocito! – invita a considerare il peso di altre due categorie: quelli che non hanno lavoro ma, per l’appunto, non si dichiarano pronti o in caccia di un posto, e quanti hanno un lavoretto parti time ma vorrebbero averne uno a tempo pieno, o comunque tale da garantire un salario decente. Normalmente, aggiunge la Bce, “il primo gruppo finisce nella categoria degli inattivi, mentre il secondo in quello degli occupati”. Applausi. E l’invito a verificare quanto scritto da noi, per esempio, qui, qui o qui.

Ne consegue un invito a rivedere le politiche salariali. Ma chi è che può alzare i salari, in questo momento, in Europa? Tutti i paesi sono sotto botta della Commissione europea e della Troika, che esigono esplicitamente una deflazione salariale e la diminuzione dei diritti dei lavoratori (che implicitamente permette di raggiungere lo stesso scopo).

Ma non la Germania... E questo lo hanno capito tutti, tanto che il Corriere della Sera ha affidato oggi a Federico Fubini un editoriale velenosissimo (“Dove sono le riforme tedesche?”, misteriosamente addolcita nella versione online come L’effetto Macron su Berlino) che accusa Angela Merkel e Wolfgang Schaeuble di aver costruito una narrazione sull’infingardaggine degli europei e sulle virtù della Germania completamente falsa.

«Merkel, con discrezione, ha evitato il tema delle riforme fondamentali» e si è limitata a «beneficiare di quelle del suo predecessore Gerhard Schröder». In altri termini, l’ultima modernizzazione del sistema tedesco da parte di un governo è di quindici anni fa. Merkel e il suo ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, hanno messo a segno un grande colpo di pubbliche relazioni convincendo tutti del contrario: la Germania è riformista, gli altri no.

Peggio ancora. La Germania ha scientemente guadagnato da una gestione “austera” della crisi, imponendo di fatto una ristrutturazione violenta della divisione del lavoro – e del valore – all’interno del Vecchio Continente.

“Finora l’immobilismo merkeliano per la Germania ha funzionato. Grazie alle qualità del Paese, ma anche perché durante la crisi l'Ue e l’area euro si sono involute in un ingranaggio di afflussi di risorse dalle «periferie» verso il centro tedesco del sistema. La fuga di capitali dal Sud al Nord Europa partita nel 2008 contribuisce a ridurre di 145 miliardi gli oneri da interessi sul debito pubblico tedesco, secondo il ministero delle Finanze di Berlino. I flussi netti di persone da Sud e Centro-Est Europa verso la Germania dal 2011 sono di 1,5 milioni di persone in cerca di un salario decente. Un sussidio indiretto a Berlino visto che, solo in investimenti pubblici, per produrre un laureato in un Paese europeo servono 160 mila euro. C’è poi una terza migrazione, quella del valore industriale da Est: tante componenti dell’industria tedesca si producono nei nuovi Stati membri sulla base di salari quasi sempre sotto i 500 euro al mese da masse di working poor. Quei beni vengono poi assemblati in Germania in prodotti finali che monetizzano solo a quel punto gran parte del valore aggiunto”.

Hanno così risparmiato sulla spesa per “servizio dei debito” (interessi sui titoli di stato), hanno raccolto capitali in fuga da paesi che loro stessi avevano “terrorizzato”, hanno succhiato giovani laureati a gratis, fanno profitti con componenti prodotti in paesi a basso salario, non investono un euro del loro enorme surplus, non hanno fatto neanche un “riforma strutturale”... e vengono ancora a farci la morale?

Si può capire – ma non solidarizzare – la frustrazione della classe dirigente italica, incarnata nell’invettiva di Fubini, ma non sembra che l’evoluzione andrà nel senso sperato dal Corriere (“il sistema Merkel-Schäuble dà segni di sclerosi: poche forze fresche nel loro partito sotto quei due, con il caso unico di un ministro delle Finanze 75enne che è lì da otto anni e vuole restarci altri quattro. Quel Paese resta un faro in Europa e specie in Italia, per la sua democrazia e per il suo sistema industriale. Ma Macron inaugura una nuova generazione di leader: libera dal veleno della crisi, metterà in causa le sorde resistenze contro un sistema euro più equilibrato”), perché sembra evidente che Emmanuel Macron sia stato il candidato “europeo” (ossia tedesco) scelto per normalizzare la Francia, non il nuovo sangue vitale francese orientato a mettere le briglie a Berlino.

