I risultati delle elezioni per il rinnovo della camera catalana cancellano la maggioranza indipendentista affermatasi nel 2021 e incoronano il Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC) come il partito di maggioranza relativa.
Lo schieramento indipendentista retrocede dal 51% di tre anni fa all’attuale 43%. Accanto a questo chiaro risultato, le urne sanciscono anche la crescita della destra e dell’estrema destra e disegnano un panorama parlamentare dagli equilibri incerti. Vediamo i risultati.
I socialisti catalani guadagnano più di 200.000 voti rispetto alle precedenti elezioni e si affermano come la prima forza parlamentare sia in voti che in seggi. I deputati del PSC sono ben 42, lontani dalla maggioranza assoluta (fissata a 68 seggi), ma più che sufficienti per candidarsi alla guida della Generalitat de Catalunya.
Il leader socialista Salvador Illa, già Ministro della Sanità del governo spagnolo durante la pandemia, ha parlato di un risultato storico e dell’apertura di una nuova tappa. I socialisti si sono affermati nettamente nella demarcazione di Barcellona, come già tre anni fa, e in quella di Tarragona, in entrambi i casi davanti a Junts e a Esquerra Republicana de Catalunya.
Il peso specifico e demografico delle aree in cui vince il PSC, sostanzialmente attorno a Barcellona, è cruciale per la vittoria elettorale: se si guarda alla distribuzione dei voti nei comuni si vede che i socialisti si affermano in 167 municipi, mentre Junts, il partito di Puigdemont, risulta il preferito in ben 726 comuni.
La ricetta del successo elettorale socialista è presto detta: cauto riformismo sociale, amnistia dai contorni ancora incerti per gli indipendentisti, fedeltà assoluta al PSOE e allo schieramento atlantico.
Una ricetta avvalorata e condivisa anche da ERC, il cui elettorato ha evidentemente preferito l’originale socialista alla copia catalana, determinando un vero e proprio ribaltone.
Il secondo partito della camera è Junts, che cresce di circa 100.000 voti rispetto alle elezioni del 2021, passa da 32 a 35 deputati e supera ERC, tornando a essere il primo partito indipendentista.
La formazione dell’ex-presidente tuttora in esilio si afferma nelle demarcazioni di Girona e Lleida ed è l’unico gruppo indipendentista che migliora i precedenti risultati. Puigdemont si era dichiarato pronto a tornare in Catalunya, nel caso fosse risultato il candidato più votato, per riprendere il percorso verso l’indipendenza.
Il presidente del primo ottobre mantiene ancora un forte consenso personale e assicura la tenuta del partito storico della piccola e media borghesia catalana.
ERC registra un calo notevole (meno 180.000 voti) e passa da 33 a 20 seggi. I repubblicani non si affermano in nessuna delle 4 demarcazioni e anche nella distribuzione dei voti a livello municipale si trovano non solo dopo Junts ma anche dopo i socialisti, con 43 municipi.
La quarta forza della camera catalana è il Partit Popular, che registra una spettacolare crescita di più di 200.000 voti, passa da 3 a 15 deputati e abbandona l’ultima posizione nella quale era stato relegato nel 2021.
La crescita del PP non avviene a spese di Vox, che mantiene gli 11 deputati di tre anni fa e si consolida nelle proprie posizioni. Al contrario Ciutadans, il partito che aveva svolto la funzione di diga unionista e il più votato nel 2017, vede sfumare i propri 6 seggi e sparisce dalla camera.
Per quel che riguarda la sinistra di osservanza statale, i Comuns-Sumar registrano un calo di circa 15.000 voti e passano da 8 a 6 seggi. Si tratta dell’alleato-stampella più vicino ai socialisti che, ingoiato il rospo del sostegno alla NATO in Ucraina (deciso dal governo Sánchez), consolidano l’appartenenza allo schieramento unionista.
Gli anticapitalisti e indipendentisti della Candidatura d’Unitat Popular perdono più di 60.000 voti rispetto al 2021 e passano da 9 a 4 seggi. La CUP ottiene 3 seggi a Barcellona e 1 a Girona, senza riuscire a strapparne altri né a Lleida né a Tarragona.
Se nel 2021 la coalizione era la prima forza in cinque comuni, oggi non si afferma neppure in uno e cala in modo preoccupante in alcuni dei propri feudi tradizionali.
Il deludente risultato della CUP prosegue la parabola discendente del partito iniziata con le elezioni spagnole e le comunali catalane dello scorso anno e che il processo congressuale di rifondazione interna (ancora in corso) intende arginare.
La campagna elettorale del partito è stata all’insegna dello slogan “un altro paese è possibile” ed ha privilegiato i temi sociali senza dimenticare l’indipendenza. La CUP è inoltre l’unico partito che si è opposto coerentemente allo schieramento atlantico, sia per quel che riguarda la Palestina che per l’Ucraina. Ma i temi internazionali sono rimasti ampiamente ai margini della campagna elettorale.
Infine c’è da registrare l’ingresso nella camera di un nuovo partito d’estrema destra, Aliança Catalana. Sorto a Ripoll, municipio dal quale proveniva il gruppo jihadista responsabile dell’attentato alla rambla di Barcellona del 2017, il nuovo partito si caratterizza per la islamofobia, la retorica contro l’immigrazione e per la creazione di “uno stato catalano libero, sicuro e occidentale”, come ha sostenuto la leader del partito e sindaco di Ripoll, Silvia Orriols.
Durante la campagna elettorale, Aliança Catalana ha beneficiato del sostegno di molte testate giornalistiche dell’unionismo spagnolo, che hanno dedicato più di una prima pagina alla Orriols, ritenuta in grado di intercettare parte degli elettori indipendentisti delusi sia da Junts che da ERC.
L’operazione è relativamente riuscita: Aliança Catalana entra nel parlamento regionale con 2 deputati. Da sottolineare che sia i tre partiti indipendentisti (Junts, ERC e la CUP) che il PSC e i Comuns hanno firmato un patto pre-elettorale nel quale si impegnavano a rifiutare il sostegno parlamentare (anche indiretto) della nuova formazione della estrema destra, di fatto relegata per il momento a una presenza testimoniale.
Di fatto, quando negli scorsi anni l’indipendentismo ha raggiunto i migliori risultati elettorali, non ha lasciato spazio all’emergere di una estrema destra catalana ed è riuscito a disinnescare la protesta populista: un dato di fatto spesso dimenticato che merita invece una riflessione. Aliança Catalana emerge infatti quando il movimento indipendentista perde l’iniziativa.
La formazione del nuovo esecutivo della Generalitat sembra complicata: il PSC potrebbe governare con ERC e i Comuns (le tre forze sommano giusto i 68 seggi necessari), ma l’esito non è scontato. La linea del “tavolo delle trattative con i socialisti” imboccata da ERC si è rivelata elettoralmente disastrosa e il gruppo dirigente dei repubblicani si trova ora davanti a un bivio: sostenere un governo di centrosinistra guidato da Illa (che rappresenterebbe la certificazione della rinuncia alle velleità indipendentiste del proprio elettorato) o ricercare una nuova alleanza con Junts e la CUP, dai contorni ancora tutti da definire.
È molto probabile che la situazione permanga incerta almeno fino alle prossime elezioni europee, senza scartare la possibile ritorno alle urne.
Il bilancio provvisorio della tornata elettorale è tutto a favore dell’unionismo statale e della conservazione degli equilbri esistenti: la radicale domanda di trasformazione istituzionale e sociale del movimento indipendentista subisce una decisa battuta d’arresto. Dove non era arrivata la repressione del PP, è arrivato il riformismo dei socialisti.
Oggi difficilmente le grandi imprese e le banche catalane sposterebbero la propria sede a València (come accaduto dopo il primo ottobre 2017) per difendere lo status quo e fare terra bruciata attorno a un movimento che, pur non esente da contraddizioni, ha evidenziato tutti i limiti della transizione spagnola, ha denunciato la continuità del regime del ’78 con il franchismo e ha minacciato la stabilità e il progetto del grande capitale catalano e spagnolo, entrambi integrati nel disegno della UE.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta CUP. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta CUP. Mostra tutti i post
19/03/2024
Catalogna - Il lungo congresso della CUP: quale approdo per l’esquerra independentista?
Dopo i pessimi risultati elettorali registrati alle comunali catalane e alle elezioni per il Congresso spagnolo, la Candidatura d’Unitat Popular ha avviato nel dicembre scorso un lungo percorso congressuale che, attraverso diverse assemblee territoriali attualmente in pieno svolgimento, dovrebbe rilanciare la proposta politica dell’organizzazione, adeguandola a uno scenario ormai caratterizzato dal riflusso del movimento per l’autodeterminazione e per l’indipendenza della Catalunya.
La fase congressuale si è aperta con la discussione di un unico documento, condiviso dalle varie anime dell’organizzazione, e si è finora concentrata sulla ricerca delle necessarie correzioni della linea politica del partito, nell’intenzione di affilare le proprie armi e migliorare la presenza egemonica della CUP nel corpo delle classi popolari.
L’orizzonte sembra essere la rifondazione della formula dell’unitat popular, a partire dalla riproposizione dei propri principi fondamentali (socialismo, indipendentismo, ecologismo, femminismo), con la volontà di farne una proposta che interessi non solo una minoranza, peraltro spesso già politicizzata, ma che interpelli l’insieme dei settori popolari. Evidentemente più facile a dirsi che a farsi.
Nelle fila dell’organizzazione sembra esserci un certo consenso attorno all’idea di unitat popular intesa come formula in grado di trasformare le necessità materiali delle classi subalterne in una lotta politicamente cosciente e in grado di fondersi con la proposta politica dell’indipendenza, del socialismo e del femminismo nei Països Catalans.
In questo schema, il perno dell’unitat popular è rappresentato dai lavoratori e dalle classi popolari, alla testa di un blocco sociale che non esclude l’alleanza tattica con la piccola e media borghesia sempre più impoverita, ma che in ogni caso vuole conservare un programma e una visione strategica di classe.
In base anche a queste premesse, la riflessione congressuale si è aperta ai contributi esterni, sia dei simpatizzanti che di tutta la vasta area di quella sinistra interessata alla proposta della costruzione dell’unitat popular.
Se è indubbio che la riflessione congressuale era ormai necessaria, è altrettanto vero che l’operazione della rifondazione dell’organizzazione si presta a diverse interpretazioni e sembra presentare sia rischi che virtú.
Differenti voci all’interno del partito hanno denunciato il pericolo dell’approdo a una versione per così dire “decaffeinata” della CUP ed hanno ribadito il rifiuto della logica della pura e semplice sommatoria di seggi al fine di governare le istituzioni (dai comuni alla Generalitat) denunciando il pericolo di convertirsi nel gestore amministrativo dello stato spagnolo e del grande capitale.
È questo il punto di vista di Endavant (una delle componenti interne alla CUP), che pure partecipa al processo di rifondazione.
Se questo rischioso scenario è stato finora apertamente rifiutato da tutta l’organizzazione, il suo fantasma ha animato una intensa discussione riguardo al rapporto tra le lotte nella società e il lavoro da compiere dentro le istituzioni.
In questo senso, gli eventi successivi al referendum del primo ottobre hanno dimostrato ampiamente che senza una vera e propria rivoluzione, senza degli istituti di partecipazione diretta che contendano il potere allo stato, non si costruisce la Repubblica catalana socialista. Su questo punto le differenti anime della coalizione coincidono. Ciononostante, la CUP non sottovaluta l’importanza della partecipazione nelle istituzioni.
In particolare l'ipotesi dell’unitat popular ampia (allargata anche a settori affini ma esterni alla sinistra indipendentista e anticapitalista), la proposta cioè che ha portato la CUP a conquistare il Comune di Girona, è enfatizzata da diverse voci all’interno del partito come la formula più adatta a uscire dal proprio bacino elettorale di riferimento e ad incarnare il nuovo volto del partito.
E alcune di queste voci auspicano con una certa disinvoltura ciò che definiscono come una ‘nuova vocazione maggioritaria’ del partito, dando l’impressione di ritenerne la semplice interiorizzazione come garanzia del successo elettorale. E con il rischio di scambiare la legittima aspirazione all’egemonia di gramsciana memoria con una semplice sommatoria di sigle dall’esito incerto.
Alle sirene della partecipazione istituzionale si contrappongono coloro i quali ribadiscono la filosofia che ha fin qui guidato la CUP nelle istituzioni: parteciparvi per portarle al limite e superarle quando i rapporti di forza siano favorevoli.
Consapevoli che questo punto di rottura può essere raggiunto solo se esiste un movimento popolare in grado di costruire spazi di potere sempre più diffusi nella società, capace di contrapporsi alle istituzioni statali fino a sostituirle.
Come si vede il dibattito interno è aperto.
Un altro tema sul quale si sta sviluppando la riflessione è quello della direzione assembleare fin qui caparbiamente difesa da tutta l’organizzazione. Da qualche tempo però si sono levate sempre più spesso le critiche a un sistema che ha rallentato in varie occasioni la presa di decisioni importanti e che perciò sembra aver penalizzato il partito.
Nella discussione di queste settimane, pare farsi strada una proposta organizzativa che, pur difendendo e conservando in buona misura la partecipazione assembleare dei militanti, si inclina per la costruzione di una direzione politica più stabile, autorizzata a decidere nell’ambito della più ampia strategia generale.
È questa la proposta di diversi esponenti e settori interni, quali Poblle LLiure, che lega inoltre la necessità di rafforzare la direzione dell’organizzazione alla possibilità di assumere maggiori responsabilità all’interno delle istituzioni, qualora i rapporti di forza lo consentano.
Secondo questo settore inoltre, non si può semplicemente liquidare l’indipendentismo di Esquerra Republicana de Catalunya e di Junts per Catalunya come “indipendentismo borghese” ed è invece necessario dedicargli un’attenzione particolare per sottrarre la base dei due partiti all’influenza dei leader della piccola e media borghesia catalana.
Il vasto dibattito per il momento non sembra aver affrontato il tema spinoso della persistente difficoltà dell’organizzazione a Barcellona, dove non è rappresentata negli organi del Comune, e dove sconta la difficoltà di competere con la sinistra di obbedienza statale, che nuota come un pesce nel mare della metropoli cosmopolita.
È finora mancata anche una riflessione sull’assenza di un giornale d’area in grado di contribuire alla costruzione di una cornice interpretativa coerente con la visione politica della CUP (e della più ampia area dell’esquerra independentista e anticapitalista), inteso come uno strumento necessario nella lotta per l’egemonia nel campo della cultura.
Sui temi internazionali infine, sembra reggere un consenso interno che non ne ha reso necessaria la verifica congressuale. D’altro canto però, bisogna constatare come l’impegno contro la guerra della NATO, pur convinto e immediato, non sia stato finora sufficiente a costruire un movimento all’altezza della situazione.
La posizione internazionalista della CUP, fermamente contraria all’alleanza atlantica, schierata da subito contro il sostegno degli USA e della UE all’Ucraina, decisamente a fianco della resistenza palestinese (più volte evocata nel dibattito congressuale), rimane comunque uno dei punti fermi della proposta dell’unitat popular.
Fonte
La fase congressuale si è aperta con la discussione di un unico documento, condiviso dalle varie anime dell’organizzazione, e si è finora concentrata sulla ricerca delle necessarie correzioni della linea politica del partito, nell’intenzione di affilare le proprie armi e migliorare la presenza egemonica della CUP nel corpo delle classi popolari.
L’orizzonte sembra essere la rifondazione della formula dell’unitat popular, a partire dalla riproposizione dei propri principi fondamentali (socialismo, indipendentismo, ecologismo, femminismo), con la volontà di farne una proposta che interessi non solo una minoranza, peraltro spesso già politicizzata, ma che interpelli l’insieme dei settori popolari. Evidentemente più facile a dirsi che a farsi.
Nelle fila dell’organizzazione sembra esserci un certo consenso attorno all’idea di unitat popular intesa come formula in grado di trasformare le necessità materiali delle classi subalterne in una lotta politicamente cosciente e in grado di fondersi con la proposta politica dell’indipendenza, del socialismo e del femminismo nei Països Catalans.
In questo schema, il perno dell’unitat popular è rappresentato dai lavoratori e dalle classi popolari, alla testa di un blocco sociale che non esclude l’alleanza tattica con la piccola e media borghesia sempre più impoverita, ma che in ogni caso vuole conservare un programma e una visione strategica di classe.
In base anche a queste premesse, la riflessione congressuale si è aperta ai contributi esterni, sia dei simpatizzanti che di tutta la vasta area di quella sinistra interessata alla proposta della costruzione dell’unitat popular.
Se è indubbio che la riflessione congressuale era ormai necessaria, è altrettanto vero che l’operazione della rifondazione dell’organizzazione si presta a diverse interpretazioni e sembra presentare sia rischi che virtú.
Differenti voci all’interno del partito hanno denunciato il pericolo dell’approdo a una versione per così dire “decaffeinata” della CUP ed hanno ribadito il rifiuto della logica della pura e semplice sommatoria di seggi al fine di governare le istituzioni (dai comuni alla Generalitat) denunciando il pericolo di convertirsi nel gestore amministrativo dello stato spagnolo e del grande capitale.
È questo il punto di vista di Endavant (una delle componenti interne alla CUP), che pure partecipa al processo di rifondazione.
Se questo rischioso scenario è stato finora apertamente rifiutato da tutta l’organizzazione, il suo fantasma ha animato una intensa discussione riguardo al rapporto tra le lotte nella società e il lavoro da compiere dentro le istituzioni.
In questo senso, gli eventi successivi al referendum del primo ottobre hanno dimostrato ampiamente che senza una vera e propria rivoluzione, senza degli istituti di partecipazione diretta che contendano il potere allo stato, non si costruisce la Repubblica catalana socialista. Su questo punto le differenti anime della coalizione coincidono. Ciononostante, la CUP non sottovaluta l’importanza della partecipazione nelle istituzioni.
In particolare l'ipotesi dell’unitat popular ampia (allargata anche a settori affini ma esterni alla sinistra indipendentista e anticapitalista), la proposta cioè che ha portato la CUP a conquistare il Comune di Girona, è enfatizzata da diverse voci all’interno del partito come la formula più adatta a uscire dal proprio bacino elettorale di riferimento e ad incarnare il nuovo volto del partito.
E alcune di queste voci auspicano con una certa disinvoltura ciò che definiscono come una ‘nuova vocazione maggioritaria’ del partito, dando l’impressione di ritenerne la semplice interiorizzazione come garanzia del successo elettorale. E con il rischio di scambiare la legittima aspirazione all’egemonia di gramsciana memoria con una semplice sommatoria di sigle dall’esito incerto.
Alle sirene della partecipazione istituzionale si contrappongono coloro i quali ribadiscono la filosofia che ha fin qui guidato la CUP nelle istituzioni: parteciparvi per portarle al limite e superarle quando i rapporti di forza siano favorevoli.
Consapevoli che questo punto di rottura può essere raggiunto solo se esiste un movimento popolare in grado di costruire spazi di potere sempre più diffusi nella società, capace di contrapporsi alle istituzioni statali fino a sostituirle.
Come si vede il dibattito interno è aperto.
