Ogni giorno che passa, la lotta per il boicottaggio accademico delle istituzioni israeliane si mostra sempre più come una questione che ha colpito nel senso della complicità europea col genocidio dei palestinesi. Il Consiglio Europeo della Ricerca (ERC) è finito al centro di un caso politico dopo che un’inchiesta ha rivelato come suoi fondi siano finiti in studi su droni con applicazioni militari.
Secondo le indagini della testata online Science Business, l’ente europeo ha approvato un finanziamento da 150 mila euro a favore di un ricercatore dell’Università di Tel Aviv per lo sviluppo di una tecnologia legata ai droni, nonostante il progetto sia stato pubblicamente promosso dall’ateneo e dallo stesso scienziato per scopi di “difesa nazionale”.
Al centro dello scandalo c’è Pavel Ginzburg, che a gennaio ha ottenuto un finanziamento definito Proof of Concept, di cui il regolamento prevede che il richiedente debba dimostrare che i risultati ottenuti con tali fondi saranno utilizzati esclusivamente nel mercato civile o in una possibile applicazione sociale.
L’obiettivo ufficiale della ricerca era lo sviluppo di “superscatterer stickers”, ovvero micro-strutture applicabili sui droni per renderli molto più facilmente individuabili dai radar. Nei documenti presentati a Bruxelles, il progetto viene descritto come un sistema puramente civile, pensato per tracciare i droni commerciali per le consegne o per migliorare la sicurezza attorno agli aeroporti.
Tuttavia, in un filmato pubblicato su YouTube dall’Università di Tel Aviv prima del finanziamento ERC, lo stesso Ginzburg afferma che la tecnologia può trovare applicazione “oltre le consegne, ad esempio nella difesa nazionale”. Il video mostra immagini di soldati che controllano droni e altre rappresentazioni di natura bellica.
Alle domande di Science Business, Ginzburg ha risposto che “i video promozionali e i comunicati stampa spesso utilizzano un linguaggio attuale e accattivante per attirare l’attenzione”, ma che in realtà questo tipo di tecnologia non sarebbe adatta all’applicazione militare. Ma non si capisce come mai quello del video non sia un messaggio isolato.
Nel febbraio 2025, Brian Rosen, all’epoca vice-preside per gli affari internazionali della Facoltà di Ingegneria di Tel Aviv, era apparso sulla televisione israeliana elogiando il lavoro di Ginzburg come un esempio di progetto “legato all’industria della difesa”, specificando che il sistema permetterebbe a Israele di “distinguere tra droni nemici e droni amici”.
Il ricercatore ha all’attivo collaborazioni recenti con la Rafael Advanced Defense Systems, uno dei giganti statali dell’industria bellica israeliana, focalizzate su sistemi di sorveglianza radar per droni in condizioni critiche e parzialmente finanziate dall’ufficio di ricerca navale degli Stati Uniti.
C’è poi un altro elemento che sembra parlare di un cortocircuito delle stesse misure europee pensate secondo un doppio standard ormai assodato. Infatti, nonostante il blocco quasi totale delle relazioni scientifiche con la Russia dal 2022, Ginzburg ha continuato a collaborare attivamente con scienziati russi, a pubblicare in collaborazione con loro, ma ha anche ricevuto fondi europei, quando si è trattato di sostenere le tecnologie israeliane.
Il programma Horizon che si svilupperà nel periodo 2028-2034 assegnerà circa 175 miliardi di euro, e nella sua cornice è stata indicata un’attenzione maggiore da dare agli utilizzi dual use. Il finanziamento concesso al ricercatore israeliano sembra già rispondere a questa logica, in cui lo sviluppo delle tecnologie belliche diventa il cardine delle scelte, sopravanzando tutte le precedenti (e ribadendo la solida complicità con la macchina genocida sionista).
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13/05/2024
Catalogna - La sconfitta dell’indipendentismo apre le porte al PSC e all’estrema destra
I risultati delle elezioni per il rinnovo della camera catalana cancellano la maggioranza indipendentista affermatasi nel 2021 e incoronano il Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC) come il partito di maggioranza relativa.
Lo schieramento indipendentista retrocede dal 51% di tre anni fa all’attuale 43%. Accanto a questo chiaro risultato, le urne sanciscono anche la crescita della destra e dell’estrema destra e disegnano un panorama parlamentare dagli equilibri incerti. Vediamo i risultati.
I socialisti catalani guadagnano più di 200.000 voti rispetto alle precedenti elezioni e si affermano come la prima forza parlamentare sia in voti che in seggi. I deputati del PSC sono ben 42, lontani dalla maggioranza assoluta (fissata a 68 seggi), ma più che sufficienti per candidarsi alla guida della Generalitat de Catalunya.
Il leader socialista Salvador Illa, già Ministro della Sanità del governo spagnolo durante la pandemia, ha parlato di un risultato storico e dell’apertura di una nuova tappa. I socialisti si sono affermati nettamente nella demarcazione di Barcellona, come già tre anni fa, e in quella di Tarragona, in entrambi i casi davanti a Junts e a Esquerra Republicana de Catalunya.
Il peso specifico e demografico delle aree in cui vince il PSC, sostanzialmente attorno a Barcellona, è cruciale per la vittoria elettorale: se si guarda alla distribuzione dei voti nei comuni si vede che i socialisti si affermano in 167 municipi, mentre Junts, il partito di Puigdemont, risulta il preferito in ben 726 comuni.
La ricetta del successo elettorale socialista è presto detta: cauto riformismo sociale, amnistia dai contorni ancora incerti per gli indipendentisti, fedeltà assoluta al PSOE e allo schieramento atlantico.
Una ricetta avvalorata e condivisa anche da ERC, il cui elettorato ha evidentemente preferito l’originale socialista alla copia catalana, determinando un vero e proprio ribaltone.
Il secondo partito della camera è Junts, che cresce di circa 100.000 voti rispetto alle elezioni del 2021, passa da 32 a 35 deputati e supera ERC, tornando a essere il primo partito indipendentista.
La formazione dell’ex-presidente tuttora in esilio si afferma nelle demarcazioni di Girona e Lleida ed è l’unico gruppo indipendentista che migliora i precedenti risultati. Puigdemont si era dichiarato pronto a tornare in Catalunya, nel caso fosse risultato il candidato più votato, per riprendere il percorso verso l’indipendenza.
Il presidente del primo ottobre mantiene ancora un forte consenso personale e assicura la tenuta del partito storico della piccola e media borghesia catalana.
ERC registra un calo notevole (meno 180.000 voti) e passa da 33 a 20 seggi. I repubblicani non si affermano in nessuna delle 4 demarcazioni e anche nella distribuzione dei voti a livello municipale si trovano non solo dopo Junts ma anche dopo i socialisti, con 43 municipi.
La quarta forza della camera catalana è il Partit Popular, che registra una spettacolare crescita di più di 200.000 voti, passa da 3 a 15 deputati e abbandona l’ultima posizione nella quale era stato relegato nel 2021.
La crescita del PP non avviene a spese di Vox, che mantiene gli 11 deputati di tre anni fa e si consolida nelle proprie posizioni. Al contrario Ciutadans, il partito che aveva svolto la funzione di diga unionista e il più votato nel 2017, vede sfumare i propri 6 seggi e sparisce dalla camera.
Per quel che riguarda la sinistra di osservanza statale, i Comuns-Sumar registrano un calo di circa 15.000 voti e passano da 8 a 6 seggi. Si tratta dell’alleato-stampella più vicino ai socialisti che, ingoiato il rospo del sostegno alla NATO in Ucraina (deciso dal governo Sánchez), consolidano l’appartenenza allo schieramento unionista.
Gli anticapitalisti e indipendentisti della Candidatura d’Unitat Popular perdono più di 60.000 voti rispetto al 2021 e passano da 9 a 4 seggi. La CUP ottiene 3 seggi a Barcellona e 1 a Girona, senza riuscire a strapparne altri né a Lleida né a Tarragona.
Se nel 2021 la coalizione era la prima forza in cinque comuni, oggi non si afferma neppure in uno e cala in modo preoccupante in alcuni dei propri feudi tradizionali.
Il deludente risultato della CUP prosegue la parabola discendente del partito iniziata con le elezioni spagnole e le comunali catalane dello scorso anno e che il processo congressuale di rifondazione interna (ancora in corso) intende arginare.
La campagna elettorale del partito è stata all’insegna dello slogan “un altro paese è possibile” ed ha privilegiato i temi sociali senza dimenticare l’indipendenza. La CUP è inoltre l’unico partito che si è opposto coerentemente allo schieramento atlantico, sia per quel che riguarda la Palestina che per l’Ucraina. Ma i temi internazionali sono rimasti ampiamente ai margini della campagna elettorale.
Infine c’è da registrare l’ingresso nella camera di un nuovo partito d’estrema destra, Aliança Catalana. Sorto a Ripoll, municipio dal quale proveniva il gruppo jihadista responsabile dell’attentato alla rambla di Barcellona del 2017, il nuovo partito si caratterizza per la islamofobia, la retorica contro l’immigrazione e per la creazione di “uno stato catalano libero, sicuro e occidentale”, come ha sostenuto la leader del partito e sindaco di Ripoll, Silvia Orriols.
Durante la campagna elettorale, Aliança Catalana ha beneficiato del sostegno di molte testate giornalistiche dell’unionismo spagnolo, che hanno dedicato più di una prima pagina alla Orriols, ritenuta in grado di intercettare parte degli elettori indipendentisti delusi sia da Junts che da ERC.
L’operazione è relativamente riuscita: Aliança Catalana entra nel parlamento regionale con 2 deputati. Da sottolineare che sia i tre partiti indipendentisti (Junts, ERC e la CUP) che il PSC e i Comuns hanno firmato un patto pre-elettorale nel quale si impegnavano a rifiutare il sostegno parlamentare (anche indiretto) della nuova formazione della estrema destra, di fatto relegata per il momento a una presenza testimoniale.
Di fatto, quando negli scorsi anni l’indipendentismo ha raggiunto i migliori risultati elettorali, non ha lasciato spazio all’emergere di una estrema destra catalana ed è riuscito a disinnescare la protesta populista: un dato di fatto spesso dimenticato che merita invece una riflessione. Aliança Catalana emerge infatti quando il movimento indipendentista perde l’iniziativa.
La formazione del nuovo esecutivo della Generalitat sembra complicata: il PSC potrebbe governare con ERC e i Comuns (le tre forze sommano giusto i 68 seggi necessari), ma l’esito non è scontato. La linea del “tavolo delle trattative con i socialisti” imboccata da ERC si è rivelata elettoralmente disastrosa e il gruppo dirigente dei repubblicani si trova ora davanti a un bivio: sostenere un governo di centrosinistra guidato da Illa (che rappresenterebbe la certificazione della rinuncia alle velleità indipendentiste del proprio elettorato) o ricercare una nuova alleanza con Junts e la CUP, dai contorni ancora tutti da definire.
È molto probabile che la situazione permanga incerta almeno fino alle prossime elezioni europee, senza scartare la possibile ritorno alle urne.
Il bilancio provvisorio della tornata elettorale è tutto a favore dell’unionismo statale e della conservazione degli equilbri esistenti: la radicale domanda di trasformazione istituzionale e sociale del movimento indipendentista subisce una decisa battuta d’arresto. Dove non era arrivata la repressione del PP, è arrivato il riformismo dei socialisti.
Oggi difficilmente le grandi imprese e le banche catalane sposterebbero la propria sede a València (come accaduto dopo il primo ottobre 2017) per difendere lo status quo e fare terra bruciata attorno a un movimento che, pur non esente da contraddizioni, ha evidenziato tutti i limiti della transizione spagnola, ha denunciato la continuità del regime del ’78 con il franchismo e ha minacciato la stabilità e il progetto del grande capitale catalano e spagnolo, entrambi integrati nel disegno della UE.
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Lo schieramento indipendentista retrocede dal 51% di tre anni fa all’attuale 43%. Accanto a questo chiaro risultato, le urne sanciscono anche la crescita della destra e dell’estrema destra e disegnano un panorama parlamentare dagli equilibri incerti. Vediamo i risultati.
I socialisti catalani guadagnano più di 200.000 voti rispetto alle precedenti elezioni e si affermano come la prima forza parlamentare sia in voti che in seggi. I deputati del PSC sono ben 42, lontani dalla maggioranza assoluta (fissata a 68 seggi), ma più che sufficienti per candidarsi alla guida della Generalitat de Catalunya.
Il leader socialista Salvador Illa, già Ministro della Sanità del governo spagnolo durante la pandemia, ha parlato di un risultato storico e dell’apertura di una nuova tappa. I socialisti si sono affermati nettamente nella demarcazione di Barcellona, come già tre anni fa, e in quella di Tarragona, in entrambi i casi davanti a Junts e a Esquerra Republicana de Catalunya.
Il peso specifico e demografico delle aree in cui vince il PSC, sostanzialmente attorno a Barcellona, è cruciale per la vittoria elettorale: se si guarda alla distribuzione dei voti nei comuni si vede che i socialisti si affermano in 167 municipi, mentre Junts, il partito di Puigdemont, risulta il preferito in ben 726 comuni.
La ricetta del successo elettorale socialista è presto detta: cauto riformismo sociale, amnistia dai contorni ancora incerti per gli indipendentisti, fedeltà assoluta al PSOE e allo schieramento atlantico.
Una ricetta avvalorata e condivisa anche da ERC, il cui elettorato ha evidentemente preferito l’originale socialista alla copia catalana, determinando un vero e proprio ribaltone.
Il secondo partito della camera è Junts, che cresce di circa 100.000 voti rispetto alle elezioni del 2021, passa da 32 a 35 deputati e supera ERC, tornando a essere il primo partito indipendentista.
La formazione dell’ex-presidente tuttora in esilio si afferma nelle demarcazioni di Girona e Lleida ed è l’unico gruppo indipendentista che migliora i precedenti risultati. Puigdemont si era dichiarato pronto a tornare in Catalunya, nel caso fosse risultato il candidato più votato, per riprendere il percorso verso l’indipendenza.
