Le fiamme di Belfast dopo i tumulti razziali di Southampton mandano un segnale che va ben compreso.
Quanto accaduto in Gran Bretagna, dove gli stranieri (europei inclusi) sono circa 13 milioni su 70 milioni di abitanti, sembra voler anticipare lo scenario al quale prepararci anche in Francia, Germania, Italia, Spagna.
Strumentalizzando e utilizzando come una clava la questione degli immigrati, le “destre di sistema” e le “destre antisistema”, messe insieme diventano “sistema”, convergendo sempre più sistematicamente in molti ambiti nella individuazione degli immigrati come “capro espiatorio” per la profonda crisi economica, sociale e civile che attanaglia l’Europa.
Questa convergenza tra liberali e fascisti in materia di immigrazione, l’abbiamo vista spesso in sede di Parlamento europeo, mentre si manifesta come “competizione a tempo” nei periodi pre-elettorali.
E la vediamo agire e funzionare nelle sedi istituzionali europee proprio perché l’Unione Europea ha cessato da tempo di essere un antidoto contro razzismo e guerre per diventarne invece una incubatrice seriale.
Del resto “la bestia” è rimasta ancora feconda proprio qui, nel cuore dell’Europa, esattamente in quel quadrante che ne è stato, appunto, l’incubatore negli anni Trenta.
Anche un secolo fa (o quasi) l’Europa era alle prese con le pesanti conseguenze economiche e sociali della crisi del 1929 e prima ancora delle ferite irrisolte della Prima Guerra Mondiale a causa del Trattato di Versailles. Anche allora, come oggi, sull’Europa incombeva un clima di guerra che di lì a pochi anni si sarebbe scatenata in tutto il continente.
Negli anni Trenta, al rancore e al malessere della piccola borghesia quanto delle classi popolari, per anni venne dato in pasto il capro espiatorio degli ebrei, e non solo in Germania.
Tutti i problemi venivano addebitati alla finanza ebraica o agli insegnanti, medici, commercianti o artigiani di origine ebraica.
L’antiebraismo viveva e agiva sottotraccia in tutte le società europee, alimentato da pregiudizi e dicerìe assai diffusi anche nella popolazione cattolica o protestante.
Bastò poco per far sì che questo diventasse “il problema” e quindi la causa di tutto da dare in pasto a società impoverite, rancorose, incerte sul futuro, alla ricerca di un responsabile dei propri guai che non fossero i ricchi, ben protetti dalla gendarmeria e viventi in mondi, quartieri, circoli separati dal resto della società.
Il “nemico sociale” contro cui accanirsi era quello più a portata di mano, che aveva il negozio nello stesso quartiere, i figli a scuola con i propri, che abitava spesso nello stesso caseggiato.
Il “nemico politico” allora erano i comunisti, non a caso accomunati dalla propaganda delle destre e dei movimenti nazifascisti, ai “giudei”. Tant’è che furono i primi a finire nei lager nazisti.
Oggi contro gli immigrati extracomunitari in Europa si sta respirando un’aria fetida e fin troppo simile a quella degli anni Trenta.
Gli immigrati oggi sono un nemico facile da dare in pasto al rancore, sul quale è facile poter disporre o creare artificiosamente pretesti per reazioni feroci e di massa. Innanzitutto perché hanno un colore diverso e ben identificabile. Oggi, diversamente dagli anni Trenta, gli ebrei sono ormai considerati “bianchi”, occidentali, convergenti con le destre in quanto anti-islamici. Al momento c’è un altro capro espiatorio su cui accanirsi, ancora più facilmente rispetto a quello antico.
Secondo perché sono troppi gli immigrati che vengono lasciati allo sbando in mezzo alla strada senza uno straccio di tetto o di prospettiva, se non quella di poter tornare al proprio paese.
Terzo, appunto, gli immigrati sono “a portata di mano”. Spesso invisibili sul piano di soluzioni dignitose o almeno decenti, ma ben visibili sui territori, nelle città e nelle periferie, spesso ridotti a vivere sulla strada e in quanto tali percepiti come più molesti.
Ai telegiornali “ansiogeni” (pubblici e privati), che ormai vivono quasi esclusivamente sulla paura e la cronaca nera, si sono aggiunti schiere di improbabili influencer, abili nello squadrismo mediatico e nell’allarmismo di bassa lega sui social media, utili per alimentare ossessioni e seminare discordia, decisivi nella diffusione di notizie incendiabili, spesso false, esagerate, manipolate.
Quando non è un fatto di cronaca “vera” – che provoca il dovuto orrore e ripudio di per sé – la leva razziale prova sempre a fare capolino e a disegnarne i contorni, magari per essere smentita il giorno dopo. Ma spesso il lavoro sporco è più semplice e la verità arriva tardivamente.
Seminare l’allarme e le paure è un gioco facile, ripristinare i fattori di razionalità in un’epoca caratterizzata dagli shock emotivi e dall’analfabetismo di ritorno è molto più difficile.
Infine, l’altra leva su cui agisce il sistema convergente delle “destre di sistema e di quelle antisistema”, è indicare oggi – come negli anni Trenta si faceva con i comunisti – “la sinistra” come la responsabile della presenza di immigrati nelle nostre città.
Ed è così che di fronte alle contraddizioni sostanziali, alle crescenti ingiustizie e disuguaglianze sociali, all’immiserimento crescente dovuto ai bassi salari o alla scarsità di abitazioni e servizi, il tema principale dell’agenda politica – e sul quale la destra vuole inchiodare il dibattito pubblico – diventa sempre quello della “sicurezza” e, di conseguenza, di quegli immigrati che ne rappresentano il capro espiatorio a portata di mano, che consentono di fare gruppo – o meglio, branco – perché facilmente identificabili e di prossimità.
Le forze di classe, i sindacati, le organizzazioni di una sinistra degna di questo nome, hanno di fronte un problema enorme.
Le destre in Europa hanno trovato oggi una parola d’ordine e una sintesi che può funzionare a livello di massa: la “remigrazione”.
Ideata di recente dai tedeschi di Alternative fur Deutschland, (che incredibile coincidenza!!) è stata ripresa dai movimenti di destra nel resto del continente, Italia inclusa.
Contrapporre a questa parola d’ordine i crismi della razionalità (ruolo ormai decisivo dei lavoratori stranieri in molti settori del mondo del lavoro, argine alla denatalità e alla crisi demografica, il fatto che ci sono più italiani che emigrano all’estero che immigrati che arrivano in Italia etc.) non ha altrettanta efficacia.
Il nemico ha “fatto sistema” e costruito una narrazione semplificata che ostacola ogni ragionamento o argomentazione basata sul senso, rendendo risibili anche i richiami religiosi che si rivelano inefficaci davanti alla percezione – per quanto distorta – di una materialità dei propri interessi e della propria condizione di vita.
Del resto i tagli al welfare voluti dall’Europa, hanno reso l’accessibilità ai servizi o alle abitazioni più scarsa, innescando una “competizione in basso” sul poco rimasto o il sempre meno a disposizione: dalle prestazioni sociali alle case popolari.
Appellarsi ancora all’accoglienza, all’integrazione, alla pace o alle meraviglie dell’interculturalità non regge più al confronto/scontro con la narrazione razzista e a quella suprematista che ormai ispira anche le “guerre di civiltà” che contrappongono l’Occidente al resto del Mondo.
La soluzione o le soluzioni non potranno usufruire della invidiabile categoria della semplicità, ma dovranno prevedere di mettere in campo tutte le opzioni: da quelle relative alla gestione razionale dei flussi migratori e dell’esistenza dignitosa per chi è già arrivato nel paese (da un contratto regolare di lavoro a un tetto sulla testa) fino all’affrontamento con i gruppi razzisti e neofascisti, perché non basterà solo la battaglia delle idee.
Infine, e non certo per importanza, chi oggi vuole costringere con la forza gli immigrati alla “remigrazione”, sono gli stessi che hanno creato o accettato le condizioni affinché milioni di giovani italiani emigrassero all’estero. Hanno una visione meramente regressiva, adatta solo per un paese in declino. E su un contributo dalle istituzioni europee sarà bene non farsi illusioni, al contrario. Per questo vanno contrastati, affrontati... e fermati.
Nota
In termini percentuali, in media, circa il 6,4% dei residenti in un Paese dell’UE è cittadino di un Paese extracomunitario, si tratta di quasi 29 milioni di persone su 450 milioni di abitanti dei paesi aderenti all’Unione Europea.
Gli immigrati “irregolari” secondo le stime Eurostat a gennaio 2026 erano circa 1 milione. Le stime ottenute con altri sistemi di rilevamento sono più alte. La stima tra 2,6 e 3,2 milioni di irregolari in 12 paesi europei (tra cui Italia, Francia, Germania e Spagna) proviene dal progetto MIrreM (Measuring Irregular Migration and related Policies) .
Questo progetto, coordinato dall’Università di Oxford viene co-finanziato dall’Unione Europea. MIrreM stima il fenomeno presunto (tutti gli irregolari, intercettati e non). Il suo dato (2,6-3,2 milioni) è più completo come concetto, ma è meno preciso perché frutto di un calcolo indiretto.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
13/06/2026
Un’Europa in crisi cerca i suoi nuovi capri espiatori, come negli anni '30 del '900
28/10/2025
L’Irlanda non è qui
Bello. Giusto. L’unione fa la forza, è una verità che nemmeno la pubblicità ci aveva reso così banale. Ma andiamo a vedere chi hanno unito, e soprattutto, cosa è stato unito.
La signora Connolly, mi dicono, non è esattamente la cugina timida di D’Alema. Ha sparato a zero, ma proprio a zero, contro il “solito modello di business” e la “crescita infinita per il gusto della crescita che produce macelleria sociale”. Un attacco frontale, un colpo al cuore del Neo-Liberismo, quella religione laica che qui da noi è l’aria che respiriamo, la poltrona su cui dormiamo.
E qui viene il bello, il tragico, l’italiano.
Domanda: in Italia, un candidato così, anti-neo-liberista, che urla contro la macelleria sociale... chi diavolo lo appoggerebbe a sinistra?
Proviamo a fare l’appello, con la mano sul cuore e un sorrisetto amaro. Chi si unirebbe, ma proprio con l’anima in pace, per sconfiggere le destre sul terreno della coerenza?
Parliamo dei partiti che furono rossi, quelli che hanno firmato i peggiori trattati, quelli che hanno svenduto il patrimonio pubblico, quelli che il Neo-Liberismo l’hanno allattato al seno come un figlio scapestrato ma promettente.
Loro, che fanno? Cercano un “Campo Largo”. Un campo largo, sì, ma per le loro sedie. Un’unione per la conservazione del potere, non per la coerenza ideologica. Un’accozzaglia strategica, che non muove la pancia, ma solo il calcolo elettorale.