La contemporanea intervista di Repubblica proprio a Wolfgang Schaeuble indica infatti la piena soddisfazione del vecchio cerbero teutonico: “Macron e io la pensiamo esattamente allo stesso modo”, specie sull’istituzione di un ministro delle finanze europeo (sul modello di Lady Pesc per la politica estera) che abbia il potere di mettere le mani sulle leggi di bilancio dei singoli Stati. Ancora più esplicitamente: “Il trasferimento di pezzi di sovranità nazionali all'Europa non è mai fallito per colpa della Germania o dell'Italia, ma piuttosto della Francia. Il presidente Macron e io siamo totalmente d'accordo su questo: ci sono due modi di rafforzare l'eurozona: cambiare i Trattati oppure farlo con pragmatismo attraverso l'intergovernativo. Modifiche dei Trattati richiedono l'unanimità e la ratifica nei Parlamenti nazionali o in alcuni Paesi addirittura un referendum. Siccome al momento non è realistico, dobbiamo provare ad andare avanti con gli strumenti esistenti, dunque attraverso uno sviluppo del trattato che regola il fondo salva-Stati Esm”.

Volete la traduzione? Non è difficile... L’unico modo di prendere il controllo delle finanze continentali, togliendolo ai singoli governi, è evitare di far votare questa decisione ai parlamenti, o addirittura ai popoli (ogni referendum “europeo” è stato sepolto sotto valanghe di NO). Ci metteremo d’accordo tra governi, trasformando il “fondo salvastati Esm” in un vero e proprio Fondo Monetario Europeo, in grado di strangolare più efficacemente ogni paese nel caso vengano eletti governi “sbagliati”.

Vi sembra poco democratico? Lo è, naturalmente. Ma Scaheuble è disposto a darvi un contentino: “con i parlamentari del Parlamento europeo si potrebbe creare un Parlamento dell'Eurozona. Che potrebbe avere un potere consultivo sul fondo salva-Stati”. Per chiarezza: un “potere consultivo” è quella cosa per cui si può dare un parere, ma quell’altro se ne può altamente fregare.

Ok, ma i disoccupati reali da cui siamo partiti? Beh, per quelli non c’è una soluzione. A Schaeuble e soci – come lamentava Fubini – va tutto benissimo così com’è...

Fonte

08/01/2017

I sondaggi sono davvero pilotati?

Talvolta mi capita di sentire delle persone affermare che i sondaggi sono pilotati. Al fine di modificare i risultati elettorali. Esiste una legge che vieta la diffusione dei sondaggi sui massmedia nei 15 giorni precedenti alle elezioni e questo sembrerebbe avvalorare questa ipotesi.

D’altra parte negli ultimi anni molti sondaggi non sono riusciti a prevedere i risultati. La Brexit, Trump, il successo dei 5 stelle un paio di anni fa e per chi è un po’ più vecchio l’affermazione negli anni ‘90 della Lega Nord. I risultati non erano stati previsti... a dispetto dei sondaggi.

Ma perchè gli istituti di ricerca dovrebbero falsificare i risultati?

Posto al 5% il mercato dei sondaggi elettorali ed al 95% il resto del mercato (le ricerche per il mercato agroalimentare, per le banche, per il farmaceutico...) perchè un Istituto dovrebbe perdere la propria credibilità rispetto al 95% dei propri clienti dando dati taroccati?

Ma perchè allora sbagliano così spesso?

Un po’ di teoria potrebbe non fare male!

L’indagine statistica campionaria nasce negli anni '20 del secolo scorso per stimare la produzione agricola. Con risultati economici ragguardevoli. Intervistando 1000 imprese agricole si stimava la produzione di un milione di imprese. Le basi teoriche erano chiare e definite: prendete infatti una stanza con dentro un milione di palline rosse o nere e immaginate di estrarne casualmente 1000; sappiate che con buona probabilità la proporzione di rosse e nere nelle vostre mille sarà uguale alla proporzione di rosse e nere presenti nella stanza (e non ne avrete contate un milione!).

