Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
11/11/2025
La torta di Keynes e l’aforisma calabrese sul pane
Egli era consapevole che il desiderio di vendetta della Francia, personificato da Clemenceau e che si concretizzava nell’imposizione alla Germania di pagare danni di guerra che andavano ben oltre le proprie possibilità economiche, creava le condizioni di quella che fu definita “pace cartaginese”.
L’obiettivo politico di trasformare la nazione tedesca in uno Stato servile, degradando la vita di milioni di esseri umani, avrebbe seminato sul terreno europeo l’astio per una nuova guerra.
L’errore più grossolano si fondava sull’illusione che in seguito alla definizione dei confini a tavolino, ridisegnando l’assetto territoriale, allora si sarebbero superati gli equilibrismi e i giochi delle alleanze prebellici. Ma quest’approccio, secondo Keynes, ignorava il disordine economico che sottostava agli accordi politici.
Ma a cosa alludeva Keynes, quando parlava di disordine economico?
Qualche anno più tardi, nel 1933, il senatore Agnelli (padre), nel carteggio con Luigi Einaudi, riconobbe tra le altre cose, che il Primo conflitto mondiale non aveva risolto la crisi di sovrapproduzione, che era il risultato degli aumenti di produttività, legati alla Seconda rivoluzione industriale, ma l’aveva solo rimandata.
Da questo punto in poi emerge la parte meno nota del libro e la lunga metafora della torta prova ad esplicitare che la crisi di sovrapproduzione, rispetto ai consumi miseri dei lavoratori, era già in atto nei primi anni del Novecento, anzi è una caratteristica del modo di produzione capitalistico.
Il principio dell’accumulazione impone che, per il capitalista, un pollo non dev’essere consumato oggi, anche se si ha fame: esso è sempre per domani.
Da una parte – spiega Keynes – la classe lavoratrice fu persuasa o meglio vincolata ad accettare una piccola parte della torta, di cui essa diventava l’artefice della sua produzione e della sua crescita, mediante la “potenza degli agenti (mezzi di produzione) che metteva in moto”, mentre dall’altro lato, alla classe dei capitalisti fu consentito di appropriarsi della parte migliore della torta, con la condizione tacitamente implicita che solo una frazione piccolissima di essa fosse destinata al consumo.
L’unica virtù – afferma Keynes – divenne il risparmio, finalizzato all’investimento e la crescita della torta rappresentava il vero scopo della religione.
Qualsiasi scusa era buona per rinviare il consumo (per i figli, per la vecchiaia, ecc.) proprio perché: «La virtù della torta stava nel non essere consumata».
L’astinenza, la privazione, la sofferenza erano i paletti che bisognava rispettare, per praticare il rinvio, al fine di scrivere questi comportamenti nel DNA delle classi popolari, anche quelle che si trovavano nelle aree periferiche del capitalismo.
C’era un aforisma calabrese, tramandato dalla cultura orale della generazione dei miei nonni (tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento) e che veniva spesso recitato durante i succulenti pranzi festivi degli anni Settanta, per richiamare l’attenzione sulle assurdità di quelle pratiche di astinenza, collegate, in qualche misura, alla metafora della torta di Keynes.
Ecco le parole di mio padre, che fu costretto ad abbandonare la scuola in terza elementare: «Figli mii mangiati mangiati, pane ruttu uh ni tuccati, pane sanu u ni rumpiti, figli mii mangiati mangiati!» Qui i figli erano esortati dai genitori a mangiare, senza toccare il pane.
Tuttavia, la rinuncia al consumo della torta iniziava a creare dei problemi, poiché non c’era la percezione che essa era cresciuta in progressione geometrica, nel periodo prebellico. Pertanto, il principio dell’accumulazione, che si basava sull’ineguaglianza e che aveva garantito l’ordine prima della guerra, evidenziava forti segnali di instabilità e soprattutto non trovava terreno fertile, nel quale rigenerarsi.
Dunque, nel primo dopoguerra mondiale, si delinea un nuovo contesto: le classi lavoratrici non sono più disposte a rinunciare ai frutti del loro lavoro, mentre i capitalisti si lasciano andare alla prodigalità, si abbandonano alla libertà di consumare, anche se lungo questa strada, come scrive Keynes: «non faranno altro che accelerare la loro espropriazione».
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07/11/2025
7 novembre 1917 - La Rivoluzione fu anche lotta per la sopravvivenza, come potrebbe essere oggi
Le visioni delle Rivoluzione d’Ottobre con cui abbiamo dovuto fare i conti nei decenni trascorsi, possono essere riassunte in almeno due narrazioni fuorvianti:
1) per la borghesia è stato né più né meno che un colpo di mano, un colpo di stato, da parte dei bolscevichi che hanno così impedito una via d’uscita liberale al crollo dell’autocrazia zarista;
2) per un bel pezzo della “sinistra” è stata invece una rivoluzione tradita dai suoi sviluppi successivi. Una visione da cui è nata l’ipocrisia dell’antistalinismo che ha impregnato gran parte dell’elaborazione della sinistra occidentale, inclusa quella alternativa.
Contro queste due visioni è stato bene combattere nei decenni scorsi, e lo è altrettanto oggi come abbiamo cercato di fare lo scorso anno con le iniziative su “Elogio del Comunismo del Novecento”. Soprattutto se, giustamente, si intende poi riaprire o mantenere aperta la questione della “Rivoluzione in Occidente”, che rimane la contraddizione aperta da quando la Rivoluzione d’Ottobre si trovò da sola a dover gestire la rottura rivoluzionaria nell’anello debole della catena imperialista nel 1917.
Non possiamo però nasconderci che esiste una terza attitudine, più genuina ma altrettanto fuorviante, che è quella di ridurre l’esperienza rivoluzionaria, la concezione del partito leninista e il processo di transizione al potere proletario, ad un manuale per le istruzioni.
Negli scritti di Lenin e del gruppo dirigente bolscevico ci sono analisi e intuizioni decisive e dirimenti, alcune di straordinaria attualità. Ma non possiamo trascurare il fatto che la Rivoluzione d’Ottobre è stata la prima nella storia dell’umanità che ha portato al potere la classe lavoratrice senza poter avere a disposizione altre esperienze da cui trarre lezione. L’unica ascrivibile come tale, anche se sconfitta, fu la Comune di Parigi avvenuta quasi mezzo secolo prima.
I bolscevichi, incluso Lenin e il gruppo dirigente, hanno proceduto a tentoni, con tentativi, errori, sperimentazioni, decisioni contraddittorie, sulla base dell’analisi concreta della situazione concreta con cui dovevano fare i conti.
Ritenere che la Rivoluzione d’Ottobre sia riuscita solo perché coerente con l’impianto teorico e analitico del movimento operaio del XIX e del XX Secolo, è una forzatura che nessun manuale di marxismo-leninismo può permettersi di riproporre.
In questo senso possiamo dire che la Rivoluzione d’Ottobre e l’egemonia dei bolscevichi si imposero, perché erano la soluzione più credibile dentro una gigantesca lotta per la sopravvivenza ingaggiata dalle masse popolari di un paese sterminato e diversificato come la Russia.
Tra gli elementi che dobbiamo prendere in esame, uno risulta essere decisivo: la guerra e la fine della guerra annunciata dai bolscevichi.
La guerra, nella Russia e nell’Europa tra il 1914 e il 1917, non era solo la brutalità e la ferocia dei combattimenti in trincea. Per società sostanzialmente contadine, le mobilitazioni di massa e gli arruolamenti ordinati dagli Imperi Centrali o dai loro nemici, come la Russia, erano una iattura. Esse infatti sottraevano braccia all’agricoltura che era predominante come fonte della vita e della sopravvivenza di gran parte delle società dell’epoca.
Se centinaia di migliaia di giovani uomini venivano strappati alle campagne perché costretti a farsi soldati, la situazione nelle campagne degenerava. Non solo. In una condizione materiale di vita strettamente legata all’agricoltura e dunque al clima, le carestie erano all’ordine del giorno. Bastava un inverno più rigido o un estate più secca, per vanificare i raccolti e ridurre alla fame milioni di persone senza altre possibilità di sostentamento.
Il corto circuito tra carestie e svuotamento delle campagne a causa della coscrizione obbligatoria di massa, producevano fame e miseria in misura spesso devastante. E poi c’era la guerra vera e propria.
La Prima Guerra Mondiale, la “grande carneficina”, è stata una guerra combattuta con schemi dell’Ottocento (gli assalti di massa) ma con armi moderne (mitragliatrici, aviazioni, cannoni a retrocarica, mine, gas venefici etc). Il massacro di milioni di giovani uomini nelle trincee in Europa, diede alla guerra quella dimensione di massa e di insopportabilità che scatenò il fenomeno delle diserzioni, del rifiuto a combattere, dell’odio diffuso verso ufficiali, nobili, ricchi che mandavano al macello sostanzialmente contadini e operai in divisa reclutati in tutta la Russia, anche nelle regioni asiatiche.
La Rivoluzione di febbraio e il governo Kerenski, non compresero affatto questa esigenza di sopravvivenza della popolazione contadina e dei soldati, scegliendo invece di proseguire la guerra iniziata dallo zarismo, e ne furono travolti.
Al contrario i Bolscevichi compresero al meglio che le parole d’ordine di “pace e pane” (non si parlava ancora della terra né della socializzazione dei mezzi di produzione), erano maggiormente in sintonia con le esigenze di sopravvivenza delle sterminate masse proletarie russe e creavano le condizioni migliori per far evolvere la lotta per la sopravvivenza in lotta per l’emancipazione sociale.
Sta in questo la genialità delle intuizioni rivoluzionarie dei Bolscevichi e di Lenin e le forzature che portarono a scegliere “quel momento” (ieri è troppo presto, domani troppo tardi) per dare avvio al processo rivoluzionario. Le scelte che operarono non erano definite in alcun manuale né erano state sperimentate altrove.
Il progetto e il processo rivoluzionario dell’Ottobre fu la capacità di un partito sostanzialmente di quadri di intervenire dentro le contraddizioni esistenti e di volgerle in rottura della realtà esistente: prima quella dell’autocrazia zarista che aveva esaurito il suo dominio sul popolo e poi quelle tra le aspettative di sopravvivenza delle masse popolari e la continuità del massacro/miseria incarnato dal governo “borghese” di Kerenski.
La rivoluzione democratica, per i settori sociali che l’avevano egemonizzata, non aveva nelle corde la capacità di andare oltre il parlamentarismo e di guardare nel profondo la pancia vuota e la voglia di sopravvivere di contadini, operai e soldati. I Bolscevichi si, perché erano parte di quel proletariato, avevano scelto soggettivamente di esserlo.
Celebrare a distanza di decenni la Rivoluzione d’Ottobre, significa cercare di guardarne a tutto campo le conseguenze, le lezioni da trarne e l’attualità. E qui si apre una riflessione.
Nel primo lustro di questo XXI Secolo si stanno manifestando le medesime esigenze di lotta per la sopravvivenza che possono trasformarsi in emancipazione sociale?
Guardando con gli occhi della storia la situazione dell’oggi, questa somiglia moltissimo a quella della fine della prima globalizzazione (1870-1914).