E poi ci sono i pochi, i coraggiosi, i coerenti. Quelli che stanno con la gente, quelli che, forse, stanno finalmente alzando la testa, ma non per vedere da che parte soffia il vento del “campo largo”, no. Sono troppo indaffarati a portare la gente in piazza, a sollecitare nuove energie, a svegliare chi ancora dorme. Le sirene neoliberiste dell’unità a tutti i costi non le sentono. Hanno altro da fare che guardare le poltrone.
Insomma, l’Irlanda unisce l’anti-sistema per vincere. L’Italia unisce il sistema (o quel che ne resta) per non morire. Una piccola, insignificante, ma fondamentale differenza.
La verità è che la gran parte della presunta sinistra italica è madre nel neoliberismo, o quantomeno collusa e felice di esserlo, finché c’è da spartire una briciola. Non possono appoggiare un candidato anti-sistema. Sarebbe come se il macellaio facesse campagna elettorale per l’Associazione Vegetariana.
Quindi, dove si guarda? Ancora una volta, siamo al solito punto, quello del “non voto” e della disperazione.
Forse, e dico forse, la speranza non è nel “campo largo” delle poltrone, ma nel “campo largo” delle piazze.
Sì, la speranza è lì. In quel popolo incazzato che finora si è allontanato dal voto. Quelli che si sono stancati del teatrino, del balletto di facce interscambiabili. Quelli che, magari, un giorno, decideranno di votare contro e non per, e di mettere lì, su quelle schede, un nome che non sia una bandiera sbiadita, ma un pugno in faccia al “solito modello di business”.
Finirà così? Non lo so.
Però, intanto, brava Catherine Connolly. Chissà cosa si prova ad avere una sinistra che non ha paura di dire la parola “Fondo Monetario Internazionale” senza aggiungere subito dopo “dobbiamo fare i compiti a casa”.
Fonte
26/10/2025
Connolly, in Irlanda c’è una presidente rivoluzionaria
L’elezione è avvenuta con una percentuale schiacciante del 63% contro il circa 30% della sua competitor. Si registra però un astensionismo record. L’affluenza al voto è sotto il 46% e la percentuale dei voti nulli è altissima, quasi l’8%.
Connolly, come Higgins, è stata iscritta al Labour Party. Ne è poi uscita per concorrere da candidata indipendente in parlamento, dove si è sempre distinta per le sue battaglie per la giustizia sociale, contro le diseguaglianze e contro l’interventismo occidentale nei conflitti in corso.
Inizialmente, quando ha annunciato la sua candidatura, è stata sostenuta soltanto dai partiti a sinistra del Labour, i Social Democrats e People Before Profit. Solo in un secondo momento si è unito anche il suo vecchio partito. Così ha fatto anche Sinn Féin, cambiando decisamente le sorti della sua candidatura.
Alcune dichiarazioni di Connolly nelle settimane precedenti il voto non lasciano adito a fraintendimenti circa la sua collocazione a livello internazionale. Su Israele, protettorato e avamposto del potere statunitense, ha affermato che «il genocidio è stato consentito e finanziato dal denaro americano», e ha espresso tutta la sua preoccupazione per l’industria militare e i suoi enormi profitti.
Ha criticato, ad esempio, la Germania, che «sta ridando vita alla sua economia attraverso l’industria militare», e spiegato che la plurisecolare storia di colonizzazione subita dall’Irlanda «ci consente di avere una prospettiva unica sul mondo, e dobbiamo usare la nostra voce per la pace».
Sulla Nato ha dichiarato, «non abbiamo niente da guadagnare e tutto da perdere nell’unirci ai poteri forti. Possiamo parlare di pace solo se manteniamo la nostra credibilità di stato neutrale».
I critici l’hanno spesso sollecitata sul suo presunto antiamericanismo, e negli ultimi giorni di campagna elettorale le è stato chiesto come si sarebbe comportata se avesse dovuto accogliere Trump in visita in Irlanda, dove possiede un golf resort. Connolly, impassibile, ha spiegato che l’avrebbe accolto cordialmente, salvo poi aggiungere che, se l’eventuale discussione verterà sul genocidio, «allora sarà tutta un’altra storia».
Questa e altre dichiarazioni hanno irritato non pochi in Irlanda, in primis tra i banchi del governo di centrodestra, che subisce una chiara lezione da queste presidenziali. I due partiti di cui si compone non hanno saputo esprimere un candidato unico. All’inizio i concorrenti erano due, Jim Gavin di Fianna Fail, costretto a ritirarsi per uno scandalo riguardante una proprietà in affitto (sebbene il suo nome sia rimasto sulla scheda e abbia ottenuto il 7% delle preferenze), e Heather Humphreys di Fine Gail, protestante originaria di una zona al confine tra Sud e Nord, rimasta in corsa fino alla fine ma senza mai suscitare davvero empatia con gli elettori.
La vittoria di Connolly, oltre alla inedita “riunificazione” delle sinistre, si deve senza dubbio al sostegno di Sinn Féin. Non a caso la presidente, nelle settimane passate, ha fatto spesso riferimento alla questione nazionale, e in termini inequivocabili. Ha detto di considerare la riunificazione irlandese una «conclusione scontata», anche perché «l’articolo 3 della costituzione dà voce alla ferma volontà del popolo irlandese di avere un’Irlanda unita». Non ha mancato, poi, di augurarsi di vedere questo scenario, già durante il suo settennato.
Connolly è una figlia del popolo cresciuta in una famiglia proletaria nel sobborgo di Galway. Il padre, carpentiere e impiegato nelle costruzioni navali, ha dovuto crescere una famiglia di 14 figli, dopo la scomparsa della moglie. Trasferitasi in Inghilterra, Connolly ha ottenuto un master in psicologia e una laurea in legge. E prima di dedicarsi interamente alla politica è stata avvocata e psicologa clinica.
Sebbene dal punto di vista istituzionale sembrerebbe non esserci stato alcuno scossone, una delle partite più difficili, per Connolly, sarà proprio quella di confrontarsi con l’eredità immensa di Higgins, un presidente artista che, come e più di lei, negli ultimi quattordici anni non ha mai lesinato feroci critiche all’ordine mondiale, scagliandosi, ad esempio, sin dall’inizio contro le politiche genocidarie di Israele, di cui ha ricevuto gli strali.
Altra incognita per lei sarà il momento di grande complessità sociale in cui avviene il passaggio di consegne. Ad esempio, nei giorni passati a Dublino si sono viste proteste violente nei pressi di un albergo che ospita immigrati e richiedenti asilo. I tumulti, scatenati dalla presunta notizia di una violenza sessuale subita da una giovane nelle vicinanze dell’hotel, sono stati sedati con fermezza dalla polizia, bersagliata però da sassaiole e lanci di petardi. Le forze dell’ordine sono state costrette a presidiare per giorni il sito.
Si tratta di eventi non più così rari in Irlanda, alimentati dalla destra pro Brexit alleata delle frange oltranziste del Nord. Nulla sembra suggerire che l’atmosfera si alleggerirà a breve. Soprattutto dopo che Sinn Féin in settimana ha proposto a governo e parlamento una mozione per iniziare a pianificare formalmente un processo che, nei loro auspici, dovrebbe portare alla riunificazione.
Fonte
02/12/2024
Irlanda - Lo Sinn Féin rincula, l’estrema destra non sfonda
Le elezioni irlandesi del 29 novembre avrebbero potuto vedere la storica affermazione dei nazionalisti di sinistra del Sinn Féin, ma il risultato dei repubblicani è stato notevolmente inferiore anche a quello conseguito nel 2020.
Mentre scriviamo lo spoglio è ancora in corso – a causa di un complesso sistema elettorale, di tipo proporzionale ma basato sul “voto unico trasferibile” – ma le percentuali delle varie formazioni in lizza si sono stabilizzate permettendo di tracciare un bilancio abbastanza preciso, anche se per la distribuzione definitiva dei seggi al Dáil Éireann (che in totale aumenteranno da 160 a 174 grazie a una recente riforma) occorrerà aspettare ancora diverse ore.
I risultati
Se alle scorse elezioni lo Sinn Féin aveva conquistato la vetta con il 24,53%, frutto di un forte balzo in termini di consensi, stavolta si deve accontentare del 19,01% e del terzo posto.
In vetta è arrivato il Fianna Fáil, storico partito di centrodestra, con il 21,86%, praticamente la stessa percentuale ottenuta quattro anni fa (22,18%).
Subito dietro si posiziona l’altro storico partito di centrodestra, il Fine Gael, con il 20,8%, eguagliando esattamente il risultato del 2020.
In quarta posizione ma a grande distanza si posizionano i Socialdemocratici (centrosinistra) che con il 4,81% migliorano sensibilmente rispetto al 2,9% raggranellato alla precedente tornata.
Subito dietro si piazzano i Laburisti (sinistra moderata) con il 4,65%, risultato leggermente migliore rispetto al 4,38% di quattro anni fa.
Dalle elezioni escono invece sconfitti i Verdi (centrosinistra) che crollano dal 7,13 al 3,04%, puniti per la loro partecipazione ad un governo di centrodestra formato dalle due forze politiche conservatrici eredi degli opposti schieramenti che si sono combattuti durante la guerra civile. Dopo essersi alternati al potere negli ultimi cento anni, nel 2020 Fine Gael e Fianna Fáil hanno per la prima volta dovuto optare per una coalizione e imbarcare gli ecologisti per sbarrare la strada ai nazionalisti di sinistra.
People Before Profit, la coalizione di sinistra radicale legata ad alcuni movimenti sociali, migliora invece leggermente il proprio bottino passando dal 2,63 al 2,84%.
Tra le diverse formazioni di una magmatica galassia conservatrice sempre più affollata, due hanno ottenuto risultati di rilievo. Aontú (“Unità”), un partito creato nel 2019 dall’ex parlamentare dello Sinn Féin Peadar Tóibín, ha ottenuto un discreto 3,9% dei voti e 2 eletti. In rotta con la linea progressista dei repubblicani sui diritti civili, Tóibín e altri membri dell’ala tradizionalista del partito hanno accentuato negli ultimi anni il loro profilo identitario pur affermando di difendere un programma economico di centrosinistra e di continuare a battersi per la riunificazione dell’Irlanda.
Nel nuovo Dáil Éireann siederanno anche 4 rappresentanti di Independent Ireland (3,6%), una formazione costituita recentemente da alcuni ex membri del Sinn Féin e da vari indipendenti che dichiara un profilo politico conservatore (aderisce al gruppo liberale europeo Renew Europe come il Fianna Fáil) ma ha posizioni molto dure sull’immigrazione.
Si conferma in questa tornata l’appeal dei candidati indipendenti – che spaziano ideologicamente dall’estrema sinistra all’estrema destra – che hanno conquistato, in totale, più del 13% dei consensi rivelando una crescente frammentazione del sistema politico e un calo dei consensi nei confronti dei partiti. L’aumento della disaffezione si conferma anche nel calo dell’affluenza che passa dal 62,9% al 59,71%.
Visti i risultati, sicuramente i due partiti maggiori cercheranno di confermare la maggioranza uscente, sostituendo i Verdi con gli altri partiti di centrosinistra ed eventualmente con alcuni indipendenti.
