Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
13/07/2026
I motivi della crisi dell'industria automobilistica europea
Mentre l’opinione pubblica europea ed italiana è concentrata sull’immigrazione come fonte dei problemi dell’Europa occidentale e in particolare dell’abbassamento dei salari, le vere cause della profonda crisi sociale in atto sono ignorate. Nell’ultimo periodo, però, sono accaduti alcuni fatti che dovrebbero far riflettere le opinioni pubbliche italiana ed europea. In Italia al ministero dell’industria è saltata l’intesa tra i sindacati e la Natuzzi, multinazionale leader mondiale dei divani in pelle, che aveva deciso di chiudere due fabbriche nel barese e trasferire la produzione in Romania, dove da anni c’è una sua fabbrica. La chiusura non impatterà solo sui lavoratori di Natuzzi, ma anche su 600 piccole e medie imprese tra Puglia e Basilicata, fornitrici di Natuzzi. Ma la notizia più importante viene dalla Germania, dove un periodico ha rivelato il piano della Volkswagen, secondo produttore mondiale di auto, di licenziare 100mila lavoratori, più del 15% della forza lavoro globale. Si tratta di una delle ristrutturazioni più importanti della storia industriale. Ancora più importante è che tale ristrutturazione sarà incentrata nel cuore della multinazionale, in Germania, dove 50mila addetti verranno licenziati e quattro stabilimenti saranno chiusi.
Non si tratta, però, solo della Volkswagen, ma di tutta l’industria europea dell’auto, che a sua volta rappresenta solo il picco della crisi della manifattura dell’Europa occidentale, che rischia di imprimere una accelerazione alla deindustrializzazione. La multinazionale statunitense Ford ha annunciato tagli del 14% sulla forza lavoro europea (3.900 occupati) in Spagna, Regno Unito e soprattutto in Germania. La Mercedes, dopo aver licenziato 4mila lavoratori con uscite volontarie alla fine del 2025, ha dichiarato di voler procedere ad altri licenziamenti, risparmiando un miliardo di euro sui dipendenti entro l’anno prossimo. La Bmw prevede una riduzione dell’organico del 5% a livello globale entro la fine dell’anno. La crisi dell’auto impatta anche sui produttori di componentistica, ad esempio la tedesca Bosch ha programmato tagli di 18.500 dipendenti. I timori sono molto forti anche per i componentisti dell’auto italiani, che hanno i loro clienti più importanti nei produttori tedeschi, ai quali va il 20% delle esportazioni di parti e accessori di veicoli a motore, anche se il suo valore (2,9 miliardi di euro nel 2025) incide poco sull’export manifatturiero totale italiano verso la Germania (72,2 miliardi)[i].
Le cause della crisi dell’auto tedesca ed europea
Di fronte a questa debacle, quali sono le cause della crisi dell’auto europea e specialmente tedesca? Le ragioni generalmente attribuite dagli analisti sono quattro. La prima è stata il venir meno per la Germania e l’Italia, dopo le sanzioni imposte dalla Ue alla Russia, di rifornimenti di gas a basso costo, che ha portato all’aumento dei costi di produzione. La seconda è rappresentata dall’aumento dei dazi statunitensi per le auto importate dall’Europa dal 2,5% al 15% e poi al 25%. I dazi penalizzano soprattutto la Volkswagen e i suoi marchi di lusso, Porsche e Audi. Volkswagen ha solo un impianto per l’assemblaggio di auto negli Usa, ed è molto più presente in Messico, a sua volta colpito da dazi al 25%. Meno colpite sono Bmw e Mercedes, che hanno maggiore capacità produttiva negli Usa. Una terza ragione è rappresentata dalla transizione energetica varata dalla Commissione europea, la quale ha imposto che le emissioni di CO2 delle auto prodotte nella Ue avrebbero dovuto essere ridotte del 55% entro il 2030 e del 100% entro il 2035, quando sarebbe dovuta cessare la produzione di auto termiche. Di conseguenza, le aziende europee si sono volte verso l’elettrico, investendo cifre colossali che però non hanno trovato riscontro nel mercato europeo, dove i consumatori hanno acquistato solo poche delle troppo costose auto elettriche europee. Da qui il crollo dei profitti delle imprese tedesche ed europee.
