I risultati delle elezioni per il rinnovo della camera catalana cancellano la maggioranza indipendentista affermatasi nel 2021 e incoronano il Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC) come il partito di maggioranza relativa.
Lo schieramento indipendentista retrocede dal 51% di tre anni fa all’attuale 43%. Accanto a questo chiaro risultato, le urne sanciscono anche la crescita della destra e dell’estrema destra e disegnano un panorama parlamentare dagli equilibri incerti. Vediamo i risultati.
I socialisti catalani guadagnano più di 200.000 voti rispetto alle precedenti elezioni e si affermano come la prima forza parlamentare sia in voti che in seggi. I deputati del PSC sono ben 42, lontani dalla maggioranza assoluta (fissata a 68 seggi), ma più che sufficienti per candidarsi alla guida della Generalitat de Catalunya.
Il leader socialista Salvador Illa, già Ministro della Sanità del governo spagnolo durante la pandemia, ha parlato di un risultato storico e dell’apertura di una nuova tappa. I socialisti si sono affermati nettamente nella demarcazione di Barcellona, come già tre anni fa, e in quella di Tarragona, in entrambi i casi davanti a Junts e a Esquerra Republicana de Catalunya.
Il peso specifico e demografico delle aree in cui vince il PSC, sostanzialmente attorno a Barcellona, è cruciale per la vittoria elettorale: se si guarda alla distribuzione dei voti nei comuni si vede che i socialisti si affermano in 167 municipi, mentre Junts, il partito di Puigdemont, risulta il preferito in ben 726 comuni.
La ricetta del successo elettorale socialista è presto detta: cauto riformismo sociale, amnistia dai contorni ancora incerti per gli indipendentisti, fedeltà assoluta al PSOE e allo schieramento atlantico.
Una ricetta avvalorata e condivisa anche da ERC, il cui elettorato ha evidentemente preferito l’originale socialista alla copia catalana, determinando un vero e proprio ribaltone.
Il secondo partito della camera è Junts, che cresce di circa 100.000 voti rispetto alle elezioni del 2021, passa da 32 a 35 deputati e supera ERC, tornando a essere il primo partito indipendentista.
La formazione dell’ex-presidente tuttora in esilio si afferma nelle demarcazioni di Girona e Lleida ed è l’unico gruppo indipendentista che migliora i precedenti risultati. Puigdemont si era dichiarato pronto a tornare in Catalunya, nel caso fosse risultato il candidato più votato, per riprendere il percorso verso l’indipendenza.
Il presidente del primo ottobre mantiene ancora un forte consenso personale e assicura la tenuta del partito storico della piccola e media borghesia catalana.
ERC registra un calo notevole (meno 180.000 voti) e passa da 33 a 20 seggi. I repubblicani non si affermano in nessuna delle 4 demarcazioni e anche nella distribuzione dei voti a livello municipale si trovano non solo dopo Junts ma anche dopo i socialisti, con 43 municipi.
La quarta forza della camera catalana è il Partit Popular, che registra una spettacolare crescita di più di 200.000 voti, passa da 3 a 15 deputati e abbandona l’ultima posizione nella quale era stato relegato nel 2021.
La crescita del PP non avviene a spese di Vox, che mantiene gli 11 deputati di tre anni fa e si consolida nelle proprie posizioni. Al contrario Ciutadans, il partito che aveva svolto la funzione di diga unionista e il più votato nel 2017, vede sfumare i propri 6 seggi e sparisce dalla camera.
Per quel che riguarda la sinistra di osservanza statale, i Comuns-Sumar registrano un calo di circa 15.000 voti e passano da 8 a 6 seggi. Si tratta dell’alleato-stampella più vicino ai socialisti che, ingoiato il rospo del sostegno alla NATO in Ucraina (deciso dal governo Sánchez), consolidano l’appartenenza allo schieramento unionista.
Gli anticapitalisti e indipendentisti della Candidatura d’Unitat Popular perdono più di 60.000 voti rispetto al 2021 e passano da 9 a 4 seggi. La CUP ottiene 3 seggi a Barcellona e 1 a Girona, senza riuscire a strapparne altri né a Lleida né a Tarragona.
