Le elezioni politiche anticipate in Spagna non hanno dato un esito che permetta di definire quale sarà l’esecutivo che guiderà il Paese, né se l’impasse prodotta dai risultati scaturiti delle urne costringerà a ripetere le elezioni a breve.
Un’ipotesi, questa, che i leader delle due maggiori formazioni – Sánchez del PSOE e Feijó del PP – vogliono evitare ad ogni costo.
A entrambi i poli del quadro politico iberico, da un lato quello “progressista” con il PSOE e Sumar e dall’altro quello reazionario del Partido Popular e di Vox, mancano i numeri sufficienti per governare, non avendo raggiunto la soglia dei 176 deputati eletti necessari per formare una maggioranza.
Come faceva supporre l’alto numero di voti per corrispondenza, vi è stata una partecipazione relativamente elevata al voto, con il 70,40% degli aventi diritto che si è recato alle urne od è ricorso al voto postale.
La prima formazione politica è il PP che conquista voti, sottraendoli anche a Vox, aumentando il consenso rispetto alle elezioni politiche del 2019 e confermando il dato positivo delle amministrative. Ma non ha realizzato quel risultato nelle aspettative dei leader “popolari” ed indicato da una parte consistente dei sondaggi.
Le alleanze che il Partito guidato da Feijó ha stabilito per governare in tre regioni insieme ai neo-falangisti di Vox, non li hanno premiati sul piano nazionale, così come non hanno affatto premiato i neofalangisti di Vox.
I popolari sono nuovamente la prima formazione politica, con 136 deputati contro gli 89 del 2019, ma sommati ai “soli” 33 voti di Vox possono arrivare solo a 169; cioè 8 in meno di quelli necessari, senza che ci siano state aperture di altre forze con una rappresentanza parlamentare, cioè le formazioni regionali CCa, UPN, e EAJ-PNV che comunque contano complessivamente 7 deputati.
Il PNV basco si rifiuta di “sbiancare e legittimare” Vox, ha detto il leader della formazione regionalista basca di Bizkaia, Itxaso Atutxa.
D’altro canto è la stessa Vox, secondo quanto riferisce il suo segretario generale che «non può unire il voto patriottico con un partito separatista: è impossibile».
Nel tardo pomeriggio il Presidente del PP ha affermato: «da questa mattina ho mantenuto contatti con distinte forze politiche con l’obiettivo di dare al paese un governo stabile», citando UPN, Coalición Canaria, PNV e Vox.
Feijó ha aggiunto «non possiamo permettere che gli spagnoli siano intrappolati en bloqueos, né permettere che il nostro Paese si balcanizzi».
Questa è una delle strade praticate dal Feijó, per non andare nuovamente alle elezioni.
Il “piano B” del leader del PP è fare un governo monocolore contando sull’astensione del PSOE durante la sua investitura, stabilendo 4 o 5 punti comuni: non si tratterebbe di una vera e propria coalizione, ma di una specie di ‘patto di legislatura’ dal destino piuttosto incerto.
Sarebbe un’autentica “inversione a U” per una formazione che alle politiche e alle precedenti amministrative aveva giocato la carta della “derogación del sanchismo”.
Il sanchismo è un brutto neologismo usato “a destra” per indicare l’alleanza dei socialisti con la sinistra di Unidas-Podemos ed il sostegno di alcune formazioni della “sinistra indipendentista”, soprattutto per ciò che riguarda l’implementazione di politiche sociali e diritti individuali.
Appare chiaro che un fallimento di queste ipotesi, che porterebbe ad un governo avente come asse PSOE-Sumar o al ripetersi delle elezioni, aprirebbe anche un processo di crisi all’interno del PP che potrebbe, in tendenza, costare il posto a Feijó a tutto vantaggio dell’astro nascente, Isabel Díaz Ayuso, presidenta di Madrid, o del presidente dell’Andalucía, Manuel Moreno Bonilla, l’altro “barone” di maggior peso nel Partito.
In ogni caso è un fatto che l’ipotesi politica su cui aveva scommesso la destra moderata ed estrema non si è realizzata, tra l’altro con una imprevista ma netta perdita di voti per Vox.
Per ora la tanto invocata “stabilità” sembra non passare, almeno in Spagna, attraverso il consolidamento dell’asse tra conservatori ed estrema destra.
Una destra che comunque avanza sia in percentuale di voti che di preferenze effettive: 11,2 milioni di voti, cioè 45,6%, contro 10,4 milioni del 2019, cioè il 43,1%.
Non un consenso “risicato”, quindi.
Il PSOE, nonostante tutto, avanza elettoralmente passando da 120 a 122 deputati, che sommati ai 31 di Sumar, fanno 153; comunque poco meno di quelli che avevano permesso la formazione della coalizione che ha governato fin qui il Paese.
Da notare che la coalizione Unidas-Podemos, composta dalla storica formazione della sinistra spagnola (IU) e dall’organizzazione allora guidata da Pablo Iglesias, raccolse 4 deputati in più dell’attuale Sumar, formata da ben 15 soggetti politici “a sinistra” del PSOE.
Nelle 10 Tesi scritte dall’ex leader di Podemos per il voto del 23 luglio – Diez tesi sopra el 23J – Pablo Iglesias al punto 7 è impietoso con il risultato ed il metodo di costruzione di Sumar che «perde più di 700.000 voti e perde inoltre sette deputati rispetto ai risultati dei partiti della sua coalizione nel 2019».
In effetti, vi è stato uno iato netto tra aspettative e realtà rispetto al risultato, che vede tra le tre formazioni più premiate al suo interno – con 5 deputati Podemos, Comunes catalani, e IU, – oltre a due di Más Madrid, due della valenziana Compromís e uno della Chunta aragonesista.
In caso di ripetizione delle elezioni, secondo Iglesias, Sumar non avrebbe scuse per non convocare le primarie e non potrà essere posto il veto su nessuno, come è stato fatto con alcune figure di spicco di Podemos, ad esempio Irene Montero.
In caso di formazione di un governo con un “fronte amplio” i 5 deputati di Podemos avrebbero un peso nei delicati equilibri dell’esecutivo.
L’operazione di marginalizzazione di Podemos dentro Sumar, per rendere maggiormente compatibile la creatura politica della Díaz, non ha dato i suoi risultati in termini elettorali, e sembra forte il “revanscismo” nei suoi confronti da parte dei dirigenti della formazione.
La segretaria generale della formazione, Ione Belarra, in un video-messaggio per la stampa, si è dimostrata molto critica dicendo esplicitamente che: «la strategia di rinunciare al femminismo e invisibilizzare Podemos non ha funzionato».
La Belarra ha voluto ricordare che se oggi la marea nera è stata fermata e si dà la possibilità di insediare nuovamente un governo progressista «è grazie alla gente che si mobilitò nel decennio passato. Nelle maree e nelle lotte sindacali […] e a Podemos, che operò con enorme responsabilità e generosità», rivendicando il proprio ruolo nel precedente accordo governativo.
Il ripetersi della coalizione che fino a qui ha governato la Spagna ha però bisogno ora dell’astensione di Junts durante la prima votazione parlamentare sull’esecutivo, cosa che alza non di poco l’asticella della trattativa, considerato che la formazione catalana – come contropartita – vuole espressamente l’amnistia e l’autodeterminazione.
Una linea rossa difficilmente attraversabile da parte dei socialisti, specie di quelli catalani del PSC che sono tornati ad essere la prima formazione in regione dopo 15 anni con 19 deputati su 48, creando un “cortocircuito” non da poco.
Una equazione politica, insomma, difficilmente gestibile dal leader dei socialisti catalani, Salvador Illa.
A dire l’ultima parola, con ogni probabilità, sarà l’ex presidente catalano in esilio, Carles Puigdemont.
Il portavoce di Junts – Josep Rius – ha smentito la voce di un contatto ufficiale di Sumar, attraverso l’ex deputato di En Comú Podem, Jaume Asens.
In mattinata il leader di Junts per Catalunya ha affermato senza mezzi termini che “non facilitare la riedizione del governo di coalizione di Sánchez non è lo stesso che permettere il governo di Feijó“.
Nell’equazione politica della formazione, la stabilità politica della Spagna è insomma subordinata all’indipendenza della Catalogna.
È un paradosso politico evidente il fatto che nonostante i 140 mila voti in meno, Junts e soprattutto le istanze indipendentiste più “intransigenti” siano il vero ago della bilancia della politica iberica, insieme al più scontato appoggio della sinistra repubblicana di ERC, in netto rinculo rispetto al 2019 che passa da 13 deputati a 7, gli stessi di Junts.
Un ultima considerazione riguarda l’ottima performance della sinistra abertzale di EH Bildu, che ha subito chiarito che non è equidistante tra l’ipotesi di un governo dell’estrema destra ed il ripetersi della coalizione che ha fin qui governato la Spagna.
Ormai è un testa a testa nei Paesi Baschi tra il PNV e la formazione per molti versi erede di Batasuna.
Il coordinatore generale, Arnaldo Otegi, ha ripetuto che la priorità della propria formazione – visti i risultati delle urne – è «impedire che governino le destre».
Bildu ha ottenuto 333.362 voti, e sarà rappresentato da 6 deputati (5 nel Paese Basco ed uno in Navarra) e 5 senatori. La migliore performance elettorale alle politiche, con 52 mila voti in più rispetto al 2019.
Bildu è la terza forza politica basca, con appena 1.100 voti in meno del PNV, che è seconda dietro i socialisti del PSE-EE.
Si conferma quindi uno spazio politico in cui la formazione, come afferma Otegi, «è utile per migliorare e conquistare diritti nazionali e sociali per i suoi cittadini». Ed un argine imprescindibile allo sbocco reazionario della crisi politica spagnola.
La mancata vittoria di una delle due polarità principali trasforma la creazione di un governo in un rompicapo, dove il tentativo di evitare nuove elezioni non avrà certo vita facile, vista la frammentazione della rappresentanza ed il riemergere di nodi politici ancora irrisolti ma importanti, come il rifiuto del neo-falangismo come forza di governo, i processi di auto-determinazione popolari in Catalogna, nei Paesi Baschi ed in Galizia, la necessità – “a sinistra” – di non sacrificare la propria autonomia rispetto ad una strategia “governista” che non sia subordinata alle istanze social-democratiche.
L’impasse politico a cui assistiamo è frutto della mancanza di una adeguata risoluzione delle storture del Regno di Spagna post-franchista e delle contraddizioni sociali che l’hanno attraversata dalla crisi sistemica dal 2008 in poi.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/07/2023
23/07/2023
Spagna - La posta in gioco nelle elezioni
Più di 37 milioni di elettori sono chiamati a votare questa domenica in Spagna per le elezioni politiche anticipate nel Paese iberico.
Già 2,47 milioni di votanti sono ricorsi alla modalità del voto per corrispondenza, stando ai dati ufficiali riferiti alle due del pomeriggio di sabato; circa il 94,2% del totale di coloro che potevano ricorrere a tale possibilità.
Si tratta di una cifra record da quando, nel 2008, è stato introdotto questo strumento, segno di una partecipazione elettorale già elevata prima ancora che aprano le urne.
Stando agli ultimi sondaggi pubblicati (e pubblicabili) di questo lunedì, la forza che dovrebbe uscire vincitrice è il Partido Popular, con il 34% di votanti contro il 28% ai socialisti del PSOE.
In un sostanziale “testa a testa” l’estrema destra di Vox e la coalizione della ‘sinistra radicale’ Sumar, entrambe al 13%.
La sommatoria dei voti delle altre formazioni – alcune delle quali con un peso importante a livello regionale, in particolare nei Paesi Baschi, in Catalogna ed in Galizia – raggiunge l’11%.
Stando a queste proiezioni – se ci fosse un accordo tra i popolari ed i neo-falangisti, riproducendo su scala nazionale ciò cui, a cominciare dall’anno scorso, abbiamo assistito su scala regionale in differenti località, tra cui tre regioni – si vedrebbe un quadro inedito per la storia democratica del Regno dopo la transizione dal franchismo a fine anni Settanta.
Sempre stando ai sondaggi, nessuna delle due formazioni che hanno dominato lo scenario politico nazionale post-franchista riuscirebbero a raggiungere quella maggioranza che permetterebbe di governare in solitaria.
È chiaro che “gli indecisi” e la percentuale di errore di questo tipo di inchieste di opinione, rendono le previsioni aleatorie.
Proviamo comunque a ragionare per scenari.
Il più improbabile, ma che non può essere scartato a priori, è quello simile al 2019, con un governo che avrebbe come asse principale PSOE e Sumar, con un investitura di Pedro Sánchez che dovrebbe però contare sull’appoggio della sinistra “indipendentista” galiziana del BNG, degli attori regionali baschi – sia il PNV che EH Bildu – oltre che della sinistra repubblicana catalana, ERC.
Una maggioranza, stando alle proiezioni di voto, da prendere con le pinze, visto che dovrebbe essere assicurata con un margine più ampio oltre ai 176 seggi necessari, e questo richiederebbe il sostegno della sinistra indipendentista catalana della CUP e dall’altra formazione indipendentista Junts.
Secondo i calcoli fatti dal quotidiano El País la possibilità che si realizzi un errore di previsione tale da permettere questo scenario sono circa di uno a sei.
Un secondo scenario di sostanziale “testa a testa” porterebbe ad un impasse in cui PP e VOX vincono con un margine più risicato di quello dei sondaggi, essendo perciò impossibilitati a governare, non raggiungendo i 176 voti necessari, e non riuscendo neanche a convincere – come è verosimile – il PNV o la Coalición Canaria a far parte della propria coalizione.
D’altro canto, per un governo del PSOE e di Sumar, in una situazione risicata sarebbero fondamentali i voti della CUP e di JUNTS che diverrebbero “aghi della bilancia” con tutto ciò che questo significa rispetto alla questione catalana e al lascito repressivo successivo al Procés.
Il terzo scenario è un governo di PP e di Vox con rapporti di forza diversi a seconda dei rispettivi risultati elettorali, con due polarità: da un lato un “voto utile” al PP in grado di riassorbire il voto “di protesta” per i neo-falangisti, in direzione di una più oliata macchina politica governativa; dall’altro la possibile “esondazione” dei neo-falangisti, capaci di cannibalizzare il consenso che a destra era riservato alla tradizionale forza conservatrice.
Altamente improbabile, ma non impossibile, una maggioranza assoluta per la formazione dei popolari con un governo “monocolore”.
Lo scenario più probabile, in caso di un margine di errore nullo o quasi da parte dei sondaggi, è una maggioranza “di misura” del PP e di VOX, con 177 deputati rispetto ai 176 necessari, in un contesto in cui il livello di “centralizzazione” delle decisioni politiche nazionali di entrambi i partiti non permetterebbero defezioni.
I popolari sono un partito in cui i notabili locali hanno un potere effettivo nelle scelte locali, ma non in quelle nazionali, mentre tra i neo-falangisti le decisioni derivano soprattutto dal centro.
Non è esclusa la rimonta del fronte progressista, grazie ad una performance positiva nel secondo dibattito televisivo decisivo, con la “complicità” dei due leader (Sanchez e Díaz) contro Abascal, e con Feijóo assente per scelta, dopo aver incassato un risultato positivo nel primo confronto televisivo con Sanchez.
Come ha detto il leader socialista nel comizio conclusivo, incitando al rush finale, di fronte ai suoi sostenitori a Getafe: «fino all’ultima pedalata, fino all’ultimo respiro, fino all’ultimo voto».
Uno dei temi più scottanti per il PP, usati abbondantemente da Sumar a fine campagna elettorale, è l’imbarazzante amicizia del leader popolare con il narcotrafficante galiziano Marcial Dorado, immortalata in uno scatto d’epoca, L’ultima giustificazione del probabile capo dell’esecutivo è stata che ai tempi della foto Dorado «era un contrabbandiere, non un narcotrafficante».
Non proprio un’uscita felice.
Sumar ha concluso la campagna elettorale a Madrid con un comizio della Díaz, con l’attrice Marisa Paredes a presentare l’evento, cercando di smontare la rappresentazione di una facile vittoria della destra e di convincere gli indecisi.
Sul palco si sono alternate le varie anime della coalizione della sinistra radicale, che raggruppa una quindicina di formazioni, tra l’altro: la segretaria generale di Podemos Ione Belarra, succeduta a Paolo Iglesias; quella di Más Madrid all’assemblea regionale, Mónica García; la dirigente di Catalunya en Comú, nonché ex-sindaca di Barcellona Ada Colau; e la numero due di Izquierda Unida, Sira Rego.
Sumar ha rivendicato il ruolo di autrice della “bancarotta del PP” (tutta da verificare), e vero fattore mobilitante della campagna.
Podemos, che dopo la batosta delle amministrative a maggio è entrato in Sumar, con una posizione piuttosto marginale, ha tenuto ha ribadire la sua distanza dal PSOE e ha rivendicato il suo ruolo nella formazione del governo uscente.
A relativo merito di Podemos va ribadito che nel serrato processo di contrattazione che ha portato alla genesi dell’ultimo esecutivo, ha cercato di tenere il punto politico su alcuni temi pertinenti, sulle garanzie sociali e l’estensione dei diritti individuali, che hanno caratterizzato positivamente l’operato del governo uscente.
L’atteggiamento della Díaz, a parte i suoi meriti come vice di Sanchez e Ministra del Lavoro, è sembrato essere sin da subito più subordinato e collaborativo nei confronti dei socialisti, nonostante alcuni temi importanti esposti nel programma.
Le elezioni di anticipate, annunciate a fine maggio, hanno approfondito questa caratteristica che potremmo chiamare un po’ “codista”.
Le urne ci diranno quale sarà il futuro della Spagna in uno scenario comunque polarizzato, ma con una sostanziale collocazione euro-atlantica ed una adesione all’Unione Europea che non verrà comunque né criticata, né tanto meno messa in discussione.
Se vince il fronte reazionario ci troveremo di fronte ad un Paese governato dai conservatori e dall’estrema destra, seguendo il solco di un neo-liberismo autoritario e “tradizionalista” dai toni fortemente razzisti e sciovinisti, dove le istanze di autodeterminazione vengano annichilite da uno “spagnolismo di ritorno”, e che serva da bastione per l’estrema destra latino-americana.
Questo scenario potrebbe “per reazione” riattivare un processo di mobilitazione in grado di rompere la sostanziale passivizzazione realizzatasi negli anni del governo “più a sinistra d’Europa”.
Se vince il ‘fronte progressista’ si tratterebbe di una sostanziale continuità con ciò che è stato fatto fino ad ora, ma in un contesto di tendenza alla guerra generata da una crisi sistemica, a cui le politiche “riformiste” della social-democrazia iberica (moderata o radicale che sia) stenta a dare risposte adeguate, in un vuoto di proposte e prospettive che coinvolge il cosiddetto “socialismo europeo”.
Fonte
Già 2,47 milioni di votanti sono ricorsi alla modalità del voto per corrispondenza, stando ai dati ufficiali riferiti alle due del pomeriggio di sabato; circa il 94,2% del totale di coloro che potevano ricorrere a tale possibilità.
Si tratta di una cifra record da quando, nel 2008, è stato introdotto questo strumento, segno di una partecipazione elettorale già elevata prima ancora che aprano le urne.
Stando agli ultimi sondaggi pubblicati (e pubblicabili) di questo lunedì, la forza che dovrebbe uscire vincitrice è il Partido Popular, con il 34% di votanti contro il 28% ai socialisti del PSOE.
In un sostanziale “testa a testa” l’estrema destra di Vox e la coalizione della ‘sinistra radicale’ Sumar, entrambe al 13%.
La sommatoria dei voti delle altre formazioni – alcune delle quali con un peso importante a livello regionale, in particolare nei Paesi Baschi, in Catalogna ed in Galizia – raggiunge l’11%.
Stando a queste proiezioni – se ci fosse un accordo tra i popolari ed i neo-falangisti, riproducendo su scala nazionale ciò cui, a cominciare dall’anno scorso, abbiamo assistito su scala regionale in differenti località, tra cui tre regioni – si vedrebbe un quadro inedito per la storia democratica del Regno dopo la transizione dal franchismo a fine anni Settanta.
Sempre stando ai sondaggi, nessuna delle due formazioni che hanno dominato lo scenario politico nazionale post-franchista riuscirebbero a raggiungere quella maggioranza che permetterebbe di governare in solitaria.
È chiaro che “gli indecisi” e la percentuale di errore di questo tipo di inchieste di opinione, rendono le previsioni aleatorie.
Proviamo comunque a ragionare per scenari.
Il più improbabile, ma che non può essere scartato a priori, è quello simile al 2019, con un governo che avrebbe come asse principale PSOE e Sumar, con un investitura di Pedro Sánchez che dovrebbe però contare sull’appoggio della sinistra “indipendentista” galiziana del BNG, degli attori regionali baschi – sia il PNV che EH Bildu – oltre che della sinistra repubblicana catalana, ERC.
Una maggioranza, stando alle proiezioni di voto, da prendere con le pinze, visto che dovrebbe essere assicurata con un margine più ampio oltre ai 176 seggi necessari, e questo richiederebbe il sostegno della sinistra indipendentista catalana della CUP e dall’altra formazione indipendentista Junts.
Secondo i calcoli fatti dal quotidiano El País la possibilità che si realizzi un errore di previsione tale da permettere questo scenario sono circa di uno a sei.
Un secondo scenario di sostanziale “testa a testa” porterebbe ad un impasse in cui PP e VOX vincono con un margine più risicato di quello dei sondaggi, essendo perciò impossibilitati a governare, non raggiungendo i 176 voti necessari, e non riuscendo neanche a convincere – come è verosimile – il PNV o la Coalición Canaria a far parte della propria coalizione.
D’altro canto, per un governo del PSOE e di Sumar, in una situazione risicata sarebbero fondamentali i voti della CUP e di JUNTS che diverrebbero “aghi della bilancia” con tutto ciò che questo significa rispetto alla questione catalana e al lascito repressivo successivo al Procés.
