Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/08/2024

Nazioni in cerca di Stato

di Francesco Festa

Paolo Perri, Nazioni in cerca di Stato. Indipendentismi, autonomismi e conflitti sociali in Europa occidentale, prefazione di Michel Huysseune, Donzelli, Roma, 2023, pp. 258, € 28.00

Il 30 maggio scorso la camera bassa del parlamento spagnolo ha approvato una legge di amnistia per gli indipendentisti catalani, una misura controversa fortemente voluta dal governo di Pedro Sánchez per mettere fine a una stagione di conflitti sociali in una regione trainante d’Europa.

In realtà a cinque anni di distanza dalle giornate autunnali del dormiente eppur mai sopito indipendentismo catalano, molte cose sono cambiate. Tutti i protagonisti di quegli eventi – e dalla parte spagnola e dalla parte indipendentista – non ricoprono più incarichi di rilievo, e a quell’atteggiamento oltranzista si sono sostituiti tentativi di negoziato, benché incompiuti e per ora piuttosto timidi. Anche se la parola fine per l’indipendentismo se non per il nazionalismo è un eufemismo. Sotto traccia questi fenomeni persistono, covano, e all’occorrenza riesplodono. E lo sanno bene i due partiti indipendentisti catalani, Junts ed Esquerra, ché dopo l’approvazione hanno avvertito: “no acaba nada”. L’amnistia non segna la fine della lotta per la Catalogna libera, il prossimo obiettivo è il referendum per l’indipendenza.

Riportiamo la memoria all’autunno del 2017, e non in una regione periferica, bensì in una fra le regioni economicamente più avanzate dell’Europa, locomotiva della produzione estrattiva, chimica e farmaceutica, dove i catalani hanno toccato con mano la possibilità di costituirsi in Stato indipendente. Difatti, da una parte hanno concretamente minato l’integrità territoriale della Spagna, dall’altra hanno dato seguito politico al desiderio sui generis, stratificato nella storia, proclamandosi per poche ore Stato autonomo e indipendente, a seguito dell’esito positivo del referendum. Le cose non sono andate proprio così, in maniera lineare o pacifica, anzi, la legge e la repressione hanno posto fine manu militari a tale processo. D’altronde ogni qualvolta la sovranità territoriale è minata, e quel principio politico a fondamento dello Stato, secondo il quale l’unità politica e quella nazionale debbano coincidere – come segnalato da Ernest Gellner – viene messo in discussione, allora, il Leviatano mette in campo tutta la propria forza militare.

Di contro, le “comunità in cerca di Stato” rispondono, non retrocedono, ma continuano sotterraneamente a scavare, si organizzano e, al momento opportuno, si sollevano, cercando di far coincidere i processi di costruzione politica della propria identità statale (state-building) con quelli d’identità nazionale (nation-building). E si badi: l’identità nazionale è sempre in fase più avanzata rispetto al potere costituito, poiché essa rinvia alla scrittura e alla riscrittura dei processi storici. In altre parole, l’identità nazionale quale fondamento della legittimità politica dello Stato è immanente alla storia e alla cultura di una comunità rispetto allo Stato che invece è esterno, trascendente, estraneo.

In realtà il nazionalismo riemerso in Catalogna, a richiamo di quello scozzese di qualche anno prima – con la vittoria del “No” (55,30%) alla separazione dal Regno Unito – è un fenomeno consustanziale alla forma politica degli stati moderni, dalla fine del Settecento, con una diffusione nell’Ottocento, e l’esplosione ideologica e organizzativa durante il Novecento. Ma le cui radici allignano nella storia di una regione o di una comunità, nelle stratificazioni di racconti e di miti costruiti e ricostruiti dai processi discorsivi e mitopoietici, ossia dalla creazione collettiva di miti, racconti o storie strettamente vincolate a quella comunità. Emile Durkheim diceva infatti che i miti hanno il compito di dare coesione alle collettività umane attraverso la creazione di un linguaggio comune per nominare le cose e i comportamenti. Furio Jesi individuava nel mito la facoltà di consacrare le forme di un presente che vuol essere coincidenza con un “eterno presente”. Insomma, il nazionalismo si nutre di un eterno presente per animare i cittadini, da cui attingere a seconda degli usi politici. Ernesto Laclau lo avrebbe chiamato “significante vuoto”, un concetto discorsivo aduso per tutte le formazioni politiche, camaleontico nel trasformarsi in base alle esigenze e agli interessi politici ed economico-sociali.