Se nel 2021 la coalizione era la prima forza in cinque comuni, oggi non si afferma neppure in uno e cala in modo preoccupante in alcuni dei propri feudi tradizionali.
Il deludente risultato della CUP prosegue la parabola discendente del partito iniziata con le elezioni spagnole e le comunali catalane dello scorso anno e che il processo congressuale di rifondazione interna (ancora in corso) intende arginare.
La campagna elettorale del partito è stata all’insegna dello slogan “un altro paese è possibile” ed ha privilegiato i temi sociali senza dimenticare l’indipendenza. La CUP è inoltre l’unico partito che si è opposto coerentemente allo schieramento atlantico, sia per quel che riguarda la Palestina che per l’Ucraina. Ma i temi internazionali sono rimasti ampiamente ai margini della campagna elettorale.
Infine c’è da registrare l’ingresso nella camera di un nuovo partito d’estrema destra, Aliança Catalana. Sorto a Ripoll, municipio dal quale proveniva il gruppo jihadista responsabile dell’attentato alla rambla di Barcellona del 2017, il nuovo partito si caratterizza per la islamofobia, la retorica contro l’immigrazione e per la creazione di “uno stato catalano libero, sicuro e occidentale”, come ha sostenuto la leader del partito e sindaco di Ripoll, Silvia Orriols.
Durante la campagna elettorale, Aliança Catalana ha beneficiato del sostegno di molte testate giornalistiche dell’unionismo spagnolo, che hanno dedicato più di una prima pagina alla Orriols, ritenuta in grado di intercettare parte degli elettori indipendentisti delusi sia da Junts che da ERC.
L’operazione è relativamente riuscita: Aliança Catalana entra nel parlamento regionale con 2 deputati. Da sottolineare che sia i tre partiti indipendentisti (Junts, ERC e la CUP) che il PSC e i Comuns hanno firmato un patto pre-elettorale nel quale si impegnavano a rifiutare il sostegno parlamentare (anche indiretto) della nuova formazione della estrema destra, di fatto relegata per il momento a una presenza testimoniale.
Di fatto, quando negli scorsi anni l’indipendentismo ha raggiunto i migliori risultati elettorali, non ha lasciato spazio all’emergere di una estrema destra catalana ed è riuscito a disinnescare la protesta populista: un dato di fatto spesso dimenticato che merita invece una riflessione. Aliança Catalana emerge infatti quando il movimento indipendentista perde l’iniziativa.
La formazione del nuovo esecutivo della Generalitat sembra complicata: il PSC potrebbe governare con ERC e i Comuns (le tre forze sommano giusto i 68 seggi necessari), ma l’esito non è scontato. La linea del “tavolo delle trattative con i socialisti” imboccata da ERC si è rivelata elettoralmente disastrosa e il gruppo dirigente dei repubblicani si trova ora davanti a un bivio: sostenere un governo di centrosinistra guidato da Illa (che rappresenterebbe la certificazione della rinuncia alle velleità indipendentiste del proprio elettorato) o ricercare una nuova alleanza con Junts e la CUP, dai contorni ancora tutti da definire.
È molto probabile che la situazione permanga incerta almeno fino alle prossime elezioni europee, senza scartare la possibile ritorno alle urne.
Il bilancio provvisorio della tornata elettorale è tutto a favore dell’unionismo statale e della conservazione degli equilbri esistenti: la radicale domanda di trasformazione istituzionale e sociale del movimento indipendentista subisce una decisa battuta d’arresto. Dove non era arrivata la repressione del PP, è arrivato il riformismo dei socialisti.
Oggi difficilmente le grandi imprese e le banche catalane sposterebbero la propria sede a València (come accaduto dopo il primo ottobre 2017) per difendere lo status quo e fare terra bruciata attorno a un movimento che, pur non esente da contraddizioni, ha evidenziato tutti i limiti della transizione spagnola, ha denunciato la continuità del regime del ’78 con il franchismo e ha minacciato la stabilità e il progetto del grande capitale catalano e spagnolo, entrambi integrati nel disegno della UE.
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16/11/2023
Spagna. L’“esquerra independentista”: con l’amnistia il PSOE vuole seppellire la repubblica catalana
Se qualcuno si aspettava una autocritica del PSOE riguardo ai fatti accaduti prima e dopo il referendum del primo ottobre, viene chiaramente smentito dalla lettura del provvedimento d’amnistia presentato questa settimana dai socialisti.