Un altro tema sul quale si sta sviluppando la riflessione è quello della direzione assembleare fin qui caparbiamente difesa da tutta l’organizzazione. Da qualche tempo però si sono levate sempre più spesso le critiche a un sistema che ha rallentato in varie occasioni la presa di decisioni importanti e che perciò sembra aver penalizzato il partito.
Nella discussione di queste settimane, pare farsi strada una proposta organizzativa che, pur difendendo e conservando in buona misura la partecipazione assembleare dei militanti, si inclina per la costruzione di una direzione politica più stabile, autorizzata a decidere nell’ambito della più ampia strategia generale.
È questa la proposta di diversi esponenti e settori interni, quali Poblle LLiure, che lega inoltre la necessità di rafforzare la direzione dell’organizzazione alla possibilità di assumere maggiori responsabilità all’interno delle istituzioni, qualora i rapporti di forza lo consentano.
Secondo questo settore inoltre, non si può semplicemente liquidare l’indipendentismo di Esquerra Republicana de Catalunya e di Junts per Catalunya come “indipendentismo borghese” ed è invece necessario dedicargli un’attenzione particolare per sottrarre la base dei due partiti all’influenza dei leader della piccola e media borghesia catalana.
Il vasto dibattito per il momento non sembra aver affrontato il tema spinoso della persistente difficoltà dell’organizzazione a Barcellona, dove non è rappresentata negli organi del Comune, e dove sconta la difficoltà di competere con la sinistra di obbedienza statale, che nuota come un pesce nel mare della metropoli cosmopolita.
È finora mancata anche una riflessione sull’assenza di un giornale d’area in grado di contribuire alla costruzione di una cornice interpretativa coerente con la visione politica della CUP (e della più ampia area dell’esquerra independentista e anticapitalista), inteso come uno strumento necessario nella lotta per l’egemonia nel campo della cultura.
Sui temi internazionali infine, sembra reggere un consenso interno che non ne ha reso necessaria la verifica congressuale. D’altro canto però, bisogna constatare come l’impegno contro la guerra della NATO, pur convinto e immediato, non sia stato finora sufficiente a costruire un movimento all’altezza della situazione.
La posizione internazionalista della CUP, fermamente contraria all’alleanza atlantica, schierata da subito contro il sostegno degli USA e della UE all’Ucraina, decisamente a fianco della resistenza palestinese (più volte evocata nel dibattito congressuale), rimane comunque uno dei punti fermi della proposta dell’unitat popular.
Fonte
02/06/2023
Catalogna - Uno scenario politico in movimento dopo la tornata elettorale
Le elezioni per il rinnovo dei sindaci svoltesi questa domenica in Catalunya ci consegnano uno scenario politico in movimento e di non facile lettura.
Nel corso della campagna elettorale il Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC) si era presentato come il partito dell’ordine e degli affari: il candidato socialista impegnato nella quantomai incerta corsa al Comune di Barcellona aveva dichiarato di essere disposto a scendere a patti solo con chi fosse “pienamente leale allo stato e alle istituzioni europee”.
Unidas Podemos giocava la carta della riconferma di Ada Colau, ancora una volta l’attivo catalano più convincente del partito che, impegnato a spostare a sinistra l’asse del governo spagnolo, non sembra finora essere riuscito nell’impresa.
La gestione dell’immigrazione, l’adesione incondizionata del governo Sánchez alla guerra in Ucraina e per ultimo i ritocchi alla politica sulla violenza di genere hanno rappresentato altrettanti rospi di difficile digestione per gli eredi del movimento degli indignati.
Su Esquerra Republicana de Catalunya e Junts per Catalunya aleggiava invece la possibile disaffezione dell’elettorato indipendentista, deluso sia dal ritorno alla gestione dell’autonomia regionale che dal dialogo con lo Stato, impersonati soprattutto dal presidente della Genearalitat, Pere Aragonès.
L’interrogativo sul comportamento dell’elettorato indipendentista gravava anche sulla Candidatura d’Unitat Popular (CUP), impegnata nella difficile sfida per rientrare al comune di Barcellona e per la tenuta di alcuni centri di piccola e media grandezza nei quali si era imposta negli anni scorsi.
Un particolare interesse suscitava anche l’esperimento di Girona, dove il partito aveva confermato il sostegno a una ampia coalizione (Guanyem) che, uscendo dal più stretto recinto dell’esquerra independentista e anticapitalista, aspirava a portare sulla poltrona del sindaco il proprio candidato, Lluc Salellas.
Il dato più interessante uscito dalle urne sembra essere il calo della partecipazione. Non solo: l’astensione è cresciuta maggiormente nelle zone dove più consolidato è il voto indipendentista, con cali spettacolari attorno al 10% come nel caso di Girona o di Vic.
Rispetto alle precedenti municipali, ERC ha perduto più di 300.000 voti, la CUP più di 50.000, mentre Junts riesce a fermare il passivo sulla soglia dei 5.000 voti.
L’elettorato indipendentista ha cioè castigato chiaramente la tattica del “dialogo”, abbracciata soprattutto da ERC, e ha punito anche la CUP, incapace di invertire questa tendenza. Resta da vedere nelle prossime settimane se la direzione repubblicana sarà in grado di fare autocritica e cambiare rotta o se stringerà ulteriormente la tacita alleanza con il PSOE.
Quanto al risultato della CUP, sembra aver pesato la disillusione diffusasi in alcune delle frange radicali dell’indipendentismo anticapitalista, per esempio nei Comitès de Defensa de la República (CDR).
In ogni modo, è interessante notare che l’elettorato indipendentista ha usato le elezioni municipali in chiave nazionale, sviando per una volta l’attenzione da Barcellona, che di solito monopolizza l’analisi elettorale delle comunali e costringendo ad aprire una riflessione sulla più ampia realtà catalana.
Chi beneficia di questa spettacolare astensione sono i socialisti che, alternando sapientemente la repressione poliziesca con l’indulto ai principali responsabili del referendum del primo ottobre, sono riusciti negli ultimi anni a rinnovare la propria immagine fino a scoprirsi sorprendentemente i più votati di questa tornata elettorale locale (nonostante anche il PSC registri una perdita di 55.000 voti).
Così i socialisti si sono affermati come il primo partito a Tarragona, Lleida e Girona, tre su quattro delle più grandi città catalane. Sebbene a Barcellona il partito più votato sia stato Junts per Catalunya, è tutt’altro che improbabile che un accordo tra PSC, ERC e i Comuns di Ada Colau finisca per imporre un sindaco espressione delle sinistre riformiste catalane e delle succursali statali. Il PSC potrebbe così portare a casa anche il Comune di Barcellona.
A Girona sono invece i socialisti a subire il gioco delle alleanze post-elettorali: l’ottimo risultato di Gunyem (la marca bianca della CUP) potrebbe rendere possibile un accordo con ERC e Junts e incoronare sindaco l’indipendentista e anticapitalista Salellas.
Nel complesso il risultato catalano dei socialisti è in netta controtendenza con i risultati deludenti ottenuti dal PSOE nelle altre regioni dello stato in cui si è votato (comunali in alcuni casi, regionali in altri). Bruciano in particolare le disfatte subite in Andalusia, al Païs Valencià, Balears, Aragona... che hanno indotto Pedro Sánchez a indire nuove elezioni politiche per il prossimo 23 luglio, una decisione tra l’audacia e la temerarietà che lascia quantomeno sorpresi.
Per quel che riguarda l’estrema destra, Vox riesce ad entrare in 19 dei 20 municipi catalani di più grandi dimensioni, segnando una crescita che lo porta ad essere presente in 75 consigli comunali, tra cui quello di Barcellona.
Dal canto suo, il PP si impone a Badalona e ottiene rappresentanza a Barcellona. Il voto catalano della destra è nel complesso positivo e in sintonia con le affermazioni ottenute nella Comunità Autonoma e al Comune di Madrid.
“Nei Països Catalans sale la destra, l’estrema destra e lo spagnolismo. Non è un bel panorama, né per le sinistre né per l’indipendentismo. È il momento di una analisi profonda“. È il primo e stringato commento della CUP, un grido d’allerta per i rischi insiti nello scenario politico catalano e spagnolo al quale l’annuncio di nuove elezioni sembra aver impresso un’accelerazione dagli effetti imprevedibili.
Fonte
Nel corso della campagna elettorale il Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC) si era presentato come il partito dell’ordine e degli affari: il candidato socialista impegnato nella quantomai incerta corsa al Comune di Barcellona aveva dichiarato di essere disposto a scendere a patti solo con chi fosse “pienamente leale allo stato e alle istituzioni europee”.
Unidas Podemos giocava la carta della riconferma di Ada Colau, ancora una volta l’attivo catalano più convincente del partito che, impegnato a spostare a sinistra l’asse del governo spagnolo, non sembra finora essere riuscito nell’impresa.
La gestione dell’immigrazione, l’adesione incondizionata del governo Sánchez alla guerra in Ucraina e per ultimo i ritocchi alla politica sulla violenza di genere hanno rappresentato altrettanti rospi di difficile digestione per gli eredi del movimento degli indignati.
Su Esquerra Republicana de Catalunya e Junts per Catalunya aleggiava invece la possibile disaffezione dell’elettorato indipendentista, deluso sia dal ritorno alla gestione dell’autonomia regionale che dal dialogo con lo Stato, impersonati soprattutto dal presidente della Genearalitat, Pere Aragonès.
L’interrogativo sul comportamento dell’elettorato indipendentista gravava anche sulla Candidatura d’Unitat Popular (CUP), impegnata nella difficile sfida per rientrare al comune di Barcellona e per la tenuta di alcuni centri di piccola e media grandezza nei quali si era imposta negli anni scorsi.
Un particolare interesse suscitava anche l’esperimento di Girona, dove il partito aveva confermato il sostegno a una ampia coalizione (Guanyem) che, uscendo dal più stretto recinto dell’esquerra independentista e anticapitalista, aspirava a portare sulla poltrona del sindaco il proprio candidato, Lluc Salellas.
Il dato più interessante uscito dalle urne sembra essere il calo della partecipazione. Non solo: l’astensione è cresciuta maggiormente nelle zone dove più consolidato è il voto indipendentista, con cali spettacolari attorno al 10% come nel caso di Girona o di Vic.
Rispetto alle precedenti municipali, ERC ha perduto più di 300.000 voti, la CUP più di 50.000, mentre Junts riesce a fermare il passivo sulla soglia dei 5.000 voti.
L’elettorato indipendentista ha cioè castigato chiaramente la tattica del “dialogo”, abbracciata soprattutto da ERC, e ha punito anche la CUP, incapace di invertire questa tendenza. Resta da vedere nelle prossime settimane se la direzione repubblicana sarà in grado di fare autocritica e cambiare rotta o se stringerà ulteriormente la tacita alleanza con il PSOE.
Quanto al risultato della CUP, sembra aver pesato la disillusione diffusasi in alcune delle frange radicali dell’indipendentismo anticapitalista, per esempio nei Comitès de Defensa de la República (CDR).
In ogni modo, è interessante notare che l’elettorato indipendentista ha usato le elezioni municipali in chiave nazionale, sviando per una volta l’attenzione da Barcellona, che di solito monopolizza l’analisi elettorale delle comunali e costringendo ad aprire una riflessione sulla più ampia realtà catalana.
Chi beneficia di questa spettacolare astensione sono i socialisti che, alternando sapientemente la repressione poliziesca con l’indulto ai principali responsabili del referendum del primo ottobre, sono riusciti negli ultimi anni a rinnovare la propria immagine fino a scoprirsi sorprendentemente i più votati di questa tornata elettorale locale (nonostante anche il PSC registri una perdita di 55.000 voti).
Così i socialisti si sono affermati come il primo partito a Tarragona, Lleida e Girona, tre su quattro delle più grandi città catalane. Sebbene a Barcellona il partito più votato sia stato Junts per Catalunya, è tutt’altro che improbabile che un accordo tra PSC, ERC e i Comuns di Ada Colau finisca per imporre un sindaco espressione delle sinistre riformiste catalane e delle succursali statali. Il PSC potrebbe così portare a casa anche il Comune di Barcellona.
A Girona sono invece i socialisti a subire il gioco delle alleanze post-elettorali: l’ottimo risultato di Gunyem (la marca bianca della CUP) potrebbe rendere possibile un accordo con ERC e Junts e incoronare sindaco l’indipendentista e anticapitalista Salellas.
Nel complesso il risultato catalano dei socialisti è in netta controtendenza con i risultati deludenti ottenuti dal PSOE nelle altre regioni dello stato in cui si è votato (comunali in alcuni casi, regionali in altri). Bruciano in particolare le disfatte subite in Andalusia, al Païs Valencià, Balears, Aragona... che hanno indotto Pedro Sánchez a indire nuove elezioni politiche per il prossimo 23 luglio, una decisione tra l’audacia e la temerarietà che lascia quantomeno sorpresi.
Per quel che riguarda l’estrema destra, Vox riesce ad entrare in 19 dei 20 municipi catalani di più grandi dimensioni, segnando una crescita che lo porta ad essere presente in 75 consigli comunali, tra cui quello di Barcellona.
Dal canto suo, il PP si impone a Badalona e ottiene rappresentanza a Barcellona. Il voto catalano della destra è nel complesso positivo e in sintonia con le affermazioni ottenute nella Comunità Autonoma e al Comune di Madrid.
“Nei Països Catalans sale la destra, l’estrema destra e lo spagnolismo. Non è un bel panorama, né per le sinistre né per l’indipendentismo. È il momento di una analisi profonda“. È il primo e stringato commento della CUP, un grido d’allerta per i rischi insiti nello scenario politico catalano e spagnolo al quale l’annuncio di nuove elezioni sembra aver impresso un’accelerazione dagli effetti imprevedibili.
Fonte
14/02/2021
Catalogna - Il voto un punto di svolta per la politica in Spagna
Domenica 14 febbraio si vota nella Comunità Autonoma Catalana.
Un voto, che come abbiamo avuto modo di spiegare ha una valenza nazionale e che darà risposta – attraverso il responso delle urne – ad almeno tre questioni centrali.
La prima è quale sarà l’esito della spregiudicata scommessa politica dei socialisti – perno dell’“esecutivo di minoranza” a livello centrale – fatta allo scopo di affrontare i due anni senza elezioni che ha di fronte con in mano la gestione dei fondi UE, senza l’incognita della questione catalana.
Una sconfitta a Barcellona, avrebbe delle conseguenze pesanti a Madrid, costituendo un effetto boomerang per Pedro Sánchez e soci.
La seconda è la tenuta o meno della “maggioranza” indipendentista – e il peso delle formazioni maggiori che la compongono – e dunque il possibile rilancio dell’iniziativa di de-connessione da Madrid.
La terza, è quale sarà la configurazione della destra “costituzionalista”, e se verrà confermata l’ascesa di Vox a detrimento del PP e di Ciudadanos.
I socialisti del PSC, con l’ex ministro della salute Salvador Illa come capolista, voluto fortemente da Sánchez, si giocano una partita importante ed hanno puntato tutto sull’ipotesi di fare punto a capo rispetto a questi dieci anni politici caratterizzati dal procés, con un programma di rilancio economico della regione supportato dai fondi – in sovvenzioni e prestiti – che verranno elargiti alla Spagna all’interno del Next Generation EU.
Illa, in una recente intervista al The Guardian, rispetto al recente ciclo politico catalano non usa mezzi termini: “dieci anni persi di incrementata divisione” e dice chiaramente che non lavorerà mai per l’indipendenza catalana dal governo perché penso che “feriscono e dividono la Catalogna”.
L’agenda politica dei socialista metterebbe al centro il rafforzamento del sistema sanitario pubblico e il rilancio dell’economia.
Illa, promette di immettere ben 5 miliardi di euro nel sistema sanitario catalano nei prossimi 5 anni, con una riconfigurazione complessiva dei servizi, e la creazione di 140 mila posti di lavoro negli anni a venire.
L’ex ministro della salute vuole portare la regione – che dal 2018 ha ceduto il primo posto per la percentuale di PIL rispetto Madrid – al centro di un piano di sviluppo usando i fondi europei nell’industria automobilistica, nel turismo e nell’ingegneria chimica.
Le tre maggiori formazioni indipendentiste – ERC, JxC e la CUP – hanno recentemente firmato su impulso di Catalans por Independència una dichiarazione congiunta che li impegna a non andare al governo con la branca catalana dei socialisti (PSC), azzerando le illazioni su un possibile approccio più dialogante di ERC con i socialisti anche in ambito catalano. Ipotesi che la stessa formazione aveva negato con forza.
Chi sono i capi-lista delle tre formazioni?
Pere Aragonès per ERC, che ha “retto” fin qui il governo regionale dopo l’estromissione di Torra, a settembre, e l’avvio delle elezioni anticipate; Laura Barràs, che ha vinto le primarie di JxC – filologa catalana ed ex ministra della cultura, fino a correre vittoriosamente nelle elezioni legislative del 2019 – e Dolores Sabater per la CUP, ex sindaca di Badalona, eletta con una coalizione trasversale, in carica fino alla mozione di sfiducia portata avanti dai socialisti ed appoggiata dalla destra (PP e Ciudadanos).
Tutte e tre le formazioni hanno nel proprio programma politico due punti sostanziali: il raggiungimento dell’indipendenza repubblicana come orizzonte strategico e la realizzazione dell’amnistia per le 3.000 persone implicate a diverso modo nelle mobilitazioni dal 2017 ad oggi.
Differiscono invece rispetto all’approccio tenuto nei confronti dell’esecutivo PSOE-Podemos Unidos, al posizionamento rispetto alla UE e alle politiche sociali in genere.
Vediamo i capi-lista delle altre maggiori formazioni.
Nel composito quadro della destra iberica, Vox sembra guidare l’opposizione frontale all’indipendentismo ed è abbastanza certo che possa giungere in quarta posizione nella competizione elettorale, superando il Partido Popular di Casado, che attualmente ha quattro seggi e come capolista Alejandro Fernández.
Ciudadanos, che nelle ultime elezioni aveva conquistato 36 seggi – 11 in più della già importante affermazione del 2015 – senza però riuscire a diventare il perno di un possibile esecutivo, sembra relegato ad un ruolo marginale, e destinato ad un drastico calo. Attraverso il suo candidato Carlos Carrizosa – da sempre figura di spicco della formazione – ha offerto il suo appoggio ad Illa.
Ignacio Garriga, capolista di Vox e transfugo del PP, eletto nelle ultime elezioni legislative spagnole del 2019 nelle fila della formazione di estrema-destra, potrebbe passare alla storia come colui che fa entrare il partito di Santiago Abascal nel Parlament e superare i popolari, che comunque si confermano nuovo perno della mobilitazione reazionaria anti-indipendentista.
Jéssica Albiach è invece la candidata di En Comú Podem. Giornalista e fotografa, era una attivista del movimento M-15, poi candidatasi con Podemos, e dal 2019 coordinatrice insieme alla Colau e Lopéz di Catalunya En Comú.
Sotto lo slogan El Cambio que Catalunya merece, propone un cambiamento nel governo regionale. Ha reiterato la proposta di un governo “tripartito” con i socialisti ed ERC e criticato queste due formazioni per i loro veti incrociati. La formazione è una creazione della sindaca di Barcellona Ada Colau, riconfermata grazie ai voti di Manuel Valls, ed ha un radicamento limitato nella capitale catalana.