Il presidente del primo ottobre mantiene ancora un forte consenso personale e assicura la tenuta del partito storico della piccola e media borghesia catalana.
ERC registra un calo notevole (meno 180.000 voti) e passa da 33 a 20 seggi. I repubblicani non si affermano in nessuna delle 4 demarcazioni e anche nella distribuzione dei voti a livello municipale si trovano non solo dopo Junts ma anche dopo i socialisti, con 43 municipi.
La quarta forza della camera catalana è il Partit Popular, che registra una spettacolare crescita di più di 200.000 voti, passa da 3 a 15 deputati e abbandona l’ultima posizione nella quale era stato relegato nel 2021.
La crescita del PP non avviene a spese di Vox, che mantiene gli 11 deputati di tre anni fa e si consolida nelle proprie posizioni. Al contrario Ciutadans, il partito che aveva svolto la funzione di diga unionista e il più votato nel 2017, vede sfumare i propri 6 seggi e sparisce dalla camera.
Per quel che riguarda la sinistra di osservanza statale, i Comuns-Sumar registrano un calo di circa 15.000 voti e passano da 8 a 6 seggi. Si tratta dell’alleato-stampella più vicino ai socialisti che, ingoiato il rospo del sostegno alla NATO in Ucraina (deciso dal governo Sánchez), consolidano l’appartenenza allo schieramento unionista.
Gli anticapitalisti e indipendentisti della Candidatura d’Unitat Popular perdono più di 60.000 voti rispetto al 2021 e passano da 9 a 4 seggi. La CUP ottiene 3 seggi a Barcellona e 1 a Girona, senza riuscire a strapparne altri né a Lleida né a Tarragona.
Se nel 2021 la coalizione era la prima forza in cinque comuni, oggi non si afferma neppure in uno e cala in modo preoccupante in alcuni dei propri feudi tradizionali.
Il deludente risultato della CUP prosegue la parabola discendente del partito iniziata con le elezioni spagnole e le comunali catalane dello scorso anno e che il processo congressuale di rifondazione interna (ancora in corso) intende arginare.
La campagna elettorale del partito è stata all’insegna dello slogan “un altro paese è possibile” ed ha privilegiato i temi sociali senza dimenticare l’indipendenza. La CUP è inoltre l’unico partito che si è opposto coerentemente allo schieramento atlantico, sia per quel che riguarda la Palestina che per l’Ucraina. Ma i temi internazionali sono rimasti ampiamente ai margini della campagna elettorale.
Infine c’è da registrare l’ingresso nella camera di un nuovo partito d’estrema destra, Aliança Catalana. Sorto a Ripoll, municipio dal quale proveniva il gruppo jihadista responsabile dell’attentato alla rambla di Barcellona del 2017, il nuovo partito si caratterizza per la islamofobia, la retorica contro l’immigrazione e per la creazione di “uno stato catalano libero, sicuro e occidentale”, come ha sostenuto la leader del partito e sindaco di Ripoll, Silvia Orriols.
Durante la campagna elettorale, Aliança Catalana ha beneficiato del sostegno di molte testate giornalistiche dell’unionismo spagnolo, che hanno dedicato più di una prima pagina alla Orriols, ritenuta in grado di intercettare parte degli elettori indipendentisti delusi sia da Junts che da ERC.
L’operazione è relativamente riuscita: Aliança Catalana entra nel parlamento regionale con 2 deputati. Da sottolineare che sia i tre partiti indipendentisti (Junts, ERC e la CUP) che il PSC e i Comuns hanno firmato un patto pre-elettorale nel quale si impegnavano a rifiutare il sostegno parlamentare (anche indiretto) della nuova formazione della estrema destra, di fatto relegata per il momento a una presenza testimoniale.
Di fatto, quando negli scorsi anni l’indipendentismo ha raggiunto i migliori risultati elettorali, non ha lasciato spazio all’emergere di una estrema destra catalana ed è riuscito a disinnescare la protesta populista: un dato di fatto spesso dimenticato che merita invece una riflessione. Aliança Catalana emerge infatti quando il movimento indipendentista perde l’iniziativa.
La formazione del nuovo esecutivo della Generalitat sembra complicata: il PSC potrebbe governare con ERC e i Comuns (le tre forze sommano giusto i 68 seggi necessari), ma l’esito non è scontato. La linea del “tavolo delle trattative con i socialisti” imboccata da ERC si è rivelata elettoralmente disastrosa e il gruppo dirigente dei repubblicani si trova ora davanti a un bivio: sostenere un governo di centrosinistra guidato da Illa (che rappresenterebbe la certificazione della rinuncia alle velleità indipendentiste del proprio elettorato) o ricercare una nuova alleanza con Junts e la CUP, dai contorni ancora tutti da definire.
È molto probabile che la situazione permanga incerta almeno fino alle prossime elezioni europee, senza scartare la possibile ritorno alle urne.
Il bilancio provvisorio della tornata elettorale è tutto a favore dell’unionismo statale e della conservazione degli equilbri esistenti: la radicale domanda di trasformazione istituzionale e sociale del movimento indipendentista subisce una decisa battuta d’arresto. Dove non era arrivata la repressione del PP, è arrivato il riformismo dei socialisti.
Oggi difficilmente le grandi imprese e le banche catalane sposterebbero la propria sede a València (come accaduto dopo il primo ottobre 2017) per difendere lo status quo e fare terra bruciata attorno a un movimento che, pur non esente da contraddizioni, ha evidenziato tutti i limiti della transizione spagnola, ha denunciato la continuità del regime del ’78 con il franchismo e ha minacciato la stabilità e il progetto del grande capitale catalano e spagnolo, entrambi integrati nel disegno della UE.
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02/06/2023
Catalogna - Uno scenario politico in movimento dopo la tornata elettorale
Le elezioni per il rinnovo dei sindaci svoltesi questa domenica in Catalunya ci consegnano uno scenario politico in movimento e di non facile lettura.
Nel corso della campagna elettorale il Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC) si era presentato come il partito dell’ordine e degli affari: il candidato socialista impegnato nella quantomai incerta corsa al Comune di Barcellona aveva dichiarato di essere disposto a scendere a patti solo con chi fosse “pienamente leale allo stato e alle istituzioni europee”.
Unidas Podemos giocava la carta della riconferma di Ada Colau, ancora una volta l’attivo catalano più convincente del partito che, impegnato a spostare a sinistra l’asse del governo spagnolo, non sembra finora essere riuscito nell’impresa.
La gestione dell’immigrazione, l’adesione incondizionata del governo Sánchez alla guerra in Ucraina e per ultimo i ritocchi alla politica sulla violenza di genere hanno rappresentato altrettanti rospi di difficile digestione per gli eredi del movimento degli indignati.
Su Esquerra Republicana de Catalunya e Junts per Catalunya aleggiava invece la possibile disaffezione dell’elettorato indipendentista, deluso sia dal ritorno alla gestione dell’autonomia regionale che dal dialogo con lo Stato, impersonati soprattutto dal presidente della Genearalitat, Pere Aragonès.
L’interrogativo sul comportamento dell’elettorato indipendentista gravava anche sulla Candidatura d’Unitat Popular (CUP), impegnata nella difficile sfida per rientrare al comune di Barcellona e per la tenuta di alcuni centri di piccola e media grandezza nei quali si era imposta negli anni scorsi.
Un particolare interesse suscitava anche l’esperimento di Girona, dove il partito aveva confermato il sostegno a una ampia coalizione (Guanyem) che, uscendo dal più stretto recinto dell’esquerra independentista e anticapitalista, aspirava a portare sulla poltrona del sindaco il proprio candidato, Lluc Salellas.
Il dato più interessante uscito dalle urne sembra essere il calo della partecipazione. Non solo: l’astensione è cresciuta maggiormente nelle zone dove più consolidato è il voto indipendentista, con cali spettacolari attorno al 10% come nel caso di Girona o di Vic.
Rispetto alle precedenti municipali, ERC ha perduto più di 300.000 voti, la CUP più di 50.000, mentre Junts riesce a fermare il passivo sulla soglia dei 5.000 voti.
L’elettorato indipendentista ha cioè castigato chiaramente la tattica del “dialogo”, abbracciata soprattutto da ERC, e ha punito anche la CUP, incapace di invertire questa tendenza. Resta da vedere nelle prossime settimane se la direzione repubblicana sarà in grado di fare autocritica e cambiare rotta o se stringerà ulteriormente la tacita alleanza con il PSOE.
Quanto al risultato della CUP, sembra aver pesato la disillusione diffusasi in alcune delle frange radicali dell’indipendentismo anticapitalista, per esempio nei Comitès de Defensa de la República (CDR).
In ogni modo, è interessante notare che l’elettorato indipendentista ha usato le elezioni municipali in chiave nazionale, sviando per una volta l’attenzione da Barcellona, che di solito monopolizza l’analisi elettorale delle comunali e costringendo ad aprire una riflessione sulla più ampia realtà catalana.
Chi beneficia di questa spettacolare astensione sono i socialisti che, alternando sapientemente la repressione poliziesca con l’indulto ai principali responsabili del referendum del primo ottobre, sono riusciti negli ultimi anni a rinnovare la propria immagine fino a scoprirsi sorprendentemente i più votati di questa tornata elettorale locale (nonostante anche il PSC registri una perdita di 55.000 voti).
Così i socialisti si sono affermati come il primo partito a Tarragona, Lleida e Girona, tre su quattro delle più grandi città catalane. Sebbene a Barcellona il partito più votato sia stato Junts per Catalunya, è tutt’altro che improbabile che un accordo tra PSC, ERC e i Comuns di Ada Colau finisca per imporre un sindaco espressione delle sinistre riformiste catalane e delle succursali statali. Il PSC potrebbe così portare a casa anche il Comune di Barcellona.
A Girona sono invece i socialisti a subire il gioco delle alleanze post-elettorali: l’ottimo risultato di Gunyem (la marca bianca della CUP) potrebbe rendere possibile un accordo con ERC e Junts e incoronare sindaco l’indipendentista e anticapitalista Salellas.
Nel complesso il risultato catalano dei socialisti è in netta controtendenza con i risultati deludenti ottenuti dal PSOE nelle altre regioni dello stato in cui si è votato (comunali in alcuni casi, regionali in altri). Bruciano in particolare le disfatte subite in Andalusia, al Païs Valencià, Balears, Aragona... che hanno indotto Pedro Sánchez a indire nuove elezioni politiche per il prossimo 23 luglio, una decisione tra l’audacia e la temerarietà che lascia quantomeno sorpresi.
Per quel che riguarda l’estrema destra, Vox riesce ad entrare in 19 dei 20 municipi catalani di più grandi dimensioni, segnando una crescita che lo porta ad essere presente in 75 consigli comunali, tra cui quello di Barcellona.
Dal canto suo, il PP si impone a Badalona e ottiene rappresentanza a Barcellona. Il voto catalano della destra è nel complesso positivo e in sintonia con le affermazioni ottenute nella Comunità Autonoma e al Comune di Madrid.
“Nei Països Catalans sale la destra, l’estrema destra e lo spagnolismo. Non è un bel panorama, né per le sinistre né per l’indipendentismo. È il momento di una analisi profonda“. È il primo e stringato commento della CUP, un grido d’allerta per i rischi insiti nello scenario politico catalano e spagnolo al quale l’annuncio di nuove elezioni sembra aver impresso un’accelerazione dagli effetti imprevedibili.
Fonte
Nel corso della campagna elettorale il Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC) si era presentato come il partito dell’ordine e degli affari: il candidato socialista impegnato nella quantomai incerta corsa al Comune di Barcellona aveva dichiarato di essere disposto a scendere a patti solo con chi fosse “pienamente leale allo stato e alle istituzioni europee”.
Unidas Podemos giocava la carta della riconferma di Ada Colau, ancora una volta l’attivo catalano più convincente del partito che, impegnato a spostare a sinistra l’asse del governo spagnolo, non sembra finora essere riuscito nell’impresa.
La gestione dell’immigrazione, l’adesione incondizionata del governo Sánchez alla guerra in Ucraina e per ultimo i ritocchi alla politica sulla violenza di genere hanno rappresentato altrettanti rospi di difficile digestione per gli eredi del movimento degli indignati.
Su Esquerra Republicana de Catalunya e Junts per Catalunya aleggiava invece la possibile disaffezione dell’elettorato indipendentista, deluso sia dal ritorno alla gestione dell’autonomia regionale che dal dialogo con lo Stato, impersonati soprattutto dal presidente della Genearalitat, Pere Aragonès.
L’interrogativo sul comportamento dell’elettorato indipendentista gravava anche sulla Candidatura d’Unitat Popular (CUP), impegnata nella difficile sfida per rientrare al comune di Barcellona e per la tenuta di alcuni centri di piccola e media grandezza nei quali si era imposta negli anni scorsi.
Un particolare interesse suscitava anche l’esperimento di Girona, dove il partito aveva confermato il sostegno a una ampia coalizione (Guanyem) che, uscendo dal più stretto recinto dell’esquerra independentista e anticapitalista, aspirava a portare sulla poltrona del sindaco il proprio candidato, Lluc Salellas.
Il dato più interessante uscito dalle urne sembra essere il calo della partecipazione. Non solo: l’astensione è cresciuta maggiormente nelle zone dove più consolidato è il voto indipendentista, con cali spettacolari attorno al 10% come nel caso di Girona o di Vic.
Rispetto alle precedenti municipali, ERC ha perduto più di 300.000 voti, la CUP più di 50.000, mentre Junts riesce a fermare il passivo sulla soglia dei 5.000 voti.
L’elettorato indipendentista ha cioè castigato chiaramente la tattica del “dialogo”, abbracciata soprattutto da ERC, e ha punito anche la CUP, incapace di invertire questa tendenza. Resta da vedere nelle prossime settimane se la direzione repubblicana sarà in grado di fare autocritica e cambiare rotta o se stringerà ulteriormente la tacita alleanza con il PSOE.
