Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/10/2025

L’Irlanda non è qui

Allora, mi dicono, vedo e sento: “Guarda l’Irlanda, guarda Dublino! La sinistra si è unita, ha fatto blocco, e la Catherine Connolly ha vinto, ha sbaragliato! Non come qui da noi, dove si litiga sul colore del fucsia e si perde per un voto al fantasma di Berlinguer.”

Bello. Giusto. L’unione fa la forza, è una verità che nemmeno la pubblicità ci aveva reso così banale. Ma andiamo a vedere chi hanno unito, e soprattutto, cosa è stato unito.

La signora Connolly, mi dicono, non è esattamente la cugina timida di D’Alema. Ha sparato a zero, ma proprio a zero, contro il “solito modello di business” e la “crescita infinita per il gusto della crescita che produce macelleria sociale”. Un attacco frontale, un colpo al cuore del Neo-Liberismo, quella religione laica che qui da noi è l’aria che respiriamo, la poltrona su cui dormiamo.

E qui viene il bello, il tragico, l’italiano.

Domanda: in Italia, un candidato così, anti-neo-liberista, che urla contro la macelleria sociale... chi diavolo lo appoggerebbe a sinistra?

Proviamo a fare l’appello, con la mano sul cuore e un sorrisetto amaro. Chi si unirebbe, ma proprio con l’anima in pace, per sconfiggere le destre sul terreno della coerenza?

Parliamo dei partiti che furono rossi, quelli che hanno firmato i peggiori trattati, quelli che hanno svenduto il patrimonio pubblico, quelli che il Neo-Liberismo l’hanno allattato al seno come un figlio scapestrato ma promettente.

Loro, che fanno? Cercano un “Campo Largo”. Un campo largo, sì, ma per le loro sedie. Un’unione per la conservazione del potere, non per la coerenza ideologica. Un’accozzaglia strategica, che non muove la pancia, ma solo il calcolo elettorale.

E poi ci sono i pochi, i coraggiosi, i coerenti. Quelli che stanno con la gente, quelli che, forse, stanno finalmente alzando la testa, ma non per vedere da che parte soffia il vento del “campo largo”, no. Sono troppo indaffarati a portare la gente in piazza, a sollecitare nuove energie, a svegliare chi ancora dorme. Le sirene neoliberiste dell’unità a tutti i costi non le sentono. Hanno altro da fare che guardare le poltrone.

Insomma, l’Irlanda unisce l’anti-sistema per vincere. L’Italia unisce il sistema (o quel che ne resta) per non morire. Una piccola, insignificante, ma fondamentale differenza.

La verità è che la gran parte della presunta sinistra italica è madre nel neoliberismo, o quantomeno collusa e felice di esserlo, finché c’è da spartire una briciola. Non possono appoggiare un candidato anti-sistema. Sarebbe come se il macellaio facesse campagna elettorale per l’Associazione Vegetariana.

Quindi, dove si guarda? Ancora una volta, siamo al solito punto, quello del “non voto” e della disperazione.

Forse, e dico forse, la speranza non è nel “campo largo” delle poltrone, ma nel “campo largo” delle piazze.

Sì, la speranza è lì. In quel popolo incazzato che finora si è allontanato dal voto. Quelli che si sono stancati del teatrino, del balletto di facce interscambiabili. Quelli che, magari, un giorno, decideranno di votare contro e non per, e di mettere lì, su quelle schede, un nome che non sia una bandiera sbiadita, ma un pugno in faccia al “solito modello di business”.

Finirà così? Non lo so.

Però, intanto, brava Catherine Connolly. Chissà cosa si prova ad avere una sinistra che non ha paura di dire la parola “Fondo Monetario Internazionale” senza aggiungere subito dopo “dobbiamo fare i compiti a casa”. 