Il terzo scenario è un governo di PP e di Vox con rapporti di forza diversi a seconda dei rispettivi risultati elettorali, con due polarità: da un lato un “voto utile” al PP in grado di riassorbire il voto “di protesta” per i neo-falangisti, in direzione di una più oliata macchina politica governativa; dall’altro la possibile “esondazione” dei neo-falangisti, capaci di cannibalizzare il consenso che a destra era riservato alla tradizionale forza conservatrice.
Altamente improbabile, ma non impossibile, una maggioranza assoluta per la formazione dei popolari con un governo “monocolore”.
Lo scenario più probabile, in caso di un margine di errore nullo o quasi da parte dei sondaggi, è una maggioranza “di misura” del PP e di VOX, con 177 deputati rispetto ai 176 necessari, in un contesto in cui il livello di “centralizzazione” delle decisioni politiche nazionali di entrambi i partiti non permetterebbero defezioni.
I popolari sono un partito in cui i notabili locali hanno un potere effettivo nelle scelte locali, ma non in quelle nazionali, mentre tra i neo-falangisti le decisioni derivano soprattutto dal centro.
Non è esclusa la rimonta del fronte progressista, grazie ad una performance positiva nel secondo dibattito televisivo decisivo, con la “complicità” dei due leader (Sanchez e Díaz) contro Abascal, e con Feijóo assente per scelta, dopo aver incassato un risultato positivo nel primo confronto televisivo con Sanchez.
Come ha detto il leader socialista nel comizio conclusivo, incitando al rush finale, di fronte ai suoi sostenitori a Getafe: «fino all’ultima pedalata, fino all’ultimo respiro, fino all’ultimo voto».
Uno dei temi più scottanti per il PP, usati abbondantemente da Sumar a fine campagna elettorale, è l’imbarazzante amicizia del leader popolare con il narcotrafficante galiziano Marcial Dorado, immortalata in uno scatto d’epoca, L’ultima giustificazione del probabile capo dell’esecutivo è stata che ai tempi della foto Dorado «era un contrabbandiere, non un narcotrafficante».
Non proprio un’uscita felice.
Sumar ha concluso la campagna elettorale a Madrid con un comizio della Díaz, con l’attrice Marisa Paredes a presentare l’evento, cercando di smontare la rappresentazione di una facile vittoria della destra e di convincere gli indecisi.
Sul palco si sono alternate le varie anime della coalizione della sinistra radicale, che raggruppa una quindicina di formazioni, tra l’altro: la segretaria generale di Podemos Ione Belarra, succeduta a Paolo Iglesias; quella di Más Madrid all’assemblea regionale, Mónica García; la dirigente di Catalunya en Comú, nonché ex-sindaca di Barcellona Ada Colau; e la numero due di Izquierda Unida, Sira Rego.
Sumar ha rivendicato il ruolo di autrice della “bancarotta del PP” (tutta da verificare), e vero fattore mobilitante della campagna.
Podemos, che dopo la batosta delle amministrative a maggio è entrato in Sumar, con una posizione piuttosto marginale, ha tenuto ha ribadire la sua distanza dal PSOE e ha rivendicato il suo ruolo nella formazione del governo uscente.
A relativo merito di Podemos va ribadito che nel serrato processo di contrattazione che ha portato alla genesi dell’ultimo esecutivo, ha cercato di tenere il punto politico su alcuni temi pertinenti, sulle garanzie sociali e l’estensione dei diritti individuali, che hanno caratterizzato positivamente l’operato del governo uscente.
L’atteggiamento della Díaz, a parte i suoi meriti come vice di Sanchez e Ministra del Lavoro, è sembrato essere sin da subito più subordinato e collaborativo nei confronti dei socialisti, nonostante alcuni temi importanti esposti nel programma.
Le elezioni di anticipate, annunciate a fine maggio, hanno approfondito questa caratteristica che potremmo chiamare un po’ “codista”.
Le urne ci diranno quale sarà il futuro della Spagna in uno scenario comunque polarizzato, ma con una sostanziale collocazione euro-atlantica ed una adesione all’Unione Europea che non verrà comunque né criticata, né tanto meno messa in discussione.
Se vince il fronte reazionario ci troveremo di fronte ad un Paese governato dai conservatori e dall’estrema destra, seguendo il solco di un neo-liberismo autoritario e “tradizionalista” dai toni fortemente razzisti e sciovinisti, dove le istanze di autodeterminazione vengano annichilite da uno “spagnolismo di ritorno”, e che serva da bastione per l’estrema destra latino-americana.
Questo scenario potrebbe “per reazione” riattivare un processo di mobilitazione in grado di rompere la sostanziale passivizzazione realizzatasi negli anni del governo “più a sinistra d’Europa”.
Se vince il ‘fronte progressista’ si tratterebbe di una sostanziale continuità con ciò che è stato fatto fino ad ora, ma in un contesto di tendenza alla guerra generata da una crisi sistemica, a cui le politiche “riformiste” della social-democrazia iberica (moderata o radicale che sia) stenta a dare risposte adeguate, in un vuoto di proposte e prospettive che coinvolge il cosiddetto “socialismo europeo”.
Fonte
20/07/2023
Spagna al voto
Domenica 23 luglio si terranno le elezioni politiche in Spagna.
Si tratta di elezioni anticipate dovute alla decisione dell’attuale presidente del consiglio, Pedro Sanchez, di sciogliere il Parlamento.
Una scelta annunciata durante una conferenza stampa il 29 maggio, all’indomani delle elezioni municipali e regionali che avevano visto una netta affermazione del Partido Popular di Núnez Feijóo ed una netta sconfitta dei socialisti del PSOE.
Quest’ultima tornata elettorale aveva visto, a destra, la scomparsa di Ciudadanos – che non parteciperà alle politiche – il crollo di Unidas/Podemos (integrato in Sumar, in una pozione tutt’altro che di forza) – e la conferma dell’estrema destra di Vox, che potrebbe divenire il terzo partito della monarchia spagnola a poco più di una decina di anni dalla sua nascita.
L’attuale ciclo politico iberico si sta caratterizzando per un prepotente ritorno al bipolarismo, con una preponderante dinamica bipartitica ed una accentuata personalizzazione in favore delle figure di spicco delle varie formazioni: Sanchez e Feijóo soprattutto, insieme a Díaz e Abascal.
Le tendenze che abbiamo riscontrato negli ultimi mesi sono anche il prodotto di una crisi politica che si è innestata nel marzo del 2021 con la fine del ruolo di Ciudadanos come ago della bilancia a destra, e l’impasse politico della leadership di Podemos.
Lo scontro sarà tra un fronte progressista composto dal PSOE e da Sumar, guidata dalla 52enne galiziana Yolanda Díaz – vice-Premier del governo di coalizione uscente, nonché Ministra del Lavoro – e un fronte anti-Sanchez (vittorioso a maggio) che mette insieme il PP ed i neo-falangisti di Santiago Abascal, senza che tra i Popular e Vox ci sia stata una alleanza formale.
PP e Vox governano insieme in tre regioni: Castilla y León, Comunidad Valenciana e Estremadura, e potrebbero ora governare la Spagna.
A parte le frecciatine che i due leader si sono tirati in campagna elettorale, con il leader dei Popolari che ha tacciato Vox di non essere “affidabile” e Abascal che ha rivendicato di non essere la “ruota di scorta del PP”, i voti dei neo-falangisti sarebbero comunque indispensabili in caso di mancata maggioranza assoluta per il PP, mentre potrebbero completare il loro processo di sdoganamento entrando nel governo centrale.
Sarebbe un contesto inedito dalla fine del franchismo a oggi.
Vox ha vomitato la sua becera propaganda reazionaria su immigrazione, violenza di genere e cambiamento climatico, e Feijóo – che rappresenta una posizione più “centrista” rispetto a quella del precedente leader Casado – ha cercato di marcare la distanza rispetto alle castronerie più inascoltabili del leader di Vox e dei suoi colleghi di partito.
Ma il tutto sembra più che altro improntato al solito “gioco delle parti”.
Infatti, ai due maggiori partiti spagnoli (PSOE e PP), saranno indispensabili rispettivamente i voti della coalizione della sinistra radicale Sumar, che raggruppa una quindicina di formazioni – inclusa ciò che resta di Podemos – e di Vox.
Le formazioni esterne a questi due poli hanno un peso rilevante a livello “regionale” in particolare nei Paesi Baschi (PNV e EH Bildu, per certi versi erede della sinistra aberzale), in Catalogna (ERC,JUNTS e CUP) ed in Galizia (BNG) e su alcuni temi, che hanno ampliato i diritti sociali o le libertà di genere, il loro voto è stato determinante.
Se alla Moncloa governerà la coalizione tra PSOE e Sumar, la sinistra radicale promette di dare battaglia su alcuni temi che sono stati al centro di questa breve campagna elettorale: la settimana lavorativa di 32 ore a parità di salario, un vasto programma di costruzione e di manutenzione degli alloggi, il diritto ad una «eredità universale» di 20 mila euro per tutti coloro che abbiano compiuto i 18 anni, finanziata con una tassa sui grandi capitali.
A chi dubita del realismo politico della promesse della Díaz, la Ministra risponde con il bilancio dell’attività del suo Ministero dal 2020: un innalzamento del salario minimo del 47% – contro l’opinione dei socialisti – una legge per i lavoratori delle piattaforme digitali divenuta un riferimento in Europa, una riforma del mercato del lavoro che ha ridotto la precarietà.
Femminismo ed ecologismo sono altri due pilastri della coalizione della sinistra radicale, piuttosto moderata – per usare un eufemismo – su alcuni temi di politica internazionale riguardarti il ruolo della NATO e della UE, di cui chiede una utopistica “democratizzazione”.
I punti di forza meritevoli, dal nostro punto di vista, sono sull’autodeterminazione del popolo del Sahara Occidentale, il riconoscimento dello Stato Palestinese, una “interlocuzione pacifica, autonoma e critica con la Cina”, un’apertura alle esperienze progressiste latino-americane.
Ma sulla questione centrale della guerra all’Ucraina la posizione è sostanzialmente subordinata a quella del PSOE, che è tout court per il sostegno politico e militare a Kiev.
Il modello politico della Ministra è quello sperimentato a Barcellona con la ex sindaca Ada Colau, di cui ha scelto una figura a lei molto vicina come l’eurodeputato ecologista Ernest Urtasun; e dentro Sumar sono presenti la scissione “moderata” del co-fondatore di Podemos, Errejón, Más País (divenuta prima forza politica di sinistra a Madrid) e Compromís, una coalizione di forze di sinistra della regione di Valenza.
La Díaz ha recuperato nella sua squadra altre figure di spicco di Podemos come Pablo Bustinduy, o ancora Nacho Álavarez, e puntato su figure come la sua portavoce per la questioni legate al femminismo, come Elizabeth Duval, o Tesh Siti, 29enne nata in un campo profughi sahraoui in Algeria.
Se alla Moncloa governeranno PP e Vox si aprirà uno scenario non dissimile a quello che si sta riproducendo in vari paesi della UE, con le tradizionali forze conservatrici a fianco dell’estrema destra.
Questo, per ciò che riguarda il contesto iberico, si caratterizza per una spiccata indole “anti-indipendentista” contro baschi, catalani e galiziani in particolare, e una volontà di centralizzare alcuni aspetti della gestione della cosa pubblica, togliendo margini d’azione alle varie autonomie.
L’ultima sortita di Abascal ha riguardato proprio la Catalogna, affermando che – in caso di un governo PP e VOX – di non avere dubbi che torneranno tensioni.
In un incontro organizzato martedì da Europa Press ha dichiarato: «Imporre la legge, restaurare gli strumenti di cui necessita lo Stato per difendere l’unità, che è la base della Costituzione».
In generale la destra spagnola – sia moderata che estrema – rimprovera il fatto che il governo di “minoranza” dei socialisti si sia dovuto appoggiare alle formazioni “autonomiste” per far passare alcune leggi progressiste.
Un altro tema per cui si caratterizza l’estrema destra spagnola è l’attività incessante contro l’ampio fronte progressista in America Latina e l’appoggio agli anti-castristri ed anti-chavisti, come a tutte le destre golpiste latino-americane, di cui il paese iberico è diventato un retroterra politico ideale, ed allo stesso tempo un trampolino di lancio per ciò che viene deciso a Bruxelles.
Bisogna ricordare che in Spagna vivono più 3 milioni di latino-americani – senza contare le “seconde generazioni” – e che alcuni importanti esponenti delle oligarchie latino-americane hanno scelto come propria capitale d’adozione proprio Madrid, che è divenuta una sorta di “nuova Miami”.
In generale, nella politica spagnola, al di là degli approcci – conservatori o progressisti – il rapporto con l’America Latina è centrale.
È difficile prevedere i risultati che usciranno dalle urne questa domenica, considerando la “variabilità” dei sondaggi ed il fatto che vengono poi puntualmente smentiti dal voto reale.
La Spagna, dopo Italia, Svezia e la Finlandia ed in ultimo Grecia – dove si tratta di una conferma – potrebbe “svoltare a destra” e celebrare l’ennesima convergenza all’interno dell’Unione Europea tra le forze moderate del liberismo conservatore e l’estrema-destra che puntano a diventare il nuovo asse politico a Bruxelles.
Fonte
Si tratta di elezioni anticipate dovute alla decisione dell’attuale presidente del consiglio, Pedro Sanchez, di sciogliere il Parlamento.
Una scelta annunciata durante una conferenza stampa il 29 maggio, all’indomani delle elezioni municipali e regionali che avevano visto una netta affermazione del Partido Popular di Núnez Feijóo ed una netta sconfitta dei socialisti del PSOE.
Quest’ultima tornata elettorale aveva visto, a destra, la scomparsa di Ciudadanos – che non parteciperà alle politiche – il crollo di Unidas/Podemos (integrato in Sumar, in una pozione tutt’altro che di forza) – e la conferma dell’estrema destra di Vox, che potrebbe divenire il terzo partito della monarchia spagnola a poco più di una decina di anni dalla sua nascita.
L’attuale ciclo politico iberico si sta caratterizzando per un prepotente ritorno al bipolarismo, con una preponderante dinamica bipartitica ed una accentuata personalizzazione in favore delle figure di spicco delle varie formazioni: Sanchez e Feijóo soprattutto, insieme a Díaz e Abascal.
Le tendenze che abbiamo riscontrato negli ultimi mesi sono anche il prodotto di una crisi politica che si è innestata nel marzo del 2021 con la fine del ruolo di Ciudadanos come ago della bilancia a destra, e l’impasse politico della leadership di Podemos.
Lo scontro sarà tra un fronte progressista composto dal PSOE e da Sumar, guidata dalla 52enne galiziana Yolanda Díaz – vice-Premier del governo di coalizione uscente, nonché Ministra del Lavoro – e un fronte anti-Sanchez (vittorioso a maggio) che mette insieme il PP ed i neo-falangisti di Santiago Abascal, senza che tra i Popular e Vox ci sia stata una alleanza formale.
PP e Vox governano insieme in tre regioni: Castilla y León, Comunidad Valenciana e Estremadura, e potrebbero ora governare la Spagna.
A parte le frecciatine che i due leader si sono tirati in campagna elettorale, con il leader dei Popolari che ha tacciato Vox di non essere “affidabile” e Abascal che ha rivendicato di non essere la “ruota di scorta del PP”, i voti dei neo-falangisti sarebbero comunque indispensabili in caso di mancata maggioranza assoluta per il PP, mentre potrebbero completare il loro processo di sdoganamento entrando nel governo centrale.
Sarebbe un contesto inedito dalla fine del franchismo a oggi.
Vox ha vomitato la sua becera propaganda reazionaria su immigrazione, violenza di genere e cambiamento climatico, e Feijóo – che rappresenta una posizione più “centrista” rispetto a quella del precedente leader Casado – ha cercato di marcare la distanza rispetto alle castronerie più inascoltabili del leader di Vox e dei suoi colleghi di partito.
Ma il tutto sembra più che altro improntato al solito “gioco delle parti”.
Infatti, ai due maggiori partiti spagnoli (PSOE e PP), saranno indispensabili rispettivamente i voti della coalizione della sinistra radicale Sumar, che raggruppa una quindicina di formazioni – inclusa ciò che resta di Podemos – e di Vox.
Le formazioni esterne a questi due poli hanno un peso rilevante a livello “regionale” in particolare nei Paesi Baschi (PNV e EH Bildu, per certi versi erede della sinistra aberzale), in Catalogna (ERC,JUNTS e CUP) ed in Galizia (BNG) e su alcuni temi, che hanno ampliato i diritti sociali o le libertà di genere, il loro voto è stato determinante.
Se alla Moncloa governerà la coalizione tra PSOE e Sumar, la sinistra radicale promette di dare battaglia su alcuni temi che sono stati al centro di questa breve campagna elettorale: la settimana lavorativa di 32 ore a parità di salario, un vasto programma di costruzione e di manutenzione degli alloggi, il diritto ad una «eredità universale» di 20 mila euro per tutti coloro che abbiano compiuto i 18 anni, finanziata con una tassa sui grandi capitali.
A chi dubita del realismo politico della promesse della Díaz, la Ministra risponde con il bilancio dell’attività del suo Ministero dal 2020: un innalzamento del salario minimo del 47% – contro l’opinione dei socialisti – una legge per i lavoratori delle piattaforme digitali divenuta un riferimento in Europa, una riforma del mercato del lavoro che ha ridotto la precarietà.
Femminismo ed ecologismo sono altri due pilastri della coalizione della sinistra radicale, piuttosto moderata – per usare un eufemismo – su alcuni temi di politica internazionale riguardarti il ruolo della NATO e della UE, di cui chiede una utopistica “democratizzazione”.
I punti di forza meritevoli, dal nostro punto di vista, sono sull’autodeterminazione del popolo del Sahara Occidentale, il riconoscimento dello Stato Palestinese, una “interlocuzione pacifica, autonoma e critica con la Cina”, un’apertura alle esperienze progressiste latino-americane.
Ma sulla questione centrale della guerra all’Ucraina la posizione è sostanzialmente subordinata a quella del PSOE, che è tout court per il sostegno politico e militare a Kiev.
Il modello politico della Ministra è quello sperimentato a Barcellona con la ex sindaca Ada Colau, di cui ha scelto una figura a lei molto vicina come l’eurodeputato ecologista Ernest Urtasun; e dentro Sumar sono presenti la scissione “moderata” del co-fondatore di Podemos, Errejón, Más País (divenuta prima forza politica di sinistra a Madrid) e Compromís, una coalizione di forze di sinistra della regione di Valenza.
La Díaz ha recuperato nella sua squadra altre figure di spicco di Podemos come Pablo Bustinduy, o ancora Nacho Álavarez, e puntato su figure come la sua portavoce per la questioni legate al femminismo, come Elizabeth Duval, o Tesh Siti, 29enne nata in un campo profughi sahraoui in Algeria.
Se alla Moncloa governeranno PP e Vox si aprirà uno scenario non dissimile a quello che si sta riproducendo in vari paesi della UE, con le tradizionali forze conservatrici a fianco dell’estrema destra.
Questo, per ciò che riguarda il contesto iberico, si caratterizza per una spiccata indole “anti-indipendentista” contro baschi, catalani e galiziani in particolare, e una volontà di centralizzare alcuni aspetti della gestione della cosa pubblica, togliendo margini d’azione alle varie autonomie.
L’ultima sortita di Abascal ha riguardato proprio la Catalogna, affermando che – in caso di un governo PP e VOX – di non avere dubbi che torneranno tensioni.
In un incontro organizzato martedì da Europa Press ha dichiarato: «Imporre la legge, restaurare gli strumenti di cui necessita lo Stato per difendere l’unità, che è la base della Costituzione».
In generale la destra spagnola – sia moderata che estrema – rimprovera il fatto che il governo di “minoranza” dei socialisti si sia dovuto appoggiare alle formazioni “autonomiste” per far passare alcune leggi progressiste.
Un altro tema per cui si caratterizza l’estrema destra spagnola è l’attività incessante contro l’ampio fronte progressista in America Latina e l’appoggio agli anti-castristri ed anti-chavisti, come a tutte le destre golpiste latino-americane, di cui il paese iberico è diventato un retroterra politico ideale, ed allo stesso tempo un trampolino di lancio per ciò che viene deciso a Bruxelles.
Bisogna ricordare che in Spagna vivono più 3 milioni di latino-americani – senza contare le “seconde generazioni” – e che alcuni importanti esponenti delle oligarchie latino-americane hanno scelto come propria capitale d’adozione proprio Madrid, che è divenuta una sorta di “nuova Miami”.
In generale, nella politica spagnola, al di là degli approcci – conservatori o progressisti – il rapporto con l’America Latina è centrale.
È difficile prevedere i risultati che usciranno dalle urne questa domenica, considerando la “variabilità” dei sondaggi ed il fatto che vengono poi puntualmente smentiti dal voto reale.
La Spagna, dopo Italia, Svezia e la Finlandia ed in ultimo Grecia – dove si tratta di una conferma – potrebbe “svoltare a destra” e celebrare l’ennesima convergenza all’interno dell’Unione Europea tra le forze moderate del liberismo conservatore e l’estrema-destra che puntano a diventare il nuovo asse politico a Bruxelles.
Fonte
02/06/2023
Catalogna - Uno scenario politico in movimento dopo la tornata elettorale
Le elezioni per il rinnovo dei sindaci svoltesi questa domenica in Catalunya ci consegnano uno scenario politico in movimento e di non facile lettura.
Nel corso della campagna elettorale il Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC) si era presentato come il partito dell’ordine e degli affari: il candidato socialista impegnato nella quantomai incerta corsa al Comune di Barcellona aveva dichiarato di essere disposto a scendere a patti solo con chi fosse “pienamente leale allo stato e alle istituzioni europee”.
