Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Nazionalismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Nazionalismo. Mostra tutti i post

14/05/2026

Memoria selettiva e riscrittura del passato nella Russia contemporanea

di Gioacchino Toni

Gian Piero Piretto, Il Paese di Putin. 20 parole russe al servizio della propaganda, Raffaello Cortina Editore, Milano 2026, pp. 240, € 19,00

«C’erano una volta parole che raccontavano l’identità di un popolo. Sobórnost’, l’unione spirituale tra individui, prostór, lo spazio sconfinato che attraeva e respingeva con la sua immensità, stabíl’nost’, la stabilità e l’attendibilità di un sistema governativo. Per secoli questi concetti hanno improntato di sé letteratura, filosofia e memoria collettiva russa. Oggi quelle parole parlano un’altra lingua. Con sottile violenza la propaganda del potere le ha svuotate, travisate, trasformate in slogan. La spiritualità è diventata moralismo di Stato. L’identità popolare è stata ridotta a nazionalismo. La memoria si è ristretta a un mito glorioso, utile al presente». Così, in quarta di copertina, viene presentato il volume Il Paese di Putin (2026) in cui Gian Piero Piretto, analizzando una serie di parole chiave della cultura russa, indaga come, sfruttando le disillusioni che non hanno tardato a manifestarsi nella Russia postsovietica, gli attuali detentori del potere abbiano operato un recupero selettivo del passato e una sua riscrittura al servizio della costruzione di un immaginario loro utile.

Non si tratta di un processo del tutto nuovo, avverte Piretto. Mentre la cultura nel periodo rivoluzionario sovietico, intenzionata a creare un nuovo mondo, si era focalizzata sulla cancellazione del passato senza operare un vero e proprio processo di riscrittura, sotto Stalin si è data una vera e propria rivisitazione della storia, contemplante una riscrittura dalla stessa rivoluzione volta a neutralizzarne diverse componenti  utopistiche, ricorrendo ad aspetti della cultura russa pererivoluzionaria utili al nuovo corso politico. Analogamente, la politica putinina ha operato una ripresa e una riscrittura di termini e concetti chiave della cultura russa, sia sovietica che presovietica, a proprio uso e consumo.

Nel volume Piretto passa in rassegna venti termini di cui indaga il processo di ripresa e risignificazione dedicandovi altrettanti capitoli: Prostór (Spazio sconfinato); Juródivyj (Folle in Cristo); Stránnik (Pellegrino eterno); Rússkaja dušá (Anima russa); Toská (Malinconia, struggimento, angoscia); Chandrá (Spleen, male di vivere); Sobórnost’ (Unità nella molteplicità); Smirénie (Remissiva accettazione, umiltà interiore); Ikóna (Icona); Rússkaja idéja (Idea russa); Rússkij mir (Mondo, pace, comunità russa); Póšlost’ (Volgarità etica, banalità); Chámstvo (Arroganza gratuita); Nostal’gíja (Nostalgia per il passato); Pobéda (Vittoria); Byt (Peso della quotidianità, atteggiamento comportamentale); Stabíl’nost’ (Stabilità); Monumentál’nyj patriotízm (Patriottismo monumentale); O glávnom (A proposito di ciò che conta); Bátjuška (Caro padre (padrone)).

L’intenzione dell’autore, come lui stesso tiene a sottolineare, non è decretare quali di questi termini siano “autentici” e quali “mistificati”, tantomeno proporre una sorta di controdizionario della Russia attuale, bensì «mostrare come alcune parole della tradizione culturale russa siano oggi diventate dispositivi di potere, strumenti attraverso cui il linguaggio organizza il consenso, legittima la violenza e normalizza l’autoritarismo» (p. 227).

Nel capitolo dedicato al concetto di nostal’gíja, nostalgia per il passato, Piretto riporta alcuni esempi di come nella Russia contemporanea il potere abbia cavalcato il sentimento di nostalgia che ha coinvolto soprattutto la componente meno giovane della società alle prese con le disillusioni per il nuovo corso postsovietico. Del periodo sovietico, sottolinea Piretto, il rimpianto non riguarda l’ideologia comunista in sé, quanto piuttosto la stabilità, la sicurezza sociale e la prevedibilità che esso garantiva. Di fronte all’insoddisfazione per il dilagare di prodotti materiali e culturali occidentali estranei alla tradizione russa non ha tardato a farsi strada, tra i più anziani, un immaginario votato all’autarchia teso a rifugiarsi nel passato.

A testimonianza del rifugio nella nostalgia, l’autore riporta la messa in onda a cavallo del cambio di millennio di programmi televisivi musicali votati al recupero di vecchie canzoni e la riposizione di marchi e prodotti alimentari del passato preoccidentalizzato in cui alle preferenze estetiche si sovrappongono nostalgie emotive derivanti sopratutto dall’insoddisfazione per il presente. Il potere putiniano ha saputo sfruttare tale clima giocando la carta del recupero selettivo e risignificato tanto della vecchia Russia zarista quanto di quella sovietica, in questo ultimo caso piegando il senso di nostalgia non all’ideologia comunista ma alla sua estetica rassicurante in un clima di incertezza come quello attuale. In tal senso può essere letta la scelta del ministro degli Esteri Lavróv di presentarsi all’incontro Trump-Putin in Alaska con una felpa recante la scritta CCCP. Al mito trumpiano del recupero della grandezza di un tempo da parte statunitense, si affianca quello putiniano del recupero della grandezza della Russia di età sovietica. In entrambi i casi si è di fronte a forme di nostalgia costruite su un passato mitizzato al servizio dell’esercizio del potere contemporaneo.

Nostalgia per un ordine allegorico perduto, contro il caos e l’indeterminatezza del presente. Grande investimento sulla retorica dei “nonni che hanno vinto la guerra”, come aveva fatto Stalin nel 1941 (rispetto alla guerra civile) per legittimare le politiche correnti con il recupero del modello di uno Stato forte e centralizzato, rivalutando i meriti di Stalin, sostenendo e investendo in un rimpianto per la potenza perduta e la stabilità simbolica, evitando però di recuperare il comunismo (soprattutto in chiave leniniana) (p. 138).

Nella Russia contemporanea in preda all’incertezza, l’URSS è divenuta un «contenitore simbolico fluido» in cui rifugiarsi, sia che la si pieghi a mito eroico o a feticcio estetico da rielaborare con ironia. Il ricorso a categorie tradizionali è utile al discorso ufficiale per reinventare un “senso comune”; il passato diviene mero arsenale simbolico da cui attingere per prospettare il futuro come un ritorno. «Gli individui provano nostalgia non per l’URSS reale o per la Russia imperiale, ma per la promessa di un futuro migliore che le rappresentazioni mitologiche di quelle realtà raffigurano» (p. 139).

A proposito del lemma pobéda, vittoria, Piretto tratteggia come è cambiata nel tempo la parata del 9 maggio introdotta da Stalin con cui, a partire dal 1945, viene celebrata la vittoria nella Grande guerra patriottica. Tornata per volere dello stesso Stalin giornata lavorativa già nel 1947, la festività viene reintrodotta nel 1965 aggiungendo l’esposizione sulla Piazza Rossa del vessillo della vittoria posto trionfalmente sul Reichstag di Berlino. Il protocollo introdotto da Stalin che prevede che il leader assista alla parata militare senza tradire emotività dall’alto della tribuna del Mausoleo di Lenin viene sostanzialmente mantenuto sino al 1985, quando Gorbačëv adotta atteggiamenti meno austeri nei confronti delle autorità straniere presenti.

A infrangere decisamente la tradizione è invece Putin nel 2005 quando, oltre a conferire un inedito significato nazionalistico al nastro di san Giorgio con i colori coincidenti con quelli del tricolore russo, si concede, insieme alla moglie, di sfilare con passo misurato su di un tappeto rosso steso sulla piazza palesando un atteggiamento di superiorità nei confronti degli ospiti stranieri allineati ad attenderlo, inaugurando una strategia di esibizione ripetuta nel corso dei suoi insediamenti presidenziali. Nonostante le modifiche al cerimoniale tradizionale, la parata di Putin può dirsi a tutti gli effetti all’insegna della nostalgia sovietica, con tanto di canti, uniformi e bandiere del periodo della guerra ed esibizione dei pochi veterani ancora in vita. Una messa in scena studiata per omaggiare la potenza della vecchia Unione sovietica e coloro che erano stati umiliati e dimenticati dal crollo del regime socialista. Soprattutto a partire dalla metà degli anni Dieci del nuovo millennio, per quanto all’insegna di una certa sobrietà, i festeggiamenti si sono via via impregnati di quel nazionalismo e di quella esaltazione del sacrificio in guerra che si sarebbero palesati in maniera amplificata nel 2022 in una vera e propria mitologizzazione del “popolo vincitore”, alle prese con nuove prove.

A proposito del monumentál’nyj patriotízm, patriottismo monumentale, Piretto ricorda come la “propaganda monumentale” lanciata da Lenin nei primi anni di potere sovietico, finalizzata a rifondare l’immaginario collettivo in senso rivoluzionario con l’abbattimento dei vecchi miti imperiali, sia stata ripresa, con scopi parzialmente differenti, da Stalin negli anni Trenta. A sua volta lo stesso Putin ha ripreso la variante staliniana piegandola a un patriottismo che «si presenta come una forma depurata e istituzionalizzata di nazionalismo, funzionale al controllo sociale e all’espansione geopolitica» (p. 173). A differenza del nazionalismo classico, però, sottolinea Piretto, in questo caso non si tratta soltanto di rivendicare «la superiorità del popolo russo, ma anche la centralità dello Stato come polo morale, storico e spirituale» (p. 174).

Nel 2005 il metropolita Kiríll, futuro patriarca, istituisce la giornata dell’Unità nazionale con riferimento alla storica liberazione del Cremlino dai polacchi del 1612 istituendo un parallelo con la vittoria della Grande guerra patriottica alla luce della comune spinta eroica e di massa e della solidarietà di fronte alle minacce di un nemico mortale enfatizzando la componente religiosa della festività volta a ricordare come il popolo russo abbia sempre combattuto con il sostegno di Dio. Una fusione tra religiosità e Stato all’insegna di una sorta di “teologia della guerra” «in cui sia la discesa in campo sia la vittoria sono percepite come convalide divine» (p. 175).

Sostanzialmente la nuova solennità del 4 novembre fu istituita per mettere in ombra la festività sovietica della Grande rivoluzione socialista d’ottobre che storicamente cadeva pochi giorni più tardi, il 7 dello stesso mese. La ricorrenza del 7 novembre non fu annullata, ma venne dedicata non già all’anniversario dell’ottobre 1917, bensì alla parata organizzata in quella ricorrenza da Stalin nel 1941 quando, nell’URSS già occupata da Hitler, i soldati sfilarono al suo cospetto sulla Piazza Rossa marciando verso il fronte (p. 175).

La vittoria sovietica contro i nazisti ha assunto un ruolo centrale nell’ideologia putiniana di grandezza russa con la figura di Stalin posta a simbolo di eroe di guerra per eccellenza.

Nel 2021, in occasione dell’inaugurazione a Pskov di un monumento ad Aleksánder Névskij, santo della Chiesa Ortodossa a cui si lega la vittoria contro gli svedesi nel 1240 e quella sui cavalieri teutonici del 1242, Putin ha parlato di lui come di un sovrano patriota custode della fede, delle tradizioni, della forza spirituale e morale del popolo. La figura di Névskij era stata celebrata anche da Stalin che aveva paragonato la sua guerra contro i cavalieri teutonici a quella condotta contro il nazismo rivendicando la «superiorità morale e identitaria della Russia rispetto al corrotto Occidente» (p. 177).

Piretto evidenzia come anche la roboante colonna sonora di Prokóf’ev composta per il film di Éjzenštéjn del 1938, commissionato da Stalin, dedicato alla figura di Névskij, sia stata utilizzata in chiave propagandistica contemporanea: il perentorio invito al popolo – “Levatevi, genti russe!” –, ripreso dalle parole della versione russa dell’Internazionale, lo si ritrova non solo nell’incipit di uno dei canti più importanti della Grande guerra patriottica contro il nazismo, risuonante ad ogni parata della vittoria putiniana, ma anche in una canzone di Shamán, celebrità del pop mistico-nazionalistico russo attuale, in cui si miscelano ortodossia religiosa, folklore e militarismo con espliciti rifermenti a sostegno dell’Operazione militare speciale in Ucraina. «Apologia della belligeranza e macabro culto glamour della morte: guerra e sacrificio della vita unificati nello spirito di una dimensione sacrale» (p. 179).