Il passo falso del Fine Gael
Le elezioni avrebbero dovuto tenersi entro marzo 2025, ma il Taoiseach (primo ministro, in gaelico) Simon Harris – subentrato nella primavera del 2024 a Leo Varadkar sia come leader del Fine Gael sia come capo del governo – ha voluto giocare la carta delle elezioni anticipate sulla base dei sondaggi che ne attestavano la crescente popolarità dandolo al 27% mentre lo Sinn Féin perdeva consensi rispetto al boom degli anni scorsi.
Molto concentrato a dare di sé un’immagine dinamica e moderna, il più giovane premier nella storia dell’Irlanda è stato subito ribattezzato “Tik Tok Taoiseach” per il suo presenzialismo sui social.
Poco prima di sciogliere il parlamento bicamerale, ha approfittato di un generoso surplus di bilancio, assicurato dai crescenti introiti fiscali versati dalle multinazionali (soprattutto statunitensi) che hanno stabilito il proprio domicilio fiscale nel paese che garantisce loro una delle tassazioni più basse del mondo, per varare una finanziaria elettorale ricca di bonus ed elargizioni.
Simon Harris aveva a disposizione 8 miliardi di euro da spendere – cifra consistente su un Pil intorno ai 500 miliardi – ed ha ben pensato di utilizzarne un paio per oliare la sua campagna elettorale, assicurando che il prossimo anno ogni lavoratore si troverà mille euro in più in busta paga. Le misure “natalizie” vanno da un aumento dei bonus garantiti alle famiglie con figli a quelli miranti ad alleviare il peso delle bollette fino ad un alleggerimento della tassazione sui redditi da lavoro inferiori ai 44 mila euro annui. Il salario minimo dovrebbe aumentare del 6%, arrivando a 13,50 euro l’ora, il secondo più alto d’Europa dopo quello garantito dal Lussemburgo. Altri fondi sono stati destinati ad alleviare il peso degli affitti sulle famiglie con redditi più bassi.
Il governo ha scelto però di non spendere i 14 miliardi di euro di tasse non pagate dalla Apple negli Stati Uniti e che la multinazionale dovrà versare a Dublino obbedendo ad una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. I fondi verranno versati su due nuovi fondi sovrani. Il centrodestra intende comunque finanziare ingenti investimenti sulla rete elettrica, il sistema idrico e il sistema dei trasporti, venendo incontro alle pressanti richieste delle imprese che gestiscono i voracissimi data center ma anche di una popolazione in crescita.
Nonostante una partenza “col botto”, in poche settimane di campagna elettorale Simon Harris ha però dilapidato il suo vantaggio. Anche se la situazione economica in generale è buona – il tasso di disoccupazione supera di poco il 4% – la maggioranza dell’opinione pubblica considera una priorità la soluzione alla crisi degli alloggi, che sono scarsi e i cui prezzi sono ormai inavvicinabili.
Molte preoccupazioni e malcontento generano il costo della vita e l’insufficienza dell’assistenza sanitaria pubblica. In molte regioni, poi, la popolazione si lamenta per la mancanza di insegnanti nelle scuole e dei prezzi degli asili nido.
Il problema della casa è sicuramente il più rilevante. Negli ultimi quattro anni la forza lavoro nel paese è aumentata di 600 mila unità, raggiungendo quota 2,8 milioni. La stragrande maggioranza sono immigrati provenienti da altri stati dell’Unione Europea, attirati nell’isola verde dai posti di lavoro offerti dalle multinazionali. A questi si aggiungono circa 110 mila cittadini ucraini arrivati in Irlanda dal 2022, solo parte dei quali sono ospitati in centri d’accoglienza. Seguono i lavoratori immigrati provenienti soprattutto da Brasile, India, Pakistan, Cina, Filippine e Sudafrica.
Il rapido e consistente aumento dei residenti ha aggravato fortemente la crisi degli alloggi – gli esperti calcolano che ne manchino almeno 300 mila – ed ha portato vicino al punto di rottura un sistema sanitario molto fragile. Il governo di coalizione ha dimostrato, al di là delle mance elettorali, di non essere in grado di aggredire e risolvere il problema. In più, durante una tappa della campagna elettorale, il taoiseach Harris ha maltrattato, davanti a numerosi giornalisti, la dipendente di una fondazione che assiste disabili che lo aveva accusato di non avere a cuore i lavoratori del settore.
Nel corso di un’iniziativa di sostegno a un candidato del Fine Gael, inoltre, l’amministratore delegato di Ryanair, Michael O’Leary, ha attaccato gli insegnanti – «non ho niente contro di loro ma non ne assumerei molti» – facendo arrabbiare molti potenziali elettori.
Lo Sinn Féin si sgonfia
Dopo l’esclusione dal governo nel 2020, i repubblicani hanno condotto una campagna elettorale permanente e aggressiva.
I nazionalisti di sinistra hanno chiesto al governo di investire una quota maggiore del surplus di bilancio per risolvere finalmente il problema della casa piuttosto che per diminuire il debito pubblico. Il Sinn Féin, in caso di vittoria, aveva promesso di stanziare 39 miliardi in 5 anni per far costruire un gran numero di alloggi, sovvenzionati dallo stato, da rivendere a prezzi ampiamente inferiori a quelli di mercato, e di iniettare consistenti risorse aggiuntive nell’istruzione, nella sanità e in progetti per ammodernare le infrastrutture del paese, spesso fatiscenti.
Nei due anni successivi alle scorse elezioni i sondaggi hanno attestato una forte ascesa dei repubblicani, arrivati a conquistare il 36% delle intenzioni di voto. A metà del 2022, però, la tendenza ha cominciato a invertirsi e alle elezioni amministrative e poi alle europee, nei mesi scorsi, i repubblicani hanno portato a casa risultati abbastanza magri.
A minare la fiducia nel partito che si batte per la riunificazione dell’isola sono stati innanzi tutto una serie di scandali. A metà ottobre la leader del partito Mary Lou McDonald è dovuta intervenire in parlamento per dar conto di quattro gravi episodi che hanno interessato membri anche importanti del Sinn Féin costretti a dimettersi. Tra questi spicca il caso dell’ex addetto stampa del partito Michael McMonagle, dichiaratosi colpevole di diversi reati legati alla pedofilia commessi mentre lavorava per l’ufficio della prima ministra dell’Irlanda del Nord, Michelle O’Neil. In questo e in altri casi la dirigenza ha evitato di rendere conto tempestivamente ed in maniera esauriente delle inchieste a carico di alcuni dei suoi eletti e responsabili, dando l’impressione di voler nascondere la verità per non danneggiare il partito.
Ma sicuramente le difficoltà maggiori le ha provocate il disagio – sfruttato ad arte dall’estrema destra – suscitato in una parte dell’elettorato popolare dei repubblicani dal repentino aumento dell’immigrazione, causato dall’arrivo di più di 100 mila rifugiati ucraini e da decine di migliaia di richiedenti asilo in un territorio che è da sempre terra di emigrazione (tuttora in molti prendono la via dell’Australia e degli USA) ma non aveva mai, prima d’ora, sperimentato l’immigrazione che rappresenta, ormai, il 20% dei 5,3 milioni di abitanti della Repubblica.
Nel 2020 erano state presentate in Irlanda solo 2.195 domande di protezione internazionale, ma nel 2022 le richieste sono diventate 11.115 per salire a 20 mila nei primi nove mesi del 2024.
La cattiva gestione da parte delle autorità e la propaganda dell’estrema destra che tende a incolpare immigrati e rifugiati di tutti i problemi – in primis l’aumento della criminalità – hanno rapidamente riscaldato il clima. Dal 2022 gruppi razzisti violenti si sono dedicati ad assaltare, quando non a incendiare, i centri di accoglienza, ad animare rivolte notturne e a diffondere fake news.
All’inizio dell’anno, quando Simon Harris ha sostituito l’impopolare Leo Varadkar alla guida del governo, ha impresso una svolta a destra alle politiche dell’esecutivo sull’immigrazione, sgomberando alcune tendopoli di immigrati a Dublino e sforbiciando i sussidi.
Lo Sinn Féin ha criticato il governo e si è impegnato in una campagna di denuncia delle falsificazioni dei gruppi razzisti (che oltretutto contendono ai repubblicani l’eredità indipendentista), ma al tempo stesso ha rivisto il proprio programma sull’immigrazione, promettendo in caso di vittoria di creare una “Immigration Management Agency” per gestire più razionalmente i flussi, di accelerare le decisioni in materia di asilo e le espulsioni, e di tagliare i sostegni statali ai rifugiati ucraini.
La destra cresce ma non sfonda
Visti i risultati, una parte del potenziale elettorale repubblicano ha scelto evidentemente di votare per partiti di destra ed estrema destra che però, contrariamente alle aspettative, non sfondano, penalizzati dalla frammentazione e dal sistema elettorale.
Mentre scriviamo sembra che l’estrema destra non sia riuscita a far eleggere nessun candidato, dopo l’irruzione di alcuni eletti nelle istituzioni locali del giugno scorso, anche se rispetto al 2020 i consensi a quest’area sono notevolmente aumentati.
Dei sessanta candidati dell’estrema destra presentatisi alle elezioni di venerdì scorso, una trentina sono riconducibili alla “National Alliance”, una federazione composta dal National Party, dagli Irish People, da Ireland First e da altri gruppi.
Fonte
22/05/2024
Irlanda, Norvegia e Spagna riconoscono lo stato di Palestina. Italia… non pervenuta
Il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez ha dichiarato tra gli applausi del parlamento che il suo paese riconoscerà uno stato palestinese indipendente.
Anche il ministro degli Esteri norvegese Espen Barth Eide ha confermato il riconoscimento ufficiale della Palestina da parte del suo paese.
Da indiscrezioni sembra che anche Slovenia e Malta procederanno nella stessa direzione nei prossimi giorni.
La Presidenza dell’Autorità Palestinese plaude al sostegno dato dai tre paesi negli ultimi anni ai diritti del popolo palestinese e ai loro voti a favore dell'”autodeterminazione palestinese sulla loro terra”.
La Presidenza dell’Autorità Palestinese invita inoltre gli altri paesi europei a seguire il loro esempio e a riconoscere uno Stato palestinese “al fine di raggiungere una soluzione a due Stati basata sulle risoluzioni internazionali e sui confini del 1967”.
Anche l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) ha rilasciato una dichiarazione in cui accoglie con favore la decisione di Norvegia, Spagna e Irlanda.
Hussein al-Sheikh, segretario generale del Comitato Esecutivo dell’OLP, scrive su X che questi sono “momenti storici in cui il mondo libero trionfa per la verità e la giustizia dopo lunghi decenni di lotta nazionale palestinese” e che “questa è la strada per la stabilità, la sicurezza e la pace nella regione”.
Hamas ha affermato che la “coraggiosa resistenza palestinese” ha spinto Irlanda, Spagna e Norvegia a riconoscere lo Stato palestinese. “Questi riconoscimenti sono il risultato diretto di questa coraggiosa resistenza e della leggendaria fermezza del popolo palestinese. Crediamo che questo sarà un punto di svolta nella posizione internazionale sulla questione palestinese”, ha detto all’Afp Bassem Naim, membro dell’ufficio politico di Hamas.