Unidas Podemos giocava la carta della riconferma di Ada Colau, ancora una volta l’attivo catalano più convincente del partito che, impegnato a spostare a sinistra l’asse del governo spagnolo, non sembra finora essere riuscito nell’impresa.
La gestione dell’immigrazione, l’adesione incondizionata del governo Sánchez alla guerra in Ucraina e per ultimo i ritocchi alla politica sulla violenza di genere hanno rappresentato altrettanti rospi di difficile digestione per gli eredi del movimento degli indignati.
Su Esquerra Republicana de Catalunya e Junts per Catalunya aleggiava invece la possibile disaffezione dell’elettorato indipendentista, deluso sia dal ritorno alla gestione dell’autonomia regionale che dal dialogo con lo Stato, impersonati soprattutto dal presidente della Genearalitat, Pere Aragonès.
L’interrogativo sul comportamento dell’elettorato indipendentista gravava anche sulla Candidatura d’Unitat Popular (CUP), impegnata nella difficile sfida per rientrare al comune di Barcellona e per la tenuta di alcuni centri di piccola e media grandezza nei quali si era imposta negli anni scorsi.
Un particolare interesse suscitava anche l’esperimento di Girona, dove il partito aveva confermato il sostegno a una ampia coalizione (Guanyem) che, uscendo dal più stretto recinto dell’esquerra independentista e anticapitalista, aspirava a portare sulla poltrona del sindaco il proprio candidato, Lluc Salellas.
Il dato più interessante uscito dalle urne sembra essere il calo della partecipazione. Non solo: l’astensione è cresciuta maggiormente nelle zone dove più consolidato è il voto indipendentista, con cali spettacolari attorno al 10% come nel caso di Girona o di Vic.
Rispetto alle precedenti municipali, ERC ha perduto più di 300.000 voti, la CUP più di 50.000, mentre Junts riesce a fermare il passivo sulla soglia dei 5.000 voti.
L’elettorato indipendentista ha cioè castigato chiaramente la tattica del “dialogo”, abbracciata soprattutto da ERC, e ha punito anche la CUP, incapace di invertire questa tendenza. Resta da vedere nelle prossime settimane se la direzione repubblicana sarà in grado di fare autocritica e cambiare rotta o se stringerà ulteriormente la tacita alleanza con il PSOE.
Quanto al risultato della CUP, sembra aver pesato la disillusione diffusasi in alcune delle frange radicali dell’indipendentismo anticapitalista, per esempio nei Comitès de Defensa de la República (CDR).
In ogni modo, è interessante notare che l’elettorato indipendentista ha usato le elezioni municipali in chiave nazionale, sviando per una volta l’attenzione da Barcellona, che di solito monopolizza l’analisi elettorale delle comunali e costringendo ad aprire una riflessione sulla più ampia realtà catalana.
Chi beneficia di questa spettacolare astensione sono i socialisti che, alternando sapientemente la repressione poliziesca con l’indulto ai principali responsabili del referendum del primo ottobre, sono riusciti negli ultimi anni a rinnovare la propria immagine fino a scoprirsi sorprendentemente i più votati di questa tornata elettorale locale (nonostante anche il PSC registri una perdita di 55.000 voti).
Così i socialisti si sono affermati come il primo partito a Tarragona, Lleida e Girona, tre su quattro delle più grandi città catalane. Sebbene a Barcellona il partito più votato sia stato Junts per Catalunya, è tutt’altro che improbabile che un accordo tra PSC, ERC e i Comuns di Ada Colau finisca per imporre un sindaco espressione delle sinistre riformiste catalane e delle succursali statali. Il PSC potrebbe così portare a casa anche il Comune di Barcellona.
A Girona sono invece i socialisti a subire il gioco delle alleanze post-elettorali: l’ottimo risultato di Gunyem (la marca bianca della CUP) potrebbe rendere possibile un accordo con ERC e Junts e incoronare sindaco l’indipendentista e anticapitalista Salellas.
Nel complesso il risultato catalano dei socialisti è in netta controtendenza con i risultati deludenti ottenuti dal PSOE nelle altre regioni dello stato in cui si è votato (comunali in alcuni casi, regionali in altri). Bruciano in particolare le disfatte subite in Andalusia, al Païs Valencià, Balears, Aragona... che hanno indotto Pedro Sánchez a indire nuove elezioni politiche per il prossimo 23 luglio, una decisione tra l’audacia e la temerarietà che lascia quantomeno sorpresi.
Per quel che riguarda l’estrema destra, Vox riesce ad entrare in 19 dei 20 municipi catalani di più grandi dimensioni, segnando una crescita che lo porta ad essere presente in 75 consigli comunali, tra cui quello di Barcellona.
Dal canto suo, il PP si impone a Badalona e ottiene rappresentanza a Barcellona. Il voto catalano della destra è nel complesso positivo e in sintonia con le affermazioni ottenute nella Comunità Autonoma e al Comune di Madrid.
“Nei Països Catalans sale la destra, l’estrema destra e lo spagnolismo. Non è un bel panorama, né per le sinistre né per l’indipendentismo. È il momento di una analisi profonda“. È il primo e stringato commento della CUP, un grido d’allerta per i rischi insiti nello scenario politico catalano e spagnolo al quale l’annuncio di nuove elezioni sembra aver impresso un’accelerazione dagli effetti imprevedibili.
Fonte
Nel corso della campagna elettorale il Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC) si era presentato come il partito dell’ordine e degli affari: il candidato socialista impegnato nella quantomai incerta corsa al Comune di Barcellona aveva dichiarato di essere disposto a scendere a patti solo con chi fosse “pienamente leale allo stato e alle istituzioni europee”.
Unidas Podemos giocava la carta della riconferma di Ada Colau, ancora una volta l’attivo catalano più convincente del partito che, impegnato a spostare a sinistra l’asse del governo spagnolo, non sembra finora essere riuscito nell’impresa.
La gestione dell’immigrazione, l’adesione incondizionata del governo Sánchez alla guerra in Ucraina e per ultimo i ritocchi alla politica sulla violenza di genere hanno rappresentato altrettanti rospi di difficile digestione per gli eredi del movimento degli indignati.
Su Esquerra Republicana de Catalunya e Junts per Catalunya aleggiava invece la possibile disaffezione dell’elettorato indipendentista, deluso sia dal ritorno alla gestione dell’autonomia regionale che dal dialogo con lo Stato, impersonati soprattutto dal presidente della Genearalitat, Pere Aragonès.
L’interrogativo sul comportamento dell’elettorato indipendentista gravava anche sulla Candidatura d’Unitat Popular (CUP), impegnata nella difficile sfida per rientrare al comune di Barcellona e per la tenuta di alcuni centri di piccola e media grandezza nei quali si era imposta negli anni scorsi.
Un particolare interesse suscitava anche l’esperimento di Girona, dove il partito aveva confermato il sostegno a una ampia coalizione (Guanyem) che, uscendo dal più stretto recinto dell’esquerra independentista e anticapitalista, aspirava a portare sulla poltrona del sindaco il proprio candidato, Lluc Salellas.
Il dato più interessante uscito dalle urne sembra essere il calo della partecipazione. Non solo: l’astensione è cresciuta maggiormente nelle zone dove più consolidato è il voto indipendentista, con cali spettacolari attorno al 10% come nel caso di Girona o di Vic.
Rispetto alle precedenti municipali, ERC ha perduto più di 300.000 voti, la CUP più di 50.000, mentre Junts riesce a fermare il passivo sulla soglia dei 5.000 voti.
L’elettorato indipendentista ha cioè castigato chiaramente la tattica del “dialogo”, abbracciata soprattutto da ERC, e ha punito anche la CUP, incapace di invertire questa tendenza. Resta da vedere nelle prossime settimane se la direzione repubblicana sarà in grado di fare autocritica e cambiare rotta o se stringerà ulteriormente la tacita alleanza con il PSOE.
Quanto al risultato della CUP, sembra aver pesato la disillusione diffusasi in alcune delle frange radicali dell’indipendentismo anticapitalista, per esempio nei Comitès de Defensa de la República (CDR).
In ogni modo, è interessante notare che l’elettorato indipendentista ha usato le elezioni municipali in chiave nazionale, sviando per una volta l’attenzione da Barcellona, che di solito monopolizza l’analisi elettorale delle comunali e costringendo ad aprire una riflessione sulla più ampia realtà catalana.
Chi beneficia di questa spettacolare astensione sono i socialisti che, alternando sapientemente la repressione poliziesca con l’indulto ai principali responsabili del referendum del primo ottobre, sono riusciti negli ultimi anni a rinnovare la propria immagine fino a scoprirsi sorprendentemente i più votati di questa tornata elettorale locale (nonostante anche il PSC registri una perdita di 55.000 voti).
Così i socialisti si sono affermati come il primo partito a Tarragona, Lleida e Girona, tre su quattro delle più grandi città catalane. Sebbene a Barcellona il partito più votato sia stato Junts per Catalunya, è tutt’altro che improbabile che un accordo tra PSC, ERC e i Comuns di Ada Colau finisca per imporre un sindaco espressione delle sinistre riformiste catalane e delle succursali statali. Il PSC potrebbe così portare a casa anche il Comune di Barcellona.
A Girona sono invece i socialisti a subire il gioco delle alleanze post-elettorali: l’ottimo risultato di Gunyem (la marca bianca della CUP) potrebbe rendere possibile un accordo con ERC e Junts e incoronare sindaco l’indipendentista e anticapitalista Salellas.
Nel complesso il risultato catalano dei socialisti è in netta controtendenza con i risultati deludenti ottenuti dal PSOE nelle altre regioni dello stato in cui si è votato (comunali in alcuni casi, regionali in altri). Bruciano in particolare le disfatte subite in Andalusia, al Païs Valencià, Balears, Aragona... che hanno indotto Pedro Sánchez a indire nuove elezioni politiche per il prossimo 23 luglio, una decisione tra l’audacia e la temerarietà che lascia quantomeno sorpresi.
Per quel che riguarda l’estrema destra, Vox riesce ad entrare in 19 dei 20 municipi catalani di più grandi dimensioni, segnando una crescita che lo porta ad essere presente in 75 consigli comunali, tra cui quello di Barcellona.
Dal canto suo, il PP si impone a Badalona e ottiene rappresentanza a Barcellona. Il voto catalano della destra è nel complesso positivo e in sintonia con le affermazioni ottenute nella Comunità Autonoma e al Comune di Madrid.
“Nei Països Catalans sale la destra, l’estrema destra e lo spagnolismo. Non è un bel panorama, né per le sinistre né per l’indipendentismo. È il momento di una analisi profonda“. È il primo e stringato commento della CUP, un grido d’allerta per i rischi insiti nello scenario politico catalano e spagnolo al quale l’annuncio di nuove elezioni sembra aver impresso un’accelerazione dagli effetti imprevedibili.
Fonte
30/05/2023
La Spagna va a destra e ad elezioni anticipate
Lunedì 29 maggio, Pedro Sanchez, primo ministro spagnolo, ha deciso lo scioglimento del Parlamento e la convocazione di elezioni politiche anticipate per il 23 luglio.
La decisione è stata annunciata in una conferenza stampa all’indomani delle elezioni municipali e regionali che hanno visto l’affermazione del Partido Popular e la sconfitta dei socialisti del PSOE anche in alcuni dei suoi bastioni storici.
I popolari si affermano in 9 regioni (comunidades autónomas) e in 31 capoluoghi di provincia.
Mentre la destra neo-falangista di VOX raddoppia i suoi voti, le formazioni alla sinistra dei socialisti a parte le formazioni “autonomiste” – in particolare Unidas Podemos (UP) – scompaiono di fatto dal quadro politico.
UP marca una presenza solo “a macchia di leopardo” nella penisola iberica. Lì dove era “virtualmente” nata, a Madrid nel 2011, non supera il quorum del 5% e rimane fuori dalle istanze rappresentative locali.
Come ha dichiarato Sanchez nella citata conferenza stampa: “anche se le elezioni avevano una portata municipale e regionale, il senso del voto reca in sé un messaggio che va più lontano, e come Presidente del governo e segretario generale del Partito socialista mi prendo la responsabilità dei risultati”.
Si tratta di un atteggiamento coerente con il valore che il leader socialista aveva voluto dare a queste elezioni, impegnandosi particolarmente nella campagna, per farne una sorta di plebiscito a favore o contro l’attuale gestione del potere, che vede un governo di minoranza composto dal PSOE e Unidas Podemos.
Dal lato opposto dello scacchiere politico la destra tutta – dal PP di Alberto Núñez Feijóo a Vox di Santiago Abascal – ha fatto propria la battaglia contro il “sanchismo” e si appresta a trattative per governare insieme lì dove i popolari non hanno, nonostante il successo, i numeri per farlo (in sei regioni e differenti ayuntamientos), preparando il terreno per una possibile futura coalizione governativa, ma lasciando ai singoli notabili locali del PP le contrattazioni.
Vox è propenso a tale ipotesi e chiama il PP alla possibilità di costruire dalle istanze governative locali in alternativa ad un esecutivo di “socialisti, comunisti, separatisti e terroristi”, come detto da Abascal, che ha ricordato che la sua formazione è “un partito nazionale, per cui la sua posizione sarà nazionale e, per tanto, centralizzata”.
Il leader dei popolari aveva fino ad ora escluso un accordo a livello nazionale con l’estrema destra di Abascal, ma è chiaro che le elezioni anticipate in parte cambiano lo scenario.
Da canto suo Feijóo ha ribadito lunedì che “la Spagna ha compiuto ieri un primo passo per aprire un nuovo ciclo politico”.
Vediamo sommariamente i risultati.
Il PP ha riassorbito quasi totalmente i voti indirizzati ai populisti di destra di Ciudadanos, praticamente scomparsi dalla geografia politica spagnola.
Ha ottenuto il 31% complessivo dei suffragi, con un + 8,88% rispetto al 2019, crescendo di circa 2 milioni di voti, superando il PSOE di quasi 800mila voti.
Il Partito socialista perde certamente voti, ma la sua non è una vera e propria emorragia, anche se il suo declino nelle preferenze ha un peso rilevante a livello di effetti politici.
Il PSOE ha ottenuto in realtà il 28% dei voti (-1,27 punti percentuali), perdendo 400mila elettori, senza quindi che ci fosse un travaso di preferenze in questa direzione da parte degli ex elettori di UP.
Un’oscillazione che però gli fa perdere l’Estremadura, l’Aragona, la regione di Valencia, le Baleari e la Rioja, e ben 11 dei 22 capoluoghi di provincia che governava.
Il PP recupera Valencia e governerà in Andalusia (in 7 capoluoghi di provincia su 8), storica riserva di voti socialista.
Mentre la “sinistra radicale” di UP, perde, l’estrema destra di Vox, guadagna.
Unidas Podemos ottiene complessivamente il 3,2%, e non avrà rappresentanti nei parlamenti regionali di Madrid e di Valencia, ed in alcuni contesti – come alle Baleari e nella Regione di Valencia – i suoi scarsi risultati impediscono al PSOE di formare alleanze per governare a livello locale.
Vox ottiene invece il 7,18% dei votanti totali. Raccoglie il risentimento contro il “sanchismo” – accusato di appoggiarsi, per governare, alle formazioni autonomiste basche e catalane (EH Bildu ed ERC) – da quando, dopo le elezioni dell’autunno del 2019, ha iniziato a governare con UP, spostando a sinistra l’asse centrista dei precedenti esecutivi socialisti.
La vice-presidente del Parlamento è l’attuale ministra del lavoro, Yolanda Diaz, la creatrice di “Sumar”, succeduta nella carica di vice al co-fondatore di Podemos Pablo Iglesias, che si era dimesso a sorpresa per candidarsi senza successo alla carica di sindaco di Madrid.
Nonostante ci stesse lavorando da un anno, ed il 2 aprile avesse annunciato la sua candidatura accanto alla sindaca uscente Ada Colau (capofila del partito catalano En Comun Podem), insieme ad altre figure di spicco, la sua candidatura “ricompositiva” non ha visto però la presenza di Podemos.
I rapporti tra la Diaz e la segretaria generale di Podemos, nonché Ministra dei diritto sociali, Ione Bellara, così come la numero due del partito, Irene Montero, nonché ministra dell’uguaglianza, sono tesi.
Iglesias aveva avvertito del pericolo della direzione che stava prendendo la Diaz quando nel novembre del 2022, aveva avvisato che sarebbe stato “stupido” pensare che “una candidatura di sinistra possa avere un buon risultato alle elezioni legislative se Podemos ottiene un cattivo risultato alle municipali e alle regionali”.
Ed infatti sembrano piuttosto lontani i tempi in cui, alle legislative di 8 anni fa, nel 2015, Podemos ottenne il 20% delle preferenze con più di 5 milioni di consensi, tallonando il PSOE di Sanchez che pure aveva scartato la possibilità di formare una coalizione governativa insieme ad Iglesias.
La mossa di Sanchez ora costringe a trovare un accordo per formare una coalizione “a sinistra” in dieci giorni – questi sono i tempi legali – e lo spauracchio di un possibile governo PP-VOX sembra possa sedare la litigiosità finora dominante ed accelerare in tal senso, per continuare nell’opera intrapresa dall’esecutivo in 4 anni.
Dal suo canale televisivo su YouTube Canal Red è stato Iglesias a lanciare una proposta di coalizione con Sanchez come leader. “La destra andrà divisa tra PP e Vox e Pedro Sánchez potrà collocarsi come candidato di un amplio fronte popolar-progressista”, ha detto.
All’attuale esecutivo va senz’altro riconosciuta un’azione legislativa tesa ad alleviare la precarietà lavorativa e l’impoverimento crescente dei ceti subalterni, un’attenzione particolare all’allargamento della sfera dei diritti individuali ed un atteggiamento meno vendicativo nei confronti di alcuni leader “autonomisti” protagonisti della mobilitazione legata al referendum sull’indipendenza catalana.
Un esperimento che però non ha mai messo in discussione la collocazione euro-atlantica del Paese, il suo regime monarchico ed il suo assetto istituzionale.
E se il contenimento della destra era un obiettivo di questa “strategia” – alla luce delle elezioni di domenica, ma non solo – può considerarsi di fatto fallito.
Le elezioni anticipate di luglio vedranno probabilmente da una parte un ampio schieramento democratico e progressista che ha perso notevoli consensi e peso politico nella sua componente più “radical-riformista”, ed uno schieramento conservatore con un baricentro fortemente spostato a destra a causa del peso che stanno esercitando i neo-falangisti di Vox, prima imponendo le proprie tematiche nel dibattito politico, poi conquistando sempre più consensi fino a poter divenire l’ago della bilancia per far tornare il Partido Popular al governo.
Fonte
La decisione è stata annunciata in una conferenza stampa all’indomani delle elezioni municipali e regionali che hanno visto l’affermazione del Partido Popular e la sconfitta dei socialisti del PSOE anche in alcuni dei suoi bastioni storici.
I popolari si affermano in 9 regioni (comunidades autónomas) e in 31 capoluoghi di provincia.
Mentre la destra neo-falangista di VOX raddoppia i suoi voti, le formazioni alla sinistra dei socialisti a parte le formazioni “autonomiste” – in particolare Unidas Podemos (UP) – scompaiono di fatto dal quadro politico.
UP marca una presenza solo “a macchia di leopardo” nella penisola iberica. Lì dove era “virtualmente” nata, a Madrid nel 2011, non supera il quorum del 5% e rimane fuori dalle istanze rappresentative locali.
Come ha dichiarato Sanchez nella citata conferenza stampa: “anche se le elezioni avevano una portata municipale e regionale, il senso del voto reca in sé un messaggio che va più lontano, e come Presidente del governo e segretario generale del Partito socialista mi prendo la responsabilità dei risultati”.
Si tratta di un atteggiamento coerente con il valore che il leader socialista aveva voluto dare a queste elezioni, impegnandosi particolarmente nella campagna, per farne una sorta di plebiscito a favore o contro l’attuale gestione del potere, che vede un governo di minoranza composto dal PSOE e Unidas Podemos.
Dal lato opposto dello scacchiere politico la destra tutta – dal PP di Alberto Núñez Feijóo a Vox di Santiago Abascal – ha fatto propria la battaglia contro il “sanchismo” e si appresta a trattative per governare insieme lì dove i popolari non hanno, nonostante il successo, i numeri per farlo (in sei regioni e differenti ayuntamientos), preparando il terreno per una possibile futura coalizione governativa, ma lasciando ai singoli notabili locali del PP le contrattazioni.
Vox è propenso a tale ipotesi e chiama il PP alla possibilità di costruire dalle istanze governative locali in alternativa ad un esecutivo di “socialisti, comunisti, separatisti e terroristi”, come detto da Abascal, che ha ricordato che la sua formazione è “un partito nazionale, per cui la sua posizione sarà nazionale e, per tanto, centralizzata”.
Il leader dei popolari aveva fino ad ora escluso un accordo a livello nazionale con l’estrema destra di Abascal, ma è chiaro che le elezioni anticipate in parte cambiano lo scenario.
Da canto suo Feijóo ha ribadito lunedì che “la Spagna ha compiuto ieri un primo passo per aprire un nuovo ciclo politico”.
Vediamo sommariamente i risultati.
Il PP ha riassorbito quasi totalmente i voti indirizzati ai populisti di destra di Ciudadanos, praticamente scomparsi dalla geografia politica spagnola.
Ha ottenuto il 31% complessivo dei suffragi, con un + 8,88% rispetto al 2019, crescendo di circa 2 milioni di voti, superando il PSOE di quasi 800mila voti.
Il Partito socialista perde certamente voti, ma la sua non è una vera e propria emorragia, anche se il suo declino nelle preferenze ha un peso rilevante a livello di effetti politici.