La globalizzazione capitalista si era realizzata, allora come oggi, in tutto il mondo attraverso la rete dei domini coloniali. È sufficiente rammentare che non solo gli imperi come Gran Bretagna, Francia, Germania, ma anche piccoli paesi come il Belgio disponevano di colonie immense come il Congo o l’Italietta che aveva i suoi domini coloniali nel Corno d’Africa e in Libia. Eppure la “Belle Epoque” finì drammaticamente nel 1914, con le maggiori potenze capitaliste e imperialiste impegnate a scannarsi prima nelle colonie e poi nelle trincee in Europa.
Negli ultimi anni la guerra in Europa e la guerra mondiale a pezzi, la recessione economica, la insopportabile crescita della disuguaglianze sociali, l’infarto ecologico del Pianeta e la regressione sociale complessiva, stanno caratterizzando la fase storica in cui ci è toccato di vivere. Fino a metterci davanti agli occhi un genocidio: quello del popolo palestinese.
In passato quando queste condizioni si sono intersecate con lo sviluppo disuguale dei poli imperialisti in competizione, con l’instabilità e la politica dei fatti compiuti, hanno prodotto guerre distruttive, disastrose e “rigenerative” per il sistema capitalista, vedendo prevalere un polo imperialista sugli altri e declinare quelli che prevalevano precedentemente. Nell’epoca delle armi nucleari questa exit strategy dalla crisi potrebbe non essere più praticabile.
Ma se la lotta di classe diventa lotta per la sopravvivenza, come, dove e quando cominciamo a cercare il punto di rottura? “Pane e pace” oggi sembrano slogan efficaci per un secolo fa, ma innescarono una rivoluzione vittoriosa: quella dell’Ottobre 1917. Più di cento anni dopo vale la pena di rimettere in campo di nuovo una alternativa di sistema e misurarsi con l’urgenza della soggettività capace di coglierne sia la spinta che l’esperienza storica.
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04/11/2025
4 Novembre, l’anniversario del Grande Massacro
La Prima Guerra Mondiale è stata definita anche come il “Grande Massacro” per l’altissimo numero di soldati morti per i proiettili, la fame e le malattie, feriti, mutilati, giustiziati per diserzione.
Un grande carneficina scatenata da monarchie e stati imperialisti spesso imparentati tra loro (erano infatti cugini il Re di Inghilterra, lo Zar di Russia e l’imperatore Guglielmo di Germania) e in conflitto tra loro per motivi di espansione territoriale, reputazione personale, interessi materiali. Dal ripudio di quella guerra scaturì la Rivoluzione d’Ottobre in Russia. Andò meno bene in Italia.
Una riflessione critica sulla Prima Guerra Mondiale dovrebbe essere materia obbligatoria di studio nelle scuole. Ma un governo che sta trascinando di nuovo il paese in una guerra in Europa – l’Ucraina – è arrivato a censurare proprio questa riflessione critica tra chi nelle scuole insegna e sta diffondendo a piene mani nel paese la propaganda di guerra per abituare l’opinione pubblica – e giovani e studenti in particolare, la carne da cannone di domani – a convivere e sostenere gli spiriti animali guerrafondai.
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05/09/2025
La Germania sta rinascendo come potenza militare?
Recentemente in Germania il governo di coalizione tra democristiani (CDU) e socialdemocratici (SPD), guidato dal cancelliere Friedrich Merz, ha preso alcune decisioni che portano a un massiccio riarmo e rafforzamento militare. Si tratta di un fatto che non può non destare preoccupazione, perché il riarmo e il militarismo della Germania nel secolo scorso sono stati precursori delle due guerre mondiali.
Proprio per prevenire la minaccia della rinascita della potenza militare della Germania, questa, dopo la Seconda guerra mondiale, era stata divisa in due Stati, la Repubblica democratica tedesca a est e la Repubblica Federale a ovest. Dal 1990, però, il paese è di nuovo riunito in un solo Stato. La preoccupazione per la rinascita militare tedesca deriva oggi anche dall’enorme potenza industriale della Germania, che è la terza economia mondiale per Pil nominale e di gran lunga la prima in Europa anche per popolazione.
Dalla fine della Seconda guerra mondiale fino ad oggi, però, la Germania è stata un gigante economico ma un nano politico e soprattutto militare, tanto che l’esercito tedesco è stato definito “un gruppo di boy scout particolarmente aggressivo”. Merz, invece, ha dichiarato che intende fare delle Forze armate tedesche quelle più forti in Europa e, per questo, ha abolito, in riferimento alle spese militari, quello che era un tabù, il vincolo al debito, permettendo finanziamenti illimitati al settore militare. La Germania, in Europa, è, del resto, l’unico grande paese che, secondo il credo neoliberista, può permettersi ingenti finanziamenti statali, perché ha un debito pubblico pari al 63% del Pil, mentre la Francia ha un debito del 116% e l’Italia del 137%.
Ad ogni modo, l’aumento della spesa militare era stato già impresso dal precedente governo del socialdemocratico Olaf Scholtz. Secondo il Sipri, tra 2020 e 2024 la spesa militare pro capite tedesca era passata da 637,52 a 1044,42 dollari, un aumento molto più sostenuto di quelli avvenuti in Francia, passata da 811,69 a 972,62 dollari, e in Italia, passata da 548,44 a 638,76 dollari.
Il cambio di passo non si riscontra soltanto sul piano della spesa militare ma anche sul lato delle risorse umane e della base industriale, destinate alla ricostituzione della potenza militare tedesca. Merz, infatti, ha programmato di aumentare il numero dei soldati dagli attuali 180mila attivi e 50 mila riservisti a 260mila attivi e 100mila riservisti. Un’altra novità significativa è che, se non si riuscirà a raggiungere tale livelli, verrà reintrodotta la leva militare obbligatoria, che fu sospesa nel 2011, come del resto è accaduto anche in Italia e in altri paesi europei. Per attrarre più giovani verso le Forze Armate il governo ha deciso di aumentare incentivi e paga, che sarà portata a 2.300 euro netti al mese.
Per quanto riguarda la base industriale, è notizia recente che Rheinmetall, impresa bellica tedesca, ha inaugurato in Bassa Sassonia un nuovo stabilimento per la produzione di munizioni di artiglieria che è il più grande d’Europa e, secondo l’azienda, del Mondo. Lo stabilimento consentirà di evadere la commessa record da 8,5 miliardi di euro, firmata nel luglio 2024 dall’esercito tedesco, e destinare una parte della produzione all’Ucraina. Secondo l’amministratore delegato di Rheinmetall, lo stabilimento ha una importanza strategica non solo per Rheinmetall, ma per la Germania e per l’Europa, aggiungendo che il gruppo potrebbe costruire altri stabilimenti in paesi Nato. Infatti, sempre in questi giorni l’impresa ha firmato un contratto con la Romania per la costruzione di un nuovo stabilimento di produzione di polvere da sparo[i].
L’industria tedesca ha dimostrato una notevole capacità di adattamento all’aumento della domanda bellica, dovuta alla guerra tra Ucraina e Russia e alla volontà di riarmo della UE. Infatti, la Germania è il quinto esportatore mondiale di armi con il 5,6% del totale mondiale (2020-2024). Nel 2024 il governo tedesco ha approvato esportazioni di armi per un valore record di 12,8 miliardi di euro, trainate dalla domanda dell’Ucraina, verso la quale va il 65% del totale dell’export tedesco e della quale è il secondo fornitore di armi, dopo gli Usa[ii].
La ricostruzione della potenza militare tedesca e le somiglianze con quanto avvenuto nel periodo antecedente la Prima guerra mondiale, rimandano alla riflessione teorica di Rosa Luxemburg, rivoluzionaria polacca naturalizzata tedesca, che, negli anni precedenti alla Prima guerra mondiale, si oppose all’imperialismo tedesco[iii]. Luxemburg fu la tra i primi economisti, se non la prima, a ricollegare il militarismo e la guerra all’imperialismo, inteso non come scelta politica di pochi governanti ma come fase del capitalismo. In L’accumulazione del capitale, pubblicata nel 1913, Luxemburg individua due fattori caratteristici che il capitalismo usa per superare le sue crisi e che rappresentano la base dell’imperialismo.
Il primo è rappresentato da quella che successivamente sarà definita accumulazione per espropriazione[iv], cioè lo sfruttamento e la sottomissione alla produzione di profitto di aree geografiche e settori non capitalistici da parte delle potenze capitalistiche. Il secondo è rappresentato dalla creazione di una nuova domanda solvibile, rappresentata dalle commesse militari dello Stato, “una domanda accentrata in una grande, unitaria, compatta potenza”. In questo modo, “il potere d’acquisto... viene sottratto all’arbitrio, alle fluttuazioni soggettive del consumo personale, per assumere una regolarità quasi automatica, un ritmo di sviluppo. (...) Questo campo specifico della accumulazione del capitale [il settore militare] sembrerebbe godere di possibilità di espansione illimitata. Mentre ogni altro allargamento del campo di smercio e della base di operazione del capitale dipende in larga misura da fattori... esulanti dalla volontà del capitale, la produzione per il militarismo rappresenta un campo la cui regolare e impetuosa espansione sembra radicata nella stessa volontà determinante del capitalismo”[v]. È questo, afferma Luxemburg, che sta alla base della politica estera, della lotta per le sfere d’influenza, per i prestiti, le costruzioni ferroviarie, ecc..
Ritornando all’oggi, la descrizione di Rosa Luxemburg del rapporto tra militarismo, guerra e capitale si adatta perfettamente a quanto avviene dalla fine della Seconda guerra mondiale nell’economia statunitense, dipendente strategicamente dalla enorme spesa militare, come fu spiegato già da Sweezy e Baran[vi]. Ma si adatta anche a quanto sta accadendo in Europa e soprattutto in Germania, afflitta da una recessione economica preoccupante e ora interessata da un forte aumento della spesa militare. La Germania aveva fondato la sua fortuna economica sulla crescita delle esportazioni, grazie alla UE e all’euro, moneta svalutata rispetto al marco. Oggi, penalizzate dai dazi di Trump e dalla concorrenza cinese anche in settori tecnologicamente avanzati, l’Europa e soprattutto la Germania trovano nella spesa militare uno stimolante alternativo.
Ma le similitudini tra l’oggi e il periodo che ha portato alla Prima guerra mondiale non sono solo queste. Per capirlo si può fare riferimento a una pietra miliare degli studi di storia tedesca del Novecento, Assalto al potere mondiale. La Germania nella guerra 1914-1918 di Fritz Fisher (1961). Secondo questo storico, c’è una continuità di fondo tra la Prima guerra mondiale e la Seconda e tra Bethmann Holwegg, il cancelliere tedesco durante la Prima guerra mondiale, e Hitler. Questa continuità può essere fatta risalire alla volontà di crearsi una base economica e etnica più larga in Europa in modo da poter competere con le potenze mondiali dell’epoca, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e la Russia. Questa base consisteva, oltre che nella realizzazione di un’Africa centrale tedesca, soprattutto nel progetto della Mitteleuropa. La Francia, in questo progetto del 1914, doveva essere eliminata come potenza autonoma e annessa alla Germania, come in effetti accadrà all’inizio della Seconda guerra mondiale, mentre l’Italia doveva essere associata. Se guardiamo alla mappa di questa Mitteleuropa vediamo che coincide in gran parte con quella che oggi è la UE e l’area euro[vii]. In pratica, la Germania con la UE e con l’euro è riuscita lì dove non era riuscita con la violenza diretta nella Prima e nella Seconda guerra mondiale.