Putin crede nell’eccezionalità del “mondo russo” a partire dalla conversione ortodossa di Vladímir il Grande nel 988. Disprezza l’ideologia marxista, convinto che la rivoluzione leninista abbia distrutto l’Impero russo. Da una decina d’anni, in occasione delle manifestazioni sulla Piazza Rossa, il Mausoleo di Lenin viene mimetizzato con strutture e pannelli scenografici spesso finalizzati a ospitare la tribuna d’onore e, al contempo, a dissimulare la presenza del monumento (p. 180).

Mentre si è appropriato, selettivamente, di componenti dell’estetica sovietica, Putin ha fatto di tutto, scrive Piretto, per deideologizzare Lenin, in quanto simbolo del comunismo sovietico, a favore di Stalin e di altre figure del passato remoto russo. Non è pertanto un caso se, in Russia, dal Duemila a oggi sono state erette più di cento statue in onore di Stalin e si sono moltiplicati gli omaggi a personaggi impresentabili del passato come nel caso dell’enorme monumento a Iván il Terribile innalzato a Vólogda il 4 novembre del 2025, in occasione del giorno della festa per l’unità nazionale. Il tono assertivo di questi monumenti volti a celebrare personalità del passato russo, sostiene Piretto, mostra il procedere per semplificazioni della storia attraverso operazioni di decontestualizzazione e ricontestualizzazione di eventi e personaggi ad uso del presente e di chi lo governa.

A dare il senso dell’utilizzo politico propagandistico delle religione è il processo di risignificazione dell’ikóna, icona, a cui si assiste da qualche tempo in Russia. Per quanto, puntualizza Piretto, il particolare rapporto nei confronti delle icone che caratterizza l’universo russo non fosse venuto meno nemmeno durante l’epoca sovietica, indubbiamente con la fine dell’URSS la Chiesa ortodossa, insieme all’amor di patria, ha assunto sempre più il ruolo di custode della tradizione e dell’identità russe facendo di essa un interlocutore privilegiato della politica contemporanea di matrice smaccatamente nazionalistica.

La pratica religiosa nella Russia di oggi, strizza l’occhio alla gestione governativa, alimenta una religiosità popolare facile da gestire e carica di simbolismo che oppone, ancora una volta, l’unicità della “Russia spirituale” all’Occidente secolarizzato. Emozione, pàthos e orgoglio nazionale: il sacro diventa strumento emotivo e performativo (p. 96)

La Chiesa ortodossa guidata dal patriarca Kiríll, con le sue concessioni a forme di religiosità legate alla superstizione popolare non in linea con la teologia ufficiale, in cui si accavallano elementi pagani al credo cristiano, ha assunto un ruolo politico sempre più importante nella Russia contemporanea, non a caso le argomentazioni teologiche e morali a sostegno dell’intervento russo in Ucraina portate dal patriarca – che ha esplicitamente parlato di “guerra santa” e di “lotta spirituale” a difesa della fede – sono state riprese dallo stesso Putin che, in occasione del Natale ortodosso del 2026, ha esplicitamente fatto riferimento alla “missione sacra per conto del Signore” portata avanti, da sempre, dai soldati russi. In un tale contesto il culto delle icone ha acquisito valenze politiche ben distanti da quelle primigenie, piegandosi al rafforzamento del potere temporale fino a suggerire che «la leadership di Putin sia non solo politica ma anche spiritualmente ratificata» (p. 102). Frequentemente a fare da sfondo ai comizi politici e agli spettacoli patriottici troneggiano gigantografie di antiche icone così da «ribadire il legame di quanto succede sul palco con la sacralità della nazione e di chi la rappresenta» (p. 102).

Concludendo, stando al volume di Piretto, l’operazione di eclettica riscrittura di termini/concetti tradizionali in funzione della propaganda contemporanea, li ha allontanati dalle radici storiche, materiali, politiche e culturali da cui sono sorti e dalla stratificazione che li ha plasmati nel corso del tempo, riducendoli, spesso, a slogan grossolani, volti a preservare il potere, che parlano all’emotività di un popolo che, paradossalmente, anziché riappropriarsi della storia materiale e culturale che gli è stata sottratta, attraverso tale processo, ne viene ulteriormente privato.

Fonte

10/05/2026

9 maggio

Il dispositivo è ormai evidente. L’Unione Europea è una costruzione cosi fragile e paradossale che per sussistere deve appoggiarsi a un nemico assoluto: la Russia appunto.

Una idea tutt’altro che condivisa da popoli sempre più scettici e impoveriti, ma ormai di granitica consistenza sia presso le elité liberali che le tristi dirigenze di larga parte delle sinistre. Queste ultime ormai dissociate dalle classi lavoratrici e totalmente dimentiche di quella coscienza internazionalista che si fondava sulla solidarietà delle classi sfruttate e dei popoli oppressi dall’imperialismo.

Se nella crisi della prima guerra mondiale larga parte dei socialisti rifluì (votando i crediti di guerra) sul nazionalismo, ora lo sconcerto identitario si manifesta come una isterica, quanto acritica, adesione all’Europa e all’Occidente. Con tutta la foga neofitica tipica degli ultimi venuti e/o dei nuovi convertiti.

Una invenzione senza tradizione. Un pater noster elevato all’Europa, pervicace più di ogni sciovinismo conosciuto. Un delirio più grave della peggiore alienazione religiosa. Un noi che non esiste.

Questa piega nevrotica era già presente in Altiero Spinelli, il quale sconfessando ogni idea irenica sul suo conto, nel suo diario scrisse «...che l’Europa per nascere ha bisogno di una forte tensione russo-americana, e non della distensione, così come per consolidarsi essa avrà bisogno di una guerra contro l’Unione Sovietica, da saper fare al momento buono».

Dunque la guerra come levatrice dell’identità. Per una Europa alienata, inceppata nei suoi farraginosi quanto ferrei meccanismi, in più soggetta alla supremazia atlantica al punto da accettare penose umiliazioni, questo ‘momento buono’ sembra arrivato.

Si pensi ai ‘volenterosi’ nelle mani delle cricche ‘liberali’ con le sinistre, persino ‘radicali’, come ruota di scorta: una alleanza fra le fu nazioni impero che per due secoli si sono fronteggiate per la supremazia in Europa, sino all’ecatombe di ben due guerre mondiali, ora alleate nel voler far guerra alla Russia.

Anche Jean Monnet, un altro architetto dell’integrazione europea, aveva idee non distanti dal retropensiero spinelliano: “L’Europa – disse – si farà nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per risolverle”. La crisi come prodromica a ogni cambiamento. Vale per ogni situazione socio-politica e da sempre nella storia. Ma se la crisi la si va a cercare e la si produce in proprio difficile che l’esito sia progressivo. L’autolesionismo non è certo una buona cura.

Nel frattempo questa ansiogena e paranoica vocazione bellica sta già marcando un clamoroso retroflusso interno che ammorba lo spazio pubblico resecando le promesse democratiche del ‘sogno europeo’. Ormai un incubo autosanzionatorio. Una fustigazione.

Nel mentre si comminano alla Russia sanzioni che tornano indietro come boomerang, si fa di Israele, uno Stato genocida, la propria ‘ragion di stato’, rovesciando in chiave proiettiva il proprio senso di colpa. Comunismo e nazismo vengono ipocritamente equiparati, arrivando ad elevare i banderisti ucraini ad alfieri della libertà.

Una cappa di conformismo persecutorio e una massa immodica di falsità sono dilagate come un cancro nei media e nelle istituzioni, limitando le libertà democratiche di espressione e finanche quelle politiche. Come si è espressa la Von der Leyen, “Possiamo, dobbiamo limitare lo svolgimento delle elezioni nei Paesi con una democrazia instabile. Questo riguarda sia le elezioni presidenziali che quelle parlamentari. È nostro diritto difendere l’unità dell’Unione Europea”.

Terra e mare. Le nazioni-impero dell’Europa occidentale si fronteggiarono sul mare: Inghilterra, Francia e Spagna. Conflitto che vide uscire vincitore il Regno Unito (un’isola). Con il mare dominato dal Regno Unito le aspirazioni continentali all’impero potevano trovare sbocco solo nello spazio tellurico, cioè a Est, dove persisteva il gigante russo.

Napoleone e Hitler. Due modi diversi dello spirito di conquista. L’espansione del diritto napoleonico, erede della rivoluzione, nello spazio occupato dalle formazioni dinastiche dell’ancien regime. La cui conseguenza inintenzionale è stato la diffusione del revanchismo nazionalistico. Il suprematismo razziale del nazismo con la sua smodata ricerca della lebensraum.

Entrambi predoni, come già il Regno Unito nelle guerre marittime. Entrambi gli eserciti che invasero la Russia erano europei e plurinazionali, sia l’armata napoleonica (600.000 uomini, dei quali solo un terzo francesi), sia quella hitleriana, composta di quattro milioni, nucleo tedesco ma con dentro altri stati vassalli (Ungheria, Slovacchia, Finlandia, Romania, Italia) e corpi aggiunti da ogni dove, con le SS come ricettacolo cosmopolita.

In entrambi i casi i più maestosi corpi di spedizione che la storia abbia conosciuto. E in entrambi i casi queste guerre hanno sancito la rovina degli invasori, come già fu per l’armata di Carlo XII che a Poltava sancì la fine dell’impero svedese. In entrambi i casi fatale è stata una supponenza di superiorità e una penosa sottovalutazione della Russia.

Sarà cosi anche stavolta. Dipende se ci si arriva, al “momento giusto” spinelliano. Un conto è inviare droni e missili per i corridoi baltici, un conto gli attentati terroristici gestiti in proprio o per procura. Altro conto mettere gli stivali sul terreno. Un terreno che è presidiato dalla più grande potenza atomica del mondo. Vale per Trump in Iran, e vale a maggior ragione per l’Europa rispetto alla Russia.

Perciò azzardo improbabile, anche se i preparativi per la guerra dureranno a lungo, essendo ormai incardinati al nuovo ciclo di crescita. Un allarme permanente, una guerriglia ibrida e a bassa intensità combattuta su più piani ma mai in campo aperto. Un automatismo infernale: sempre più allarme per una guerra che non può essere combattuta sino alle estreme conseguenze.

Cosi l’Unione è destinata ad avvilupparsi nelle sue contraddizioni sino a che si sgretolerà da sé medesima sotto la ferma guida della sua imbelle e isterica dirigenza. Non sarà necessario che la Russia torni a issare la bandiera sul Reichstag. Sarà comunque una nuova liberazione. Se non altro dalla stupidità.

Oggi, 9 di Maggio, sulla piazza rossa la Russia celebra l’eroismo del popolo sovietico nella vittoria sul nazifascismo, mentre nei salotti dell’Europa le burocrazie celebrano nell’indifferenza più generale non si sa cosa.

Fonte

04/12/2025

Questionari di guerra dall’AGIA, ma il 68% dei giovani non si arruolerebbe

L’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza (AGIA) ha lanciato una consultazione pubblica dal titolo “Guerra e conflitti”. Un questionario di 32 domande rivolto ai giovani tra i 14 e i 18 anni, che vuole indagare attraverso quali canali passa l’informazione sui conflitti nel mondo, quali sensazioni suscitano e come ragazze e ragazzi vedono il proprio ruolo nella costruzione della pace.

La consultazione è partita il 18 novembre, e rimarrà aperta fino al 19 dicembre. Ma l’Autorità ha già rilasciato un primo comunicato stampa con alcuni risultati preliminari. Probabilmente, non quelli che voleva sentire il governo: ricordiamo che alla guida dell’AGIA c’è Marina Terragni, nominata dai presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa.

Infatti, nel comunicato stampa dell’organismo si legge che “più o meno il 68% di un campione provvisorio di 4.000 risposte non si arruolerebbe se l’Italia entrasse in guerra”, con una significativa differenza tra maschi (60,2%) e femmine (73,6%). Ad ogni modo, in entrambi i casi molto più della metà dei giovani non ha nessuna intenzione di “immolarsi per la patria”.

Oltre all’inaspettata preminenza della televisione per la ricerca di informazioni attendibili – non i social, dunque –, nel comunicato si legge anche che “la guerra è una delle principali preoccupazioni per i ragazzi: una preoccupazione superiore a quella per il climate change”. Già questo basterebbe per far sorgere alcuni interrogativi alla nostra classe politica.