En Comú Podem, che sostiene l’attuale esecutivo nazionale, ha conosciuto varie defezioni negli anni, tra cui quella del suo leader Xavier Domènech, in generale per la sua posizione piuttosto timida – per usare un eufemismo – nei confronti della tematica indipendentista. Potrebbe confermare gli otto seggi conquistati precedentemente.
Nel contesto pandemico, la prima grande incognita è la partecipazione elettorale che si è storicamente attestata dentro una forbice che va dal minimo storico nel 1992 (54%) al picco di partecipazione del 79% nelle ultime elezioni.
È chiaro che l’esito delle urne, in una maniera o in un’altra, implicherà un cambio di passo per la politica iberica.
Fonte
Un voto, che come abbiamo avuto modo di spiegare ha una valenza nazionale e che darà risposta – attraverso il responso delle urne – ad almeno tre questioni centrali.
La prima è quale sarà l’esito della spregiudicata scommessa politica dei socialisti – perno dell’“esecutivo di minoranza” a livello centrale – fatta allo scopo di affrontare i due anni senza elezioni che ha di fronte con in mano la gestione dei fondi UE, senza l’incognita della questione catalana.
Una sconfitta a Barcellona, avrebbe delle conseguenze pesanti a Madrid, costituendo un effetto boomerang per Pedro Sánchez e soci.
La seconda è la tenuta o meno della “maggioranza” indipendentista – e il peso delle formazioni maggiori che la compongono – e dunque il possibile rilancio dell’iniziativa di de-connessione da Madrid.
La terza, è quale sarà la configurazione della destra “costituzionalista”, e se verrà confermata l’ascesa di Vox a detrimento del PP e di Ciudadanos.
I socialisti del PSC, con l’ex ministro della salute Salvador Illa come capolista, voluto fortemente da Sánchez, si giocano una partita importante ed hanno puntato tutto sull’ipotesi di fare punto a capo rispetto a questi dieci anni politici caratterizzati dal procés, con un programma di rilancio economico della regione supportato dai fondi – in sovvenzioni e prestiti – che verranno elargiti alla Spagna all’interno del Next Generation EU.
Illa, in una recente intervista al The Guardian, rispetto al recente ciclo politico catalano non usa mezzi termini: “dieci anni persi di incrementata divisione” e dice chiaramente che non lavorerà mai per l’indipendenza catalana dal governo perché penso che “feriscono e dividono la Catalogna”.
L’agenda politica dei socialista metterebbe al centro il rafforzamento del sistema sanitario pubblico e il rilancio dell’economia.
Illa, promette di immettere ben 5 miliardi di euro nel sistema sanitario catalano nei prossimi 5 anni, con una riconfigurazione complessiva dei servizi, e la creazione di 140 mila posti di lavoro negli anni a venire.
L’ex ministro della salute vuole portare la regione – che dal 2018 ha ceduto il primo posto per la percentuale di PIL rispetto Madrid – al centro di un piano di sviluppo usando i fondi europei nell’industria automobilistica, nel turismo e nell’ingegneria chimica.
Le tre maggiori formazioni indipendentiste – ERC, JxC e la CUP – hanno recentemente firmato su impulso di Catalans por Independència una dichiarazione congiunta che li impegna a non andare al governo con la branca catalana dei socialisti (PSC), azzerando le illazioni su un possibile approccio più dialogante di ERC con i socialisti anche in ambito catalano. Ipotesi che la stessa formazione aveva negato con forza.
Chi sono i capi-lista delle tre formazioni?
Pere Aragonès per ERC, che ha “retto” fin qui il governo regionale dopo l’estromissione di Torra, a settembre, e l’avvio delle elezioni anticipate; Laura Barràs, che ha vinto le primarie di JxC – filologa catalana ed ex ministra della cultura, fino a correre vittoriosamente nelle elezioni legislative del 2019 – e Dolores Sabater per la CUP, ex sindaca di Badalona, eletta con una coalizione trasversale, in carica fino alla mozione di sfiducia portata avanti dai socialisti ed appoggiata dalla destra (PP e Ciudadanos).
Tutte e tre le formazioni hanno nel proprio programma politico due punti sostanziali: il raggiungimento dell’indipendenza repubblicana come orizzonte strategico e la realizzazione dell’amnistia per le 3.000 persone implicate a diverso modo nelle mobilitazioni dal 2017 ad oggi.
Differiscono invece rispetto all’approccio tenuto nei confronti dell’esecutivo PSOE-Podemos Unidos, al posizionamento rispetto alla UE e alle politiche sociali in genere.
Vediamo i capi-lista delle altre maggiori formazioni.
Nel composito quadro della destra iberica, Vox sembra guidare l’opposizione frontale all’indipendentismo ed è abbastanza certo che possa giungere in quarta posizione nella competizione elettorale, superando il Partido Popular di Casado, che attualmente ha quattro seggi e come capolista Alejandro Fernández.
Ciudadanos, che nelle ultime elezioni aveva conquistato 36 seggi – 11 in più della già importante affermazione del 2015 – senza però riuscire a diventare il perno di un possibile esecutivo, sembra relegato ad un ruolo marginale, e destinato ad un drastico calo. Attraverso il suo candidato Carlos Carrizosa – da sempre figura di spicco della formazione – ha offerto il suo appoggio ad Illa.
Ignacio Garriga, capolista di Vox e transfugo del PP, eletto nelle ultime elezioni legislative spagnole del 2019 nelle fila della formazione di estrema-destra, potrebbe passare alla storia come colui che fa entrare il partito di Santiago Abascal nel Parlament e superare i popolari, che comunque si confermano nuovo perno della mobilitazione reazionaria anti-indipendentista.
Jéssica Albiach è invece la candidata di En Comú Podem. Giornalista e fotografa, era una attivista del movimento M-15, poi candidatasi con Podemos, e dal 2019 coordinatrice insieme alla Colau e Lopéz di Catalunya En Comú.
Sotto lo slogan El Cambio que Catalunya merece, propone un cambiamento nel governo regionale. Ha reiterato la proposta di un governo “tripartito” con i socialisti ed ERC e criticato queste due formazioni per i loro veti incrociati. La formazione è una creazione della sindaca di Barcellona Ada Colau, riconfermata grazie ai voti di Manuel Valls, ed ha un radicamento limitato nella capitale catalana.
En Comú Podem, che sostiene l’attuale esecutivo nazionale, ha conosciuto varie defezioni negli anni, tra cui quella del suo leader Xavier Domènech, in generale per la sua posizione piuttosto timida – per usare un eufemismo – nei confronti della tematica indipendentista. Potrebbe confermare gli otto seggi conquistati precedentemente.
Nel contesto pandemico, la prima grande incognita è la partecipazione elettorale che si è storicamente attestata dentro una forbice che va dal minimo storico nel 1992 (54%) al picco di partecipazione del 79% nelle ultime elezioni.
È chiaro che l’esito delle urne, in una maniera o in un’altra, implicherà un cambio di passo per la politica iberica.
Fonte
31/12/2019
Il rischio della normalizzazione si affaccia in Catalunya
Mentre non si è ancora spento l’eco della sentenza del Tribunale di Giustizia dell’UE, favorevole all’immunità per Oriol Junqueras (il presidente di ERC in prigione da due anni), prosegue la manovra del PSOE e della direzione dei repubblicani volta a neutralizzare l’indipendentismo popolare e ad evitare che l’attività dei CDR (Comitati di Difesa della Repubblica) e della sinistra anticapitalista possa mettere in discussione l’egemonia del catalanismo moderato sul movimento.
Come denunciato da diverse voci dell’indipendentismo anticapitalista, siamo di fronte a un tentativo di ricomposizione del regime volto a seppellire il conflitto e la trasformazione sociale e istituzionale in Catalunya e nel resto dello Stato.
Il PSOE si rifiuta di parlare di autodeterminazione e di amnistia, ma ha concesso un tavolo di negoziazione che ERC ha assai apprezzato. Il “dialogo” offerto dai socialisti si sposa con la strategia dei piccoli passi e dell’accumulazione delle forze dei repubblicani, due opzioni che hanno in comune l’intenzione di oscurare completamente la lotta e l’autorganizzazione dal basso dell’indipendentismo.
Il Congresso di Esquerra Repúblicana, conclusosi sabato scorso, ha visto un ampio consenso attorno alla proposta di un referendum di autodeterminazione accordato con lo Stato. Il settore critico non è riuscito a far riconoscere dalla maggioranza il mandato vincolante del primo ottobre ed è evidente che la via imboccata dal partito è quella della rinuncia al conflitto. In questa prospettiva, la questione catalana è destinata a rimanere una rivoluzione incompiuta, come l’ha definita a suo tempo Marco Santopadre nel suo libro La sfida catalana.
Nel suo intervento alla Convenzione repubblicana del sovranismo progressista del 14 dicembre, Joan Tardà, uno dei cervelli di ERC, si è spinto fino a definire il partito socialista catalano (PSC) come un “elemento centrale del catalanismo“, sostenendo la necessità di ottenerne l’appoggio nell’ipotesi di un nuovo governo delle sinistre moderate alla guida della Generalitat. Uno scenario che seppellirebbe qualsiasi trasformazione sociale e istituzionale e che si tradurrebbe in un nuovo periodo di gestione ordinaria dell’autonomia catalana.
Con la differenza che mentre negli anni ’80, ’90 e fino oltre il 2000 era il partito del centrodestra catalano a svolgere il ruolo di vassallo dello stato, ora sarebbe ERC ad amministrare le briciole del potere.
Uno scenario di triplice normalizzazione:
1) sul piano istituzionale, con la questione della costruzione della Repubblica rinviata a un futuro indefinito;
2) sul piano sociale, con la fine delle velleità di giustizia e di ricostruzione del settore pubblici;
3) sul piano internazionale, con la riduzione ai minimi termini della critica all’Unione Europea.
Una normalizzazione chiesta a gran voce da Foment del Treball, l’associazione delle grandi imprese catalane e dal capitale spagnolo. E con l’UE che, se con il Tribunale di Giustizia sostiene da un lato l’immunità di Junqueras, rianimando così il sentimento europeista dei catalani, dall’altro con la Commissione ribadisce la propria linea sulla questione catalana, improntata al rispetto della cornice costituzionale spagnola.
Solo i settori dell’indipendentismo radicale, i CDR e la Candidatura d’Unitat Popular (CUP), si mostrano indisponibili all’inciucio con i poteri forti e alla svendita del movimento. E gli anticapitalisti catalani hanno già messo in chiaro le caratteristiche della loro presenza al Congresso: lavorare per rendere ingovernabile la Spagna.
Nel corso della Convenzione repubblicana del sovranismo progressista, Albert Botran, neo deputato della Cup a Madrid, ha sostenuto la necessità di riempire di contenuti sociali la costruzione della Repubblica catalana, per conquistare l’egemonia nelle classi popolari e sconfiggere il disegno del capitale finanziario, facendo delle politiche di trasformazione e di giustizia sociale l’asse centrale del progetto di costruzione della Repubblica catalana.
Obbiettivi da perseguire con l’ulteriore sviluppo della lotta nelle piazze, con l’autorganizzazione popolare e con il sostegno delle istituzioni catalane. Certo non con la tattica attendista di accumulazione delle forze proposta da ERC.
Per l’indipendentismo popolare la lotta non si ferma: a Barcelona il blocco stradale dell’Avinguda Meridiana è arrivato a 77 notti consecutive, grazie alla determinazione dei vicini del quartiere che, scesi in piazza all’insegna dello slogan “la Meridiana resiste”, si definiscono “la piccola Gallia”. Da qualche giorno, anche a Girona un gruppo di manifestanti blocca ogni sera un’arteria centrale della città, nell’intenzione di mantenere viva la protesta.
E mentre a Madrid si susseguono le trattative, le riunioni e le strette di mano con il re per formare il nuovo governo, è significativo che la CUP abbia preferito al salotto del monarca il quartiere popolare di Lavapiés, dove ha dato vita ad una iniziativa con altre forze anticapitaliste.
Davanti alla platea, i neo deputati della CUP si sono messi a disposizione di quei collettivi che lavorano per costruire contropotere dal basso, al fine di portare al collasso il cosiddetto “regime del ’78”. Un regime nel cui abbraccio rischia di perdersi Podemos, assai accondiscendente non solo con il PSOE ma anche con il re.
Nel suo discorso di Natale, Filippo VI ha definito la Catalunya una preoccupazione al pari della crisi ambientale e delle difficoltà economiche degli spagnoli, una iattura insomma. Ma Pablo Echenique, probabile futuro ministro di Podemos, ha sottolineato il tono più morbido del discorso rispetto a quello pronunciato il 3 ottobre 2017, evidenziando quello che ha definito il fiuto politico del monarca.
Così come hanno fatto anche ERC e EH Bildu, la CUP ha declinato l’invito del Borbone, al quale però ha inviato una lettera significativa, datata 11 dicembre 2019 e intitolata Non riconosciamo il re: lettera al monarca.
Qui di seguito la lettera della CUP – per la rottura al re Filippo VI
Signor Filippo,
con questa lettera decliniamo il suo invito a partecipare alle consultazioni per assegnare l’incarico al nuovo presidente del governo spagnolo. Avevamo molti temi da proporle, però l’incarico al nuovo governo era sicuramente il meno importante.
Ci sarebbe piaciuto parlare, tanto per cominciare, del male che ha fatto la sua stirpe, tanto il ramo francese quanto quello spagnolo, ai Països Catalans nel corso della storia, un male che, a partire da Filippo V, non è mai stato riparato. Un Filippo di triste memoria, che abolì le istituzioni, represse il popolo ribelle (che ancora oggi gli canta contro le sue canzoni) e dette inizio alle persecuzioni contro la nostra lingua.
Sicuramente lei regna con lo stesso nome per ripetere il messaggio che i suoi progenitori decisero di inviare ai catalani e alle catalane. Sono passati i secoli però la repressione della monarchia spagnola contro il nostro popolo persiste.
E potremmo parlare anche della corruzione cronica che infanga la sua famiglia, a partire da suo padre, la cui fortuna è calcolata attorno ai 2.000 milioni di dollari, per seguire con sua sorella Cristina, assolta vergognosamente dalla giustizia; potremmo parlare dei legami tra la monarchia e le imprese più importanti dell’Ïbex 35; o della partecipazione attiva della casa reale alla vendita di armi a dittature quali l’Arabia Saudita.
Tutti segnali della profonda continuità con gli interessi della corrotta dittatura franchista, alla quale continuate a conferire titoli nobiliari, grazie alla riconversione in monarchia parlamentare; una continuità che ha garantito soprattutto suo padre, figura centrale per il nuovo consenso guadagnato in seguito al suo protagonismo nel colpo di stato del 23 febbraio; un consenso grazie al quale è stato possibile ripulire l’immagine dell’oligarchia politica ed economica del regime, oltre che delle forze repressive e giudiziarie, conservatesi intatte.
Potremmo parlare anche dell’aumento della repressione contro decine di persone colpevoli solo di assumere una posizione contraria alla monarchia e che, nonostante nella maggior parte dei casi siano assolte (un esempio di come la libertà d’espressione si difenda con la lotta, come quando si bruciano le sue foto) sono obbligate a subire il processo per ingiurie alla corona.
O potremmo ragionare sul perché la sua popolarità sia al minimo storico, dopo che il 3 ottobre 2017, quando il popolo catalano lamentava le aggressioni poliziesche, lei apparse in tv per sostenere la repressione e dire che l’unità della Spagna è l’unico valore che gli interessa davvero. In questo, sia lei che suo padre siete stati estremamente fedeli al dittatore che vi rimise sul trono.
Questi temi sono probabilmente quelli che la maggioranza del nostro popolo le sottoporrebbe, se ne avesse l’occasione. Tuttavia quando viene nel nostro paese, lei sceglie di circondarsi di adulatori di ogni specie, che utilizzano la sua figura come la mascotte di un regime cadente. Impresari, politici e giornalisti di corte che sono ben lontani dal rappresentare la nostra società, la quale difende invece la libertà d’espressione, i valori repubblicani e il diritto all’autodeterminazione.
Ma il protocollo del colloqui non avrebbe consentito di parlare di questi temi. E cosí invece di perdere tempo con lei abbiamo scelto di svolgere un’iniziativa battezzata con la strofa di un vecchio inno del repubblicanesimo catalano, “il popolo vuole essere re”, alla quale inviteremo i movimenti sociali e le forze di sinistra di Madrid.
Ci sembra più pertinente spiegare il nostro punto di vista davanti a questo publico, con il quale condividiamo la solidarietà internazionalista, quella sociale e morale, piuttosto che davanti a una persona rifiutata dal nostro popolo, come dimostrano i fischi che ricevette quando sfilò al Passeig de Gràcia di Barcelona in seguito agli attentati dell’agosto 2017 e come accade ogni volta che mette piede nel nostro paese.
Visca i Països Catalans!
Indipendenza e Repubblica!
Fonte
Come denunciato da diverse voci dell’indipendentismo anticapitalista, siamo di fronte a un tentativo di ricomposizione del regime volto a seppellire il conflitto e la trasformazione sociale e istituzionale in Catalunya e nel resto dello Stato.
Il PSOE si rifiuta di parlare di autodeterminazione e di amnistia, ma ha concesso un tavolo di negoziazione che ERC ha assai apprezzato. Il “dialogo” offerto dai socialisti si sposa con la strategia dei piccoli passi e dell’accumulazione delle forze dei repubblicani, due opzioni che hanno in comune l’intenzione di oscurare completamente la lotta e l’autorganizzazione dal basso dell’indipendentismo.
Il Congresso di Esquerra Repúblicana, conclusosi sabato scorso, ha visto un ampio consenso attorno alla proposta di un referendum di autodeterminazione accordato con lo Stato. Il settore critico non è riuscito a far riconoscere dalla maggioranza il mandato vincolante del primo ottobre ed è evidente che la via imboccata dal partito è quella della rinuncia al conflitto. In questa prospettiva, la questione catalana è destinata a rimanere una rivoluzione incompiuta, come l’ha definita a suo tempo Marco Santopadre nel suo libro La sfida catalana.
Nel suo intervento alla Convenzione repubblicana del sovranismo progressista del 14 dicembre, Joan Tardà, uno dei cervelli di ERC, si è spinto fino a definire il partito socialista catalano (PSC) come un “elemento centrale del catalanismo“, sostenendo la necessità di ottenerne l’appoggio nell’ipotesi di un nuovo governo delle sinistre moderate alla guida della Generalitat. Uno scenario che seppellirebbe qualsiasi trasformazione sociale e istituzionale e che si tradurrebbe in un nuovo periodo di gestione ordinaria dell’autonomia catalana.
Con la differenza che mentre negli anni ’80, ’90 e fino oltre il 2000 era il partito del centrodestra catalano a svolgere il ruolo di vassallo dello stato, ora sarebbe ERC ad amministrare le briciole del potere.
Uno scenario di triplice normalizzazione:
1) sul piano istituzionale, con la questione della costruzione della Repubblica rinviata a un futuro indefinito;
2) sul piano sociale, con la fine delle velleità di giustizia e di ricostruzione del settore pubblici;
3) sul piano internazionale, con la riduzione ai minimi termini della critica all’Unione Europea.