Un altro aspetto odierno che richiama quanto accaduto con lo scoppio della Prima guerra mondiale è la dichiarazione del carattere difensivo allora della guerra e oggi del riarmo e della ricostruzione di un potente esercito. Il cancelliere Bethmann Holwegg e tutta l’élite capitalistica tedesca mascherarono gli obiettivi aggressivi e annessionistici con la necessità di ottenere garanzie per la sicurezza della Germania. Per questa ragione il cancelliere si rifiutò di discutere pubblicamente gli obiettivi della guerra. Tale mascheramento fu anche necessario per condurre nel fronte unito delle varie forze politiche a sostegno della guerra anche la SPD, che aveva all’origine una posizione contro la guerra e il militarismo, e che, insieme ai sindacati socialisti, era allora la maggiore organizzazione di massa della Germania. La socialdemocrazia tedesca votò nel 1914 a favore delle spese militari e con ciò diede il suo benestare alla guerra. Solo più tardi, nel 1915, alcuni deputati cominciarono a votare contro la guerra e, nel 1916, si verificò una scissione nella SPD. Mentre una parte continuò a sostenere lo sforzo bellico fino alla fine, un’altra parte diede vita alla USPD, contraria la guerra.
Anche oggi, il governo tedesco cela gli interessi che sono la causa del riarmo e della ricostruzione della potenza militare tedesca dietro la necessità di difendersi dalla Russia, tacendo la continua pressione esercitata sulle frontiere russe con l’espansione della Nato a est e la decennale aggressione da parte dell’Ucraina delle popolazioni russofone del Donbass. Il ministro della difesa tedesco, Boris Pistorius, socialdemocratico, ha affermato: “Non si tratta di mandare nessuno in prima linea, anzi, è tutto il contrario. Una Bundeswehr [il nome dell’esercito tedesco] forte all’interno della Nato contribuisce a una deterrenza efficace, in modo che nessuno debba andare in guerra. Si tratta di scoraggiare chiunque possa attaccarci”.[viii]
Un’altra similitudine con la Prima guerra mondiale è l’uso del sentimento anti-russo, che all’epoca venne giocato soprattutto nei confronti della SPD. Infatti, per i socialisti europei la Russia zarista era storicamente il bastione della reazione. Allora c’era il dispotismo zarista, oggi vengono evocati l’autoritarismo e l’autocrazia di Putin a giustificare le scelte socialdemocratiche. Non a caso la Luxemburg nel Juniusbroschüre, scritto nel 1915 mentre era reclusa in carcere per la sua attività contro la guerra, attaccò la retorica della guerra contro il dispotismo russo, ribadendo che era la Germania ad essere diventata il nuovo bastione europeo della reazione[ix]. Uno degli obiettivi della Germania nella Prima guerra mondiale, in effetti, era la compressione della Russia nei suoi confini e l’annessione o la subordinazione dei paesi dell’Europa dell’est nella nuova Mitteleuropa.
Esiste, quindi, una linea di continuità tra il progetto di Mitteleuropa del 1914, il Lebensraum (spazio vitale) nazista e il comportamento della Germania degli ultimi decenni. Cambiano i mascheramenti ideologici e il tipo di regime politico, ma rimane intatto il contenuto economico e sociale, cioè la volontà di espansione del capitale tedesco in Europa occidentale e orientale e la realizzazione di una base economica che permetta alla Germania di confrontarsi alla pari con le altre potenze mondiali, nel passato la Gran Bretagna, gli Usa e la Russia, oggi gli Usa e la Cina. Questo tentativo, come ha dimostrato la storia del XX secolo, è fallito per due volte.
La domanda, quindi, è la seguente: la Germania è riuscita a raggiungere questo obiettivo oggi? La risposta è che vi è riuscita solo in parte. La costruzione del mercato unico e della moneta unica ha permesso finalmente alla Germania di realizzare quella area economica europea che doveva costituire la base della sua espansione mondiale, così come il crollo dell’URSS ha permesso la sua espansione in Europa orientale. Tuttavia, il modello neo-mercantilista tedesco, basato sulle esportazioni, sta fallendo di fronte ai dazi statunitensi e alla concorrenza cinese. Ma c’è un altro problema. La UE è soltanto una unione mercantile e non una unione politica e militare, come invece la Mitteleuropa e il Lebensraum erano o avrebbero dovuto essere. La Germania è egemone economicamente ma non politicamente e militarmente. La UE è composta di Stati relativamente autonomi e indipendenti, a partire dalla Francia.
Quello che emerge è il tentativo del capitale e dell’imperialismo non solo tedesco ma europeo occidentale di costruire una unità economico-politica-militare che gli permetta di competere alla pari con Usa e Cina. Questa tendenza trova l’espressione più chiara in personalità come Mario Draghi, che recentemente, al Meeting di CL a Rimini, ha paventato l’irrilevanza europea se non si realizza una più stretta unificazione politica e militare. Ma tale unione è ancora molto lontana. Infatti, in Europa convivono in modo contraddittorio spinte all’unità e all’autonomia nazionale. Attualmente, l’unità manca anche all’interno dell’asse franco-tedesco, che pure aveva guidato la UE per tanti anni. Tale difficoltà si osserva più chiaramente nella questione della difesa e del riarmo. Infatti, il riarmo europeo è, in realtà, un riarmo delle singole nazioni, che rischia di produrre nuovi squilibri, visto che la disponibilità di bilancio per la spesa militare sono molto differenti da un paese all’altro.
A questo punto sorge una seconda domanda: la Germania può ridiventare la potenza militare che è stata nel passato? Se, da una parte, ci sono le condizioni economiche e industriali (almeno per il momento), dall’altra parte mancano le condizioni soggettive. La società tedesca di oggi è molto diversa da quella tra le due guerre mondiali. In primo luogo, la Germania, come molta parte dell’Europa occidentale, sconta un tasso di natalità molto basso che si traduce in un invecchiamento e in una riduzione della popolazione. I demografi prevedono per il futuro meno tedeschi in età da lavoro e anche in età militare.
Ma non solo ci sono e ci saranno meno giovani. Le ambizioni di Merz si scontrano con la cronica carenza di personale, dovuta allo scarso interesse manifestato dai giovani per la carriera militare. Proprio i giovani in età di servizio militare hanno votato in massa per partiti molto critici verso l’establishment tedesco: il 26% dei giovani tra i 18 e i 24 anni ha votato per Die Linke e il 21% per Alternative für Deutschland, solo il 13% ha scelto la CDU e appena l’11% la SPD. La eventuale reintroduzione della leva militare obbligatoria rischia di ridurre ulteriormente la popolarità del governo. I consensi per Merz si sono andati riducendo in questi mesi fino al 30% e nei sondaggi sulle intenzioni di voto la CDU è incalzata e, in qualche caso, superata da Alternative für Deutschland[x].
Un altro aspetto che rende difficile la ricostruzione della potenza militare tedesca è il fatto che la Germania, in quanto paese sconfitto della Seconda guerra mondiale, è dipendente sul piano militare dagli Usa, che conservano nel paese molte basi militari. La dichiarata volontà di Trump di smarcarsi da un impegno militare in Europa, non significa che gli Usa rinuncino alla loro egemonia sul continente. A questo si ricollega il fatto che la Germania manca del tutto di armi nucleari proprie, tanto che Merz parla di costruire l’esercito “convenzionale” più forte d’Europa. Ma senza armi nucleari oggi non c’è potenza che tenga. Se la reintroduzione della leva rischia di far sprofondare il governo nella impopolarità, una politica di riarmo nucleare lo farebbe ancora di più. Si potrebbe pensare che la Germania possa fare affidamento sulle armi nucleari francesi. Ma, oltre al fatto che la Francia ha un deterrente nucleare molto inferiore a quello russo[xi], c’è da rilevare che i transalpini tengono ben stretto il controllo e la decisione di utilizzare queste armi.
Infine, c’è da tenere conto che, a differenza di quello russo, gli eserciti europei occidentali sono piccoli eserciti di professionisti, pensati e addestrati per missioni all’estero, in cui gli avversari sono guerriglieri e milizie prive di armi pesanti. I paesi europei occidentali sono disabituati a combattere guerre di attrito, cioè basate sul logoramento dell’avversario, come quella in corso tra Russia e Ucraina. Per formare Forze Armate adatte a questo tipo di guerra e trasformare la dottrina militare europea, ci vorrebbero diversi anni.
Da quanto siamo venuti dicendo fino ad ora, si può affermare che una rinascita della potenza militare tedesca, almeno nell’immediato e nella misura in cui l’abbiamo conosciuta tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento, sarà difficile a raggiungersi. Ma questo non vuol dire che il riarmo tedesco non sia pericolosissimo. La ricostruzione di una potenza militare tedesca, per quanto limitata essa sia, può essere la base per l’ennesima avventura europee contro la Russia, che hanno avuto esiti disastrosi per le potenze che le avevano intraprese, da cavalieri teutonici nel medioevo, alla Svezia del XVIII secolo, alla Francia napoleonica e alla Germania nazista. Il contesto di crisi in cui versa l’imperialismo europeo, a partire da quelli francese e tedesco, rappresenta il combustibile che può alimentare una nuova e più devastante guerra con la Russia. Per questo è importante denunciare e combattere il riarmo e la volontà di potenza europea e tedesca come fattori di destabilizzazione, che avvicinano anziché allontanare la prospettiva di una guerra.
Note
[i] “Rheinmetall, in arrivo la fabbrica di munizioni più grande d’Europa”, il Sole24ore, 28 agosto 2025.
[ii] M. George, K. Djokic, Z. Hussain, P.D. Wezeman, S.T. Wezeman, Trends in International Arms Transfers, Sipri Fact Sheet, March 2025.
[iii] Rosa Luxemburg, nata in Polonia nel 1871, si trasferì in Germania nel 1898 dove aderì alla SPD. Fu tra i maggiori teorici marxisti della Seconda internazionale. Critica nei confronti della guerra e della SPD, che aveva votato per i crediti di guerra, fu incarcerata dal governo tedesco. Nel 1916 fondò la Lega di Spartaco, che sarà il nucleo del futuro Partito comunista tedesco. Nel 1919 fu uccisa dai Freikorps, milizie di estrema destra, con l’appoggio del governo socialdemocratico.
[iv] Su questo concetto si veda David Harvey, The New Imperialism, Oxford University Press, Oxford 2003.
[v] Rosa Luxemburg, L’accumulazione, cit. in Lelio Basso, Introduzione a Rosa Luxemburg, Scritti politici, Editori Riuniti, Roma 1976, pp. 57-58.
[vi] Paul A. Baran e Paul M. Sweezy, Il capitale monopolistico. Saggio sulla struttura economica e sociale americana, Giulio Einaudi Editore, Torino 1968.
[vii] Si veda la cartina a p. 109 di Fritz Fisher, Assalto al potere mondiale. La Germania nella guerra 1914-1918, Res Gestae, Milano 2021. Alla Mitteleuropa appartenevano, oltre alla Francia e all’Italia, anche l’Austria, la Scandinavia, i paesi baltici, quelli balcanici e il resto dei paesi dell’Europa orientale.
[viii] Gianluca Di Donfrancesco, “Berlino, riforma del servizio militare: più soldati volontari”, il Sole24ore, 28 agosto 2025.
[ix] Rosa Luxemburg, The Junius Pamphlet. https://www.marxists.org/archive/luxemburg/1915/junius/
[x] Gianluca Di Donfrancesco, “Berlino, riforma del servizio militare: più soldati volontari”, il Sole24ore, 28 agosto 2025.