Negli anni ‘50 del secolo scorso però le indagini campionarie iniziarono ad essere usate per scopi meno “definiti” e cioè per misurare opinioni ed atteggiamenti. In quegli anni si può dire che la survey methodology giunge alla sua maturità fondendo la statistica con 2 altre discipline e cioè la psicologia e la sociologia. Iniziano da quegli anni a prolificare i sondaggi elettorali come le varie ricerche di marketing.

Sento già il lettore rimuginare e mandarmi a quel paese... ripetendo la domanda:

Ma perchè allora sbagliano così spesso?

I motivi sono sostanzialmente 3.

Primo. Vi sono palline rosse e nere in un’altra stanza!

I sondaggi vengono spesso fatti su telefonia fissa o su internet e una parte della popolazione non è semplicemente raggiungibile su telefonia fissa o internet. Insomma noi peschiamo le palline rosse o nere da una stanza ma... vi è una stanza che noi non siamo in grado di raggiungere che contiene anch’essa palline rosse o nere in una proporzione forse differente della stanza da cui noi peschiamo le palline.

Secondo. Le palline non ci vogliono dire di che colore sono!

Ebbene si. Le palline, cioè gli individui, possono mettere giù il telefono o ignorare la nostra email e non dirci se sono rosse o nere oppure possono dirci di essere rosse invece di nere. Questi due fenomeni chiamati il primo crollo del Response Rate (o tasso di risposta) passato dal 70% alll’8% in vent’anni ed il secondo spirale del silenzio sono i due fenomeni che mettono a repentaglio la capacità di stimare il numero di palline rosse (o nere). Questo avviene quando chi non risponde al sondaggio è diverso da chi risponde!

Terzo. L’orda detto anche mal comune mezzo gaudio!

Quando un Istituto ha un risultato differente dagli altri istituti tende a ridimensionarlo “aggiustando le stime” per diminuire il rischio di sbagliare da solo. Dare una stima molto distante da quella degli altri istituti è troppo rischioso e può mettere a repentaglio la credibilità dell’istituto; se si sbaglia insieme agli altri ci si assolve tutti adducendo la difficoltà nello stimare il fenomeno. Questo fenomeno di autocondizionamento può portare ad errori collettivi da parte degli Istituti.

Prendiamo ora i due referendum e cioè quello sulla Brexit nel Regno Unito e quello sulla riforma costituzionale.

Sulla Brexit sicuramente abbiamo visto il secondo fenomeno: tale era la pressione dei massmedia e delle élite contro la Brexit che chi voleva votare contro la UE non lo dichiarava. Gli anziani colpiti più duramente dalla crisi non dicevano che avrebbe votato contro la UE.

Sul referendum per la manovra costituzionale invece i dati da qualche mese erano abbastanza stabili: 52% contro ed il 48% a favore. Gli anziani (in Italia i meno colpiti dalla crisi) schierati con Renzi mentre i giovani ed i lavoratori e gli autonomi contro. La cosa divertente avvenuta è che la chiamata alle armi di Renzi (consigliata probabilmente dallo stesso think-tank di Obama) delle ultime settimane ha chiamato al voto gli oppositori di Renzi chiudendo la partita con un 60 contro Renzi ed un 40 a favore. In questo caso i dati dei sondaggi sono stati precisi al punto percentuale ed i motivi sopracitati non hanno deformato le stime.

L’amato lettore, ancora un po’ dubbioso, torna alla carica.

Vuoi dirmi allora che i sondaggi che vengono pubblicati sono sempre veritieri?

No.

Succede regolarmente che dei sondaggi non vengano pubblicati e servano per il marketing politico.

Può succedere che un Istituto abbia dei risultati e che il committente decida di non pubblicarli.

Può succedere che un Istituto sia così legato ad un partito che fornisca stime a favore di quel partito; ed è successo ma non è vero per la maggioranza degli istituti.

Può succedere che con l’aggravarsi della crisi ed in qualche passaggio particolarmente critico vi sia una chiamata di scuderia con falsificazioni di massa.

Ma questi sono altri discorsi.

Fonte

In sostanza si ribadisce che la scienza sociale, di cui sondaggi demoscopici fanno parte, non è una scienza esatta. 