Ovviamente rabbiose le reazioni israeliane. Il ministro degli Esteri Israel Katz ha richiamato gli ambasciatori israeliani in Irlanda e Norvegia per consultazioni immediate. “Sto inviando un messaggio inequivocabile all’Irlanda e alla Norvegia: Israele non lascerà che questo accada in silenzio” aggiungendo che farà lo stesso con la Spagna se seguirà l’esempio degli altri paesi.
L’Italia? Non pervenuta.
Fonte
24/06/2022
“La riunificazione dell’Irlanda è l’obiettivo principale del Sinn Féin”
Dopo le elezioni dell’Assemblea di Stormont del maggio di quest’anno, abbiamo intervistato i compagni dell’Ógra Sinn Féin, l’organizzazione giovanile della storica organizzazione indipendentista repubblicana.
Ci siamo concentrati sulla situazione nell’Isola, la crisi dell’unionismo, la proposta del referendum sull’unificazione e la guerra.
Con l’ultima elezione dell’Assemblea di Stormont, il Sinn Féin è diventato il primo partito non solo dell'”Irlanda del Nord” ma di tutta l’Irlanda, dopo l'”exploit” nelle elezioni di febbraio 2020 nell’EIRE. Michelle O’Neill del SF, che dovrebbe essere il primo ministro, è stata la politica più votata. Potete parlarci della sua campagna politica e dei temi principali, considerando l’aggravarsi della crisi sociale?
La scorsa campagna elettorale per l’Assemblea di Stormont si è concentrata sulla crisi sociale ed economica che i lavoratori dell’Irlanda del Nord devono affrontare.
La priorità del Sinn Féin è quella di realizzare un cambiamento reale nelle comunità e di lavorare per affrontare l’aumento del costo della vita e la mancanza di accesso ad alloggi, assistenza sanitaria e istruzione di qualità. Rispondere a questi problemi è possibile solo con un’Assemblea e un Esecutivo funzionanti, ed è per questo che per tutta la durata delle elezioni abbiamo ribadito che saremmo rientrati in queste istituzioni a prescindere dal risultato, e abbiamo costantemente incoraggiato gli altri partiti a fare lo stesso.
Il Sinn Féin è uscito da queste elezioni con un chiaro mandato per nominare un Primo Ministro e perseguire un programma inclusivo e progressista. Questo risultato fa parte di una tendenza più ampia in tutta l’Irlanda a favore del cambiamento. È sempre più chiaro che la gente, sia a nord che a sud, ne ha abbastanza degli Stati reazionari nati dalla spartizione di cento anni fa, e ne ha abbastanza dell’economia di sfruttamento che è stata al centro di tante questioni in questo Paese.
I problemi che affrontiamo oggi non possono essere risolti senza un cambiamento fondamentale dell’Irlanda, che comprenda non solo la riunificazione del nostro Paese, ma anche la costruzione di una nuova Repubblica basata sugli ideali del Proclama del 1916 e sui principi di giustizia sociale e di uguaglianza economica.
Il DUP sta attuando una sorta di boicottaggio politico per bloccare la formazione dell’esecutivo dell’Assemblea di Stormont e per fare pressione sul governo Tory del Regno Unito affinché cambi il protocollo firmato dopo la Brexit con l’UE. Liz Truss sembra voler cambiare il protocollo anche senza un accordo con l’UE. Come pensate che si svilupperà questa crisi politica in Irlanda e nel Regno Unito, considerando che da febbraio non è stato formato un esecutivo?
Non è possibile prevedere come si svilupperà questa crisi, ma sappiamo che l’unica soluzione permanente è l’unità irlandese. Boris Johnson sta usando l’Irlanda come strumento politico per mantenersi al potere, ed è disposto a mettere a rischio l’Accordo del Venerdì Santo. I conservatori non si sono mai preoccupati di ciò che è meglio per l’Irlanda e agiscono solo per i loro cinici interessi politici.
Ora abbiamo bisogno di una mobilitazione popolare in tutta l’Irlanda a sostegno dell’Accordo del Venerdì Santo e che il governo di Dublino raccolga il sostegno internazionale per chiedere conto al governo britannico.
Il cosiddetto fronte “unionista” sembra essere in crisi, in particolare il rapporto con il DUP e i militanti radicalizzati dell’estrema destra. Ci potete descrivere cosa è successo e se pensate che ci sia un pericolo reale per gli Accordi del Venerdì Santo?
La crisi dell’unionismo politico è dovuta alla sua stessa rigidità. Il semplice fatto è che i giorni di uno Stato unionista monopartitico in Irlanda sono finiti, e alcuni si rifiutano di accettarlo. Non sono disposti ad accettare la realtà che viviamo in un Paese che sta cambiando e non sono disposti a fornire alcun tipo di visione positiva per il futuro. Questo ha portato a un indebolimento del loro sostegno e ha aggiunto slancio alla causa del cambiamento costituzionale in Irlanda.
Esiste un pericolo reale per l’Accordo del Venerdì Santo, ma questa minaccia proviene innanzitutto dal governo britannico e dal suo atteggiamento sconsiderato nei confronti dell’Irlanda. Il DUP non ha appoggiato l’Accordo del Venerdì Santo nel 1998 e non lo appoggia ora. Il loro rifiuto di accettare la democrazia non ostacolerà il progresso in Irlanda.
La stragrande maggioranza dei cittadini nordirlandesi sostiene l’Accordo e ha tratto enormi benefici dalla sua attuazione. Dobbiamo lavorare instancabilmente per assicurarci che l’Accordo sia protetto in tutte le sue parti, ma siamo fiduciosi che rimarrà la chiave per la pace e la riconciliazione in Irlanda.
In Scozia, l’SNP ha vinto le elezioni e ha avviato una mobilitazione per un secondo referendum sull’indipendenza, anche se i conservatori non lo accettano. Pensate che sia giunto il momento di iniziare a pianificare un referendum per l’unificazione dell’Irlanda, e quali saranno le condizioni per avviare questo tipo di campagna politica?
È da tempo che è giunto il momento di iniziare a pianificare un referendum sull’unità irlandese. Il sostegno alla riunificazione è a un livello record e ogni segnale indica che questo dato si sta rafforzando. La riunificazione dell’Irlanda è l’obiettivo primario del Sinn Féin e dell’Ógra Shinn Féin, e il perseguimento di questo obiettivo è al centro di tutto ciò che facciamo.
Vogliamo costruire un’Irlanda completamente nuova che sia una casa per tutti gli abitanti dell’isola. Si tratta di un progetto enorme che richiederà il contributo e il lavoro di tutti in tutto il Paese, sia dei repubblicani del Sud sia degli unionisti del Nord. È estremamente importante che il governo di Dublino, così come i partiti politici, i sindacati e altre organizzazioni in tutta l’Irlanda, assumano un ruolo attivo nella preparazione non solo del referendum, ma della riunificazione stessa.
Il governo britannico è profondamente coinvolto nella guerra in Ucraina ed è uno dei membri più “falchi” della NATO; potete dirci qual è la posizione del Sinn Féin, storicamente contrario alla NATO, e se oggi esiste un movimento per la pace?
Il Sinn Féin crede fermamente nella neutralità irlandese ed è assolutamente contrario all’adesione alla NATO e alla crescente militarizzazione dell’Europa. Nonostante i migliori sforzi dell’attuale governo e dei suoi predecessori, il mantenimento della neutralità è ancora molto popolare tra la popolazione.
L’adesione alle alleanze militari della NATO e dell’UE non servirebbe a proteggere l’Irlanda, ma solo a favorire gli interessi imperialisti. La nostra neutralità è la nostra più grande risorsa all’estero e ci permette di perseguire una politica estera attiva e indipendente. L’Irlanda deve continuare a usare la sua voce e le sue risorse a sostegno dell’autodeterminazione e della pace nel mondo.
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14/05/2022
Irlanda del Nord - Sinn Féin primo partito
Lo storico risultato alle elezioni di Stormont, in Irlanda del Nord, la scorsa settimana, in cui il partito indipendentista ha ottenuto 27 deputati, superando gli “unionisti” del DUP di Jeffrey Donaldson – fermi a 25 – si somma all’exploit alle urne in EIRE del febbraio del 2020, in cui è risultato il partito più votato con il 24,5% delle preferenze.
Ha ottenuto più di 250 mila voti, contro i 184 mila degli unionisti del Dup, mentre circa 116 mila voti sono andati ai “centristi” dell’Alliance Party.
La candidata del Sinn Féin e futura Prima Ministra Michelle O’Neill ha ottenuto più di 10 mila preferenze.
La formazione politica repubblicana, che i media mainstream si ostinano a chiamare “ex braccio politico dell’IRA” nonostante siano passati circa 25 anni dalla fine dei Troubles, ha condotto una campagna elettorale simile a quella svolta due anni fa per il parlamento di Dublino, concentrandosi sugli effetti più impattanti dell’attuale crisi sociale.
Focalizzarsi sulle questioni bread and butter è risultata una tattica vincente ai fini elettorali.
Hanno avuto la priorità la disastrosa situazione della sanità – sia per quanto riguarda l’utenza che il personale che vi opera – il disagio abitativo dovuto alla speculazione edilizia e in ultimo, ma non meno importante, il costo della vita, mettendo in secondo piano le questioni legate all’unificazione dell’Isola, storica rivendicazione indipendentista al centro di una specifica campagna repubblicana.
Mary Lou McDonald, leader del SF succeduta a Gerry Adams, ha ribadito recentemente che il partito spingerà per la riunificazione, ma in maniera “pianificata, ordinata, democratica, ed interamente pacifica”, intravedendo questa possibilità in cinque anni e ribadendo che la cosa più importante è che “la preparazione cominci ora”.
Michelle O’Neill, futuro primo ministro, ha promesso di investire un miliardo di sterline per affrontare il problema delle liste d’attesa e sostenere i lavoratori della sanità, mettendo nelle tasche delle Sei Contee 334 milioni di sterline.
Nel dettagliato manifesto elettorale Time for real change sono elencati i problemi che il SF intende affrontare e le ricette per risolverli: costo della vita, salute, pianificazione dell’unificazione, economia, casa, istruzione, diritti dei lavoratori, comunità rurali, crisi climatica, eguaglianza, diversità ed inclusione sono i punti esposti nella 20 pagine che compongono il programma.
Gli unionisti del DUP, che nell’assetto politico istituzionale previsto dai Good Friday Agreements, devono condividere il potere con il Sinn Fein – ma che saranno costretti per la prima volta a cedere il posto di Primo Ministro alla candidata repubblicana – hanno puntato tutto sul pericolo di un ipotetico successo repubblicano e sul superamento del protocollo firmato nel 2019 da Gran Bretagna e UE.