Sia la proposta d’amnistia redatta dai partiti indipendentisti nel 2021 (di cui il PSOE non permise neppure la discussione in aula) che il testo elaborato da Sumar nelle scorse settimane, sottolineavano la sproporzione dell’intervento repressivo dello stato contro il movimento indipendentista: le dure condanne di prigione, la destituzione d’autorità del governo della Generalitat e lo scioglimento della camera catalana con l’applicazione dell’articolo 155 della costituzione.
Il testo a suo tempo presentato da Esquerra, Junts e la CUP ricordava inoltre la necessità del rispetto della volontà politica maggioritaria dell’elettorato catalano. Nel testo del PSOE si parla invece di una generica tensione sociale e di uno scollamento tra l’elettorato catalano e le istituzioni statali ai quali l’amnistia dovrebbe porre rimedio, al fine di consolidare la convivenza.
La reale portata dell’amnistia non è inoltre ancora chiara. Secondo molti osservatori, ci sono seri dubbi che sia i militanti dei CDR accusati di terrorismo, che gli indagati di Tsunami Democràtic, possano beneficiare del provvedimento.
Non solo: il PSOE ha parlato di poche centinaia di amnistiati ma Alerta Solidaria, l’organizzazione contro la repressione dell’esquerra independentista, stima gli imputati per i fatti connessi al referendum e alle mobilitazioni successive in più di 4.000 persone. Evidentemente i conti non tornano.
A questi dubbi si aggiunge la beffa: alcune decine di agenti delle forze dell’ordine, indagati per reati commessi durante la repressione delle manifestazioni, sono inclusi nell’amnistia. Una possibilità che i CDR avevano già paventato nelle scorse settimane e che l’ex deputato della CUP e avvocato di molti processati, Benet Salellas, aveva definito una sciocchezza monumentale.
Davanti alla stampa Salellas aveva spiegato che se è vero che l’amnistia può beneficiare anche coloro i quali hanno compiuto dei reati nel segno del nazionalismo spagnolo, è altrettanto vero che è invece contrario al diritto internazionale amnistiare «i delitti commessi da funzionari pubblici contro beni individuali come l’integrità morale e l’integrità fisica, ovvero atti che possono essere considerati di tortura, come specialmente le cariche poliziesche del primo ottobre».
Certo è che i socialisti hanno confezionato il provvedimento con due obbiettivi nel mirino. Nell’immediato, la conferma di Pedro Sánchez alla guida dell’esecutivo spagnolo; nel medio e lungo periodo la smobilitazione definitiva del movimento indipendentista.
Dopo l’indulto concesso ai leader del primo ottobre, l’amnistia rappresenta nelle intenzioni del PSOE un vero e proprio funerale alla domanda di trasformazione istituzionale e sociale rappresentata dalle varie anime del movimento per la repubblica catalana.
Bisogna inoltre segnalare che già prima di conoscerne il testo, cinque sindacati della Guardia Civil, tra cui il sindacato maggioritario del settore, hanno firmato un comunicato in cui denunciano l’accordo tra Sánchez e Puigdemont e la legge d’amnistia come un attacco all’indipendenza dei giudici e allo stato di diritto.
La presa di posizione della Guardia Civil rappresenta una vera e propria invasione di campo nell’area della politica, a margine della quale dovrebbe invece mantenersi ogni corpo militare. Anche la più grande associazione dei fiscales spagnoli (una figura equivalente al pubblico ministero) ha condannato senza mezzi termini qualsiasi legge d’amnistia, anche in questo caso già prima di conoscere il contenuto del provvedimento.
I fiscales ritengono che l’amnistia sia un attacco al potere giudiziario e conduca alla fine dello stato di diritto. Quasi contemporaneamente la CEOE, la principale associazione degli imprenditori spagnoli, si è a sua volta schierata nettamente contro l’accordo Sanchez-Puigdemont e contro l’amnistia, che a suo dire rappresentano un ostacolo alla crescita economica e una minaccia per la sicurezza giuridica.