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22/09/2025

Nelle piazze per Gaza e Flotilla c’è un dato politico: la vittoria di USB e Potere al Popolo

Ci racconteranno – lo stanno già facendo, basta accendere una tv, la radio, connettersi a internet o prendere qualche giornale domani tra le mani – che Milano è stata “devastata”, che è stata una giornata di violenza. Passerà in cavalleria l’enorme mobilitazione, Milano compresa, da Roma a Cagliari, da Bologna a Pisa, in tantissime piazze d’Italia. Non si vedeva e ricordava una tale risposta di popolo da un bel po’. L’Italia è consapevole dell’orrore in atto nella Striscia di Gaza, a due passi da qui, nel Mediterraneo. E l’Italia ha mandato un messaggio anche al proprio governo.

Poi c’è un dato politico che riguarda la sinistra: l’assenza della Cgil (e dei partiti d’opposizione), non della loro gente, che è accorsa in massa, ma di quadri e dirigenti e volti noti. Oggi in piazza c’era, invece, chi ha manifestato dalla prima ora, chi si è sgolato mentre tutti gli altri non vedevano gli attacchi agli ospedali, le stragi di bambini e l’inferno scatenato dall’Idf quotidianamente sui civili palestinesi. E insieme a loro c’era un popolo che si è finalmente risvegliato.

È un fatto epocale quello di oggi, è una straordinaria vittoria del sindacalismo di base, dell’USB nello specifico, e di Potere al Popolo. Quelli brutti, sporchi e cattivi da infiltrare con la polizia, guardate un po’ che cosa hanno combinato. E se anche una piccola parte di tutti quelli che sono accorsi oggi nelle piazze se lo ricordassero al momento del voto non farebbe poi male alla nostra malandata democrazia.

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05/04/2019

Battisti e me

Una testimonianza, quella dello scrittore milanese Sandrone Dazieri, che fa onore a chi la rende, al di là di ogni possibile differenza di opinioni o di qualche errore materiale. Un racconto che dà la misura dei guasti provocati da Cesare Battisti nel già ristretto campo di coloro che non hanno mai chiuso occhi e orecchi (e neuroni) sotto la tempesta di cazzate di dietrologi “democratici” (ma ce ne sono anche di fascisti), sbirraglia assatanata, opinionisti lecchini del potere, imbecilli di ogni ordine e grado.

Una testimonianza che descrive dal vivo la metamorfosi mostruosa del “giornalista televisivo” quando accende la telecamera e, per una volta, non deve fare solo il supporto fisico del microfono davanti al potente di turno ma, al contrario, può far vedere al potente di riferimento (quello che gli paga lo stipendio) quanto gli somiglia. Ossia quanto è infame.

Una testimonianza che nella sua disperazione misura comunque, in qualche modo, l’abisso in cui è sprofondata la cultura politica “comune” in questo paese.

*****

Battisti e me

Ieri (qualche giorno fa, ndr) ho fatto una cosa che in vita mia non avevo mai fatto: ho cacciato due persone da casa, letteralmente. Erano una troupe del programma Non è l’Arena, che mi avevano telefonato chiedendomi un’intervista, per approfondire le mie posizioni rispetto a Battisti. Cordiali al telefono, cordiali a casa mia (diamoci del tu, prendi un caffè, dove vivevi prima...), ma quando la telecamera si è accesa, tutto è cambiato.

La giornalista comincia a chiedermi se non mi sento responsabile delle vittime di Battisti, se non voglio chiedere scusa, se non mi pento, aggiungendo idiozie come: “se uccidessero tua moglie, faresti un manifesto in solidarietà con gli assassini?” E via così. Scopro durante l’intervista che la mezz’ora di chiacchiera diventeranno tre minuti e che verranno anche ri-registrate le domande. Quindi la giornalista, che aveva un tono tra l’accusatrice e la mamma arrabbiata, potrà fingere di aver avuto un comportamento corretto.

Perché mi rompono le scatole? Perché sono l’unico, insieme a Wu Ming e pochi altri (forse uno o due) a non aver accampato scuse ridicole tipo: non lo sapevo, ha firmato mio fratello gemello eccetera. Ma capisco chi sta scappando: avere gli inquisitori in casa non è bellissimo.
Quindi, prima di tutto, espongo quello che non sono riuscito a dire ieri, prima di chiudere per sempre i miei rapporti con stampa e televisione su questo argomento.