17/07/2016

Il ruggito della ‘tigre celtica’ e le statistiche falsate

Dimenticatevi la Cina, Singapore o le altre tigri asiatiche: esiste in Europa un’economia il cui prodotto interno lordo è cresciuto del 26,3 per cento nel corso del 2015.

Si tratta della piccola Repubblica d’Irlanda: questa settimana l’ufficio statistico irlandese ha pubblicato le stime definitive sulla crescita del prodotto interno lordo rispetto all’anno scorso, riportando questo dato all’apparenza incredibile. Un tasso di crescita che triplica quelli ottenuti nel periodo che aveva fatto guadagnare all’Irlanda l’appellativo di “Tigre celtica”.

Qualche esperto ha calcolato che a questi tassi di crescita il PIL irlandese avrebbe presto superato quello cinese...

Il “Sole 24ore” riporta la notizia e ne approfitta per lodare il miracolo irlandese. Scrive infatti da Rold che “Dublino è una storia di successo. Il paese è uscito dal piano di aiuti nel 2014 e rappresenta per i creditori il migliore e più evidente caso di recupero di una nazione in crisi, che con riforme e politiche liberiste è riuscito velocemente a risalire la china e a tornare a crescere”.

Tutto bene quindi? Non tanto. Come lo stesso Da Rold è costretto ad ammettere gran parte di questa crescita deriva da spericolate operazioni di multinazionali straniere (in gran parte statunitensi), che si sono affrettate a registrare la propria sede operativa e i propri brevetti e proprietà intellettuali a Dublino per approfittare delle bassissime aliquote fiscali che le imprese devono pagare (intorno al 12,5 per cento). Questo ha ovviamente provocato un enorme aumento dello stock di capitale fisso dell’economia irlandese.

Aidan Regan, economista presso lo University College Dublin, ha detto che si tratta di “una farsa” e che “non c’è alcuna credibilità nelle statistiche nazionali irlandesi” mentre il Nobel Paul Krugman ha parlato di “economia dei lepracauni” (dal termine gaelico leipreachán, che indica i folletti della tradizione irlandese). La verità è che la “ripresa” è assai più debole di quanto ci dicano le statistiche falsate sul PIL irlandese. Avevamo scritto dell’alto tasso di emigrazione, dei prezzi delle case alle stelle, dei bassi salari e delle alte diseguaglianze. A conferma di questo arrivano le parole di Vincent Boland sul Financial Times: “se la ripresa esiste, è concentrata perlopiù a Dublino, e perfino lì principalmente nel settore degli investimenti esteri piuttosto che in imprese domestiche come quelle dei servizi, dell’agricoltura e delle PMI”. E prosegue “Enda Kenny, il primo ministro, ha perso la sua maggioranza parlamentare nelle elezioni di febbraio largamente perché la sua esortazione agli elettori irlandesi di “far continuare la ripresa” ha portato alla domanda: “quale ripresa?”. Va poi ricordato che lo stesso ufficio statistico ha riportato che il PIL irlandese nel primo trimestre del 2016 è caduto del 2 per cento. Se questo dovesse accadere anche nel secondo trimestre – ha ricordato il direttore del centro di ricerca NERI – allora l’Irlanda sarebbe tecnicamente in recessione.

Vale la pena, infine, di sottolineare due punti. Il primo è che questa farsa contabile è avvenuta perché l’istituto di statistica irlandese si è limitato a seguire pedissequamente le regole autorizzate da Eurostat, l’autorità statistica europea. La cosa fa riflettere, se si pensa che sulla base di statistiche nazionali come il PIL si costruiscono rigide regole di bilancio come quelle previste dal Fiscal Compact.

Il secondo è che ancora una volta si mette in luce l’effetto distorsivo creato da un sistema di tassazione per le imprese come quello irlandese (ma lo stesso discorso si potrebbe fare per l’Olanda, dove ad esempio FIAT-FCA ha spostato la sua sede), sostanzialmente una competizione sleale. Fa sorridere che l’Unione Europea, pure così interventista nel caso delle legislazioni sul lavoro dei paesi membri, non abbia ancora preso una posizione dura a questo riguardo. Ma siamo certi che la recente nomina dell’ex capo della Commissione Europea Barroso a presidente di Goldman Sachs International, o il fatto che l’attuale presidente Jean Claude Juncker sia stato in passato premier del Lussemburgo (altro semi paradiso fiscale), non abbiamo nulla a che fare con questo...