Una normalizzazione chiesta a gran voce da Foment del Treball, l’associazione delle grandi imprese catalane e dal capitale spagnolo. E con l’UE che, se con il Tribunale di Giustizia sostiene da un lato l’immunità di Junqueras, rianimando così il sentimento europeista dei catalani, dall’altro con la Commissione ribadisce la propria linea sulla questione catalana, improntata al rispetto della cornice costituzionale spagnola.
Solo i settori dell’indipendentismo radicale, i CDR e la Candidatura d’Unitat Popular (CUP), si mostrano indisponibili all’inciucio con i poteri forti e alla svendita del movimento. E gli anticapitalisti catalani hanno già messo in chiaro le caratteristiche della loro presenza al Congresso: lavorare per rendere ingovernabile la Spagna.
Nel corso della Convenzione repubblicana del sovranismo progressista, Albert Botran, neo deputato della Cup a Madrid, ha sostenuto la necessità di riempire di contenuti sociali la costruzione della Repubblica catalana, per conquistare l’egemonia nelle classi popolari e sconfiggere il disegno del capitale finanziario, facendo delle politiche di trasformazione e di giustizia sociale l’asse centrale del progetto di costruzione della Repubblica catalana.
Obbiettivi da perseguire con l’ulteriore sviluppo della lotta nelle piazze, con l’autorganizzazione popolare e con il sostegno delle istituzioni catalane. Certo non con la tattica attendista di accumulazione delle forze proposta da ERC.
Per l’indipendentismo popolare la lotta non si ferma: a Barcelona il blocco stradale dell’Avinguda Meridiana è arrivato a 77 notti consecutive, grazie alla determinazione dei vicini del quartiere che, scesi in piazza all’insegna dello slogan “la Meridiana resiste”, si definiscono “la piccola Gallia”. Da qualche giorno, anche a Girona un gruppo di manifestanti blocca ogni sera un’arteria centrale della città, nell’intenzione di mantenere viva la protesta.
E mentre a Madrid si susseguono le trattative, le riunioni e le strette di mano con il re per formare il nuovo governo, è significativo che la CUP abbia preferito al salotto del monarca il quartiere popolare di Lavapiés, dove ha dato vita ad una iniziativa con altre forze anticapitaliste.
Davanti alla platea, i neo deputati della CUP si sono messi a disposizione di quei collettivi che lavorano per costruire contropotere dal basso, al fine di portare al collasso il cosiddetto “regime del ’78”. Un regime nel cui abbraccio rischia di perdersi Podemos, assai accondiscendente non solo con il PSOE ma anche con il re.
Nel suo discorso di Natale, Filippo VI ha definito la Catalunya una preoccupazione al pari della crisi ambientale e delle difficoltà economiche degli spagnoli, una iattura insomma. Ma Pablo Echenique, probabile futuro ministro di Podemos, ha sottolineato il tono più morbido del discorso rispetto a quello pronunciato il 3 ottobre 2017, evidenziando quello che ha definito il fiuto politico del monarca.
Così come hanno fatto anche ERC e EH Bildu, la CUP ha declinato l’invito del Borbone, al quale però ha inviato una lettera significativa, datata 11 dicembre 2019 e intitolata Non riconosciamo il re: lettera al monarca.
Qui di seguito la lettera della CUP – per la rottura al re Filippo VI
*****
Signor Filippo,
con questa lettera decliniamo il suo invito a partecipare alle consultazioni per assegnare l’incarico al nuovo presidente del governo spagnolo. Avevamo molti temi da proporle, però l’incarico al nuovo governo era sicuramente il meno importante.
Ci sarebbe piaciuto parlare, tanto per cominciare, del male che ha fatto la sua stirpe, tanto il ramo francese quanto quello spagnolo, ai Països Catalans nel corso della storia, un male che, a partire da Filippo V, non è mai stato riparato. Un Filippo di triste memoria, che abolì le istituzioni, represse il popolo ribelle (che ancora oggi gli canta contro le sue canzoni) e dette inizio alle persecuzioni contro la nostra lingua.
Sicuramente lei regna con lo stesso nome per ripetere il messaggio che i suoi progenitori decisero di inviare ai catalani e alle catalane. Sono passati i secoli però la repressione della monarchia spagnola contro il nostro popolo persiste.
E potremmo parlare anche della corruzione cronica che infanga la sua famiglia, a partire da suo padre, la cui fortuna è calcolata attorno ai 2.000 milioni di dollari, per seguire con sua sorella Cristina, assolta vergognosamente dalla giustizia; potremmo parlare dei legami tra la monarchia e le imprese più importanti dell’Ïbex 35; o della partecipazione attiva della casa reale alla vendita di armi a dittature quali l’Arabia Saudita.
Tutti segnali della profonda continuità con gli interessi della corrotta dittatura franchista, alla quale continuate a conferire titoli nobiliari, grazie alla riconversione in monarchia parlamentare; una continuità che ha garantito soprattutto suo padre, figura centrale per il nuovo consenso guadagnato in seguito al suo protagonismo nel colpo di stato del 23 febbraio; un consenso grazie al quale è stato possibile ripulire l’immagine dell’oligarchia politica ed economica del regime, oltre che delle forze repressive e giudiziarie, conservatesi intatte.
Potremmo parlare anche dell’aumento della repressione contro decine di persone colpevoli solo di assumere una posizione contraria alla monarchia e che, nonostante nella maggior parte dei casi siano assolte (un esempio di come la libertà d’espressione si difenda con la lotta, come quando si bruciano le sue foto) sono obbligate a subire il processo per ingiurie alla corona.
O potremmo ragionare sul perché la sua popolarità sia al minimo storico, dopo che il 3 ottobre 2017, quando il popolo catalano lamentava le aggressioni poliziesche, lei apparse in tv per sostenere la repressione e dire che l’unità della Spagna è l’unico valore che gli interessa davvero. In questo, sia lei che suo padre siete stati estremamente fedeli al dittatore che vi rimise sul trono.
Questi temi sono probabilmente quelli che la maggioranza del nostro popolo le sottoporrebbe, se ne avesse l’occasione. Tuttavia quando viene nel nostro paese, lei sceglie di circondarsi di adulatori di ogni specie, che utilizzano la sua figura come la mascotte di un regime cadente. Impresari, politici e giornalisti di corte che sono ben lontani dal rappresentare la nostra società, la quale difende invece la libertà d’espressione, i valori repubblicani e il diritto all’autodeterminazione.
Ma il protocollo del colloqui non avrebbe consentito di parlare di questi temi. E cosí invece di perdere tempo con lei abbiamo scelto di svolgere un’iniziativa battezzata con la strofa di un vecchio inno del repubblicanesimo catalano, “il popolo vuole essere re”, alla quale inviteremo i movimenti sociali e le forze di sinistra di Madrid.
Ci sembra più pertinente spiegare il nostro punto di vista davanti a questo publico, con il quale condividiamo la solidarietà internazionalista, quella sociale e morale, piuttosto che davanti a una persona rifiutata dal nostro popolo, come dimostrano i fischi che ricevette quando sfilò al Passeig de Gràcia di Barcelona in seguito agli attentati dell’agosto 2017 e come accade ogni volta che mette piede nel nostro paese.
Visca i Països Catalans!
Indipendenza e Repubblica!
Fonte
19/10/2019
Catalogna in rivolta. Quarta giornata di mobilitazione e scontri
Lo sciopero generale indetto dal sindacato di classe e indipendentista Intersindical CSC, le marce che l’ANC e Òmnium hanno fatto convergere su Barcelona, i numerosi blocchi stradali organizzati dai Comitati di Difesa della Repubblica e la resistenza opposta nelle piazze da migliaia di giovani alla repressione poliziesca hanno fatto della giornata di ieri in Catalunya il momento di maggiore mobilitazione di tutta la settimana.
Nonostante l’indifferenza dei sindacati maggioritari CCOO e UGT, lo sciopero ha registrato una buona partecipazione nelle scuole e nelle università (praticamente deserte), nel commercio (tra il 60 e l’80% dei negozi chiusi), nella funzione pubblica (32% di partecipazione) e nella sanità (25%).
Dopo aver effettuato numerosi picchetti, i lavoratori hanno svolto vari cortei a Girona, Lleida e Tarragona, chiedendo la deroga della riforma del lavoro del PP, l’aumento del salario minimo, la fine delle privatizzazioni e del precariato. Da segnalare la mobilitazione degli scaricatori del porto di Barcelona, la chiusura della Seat di Martorell e i numerosi blocchi stradali che a partire dall’alba hanno reso assai difficili gli spostamenti e interrotto la comunicazione tra Barcelona e il resto del paese.
Dalle sei del mattino i Comitati di Difesa della Repubblica hanno bloccato l’autostrada Ap7 alla frontiera con la Francia, provocando decine di chilometri di coda oltre il confine. Impegnata su molti fronti, la polizia non ha neppure provato a intervenire, lasciando che il blocco dell’autostrada si protraesse per tutto il giorno, con i CDR organizzati per resistere e decisi a passare la notte in strada.
Altri blocchi stradali sono stati organizzati su diverse arterie e si sono susseguiti a intermittenza nel corso della giornata. La Intersindical CSC ha fatto un bilancio assai positivo dello sciopero, rivelatosi secondo gli organizzatori anche “un efficace strumento messo a disposizione di tutta la popolazione per la difesa dei diritti civili e politici” minacciati dai tribunali spagnoli e “per la costruzione della repubblica catalana dei lavoratori”.
Di fatto lo sciopero si è saldato con le 5 marce organizzate dall’ANC e Òmnium, determinando il collasso di Barcelona. Le differenti colonne di manifestanti hanno compiuto durante il mattino gli ultimi chilometri che le separavano dalla capitale catalana senza incidenti di rilievo: all’altezza di Badalona la colonna proveniente da Girona è stata oggetto di un lancio di pietre da parte di un gruppo unionista che non è riuscito però ad alterarne la marcia. I manifestanti sono entrati in città per la Gran Via e la Meridiana occupando progressivamente il centro fino a dirigersi al Passeig de Gràcia, completamente pieno.
La guardia urbana ha parlato di 525.000 persone, ma la cifra stimata sembra molto inferiore a quella reale. Nel suo discorso, la presidente dell’ANC ha chiesto di prepararsi per sostenere una nuova dichiarazione di indipendenza, in controtendenza rispetto all’attuale attendismo di ERC e del PDeCAT e accentuando la critica al governo della Generalitat, già messo sotto accusa per la gestione dell’ordine pubblico. Una critica che accomuna l’ANC e i settori più radicali del movimento.
Per la quarta notte consecutiva Barcelona, Girona, Lleida e Tarragona sono state teatro di tafferugli e scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine. Policia Nacional e Mossos d’Esquadra hanno operato in perfetto accordo (pur dipendendo la prima dal governo spagnolo e i secondi da quello catalano attuale, cdr).
A Barcelona alcune migliaia di manifestanti si sono concentrati nel pomeriggio alla via Laietana, a margine della manifestazione dell’ANC e di Òmnium. Qui si sono disposti ai due capi della via e si sono avvicinati alla Prefettura, protetta da un lato dalla Policia Nacional e dall’altro dalla polizia catalana.
Attorno alle sei del pomeriggio le forze dell’ordine hanno cercato di disperdere i manifestanti che, arretrati dopo una prima carica, si sono subito ricompattati. È cominciata così una battaglia durata fino oltre la mezzanotte. La Policia Nacional è ricorsa ai caroselli con i furgoni blindati e assieme ai Mossos ha sparato lacrimogeni e proiettili di gomma e poliuretano.
A seguito di queste azioni, ci sarebbero almeno due persone che hanno riportato ferite al volto e che rischiano di perdere un occhio. I giovani però, più organizzati rispetto alle scorse notti, hanno smontato l'”arredo urbano”, divelto i marciapiedi e ricavato così il materiale da lanciare contro la polizia.
I tafferugli sono proseguiti verso piazza Urquinaona, dove sono stati incendiati numerosi cassonetti e si è alzata una rudimentale barricata che è stata espugnata dalle forze dell’ordine solo grazie all’impiego di un blindato munito di un cannone ad acqua.
Nel corso degli scontri la Policia Nacional ha arrestato anche il fotografo Albert Garcia di El País (un quotidiano di Madrid, decisamente contrario all’indipendenza) mentre fotografava l’arresto di un giovane; aggredito dalla Policia Nacional anche il giornalista di Catalunya Ràdio, Arnau Maymo.
A Girona il concentramento convocata dal CDR davanti al tribunale per chiedere il rilascio di due giovani, detenuti in seguito alle manifestazioni di questa settimana è stata attaccato dalla Policia Nacional attorno alle otto di sera e i tafferugli sono proseguiti a lungo a ridosso del centro storico.
Nel complesso, il bilancio provvisorio degli scontri della notte è di 33 arresti e almeno 90 feriti con lesioni provocate dalle pallottole di gomma o fratture in varie parti del corpo.
Nel frattempo l’Audiencia Nacional, il tribunale politico per eccellenza, ha ordinato la chiusura della pagina web di Tsunami Democratico, la piattaforma che ha organizzato l’occupazione dell’aeroporto di Barcelona. I giudici indagano Tsunami Democratico, i cui organizzatori operano in semiclandestinità, con l’accusa di “terrorismo e di disordine pubblico volto all’alterazione dell’ordinamento costituzionale“.
Dal canto suo, Tsunami Democratico ha già avvertito che la lotta sarà ancora lunga e che la censura non potrà silenziare tutta una popolazione. Anche ieri ci sono state varie iniziative di solidarietà (a Bilbao, Madrid e in altri centri), che la CUP ha sottolineato e ringraziato pubblicamente in una lettera indirizzata ai differenti popoli dello Stato e diffusa in català, eukera, galego e castigliano, nella quale ribadisce che “la disobbedienza civile e l’autodeterminazione sono l’ariete contro il regime del ’78 e la sua unità indivisibile”.
Nonostante due anni di repressione, il movimento indipendentista sembra aver rafforzato la propria egemonia nella società catalana, mentre si trova impegnato in un processo di auto organizzazione popolare che, pur lontano dal raggiungimento dei propri obbiettivi, mette apertamente in discussione il potere politico ed economico non solo in Catalunya ma anche nello stato spagnolo.
Fonte
17/10/2019
Catalunya tra le marce popolari e l’esplosione della rabbia
La terza giornata di mobilitazione contro la sentenza di condanna dei leader catalani responsabili del referendum del primo ottobre è iniziata di buon mattino, quando 5 marce sono partite da Berga, Vic, Girona, Tarragona e Tàrrega in direzione Barcelona. Le marce sono state indette dalla ANC e Òmnium, ma anche i CDR hanno invitato la popolazione a parteciparvi. E l’iniziativa si è rivelata un successo, con migliaia di manifestanti che hanno risposto all’appello in un giorno lavorativo e hanno seguito il primo tratto del percorso previsto.
Nel corso della giornata i CDR hanno chiesto invano spiegazioni al Presidente della Generalitat riguardo all’operato della polizia catalana, distintasi nella repressione delle proteste fianco a fianco con le forze dell’ordine dello stato spagnolo. Anche la richiesta della CUP, che aveva reclamato un differente modello per la sicurezza, è stata completamente ignorata.
Il governo di Barcelona sembra aver accettato il ricatto del PSOE e aver abbandonato qualsiasi tentativo di gestione dell’ordine pubblico sgradita alle forze dell’ordine statali, nell’intenzione di scongiurare così un nuovo commissariamento della Generalitat e la propria destituzione. Davanti a questa capitolazione, la rabbia dei manifestanti è esplosa nella notte soprattutto a Barcelona.
Qui i Mossos hanno disperso in serata una nutrita concentrazione davanti al ministero dell’interno catalano. I manifestanti però sono rimasti sul posto, riorganizzando le proprie fila dopo le cariche e incendiando diversi cassonetti per formare una rudimentale barricata all’incrocio tra il carrer Napols con la Gran Via.
I giovani hanno lanciato bottiglie e pietre mentre i Mossos d’Esquadra e la Policia Nacional hanno sparato proiettili di gomma e poliuretano finché le “forze dell’ordine” si sono trovate improvvisamente sopraffatte e sono state costrette a retrocedere, abbandonando la piazza in mezzo alle grida che reclamavano “libertà per i prigionieri politici” e “fuori le forze d’occupazione”.
A due anni dal referendum del primo ottobre e dalla detenzione dei leader catalani, l’egemonia della ANC e di Òmnium sulla piazza indipendentista non è più scontata e ieri è esplosa la rabbia a lungo covata. Il presidente catalano Torra non ha trovato di meglio che parlare di provocatori e di infiltrati in una dichiarazione, rilasciata in tv intorno alla mezzanotte, che contribuisce all’opera di criminalizzazione dei settori più radicali dell’indipendentismo.
Dal canto loro i CDR hanno affermato che “la rabbia nelle piazze è il risultato di un governo che si nega a rispettare il mandato popolare del primo ottobre e che ci reprime con tutta la violenza di cui è capace”.
Al termine della concentrazione di Tarragona, i Mossos hanno effettuato alcuni caroselli con i furgoni blindati e hanno investito due persone: uno dei due feriti si trova in ospedale con un trauma cranico per il quale non è ancora stata sciolta la prognosi. Tafferugli e scontri si sono verificati nella notte anche a Lleida, Manresa e Girona.
È stata inoltre confermata la notizia di un giovane aggredito dalla Policia Nacional, lunedì, all’aeroporto di Barcelona: la vittima ha subito un pestaggio in seguito al quale i medici gli hanno dovuto praticare l’asportazione di un testicolo.
Ieri si è anche svolta a Madrid una manifestazione di solidarietà con i prigionieri politici catalani che si è tenuta alla Puerta del Sol. L’iniziativa è stata minacciata dalla presenza di un gruppo di estrema destra che ha cercato di irrompere nella piazza e che è stato tenuto a distanza dalla polizia.
Per oggi si prevede che le marce popolari si avvicinino ulteriormente alla capitale catalana, mentre sono in programma manifestazioni degli studenti in varie città e si prepara lo sciopero generale di venerdì.
Fonte
16/10/2019
Seconda giornata di mobilitazione in Catalunya
Al termine di un’altra lunga giornata caratterizzata da manifestazioni, blocchi stradali e azioni rapide e ripetute, guidate soprattutto dai CDR e diffuse in tutto il paese, ieri si sono verificati scontri a Barcelona, Girona, Lleida e Tarragona, praticamente in contemporanea.
A Barcelona gli incidenti sono cominciati al termine della concentrazione convocata davanti alla delegazione del governo: la Policia Nacional ha sparato pallottole di gomma al Passeig de Gràcia mentre i manifestanti (intorno ai 40.000 secondo la stima della Guadia Urbana) hanno incendiato numerosi cassonetti nel tentativo di rendere difficile i movimenti delle forze dell’ordine, con le quali hanno a lungo giocato al gatto e al topo.
L’azione dei Mossos e della polizia spagnola è destinata a far crescere il bilancio dei feriti, il più grave dei quali è un giovane a cui una pallottola di gomma ha fatto saltare un occhio lunedì, nel corso dell’occupazione dell’aeroporto di Barcelona. Sebbene la Camera catalana abbia vietato l’uso di questo tipo di proiettili, la proibizione non si applica alla polizia spagnola. Fatta la legge trovato l’inganno: i Mossos d’Esquadra infatti sono dotati di proiettili di poliuretano simili ad una palla di golf, per i quali non esiste alcun divieto.