[xi] La Francia, secondo il Sipri Yearbook 2025, dispone di 290 testate nucleari, mentre la Russia dispone di 5.459 testate.
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06/01/2025
Epilogo Biden e vigilia Trump, mediocrità e fine degli imperi
1918: quando tutto finì nella Cripta dei Cappuccini
Nell’ottobre 1918 Carlo I d’Asburgo, ultimo imperatore d’Austria e re di Ungheria, ‘concesse’ benignamente ai suoi popoli una nuova configurazione dello Stato: con decreto imperiale la leggendaria e meticolosa burocrazia che da Vienna dominava da secoli l’impero fu sostituita da un nuovo assetto federale. Era tuttavia troppo tardi: a cominciare da Praga e Budapest iniziò una serie di proclamazioni di indipendenza nazionale che come comune elemento istituzionale indicava per di più la scelta repubblicana, democratica e parlamentare.
Ai primi di novembre seguì l’armistizio con le potenze alleate, prima fra tutte l’Italia, il tradizionale nemico al sud che aveva vinto – sia pure pagando un prezzo altissimo – una lotta ingaggiata almeno un secolo prima. Come molti avevano temuto esattamente due anni prima, quando era cioè morto Francesco Giuseppe nel tardo autunno 1916 dopo sessantotto anni di regno, l’impero era finito, sepolto con il vecchio imperatore nella Cripta dei Cappuccini. La guerra avrebbe portato anche alla fine di altri tre imperi: l’impero tedesco fu travolto dalla sconfitta militare, quello russo dalla rivoluzione e l’impero ottomano si disgregò dilaniato al suo interno dalla rivolta delle popolazioni arabe sostenuta dalla Gran Bretagna che poi, assieme alla Francia, l’altra grande potenza coloniale, si precipitò ad occupare i territori dell’antico impero ottomano. Il 1918 divenne così, con una chiarezza rara nella storia, il vero spartiacque tra un vecchio e un nuovo ordine internazionale.
1956: un altro impero finisce ‘svalutato’
Nonostante la fine dell’impero britannico fosse già stata intravista alla conclusione della Seconda guerra mondiale, per vincere la quale si era fatto ricorso a tutte le risorse possibili dissanguando l’impero stesso, la svolta definitiva avvenne un decennio dopo. Per reagire all’affronto di Nasser che aveva nazionalizzato il canale di Suez sottraendolo al controllo franco-inglese, fu sottoscritto un patto segreto tra Francia, Gran Bretagna e Israele per rioccupare i punti chiave del canale. Da un punto di vista militare l’operazione fu un discreto successo, perché le forze franco-inglesi raggiunsero alcuni dei principali obiettivi, ma dal punto vista politico fu un autentico disastro.
Non essendo stati informati preventivamente dell’operazione gli Stati Uniti – unitamente all’Unione Sovietica – imposero il ‘cessate il fuoco’ e per convincere i britannici minacciarono la vendita di titoli inglesi sui mercati internazionali che avrebbe portato inevitabilmente al crollo della sterlina. Le ostilità cessarono, ma si assistè anche a quella che si chiama ‘eterogenesi dei fini’, ovvero quando perseguendo un obiettivo si produce l’effetto opposto. Nasser non fu affatto umiliato ed anzi assunse un ruolo internazionale che avrebbe portato alla cosiddetta ‘politica del non allineamento’; in Francia, già in crisi per la rivolta in Algeria che non era ancora guerra, la Quarta repubblica iniziò a sussultare fino alla sua fine; in Gran Bretagna cadde clamorosamente il governo e in tutto il mondo accelerò il processo di decolonizzazione penalizzando l’Europa.
2008: la crisi di un impero finanziario
Il 15 dicembre 2008 crollò Lehmann Brothers, ma pochi intuirono che dietro il caos che si era scatenato per le strade di New York, fatto di impiegati e banchieri appena licenziati e da un ingorgo di limousine, ci fosse qualcosa di peggiore di una semplice recessione. Fu praticamente cancellato il 13% della produzione mondiale e il 20% degli scambi commerciali producendo effetti più disastrosi della depressione che tra il 1929 e il 1933 aveva devastato gli Stati Uniti e l’Europa.
Le cause furono individuate nei debiti nascosti all’interno di titoli inconsistenti che avevano generato un sistema bancario ombra e truffaldino, ma le conseguenze furono prolungate e – secondo alcuni osservatori – non sono state ancora assorbite del tutto. Dopo le iniezioni di denaro delle banche centrali e la creazione di ulteriori debiti, sono arrivati i programmi di austerità che hanno peggiorato le condizioni di molti.
Inevitabilmente un’intera generazione sarebbe stata più povera di quella che l’aveva preceduta, ma la fragilità che aveva mandato in frantumi il vecchio modello poteva ancora resuscitare. L’illusione che dal denaro si potesse creare altro denaro.
Fonte
12/11/2024
11 novembre: tra la pace e la guerra
Una catastrofe che durò quattro lunghissimi anni. Un immenso sacrificio umano compiuto sull’ara laica del più cieco nazionalismo.
Da una parte gli interessi di pochi uomini potenti e dall’altra comuni soldati seppelliti sotto il fango, il sudore, le lacrime delle trincee.
La terribile mattanza iniziata il 28 giugno 1914 con l’attentato di Sarajevo si concluse l’11 novembre 1918.
Mosso da una forte preoccupazione per la ripresa delle idee sovraniste, la crisi delle organizzazione internazionali, i rischi di guerra insiti in una ripresa di confronto diretto tra le grandi potenze, il massacro che si sta realizzando tra Medio Oriente e Ucraina, ho preso spunto dalla ricorrenza riguardante la conclusione della prima guerra mondiale per compilare questo appunto.
Il tema che mi sta a cuore è quello del sorgere di un evidente pericolo di scivolamento del quadro internazionale su posizioni nazionaliste (oggi appunto definite “sovraniste”): un fenomeno accentuato anche dalle condizioni dettate dal peso dei flussi migratori dovuti alle guerre e all’aumento delle distanze economiche, sociali, ambientali dall’intrecciarsi tra le contraddizioni “storiche” e quelle post-materaliste, dall’incombenza di una tecnologia sempre più sofisticata e dal peso politico abnorme delle grandi concentrazioni di potere derivanti dal web ( le cosiddette “over the top”).
È vero che siamo di fronte ad un fallimento come quello della Nato, dell’UE, dell’insieme dell’idea di soggetti sovranazionali (i BRICS rappresentano soltanto un punto di carattere commerciale e non certo hanno ripristinato lo “spirito di Bandung”) e al “ritorno all’indietro” di quello che era stato definito come processo di “globalizzazione”.
L’idea della “cessione di sovranità” dello stato – Nazione era stata incautamente accelerata mentre emergevano, ed emergono, da parte delle grandi potenze posizioni di tipo imperialista.
Si deve allora ricordare la conclusione della Grande Guerra mentre sembra risorgere il nazionalismo, vera matrice di quell’immane conflitto.
Il nazionalismo racchiude in sé tutte le chiusure che si stanno verificando anche qui nell’Occidente sul piano etico, culturale, dell’interscambio.
Un Occidente che i cultori della “fine della storia” pensavano di considerare ancora il punto più avanzato di espressione del pensiero del progresso politico.
È necessario allora tornare a far capire che tutte le lotte: contro il razzismo, il militarismo, la sopraffazione di genere, portano in sé una matrice comunque che è quella dello sfruttamento.
Lo sfruttamento che nasce dall’imposizione della logica del profitto sull’insieme delle attività umane.
Il ritorno di Trump avvicinerà ancora di più il pericolo di ulteriori processi di imbarbarimento.
Le forme nelle quali il nazionalismo si è storicamente espresso possono essere così riassunte:
1) Autoritarismo
2) Interventismo armato
3) Apologia della guerra
In sostanza sono stati questi i criteri di politica interna ed estera assunti dalle maggiori potenze europee nel ciclo della crisi internazionale che ha portato al conflitto del 1914 e successivamente a quello del 1939 e che oggi stanno pericolosamente tornando in auge alimentati anche dal governo italiano.
Gli elementi del nazionalismo, dell’autoritarismo e dell’interventismo armato rappresentarono i vettori ideologici per il disciplinamento delle masse e per la loro completa identificazione nel patriottismo fanatico.
La competizione politica, a quel punto, si era trasferita sul terreno delle ideologie autoritarie e di origini biologiste (vedi antisemitismo) e della vocazione imperialista.
Insomma: i punti salienti sui quali si sono innestate le catastrofi del ‘900 e che oggi, in veste modernizzata dalla tecnologia e dalla velocità di comunicazione, sembrano riproposte dalle maggiori potenze mondiali (affari militar – energetici compresi) come dimostra la contesa sui diversi aspetti della transizione in atto: una transizione dagli imperscrutabili possibili esiti.
Tornando alla prima guerra mondiale infine non dimentichiamo il crollo della Seconda Internazionale avvenuto al momento della votazione dei crediti di guerra da parte dell’SPD e del Partito Socialista Francese riuniti nell’union sacrée dei rispettivi nazionalismi.
I socialisti che si opponevano alla guerra diedero vita, in pieno conflitto, a due conferenze svoltesi in Svizzera a Zimmerwald e Kienthal.
Zimmerwald prende forma tra il maggio e il settembre del 1915 e si svolse il 5-8 settembre 1915 per iniziativa di due militanti, lo svizzero Robert Grimm e il menscevico di sinistra Martov e su di un appello lanciato dal Partito Socialista Italiano.
L’incontro di Zimmerwald vide riuniti 38 delegati di 11 paesi: furono rappresentati ufficialmente i partiti che si richiamavano al marxismo, quello italiano, russo, bulgaro, romeno, polacco e lettone, la Norvegia era rappresentata dall’organizzazione giovanile, l’Olanda e la Svezia da gruppi della sinistra dei rispettivi partiti; significative le presenze tedesche rappresentanti la sinistra operaia e francesi.
Il Manifesto votato all’unanimità a Zimmerwald non chiamava alla rivoluzione, ma puntava “a ripristinare la pace tra i popoli sulla base della pace senza annessioni e del diritto dei popoli all’autodeterminazione”, inoltre giudicava la guerra come “un prodotto dell’imperialismo che mette a nudo il carattere reale del capitalismo moderno” (si sente in questo passaggio la mano dei francesi ma soprattutto di Trotskij).
Kienthal ebbe luogo il 24-30 aprile 1916, nel corso dei lavori la sinistra che si era formata a Zimmerwald con un “appello alla lotta” firmato da 6 delegati (fra i quali Lenin e Zinoviev) allargò ancora i suoi consensi passando a 19 delegati su 44 con l’adesione dei menscevichi e dei socialisti italiani (Serrati e Angelica Balabanoff).
Nel documento finale la classe operaia viene chiamata all’azione di massa per la pace e per le proprie rivendicazioni, fino al “trionfo finale del proletariato”.
Eravamo ormai alla vigilia della Rivoluzione in Russia.