Di per sé è un “fenomeno politicamente magmatico”, con dei rimandi epici al mito di Proteo, vecchio dio del mare dell’Odissea, quella divinità omerica in grado di cambiare forma e aspetto a seconda delle circostanze, e che ci offre una suggestiva esemplificazione dell’oggetto di questo libro. Un esempio letterario con cui Paolo Perri, in Nazioni in cerca di Stato. Indipendentismi, autonomismi e conflitti sociali in Europa occidentale introduce il campo di studio e cerca di mettere in guardia il lettore da facili semplificazioni o da analisi politiche in cui si potrebbe incappare cercando di tradurre quel fenomeno in rivendicazioni localistiche o provincialistiche tipicamente nostrane. Il nazionalismo è una “categoria ribelle alla conoscenza scientifica” – avverte Perri – negli studi storici, sociologici e politologici, questo fenomeno è assai sfuggente all’inquadramento in apparati ideologici o a modelli universali, poiché i movimenti nazionalisti abbracciano orientamenti ideologici differenti, contraddicendo proprio quelle teorie che hanno presentato questi fenomeni come non ideologici, post-ideologici o di orientamento prevalentemente conservatore.

Perri cerca di inquadrare la categoria, riconoscendone la complessità come fattore costitutivo dei movimenti stessi, evitando così metodi e schemi troppo rigidi, pena la difficoltà di leggerne le differenze da movimento a movimento, da regione a regione. Egli adopera, infatti, un approccio multidimensionale e multidisciplinare, e da storico rafforza la ricerca consultando una mole di documenti di prima mano in archivi di mezza Europa, per indagare con metodo comparativo “origini, caratteri, trasformazioni e persistenze dei nazionalismi sub-statali all’interno di quattro diversi stati dell’Europa occidentale: Francia, Belgio, Gran Bretagna e Spagna”. Nello specifico, riguardano le seguenti regioni: Bretagna, Corsica, Fiandre, Vallonia, Galles, Irlanda, Scozia, Catalogna, Galizia, Paesi Baschi.

La versatilità del concetto si riflette proprio nella “babele terminologica” generata dal nazionalismo, in cui l’autore cerca di districarsi ricorrendo, invece, a categorie come “nazioni senza stato”, “nazionalismi periferici”, “nazionalismo sub-statale”. Altro dato che ne dimostra la camaleonticità è “la capacità dei movimenti nazionalisti di abbracciare orientamenti ideologici differenti, contraddicendo quelle teorie che hanno presentato questi fenomeni come non ideologici, post-ideologici o di orientamento prevalentemente conservatore” (p. 233). Le differenti posizioni, talvolta, riflettono le fratture e le contraddizioni (cleveages) presenti nei rapporti sociali se non nella composizione di classe, vale a dire, centro/periferia, stato/chiesa, città/campagna, capitale/lavoro, sennonché in contesti di composizione operaia o post-operaia questi fenomeni assumono connotati di classe se non di sinistra; in altri casi, dov’è maggiore la concentrazione finanziaria i partiti o le organizzazioni indipendentiste si spostano al centro o a destra. Un caso esemplare è la Galizia, dove vi sono partiti “nazionalisti” situati lungo tutto l’arco politico parlamentare.