Il PSOE ha ottenuto in realtà il 28% dei voti (-1,27 punti percentuali), perdendo 400mila elettori, senza quindi che ci fosse un travaso di preferenze in questa direzione da parte degli ex elettori di UP.
Un’oscillazione che però gli fa perdere l’Estremadura, l’Aragona, la regione di Valencia, le Baleari e la Rioja, e ben 11 dei 22 capoluoghi di provincia che governava.
Il PP recupera Valencia e governerà in Andalusia (in 7 capoluoghi di provincia su 8), storica riserva di voti socialista.
Mentre la “sinistra radicale” di UP, perde, l’estrema destra di Vox, guadagna.
Unidas Podemos ottiene complessivamente il 3,2%, e non avrà rappresentanti nei parlamenti regionali di Madrid e di Valencia, ed in alcuni contesti – come alle Baleari e nella Regione di Valencia – i suoi scarsi risultati impediscono al PSOE di formare alleanze per governare a livello locale.
Vox ottiene invece il 7,18% dei votanti totali. Raccoglie il risentimento contro il “sanchismo” – accusato di appoggiarsi, per governare, alle formazioni autonomiste basche e catalane (EH Bildu ed ERC) – da quando, dopo le elezioni dell’autunno del 2019, ha iniziato a governare con UP, spostando a sinistra l’asse centrista dei precedenti esecutivi socialisti.
La vice-presidente del Parlamento è l’attuale ministra del lavoro, Yolanda Diaz, la creatrice di “Sumar”, succeduta nella carica di vice al co-fondatore di Podemos Pablo Iglesias, che si era dimesso a sorpresa per candidarsi senza successo alla carica di sindaco di Madrid.
Nonostante ci stesse lavorando da un anno, ed il 2 aprile avesse annunciato la sua candidatura accanto alla sindaca uscente Ada Colau (capofila del partito catalano En Comun Podem), insieme ad altre figure di spicco, la sua candidatura “ricompositiva” non ha visto però la presenza di Podemos.
I rapporti tra la Diaz e la segretaria generale di Podemos, nonché Ministra dei diritto sociali, Ione Bellara, così come la numero due del partito, Irene Montero, nonché ministra dell’uguaglianza, sono tesi.
Iglesias aveva avvertito del pericolo della direzione che stava prendendo la Diaz quando nel novembre del 2022, aveva avvisato che sarebbe stato “stupido” pensare che “una candidatura di sinistra possa avere un buon risultato alle elezioni legislative se Podemos ottiene un cattivo risultato alle municipali e alle regionali”.
Ed infatti sembrano piuttosto lontani i tempi in cui, alle legislative di 8 anni fa, nel 2015, Podemos ottenne il 20% delle preferenze con più di 5 milioni di consensi, tallonando il PSOE di Sanchez che pure aveva scartato la possibilità di formare una coalizione governativa insieme ad Iglesias.
La mossa di Sanchez ora costringe a trovare un accordo per formare una coalizione “a sinistra” in dieci giorni – questi sono i tempi legali – e lo spauracchio di un possibile governo PP-VOX sembra possa sedare la litigiosità finora dominante ed accelerare in tal senso, per continuare nell’opera intrapresa dall’esecutivo in 4 anni.
Dal suo canale televisivo su YouTube Canal Red è stato Iglesias a lanciare una proposta di coalizione con Sanchez come leader. “La destra andrà divisa tra PP e Vox e Pedro Sánchez potrà collocarsi come candidato di un amplio fronte popolar-progressista”, ha detto.
All’attuale esecutivo va senz’altro riconosciuta un’azione legislativa tesa ad alleviare la precarietà lavorativa e l’impoverimento crescente dei ceti subalterni, un’attenzione particolare all’allargamento della sfera dei diritti individuali ed un atteggiamento meno vendicativo nei confronti di alcuni leader “autonomisti” protagonisti della mobilitazione legata al referendum sull’indipendenza catalana.
Un esperimento che però non ha mai messo in discussione la collocazione euro-atlantica del Paese, il suo regime monarchico ed il suo assetto istituzionale.
E se il contenimento della destra era un obiettivo di questa “strategia” – alla luce delle elezioni di domenica, ma non solo – può considerarsi di fatto fallito.
Le elezioni anticipate di luglio vedranno probabilmente da una parte un ampio schieramento democratico e progressista che ha perso notevoli consensi e peso politico nella sua componente più “radical-riformista”, ed uno schieramento conservatore con un baricentro fortemente spostato a destra a causa del peso che stanno esercitando i neo-falangisti di Vox, prima imponendo le proprie tematiche nel dibattito politico, poi conquistando sempre più consensi fino a poter divenire l’ago della bilancia per far tornare il Partido Popular al governo.
Fonte
19/03/2021
La Spagna in piena crisi politica
Lunedì 15 marzo, Pablo Iglesias, numero tre del governo e fondatore di Podemos ha annunciato la sua uscita dall’esecutivo, per candidarsi alle elezioni anticipate di quest’anno a Madrid, il 4 maggio.
Le elezioni sono state convocate dopo che la governatrice del Partito Popular, Isabel Diaz Ayuso, ha sciolto l’assemblea regionale madrilena a causa della frattura apertasi tra i Popolari e Ciudadanos, che governavano insieme in 4 delle 17 regioni dello Stato iberico.
Un vero e proprio terremoto politico ha scosso le relazioni tra questi due attori della destra spagnola quando Ciudadanos, dopo un accordo con i socialisti del PSOE, ha promosso una mozione di sfiducia nei confronti dei Popolari con cui governavano, nella regione meridionale di Murcia, per un affare di corruzione.
La leader di Ciudadanos, Inés Arrimadas, ha detto che il cambiamento di direzione del suo partito era dovuto al fatto che non era riuscito a convincere il PP regionale a firmare un accordo per “combattere la corruzione e lo scandalo delle vaccinazioni irregolari”.
Per la cronaca, la mozione non è passata nella Murcia grazie al fatto che, in 48 ore, metà degli eletti nelle fila del partito della Arrimadas (3 in tutto) hanno rifiutato di votarla; una delle tante defezioni dalla formazione che ad un certo punto sembrava aver egemonizzato lo spazio politico alla destra dei socialisti, ma che ora rischia seriamente l’estinzione.
Anche tre membri espulsi dal partito Vox si sono uniti ai popolari per difendere lo storico bastione conservatore, segno che nemmeno l’estrema destra è immune agli smottamenti politici in tempo di crisi.
Due dati su Ciudadanos danno la cifra del suo inesorabile declino.
Nelle recenti elezioni catalane hanno perso 30 dei 36 deputati che avevano conquistato. Erano il partito con più voti e, ai tempi, non hanno trovato il modo di formare una maggioranza, lasciando libera la strada alle formazioni indipendentiste e di fatto aprendo la crisi sul proprio ruolo da svolgere.
Alle elezioni politiche del novembre 2019, il suo numero di parlamentari eletti si era ridotto da 57 a 10, uno dei quali ora è entrato nel “gruppo misto”.
Questa “Podemos di destra” sembra essere giunta al capolinea, mentre i suoi voti saranno probabilmente cannibalizzati dal PP.
Le relazioni ed i rapporti di forza all’interno della geografia politica della destra spagnola stanno velocemente cambiando, ed anche gli equilibri interni degli stessi partiti.
Ciudadanos ed il PP – che ha perso un deputato regionale – sono usciti con le ossa rotte dalle elezioni catalane del 14 febbraio.
Inoltre – rispetto alla strategia dei Popular, in particolare nei confronti di Vox – vi è uno scontro sempre più acceso tra la Ayuso e l’attuale leader del partito, Pablo Casado.
La ex-governatrice della regione di Madrid fa parte di quell’ala che non disdegna i voti dell’estrema destra per governare e vuole lasciarsi, senza rimpianti, il “moderatismo” alle spalle.
Per comprendere la visione del mondo della Ayuso, che vuole usare le elezioni a Madrid come trampolino di lancio per le sue aspirazioni politiche, che vanno oltre il 4 maggio e si proiettano verso le politiche del 2022, bisogna leggersi il tweet “Comunismo o libertà”, da lei postato dopo la notizia della candidatura di Iglesias. Prima era comunque “socialismo o libertà”.
Come ha affermato domenica: “quando qualcuno ti dà del fascista sai che stai facendo bene, che sei dalla parte giusta della storia”. Non male, per una “moderata”.
Sia detto per inciso, il PP fa parte integrante della famiglia politica più importante a Bruxelles, quella democristiana.
Nel 2019, il PP fu il secondo partito più votato a Madrid dopo i socialisti e poté formare un governo con Ciudadanos, grazie all’appoggio della formazione di estrema destra di Santiago Abascal, sorta nel 2013.
Quello attuale è una specie di boomerang considerando che l’ascesa dei neo-franchisti in funzione anti-indipendentista, durante l’“autunno catalano” del 2017, e alla testa del “fronte anti-immigrazione”, si è ritorta contro a chi l’aveva di fatto assecondata, accelerando lo sfarinamento della rappresentanza politica a destra ed imponendo una sua radicalizzazione.
Sia a Madrid che nella Murcia i popolari governano da 26 anni, e se le elezioni nella regione meridionale sono state scongiurate, nella capitale i popolari si giocano il “tutto per tutto”, forti del fatto che i sondaggi sembrano premiarli, anche in virtù delle restrizioni meno pesanti imposte nella regione dalla Ayuso a causa della crisi sanitaria.
Il governo nazionale “di minoranza” presieduto dal PSOE e da Podemos invece sembra navigare sempre più a vista. Il posto di Iglesias è stato ora preso da Yolanda Díaz, titolare del ministero del Lavoro e dell’Economia Sociale, con ha una lunga esperienza di collaborazione con il PSOE maturata in Galizia, dove è stata per tre volte capolista di Esquerda Unida (2005, 2009, 2012), per poi partecipare alle evoluzioni successive della sinistra galiziana. È una fautrice della concertazione “a tre” con le parti sociali.
Iglesias non ha nascosto il desiderio di vederla come capolista di Podemos alle prossime elezioni politiche.
Il governo, si diceva, “naviga a vista in un mare in tempesta”, vista la crisi economica e sociale del Paese, soprattutto dopo che le elezioni catalane del 14 febbraio hanno dato la maggioranza alle tre maggiori formazioni indipendentiste (ERC, JxC e CUP), rendendo impossibile qualsiasi alchimia per un governo con a capo i socialisti, anche se sono il primo partito nella regione.
ERC, JxC e CUP si avviano ora alla formazione di un nuovo esecutivo della Comunità Autonoma, il terzo a maggioranza indipendentista.
La Comunità Autonoma avrà come governatrice la capolista di Junts, Laura Borràs. Si tratta della formazione dell’ex governatore esiliato in Belgio, Carles Puigdemont, a cui è stata da poco tolta dalla Camera Europea l’immunità di euro-deputato, insieme ad altri due politici catalani.
Proprio lunedì, il movimento indipendentista – comprendente le tre formazioni, più PDeCat – ha presentato al parlamento iberico la proposta di amnistia per le circa 3.000 persone condannate o sotto processo per la lotta indipendentista; il PNV, Bildu e Compromis hanno dato il loro sostegno alla proposta.
Il rifiuto di questa ipotesi – che unisce PSOE, PP e Ciudadanos, oltre a Vox, e lo “Stato Profondo” – farebbe mancare qualsiasi presupposto per una soluzione politica alla crisi catalana e riaprirebbe dunque con forza la strada ad una ipotesi più “unilaterale” da parte del governo della Comunità Autonoma.
Tornando alla mossa del leader di Podemos...
La partita giocata da Iglesias ha già conosciuto la sua prima cocente sconfitta, considerato che Más Madrid – la scissione madrilena di Podemos, che alle precedenti elezioni era stata appoggiata dalla ex sindaca della capitale spagnola – ha declinato il suo invito, depotenziando quindi sul nascere l’ipotesi di un “fronte” di sinistra contro la Ayuso.
Il “no” secco alla proposta è arrivato da Mónica García, una delle figure più popolari dell’opposizione a Madrid, dottoressa in prima fila per le lotte contro la privatizzazione della sanità ed ex membro di Podemos, eletta nel 2015 tra le sue fila, seguì Errejón da subito, nel 2019, quando si è allontanato da Podemos, in seguito divenuta una figura di spicco anche grazie alla crisi pandemica.
La campagna elettorale a Madrid, storico bastione dei popolari, è iniziata quindi in un clima di forte polarizzazione, e potrebbe comportare l’ulteriore marginalizzazione politica di Podemos – se non dovesse raggiungere la soglia del 5% necessaria per entrare nell’assemblea regionale – e/o Ciudadanos, finora i due principali attori “populisti” sorti dalla crisi dal bipartitismo spagnolo.
In particolare bisogna ricordare come Unidos-Podemos abbia dilapidato il suo capitale politico, stando ai deludenti risultati elettorali ottenuti dalle sue articolazioni regionali prima nei Paesi Baschi, poi in Galizia e non ultimo in Catalogna.
Stiamo attraversando una fase di ridefinizione del corso politico iberico, che vede comunque il PP ed il PSOE convergere su alcune questioni di fondo, dall’acceso anti-indipendentismo alla difesa a spada tratta dell’istituzione monarchica, nonostante la sua palese corruzione; concordi infine nell’usare i fondi europei, di cui la Spagna è per dimensione la seconda “beneficiaria”, per riconfigurare l’assetto del sistema paese.
Una fase che vede il crepuscolo delle due varianti populiste di destra e di sinistra, entrambi incapaci di realizzare una svolta radicale una volta arrivate alle leve di comando.
È in atto una polarizzazione, di cui la “battaglia per Madrid” è un esempio, frutto della politicizzazione delle contraddizioni sociali e delle storture del “regime del 1978”, cooptato organicamente dall’Unione Europa, ma che si trova a sua volta in una impasse evidente.
Come hanno dimostrato le mobilitazioni per Pablo Hasel, si è aperta una breccia che rompe la pacificazione sociale, ed è destinata ad ampliarsi nella generale incapacità di tenuta del quadro politico, e per la debolezza di quegli attori su cui le élite europee contavano per garantire la governance del pesante processo di ristrutturazione e “riforme” che vorrebbero imporre in Spagna.
Fonte
Le elezioni sono state convocate dopo che la governatrice del Partito Popular, Isabel Diaz Ayuso, ha sciolto l’assemblea regionale madrilena a causa della frattura apertasi tra i Popolari e Ciudadanos, che governavano insieme in 4 delle 17 regioni dello Stato iberico.
Un vero e proprio terremoto politico ha scosso le relazioni tra questi due attori della destra spagnola quando Ciudadanos, dopo un accordo con i socialisti del PSOE, ha promosso una mozione di sfiducia nei confronti dei Popolari con cui governavano, nella regione meridionale di Murcia, per un affare di corruzione.
La leader di Ciudadanos, Inés Arrimadas, ha detto che il cambiamento di direzione del suo partito era dovuto al fatto che non era riuscito a convincere il PP regionale a firmare un accordo per “combattere la corruzione e lo scandalo delle vaccinazioni irregolari”.
Per la cronaca, la mozione non è passata nella Murcia grazie al fatto che, in 48 ore, metà degli eletti nelle fila del partito della Arrimadas (3 in tutto) hanno rifiutato di votarla; una delle tante defezioni dalla formazione che ad un certo punto sembrava aver egemonizzato lo spazio politico alla destra dei socialisti, ma che ora rischia seriamente l’estinzione.
Anche tre membri espulsi dal partito Vox si sono uniti ai popolari per difendere lo storico bastione conservatore, segno che nemmeno l’estrema destra è immune agli smottamenti politici in tempo di crisi.
Due dati su Ciudadanos danno la cifra del suo inesorabile declino.
Nelle recenti elezioni catalane hanno perso 30 dei 36 deputati che avevano conquistato. Erano il partito con più voti e, ai tempi, non hanno trovato il modo di formare una maggioranza, lasciando libera la strada alle formazioni indipendentiste e di fatto aprendo la crisi sul proprio ruolo da svolgere.
Alle elezioni politiche del novembre 2019, il suo numero di parlamentari eletti si era ridotto da 57 a 10, uno dei quali ora è entrato nel “gruppo misto”.
Questa “Podemos di destra” sembra essere giunta al capolinea, mentre i suoi voti saranno probabilmente cannibalizzati dal PP.
Le relazioni ed i rapporti di forza all’interno della geografia politica della destra spagnola stanno velocemente cambiando, ed anche gli equilibri interni degli stessi partiti.
Ciudadanos ed il PP – che ha perso un deputato regionale – sono usciti con le ossa rotte dalle elezioni catalane del 14 febbraio.
Inoltre – rispetto alla strategia dei Popular, in particolare nei confronti di Vox – vi è uno scontro sempre più acceso tra la Ayuso e l’attuale leader del partito, Pablo Casado.
La ex-governatrice della regione di Madrid fa parte di quell’ala che non disdegna i voti dell’estrema destra per governare e vuole lasciarsi, senza rimpianti, il “moderatismo” alle spalle.
Per comprendere la visione del mondo della Ayuso, che vuole usare le elezioni a Madrid come trampolino di lancio per le sue aspirazioni politiche, che vanno oltre il 4 maggio e si proiettano verso le politiche del 2022, bisogna leggersi il tweet “Comunismo o libertà”, da lei postato dopo la notizia della candidatura di Iglesias. Prima era comunque “socialismo o libertà”.
Come ha affermato domenica: “quando qualcuno ti dà del fascista sai che stai facendo bene, che sei dalla parte giusta della storia”. Non male, per una “moderata”.
Sia detto per inciso, il PP fa parte integrante della famiglia politica più importante a Bruxelles, quella democristiana.
Nel 2019, il PP fu il secondo partito più votato a Madrid dopo i socialisti e poté formare un governo con Ciudadanos, grazie all’appoggio della formazione di estrema destra di Santiago Abascal, sorta nel 2013.
Quello attuale è una specie di boomerang considerando che l’ascesa dei neo-franchisti in funzione anti-indipendentista, durante l’“autunno catalano” del 2017, e alla testa del “fronte anti-immigrazione”, si è ritorta contro a chi l’aveva di fatto assecondata, accelerando lo sfarinamento della rappresentanza politica a destra ed imponendo una sua radicalizzazione.
Sia a Madrid che nella Murcia i popolari governano da 26 anni, e se le elezioni nella regione meridionale sono state scongiurate, nella capitale i popolari si giocano il “tutto per tutto”, forti del fatto che i sondaggi sembrano premiarli, anche in virtù delle restrizioni meno pesanti imposte nella regione dalla Ayuso a causa della crisi sanitaria.
Il governo nazionale “di minoranza” presieduto dal PSOE e da Podemos invece sembra navigare sempre più a vista. Il posto di Iglesias è stato ora preso da Yolanda Díaz, titolare del ministero del Lavoro e dell’Economia Sociale, con ha una lunga esperienza di collaborazione con il PSOE maturata in Galizia, dove è stata per tre volte capolista di Esquerda Unida (2005, 2009, 2012), per poi partecipare alle evoluzioni successive della sinistra galiziana. È una fautrice della concertazione “a tre” con le parti sociali.
Iglesias non ha nascosto il desiderio di vederla come capolista di Podemos alle prossime elezioni politiche.
Il governo, si diceva, “naviga a vista in un mare in tempesta”, vista la crisi economica e sociale del Paese, soprattutto dopo che le elezioni catalane del 14 febbraio hanno dato la maggioranza alle tre maggiori formazioni indipendentiste (ERC, JxC e CUP), rendendo impossibile qualsiasi alchimia per un governo con a capo i socialisti, anche se sono il primo partito nella regione.
ERC, JxC e CUP si avviano ora alla formazione di un nuovo esecutivo della Comunità Autonoma, il terzo a maggioranza indipendentista.
La Comunità Autonoma avrà come governatrice la capolista di Junts, Laura Borràs. Si tratta della formazione dell’ex governatore esiliato in Belgio, Carles Puigdemont, a cui è stata da poco tolta dalla Camera Europea l’immunità di euro-deputato, insieme ad altri due politici catalani.
Proprio lunedì, il movimento indipendentista – comprendente le tre formazioni, più PDeCat – ha presentato al parlamento iberico la proposta di amnistia per le circa 3.000 persone condannate o sotto processo per la lotta indipendentista; il PNV, Bildu e Compromis hanno dato il loro sostegno alla proposta.
Il rifiuto di questa ipotesi – che unisce PSOE, PP e Ciudadanos, oltre a Vox, e lo “Stato Profondo” – farebbe mancare qualsiasi presupposto per una soluzione politica alla crisi catalana e riaprirebbe dunque con forza la strada ad una ipotesi più “unilaterale” da parte del governo della Comunità Autonoma.
Tornando alla mossa del leader di Podemos...
La partita giocata da Iglesias ha già conosciuto la sua prima cocente sconfitta, considerato che Más Madrid – la scissione madrilena di Podemos, che alle precedenti elezioni era stata appoggiata dalla ex sindaca della capitale spagnola – ha declinato il suo invito, depotenziando quindi sul nascere l’ipotesi di un “fronte” di sinistra contro la Ayuso.
Il “no” secco alla proposta è arrivato da Mónica García, una delle figure più popolari dell’opposizione a Madrid, dottoressa in prima fila per le lotte contro la privatizzazione della sanità ed ex membro di Podemos, eletta nel 2015 tra le sue fila, seguì Errejón da subito, nel 2019, quando si è allontanato da Podemos, in seguito divenuta una figura di spicco anche grazie alla crisi pandemica.
La campagna elettorale a Madrid, storico bastione dei popolari, è iniziata quindi in un clima di forte polarizzazione, e potrebbe comportare l’ulteriore marginalizzazione politica di Podemos – se non dovesse raggiungere la soglia del 5% necessaria per entrare nell’assemblea regionale – e/o Ciudadanos, finora i due principali attori “populisti” sorti dalla crisi dal bipartitismo spagnolo.