Fonte
16/06/2024
Guerra alla guerra. Da Remarque a Echenoz
di Marco Sommariva
Un paio d’anni fa, durante un’inchiesta sulle forniture di armi all’Ucraina da parte dei paesi occidentali, condotta dall’emittente statunitense CBS ed esposta nel documentario Arming Ukrain (8 agosto 2022) emergeva che solo il 30% delle forniture d’armi arrivava effettivamente in Donbass, lungo la linea del fronte, mentre il restante 70% era fermo – nella migliore delle ipotesi – nei centri di smistamento allestiti in Europa o – nella peggiore – addirittura sparito, con la possibilità di ricomparire sul mercato nero ucraino che già prosperava “grazie all’intensificarsi della corruzione”, come riportato su L’Indipendente (9 agosto 2022). In termini di onestà, pare che da quelle parti la situazione non sia un granché cambiata, visto che nei giorni scorsi mi è capitato di leggere che “soldi destinati alla costruzione delle trincee ucraine sarebbero stati rubati tramite schemi di società fittizie” e che questa truffa “avrebbe impedito la creazione di fortificazioni nella regione di Kharkiv, nel nord-est dell’Ucraina, proprio lì dove l’esercito russo sta avanzando con maggiore determinazione”. Questa denuncia è stata pubblicata sulla testata Ukrainska Pravda (13 marzo 2024), all’interno di un articolo dove si spiega come i contratti per la costruzione di fortificazioni – per cui sono stati spesi il corrispettivo di 163 milioni di euro – sarebbero stati trasferiti dall’amministrazione militare regionale di Kharkiv, appunto, a società che non avrebbero poi eseguito i lavori. Leggo anche che l’indagine è stata svolta da un’esperta di anti-corruzione, la quale specifica che i proprietari di queste aziende non sarebbe neppure esperti imprenditori e che sarebbero coinvolti in “dozzine di casi giudiziari, dal furto di whisky alla violenza domestica e hanno procedimenti esecutivi per prestiti bancari”.
Tranquilli, non sono qui a maledire l’inesperienza di questi imprenditori perché “ci stanno” impedendo di frenare l’avanzata russa o, magari perché filorusso, di esultare per questo: la penso esattamente come il compianto Valerio Evangelisti, sono personalmente antimilitarista – anche se per nulla pacifista – e mi fanno sicuramente schifo le guerre di potere, non le guerre civili che a volte sono sacrosante, e questo perché il nemico non è di fianco a noi, ma sopra di noi, e tutto quello che va a colpire le classi subalterne è un atto di guerra contro il proletariato mondiale; dove, al giorno d’oggi, per classi subalterne intendo, sì, quella operaia ma anche disoccupati, precari, lavoratori in nero, operatori di call center, piccoli imprenditori (falliti e non), dipendenti di multinazionali e mi fermo qui, anche se l’elenco di certo non è completo, facendo però una doverosa precisazione: nessuna importanza ha quale sia la scelta sessuale di ognuno di questi nuovi proletari, se sono uomini o donne, se hanno diverso colore della pelle, se credono in un qualche dio o no – sono caratteristiche che nulla c’entrano con l’appartenenza di classe.
Quando si leggono articoli come quello pubblicato dalla Ukrainska Pravda, sono molti coloro che provano a consolarsi raccontandosi che, la nostra, è un’epoca del magna-magna dove non si ha più rispetto neppure per i soldati mandati a difendere la patria – la “p” resti pure minuscola. All’eventuale domanda perché minuscola, rispondo con un passaggio estratto da La via del ritorno del tedesco Erich Maria Remarque, opera pubblicata nel 1931, messa al bando dai nazisti e simbolo di un’intera generazione che ha creduto di tornare a casa e dimenticare l’inferno delle trincee mentre, invece, ne è rimasta sopraffatta:
“ci hanno ingannati, ingannati come forse non sospettiamo nemmeno. Perché si è orribilmente abusato di noi! Ci dissero patria e intendevano i progetti di occupazione di un’industria famelica; ci dissero onore e intendevano i litigi e i desideri di potenza di un pugno di diplomatici ambiziosi e di principi; ci dissero nazione e intendevano il bisogno di attività di alcuni generali disoccupati! […] Nella parola patriottismo hanno pigiato tutte le loro frasi, la loro ambizione, la loro avidità di potenza, il loro romanticismo bugiardo, la loro stupidità, il loro affarismo, e ce l’hanno presentato poi come un ideale radioso.O ancora, sempre dallo stesso titolo:
[...] laggiù abbiamo perso tutte le misure e nessuno ci è venuto in aiuto! Patriottismo, dovere, patria: tutto ciò ce lo siamo ripetuto anche noi continuamente per resistere e giustificarci. Ma erano soltanto concetti, c’era troppo sangue laggiù e questo li spazzò via!”
In realtà, il rispetto per i soldati mandati a difendere la patria non è mai esistito perché le ragioni del capitalismo non necessitano di un declino della violenza ma di uno sviluppo di questa, hanno bisogno di più conflitti sanguinosi, di armi sempre più distruttive, di un numero sempre maggiore di vittime, e in uno scenario del genere la parola “rispetto”, va da sé, non può essere contemplata. E sul fatto che il rispetto per il soldato non sia mai esistito lo scrive ancora il buon Remarque, questa volta in Niente di nuovo sul fronte occidentale, pubblicato nel 1929:
“siamo magri e spossati dalla fame. Il nostro vitto è tanto cattivo e in tanta parte composto di surrogati, che ne siamo malati. I fabbricanti in Germania si sono fatti ricchi signori; ma a noi la dissenteria brucia le budella. Le latrine da campo sono sempre piene zeppe: bisognerebbe mostrare a quelli di casa queste facce grigie, gialle, miserabili, rassegnate, queste figure curve a cui la colica spreme il sangue dal corpo, e che si contentano di ghignarsi l’un l’altro in faccia, con le labbra ancora tremanti dal dolore: «Non vale neppure la pena di tirar su le brache...»”.
Ricordo che Remarque – nel 1916, in piena Grande Guerra – fu spinto ad arruolarsi volontariamente, che nel 1917 fu spedito sul fronte occidentale dove rimase gravemente ferito e che, nel 1933, i nazisti bruciarono e misero al bando le sue opere. Insomma, nessuno è immune alla propaganda militaresca che si nutre, in primis, della disinformazione generalizzata: anche lo scrittore finì col farsi convincere che era giusto rischiare la pelle per andare a uccidere uomini che avevano il suo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore. Ma, a guerra terminata, aveva cambiato idea e, nel 1936, scriverà ne I tre camerati che lui e i suoi compagni d’armi, erano tornati dalla guerra “senza fede, quasi dei minatori usciti da una galleria crollata perché avevano voluto marciare contro la menzogna, l’egoismo” tutte giustificazioni a ciò che si erano lasciati alle spalle, domandandosi “cosa ne era sortito visto che tutto era andato in pezzi, falsato e dimenticato e che a chi non riusciva a dimenticare non rimaneva altro che lo stordimento, l’incredulità, l’indifferenza e l’alcol perché il tempo dei grandi sogni umani e virili era finito per sempre”.
Che la guerra faccia bene agli affari lo dicono gli stessi addetti ai lavori: “La guerra fa bene agli affari. [...] faccio un esempio: la Russia fa saltare i depositi di grano ucraini. Il prezzo del grano aumenterà. L’economia ucraina è legata in gran parte al mercato globale del grano. Il prezzo del pane e tutto il resto va su e giù. Questo è fantastico se fai trading. La volatilità crea opportunità per fare profitti. La guerra fa fottutamente bene agli affari. Noi non vogliamo che la guerra finisca”. Dove il “noi”, in questo caso, sta per la grande società d’investimento con sede a New York, BlackRock – le parole sono del responsabile delle risorse umane di questa Azienda.
Non saprei cosa suggerire per invertire la rotta sempre più guerrafondaia intrapresa in quest’ultimi anni, ma ho un consiglio su come non partecipare a questo lercio teatrino: evolversi, ergo, disertare. Su questo, sempre Remarque s’è espresso molto chiaramente in Niente di nuovo sul fronte occidentale: “La vita qui sui confini della morte ha una linea straordinariamente semplice, si limita all’indispensabile: tutto il resto è addormentato e sordo: in ciò sta la nostra primitività, e in pari tempo la nostra salvezza. Se fossimo più evoluti, da un pezzo saremmo pazzi, o disertori, o morti”. Diserzione che mise in pratica il mio conterraneo don Andrea Gallo: “la mia classe di nascita, 1928, mi faceva rientrare fra i richiamati dal famoso manifesto del 1944, che era appeso un po’ dappertutto, a Genova. Mi ricordo come fosse oggi quando mi ci imbattei, un pomeriggio. Era appiccicato sul muro di un palazzo del centro e diceva: TUTTI I MILITARI DEVONO PRESENTARSI. CHI NON SI PRESENTERÀ ENTRO LA TAL DATA SARÀ PASSATO PER LE ARMI. Quella stessa notte disertai”. Così scrive in Angelicamente anarchico.
Io stesso fui processato per diserzione nel 1984 quando – durante il servizio di leva che non ero riuscito a evitare perché, all’epoca, non venivano accettate richieste da obiettori di coscienza che avessero un parente di primo grado col porto d’armi, e io avevo mio padre – dicevo... fui processato per diserzione perché non rientrai da una licenza in quanto preferii andarmene al mare con gli amici essendo, proprio quel giorno, ferragosto; non voglio mancare di rispetto a nessuno, quindi preciso che l’unica guerra che combattei all’epoca, si sa, fu contro il tempo che non passava mai e l’ignoranza e la prepotenza del nonnismo, ma è quest’idea della diserzione che spero accompagni e animi tutti i ragazzi del mondo nel momento in cui verrà sventolata loro in faccia una qualsiasi bandiera da difendere o un pezzo di terra da conquistare: un disertore è senza dubbio più utile di un cadavere.
E che la diserzione sia un’ottima arma che abbiamo in pugno, lo dimostra il fatto che ultimamente si siano allertati gli Stati: Lettonia e Polonia si sono dette disponibili a individuare le condizioni di rientro dei disertori ucraini fuggiti entro i loro confini, come forma di sostegno a Kiev; lo dimostra anche l’opera capillare che sta svolgendo il TCC, acronimo sulla bocca di tutti gli ucraini che sta per “Centro di reclutamento territoriale”, con agenti in mimetica – né poliziotti né militari, spesso ex soldati – che girano chiedendo i documenti ai giovani e arrivano anche a trascinarli a forza fuori da un autobus se il ragazzo è “buono” per il fronte. Chissà per quanto andranno avanti così, molto probabilmente sino a raggiungere quella situazione raccontataci da Jean Echenoz in ’14, romanzo che decide di scrivere dopo aver trovato il diario di un suo lontano parente che aveva partecipato a tutta la Prima guerra mondiale, annotando giorno per giorno quello che stava vivendo:
“Dopo quasi due anni di conflitto, con il reclutamento che salassava senza tregua il Paese, nelle strade c’era ancora meno gente, fosse o non fosse domenica. Anche donne e bambini ormai erano pochi, perché la vita era cara e si stentava a fare la spesa: le donne, che al massimo percepivano il sussidio di guerra, in assenza di mariti e fratelli si erano dovute trovare un lavoro: manifesti da affiggere, posta da distribuire, biglietti da obliterare o locomotive da guidare sempre che non finissero in fabbrica, in particolare in quelle di armi. E i bambini, che non andavano più a scuola, avevano a loro volta un bel daffare: ricercatissimi sin dagli undici anni, sostituivano i fratelli maggiori nelle aziende e, tutt’intorno alla città, nei campi – condurre i cavalli, battere i cereali o sorvegliare il bestiame”.