E l’azione dei Mossos, soprattutto all’aeroporto del Prat, ha aperto una forte contraddizione nel governo catalano, che da un lato pretende di sostenere le mobilitazioni mentre dall’altro invia la polizia a reprimerle. Per questo la CUP ha già chiesto le dimissioni del responsabile catalano dell’ordine pubblico, oltre naturalmente a quelle del ministro degli interni spagnolo, il socialista Grande-Marlaska.
La tenaglia dei CDR e della sinistra anticapitalista cerca così di mettere all’angolo il settore moderato del movimento, che è tutt’altro che vinto. Joan Tardà infatti, cervello della direzione di ERC, ha dichiarato dopo le cariche di ieri sera che non c’è niente di peggio per l’indipendentismo che l’azione violenta di alcune minoranze e l’operato senza controllo della polizia: una dichiarazione che apre la strada alla distinzione tra indipendentisti buoni e cattivi.
Dal canto suo il governo spagnolo ha emesso un comunicato nel quale sostiene che “una minoranza vuole imporre la violenza nelle piazze" e che “il movimento che ci troviamo di fronte non è pacifico, bensì coordinato da gruppi violenti”.
Se le proteste continuano con la stessa intensità degli ultimi giorni, il governo del PSOE potrebbe ricorrere a un nuovo commissariamento della Generalitat, una mossa che gli potrebbe far guadagnare consensi a ridosso delle elezioni spagnole del 10 novembre e che sarebbe appoggiata anche da PP, Ciudadanos e Vox. Il partito neofranchista, che fa dell’anticatalanismo un autentico pilastro, ha persino proposto di inserire i CDR nella lista delle organizzazioni terroriste internazionali.
Ma i protagonisti della violenza sembrano per ora le forze di polizia, almeno a giudicare dai dati di Alerta Solidaria: secondo l’organizzazione contro la repressione, i manifestanti feriti soltanto ieri ammontano a circa un centinaio. Tra questi un minorenne colpito alla fronte, a tre dita dall’occhio, centrato da un proiettile di poliuretano sparatogli dai Mossos a Girona. Qui il CDR ha bloccato l’autostrada Ap7 per quasi tutto il pomeriggio e ricompattatosi dopo la carica dei Mossos e della Policia Nacional, si è diretto in corteo fino alla prefettura, a ridosso del centro storico, dove sono scoppiati gli incidenti.
All’insegna della parola d’ordine “liberi o ingovernabili”, il movimento indipendentista prevede anche oggi numerose mobilitazioni, nell’intento di consumare la resistenza dello stato spagnolo contando sulla forza e l’inventiva dell’autorganizzazione popolare. Le prossime settimane si incaricheranno di smentire o confermare l’autunno caldo catalano. A favore dell’indipendentismo gioca la determinazione della popolazione; a favore dello stato spagnolo, le istituzioni politiche ed economiche nazionali, il sostegno della Unione Europea e quello degli USA, uniti nel lasciare mano libera al PP come al PSOE nella gestione dell’”affare interno” catalano.
Fonte
15/10/2019
Tra repressione e “seconda transizione”, si riaccende la protesta in Catalunya
La sentenza contro i prigionieri catalani responsabili dell’organizzazione del referendum del primo ottobre ha generato una vera e propria ondata di proteste che ieri si sono diffuse a macchia d’olio in tutto il paese. L'immagine della Catalunya ricondotta all’ordine e alla ragionevolezza dalla decisa azione repressiva del governo provvisorio del PSOE, è andata in frantumi nelle scorse 24 ore.
Di fatto la condanna pronunciata dal Tribunale Supremo ha riavvicinato nelle piazze i differenti settori dell’indipendentismo, da mesi attestati su posizioni differenti: da un lato ERC e i moderati del movimento, impegnati ad allargare la propria base di consenso, dall’altro la CUP attestata sulla linea della disobbedienza e della rottura con la Spagna e l’UE. Ieri le differenze sono state momentaneamente oscurate dalle piazze, che hanno riportato alla ribalta l’autorganizzazione popolare e il conflitto.
Se è vero che molte delle proteste sono state spontanee, è da sottolineare la capacità di mobilitazione dei CDR, che sembrano essere passati indenni dalla repressione e dalla campagna di criminalizzazione con la quale l’unionismo spagnolo ha cercato invano di dipingerli come terroristi.
Anche la campagna Tsunami Democratico, apparsa in rete qualche settimana fa e sostenuta da tutto lo schieramento indipendentista, ha contribuito alla riuscita delle azioni della giornata. Appena diffusa la notizia delle dure condanne, i primi a reagire sono stati gli studenti che si sono immediatamente riversati in strada: a Barcellona come a Girona, durante tutto il giorno si sono susseguiti numerosi blocchi stradali (alla Diagonal e sull’autostrada).
Le linee ferroviarie regionali e quelle dell’alta velocità sono state occupate in differenti momenti nel corso della mattina, fatto che ha reso più difficile il lavoro della polizia, impegnata contemporaneamente su differenti fronti.
Ma gli eventi hanno preso una piega insperata nel primo pomeriggio, quando si è diffuso l’appello a dirigersi verso l'aeroporto di Barcellona, raggiunto da migliaia di manifestanti in metro, in treno e perfino a piedi in colonne improvvisate che hanno reso ancora più incontrollabile la manifestazione. La colonna di gente ha invaso il terminal 1 e provocato la cancellazione di almeno un centinaio di voli.
L’assedio all’aeroporto ha infatti collassato il traffico e impedito a molti piloti di arrivare a destinazione. I Mossos d’Esquadra e la Policia Nacional hanno ripetutamente caricato i manifestanti, sparando anche proiettili di gomma. Solo dopo le dieci di sera la manifestazione ha cominciato a ripiegare, arretrando sull’autostrada (ulteriormente bloccata) davanti allo schieramento delle forze di polizia.
Secondo l’organizzazione per la difesa legale e contro la repressione Alerta Solidaria, sia i Mossos che la Policia Nacional hanno sparato senza rispettare la distanza e l’angolo prescritti per l’uso delle pallottole di gomma. I feriti tra i manifestanti sarebbero circa una cinquantina.
Contemporaneamente a Barcellona migliaia di persone si sono dirette alla via Laietana, dove davanti alla prefettura si sono susseguite diverse cariche della Policia Nacional, che non è riuscita a disperdere i manifestanti, ancora in piazza attorno alle 23. Scontri si sono verificati anche a Lleida, mentre a Girona, Reus, Manresa, Terrassa, Tortosa, Tarragona, Vic e davanti alla prigione di Lledoners si sono svolte manifestazioni assai partecipate.
[VÍDEO] Un grup de manifestants fa retrocedir la policia a la zona del Palau de la Música https://t.co/VmSuqq7XlN pic.twitter.com/e6OnDweC1gNelle intenzioni del movimento indipendentista, la sentenza ha dato l’avvio a una nuova stagione di lotta che, abbandonate le illusioni in una spallata risolutiva al regime del ’78, si prevede lunga e complicata. Se l’obbiettivo dichiarato di ERC è costringere il governo spagnolo alla trattativa, la CUP annuncia di voler intensificare la battaglia ideologica e denuncia le tentazioni dell’indipendentismo moderato e retorico di utilizzare la mobilitazione per avviare una trattativa al ribasso con lo Stato, rendere impraticabile qualsiasi progetto di rottura e chiudere così il cerchio di una ipotetica “seconda transizione”.
— VilaWeb (@VilaWeb) October 14, 2019
Contro questo scenario, la CUP ribadisce la centralità del diritto all’autodeterminazione e mette in discussione il potere economico e finanziario che domina le istituzioni statali e l’UE.
Pur esprimendo il loro disaccordo con la sentenza, i sindacati maggioritari non hanno aderito allo sciopero generale convocato dalla Intersindical CSC per venerdì, giornata nella quale è prevista una grande manifestazione a Barcellona.
Lo sciopero rivendica la deroga della riforma del lavoro, approvata dal PP e mai messa in questione dal PSOE, l’aumento del salario minimo e l’uguaglianza di genere ma a nessuno sfugge la coincidenza con le proteste contro la condanna pronunciata dai giudici di Madrid. E infatti Òmnium Cultural e l’ANC hanno organizzato cinque marce che da differenti città catalane (Girona, Berga, Vic, Tarragona e Tàrrega) dovrebbero raggiungere Barcellona proprio tra mercoledì e venerdì, per saldarsi con lo sciopero generale.
Nonostante la diffusione della protesta, il nazionalismo spagnolo rifiuta di riconoscerne la legittimità, mantenendosi arroccato sulla linea della repressione (dalle invocazioni di un nuovo commissariamento della Generalitat fino all’applicazione della legge per la sicurezza nazionale). Un atteggiamento che, se può indubbiamente assicurare dei risultati nel breve periodo, sembra rafforzare la maggioranza indipendentista nella società catalana.
Una raccolta di foto e video delle manifestazioni della giornata si trovano alla pagina: https://www.vilaweb.cat/noticies/en-directe-resposta-sentencia-contra-proces/
Fonte
30/05/2019
Le elezioni in Catalogna. Alta affluenza, crescono gli indipendentisti
Nel dibattito catalano sul voto europeo, la critica all’austerità imposta da popolari e socialisti alle masse del continente, così come il dibattito sulla quantomeno discutible natura democratica delle istituzioni dell’Unione, sono stati quasi del tutto assenti.
Il silenzio su questi temi si deve in parte al fatto che la CUP non ha partecipato alle elezioni, considerando impossibile riformare dall’interno l’UE; in parte al fatto che i partiti unionisti hanno cavalcato il tema della difesa degli interessi spagnoli in Europa, in chiave anti-secessionista, mentre ERC e Lliures per Europa (la lista di Puigdemont) hanno dipinto la tribuna di Bruxelles come lo scenario sul quale recuperare l’iniziativa perduta in casa. Il voto europeo è stato cosí interpretato in chiave prevalentemente nazionale, anche per la coincidenza con il voto amministrativo, fattore che ha anch’esso contribuito alla crescita della partecipazione (a Catalunya si è passati dal 47% del 2014 all’attuale 64% per quanto riguarda le europee e dal 58% del 2015 all’odierno 64% per le amministrative).
Il dato più evidente che sembra emergere dalla complessa tornata elettorale del 26 maggio è che l’elettorato catalano ha ribadito la maggioranza indipendentista: per quanto riguarda le europee, la lista di Carles Puigdemont è stata la più votata a Catalunya (28%); in seconda posizione si è piazzato il PSOE (22%), tallonato da ERC (21%). Il successo di Puigdemont apre uno scenario che gli avvocati dell’ex presidente della Generalitat studiano da tempo: approfittare dei tribunali europei, che finora hanno lasciato in libertà gli esiliati catalani in Belgio, Germania e Inghilterra, per piazzare Puigdemont nel parlamento di Bruxelles e aprire finalmente una via politica per rispondere alla domanda di cambiamento proveniente dalla Catalunya. Come è scontato, il governo spagnolo si opporrà all’insediamento di Puigdemont nell’eurocamera, aprendo un conflitto che dovrà essere risolto da un giudice europeo. Vedremo se saranno i tribunali dell’Unione a spazzare via definitivamente la fiducia di alcuni settori del movimento indipendentista nelle istituzioni europee; o se invece gli stessi tribunali continueranno ad alimentare le speranze nella nascita del nuovo stato catalano sotto l’egida europea, scelta che darebbe fiato alla direzione moderata del movimento indipendentista.
La mossa dell’ex presidente catalano sembra assai complicata, dato che la soluzione meramente repressiva sulla quale si è attestata la Spagna è chiaramente sostenuta dagli alleati europei. Certo è che l’elezione di Puigdemont nel parlamento dell’Unione rappresenta un ulteriore passo nel percorso di un politico che, come è stato detto efficacemente, “è militante del PDCaT, pensa come uno di Esquerra e agisce come uno della CUP”. E forse proprio questo pragmatismo, capace anche di gesti in certa misura radicali, gli ha reso possibile intercettare alle europee parte dell’elettorato di ERC, intenzionato a inviare al cuore dell’UE la faccia più nota del referendum del primo ottobre. Così rispetto alle europee del 2014, il confronto tra la lista attuale di Puigdemont e il partito al quale apparteneva all’epoca (Convergència i Unió) ci consegna una crescita di sette punti percentuali. ERC retrocede invece di due punti ma la somma del voto indipendentista supera il 49% e si attesta a sole tre decime dalla maggioranza assoluta.
Il voto catalano alle europee ha anche segnato un indubbio risultato positivo per il PSOE, che si pone alla testa dello schieramento unionista, risalendo ben otto punti percentuali rispetto al 2014. Su questo versante prosegue la lotta per l’egemonia: la frenata di Ciutadans, sceso dal 21% all’8%, non beneficia il PP, a sua volta passato dal 9% al 5%. E così tra i due litiganti il terzo gode. I poteri forti hanno trovato nel PSOE la migliore garanzia di governabilità: quella offerta da un partito che oltre a non spaventare la borghesia, garantisce la cooptazione nel progetto unionista di segno liberale anche di una parte consistente delle classi popolari catalane.
Per altri versi la sinistra di ascendenza statale, rappresentata da Catalunya en Comú – Podemos, non sembra aver convinto l’elettorato, se è vero che nel 2014 gli ex indignati e Esquerra Unida sommavano il 15% del voto catalano alle europee mentre oggi ne rappresentano solo l’8,5%. Catalunya en Comú – Podemos ha mantenuto il proprio equilibrismo tra indipendentisti e unionisti, senza assumere nel proprio discorso l’esercizio del diritto all’autodeterminazione, scelta che non ha pagato né alle elezioni generali di aprile né alle europee.
Per quel che riguarda invece le elezioni municipali, l’indipendentismo riconferma le proprie posizioni, anche se in questo caso è ERC ad affermarsi come primo partito con il 23%, seguita dal PSC con il 21% e dal partito di Puigdemont con il 15%. Il successo di Esquerra sul terreno municipale conferma l’ottimo risultato delle elezioni statali di aprile ed evidenzia che la lotta per l’egemonia all’interno del movimento indipendentista è tutt’altro che chiusa. Il dato che fa notizia è la vittoria del candidato di ERC a Barcelona: Ernest Maragall, politico di lunga data, ex socialista passato alle fila repubblicane quando il PSC ha abbandonato il diritto all’autodeterminazione, ha spodestato Ada Colau. La vittoria è emblematica: Barcelona, che non aveva aderito all’Associazione dei Municipi per l’Indipendenza, si scopre a maggioranza indipendentista. Il risultato della Colau però non è affatto disprezzabile, così come quello del PSC, entrambi finiti a ruota di ERC, tanto da complicare assai lo scenario per il nuovo sindaco della città, probabilmente costretto a governare in minoranza, data l’impossibilità di raggiungere un patto tra forze che incrociano il proprio veto. Il risultao di Manuel Valls, appoggiato da Ciutadans e accreditatosi come il rappresentante ideale dell’unionismo liberale è deludente: improvvisamente paracadutato dalla Francia, l’ex ministro socialista ha fallito clamorosamente l’obbiettivo. Ancora più esiguo il risultato del PP, che però conserva due consiglieri. Molto deludente il risultato della CUP, che perde i due consiglieri che aveva e rimane fuori dal consiglio comunale di Barcelona.
A Girona si conferma il partito di Puigdemont, già sindaco della città, mentre la seconda forza è rappresentata dalla candidatura costruita dalla CUP assieme ai movimenti sociali; terza forza il PSC seguito da ERC e Ciutadans, mentre il PP rimane fuori dal consiglio. A Lleida ERC strappa il comune al PSC, che invece si afferma a Tarragona. In tutta Catalunya, il PP ottiene un solo sindaco, mentre il popolare Xavier Albiol si afferma a Badalona presentandosi senza l’ingombrante sigla del partito. Ciutadans conferma il dato delle precedenti municipali, rimanendo senza alcun sindaco. Non è il caso della CUP, che elegge il primo cittadino in numerosi centri minori, dove ottiene percentuali lusinghiere, come nel caso di Berga, dove la candidatura della sinistra anticapitalista e independentista ottiene un lusinghiero 40,75%.
Se si prendono in considerazione i regidors eletti, ossia i membri dei consigli comunali, la CUP ne ha totalizzati ben 335 su tutto il territorio catalano, quarta forza preceduta dal PSC con 1.315 eletti, Junts per Catalunya con 2.798 e ERC con 3.107. Peggiori i risultati di En Comú – Podemos, con 258 regidors, Ciutadans con 244 e il PP con 67 eletti.
Fonte
Il silenzio su questi temi si deve in parte al fatto che la CUP non ha partecipato alle elezioni, considerando impossibile riformare dall’interno l’UE; in parte al fatto che i partiti unionisti hanno cavalcato il tema della difesa degli interessi spagnoli in Europa, in chiave anti-secessionista, mentre ERC e Lliures per Europa (la lista di Puigdemont) hanno dipinto la tribuna di Bruxelles come lo scenario sul quale recuperare l’iniziativa perduta in casa. Il voto europeo è stato cosí interpretato in chiave prevalentemente nazionale, anche per la coincidenza con il voto amministrativo, fattore che ha anch’esso contribuito alla crescita della partecipazione (a Catalunya si è passati dal 47% del 2014 all’attuale 64% per quanto riguarda le europee e dal 58% del 2015 all’odierno 64% per le amministrative).
Il dato più evidente che sembra emergere dalla complessa tornata elettorale del 26 maggio è che l’elettorato catalano ha ribadito la maggioranza indipendentista: per quanto riguarda le europee, la lista di Carles Puigdemont è stata la più votata a Catalunya (28%); in seconda posizione si è piazzato il PSOE (22%), tallonato da ERC (21%). Il successo di Puigdemont apre uno scenario che gli avvocati dell’ex presidente della Generalitat studiano da tempo: approfittare dei tribunali europei, che finora hanno lasciato in libertà gli esiliati catalani in Belgio, Germania e Inghilterra, per piazzare Puigdemont nel parlamento di Bruxelles e aprire finalmente una via politica per rispondere alla domanda di cambiamento proveniente dalla Catalunya. Come è scontato, il governo spagnolo si opporrà all’insediamento di Puigdemont nell’eurocamera, aprendo un conflitto che dovrà essere risolto da un giudice europeo. Vedremo se saranno i tribunali dell’Unione a spazzare via definitivamente la fiducia di alcuni settori del movimento indipendentista nelle istituzioni europee; o se invece gli stessi tribunali continueranno ad alimentare le speranze nella nascita del nuovo stato catalano sotto l’egida europea, scelta che darebbe fiato alla direzione moderata del movimento indipendentista.
La mossa dell’ex presidente catalano sembra assai complicata, dato che la soluzione meramente repressiva sulla quale si è attestata la Spagna è chiaramente sostenuta dagli alleati europei. Certo è che l’elezione di Puigdemont nel parlamento dell’Unione rappresenta un ulteriore passo nel percorso di un politico che, come è stato detto efficacemente, “è militante del PDCaT, pensa come uno di Esquerra e agisce come uno della CUP”. E forse proprio questo pragmatismo, capace anche di gesti in certa misura radicali, gli ha reso possibile intercettare alle europee parte dell’elettorato di ERC, intenzionato a inviare al cuore dell’UE la faccia più nota del referendum del primo ottobre. Così rispetto alle europee del 2014, il confronto tra la lista attuale di Puigdemont e il partito al quale apparteneva all’epoca (Convergència i Unió) ci consegna una crescita di sette punti percentuali. ERC retrocede invece di due punti ma la somma del voto indipendentista supera il 49% e si attesta a sole tre decime dalla maggioranza assoluta.