Fonte

14/06/2016

Sondaggi inaffidabili. La Brexit fa saltare il banco

La paura della Brexit aiuta a far circolare informazioni interessanti, veri e propri lapsus involontari, nel bel mezzo di una narrazione molto strutturata e deformante.

È il caso del Corriere della Sera che dà conto di una serie di riunioni tra banchieri della City londinese, costretti a prevedere ogni scenario e prendere le dovute misure di autotutela. La parte economica è relativamente scontata: trasferimento delle sedi prevalentemente a Dublino (Irlanda) che ha una tassazione egualmente favorevole per le multinazionali, meno che per la gradi banche d'affari, costrette per regola interna a basarsi solo in paesi con un rating sul debito pari o superiore al proprio (“tripla A”, insomma). Cosa che le costringerebbe a trasferirsi a Berlino o Parigi, che però hanno il difetto di avere una tassazione più alta.

“E so’ problemi…”, si direbbe a Roma. Ma in fondo non è qui “la ciccia”, ovvero la notizia.

Il problema che assilla anche gli hedge fund e i banchieri-squalo è la scarsa affidabilità dei sondaggi. In pratica, negli ultimi tempi, non ne hanno imbroccata una; neanche quando ad effettuarli sono stati istituti costosi e di buona reputazione. Nell’ordine:
In meno di due anni [l’industria dei sondaggi, ndr] non è riuscita a prevedere il netto “no” degli scozzesi nel referendum sulla secessione dall’Inghilterra, il voto in Canada e in Israele, senza contare la vittoria travolgente del “no” greco a un accordo con l’Europa, né la maggioranza assoluta dei Conservatori nelle elezioni britanniche del 2015.
Perché i sondaggi sono diventati inaffidabili? Il “baco” scientifico è antico quanto la sociologia: è una disciplina statistica che fissa i criteri prima di conoscere l’oggetto che vuole indagare. Criteri arbitrari, o addirittura soggettivi, che subiscono l’influenza delle preferenze o pregiudizi del team che prepara l’indagine.

Nonostante questo difetto costitutivo, però, i sondaggi – fino a qualche hanno fa – riuscivano a prevedere con un certo margine di certezza le tendenze.

Ancora una volta: perché? E perché non funzionano più?

La risposta è duplice, ma in entrambi i casi involontaria: è cambiata la struttura sociale e la riduzione disperata dei costi.
In società europee frammentate secondo il reddito, l’istruzione e la familiarità con le tecnologie, i risultati dei sondaggi cambiano in base al modo in cui sono raccolti.
In pratica: non ci sono più grandi aggregazioni sociali con caratteristiche standardizzate (gli operai di fabbrica, gli impiegati di concetto, i negozianti o i piccoli imprenditori che lasciano l’attività ai figli, ecc), entro cui le risposte erano grosso modo sempre le stesse. Dove, quindi, si poteva operare con un campione anche abbastanza ristretto e ottenere un risultato affidabile.

Peggio ancora. Le tecnologie che si sostituiscono reciprocamente a rotta di collo stratificano il potenziale “campione statistico” secondo la familiarità con certi mezzi oppure con altri. Un sondaggio condotto chiamando numeri di telefono fisso intercetterà soprattutto anziani; una rilevazione via Internet soprattutto giovani (che costituiscono una fascia di popolazione relativamente di minoranza, nelle società avanzate).

La tecnologia scelta dal sondaggista dipende dai costi e dal budget che il committente è disponibile a investire. Cifre in costante calo, visto che oltretutto l’affidabilità dei sondaggi è in discesa...

L’intreccio tra tecnologie, soldi disponibili e frammentazione sociale rende il sondaggio sempre più simile all’oracolo degli antichi. Si scrutano le nuvole, si rovista nelle viscere, si cercano segnali significativi in grado di far le veci di una regolarità di risposte che non c’è più. Il Pagnoncelli rifatto da Crozza è più vicino a questa realtà di quanto non lo sia il Pagnoncelli vero.