Tale accordo, che ora Londra vorrebbe mettere in discussione dicendosi pronta a cambiarlo anche unilateralmente, era stato il risultato delle trattative sulla Brexit dopo il divorzio tra Londra e Bruxelles, avviato con il referendum del 2016, che aveva visto la vittoria del Leave.
Liz Truz, ministra degli Esteri britannica, è stata perentoria affermando che preferirebbe una “soluzione negoziata” ma che non esiterà ad “agire per stabilizzare la situazione in Irlanda del Nord se non saranno trovate soluzioni”, facendo andare su tutte le furie Bruxelles che minaccia una guerra commerciale nel caso la Gran Bretagna agisse unilateralmente.
Bisogna dire che nel 2016 la maggioranza dei nord-irlandesi votò per il Remain, mentre il Democratic Unionist Party si espresse per un divorzio dalla UE, alleandosi come sempre ai conservatori britannici che avevano promosso il referendum.
Gli unionisti vennero poi “scaricati” da Boris Johnson, dopo le ultime elezioni britanniche, una volta che i loro voti non risultavano più necessari per assicurare il governo dei tories.
I risultati dell’accordo sono diventati legge il primo gennaio dello scorso anno, ma hanno causato la feroce opposizione unionista, nuovamente radicalizzata dopo la fine dei Troubles, sulla questione dei controlli sugli standard per le merci alimentari che entrano in Irlanda del Nord, secondo le regole del mercato unico dell’Unione Europea, da effettuarsi nei porti nord-irlandesi.
Un accordo frutto di un compromesso scricchiolante, come dimostrano le attuali parole della Foreign Secretary britannica Liz Truz, che vorrebbe cambiare l’accordo su pressione degli unionisti.
Il DUP ha minacciato il boicottaggio dell’iter per la formazione del nuovo esecutivo, dopo le dimissioni dell’ex primo ministro unionista all’inizio dell’anno – sempre sulla questione del protocollo – che avevano portato alle elezioni.
Questo “boicottaggio” tiene di fatto in ostaggio il Sinn Fein che non può così realizzare quelle misure di emergenza sociale che erano stato il fulcro della sua campagna elettorale.
L’alternativa al protocollo sarebbe stata il portare il confine tra UE e Gran Bretagna lungo quella linea immaginaria ed artificiale che da un centinaio d’anni divide l’Isola tra EIRE e Irlanda del Nord.
Cosa che avrebbe creato non pochi problemi, vista la possibilità non peregrina di un riaccendersi delle tensioni, viste le minacce dei dissidenti repubblicani che hanno continuato la lotta armata, abbandonata dall’IRA, e il sentimento universale che considera quel confine una barriera artificiale.
La crisi di egemonia del DUP sul fronte unionista, ed il tentativo di una sua nuova legittimazione tra le file della comunità orangista, più volte sull’orlo dello strappo, insieme all’affermazione del Sinn Fein, oltre a paralizzare il governo nord-irlandese, per una sorta di effetto domino ha investito la politica britannica ed i rapporti tra il Regno Unito e l’Unione Europea, minacciando quell’”unità euro-atlantica” funzionale ai progetti statunitensi, e preoccupa ora non poco Washington.
A 106 anni dall’esecuzione di James Connolly, da parte della Corona Britannica, le sue parole assumono ancora maggiore significato: “Il Governo britannico non ha diritto sull’Irlanda, non ha mai avuto alcun diritto sull’Irlanda, e non lo avrà mai sull’Irlanda”.
Fonte
12/12/2020
I paradisi fiscali europei
L’elusione fiscale internazionale
Secondo le stime più recenti, almeno il 40% dei profitti esteri delle
multinazionali è dichiarato in «paradisi fiscali», cioè in paesi che
applicano aliquote tra il 5 e il 10% o, in alcuni casi, pari a zero. Si
tratta di almeno 800 miliardi di dollari di reddito sottratti alla
tassazione in nazioni che non hanno regimi fiscali aggressivi, come
Francia, Italia, Germania o Stati Uniti[1]. I profitti delle multinazionali non si dirigono solo verso paradisi offshore
come le Isole Cayman, le Bermuda o le Seychelles. Nei complessi schemi
dell’elusione fiscale internazionale hanno un importante ruolo anche
alcuni Stati membri dell’Unione Europea: Lussemburgo, Olanda, Belgio e
Irlanda, ai quali si aggiungono Malta e Cipro.
Per ridurre il carico fiscale, le multinazionali utilizzano diverse
tecniche. Quella più semplice consiste nella creazione di una società
controllata con sede in un paradiso fiscale, in cui spostare gli utili
conseguiti dalle altre società del gruppo. Un’altra tecnica è quella del
transfer pricing, che consiste nell’effettuare transazioni
(prestiti, cessioni di marchi e brevetti o servizi) tra società che
fanno capo a una controllante che ha sede in un paradiso fiscale. In
alcuni casi, le multinazionali possono beneficiare di accordi fiscali (tax ruling) con le autorità nazionali, come quelli al centro dello scandalo LuxLeaks, scoppiato nel 2014.
Sulla base di documenti riservati della società di consulenza
PricewaterhouseCoopers (PwC), il consorzio internazionale dei
giornalisti d’inchiesta (ICIJ), rivelò come le autorità fiscali del
Lussemburgo avessero concesso a 340 multinazionali (tra cui Apple,
Deutsche Bank, Ikea, Nike, Pepsi) di poter beneficiare, tra il 2002 e il
2010, di aliquote effettive irrisorie, a volte inferiori all’1%, sui
profitti realizzati in paesi a più elevata tassazione[2]. Lo scandalo LuxLeaks
ebbe enorme risonanza, ma praticamente nessuna conseguenza. Lo attesta
la “Relazione sui reati fiscali, l’evasione e l’elusione fiscale”,
approvata dal Parlamento Europeo nel 2019, in cui si “deplora il fatto
che, a quasi cinque anni dalle rivelazioni di LuxLeaks, la Commissione abbia aperto un’indagine formale solo in uno degli oltre 500 ruling in materia fiscale concessi dal Lussemburgo”[3].
Nessun paese europeo rientra nella cosiddetta «lista nera» dei
paradisi fiscali (ufficialmente giurisdizioni non-cooperative ai fini
fiscali) adottata dal Consiglio d’Europa[4].
Eppure, non c’è alcun dubbio che alcuni Stati membri della UE svolgano
un ruolo centrale nel trasferimento di capitali verso giurisdizioni a
fiscalità privilegiata.
Società buca-lettere e investimenti fantasma
Uno degli indizi dell’importanza di alcuni centri finanziari europei
nel sistema internazionale dell’elusione fiscale, è dato dagli enormi
flussi di investimenti diretti esteri che vi si dirigono. Lo conferma la
citata «Relazione sui reati fiscali e l’evasione» del Parlamento
Europeo, che evidenzia come l’elevato livello di investimenti esteri
rispetto al Pil in Belgio, Cipro, Ungheria, Irlanda, Lussemburgo, Malta e
Olanda sia solo in parte spiegato da attività economiche effettive[5].
Parte degli investimenti esteri è destinato, infatti, a sussidiarie o
«società a destinazione specifica». Si tratta, spesso, di società
«buca-lettere», cioè entità giuridiche senza consistenza fisica e che
non svolgono alcuna attività economica reale, costituite per minimizzare
il carico effettivo globale delle multinazionali. Secondo la Banca
Centrale olandese, le società «buca-lettere» costituite in Olanda da
imprese multinazionali sarebbero ben 15.000[6]. Attraverso queste società transitano investimenti esteri «fantasma»[7].
Nonostante si tratti di due nazioni piccole per dimensioni economiche
e demografiche, Lussemburgo e Olanda attraggono più investimenti
diretti esteri della Cina (Fig. 1). Nel complesso, i livelli degli
investimenti esteri nei due paesi europei sono di poco inferiori a
quelli degli Stati Uniti, la più grande economia al mondo. Per avere
un’idea, si consideri che, nel 2019, lo stock (livello) di
investimenti esteri in ingresso in Olanda era di 4.445.969 milioni di
dollari, in Lussemburgo di 3.422.838 milioni, mentre in Italia di
445.715 milioni di dollari. Ma quanti di questi sono effettivi e quanti,
invece, investimenti fantasma?
I dati della tabella 1 offrono una prima risposta. Nel 2019, il livello (stock) degli investimenti esteri in entrata rappresentava il 4.928% del Pil del Lussemburgo e il 490% di quello dell’Olanda. Valori stratosferici che, però, scendono al 185% e al 193% del Pil quando si escludono gli investimenti verso le società a destinazione specifica.
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| Tab. 1. Investimenti diretti esteri in entrata (stock) rispetto al Pil nel 2019 (%) Per il Belgio, i dati si riferiscono al 2018. Fonte: OECD, FDI in figures, April 2020. |
In altri termini, ben il 96% dello stock di investimenti esteri in entrata in Lussemburgo, il 60,6% di quelli in Olanda e il 55% di quelli in Belgio è riconducibile a società a destinazione specifica, molte delle quali sono, come detto, società «buca-lettere». Mancano i dati per l’Irlanda, Malta e Cipro, anche se è riconosciuto che questi paesi hanno un ruolo importante per l’elusione fiscale internazionale. Se Lussemburgo e Olanda sono ai primi posti al mondo nell’attrazione di investimenti fantasma, l’Irlanda è tra le prime dieci destinazioni[8].
Le tasse perdute delle nazioni
L’elusione e l’evasione fiscale internazionale sottraggono annualmente entrate ai bilanci degli Stati: risorse che potrebbero essere destinate al finanziamento di servizi essenziali. Secondo le stime più recenti, l’elusione e l’evasione internazionali causano agli Stati della UE una perdita di entrate fiscali di 170 miliardi di euro all’anno. Di questi, 60 miliardi derivano dall’elusione delle società multinazionali, 46 dal trasferimento di patrimoni da parte di individui e 64 miliardi da frodi dell’Iva. Mentre la maggior parte dei paesi si impoverisce, sei Stati europei (Belgio, Cipro, Irlanda, Lussemburgo, Malta e Olanda) traggono, invece, benefici dall’elusione dei profitti da parte delle imprese multinazionali[9].
Secondo il Tax Justice Network (Rapporto 2020), a causa all’evasione e dell’elusione fiscale internazionale, l’Italia perde annualmente 12,4 miliardi di dollari (circa 10 miliardi di euro), corrispondenti al 2% delle entrate fiscali. Un ammanco causato per 8,8 miliardi di dollari dal trasferimento di profitti delle multinazionali e, per 3,6 miliardi, dall’evasione offshore dei privati. I mancati introiti equivalgono al 9% della spesa sanitaria italiana e al 15% della spesa per l’istruzione. Nel complesso, le risorse perdute consentirebbero, all’Italia, di assumere 379.380 infermieri[10].
Così, mentre la maggior parte degli Stati – anche per fronteggiare le conseguenze della pandemia da coronavirus – accresce i debiti pubblici, l’elusione e l’evasione fiscale internazionali sottraggono risorse ai cittadini, in un sistema che genera profonde iniquità.