Il voto catalano alle europee ha anche segnato un indubbio risultato positivo per il PSOE, che si pone alla testa dello schieramento unionista, risalendo ben otto punti percentuali rispetto al 2014. Su questo versante prosegue la lotta per l’egemonia: la frenata di Ciutadans, sceso dal 21% all’8%, non beneficia il PP, a sua volta passato dal 9% al 5%. E così tra i due litiganti il terzo gode. I poteri forti hanno trovato nel PSOE la migliore garanzia di governabilità: quella offerta da un partito che oltre a non spaventare la borghesia, garantisce la cooptazione nel progetto unionista di segno liberale anche di una parte consistente delle classi popolari catalane.
Per altri versi la sinistra di ascendenza statale, rappresentata da Catalunya en Comú – Podemos, non sembra aver convinto l’elettorato, se è vero che nel 2014 gli ex indignati e Esquerra Unida sommavano il 15% del voto catalano alle europee mentre oggi ne rappresentano solo l’8,5%. Catalunya en Comú – Podemos ha mantenuto il proprio equilibrismo tra indipendentisti e unionisti, senza assumere nel proprio discorso l’esercizio del diritto all’autodeterminazione, scelta che non ha pagato né alle elezioni generali di aprile né alle europee.
Per quel che riguarda invece le elezioni municipali, l’indipendentismo riconferma le proprie posizioni, anche se in questo caso è ERC ad affermarsi come primo partito con il 23%, seguita dal PSC con il 21% e dal partito di Puigdemont con il 15%. Il successo di Esquerra sul terreno municipale conferma l’ottimo risultato delle elezioni statali di aprile ed evidenzia che la lotta per l’egemonia all’interno del movimento indipendentista è tutt’altro che chiusa. Il dato che fa notizia è la vittoria del candidato di ERC a Barcelona: Ernest Maragall, politico di lunga data, ex socialista passato alle fila repubblicane quando il PSC ha abbandonato il diritto all’autodeterminazione, ha spodestato Ada Colau. La vittoria è emblematica: Barcelona, che non aveva aderito all’Associazione dei Municipi per l’Indipendenza, si scopre a maggioranza indipendentista. Il risultato della Colau però non è affatto disprezzabile, così come quello del PSC, entrambi finiti a ruota di ERC, tanto da complicare assai lo scenario per il nuovo sindaco della città, probabilmente costretto a governare in minoranza, data l’impossibilità di raggiungere un patto tra forze che incrociano il proprio veto. Il risultao di Manuel Valls, appoggiato da Ciutadans e accreditatosi come il rappresentante ideale dell’unionismo liberale è deludente: improvvisamente paracadutato dalla Francia, l’ex ministro socialista ha fallito clamorosamente l’obbiettivo. Ancora più esiguo il risultato del PP, che però conserva due consiglieri. Molto deludente il risultato della CUP, che perde i due consiglieri che aveva e rimane fuori dal consiglio comunale di Barcelona.
A Girona si conferma il partito di Puigdemont, già sindaco della città, mentre la seconda forza è rappresentata dalla candidatura costruita dalla CUP assieme ai movimenti sociali; terza forza il PSC seguito da ERC e Ciutadans, mentre il PP rimane fuori dal consiglio. A Lleida ERC strappa il comune al PSC, che invece si afferma a Tarragona. In tutta Catalunya, il PP ottiene un solo sindaco, mentre il popolare Xavier Albiol si afferma a Badalona presentandosi senza l’ingombrante sigla del partito. Ciutadans conferma il dato delle precedenti municipali, rimanendo senza alcun sindaco. Non è il caso della CUP, che elegge il primo cittadino in numerosi centri minori, dove ottiene percentuali lusinghiere, come nel caso di Berga, dove la candidatura della sinistra anticapitalista e independentista ottiene un lusinghiero 40,75%.
Se si prendono in considerazione i regidors eletti, ossia i membri dei consigli comunali, la CUP ne ha totalizzati ben 335 su tutto il territorio catalano, quarta forza preceduta dal PSC con 1.315 eletti, Junts per Catalunya con 2.798 e ERC con 3.107. Peggiori i risultati di En Comú – Podemos, con 258 regidors, Ciutadans con 244 e il PP con 67 eletti.
Fonte
31/01/2019
La CUP catalana con il Venezuela bolivariano
Anche in Catalunya vale l’efficace affermazione secondo la quale “sul Venezuela ci si unisce e ci si divide”: mentre il presidente del consiglio spagnolo, il segretario del PSOE Pedro Sanchez, fa proprio l’ultimatum dell’UE a Maduro, la Candidatura d’Unitat Popular (CUP) esprime il suo deciso sostegno alla repubblica bolivariana. A fianco delle classi subalterne e dei popoli impegnati nella costruzione di un’alternativa, la CUP denuncia i progetti delle élite politico finanziarie, si tratti di quelle europee o americane. E invita a manifestare il sostegno al Venzuela di Maduro: gli anticapitalisti e indipendentisti si confermano il soggetto politico catalano che più ha scommesso sulla rottura della catena di comando che unisce Barcellona a Madrid e ai centri di potere targati UE o USA. Una scommessa resa più evidente anche dalla decisione di non partecipare elle prossime elezioni europee, motivata dal rifiuto di rendersi complici di istituzioni definite capitaliste e imperialiste, dedite tra l’altro al razzismo istituzionale, per le quali non passa il processo di liberazione nazionale e che secondo l’ex diputata Mireia Boya rappresentano quanto di più lontano dalla formazione catalana. Rifiutando la cornice dell’UE, la CUP ripropone l’internazionalismo e l’alleanza con le forze politiche e i movimenti che lavorano dal basso per la rottura degli equilibri esistenti. E ribadisce il suo sostegno al Venezuela bolivariano, come si legge nel comunicato di alcuni giorni fa, tradotto qui di seguito.
Difendiamo la sovranità popolare! I Països Catalans con il Venezuela!
Ieri, 23 gennaio 2019, il popolo del Venezuela ha sofferto un duro colpo alla propria sovranità. Ieri, 23 gennaio 2019, il presidente del Parlamento Juan Guaidó si è autoproclamato presidente anche del potere esecutivo facendo un colpo di stato e delegittimando quello che il popolo venezuelano aveva deciso e confermato nell’urna: l’unico presidente è Nicolàs Maduro.
Come sinistra indipendentista rifiutiamo questa violazione della sovranità del popolo venezuelano e ne denunciamo quale principale responsable gli Stati Uniti. Critichiamo frontalmente qualsiasi ingerenza esterna nella vita politica di un popolo libero e sovrano e invitiamo a partecipare a tutte le mobilitazioni convocate d’ora in avanti per sostenere esplicitamente il legittimo governo del Venezuela.
Rispetto per il Venezuela!
Sulla sovranità popolare e la legittimità democratica.
Il 20 maggio 2018 il Venezuela ha celebrato le elezioni presidenziali in un contesto di tensione politica in cui una parte dell’opposizione ha deciso di fare appello all’astensione e di non presentarsi alle elezioni, con l’obbiettivo di delegittimare il processo elettorale, cosí come aveva già fatto in precedenza. Si è trattato di un contesto segnato anche dalla violenza contro le istituzioni e dall’ingerenza esterna della Colombia, degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.
Nonostante questo contesto, le elezioni hanno fatto registrare una partecipazione del 46,07% e un sostegno al presidente Maduro del 67,8% (che rappresenta il 31,7% del censo elettorale). Vi hanno partecipato 16 partiti, mentre 3 hanno deciso di non farlo, considerando illegittimo il processo elettorale (nonostante fosse stato anticipato proprio su richiesta dell’opposizione).
Le elezioni sono state monitorate da 150 osservatori, 14 commisssioni elettorali provenienti da otto paesi diversi, due missioni elettorali specifiche, 18 giornalisti internazionali, un europarlamentare e una delegazione tecnico-elettorale della Centrale Elettorale Russa.
Il sistema elettorale è stato lo stesso con il quale si svosero le elezioni del 2015, certificato dalla Fondazione Jimmy Carter come un sistema pulito e assolutamente garantista, con il quale era risultata vincente l’opposizione. Opposizione che ora giudica illegittimo lo stesso sistema elettorale, calpestando la sovranità del popolo del Venezuela. Nessun candidato che partecipò al processo elettorale (del 2015) ne impugnò i risultati.
Oltre a queste elezioni, se ne sono celebrate altre di carattere locale vinte dai candidati delle organizzazioni socialiste, cosicché sono nati nuovi Consigli Comunali mentre altri si sono consolidati come spazi di democrazia diretta e participativa. Spazi costruiti a partire dalla base, che rafforzano la sovranità popolare e fanno avanzare il progetto bolivariano.
Sulle ingerenze esterne e gli interessi geostrategici e ideologici.
Solo 17 minuti dopo questo attacco alla democrazia, il presidente degli Stati Uniti ha esplicitato il suo riconoscimento di Juan Guaidó come presidente ad interim. Lo hanno seguito il Canada, la Colombia, l’Argentina, il Brasile e il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk.
La rapida reazione mostra in modo nitido la relazione diretta tra questi stati, e specialmente tra gli Stati Uniti e l’opposizione di destra, che ha sempre goduto del loro sostegno politico e economico. Si tratta di un ulteriore esempio dei piani della potenza americana nel continente, che hanno già influenzato i cambiamenti in altri paesi: con Sebastián Piñera in Cile, Iván Duque in Colombia, Mauricio Macri in Aregntina e recentemente Jair Bolsonaro in Brasile. Un continente in mano all’estrema destra alleata della spoliazione, dell’imperialismo, del neoliberalismo e della repressione.
Allo stesso modo nello stato spagnolo il Partido Popular, Ciudadanos e Vox hanno tardato pochi minuti a dare il loro sostegno e a richiedere il riconoscimento ufficiale ed esplicito di Juan Guaidó. Gli stessi partiti che negano i diritti politici e sociali di tutto un popolo, che calpestano la sovranità popolare e la democrazia, sostengono i colpi di stato, come fecero anche nel 2002 nel caso di quello fallito proprio in Venzuela.
Questi appoggi hanno una chiara spiegazione geostrategica: il Venzuela è il paese con le maggiori riserve di petrolio al mondo e un alleato per gli interessi in America Latina sia della Russia, paese con cui negoziava proprio quest’anno l’apertura di una base militare nel Caribe, che della Cina, che a settembre gli ha concesso un prestito di 5.000 milioni di dollari per far fronte alla situazione di embargo economico e finanziario internazionale nel quale si trovava. L’intenzione di Donald Trump di spingere il Venezuela in un conflitto civile ci fa pensare in un altro modello di Guerra Fredda diretto contro la Russia e la Cina, in una nuova tappa internazionale.
Dall’altra parte Bolivia, Cuba, Uruguay e Messico hanno chiaramente preso posizione a fianco di Maduro, coscienti di ciò che può significare questa minaccia per i loro rispettivi paesi e per il progetto politico della costruzione di una alternativa nel continente e nel mondo. Come ha detto Pasqualina Curcio, Dottoressa in Scienze Politiche dell’Università Simón Bolívar: “La strategia è chiara, ripetere mille volte la menzogna per trasormarla in verità e distruggere qualsiasi alternativa che si opponga all’imperialismo. Bisogna smontare la menzogna. È illegittimo ed è un vero e proprio tentativo di usurpazione il fatto che alcuni settori dell’opposizione pretendano vivere del sostegno straniero dei governi imperialisti per poter esercitare una autorità che né il popolo né la Costituzione gli attribuisce”.
Ripetiamo mille volte queste verità.
Fonte
*****
Difendiamo la sovranità popolare! I Països Catalans con il Venezuela!
Ieri, 23 gennaio 2019, il popolo del Venezuela ha sofferto un duro colpo alla propria sovranità. Ieri, 23 gennaio 2019, il presidente del Parlamento Juan Guaidó si è autoproclamato presidente anche del potere esecutivo facendo un colpo di stato e delegittimando quello che il popolo venezuelano aveva deciso e confermato nell’urna: l’unico presidente è Nicolàs Maduro.
Come sinistra indipendentista rifiutiamo questa violazione della sovranità del popolo venezuelano e ne denunciamo quale principale responsable gli Stati Uniti. Critichiamo frontalmente qualsiasi ingerenza esterna nella vita politica di un popolo libero e sovrano e invitiamo a partecipare a tutte le mobilitazioni convocate d’ora in avanti per sostenere esplicitamente il legittimo governo del Venezuela.
Rispetto per il Venezuela!
Sulla sovranità popolare e la legittimità democratica.
Il 20 maggio 2018 il Venezuela ha celebrato le elezioni presidenziali in un contesto di tensione politica in cui una parte dell’opposizione ha deciso di fare appello all’astensione e di non presentarsi alle elezioni, con l’obbiettivo di delegittimare il processo elettorale, cosí come aveva già fatto in precedenza. Si è trattato di un contesto segnato anche dalla violenza contro le istituzioni e dall’ingerenza esterna della Colombia, degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.
Nonostante questo contesto, le elezioni hanno fatto registrare una partecipazione del 46,07% e un sostegno al presidente Maduro del 67,8% (che rappresenta il 31,7% del censo elettorale). Vi hanno partecipato 16 partiti, mentre 3 hanno deciso di non farlo, considerando illegittimo il processo elettorale (nonostante fosse stato anticipato proprio su richiesta dell’opposizione).
Le elezioni sono state monitorate da 150 osservatori, 14 commisssioni elettorali provenienti da otto paesi diversi, due missioni elettorali specifiche, 18 giornalisti internazionali, un europarlamentare e una delegazione tecnico-elettorale della Centrale Elettorale Russa.
Il sistema elettorale è stato lo stesso con il quale si svosero le elezioni del 2015, certificato dalla Fondazione Jimmy Carter come un sistema pulito e assolutamente garantista, con il quale era risultata vincente l’opposizione. Opposizione che ora giudica illegittimo lo stesso sistema elettorale, calpestando la sovranità del popolo del Venezuela. Nessun candidato che partecipò al processo elettorale (del 2015) ne impugnò i risultati.
Oltre a queste elezioni, se ne sono celebrate altre di carattere locale vinte dai candidati delle organizzazioni socialiste, cosicché sono nati nuovi Consigli Comunali mentre altri si sono consolidati come spazi di democrazia diretta e participativa. Spazi costruiti a partire dalla base, che rafforzano la sovranità popolare e fanno avanzare il progetto bolivariano.
Sulle ingerenze esterne e gli interessi geostrategici e ideologici.
Solo 17 minuti dopo questo attacco alla democrazia, il presidente degli Stati Uniti ha esplicitato il suo riconoscimento di Juan Guaidó come presidente ad interim. Lo hanno seguito il Canada, la Colombia, l’Argentina, il Brasile e il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk.
La rapida reazione mostra in modo nitido la relazione diretta tra questi stati, e specialmente tra gli Stati Uniti e l’opposizione di destra, che ha sempre goduto del loro sostegno politico e economico. Si tratta di un ulteriore esempio dei piani della potenza americana nel continente, che hanno già influenzato i cambiamenti in altri paesi: con Sebastián Piñera in Cile, Iván Duque in Colombia, Mauricio Macri in Aregntina e recentemente Jair Bolsonaro in Brasile. Un continente in mano all’estrema destra alleata della spoliazione, dell’imperialismo, del neoliberalismo e della repressione.
Allo stesso modo nello stato spagnolo il Partido Popular, Ciudadanos e Vox hanno tardato pochi minuti a dare il loro sostegno e a richiedere il riconoscimento ufficiale ed esplicito di Juan Guaidó. Gli stessi partiti che negano i diritti politici e sociali di tutto un popolo, che calpestano la sovranità popolare e la democrazia, sostengono i colpi di stato, come fecero anche nel 2002 nel caso di quello fallito proprio in Venzuela.
Questi appoggi hanno una chiara spiegazione geostrategica: il Venzuela è il paese con le maggiori riserve di petrolio al mondo e un alleato per gli interessi in America Latina sia della Russia, paese con cui negoziava proprio quest’anno l’apertura di una base militare nel Caribe, che della Cina, che a settembre gli ha concesso un prestito di 5.000 milioni di dollari per far fronte alla situazione di embargo economico e finanziario internazionale nel quale si trovava. L’intenzione di Donald Trump di spingere il Venezuela in un conflitto civile ci fa pensare in un altro modello di Guerra Fredda diretto contro la Russia e la Cina, in una nuova tappa internazionale.
Dall’altra parte Bolivia, Cuba, Uruguay e Messico hanno chiaramente preso posizione a fianco di Maduro, coscienti di ciò che può significare questa minaccia per i loro rispettivi paesi e per il progetto politico della costruzione di una alternativa nel continente e nel mondo. Come ha detto Pasqualina Curcio, Dottoressa in Scienze Politiche dell’Università Simón Bolívar: “La strategia è chiara, ripetere mille volte la menzogna per trasormarla in verità e distruggere qualsiasi alternativa che si opponga all’imperialismo. Bisogna smontare la menzogna. È illegittimo ed è un vero e proprio tentativo di usurpazione il fatto che alcuni settori dell’opposizione pretendano vivere del sostegno straniero dei governi imperialisti per poter esercitare una autorità che né il popolo né la Costituzione gli attribuisce”.
Ripetiamo mille volte queste verità.
Fonte
06/09/2018
Catalogna. “L’arte di non mettere tutte le uova nello stesso cesto”
“La borghesia non mette mai tutte le uova nello stesso cesto”
Josep Serradell “Roman”, parlando con un servo, trent’anni fa.
L’accecamento prodotto dalla retorica politica suole impedirci di avere una visione d’insieme del conflitto, captare la dinamica, il ritmo di sviluppo, la direzione di marcia, gli obiettivi reali dei contendenti e le successive modifiche dei rapporti di forza.
Il prossimo autunno sarà pieno di retorica accecante. Da un lato, ci accecano gli atti brutali di uno stato cupo e integrale che considera la sacra unità e indivisibilità della patria spagnola come qualcosa di eterno, naturale, sacro, imprescindibile e intoccabile. Pedro Sánchez dichiara la sua intenzione di declassificare il conflitto e di aprire la strada a un patto tra le elìtes, però le azioni di questo stato cupo, di questo post-franchismo che sta diventando tanto tanto lungo, metteranno a dura prova la consistenza della sua volontà. I processi dei prigionieri politici, dei sindaci e dei rappresentanti delle entità sovraniste daranno il ritmo a tutto l’autunno. Legate a ciò, le provocatorie azioni dell’estrema destra contro la libertà di espressione del movimento indipendentista e l’asta tra il PP o Ciudadanos per il primato nella difesa dei loro valori patri saranno nuovi bastoni tra le ruote dell’intenzione di declassificare il conflitto.
Ci hanno accecato anche le azioni di quel settore della classe politica catalana che ha perso il ruolo di partito organico, rappresentativo e mediatore delle classi dominanti e dirigenti radicate in Catalogna. Il cesarismo di Puigdemont trasformerà l’autunno in una nuova fase della lunga campagna elettorale (chiamata processo). La lotta per la ricomposizione della rappresentanza politica della borghesia catalana si farà attraverso i sentieri della radicalità. Cosa che non piace né a Fomento del Trabajo Nacional, né al Circolo dell’Economia.