In particolare bisogna ricordare come Unidos-Podemos abbia dilapidato il suo capitale politico, stando ai deludenti risultati elettorali ottenuti dalle sue articolazioni regionali prima nei Paesi Baschi, poi in Galizia e non ultimo in Catalogna.
Stiamo attraversando una fase di ridefinizione del corso politico iberico, che vede comunque il PP ed il PSOE convergere su alcune questioni di fondo, dall’acceso anti-indipendentismo alla difesa a spada tratta dell’istituzione monarchica, nonostante la sua palese corruzione; concordi infine nell’usare i fondi europei, di cui la Spagna è per dimensione la seconda “beneficiaria”, per riconfigurare l’assetto del sistema paese.
Una fase che vede il crepuscolo delle due varianti populiste di destra e di sinistra, entrambi incapaci di realizzare una svolta radicale una volta arrivate alle leve di comando.
È in atto una polarizzazione, di cui la “battaglia per Madrid” è un esempio, frutto della politicizzazione delle contraddizioni sociali e delle storture del “regime del 1978”, cooptato organicamente dall’Unione Europa, ma che si trova a sua volta in una impasse evidente.
Come hanno dimostrato le mobilitazioni per Pablo Hasel, si è aperta una breccia che rompe la pacificazione sociale, ed è destinata ad ampliarsi nella generale incapacità di tenuta del quadro politico, e per la debolezza di quegli attori su cui le élite europee contavano per garantire la governance del pesante processo di ristrutturazione e “riforme” che vorrebbero imporre in Spagna.
Fonte
29/04/2019
Spagna - La “danza immobile”: nessuna maggioranza possibile
Siamo alle terze elezioni politiche in appena quattro anni, in Spagna, e neanche questa volta ci sarà una maggioranza politica chiara o almeno accettabilmente coesa.
La vittoria relativa va al Psoe (partito “socialista”) del premier uscente Pedro Sanchez, che cresce in misura notevole rispetto alla precedente legislatura, raggiungendo il 28,7% dei voti al momento e 123 seggi.
Seguono i “popolari” – destra ex franchista, guidata per anni dai corrotti Aznar e Rajoy – che subiscono un tracollo epocale, dimezzando i voti scendendo al 16,7%, che fruttano solo 66 seggi, nonostante si fossero affidati a un leader “ggiovane”, come Pablo Casado. Ne avevano 137, e questo dà la portata di quello che è comunque il peggior risultato di questo partito dalla fine della dittatura franchista: non era infatti mai sceso sotto i 100 deputati.
Segue la destra “movimentista” di Ciudadanos – un tentativo di mantenere il quadro “culturale” dei popolari, ma senza l’ingombrante presenza dei vecchi boss screditati – che ha raggiunto il 15,8% e 57 seggi. E sembra dunque, pur aumentando voti e seggi, aver perso la “spinta propulsiva” che l’aveva identificata come risposta moderata alla crisi della destra classica.
Al quarto posto c’è Podemos, anch’essa in crisi di credibilità (ha appoggiato dall’esterno il governo di Sanchez dopo le dimissioni di Rajoy), che raccoglie solo il 14,3% e 42 seggi.
Il vero vincitore sembra dunque il movimento di ultradestra Vox, che entra per la prima volta ne parlamento nazionale con poco più del 10% e 24 seggi.
Seguono poi le formazioni indipendentiste di Euskadi e Catalogna. Dai Paesi Baschi il moderato Pnv manda a Madri 6 deputati, mentre Eh Bildu – coalizione delle formazioni di sinistra – ne raccoglie quattro.
In Catalogna, Esquerra Repubblicana conquista 15 seggi, mentre JxCat (la formazione dell’ex presidente Puigdemont, ancora esule in Belgio) ne prende altri sette.
Proprio i partiti catalani avevano determinato la caduta del governo Sanchez, rifiutandosi di dare il consenso alla “legge di stabilità”, scritta – come per l’Italia e tutti i paesi dell’Unione Europea – sotto il rigido controllo di Bruxelles.
In realtà, però, il vero terreno di scontro è stata la questione dell’indipendenza catalana, cui il governo “socialista” non ha dato alcuna risposta, nemmeno sul piano della liberazione dei prigionieri politici. E stiamo parlando di parlamentari regolarmente eletti – Oriol Junqueras, Jordi Turull, Josep Rull e Jordi Sànchez – non di combattenti in clandestinità…
La questione dell’indipendenza catalana è, per contro, anche al centro della crescita della destra apertamente fascista, bigotta e vetero-cattolica di Vox, al cui leader Santiago Abascal ha dato il proprio entusiastico appoggio Matteo Salvini (che solo due anni fa fingeva di essere al fianco degli indipendentisti catalani!).
Comincia ora il solito rito alchemico delle possibili maggioranza per comporre un governo. Per raggiungere i 176 seggi indispensabili, infatti, nessuna delle combinazioni “logiche” (centrodestra e centrosinistra, per dirla con le parole della geografia parlamentare italiana) è infatti possibile. Né sul piano politico, né su quello numerico.
La destra, infatti, raggiunge al massimo i 143 imbarcando anche i fascisti di Vox (che però non hanno alcun interesse ad interrompere la propria ascesa accodandosi ai “moderati”). Mentre il “centrosinistra” si ferma a 165.
Determinanti, insomma, i voti “maledetti” delle diverse formazioni indipendentiste. Ma cosa possono offrire, in cambio, le vecchie concrezioni partitiche? Praticamente nulla.
La destra, infatti, riafferma insieme al re l’assoluta intangibilità della “patria”, ed esclude qualsiasi trattativa dopo essersi peraltro divisa sul grado di “fermezza” repressiva da contrapporre a baschi e catalani. Il centrismo “europeista” di Sanchez, al massimo, può proporre una mano più leggera da parte delle forze dell’ordine, ma non certo passi avanti verso una vera autonomia regionale. Perché questo farebbe al contrario crescere la destra nazionalista oltre che europeista.
Come si vede, le categorie usate dai media mainstream italiani non riescono neppure a cogliere la realtà dello scontro in Spagna. Ma non chiedetegli di fare ammenda. Non ne sono capaci.
Fonte
01/06/2018
Madrid, la corruzione affonda Rajoy e riporta a galla i socialisti
Gli scandali per corruzione che hanno coinvolto numerosi pezzi da novanta del Partito Popolare sono costati molto cari al presidente del governo di destra di Madrid, Mariano Rajoy, che oggi ha dovuto dire addio al proprio incarico.
Stamattina, infatti, la maggioranza dei componenti delle Cortes – 180 voti a favore, 169 contrari e un’astensione – hanno detto sì alla mozione di sfiducia presentata dal Partito Socialista Operaio Spagnolo, il cui leader Pedro Sánchez è diventato il nuovo primo ministro.
L’esito della votazione era abbastanza scontato dopo che il Partito Nazionalista Basco – formazione autonomista che rappresenta storicamente gli interessi della borghesia di Bilbao – aveva deciso di appoggiare la mociòn de censura, avendo ottenuto dai socialisti l’impegno ad approvare la stessa legge di bilancio varata dal PP dopo mesi di stallo, contenente un piccolo aumento delle pensioni e un relativamente consistente stanziamento per la Comunità Autonoma Basca a favore dei quali i dirigenti del PNV si erano battuti.
Alla fine per disarcionare Mariano Rajoy ai voti del Psoe e del Pnv si sono uniti quelli delle sinistre di Unidos Podemos e delle cosiddette confluencias – le formazioni regionali alleate di Iglesias – quelli dei deputati catalani di Erc e PDeCat e quelli della sinistra nazionalista basca di Bildu.
In base alla legislazione spagnola, il leader del partito che ha ottenuto un sostegno maggioritario alla propria mozione di sfiducia diventa il capo del nuovo governo. Nei prossimi giorni Pedro Sánchez annuncerà la lista dei ministri di un esecutivo che, secondo le sue intenzioni, dovrebbe durare qualche mese per traghettare il paese verso nuove elezioni. Elezioni che potrebbero sì sancire forse un recupero elettorale del Psoe – che negli scorsi anni, nonostante la crisi del PP, è stato fortemente ridimensionato – ma soprattutto uno storico sorpasso della nuova destra di Ciudadanos nei confronti della vecchia casa madre popolare. Nelle ultime settimane tutti i sondaggi danno il partito di Albert Rivera – formazione a torto definita moderata e liberale da commentatori alquanto distratti – in forte crescita, e la condanna nel processo Gürtel di alcuni dei dirigenti popolari potrebbe ulteriormente favorire un partito che negli ultimi anni, pur sostenendo il governo Rajoy, ha accentuato il suo messaggio nazionalista e sciovinista anche in seguito della crisi catalana dei mesi scorsi.
Il segretario socialista dovrà sciogliere il nodo del carattere del suo governo; governerà da solo con un monocolore e sulla base di un programma già stabilito – in quel caso le ex opposizioni di sinistra dovranno votare una cambiale in bianco semplicemente per tenere il PP e Ciudadanos lontani dal potere – oppure acconsentirà a negoziare un accordo di governo almeno con la formazione di Pablo Iglesias?
I deputati di Ciudadanos, che hanno sostenuto l’esecutivo Rajoy fino alla sentenza del caso Gürtel, hanno votato contro la mozione di sfiducia pur affermando la volontà di porre fine all’esperienza di governo coi popolari, terremotata dalla corruzione che la formazione di Rivera afferma di contrastare. Ciudadanos chiedeva però a Rajoy dimissioni immediate, in maniera da evitare la sfiducia e convocare elezioni anticipate che portassero alla prevista vittoria del catalano unionista Albert Rivera.
Una vittoria che, soprattutto se Sánchez governerà sulla base di un programma comune concordato con Podemos e i nazionalisti baschi e catalani – il Psoe viene già accusato dagli ultranazionalisti spagnoli di “tradimento della patria” e di inciucio con i “radicali” e i “secessionisti” – potrebbe essere ancora più massiccio al termine della parentesi socialista.
Ciudadanos potrebbe infatti condurre nei prossimi mesi una aggressiva campagna popolare sia contro “i corrotti del PP” sia contro i “traditori’ del Psoe”, candidandosi a fare il pieno dei voti in fuga dalle due formazioni storiche all’interno di un avvitamento autoritario e nazionalista dell’opinione pubblica iberica.
Un clima che si conferma con la pesante condanna inflitta oggi contro otto tra ragazzi e ragazze basche arrestati nell’ottobre del 2016 perché accusati di aver partecipato ad una rissa con due agenti fuori servizio della Guardia Civil in un bar della località navarra di Altsasu. La rissa è stata trasformata dall’Audiencia Nacional in una aggressione premeditata contro i due militari maturata all’interno degli ambienti più radicali della sinistra indipendentista basca. I giovani imputati sono stati condannati a pene detentive tra i 2 e i 13 anni di carcere – per sette i giudici hanno dettato sentenze superiori ai nove anni di reclusione – per i reati di “attentato all’autorità”, “lesioni”, “disordini pubblici” e “minacce”. L’accusa chiedeva pene ancora più pesanti ma la corte ha alla fine respinto le accuse di terrorismo che pendevano sul gruppo di giovani di Altsasu sui quali è piombata comunque una sentenza di natura tutta politica.
Il portavoce del Partito Popolare, Rafael Hernando, ha accusato oggi in aula il leader socialista di essere arrivato a guidare il governo grazie “agli amici di Maduro, a quelli che vogliono rompere la Spagna e agli amici dell’ETA”; al contrario i deputati di Unidos Podemos hanno accolto i risultati della votazione di stamattina al grido di “Si se puede” – Sì, si può – tradizionale slogan della formazione.
Ma chi spera che l’avvento dei socialisti al governo a Madrid porti ad una rottura con le politiche di Rajoy farebbe bene a moderare le proprie aspettative. I socialisti – che si accordino o meno con Podemos poco cambierà – hanno annunciato che governeranno per pochi mesi allo scopo di riportare il paese in carreggiata, nel solco della continuità e dei dettami dell’Unione Europea, garantendo la “stabilità di bilancio ed economia”, rispettando la tabella di marcia imposta da Bruxelles e il rispetto integrale della Costituzione.
D’altronde il Psoe è un partito di centrosinistra di tradizione liberista e thatcheriana fin dagli anni ’80 e pilastro, insieme al PP, del cosiddetto ‘regime del 78’ nato dall’autoriforma del regime franchista.
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Stamattina, infatti, la maggioranza dei componenti delle Cortes – 180 voti a favore, 169 contrari e un’astensione – hanno detto sì alla mozione di sfiducia presentata dal Partito Socialista Operaio Spagnolo, il cui leader Pedro Sánchez è diventato il nuovo primo ministro.
L’esito della votazione era abbastanza scontato dopo che il Partito Nazionalista Basco – formazione autonomista che rappresenta storicamente gli interessi della borghesia di Bilbao – aveva deciso di appoggiare la mociòn de censura, avendo ottenuto dai socialisti l’impegno ad approvare la stessa legge di bilancio varata dal PP dopo mesi di stallo, contenente un piccolo aumento delle pensioni e un relativamente consistente stanziamento per la Comunità Autonoma Basca a favore dei quali i dirigenti del PNV si erano battuti.
Alla fine per disarcionare Mariano Rajoy ai voti del Psoe e del Pnv si sono uniti quelli delle sinistre di Unidos Podemos e delle cosiddette confluencias – le formazioni regionali alleate di Iglesias – quelli dei deputati catalani di Erc e PDeCat e quelli della sinistra nazionalista basca di Bildu.
In base alla legislazione spagnola, il leader del partito che ha ottenuto un sostegno maggioritario alla propria mozione di sfiducia diventa il capo del nuovo governo. Nei prossimi giorni Pedro Sánchez annuncerà la lista dei ministri di un esecutivo che, secondo le sue intenzioni, dovrebbe durare qualche mese per traghettare il paese verso nuove elezioni. Elezioni che potrebbero sì sancire forse un recupero elettorale del Psoe – che negli scorsi anni, nonostante la crisi del PP, è stato fortemente ridimensionato – ma soprattutto uno storico sorpasso della nuova destra di Ciudadanos nei confronti della vecchia casa madre popolare. Nelle ultime settimane tutti i sondaggi danno il partito di Albert Rivera – formazione a torto definita moderata e liberale da commentatori alquanto distratti – in forte crescita, e la condanna nel processo Gürtel di alcuni dei dirigenti popolari potrebbe ulteriormente favorire un partito che negli ultimi anni, pur sostenendo il governo Rajoy, ha accentuato il suo messaggio nazionalista e sciovinista anche in seguito della crisi catalana dei mesi scorsi.
Il segretario socialista dovrà sciogliere il nodo del carattere del suo governo; governerà da solo con un monocolore e sulla base di un programma già stabilito – in quel caso le ex opposizioni di sinistra dovranno votare una cambiale in bianco semplicemente per tenere il PP e Ciudadanos lontani dal potere – oppure acconsentirà a negoziare un accordo di governo almeno con la formazione di Pablo Iglesias?
I deputati di Ciudadanos, che hanno sostenuto l’esecutivo Rajoy fino alla sentenza del caso Gürtel, hanno votato contro la mozione di sfiducia pur affermando la volontà di porre fine all’esperienza di governo coi popolari, terremotata dalla corruzione che la formazione di Rivera afferma di contrastare. Ciudadanos chiedeva però a Rajoy dimissioni immediate, in maniera da evitare la sfiducia e convocare elezioni anticipate che portassero alla prevista vittoria del catalano unionista Albert Rivera.
Una vittoria che, soprattutto se Sánchez governerà sulla base di un programma comune concordato con Podemos e i nazionalisti baschi e catalani – il Psoe viene già accusato dagli ultranazionalisti spagnoli di “tradimento della patria” e di inciucio con i “radicali” e i “secessionisti” – potrebbe essere ancora più massiccio al termine della parentesi socialista.
Ciudadanos potrebbe infatti condurre nei prossimi mesi una aggressiva campagna popolare sia contro “i corrotti del PP” sia contro i “traditori’ del Psoe”, candidandosi a fare il pieno dei voti in fuga dalle due formazioni storiche all’interno di un avvitamento autoritario e nazionalista dell’opinione pubblica iberica.
Un clima che si conferma con la pesante condanna inflitta oggi contro otto tra ragazzi e ragazze basche arrestati nell’ottobre del 2016 perché accusati di aver partecipato ad una rissa con due agenti fuori servizio della Guardia Civil in un bar della località navarra di Altsasu. La rissa è stata trasformata dall’Audiencia Nacional in una aggressione premeditata contro i due militari maturata all’interno degli ambienti più radicali della sinistra indipendentista basca. I giovani imputati sono stati condannati a pene detentive tra i 2 e i 13 anni di carcere – per sette i giudici hanno dettato sentenze superiori ai nove anni di reclusione – per i reati di “attentato all’autorità”, “lesioni”, “disordini pubblici” e “minacce”. L’accusa chiedeva pene ancora più pesanti ma la corte ha alla fine respinto le accuse di terrorismo che pendevano sul gruppo di giovani di Altsasu sui quali è piombata comunque una sentenza di natura tutta politica.
Il portavoce del Partito Popolare, Rafael Hernando, ha accusato oggi in aula il leader socialista di essere arrivato a guidare il governo grazie “agli amici di Maduro, a quelli che vogliono rompere la Spagna e agli amici dell’ETA”; al contrario i deputati di Unidos Podemos hanno accolto i risultati della votazione di stamattina al grido di “Si se puede” – Sì, si può – tradizionale slogan della formazione.
Ma chi spera che l’avvento dei socialisti al governo a Madrid porti ad una rottura con le politiche di Rajoy farebbe bene a moderare le proprie aspettative. I socialisti – che si accordino o meno con Podemos poco cambierà – hanno annunciato che governeranno per pochi mesi allo scopo di riportare il paese in carreggiata, nel solco della continuità e dei dettami dell’Unione Europea, garantendo la “stabilità di bilancio ed economia”, rispettando la tabella di marcia imposta da Bruxelles e il rispetto integrale della Costituzione.
D’altronde il Psoe è un partito di centrosinistra di tradizione liberista e thatcheriana fin dagli anni ’80 e pilastro, insieme al PP, del cosiddetto ‘regime del 78’ nato dall’autoriforma del regime franchista.
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25/05/2018
I giudici: “il PP è corrotto”. Governo Rajoy al capolinea?
Dall’autunno scorso il Partito Nazionalista Basco condizionava il suo sostegno alla Legge di Bilancio del governo PP-Ciudadanos – che da soli non avevano i voti sufficienti per approvarla – alla fine del commissariamento da parte di Madrid delle istituzioni catalane, sottoposte all’articolo 155 della Costituzione dopo la celebrazione del referendum dell’1 ottobre e la simbolica proclamazione della Repubblica Catalana. Ma mercoledì scorso, nonostante l’esecutivo spagnolo abbia deciso di bloccare il varo del nuovo governo catalano e di mantenere il 155, il partito della borghesia autonomista di Bilbao ha improvvisamente dato luce verde a Rajoy, in cambio di un lieve aumento delle pensioni e di alcuni consistenti investimenti nel Paese Basco, che il PNV potrà rivendicare nella prossima campagna elettorale.
Sembrava che il premier Mariano Rajoy potesse tornare a respirare. D’altronde il Partito Popolare, erede di quella Alianza Popular fondata nella seconda metà degli anni ’70 dalle ali più intransigenti del partito franchista e divenuto dopo neanche venti anni partito di governo, è sopravvissuto quasi indenne a momenti assai più complicati. Come quando, nel 2015, una grossa fetta del suo elettorato decise di abbandonare Rajoy dopo anni di sacrifici a senso unico inflitti alla popolazione sotto dettatura della Troika e numerosi casi di corruzione. In molti avevano predestinato il prossimo tracollo del PP e la fine del “regime del '78” prodotto dall’autoriforma del franchismo e dall’accordo con il grosso dell’ex opposizione antifascista. Ma le elezioni del 2016 – convocate vista l’impossibilità di formare un nuovo esecutivo – videro una nuova ascesa dei popolari e la riconferma di Rajoy alla guida di un esecutivo che contò sul sostegno della nuova destra di Ciudadanos e sulla tolleranza dei socialisti.
Ma in molti si chiedono se gli eventi di queste ore saranno in grado di affondare definitivamente la destra postfranchista spagnola.
Poche ore prima che Rajoy ricevesse l’ok dei regionalisti baschi, finiva in manette per corruzione l’ex ministro e dirigente del PP Eduardo Zaplana, ex portavoce del primo ministro tra il 2004 e il 2008. In un vero e proprio crescendo, la Audiencia Nacional ha emesso ieri una sentenza durissima sul “caso Gürtel” scatenando un vero e proprio terremoto.
Il Tribunale ha condannato a un totale di 351 anni di reclusione 29 dei 37 accusati di aver organizzato una trama criminale tra il 1999 e il 2005, finalizzata a finanziare illegalmente il Partito Popolare e alcuni suoi dirigenti approfittando della gestione da parte della destra delle comunità autonome di Valencia e Madrid. La Corte ha condannato a 51 anni di carcere il capofila della ‘banda’, l’imprenditore Francisco Correa, e a 33 anni l’ex tesoriere del PP Luis Barcenas. La moglie di quest’ultimo è stata condannata a 15 anni di reclusione, mentre il vice di Correa a 37. Al sindaco del comune di Majadahonda sono stati inflitti 38 anni.