Note:
[1] E. Saez, G. Zucman, Il trionfo dell’ingiustizia. Come i ricchi evadono le tasse e come fargliele pagare, Einaudi, Torino, 2020.
[2] Oxfam Italia, Giustizia fiscale: tallone d’Achille dell’Europa. Lo scandalo LuxLeaks: un anno dopo, Oxfam Media Briefing, 4 novembre 2015.
[3] Parlamento Europeo, Relazione sui reati finanziari, l’evasione fiscale e l’elusione fiscale, P8_TA(2019)0240.
[4] L’ultima blacklist comprende American Samoa, Anguilla, Barbados, Fiji, Guam, Palau, Panama, Samoa, Trinidad and Tobago, US Virgin Islands, Vanuatu e le Seychelles.
[5] La citata Relazione del Parlamento Europeo «invita la Commissione a considerare attualmente almeno tali Stati membri come paradisi fiscali dell’UE fino a quando non saranno attuate riforme fiscali sostanziali» (par. 330).
[6] Sul caso olandese, T. Gasparri, L’Olanda, Paese di transito e sponda d’approdo per strategie di profit shifting e di erosione delle basi imponibili, Nens, maggio 2020.
[7] J. Damgaard, T. Elkjaer, N. Johannesen, The Rise of Phantom Investments, Finance & Development, September 2019.
[8] J. Sawulski et al., Tax unfairness in the European Union, Polish Economic Institute, 2020.
[9] Cfr., J. Sawulski et al., Tax unfairness, cit., p. 13. Secondo tale studio, questi paesi dovrebbero essere definiti paradisi fiscali della UE.
[10] Tax Justice Network, The State of Tax Justice 2020: Tax Justice in the time of COVID-19, November 2020.
Fonte
19/07/2020
Apple esentasse, Tribunale dell’UE boccia Bruxelles
La Corte di Giustizia Europea ha inferto un duro colpo alla strategia della Commissione Europea contro la concorrenza fiscale sleale fra gli stati membri.
A seguito di un’indagine aperta nel 2014, nel 2016 la Commissione aveva rilevato come in Irlanda la multinazionale americana Apple avesse beneficiato di un regime di tassazione che l’aveva portata a pagare una tassa effettiva dello 0,005 per cento sui profitti riportati nel 2014 da Apple Sales International, una sussidiaria della compagnia registrata nel paese.
Bollando queste pratiche come aiuti di stato illegali secondo la legislazione Ue, la Commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager aveva dunque ordinato al governo irlandese di esigere i 13,1 miliardi di tasse (più interessi) che Apple avrebbe dovuto pagare fra il 2003 e il 2014.
Il governo irlandese ha però fatto ricorso contro la decisione insieme ad Apple, e ieri il Tribunale della Ue – organo di primo grado della Corte di Giustizia Europea – ha accolto il ricorso, annullando la decisione della Commissione per insufficienza di prove.
Soddisfatta, ovviamente, l’azienda di Cupertino, così come il governo irlandese, per il quale in caso di verdetto negativo si sarebbero prospettate scelte difficili.
Da un lato, la bassa tassazione sulle imprese è il caposaldo della politica di attrazione degli investimenti diretti esteri, su cui si basa da decenni il modello di crescita irlandese e che nessun governo ha mai messo in discussione.
Dall’altro, se il ricorso fosse stato respinto, sarebbe stato molto difficile giustificare il mancato utilizzo di una somma di denaro così ingente, specie a seguito della crisi causata dal Covid-19.
La portavoce all’economia dei Verdi, da qualche settimana partner di una coalizione di governo insieme ai due partiti di centro-destra Fianna Fáil e Fine Gael, aveva già messo in dubbio la liceità di un nuovo ricorso da parte di Dublino nel caso di una decisione sfavorevole della corte.
A fare ricorso sarà, invece, quasi certamente la Commissione Europea, per la quale la sentenza rappresenta una battuta d’arresto rispetto alla strategia contro i paradisi fiscali seguita finora dalla Vestager (riconfermata nel suo ruolo anche nella nuova Commissione), basata sulla legislazione sugli aiuti di stato.
Già nel 2019 il Tribunale dell’Unione Europea aveva annullato un’analoga decisione della Commissione nei confronti della catena di caffè Starbucks, accusata di beneficiare di un trattamento fiscale di favore da parte del governo olandese.
Non è probabilmente un caso che nella giornata di ieri la Commissione abbia lanciato anche un ‘pacchetto per una tassazione equa e semplice’, che prevede una serie di nuove iniziative atte a limitare la concorrenza sleale fra gli stati membri in materia di tassazione.
Molto difficile però che si arrivi ad un compromesso in tempi brevi, mentre la discussione a livello OCSE su una tassazione minima sulle corporation a livello globale procede stancamente dopo l’uscita degli Usa dai negoziati.
Fonte
17/06/2020
Irlanda, il governo anti Sinn Féin
L’annuncio dell’intesa è stato dato alla stampa nella giornata di lunedì, assieme a un programma ambizioso quanto indefinito che ha nascosto a fatica le scelte dolorose che si prospettano per garantire la tenuta del capitalismo irlandese. A livello generale, il nuovo governo di Dublino potrà contare su una maggioranza numericamente stabile, ma la composizione e le circostanze in cui nasce sono piuttosto l’espressione di una profonda crisi politica che, anche qui, sta scardinando dalle fondamenta un sistema consolidato sostanzialmente bipolare.
Dopo il voto di febbraio era subito emerso come la priorità fosse l’esclusione del Sinn Féin da qualsiasi trattativa o accordo di governo. L’ex braccio politico dell’IRA (“Irish Republican Army”) aveva ottenuto 37 seggi sui 160 totali del parlamento, vale a dire lo stesso numero del Fianna Fáil e due in più del Fine Gael del premier uscente, Leo Varadkar. Il Sinn Féin era stato premiato in modo clamoroso e in larga misura inaspettato grazie a una campagna elettorale basata su un’agenda progressista che metteva al primo posto la risoluzione della crisi abitativa e il ripristino di servizi pubblici devastati da oltre un decennio di austerity. La prestazione era apparsa oltretutto sottostimata, perché i vertici del partito avevano presentato appena 42 candidati in tutti i collegi della Repubblica, probabilmente perché non si aspettavano livelli di sostegno così consistenti.
Nel programma di Fianna Fáil, Fine Gael e dei Verdi sono previsti in primo luogo interventi di sostegno all’economia colpita dal Coronavirus. Un piano di stimolo alla ripresa dovrebbe essere messo in campo fino al 2022, ma già nel mese di ottobre sarà stilata, assieme alla prossima legge di bilancio, una “road-map” di medio e lungo periodo di segno esattamente opposto.
Il rientro del deficit e il ridimensionamento della spesa pubblica torneranno a essere le parole d’ordine del governo di Dublino. Anzi, in entrambi i due principali partiti sono già emersi malumori per un programma giudicato troppo dispendioso, soprattutto se si calcolano le misure “ecologiche” promesse per assicurarsi l’appoggio dei Verdi. Tra di esse, spiccano la sospensione delle licenze per l’estrazione di gas naturale, l’aumento della “carbon tax”, la fissazione di un obiettivo annuale per la riduzione di emissioni inquinanti e il dirottamento degli investimenti per il miglioramento della viabilità dalla costruzione di strade ai trasporti pubblici.
Il ritorno a politiche di rigore potrebbe dare un’ulteriore spinta al Sinn Féin, il cui ruolo inedito di primo partito dell’opposizione rappresenta già di per sé un fattore importante nell’evoluzione da formazione marginale a partito integrato anche nel panorama politico della Repubblica d’Irlanda. Proprio i timori per una possibile continua ascesa del Sinn Féin si sono intravisti nell’opposizione interna ai tre partiti che hanno appena sottoscritto l’accordo di governo.
Nel Fianna Fáil, il leader Micheál Martin ha dovuto fronteggiare l’ostilità del suo vice, Eamon O Cuiv, e di una cinquantina di membri del direttivo del partito. Questa fazione contraria al governo di coalizione sostiene di avere l’appoggio di almeno mille iscritti. Perplessità per l’accordo sono presenti anche nel Fine Gael. Nel partito del primo ministro Varadkar si sono fatte sentire le voci di quanti temono l’impatto degli impegni in senso ecologista sull’Irlanda rurale e, ancor più, per l’assenza nel programma appena sottoscritto di misure che abbiano un qualche effetto sulla crisi sociale che attraversa il paese e in grado perciò di intercettare almeno una parte dei consensi del Sinn Féin.
Anche i Verdi devono fare i conti con inquietudini simili, da ricondurre in buona parte al discredito che comporta l’ingresso in un gabinetto dominato da forze di centro-destra. Tre dei 12 deputati di questo partito si sono infatti astenuti nel voto che ha ratificato l’accordo. L’entusiasmo tutt’altro che generalizzato per il nuovo governo potrebbe così creare qualche sorpresa nei prossimi giorni, quando l’accordo stesso sarà sottoposto agli iscritti dei tre partiti per l’approvazione definitiva. Soprattutto il via libera dei Verdi merita attenzione, poiché, a differenza di Fianna Fáil e Fine Gael, questo partito prevede che sia necessaria una maggioranza a favore dell’intesa pari ai due terzi dei propri membri.
Sia Micheál Martin sia Leo Varadkar hanno comunque sottolineato come la situazione di crisi attuale richieda la formazione rapida di un nuovo esecutivo. Gli effetti dell’epidemia, gestiti per il momento con una certa efficacia da Dublino, potrebbero essere ancora più rovinosi in assenza di un piano di intervento efficace. Soprattutto, poi, il persistere dello stallo rischierebbe di mandare il paese a nuove elezioni che produrrebbero un probabile trionfo del Sinn Féin.
I risultati della consultazione tra la base dei tre partiti della nascente coalizione per approvare l’accordo saranno noti il 26 giugno prossimo. In caso di esito positivo, già il giorno successivo il parlamento di Dublino potrebbe eleggere il nuovo primo ministro (“taoiseach”). Per questa carica è previsto un avvicendamento, come accaduto recentemente in Israele tra Netanyahu e il suo ex rivale Benny Gantz. A guidare l’Irlanda sarà per primo il leader del Fianna Fáil, Micheál Martin, a cui succederà dalla metà di dicembre del 2022 il premier uscente e numero uno del Fine Gael, Leo Varadkar.
Fonte
25/02/2020
Irlanda. Per formare il governo, Gerry Adams tra i negoziatori del Sinn Fein
Il Sinn Fein, com’è noto, è ora il primo partito dell’Eire, con il 24,5%, dopo le elezioni di qualche giorno fa, che non hanno determinato alcuna maggioranza possibile, demolendo il “bipartitismo” tra le due destre del Fianna Fail e del Fine Gael.
Una nota informativa del partito, trapelata ieri, ha nominato Adams come negoziatore, ma ha sollevato domande sul perché non fosse nel primo elenco ufficiale.
La divulgazione della nota è arrivata mentre gli oppositori politici hanno provato a isolare il Sinn Féin, chiedendogli di rinunciare all’IRA, come precondizione all’avvio dei colloqui per formare un governo di coalizione.