Quanto al risultato della CUP, sembra aver pesato la disillusione diffusasi in alcune delle frange radicali dell’indipendentismo anticapitalista, per esempio nei Comitès de Defensa de la República (CDR).
In ogni modo, è interessante notare che l’elettorato indipendentista ha usato le elezioni municipali in chiave nazionale, sviando per una volta l’attenzione da Barcellona, che di solito monopolizza l’analisi elettorale delle comunali e costringendo ad aprire una riflessione sulla più ampia realtà catalana.
Chi beneficia di questa spettacolare astensione sono i socialisti che, alternando sapientemente la repressione poliziesca con l’indulto ai principali responsabili del referendum del primo ottobre, sono riusciti negli ultimi anni a rinnovare la propria immagine fino a scoprirsi sorprendentemente i più votati di questa tornata elettorale locale (nonostante anche il PSC registri una perdita di 55.000 voti).
Così i socialisti si sono affermati come il primo partito a Tarragona, Lleida e Girona, tre su quattro delle più grandi città catalane. Sebbene a Barcellona il partito più votato sia stato Junts per Catalunya, è tutt’altro che improbabile che un accordo tra PSC, ERC e i Comuns di Ada Colau finisca per imporre un sindaco espressione delle sinistre riformiste catalane e delle succursali statali. Il PSC potrebbe così portare a casa anche il Comune di Barcellona.
A Girona sono invece i socialisti a subire il gioco delle alleanze post-elettorali: l’ottimo risultato di Gunyem (la marca bianca della CUP) potrebbe rendere possibile un accordo con ERC e Junts e incoronare sindaco l’indipendentista e anticapitalista Salellas.
Nel complesso il risultato catalano dei socialisti è in netta controtendenza con i risultati deludenti ottenuti dal PSOE nelle altre regioni dello stato in cui si è votato (comunali in alcuni casi, regionali in altri). Bruciano in particolare le disfatte subite in Andalusia, al Païs Valencià, Balears, Aragona... che hanno indotto Pedro Sánchez a indire nuove elezioni politiche per il prossimo 23 luglio, una decisione tra l’audacia e la temerarietà che lascia quantomeno sorpresi.
Per quel che riguarda l’estrema destra, Vox riesce ad entrare in 19 dei 20 municipi catalani di più grandi dimensioni, segnando una crescita che lo porta ad essere presente in 75 consigli comunali, tra cui quello di Barcellona.
Dal canto suo, il PP si impone a Badalona e ottiene rappresentanza a Barcellona. Il voto catalano della destra è nel complesso positivo e in sintonia con le affermazioni ottenute nella Comunità Autonoma e al Comune di Madrid.
“Nei Països Catalans sale la destra, l’estrema destra e lo spagnolismo. Non è un bel panorama, né per le sinistre né per l’indipendentismo. È il momento di una analisi profonda“. È il primo e stringato commento della CUP, un grido d’allerta per i rischi insiti nello scenario politico catalano e spagnolo al quale l’annuncio di nuove elezioni sembra aver impresso un’accelerazione dagli effetti imprevedibili.
Fonte
14/02/2021
Catalogna - Il voto un punto di svolta per la politica in Spagna
Domenica 14 febbraio si vota nella Comunità Autonoma Catalana.
Un voto, che come abbiamo avuto modo di spiegare ha una valenza nazionale e che darà risposta – attraverso il responso delle urne – ad almeno tre questioni centrali.
La prima è quale sarà l’esito della spregiudicata scommessa politica dei socialisti – perno dell’“esecutivo di minoranza” a livello centrale – fatta allo scopo di affrontare i due anni senza elezioni che ha di fronte con in mano la gestione dei fondi UE, senza l’incognita della questione catalana.
Una sconfitta a Barcellona, avrebbe delle conseguenze pesanti a Madrid, costituendo un effetto boomerang per Pedro Sánchez e soci.
La seconda è la tenuta o meno della “maggioranza” indipendentista – e il peso delle formazioni maggiori che la compongono – e dunque il possibile rilancio dell’iniziativa di de-connessione da Madrid.
La terza, è quale sarà la configurazione della destra “costituzionalista”, e se verrà confermata l’ascesa di Vox a detrimento del PP e di Ciudadanos.
I socialisti del PSC, con l’ex ministro della salute Salvador Illa come capolista, voluto fortemente da Sánchez, si giocano una partita importante ed hanno puntato tutto sull’ipotesi di fare punto a capo rispetto a questi dieci anni politici caratterizzati dal procés, con un programma di rilancio economico della regione supportato dai fondi – in sovvenzioni e prestiti – che verranno elargiti alla Spagna all’interno del Next Generation EU.
Illa, in una recente intervista al The Guardian, rispetto al recente ciclo politico catalano non usa mezzi termini: “dieci anni persi di incrementata divisione” e dice chiaramente che non lavorerà mai per l’indipendenza catalana dal governo perché penso che “feriscono e dividono la Catalogna”.
L’agenda politica dei socialista metterebbe al centro il rafforzamento del sistema sanitario pubblico e il rilancio dell’economia.
Illa, promette di immettere ben 5 miliardi di euro nel sistema sanitario catalano nei prossimi 5 anni, con una riconfigurazione complessiva dei servizi, e la creazione di 140 mila posti di lavoro negli anni a venire.
L’ex ministro della salute vuole portare la regione – che dal 2018 ha ceduto il primo posto per la percentuale di PIL rispetto Madrid – al centro di un piano di sviluppo usando i fondi europei nell’industria automobilistica, nel turismo e nell’ingegneria chimica.
Le tre maggiori formazioni indipendentiste – ERC, JxC e la CUP – hanno recentemente firmato su impulso di Catalans por Independència una dichiarazione congiunta che li impegna a non andare al governo con la branca catalana dei socialisti (PSC), azzerando le illazioni su un possibile approccio più dialogante di ERC con i socialisti anche in ambito catalano. Ipotesi che la stessa formazione aveva negato con forza.
Chi sono i capi-lista delle tre formazioni?
Pere Aragonès per ERC, che ha “retto” fin qui il governo regionale dopo l’estromissione di Torra, a settembre, e l’avvio delle elezioni anticipate; Laura Barràs, che ha vinto le primarie di JxC – filologa catalana ed ex ministra della cultura, fino a correre vittoriosamente nelle elezioni legislative del 2019 – e Dolores Sabater per la CUP, ex sindaca di Badalona, eletta con una coalizione trasversale, in carica fino alla mozione di sfiducia portata avanti dai socialisti ed appoggiata dalla destra (PP e Ciudadanos).
Tutte e tre le formazioni hanno nel proprio programma politico due punti sostanziali: il raggiungimento dell’indipendenza repubblicana come orizzonte strategico e la realizzazione dell’amnistia per le 3.000 persone implicate a diverso modo nelle mobilitazioni dal 2017 ad oggi.
Differiscono invece rispetto all’approccio tenuto nei confronti dell’esecutivo PSOE-Podemos Unidos, al posizionamento rispetto alla UE e alle politiche sociali in genere.
Vediamo i capi-lista delle altre maggiori formazioni.
Nel composito quadro della destra iberica, Vox sembra guidare l’opposizione frontale all’indipendentismo ed è abbastanza certo che possa giungere in quarta posizione nella competizione elettorale, superando il Partido Popular di Casado, che attualmente ha quattro seggi e come capolista Alejandro Fernández.
Ciudadanos, che nelle ultime elezioni aveva conquistato 36 seggi – 11 in più della già importante affermazione del 2015 – senza però riuscire a diventare il perno di un possibile esecutivo, sembra relegato ad un ruolo marginale, e destinato ad un drastico calo. Attraverso il suo candidato Carlos Carrizosa – da sempre figura di spicco della formazione – ha offerto il suo appoggio ad Illa.
Ignacio Garriga, capolista di Vox e transfugo del PP, eletto nelle ultime elezioni legislative spagnole del 2019 nelle fila della formazione di estrema-destra, potrebbe passare alla storia come colui che fa entrare il partito di Santiago Abascal nel Parlament e superare i popolari, che comunque si confermano nuovo perno della mobilitazione reazionaria anti-indipendentista.
Jéssica Albiach è invece la candidata di En Comú Podem. Giornalista e fotografa, era una attivista del movimento M-15, poi candidatasi con Podemos, e dal 2019 coordinatrice insieme alla Colau e Lopéz di Catalunya En Comú.
Sotto lo slogan El Cambio que Catalunya merece, propone un cambiamento nel governo regionale. Ha reiterato la proposta di un governo “tripartito” con i socialisti ed ERC e criticato queste due formazioni per i loro veti incrociati. La formazione è una creazione della sindaca di Barcellona Ada Colau, riconfermata grazie ai voti di Manuel Valls, ed ha un radicamento limitato nella capitale catalana.
En Comú Podem, che sostiene l’attuale esecutivo nazionale, ha conosciuto varie defezioni negli anni, tra cui quella del suo leader Xavier Domènech, in generale per la sua posizione piuttosto timida – per usare un eufemismo – nei confronti della tematica indipendentista. Potrebbe confermare gli otto seggi conquistati precedentemente.
Nel contesto pandemico, la prima grande incognita è la partecipazione elettorale che si è storicamente attestata dentro una forbice che va dal minimo storico nel 1992 (54%) al picco di partecipazione del 79% nelle ultime elezioni.
È chiaro che l’esito delle urne, in una maniera o in un’altra, implicherà un cambio di passo per la politica iberica.
Fonte
Un voto, che come abbiamo avuto modo di spiegare ha una valenza nazionale e che darà risposta – attraverso il responso delle urne – ad almeno tre questioni centrali.
La prima è quale sarà l’esito della spregiudicata scommessa politica dei socialisti – perno dell’“esecutivo di minoranza” a livello centrale – fatta allo scopo di affrontare i due anni senza elezioni che ha di fronte con in mano la gestione dei fondi UE, senza l’incognita della questione catalana.
Una sconfitta a Barcellona, avrebbe delle conseguenze pesanti a Madrid, costituendo un effetto boomerang per Pedro Sánchez e soci.
La seconda è la tenuta o meno della “maggioranza” indipendentista – e il peso delle formazioni maggiori che la compongono – e dunque il possibile rilancio dell’iniziativa di de-connessione da Madrid.
La terza, è quale sarà la configurazione della destra “costituzionalista”, e se verrà confermata l’ascesa di Vox a detrimento del PP e di Ciudadanos.
I socialisti del PSC, con l’ex ministro della salute Salvador Illa come capolista, voluto fortemente da Sánchez, si giocano una partita importante ed hanno puntato tutto sull’ipotesi di fare punto a capo rispetto a questi dieci anni politici caratterizzati dal procés, con un programma di rilancio economico della regione supportato dai fondi – in sovvenzioni e prestiti – che verranno elargiti alla Spagna all’interno del Next Generation EU.
Illa, in una recente intervista al The Guardian, rispetto al recente ciclo politico catalano non usa mezzi termini: “dieci anni persi di incrementata divisione” e dice chiaramente che non lavorerà mai per l’indipendenza catalana dal governo perché penso che “feriscono e dividono la Catalogna”.
L’agenda politica dei socialista metterebbe al centro il rafforzamento del sistema sanitario pubblico e il rilancio dell’economia.
Illa, promette di immettere ben 5 miliardi di euro nel sistema sanitario catalano nei prossimi 5 anni, con una riconfigurazione complessiva dei servizi, e la creazione di 140 mila posti di lavoro negli anni a venire.
L’ex ministro della salute vuole portare la regione – che dal 2018 ha ceduto il primo posto per la percentuale di PIL rispetto Madrid – al centro di un piano di sviluppo usando i fondi europei nell’industria automobilistica, nel turismo e nell’ingegneria chimica.
Le tre maggiori formazioni indipendentiste – ERC, JxC e la CUP – hanno recentemente firmato su impulso di Catalans por Independència una dichiarazione congiunta che li impegna a non andare al governo con la branca catalana dei socialisti (PSC), azzerando le illazioni su un possibile approccio più dialogante di ERC con i socialisti anche in ambito catalano. Ipotesi che la stessa formazione aveva negato con forza.
Chi sono i capi-lista delle tre formazioni?
Pere Aragonès per ERC, che ha “retto” fin qui il governo regionale dopo l’estromissione di Torra, a settembre, e l’avvio delle elezioni anticipate; Laura Barràs, che ha vinto le primarie di JxC – filologa catalana ed ex ministra della cultura, fino a correre vittoriosamente nelle elezioni legislative del 2019 – e Dolores Sabater per la CUP, ex sindaca di Badalona, eletta con una coalizione trasversale, in carica fino alla mozione di sfiducia portata avanti dai socialisti ed appoggiata dalla destra (PP e Ciudadanos).
Tutte e tre le formazioni hanno nel proprio programma politico due punti sostanziali: il raggiungimento dell’indipendenza repubblicana come orizzonte strategico e la realizzazione dell’amnistia per le 3.000 persone implicate a diverso modo nelle mobilitazioni dal 2017 ad oggi.
Differiscono invece rispetto all’approccio tenuto nei confronti dell’esecutivo PSOE-Podemos Unidos, al posizionamento rispetto alla UE e alle politiche sociali in genere.
Vediamo i capi-lista delle altre maggiori formazioni.
Nel composito quadro della destra iberica, Vox sembra guidare l’opposizione frontale all’indipendentismo ed è abbastanza certo che possa giungere in quarta posizione nella competizione elettorale, superando il Partido Popular di Casado, che attualmente ha quattro seggi e come capolista Alejandro Fernández.
Ciudadanos, che nelle ultime elezioni aveva conquistato 36 seggi – 11 in più della già importante affermazione del 2015 – senza però riuscire a diventare il perno di un possibile esecutivo, sembra relegato ad un ruolo marginale, e destinato ad un drastico calo. Attraverso il suo candidato Carlos Carrizosa – da sempre figura di spicco della formazione – ha offerto il suo appoggio ad Illa.