La quarta e più importante ragione è rappresentata dalla Cina, che ha impattato negativamente sull’industria tedesca ed europea in due modi. Il primo è la riduzione della capacità del mercato cinese, che vale il 30% del mercato globale dell’auto e il 75% di quelle elettriche[ii], di assorbire le auto tedesche prodotte sia in Germania sia in Cina. La Volkswagen è passata dal picco storico nel 2019 di 4,2 milioni di auto vendute in Cina a 2,7 milioni nel 2025. La perdita di vendite è dovuta alla concorrenza dei produttori di auto cinesi, Byd, Geely e Saic Motor soprattutto, che, mentre i produttori tedeschi continuavano a proporre auto termiche, hanno messo sul mercato auto elettriche meno costose e più ricche di quella tecnologia e di quel software che i consumatori cinesi, soprattutto i più giovani, tanto apprezzano. Nel 2025 i marchi cinesi hanno aumentato le loro vendite sul mercato domestico del 16,8% rispetto all’anno precedente, oltrepassando la quota del 70%; al contrario i marchi tedeschi hanno perso il 7,7%[iii]. Ma la capacità competitiva cinese non si è esplicitata solo in patria, bensì anche all’estero e in particolare nel mercato europeo, dove le auto elettriche e ibride a prezzi contenuti del paese estremo orientale stanno incontrando il sempre maggiore favore dei consumatori.
Queste sono le cause più immediate e visibili. Tuttavia, c’è una causa più di fondo che si collega a quelle più di superficie. Tale causa è la sovrapproduzione di capitale. Ciò significa che si è accumulato un eccesso di capitale (sotto forma di mezzi di produzione) rispetto alla capacità di questo capitale crescente di ottenere il saggio di profitto sperato dai capitalisti. In sostanza il capitale, per aumentare la produttività del singolo lavoratore, introduce una quantità sempre maggiore e più innovativa di macchine e tecnologia in rapporto ai lavoratori impiegati. Quindi, il capitale investito in forza lavoro diminuisce in rapporto al capitale investito in mezzi di produzione. Dal momento, però, che il saggio di profitto è dato dal rapporto tra plusvalore (che compone il profitto ed è creato solo dai lavoratori) e capitale totale investito, si determinerà una tendenza alla diminuzione del saggio di profitto, cioè un calo in percentuale del profitto sul capitale investito. I capitalisti, tuttavia, possono compensare il calo del saggio di profitto con l’aumento della massa del profitto. Quindi il plusvalore o profitto, pur calando in proporzione al capitale totale investito può aumentare in valore assoluto. Questa massa di profitto aumentata si traduce, però, in un aumento della massa di merci prodotte che premono per essere vendute sul mercato. Dal momento che nella società capitalistica la produzione complessiva non è regolata da un piano che commisuri la produzione alla reale capacità di acquisto della società (cioè alle dimensioni del mercato), ogni capitale individuale, operando autonomamente al fine di massimizzare il suo profitto, aumenta le unità prodotte, e, di conseguenza accresce il volume complessivo di merci, che non riescono ad essere vendute sul mercato. Infatti, nel modo di produzione capitalistico il mercato appare ciclicamente troppo ristretto rispetto alla aumentata capacità di produzione. Si vede così che la sovrapproduzione di capitale genera necessariamente la sovrapproduzione di merci e l’aumento della concorrenza tra capitali, che riduce i prezzi e con essi i profitti[iv].