Le televisioni sono forse gli spazi meno contendibili dell’informazione pubblica, e sono attraversate continuamente dall’allarmismo di una guerra imminente. La preoccupazione per un conflitto viene dunque dal martellamento continuo intorno a una tendenza alla guerra inevitabile, ma contro cui, è evidente, gli adolescenti italiani hanno forti anticorpi, probabilmente rafforzati dal palese doppio standard occidentale (genocidio in Palestina docet).

È interessante notare che tra le prime domande del questionario (si possono vedere coi propri occhi, chiunque può accedervi) viene chiesto se i giochi che simulano conflitti possano avere conseguenze sul comportamento delle persone. Non il richiamo continuo alla giustizia dei “guerrieri d’Europa”, a mo’ di Scurati... ma i videogiochi.

Ma il resto delle domande ha un’altra finalità abbastanza evidente: quella di procedere a una sorta di controllo di massa – per quanto anonimo – dai risvolti tutti politici. Tra le domande viene chiesto se si parla di guerra e di pace a scuola, ma anche come i giovani pensano di potersi davvero impegnare per la pace: dentro associazioni, sensibilizzando, con attività politiche?

Viene anche chiesto cosa si pensa della massima latina “si vis pacem para bellum”. Seppur tradotta, la stessa frase è stata usata dall’Alto rappresentante agli Esteri della UE Kaja Kallas, in un messaggio inviato alla Maratona per la Pace organizzata dalla CISL all’Auditorium Massimo di Roma, a metà di novembre.

È chiaro che si vuole tastare il terreno intorno a una propaganda bellicista sempre più spudorata, e al contempo verificare fino a che punto le grandi mobilitazioni degli ultimi mesi contro il genocidio in Palestina e il riarmo europeo abbiano fatto breccia tra ragazze e ragazzi. C’è una domanda che chiede proprio questo: “le mobilitazioni pacifiste, secondo te, sono: utili/inutili/mi lasciano indifferente”.

C’è poi la domanda di cui il risultato parziale delle risposte è accennato all’inizio dell’articolo: “se il mio Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e se servisse mi arruolerei”. Come detto, per lo più i giovani rifiutano questa narrazione. Ma non si può non evidenziare come la domanda sia pensata per indurre lo spirito guerrafondaio in chi legge.

L’entrata in guerra dell’Italia viene associata alla parola responsabilità. Sarebbe da chiedersi se nel 1940 l’arruolamento nella carneficina fascista vada inteso come un’assunzione di responsabilità. Una domanda così generica non lascia spazio a una responsabilità che, in tanti casi, può essere quella di disertare, perché la diserzione si accompagna alla giustizia.

Infine, le ultime domande sono dedicate ai “conflitti nel mio quotidiano”. Qui si cerca di porre sullo stesso piano le guerre e gli scontri che possono accadere nella quotidianità. Anche qui, c’è un duplice meccanismo in atto.

Da una parte, le ragioni delle tensioni nell’arena della politica internazionale vengono derubricate a quelle delle discussioni tra amici o familiari: una formula su cui è facilmente sovrapponibile l’idea che qualcuno abbia “ragione” e qualcuno “torto”, e non ci sia invece una profonda complessità e stratificazione, di questioni ma anche storica, che vada sciolta e compresa per assumere una posizione equilibrata e diplomatica.

Dall’altra, cerca invece di disinnescare il conflitto sociale e politico interno. “Secondo te c’è differenza tra conflitto e guerra?” e “Secondo te, imparare a gestire i conflitti quotidiani può aiutare a costruire una cultura di pace?” sono due delle domande che sembrano indagare se tra i più giovani ci sia spazio per associare al discorso sulla “pace”, per come la intendono i guerrafondai, col ritorno alla passività sociale.

Sono interpretazioni le nostre, e non possiamo essere sicuri su cosa gli estensori del questionario volevano davvero informarsi. Avere dei dati di massima su cosa pensano gli adolescenti sottoposti costantemente alla propaganda bellicista è di per sé utilissimo. Ma in ogni caso, il modo con cui è stata confezionata questa consultazione è preoccupante, e bisogna dare atto ai giovani che hanno mostrato di avere una salda cultura pacifista dalla loro.

Un ultimo appunto. Perché l’AGIA ha deciso di diffondere in anticipo alcuni risultati? Probabilmente, c’è di mezzo un articolo de Il Fatto Quotidiano, che ha etichettato le domande del questionario come patriottiche. L’Autorità ha voluto probabilmente difendersi, mostrando che non è di certo riuscita a indirizzare le opinioni degli adolescenti.

Ma il pericolo, ora, è che questi risultati vengano usati per affermare ancora più strenuamente la necessità di militarizzazione, delle menti e dei luoghi della formazione. Contro tutto ciò bisogna lottare strenuamente. Riportiamo qui sotto anche un commento dell’OSA.

***** 

QUESTIONARI AGIA SULL’ARRUOLAMENTO: CI VOLETE CARNE DA CANNONE, CI AVRETE OPPOSIZIONE, NO ALLA LEVA!

Il questionario Agia è uno schifo, non saremo braccia per la guerra voluta da governo Meloni e Occidente

L’AGIA (Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza) chiede a 4.000 studenti e studentesse se si arruolerebbero per andare in guerra. Con un questionario apparentemente neutro, distribuito a ragazzi fra i 14 e i 18 anni, l’istituto compie un inquietante campionamento di massa, per testare la risposta dei giovani alla chiamata alle armi del Governo Meloni.

Le 32 domande sottoposte assomigliano insieme a un esperimento sociale e a una forma di controllo sfacciata, viene chiesto agli studenti di tutto: se credono nelle mobilitazioni per la pace, con quali media si informano e – domanda delle domande – se si arruolerebbero per la guerra. Il 68% non lo farebbe come rivela la stessa Agia.

Le giovani generazioni sono contro la guerra e questo dà fastidio. Stanno venendo preparate a un futuro di guerra, fatto di riarmo, leve militare, conflitti nel mondo per gli interessi delle classi dirigenti europee e occidentali. La recente proposta di reintroduzione della leva è la conferma definitiva che il governo Meloni ci vuole “carne da cannone” per dei conflitti che è l’Occidente che fomenta nel mondo e per cui dovremo essere noi ad andare al fronte.

Per fare ciò sta venendo condotta una guerra cognitiva alle giovani generazioni per prepararle all’idea della guerra, che si compie anche attraverso la trasformazione bellicistica della didattica in scuole e università, come confermano i nuovi programmi scolastici reazionari di Valditara, o il caso del corso per ufficiali all’Università di Bologna, con cui addirittura l’Università diventa uno strumento in mano all’Esercito.

Fuori la guerra da scuole e atenei, no alla leva. Dopo le mobilitazioni di 28 e 29 novembre non ci fermiamo. Noi non ci arruoliamo!

Fonte

03/09/2025

Non esistono israeliani buoni

di Gideon Levy

Israele è guidato da un governo crudele e da un Primo Ministro senza cuore, come non se ne sono mai visti prima. Le vite umane, che si tratti di abitanti di Gaza, ostaggi o soldati, non interessano a questo governo. Sta Massacrando gli abitanti di Gaza e abbandonando ostaggi e soldati con la stessa equanimità.

A opporsi c’è un piccolo movimento extraparlamentare, umano e coraggioso, che dà lo stesso valore a tutte le vite umane.

Tra questa manciata di persone e il governo malvagio si trova il campo di centro. La maggior parte di loro lotta contro la crescente perdita di Umanità e l’inganno dimostrato dal governo. Le persone in questo campo sono scioccate da ogni video, perdendo il sonno per la sorte degli ostaggi pelle e ossa e dei soldati morti. Ma quando sentono i resoconti di un orribile Massacro in un ospedale, sbadigliano, disinteressati.

Sono migliori del governo e dei suoi sostenitori. Sono umani e mostrano solidarietà, ma solo in modo selettivo. Non esiste una moralità a metà. Proprio come la moralità a due pesi e due misure non è moralità, così lo è la moralità a metà. È l’opposto della vera moralità. È così che sono le persone in questo campo. Si preoccupano per la vita di 20 ostaggi, ignorando il fatto che il loro Paese uccide in media 20 innocenti all’ora.

Per loro, l’Umanità si ferma ai confini della nazionalità. Non lasceranno nulla di intentato per aiutare un israeliano, ma distoglieranno lo sguardo con disinteresse per il caso di un palestinese il cui destino è spesso molto peggiore. Sono infuriati per la freddezza di Benjamin Netanyahu, ma la loro non è meno evidente. Quando si tratta dei palestinesi, mostrano la stessa malvagità e freddezza.

È difficile comprendere questo fenomeno, che ha raggiunto il suo apice durante la guerra in corso. Come si può essere sconvolti alla vista dell’ostaggio affamato Evyatar David e scrollare le spalle o persino gioire per le uccisioni che avvengono nelle file per il cibo? Come si può essere sconvolti dall’omicidio della famiglia Bibas e non mostrare alcun interesse per i 1.000 neonati e i 19.000 bambini uccisi dall’IDF, o per i 40.000 orfani di Gaza?

Come si può perdere il sonno sui tunnel di Hamas e non mostrare alcun interesse per ciò che accade nei centri di detenzione di Sde Teiman o Megiddo, con nostra vergogna? Com’è possibile? Come si può pretendere che la Croce Rossa visiti gli ostaggi sapendo che Israele impedisce tali visite a migliaia di palestinesi rapiti?

È nella natura umana ed è comprensibile preoccuparsi prima di tutto per il proprio popolo. Ma mostrare totale indifferenza verso i membri dell’altra nazione, che vengono massacrati a decine di migliaia, mentre il loro Paese viene distrutto davanti ai nostri occhi dalle nostre stesse mani, trasforma molte delle brave persone presenti alle manifestazioni di Viale Kaplan e Piazza degli Ostaggi in persone non umane.

Per loro, e alcuni di loro lo dicono apertamente, Israele deve fare tutto il possibile per liberare gli ostaggi, e poi potrà tornare alla guerra, al Genocidio e alla Pulizia Etnica. La cosa principale è che gli ostaggi vengano liberati. Questa non è moralità o umanità. Questo è abietto ultranazionalismo.

Considerare gli esseri umani: bambini, disabili, anziani, donne e altre persone indifese come polvere, come persone le cui uccisioni e carestie sono legittime, con proprietà prive di valore e dignità inesistente, equivale a essere come Netanyahu, Ben-Gvir e Smotrich.

Opponendosi al Male assoluto, bisogna sostenere l’Umanità totale, che è quasi inesistente in Israele. Il rifugio morale di appendere un nastro giallo alla portiera dell’auto e l’apparente espressione di preoccupazione per gli ostaggi non è un rifugio e non costituisce moralità. Persino un estremista ultranazionalista e vuoto come il giornalista Almog Boker, che sa che “non ci sono innocenti a Gaza”, vuole il rilascio degli ostaggi. Questo non lo rende meno ultranazionalista o meno vile, nemmeno per un istante.

La forza morale del movimento di protesta è solo parziale a causa della sua natura selettiva. Se fosse pienamente morale, farebbe della lotta contro il Genocidio, insieme alla campagna per il rilascio degli ostaggi, la sua preoccupazione principale. La sua lotta non ne risulterebbe sminuita; la sua validità morale ne risulterebbe solo rafforzata. Non si può sfuggire ai numeri: 20 ostaggi vivi e oltre 2 milioni di palestinesi la cui vita è un inferno. Il cuore non può fare a meno di essere con entrambi.

Fonte

24/04/2025

Kashmir, un attentato riaccende il conflitto tra India e Pakistan

Una notte di sangue sulle montagne del Kashmir ha riacceso un conflitto mai sopito, trascinando India e Pakistan sull’orlo di una nuova escalation. Ventisei persone uccise in un attacco armato contro civili, per lo più turisti indiani, il peggiore degli ultimi anni, hanno scatenato una reazione a catena di misure drastiche, accuse incrociate, rappresaglie e minacce.

L’attentato, rivendicato dal gruppo “Resistenza del Kashmir”, ha colpito una delle zone più militarizzate del mondo, da oltre trent’anni attraversata da una ribellione armata contro l’occupazione di New Dehli. L’India ha immediatamente puntato il dito contro il Pakistan, accusandolo di connessioni con i responsabili, sebbene senza fornire prove concrete. Islamabad ha rigettato ogni addebito, condannando l’attacco e parlando di una “strumentalizzazione” da parte del governo indiano per finalità politiche interne.