Interessante è soffermarsi ancora sulla costruzione dell’identità e, di contro, i processi di centralizzazione od omogeneizzazione politico culturale messe in atto dagli stati-nazione. La domanda che Perri pone è come fanno “i movimenti nazionalisti a capitalizzare politicamente gli elementi identitari?” Considerando che “l’identità nazionale non [possa] essere creata del tutto ex nihilo dagli intellettuali nazionalisti, ma deve necessariamente poggiare su sentimenti, valori e identità pre-esistenti […] come memorie condivise, la lingua la religione, i costumi, il folklore, le antiche istituzioni locali e le leggi tradizionali.” (p. 21). Egli adopera uno schema composto di tre fasi di sviluppo: la prima di carattere intellettuale, in cui una ristretta cerchia di studiosi si concentrano sulla storia, la lingua, la letteratura, i miti e le tradizioni di una comunità, al fine di porre delle basi comuni; la seconda vede l’emergere di élite politiche che “reclamano la formazione di un nuovo stato per diventarne classe dirigente”; mentre nella terza, il nazionalismo “acquisisce finalmente una dimensione di massa, realizzando i propri obiettivi o innescando dei veri e propri conflitti con lo stato centrale.” (p. 22)

In generale, durante il processo di formazione degli stati moderni, il ricorrere alla leva indipendentistica riflette le fratture economico-sociali che genera il capitalismo, a seconda delle sue fasi di accumulazione. Nell’Ottocento, le rivendicazioni erano figlie dei processi di industrializzazione e di accumulazione originaria, di talune regioni rispetto ad altre. Fra le due guerre del secolo scorso, i nazionalismi ebbero la vera svolta come ideologizzazione, a seconda delle posizioni – quelle nazifasciste, ma anche quelle di matrice socialista e comunista, si pensi al libro Sul diritto di autodecisione delle nazioni, in cui Lenin descriveva il processo di differenziazione e valorizzazione dei molti gruppi etnici presenti nell’Unione delle Repubbliche Sovietiche, ove tramite repubbliche e sub-repubbliche venivano garantite le etnie non russe, nelle forme di autonomia e protezione dalla dominazione centralizzante; mutatis mutandis, Josip Tito in Jugoslavia prese ispirazione da tale modello.

Nel corso del Novecento, le lotte di liberazione e il decolonialismo, diede nuova linfa ai partiti e alle organizzazioni indipendentistiche, talvolta organizzando i conflitti sociali in forme di lotta armata e clandestina; e talvolta sfruttando gli equilibri della guerra fredda. Venuta meno questa, la stessa lotta è andata tramutandosi in organizzazione del conflitto nelle forme istituzionali ed elettorali, senza trascurare la possibilità di tornare a battere le strade della lotta e della guerriglia urbana, come spesso accade in forme circoscritte eppur persistenti a Belfast, nei Paesi Baschi e in Corsica. Con gli anni Duemila le scienze sociali iniziano a interrogarsi sulla capacità delle identità storico-culturali territorialmente radicate alle comunità, di sopravvivere alle sfide della globalizzazione neoliberista, alle relazioni liquide e precarie, ai rapporti produttivi e logistici a-territoriali, inseriti in un “villaggio globale”.

Dinanzi a questi presagi le “nazioni senza stato” hanno resistito, soprattutto quando le crisi finanziarie del 2007-08 hanno minato le solide basi del neoliberismo e lo spazio europeo, non solamente quello istituzionale, ha offerto visibilità politica alle rivendicazioni dei nazionalismi periferici.

Il fenomeno studiato con estrema profondità in Nazioni in cerca di Stato fa della complessità una caratteristica sia nelle forme organizzative, se non talvolta ideologiche, sia nell’importanza di rappresentare una variabile intra-nazionale con cui i movimenti e la classe politica devono fare i conti, poiché è quella leva che, trascurata, rischia di sorprendere dopo la sua emersione. Così avverte, l’autore:

all’incertezza, alla precarizzazione lavorativa ed esistenziale e all’allargarsi della forbice sociale prodotti dalla crisi il nazionalismo ha risposto con un progetto partecipativo, inclusivo e progressista di radicalizzazione democratica, mentre, in altri, con delle forme di chiusura neo-comunitarista e xenofoba, in cui la comunità nazionale, spesso definita attraverso caratteri ascrittivi e biologico-razziali, viene invece mobilitata per difendere le proprie risorse contro un presunto pericolo esterno (migranti, burocrazia europea, stato centrale, ecc.). La persistenza della frattura centro-periferia, la forza o debolezza degli elementi culturali, linguistici e religiosi, i vari contesti economici, le differenti opportunità politiche e l’atteggiamento dei governi centrali sono tutti elementi che hanno contribuito, e contribuiscono, all’evoluzione ideologica dei movimenti nazionalisti e della loro base sociale (pp. 237-38).