Ma hedge fund e grandi banchieri non hanno problemi di denaro. Il Corriere ci dice che hanno perciò commissionato un sondaggio molto più costoso e “tradizionale”, condotto con il metodo più affidabile: il porta-a-porta.

Il risultato è egualmente incerto, però. Sembrerebbero prevalere di un soffio i remain, ma vatti a fidare di un sondaggio che magari ha scelto a caso alcune strade “non rappresentative” della maggioranza reale...

Fonte

07/06/2016

La Fed nella trappola costruita con le proprie mani

Avete rotto il termometro ed ora non sapete più come misurare la febbre.

Le conferenze stampa della Federal Reserve, dopo le statutarie riunioni del Fomc (Federal Open Market Committee, o “esecutivo” della Fed), erano una volta l’occasione per sapere con certezza come stava andando l’economia Usa e quali sarebbero state le mosse della banca centrale statunitense. Adesso sono diventate un festival dei “se...”, un campionario di incertezze che trasmette dubbi invece di informazioni sicure.

La seduta di ieri è quasi paradigmatica. Si trattava di capire se la Fed sarebbe andata avanti o no sul percorso deciso a fine 2015: graduale rialzo dei tassi di interesse (schiacciati per oltre sei anni a livello zero), come conseguenza di una graduale “ritorno alla normalità” dell’economia Usa. Ossia tasso di disoccupazione intorno al 6% (considerato chissà perché “fisiologico”) e inflazione intorno al 2%. Va ricordato infatti che per statuto la Fed – al contrario della Bce, incentrata solo sulle oscillazioni dei prezzi – deve tener d’occhio anche l’andamento dell’occupazione e dunque i salari (che retroagiscono sui prezzi).

Se quella era l’attesa, è rimasta tale. Il presidente, Janet Yellen, ha sciorinato una serie di riflessioni anche interessanti, ma dominate dall’incertezza assoluta a dispetto della volontà esplicita di rassicurare: le «forze economiche positive prevalgono sulle negative». Bella affermazione, ma è sparito al tempo stesso qualsiasi riferimento a prossimi rialzi dei tassi di interesse; quindi, perlomeno a breve, non ci saranno.

Per giugno, ormai, non se lo aspettava più nessuno, visto che a maggio l’occupazione statunitense non è cresciuta affatto (segno di un’economia in forte rallentamento). Ma si voleva sapere se almeno per luglio o settembre (date delle prossime riunioni del Fomc) ci si doveva preparare a qualche novità.

Nulla di nulla. «La situazione complessiva del mercato del lavoro è stata abbastanza positiva. In questo contesto – ha spiegato la Yellen – i dati di venerdì sono stati deludenti». E quindi «Avremo bisogno di osservare gli sviluppi sul mercato del lavoro con attenzione», anche se «non si dovrebbe dare troppa importanza ai dati di un singolo mese». Pare di sentire il Uòlter Veltroni di qualche anno fa, alla sagra del “ma anche”…

La luce non si accende neanche guardando ai salari, perché «i redditi medi orari sono aumentati del 2,5% negli ultimi dodici mesi, un po’ più rapidamente che negli anni recenti: è un’indicazione benvenuta che la crescita dei salari potrebbe finalmente accelerare». Se crescono i salari, in teoria, anche i prezzi finali delle merci possono salire un po’, e dunque anche l’inflazione, che dovrebbe incoraggiare gli investimenti privati (se i prezzi non sono previsti in crescita, nessuno investe, perché altrimenti potrebbe rimetterci).

E invece questo non è accaduto, anzi... «Se le aspettative di inflazione si stanno davvero muovendo in basso, questo potrebbe mettere in dubbio l’ipotesi che l’inflazione tornerà al 2% così velocemente come mi aspetto».

Gli indicatori, insomma, non indicano più con esattezza.

Va ricordato che la scienza statistica soffre per definizione una deformazione “politica”, o comunque “soggettiva”, perché i criteri vengono stabiliti prima di essere applicati a un fenomeno. Sono insomma parecchio arbitrari, più che “oggettivi”, anche se poi li si usa come se fossero solidi quanto le leggi della fisica.