Dopo il suo trionfo schiacciante nel congresso del PDeCAT, Puigdemont e il suo vicario in terra faranno questa campagna elettorale privi di complessi: o io, o il diluvio! Ricatto, pressione, attacchi irrispettosi contro il dissidente, OPA’s contro ERC, furto dell’elettorato alla CUP (come in parte già è successo)... Tutto sotto il segno della fretta, dell’ora o mai più, dell’illusione di raggiungere un obiettivo che loro sanno essere fittizio: implementare una inesistente repubblica catalana. Una repubblica che, nel momento decisivo, tanto gli uni come gli altri lasceranno in una dichiarazione retorica, in un atto teatrale vuoto di contenuto, d’azione e di volontà.
Il 27 ottobre Puigdemont aveva un patto con il PP di Rajoy, mediato dal PNV e dal PSOE. Il patto tradiva la retorica pubblica usata dopo la sostituzione di Artur Mas e, soprattutto tradiva il movimento popolare che aveva reso possibile il 1° di Ottobre. Niente di nuovo sotto il sole: è lo stesso modus operandi delle classi dirigenti catalane da quasi quattrocento anni. Però l’applicazione di quel patto era complicata. Una volta che hai stimolato le moltitudini e queste si prendono le strade, i patti non sono facili, necessitano di un lungo tempo di digestione. Così che una volta esposto all’aspra critica di altri settori politici in competizione, Macià le petit, ha optato per il coitus interruptus: proclamazione retorica, nessuna misura pratica reale e rifugio all’estero. Come dice la naíf e da poco arrivata nel grande gioco, Clara Ponsati: bluffare. Solo la durezza intransigente di uno stato cupo personificata nell’accanimento giuridico di Llarena hanno trasformato uno che fa tattica in martire della patria. Se Puigdemont e i suoi credono sinceramente che il 1° di ottobre conferiva la legittimità per una proclamazione unilaterale della repubblica catalana, che cosa ha motivato la giornata del 27 ottobre? Cui prodest?
Ma esiste una borghesia indipendentista?
Esiste un mito condiviso tanto dalla sinistra indipendentista quanto dalla sinistra autonomista, recentemente riscopertasi federalista. É il mito dell’esistenza di una borghesia catalana indipendentista. Si tratta di un feticcio strumentale: le classi dominanti e dirigenti catalane non sono state e non sono indipendentiste. Nella loro larga maggioranza, naturalmente. Basta dare un’occhiata alle pagine web di Fomento de Trabajo Nacional (di Spagna, of course), del Circolo dell’Economia, del Circolo Equestre, del Circolo del Liceo, della Società di Studi Economici, della Società Barcellonese degli Amici del Paese o del recentemente creato Club Alexis de Tocqueville, o ascoltare alcuni frequentatori del mercato del Barça, per confermarlo. O leggere il monarchico giornale del conte di Godó, o El Periódico, o vedere o ascoltare Atresmedia Corporación, proprietà di un’importante famiglia borghese catalana. O leggere la “Opinión del Círculo de Economía” presentata nella loro XXXIV Riunione (Sitges, 30 maggio): “Proposte per modificare l’autogoverno della Catalogna e il funzionamento del modello territoriale dello Stato”.[2]
Allora, a che mira il gesticolare radicale dei vincitori del congresso del PDeCAT? Chi aspira a rappresentare la nuova generazione della classe politica post-convergente che vediamo fiorire davanti ai nostri occhi? Ci inventeremo la balla che non aspirano a rappresentare le vecchie classi dominanti e dirigenti catalane? Ci berremo la balla che sono passati dalla parte delle masse popolari? Non so se l’amico lettore crede ai miracoli. Io, da qualche tempo, sono miscredente. Credo che l’obiettivo tattico di Puigdemont sia: prima sconfiggere/assorbire i settori di sinistra e democratici del movimento popolare indipendentista, per poi subordinarli al suo progetto, che non è giustamente, l’indipendenza, ma un’uscita negoziata.
Il movimento popolare indipendentista, in cui fin’ora sono stati maggioritari i profili più democratici, progressisti e trasformatori, si lascerà egemonizzare e cooptare da questo cesarismo rampante e dalla sua strategia falsaria del “tanto peggio, tanto meglio”? E’ presto per saperlo.
Da parte mia, nei miei oltre quarant’anni di esperienza politica ho appreso alcune cose. Una di esse è questa: le classi dominanti e dirigenti di questo nostro piccolo paese considerano un’arte l’esercizio di non mettere tutte le uova in uno stesso cesto.
Note
[1]https://www.diarijornada.coop/actualitat/20180901/sobre-art-no-posar-tots-ous-mateix-cistell. In catalano in questo blog: http://lallibertatdelsantics.blogspot.com/2018/09/sobre-lart-de-no-posar-tots-els-ous-en.html
[2] https://www.circuloeconomia.com/propuestas-para-modificar-el-autogobierno-de-cataluna-y-el-funcionamiento-del-modelo-territorial-de-esta
*Joan Tafalla è uno storico marxista catalano, è uno dei massimi conoscitori di Gramsci e delle sue opere, per anni è stato dirigente del movimento comunista in Catalogna e tra i fondatori di Espai Marx dal quale si è allontanato recentemente
Fonte
05/07/2018
La “differenza” dell’anticapitalismo indipendentista catalano
L’area della sinistra anticapitalista e indipendentista catalana, in gran parte organizzata all’interno della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), da alcune settimane è passata all’opposizione nel Parlamento di Barcelona e ha scommesso su una nuova fase di lotta basata sulla mobilitazione nelle piazze, il lavoro politico nei municipi e la solidarietà internazionalista.
La CUP rifiuta la tattica che negli ultimi mesi ha guadagnato terreno nelle direzioni di ERC e del PDECat, basata da un lato sulla malcelata rinuncia alla cosiddetta via unilaterale all’indipendenza, dall’altro sulla ricerca di più ampi consensi che accrescano la maggioranza indipendentista in vista di un futuro imprecisato. Una sterzata che le direzioni dei due partiti moderati hanno imposto al movimento indipendentista a partire dalla controversa decisione di non rieleggere Carles Puigdemont alla presidenza della Generalitat, nonostante fosse stato alla testa dello schieramento repubblicano confermatosi maggioritario alle elezioni dello scorso dicembre. La svolta di ERC e del PDECat, diretta a schivare la repressione che ha portato in carcere o sulla via dell’esilio i principali dirigenti indipendentisti, mette in secondo piano la protesta popolare per ripiegare su una più rassicurante tattica di dialogo tra ceti politici, che di fatto allontana l’orizzonte del cambiamento istituzionale e della trasformazione sociale. Un invito alla smobilitazione che, a meno di essere rifiutato dalle basi e dai settori critici dei due partiti, impegnati in una lotta interna per mantenere la bussola sull’indipendenza unilaterale, segnerebbe il ritorno alla normalità e allo status quo precedente il referendum d’autodeterminazione.
Così il movimento indipendentista si mostra diviso, mentre le differenze tattiche fanno affiorare anche le divergenze strategiche, ben note a tutti ma finora rimaste in secondo piano. Per il deputato Carles Riera (CUP), il nuovo governo della Generalitat è portatore di “un modello di crescita economica di natura neoliberale”, che non permetterà lo sviluppo di politiche sociali né il controllo pubblico dei settori strategici dell’economia: su questi temi, “all’interno del regime delle autonomie è possibile fare solo politiche neoliberali o palliativi”. Un fatto ampiamente dimostrato nell’ultima legislatura, nel corso della quale alcune leggi non certo rivoluzionarie, però più avanzate da un punto di vista sociale, dopo essere state approvate dalla maggioranza indipendentista sono state sistematicamente impugnate e annullate dal Tribunale Costituzionale spagnolo.
Anche per questo la CUP rilancia la costruzione della Repubblica nel solco della via unilaterale e mette al centro della propria proposta la ri-municipalizzazione dei servizi pubblici, la necessità della titolarità pubblica dei settori strategici dell’economia, una nuova legislazione sul mercato del lavoro che tuteli i lavoratori, la titolarità pubblica della sanità, l’esproprio immediato degli alloggi sfitti in mano alle banche e soprattutto la costruzione di una banca pubblica per controllare i potentati economici e ricostruire una propria politica finanziaria.
A partire da queste rivendicazioni, la CUP auspica una nuova fase di mobilitazione di massa che, oltre alla piazza, possa contare anche sui municipi, dove gli anticapitalisti sono impegnati a costruire degli spazi di contropotere che intendono caratterizzare come il germe della nuova Repubblica. Le elezioni municipali previste per la prossima primavera rappresentano un test significativo per questo progetto, fermo restando che lo scenario elettorale non è prioritario per gli anticapitalisti.
Per la CUP la cornice municipale rappresenta “un progetto politico di rottura e anticapitalista, contrapposto alla legalità delle istituzioni europee, degli stati oppressori spagnolo e francese e dei partiti e sindacati che ne fanno parte. È una scommessa strategica per la costruzione nazionale e per la trasformazione sociale che ha le proprie radici nella tradizione politica e culturale delle classi popolari catalane, basata sul municipio e il contesto territoriale più vicino”, come si legge nel documento politico approvato dall’assemblea nazionale della formazione il 13 maggio scorso.
Parallelamente l’alternanza tra il governo del PP e quello del PSOE rappresenta per la sinistra anticapitalista e indipendentista un mero cambiamento d’immagine che non porterà novità sostanziali. Il nuovo presidente del governo, il segretario dei socialisti Pedro Sanchez, ha immediatamente dichiarato di non voler mettere in discussione gli impegni presi dalla Spagna di fronte all’UE, né modificare la linea su Catalunya, ribadendo il rifiuto sia all’esercizio del diritto all’autodeterminazione che al riconoscimento del referendum dell’1 ottobre: una garanzia di continuità per il grande capitale spagnolo e catalano così come per i centri di potere economico-finanziari di Bruxelles. Come ha affermato Carles Riera “se qualcuno nutre delle aspettative sul governo del PSOE, riguardo all’autodeterminazione o a politiche che non ubbidiscano alla troika, sarà presto deluso”. E ha sottolineato che “è impossibile un dialogo con lo stato che implichi parlare di autodeterminazione o di Repubblica. Che nessuno s’inganni e che non inganni la popolazione”. Ma l’autoinganno sembra la categoria più appropriata per definire un atteggiamento molto diffuso proprio riguardo all’UE. Nonostante l’opinione pubblica catalana abbia visto chiaramente come l’UE voltava le spalle al referendum d’autodeterminazione, i partiti indipendentisti moderati continuano ad alimentare illusioni sulla natura delle istituzioni europee: solo la CUP ne fa una critica radicale, sia in chiave di emancipazione nazionale che sociale.
Riguardo alla prima prospettiva, il documento politico dell’assemblea nazionale della CUP sostiene che “la UE così come le altre istituzioni internazionali (FMI, Banca Mondiale, NATO, OSCE...) non saranno mai i garanti del diritto all’autodeterminazione del popolo catalano. L’unica opzione per il riconoscimento della Repubblica catalana passa per la solidarietà del resto dei popoli europei e del mondo. In questo senso, una gran parte del popolo catalano ha verificato la natura antidemocratica delle istituzioni europee, cosa di cui dovremmo saper approfittare per approfondire il tema del cambiamento del modello europeo. Siamo una realtà differente, dato che nel Regno Unito così come in altri paesi, è la destra che sbandiera il discorso contro la UE.”.
Quanto alla prospettiva sociale, per la CUP siamo davanti a una relazione centro-periferia segnata fortemente dalla diseguaglianza: “la Germania traccia la traiettoria economica per perpetuare l’arricchimento delle proprie elite, mentre le regioni mediterranee e quelle dell’est vedono crescere il loro impoverimento e la loro sottomissione”. Coerentemente con questa premessa, la CUP conclude che “l’esercizio della piena sovranità popolare richiede non solo di rompere con le imposizioni dello stato spagnolo ma anche con quelle della UE e della troika”. E contestualizza così il proprio indipendentismo: “la creazione della Repubblica catalana significherebbe un contributo alla costruzione di una alternativa politica, economica e sociale non soltanto per i popoli dello stato spagnolo ma anche per quelli del Mediterraneo e dell’Europa.
La lotta politica per la costruzione della Repubblica catalana non ha senso se non si intende anche a partire da questa prospettiva internazionalista, in modo da creare nuove alleanze di rottura e aprire differenti fronti di cambiamento politico dappertutto”. Alleanze che dovrebbero vertere su una proposta chiaramente connotata per la fine dell’austerità e articolata attorno ad alcune rivendicazioni fondamentali per disinnescare le politiche della troika che si possono sintetizzare in tre punti: “sospendere immediatamente il pagamento del debito e dichiarare la fine definitiva dell’usura legalizzata...; difendere la realizzazione di una moratoria popolare del debito; potenziare una rete di entità e amministrazioni pubbliche che disobbediscano al debito...”.
La critica all’UE non è il solo terreno sul quale gli anticapitalisti fanno un discorso differente dalle altre forze politiche: la sinistra indipendentista e anticapitalista si trova sola nel denunciare da un lato la moderazione del nuovo governo della Generalitat, dall’altro la continuità sostanziale della politica del governo spagnolo. Una denuncia tanto più necessaria in quanto smaschera fin dall’inizio la tentazione di una nuova transizione: un’operazione nella quale ERC e il PDECat, abbandonata la via della rottura, potrebbero accordare con il PSOE alcune briciole riguardo al riconoscimento di Catalunya come nazione, all’interno dello stato spagnolo e della sua cornice istituzionale. Con la benedizione dei poteri forti dell’UE, insofferenti della domanda di cambiamento e di democrazia proveniente dal sud del continente.
Fonte
La CUP rifiuta la tattica che negli ultimi mesi ha guadagnato terreno nelle direzioni di ERC e del PDECat, basata da un lato sulla malcelata rinuncia alla cosiddetta via unilaterale all’indipendenza, dall’altro sulla ricerca di più ampi consensi che accrescano la maggioranza indipendentista in vista di un futuro imprecisato. Una sterzata che le direzioni dei due partiti moderati hanno imposto al movimento indipendentista a partire dalla controversa decisione di non rieleggere Carles Puigdemont alla presidenza della Generalitat, nonostante fosse stato alla testa dello schieramento repubblicano confermatosi maggioritario alle elezioni dello scorso dicembre. La svolta di ERC e del PDECat, diretta a schivare la repressione che ha portato in carcere o sulla via dell’esilio i principali dirigenti indipendentisti, mette in secondo piano la protesta popolare per ripiegare su una più rassicurante tattica di dialogo tra ceti politici, che di fatto allontana l’orizzonte del cambiamento istituzionale e della trasformazione sociale. Un invito alla smobilitazione che, a meno di essere rifiutato dalle basi e dai settori critici dei due partiti, impegnati in una lotta interna per mantenere la bussola sull’indipendenza unilaterale, segnerebbe il ritorno alla normalità e allo status quo precedente il referendum d’autodeterminazione.
Così il movimento indipendentista si mostra diviso, mentre le differenze tattiche fanno affiorare anche le divergenze strategiche, ben note a tutti ma finora rimaste in secondo piano. Per il deputato Carles Riera (CUP), il nuovo governo della Generalitat è portatore di “un modello di crescita economica di natura neoliberale”, che non permetterà lo sviluppo di politiche sociali né il controllo pubblico dei settori strategici dell’economia: su questi temi, “all’interno del regime delle autonomie è possibile fare solo politiche neoliberali o palliativi”. Un fatto ampiamente dimostrato nell’ultima legislatura, nel corso della quale alcune leggi non certo rivoluzionarie, però più avanzate da un punto di vista sociale, dopo essere state approvate dalla maggioranza indipendentista sono state sistematicamente impugnate e annullate dal Tribunale Costituzionale spagnolo.
Anche per questo la CUP rilancia la costruzione della Repubblica nel solco della via unilaterale e mette al centro della propria proposta la ri-municipalizzazione dei servizi pubblici, la necessità della titolarità pubblica dei settori strategici dell’economia, una nuova legislazione sul mercato del lavoro che tuteli i lavoratori, la titolarità pubblica della sanità, l’esproprio immediato degli alloggi sfitti in mano alle banche e soprattutto la costruzione di una banca pubblica per controllare i potentati economici e ricostruire una propria politica finanziaria.
A partire da queste rivendicazioni, la CUP auspica una nuova fase di mobilitazione di massa che, oltre alla piazza, possa contare anche sui municipi, dove gli anticapitalisti sono impegnati a costruire degli spazi di contropotere che intendono caratterizzare come il germe della nuova Repubblica. Le elezioni municipali previste per la prossima primavera rappresentano un test significativo per questo progetto, fermo restando che lo scenario elettorale non è prioritario per gli anticapitalisti.
Per la CUP la cornice municipale rappresenta “un progetto politico di rottura e anticapitalista, contrapposto alla legalità delle istituzioni europee, degli stati oppressori spagnolo e francese e dei partiti e sindacati che ne fanno parte. È una scommessa strategica per la costruzione nazionale e per la trasformazione sociale che ha le proprie radici nella tradizione politica e culturale delle classi popolari catalane, basata sul municipio e il contesto territoriale più vicino”, come si legge nel documento politico approvato dall’assemblea nazionale della formazione il 13 maggio scorso.
Parallelamente l’alternanza tra il governo del PP e quello del PSOE rappresenta per la sinistra anticapitalista e indipendentista un mero cambiamento d’immagine che non porterà novità sostanziali. Il nuovo presidente del governo, il segretario dei socialisti Pedro Sanchez, ha immediatamente dichiarato di non voler mettere in discussione gli impegni presi dalla Spagna di fronte all’UE, né modificare la linea su Catalunya, ribadendo il rifiuto sia all’esercizio del diritto all’autodeterminazione che al riconoscimento del referendum dell’1 ottobre: una garanzia di continuità per il grande capitale spagnolo e catalano così come per i centri di potere economico-finanziari di Bruxelles. Come ha affermato Carles Riera “se qualcuno nutre delle aspettative sul governo del PSOE, riguardo all’autodeterminazione o a politiche che non ubbidiscano alla troika, sarà presto deluso”. E ha sottolineato che “è impossibile un dialogo con lo stato che implichi parlare di autodeterminazione o di Repubblica. Che nessuno s’inganni e che non inganni la popolazione”. Ma l’autoinganno sembra la categoria più appropriata per definire un atteggiamento molto diffuso proprio riguardo all’UE. Nonostante l’opinione pubblica catalana abbia visto chiaramente come l’UE voltava le spalle al referendum d’autodeterminazione, i partiti indipendentisti moderati continuano ad alimentare illusioni sulla natura delle istituzioni europee: solo la CUP ne fa una critica radicale, sia in chiave di emancipazione nazionale che sociale.
Riguardo alla prima prospettiva, il documento politico dell’assemblea nazionale della CUP sostiene che “la UE così come le altre istituzioni internazionali (FMI, Banca Mondiale, NATO, OSCE...) non saranno mai i garanti del diritto all’autodeterminazione del popolo catalano. L’unica opzione per il riconoscimento della Repubblica catalana passa per la solidarietà del resto dei popoli europei e del mondo. In questo senso, una gran parte del popolo catalano ha verificato la natura antidemocratica delle istituzioni europee, cosa di cui dovremmo saper approfittare per approfondire il tema del cambiamento del modello europeo. Siamo una realtà differente, dato che nel Regno Unito così come in altri paesi, è la destra che sbandiera il discorso contro la UE.”.