1) Quindici anni fa ho firmato una petizione al governo italiano e francese perché Battisti fosse considerato cambiato. A trent’anni dai fatti, era ed è un uomo diverso. Ho firmato una petizione per lui come l’avrei firmata per qualunque delinquente che avessi considerato “redento” (trovate voi il termine che vi piace di più).

2) Ho firmato perché l’avevo conosciuto, perché aveva negato gli addebiti e perché credevo che il dibattito sugli anni Settanta andasse riaperto.

3) Ho firmato perché la vulgata che vede gli anni di Piombo come un centinaio di matti contro un governo democratico e immacolato è un falso storico. Perché il governo sul quale non si può discutere era il governo della strategia della tensione e delle stragi di stato, dei depistaggi, della corruzione, delle torture nelle carceri, della P2, del covo di Moro rivelato durante “una seduta spiritica”. Questo non giustifica gli omicidi, – niente li giustifica – ma li pone in una prospettiva che non è quella della criminalità comune come si vuole raccontare.

4) Ho firmato perché no, non credo di avere responsabilità verso le vittime di Battisti o chiunque altro, se non quella di dire quello che penso. Ero e sono contro la lotta armata e il terrorismo.

5) Ho firmato perché erano passati trent’anni dai fatti e niente di quello che potevo scrivere allora avrebbe cambiato una virgola. Se grazie alla mia petizione Battisti fosse scappato per ammazzare vecchiette mi sentirei in colpa, ma non di questo si tratta.

6) Ho firmato perché una petizione a trent’anni dai fatti non è un sostegno alla lotta armata, e chi lo pensa è un cretino in malafede.

7) Ho firmato perché speravo che Battisti, invece di scappare in Brasile, avrebbe affrontato la giustizia italiana, sostenendo la causa della soluzione politica. Ma è fuggito.

8) Ho firmato perché in fondo non mi interessa cosa pensa di me Battisti. Non l’ho fatto per lui. L’ho fatto per la verità. Perché l’unico modo per capire gli anni di piombo è offrire indulto in cambio di verità su quanto fatto. Sui depistaggi, le coperture, gli accordi sottobanco con servizi e mondo politico.

9) Ho firmato perché comprendo le ragioni delle vittime e perché al posto loro avrei le loro stesse posizioni. Ma ho firmato perché in nessun paese civile sono le vittime o i parenti a decidere la pena dei colpevoli. Perché quella si chiama legge del taglione. Perché sono i governi e la magistratura a stabilire pene e amnistie. Se non si potesse discutere dei fatti storici per rispetto alle vittime dovremmo rimuovere ogni analisi sul nostro passato.

10) Ho firmato perché è facile difendere Abele. Ma anche Caino è nostro fratello.

Potete non pensarla come me, anzi, ma non potete negare il mio diritto di pensarla diversamente da voi all’interno di quello che dovrebbe essere un dibattito democratico.

Detto questo, anche se mi fossi pentito amaramente, l’ultima cosa che farei sarebbe una confessione pubblica davanti alle telecamere di persone che vogliono solo il sangue e lo scandalo. Telecamere che hanno eletto a eroi ribelli ricattatori come Corona o miliardari che ballano in mutande alla faccia dei poveri cristi. Giornalisti cui non importa nulla delle ragioni di chi hanno davanti, ma che vogliono sbranarlo per il divertimento del pubblico. Programmi dove si può ironizzare su ragazzini vittime di molestie, su immigrati che annegano nel Mar Mediterraneo, su donne stuprate. Ma non si può avere un’opinione differente su come chiudere gli anni Settanta.

Chiedere conto a quindici anni di distanza dalla petizione (e a quarant’anni dai fatti) a chi l’aveva firmata, chiedere un’abiura pubblica pena la gogna è una caccia alle streghe. Se non possiamo dire che questo governo è fascista, possiamo però dire che il clima che si respira lo è.