Queste prese di posizione dei poteri forti e di parti significative dell’apparato statale illustrano bene l’attualità e la fondatezza della critica alla transizione spagnola formulata dall’esquerra independentista: la transizione non soltanto non ha tagliato le radici fasciste degli apparati repressivi dello stato ma ha anche traghettato nella cosiddetta democrazia le elite politiche e economiche del franchismo, perpetuandone il potere finanziario e garantendone la sopravvivenza della cultura politica.
La portavoce della CUP, Laia Estrada, ha denunciato il fatto che la legge d’amnistia riproponga il rispetto della cornice costituzionale spagnola, mentre Poble Lliure (organizzazione interna alla CUP) ha sostenuto che l’amnistia dovrebbe servire per «acuire la crisi dello stato e indebolirlo, per delegittimare (sia all’esterno che all’interno) la sua strategia repressiva, non certo per dimostrarne la clemenza, per compiere un nuovo passo in avanti verso la rottura che vogliamo, non verso una nuova transizione».
Ma la critica più netta è arrivata da Endavant, l’altra importante componente della coalizione indipendentista e anticapitalista.
Riferendosi all’amnistia e all’accordo Sánchez-Puigdemont, Endavant ha affermato in un comunicato che «questo è un patto che servirà per rilegittimare e rafforzare il regime. Per fare una seconda transizione riproducendo la democrazia depotenziata del regime del ’78 e consolidando lo stato neoliberale e patriarcale che opprime le classi popolari.
L’amnistia sarà utilizzata come un elemento di pacificazione e di smobilitazione della lotta della società catalana per l’autodeterminazione e l’indipendenza.
L’accordo tra Junts per Catalunya, ERC, PSOE e Sumar non si propone in chiave di avanzamento del processo di liberazione nazionale e emancipazione sociale dei Països, Catalans bensì come la chiusura definitiva di un ciclo di lotta».
Fonte
Sia la proposta d’amnistia redatta dai partiti indipendentisti nel 2021 (di cui il PSOE non permise neppure la discussione in aula) che il testo elaborato da Sumar nelle scorse settimane, sottolineavano la sproporzione dell’intervento repressivo dello stato contro il movimento indipendentista: le dure condanne di prigione, la destituzione d’autorità del governo della Generalitat e lo scioglimento della camera catalana con l’applicazione dell’articolo 155 della costituzione.
Il testo a suo tempo presentato da Esquerra, Junts e la CUP ricordava inoltre la necessità del rispetto della volontà politica maggioritaria dell’elettorato catalano. Nel testo del PSOE si parla invece di una generica tensione sociale e di uno scollamento tra l’elettorato catalano e le istituzioni statali ai quali l’amnistia dovrebbe porre rimedio, al fine di consolidare la convivenza.
La reale portata dell’amnistia non è inoltre ancora chiara. Secondo molti osservatori, ci sono seri dubbi che sia i militanti dei CDR accusati di terrorismo, che gli indagati di Tsunami Democràtic, possano beneficiare del provvedimento.
Non solo: il PSOE ha parlato di poche centinaia di amnistiati ma Alerta Solidaria, l’organizzazione contro la repressione dell’esquerra independentista, stima gli imputati per i fatti connessi al referendum e alle mobilitazioni successive in più di 4.000 persone. Evidentemente i conti non tornano.
A questi dubbi si aggiunge la beffa: alcune decine di agenti delle forze dell’ordine, indagati per reati commessi durante la repressione delle manifestazioni, sono inclusi nell’amnistia. Una possibilità che i CDR avevano già paventato nelle scorse settimane e che l’ex deputato della CUP e avvocato di molti processati, Benet Salellas, aveva definito una sciocchezza monumentale.
Davanti alla stampa Salellas aveva spiegato che se è vero che l’amnistia può beneficiare anche coloro i quali hanno compiuto dei reati nel segno del nazionalismo spagnolo, è altrettanto vero che è invece contrario al diritto internazionale amnistiare «i delitti commessi da funzionari pubblici contro beni individuali come l’integrità morale e l’integrità fisica, ovvero atti che possono essere considerati di tortura, come specialmente le cariche poliziesche del primo ottobre».