È un’ideologia dal nucleo sottile, non una complessità, quella del nazionalismo senza ideologia, altrimenti non si spiegherebbe perché in base al contesto in cui si trova ad agire possa adottare idee molto diverse, nella sua plasticità:

il suo orientamento ideologico può evolversi o venire addirittura stravolto per adattarsi alle diverse situazioni e ai mutati contesti socio-economici […] per questo esistono varie tipologie di nazionalismo politico – liberale, democratico, socialista, fascista, conservatore, comunista – e se non ne tenessimo conto, se ne minimizzassimo la dimensione prettamente ideologica, non riusciremmo a comprenderne la capacità di mobilitazione e, soprattutto, a spiegare efficacemente il sostegno di cui godono ancora oggi questi movimenti, a dispetto di ogni previsione passatista (p. 238).

Fonte

29/08/2023

Media e costruzione dell’identità nazionale cinese

di Gioacchino Toni

Gianluigi Negro, Le voci di Pechino. Come i media hanno costruito l’identità cinese, Luiss University Press, Roma, 2022, € 20,00 cartaceo, € 11,99 ebook

Nell’affrontare il ruolo dei media nella costruzione dell’identità nazionale cinese, Gianluigi Negro procede de-occidentalizzando lo studio storico della comunicazione così da restituire la specificità cinese caratterizzata da una peculiare opera di negoziazione tra politica, economia e società. Oltre a evidenziare come i vari media – stampa, cinema, televisione, internet – si influenzino reciprocamente, l’autore si preoccupa di mostrare la persistenza dei vecchi mezzi di comunicazione di massa nei nuovi ambienti mediali.

Negro sottolinea anche come il contesto cinese non consenta una totale sovrapposizione del concetto occidentale di medium o di strumenti tecnologici; la radio, ad esempio, in questo Paese vanta modalità di diffusione e ricezione diverse rispetto a quelle occidentali, visto che, a lungo, anziché ad apparecchiature domestiche si è fatto ricorso ad altoparlanti collocati in luoghi pubblici tanto nelle realtà rurali quanto in quelle urbane.

Lo stesso temine comunicazione ha, in tale Paese, una sua storia del tutto peculiare che ha conosciuto un cambiamento radicale a partire dalla formazione del Partito comunista con le sue specificità propagandistiche. Diversa, rispetto all’Occidente, è anche l’autonomia del sistema mediatico come industria o professione, visto che questo, anche in presenza di un sistema aperto all’economia di mercato, resta in buona parte assoggettato alla politica e all’ideologia pur all’interno di un complesso sistema di relazioni fra Partito e società e tra interno ed esterno del Paese. L’analisi del sistema mediale cinese deve poi fare i conti con un esercizio del potere che, storicamente, si è dispiegato come processo comunicativo costantemente segnato da una retorica nuovista.

Negro affronta dunque la rilevanza dei media nella costruzione dell’identità nazionale cinese prendendo in esame quattro fasi principali: stampa e radio (1949-1977), televisione e cinema (1978-2007), internet (2008-2014) e convergenza (2015-2022). Tali fasi sono individuate dallo studioso non tanto facendo riferimento all’evoluzione storica dei diversi media, quanto piuttosto al loro specifico contributo alla costruzione dell’identità nazionale.