Detto questo, chiudo le trasmissioni. MA ASCOLTATE LA SIGLA

Sandrone Dazieri da Facebook

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28/03/2019

Il caso Cesare Battisti. La scrittrice Fred Vargas tiene il punto

Sul caso Cesare Battisti non tutti hanno calato le braghe. Non lo ha fatto sicuramente la scrittrice francese Fred Vargas, la quale in una intervista all’Ansa spiega le ragioni per cui si è battuta contro l’estradizione di Cesare Battisti dalla Francia.

Ma Fred Vargas, incalzata sulle ammissioni fatte da Battisti ormai detenuto in Italia, replica anche su questo: “non cambia nulla alle mie conclusioni di ricercatrice, lo ritengo ancora innocente”. Alla domanda specifica se fosse stata messa o meno al corrente delle dichiarazioni di Battisti, che ha riconosciuto i quattro omicidi commessi durante gli anni della lotta armata in Italia la Vargas ha risposto che: “Le sue dichiarazioni non mi feriscono, mi lasciano indifferente. E’ possibile che abbia i suoi motivi, forse ci sono delle ragioni, non ne so niente, lo lascio libero di dire ciò che ha scelto di dire”. “Non ho da presentare nessuna scusa – ha aggiunto la scrittrice che per anni ha seguito e difeso Battisti – non ritengo di aver difeso un assassino, è l’ultima cosa che avrei fatto. Purtroppo è triste perché mi prenderanno tutti per un’imbecille ma è così. La Vargas spiega anche che “sulla stampa francese mi stanno massacrando, come se fossi un’imbecille, una credulona, ingenua, eppure, la mia, non è una difesa in nome di chissà quale lotta politica o di ideale di estrema sinistra, ma le conclusioni scientifiche delle mie ricerche”.

Le ricerche della scrittrice sul caso Battisti diventarono un vero e proprio libro pubblicato in Francia nel 2004: La verité sur Cesare Battisti (La verità su Cesare Battisti, ndr). Il pamphlet smontava molte delle ricostruzioni del caso Battisti apparse sulla stampa italiana e francese. La Vargas decostruiva anche il dossier prodotto dall’ambasciata italiana sul caso Battisti ma soprattutto le procedure con cui in Italia venivano costruiti nei tribunali i processi politici.

“L’Italia è l’unico Paese al mondo in cui la giustizia rifiuta di rifare il processo a un uomo condannato in contumacia. Normalmente andrebbe processato in sua presenza, ma l’Italia, di questo, non vuole sentire parlare”. Per lei, i processi in contumacia celebrati in sua assenza dell'imputato sono nulli perché i mandati al suo avvocato, con cui Battisti veniva rappresentato in tribunale, erano falsi. “Anche un bambino di 8 anni avrebbe capito che erano delle copie ricalcate a mano”, è il j’accuse della scrittrice. In Italia a più di qualcuno staranno fischiando le orecchie?

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07/02/2016

Unioni Civili: libertà di coscienza per chi non ha coscienza?


Due mosse politiche pessime, a proposito del voto in favore del ddl sulle Unioni Civili. Il Pd annuncia una mozione contro “l’utero in affitto”, immagino ispirata dai deliri di talune donne di partito, e il M5S parla di libertà di coscienza sull’articolo che parla di step child adoption, l’adozione del figlio da parte del genitore non biologico. L’Italia già vieta l’utero in affitto nella legge 40. Rafforzare questo divieto non capisco cosa voglia dire. Arresteranno le donne che hanno già fatto o che vorranno fare figli, naturalmente gratis, per sorelle, madri, figlie, zie, amiche? Arresteranno quell* (per la maggior parte coppie etero) che hanno già figli grazie alla Gestazione per Altri, ovvero toglieranno i genitori a figli già nati? Dove non c’è scambio di denaro che diritto ha il governo a ficcare il naso nella libera scelta delle persone?

Quindi a parte la tendenza manettara del Pd di far finta di fare il bene delle donne punendo le stesse donne, oggi mi pare fondamentale rilevare il fatto che la posizione del M5S è molto deludente. Voto segreto e libertà di coscienza sono strumenti usati prima dalla democrazia cristiana, ora dal Pd, comunque dalla destra conservatrice di tanti bacia pile del paese. Il M5S non era il “nuovo” della politica? Allora perché non assumersi la responsabilità di dire chi, tra i parlamentari, voterà contro e chi invece voterà a favore?