Certo è che i socialisti hanno confezionato il provvedimento con due obbiettivi nel mirino. Nell’immediato, la conferma di Pedro Sánchez alla guida dell’esecutivo spagnolo; nel medio e lungo periodo la smobilitazione definitiva del movimento indipendentista.
Dopo l’indulto concesso ai leader del primo ottobre, l’amnistia rappresenta nelle intenzioni del PSOE un vero e proprio funerale alla domanda di trasformazione istituzionale e sociale rappresentata dalle varie anime del movimento per la repubblica catalana.
Bisogna inoltre segnalare che già prima di conoscerne il testo, cinque sindacati della Guardia Civil, tra cui il sindacato maggioritario del settore, hanno firmato un comunicato in cui denunciano l’accordo tra Sánchez e Puigdemont e la legge d’amnistia come un attacco all’indipendenza dei giudici e allo stato di diritto.
La presa di posizione della Guardia Civil rappresenta una vera e propria invasione di campo nell’area della politica, a margine della quale dovrebbe invece mantenersi ogni corpo militare. Anche la più grande associazione dei fiscales spagnoli (una figura equivalente al pubblico ministero) ha condannato senza mezzi termini qualsiasi legge d’amnistia, anche in questo caso già prima di conoscere il contenuto del provvedimento.
I fiscales ritengono che l’amnistia sia un attacco al potere giudiziario e conduca alla fine dello stato di diritto. Quasi contemporaneamente la CEOE, la principale associazione degli imprenditori spagnoli, si è a sua volta schierata nettamente contro l’accordo Sanchez-Puigdemont e contro l’amnistia, che a suo dire rappresentano un ostacolo alla crescita economica e una minaccia per la sicurezza giuridica.
Queste prese di posizione dei poteri forti e di parti significative dell’apparato statale illustrano bene l’attualità e la fondatezza della critica alla transizione spagnola formulata dall’esquerra independentista: la transizione non soltanto non ha tagliato le radici fasciste degli apparati repressivi dello stato ma ha anche traghettato nella cosiddetta democrazia le elite politiche e economiche del franchismo, perpetuandone il potere finanziario e garantendone la sopravvivenza della cultura politica.
La portavoce della CUP, Laia Estrada, ha denunciato il fatto che la legge d’amnistia riproponga il rispetto della cornice costituzionale spagnola, mentre Poble Lliure (organizzazione interna alla CUP) ha sostenuto che l’amnistia dovrebbe servire per «acuire la crisi dello stato e indebolirlo, per delegittimare (sia all’esterno che all’interno) la sua strategia repressiva, non certo per dimostrarne la clemenza, per compiere un nuovo passo in avanti verso la rottura che vogliamo, non verso una nuova transizione».
Ma la critica più netta è arrivata da Endavant, l’altra importante componente della coalizione indipendentista e anticapitalista.
Riferendosi all’amnistia e all’accordo Sánchez-Puigdemont, Endavant ha affermato in un comunicato che «questo è un patto che servirà per rilegittimare e rafforzare il regime. Per fare una seconda transizione riproducendo la democrazia depotenziata del regime del ’78 e consolidando lo stato neoliberale e patriarcale che opprime le classi popolari.
L’amnistia sarà utilizzata come un elemento di pacificazione e di smobilitazione della lotta della società catalana per l’autodeterminazione e l’indipendenza.
L’accordo tra Junts per Catalunya, ERC, PSOE e Sumar non si propone in chiave di avanzamento del processo di liberazione nazionale e emancipazione sociale dei Països, Catalans bensì come la chiusura definitiva di un ciclo di lotta».
Fonte
10/11/2023
L’accordo PSOE–Junts per Catalunya riapre lo scenario politico iberico
Dopo settimane di intense trattative, il PSOE e Junts per Catalunya hanno annunciato ieri l’accordo che dovrebbe garantire a Pedro Sánchez altri quattro anni alla Moncloa e inaugurare contemporaneamente una nuova stagione in cui «risolvere il conflitto storico sul futuro politico della Catalunya».
Il documento firmato dai due partiti a Bruxelles (dove Carles Puigdemont risiede dal 2017) pretende di disegnare un ambizioso scenario di medio-lungo periodo nel quale la tenuta dell’accordo è però tutta da verificare.