La risposta di Nuova Delhi non si è fatta attendere: tutti i visti per cittadini pakistani sono stati revocati, con obbligo di rientro nel loro paese prima del 27 aprile per quelli già presenti sul territorio indiano. È stata inoltre ordinata la chiusura dell’unico valico terrestre funzionante, la riduzione del personale diplomatico nelle ambasciate e, in una mossa dirompente, la sospensione del trattato di condivisione delle acque dell’Indo, firmato nel 1960 con la mediazione della Banca Mondiale. Un accordo che, pur nei momenti di massima tensione, aveva resistito a guerre e conflitti armati, garantendo al Pakistan un accesso vitale al sistema fluviale che alimenta la sua agricoltura.

Islamabad ha risposto con la chiusura del suo spazio aereo alle compagnie indiane, la sospensione degli scambi commerciali e un avvertimento: ogni tentativo di bloccare o deviare il flusso delle acque sarà considerato un “atto di guerra”. Il Comitato per la Sicurezza Nazionale pakistano ha parlato di “misure belligeranti” indiane e ha promesso di difendere la sovranità e la dignità nazionale “con tutta la forza disponibile”. Il Pakistan ha sospeso tutti i trattati bilaterali, compreso quello di Simla del 1972 che pose fine alla guerra tra i due Paesi.

Dietro le quinte, si muovono logiche geopolitiche e spinte elettorali. In India, il primo ministro nazionalista e conservatore Narendra Modi ha colto l’occasione per rinsaldare il proprio consenso. In un comizio ha promesso di inseguire “ogni terrorista e mandante fino ai confini del mondo”, utilizzando un linguaggio muscolare che riecheggia le retoriche della forza tipiche del nazionalismo hindu. Il suo governo, da tempo accusato di soffiare sul fuoco del conflitto in Kashmir per motivi di propaganda interna, sembra orientato verso una linea d’azione dura. Il ministro della Difesa Rajnath Singh ha lasciato intendere che l’opzione militare non è esclusa.

La tensione è palpabile, e non solo nei palazzi del potere. In Pakistan, le manifestazioni davanti all’Alto commissariato indiano a Islamabad riflettono un’opinione pubblica sempre più stanca di essere il bersaglio di accuse cicliche da parte dell’India. In Kashmir, la paura è tornata a dominare la quotidianità; non solo per l’attentato — che ha colpito turisti e civili — ma per la possibile risposta militare e per le sue conseguenze.

La popolazione kashmira, già duramente repressa dopo l’abolizione dello status speciale della regione nel 2019, esprime rabbia e frustrazione, ma anche timore per un futuro che si fa sempre più incerto. La revoca dell’autonomia, il controllo diretto di Nuova Delhi, le operazioni militari e la censura digitale hanno lasciato ferite profonde, e la nuova fiammata di violenza rischia di riaprirle.

Secondo gli analisti, l’India si trova ora a un bivio. Ashok Malik, ex consigliere politico del ministero degli esteri indiano, sostiene che “l’attacco ha innescato una reazione emotiva, ma anche una riflessione strategica: il trattato sull’Indo è una leva economica forte, ma l’opzione militare è concreta”. Parole che fanno eco alle valutazioni di Praveen Donthi dell’International Crisis Group: “Modi ha costruito una narrativa in cui il Pakistan è l’origine di tutti i mali in Kashmir. Ma questa narrazione offre poche vie d’uscita in caso di escalation. Se non si affrontano le vere radici del malcontento in Kashmir, il conflitto sarà destinato a perpetuarsi.”

Il rischio è che la spirale di accuse e contromisure sfoci in un ennesimo confronto armato. L’ultimo serio scontro tra India e Pakistan risale al 2019, quando un attacco suicida a Pulwama fu seguito da bombardamenti incrociati e dall’abbattimento di alcuni aerei. Anche allora si arrivò a un passo dalla guerra. Oggi, con le pressioni interne crescenti in entrambi i Paesi, il rischio che la politica cavalchi la rabbia popolare per fini nazionalistici appare più concreto che mai.

Il conflitto del Kashmir si trascina dal 1947, dalla nascita dell’India (a prevalenza induista) e del Pakistan (a prevalenza islamico) come Stati indipendenti dall’impero coloniale britannico e dall’adesione del principato di Jammu e Kashmir all’India, non riconosciuta dal Pakistan. Entrambi i Paesi rivendicano l’intera regione, divisa tra il Territorio indiano di Jammu e Kashmir e le entità amministrative pachistane di Azad Kashmir e Gilgit-Baltistan.

La tensione ha causato conflitti sanguinosi già nel 1947, del 1965 e del 1999. Quello del Kashmir non è solo un conflitto tra due Stati, ma anche interno all’India, esploso soprattutto a partire dal 1989, anno delle prime azioni dei guerriglieri indipendentisti. Si stima che dagli anni Ottanta, tra le azioni pachistane e la repressione indiana, siano morte in Kashmir almeno 40 mila persone, per la maggioranza civili.

Fonte

24/01/2025

“Capitalismo nazionale”, ma con lo Stato al minimo. La reazione all’atto finale...

Oscurato dal chiacchiericcio politico si va delineando il nuovo modello di capitalismo occidentale che va soppiantando da tempo il neoliberismo degli ultimi 40 anni. E naturalmente risulta completamente fuori tempo il “modello sociale europeo” – o meglio, ciò che ne resta dopo un trentennio di austerità e “parametri di Maastricht”.

Per il momento non si vede una “teoria unitaria” in grado di sintetizzare i cento segnali diversi che vanno convergendo, ma unendo i punti apparentemente dispersi una prima immagine viene fuori.

Per noi schiavi europei alcuni segnali importanti arrivano dalle elezioni in Germania, dove il vecchio conservatorismo “democristiano” rappresentato da Cdu/Csu sta cambiando faccia e programma. Il nuovo segretario, nonché probabile futuro cancelliere, Friedrich Merz, intende rovesciare radicalmente l’eredità di Angela Merkel. Anzi, il ruolo stesso che fin qui la Germania ha avuto all’interno dell’Unione Europea.

Lo fa per ragioni interne – l’avanzata dell’estrema destra neonazista (accreditata del 20% nazionale) e della “nuova sinistra” aggregata intorno a Sarah Wagenknecht – ma soprattutto per affrontare il nuovo quadro strategico mondiale, certificato dal ritorno di Donald Trump sul trono statunitense.

Ma, dicevamo, questo racconto politico nasconde, invece che illuminare, il “cambio di sistema” in corso nel capitalismo occidentale. Il cuore della questione, al di qua e al di là dell’Atlantico, sta ancora una volta nel tipo di rapporto considerato “ottimale” tra impresa e Stato, tra iniziativa privata e “politica”.

Fin qui la definizione teorica – si far per dire – più efficace è stata la “motosega” agitata da Javier Gerardo Milei, catapultato alla guida dell’Argentina tramite una lunga incubazione nei talk show televisivi. Una narrazione ultrarozza – tagliare tutte le spese derivanti da un ruolo dello Stato nell’economia (dall’istruzione alla sanità, fino agli incentivi alla produzione) – che però riecheggia ogni giorno anche in quell’Europa dove un Mark Rutte qualsiasi, oggi segretario generale della Nato, chiede fino al 5% di spesa militare rinunciando a spesa pensionistica, sanitaria, ecc.

Ma anche così non si comprende la portata “epocale” del cambiamento in corso – di Epochenbruch, rottura epocale, parla apertamente anche Merz – nel capitalismo occidentale.

E qui torna in gioco il mondo economico che ha generato il trumpismo negli Usa, che non è più palesemente un “incidente della Storia” ma l’affermarsi di un diverso (non troppo “nuovo”) standard.

La testata Politico coglie il punto in questi termini: “Nello scontro economico con l’America, l’Europa si sta preparando a combattere un nemico che non esiste più”. O meglio, un nemico di cui non si erano neanche capite bene le caratteristiche strutturali quando ancora era in salute.

La lunga fase chiamata “neoliberismo”, infatti, era stata identificata in termini molto ideologici, ma non del tutto corrispondenti alla realtà. “Per decenni, gli europei hanno creduto nella finzione che la prosperità americana fosse costruita su mercati liberi e intraprendenza imprenditoriale”. Semplicemente non era così, o almeno molto parzialmente.

Il nodo era stato colto dall’economista Mariana Mazzucato del libro Lo Stato innovatore, in cui sosteneva che “molte delle innovazioni più significative degli ultimi decenni – internet, GPS e tecnologie per smartphone – fossero nate grazie agli investimenti statali. Il segreto della politica industrialesosteneva – risiedeva nella spesa per la difesa, nei sussidi mirati e nell’innovazione guidata dallo Stato”.

Persino nel neoliberismo reaganiano, insomma, l’iniziativa privata di certe dimensioni – quelle ciclopiche della “new economy” e delle piattaforme – era stata possibile sfruttando, in modo sicuramente molto creativo e privatistico, occasioni o finanziamenti pubblici, o mediati dall’interesse pubblico. La Thatcher aveva fornito l’idea, ma alla Gran Bretagna mancavano i mezzi...

Le ultime manifestazioni di questa impostazione strategica sono avvenute proprio con la presidenza di Joe Biden, con l’“Inflation Reduction Act […] 369 miliardi di dollari di sostegno alle industrie sostenibili, in particolare ai veicoli elettrici americani, […] visto in Europa come un tentativo governativo e spudorato di sottrarre investimenti all’UE”.

La “competizione” europea è stata insomma perseguita adottando la stessa strategia, in modo simmetrico, adottando una “politica industriale guidata dallo Stato [dalla UE e di lì agli Stati membri, ndr], concentrandosi sui campioni europei e accelerando le approvazioni dei sussidi”.

E lì stanno ancora oggi, mentre negli Usa le regole del gioco sono da tempo cambiate sotto la pressione inarrestabile di gruppi industriali che hanno la potenza finanziaria ma nessuno degli “ostacoli” di uno Stato (democrazia, contrappesi istituzionali, diritti dei cittadini, problemi morali, ecc.). E nessuna delle sue “spese inutili” agli occhi del profitto d’impresa…

Nelle profondità degli Usa, dice Politico, è emersa una visione che si può provvisoriamente definire “capitalismo nazionale” … una filosofia di liberalizzazione radicale che rifiuta l’intervento statale, abbraccia la privatizzazione e si affida pesantemente alle forze del mercato per rimodellare l’economia – sebbene all’interno di un sistema protetto”.

Una formulazione più elegante della “motosega” di Milei, ma non troppo diversa...

In questo modello lo Stato serve solo per assicurare che il “monopolio della forza” militare e poliziesca resti a protezione degli interessi privati, e solo fin quando serve. A ben vedere, infatti, anche in campo militare alcuni comparti – per esempio quello spaziale – sono ormai “contesi” da diversi “privati” (Musk, Bezos, ecc.) prontissimi a sfruttare la proprietà di alcune innovazioni tecnologiche e la disponibilità di risorse pubbliche finalizzate (ancora...) alla “sicurezza nazionale”.

Del resto già due anni fa l’ex generale Petraeus spiegava che “Le guerre del futuro dovranno tenere conto dell’influenza di singoli magnati come Elon Musk, Mark Zuckerberg e Jeff Bezos, che detengono un potere così eccezionale”. Detto in modo più diretto: la centralità del comando militare, nonché la certezza delle catene di comando, vengono “perturbate” o sfalsate dalla presenza – militarmente rilevante – di attori privati che agiscono a volte per “interesse nazionale”, altre per puro tornaconto personale/aziendale.

Una deformazione così rilevante delle più riservate e fondamentali risorse di un qualsiasi Stato rivela un drastico spostamento della centralità degli interessi “nazionali”: da una sempre bugiarda “unità delle varie classi sociali” al dispotismo puro e semplice dei grandi gruppi fanta-miliardari.

Questo Stato non si deve più preoccupare dei suoi cittadini e quindi può e deve tagliare ogni spesa che ne possa facilitare il benessere o la semplice sopravvivenza. La “concorrenza” è di tutti contro tutti: chi perde è sfigato, se lo merita, non suscita compassione (neanche un genocidio in diretta, ormai...), va abbandonato senza rimpianti.

Questo, politicamente parlando, non è neanche più il fascismo. Un secolo fa, infatti, durante un’altra “modernizzazione” o “salto di modello” imposto dallo sviluppo capitalistico, il ruolo dello Stato era comunque centrale, in ogni visione politica, per quanto contrapposta fino alla guerra totale (che arrivò pochi anni dopo).

Ricorrevano alla forza dello Stato, e alla sua capacità di centralizzare/utilizzare secondo un programma tutte le risorse (materiali, industriali, finanziarie, umane, ecc.), tutti i “modelli sociali”. Lo faceva il “new deal” rooseveltiano, in chiave liberal-democratica, varando un periodo di spesa pubblica eccezionalmente elevata per risollevare l’America dopo la Grande Depressione (19329-1933), tramite immense opere infrastrutturali e politiche di piena occupazione, anche a costo di pagare stipendi per “scavare buche e poi riempirle”.