Questa era la situazione del mercato europeo, dove i produttori nei decenni scorsi, negli anni ’80 e ’90 soprattutto, avevano aumentato la produttività attraverso l’introduzione massiccia dell’automazione e dell’informatica. Il mercato europeo era diventato in questo modo saturo di auto prodotte e l’industria presentava una sovraccumulazione di capitale. Con la successiva globalizzazione si era trovato sfogo al calo del saggio di profitto attraverso l’esternalizzazione della produzione all’estero, dove i salari erano più bassi e quindi i saggi di profitto erano più alti. I produttori europei di auto, a partire da Volkswagen, Renault e Fiat, avevano così spostato capitali e produzione nell’Europa dell’est, dalla Polonia alla Romania alla Serbia, nel Nord Africa, nell’America Latina, soprattutto in Messico e Brasile, e in Asia, dalla Turchia alla Cina. Malgrado ciò, la sovrapproduzione di capitale e di merci non tardò a ripresentarsi, in particolare in Europa occidentale. Non a caso Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat, era solito ripetere, fino alla sua morte nel 2018, che in Europa c’era troppa capacità produttiva, in altre parole una sovrapproduzione di capitale, e che quindi bisognava procedere con la chiusura di impianti e con accorpamenti tra grandi gruppi. Infatti, la Fiat, dopo aver assorbito la statunitense Chrysler, qualche anno dopo la morte di Marchionne si fuse con Peugeot e assorbì anche Opel in un nuovo mega gruppo, Stellantis, ora al secondo posto in Europa e al quarto nel mondo. Fu a questo punto che, per risolvere la situazione di un mercato europeo ormai saturo, si pensò di determinare una nuova espansione della domanda attraverso la trasformazione del prodotto stesso, passando dall’auto termica all’auto elettrica. Inoltre, l’auto elettrica, essendo molto più semplice da costruire, richiede meno ore di lavoro per la sua realizzazione, e, quindi, si pensava potesse permettere di aumentare la produttività e i profitti.
Tuttavia, questa strategia non ha tardato a rivelarsi fallimentare. La trasformazione della produzione ha richiesto un notevole investimento di capitale in tempi molto rapidi, ma a questo investimento di capitale non ha corrisposto un volume di vendite adeguato, determinando perdite significative e un calo dei profitti generalizzato dei produttori europei. Quindi, ancora una volta nel capitalismo il mercato si è dimostrato non adeguato ad assorbire la produzione, generando una sovrapproduzione di capitale e di merci. Il problema, oltre alla scarsità della infrastruttura pubblica di ricarica, è che le case europee hanno prodotto auto elettriche o ibride troppo costose in rapporto a quelle termiche e il già saturo mercato europeo dell’auto ha continuato a preferire queste ultime o le più economiche auto elettriche o ibride cinesi.
Perché l’auto cinese si sta affermando non solo in Cina ma anche nella UE
A questo punto dobbiamo capire perché la Cina è più competitiva dell’Europa. La Cina, in primo luogo, ha il mercato automobilistico più grande del mondo, per cui può realizzare imponenti economie di scala, risparmiando sui costi, specialmente sulla produzione delle batterie che sono la parte dell’auto elettrica che in Europa ha costi elevati. Inoltre, la Cina è una quasi monopolista mondiale dell’estrazione e della raffinazione delle terre rare, che sono essenziali per la produzione dell’auto e delle batterie elettriche. A questo si aggiunge che la Cina, malgrado l’aumento dei salari reali degli ultimi anni (+10,7% all’anno solo tra 2008 e 2014[v]), ha ancora un vantaggio salariale e abbondanza di forza lavoro. Ma la ragione più importante è che la Cina si sta trasformando da paese periferico, che produce sulla base di tecnologie e capitali occidentali, avendo come leva competitiva i suoi bassi salari, in paese industrialmente autonomo con propri gruppi industriali e con una propria tecnologia avanzata. In pratica, la Cina è forse l’unico paese periferico che sta uscendo fuori dallo sviluppo dipendente dall’Occidente, che riperpetua il sottosviluppo, per portarsi a quello che Samir Amin definiva “sviluppo autocentrato”[vi]. La Cina diventa sempre meno dipendente da catene del valore dominate da imprese occidentali e sempre di più dà vita a catene del valore controllate da sue imprese. L’occupazione della posizione apicale in una catena del valore è un fatto essenziale, perché consente il controllo della produzione di valore lungo tutta la catena e, quindi, la “cattura” di una quota maggiore di plusvalore, cioè di profitto. Di conseguenza, oggi la Cina riesce a trattenere in patria una quota maggiore del plusvalore prodotto dai suoi lavoratori e che era (ed è ancora, ma in misura minore) “catturato” dalle multinazionali europee, statunitensi e giapponesi.