Le divergenze sostanziali tra le due formazioni permangono intatte e il testo concordato le ribadisce esplicitamente: se da un lato si sottolinea che Junts per Catalunya proporrà un nuovo referendum d’autodeterminazione, dall’altro si avverte che il PSOE difenderà la piena applicazione dello Statuto d’autonomia del 2006 (escludendo così qualsiasi ipotesi d’indipendenza).
Dunque su cosa si è raggiunto l’accordo? Sostanzialmente Sánchez continuerà alla guida dell’esecutivo spagnolo in cambio di una amnistia per gli indipendentisti. Più di 4.000 tra militanti e semplici manifestanti sono interessati al provvedimento.
Ma i contorni dell’amnistia non sono ancora noti. Il testo firmato dal PSOE e da Junts afferma che si applicherà a tutti coloro che «prima e dopo la consulta del 2014 e il referendum del 2017, sono stati oggetto di decisioni e procedimenti giudiziari legati a questi avvenimenti».
Davanti ai giornalisti, Puigdemont ha affermato che il sostegno di Junts al governo del PSOE sarà subordinato in ogni momento al rispetto degli accordi via via raggiunti, a partire dall’amnistia.
Preso atto della reciproca sfiducia, i socialisti e Junts hanno inoltre sottoscritto la necessità di istituire un meccanismo internazionale, evitando così di parlare apertamente della figura di un mediatore, così come proposto originariamente da Puigdemont, al fine di seguire i negoziati.
L’accordo ha provocato un vero e proprio terremoto nello scenario politico spagnolo e catalano. Esquerra Republicana de Catalunya e En Comú Podem l’hanno salutato favorevolmente: i primi sono attestati da tempo sulla linea della gestione dell’autonomia regionale, i secondi scommettono da sempre su una Spagna plurinazionale la cui costruzione è ancora allo stato di mero progetto.
Secondo l’Assemblea Nacional Catalana invece, qualsiasi accordo di legislatura tra i partiti indipendentisti e il PSOE allontana l’indipendenza della Catalunya. L’ANC ha sottolineato anche le incongruenze dell’accordo: «ci sembra una presa in giro proporre un accordo politico che si vuole definire storico ma che è basato sulla semplice riproposizione delle posizioni di partenza delle parti negoziatrici».
Contraria anche la Candidatura d’Unitat Popular, il cui portavoce Xavier Pellicer ha dichiarato che «dopo che nove anni fa più di 2,3 milioni di persone hanno partecipato alla consulta sull’indipendenza, il nostro paese si trova alla fine di un ciclo politico. Junts ha fatto la stessa piroetta di ERC nella scorsa legislatura.
Il patto sottoscritto da Junts non è un accordo bensì un insieme di divergenze che lasciano fuori l’autodeterminazione. Sembra che il suo obiettivo sia più ricostruire i ponti con lo stato, nel quadro della Costituzione spagnola, che risolvere il conflitto con il nostro paese. [...]
Con questo patto Junts lega il suo futuro al PSOE e si allontana dalle posizioni indipendentiste. Un patto che si è accordato a porte chiuse e che si è costruito attorno alla necessità di ottenere la fiducia al Congresso».
La CUP ha inoltre presentato alla camera catalana una mozione per rilanciare un nuovo referendum, nella convinzione che lo stato spagnolo accetterà di svolgere una nuova consulta sull’indipendenza solo se costretto dalla pressione popolare. La mozione degli indipendentisti e anticapitalisti, sulla quale ERC e Junts si sono astenuti, non è stata approvata.
La notizia dell’accordo ha inoltre infiammato la destra spagnola. Il Partido Popular ha equiparato l’accordo al tentativo di colpo di stato del 23 febbraio 1981 e ha convocato manifestazioni in tutte le principali città.
Secondo il leader dei popolari, Alerto Nuñez Feijóo, «la Spagna ha perso». A Madrid alcune migliaia di manifestanti si sono concentrati nei pressi della sede del PSOE per protestare contro “il traditore” Sánchez, colpevole di vendere la Spagna agli indipendentisti.
Un nutrito gruppo si è esibito ripetutamente nel saluto fascista e, dopo aver cercato di superare lo sbarramento posto a protezione della sede socialista e bruciato alcuni cassonetti, è stato disperso dalla polizia.