Faceva lo stesso ovviamente l’Unione Sovietica, impegnata a costruire tra mille difficoltà una società meno diseguale e industrializzata, rovesciando una tradizione fondamentalmente agricola e semi-schiavistica (la “servitù della gleba” era ancora largamente in funzione al momento della Rivoluzione d’Ottobre).

Faceva lo stesso il nazifascismo, con strumenti criminali e in difesa dei grandi proprietari industriali (in Germania) o dei latifondisti (in Itala).

La seconda “globalizzazione” è finita ormai da tempo. La frammentazione del mercato globale ha rotto e continua a rompere sia le relazioni tra “campi avversari” (l’Occidente contro Cina, Russia, Brics, emergenti vari), sia – ora, con il “trumpismo” Usa – all’interno del campo occidentale, con i dazi minacciati o le facilitazioni promesse. Anche la reazione si frammenta, pur se ogni neo-reazionario coglie nell’altro le somiglianze e sogna una impossibile alleanza... sotto il proprio comando (gli Usa sul mondo, la Germania sull’Europa, ecc.).

Un “capitalismo nazionale” porta con sé tutte le vecchie tare del nazionalismo ottocentesco (razzismo, suprematismo, individualismo da branco o plebaglia, spiriti guerrafondai), ma chiede – come e più del neoliberismo morente – uno “stato ridotto al minimo”. Una contraddizione in termini, quasi un ossimoro.

Ma dove c’è un ossimoro (verbale) c’è una contraddizione reale. Grande come una casa. Anzi, come un sistema alle corde.

Allacciate le cinture, perché ora si balla sul serio...

Fonte

08/12/2024

Il nazionalismo senza nazione

Di seguito si troverà una sintesi giornalistica delle principali proposizioni emerse dal rapporto del Censis 2024 presentato il 6 dicembre.

In precedenza siano consentite poche righe dettata da un’analisi personale:

1) il Censis ha fotografato un’Italia dove la politica, l’azione pubblica, il senso del collettivo ha ormai raggiunto il minimo storico almeno dal secondo dopoguerra in poi.

2) L’analisi di questa sintesi che presentiamo adesso ci dimostra che la passività sociale viene intesa e sfruttata come varco perché si apra il fianco a qualche avventura pericolosa, considerato anche il vento che spira per il mondo.

3) Dovrebbe essere fondamentale il recupero di alcuni concetti-base che tra l’altro stanno dentro per intero alla Costituzione Repubblicana nell’idea dell’uguaglianza, di una democrazia rappresentativa, di una partecipazione popolare al governo del Paese.

4) Alla frantumazione corrisponde l’acquiescenza di massa nell’omologazione della perdita di valori che si verifica mentre si sta smarrendo il senso del “pubblico” in settori decisivi come il lavoro (in un Paese privo di struttura e di politica industriale) la scuola e la sanità che dovrebbero essere considerati non semplicemente come elementi del “welfare” ma come fattori fondamentali della coesione sociale.

5) Questo governo punta su di un antistorico nazionalismo senza nazione puntando tutto sulla paura. L’idea di una Europa democratica sembra ormai smarrita dentro a una crisi profonda delle relazioni internazionali.

6) Tutti questi elementi giustificano ampiamente la tanto criticata affermazione sulla “rivolta sociale”. Abbiamo bisogno urgente di una gramsciana “rivoluzione intellettuale e morale” tale da funzionare come presa di coscienza collettiva.

Ecco la sintesi come ce la stanno offrendo le principali fonti di stampa in queste ore.
“Si galleggia e ci si crogiola in una “sindrome italiana” che ci intrappola perché non si arretra e non si cresce. La fotografia del Rapporto Censis 2024 restituisce una stasi che nasconde anche opportunità, slanci che sarebbero dietro l’angolo. Sempre che si decida di non galleggiare, appunto, nel tradizionale problem solving all’italiana che, scrivono ancora quelli del Censis, non basta più.

«Ci flettiamo come legni storti e ci rialziamo dopo ogni inciampo, senza ammutinamenti. Ma la spinta propulsiva verso l’accrescimento del benessere si è smorzata», si legge nel rapporto 2024 in cui si dice che negli ultimi vent’anni (2003-2023) ci si e impoveriti perché il reddito disponibile lordo pro-capite si è ridotto in termini reali del 7,0%. E nell’ultimo decennio (tra il secondo trimestre del 2014 e il secondo trimestre del 2024) anche la ricchezza netta pro-capite è diminuita del 5,5%.

In un flash: c’è più lavoro ma meno Pil, il settore del turismo è molto vivace mentre l’industria soffre nonostante l’aumento netto della produttività, manca personale in diverse realtà e il welfare è ipotecato.

Tutto questo succede mentre c’è un nuovo scenario mondiale e un nuovo scenario tecnologico «nei quali le barche non salgono e non scendono più tutte con la stessa marea». I ottengo men, i dimenticati che scontano la deindustrializzazione, non sono solo nel Midwest, l’ottimismo autentico, dell’era della globalizzazione arriva ormai al capolinea. L’Italia sta attraversando profonde trasformazioni che, avverte il Censis, rischiamo di non padroneggiare al meglio. Soprattutto se si sceglie il galleggiamento senza meta di «sempre meno famiglie e imprese che competono», e che mano a mano saranno «sempre meno abili al galleggiamento». Ecco perché la fotografia del Censis assume i contorni di una trappola se si considera che l’85,5% degli italiani è ormai convinto che sia molto difficile salire nella scala sociale.”
Fonte

12/11/2024

11 novembre: tra la pace e la guerra

La prima guerra mondiale uccise 10 milioni di persone.

Una catastrofe che durò quattro lunghissimi anni. Un immenso sacrificio umano compiuto sull’ara laica del più cieco nazionalismo.

Da una parte gli interessi di pochi uomini potenti e dall’altra comuni soldati seppelliti sotto il fango, il sudore, le lacrime delle trincee.

La terribile mattanza iniziata il 28 giugno 1914 con l’attentato di Sarajevo si concluse l’11 novembre 1918.

Mosso da una forte preoccupazione per la ripresa delle idee sovraniste, la crisi delle organizzazione internazionali, i rischi di guerra insiti in una ripresa di confronto diretto tra le grandi potenze, il massacro che si sta realizzando tra Medio Oriente e Ucraina, ho preso spunto dalla ricorrenza riguardante la conclusione della prima guerra mondiale per compilare questo appunto.

Il tema che mi sta a cuore è quello del sorgere di un evidente pericolo di scivolamento del quadro internazionale su posizioni nazionaliste (oggi appunto definite “sovraniste”): un fenomeno accentuato anche dalle condizioni dettate dal peso dei flussi migratori dovuti alle guerre e all’aumento delle distanze economiche, sociali, ambientali dall’intrecciarsi tra le contraddizioni “storiche” e quelle post-materaliste, dall’incombenza di una tecnologia sempre più sofisticata e dal peso politico abnorme delle grandi concentrazioni di potere derivanti dal web ( le cosiddette “over the top”).

È vero che siamo di fronte ad un fallimento come quello della Nato, dell’UE, dell’insieme dell’idea di soggetti sovranazionali (i BRICS rappresentano soltanto un punto di carattere commerciale e non certo hanno ripristinato lo “spirito di Bandung”) e al “ritorno all’indietro” di quello che era stato definito come processo di “globalizzazione”.

L’idea della “cessione di sovranità” dello stato – Nazione era stata incautamente accelerata mentre emergevano, ed emergono, da parte delle grandi potenze posizioni di tipo imperialista.

Si deve allora ricordare la conclusione della Grande Guerra mentre sembra risorgere il nazionalismo, vera matrice di quell’immane conflitto.

Il nazionalismo racchiude in sé tutte le chiusure che si stanno verificando anche qui nell’Occidente sul piano etico, culturale, dell’interscambio.

Un Occidente che i cultori della “fine della storia” pensavano di considerare ancora il punto più avanzato di espressione del pensiero del progresso politico.

È necessario allora tornare a far capire che tutte le lotte: contro il razzismo, il militarismo, la sopraffazione di genere, portano in sé una matrice comunque che è quella dello sfruttamento.

Lo sfruttamento che nasce dall’imposizione della logica del profitto sull’insieme delle attività umane.

Il ritorno di Trump avvicinerà ancora di più il pericolo di ulteriori processi di imbarbarimento.

Le forme nelle quali il nazionalismo si è storicamente espresso possono essere così riassunte:

1) Autoritarismo

2) Interventismo armato

3) Apologia della guerra

In sostanza sono stati questi i criteri di politica interna ed estera assunti dalle maggiori potenze europee nel ciclo della crisi internazionale che ha portato al conflitto del 1914 e successivamente a quello del 1939 e che oggi stanno pericolosamente tornando in auge alimentati anche dal governo italiano.

Gli elementi del nazionalismo, dell’autoritarismo e dell’interventismo armato rappresentarono i vettori ideologici per il disciplinamento delle masse e per la loro completa identificazione nel patriottismo fanatico.

La competizione politica, a quel punto, si era trasferita sul terreno delle ideologie autoritarie e di origini biologiste (vedi antisemitismo) e della vocazione imperialista.

Insomma: i punti salienti sui quali si sono innestate le catastrofi del ‘900 e che oggi, in veste modernizzata dalla tecnologia e dalla velocità di comunicazione, sembrano riproposte dalle maggiori potenze mondiali (affari militar – energetici compresi) come dimostra la contesa sui diversi aspetti della transizione in atto: una transizione dagli imperscrutabili possibili esiti.

Tornando alla prima guerra mondiale infine non dimentichiamo il crollo della Seconda Internazionale avvenuto al momento della votazione dei crediti di guerra da parte dell’SPD e del Partito Socialista Francese riuniti nell’union sacrée dei rispettivi nazionalismi.

I socialisti che si opponevano alla guerra diedero vita, in pieno conflitto, a due conferenze svoltesi in Svizzera a Zimmerwald e Kienthal.

Zimmerwald prende forma tra il maggio e il settembre del 1915 e si svolse il 5-8 settembre 1915 per iniziativa di due militanti, lo svizzero Robert Grimm e il menscevico di sinistra Martov e su di un appello lanciato dal Partito Socialista Italiano.

L’incontro di Zimmerwald vide riuniti 38 delegati di 11 paesi: furono rappresentati ufficialmente i partiti che si richiamavano al marxismo, quello italiano, russo, bulgaro, romeno, polacco e lettone, la Norvegia era rappresentata dall’organizzazione giovanile, l’Olanda e la Svezia da gruppi della sinistra dei rispettivi partiti; significative le presenze tedesche rappresentanti la sinistra operaia e francesi.

Il Manifesto votato all’unanimità a Zimmerwald non chiamava alla rivoluzione, ma puntava “a ripristinare la pace tra i popoli sulla base della pace senza annessioni e del diritto dei popoli all’autodeterminazione”, inoltre giudicava la guerra come “un prodotto dell’imperialismo che mette a nudo il carattere reale del capitalismo moderno” (si sente in questo passaggio la mano dei francesi ma soprattutto di Trotskij).

Kienthal ebbe luogo il 24-30 aprile 1916, nel corso dei lavori la sinistra che si era formata a Zimmerwald con un “appello alla lotta” firmato da 6 delegati (fra i quali Lenin e Zinoviev) allargò ancora i suoi consensi passando a 19 delegati su 44 con l’adesione dei menscevichi e dei socialisti italiani (Serrati e Angelica Balabanoff).

Nel documento finale la classe operaia viene chiamata all’azione di massa per la pace e per le proprie rivendicazioni, fino al “trionfo finale del proletariato”.

Eravamo ormai alla vigilia della Rivoluzione in Russia.

Fonte

24/09/2024

“Schermaglie” territoriali e russofobia: il futuro dei rapporti tra Polonia e Ucraina

Trascorsa meno di una settimana dal “bisticcio” tra il nazigolpista-capo ucraino Vladimir Zelenskij e il marrano liberal-europeista (nel senso della scellerata risoluzione del 19.9.2019 su nazismo e comunismo) Ministro degli esteri polacco Radoslaw Sikorski, ecco che il secondo, non ancora soddisfatto del primo tenzone, torna alla carica.