Quanto alla prospettiva sociale, per la CUP siamo davanti a una relazione centro-periferia segnata fortemente dalla diseguaglianza: “la Germania traccia la traiettoria economica per perpetuare l’arricchimento delle proprie elite, mentre le regioni mediterranee e quelle dell’est vedono crescere il loro impoverimento e la loro sottomissione”. Coerentemente con questa premessa, la CUP conclude che “l’esercizio della piena sovranità popolare richiede non solo di rompere con le imposizioni dello stato spagnolo ma anche con quelle della UE e della troika”. E contestualizza così il proprio indipendentismo: “la creazione della Repubblica catalana significherebbe un contributo alla costruzione di una alternativa politica, economica e sociale non soltanto per i popoli dello stato spagnolo ma anche per quelli del Mediterraneo e dell’Europa.
La lotta politica per la costruzione della Repubblica catalana non ha senso se non si intende anche a partire da questa prospettiva internazionalista, in modo da creare nuove alleanze di rottura e aprire differenti fronti di cambiamento politico dappertutto”. Alleanze che dovrebbero vertere su una proposta chiaramente connotata per la fine dell’austerità e articolata attorno ad alcune rivendicazioni fondamentali per disinnescare le politiche della troika che si possono sintetizzare in tre punti: “sospendere immediatamente il pagamento del debito e dichiarare la fine definitiva dell’usura legalizzata...; difendere la realizzazione di una moratoria popolare del debito; potenziare una rete di entità e amministrazioni pubbliche che disobbediscano al debito...”.
La critica all’UE non è il solo terreno sul quale gli anticapitalisti fanno un discorso differente dalle altre forze politiche: la sinistra indipendentista e anticapitalista si trova sola nel denunciare da un lato la moderazione del nuovo governo della Generalitat, dall’altro la continuità sostanziale della politica del governo spagnolo. Una denuncia tanto più necessaria in quanto smaschera fin dall’inizio la tentazione di una nuova transizione: un’operazione nella quale ERC e il PDECat, abbandonata la via della rottura, potrebbero accordare con il PSOE alcune briciole riguardo al riconoscimento di Catalunya come nazione, all’interno dello stato spagnolo e della sua cornice istituzionale. Con la benedizione dei poteri forti dell’UE, insofferenti della domanda di cambiamento e di democrazia proveniente dal sud del continente.
Fonte
24/03/2018
Nuova ondata di arresti, Madrid decapita l’indipendentismo catalano
Dopo aver rinviato a giudizio decine di ex ministri, deputati e dirigenti indipendentisti del PDeCAT, di ERC e della CUP, il giudice del Tribunale Supremo Pablo Llarena ha ordinato ieri pomeriggio l’arresto per il candidato President della Generalit Jordi Turull, per l’ex presidente del Parlament Carme Forcadell, per l’ex eurodeputato Raül Romeva, per Dolors Bassa e per Josep Rull, accogliendo la richiesta del Procuratore generale dello Stato e del partito fascista Vox (costituitosi parte civile).
Tutti gli arrestati sono accusati di ribellione, per aver organizzato il referendum del 1 ottobre, e quattro di loro anche di malversazione per aver finanziato la consultazione proibita con fondi pubblici. Rischiano tutti una condanna fino a 30 anni di carcere, nonostante gli imputati siano inquisiti per comportamenti politici e di natura pacifica ma in applicazione di un capo d’accusa che parla esplicitamente di ‘ribellione violenta’ nei confronti dello Stato.
I nuovi arresti hanno decapitato i partiti indipendentisti e hanno fortemente alterato la composizione di un Parlament eletto, il 21 dicembre scorso, già sotto ricatto e sotto minaccia. Non solo due parlamentari – uno è l’ex President Carles Puigdemont – si trovano in esilio all’estero e non potranno essere presenti alla prevista seduta d’investitura del nuovo President (nel frattempo finito in carcere preventivo), ma ora anche altri deputati della maggioranza sovranista uscita dalle urne sono stati arrestati.
Sempre ieri sera il giudice Llarena ha firmato un nuovo euro-ordine di arresto contro l’ex-presidente catalano Carles Puigdemont e contro i 4 ex-ministri in esilio con lui a Bruxelles e ha spiccato un mandato internazionale di arresto contro la leader di ERC Marta Rovira che ieri aveva annunciato con una lettera di aver scelto l’esilio e di trovarsi in Svizzera dove si è rifugiata già da alcune settimane l’ex portavoce e deputata della Cup, Anna Gabriel, anche lei rinviata a giudizio ieri dal Tribunale Supremo.
Immediata è scattata la protesta indetta dall’associazionismo indipendentista trasversale e dai Comitati di Difesa della Repubblica.
Alle 19 i manifestanti hanno bloccato la Avinguda Diagonal di Barcellona. Un’ora più tardi diecimila persone si sono concentrate in Placa de Catalunya rispondendo all’appello di Omnium Cultural e dell’Assemblea Nacional Catalana.
Contemporaneamente altre migliaia di persone sono scese in piazza a poca distanza, rispondendo invece all’appello dei CDR (Comitati di Difesa della Repubblica) e della sinistra anticapitalista che oltre a denunciare la repressione spagnola criticano l’atteggiamento remissivo di PDeCAT ed ERC e la loro volontà di costituire un governo autonomista invece di implementare la Repubblica dichiarata simbolicamente il 27 ottobre. I Mossos d’Esquadra, la polizia autonoma in assetto antisommossa ora direttamente agli ordini di Madrid, ha operato varie cariche terminate con 35 feriti, 15 dei quali hanno dovuto far ricorso alle strutture sanitarie. Ai poliziotti i manifestanti hanno gridato, invocando la convocazione dello sciopero generale: “non vi meritate la bandiera catalana che portate”, “fuori le forze di occupazione” e “nessun passo indietro”.
Manifestazioni contro gli arresti sono state realizzate ieri sera in altre città catalane, la più numerosa a Vic. A Tarragona i militanti dei CDR hanno bloccato i binari ferroviari e l’autostrada reclamando la liberazione dei prigionieri politici. Altrettanto è avvenuto nei pressi della frontiera con la Francia a Puigcerdà. Nuove e più massicce manifestazioni popolari sono state già convocate nella giornata di oggi.
Ieri mattina il giudice del Tribunale Supremo spagnolo (“vicino” al Partito Popolare) aveva deciso di rimandare a giudizio, con l’accusa di ribellione, tredici tra dirigenti e deputati indipendentisti. Tra questi l’ex president Carles Puigdemont (in esilio in Belgio), l’ex vice presidente Oriol Junqueras (già in carcere), sette ex consellers del governo catalano (Joaquim Forn, Jordi Turull, Raül Romeva, Clara Ponsati – in esilio a Londra – Josep Rull, Toni Comín – in esilio in Belgio – e Dolors Bassa), l’ex presidente del Parlament Carme Forcadell, l’ex presidente dell’Anc Jordi Sànchez (già in carcere), quello di Òmnium cultural Jordi Cuixart (anche lui già in carcere da mesi) e la segretaria generale di Esquerra Republicana Marta Rovira che però non si è presentata all’udienza del Tribunale Supremo.
Altri cinque ex membri dell’ex governo catalano sono stati rinviati a giudizio per disobbedienza e malversazione di fondi pubblici insieme a cinque componenti dell’ufficio di presidenza del Parlament. Come detto, tra i rinviati a giudizio, venticinque in tutto, ci sono anche Anna Gabriel, ex deputata regionale e portavoce della Cup, e l’altra ex deputata della Cup Mireia Boya. È stata archiviata invece la causa contro l’ex segretaria generale del PDeCat, Marta Pascal, e l’ex presidente catalano Artur Mas.
Paradossalmente – ma è la storia degli ultimi anni nei rapporti tra Madrid e Barcellona – la nuova pesante offensiva giudiziaria contro i partiti e le organizzazioni sovraniste catalane da parte della magistratura spagnola è scattata nonostante il consistente passo indietro dei partiti maggioritari dello schieramento catalanista.
Giovedì infatti la sinistra indipendentista non ha votato a favore dell’elezione di Jordi Turull a President, dopo le rinunce prima di Puigdemont e poi di Jordi Sanchez dovute non solo all’intransigenza di Madrid ma anche alle schermaglie e alla competizione tra PDeCAT ed ERC. La Cup, ha spiegato, non vuole sommare i suoi voti a quelli di una maggioranza che ha tradito lo spirito disobbediente e di rottura manifestato il 1 ottobre da milioni di persone e che ora pretenderebbe di governare all’insegna di un impossibile ritorno all’autonomismo. “Sovranità, unilateralità e disobbedienza sono l’unica maniera reale di fare Repubblica” ha detto il capogruppo della Cup, Carles Riera, annunciando il ritorno all’opposizione della sinistra anticapitalista. “Diamo per concluso il procés e le alleanze formate durante il procés. Passiamo all’opposizione nelle strade e nelle istituzioni, combattendo lo Stato e l’autonomismo” ha detto il dirigente indipendentista, che ha reclamato “un processo costituente dal basso, appoggiato dalle istituzioni, per costruire la Repubblica dalle piazze. La gente che ha partecipato al referendum del 1 ottobre non si merita i vostri passi indietro”. “E’ nelle piazze che bisogna radicare l’unità del sovranismo” ha concluso Riera, invitando PDeCAT ed ERC a mettere da parte “gli interessi di partito, le poltrone e gli uffici” per dedicarsi agli “interessi del paese e delle classi popolari”.
Nel suo intervento, il candidato President Jordi Turull aveva accuratamente evitato di nominare la Repubblica Catalana, di rivendicare il referendum del 1 ottobre e di annunciare l’inizio della pur prevista fase costituente che si sarebbe dovuta aprire in seguito alla rottura con lo Stato Spagnolo.
Per evitare il mantenimento da parte di Madrid del commissariamento delle istituzioni catalane, avevano spiegato PDeCAT ed ERC. Ma lo Stato Spagnolo non sembra essersi accorto del passo indietro dei sovranisti ed ha risposto con una nuova ondata di arresti.
Intanto il 20 marzo, la stragrande maggioranza dei deputati del Congresso di Madrid ha respinto la proposta di legge presentata da ERC – Sinistra Repubblicana della Catalogna – che mirava a rendere punibili i responsabili dei crimini commessi dai franchisti durante il regime, ai quali invece la Ley de Amnistia varata nel 1977 concede la totale immunità, rendendo impossibile per i parenti delle vittime della repressione fascista intentare causa contro aguzzini e torturatori, molti dei quali sono stati promossi nel frattempo ai massimi gradi della gerarchia militare o amministrativa.
Contro la modifica proposta dai repubblicani catalani non hanno votato compattamente solo il Partito Popolare e l’altro partito di destra Ciudadanos, ma anche i deputati del Partito Socialista Operaio Spagnolo di Pedro Sanchez.
A dimostrazione che il problema non è la ‘destra’ di Rajoy, ma un regime che comprende i tre pilastri politici di un paese che da quarant’anni preserva i privilegi di una oligarchia passata indenne dal cambio di regime.
Fonte
Tutti gli arrestati sono accusati di ribellione, per aver organizzato il referendum del 1 ottobre, e quattro di loro anche di malversazione per aver finanziato la consultazione proibita con fondi pubblici. Rischiano tutti una condanna fino a 30 anni di carcere, nonostante gli imputati siano inquisiti per comportamenti politici e di natura pacifica ma in applicazione di un capo d’accusa che parla esplicitamente di ‘ribellione violenta’ nei confronti dello Stato.
I nuovi arresti hanno decapitato i partiti indipendentisti e hanno fortemente alterato la composizione di un Parlament eletto, il 21 dicembre scorso, già sotto ricatto e sotto minaccia. Non solo due parlamentari – uno è l’ex President Carles Puigdemont – si trovano in esilio all’estero e non potranno essere presenti alla prevista seduta d’investitura del nuovo President (nel frattempo finito in carcere preventivo), ma ora anche altri deputati della maggioranza sovranista uscita dalle urne sono stati arrestati.
Sempre ieri sera il giudice Llarena ha firmato un nuovo euro-ordine di arresto contro l’ex-presidente catalano Carles Puigdemont e contro i 4 ex-ministri in esilio con lui a Bruxelles e ha spiccato un mandato internazionale di arresto contro la leader di ERC Marta Rovira che ieri aveva annunciato con una lettera di aver scelto l’esilio e di trovarsi in Svizzera dove si è rifugiata già da alcune settimane l’ex portavoce e deputata della Cup, Anna Gabriel, anche lei rinviata a giudizio ieri dal Tribunale Supremo.
Immediata è scattata la protesta indetta dall’associazionismo indipendentista trasversale e dai Comitati di Difesa della Repubblica.
Alle 19 i manifestanti hanno bloccato la Avinguda Diagonal di Barcellona. Un’ora più tardi diecimila persone si sono concentrate in Placa de Catalunya rispondendo all’appello di Omnium Cultural e dell’Assemblea Nacional Catalana.
Contemporaneamente altre migliaia di persone sono scese in piazza a poca distanza, rispondendo invece all’appello dei CDR (Comitati di Difesa della Repubblica) e della sinistra anticapitalista che oltre a denunciare la repressione spagnola criticano l’atteggiamento remissivo di PDeCAT ed ERC e la loro volontà di costituire un governo autonomista invece di implementare la Repubblica dichiarata simbolicamente il 27 ottobre. I Mossos d’Esquadra, la polizia autonoma in assetto antisommossa ora direttamente agli ordini di Madrid, ha operato varie cariche terminate con 35 feriti, 15 dei quali hanno dovuto far ricorso alle strutture sanitarie. Ai poliziotti i manifestanti hanno gridato, invocando la convocazione dello sciopero generale: “non vi meritate la bandiera catalana che portate”, “fuori le forze di occupazione” e “nessun passo indietro”.
Manifestazioni contro gli arresti sono state realizzate ieri sera in altre città catalane, la più numerosa a Vic. A Tarragona i militanti dei CDR hanno bloccato i binari ferroviari e l’autostrada reclamando la liberazione dei prigionieri politici. Altrettanto è avvenuto nei pressi della frontiera con la Francia a Puigcerdà. Nuove e più massicce manifestazioni popolari sono state già convocate nella giornata di oggi.
Ieri mattina il giudice del Tribunale Supremo spagnolo (“vicino” al Partito Popolare) aveva deciso di rimandare a giudizio, con l’accusa di ribellione, tredici tra dirigenti e deputati indipendentisti. Tra questi l’ex president Carles Puigdemont (in esilio in Belgio), l’ex vice presidente Oriol Junqueras (già in carcere), sette ex consellers del governo catalano (Joaquim Forn, Jordi Turull, Raül Romeva, Clara Ponsati – in esilio a Londra – Josep Rull, Toni Comín – in esilio in Belgio – e Dolors Bassa), l’ex presidente del Parlament Carme Forcadell, l’ex presidente dell’Anc Jordi Sànchez (già in carcere), quello di Òmnium cultural Jordi Cuixart (anche lui già in carcere da mesi) e la segretaria generale di Esquerra Republicana Marta Rovira che però non si è presentata all’udienza del Tribunale Supremo.
Altri cinque ex membri dell’ex governo catalano sono stati rinviati a giudizio per disobbedienza e malversazione di fondi pubblici insieme a cinque componenti dell’ufficio di presidenza del Parlament. Come detto, tra i rinviati a giudizio, venticinque in tutto, ci sono anche Anna Gabriel, ex deputata regionale e portavoce della Cup, e l’altra ex deputata della Cup Mireia Boya. È stata archiviata invece la causa contro l’ex segretaria generale del PDeCat, Marta Pascal, e l’ex presidente catalano Artur Mas.
Paradossalmente – ma è la storia degli ultimi anni nei rapporti tra Madrid e Barcellona – la nuova pesante offensiva giudiziaria contro i partiti e le organizzazioni sovraniste catalane da parte della magistratura spagnola è scattata nonostante il consistente passo indietro dei partiti maggioritari dello schieramento catalanista.
Giovedì infatti la sinistra indipendentista non ha votato a favore dell’elezione di Jordi Turull a President, dopo le rinunce prima di Puigdemont e poi di Jordi Sanchez dovute non solo all’intransigenza di Madrid ma anche alle schermaglie e alla competizione tra PDeCAT ed ERC. La Cup, ha spiegato, non vuole sommare i suoi voti a quelli di una maggioranza che ha tradito lo spirito disobbediente e di rottura manifestato il 1 ottobre da milioni di persone e che ora pretenderebbe di governare all’insegna di un impossibile ritorno all’autonomismo. “Sovranità, unilateralità e disobbedienza sono l’unica maniera reale di fare Repubblica” ha detto il capogruppo della Cup, Carles Riera, annunciando il ritorno all’opposizione della sinistra anticapitalista. “Diamo per concluso il procés e le alleanze formate durante il procés. Passiamo all’opposizione nelle strade e nelle istituzioni, combattendo lo Stato e l’autonomismo” ha detto il dirigente indipendentista, che ha reclamato “un processo costituente dal basso, appoggiato dalle istituzioni, per costruire la Repubblica dalle piazze. La gente che ha partecipato al referendum del 1 ottobre non si merita i vostri passi indietro”. “E’ nelle piazze che bisogna radicare l’unità del sovranismo” ha concluso Riera, invitando PDeCAT ed ERC a mettere da parte “gli interessi di partito, le poltrone e gli uffici” per dedicarsi agli “interessi del paese e delle classi popolari”.
Nel suo intervento, il candidato President Jordi Turull aveva accuratamente evitato di nominare la Repubblica Catalana, di rivendicare il referendum del 1 ottobre e di annunciare l’inizio della pur prevista fase costituente che si sarebbe dovuta aprire in seguito alla rottura con lo Stato Spagnolo.
Per evitare il mantenimento da parte di Madrid del commissariamento delle istituzioni catalane, avevano spiegato PDeCAT ed ERC. Ma lo Stato Spagnolo non sembra essersi accorto del passo indietro dei sovranisti ed ha risposto con una nuova ondata di arresti.
Intanto il 20 marzo, la stragrande maggioranza dei deputati del Congresso di Madrid ha respinto la proposta di legge presentata da ERC – Sinistra Repubblicana della Catalogna – che mirava a rendere punibili i responsabili dei crimini commessi dai franchisti durante il regime, ai quali invece la Ley de Amnistia varata nel 1977 concede la totale immunità, rendendo impossibile per i parenti delle vittime della repressione fascista intentare causa contro aguzzini e torturatori, molti dei quali sono stati promossi nel frattempo ai massimi gradi della gerarchia militare o amministrativa.
Contro la modifica proposta dai repubblicani catalani non hanno votato compattamente solo il Partito Popolare e l’altro partito di destra Ciudadanos, ma anche i deputati del Partito Socialista Operaio Spagnolo di Pedro Sanchez.
A dimostrazione che il problema non è la ‘destra’ di Rajoy, ma un regime che comprende i tre pilastri politici di un paese che da quarant’anni preserva i privilegi di una oligarchia passata indenne dal cambio di regime.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)