Dal canto loro, le associazioni dei giudici spagnoli hanno sostenuto che l’accordo può portare alla ‘fine della democrazia’, ribadendo così la loro posizione a difesa dell’unità della Spagna e intervenendo ancora una volta pesantemente nel dibattito politico in corso.
A riscaldare ulteriormente gli animi, due ulteriori fatti hanno animato la giornata. Nel primo pomeriggio di ieri uno sconosciuto ha sparato all’ex-presidente del PP catalano, poi transitato per Vox, Aleix Vidal-Quadras, procurandogli una doppia frattura della mandibola.
Già in serata dichiarato fuori pericolo dai medici, Quadras ha indicato nell’Iran il possibile mandante dell’agguato, a suo dire motivato dalla propria relazione con gli oppositori iraniani. I fatti però sono ancora tutti da accertare.
Il Tribunale Europeo per i Diritti Umani ha rifiutato il ricorso presentato da Pablo Hasel e ha sentenziato che la condanna per ‘apologia del terrorismo’, inflittagli dai tribunali spagnoli a causa dei testi delle proprie canzoni, non è sproporzionata.
Hasel aveva fatto appello alla libertà di pensiero e d’espressione ma il Tribunale Europeo ha sostenuto che questi diritti non sono stati violati.
Una delle critiche che la sinistra radicale e l’esquerra independentista muovono all’amnistia appena accordata è proprio quella di non includere casi come quello di Hasel. Il rapper comunista denuncia di essere finito in prigione per la propria ideologia e continua a scontare la lunga pena senza alcun pentimento.
In un poema che ha recentemente scritto in carcere si dice che i giorni di lotta, come il primo ottobre, torneranno, «come la brezza che precede il maremoto incontrollabile».
Le prossime settimane chiariranno se l’accordo PSOE-Junts è destinato a consolidare la bonaccia indipendentista o se preclude invece a un nuovo maremoto.
Fonte
Il documento firmato dai due partiti a Bruxelles (dove Carles Puigdemont risiede dal 2017) pretende di disegnare un ambizioso scenario di medio-lungo periodo nel quale la tenuta dell’accordo è però tutta da verificare.
Le divergenze sostanziali tra le due formazioni permangono intatte e il testo concordato le ribadisce esplicitamente: se da un lato si sottolinea che Junts per Catalunya proporrà un nuovo referendum d’autodeterminazione, dall’altro si avverte che il PSOE difenderà la piena applicazione dello Statuto d’autonomia del 2006 (escludendo così qualsiasi ipotesi d’indipendenza).
Dunque su cosa si è raggiunto l’accordo? Sostanzialmente Sánchez continuerà alla guida dell’esecutivo spagnolo in cambio di una amnistia per gli indipendentisti. Più di 4.000 tra militanti e semplici manifestanti sono interessati al provvedimento.
Ma i contorni dell’amnistia non sono ancora noti. Il testo firmato dal PSOE e da Junts afferma che si applicherà a tutti coloro che «prima e dopo la consulta del 2014 e il referendum del 2017, sono stati oggetto di decisioni e procedimenti giudiziari legati a questi avvenimenti».
Davanti ai giornalisti, Puigdemont ha affermato che il sostegno di Junts al governo del PSOE sarà subordinato in ogni momento al rispetto degli accordi via via raggiunti, a partire dall’amnistia.
Preso atto della reciproca sfiducia, i socialisti e Junts hanno inoltre sottoscritto la necessità di istituire un meccanismo internazionale, evitando così di parlare apertamente della figura di un mediatore, così come proposto originariamente da Puigdemont, al fine di seguire i negoziati.
L’accordo ha provocato un vero e proprio terremoto nello scenario politico spagnolo e catalano. Esquerra Republicana de Catalunya e En Comú Podem l’hanno salutato favorevolmente: i primi sono attestati da tempo sulla linea della gestione dell’autonomia regionale, i secondi scommettono da sempre su una Spagna plurinazionale la cui costruzione è ancora allo stato di mero progetto.