Ieri, Micheál Martin, il leader del Fianna Fáil, ha accusato il partito di aver sostenuto una feroce campagna omicida settaria durante i Troubles e di rimanere ancora “sotto il dominio di figure oscure”.
Il commissario della Garda (la polizia irlandese), Drew Harris, è stato tirato nella mischia quando ha confermato che la polizia nazionale ha concordato con la PSNI (il corpo di polizia dell’Ulster, facente parte del Regno Unito) sul fatto che l’Army Council del Provos sia in pieno controllo del Sinn Féin e di quel che rimane della Provisional IRA.
Anche il taoiseach uscente (il presidente del consiglio, ndr), Leo Varadkar, ha sfidato la leader del Sinn Féin, Mary Lou McDonald, a rispondere alla domanda: “Perché McDonald non scioglie l’Army Concil – [l’organo decisionale dell’IRA] – e la Provisional IRA o, se non può, ripudiarli e recidere tutti i legami e farlo pubblicamente e inequivocabilmente?”. Il tutto in un qualsiasi tweet...
Le polemiche puntano a mettere il partito repubblicano sulla difensiva, due settimane dopo la vittoria del voto popolare alle elezioni generali dell’Irlanda.
Nessun partito ha una maggioranza generale nel parlamento, che rimane ancora sospeso, ma il Sinn Féin ha comunque ottenuto uno risultato storico, da quando Mary Lou McDonld ha ottenuto il maggior numero di voti per la carica di candidata taoiseach per il partito.
Varadkar ha intanto rassegnato le dimissioni da primo ministro, ma continuerà a fare il leader del Fine Gael fino alla formazione di un nuovo governo.
La svolta elettorale del Sinn Féin si è materializzata sulla promessa di costruire alloggi a prezzi accessibili, congelare gli affitti e sistemare l’assistenza sanitaria. Ma sullo sfondo c’è da sempre l’obbiettivo della riunificazione dell’Irlanda.
Tuttavia, Fine Gael, Fianna Fáil e Varadkar hanno escluso la formazione di un governo insieme al Sinn Féin, a causa di fondamentali differenze politiche e per i suoi collegamenti storici con l’IRA.
La scorsa settimana il partito ha nominato una squadra negoziale di quattro TD (deputati), senza far emergere il nome di Adams, che si è dimesso da leader nel 2018 e come TD questo mese.
In sintesi, il documento trapelato nominava altri quattro shinners di peso (shinner è il termine dispregiativo con cui vengono comunemente indicati i supperter del Sinn Fein). Tutti e quattro nominati come negoziatori, tra cui Martin Lynch, che fu incarcerato negli anni ’80 per possesso d’armi e appartenenza all’Ira.
In un post sul suo blog intitolato “Il mito delle figure oscure”, Adams ha controbattuto affermando che il partito non ha nascosto i suoi consulenti e strateghi dietro le quinte.
“Molti hanno avuto relazioni lunghe e fruttuose con alti ministri e funzionari del governo irlandese e britannico mentre abbiamo tracciato una rotta dal conflitto, attraverso un processo di pace, fino alla fine del conflitto”, ha scritto.
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15/02/2020
“L’unificazione irlandese sta diventando possibile”
Parlando di Irlanda, Brexit, rapporti con l’Unione Europea e sinistra di classe da quelle parti, il rischio di non vedere l’essenziale è piuttosto alto.
La prima cosa da capire – per degli “stranieri”, in questo caso noi italiani – è quale sia stata per un secolo in quel paese la “contraddizione principale” per un popolo che da 500 anni vive sotto occupazione straniera. Significa che la questione della liberazione nazionale e dell’indipendenza veniva e viene prima di tutte le altre. Anche se era strettamente connessa con la “contraddizione di classe”, visto che buona parte della borghesia imprenditoriale è stata a lungo altrettanto “straniera” (inglesi, insomma).
Per chi ha vissuto la sua maturazione prima della caduta del Muro non è per nulla difficile capire il concetto, visto che nel secondo dopoguerra e fino al 1989 i Movimenti di Liberazione Nazionale erano numerosi, vincenti, guidati da rivoluzionari in vario modo comunisti e in ottimi rapporti con l’Unione Sovietica (oppure con la Cina). Dal Vietnam all’Angola, c’è solo l’imbarazzo della scelta.
La successiva vittoria del capitalismo neoliberista ha confuso parecchio le idee, oltre che sancire sul campo uno scenario diverso. Al punto che oggi molti che si ritengono “comunisti” oscillano tra una visione utopica della rivoluzione (un “atto simultaneo” che dovrebbe, chissà come, avvenire in ogni parte del mondo in un arco di tempo piuttosto stretto) e una critica acefala di ogni movimento di liberazione nazionale perché “non mette al primo posto la questione di classe“. In entrambi i casi l’impotenza politica è assicurata...
La chiave ideologica, insomma, sembra decisamente in mano al pensiero unico neoliberista, per il quale la “sovranità legittima” appartiene ora “ai mercati” e dunque ogni movimento di liberazione nazionale è tacciato di “sovranismo” o nazionalismo tout court.
La lotta di liberazione irlandese, com’è noto, ha avuto fondamentalmente due momenti diversi. Il primo portò, dopo una lunga lotta anche armata, all’indipendenza di gran parte dell’isola, con la proclamazione della Repubblica nel dicembre del 1922. Mentre solo sei contee del Nord, con la maggioranza della popolazione di origine inglese e religione protestante, restavano nel Regno Unito e sotto la monarchia britannica.
Anche qui, negli anni dopo il ‘68, riprese una dura lotta armata di liberazione guidata dall’Ira (Irish Republican Army) con l’obbiettivo della riunificazione dell’Isola e una idea di società decisamente socialista. Il Sinn Fein delle “sei contee” era considerato il “braccio politico” dell’indipendentismo, così come l’Ira ne era evidentemente il “braccio militare”.
Gli “accordi del Venerdì Santo” – Comhaontú Bhéal Feirste, in gaelico – misero fine allo scontro armato, portarono alla liberazione dei guerriglieri prigionieri e alla piena partecipazione paritaria degli “irlandesi cattolici” alla vita politica dell’Ulster.
Ma l’obbiettivo della riunificazione sotto una sola Repubblica Irlandese sembrava sepolto per sempre. E invece era solo rinviato ad un processo politico di lunga durata che la Brexit (involontariamente) e la vittoria del Sinn Fein nelle elezioni di sabato nell’Eire hanno ora reso visibile e possibile.
Non è una pia illusione, comprensibile in chi – come noi – ha sempre visto con simpatia le lotte di liberazione nazionale di matrice socialista. È un dato politico riconosciuto ormai da autorevoli membri dello stesso establishment britannico. Non ne sono felici, ovviamente, ma almeno non fanno finta di non vedere...
Per aiutare anche gli scettici da tastiera, abbiamo tradotto qui un articolo dal settimanale più mainstrem e iper-liberista che si possa immaginare: The Economist.
Buona lettura...
“Per la maggior parte del secolo da quando l’Irlanda ha ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna, il controllo del paese si è alternato tra due parti. L’8 febbraio quel duopolio è stato distrutto con il Sinn Fein che ha ottenuto la maggior parte dei voti di prima preferenza nelle elezioni generali della repubblica.
Il partito, con collegamenti con l’Esercito repubblicano irlandese (IRA), che seminò bombe e si fece strada negli anni ’70, ’80 e ’90, ha vinto con una piattaforma di sinistra che include promesse di spendere di più per la salute e l’edilizia abitativa.
Eppure non ha nascosto il suo desiderio di qualcosa di molto più ambizioso. “Il nostro obiettivo politico principale”, si legge nel suo manifesto, “è raggiungere l’Unità irlandese e il referendum sull’Unità che è il mezzo per garantirla”.
L’indipendenza scozzese ha conquistato i titoli dai tempi della Brexit, ma è tempo di riconoscere le possibilità di una diversa secessione dal Regno Unito. Il successo del Sinn Fein alle elezioni è solo l’ultimo motivo per pensare che un’Irlanda unita entro una decina di anni sia una possibilità reale e in crescita.
Questa prospettiva significa qualcosa di molto importante, specialmente fuori l’isola d’Irlanda. La diaspora irlandese comprende oltre 20 milioni di americani. Parti dei conflitti etnici in tutto il mondo hanno da tempo trovato una causa comune con i “cattolici romani” dell’Irlanda del Nord nel sostenere la tesi che la separazione dal sud è una illegittima eredità lunga 500 anni, di dominio incompetente e spesso insensibile da parte di Londra. L’Irlanda, terra di pub, poeti, drammaturghi e troppe canzoni di Eurovision che non fanno bene a nessuno, ha il soft power di competere con un Paese molte volte più grande di lei.
Fino ad oggi, tuttavia, l’unificazione non è mai stata più di una fantasia repubblicana. Anche quando l’IRA intraprese una sanguinosa campagna, nel 20° secolo, lo status costituzionale del nord è stato cementato da una solida maggioranza protestante, soccorsa dallo strapotere finanziario e militare dello stato britannico.
L’accordo del Venerdì Santo del 1998 ha tolto il fuoco dalla lotta, ponendo fine ai Troubles, che avevano causato oltre 3.500 vittime. Molti cattolici erano contenti di avere una rappresentanza nel governo dell’Irlanda del Nord grazie a quell’accordo e di vedere celebrata e sovvenzionata la loro cultura, la bandiera e lo sport.
Ma anche i protestanti hanno i loro terroristi e si pensa che una campagna per l’unificazione rischi di aprire vecchie ferite, con sanguinose conseguenze.
La Brexit è una delle ragioni per cui tutto ciò è cambiato. Il nord ha votato contro, ma il più grande partito unionista e l’Inghilterra l’hanno votata. I nazionalisti non furono i soli ad essere arrabbiati con l’attuale ministro degli interni (Priti Patel), che suggerì di usare la minaccia della carenza di cibo per ammorbidire Dublino nei negoziati, dimentico della carestia nel 1840 quando tutta l’Irlanda era sotto il dominio britannico.
La Brexit crea anche un confine economico nel Mare d’Irlanda, tra l’Irlanda del Nord e la Gran Bretagna, pur mantenendo un’Irlanda unita per il commercio delle merci. Sebbene con il sud i servizi diventeranno più difficili da mantenere, lo scambio di merci sarà più facile che con la Gran Bretagna. Dal momento che le sei contee del nord sono maggiormente colpite da ciò che accade a Dublino, crescerà il valore di avere voce in capitolo su chi governa lì.
La pressione per l’unificazione non riguarda solo la Brexit. Il censimento dell’Irlanda del Nord nel 2021 probabilmente confermerà che i cattolici superano per la prima volta i protestanti.
Anche la repubblica è diventata più accogliente. L’influenza della chiesa cattolica è svanita in modo drastico e la società è diventata più liberale. Negli ultimi tre decenni le restrizioni alla contraccezione sono state revocate e il matrimonio gay è stato legalizzato.