Quel che è più grave – per Rajoy e i suoi, ovviamente – è che la sentenza considera il PP in quanto formazione politica come responsabile dell’appropriazione indebita di almeno 245 mila euro, e certifica l’esistenza di una contabilità parallela del partito di destra, la cosiddetta ‘Caja B’. All’interno dei registri sequestrati a Barcenas compare anche il nome dell’attuale premier come ‘utilizzatore finale’ delle donazioni illegali intercettate grazie alla rete di corruzione gestita dall’allora tesoriere. I contributi non dichiarati provenivano per lo più da imprenditori che in cambio ricevevano favori e facilitazioni da parte dei governi locali gestiti dal PP. La sentenza afferma che l’impresa di Francisco Correa e il PP hanno creato “un autentico ed efficace sistema di corruzione istituzionale attraverso meccanismi di manipolazione della contrattazione pubblica centrale, autonomica e locale” contando sulla complicità non solo dei governi locali e regionali ma anche sulla collaborazione di alcuni esponenti di punta del governo statale che in cambio dei favori concessi alle imprese nell’aggiudicazione degli appalti pubblici ricevevano una “commissione” del 3 o 4%.
Di scandali di corruzione che hanno investito esponenti del PP fin dalla sua nascita il curriculum della formazione – definita dai rapporti europei, sulla base del numero di inchieste e condanne, il “partito più corrotto” del continente – è pieno zeppo.
Ma le conseguenze politiche del “caso Gürtel”, tutte da verificare vista l’assuefazione dell’elettorato di destra spagnolo alla corruzione, potrebbero essere maggiori rispetto al passato. Perché la sentenza colpevolizza in PP in quanto tale, e non alcuni suoi esponenti o dirigenti come era avvenuto in passato.
Nel tentativo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica, ieri il governo ha scatenato una maxi operazione di polizia in Catalogna finalizzata a trovare le prove del presunto utilizzo da parte delle autorità di Barcellona di fondi pubblici per la cooperazione, destinati invece all’organizzazione del referendum sull’autodeterminazione. L’ingente mobilitazione di forze dell’ordine, l’alto numero di fermi e perquisizioni ha però portato ad un nulla di fatto.
Rajoy in una intervista si è difeso affermando che “il PP è molto più di dieci o quindici casi isolati di corruzione” (!). Ma stavolta la tegola che gli è piovuta addosso è davvero pesante. L’ex leader della formazione, José Maria Aznar, ha chiesto le dimissioni del segretario del partito nel tentativo di tornare in sella e di evitare che la formazione politica venga travolta. I sondaggi degli ultimi mesi segnalavano già un calo significativo dei consensi per il PP, che ora potrebbe diventare assai più consistente, ad un anno esatto dalle elezioni europee, da quelle comunali e di alcuni appuntamenti regionali.
Secondo i sondaggi – per quello che valgono – ad approfittare dell’ennesima crisi del PP sarebbe soprattutto Ciudadanos, il partito di destra nato in Catalogna nel 2005 per controbilanciare il vento indipendentista è da qualche tempo diventato una forza politica di consistente peso politico statale, capace di attirare i consensi in fuga dal PP e anche dal Psoe. Dall’inizio della crisi catalana i suoi leader Albert Rivera ed Ines Arrimadas hanno impresso un notevole giro a destra del messaggio della formazione, che si caratterizza ancora più del PP per la sua ideologia nazionalista e reazionaria e i suoi crescenti legami con l’estrema destra neofascista. Finora Ciudadanos è servito come “caja B” del PP, fornendo agli elettori scontenti un comodo approdo in grado di tenere a galla l’esecutivo e di rafforzare il ‘regime del 78’, passato da bipartito a tripartito. Ma la sentenza sul “caso Gürtel” potrebbe sancire lo storico sorpasso da parte della nuova destra.
Si capirà nelle prossime ore se Rivera, reduce da una kermesse ultranazionalista finalizzata ad un allargamento del partito ad altre aree politiche reazionarie, approfitterà del colpo inferito dalla magistratura al suo alleato Rajoy per buttare giù l’esecutivo e andare rapidamente ad elezioni anticipate che potrebbero decretarne la vittoria. Nel frattempo i socialisti hanno presentato una mozione di sfiducia che, col sostegno dei partiti di opposizione Unidos Podemos, Erc, PDeCAT, Compromis, Bildu e Nueva Canaria, potrebbe arrivare ad un passo dalla spallata.
Se a votare la sfiducia fossero anche i deputati del Partito Nazionalista Basco – o qualche ‘franco tiratore’ di Ciudadanos, il governo Rajoy potrebbe avere i giorni contati. Ma non necessariamente Madrid ne uscirebbe a sinistra.
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Sembrava che il premier Mariano Rajoy potesse tornare a respirare. D’altronde il Partito Popolare, erede di quella Alianza Popular fondata nella seconda metà degli anni ’70 dalle ali più intransigenti del partito franchista e divenuto dopo neanche venti anni partito di governo, è sopravvissuto quasi indenne a momenti assai più complicati. Come quando, nel 2015, una grossa fetta del suo elettorato decise di abbandonare Rajoy dopo anni di sacrifici a senso unico inflitti alla popolazione sotto dettatura della Troika e numerosi casi di corruzione. In molti avevano predestinato il prossimo tracollo del PP e la fine del “regime del '78” prodotto dall’autoriforma del franchismo e dall’accordo con il grosso dell’ex opposizione antifascista. Ma le elezioni del 2016 – convocate vista l’impossibilità di formare un nuovo esecutivo – videro una nuova ascesa dei popolari e la riconferma di Rajoy alla guida di un esecutivo che contò sul sostegno della nuova destra di Ciudadanos e sulla tolleranza dei socialisti.
Ma in molti si chiedono se gli eventi di queste ore saranno in grado di affondare definitivamente la destra postfranchista spagnola.
Poche ore prima che Rajoy ricevesse l’ok dei regionalisti baschi, finiva in manette per corruzione l’ex ministro e dirigente del PP Eduardo Zaplana, ex portavoce del primo ministro tra il 2004 e il 2008. In un vero e proprio crescendo, la Audiencia Nacional ha emesso ieri una sentenza durissima sul “caso Gürtel” scatenando un vero e proprio terremoto.
Il Tribunale ha condannato a un totale di 351 anni di reclusione 29 dei 37 accusati di aver organizzato una trama criminale tra il 1999 e il 2005, finalizzata a finanziare illegalmente il Partito Popolare e alcuni suoi dirigenti approfittando della gestione da parte della destra delle comunità autonome di Valencia e Madrid. La Corte ha condannato a 51 anni di carcere il capofila della ‘banda’, l’imprenditore Francisco Correa, e a 33 anni l’ex tesoriere del PP Luis Barcenas. La moglie di quest’ultimo è stata condannata a 15 anni di reclusione, mentre il vice di Correa a 37. Al sindaco del comune di Majadahonda sono stati inflitti 38 anni.
Quel che è più grave – per Rajoy e i suoi, ovviamente – è che la sentenza considera il PP in quanto formazione politica come responsabile dell’appropriazione indebita di almeno 245 mila euro, e certifica l’esistenza di una contabilità parallela del partito di destra, la cosiddetta ‘Caja B’. All’interno dei registri sequestrati a Barcenas compare anche il nome dell’attuale premier come ‘utilizzatore finale’ delle donazioni illegali intercettate grazie alla rete di corruzione gestita dall’allora tesoriere. I contributi non dichiarati provenivano per lo più da imprenditori che in cambio ricevevano favori e facilitazioni da parte dei governi locali gestiti dal PP. La sentenza afferma che l’impresa di Francisco Correa e il PP hanno creato “un autentico ed efficace sistema di corruzione istituzionale attraverso meccanismi di manipolazione della contrattazione pubblica centrale, autonomica e locale” contando sulla complicità non solo dei governi locali e regionali ma anche sulla collaborazione di alcuni esponenti di punta del governo statale che in cambio dei favori concessi alle imprese nell’aggiudicazione degli appalti pubblici ricevevano una “commissione” del 3 o 4%.
Di scandali di corruzione che hanno investito esponenti del PP fin dalla sua nascita il curriculum della formazione – definita dai rapporti europei, sulla base del numero di inchieste e condanne, il “partito più corrotto” del continente – è pieno zeppo.
Ma le conseguenze politiche del “caso Gürtel”, tutte da verificare vista l’assuefazione dell’elettorato di destra spagnolo alla corruzione, potrebbero essere maggiori rispetto al passato. Perché la sentenza colpevolizza in PP in quanto tale, e non alcuni suoi esponenti o dirigenti come era avvenuto in passato.
Nel tentativo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica, ieri il governo ha scatenato una maxi operazione di polizia in Catalogna finalizzata a trovare le prove del presunto utilizzo da parte delle autorità di Barcellona di fondi pubblici per la cooperazione, destinati invece all’organizzazione del referendum sull’autodeterminazione. L’ingente mobilitazione di forze dell’ordine, l’alto numero di fermi e perquisizioni ha però portato ad un nulla di fatto.
Rajoy in una intervista si è difeso affermando che “il PP è molto più di dieci o quindici casi isolati di corruzione” (!). Ma stavolta la tegola che gli è piovuta addosso è davvero pesante. L’ex leader della formazione, José Maria Aznar, ha chiesto le dimissioni del segretario del partito nel tentativo di tornare in sella e di evitare che la formazione politica venga travolta. I sondaggi degli ultimi mesi segnalavano già un calo significativo dei consensi per il PP, che ora potrebbe diventare assai più consistente, ad un anno esatto dalle elezioni europee, da quelle comunali e di alcuni appuntamenti regionali.
Secondo i sondaggi – per quello che valgono – ad approfittare dell’ennesima crisi del PP sarebbe soprattutto Ciudadanos, il partito di destra nato in Catalogna nel 2005 per controbilanciare il vento indipendentista è da qualche tempo diventato una forza politica di consistente peso politico statale, capace di attirare i consensi in fuga dal PP e anche dal Psoe. Dall’inizio della crisi catalana i suoi leader Albert Rivera ed Ines Arrimadas hanno impresso un notevole giro a destra del messaggio della formazione, che si caratterizza ancora più del PP per la sua ideologia nazionalista e reazionaria e i suoi crescenti legami con l’estrema destra neofascista. Finora Ciudadanos è servito come “caja B” del PP, fornendo agli elettori scontenti un comodo approdo in grado di tenere a galla l’esecutivo e di rafforzare il ‘regime del 78’, passato da bipartito a tripartito. Ma la sentenza sul “caso Gürtel” potrebbe sancire lo storico sorpasso da parte della nuova destra.
Si capirà nelle prossime ore se Rivera, reduce da una kermesse ultranazionalista finalizzata ad un allargamento del partito ad altre aree politiche reazionarie, approfitterà del colpo inferito dalla magistratura al suo alleato Rajoy per buttare giù l’esecutivo e andare rapidamente ad elezioni anticipate che potrebbero decretarne la vittoria. Nel frattempo i socialisti hanno presentato una mozione di sfiducia che, col sostegno dei partiti di opposizione Unidos Podemos, Erc, PDeCAT, Compromis, Bildu e Nueva Canaria, potrebbe arrivare ad un passo dalla spallata.
Se a votare la sfiducia fossero anche i deputati del Partito Nazionalista Basco – o qualche ‘franco tiratore’ di Ciudadanos, il governo Rajoy potrebbe avere i giorni contati. Ma non necessariamente Madrid ne uscirebbe a sinistra.
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20/12/2017
Catalogna, domani elezioni imposte e “col trucco”
Domani si terranno in Catalogna elezioni che definire ‘anomale’ è poco. Si vota infatti a causa dell’intervento del governo centrale spagnolo che a ottobre ha esautorato e sciolto il governo e il parlamento locali – colpevoli di aver perseguito l’indipendenza da Madrid – grazie all’applicazione del famigerato articolo 155 della Costituzione Spagnola.
La campagna elettorale è stata, tutto sommato, assai più tranquilla di quanto ci si potesse aspettare. D’altronde milioni di catalani sono stati mobilitati su entrambi i fronti, quello indipendentista e quello unionista, quasi ininterrottamente per mesi. A pesare è anche la cappa repressiva fatta calare da Madrid sulla Catalogna, tuttora ‘presidiata’ da migliaia di militari e poliziotti spagnoli in aggiunta ai Mossos nel frattempo normalizzati dal commissariamento.
La campagna elettorale è stata costellata da decine di piccoli atti di repressione e censura. Potremmo citare l’identificazione da parte della polizia di alcuni militanti e candidati indipendentisti durante atti elettorali; il rifiuto da parte di alcune emittenti di trasmettere alcuni spot della Cup (sinistra indipendentista radicale); la censura sui media di alcune manifestazioni dei partiti indipendentisti; il divieto imposto dalla Giunta Elettorale alle amministrazioni pubbliche e ai municipi di esporre striscioni di solidarietà con i prigionieri politici o anche solo i lacci gialli simbolo della protesta contro l’arresto dei ‘Jordis’ (i leader dell’Assemblea Nazionale Catalane e di Omnium Cultural) o dei dirigenti del governo autonomo esautorato.
Per non parlare di numerose aggressioni e provocazioni da parte dei gruppi di estrema destra ringalluzziti dalla crociata lanciata dal governo Rajoy contro i “ribelli” catalani.
Non solo il voto è stato imposto per riportare “la normalità” e la vigenza della Costituzione in territorio catalano, ma le elezioni si svolgeranno domani in un clima di forte ricatto e condizionamento, con i partiti indipendentisti decapitati dagli arresti e le regole del gioco truccate per evitare una nuova vittoria del fronte che si è battuto per l’indipendenza.
Milioni di catalani sono chiamati alle urne, per la prima volta, in un giorno infrasettimanale e lavorativo, di giovedì. Nonostante questo, l’affluenza ai seggi domani è prevista in rialzo (dopo che nel 2015 era già aumentata notevolmente rispetto alle precedenti elezioni) grazie alla mobilitazione di settori reazionari o di pezzi di quella “maggioranza silenziosa” unionista che generalmente alle elezioni locali nelle ultime tornate si erano astenuti considerando le istituzioni locali ormai “perse” a vantaggio dei ‘separatisti’.
I partiti spagnolisti di destra e di centro hanno condotto una campagna elettorale martellante, mobilitando molti dei leader statali.
Lo stesso premier spagnolo, Mariano Rajoy, ha presenziato vari appuntamenti di propaganda sul suolo catalano nella speranza di evitare che il Partito Popolare sparisca dalla mappa. La numero due di Rajoy e ‘governatrice’ della Catalogna grazie al 155, Soraya Sáenz de Santamaría, ha intanto beatamente dichiarato di sentirsi orgogliosa perché il suo partito ha decapitato l’indipendentismo, un’ammissione, per quanto implicita, dell’esistenza in Spagna di prigionieri politici e dell’inesistenza della separazione dei poteri.
La “nuova” destra liberista e nazionalista spagnola di Ciudadanos spera di affermarsi come primo partito – i sondaggi la danno in forte ascesa – e di poter guidare un eventuale governo “costituzionale” a Barcellona per la prima volta dalla fine del franchismo. A trainare l’ascesa dei ‘cittadini’ che piacciono a Macron la mobilitazione nei comizi catalani di personaggi del calibro di Manuel Valls, l’ex primo ministro socialista francese di origini catalane, o del Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa.
I socialisti, anche loro previsti in ascesa, hanno potuto contare sulla solidarietà della sindaca di Parigi, la socialista di origini iberiche Anne Hidalgo, e su uno Zapatero che per l’occasione si è addirittura riconciliato con l’attuale leader del Psoe, Pedro Sanchez. E il leader locale dei socialisti, Iceta, ha addirittura imbarcato nelle liste alcuni degli esponenti della destra democristiana locale – l’UDC – in rotta con il PDeCat diventato troppo radicale sul tema nazionale e definito ‘ostaggio della Cup’.
Sul fronte opposto a caratterizzare la campagna elettorale è stata la competizione per la leadership tra i repubblicani di Oriol Junqueras (rinchiuso nel carcere madrileno di Estremera) e i liberali di Puigdemont (esiliatosi in Belgio per non essere arrestato come molti dei suoi ministri). Alle storiche elezioni del 2015 i due partiti, più altre formazioni minori di centrosinistra, si erano presentati insieme nella coalizione Junts pel Si, ma stavolta Esquerra Republicana ha voluto concorrere con il suo simbolo, forte della vittoria che i sondaggi assegnano alla formazione socialdemocratica e nazionalista. Per l’occasione ERC ha candidato vari esponenti di tutte quelle correnti socialiste che negli anni scorsi o in questi mesi hanno abbandonato un PSC sempre più indistinguibile dal PP e da Ciudadanos.
In calo, invece, è dato il PDeCat che ha scelto di celarsi dietro la denominazione di ‘Junts per Catalunya’ che candida anche Jordi Sanchez, leader carismatico dell’associazionismo catalanista imprigionato ormai da due mesi. La speranza è quella di frenare il trend negativo che caratterizza ormai da alcune tornate elettorali il partito storico di riferimento di una borghesia autonomista che non ha gradito affatto la svolta indipendentista degli ultimi anni e che è stato abbandonato anche da tanti elettori più progressisti arrabbiati per gli scandali di corruzione e le politiche autoritarie e ultraliberiste che hanno contraddistinto il governo di Artur Mas.
Gli indipendentisti anticapitalisti della Cup sono dati in discesa rispetto all’exploit del 2015, quando erano passati da 3 a 10 deputati. Stavolta la formazione più radicale dello schieramento indipendentista potrebbe essere penalizzata dal “voto utile” che spinge verso il voto ad ERC affinché si affermi come primo partito evitando l’onta della vittoria di Ciudadanos. E anche dallo scontento di alcuni dei settori e politici più radicali che rimproverano alla Cup di essere stata troppo accondiscendente nei confronti di ERC e PDeCat. Da parte loro i candidati della sinistra indipendentista e anticapitalista chiedono il sostegno agli elettori di sinistra proprio per costituire un argine, un pungolo nei confronti delle altre formazioni sovraniste che dopo il fallimento della spallata indipendentista di ottobre hanno notevolmente rinculato rispetto ai battaglieri propositi che hanno portato alla celebrazione del referendum del 1 ottobre e dello sciopero generale del 3.
Dopo gli arresti dei leader politici e dei ministri, e lo scioglimento e il commissariamento di Govern e Parlament, alcuni dirigenti di Erc e del PDeCat hanno fatto autocritica dichiarando la propria impreparazione e sottovalutazione rispetto allo scenario di escalation repressiva determinato dalla reazione di Madrid, e si sono attestati sul ritorno ad una via graduale e negoziale all’indipendenza lasciando così la Cup da sola a difendere la rottura e l’unilateralità.
Stando ai vari sondaggi, le elezioni di domani dovrebbero sancire un sostanziale testa a testa tra i due schieramenti, con quello indipendentista in calo e quello unionista in crescita. In mezzo i ‘comuns’ di Ada Colau e di Xavier Domenech, alla guida di una coalizione “equidistante”, Catalunya en Comú-Podem, data anch’essa in lieve discesa.
Nei giorni scorsi Albano Dante Fachin, ex segretario di Podem e fondatore della formazione di sinistra ‘Som alternativa’ dopo la rottura con la direzione statale del partito, ha diffuso un video in cui invita la base di Podemos e gli indecisi a votare indipendentista – pur non essendo l’indipendenza della Catalogna tra le sua priorità – per far si che il movimento popolare rimanga protagonista della scena politica. Secondo Dante Fachin non esiste alcuna agenda sociale possibile senza la sconfitta del fronte unionista e se il 21 dicembre quest’ultimo vincerà la repressione continuerà e con essa la violazione dei diritti sociali e civili.
Dante Fachin è tornato a criticare fortemente il capolista di Catalunya en Comù, Xavier Domenech, che nei giorni scorsi ha chiesto agli elettori di ‘voltare pagina’ rispetto al 1 ottobre, e definito prioritario adoperarsi per riportare in Catalogna le imprese in fuga spaventate dagli indipendentisti. A Domenech l’ex leader di Podem chiede se debba contare di più la volontà popolare democraticamente e coraggiosamente espressa da milioni di catalani il 1 ottobre o gli interessi delle multinazionali spagnole e delle grandi imprese catalane.
L’intervento di Dante Fachin arriva mentre la giunta di centrosinistra di Madrid (guidata da Unidos Podemos) della sindaca Manuela Carmena è sull’orlo della rottura dopo la decisione dell’amministrazione comunale di applicare i pesanti tagli al bilancio imposti da Madrid, e mentre Podemos chiede agli indipendentisti di ERC si svincolarsi dal fronte sovranista e di rinunciare all’indipendenza per formare in Catalogna un governo insieme ai ‘comuns’ e ai socialisti. Un governo che, nelle intenzioni di Podemos, dovrebbe essere di ‘rinconciliazione’ dopo gli eccessi commessi da ambo le parti nei mesi scorsi.
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La campagna elettorale è stata, tutto sommato, assai più tranquilla di quanto ci si potesse aspettare. D’altronde milioni di catalani sono stati mobilitati su entrambi i fronti, quello indipendentista e quello unionista, quasi ininterrottamente per mesi. A pesare è anche la cappa repressiva fatta calare da Madrid sulla Catalogna, tuttora ‘presidiata’ da migliaia di militari e poliziotti spagnoli in aggiunta ai Mossos nel frattempo normalizzati dal commissariamento.
La campagna elettorale è stata costellata da decine di piccoli atti di repressione e censura. Potremmo citare l’identificazione da parte della polizia di alcuni militanti e candidati indipendentisti durante atti elettorali; il rifiuto da parte di alcune emittenti di trasmettere alcuni spot della Cup (sinistra indipendentista radicale); la censura sui media di alcune manifestazioni dei partiti indipendentisti; il divieto imposto dalla Giunta Elettorale alle amministrazioni pubbliche e ai municipi di esporre striscioni di solidarietà con i prigionieri politici o anche solo i lacci gialli simbolo della protesta contro l’arresto dei ‘Jordis’ (i leader dell’Assemblea Nazionale Catalane e di Omnium Cultural) o dei dirigenti del governo autonomo esautorato.
Per non parlare di numerose aggressioni e provocazioni da parte dei gruppi di estrema destra ringalluzziti dalla crociata lanciata dal governo Rajoy contro i “ribelli” catalani.