Chiudo con un altro estratto dell’interessantissimo libro di Echenoz citato prima che, oltre a riprendere il discorso iniziale, ritengo spieghi a meraviglia a chi giova questa enorme quantità di soldati che da sempre viene “consumata” sui campi di battaglia; ossia, a tutti coloro che guadagnano su qualsiasi genere di fornitura agli eserciti, senza mai dimenticare che non si sta parlando solo di armi e munizioni:
“Nel corso del quarto anno di guerra, le offensive di primavera hanno consumato in due mesi una enorme quantità di soldati. Poiché la dottrina dell’esercito di massa imponeva che venissero continuamente ricostituiti grossi battaglioni e che il reclutamento garantisse un rendimento sempre più elevato, le chiamate delle classi di leva si sono susseguite senza tregua, il che implicava non solo un cospicuo rinnovamento del materiale e delle uniformi – dunque anche moltissime scarpe – ma anche importanti ordinazioni alle fabbriche che assicuravano l’approvvigionamento […]. Il ritmo e l’urgenza di queste ordinazioni, associati agli scarsi scrupoli dei responsabili della produzione, hanno rapidamente condotto alla fabbricazione di scarponi mediocri. Le aziende hanno cominciato a chiudere un occhio su un cuoio andante, optando spesso per un montone a concia rapida, meno caro ma anche meno spesso e duraturo – quasi del cartone, per dirla tutta. Hanno sistematizzato la produzione di stringhe a sezione quadrata, più facili da fabbricare ma più fragili di quelle a sezione circolare, tirando via sulla rifinitura dei puntali. Allo stesso modo hanno lesinato sul filo per cucire e hanno rimpiazzato il rame degli occhielli con un ferro più ossidabile e il più possibile economico, e lo stesso hanno fatto con i rivetti, le brocche, i chiodi. Insomma, hanno ridotto all’osso il costo dei materiali, a detrimento della robustezza e dell’impermeabilità. Ben presto l’intendenza militare ha deprecato il troppo frequente rinnovo di questi scarponi che, lasciando passare l’acqua e sformandosi rapidamente, non reggevano due settimane nel fango del fronte: troppo spesso le cuciture della suola cedevano nel giro di tre giorni. E siccome alla fine lo Stato maggiore aveva protestato, è stata promossa una scrupolosa inchiesta: esaminando i conti dei fornitori dell’esercito [...] hanno subito rivelato uno scarto abissale fra l’importo delle ordinazioni e il prezzo di costo di quelle ciabatte.”
E se letta quest’ultima frase, con tutti i richiami a quello che oggi i manager chiamano “saving”, vi fosse venuto in mente il crollo del ponte Morandi di Genova o l’incidente ferroviario di Viareggio o i due/tre morti al giorno sul lavoro in Italia o... sappiate che non siete i soli.
27/10/2023
Un abominevole e maledetto ordigno
di Sandro Moiso
Jean Giono, Il disastro di Pavia. 1525: la sconfitta di Francesco I in Italia, Edizioni Settecolori, Milano 2023, pp. 356, 25 euro
Come trovasti, o scelerata e brutta
invenzion, mai loco in uman core?
Per te la militar gloria è distrutta,
per te il mestier de l’arme è senza onore;
[…] Per te son giti ed anderan sotterra
tanti signori e cavallieri tanti,
prima che sia finita questa guerra,
[…] mai furo al mondo ingegni empi e maligni,
ch’imaginò sì abominosi ordigni.
(Ludovico Ariosto – Orlando furioso, canto XI)
La prima edizione del poema ariostesco, contenente quaranta canti, apparve a Ferrara il 22 aprile 1516. La seconda edizione fu pubblicata ancora a Ferrara il 13 febbraio 1521. Una terza edizione fu pubblicata, sempre a Ferrara, il 1º ottobre 1532. Ariosto aveva rielaborato il testo in maniera più ampia e il poema venne quindi portato a quarantasei canti, modificandone suddivisione e architettura. Ed è in quella che compaiono molti riferimenti alla storia contemporanea, con numerosi accenni alla grave crisi politica italiana del Cinquecento, di cui la battaglia di Pavia, con tutte le sue conseguenze militari e politiche, fu una delle maggiori espressioni.
La battaglia di Pavia fu combattuta il 24 febbraio 1525 durante la guerra d’Italia tra l’esercito francese guidato personalmente dal Francesco I e l’armata imperiale di Carlo V e si concluse con la netta vittoria dell’esercito dell’imperatore, mentre lo stesso re francese fu fatto prigioniero dagli imperiali. La battaglia segnò un momento decisivo delle guerre per il predominio in Italia e affermò la temporanea supremazia di Carlo V.
La battaglia segnò anche un momento di passaggio nelle strategie militari che, da allora, sarebbero poi state caratterizzate dal largo utilizzo delle armi da fuoco; nonché di importante mutamento nella composizione delle truppe, che avrebbe previsto una distribuzione più omogenea della fanteria, della cavalleria come dell’artiglieria. Così, se durante il Medioevo la cavalleria pesante aveva costituito l’ossatura degli eserciti, tra il XIII e il XVI secolo questa disposizione cambiò definitivamente.
A questo epocale cambiamento di tecniche e ruoli faceva riferimento l’Ariosto nei suoi versi, all’interno di un poema epico che, fingendo di elogiare ancora le virtù di coraggio ed eroismo di una cavalleria aristocratica già in via di estinzione, in realtà, proprio attraverso la follia di Orlando, denunciava, non solo ironicamente, la brutalità di una classe signorile che avendo fatto della guerra il suo unico metro di giudizio del valore della vita umana aveva finito col soccombere proprio a causa di questa.
A riprova di ciò è utile qui ricordare che già nel secolo precedente la “guerra delle due rose” (nota in inglese come Wars of the Roses)1, una feroce lotta dinastica combattuta in Inghilterra tra il 1455 e il 1485 tra due diversi rami della casa regnante dei Plantageneti, aveva provocato l’estinzione delle linee maschili di entrambi i casati dei Lancaste e degli York e si era conclusa con l’affermazione di una nuova dinastia, quella dei Tudor.
Piaccia o meno ai pacifisti “puri” e ai perbenisti odierni, la guerra con le sue cause e conseguenze, lo sviluppo delle sue tecniche e della sue strategie è sempre stato un elemento essenziale dei cambiamenti epocali, sia di carattere sociale che politico ed economico, compresi quelli indotti dalla lotta tra le classi nella storia e che spesso ha assunto le caratteristiche della vera e propria guerra combattuta.
Per questo motivo qualsiasi discorso sulla guerra è talmente serio da non poter esser lasciato nelle mani degli incompetenti, dei fanatici o dei timorosi, tutti egualmente incapaci di trattare l’argomento, con tutti i suoi corollari, in maniera credibile e utile. Sia che si tratti di saggi oppure di romanzi o, ancora come in questo caso, di romanzi-saggi e saggi-romanzati. Tra coloro che ne possono talvolta parlare in maniere realistica vi sono, innanzi tutto, i militari, gli ex-combattenti oppure gli antimilitaristi. Proprio come nel caso del libro pubblicato dalle Edizioni Settecolori. Il cui l’autore è stato sia ex-combattente che pacifista anti-militarista.
Jean Giono nacque a Manosque, il 30 marzo 1895 in una famiglia modesta. Suo padre, Jean-Antoine Giono, era un ciabattino, libertario, autodidatta. Nel 1911 Giono lasciò il collegio, per lavorare e contribuire alla vita della famiglia. Nel 1916, partecipò alla Prima guerra mondiale, nelle battaglie di Verdun, del Chemin des Dames e del Monte Kemmel dove fu leggermente ferito agli occhi. Scoprendo così l’orrore della guerra e i suoi massacri: uno shock che lo avrebbe segnato per il resto della vita.
Al ritorno dalla guerra riprese l’attività lavorativa precedente e iniziò a scrivere instancabilmente, riscontrando un discreto successo di pubblico e critica. Nel 1931 pubblicò Le grand troupeau (Il grande gregge) che raccontava l’esperienza della guerra. L’idea di gregge rinviava allo stesso tempo alla truppa militare e al gregge di pecore, messi in parallelo nel libro. Negli anni successivi, durante i quali si tornò a sentire la minaccia di una guerra, Jean Giono iniziò ad agire e a impegnarsi. Partecipò a riunioni a favore della pace, quindi aderì all’Associazione autori ed artisti rivoluzionari, vicino ai comunisti. Benché uomo di sinistra, a tendenza libertaria e anarcoide, Giono rimase soprattutto pacifista. L’evoluzione dei comunisti a favore del riarmo, però, lo avrebbe allontanato da loro nel 1935.
All’avvicinarsi del secondo conflitto mondiale, Giono sviluppò sempre di più nei suoi testi, sia narrativi che di saggistica, argomenti a favore della natura e contro la guerra e le dittature. Tra questi occorre qui segnalare almeno: Refus d’obeissance (Disobbedienza) e Lettre aux paysans sur la pauvreté et la paix (Lettera ai contadini sulla povertà e la pace)2. In questi anni la posizione dell’autore francese fu intransigente: né guerra, né fascismo, né comunismo. Si impegnò a rifiutare di obbedire in caso di conflitto. Tuttavia, quando venne chiamato, rispose all’appello. Una famiglia da mantenere ed un’opera da terminare ebbero un peso maggiore della sua coscienza. Giono fu però lo stesso incarcerato per pacifismo per due mesi.
«Pa-pà è in prigione! Pa-pà è in prigione!» ripeteva ballando la figlia più piccola di Jean Giono, entusiasta della nuova avventura del padre. A mandarlo dietro le sbarre, nel settembre 1939, era stato un volantino anonimo che riportava alcune sue frasi contro la guerra. A quarantacinque anni Giono si era visto accusare di un’improbabile serie di reati, ma soprattutto di quello, innegabile, di pacifismo. [...] Gentile e cordiale, aveva fatto amicizia con ogni tipo di criminale: «I più simpatici erano gli assassini». Quando l’11 novembre era finalmente uscito, aveva capito che doveva rinunciare a qualsiasi intervento nella vita politica: se voleva sopravvivere, doveva fare soltanto lo scrittore.
Nella torbida atmosfera dell’epurazione seguita alla vittoria degli Alleati, le invidie dei colleghi per la sua popolarità si erano scatenate contro di lui. Giono, che aveva nascosto e ospitato ebrei, resistenti e comunisti, era venuto a sapere che degli esponenti della Resistenza chiedevano a gran voce il suo arresto o perfino la sua fucilazione. Era stato accusato a torto di aver scritto articoli filotedeschi e di essersi schierato a favore dei nazisti e dei collaborazionisti. In realtà Giono, come molti altri colleghi, da Colette a Cocteau, aveva pubblicato pochi pezzi esclusivamente letterari su giornali collaborazionisti ed era rimasto ben lontano dall’estrema destra legata ai tedeschi3.
Si sarebbe parlato meno invece dello spirito di resistenza che aveva ispirato Le voyage en calche, proibito dalla censura tedesca. Ma, intanto, il Comitato nazionale degli autori l’aveva iscritto nel suo elenco nero.