Ignacio Garriga, capolista di Vox e transfugo del PP, eletto nelle ultime elezioni legislative spagnole del 2019 nelle fila della formazione di estrema-destra, potrebbe passare alla storia come colui che fa entrare il partito di Santiago Abascal nel Parlament e superare i popolari, che comunque si confermano nuovo perno della mobilitazione reazionaria anti-indipendentista.
Jéssica Albiach è invece la candidata di En Comú Podem. Giornalista e fotografa, era una attivista del movimento M-15, poi candidatasi con Podemos, e dal 2019 coordinatrice insieme alla Colau e Lopéz di Catalunya En Comú.
Sotto lo slogan El Cambio que Catalunya merece, propone un cambiamento nel governo regionale. Ha reiterato la proposta di un governo “tripartito” con i socialisti ed ERC e criticato queste due formazioni per i loro veti incrociati. La formazione è una creazione della sindaca di Barcellona Ada Colau, riconfermata grazie ai voti di Manuel Valls, ed ha un radicamento limitato nella capitale catalana.
En Comú Podem, che sostiene l’attuale esecutivo nazionale, ha conosciuto varie defezioni negli anni, tra cui quella del suo leader Xavier Domènech, in generale per la sua posizione piuttosto timida – per usare un eufemismo – nei confronti della tematica indipendentista. Potrebbe confermare gli otto seggi conquistati precedentemente.
Nel contesto pandemico, la prima grande incognita è la partecipazione elettorale che si è storicamente attestata dentro una forbice che va dal minimo storico nel 1992 (54%) al picco di partecipazione del 79% nelle ultime elezioni.
È chiaro che l’esito delle urne, in una maniera o in un’altra, implicherà un cambio di passo per la politica iberica.
Fonte
05/01/2020
Spagna - Nasce (forse) il governo coalizione Psoe/Podemos. Decisiva astensione degli indipentisti catalani
Dopo otto mesi di blocco politico, il prossimo 7 gennaio in Spagna si formerà il primo governo di coalizione dalla seconda Repubblica. Confermata l’astensione degli indipendentisti catalani dell’ERC e il “sì” di Nueva Canarias e Teruel Exists, ora spetta al PSOE e a Unidos Podemos garantire l’investitura di Pedro Sánchez.
La somma dei voti di PSOE, United Podemos e partiti indipendentisti consentono per ora un esecutivo alternativo a quello della destra.
In questo momento il “sì” all’investitura di Sánchez raggiungerebbe i 166 seggi (120 del PSOE, 35 di Unidos Podemos, 6 del PNV, 2 di Más País, 1 di Compromís, 1 di Nueva Canarias e 1 di Teruel Existe).
La destra che si oppone al governo può contare su 150 seggi (88 del PP, 52 di Vox, 10 di Ciudadanos). Poi ci sono i deputati di altre organizzazioni indipendentiste come gli 8 di Junts per Catalunya, 2 della CUP, 1 di Foro Asturie e 1 di RPC che non sostengono il governo di Sanchez.
In Spagna dunque sono riusciti a formare un governo. E a guidarlo sarà nuovamente Pedro Sanchez e sarà formato soprattutto dall’alleanza fra i socialisti e la sinistra di Unidos Podemos.
Il via libera, atteso dopo mesi di impasse e quattro elezioni anticipate in quattro anni, paradossalmente è stato permesso dalla sinistra indipendentista catalana dell’Erc, il cui Consiglio nazionale nella serata di giovedì ha approvato a stragrande maggioranza il voto di astensione sul nuovo governo dei suoi 13 deputati. Uno dei massimi dirigenti dell’Erc, Junqueras, è ancora in carcere, condannato a 13 anni nel processo di Madrid contro gli indipendentisti catalani. Ma nelle scorse settimane la Corte Europea di Giustizia gli ha riconosciuto l’immunità parlamentare essendo stato eletto eurodeputato e il governo di Madrid dovrebbe scarcerarlo.
Questa astensione consentirà a Sanchez di avere la maggioranza al voto di fiducia calendarizzato per il prossimo 7 gennaio. Ma avrà un prezzo politico: il riconoscimento del “conflitto catalano” come “politico”, e non più solo come crimine istituzionale. Conflitto che andrà quindi risolto con un “tavolo negoziale bilaterale”, che non preveda “veti” su alcuna proposta, come è scritto nero su bianco nell’accordo Erc-Psoe, di cui il quotidiano El Pais ha anticipato il testo.
Quindi, si presume, neanche il veto su un’eventuale riproposta del “referendum sull’autodeterminazione” della Catalogna, dopo quello unilateralmente convocato dalla Generalitat di Barcellona e finito con una feroce ondata repressiva e pesanti condanne, tra cui quella del leader dell’ERC, Oriol Junqueras. I repubblicani catalani hanno chiesto che il tavolo abbia come condizioni che il negoziato sia fra ‘governi’, non abbia preclusioni o argomenti tabù e abbia invece un calendario di lavori. Concessioni non da poco strappate ai socialisti di Sanchez, che nella campagna per le elezioni politiche di novembre avevano invece ostentato intransigenza contro l’indipendentismo catalano.
Fonte
La somma dei voti di PSOE, United Podemos e partiti indipendentisti consentono per ora un esecutivo alternativo a quello della destra.
In questo momento il “sì” all’investitura di Sánchez raggiungerebbe i 166 seggi (120 del PSOE, 35 di Unidos Podemos, 6 del PNV, 2 di Más País, 1 di Compromís, 1 di Nueva Canarias e 1 di Teruel Existe).
La destra che si oppone al governo può contare su 150 seggi (88 del PP, 52 di Vox, 10 di Ciudadanos). Poi ci sono i deputati di altre organizzazioni indipendentiste come gli 8 di Junts per Catalunya, 2 della CUP, 1 di Foro Asturie e 1 di RPC che non sostengono il governo di Sanchez.
In Spagna dunque sono riusciti a formare un governo. E a guidarlo sarà nuovamente Pedro Sanchez e sarà formato soprattutto dall’alleanza fra i socialisti e la sinistra di Unidos Podemos.
Il via libera, atteso dopo mesi di impasse e quattro elezioni anticipate in quattro anni, paradossalmente è stato permesso dalla sinistra indipendentista catalana dell’Erc, il cui Consiglio nazionale nella serata di giovedì ha approvato a stragrande maggioranza il voto di astensione sul nuovo governo dei suoi 13 deputati. Uno dei massimi dirigenti dell’Erc, Junqueras, è ancora in carcere, condannato a 13 anni nel processo di Madrid contro gli indipendentisti catalani. Ma nelle scorse settimane la Corte Europea di Giustizia gli ha riconosciuto l’immunità parlamentare essendo stato eletto eurodeputato e il governo di Madrid dovrebbe scarcerarlo.
Questa astensione consentirà a Sanchez di avere la maggioranza al voto di fiducia calendarizzato per il prossimo 7 gennaio. Ma avrà un prezzo politico: il riconoscimento del “conflitto catalano” come “politico”, e non più solo come crimine istituzionale. Conflitto che andrà quindi risolto con un “tavolo negoziale bilaterale”, che non preveda “veti” su alcuna proposta, come è scritto nero su bianco nell’accordo Erc-Psoe, di cui il quotidiano El Pais ha anticipato il testo.
Quindi, si presume, neanche il veto su un’eventuale riproposta del “referendum sull’autodeterminazione” della Catalogna, dopo quello unilateralmente convocato dalla Generalitat di Barcellona e finito con una feroce ondata repressiva e pesanti condanne, tra cui quella del leader dell’ERC, Oriol Junqueras. I repubblicani catalani hanno chiesto che il tavolo abbia come condizioni che il negoziato sia fra ‘governi’, non abbia preclusioni o argomenti tabù e abbia invece un calendario di lavori. Concessioni non da poco strappate ai socialisti di Sanchez, che nella campagna per le elezioni politiche di novembre avevano invece ostentato intransigenza contro l’indipendentismo catalano.
Fonte
31/12/2019
Il rischio della normalizzazione si affaccia in Catalunya
Mentre non si è ancora spento l’eco della sentenza del Tribunale di Giustizia dell’UE, favorevole all’immunità per Oriol Junqueras (il presidente di ERC in prigione da due anni), prosegue la manovra del PSOE e della direzione dei repubblicani volta a neutralizzare l’indipendentismo popolare e ad evitare che l’attività dei CDR (Comitati di Difesa della Repubblica) e della sinistra anticapitalista possa mettere in discussione l’egemonia del catalanismo moderato sul movimento.
Come denunciato da diverse voci dell’indipendentismo anticapitalista, siamo di fronte a un tentativo di ricomposizione del regime volto a seppellire il conflitto e la trasformazione sociale e istituzionale in Catalunya e nel resto dello Stato.
Il PSOE si rifiuta di parlare di autodeterminazione e di amnistia, ma ha concesso un tavolo di negoziazione che ERC ha assai apprezzato. Il “dialogo” offerto dai socialisti si sposa con la strategia dei piccoli passi e dell’accumulazione delle forze dei repubblicani, due opzioni che hanno in comune l’intenzione di oscurare completamente la lotta e l’autorganizzazione dal basso dell’indipendentismo.
Il Congresso di Esquerra Repúblicana, conclusosi sabato scorso, ha visto un ampio consenso attorno alla proposta di un referendum di autodeterminazione accordato con lo Stato. Il settore critico non è riuscito a far riconoscere dalla maggioranza il mandato vincolante del primo ottobre ed è evidente che la via imboccata dal partito è quella della rinuncia al conflitto. In questa prospettiva, la questione catalana è destinata a rimanere una rivoluzione incompiuta, come l’ha definita a suo tempo Marco Santopadre nel suo libro La sfida catalana.
Nel suo intervento alla Convenzione repubblicana del sovranismo progressista del 14 dicembre, Joan Tardà, uno dei cervelli di ERC, si è spinto fino a definire il partito socialista catalano (PSC) come un “elemento centrale del catalanismo“, sostenendo la necessità di ottenerne l’appoggio nell’ipotesi di un nuovo governo delle sinistre moderate alla guida della Generalitat. Uno scenario che seppellirebbe qualsiasi trasformazione sociale e istituzionale e che si tradurrebbe in un nuovo periodo di gestione ordinaria dell’autonomia catalana.
Con la differenza che mentre negli anni ’80, ’90 e fino oltre il 2000 era il partito del centrodestra catalano a svolgere il ruolo di vassallo dello stato, ora sarebbe ERC ad amministrare le briciole del potere.
Uno scenario di triplice normalizzazione:
1) sul piano istituzionale, con la questione della costruzione della Repubblica rinviata a un futuro indefinito;
2) sul piano sociale, con la fine delle velleità di giustizia e di ricostruzione del settore pubblici;
3) sul piano internazionale, con la riduzione ai minimi termini della critica all’Unione Europea.
Una normalizzazione chiesta a gran voce da Foment del Treball, l’associazione delle grandi imprese catalane e dal capitale spagnolo. E con l’UE che, se con il Tribunale di Giustizia sostiene da un lato l’immunità di Junqueras, rianimando così il sentimento europeista dei catalani, dall’altro con la Commissione ribadisce la propria linea sulla questione catalana, improntata al rispetto della cornice costituzionale spagnola.
Solo i settori dell’indipendentismo radicale, i CDR e la Candidatura d’Unitat Popular (CUP), si mostrano indisponibili all’inciucio con i poteri forti e alla svendita del movimento. E gli anticapitalisti catalani hanno già messo in chiaro le caratteristiche della loro presenza al Congresso: lavorare per rendere ingovernabile la Spagna.
Nel corso della Convenzione repubblicana del sovranismo progressista, Albert Botran, neo deputato della Cup a Madrid, ha sostenuto la necessità di riempire di contenuti sociali la costruzione della Repubblica catalana, per conquistare l’egemonia nelle classi popolari e sconfiggere il disegno del capitale finanziario, facendo delle politiche di trasformazione e di giustizia sociale l’asse centrale del progetto di costruzione della Repubblica catalana.
Obbiettivi da perseguire con l’ulteriore sviluppo della lotta nelle piazze, con l’autorganizzazione popolare e con il sostegno delle istituzioni catalane. Certo non con la tattica attendista di accumulazione delle forze proposta da ERC.
Per l’indipendentismo popolare la lotta non si ferma: a Barcelona il blocco stradale dell’Avinguda Meridiana è arrivato a 77 notti consecutive, grazie alla determinazione dei vicini del quartiere che, scesi in piazza all’insegna dello slogan “la Meridiana resiste”, si definiscono “la piccola Gallia”. Da qualche giorno, anche a Girona un gruppo di manifestanti blocca ogni sera un’arteria centrale della città, nell’intenzione di mantenere viva la protesta.
E mentre a Madrid si susseguono le trattative, le riunioni e le strette di mano con il re per formare il nuovo governo, è significativo che la CUP abbia preferito al salotto del monarca il quartiere popolare di Lavapiés, dove ha dato vita ad una iniziativa con altre forze anticapitaliste.
Davanti alla platea, i neo deputati della CUP si sono messi a disposizione di quei collettivi che lavorano per costruire contropotere dal basso, al fine di portare al collasso il cosiddetto “regime del ’78”. Un regime nel cui abbraccio rischia di perdersi Podemos, assai accondiscendente non solo con il PSOE ma anche con il re.
Nel suo discorso di Natale, Filippo VI ha definito la Catalunya una preoccupazione al pari della crisi ambientale e delle difficoltà economiche degli spagnoli, una iattura insomma. Ma Pablo Echenique, probabile futuro ministro di Podemos, ha sottolineato il tono più morbido del discorso rispetto a quello pronunciato il 3 ottobre 2017, evidenziando quello che ha definito il fiuto politico del monarca.