Non solo il voto è stato imposto per riportare “la normalità” e la vigenza della Costituzione in territorio catalano, ma le elezioni si svolgeranno domani in un clima di forte ricatto e condizionamento, con i partiti indipendentisti decapitati dagli arresti e le regole del gioco truccate per evitare una nuova vittoria del fronte che si è battuto per l’indipendenza.
Milioni di catalani sono chiamati alle urne, per la prima volta, in un giorno infrasettimanale e lavorativo, di giovedì. Nonostante questo, l’affluenza ai seggi domani è prevista in rialzo (dopo che nel 2015 era già aumentata notevolmente rispetto alle precedenti elezioni) grazie alla mobilitazione di settori reazionari o di pezzi di quella “maggioranza silenziosa” unionista che generalmente alle elezioni locali nelle ultime tornate si erano astenuti considerando le istituzioni locali ormai “perse” a vantaggio dei ‘separatisti’.
I partiti spagnolisti di destra e di centro hanno condotto una campagna elettorale martellante, mobilitando molti dei leader statali.
Lo stesso premier spagnolo, Mariano Rajoy, ha presenziato vari appuntamenti di propaganda sul suolo catalano nella speranza di evitare che il Partito Popolare sparisca dalla mappa. La numero due di Rajoy e ‘governatrice’ della Catalogna grazie al 155, Soraya Sáenz de Santamaría, ha intanto beatamente dichiarato di sentirsi orgogliosa perché il suo partito ha decapitato l’indipendentismo, un’ammissione, per quanto implicita, dell’esistenza in Spagna di prigionieri politici e dell’inesistenza della separazione dei poteri.
La “nuova” destra liberista e nazionalista spagnola di Ciudadanos spera di affermarsi come primo partito – i sondaggi la danno in forte ascesa – e di poter guidare un eventuale governo “costituzionale” a Barcellona per la prima volta dalla fine del franchismo. A trainare l’ascesa dei ‘cittadini’ che piacciono a Macron la mobilitazione nei comizi catalani di personaggi del calibro di Manuel Valls, l’ex primo ministro socialista francese di origini catalane, o del Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa.
I socialisti, anche loro previsti in ascesa, hanno potuto contare sulla solidarietà della sindaca di Parigi, la socialista di origini iberiche Anne Hidalgo, e su uno Zapatero che per l’occasione si è addirittura riconciliato con l’attuale leader del Psoe, Pedro Sanchez. E il leader locale dei socialisti, Iceta, ha addirittura imbarcato nelle liste alcuni degli esponenti della destra democristiana locale – l’UDC – in rotta con il PDeCat diventato troppo radicale sul tema nazionale e definito ‘ostaggio della Cup’.
Sul fronte opposto a caratterizzare la campagna elettorale è stata la competizione per la leadership tra i repubblicani di Oriol Junqueras (rinchiuso nel carcere madrileno di Estremera) e i liberali di Puigdemont (esiliatosi in Belgio per non essere arrestato come molti dei suoi ministri). Alle storiche elezioni del 2015 i due partiti, più altre formazioni minori di centrosinistra, si erano presentati insieme nella coalizione Junts pel Si, ma stavolta Esquerra Republicana ha voluto concorrere con il suo simbolo, forte della vittoria che i sondaggi assegnano alla formazione socialdemocratica e nazionalista. Per l’occasione ERC ha candidato vari esponenti di tutte quelle correnti socialiste che negli anni scorsi o in questi mesi hanno abbandonato un PSC sempre più indistinguibile dal PP e da Ciudadanos.
In calo, invece, è dato il PDeCat che ha scelto di celarsi dietro la denominazione di ‘Junts per Catalunya’ che candida anche Jordi Sanchez, leader carismatico dell’associazionismo catalanista imprigionato ormai da due mesi. La speranza è quella di frenare il trend negativo che caratterizza ormai da alcune tornate elettorali il partito storico di riferimento di una borghesia autonomista che non ha gradito affatto la svolta indipendentista degli ultimi anni e che è stato abbandonato anche da tanti elettori più progressisti arrabbiati per gli scandali di corruzione e le politiche autoritarie e ultraliberiste che hanno contraddistinto il governo di Artur Mas.
Gli indipendentisti anticapitalisti della Cup sono dati in discesa rispetto all’exploit del 2015, quando erano passati da 3 a 10 deputati. Stavolta la formazione più radicale dello schieramento indipendentista potrebbe essere penalizzata dal “voto utile” che spinge verso il voto ad ERC affinché si affermi come primo partito evitando l’onta della vittoria di Ciudadanos. E anche dallo scontento di alcuni dei settori e politici più radicali che rimproverano alla Cup di essere stata troppo accondiscendente nei confronti di ERC e PDeCat. Da parte loro i candidati della sinistra indipendentista e anticapitalista chiedono il sostegno agli elettori di sinistra proprio per costituire un argine, un pungolo nei confronti delle altre formazioni sovraniste che dopo il fallimento della spallata indipendentista di ottobre hanno notevolmente rinculato rispetto ai battaglieri propositi che hanno portato alla celebrazione del referendum del 1 ottobre e dello sciopero generale del 3.
Dopo gli arresti dei leader politici e dei ministri, e lo scioglimento e il commissariamento di Govern e Parlament, alcuni dirigenti di Erc e del PDeCat hanno fatto autocritica dichiarando la propria impreparazione e sottovalutazione rispetto allo scenario di escalation repressiva determinato dalla reazione di Madrid, e si sono attestati sul ritorno ad una via graduale e negoziale all’indipendenza lasciando così la Cup da sola a difendere la rottura e l’unilateralità.
Stando ai vari sondaggi, le elezioni di domani dovrebbero sancire un sostanziale testa a testa tra i due schieramenti, con quello indipendentista in calo e quello unionista in crescita. In mezzo i ‘comuns’ di Ada Colau e di Xavier Domenech, alla guida di una coalizione “equidistante”, Catalunya en Comú-Podem, data anch’essa in lieve discesa.
Nei giorni scorsi Albano Dante Fachin, ex segretario di Podem e fondatore della formazione di sinistra ‘Som alternativa’ dopo la rottura con la direzione statale del partito, ha diffuso un video in cui invita la base di Podemos e gli indecisi a votare indipendentista – pur non essendo l’indipendenza della Catalogna tra le sua priorità – per far si che il movimento popolare rimanga protagonista della scena politica. Secondo Dante Fachin non esiste alcuna agenda sociale possibile senza la sconfitta del fronte unionista e se il 21 dicembre quest’ultimo vincerà la repressione continuerà e con essa la violazione dei diritti sociali e civili.
Dante Fachin è tornato a criticare fortemente il capolista di Catalunya en Comù, Xavier Domenech, che nei giorni scorsi ha chiesto agli elettori di ‘voltare pagina’ rispetto al 1 ottobre, e definito prioritario adoperarsi per riportare in Catalogna le imprese in fuga spaventate dagli indipendentisti. A Domenech l’ex leader di Podem chiede se debba contare di più la volontà popolare democraticamente e coraggiosamente espressa da milioni di catalani il 1 ottobre o gli interessi delle multinazionali spagnole e delle grandi imprese catalane.
L’intervento di Dante Fachin arriva mentre la giunta di centrosinistra di Madrid (guidata da Unidos Podemos) della sindaca Manuela Carmena è sull’orlo della rottura dopo la decisione dell’amministrazione comunale di applicare i pesanti tagli al bilancio imposti da Madrid, e mentre Podemos chiede agli indipendentisti di ERC si svincolarsi dal fronte sovranista e di rinunciare all’indipendenza per formare in Catalogna un governo insieme ai ‘comuns’ e ai socialisti. Un governo che, nelle intenzioni di Podemos, dovrebbe essere di ‘rinconciliazione’ dopo gli eccessi commessi da ambo le parti nei mesi scorsi.
Fonte
20/10/2017
Podemos in crisi sulla Catalogna. Gli indipendentisti boicottano le banche
A guardare le schermaglie tra i due capi di governo, quello spagnolo Rajoy e quello catalano Puigdemont, la sensazione di un osservatore disattento può essere quella di trovarsi di fronte a un teatrino tra politici.
Ma al di là dello scambio di lettere e dichiarazioni delle ultime settimane tra Madrid e Barcellona, la verità è che sta montando il più grave conflitto mai verificatosi dagli anni ’30 del secolo scorso tra le due entità, un conflitto che non si limita alle élite o alle rappresentanze politiche ma che coinvolge milioni di catalani e di spagnoli.
Ieri, alla scadenza dell’ultimatum imposto da Rajoy a Puigdemont – che pure pochi giorni fa aveva chiesto due mesi di tempo per avviare quei negoziati che il governo spagnolo continua a negare – affinché chiarisse definitivamente se ha dichiarato o meno l’indipendenza nel suo discorso al Parlament del 10 ottobre, il leader nazionalista spagnolo ha annunciato l’avvio dell’iter per l’applicazione in Catalogna del famigerato articolo 155 della Costituzione scritta nel 1978 da un parlamento sotto tutela franchista. La misura, che permette a Madrid di sospendere l’autonomia catalana e di commissariare le istituzioni locali, dovrebbe essere varata dal Consiglio dei Ministri fissato per domani e approdare rapidamente al Senato dove il Partido Popular gode della maggioranza assoluta, potendo oltretutto contare sul consenso sia della destra liberista e nazionalista di Ciudadanos sia sui socialisti di Pedro Sanchez. Le forze politiche che puntellano il “regime del '78” contro il tentativo di spallata della Catalogna hanno quindi deciso, paradossalmente, di andare al commissariamento della Generalitat nonostante l’ennesimo passo indietro del suo President, che ieri nella sua missiva, nonostante i consueti giri di parole e le espressioni sibilline, non ha potuto fare a meno di chiarire che l’indipendenza non era stata affatto dichiarata, e che tutto rimaneva appeso all’apertura di un negoziato che però non sembra contare sulla disponibilità di alcuna controparte, oltre che sul netto rifiuto dell’Unione Europea.
Paradossalmente è l’ulteriore escalation inflitta alla crisi dal governo spagnolo e dai suoi sostenitori a spingere all’angolo un Puigdemont che ha dovuto rispondere che se Madrid attaccherà l’autogoverno catalano non potrà fare altro che proclamare la Repubblica Catalana, avvicinando le proprie posizioni a quelle di Esquerra Republicana e della Cup che chiedono di sancire subito la rottura.
L’obiettivo dei partiti nazionalisti spagnoli – i cui leader Rajoy, Sanchez e Rivera si sono riuniti ieri per l’ennesima volta negli ultimi giorni – è sciogliere il parlamento e il governo di Barcellona, per forzare elezioni anticipate da tenersi già a gennaio. La speranza è di riuscire a condizionare un rinnovo del Parlament che possa, attraverso le minacce, il commissariamento e una vera e propria occupazione militare del Principato, impedire alle forze indipendentiste di conquistare la maggioranza assoluta come nelle consultazioni del 2015. Se i condizionamenti politici e repressivi non dovessero bastare, l’ala più oltranzista del Partito Popolare, espressasi finora per bocca del catalano Albiol e dello spagnolo Casado, potrebbe convincere il tripartito PP-C’s-Psoe a mettere fuori legge le forze politiche catalane “che si pongono fuori dall’ordinamento costituzionale” dello Stato. La magistratura è a disposizione, e basterebbero poche settimane ai giudici di Madrid noti per il loro sciovinismo e il legame a doppio filo con il PP.
Un vero e proprio golpe, un ennesimo annullamento della volontà popolare dopo il tentativo, feroce ma inutile, di impedire con la violenza di massa e gli arresti il referendum che il 1 ottobre ha comunque visto mobilitarsi più di due milioni e mezzo di catalani con un risultato schiacciante – 90% – a favore di Si nonostante lo stato d’assedio e le cariche indiscriminate fin dentro i seggi.
Com’era prevedibile, l’accelerazione inflitta alla crisi dall’intransigenza di Madrid sta provocando l’ennesima crisi di Podemos e della sinistra spagnola, che a livello statale si sposta sempre più verso il fronte nazionalista mentre a livello catalano è in parte costretta a distanziarsi dalla casa madre.
Ieri in una dichiarazione ad effetto, la sindaca di Barcellona Ada Colau e leader di ‘Barcelona En Comù’ – pure fermamente contraria all’indipendenza della Catalogna e che non ha fatto molto per agevolare l’espressione del voto popolare lo scorso 1 ottobre – ha affermato che se i socialisti appoggeranno l’applicazione dell’articolo 155 contro l’autogoverno potrebbe rinunciare al sostegno del PS catalano alla sua giunta comunale. Contemporaneamente però alcune fonti della sua amministrazione hanno chiarito che “non vi è alcuna volontà di rompere con i socialisti catalani perché il patto per la città funziona bene”, il problema segnalato è l’atteggiamento della casa madre socialista a Madrid.
Dal canto suo Podem, la formazione catalana gemella di Podemos ma sempre più lontana dalle posizioni di Pablo Iglesias dopo essersi rifiutata di sciogliersi all’interno del partito di Ada Colau, denuncia la gravità del golpe in preparazione a Madrid e chiama alla mobilitazione a difesa della democrazia e dell’autogoverno.
All’opposto, proprio nel momento in cui Mariano Rajoy e le istituzioni spagnole chiudono ogni spazio alla trattativa col fronte catalano, la direzione di Podemos trasforma la sua posizione presuntamente equidistante in un attacco frontale alla Generalitat e al fronte indipendentista. La frase pronunciata ieri da Pablo Iglesias durante il suo intervento al Congreso de los Diputados è piombata come un macigno sulla base di Podemos in Catalogna sempre più disorientata e spaccata tra indipendentisti e unionisti.
“Vogliamo sconfiggere il progetto degli indipendentisti, ma non con la forza” ha chiarito il leader della formazione ‘morada’, schierandosi di fatto con il fronte che difende lo status quo e le istituzioni di uno dei paesi più reazionari del continente in nome di una strategia federalista e gradualista che non è all’ordine del giorno in una Spagna in cui il conflitto con Barcellona riporta alla scoperto gli elementi strutturali e ideologici di massa ereditati da una dittatura franchista con cui l’attuale monarchia parlamentare non ha mai rotto.
Anche Alberto Garzòn, coordinatore di una Izquierda Unida ridotta al lumicino e sempre più subalterna a Podemos, si è schierato contro gli indipendentisti con toni duri, dicendosi scioccato dalla minaccia di Puigdemont di ricorrere alla ‘dichiarazione unilaterale di indipendenza’ (DUI) se il governo spagnolo imporrà il 155. Secondo Garzòn “il modo migliore per proteggere l’unità della Spagna è sedurre la Catalogna con un progetto di paese nuovo che passa da un processo costituente”. “La DUI è un grave errore, e neanche il 155 aiuta” ha concluso Garzòn in un ordine che chiarisce quali sono le priorità del movimento.
Ma il conflitto, come già detto, non si limita alle schermaglie tra leader politici e istituzioni. Al contrario, più il “regime del '78” si chiude a riccio nella sua intransigenza istigando i settori reazionari e apertamente fascisti dell’opinione pubblica spagnola a mobilitarsi a difesa “dell’unità della Patria”, più in Catalogna i settori popolari scendono in campo non solo a difesa dell’autodeterminazione ma rivitalizzando valori come l’antifascismo e la democrazia militante.
Ieri la Cup, insieme all’organizzazione giovanile Arran, al sindacato Cos e ad altre realtà del panorama anticapitalista ha manifestato sotto gli uffici della Delegazione del governo spagnolo a Barcellona, chiedendo la liberazione immediata di Jordi Sanchez e Jordi Cuixart, i leader delle due associazioni trasversali indipendentiste Anc e Omnium che sono stati arrestati nei giorni scorsi perché accusati di ‘sedizione’. I manifestanti hanno gridato slogan come “Fuori le forze di occupazione” e “Libertà per i prigionieri politici”. Una nuova manifestazione è stata indetta dai settori radicali di sinistra dell’indipendentismo per sabato pomeriggio, all’insegna dello slogan “Se verrete a cercarci troverete la Repubblica Catalana”. Lo schieramento anticapitalista già promotore dell’imponente sciopero generale dello scorso 3 ottobre contro la repressione e a difesa dell’autogoverno, che ha coinvolto anche buona parte dei sindacati di tradizione libertaria e anarchica oltre a forze antifasciste o apertamente comuniste, ha fatto appello a una nuova crescente mobilitazione popolare nei prossimi giorni con l’obiettivo di fare della partecipazione dei cittadini e dei lavoratori “la base della nuova repubblica”.
Ma anche il composito fronte riunito nella “Taula per la Democracia” (Tavolo per la Democrazia), formato da una sessantina di associazioni, sindacati come Comisiones Obreras e Ugt e le confederazioni delle piccole imprese e dei commercianti, ha convocato per sabato una marcia nel centro di Barcellona per la liberazione di Jordi Cuixart e di Jordi Sanchez, oltre che per la difesa “dei diritti e delle libertà”. Dopo le duecentomila persone che hanno riempito il centro della capitale della Catalogna a poche ore dall’arresto dei due popolari dirigenti indipendentisti anche i rappresentanti della ‘Taula’ non hanno scartato la convocazione di un nuovo “sciopero nazionale civico” contro la repressione.
Repressione che continua a mietere vittime anche meno eccellenti dei due Jordis. Ieri infatti la Guardia Civil ha arrestato un ragazzo di 22 anni accusato di aver resistito con la forza alle violente cariche della polizia spagnola contro i cittadini in fila per votare presso la scuola pubblica ‘La Roureda’ durante il referendum illegale del 1 ottobre. Il ragazzo è accusato di “attentato all’autorità, disobbedienza, resistenza e minacce” e potrebbe essere condannato a una lunga pena detentiva, così come gli altri due giovani arrestati nei giorni scorsi sempre nel piccolo comune di Sant Esteve de Sesrovires, nel Baix Llobregat.
Mentre la Guardia Civil è a caccia delle registrazioni delle conversazioni tra gli ufficiali dei Mossos d’Esquadra allo scopo di trovare prove della loro disobbedienza agli ordini del Ministero degli Interni spagnolo – ieri una perquisizione in un commissariato della polizia autonoma a Lleida è durata più di 12 ore – le associazioni indipendentiste provano ad esercitare una certa pressione contro la borghesia imprenditoriale e le banche della Catalogna schieratisi contro la rottura con Madrid. Ieri il numero di imprese grandi e piccole e di istituti finanziari che hanno deciso di spostare la loro sede sociale da Barcellona in altri territori dello Stato Spagnolo, o addirittura di trasferire i loro uffici, è arrivato a quota 917, mentre da varie parti si segnala un crollo degli investimenti stranieri in Catalogna e un picco negativo delle prenotazioni turistiche. L’allarme, opportunamente esagerato dalla stampa spagnola e da quella unionista catalana – la desertificazione economica e la crisi del turismo – ovviamente spaventa i settori più moderati dell’opinione pubblica catalanista impauriti dalle conseguenze di quello che viene vissuto come “un salto nel buio”.
Nel tentativo di rispondere per le rime l’Anc e Omnium Cultural hanno chiesto ieri ai loro aderenti e simpatizzanti di ritirare questa mattina, in particolare dalle 8 alle 9, una certa quota di denaro dai loro conti depositati nelle banche catalane, in particolare in quelle che hanno deciso di schierarsi contro l’indipendenza, cioè Banco Sabadell e Caixa. “Vai presso una delle cinque banche principali e ritira la quantità che desideri in contanti” chiede la piattaforma Crida per la Democràcia (Appello per la Democrazia) invitando i partecipanti al boicottaggio ad “esprimere il proprio disaccordo” con quelle istituzioni bancarie che hanno deciso di spostare la loro sede legale al di fuori della Catalogna.
La mossa dell’Anc e di Omnium non è però piaciuta ad alcuni importanti dirigenti del partito di Puigdemont, il PDeCat, che stamattina hanno apertamente criticato l’iniziativa. D’altronde la formazione liberalconservatrice, orfana del sostegno di una grande borghesia catalana che preferisce di gran lunga l’autonomia all’indipendenza, continua a sperare in una contrattazione con Madrid piuttosto che in una rottura che potrebbe invece favorire gli interessi e le rivendicazioni delle classi popolari e del movimento dei lavoratori contro quelli dell’oligarchia locale spinta ad abbracciare rivendicazioni indipendentiste da anni di imponente mobilitazione di massa.
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Ma al di là dello scambio di lettere e dichiarazioni delle ultime settimane tra Madrid e Barcellona, la verità è che sta montando il più grave conflitto mai verificatosi dagli anni ’30 del secolo scorso tra le due entità, un conflitto che non si limita alle élite o alle rappresentanze politiche ma che coinvolge milioni di catalani e di spagnoli.
Ieri, alla scadenza dell’ultimatum imposto da Rajoy a Puigdemont – che pure pochi giorni fa aveva chiesto due mesi di tempo per avviare quei negoziati che il governo spagnolo continua a negare – affinché chiarisse definitivamente se ha dichiarato o meno l’indipendenza nel suo discorso al Parlament del 10 ottobre, il leader nazionalista spagnolo ha annunciato l’avvio dell’iter per l’applicazione in Catalogna del famigerato articolo 155 della Costituzione scritta nel 1978 da un parlamento sotto tutela franchista. La misura, che permette a Madrid di sospendere l’autonomia catalana e di commissariare le istituzioni locali, dovrebbe essere varata dal Consiglio dei Ministri fissato per domani e approdare rapidamente al Senato dove il Partido Popular gode della maggioranza assoluta, potendo oltretutto contare sul consenso sia della destra liberista e nazionalista di Ciudadanos sia sui socialisti di Pedro Sanchez. Le forze politiche che puntellano il “regime del '78” contro il tentativo di spallata della Catalogna hanno quindi deciso, paradossalmente, di andare al commissariamento della Generalitat nonostante l’ennesimo passo indietro del suo President, che ieri nella sua missiva, nonostante i consueti giri di parole e le espressioni sibilline, non ha potuto fare a meno di chiarire che l’indipendenza non era stata affatto dichiarata, e che tutto rimaneva appeso all’apertura di un negoziato che però non sembra contare sulla disponibilità di alcuna controparte, oltre che sul netto rifiuto dell’Unione Europea.