Giono sapeva che l’avrebbero arrestato. Quando la figlia lo aveva scongiurato di scappare, aveva risposto gentilmente: «Figlia mia, dove vuoi che vada? Vuoi che mi metta a correre? Che vada a nascondermi dietro un albero? Vuoi davvero vedermi fare così? Vogliono arrestarmi, mi arrestino pure. Non sarà la prima volta. Nell’attesa, ho ancora un po’ di tempo per lavorare. Chiudimi la porta!».
Alla fine lo scrittore era stato liberato con l’obbligo di risiedere lontano da casa e l’interdizione di pubblicare e di avere un conto in banca: la miseria, ma anche la libertà. «Dopo il 1945 gli scrittori mentono per mettersi in buona luce con individui che si sono dichiarati gli unici difensori della fede» avrebbe detto, ricordando le innumerevoli conversioni degli opportunisti che avevano segnato quel burrascoso periodo. Intanto in lui si era operata una trasformazione definitiva; l’uomo che per la seconda volta era stato ingiustamente imprigionato non era più quello di prima4.
Alla fine della guerra, Giono era un uomo disilluso, vittima dell’ostracismo dell’intellighenzia dell’editoria francese, condivisa con autori come Céline (incarcerato) e Simenon (costretto all’esilio preventivo negli USA). Era evidente che nella Resistenza sia i comunisti che i gollisti non avevano apprezzato le posizioni antimilitariste di Giono. Così alla svolta avventuroso-romantica dei suoi romanzi e scritti, avvenuta dopo quella “lezione”, appartiene Il disastro di Pavia (1963),
Per l’autore non c’erano dubbi: «La storia ha senso solo retrospettivamente e per chi gliene vuole dare uno; ma questa volontà è solo una frivolezza di un altro tipo». A lui interessava davvero solo quella che gli storici accademici chiamavano sprezzantemente la petite histoire. Quella, e soltanto quella, era la storia e le note della descrizione dell’indescrivibile battaglia di Waterloo di Stendhal echeggiano in tutto il libro. […] Ad attrarlo non era solo la sfida di misurarsi con un tema reale, ma anche il fatto che si trattasse di una sconfitta, almeno per la Francia. Come se non bastasse, ad avvicinarlo al brillante re francese, Francesco I, c’era anche l’esperienza comune della prigionia. Ma anche l’introverso imperatore di Spagna, Carlo V, aveva qualcosa in comune con lui: la gotta5.
È una storia prima di tutto di ritratti quella presentata da Jean Giono, e non a caso il primo capitolo del libro si intitola proprio Ritratti, ma non solo. Sono le vicende personali, grandi e piccole di una moltitudine di cavalieri e di contadini, di soldati e di principi e imperatori; la descrizione della loro mentalità e del loro immaginario; le vicissitudini degli eserciti e delle società toccate concretamente dalla guerra a fare di Il disastro di Pavia un grande saggio storico romanzato, vicino non solo a La Certosa di Parma di Stendhal ma, per certi versi, al capolavoro assoluto di Lev Tolstoj: Guerra e pace.
In cui le figure dei due principali contendenti riassumono già in sé
le contraddizioni e i due differenti mondi e modi di fare la guerra che
sul campo di Pavia si scontrarono. Da un lato il re di Francia,
esponente di un’educazione e di uno spirito “cavalleresco” che a Pavia
avrebbe visto la sua definitiva sconfitta, tanto da portare alla cattura
e imprigionamento dello stesso Francesco I.
Ha sei anni in più di Carlo V: in realtà è più vecchio di un secolo. Paragonato all’imperatore borghese è un re proletario, cioè un re che lavora, di persona [...] è un perfetto «eroe per donne».
[...] Francesco è alto due metri, e i filtri d’adorazione nei quali è stato immerso hanno reso questa statura deliziosa. Possiede la seduzione dei Rastignac, così efficace nelle capitali. [...] È stato fabbricato per trascinare i cuori al suo seguito: li trascina; se ne ciba; la sua bocca è come un quarto d’albicocca nel mezzo della più bella barba del secolo, già ben fornito di barbe. [...] Ma se talvolta ha l’andatura pantofolaia del professionista che va a cercare in pigiama il latte alle undici del mattino, è bello come il sole quand’è a cavallo nei tornei, nelle battaglie e nelle corse e, a ogni colpo, supera quel difficilissimo ostacolo che è il farsi benvolere dai gelosi. Luisa di Savoia può esserne fiera. E lo è: non si imita il coraggio; se ci si arrischia a farlo ci si perde quantomeno la faccia. Se seduce le donne è con l’occhio languido, ma se seduce gli uomini (e i Baiardo, i La Trémoille, i La Palice) è con il suo coraggio disinteressato, generoso, addirittura prodigo [...] In lui, niente di moderno, niente che faccia presentire il moderno: appartiene totalmente alla sua epoca; è più antiborghese di Lenin6.
Un eroe romantico, dal punto di vista di Giono che, nei suoi romanzi forse più famosi e di successo, appartenenti al cosiddetto “ciclo dell’Ussaro”, delineerà come nessun altro l’eroe per sempre giovane e affascinante, coraggioso e disinteressato: Angelo, nomen omen totalizzante7. Alle sue mire si contrapponeva, invece, l’uomo che avrebbe in seguito potuto dichiarare che sul suo impero non tramontava mai il sole: Carlo V, di tutt’altra pasta e visione del mondo e del comando.
Carlo V era un uomo dalle molte malinconie e dalla natura cupa. Fu a lungo disgraziato, in tutti i sensi del termine, fino addirittura a sembrare uno stupido[...] Era un ingordo così come si può essere un Don Giovanni. Su questo punto non si diede mai per vinto, né di fronte ai medici (ovviamente contrasse presto la gotta), né di fronte alle circostanze: durante la ritirata d’Algeri, in mezzo alle tempeste e alle urla dei turchi, affondava i denti in salsicce di bottarga. Tuttavia, non possedeva né un animo né un cuore sprezzanti del pericolo.[...] È meglio immaginarsi Carlo V come un piccolo borghese. [...] Il borghese è un uomo che lavora per interposta persona e che, godendo di tutti i profitti del lavoro, senza tuttavia aver contribuito allo sforzo che li ha prodotti, usufruisce del piacere di vivere in un mondo negativo, talvolta anche di costruirlo e d’imporne le leggi8.
Lo scrittore francese continua poi ancora con queste osservazioni:
È un borghese in un mondo cavalleresco. In questo sta la sua debolezza: non ha un arsenale borghese da cui attingere armi borghesi, ed è obbligato a fabbricarsi la propria artiglieria finanziaria con quello che ha a disposizione; e sta in questo la sua forza: disorienterà sempre il povero cavaliere che, brandendo la sua spada, si aspetta che gli altri lo affrontino allo stesso modo; lo disorienterà con un prestito d’Anversa al 16 d’interesse (tradotto: al 6,25%, mentre i prestiti dei mercanti oscillano tra il 12 e il 15%). [...] I suoi contemporanei (e i suoi avversari) si rivestono di ferro, montano a cavallo, si servono dei soldi per vivere; lui si veste con abiti di lana, si siede in poltrona e si serve della vita per guadagnare. Non ha un conto personale; si fa rappresentare da città: Anversa, Douai, eccetera, o da società di mercanti: Genova. Non risana province o situazioni malsane (quello che tutti i re, conti, duchi e baroni della sua epoca fanno molto bene con daghe, cavalleria e furia francese); risana invece il suo debito fluttuante, le sue rendite, i suoi prestiti a usura e i suoi prestiti a fondo perduto; non compie sforzi per respingere i nemici, ma per rinviare scadenze inquietanti. Nel 1515, mentre Francesco I si fregia il cappello col fiore di Marignano, lui realizza dei «consolidamenti successivi» della cifra di ottantamila lire9. Le vittorie riportate sono le vittorie dell’intelligenza delle cose, del senso politico, dell’arte di governare, del coraggio fisico; solo che, se si menzionano queste virtù quando lo si vuole ritrarre, si corre il rischio di dipingere non un uomo (e nemmeno un principe), ma una specie di consiglio di amministrazione10.
Anche se Carlo V metterà insieme il primo grande impero non solo di carattere europeo e mondiale allo stesso tempo, la sua non costituisce la vittoria di un imperatore del passato, ma del capitalismo sugli arcaismi della società aristocratica e nobiliare. Non per nulla la Chiesa lo osteggerà in qualche modo, come già aveva fatto trecento anni prima con Federico II di Svevia.
Occupa la scena nel momento in cui il capitalismo insabbia gli ingranaggi della Chiesa e dello Stato. È l’inizio dei monopoli: miniere, ferro, navi vengono mossi, manovrati e frugati dalle banche. […] L’oro delle Indie Occidentali prende il largo in direzione delle Indie Orientali, sulle vie dell’ambra, della seta, del muschio, solo di passaggio in Spagna, in Francia, in Italia11
È la prima globalizzazione e la sua arma segreta sono le banche dei Fugger e i loro affari, che si ingrandiscono insieme a quelli dell’Impero12. Anche se all’orizzonte, ancora non colto in tutta la sua futura grandezza, già si manifesta, a partire dall’estate della vittoria di Pavia, il futuro irriducibile avversario del capitale e dei suoi funzionari (imperatori, banchieri, signori o altri che siano): il proletariato con le sue rivolte e le guerre contadine in terra di Germania.
Questo è ciò che si delinea a partire dal campo di battaglia sanguinoso e crudele di Pavia, dove l’innovazione tecnologica (l’arma da fuoco, l’archibugio) trionfa sul valore cavalleresco. In un mondo in cui la guerra per un aristocratico o per un re come Francesco I costituiva ancora uno dei piaceri della vita, insieme alla caccia e all’amore (più o meno galante).
Nel XX secolo, noi vediamo la guerra dal punto di vista di chi ha l’obbligo del servizio militare [...] Nove volte su dieci, quando la facciamo in prima persona è per costrizione e per forza, con ordine e nei ranghi. Gli eserciti moderni hanno bisogno di disciplina. Ma, nel XVI secolo, fanno la guerra solo quelli che la vogliono fare, quelli che sono contenti di farla, quelli che la fanno per piacere. La pace li fa star male. A maggior ragione, i capi. [...] Vedremo alla battaglia di Pavia dei capitani (Montmorency soprattutto) e anche dei soldati lamentarsi di occupare dei posti lontani dalla mischia e «disertare in avanti» per prendervi parte, malgrado gli ordini. Siamo lontani dalla mobilitazione generale. Mentre a Pavia ci si batte, in Francia, in Italia, in Spagna, i lavoratori lavorano, i calzolai fabbricano delle scarpe, i fabbri forgiano, eccetera, i contadini, gli artigiani, i commercianti se ne stanno a casa loro, nelle loro pantofole e continuano a fare i contadini, a fare gli artigiani e a commerciare. La guerra è un mestiere da signori [...] come anche l’amore e la caccia. È il divertimento di quelli che non hanno un altro modo per divertirsi13.
Per Francesco I era normale affermare:
«Vinceremo perché siamo i più belli». La Francia non può essere sconfitta perché è la Francia. Il re è coraggioso: perché vorreste che lui non si battesse? Carlo VIII ha vinto al Taro, Luigi XII ad Agnadello, Francesco a Marignano: non c’è che da continuare. Niente di meglio che avere un re in battaglia: «È come all’écarté14: bisogna per forza vincere e, allora, andiamo!». È idiota, ma elegante, e allora si va, sfortunatamente15.