Ma perché questo sta avvenendo in Cina e non in altri paesi del Sud globale? La risposta è che in Cina lo Stato ha mantenuto ben stretto il controllo sull’economia, al contrario dell’Europa dove il modello liberista si è imposto con forza. Questo è dovuto al fatto che la Cina non è dipendente politicamente dall’imperialismo occidentale e, attraverso il partito comunista, mantiene salda in pugno la sua sovranità politica, a differenza di molti paesi del Sud globale. Il modello cinese si dimostra così migliore di quello europeo, perché basato sul cosiddetto socialismo con caratteristiche cinesi. Il settore dell’auto elettrica è uno degli esempi migliori in questo senso. In esso c’è un settore di imprese completamente di proprietà statale (tra di esse c’è Saic-Motor che produce il marchio Mg, molto diffuso in Italia), che sta accanto a un altro settore di imprese che è guidato da capitalisti privati, ma che comunque nel tempo hanno accolto capitali da fondi di investimento statali e da banche pubbliche, per finanziare il loro sviluppo globale. Qualcuno definisce quello cinese come capitalismo di stato e lo paragona all’Italia della prima repubblica con la sua economia mista privata-pubblica. Ma tra l’ltalia di circa quaranta anni fa e la Cina odierna c’è una importante differenza: in Italia lo Stato continuava a essere dominato dai capitalisti privati, dai quali erano dipendenti la maggior parte dei partiti dell’epoca, e infatti, a un certo punto, si è potuta affermare facilmente la contro-riforma neoliberista. Al contrario, in Cina sono i capitalisti privati a dipendere dallo Stato e dal Partito Comunista, che controlla le leve dell’economia a partire dalla moneta, attraverso i piani quinquennali economici. È stato, quindi, grazie al suo modello economico che la Cina ha potuto sviluppare meglio e prima dell’Europa e degli Usa le tecnologie legate all’auto elettrica, fuoriuscendo da quel luogo comune diffuso in Occidente secondo cui il socialismo sarebbe necessariamente viziato da una inefficienza di fondo.
Come il capitale europeo reagisce alla crisi dell’auto
A questo punto, dobbiamo chiederci come il capitale europeo e le sue multinazionali dell’auto stanno reagendo alla sovrapproduzione di capitale e di merci e, soprattutto, come reagiscono davanti alla concorrenza cinese. La soluzione principale all’eccesso di sovraccumulazione di capitale e cioè di capacità produttiva è la distruzione di parte di questa capacità cioè, in altre parole, di parte del capitale fisso. Infatti, la Volkswagen, dimostrando così il carattere di sovrapproduzione di capitale della sua crisi, ha in programma la chiusura di quattro stabilimenti in Germania. A ulteriore conferma che gli enormi investimenti sull’elettrico hanno contribuito all’eccesso di accumulazione di capitale, quelli che chiuderanno sono stabilimenti che producono auto elettriche, in particolare lo stabilimento di Zwichau, che è stata la prima fabbrica convertita completamente alla mobilità elettrica con un investimento di 1,2 miliardi di euro. Inoltre, gli investimenti di capitale del gruppo verranno ridotti del 15%, portandoli a 130 miliardi di euro nei prossimi cinque anni. Infine, coerentemente con l’obiettivo della riduzione della sovrapproduzione di merci, la Volkswagen ha ridotto la sua produzione da 12 milioni di vetture all’anno a 9 milioni.