Se la baruffa del 13 settembre verteva principalmente su temi “storico-territoriali”, l’uscita polacca del 19 settembre ha un carattere “attual-territoriale”. Senza entrare nei dettagli delle fantasie enunciate dal degno consorte della famigerata “storica” yankee Anne Applebaum, basti dire che Sikorski propone di porre la Crimea «sotto mandato ONU, con la missione di organizzare un referendum, dopo aver verificato quali siano i residenti legittimi, ecc.»: referendum, si presume, per decidere se la penisola debba andare all’Ucraina o alla Russia, come era stata fino al 1954 e come lo è di nuovo dal 2014.

Chiaro che il solo parlare di referendum e mandato ONU fa quantomeno sorridere a Mosca, dove si ricorda come nel 2014 quasi il 96% dei votanti avesse optato per l’unione alla Russia. Fa molto meno ridere i golpisti di Kiev che, all’ennesimo circo della “Strategia europea di Jalta”, contavano certo anche sulla voce polacca per ribadire l’omelia della “integrità territoriale ucraina”, con la Crimea inclusa. E invece, niente: mandato ONU per una ventina d’anni e poi... vedremo.

Se anche un “alleato fidato” di Kiev, quale la Polonia, che rifornisce l’Ucraina di armi e uomini per il fronte (il secondo più largo fornitore, dopo gli USA), prende le distanze dalle pretese della junta majdanista, significa che, con molta probabilità, per il tramite di Sikorski parla una determinata parte di Washington che è ormai stanca dell’Ucraina e della possibilità di ritrovarsi in guerra diretta con la Russia.

Ricordiamo però che nei rapporti polacco-ucraini non manca mai di tornare in superficie, ora più ora meno, la questione dei territori di confine, che ognuno rivendica come propri e, soprattutto da parte polacca, il ricordo dei massacri di Volynia perpetrati nel 1942-’43 dai collaborazionisti filonazisti ucraini di OUN-UPA, oggi sbandierati come eroi dalla Kiev majdanista.

Ed è principalmente su tali questioni che era scoppiata la schermaglia Sikorski-Zelenskij del 13 settembre scorso, nell’alimentare la baruffa era presente anche il Ministro degli esteri lituano Gabrielius Landsbergis

Ne ha parlato sulla rivista polacca Onet, organo semi-governativo polacco, l’ex diplomatico Witold Jurasz, elencando i diversi rimproveri mossi dall’ex (il mandato è scaduto lo scorso 20 maggio) presidente golpista al liberal-russofobo polacco, che non farebbe abbastanza per accelerare l’ingresso di Kiev nella UE, non abbatte abbastanza ciò che di russo vola nei cieli polacchi e, soprattutto, attenta alla “sacralità” degli “eroi” ucraini, istruendo la commemorazione delle vittime dei massacri della Volynia e chiedendo addirittura la riesumazione delle vittime per dar loro degna sepoltura. Si dice anche che quella che fino a un anno fa sembrava una “coppia” perfettamente affiatata di presidenti, Vladimir Zelenskij e Andrzej Duda, si stia ora parlando solo “tramite avvocati”.

Ma la zuffa Kiev-Varsavia aveva avuto dei precedenti. Il 6 settembre Sikorski aveva incontrato il nuovo Ministro degli esteri ucraino Andrej Sibiga, disquisendo su chi avesse massacrato di più: gli ucraini i polacchi, o viceversa. In quell’occasione, chi considerava il predecessore di Sibiga, Dmitrij Kuleba, “inadeguato” per il ruolo, non poteva immaginare il grado di inadeguatezza dei “diplomatici” ucraini, evidenziato ora da Sibiga.

E, a proposito di Kuleba, scrive Vasilij Stojakin, molti osservatori avevano ipotizzato che le sue dimissioni fossero legate allo scandalo inscenato il 28 agosto, non solo rifiutando le scuse per il genocidio della Volynia, ma avanzando anche rivendicazioni territoriali nei confronti della Polonia. Di fatto, in quell’occasione Kuleba non aveva fatto altro che riportare le posizioni della presidenza majdanista.

A ogni modo, la questione cruciale che rimane in sospeso tra Kiev e Varsavia rimane quella dei massacri banderisti in Volynia. Scuse reciproche, ricorda Stojakin, erano già state portate nel 2003; la condanna però, da parte ucraina di OUN-UPA, responsabile del crimine, è un passo inimmaginabile nella Kiev post-2014, in cui la glorificazione di quei banditi filonazisti è alla base della moderna ideologia majdanista. Inoltre, insieme alla condanna dei massacri, Varsavia agita non da ora anche la questione del risarcimento dei beni che sarebbero stati sottratti ai polacchi.

Nel battibecco del 13 settembre, aggiunge Oleg Khavic, sulla base della cronaca vergata da Witold Jurasz, Zelenskij ha affermato, nel suo solito tono da golpista, che la Polonia attribuisce importanza ai massacri del 1943 solo per motivi di politica interna e invece non dovrebbe più tornare sulla questione. Al che, Sikorski ha risposto in modo brusco che Kiev dovrebbe vedere le esumazioni e le sepolture delle vittime polacche come un gesto cristiano; ma Zelenskij ha fatto orecchie da mercante.

Insomma, i golpisti di Kiev si muovono da par loro e non guardano in faccia ad alcuno, nemmeno ai “cugini di ideologia” polacchi; anche perché, oggi, appare mutato lo “status” delle parti. Se ancora nel 2022 la Polonia rivestiva il ruolo di “fratello maggiore”, che assisteva l’Ucraina a “respingere l’aggressione” e a integrarsi nelle strutture europee ed euroatlantiche, nel 2024 la situazione è cambiata: l’Ucraina ha ottenuto lo status di “attore globale”, l’unico Paese che combatte la Russia per conto dell’Occidente.

Al contrario, la Polonia è ora solo una base logistica NATO nel conflitto ucraino, ed è anche piuttosto logora, osserva Khavic, essendo praticamente rimasta senza carri armati (a detta di Witold Jurasz, Varsavia avrebbe fornito a Kiev più carri di USA, Gran Bretagna, Germania, Olanda, Norvegia, Svezia, Spagna, Cechia, Slovacchia e Bulgaria messe insieme), oltre che dipender in gran parte dalla forza lavoro a basso costo fuggita dall’Ucraina. Chiaro che Zelenskij e i suoi capomanipoli si sentano in diritto di mostrare la propria inadeguatezza, non solo a livello “diplomatico”.

I partecipanti polacchi all’incontro del 13 settembre sono rimasti quantomeno sorpresi, ricorda Jurasz, dallo “stile” di Zelenskij: «Semplicemente, a Kiev sono fermamente convinti che la Polonia sia talmente minacciata dalla Russia che, aiutando l’Ucraina, aiuti essenzialmente solo se stessa. Ne consegue che l’Ucraina, secondo la convinzione delle sue élite, non ha motivo di essere grata alla Polonia».

Ora, è chiaro che non è il caso di ingigantire le schermaglie tra Kiev majdanista e Varsavia eurosanfedista: il livello della comune russofobia è tale che i bisticci sulle “restituzioni” – proprietà mobiliari e immobiliari, territori, ecc. – passano sempre in secondo piano non appena viene agitato il “pericolo russo”.

Non a caso, commentando la zuffa Zelenskij-Sikorski, l’analista polacco Lukasz Adamski ha scritto sui social media: «L’interesse polacco di base è che l’Ucraina vinca la guerra, o almeno non la perda, in modo tale, però, che la Polonia stessa non entri in guerra con la Russia», aggiungendo comunque che l’argomento secondo cui l’Ucraina sta difendendo la Polonia ha smesso di funzionare più di un anno fa. Adamski ha anche sottolineato che il ricatto morale non funziona coi polacchi e che i vari “mercanteggiamenti”, del tipo “voi ci date carri armati, soldi, appoggio, e noi vi concediamo le esumazioni”, possono far uscire dai gangheri anche i politici polacchi più compiacenti con Kiev.

Ma, in fin dei conti, come detto, simili bisticci tra “cugini di ideologia” vanno e vengono, perché, come direbbe Giovenale, «l’intera loro razza è di commedianti», ancorché pericolosi per il mondo, ci permettiamo di aggiungere.

Fonte

22/09/2024

Le banche non si toccano, se sono di Berlino

Nei giorni scorsi aveva fatto rumore l’acquisto del 9% di Commerzbank, il secondo istituto di credito tedesco, da parte di Unicredit, che insieme a IntesaSanPaolofa da asse portante del sistema bancario italiano.

Tanto più che Andrea Orcel, amministratore delegato di Unicredit, aveva fatto chiaramente capire di voler puntare al 30%, quota azionaria “di controllo” che conferirebbe alla banca italiana la guida della banca tedesca. Una fusione di fatto, insomma, a guida italica...

Non ci sarebbe nulla da stupirsi, in una regime capitalistico liberista, dove i capitali fanno quello che vogliono, senza che i governi provino neanche a “dar fastidio alle imprese” (copyright di Giorgia Meloni). Gran parte del patrimonio industriale italiano, costruito peraltro dallo Stato nei decenni dell’IRI, è passato di mano in mano fino a scomparire quasi del tutto (Italsider-Ilva, Alitalia, Telecom, le cinque banche di interesse nazionale, ecc.).

Facile a dirsi, più complicato farlo se – come nel caso di Commerzbank – un governo, quello di Berlino, detiene il 12% dell’istituto, esercitando di fatto la “golden share”, ossia un potere di veto o orientamento (pubblico) che i trattati europei teoricamente vietano, se non per casi eccezionali come crisi improvvise.

E infatti, dopo la sorpresa iniziale (pare che l’acquisto del 9% non fosse stato comunicato preventivamente, anche se le “manifestazioni di interesse” da parte Unicredit erano partite già dal 2017, sull’onda della profonda crisi che ha colpito le banche tedesche alle prese con le conseguenze di mosse speculative azzardate sui “derivati” statunitensi) il governo di Berlino ha fatto molto chiaramente capire di non essere disposto a vendere il proprio 12% ad un solo investitore, per di più già presente in modo così forte nella banca.

Teoricamente la preferenza andrebbe per una vendita frammentata a più investitori, impedendo così – almeno per qualche tempo – una eccessiva concentrazione di potere in una sola mano.

Il niet del governo ha smosso anche il management di Commerzbank, con l’attuale amministratore delegato che annuncia la volontà di non restare dopo la fine del suo mandato (nel 2025), mentre la responsabile finanziaria Bettina Orlopp – incaricata di condurre i colloqui con UniCredit, nonché potenziale successore dell’attuale a.d. Manfred Knof – avrebbe detto chiaramente che la banca tedesca “non ha bisogno di UniCredit” anche perché sul piano della ristrutturazione “c’è ancora molto da fare, vogliamo generare il costo del capitale al massimo entro il 2027 e siamo più che mai convinti di poterlo fare”.

Per essere ancora più chiara, Orlopp ha aggiunto che vorrebbe che lo Stato tedesco rimanesse per il momento nella banca con il suo 12%. “È importante, perché credo che prima ci sia bisogno di un po’ di pace e tranquillità”.

Insomma: la seconda banca tedesca deve restare in mani tedesche.

Le ragioni addotte sono diverse. Si va dai timori di esporre un istituto importante ai sempre sbandierati problemi del debito pubblico italiano (Unicredit, come quasi tutte le banche di questo paese, possiede grandi quantità di titoli di stato emessi dal Tesoro), fino alle maggiori difficoltà che potrebbe incontrare le imprese tedesche bisognose di prestiti (fin qui evidentemente concessi con manica larga e secondo un criterio “nazionalistico”).

Una riprova che l’Unione Europea, così come è stata costruita – e in base agli interessi sui cui è stata costruita – non solo funziona male e in modo nazionalisticamente selettivo (con l’ovvia differenza tra “chi pesa” e chi no), ma entra sempre più di frequente in contraddizione con i “valori” che dice di voler difendere/affermare. Addirittura con la “libertà di impresa” – l’architrave fondamentale dell’ideologia liberista – se è in ballo il suo controllo.

Figuriamoci cosa può accadere quando sono in gioco gli interessi e la sopravvivenza delle classi popolari...

Fonte

06/08/2024

Nazioni in cerca di Stato

di Francesco Festa

Paolo Perri, Nazioni in cerca di Stato. Indipendentismi, autonomismi e conflitti sociali in Europa occidentale, prefazione di Michel Huysseune, Donzelli, Roma, 2023, pp. 258, € 28.00

Il 30 maggio scorso la camera bassa del parlamento spagnolo ha approvato una legge di amnistia per gli indipendentisti catalani, una misura controversa fortemente voluta dal governo di Pedro Sánchez per mettere fine a una stagione di conflitti sociali in una regione trainante d’Europa.