Così come hanno fatto anche ERC e EH Bildu, la CUP ha declinato l’invito del Borbone, al quale però ha inviato una lettera significativa, datata 11 dicembre 2019 e intitolata Non riconosciamo il re: lettera al monarca.
Qui di seguito la lettera della CUP – per la rottura al re Filippo VI
Signor Filippo,
con questa lettera decliniamo il suo invito a partecipare alle consultazioni per assegnare l’incarico al nuovo presidente del governo spagnolo. Avevamo molti temi da proporle, però l’incarico al nuovo governo era sicuramente il meno importante.
Ci sarebbe piaciuto parlare, tanto per cominciare, del male che ha fatto la sua stirpe, tanto il ramo francese quanto quello spagnolo, ai Països Catalans nel corso della storia, un male che, a partire da Filippo V, non è mai stato riparato. Un Filippo di triste memoria, che abolì le istituzioni, represse il popolo ribelle (che ancora oggi gli canta contro le sue canzoni) e dette inizio alle persecuzioni contro la nostra lingua.
Sicuramente lei regna con lo stesso nome per ripetere il messaggio che i suoi progenitori decisero di inviare ai catalani e alle catalane. Sono passati i secoli però la repressione della monarchia spagnola contro il nostro popolo persiste.
E potremmo parlare anche della corruzione cronica che infanga la sua famiglia, a partire da suo padre, la cui fortuna è calcolata attorno ai 2.000 milioni di dollari, per seguire con sua sorella Cristina, assolta vergognosamente dalla giustizia; potremmo parlare dei legami tra la monarchia e le imprese più importanti dell’Ïbex 35; o della partecipazione attiva della casa reale alla vendita di armi a dittature quali l’Arabia Saudita.
Tutti segnali della profonda continuità con gli interessi della corrotta dittatura franchista, alla quale continuate a conferire titoli nobiliari, grazie alla riconversione in monarchia parlamentare; una continuità che ha garantito soprattutto suo padre, figura centrale per il nuovo consenso guadagnato in seguito al suo protagonismo nel colpo di stato del 23 febbraio; un consenso grazie al quale è stato possibile ripulire l’immagine dell’oligarchia politica ed economica del regime, oltre che delle forze repressive e giudiziarie, conservatesi intatte.
Potremmo parlare anche dell’aumento della repressione contro decine di persone colpevoli solo di assumere una posizione contraria alla monarchia e che, nonostante nella maggior parte dei casi siano assolte (un esempio di come la libertà d’espressione si difenda con la lotta, come quando si bruciano le sue foto) sono obbligate a subire il processo per ingiurie alla corona.
O potremmo ragionare sul perché la sua popolarità sia al minimo storico, dopo che il 3 ottobre 2017, quando il popolo catalano lamentava le aggressioni poliziesche, lei apparse in tv per sostenere la repressione e dire che l’unità della Spagna è l’unico valore che gli interessa davvero. In questo, sia lei che suo padre siete stati estremamente fedeli al dittatore che vi rimise sul trono.
Questi temi sono probabilmente quelli che la maggioranza del nostro popolo le sottoporrebbe, se ne avesse l’occasione. Tuttavia quando viene nel nostro paese, lei sceglie di circondarsi di adulatori di ogni specie, che utilizzano la sua figura come la mascotte di un regime cadente. Impresari, politici e giornalisti di corte che sono ben lontani dal rappresentare la nostra società, la quale difende invece la libertà d’espressione, i valori repubblicani e il diritto all’autodeterminazione.
Ma il protocollo del colloqui non avrebbe consentito di parlare di questi temi. E cosí invece di perdere tempo con lei abbiamo scelto di svolgere un’iniziativa battezzata con la strofa di un vecchio inno del repubblicanesimo catalano, “il popolo vuole essere re”, alla quale inviteremo i movimenti sociali e le forze di sinistra di Madrid.
Ci sembra più pertinente spiegare il nostro punto di vista davanti a questo publico, con il quale condividiamo la solidarietà internazionalista, quella sociale e morale, piuttosto che davanti a una persona rifiutata dal nostro popolo, come dimostrano i fischi che ricevette quando sfilò al Passeig de Gràcia di Barcelona in seguito agli attentati dell’agosto 2017 e come accade ogni volta che mette piede nel nostro paese.
Visca i Països Catalans!
Indipendenza e Repubblica!
Fonte
Come denunciato da diverse voci dell’indipendentismo anticapitalista, siamo di fronte a un tentativo di ricomposizione del regime volto a seppellire il conflitto e la trasformazione sociale e istituzionale in Catalunya e nel resto dello Stato.
Il PSOE si rifiuta di parlare di autodeterminazione e di amnistia, ma ha concesso un tavolo di negoziazione che ERC ha assai apprezzato. Il “dialogo” offerto dai socialisti si sposa con la strategia dei piccoli passi e dell’accumulazione delle forze dei repubblicani, due opzioni che hanno in comune l’intenzione di oscurare completamente la lotta e l’autorganizzazione dal basso dell’indipendentismo.
Il Congresso di Esquerra Repúblicana, conclusosi sabato scorso, ha visto un ampio consenso attorno alla proposta di un referendum di autodeterminazione accordato con lo Stato. Il settore critico non è riuscito a far riconoscere dalla maggioranza il mandato vincolante del primo ottobre ed è evidente che la via imboccata dal partito è quella della rinuncia al conflitto. In questa prospettiva, la questione catalana è destinata a rimanere una rivoluzione incompiuta, come l’ha definita a suo tempo Marco Santopadre nel suo libro La sfida catalana.
Nel suo intervento alla Convenzione repubblicana del sovranismo progressista del 14 dicembre, Joan Tardà, uno dei cervelli di ERC, si è spinto fino a definire il partito socialista catalano (PSC) come un “elemento centrale del catalanismo“, sostenendo la necessità di ottenerne l’appoggio nell’ipotesi di un nuovo governo delle sinistre moderate alla guida della Generalitat. Uno scenario che seppellirebbe qualsiasi trasformazione sociale e istituzionale e che si tradurrebbe in un nuovo periodo di gestione ordinaria dell’autonomia catalana.
Con la differenza che mentre negli anni ’80, ’90 e fino oltre il 2000 era il partito del centrodestra catalano a svolgere il ruolo di vassallo dello stato, ora sarebbe ERC ad amministrare le briciole del potere.
Uno scenario di triplice normalizzazione:
1) sul piano istituzionale, con la questione della costruzione della Repubblica rinviata a un futuro indefinito;
2) sul piano sociale, con la fine delle velleità di giustizia e di ricostruzione del settore pubblici;
3) sul piano internazionale, con la riduzione ai minimi termini della critica all’Unione Europea.
Una normalizzazione chiesta a gran voce da Foment del Treball, l’associazione delle grandi imprese catalane e dal capitale spagnolo. E con l’UE che, se con il Tribunale di Giustizia sostiene da un lato l’immunità di Junqueras, rianimando così il sentimento europeista dei catalani, dall’altro con la Commissione ribadisce la propria linea sulla questione catalana, improntata al rispetto della cornice costituzionale spagnola.
Solo i settori dell’indipendentismo radicale, i CDR e la Candidatura d’Unitat Popular (CUP), si mostrano indisponibili all’inciucio con i poteri forti e alla svendita del movimento. E gli anticapitalisti catalani hanno già messo in chiaro le caratteristiche della loro presenza al Congresso: lavorare per rendere ingovernabile la Spagna.
Nel corso della Convenzione repubblicana del sovranismo progressista, Albert Botran, neo deputato della Cup a Madrid, ha sostenuto la necessità di riempire di contenuti sociali la costruzione della Repubblica catalana, per conquistare l’egemonia nelle classi popolari e sconfiggere il disegno del capitale finanziario, facendo delle politiche di trasformazione e di giustizia sociale l’asse centrale del progetto di costruzione della Repubblica catalana.
Obbiettivi da perseguire con l’ulteriore sviluppo della lotta nelle piazze, con l’autorganizzazione popolare e con il sostegno delle istituzioni catalane. Certo non con la tattica attendista di accumulazione delle forze proposta da ERC.
Per l’indipendentismo popolare la lotta non si ferma: a Barcelona il blocco stradale dell’Avinguda Meridiana è arrivato a 77 notti consecutive, grazie alla determinazione dei vicini del quartiere che, scesi in piazza all’insegna dello slogan “la Meridiana resiste”, si definiscono “la piccola Gallia”. Da qualche giorno, anche a Girona un gruppo di manifestanti blocca ogni sera un’arteria centrale della città, nell’intenzione di mantenere viva la protesta.
E mentre a Madrid si susseguono le trattative, le riunioni e le strette di mano con il re per formare il nuovo governo, è significativo che la CUP abbia preferito al salotto del monarca il quartiere popolare di Lavapiés, dove ha dato vita ad una iniziativa con altre forze anticapitaliste.
Davanti alla platea, i neo deputati della CUP si sono messi a disposizione di quei collettivi che lavorano per costruire contropotere dal basso, al fine di portare al collasso il cosiddetto “regime del ’78”. Un regime nel cui abbraccio rischia di perdersi Podemos, assai accondiscendente non solo con il PSOE ma anche con il re.
Nel suo discorso di Natale, Filippo VI ha definito la Catalunya una preoccupazione al pari della crisi ambientale e delle difficoltà economiche degli spagnoli, una iattura insomma. Ma Pablo Echenique, probabile futuro ministro di Podemos, ha sottolineato il tono più morbido del discorso rispetto a quello pronunciato il 3 ottobre 2017, evidenziando quello che ha definito il fiuto politico del monarca.
Così come hanno fatto anche ERC e EH Bildu, la CUP ha declinato l’invito del Borbone, al quale però ha inviato una lettera significativa, datata 11 dicembre 2019 e intitolata Non riconosciamo il re: lettera al monarca.
Qui di seguito la lettera della CUP – per la rottura al re Filippo VI
*****
Signor Filippo,
con questa lettera decliniamo il suo invito a partecipare alle consultazioni per assegnare l’incarico al nuovo presidente del governo spagnolo. Avevamo molti temi da proporle, però l’incarico al nuovo governo era sicuramente il meno importante.
Ci sarebbe piaciuto parlare, tanto per cominciare, del male che ha fatto la sua stirpe, tanto il ramo francese quanto quello spagnolo, ai Països Catalans nel corso della storia, un male che, a partire da Filippo V, non è mai stato riparato. Un Filippo di triste memoria, che abolì le istituzioni, represse il popolo ribelle (che ancora oggi gli canta contro le sue canzoni) e dette inizio alle persecuzioni contro la nostra lingua.
Sicuramente lei regna con lo stesso nome per ripetere il messaggio che i suoi progenitori decisero di inviare ai catalani e alle catalane. Sono passati i secoli però la repressione della monarchia spagnola contro il nostro popolo persiste.
E potremmo parlare anche della corruzione cronica che infanga la sua famiglia, a partire da suo padre, la cui fortuna è calcolata attorno ai 2.000 milioni di dollari, per seguire con sua sorella Cristina, assolta vergognosamente dalla giustizia; potremmo parlare dei legami tra la monarchia e le imprese più importanti dell’Ïbex 35; o della partecipazione attiva della casa reale alla vendita di armi a dittature quali l’Arabia Saudita.
Tutti segnali della profonda continuità con gli interessi della corrotta dittatura franchista, alla quale continuate a conferire titoli nobiliari, grazie alla riconversione in monarchia parlamentare; una continuità che ha garantito soprattutto suo padre, figura centrale per il nuovo consenso guadagnato in seguito al suo protagonismo nel colpo di stato del 23 febbraio; un consenso grazie al quale è stato possibile ripulire l’immagine dell’oligarchia politica ed economica del regime, oltre che delle forze repressive e giudiziarie, conservatesi intatte.
Potremmo parlare anche dell’aumento della repressione contro decine di persone colpevoli solo di assumere una posizione contraria alla monarchia e che, nonostante nella maggior parte dei casi siano assolte (un esempio di come la libertà d’espressione si difenda con la lotta, come quando si bruciano le sue foto) sono obbligate a subire il processo per ingiurie alla corona.
O potremmo ragionare sul perché la sua popolarità sia al minimo storico, dopo che il 3 ottobre 2017, quando il popolo catalano lamentava le aggressioni poliziesche, lei apparse in tv per sostenere la repressione e dire che l’unità della Spagna è l’unico valore che gli interessa davvero. In questo, sia lei che suo padre siete stati estremamente fedeli al dittatore che vi rimise sul trono.
Questi temi sono probabilmente quelli che la maggioranza del nostro popolo le sottoporrebbe, se ne avesse l’occasione. Tuttavia quando viene nel nostro paese, lei sceglie di circondarsi di adulatori di ogni specie, che utilizzano la sua figura come la mascotte di un regime cadente. Impresari, politici e giornalisti di corte che sono ben lontani dal rappresentare la nostra società, la quale difende invece la libertà d’espressione, i valori repubblicani e il diritto all’autodeterminazione.
Ma il protocollo del colloqui non avrebbe consentito di parlare di questi temi. E cosí invece di perdere tempo con lei abbiamo scelto di svolgere un’iniziativa battezzata con la strofa di un vecchio inno del repubblicanesimo catalano, “il popolo vuole essere re”, alla quale inviteremo i movimenti sociali e le forze di sinistra di Madrid.
Ci sembra più pertinente spiegare il nostro punto di vista davanti a questo publico, con il quale condividiamo la solidarietà internazionalista, quella sociale e morale, piuttosto che davanti a una persona rifiutata dal nostro popolo, come dimostrano i fischi che ricevette quando sfilò al Passeig de Gràcia di Barcelona in seguito agli attentati dell’agosto 2017 e come accade ogni volta che mette piede nel nostro paese.
Visca i Països Catalans!
Indipendenza e Repubblica!
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16/10/2019
Seconda giornata di mobilitazione in Catalunya
Al termine di un’altra lunga giornata caratterizzata da manifestazioni, blocchi stradali e azioni rapide e ripetute, guidate soprattutto dai CDR e diffuse in tutto il paese, ieri si sono verificati scontri a Barcelona, Girona, Lleida e Tarragona, praticamente in contemporanea.