Tutto ciò spiega perché l’appoggio all’unificazione nell’Irlanda del Nord sembra essere aumentato negli ultimi anni. In alcuni sondaggi gli intervistati mostrano un supporto pressoché uguale a favore dell’Irlanda unita e dello status quo.
Ciò porta all’ultima ragione per pensare che l’unificazione è più probabile. Sebbene l’accordo del Venerdì Santo fosse mirato a convincere i cattolici a rimanere nel Regno Unito, stabilì anche come il nord avrebbe potuto unirsi pacificamente alla Repubblica.
Un segretario di Stato britannico che ritenesse probabile l’esistenza di una maggioranza favorevole all’unificazione sarebbe tenuto a chiedere un voto sullo stato costituzionale del nord. Per cambiare la costituzione della Repubblica, invece, sarebbe necessario un altro referendum nel sud.
L’UE ha già affermato che l’Irlanda del Nord potrebbe ricongiungersi al blocco sotto l’adesione dell’Irlanda dopo tale voto, il che significa che per gli elettori dell’Irlanda del Nord un referendum sull’unità irlandese è anche un secondo referendum sulla Brexit.
A differenza di una Scozia indipendente, che dovrebbe andare da sola (almeno fino a quando l’UE non acconsentirà ad ammetterlo), l’Irlanda del Nord si ricongiungerebbe immediatamente a un club più grande e ricco, dal quale potrebbe assicurarsi importanti sussidi, grandi almeno come – se non, forse di più – gli aiuti che riceve oggi da Westminster.
Ci sono ostacoli e incertezze. Il recente successo del Sinn Fein potrebbe orientare alcuni nel nord contro l’unificazione. La Brexit potrebbe rivelarsi meno efficace del previsto. Un segretario di Sstato britannico potrebbe rianimare la “stanza delle risse” (nella residenza di Hillsborough) con il rigetto dell’accordo del Venerdì Santo per sottrarsi all’obbligo di indire un referendum.
Molti politici britannici temono che un tale voto sarebbe un mal di testa amministrativo o, peggio, provocherebbe violenza. Così fanno le loro controparti irlandesi (escluso il Sinn Fein), anche se devono sempre essere viste come pienamente inclini all’unificazione.
Tuttavia, prima di quanto la maggior parte della gente si aspetti, lo slancio per un’Irlanda unita potrebbe diventare inarrestabile. Se la Scozia scegliesse l’indipendenza, molti nell’Irlanda del Nord perderebbero la loro connessione ancestrale con la Gran Bretagna.
Se il governo di Westminster si fosse costantemente rifiutato di riconoscere che vi è una maggioranza a favore dell’unificazione nell’Irlanda del Nord, ciò potrebbe essere altrettanto destabilizzante quanto la convocazione di un referendum.
I verdi germogli dell’unificazione
L’isola d’Irlanda ha bisogno di un piano. La priorità dovrebbe essere quella di capire come far sentire gli unionisti a casa e che per loro c’è un posto nella nuova Irlanda. È necessario lavorare sui fondamenti dell’unificazione, compreso il modo in cui, e in effetti, unire due sistemi sanitari (uno dei quali è gratuito), le forze armate e i servizi di polizia, e cosa fare riguardo all’assemblea in piena devolution del nord.
Aiuta che la Repubblica abbia una buona reputazione per il tipo di consultazioni costituzionali guidate dai cittadini che potrebbero adoperarsi a risolvere le cose.
Anche i politici britannici e irlandesi devono iniziare a parlare. Il prezzo da pagare per stabilire la fine alla violenza due decenni fa è stato per l’Irlanda del Nord, la repubblica e la Gran Bretagna quello di fissare congiuntamente una rotta politica verso l’Irlanda unita. Se il popolo del nord e la Repubblica scelgono questa strada, i politici devono seguirla.
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13/02/2020
Sulle elezioni in Irlanda
Dal 2016 il Fine Gael governava il paese a capo di un esecutivo di minoranza, sostenuto da un accordo esterno da un altro partito di centro-destra, il Fianna Fáil. Questi due partiti si alternano da sempre alla guida del paese, da soli o in coalizione con altri partiti più piccoli, ma non hanno mai governato insieme. La loro rivalità risale ai tempi della guerra civile di cento anni fa sul “Trattato Anglo-Irlandese”, che sancì la divisione fra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord. Il Fine Gael faceva parte della fazione favorevole al trattato, il Fianna Fáil di quella che vi si opponeva.
Questa peculiare divisione, legata alla dominazione coloniale britannica, ha fatto sì che sin dall’indipendenza l’Irlanda sia stata sempre governata da questi due partiti, con differenze davvero minime.
La sinistra in Irlanda è storicamente piuttosto debole. Il partito laburista irlandese non ha mai raggiunto le dimensioni di quello britannico, e si è limitato a fare occasionalmente da partner di coalizione ad uno dei due partiti di governo, vedendo poi solitamente ridurre i suoi voti alla tornata elettorale successiva. L’ultima disastrosa esperienza di governo del Labour risale al periodo 2011-2016. Dopo aver ottenuto quasi il 20% alle elezioni, i laburisti fecero la scelta scellerata di andare al governo con il Fine Gael e si ritrovarono a dover implementare il programma della ‘Troika’ di FMI-BCE-Commissione Europea, arrivata a Dublino pochi mesi prima. Alle elezioni successive presero il 6%, e da allora hanno fatto fatica a riprendersi.
Una “pasokificazione” in piena regola, come accaduto a tanti altri partiti di centro-sinistra in Europa che durante la crisi hanno implementato misure di austerità seguendo i diktat europei.
La crisi però ha portato anche ad una nuova vitalità nella sinistra irlandese, facendo irrompere finalmente la questione di classe al centro della scena politica. A beneficiare di questa nuova situazione è stato soprattutto il Sinn Féin. Il partito repubblicano di sinistra, ex braccio politico della Provisional IRA, ha registrato una crescita lenta ma costante a partire dalla fine degli anni ’90, presentando una piattaforma politica di sinistra insieme alla battaglia per la riunificazione dell’Irlanda.
Il Sinn Féin si è imposto come partito principale della sinistra irlandese durante la crisi, opponendosi alle misure di austerità imposte dai governi guidati prima dal Fianna Fáil e dai Verdi (2007-2011) e poi dal Fine Gael e il Labour (2011-2016). Alle elezioni del 2016, il partito ha ottenuto il 14% dei voti, divenendo la terza forza dopo Fine Gael e Fianna Fáil.
Oltre al Sinn Féin è cresciuta anche la sinistra radicale di area trozkista, riunita sotto la sigla People Before Profit-Solidarity. A questi due partiti si aggiungono anche alcuni deputati indipendenti di sinistra. Le elezioni del 2016 hanno visto per la prima volta scendere la somma dei voti dei due partiti di centro-destra sotto il 50%, segno di una stanchezza degli elettori nei confronti dello strano bipartitismo irlandese. Ad andare al governo era stato però ancora una volta il Fine Gael, sostenuto con un accordo esterno dal Fianna Fáil.
Le cose potrebbero finalmente cambiare nel 2020. In una campagna elettorale di poche settimane, il Sinn Féin è riuscito ad imporsi come principale partito grazie ad una campagna efficace su due temi cari all’elettorato: la situazione abitativa e la sanità pubblica. Per entrambe il Sinn Féin propone un deciso intervento pubblico finanziato da un aumento della tassazione sui redditi più alti e sulle corporation. Nel corso della campagna elettorale, il Sinn Féin è stato anche particolarmente abile nel mostrare come non ci sia davvero differenza fra Fine Gael e Fianna Fáil, concordi nel sostenere un modello economico come quello irlandese in cui le prime a vincere sono le grandi corporation, attratte da una bassissima tassazione sulle imprese.
La scommessa del Fine Gael di puntare sul buon andamento dell’economia e sulla gestione efficiente dei negoziati sulla Brexit non ha pagato. Una fetta consistente della classe lavoratrice non sente i benefici della ripresa, perché è costretta a pagare affitti altissimi e a subire servizi pubblici spesso disastrosi. Questo è vero in particolare per i giovani, che sono sostanzialmente tagliati fuori dal mercato immobiliare, e che infatti hanno votato largamente per il Sinn Féin.
Quanto alla Brexit, soltanto l’1% degli elettori l’ha indicata come la priorità principale negli exit poll. Il Fianna Fáil per canto suo ha pagato l’appoggio esterno al governo guidato dal Fine Gael. Come ha ricordato costantemente Mary Lou McDonald, la leader del Sinn Féin succeduta a Gerry Adams nel 2018, tutte le decisioni prese Fine Gael negli ultimi anni sono avvenute col consenso implicito del Fianna Fáil.
Oltre al Sinn Féin ha registrato mediamente buoni risultati anche il resto dell’eterogeneo “campo progressista”. I verdi hanno ottenuto il 7% a livello nazionale, sull’onda di un buon risultato alle scorse europee. La sinistra radicale di People Before Profit – Solidarity è riuscita a confermare cinque dei sei deputati uscenti. Il Labour invece ha mostrato ancora una volta un pessimo stato di forma, fermandosi sotto il 5% a livello nazionale. In compenso sono cresciuti i Social Democrats, originatisi da una scissione proprio dal Labour.
Nonostante l’ottimo risultato elettorale registrato, al Sinn Féin mancano parecchi deputati per ottenere la maggioranza. Il partito si è fermato a 37 seggi (anche per la scelta di schierare solo 42 candidati dopo il brutto risultato delle scorse europee), a fronte degli 80 necessari per formare una maggioranza. Il Fianna Fáil è arrivato a 38 deputati (avendo presentato il doppio dei candidati del SF) e il Fine Gael si è fermato a 35.
Per fare un governo sarà dunque necessaria una coalizione, ma fra quali forze? La leader del SF Mary Lou McDonald ha annunciato di voler provare a formare un esecutivo con tutte le forze progressiste, escludendo FF e FG, ma ci vorrebbero anche i voti di molti indipendenti e l’impresa sembra difficile. McDonald – come già dichiarato in campagna elettorale – non ha escluso la possibilità di formare un governo anche con uno dei due partiti di centro-destra, sotto però alcune condizioni, compresa l’indizione di un referendum sull’unità d’Irlanda entro cinque anni.
Benché ovviamente il tema dell’unità d’Irlanda sia importantissimo, governare con Fianna Fáil o Fine Gael potrebbe avere conseguenze disastrose alle prossime elezioni, come già ha dimostrato l’esperienza del Labour. In ogni caso, al momento né Fianna Fáil né Fine Gael si sono detti disponibili ad una coalizione.
Non sono da escludersi quindi nuove elezioni a breve, in cui il Sinn Féin potrebbe presentare più candidati. La situazione si chiarirà nelle prossime settimane, ma certamente queste ultime elezioni rappresentano un segnale positivo per la sinistra in Irlanda, perché finalmente il duopolio Fianna Fáil-Fine Gael sembra non essere l’unica alternativa possibile e perché tematiche di classe stanno finalmente prendendo il centro della scena.
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