In realtà a cinque anni di distanza dalle giornate autunnali del dormiente eppur mai sopito indipendentismo catalano, molte cose sono cambiate. Tutti i protagonisti di quegli eventi – e dalla parte spagnola e dalla parte indipendentista – non ricoprono più incarichi di rilievo, e a quell’atteggiamento oltranzista si sono sostituiti tentativi di negoziato, benché incompiuti e per ora piuttosto timidi. Anche se la parola fine per l’indipendentismo se non per il nazionalismo è un eufemismo. Sotto traccia questi fenomeni persistono, covano, e all’occorrenza riesplodono. E lo sanno bene i due partiti indipendentisti catalani, Junts ed Esquerra, ché dopo l’approvazione hanno avvertito: “no acaba nada”. L’amnistia non segna la fine della lotta per la Catalogna libera, il prossimo obiettivo è il referendum per l’indipendenza.

Riportiamo la memoria all’autunno del 2017, e non in una regione periferica, bensì in una fra le regioni economicamente più avanzate dell’Europa, locomotiva della produzione estrattiva, chimica e farmaceutica, dove i catalani hanno toccato con mano la possibilità di costituirsi in Stato indipendente. Difatti, da una parte hanno concretamente minato l’integrità territoriale della Spagna, dall’altra hanno dato seguito politico al desiderio sui generis, stratificato nella storia, proclamandosi per poche ore Stato autonomo e indipendente, a seguito dell’esito positivo del referendum. Le cose non sono andate proprio così, in maniera lineare o pacifica, anzi, la legge e la repressione hanno posto fine manu militari a tale processo. D’altronde ogni qualvolta la sovranità territoriale è minata, e quel principio politico a fondamento dello Stato, secondo il quale l’unità politica e quella nazionale debbano coincidere – come segnalato da Ernest Gellner – viene messo in discussione, allora, il Leviatano mette in campo tutta la propria forza militare.

Di contro, le “comunità in cerca di Stato” rispondono, non retrocedono, ma continuano sotterraneamente a scavare, si organizzano e, al momento opportuno, si sollevano, cercando di far coincidere i processi di costruzione politica della propria identità statale (state-building) con quelli d’identità nazionale (nation-building). E si badi: l’identità nazionale è sempre in fase più avanzata rispetto al potere costituito, poiché essa rinvia alla scrittura e alla riscrittura dei processi storici. In altre parole, l’identità nazionale quale fondamento della legittimità politica dello Stato è immanente alla storia e alla cultura di una comunità rispetto allo Stato che invece è esterno, trascendente, estraneo.

In realtà il nazionalismo riemerso in Catalogna, a richiamo di quello scozzese di qualche anno prima – con la vittoria del “No” (55,30%) alla separazione dal Regno Unito – è un fenomeno consustanziale alla forma politica degli stati moderni, dalla fine del Settecento, con una diffusione nell’Ottocento, e l’esplosione ideologica e organizzativa durante il Novecento. Ma le cui radici allignano nella storia di una regione o di una comunità, nelle stratificazioni di racconti e di miti costruiti e ricostruiti dai processi discorsivi e mitopoietici, ossia dalla creazione collettiva di miti, racconti o storie strettamente vincolate a quella comunità. Emile Durkheim diceva infatti che i miti hanno il compito di dare coesione alle collettività umane attraverso la creazione di un linguaggio comune per nominare le cose e i comportamenti. Furio Jesi individuava nel mito la facoltà di consacrare le forme di un presente che vuol essere coincidenza con un “eterno presente”. Insomma, il nazionalismo si nutre di un eterno presente per animare i cittadini, da cui attingere a seconda degli usi politici. Ernesto Laclau lo avrebbe chiamato “significante vuoto”, un concetto discorsivo aduso per tutte le formazioni politiche, camaleontico nel trasformarsi in base alle esigenze e agli interessi politici ed economico-sociali.

Di per sé è un “fenomeno politicamente magmatico”, con dei rimandi epici al mito di Proteo, vecchio dio del mare dell’Odissea, quella divinità omerica in grado di cambiare forma e aspetto a seconda delle circostanze, e che ci offre una suggestiva esemplificazione dell’oggetto di questo libro. Un esempio letterario con cui Paolo Perri, in Nazioni in cerca di Stato. Indipendentismi, autonomismi e conflitti sociali in Europa occidentale introduce il campo di studio e cerca di mettere in guardia il lettore da facili semplificazioni o da analisi politiche in cui si potrebbe incappare cercando di tradurre quel fenomeno in rivendicazioni localistiche o provincialistiche tipicamente nostrane. Il nazionalismo è una “categoria ribelle alla conoscenza scientifica” – avverte Perri – negli studi storici, sociologici e politologici, questo fenomeno è assai sfuggente all’inquadramento in apparati ideologici o a modelli universali, poiché i movimenti nazionalisti abbracciano orientamenti ideologici differenti, contraddicendo proprio quelle teorie che hanno presentato questi fenomeni come non ideologici, post-ideologici o di orientamento prevalentemente conservatore.

Perri cerca di inquadrare la categoria, riconoscendone la complessità come fattore costitutivo dei movimenti stessi, evitando così metodi e schemi troppo rigidi, pena la difficoltà di leggerne le differenze da movimento a movimento, da regione a regione. Egli adopera, infatti, un approccio multidimensionale e multidisciplinare, e da storico rafforza la ricerca consultando una mole di documenti di prima mano in archivi di mezza Europa, per indagare con metodo comparativo “origini, caratteri, trasformazioni e persistenze dei nazionalismi sub-statali all’interno di quattro diversi stati dell’Europa occidentale: Francia, Belgio, Gran Bretagna e Spagna”. Nello specifico, riguardano le seguenti regioni: Bretagna, Corsica, Fiandre, Vallonia, Galles, Irlanda, Scozia, Catalogna, Galizia, Paesi Baschi.

La versatilità del concetto si riflette proprio nella “babele terminologica” generata dal nazionalismo, in cui l’autore cerca di districarsi ricorrendo, invece, a categorie come “nazioni senza stato”, “nazionalismi periferici”, “nazionalismo sub-statale”. Altro dato che ne dimostra la camaleonticità è “la capacità dei movimenti nazionalisti di abbracciare orientamenti ideologici differenti, contraddicendo quelle teorie che hanno presentato questi fenomeni come non ideologici, post-ideologici o di orientamento prevalentemente conservatore” (p. 233). Le differenti posizioni, talvolta, riflettono le fratture e le contraddizioni (cleveages) presenti nei rapporti sociali se non nella composizione di classe, vale a dire, centro/periferia, stato/chiesa, città/campagna, capitale/lavoro, sennonché in contesti di composizione operaia o post-operaia questi fenomeni assumono connotati di classe se non di sinistra; in altri casi, dov’è maggiore la concentrazione finanziaria i partiti o le organizzazioni indipendentiste si spostano al centro o a destra. Un caso esemplare è la Galizia, dove vi sono partiti “nazionalisti” situati lungo tutto l’arco politico parlamentare.

Interessante è soffermarsi ancora sulla costruzione dell’identità e, di contro, i processi di centralizzazione od omogeneizzazione politico culturale messe in atto dagli stati-nazione. La domanda che Perri pone è come fanno “i movimenti nazionalisti a capitalizzare politicamente gli elementi identitari?” Considerando che “l’identità nazionale non [possa] essere creata del tutto ex nihilo dagli intellettuali nazionalisti, ma deve necessariamente poggiare su sentimenti, valori e identità pre-esistenti […] come memorie condivise, la lingua la religione, i costumi, il folklore, le antiche istituzioni locali e le leggi tradizionali.” (p. 21). Egli adopera uno schema composto di tre fasi di sviluppo: la prima di carattere intellettuale, in cui una ristretta cerchia di studiosi si concentrano sulla storia, la lingua, la letteratura, i miti e le tradizioni di una comunità, al fine di porre delle basi comuni; la seconda vede l’emergere di élite politiche che “reclamano la formazione di un nuovo stato per diventarne classe dirigente”; mentre nella terza, il nazionalismo “acquisisce finalmente una dimensione di massa, realizzando i propri obiettivi o innescando dei veri e propri conflitti con lo stato centrale.” (p. 22)

In generale, durante il processo di formazione degli stati moderni, il ricorrere alla leva indipendentistica riflette le fratture economico-sociali che genera il capitalismo, a seconda delle sue fasi di accumulazione. Nell’Ottocento, le rivendicazioni erano figlie dei processi di industrializzazione e di accumulazione originaria, di talune regioni rispetto ad altre. Fra le due guerre del secolo scorso, i nazionalismi ebbero la vera svolta come ideologizzazione, a seconda delle posizioni – quelle nazifasciste, ma anche quelle di matrice socialista e comunista, si pensi al libro Sul diritto di autodecisione delle nazioni, in cui Lenin descriveva il processo di differenziazione e valorizzazione dei molti gruppi etnici presenti nell’Unione delle Repubbliche Sovietiche, ove tramite repubbliche e sub-repubbliche venivano garantite le etnie non russe, nelle forme di autonomia e protezione dalla dominazione centralizzante; mutatis mutandis, Josip Tito in Jugoslavia prese ispirazione da tale modello.

Nel corso del Novecento, le lotte di liberazione e il decolonialismo, diede nuova linfa ai partiti e alle organizzazioni indipendentistiche, talvolta organizzando i conflitti sociali in forme di lotta armata e clandestina; e talvolta sfruttando gli equilibri della guerra fredda. Venuta meno questa, la stessa lotta è andata tramutandosi in organizzazione del conflitto nelle forme istituzionali ed elettorali, senza trascurare la possibilità di tornare a battere le strade della lotta e della guerriglia urbana, come spesso accade in forme circoscritte eppur persistenti a Belfast, nei Paesi Baschi e in Corsica. Con gli anni Duemila le scienze sociali iniziano a interrogarsi sulla capacità delle identità storico-culturali territorialmente radicate alle comunità, di sopravvivere alle sfide della globalizzazione neoliberista, alle relazioni liquide e precarie, ai rapporti produttivi e logistici a-territoriali, inseriti in un “villaggio globale”.

Dinanzi a questi presagi le “nazioni senza stato” hanno resistito, soprattutto quando le crisi finanziarie del 2007-08 hanno minato le solide basi del neoliberismo e lo spazio europeo, non solamente quello istituzionale, ha offerto visibilità politica alle rivendicazioni dei nazionalismi periferici.

Il fenomeno studiato con estrema profondità in Nazioni in cerca di Stato fa della complessità una caratteristica sia nelle forme organizzative, se non talvolta ideologiche, sia nell’importanza di rappresentare una variabile intra-nazionale con cui i movimenti e la classe politica devono fare i conti, poiché è quella leva che, trascurata, rischia di sorprendere dopo la sua emersione. Così avverte, l’autore:

all’incertezza, alla precarizzazione lavorativa ed esistenziale e all’allargarsi della forbice sociale prodotti dalla crisi il nazionalismo ha risposto con un progetto partecipativo, inclusivo e progressista di radicalizzazione democratica, mentre, in altri, con delle forme di chiusura neo-comunitarista e xenofoba, in cui la comunità nazionale, spesso definita attraverso caratteri ascrittivi e biologico-razziali, viene invece mobilitata per difendere le proprie risorse contro un presunto pericolo esterno (migranti, burocrazia europea, stato centrale, ecc.). La persistenza della frattura centro-periferia, la forza o debolezza degli elementi culturali, linguistici e religiosi, i vari contesti economici, le differenti opportunità politiche e l’atteggiamento dei governi centrali sono tutti elementi che hanno contribuito, e contribuiscono, all’evoluzione ideologica dei movimenti nazionalisti e della loro base sociale (pp. 237-38).

È un’ideologia dal nucleo sottile, non una complessità, quella del nazionalismo senza ideologia, altrimenti non si spiegherebbe perché in base al contesto in cui si trova ad agire possa adottare idee molto diverse, nella sua plasticità:

il suo orientamento ideologico può evolversi o venire addirittura stravolto per adattarsi alle diverse situazioni e ai mutati contesti socio-economici […] per questo esistono varie tipologie di nazionalismo politico – liberale, democratico, socialista, fascista, conservatore, comunista – e se non ne tenessimo conto, se ne minimizzassimo la dimensione prettamente ideologica, non riusciremmo a comprenderne la capacità di mobilitazione e, soprattutto, a spiegare efficacemente il sostegno di cui godono ancora oggi questi movimenti, a dispetto di ogni previsione passatista (p. 238).