Era il 2012. Coerenza zero

L’opposizione al non voto dell’articolo che consentirebbe l’adozione del figlio del partner, in gergo il “figliastro”, da parte del genitore non biologico, è cosa necessaria, giacché altrimenti ci saranno dei bambini, in giro, senza diritti, additati come fossero mostri, mancanti di qualcosa, solo perché gente miope e priva di una reale coscienza ha deciso così. Chi non vota il ddl sulle Unioni Civili la coscienza, secondo il mio punto di vista, non ce l’ha proprio per niente, ed è importante dirlo, farlo presente a chi preme sull’elettorato immaginando di trarre consenso dalle proprie posizioni politiche. Chi non vota questa legge perderà voti e non solo. Perderà credibilità, la stima di chi segue e di chi spera che finalmente qualcun@ abbia il coraggio di opporsi al pretame sparso che fa la voce grossa pensando di poter dare ordini su come deve essere regolata la vita della gente laica.

La “libertà di coscienza” sui diritti civili è codarda. Chi ammetterebbe “libertà di coscienza” se domani si votasse per i diritti dei neri dopo il tempo dell’apartheid? C’era da vergognarsi quando nel segreto si tutelava il voto di razzisti, fascisti, misogini e sessisti. Oggi tuteliamo, con la segretezza, il voto di chi?

Il voto di questa legge non sarebbe solo una vittoria per il mondo lgbtq, ma sarebbe una vittoria per tutt*. Una vittoria di civiltà che ci porterebbe un po’ più vicini a quel tempo e luogo in cui si smette di alimentare intolleranza, omofobia, e si comincia a parlare un linguaggio che non teme eguaglianza per nessun motivo. Dunque, chi vota per cosa? Ditecelo se ne avete il coraggio.

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06/01/2016

Catalogna, la Cup dice ‘no’ ad Artur Mas. Una lezione di coerenza

Dopo molte ore e molte votazioni, il Consiglio Politico della Cup – la coalizione della sinistra anticapitalista e indipendentista catalana – ha deciso di rigettare la proposta di investitura dell’ex governatore Artur Mas. Il ‘no’, se tutto il gruppo parlamentare della formazione forte di dieci eletti manterrà fede alla posizione espressa dagli organi dirigenti della Cup, porterà allo scioglimento del Parlament il prossimo 10 gennaio e all’indizione di nuove elezioni per il rinnovo di una assemblea regionale catalana che a settembre aveva visto prevalere i due schieramenti indipendentisti, quello radicale – le Candidature di Unità Popolare, appunto – e quello moderato formato dai liberalnazionalisti di Convergenza Democratica e dai socialdemocratici indipendentisti di Esquerra Republicana, uniti nella lista Junts pel Si. Lo schieramento di centro-sinistra indipendentista ha da subito puntato i piedi sulla rielezione del President uscente, scelta che la Cup si era detta fin dalla campagna elettorale indisponibile ad adottare viste le responsabilità personali e politiche di Artur Mas nelle pesanti misure di austerità e nei provvedimenti autoritari varati dal governo regionale nella precedente amministrazione.

Nonostante la disponibilità da parte della sinistra anticapitalista catalana – cresciuta da 3 a 10 seggi nel Parlament – a sostenere un governo indipendentista guidato da un esponente dello schieramento moderato meno compromesso con le privatizzazioni, i tagli sociali e la corruzione, Junts pel Si ha insistito sul nome di Mas, evidentemente timoroso che la non riconferma possa portare al tramonto della sua stella o addirittura a una sua uscita di scena per via giudiziaria, viste le numerose inchieste aperte dalla magistratura nei suoi confronti e nei confronti di alcuni suoi stretti collaboratori.