Paradossalmente è l’ulteriore escalation inflitta alla crisi dal governo spagnolo e dai suoi sostenitori a spingere all’angolo un Puigdemont che ha dovuto rispondere che se Madrid attaccherà l’autogoverno catalano non potrà fare altro che proclamare la Repubblica Catalana, avvicinando le proprie posizioni a quelle di Esquerra Republicana e della Cup che chiedono di sancire subito la rottura.
L’obiettivo dei partiti nazionalisti spagnoli – i cui leader Rajoy, Sanchez e Rivera si sono riuniti ieri per l’ennesima volta negli ultimi giorni – è sciogliere il parlamento e il governo di Barcellona, per forzare elezioni anticipate da tenersi già a gennaio. La speranza è di riuscire a condizionare un rinnovo del Parlament che possa, attraverso le minacce, il commissariamento e una vera e propria occupazione militare del Principato, impedire alle forze indipendentiste di conquistare la maggioranza assoluta come nelle consultazioni del 2015. Se i condizionamenti politici e repressivi non dovessero bastare, l’ala più oltranzista del Partito Popolare, espressasi finora per bocca del catalano Albiol e dello spagnolo Casado, potrebbe convincere il tripartito PP-C’s-Psoe a mettere fuori legge le forze politiche catalane “che si pongono fuori dall’ordinamento costituzionale” dello Stato. La magistratura è a disposizione, e basterebbero poche settimane ai giudici di Madrid noti per il loro sciovinismo e il legame a doppio filo con il PP.
Un vero e proprio golpe, un ennesimo annullamento della volontà popolare dopo il tentativo, feroce ma inutile, di impedire con la violenza di massa e gli arresti il referendum che il 1 ottobre ha comunque visto mobilitarsi più di due milioni e mezzo di catalani con un risultato schiacciante – 90% – a favore di Si nonostante lo stato d’assedio e le cariche indiscriminate fin dentro i seggi.
Com’era prevedibile, l’accelerazione inflitta alla crisi dall’intransigenza di Madrid sta provocando l’ennesima crisi di Podemos e della sinistra spagnola, che a livello statale si sposta sempre più verso il fronte nazionalista mentre a livello catalano è in parte costretta a distanziarsi dalla casa madre.
Ieri in una dichiarazione ad effetto, la sindaca di Barcellona Ada Colau e leader di ‘Barcelona En Comù’ – pure fermamente contraria all’indipendenza della Catalogna e che non ha fatto molto per agevolare l’espressione del voto popolare lo scorso 1 ottobre – ha affermato che se i socialisti appoggeranno l’applicazione dell’articolo 155 contro l’autogoverno potrebbe rinunciare al sostegno del PS catalano alla sua giunta comunale. Contemporaneamente però alcune fonti della sua amministrazione hanno chiarito che “non vi è alcuna volontà di rompere con i socialisti catalani perché il patto per la città funziona bene”, il problema segnalato è l’atteggiamento della casa madre socialista a Madrid.
Dal canto suo Podem, la formazione catalana gemella di Podemos ma sempre più lontana dalle posizioni di Pablo Iglesias dopo essersi rifiutata di sciogliersi all’interno del partito di Ada Colau, denuncia la gravità del golpe in preparazione a Madrid e chiama alla mobilitazione a difesa della democrazia e dell’autogoverno.
All’opposto, proprio nel momento in cui Mariano Rajoy e le istituzioni spagnole chiudono ogni spazio alla trattativa col fronte catalano, la direzione di Podemos trasforma la sua posizione presuntamente equidistante in un attacco frontale alla Generalitat e al fronte indipendentista. La frase pronunciata ieri da Pablo Iglesias durante il suo intervento al Congreso de los Diputados è piombata come un macigno sulla base di Podemos in Catalogna sempre più disorientata e spaccata tra indipendentisti e unionisti.
“Vogliamo sconfiggere il progetto degli indipendentisti, ma non con la forza” ha chiarito il leader della formazione ‘morada’, schierandosi di fatto con il fronte che difende lo status quo e le istituzioni di uno dei paesi più reazionari del continente in nome di una strategia federalista e gradualista che non è all’ordine del giorno in una Spagna in cui il conflitto con Barcellona riporta alla scoperto gli elementi strutturali e ideologici di massa ereditati da una dittatura franchista con cui l’attuale monarchia parlamentare non ha mai rotto.
Anche Alberto Garzòn, coordinatore di una Izquierda Unida ridotta al lumicino e sempre più subalterna a Podemos, si è schierato contro gli indipendentisti con toni duri, dicendosi scioccato dalla minaccia di Puigdemont di ricorrere alla ‘dichiarazione unilaterale di indipendenza’ (DUI) se il governo spagnolo imporrà il 155. Secondo Garzòn “il modo migliore per proteggere l’unità della Spagna è sedurre la Catalogna con un progetto di paese nuovo che passa da un processo costituente”. “La DUI è un grave errore, e neanche il 155 aiuta” ha concluso Garzòn in un ordine che chiarisce quali sono le priorità del movimento.
Ma il conflitto, come già detto, non si limita alle schermaglie tra leader politici e istituzioni. Al contrario, più il “regime del '78” si chiude a riccio nella sua intransigenza istigando i settori reazionari e apertamente fascisti dell’opinione pubblica spagnola a mobilitarsi a difesa “dell’unità della Patria”, più in Catalogna i settori popolari scendono in campo non solo a difesa dell’autodeterminazione ma rivitalizzando valori come l’antifascismo e la democrazia militante.
Ieri la Cup, insieme all’organizzazione giovanile Arran, al sindacato Cos e ad altre realtà del panorama anticapitalista ha manifestato sotto gli uffici della Delegazione del governo spagnolo a Barcellona, chiedendo la liberazione immediata di Jordi Sanchez e Jordi Cuixart, i leader delle due associazioni trasversali indipendentiste Anc e Omnium che sono stati arrestati nei giorni scorsi perché accusati di ‘sedizione’. I manifestanti hanno gridato slogan come “Fuori le forze di occupazione” e “Libertà per i prigionieri politici”. Una nuova manifestazione è stata indetta dai settori radicali di sinistra dell’indipendentismo per sabato pomeriggio, all’insegna dello slogan “Se verrete a cercarci troverete la Repubblica Catalana”. Lo schieramento anticapitalista già promotore dell’imponente sciopero generale dello scorso 3 ottobre contro la repressione e a difesa dell’autogoverno, che ha coinvolto anche buona parte dei sindacati di tradizione libertaria e anarchica oltre a forze antifasciste o apertamente comuniste, ha fatto appello a una nuova crescente mobilitazione popolare nei prossimi giorni con l’obiettivo di fare della partecipazione dei cittadini e dei lavoratori “la base della nuova repubblica”.
Ma anche il composito fronte riunito nella “Taula per la Democracia” (Tavolo per la Democrazia), formato da una sessantina di associazioni, sindacati come Comisiones Obreras e Ugt e le confederazioni delle piccole imprese e dei commercianti, ha convocato per sabato una marcia nel centro di Barcellona per la liberazione di Jordi Cuixart e di Jordi Sanchez, oltre che per la difesa “dei diritti e delle libertà”. Dopo le duecentomila persone che hanno riempito il centro della capitale della Catalogna a poche ore dall’arresto dei due popolari dirigenti indipendentisti anche i rappresentanti della ‘Taula’ non hanno scartato la convocazione di un nuovo “sciopero nazionale civico” contro la repressione.
Repressione che continua a mietere vittime anche meno eccellenti dei due Jordis. Ieri infatti la Guardia Civil ha arrestato un ragazzo di 22 anni accusato di aver resistito con la forza alle violente cariche della polizia spagnola contro i cittadini in fila per votare presso la scuola pubblica ‘La Roureda’ durante il referendum illegale del 1 ottobre. Il ragazzo è accusato di “attentato all’autorità, disobbedienza, resistenza e minacce” e potrebbe essere condannato a una lunga pena detentiva, così come gli altri due giovani arrestati nei giorni scorsi sempre nel piccolo comune di Sant Esteve de Sesrovires, nel Baix Llobregat.
Mentre la Guardia Civil è a caccia delle registrazioni delle conversazioni tra gli ufficiali dei Mossos d’Esquadra allo scopo di trovare prove della loro disobbedienza agli ordini del Ministero degli Interni spagnolo – ieri una perquisizione in un commissariato della polizia autonoma a Lleida è durata più di 12 ore – le associazioni indipendentiste provano ad esercitare una certa pressione contro la borghesia imprenditoriale e le banche della Catalogna schieratisi contro la rottura con Madrid. Ieri il numero di imprese grandi e piccole e di istituti finanziari che hanno deciso di spostare la loro sede sociale da Barcellona in altri territori dello Stato Spagnolo, o addirittura di trasferire i loro uffici, è arrivato a quota 917, mentre da varie parti si segnala un crollo degli investimenti stranieri in Catalogna e un picco negativo delle prenotazioni turistiche. L’allarme, opportunamente esagerato dalla stampa spagnola e da quella unionista catalana – la desertificazione economica e la crisi del turismo – ovviamente spaventa i settori più moderati dell’opinione pubblica catalanista impauriti dalle conseguenze di quello che viene vissuto come “un salto nel buio”.
Nel tentativo di rispondere per le rime l’Anc e Omnium Cultural hanno chiesto ieri ai loro aderenti e simpatizzanti di ritirare questa mattina, in particolare dalle 8 alle 9, una certa quota di denaro dai loro conti depositati nelle banche catalane, in particolare in quelle che hanno deciso di schierarsi contro l’indipendenza, cioè Banco Sabadell e Caixa. “Vai presso una delle cinque banche principali e ritira la quantità che desideri in contanti” chiede la piattaforma Crida per la Democràcia (Appello per la Democrazia) invitando i partecipanti al boicottaggio ad “esprimere il proprio disaccordo” con quelle istituzioni bancarie che hanno deciso di spostare la loro sede legale al di fuori della Catalogna.
La mossa dell’Anc e di Omnium non è però piaciuta ad alcuni importanti dirigenti del partito di Puigdemont, il PDeCat, che stamattina hanno apertamente criticato l’iniziativa. D’altronde la formazione liberalconservatrice, orfana del sostegno di una grande borghesia catalana che preferisce di gran lunga l’autonomia all’indipendenza, continua a sperare in una contrattazione con Madrid piuttosto che in una rottura che potrebbe invece favorire gli interessi e le rivendicazioni delle classi popolari e del movimento dei lavoratori contro quelli dell’oligarchia locale spinta ad abbracciare rivendicazioni indipendentiste da anni di imponente mobilitazione di massa.
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01/10/2017
Si al referendum a Catalunya: “vivere vuol dire prendere partito”
A poche ore dal referendum dell’1 ottobre, vale la pena soffermarsi sullo scenario politico che si è via via definito con maggiore chiarezza nelle ultime settimane a Catalunya.
Arroccato nel rifiuto del referendum e nella negazione della dignità nazionale al popolo catalano, il governo del Partido Popular è ricorso alle armi tipiche della propria tradizione politica: la persecuzione giudiziaria per motivi politici, la censura e la sospensione dei diritti civili, culminata nell’ordine di impedire la consulta popolare mediante la creazione di una vera e propria zona rossa, estesa per 100 metri attorno ai seggi elettorali, un repertorio degno degli eredi del fascismo spagnolo.
I popolari definiscono illegale il referendum d’autodeterminazione perché modifica la cornice costituzionale: nel 2011 però, quando le autorità europee imposero l’introduzione del principio del pareggio di bilancio nella costituzione spagnola, così da applicare l’austerità neoliberista, il PP e il PSOE cambiarono la carta magna dello stato in una sola notte, in piena estate e senza alcun dibattito popolare, allineandosi immediatamente alla troika. Allora come oggi, popolari e socialisti non consentono che il popolo esprima le propria volontà politica e si trovano schierati fianco a fianco al servizio dei poteri forti. Al servizio di un’oligarchia finanziaria che governa lo stato spagnolo dalla vittoria di Franco e che ha conservato i suoi privilegi anche grazie alle amnesie e alle connivenze di PP e PSOE. Perciò la Fondazione Francisco Franco prospera ancora indisturbata, i monumenti franchisti resistono in molte città e le grandi famiglie arricchitesi sostenendo il fascismo conservano intatto il loro potere.
Davanti al blocco radicalmente contrario al referendum dell’1 ottobre, all’interno del quale va annoverato anche Ciudadanos (un partito nato sull’onda della protesta contro la corruzione ma di fatto stampella del PP e alfiere della spagnolizzazione di Catalunya), la sinistra di Podemos ha assunto una posizione quantomeno ambigua.
Podemos e la galassia delle proprie organizzazioni federate, nello stato spagnolo e a Catalunya, a parole si dichiarano favorevoli al diritto all’autodeterminazione ma nei fatti sono contrari. Ada Colau ha detto che il referendum dell’1 ottobre è una mobilitazione come molte altre, quando si tratta invece di uno sforzo organizzativo nel quale è impegnato tutto un popolo (dai lavoratori agli studenti, dagli agricoltori ai vigili del fuoco, dai tipografi per la democrazia ai giovani che hanno replicato le pagine web censurate, dagli avvocati contro la repressione alla comunità educativa, dai partiti maggioritari nel Parlamento catalano al governo della Generalitat). Uno sforzo organizzativo genuinamente popolare a coronamento di un lungo percorso di lotta per l’autodeterminazione di Catalunya, che vanta una storia a favore della repubblica e inequivocamente antifascista. Pablo Iglesias ha sostenuto che se fosse catalano non andrebbe a votare (legittimando un atteggiamento d’indifferenza sul tema) e ha sostenuto che se Podemos fosse al governo i catalani non vorrebbero l’indipendenza. Questo invito a non votare, finora mai smentito, colloca di fatto Iglesias su una posizione parallela a quella del PP. Non senza dissensi interni, Podemos assume come inamovibile la cornice istituzionale spagnola (monarchica) e ne condivide in ultima analisi il nazionalismo. Altrimenti coglierebbe l’occasione rappresentata dal referendum dell’1 ottobre per far saltare in aria il blocco di potere rappresentato dal PP e per dichiarare la Repubblica a Catalunya come primo passo per l’apertura di una stagione di cambiamento in tutto lo stato spagnolo, a cominciare da Euskal Herria. Al contrario, Podemos subordina la possibilità di cambiamento a una propria vittoria elettorale, mostrando poco realismo, poca capacità di costruire alleanze e soprattutto esibendo un internazionalismo variabile in funzione della distanza da Madrid.
Nel Parlamento catalano e nei quartieri però, la sinistra anticapitalista e indipendentista è organizzata nella Candidatura d’Unitat Popular (CUP) che rappresenta l’anima popolare del movimento per l’autodeterminazione di Catalunya, del quale raccoglie la storica eredità. La CUP è radicalmente impegnata nella costruzione del referendum e nella sua difesa dall’azione repressiva dello stato spagnolo, così come nella difesa del valore storico e del carattere vincolante, a Catalunya come sullo scenario internazionale, della consulta elettorale dell’1 ottobre: è impegnata cioè, nel caso in cui il SI risulti maggioritario, a garantire la proclamazione della Repubblica, così come previsto dalla legge di Transizione approvata dal Parlamento catalano. Oltre a uno scenario più favorevole per le forze della trasformazione a Catalunya e in Spagna, la nuova Repubblica rappresenterebbe anche una straordinaria opportunità per riaprire il dibattito sulla natura dell’Unione Europea e per la costruzione di uno spazio politico continentale finalmente irriducibile alle esigenze del capitale finanziario e imperialista. Uno spazio politico basato sulla solidarietà tra i popoli, che metta in discussione il dogma neoliberista e l’attuale strapotere del capitale, di cui da tempo è evidente la grande necessità.
La CUP, schierata con il referendum, ha decisamente preso partito anche per un Europa dei popoli. Lo slogan della propria campagna per il SI, viure vol dir prendre partit, dovrebbe suonare familiare alla sinistra italiana: riecheggia infatti le celebri parole di Gramsci credo che vivere voglia dire essere partigiani. Davanti al referendum dell’1 ottobre la sinistra non può che essere partigiana, lontana dall’indifferenza, e prendere partito per il SI all’autodeterminazione e all’indipendenza di Catalunya.
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Arroccato nel rifiuto del referendum e nella negazione della dignità nazionale al popolo catalano, il governo del Partido Popular è ricorso alle armi tipiche della propria tradizione politica: la persecuzione giudiziaria per motivi politici, la censura e la sospensione dei diritti civili, culminata nell’ordine di impedire la consulta popolare mediante la creazione di una vera e propria zona rossa, estesa per 100 metri attorno ai seggi elettorali, un repertorio degno degli eredi del fascismo spagnolo.
I popolari definiscono illegale il referendum d’autodeterminazione perché modifica la cornice costituzionale: nel 2011 però, quando le autorità europee imposero l’introduzione del principio del pareggio di bilancio nella costituzione spagnola, così da applicare l’austerità neoliberista, il PP e il PSOE cambiarono la carta magna dello stato in una sola notte, in piena estate e senza alcun dibattito popolare, allineandosi immediatamente alla troika. Allora come oggi, popolari e socialisti non consentono che il popolo esprima le propria volontà politica e si trovano schierati fianco a fianco al servizio dei poteri forti. Al servizio di un’oligarchia finanziaria che governa lo stato spagnolo dalla vittoria di Franco e che ha conservato i suoi privilegi anche grazie alle amnesie e alle connivenze di PP e PSOE. Perciò la Fondazione Francisco Franco prospera ancora indisturbata, i monumenti franchisti resistono in molte città e le grandi famiglie arricchitesi sostenendo il fascismo conservano intatto il loro potere.
Davanti al blocco radicalmente contrario al referendum dell’1 ottobre, all’interno del quale va annoverato anche Ciudadanos (un partito nato sull’onda della protesta contro la corruzione ma di fatto stampella del PP e alfiere della spagnolizzazione di Catalunya), la sinistra di Podemos ha assunto una posizione quantomeno ambigua.
Podemos e la galassia delle proprie organizzazioni federate, nello stato spagnolo e a Catalunya, a parole si dichiarano favorevoli al diritto all’autodeterminazione ma nei fatti sono contrari. Ada Colau ha detto che il referendum dell’1 ottobre è una mobilitazione come molte altre, quando si tratta invece di uno sforzo organizzativo nel quale è impegnato tutto un popolo (dai lavoratori agli studenti, dagli agricoltori ai vigili del fuoco, dai tipografi per la democrazia ai giovani che hanno replicato le pagine web censurate, dagli avvocati contro la repressione alla comunità educativa, dai partiti maggioritari nel Parlamento catalano al governo della Generalitat). Uno sforzo organizzativo genuinamente popolare a coronamento di un lungo percorso di lotta per l’autodeterminazione di Catalunya, che vanta una storia a favore della repubblica e inequivocamente antifascista. Pablo Iglesias ha sostenuto che se fosse catalano non andrebbe a votare (legittimando un atteggiamento d’indifferenza sul tema) e ha sostenuto che se Podemos fosse al governo i catalani non vorrebbero l’indipendenza. Questo invito a non votare, finora mai smentito, colloca di fatto Iglesias su una posizione parallela a quella del PP. Non senza dissensi interni, Podemos assume come inamovibile la cornice istituzionale spagnola (monarchica) e ne condivide in ultima analisi il nazionalismo. Altrimenti coglierebbe l’occasione rappresentata dal referendum dell’1 ottobre per far saltare in aria il blocco di potere rappresentato dal PP e per dichiarare la Repubblica a Catalunya come primo passo per l’apertura di una stagione di cambiamento in tutto lo stato spagnolo, a cominciare da Euskal Herria. Al contrario, Podemos subordina la possibilità di cambiamento a una propria vittoria elettorale, mostrando poco realismo, poca capacità di costruire alleanze e soprattutto esibendo un internazionalismo variabile in funzione della distanza da Madrid.
Nel Parlamento catalano e nei quartieri però, la sinistra anticapitalista e indipendentista è organizzata nella Candidatura d’Unitat Popular (CUP) che rappresenta l’anima popolare del movimento per l’autodeterminazione di Catalunya, del quale raccoglie la storica eredità. La CUP è radicalmente impegnata nella costruzione del referendum e nella sua difesa dall’azione repressiva dello stato spagnolo, così come nella difesa del valore storico e del carattere vincolante, a Catalunya come sullo scenario internazionale, della consulta elettorale dell’1 ottobre: è impegnata cioè, nel caso in cui il SI risulti maggioritario, a garantire la proclamazione della Repubblica, così come previsto dalla legge di Transizione approvata dal Parlamento catalano. Oltre a uno scenario più favorevole per le forze della trasformazione a Catalunya e in Spagna, la nuova Repubblica rappresenterebbe anche una straordinaria opportunità per riaprire il dibattito sulla natura dell’Unione Europea e per la costruzione di uno spazio politico continentale finalmente irriducibile alle esigenze del capitale finanziario e imperialista. Uno spazio politico basato sulla solidarietà tra i popoli, che metta in discussione il dogma neoliberista e l’attuale strapotere del capitale, di cui da tempo è evidente la grande necessità.
La CUP, schierata con il referendum, ha decisamente preso partito anche per un Europa dei popoli. Lo slogan della propria campagna per il SI, viure vol dir prendre partit, dovrebbe suonare familiare alla sinistra italiana: riecheggia infatti le celebri parole di Gramsci credo che vivere voglia dire essere partigiani. Davanti al referendum dell’1 ottobre la sinistra non può che essere partigiana, lontana dall’indifferenza, e prendere partito per il SI all’autodeterminazione e all’indipendenza di Catalunya.
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