A Barcelona gli incidenti sono cominciati al termine della concentrazione convocata davanti alla delegazione del governo: la Policia Nacional ha sparato pallottole di gomma al Passeig de Gràcia mentre i manifestanti (intorno ai 40.000 secondo la stima della Guadia Urbana) hanno incendiato numerosi cassonetti nel tentativo di rendere difficile i movimenti delle forze dell’ordine, con le quali hanno a lungo giocato al gatto e al topo.
L’azione dei Mossos e della polizia spagnola è destinata a far crescere il bilancio dei feriti, il più grave dei quali è un giovane a cui una pallottola di gomma ha fatto saltare un occhio lunedì, nel corso dell’occupazione dell’aeroporto di Barcelona. Sebbene la Camera catalana abbia vietato l’uso di questo tipo di proiettili, la proibizione non si applica alla polizia spagnola. Fatta la legge trovato l’inganno: i Mossos d’Esquadra infatti sono dotati di proiettili di poliuretano simili ad una palla di golf, per i quali non esiste alcun divieto.
E l’azione dei Mossos, soprattutto all’aeroporto del Prat, ha aperto una forte contraddizione nel governo catalano, che da un lato pretende di sostenere le mobilitazioni mentre dall’altro invia la polizia a reprimerle. Per questo la CUP ha già chiesto le dimissioni del responsabile catalano dell’ordine pubblico, oltre naturalmente a quelle del ministro degli interni spagnolo, il socialista Grande-Marlaska.
La tenaglia dei CDR e della sinistra anticapitalista cerca così di mettere all’angolo il settore moderato del movimento, che è tutt’altro che vinto. Joan Tardà infatti, cervello della direzione di ERC, ha dichiarato dopo le cariche di ieri sera che non c’è niente di peggio per l’indipendentismo che l’azione violenta di alcune minoranze e l’operato senza controllo della polizia: una dichiarazione che apre la strada alla distinzione tra indipendentisti buoni e cattivi.
Dal canto suo il governo spagnolo ha emesso un comunicato nel quale sostiene che “una minoranza vuole imporre la violenza nelle piazze" e che “il movimento che ci troviamo di fronte non è pacifico, bensì coordinato da gruppi violenti”.
Se le proteste continuano con la stessa intensità degli ultimi giorni, il governo del PSOE potrebbe ricorrere a un nuovo commissariamento della Generalitat, una mossa che gli potrebbe far guadagnare consensi a ridosso delle elezioni spagnole del 10 novembre e che sarebbe appoggiata anche da PP, Ciudadanos e Vox. Il partito neofranchista, che fa dell’anticatalanismo un autentico pilastro, ha persino proposto di inserire i CDR nella lista delle organizzazioni terroriste internazionali.
Ma i protagonisti della violenza sembrano per ora le forze di polizia, almeno a giudicare dai dati di Alerta Solidaria: secondo l’organizzazione contro la repressione, i manifestanti feriti soltanto ieri ammontano a circa un centinaio. Tra questi un minorenne colpito alla fronte, a tre dita dall’occhio, centrato da un proiettile di poliuretano sparatogli dai Mossos a Girona. Qui il CDR ha bloccato l’autostrada Ap7 per quasi tutto il pomeriggio e ricompattatosi dopo la carica dei Mossos e della Policia Nacional, si è diretto in corteo fino alla prefettura, a ridosso del centro storico, dove sono scoppiati gli incidenti.
All’insegna della parola d’ordine “liberi o ingovernabili”, il movimento indipendentista prevede anche oggi numerose mobilitazioni, nell’intento di consumare la resistenza dello stato spagnolo contando sulla forza e l’inventiva dell’autorganizzazione popolare. Le prossime settimane si incaricheranno di smentire o confermare l’autunno caldo catalano. A favore dell’indipendentismo gioca la determinazione della popolazione; a favore dello stato spagnolo, le istituzioni politiche ed economiche nazionali, il sostegno della Unione Europea e quello degli USA, uniti nel lasciare mano libera al PP come al PSOE nella gestione dell’”affare interno” catalano.
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15/10/2019
Tra repressione e “seconda transizione”, si riaccende la protesta in Catalunya
La sentenza contro i prigionieri catalani responsabili dell’organizzazione del referendum del primo ottobre ha generato una vera e propria ondata di proteste che ieri si sono diffuse a macchia d’olio in tutto il paese. L'immagine della Catalunya ricondotta all’ordine e alla ragionevolezza dalla decisa azione repressiva del governo provvisorio del PSOE, è andata in frantumi nelle scorse 24 ore.
Di fatto la condanna pronunciata dal Tribunale Supremo ha riavvicinato nelle piazze i differenti settori dell’indipendentismo, da mesi attestati su posizioni differenti: da un lato ERC e i moderati del movimento, impegnati ad allargare la propria base di consenso, dall’altro la CUP attestata sulla linea della disobbedienza e della rottura con la Spagna e l’UE. Ieri le differenze sono state momentaneamente oscurate dalle piazze, che hanno riportato alla ribalta l’autorganizzazione popolare e il conflitto.
Se è vero che molte delle proteste sono state spontanee, è da sottolineare la capacità di mobilitazione dei CDR, che sembrano essere passati indenni dalla repressione e dalla campagna di criminalizzazione con la quale l’unionismo spagnolo ha cercato invano di dipingerli come terroristi.
Anche la campagna Tsunami Democratico, apparsa in rete qualche settimana fa e sostenuta da tutto lo schieramento indipendentista, ha contribuito alla riuscita delle azioni della giornata. Appena diffusa la notizia delle dure condanne, i primi a reagire sono stati gli studenti che si sono immediatamente riversati in strada: a Barcellona come a Girona, durante tutto il giorno si sono susseguiti numerosi blocchi stradali (alla Diagonal e sull’autostrada).
Le linee ferroviarie regionali e quelle dell’alta velocità sono state occupate in differenti momenti nel corso della mattina, fatto che ha reso più difficile il lavoro della polizia, impegnata contemporaneamente su differenti fronti.
Ma gli eventi hanno preso una piega insperata nel primo pomeriggio, quando si è diffuso l’appello a dirigersi verso l'aeroporto di Barcellona, raggiunto da migliaia di manifestanti in metro, in treno e perfino a piedi in colonne improvvisate che hanno reso ancora più incontrollabile la manifestazione. La colonna di gente ha invaso il terminal 1 e provocato la cancellazione di almeno un centinaio di voli.
L’assedio all’aeroporto ha infatti collassato il traffico e impedito a molti piloti di arrivare a destinazione. I Mossos d’Esquadra e la Policia Nacional hanno ripetutamente caricato i manifestanti, sparando anche proiettili di gomma. Solo dopo le dieci di sera la manifestazione ha cominciato a ripiegare, arretrando sull’autostrada (ulteriormente bloccata) davanti allo schieramento delle forze di polizia.
Secondo l’organizzazione per la difesa legale e contro la repressione Alerta Solidaria, sia i Mossos che la Policia Nacional hanno sparato senza rispettare la distanza e l’angolo prescritti per l’uso delle pallottole di gomma. I feriti tra i manifestanti sarebbero circa una cinquantina.
Contemporaneamente a Barcellona migliaia di persone si sono dirette alla via Laietana, dove davanti alla prefettura si sono susseguite diverse cariche della Policia Nacional, che non è riuscita a disperdere i manifestanti, ancora in piazza attorno alle 23. Scontri si sono verificati anche a Lleida, mentre a Girona, Reus, Manresa, Terrassa, Tortosa, Tarragona, Vic e davanti alla prigione di Lledoners si sono svolte manifestazioni assai partecipate.
[VÍDEO] Un grup de manifestants fa retrocedir la policia a la zona del Palau de la Música https://t.co/VmSuqq7XlN pic.twitter.com/e6OnDweC1gNelle intenzioni del movimento indipendentista, la sentenza ha dato l’avvio a una nuova stagione di lotta che, abbandonate le illusioni in una spallata risolutiva al regime del ’78, si prevede lunga e complicata. Se l’obbiettivo dichiarato di ERC è costringere il governo spagnolo alla trattativa, la CUP annuncia di voler intensificare la battaglia ideologica e denuncia le tentazioni dell’indipendentismo moderato e retorico di utilizzare la mobilitazione per avviare una trattativa al ribasso con lo Stato, rendere impraticabile qualsiasi progetto di rottura e chiudere così il cerchio di una ipotetica “seconda transizione”.
— VilaWeb (@VilaWeb) October 14, 2019
Contro questo scenario, la CUP ribadisce la centralità del diritto all’autodeterminazione e mette in discussione il potere economico e finanziario che domina le istituzioni statali e l’UE.
Pur esprimendo il loro disaccordo con la sentenza, i sindacati maggioritari non hanno aderito allo sciopero generale convocato dalla Intersindical CSC per venerdì, giornata nella quale è prevista una grande manifestazione a Barcellona.
Lo sciopero rivendica la deroga della riforma del lavoro, approvata dal PP e mai messa in questione dal PSOE, l’aumento del salario minimo e l’uguaglianza di genere ma a nessuno sfugge la coincidenza con le proteste contro la condanna pronunciata dai giudici di Madrid. E infatti Òmnium Cultural e l’ANC hanno organizzato cinque marce che da differenti città catalane (Girona, Berga, Vic, Tarragona e Tàrrega) dovrebbero raggiungere Barcellona proprio tra mercoledì e venerdì, per saldarsi con lo sciopero generale.
Nonostante la diffusione della protesta, il nazionalismo spagnolo rifiuta di riconoscerne la legittimità, mantenendosi arroccato sulla linea della repressione (dalle invocazioni di un nuovo commissariamento della Generalitat fino all’applicazione della legge per la sicurezza nazionale). Un atteggiamento che, se può indubbiamente assicurare dei risultati nel breve periodo, sembra rafforzare la maggioranza indipendentista nella società catalana.
Una raccolta di foto e video delle manifestazioni della giornata si trovano alla pagina: https://www.vilaweb.cat/noticies/en-directe-resposta-sentencia-contra-proces/
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30/05/2019
Le elezioni in Catalogna. Alta affluenza, crescono gli indipendentisti
Nel dibattito catalano sul voto europeo, la critica all’austerità imposta da popolari e socialisti alle masse del continente, così come il dibattito sulla quantomeno discutible natura democratica delle istituzioni dell’Unione, sono stati quasi del tutto assenti.
Il silenzio su questi temi si deve in parte al fatto che la CUP non ha partecipato alle elezioni, considerando impossibile riformare dall’interno l’UE; in parte al fatto che i partiti unionisti hanno cavalcato il tema della difesa degli interessi spagnoli in Europa, in chiave anti-secessionista, mentre ERC e Lliures per Europa (la lista di Puigdemont) hanno dipinto la tribuna di Bruxelles come lo scenario sul quale recuperare l’iniziativa perduta in casa. Il voto europeo è stato cosí interpretato in chiave prevalentemente nazionale, anche per la coincidenza con il voto amministrativo, fattore che ha anch’esso contribuito alla crescita della partecipazione (a Catalunya si è passati dal 47% del 2014 all’attuale 64% per quanto riguarda le europee e dal 58% del 2015 all’odierno 64% per le amministrative).
Il dato più evidente che sembra emergere dalla complessa tornata elettorale del 26 maggio è che l’elettorato catalano ha ribadito la maggioranza indipendentista: per quanto riguarda le europee, la lista di Carles Puigdemont è stata la più votata a Catalunya (28%); in seconda posizione si è piazzato il PSOE (22%), tallonato da ERC (21%). Il successo di Puigdemont apre uno scenario che gli avvocati dell’ex presidente della Generalitat studiano da tempo: approfittare dei tribunali europei, che finora hanno lasciato in libertà gli esiliati catalani in Belgio, Germania e Inghilterra, per piazzare Puigdemont nel parlamento di Bruxelles e aprire finalmente una via politica per rispondere alla domanda di cambiamento proveniente dalla Catalunya. Come è scontato, il governo spagnolo si opporrà all’insediamento di Puigdemont nell’eurocamera, aprendo un conflitto che dovrà essere risolto da un giudice europeo. Vedremo se saranno i tribunali dell’Unione a spazzare via definitivamente la fiducia di alcuni settori del movimento indipendentista nelle istituzioni europee; o se invece gli stessi tribunali continueranno ad alimentare le speranze nella nascita del nuovo stato catalano sotto l’egida europea, scelta che darebbe fiato alla direzione moderata del movimento indipendentista.
La mossa dell’ex presidente catalano sembra assai complicata, dato che la soluzione meramente repressiva sulla quale si è attestata la Spagna è chiaramente sostenuta dagli alleati europei. Certo è che l’elezione di Puigdemont nel parlamento dell’Unione rappresenta un ulteriore passo nel percorso di un politico che, come è stato detto efficacemente, “è militante del PDCaT, pensa come uno di Esquerra e agisce come uno della CUP”. E forse proprio questo pragmatismo, capace anche di gesti in certa misura radicali, gli ha reso possibile intercettare alle europee parte dell’elettorato di ERC, intenzionato a inviare al cuore dell’UE la faccia più nota del referendum del primo ottobre. Così rispetto alle europee del 2014, il confronto tra la lista attuale di Puigdemont e il partito al quale apparteneva all’epoca (Convergència i Unió) ci consegna una crescita di sette punti percentuali. ERC retrocede invece di due punti ma la somma del voto indipendentista supera il 49% e si attesta a sole tre decime dalla maggioranza assoluta.
Il voto catalano alle europee ha anche segnato un indubbio risultato positivo per il PSOE, che si pone alla testa dello schieramento unionista, risalendo ben otto punti percentuali rispetto al 2014. Su questo versante prosegue la lotta per l’egemonia: la frenata di Ciutadans, sceso dal 21% all’8%, non beneficia il PP, a sua volta passato dal 9% al 5%. E così tra i due litiganti il terzo gode. I poteri forti hanno trovato nel PSOE la migliore garanzia di governabilità: quella offerta da un partito che oltre a non spaventare la borghesia, garantisce la cooptazione nel progetto unionista di segno liberale anche di una parte consistente delle classi popolari catalane.