E negli Stati Uniti, come adesso in Europa, “per convenzione” si definisce occupato chiunque abbia lavorato almeno un’ora nella settimana in cui avvengono le rilevazioni degli istituti di rilevazione. Così come, “per convenzione”, si definiscono disoccupati soltanto coloro che si registrano presso gli uffici di collocamento (o equivalenti). Mentre le masse sterminate di persone che non cercano lavoro per sopraggiunta disperazione, o lo cercano in altro modo (conoscenze, raccomandazioni, lavoro nero, ecc), vengono annoverate nel limbo degli inattivi.

È abbastanza ovvio, dunque, che criteri così elastici e permissivi, inventati per diffondere ottimismo (si può dire, come negli Usa, che la disoccupazione ufficiale è al 5%, dunque c’è la “piena occupazione”, anche se i senza lavoro reali sono oltre il 30%), alla lunga diventano assolutamente inservibili come “indicatori” di fenomeni economici reali. Persino per chi li ha inventati (e in questo la Fed ha certamente un peso, storicamente).

Solo così si può capire l’imbarazzo di un presidente di banca centrale, della prima potenza economica planetaria, costretta a chiedersi: «È il ritmo notevolmente ridotto delle assunzioni ad aprile e maggio un segnale di un persistente rallentamento di tutta l’economia? O gli aumenti mensili dei posti di lavoro torneranno al solido ritmo tenuto nel 2015 e all’inizio di quest’anno? Gli ultimi dati sul tasso di disoccupazione indicano che siamo tornati alla piena occupazione, o la crescita relativamente lenta dei salari segnala che c’è ancora debolezza? Io e i miei colleghi continueremo a confrontarci con queste e con altre questioni collegate».

Il problema è che la Fed è organismo operativo, deve prendere decisioni che condizionano tutta la struttura produttiva, i mercati finanziari, le dinamiche economiche globali. Non è un think tank che studia, riflette, consiglia, ma non deve decidere nulla. Deve agire per tempo, dopo aver certamente ben riflettuto; ma deve agire e fornire orientamenti certi.

Il termometro è stato rotto per nascondere meglio sotto il tappeto i dati macroeconomici negativi. Ora il tappeto presenta più gobbe di un paesaggio alpino, il cane che ci vive sopra (l’economia) inciampa di continuo, cammina come un ubriaco febbricitante... ma nessuno sa più fare uno screening affidabile. Tanto meno la Fed...

Fonte

05/04/2016

Se la realtà non obbedisce a Renzi bisogna normalizzare l'Istat

Nel luglio dello scorso anno l'Ue, la Bce e il Fondo Monetario Internazionale riuscirono a far capitolare la Grecia sulla questione del debito, imponendo privatizzazioni e tagli, come sappiamo. Ma una delle condizioni della capitolazione di Tsipras, firmata dal premier greco, fu quella del controllo, da parte delle istituzioni europee, dell'istituto di statistica nazionale. Quest'ultimo punto, qualora il problema sfuggisse, era essenziale per poter procedere agli altri due. La statistica è, etimologicamente, una scienza dello Stato. Questo significa che produce dati ufficiali che non sono solamente di puro orientamento scientifico, o materiale per i media, ma che fanno effetti su politiche, strategie previsioni, orienta le modalità di funzionamento della macchina amministrativa.
 
La statistica produce vere e proprie norme fatte di numeri che, una volta costruite non possono essere ignorate. Un esempio? Lo si capisce dalla scomparsa, nella riorganizzazione dell'Istat voluta da un dirigente in area Madia (quella del primato del privato nelle partecipate), del dipartimento delle statistiche sociali e ambientali. Dipartimento diretto da Linda Sabbadini, che non è, anzi era, una direttrice qualsiasi: innumerevoli sono i riconoscimenti guadagnati dalla Sabbadini sul piano internazionale. Una sorta, per capirsi, di Rita Levi Montalcini della statistica, specie per gli studi sulla condizione della donna. Ma di cosa si occupava il dipartimento diretto dalla Sabbadini? Semplice, di tutto ciò che il governo Renzi intende cancellare dalla realtà. Ad esempio, dei senza casa. Come dire cancello i tuoi diritti con la legge Lupi e poi la tua esistenza facendo sparire la statistica che parla di te. Se poi voglio legittimare degli Isee che escludono quante più persone possibili da rimborsi, sconti e diritti mi serve un istituto nazionale di statistica disattento, o capace di attenuare di molto, la dimensione dell'allarme sociale. Alimentazione, ambiente, condizione femminile, anziani, omosessuali, droghe: tutte le ricerche che spiegano il paese reale trovano, nella riorganizzazione dell'Istat, un processo di insabbiamento fino alla scomparsa grazie alla cancellazione del dipartimento scienze sociali e ambientali (oggi "accorpato" in altro dipartimento per neutralizzarlo). In effetti da quando Renzi ha preso il potere, ovvero è diventato il presidente del consiglio, l'uso della statistica come strumento di propaganda è stato uno dei cavalli di battaglia di Filippo Sensi, ministro della cultura popolare unofficial del governo.