Per sostenere la rielezione di Mas, nonostante il pessimo risultato di Convergenza Democratica alle recenti elezioni legislative spagnole, non si sono mobilitati solo i media locali e i partiti della coalizione Junts pel Si, ma anche alcuni settori dell’associazionismo trasversale indipendentista che negli ultimi anni ha coordinato enormi mobilitazioni popolari favorevoli al distacco di Barcellona da Madrid.

La Cup è stata accusata di arrecare danno alla causa indipendentista e di condurre a elezioni che potrebbero portare ad un calo del sostegno ai due schieramenti che si battono per la proclamazione di una Repubblica Catalana (tendenza indicata dai sondaggi più recenti).

Pochi giorni fa le pressioni, i ricatti e l’eccezionalità del contesto politico hanno convinto metà dei militanti e degli attivisti della Cup, riuniti in un palazzetto dello sport di Sabadell in una storica assemblea durata dodici ore, a dire ‘sì’ al sostegno ad Artur Mas pur di non perdere l’occasione di eleggere un governo indipendentista. Ma la votazione è finita in quell’occasione 1515 contro 1515 (!), rimandando così la decisione definitiva alla riunione degli organi dirigenti della Cup e dei rappresentanti della Crida Constituent (le altre organizzazioni della sinistra antagonista locale presentatisi alle elezioni a settembre insieme agli indipendentisti) che si è tenuta oggi e che dopo un intenso dibattito e varie votazioni ha sancito il definitivo rifiuto. Alla riunione hanno partecipato anche i dieci parlamentari regionali e i quindici membri della segreteria nazionale del movimento che però non hanno diritto di voto in seno agli organi dirigenti dell’organizzazione ma solo diritto di parola. A prevalere, seppure di misura, è stata la linea espressa da alcune delle organizzazioni aderenti alla coalizione – in particolare il partito Endavant ed altri collettivi – che considerano la rottura nazionale un aspetto inscindibile della rottura dei rapporti sociali esistenti, e che concepiscono la lotta per l’indipendenza come un’occasione per imporre cambiamenti radicali anche di ordine economico e di relazioni internazionali (l’indipendenza come strumento, e non come fine). Nonostante la disponibilità di alcune assemblee locali a sostenere Mas espressa nel corso delle riunioni convocate a livello territoriale per dare la possibilità ai militanti di discutere ed esprimersi, quella di Barcellona – la più consistente – ha invece opposto un netto ‘no’ (80% contro un 20% di si) al tradimento della strategia della coalizione indipendentista.

Come detto lo scenario più probabile, ora, è lo scioglimento del Parlament e la convocazione di nuove elezioni entro marzo, mentre anche a Madrid le forze politiche statali faticano a trovare un accordo per la formazione del nuovo governo dello Stato Spagnolo. A meno che Junts pel Si di fronte al rifiuto da parte della Cup di sostenere Mas non decida di fare una controproposta agli indipendentisti di sinistra, mossa che però finora ha rifiutato di compiere forse sperando che pressioni e ricatti portassero la Cup a negare quanto promesso in campagna elettorale.

Vedremo cosa accadrà nei prossimi giorni, a partire dal comportamento dei parlamentari della coalizione indipendentista e anticapitalista (in teoria ne basterebbero solo due per permettere l’investitura di Artur Mas). Però ci sembra il caso di sottolineare la grande lezione di coerenza che la Cup sta dando in queste ore a molte forze della sinistra radicale europea che in varie occasioni hanno gettato alle ortiche principi, valori e obiettivi strategici in nome di una tattica quotidiana che spesso ha preso il sopravvento, portando esperienze politiche importanti a trasformarsi in stampelle di governi e di sistemi che le hanno infine risucchiate, annichilite e mutate geneticamente.

Che la Cup in conseguenza del suo gesto possa perdere una parte dei suoi consensi e quindi vedersi ridurre la rappresentanza istituzionale alle prossime elezioni catalane può essere considerato da questo punto di vista un “danno collaterale” più che accettabile se permetterà alla coalizione di rafforzare nel frattempo il suo radicamento sociale e la sua credibilità grazie ad una coerenza e ad una disciplina confermate per via democratica.

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