Per altri versi la sinistra di ascendenza statale, rappresentata da Catalunya en Comú – Podemos, non sembra aver convinto l’elettorato, se è vero che nel 2014 gli ex indignati e Esquerra Unida sommavano il 15% del voto catalano alle europee mentre oggi ne rappresentano solo l’8,5%. Catalunya en Comú – Podemos ha mantenuto il proprio equilibrismo tra indipendentisti e unionisti, senza assumere nel proprio discorso l’esercizio del diritto all’autodeterminazione, scelta che non ha pagato né alle elezioni generali di aprile né alle europee.
Per quel che riguarda invece le elezioni municipali, l’indipendentismo riconferma le proprie posizioni, anche se in questo caso è ERC ad affermarsi come primo partito con il 23%, seguita dal PSC con il 21% e dal partito di Puigdemont con il 15%. Il successo di Esquerra sul terreno municipale conferma l’ottimo risultato delle elezioni statali di aprile ed evidenzia che la lotta per l’egemonia all’interno del movimento indipendentista è tutt’altro che chiusa. Il dato che fa notizia è la vittoria del candidato di ERC a Barcelona: Ernest Maragall, politico di lunga data, ex socialista passato alle fila repubblicane quando il PSC ha abbandonato il diritto all’autodeterminazione, ha spodestato Ada Colau. La vittoria è emblematica: Barcelona, che non aveva aderito all’Associazione dei Municipi per l’Indipendenza, si scopre a maggioranza indipendentista. Il risultato della Colau però non è affatto disprezzabile, così come quello del PSC, entrambi finiti a ruota di ERC, tanto da complicare assai lo scenario per il nuovo sindaco della città, probabilmente costretto a governare in minoranza, data l’impossibilità di raggiungere un patto tra forze che incrociano il proprio veto. Il risultao di Manuel Valls, appoggiato da Ciutadans e accreditatosi come il rappresentante ideale dell’unionismo liberale è deludente: improvvisamente paracadutato dalla Francia, l’ex ministro socialista ha fallito clamorosamente l’obbiettivo. Ancora più esiguo il risultato del PP, che però conserva due consiglieri. Molto deludente il risultato della CUP, che perde i due consiglieri che aveva e rimane fuori dal consiglio comunale di Barcelona.
A Girona si conferma il partito di Puigdemont, già sindaco della città, mentre la seconda forza è rappresentata dalla candidatura costruita dalla CUP assieme ai movimenti sociali; terza forza il PSC seguito da ERC e Ciutadans, mentre il PP rimane fuori dal consiglio. A Lleida ERC strappa il comune al PSC, che invece si afferma a Tarragona. In tutta Catalunya, il PP ottiene un solo sindaco, mentre il popolare Xavier Albiol si afferma a Badalona presentandosi senza l’ingombrante sigla del partito. Ciutadans conferma il dato delle precedenti municipali, rimanendo senza alcun sindaco. Non è il caso della CUP, che elegge il primo cittadino in numerosi centri minori, dove ottiene percentuali lusinghiere, come nel caso di Berga, dove la candidatura della sinistra anticapitalista e independentista ottiene un lusinghiero 40,75%.
Se si prendono in considerazione i regidors eletti, ossia i membri dei consigli comunali, la CUP ne ha totalizzati ben 335 su tutto il territorio catalano, quarta forza preceduta dal PSC con 1.315 eletti, Junts per Catalunya con 2.798 e ERC con 3.107. Peggiori i risultati di En Comú – Podemos, con 258 regidors, Ciutadans con 244 e il PP con 67 eletti.
Fonte
Il silenzio su questi temi si deve in parte al fatto che la CUP non ha partecipato alle elezioni, considerando impossibile riformare dall’interno l’UE; in parte al fatto che i partiti unionisti hanno cavalcato il tema della difesa degli interessi spagnoli in Europa, in chiave anti-secessionista, mentre ERC e Lliures per Europa (la lista di Puigdemont) hanno dipinto la tribuna di Bruxelles come lo scenario sul quale recuperare l’iniziativa perduta in casa. Il voto europeo è stato cosí interpretato in chiave prevalentemente nazionale, anche per la coincidenza con il voto amministrativo, fattore che ha anch’esso contribuito alla crescita della partecipazione (a Catalunya si è passati dal 47% del 2014 all’attuale 64% per quanto riguarda le europee e dal 58% del 2015 all’odierno 64% per le amministrative).
Il dato più evidente che sembra emergere dalla complessa tornata elettorale del 26 maggio è che l’elettorato catalano ha ribadito la maggioranza indipendentista: per quanto riguarda le europee, la lista di Carles Puigdemont è stata la più votata a Catalunya (28%); in seconda posizione si è piazzato il PSOE (22%), tallonato da ERC (21%). Il successo di Puigdemont apre uno scenario che gli avvocati dell’ex presidente della Generalitat studiano da tempo: approfittare dei tribunali europei, che finora hanno lasciato in libertà gli esiliati catalani in Belgio, Germania e Inghilterra, per piazzare Puigdemont nel parlamento di Bruxelles e aprire finalmente una via politica per rispondere alla domanda di cambiamento proveniente dalla Catalunya. Come è scontato, il governo spagnolo si opporrà all’insediamento di Puigdemont nell’eurocamera, aprendo un conflitto che dovrà essere risolto da un giudice europeo. Vedremo se saranno i tribunali dell’Unione a spazzare via definitivamente la fiducia di alcuni settori del movimento indipendentista nelle istituzioni europee; o se invece gli stessi tribunali continueranno ad alimentare le speranze nella nascita del nuovo stato catalano sotto l’egida europea, scelta che darebbe fiato alla direzione moderata del movimento indipendentista.
La mossa dell’ex presidente catalano sembra assai complicata, dato che la soluzione meramente repressiva sulla quale si è attestata la Spagna è chiaramente sostenuta dagli alleati europei. Certo è che l’elezione di Puigdemont nel parlamento dell’Unione rappresenta un ulteriore passo nel percorso di un politico che, come è stato detto efficacemente, “è militante del PDCaT, pensa come uno di Esquerra e agisce come uno della CUP”. E forse proprio questo pragmatismo, capace anche di gesti in certa misura radicali, gli ha reso possibile intercettare alle europee parte dell’elettorato di ERC, intenzionato a inviare al cuore dell’UE la faccia più nota del referendum del primo ottobre. Così rispetto alle europee del 2014, il confronto tra la lista attuale di Puigdemont e il partito al quale apparteneva all’epoca (Convergència i Unió) ci consegna una crescita di sette punti percentuali. ERC retrocede invece di due punti ma la somma del voto indipendentista supera il 49% e si attesta a sole tre decime dalla maggioranza assoluta.
Il voto catalano alle europee ha anche segnato un indubbio risultato positivo per il PSOE, che si pone alla testa dello schieramento unionista, risalendo ben otto punti percentuali rispetto al 2014. Su questo versante prosegue la lotta per l’egemonia: la frenata di Ciutadans, sceso dal 21% all’8%, non beneficia il PP, a sua volta passato dal 9% al 5%. E così tra i due litiganti il terzo gode. I poteri forti hanno trovato nel PSOE la migliore garanzia di governabilità: quella offerta da un partito che oltre a non spaventare la borghesia, garantisce la cooptazione nel progetto unionista di segno liberale anche di una parte consistente delle classi popolari catalane.
Per altri versi la sinistra di ascendenza statale, rappresentata da Catalunya en Comú – Podemos, non sembra aver convinto l’elettorato, se è vero che nel 2014 gli ex indignati e Esquerra Unida sommavano il 15% del voto catalano alle europee mentre oggi ne rappresentano solo l’8,5%. Catalunya en Comú – Podemos ha mantenuto il proprio equilibrismo tra indipendentisti e unionisti, senza assumere nel proprio discorso l’esercizio del diritto all’autodeterminazione, scelta che non ha pagato né alle elezioni generali di aprile né alle europee.
Per quel che riguarda invece le elezioni municipali, l’indipendentismo riconferma le proprie posizioni, anche se in questo caso è ERC ad affermarsi come primo partito con il 23%, seguita dal PSC con il 21% e dal partito di Puigdemont con il 15%. Il successo di Esquerra sul terreno municipale conferma l’ottimo risultato delle elezioni statali di aprile ed evidenzia che la lotta per l’egemonia all’interno del movimento indipendentista è tutt’altro che chiusa. Il dato che fa notizia è la vittoria del candidato di ERC a Barcelona: Ernest Maragall, politico di lunga data, ex socialista passato alle fila repubblicane quando il PSC ha abbandonato il diritto all’autodeterminazione, ha spodestato Ada Colau. La vittoria è emblematica: Barcelona, che non aveva aderito all’Associazione dei Municipi per l’Indipendenza, si scopre a maggioranza indipendentista. Il risultato della Colau però non è affatto disprezzabile, così come quello del PSC, entrambi finiti a ruota di ERC, tanto da complicare assai lo scenario per il nuovo sindaco della città, probabilmente costretto a governare in minoranza, data l’impossibilità di raggiungere un patto tra forze che incrociano il proprio veto. Il risultao di Manuel Valls, appoggiato da Ciutadans e accreditatosi come il rappresentante ideale dell’unionismo liberale è deludente: improvvisamente paracadutato dalla Francia, l’ex ministro socialista ha fallito clamorosamente l’obbiettivo. Ancora più esiguo il risultato del PP, che però conserva due consiglieri. Molto deludente il risultato della CUP, che perde i due consiglieri che aveva e rimane fuori dal consiglio comunale di Barcelona.
A Girona si conferma il partito di Puigdemont, già sindaco della città, mentre la seconda forza è rappresentata dalla candidatura costruita dalla CUP assieme ai movimenti sociali; terza forza il PSC seguito da ERC e Ciutadans, mentre il PP rimane fuori dal consiglio. A Lleida ERC strappa il comune al PSC, che invece si afferma a Tarragona. In tutta Catalunya, il PP ottiene un solo sindaco, mentre il popolare Xavier Albiol si afferma a Badalona presentandosi senza l’ingombrante sigla del partito. Ciutadans conferma il dato delle precedenti municipali, rimanendo senza alcun sindaco. Non è il caso della CUP, che elegge il primo cittadino in numerosi centri minori, dove ottiene percentuali lusinghiere, come nel caso di Berga, dove la candidatura della sinistra anticapitalista e independentista ottiene un lusinghiero 40,75%.
Se si prendono in considerazione i regidors eletti, ossia i membri dei consigli comunali, la CUP ne ha totalizzati ben 335 su tutto il territorio catalano, quarta forza preceduta dal PSC con 1.315 eletti, Junts per Catalunya con 2.798 e ERC con 3.107. Peggiori i risultati di En Comú – Podemos, con 258 regidors, Ciutadans con 244 e il PP con 67 eletti.
Fonte
24/03/2018
Nuova ondata di arresti, Madrid decapita l’indipendentismo catalano
Dopo aver rinviato a giudizio decine di ex ministri, deputati e dirigenti indipendentisti del PDeCAT, di ERC e della CUP, il giudice del Tribunale Supremo Pablo Llarena ha ordinato ieri pomeriggio l’arresto per il candidato President della Generalit Jordi Turull, per l’ex presidente del Parlament Carme Forcadell, per l’ex eurodeputato Raül Romeva, per Dolors Bassa e per Josep Rull, accogliendo la richiesta del Procuratore generale dello Stato e del partito fascista Vox (costituitosi parte civile).
Tutti gli arrestati sono accusati di ribellione, per aver organizzato il referendum del 1 ottobre, e quattro di loro anche di malversazione per aver finanziato la consultazione proibita con fondi pubblici. Rischiano tutti una condanna fino a 30 anni di carcere, nonostante gli imputati siano inquisiti per comportamenti politici e di natura pacifica ma in applicazione di un capo d’accusa che parla esplicitamente di ‘ribellione violenta’ nei confronti dello Stato.
I nuovi arresti hanno decapitato i partiti indipendentisti e hanno fortemente alterato la composizione di un Parlament eletto, il 21 dicembre scorso, già sotto ricatto e sotto minaccia. Non solo due parlamentari – uno è l’ex President Carles Puigdemont – si trovano in esilio all’estero e non potranno essere presenti alla prevista seduta d’investitura del nuovo President (nel frattempo finito in carcere preventivo), ma ora anche altri deputati della maggioranza sovranista uscita dalle urne sono stati arrestati.
Sempre ieri sera il giudice Llarena ha firmato un nuovo euro-ordine di arresto contro l’ex-presidente catalano Carles Puigdemont e contro i 4 ex-ministri in esilio con lui a Bruxelles e ha spiccato un mandato internazionale di arresto contro la leader di ERC Marta Rovira che ieri aveva annunciato con una lettera di aver scelto l’esilio e di trovarsi in Svizzera dove si è rifugiata già da alcune settimane l’ex portavoce e deputata della Cup, Anna Gabriel, anche lei rinviata a giudizio ieri dal Tribunale Supremo.
Immediata è scattata la protesta indetta dall’associazionismo indipendentista trasversale e dai Comitati di Difesa della Repubblica.
Alle 19 i manifestanti hanno bloccato la Avinguda Diagonal di Barcellona. Un’ora più tardi diecimila persone si sono concentrate in Placa de Catalunya rispondendo all’appello di Omnium Cultural e dell’Assemblea Nacional Catalana.