Se cinema e televisione si sono rivelati mezzi di supporto fondamentali alla transizione verso un sistema indirizzato a dinamiche di mercato, alla formazione di una classe media e all’apertura a immaginari e capitali stranieri, internet e l’attuale sistema della convergenza si rivelano fondamentali nella costruzione identitaria di quella “nuova Cina” che, a partire dalla metà degli anni Dieci del nuovo millennio, si è posta l’obiettivo di divenire una “forte cyberpotenza”.

Nevralgica per il nuovo corso si è rivelata la riformulazione delle relazioni tra sistema mediatico e finalità ideologiche avvenuta nel corso degli anni Novanta del secolo scorso in un contesto di progressiva apertura alle logiche e agli immaginari di mercato. Tale trasformazione ha sancito, secondo Negro, il passaggio da una comunicazione politica esplicitamente propagandistica a una forma votata piuttosto a un’attività di analisi e persuasione dell’opinione pubblica. A tal proposito lo studioso individua alcuni programmi trasmessi dall’emittente di stato CCTV che, nel corso degli anni Ottanta e Novanta, hanno segnato importanti punti di svolta in tal senso.

La trasmissione satellitare su base planetaria – in cinese, spagnolo, francese e inglese – della prima Serata di Gala del Capodanno Cinese, a partire dal 1983, ha proiettato l’immagine del Paese – esposta come sintesi di tradizione e innovazione tecnologica – su scala internazionale raggiungendo, nel 2014, ben 900 milioni di telespettatori, ottenendo così il record mondiale di ascolti e di valore commerciale.

Il documentario televisivo in sei puntate Elegia del fiume (1988) prodotto e messo in onda dalla CCTV, con i suoi 200 milioni di telespettatori, si è rivelato un importante prodotto transmediale del periodo delle riforme.

La serie propone infatti una storia della Cina alternativa che mette in luce il carattere conservatore, oscurantista e poco incline al cambiamento della civiltà cinese attraverso una serie di metafore. In effetti, il documentario, anziché mettere in risalto i valori patriottici e socialisti, aveva come obiettivo la creazione di un dibattito intellettuale che riflettesse sulla capacità della nazione di abbracciare un processo di apertura al mondo e di globalizzazione di fatto già in atto in quegli anni (p. 93).

Un terzo evento che ha sancito un punto di svolta importante nel processo di transizione televisiva cinese è individuato dallo studioso nella serie televisiva in cinquanta puntate Speranze andata in onda un anno dopo le manifestazioni e la repressione del 1989 di piazza Tian’anmen. La serie sancisce un evidente cambio di rotta nella strategia statale di promozione dei valori socialisti scegliendo di non focalizzarsi su personaggi-modello ma di seguire le vicende di persone comuni alle prese con i loro problemi sentimentali e professionali in linea con i cambiamenti storici e sociali del paese negli ultimi decenni.

«Speranze può essere considerata a tutti gli effetti la prima soap opera cinese in grado di incarnare l’immaginario di una nazione»; con tale serie «la CCTV sospende il suo ruolo esclusivamente didattico caratterizzato da fini propagandistici per lasciare spazio ad un racconto più attento agli aspetti privati della popolazione». Speranze inaugura una nuova ritualità che vede milioni di telespettatori sintonizzarsi per assistere agli sviluppi delle vicende narrate generando discussioni, dibattiti e scambi di idee sulla quotidianità messa in scena sviluppando nuove forme di socialità, insomma, sostiene Negro, «l’avvento delle soap opera in Cina ha prodotto non solo un nuovo registro narrativo, ma ha anche contribuito alla nascita di nuove espressioni sociali» (p. 95).

Un quarto evento televisivo che ha avuto un ruolo importante nel dare immagine alla “nuova Cina” è ravvisabile nella trasmissione in diretta della formalizzazione del passaggio di Hong Kong da protettorato inglese a regione amministrativa speciale della Repubblica popolare cinese il 1° luglio 1997. La portata simbolica dell’evento e il livello tecnologico-mediatico raggiunto, esibito con le 72 ore di trasmissione, si sono rivelati del tutto funzionali a celebrare la potenza cinese all’interno e all’esterno del paese.