Si tratta quindi di fare un'altra cosa dopo due anni, e dopo che le statistiche, anche quelle fatte piegare all'estremo secondo i desideri comunicativi del governo (vedi il balletto dati Inps-Istat sui nuovi assunti) non aiutano a produrre l'adrenalina della persuasione tanto amata dalla propaganda. Quest'altra cosa è riorganizzare la statistica mettendo in secondo piano i dipartimenti, e le persone, che rilevano una realtà che non riesce ad essere raccontata secondo gli schemi della propaganda. Al momento è in corso una petizione, prima firmataria Dacia Maraini, in favore di Linda Sabbadini che chiede il reintegro suo e del suo dipartimento. Si dimentica troppo spesso quanto una politica della statitisca possa influire, in senso positivo o meno, proprio sull'erogazione dei servizi sociali. Perché, come dicevamo, la statistica costruisce numeri ufficiali che hanno un peso, nell'amministrazione dello stato, simile a quello delle norme. Non a caso si silurano infatti direttori come la Sabbadini, che è famosa internazionalmente per gli studi sulla condizione femminile in Italia, si affossano dipartimenti di studi sociali e ambientali, e si promuovono ricerche sull'omicidio stradale, raddoppiamento della pena inutile sul piano della prevenzione degli incidenti stradali (tra l'altro in calo) ma utile per alimentare qualche canale con un po' di opinione pubblica forcaiola. Questo il contributo alla scienza del governo Renzi – tra uno spot noiosissimo in California ed uno ad Harvard – dopo la riduzione della scuola dell'obbligo a refettorio del sapere con la "riforma" Giannini.

Ci attendiamo ora una serie di statistiche sul lavoro che cresce e sulla ricchezza degli italiani che è a livelli mai toccati. Forse però, più che riorganizzare l'Istat, per questo lavoro bisognerebbe ingaggiare Crozza. Sempre se, tra un sospetto e l'altro per una megatangente alla corrente renziana proveniente dalla Total per l'affare Tempra Rossa, resta del tempo. Attualmente occupatissimo per produrre fiumi di propaganda in grado di distogliere dalla vicenda Total.

redazione, 4 aprile 2016

fonti



 
Nota - A completamento di questo articolo, pubblichiamo alcuni link che ci sono stati prontamente segnalati nei quali si parla della direttrice rimossa, in termini non proprio positivi riguardo al trattamento dei lavoratori. Ovviamente anche noi riteniamo che sia attraverso la regolarizzazione dei lavoratori che un istituto di statistica non finisce sotto il ricatto dei governi basato sugli organici. Ecco i quattro link:


Qui si dà conto dell'interrogazione parlamentare sulle indagini da lei dirette. Lei in persona impose il processo di esternalizzazione di quella indagine, per "innovare" come richiesto dall'allora presidente Giovannini, quello che poi diventerà uno dei saggi di Napolitano e ministro del lavoro con Letta: http://www.ilfoglietto.it/enti/istat/3345-istat-a-indagini-statistiche-il-ministro-madia-risponde-alla-seconda-e-alla-terza-interrogazione-del-m5s-ma-non-alla-prima.html

Qui invece si dà conto del processo di esternalizzazione della rete di rilevazione sulle forze di lavoro, la più importante fra le indagini sociali di tipo campionario: http://sbilanciamoci.info/le-forze-di-lavoro-restano-senza-forze-2593/