Contemporaneamente altre migliaia di persone sono scese in piazza a poca distanza, rispondendo invece all’appello dei CDR (Comitati di Difesa della Repubblica) e della sinistra anticapitalista che oltre a denunciare la repressione spagnola criticano l’atteggiamento remissivo di PDeCAT ed ERC e la loro volontà di costituire un governo autonomista invece di implementare la Repubblica dichiarata simbolicamente il 27 ottobre. I Mossos d’Esquadra, la polizia autonoma in assetto antisommossa ora direttamente agli ordini di Madrid, ha operato varie cariche terminate con 35 feriti, 15 dei quali hanno dovuto far ricorso alle strutture sanitarie. Ai poliziotti i manifestanti hanno gridato, invocando la convocazione dello sciopero generale: “non vi meritate la bandiera catalana che portate”, “fuori le forze di occupazione” e “nessun passo indietro”.
Manifestazioni contro gli arresti sono state realizzate ieri sera in altre città catalane, la più numerosa a Vic. A Tarragona i militanti dei CDR hanno bloccato i binari ferroviari e l’autostrada reclamando la liberazione dei prigionieri politici. Altrettanto è avvenuto nei pressi della frontiera con la Francia a Puigcerdà. Nuove e più massicce manifestazioni popolari sono state già convocate nella giornata di oggi.
Ieri mattina il giudice del Tribunale Supremo spagnolo (“vicino” al Partito Popolare) aveva deciso di rimandare a giudizio, con l’accusa di ribellione, tredici tra dirigenti e deputati indipendentisti. Tra questi l’ex president Carles Puigdemont (in esilio in Belgio), l’ex vice presidente Oriol Junqueras (già in carcere), sette ex consellers del governo catalano (Joaquim Forn, Jordi Turull, Raül Romeva, Clara Ponsati – in esilio a Londra – Josep Rull, Toni Comín – in esilio in Belgio – e Dolors Bassa), l’ex presidente del Parlament Carme Forcadell, l’ex presidente dell’Anc Jordi Sànchez (già in carcere), quello di Òmnium cultural Jordi Cuixart (anche lui già in carcere da mesi) e la segretaria generale di Esquerra Republicana Marta Rovira che però non si è presentata all’udienza del Tribunale Supremo.
Altri cinque ex membri dell’ex governo catalano sono stati rinviati a giudizio per disobbedienza e malversazione di fondi pubblici insieme a cinque componenti dell’ufficio di presidenza del Parlament. Come detto, tra i rinviati a giudizio, venticinque in tutto, ci sono anche Anna Gabriel, ex deputata regionale e portavoce della Cup, e l’altra ex deputata della Cup Mireia Boya. È stata archiviata invece la causa contro l’ex segretaria generale del PDeCat, Marta Pascal, e l’ex presidente catalano Artur Mas.
Paradossalmente – ma è la storia degli ultimi anni nei rapporti tra Madrid e Barcellona – la nuova pesante offensiva giudiziaria contro i partiti e le organizzazioni sovraniste catalane da parte della magistratura spagnola è scattata nonostante il consistente passo indietro dei partiti maggioritari dello schieramento catalanista.
Giovedì infatti la sinistra indipendentista non ha votato a favore dell’elezione di Jordi Turull a President, dopo le rinunce prima di Puigdemont e poi di Jordi Sanchez dovute non solo all’intransigenza di Madrid ma anche alle schermaglie e alla competizione tra PDeCAT ed ERC. La Cup, ha spiegato, non vuole sommare i suoi voti a quelli di una maggioranza che ha tradito lo spirito disobbediente e di rottura manifestato il 1 ottobre da milioni di persone e che ora pretenderebbe di governare all’insegna di un impossibile ritorno all’autonomismo. “Sovranità, unilateralità e disobbedienza sono l’unica maniera reale di fare Repubblica” ha detto il capogruppo della Cup, Carles Riera, annunciando il ritorno all’opposizione della sinistra anticapitalista. “Diamo per concluso il procés e le alleanze formate durante il procés. Passiamo all’opposizione nelle strade e nelle istituzioni, combattendo lo Stato e l’autonomismo” ha detto il dirigente indipendentista, che ha reclamato “un processo costituente dal basso, appoggiato dalle istituzioni, per costruire la Repubblica dalle piazze. La gente che ha partecipato al referendum del 1 ottobre non si merita i vostri passi indietro”. “E’ nelle piazze che bisogna radicare l’unità del sovranismo” ha concluso Riera, invitando PDeCAT ed ERC a mettere da parte “gli interessi di partito, le poltrone e gli uffici” per dedicarsi agli “interessi del paese e delle classi popolari”.
Nel suo intervento, il candidato President Jordi Turull aveva accuratamente evitato di nominare la Repubblica Catalana, di rivendicare il referendum del 1 ottobre e di annunciare l’inizio della pur prevista fase costituente che si sarebbe dovuta aprire in seguito alla rottura con lo Stato Spagnolo.
Per evitare il mantenimento da parte di Madrid del commissariamento delle istituzioni catalane, avevano spiegato PDeCAT ed ERC. Ma lo Stato Spagnolo non sembra essersi accorto del passo indietro dei sovranisti ed ha risposto con una nuova ondata di arresti.
Intanto il 20 marzo, la stragrande maggioranza dei deputati del Congresso di Madrid ha respinto la proposta di legge presentata da ERC – Sinistra Repubblicana della Catalogna – che mirava a rendere punibili i responsabili dei crimini commessi dai franchisti durante il regime, ai quali invece la Ley de Amnistia varata nel 1977 concede la totale immunità, rendendo impossibile per i parenti delle vittime della repressione fascista intentare causa contro aguzzini e torturatori, molti dei quali sono stati promossi nel frattempo ai massimi gradi della gerarchia militare o amministrativa.
Contro la modifica proposta dai repubblicani catalani non hanno votato compattamente solo il Partito Popolare e l’altro partito di destra Ciudadanos, ma anche i deputati del Partito Socialista Operaio Spagnolo di Pedro Sanchez.
A dimostrazione che il problema non è la ‘destra’ di Rajoy, ma un regime che comprende i tre pilastri politici di un paese che da quarant’anni preserva i privilegi di una oligarchia passata indenne dal cambio di regime.
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Tutti gli arrestati sono accusati di ribellione, per aver organizzato il referendum del 1 ottobre, e quattro di loro anche di malversazione per aver finanziato la consultazione proibita con fondi pubblici. Rischiano tutti una condanna fino a 30 anni di carcere, nonostante gli imputati siano inquisiti per comportamenti politici e di natura pacifica ma in applicazione di un capo d’accusa che parla esplicitamente di ‘ribellione violenta’ nei confronti dello Stato.
I nuovi arresti hanno decapitato i partiti indipendentisti e hanno fortemente alterato la composizione di un Parlament eletto, il 21 dicembre scorso, già sotto ricatto e sotto minaccia. Non solo due parlamentari – uno è l’ex President Carles Puigdemont – si trovano in esilio all’estero e non potranno essere presenti alla prevista seduta d’investitura del nuovo President (nel frattempo finito in carcere preventivo), ma ora anche altri deputati della maggioranza sovranista uscita dalle urne sono stati arrestati.
Sempre ieri sera il giudice Llarena ha firmato un nuovo euro-ordine di arresto contro l’ex-presidente catalano Carles Puigdemont e contro i 4 ex-ministri in esilio con lui a Bruxelles e ha spiccato un mandato internazionale di arresto contro la leader di ERC Marta Rovira che ieri aveva annunciato con una lettera di aver scelto l’esilio e di trovarsi in Svizzera dove si è rifugiata già da alcune settimane l’ex portavoce e deputata della Cup, Anna Gabriel, anche lei rinviata a giudizio ieri dal Tribunale Supremo.
Immediata è scattata la protesta indetta dall’associazionismo indipendentista trasversale e dai Comitati di Difesa della Repubblica.
Alle 19 i manifestanti hanno bloccato la Avinguda Diagonal di Barcellona. Un’ora più tardi diecimila persone si sono concentrate in Placa de Catalunya rispondendo all’appello di Omnium Cultural e dell’Assemblea Nacional Catalana.
Contemporaneamente altre migliaia di persone sono scese in piazza a poca distanza, rispondendo invece all’appello dei CDR (Comitati di Difesa della Repubblica) e della sinistra anticapitalista che oltre a denunciare la repressione spagnola criticano l’atteggiamento remissivo di PDeCAT ed ERC e la loro volontà di costituire un governo autonomista invece di implementare la Repubblica dichiarata simbolicamente il 27 ottobre. I Mossos d’Esquadra, la polizia autonoma in assetto antisommossa ora direttamente agli ordini di Madrid, ha operato varie cariche terminate con 35 feriti, 15 dei quali hanno dovuto far ricorso alle strutture sanitarie. Ai poliziotti i manifestanti hanno gridato, invocando la convocazione dello sciopero generale: “non vi meritate la bandiera catalana che portate”, “fuori le forze di occupazione” e “nessun passo indietro”.
Manifestazioni contro gli arresti sono state realizzate ieri sera in altre città catalane, la più numerosa a Vic. A Tarragona i militanti dei CDR hanno bloccato i binari ferroviari e l’autostrada reclamando la liberazione dei prigionieri politici. Altrettanto è avvenuto nei pressi della frontiera con la Francia a Puigcerdà. Nuove e più massicce manifestazioni popolari sono state già convocate nella giornata di oggi.
Ieri mattina il giudice del Tribunale Supremo spagnolo (“vicino” al Partito Popolare) aveva deciso di rimandare a giudizio, con l’accusa di ribellione, tredici tra dirigenti e deputati indipendentisti. Tra questi l’ex president Carles Puigdemont (in esilio in Belgio), l’ex vice presidente Oriol Junqueras (già in carcere), sette ex consellers del governo catalano (Joaquim Forn, Jordi Turull, Raül Romeva, Clara Ponsati – in esilio a Londra – Josep Rull, Toni Comín – in esilio in Belgio – e Dolors Bassa), l’ex presidente del Parlament Carme Forcadell, l’ex presidente dell’Anc Jordi Sànchez (già in carcere), quello di Òmnium cultural Jordi Cuixart (anche lui già in carcere da mesi) e la segretaria generale di Esquerra Republicana Marta Rovira che però non si è presentata all’udienza del Tribunale Supremo.
Altri cinque ex membri dell’ex governo catalano sono stati rinviati a giudizio per disobbedienza e malversazione di fondi pubblici insieme a cinque componenti dell’ufficio di presidenza del Parlament. Come detto, tra i rinviati a giudizio, venticinque in tutto, ci sono anche Anna Gabriel, ex deputata regionale e portavoce della Cup, e l’altra ex deputata della Cup Mireia Boya. È stata archiviata invece la causa contro l’ex segretaria generale del PDeCat, Marta Pascal, e l’ex presidente catalano Artur Mas.
Paradossalmente – ma è la storia degli ultimi anni nei rapporti tra Madrid e Barcellona – la nuova pesante offensiva giudiziaria contro i partiti e le organizzazioni sovraniste catalane da parte della magistratura spagnola è scattata nonostante il consistente passo indietro dei partiti maggioritari dello schieramento catalanista.
Giovedì infatti la sinistra indipendentista non ha votato a favore dell’elezione di Jordi Turull a President, dopo le rinunce prima di Puigdemont e poi di Jordi Sanchez dovute non solo all’intransigenza di Madrid ma anche alle schermaglie e alla competizione tra PDeCAT ed ERC. La Cup, ha spiegato, non vuole sommare i suoi voti a quelli di una maggioranza che ha tradito lo spirito disobbediente e di rottura manifestato il 1 ottobre da milioni di persone e che ora pretenderebbe di governare all’insegna di un impossibile ritorno all’autonomismo. “Sovranità, unilateralità e disobbedienza sono l’unica maniera reale di fare Repubblica” ha detto il capogruppo della Cup, Carles Riera, annunciando il ritorno all’opposizione della sinistra anticapitalista. “Diamo per concluso il procés e le alleanze formate durante il procés. Passiamo all’opposizione nelle strade e nelle istituzioni, combattendo lo Stato e l’autonomismo” ha detto il dirigente indipendentista, che ha reclamato “un processo costituente dal basso, appoggiato dalle istituzioni, per costruire la Repubblica dalle piazze. La gente che ha partecipato al referendum del 1 ottobre non si merita i vostri passi indietro”. “E’ nelle piazze che bisogna radicare l’unità del sovranismo” ha concluso Riera, invitando PDeCAT ed ERC a mettere da parte “gli interessi di partito, le poltrone e gli uffici” per dedicarsi agli “interessi del paese e delle classi popolari”.
Nel suo intervento, il candidato President Jordi Turull aveva accuratamente evitato di nominare la Repubblica Catalana, di rivendicare il referendum del 1 ottobre e di annunciare l’inizio della pur prevista fase costituente che si sarebbe dovuta aprire in seguito alla rottura con lo Stato Spagnolo.
Per evitare il mantenimento da parte di Madrid del commissariamento delle istituzioni catalane, avevano spiegato PDeCAT ed ERC. Ma lo Stato Spagnolo non sembra essersi accorto del passo indietro dei sovranisti ed ha risposto con una nuova ondata di arresti.
Intanto il 20 marzo, la stragrande maggioranza dei deputati del Congresso di Madrid ha respinto la proposta di legge presentata da ERC – Sinistra Repubblicana della Catalogna – che mirava a rendere punibili i responsabili dei crimini commessi dai franchisti durante il regime, ai quali invece la Ley de Amnistia varata nel 1977 concede la totale immunità, rendendo impossibile per i parenti delle vittime della repressione fascista intentare causa contro aguzzini e torturatori, molti dei quali sono stati promossi nel frattempo ai massimi gradi della gerarchia militare o amministrativa.
Contro la modifica proposta dai repubblicani catalani non hanno votato compattamente solo il Partito Popolare e l’altro partito di destra Ciudadanos, ma anche i deputati del Partito Socialista Operaio Spagnolo di Pedro Sanchez.
A dimostrazione che il problema non è la ‘destra’ di Rajoy, ma un regime che comprende i tre pilastri politici di un paese che da quarant’anni preserva i privilegi di una oligarchia passata indenne dal cambio di regime.
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