Fonte

30/07/2024

Vita e morte di Irina Farion, la nazionalista ucraina che odiava la lingua russa

I nazionalisti, a qualsiasi latitudine, spiccano spesso per lati curiosi della propria personalità: passano tutta la vita a impartire agli altri lezioni in materie che loro stessi non hanno mai appreso e, quando le circostanze lo impongono – ne sappiamo qualcosa in Italia, in fatto di sottomissione convinta agli ordini euro-atlantisti da parte dei più agguerriti difensori della “italianità” – si dimenticano in fretta di ogni concetto di sovranità nazionale.

Ora, succede nell’Ucraina majdanista che, nel corso della perquisizione dell’appartamento di Irina Farion, la nazi-nazionalista ucraina uccisa il 20 luglio scorso da un fanatico suo pari, sia stato rinvenuto il diario dell’ex deputata della Rada, tenuto, guarda un po’, in lingua russa. I media ufficiali si sono affrettati a definire la scoperta un falso; tuttavia, alcuni ex colleghi dell’uccisa, a lei abbastanza vicini, hanno confermato l’autenticità del diario.

Tra i passaggi di rilievo, eccone uno: «Di nuovo ho parlato e ho esortato a parlare in quella lingua, che ora è qui l’unica corretta. Proprio come un’appestata, che trasmette la sua malattia alle persone sane. Non ci perdoneranno mai».

Questo scriveva nel proprio diario privato la “linguista” le cui “tesi” servivano da spunto per le sentenze della Corte suprema ucraina, tra cui quella del 2021, secondo cui non possono esistere ucraini di lingua russa e, di conseguenza, anche i nazisti e ultranazionalisti di “Azov” russofoni, secondo le “teorie” di Farion, sarebbero da considerare ucraini fasulli e “omoskalennye”, rimasti “vittime” di una secolare “forzata russificazione”.

Il lato curioso della questione è che, un paio di giorni fa, il comandante della polizia della regione di Kiev avrebbe dichiarato che l’assassino di Farion è un giovane a posto, il quale ritiene di aver agito bene, perché «non si deve dividere la società ucraina» sulla base della lingua parlata dalle diverse nazionalità.

Anche se, ufficialmente, in ucraina si parla pressoché solo l’ucraino. O, almeno, è quanto “testimonierebbe” un’indagine demoscopica, condotta dal cosiddetto Centro di indagini sociali, che sembra confezionata apposta – non è il primo caso di sondaggi condotti appositamente per confermare le tesi della junta majdanista – per onorare la memoria di Farion.

Secondo tale sondaggio, gli ucraini, come ritorsione per la guerra contro i “sanguinari moskaley”, avrebbero cominciato a parlare in “usignolo”, cioè in ucraino, mentre prima erano soliti ciarlare nella lingua dei “porci-cagneschi”, dato che erano “moskodegenerati”, come li definiva Irina Farion. Ecco che ora, invece, improvvisamente, tutti hanno iniziato a parlare ucraino.

E l’aspetto più interessante, dicono a Golos Mordora, è che in una famiglia media ucraina, ascoltando in TV i risultati di tale “sondaggio”, il marito dirà alla moglie nel più puro e corretto russo: «Senti com’è bello ora! Tutti parlano ucraino!».

Oppure si citeranno le storie dal fronte, dove i “guerrieri della luce” combattono i “sanguinari moskaley”: ma il settanta per cento di essi sono russofoni: proprio la circostanza che faceva indignare Farion. E se poi qualcuno è stato di recente in Europa, tra l’enorme numero di rifugiati ucraini: qualcuno li ha sentiti parlare in ucraino?

Ma, in fondo, anche tra coloro che sono stati intervistati nel corso del sondaggio, la maggior parte di essi, nella vita quotidiana, continua a esprimersi in russo o, al massimo nel vecchio “suržik” banderista, che poi non è altro che una volgarizzazione dialettale del russo.

Il fatto è che la sussistenza di una lingua comune, insieme naturalmente, come scriveva Iosif Stalin nel 1913, ad altre circostanze, quali comunità di territorio, di vita economica, cultura, è condizione essenziale perché si possa parlare di nazione. Essenziale dunque, per la junta nazigolpista di Kiev, convincere gli ucraini che tutti loro parlino in ucraino. E tutti gli ucraini sono convinti che tutti parlino in ucraino, nonostante che, in ambiente privato e familiare, tutti parlino in russo.

Ma l’aspetto più sconcertante per gli ucraini, è che quei nazinazionalisti à la Farion e simili, a partire dai guerrafondai della junta majdanista, ormai da molti anni non parlano né in ucraino, né in russo: devono obbligatoriamente esprimersi nel linguaggio yankee, per rispondere agli ordini dei consigliori angloamericani stanziati ai piani alti di Kiev a dirigere i passi delle loro marionette e mandare al macello la chair à canon con cui fanno la guerra al vicino orientale.

Fonte

23/07/2024

Ucraina - Le radici nazi-nazionaliste non ancora debellate dello “spirito Farion”

La vicenda di Irina Farion non ha nulla di sorprendente. Vita e morte della nazi-nazionalista ucraina – a tempo perso linguista – uccisa il 20 luglio scorso sotto il portone di casa, sono perfettamente inquadrate nelle cronache post-sovietiche di quasi tutte le ex Repubbliche dell’URSS e, più specificamente, nel caso ucraino, nella faglia nazional-reazionaria i cui esponenti, quali ad esempio Dmitro Dontsov, ancora nel periodo a cavallo tra XIX e XX secolo, invocavano l’eliminazione fisica dei russi, quale elemento imprescindibile della “ucrainicità”.

Le responsabilità di una buona parte del PCUS per la rovina che ha accompagnato l’ultimo trentennio dell’Unione Sovietica, in generale, e quelle del PCU per la rinascita del banderismo nelle sue stesse file, in particolare, servono da filo conduttore anche per le biografie dei più raccapriccianti nazional-nazisti ucraini, pre e post-majdan, Irina Farion compresa.

Pare relativamente poco importante stabilire di quali ambienti sia espressione la persona che ha esploso il colpo mortale alla testa della ex-deputata della Rada (nulla di sorprendente nemmeno nel fatto che Farion avesse seduto nel parlamento ucraino: personaggi simili siedono in tutti i parlamenti in giro per il mondo, per non parlare dell’Italia), perché, in ogni caso, ciò che lei ha rappresentato nell’Ucraina “nezaležnaja”, pre e post-majdan, a partire dal 1991, sarà oltremodo difficile da estirpare, con o senza “de-nazificazione”.

È comunque significativo che, negli innumerevoli commenti alla notizia della sua morte, manchi praticamente ogni accenno di compianto.

Qualcuno ha paragonato Irina Farion a quei “linguisti di corte” del Terzo Reich, tipo Leo Weisberger o Georg Schmidt-Rohr, che intendevano “dimostrare” la superiorità dei tedeschi con la superiorità della lingua.

Così come quelli cercavano di convincere persino Hitler che la razza non ha senso e che un ebreo che parla tedesco è un tedesco, Irina Farion predicava che l’origine ucraina non conta nulla, se non si parla ucraino.

La sentenza della Corte suprema ucraina del 2021, secondo cui non possono esistere ucraini di lingua russa e, dunque, tali soggetti debbano esser considerati “russificati” (“omoskalennye”) e privati di diritti culturali e linguistici separati, prendeva spunto dalle ripetute e becere elucubrazioni di Farion, già dettagliatamente illustrate perché ci sia necessità di ripeterle.

Ricordiamo soltanto il commento di Farion all’assassinio del giornalista ucraino Oles Buzina, freddato nell’aprile 2015 davanti al portone di casa e il cui assassino era stato rimesso immediatamente in libertà, su “raccomandazione” degli squadristi di Pravij Sektor, di guardia fuori del tribunale: «Ucciso il degenerato Buzina. Queste persone non si fanno convincere... Buzina è una razza satanica. Per lui tenebre e oblio». Tanto basti a caratterizzare la feccia che scaturiva dalla bocca dell’uccisa.

Ed è anche per questi “vangeli” della nazi-linguista, afferma Pavel Volkov su Ukraina.ru, che non si può escludere che a esplodere il colpo di pistola sia stato uno dei nazisti di “Azov” di lingua russa (effettivamente, in “Azov” confluiscono moltissimi russofoni delle regioni orientali ucraine), dal momento che Farion li riteneva ucraini “non genuini”.

Il fatto è che in Ucraina vivono varie nazionalità, e non solo quella ucraina. E se non tutte parlano ucraino, diceva Farion, ciò dipende dalla “russificazione forzata” cui gli ucraini sarebbero stati sottoposti per secoli dagli odiati “moskaly”.

C’è però una grossa scheggia della pallottola che l’ha uccisa, che da decenni si è insinuata in una parte non secondaria della società ucraina e che nessun bisturi affilato alla mola di un nazionalismo uguale e contrapposto riuscirà a rimuovere e, come rilevano gli stessi analisti ucraini, gli eredi dei nazisti russofoni di “Azov” continueranno a chiamare i loro nonni “moskaly”, nonostante le svastiche tatuate sui loro petti, e non smetteranno di incolpare la loro non-ucrainicità per le disfatte al fronte.

E, con una discreta dose di crudo sarcasmo, Vladislav Sovin, dell’agenzia Regnum, paragona le diatribe tra Farion e russofoni di “Azov” all’aneddoto del nazista “cacciato dalla Gestapo per le sue atrocità”.

Ricordiamo anche come il nazismo ucraino, al pari dei suoi modelli tedesco e italiano, “vanti” una lunga tradizione di terrorismo intestino: durante la guerra, gli adepti delle due ali di OUN (OUN-B e OUN-M), guidate rispettivamente da Stepan Bandera e Andrej Mel’nik, assassinavano barbaramente non solo soldati dell’Esercito Rosso, attivisti sovietici e polacchi, ma anche gli stessi banditi dell’ala rivale di OUN.

Oggi, nota Rostislav Ishchenko sull’agenzia Al’ternativa, buona parte della società ucraina è talmente compenetrata dello “spirito” di majdan che se ne possono individuare i caratteri nei soggetti che si sentono autentici geni, la cui missione è quella di instillare negli altri la “verità”; persone pervase da egocentrismo e prive di ogni empatia, cariche di isterica intransigenza e negazione di ogni diritto a opinioni diverse.

Caratteristiche, aggiungiamo per parte nostra, che in minima parte potrebbero perdere di efficacia in quelle decine di migliaia di giovani e meno giovani che hanno “gustato le delizie” del fronte e cercano mille scappatoie per sfuggire al macello, o anche tra coloro che, prima ancora di finire al fronte, tentano la fuga riparando all’estero e che, in qualche misura (probabilmente non del tutto) cominciano a prender coscienza della natura del regime nazi-majdanista.

Il giornalista ucraino Vladimir Skachko, ancora su Ukraina.ru, cita l’opinione diffusa in Ucraina della necessità, per la junta di Kiev, a fronte della disperata situazione al fronte, di dichiarare «la patria in pericolo», con la conseguenza che l’omicidio di Farion venga preso a pretesto per inasprire le repressioni e mettere a tacere ogni dissenso, più di quanto non si stia facendo da anni.

Inoltre, attorno a Farion si sta sta creando l’aureola della martire della fede e non pochi galiziani sono confluiti sulla sua tomba fresca di scavo: tutti seguaci della sua ideologia nazionalista. Una nuova ukro-santa e una bandiera in più per la mobilitazione forzata.

Una mobilitazione, manco a dirlo, sotto le insegne dell’ukronazismo “storico”. Non lontano dalla tomba di Farion c’è il monumento ai collaborazionisti nazisti (immagine del 2008: pre-majdan) della divisione SS “Galicinà” e in questi giorni, in buona parte d‘Ucraina, ci sono striscioni dedicati all’80° anniversario della battaglia di Brody del 13-22 luglio 1944, nella regione di L’vov, tra il 13° Corpo della divisione tank della Wehrmacht – in cui era inquadrata la “Galicinà” – e i reparti del 1° Fronte ucraino dell’Esercito Rosso.

Si calcola che in quella battaglia siano rimasti uccisi o dispersi oltre due terzi dei 13.000 membri della divisione filonazista.

Che la sepoltura di Farion proprio in quell’area diventi viatico per eventi più vicini a noi? In ogni caso, non sembra troppo verosimile che le vittorie militari riescano a debellare alla radice il cancro del nazionalismo, sotto qualunque veste si presenti.

Le varie tappe della “ucrainizzazione” dell’Ucraina ci ricordano che la matrice politica e di classe di quel processo ha portato, in epoche diverse, a risultati diversi e per niente tutti “apprezzabili”.

Fonte