C’è qualcosa che aiuta a capire certe convinzioni di Macron, ma anche di De Gaulle e di Napoleone III in tutto ciò, anche se i diari e le memorie dei borghesi dell’epoca «non viene detto che questi uomini sono stati uccisi, si dice invece che sono stati incoronati dalla morte»16.
Quanto agli operai di queste imprese guerriere, loro non hanno niente da difendere a parte la loro pelle, anche se, conquistati dall’esempio che viene dall’alto, spesso la tengono in poco conto. Non hanno problemi di coscienza: già da tempo la miseria gli ha trasmesso la certezza della loro esistenza. Tuttavia, siccome nello stabilimento che hanno scelto hanno talvolta l’occasione di riempirsi le tasche, questa pesantezza pecuniaria gli permette di apprezzare la bellezza di una manovra. Ovviamente sono tutti dei mercenari, ma sembra che abbiano aperto bottega all’insegna della loro provincia o del loro paese; sono i nomi di Piccardia, di Guascogna, della Svizzera, dell’Aragona o di Castiglia che vengono gridati in combattimento e se il manipolo di piccardi o d’aragonesi ha vinto nel suo angolino, il resto della battaglia non li interessa più di tanto, e se il loro campo alla fine è vinto, per loro è vinto, ma... È raro che il loro orgoglio naturale soffra di una sconfitta. Quello che li distingue al di sopra di tutto è una totale assenza d’anima. Vengono pagati per fare un lavoro: lo fanno finché li pagano. Se i soldi non arrivano più, non lavorano più, fossero pure in piena battaglia; ugualmente, e sempre in piena battaglia, talvolta reclamano un aumento di stipendio e, se gli viene rifiutato o se si è costretti a rifiutarglielo, sono pronti a disertare in massa e in ordine, o addirittura a passare nell’accampamento nemico. Se si promette e poi non si mantiene, si ribellano violentemente, sino a fare degli ostaggi tra i loro stessi ufficiali, o anche tra i duchi, addirittura tra i principi che molesteranno e non consegneranno che al mantenimento delle promesse, aumentate con nuove esigenze17.
Stranamente sono proprio loro a portare in campo un parte del futuro, come la Wagner e le guerre degli ultimi decenni condotte dai contractor americani insegnano. La guerra degli eroi, ammesso che sia mai esistita per i poveracci, è finita da tempo. Come ci insegna anche Franco Cardini nel suo saggio posto al termine del testo di Giono.
In realtà, l’agonia degli eredi di Rolando e di Lancillotto era cominciata prima: se ne vedono le avvisaglie già sulla piana di Campaldino nel 1289, quando tra i «feditori», i combattenti a cavallo dell’armata fiorentina, c’era anche il giovane Dante Alighieri. Quando nella mischia che veniva dietro al primo urto della battaglia i cavalieri si trovavano accerchiati dai fanti, facevano la fine di povere aragoste chiuse nel loro carapace: ammazzati sotto di loro i nobilissimi destrieri che li avevano fedelmente serviti, e disarcionati, venivano fatti a pezzi dai borghesacci e dai rozzi artigiani dei comuni cittadini, gentaglia vile ch’era stata armata a forza ma che sul campo cominciava a delineare quella che sarebbe stata la fanteria, «regina delle battaglia». Così a Courtrai in Fiandra nel 1302, la «battaglia delli speroni», perché dopo la mischia quei nobili aurei ornamenti dei talloni cavallereschi erano divenuti bottino di guerra di quella marmaglia appiedata; e così di rovescio in rovescio, da Poitiers nel 1356 ad Azincourt nel 1415 fino a Mantova nel 1526, dove morì dopo un’agonia atroce l’eroe di casa Medici, il «signore della guerra» Giovanni delle Bande Nere. Ma a quel punto il Fiore della Cavalleria era già stato reciso.
Era caduto sotto i colpi della storia e del progresso, dalla balestra alla picca e, soprattutto, all’archibugio e alla bombarda. [..] Ma quei maladetti, abominosi ordigni sarebbero stati da allora in poi, per mezzo millennio e più, i nuovi Signori della Guerra. Solo il XX secolo ci ha regalato qualcosa di ancora più spaventoso: al punto che, come hanno dimostrato recentissimi eventi, sembra che ancora non si sia pervenuti a rendersi conto di quanto potrebbe aspettarci.
Fine del Fiore della Cavalleria, dunque. Ma nemmeno questo, in fondo, è vero. Perché la cavalleria, quella nobile e purissima, non è mai morta: forse perché non era nemmeno mai nata, forse perché è sempre stata moribonda... I veri grandi guerrieri – anche quando ancora la cavalleria come arte del combattere non era nata – appartengono tutti al passato, sono sempre oggetto di risplendente, ma antica leggenda: lo leggiamo già nell’Eneide, dove Virgilio si è ispirato a Omero per affermare che gli eroi di una volta, quelli capaci d’imprese meravigliose, ormai non ci sono più18.
E su queste parole e giudizi di Franco Cardini conviene chiudere la recensione di un ottimo testo, sia dal punto di vista saggistico che letterario, per chiunque sia interessato alla guerra, alla sua storia, alle sue tragedie e ai suoi, sempre falsi, miti ed eroismi.
Note
Il riferimento alle due rose nella denominazione della guerra risale al XIX secolo, dopo che Walter Scott, nel 1829, aveva pubblicato il romanzo Anna di Geierstein, facendo riferimento agli stemmi dei due casati che avrebbero recato rispettivamente una rosa di colore rosso e una bianca. Tuttavia l’unico simbolo coevo di cui si ha notizia, è la rosa bianca degli York.
Questo pamphlet, pubblicato originariamente nel 1938, è stato tradotto in Italia da M.G. Gini, nella Collana Saggi, edizioni Ponte alle Grazie, Milano 1997.
G. Scaraffia, Jean Giono e il senso della storia, introduzione a J. Giono, Il disastro di Pavia. 1525: la sconfitta di Francesco I in Italia, Edizioni Settecolori, Milano 2023, pp. 7-8.
G. Scaraffia, op. cit., pp. 8-9.
Ivi, pp. 9-10.
J. Giono, op. cit., pp. 28-31
Si segnalano qui i tre principali, tutti a firma di Jean Giono: L’ussaro sul tetto (Le Hussard sur le toit, Gallimard 1951), traduzione di L. Magrini, Collezione Medusa n.449, Milano, Mondadori, 1961; Una pazza felicità (Le Bonheur fou, 1957), Collana Narratori della Fenice, Parma, Guanda, 1996; Angelo (Angelo, 1958), trad. di F. Bruno, Collana Narratori della Fenice, Milano, Guanda, 2000
J. Giono, Il disastro di Pavia, op. cit. pp. 15-24.
La lira era l’unità monetaria francese prima della Rivoluzione – NdA.
J. Giono, op. cit., pp. 19-20.
Ivi, pp.26-27.
Cfr.: W. Winker, Fugger il ricco, Giulio Einaudi Editore, Torino 1943.
J. Giono, op.cit., pp. 36-37.
Gioco di carte in cui ogni giocatore può, se l’avversario è d’accordo, scartare le carte che non gli sono utili e riceverne delle altre [N.d.T]
J. Giono, op. cit., p. 47.
Ivi, p. 50.
Ivi, p. 109.
F. Cardini, «Oh, gran bontà de’ cavallieri antiqui». In J. Giono, op. cit., pp. 350-351.
20/07/2023
4 Novembre: no al culto della guerra e degli eserciti, costruiamo la mobilitazione
Con 102 senatori a favore, 28 astenuti e nessun voto contrario si è suggellata di fatto l’Union Sacrée dell’intero quadro della rappresentanza politica istituzionale in favore di un’operazione interamente ideologica tesa all’accettazione della militarizzazione della società in funzione delle esigenze belliche del blocco euro-atlantico, tramite il recupero di un vecchio arnese della destra reazionaria.
Aspetto non secondario dell’iniziativa legislativa è stato la sua promozione da parte dell’ex missino Maurizio Gasparri, e le subitanee felicitazioni di Fratelli d’Italia a partire da Ignazio la Russa.
Insomma, i vecchi missini hanno realizzato un loro antico sogno, riabilitando storicamente ed ideologicamente una carneficina che costò la vita a 680.000 italiani, che provocò più di un milione di feriti – di cui 675 mila rimasti mutilati – e di un armistizio le cui condizioni furono indispensabili per l’agitare lo spettro di una “vittoria mutilata” da parte di quel revanscismo nazionalista che covò il fascismo.
Con la scusa di onorare il sacrificio dei caduti ci si muove dunque per accelerare sulle necessità belliche del momento, facendo accettare sempre di più nella società la presenza dell’esercito e cercando di normalizzare una situazione di guerra e militarizzazione permanente.
La catastrofe della Prima Guerra Mondiale poté realizzarsi anche a causa dell’atteggiamento dei partiti operai e del mondo pacifista che abdicò ai suoi principi in quanto le maggiori formazioni di quel consesso votarono per i crediti di guerra nei rispettivi paesi.
A livello internazionale solo una minoranza, capeggiata dai bolscevichi, ebbe il coraggio di opporsi allo sciovinismo imperante anche tra la fila delle social-democrazie, cambiando e sconvolgendo la storia.
La vecchia logica patriottarda della destra reazionaria, sposata ancora una volta in gran parte dell’Occidente anche dalle sinistre liberali e dai partiti d’opposizione ora si coniuga perfettamente con le odierne logiche belliciste di quell’Occidente costituito da UE, USA e Nato disposto a fare la guerra “fino all’ultimo ucraino”, inviando armi sempre più potenti e distruttive e con alcuni Stati disposti a combattere direttamente “scarponi a terra” per Kiev.
Di fronte a questo piano inclinato dell’avventurismo bellico delle classi dirigenti occidentali – compresa la nostra – e con una opposizione incapace di rappresentare la volontà della maggior parte del Popolo italiano che si esprime ostinatamente in modo contrario all’invio di armi e al supporto militare a Kiev, la sinistra sociale e di classe, il mondo pacifista e il sindacalismo conflittuale devono urgentemente mettere in campo un ciclo di mobilitazioni per fermare la guerra e la corsa al riarmo.
A fine anno scadono i decreti per l’invio di armi dall’Italia al fronte Nato/ucraino. Oggi come un secolo fa non esiste nessuna credibile opposizione parlamentare all’interventismo delle classi dirigenti.
L’unica opposizione reale può venire da una forte, composita e plurale mobilitazione popolare che raccolga tutte le istanze, da quelle politiche e sociali a quelle laiche e religiose che vogliono impedire un nuovo massacro tra popoli.
Di fronte all’ennesima ostentazione bellicista da parte delle forze politiche che compongono l’attuale esecutivo e parlamento, riteniamo sia necessario costituire le premesse per un autunno all’insegna della mobilitazione contro la guerra.
Il 4 novembre così come le altre date che stanno uscendo dalle varie iniziative, campeggi e momenti di confronto potrebbe diventare una delle date di mobilitazione generale e nazionale.
La sfacciataggine dei fascisti al governo, e l’accodarsi della finta opposizione parlamentare nel celebrare il massacro dei popoli avvenuto nel ‘14-‘18 potrebbero rappresentare un passo falso dei guerrafondai nostrani se il movimento contro la guerra cogliesse la possibilità di sfruttare quella giornata, non per farne un inno alla guerra ma un momento in cui il mondo composito e plurale che tenta di fermare la corsa verso la Terza Guerra Mondiale prenda parola e protagonismo.
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