Secondo l’Assemblea Nacional Catalana invece, qualsiasi accordo di legislatura tra i partiti indipendentisti e il PSOE allontana l’indipendenza della Catalunya. L’ANC ha sottolineato anche le incongruenze dell’accordo: «ci sembra una presa in giro proporre un accordo politico che si vuole definire storico ma che è basato sulla semplice riproposizione delle posizioni di partenza delle parti negoziatrici».
Contraria anche la Candidatura d’Unitat Popular, il cui portavoce Xavier Pellicer ha dichiarato che «dopo che nove anni fa più di 2,3 milioni di persone hanno partecipato alla consulta sull’indipendenza, il nostro paese si trova alla fine di un ciclo politico. Junts ha fatto la stessa piroetta di ERC nella scorsa legislatura.
Il patto sottoscritto da Junts non è un accordo bensì un insieme di divergenze che lasciano fuori l’autodeterminazione. Sembra che il suo obiettivo sia più ricostruire i ponti con lo stato, nel quadro della Costituzione spagnola, che risolvere il conflitto con il nostro paese. [...]
Con questo patto Junts lega il suo futuro al PSOE e si allontana dalle posizioni indipendentiste. Un patto che si è accordato a porte chiuse e che si è costruito attorno alla necessità di ottenere la fiducia al Congresso».
La CUP ha inoltre presentato alla camera catalana una mozione per rilanciare un nuovo referendum, nella convinzione che lo stato spagnolo accetterà di svolgere una nuova consulta sull’indipendenza solo se costretto dalla pressione popolare. La mozione degli indipendentisti e anticapitalisti, sulla quale ERC e Junts si sono astenuti, non è stata approvata.
La notizia dell’accordo ha inoltre infiammato la destra spagnola. Il Partido Popular ha equiparato l’accordo al tentativo di colpo di stato del 23 febbraio 1981 e ha convocato manifestazioni in tutte le principali città.
Secondo il leader dei popolari, Alerto Nuñez Feijóo, «la Spagna ha perso». A Madrid alcune migliaia di manifestanti si sono concentrati nei pressi della sede del PSOE per protestare contro “il traditore” Sánchez, colpevole di vendere la Spagna agli indipendentisti.
Un nutrito gruppo si è esibito ripetutamente nel saluto fascista e, dopo aver cercato di superare lo sbarramento posto a protezione della sede socialista e bruciato alcuni cassonetti, è stato disperso dalla polizia.
Dal canto loro, le associazioni dei giudici spagnoli hanno sostenuto che l’accordo può portare alla ‘fine della democrazia’, ribadendo così la loro posizione a difesa dell’unità della Spagna e intervenendo ancora una volta pesantemente nel dibattito politico in corso.
A riscaldare ulteriormente gli animi, due ulteriori fatti hanno animato la giornata. Nel primo pomeriggio di ieri uno sconosciuto ha sparato all’ex-presidente del PP catalano, poi transitato per Vox, Aleix Vidal-Quadras, procurandogli una doppia frattura della mandibola.
Già in serata dichiarato fuori pericolo dai medici, Quadras ha indicato nell’Iran il possibile mandante dell’agguato, a suo dire motivato dalla propria relazione con gli oppositori iraniani. I fatti però sono ancora tutti da accertare.
Il Tribunale Europeo per i Diritti Umani ha rifiutato il ricorso presentato da Pablo Hasel e ha sentenziato che la condanna per ‘apologia del terrorismo’, inflittagli dai tribunali spagnoli a causa dei testi delle proprie canzoni, non è sproporzionata.
Hasel aveva fatto appello alla libertà di pensiero e d’espressione ma il Tribunale Europeo ha sostenuto che questi diritti non sono stati violati.
Una delle critiche che la sinistra radicale e l’esquerra independentista muovono all’amnistia appena accordata è proprio quella di non includere casi come quello di Hasel. Il rapper comunista denuncia di essere finito in prigione per la propria ideologia e continua a scontare la lunga pena senza alcun pentimento.
In un poema che ha recentemente scritto in carcere si dice che i giorni di lotta, come il primo ottobre, torneranno, «come la brezza che precede il maremoto incontrollabile».
Le prossime settimane chiariranno se l’accordo PSOE-Junts è destinato a consolidare la bonaccia indipendentista o se preclude invece a un nuovo maremoto.
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