Le coperture televisive di eventi come la cerimonia inaugurale della costruzione della diga delle tre gole nel 1997, l’apertura delle olimpiadi di Pechino nel 2008, il lancio della missione spaziale Shenzhou 13 nel 2021, hanno certamente contribuito al processo di costruzione dell’identità cinese.

In effetti, la sceneggiatura, la produzione ma soprattutto la trasmissione di una serie di programmi televisivi hanno contribuito a determinare sia alcuni cambiamenti sociali tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Duemila che i cambiamenti a livello di abitudini nella fruizione degli stessi spettacoli televisivi […] In questo processo, emerge la capacità del nuovo sistema televisivo di sostenere, attraverso i prodotti televisivi qui citati, un particolare modello di modernità basato su un’altrettanta particolare versione di capitalismo capace di assecondare un insieme di valori statali orientati al profitto e alla prosperità tanto da riflettere a pieno la teoria costitutiva del “socialismo con caratteristiche cinesi” sostenuta dalla leadership di Deng Xiaoping (pp. 96-97).

Oltre a ricostruire le tappe che hanno scandito lo sviluppo di internet in Cina, tanto dal punto di vista infrastrutturale e tecnologico quanto da quello delle strategie politiche di controllo e indirizzo del dibattito sulle piattaforme digitali – si pensi ad esempio al sofisticato sistema di limitazioni tecnologiche “Great Firewall” (palese metafora di una moderna Grande Muraglia posta a difesa del Paese) e alle forme di autocensura messe in campo dagli stessi siti per non incorrere in pesanti sanzioni – Negro ne evidenzia la centralità nella modernizzazione dei sistemi produttivi, nella spinta al consumo e nel rafforzamento di un immaginario votato a un ruolo egemone della Cina a livello internazionale. Le conseguenze del “nazionalismo digitale” promosso dalla politica cinese ha risvegliato o consolidato valori identitari o nazionalisti, evidenziando il carattere transazionale di internet.

Celebrata con toni nazionalistici e rivolta a una narrazione interna, la creazione di una “forte cyberpotenza” cinese contribuisce da una parte a rinnovare la propria idea di Stato sviluppista continuando a forgiare una nuova identità nazionale, dall’altro a consolidare la relazione con il sistema economico globale attraverso le proprie connessioni transnazionali, i flussi di informazione globale, il capitale finanziario e umano (p. 118).

Negro si sofferma anche su come lo sviluppo di internet abbia comportato una difficile dialettica tra forme di “autoritarismo frammentato” e “autoritarismo centralizzato”, in tutti i modi votate al mantenimento della stabilità politica.

Se durante il periodo di transizione delle riforme economiche, con lo sviluppo del sistema televisivo e cinematografico, si è assistito a una funzione che affiancava l’idea di cittadini da formare ideologicamente a quella di audience da monitorare anche dal punto di vista commerciale e pubblicitario, in questa fase la situazione sfocia in una nuova funzione visto che anche i cittadini hanno la possibilità di creare contenuti mediali (p. 123).

La necessità di accentrare la supervisione dei contenuti online e la gestione degli aspetti normativi, amministrativi e tecnici, risponde alla necessità di alimentare attraverso i media una narrazione nazionale forte e credibile sia per i propri cittadini che sul piano internazionale.

Quanto sviluppato da internet è inevitabilmente confluito nell’attuale sistema della convergenza mediale che ha saputo non solo operare una sintesi contenutistica e tecnologica tra nuovi e vecchi media ma anche modernizzare il processo di nation building.

Gianluigi Negro si è insomma proposto di rendere la Repubblica popolare cinese più comprensibile agli occidentali attraverso lo studio dei suoi mass media, mostrando in particolare come, nel corso della sua storia, tale Paese abbia saputo sperimentato nuove tecnologie e forme di comunicazione con la ferrea intenzione di rafforzare un’identità nazionale in continua evoluzione all’interno di un complesso contesto in cui si intrecciano controllo della popolazione, necessità di mercato, valori socialisti, omologazione e spinte identitarie.

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