Un altro modo di contrastare la sovrapproduzione di capitale è la riduzione del salario dei lavoratori, che porta all’aumento dello sfruttamento e quindi al rialzo del saggio di profitto. L’indiscrezione sull’intenzione di licenziare 100mila lavoratori, di cui la metà in Germania, potrebbe essere anche una mossa negoziale per obbligare il potente sindacato tedesco IG Metal, magari a fronte di una riduzione degli esuberi, ad accettare contrazioni della busta paga. Un altro modo per ridurre la parte dei costi che vanno alla forza lavoro sarebbe, inoltre, lo spostamento della produzione in paesi che hanno il costo del lavoro molto più basso e il saggio di sfruttamento più alto di quello tedesco. In sostanza, la crisi dell’auto e in generale la crisi di sovrapproduzione può generare una ulteriore ondata di delocalizzazioni che porterebbe all’accentuazione della deindustrializzazione dell’Europa occidentale, specie dei due paesi che avevano mantenuto, nonostante la globalizzazione, una forte industria manifatturiera, Germania e Italia. Del resto, per tornare all’esempio, riportato all’inizio, della delocalizzazione della produzione della Natuzzi, il costo del lavoro medio dell’industria, delle costruzioni e dei servizi è in Italia di 32 euro, mentre in Romania è di 13,6 euro, cioè meno della metà[vii]. Quindi, l’esternalizzazione oltre frontiera, specialmente quella delle fasi a più alta intensità di lavoro, consente alla Natuzzi di aumentare sensibilmente il suo profitto. Anche se la differenza tra salario reale italiano e romeno è meno forte in termini reali, visto che i salari in Italia dal 2008 al 2024 hanno perso l’8,7% della capacità d’acquisto, la perdita maggiore tra i paesi del G20[viii], mentre in Romania hanno registrato un aumento e che la parte del costo del lavoro al netto del salario che il lavoratore percepisce realmente è del 28,1% sul totale in Italia e solo del 4,8% in Romania, quello che importa alle multinazionali è la differenza nel costo del lavoro nominale, che impatta sulla distribuzione del valore a livello di catena globale della produzione. Questo discorso vale ancora di più per la Germania e la Francia, il cui costo del lavoro orario è rispettivamente di 45 e 44,3 euro, a fronte di quello della Polonia di 19,1 euro, di quello dell’Ungheria di 15,2 euro e di quello della Bulgaria e della Serbia di circa 12 euro. Ma fuori dall’Ue, ad esempio in America Latina, Asia orientale e Africa del Nord, il divario con il costo del lavoro dell’Europa occidentale è ancora maggiore.
Il capitale europeo può contare anche su un altro strumento per affrontare la crisi dell’auto, il sostegno pubblico da parte della Ue. Tale sostegno si concretizza, in primo luogo, nella riduzione dal 100% al 90% della quota di auto elettriche che la Ue obbliga a produrre entro il 2035, dando così più tempo ai produttori per passare completamente dall’auto termica a quella elettrica. In secondo luogo, la Ue ha aumentato i dazi contro le auto elettriche cinesi, con la motivazione che i produttori in Cina beneficiano di forti sussidi statali, che falsano la concorrenza. Ad ottobre 2024 al dazio standard del 10% è stata sommata una gamma di dazi aggiuntivi che varia, a seconda dell’aiuto di Stato che le imprese ricevono, dal 7,8% per le Tesla prodotte a Shangai al 35,3% applicato alle auto della Saic. Successivamente, dal momento che i produttori cinesi avevano aggirato i dazi, esportando auto ibride al posto di auto totalmente elettriche, la Ue ha esteso i dazi anche alle auto ibride. Infine, da febbraio 2026 la Ue ha consentito ai produttori cinesi di essere esentati dai dazi nel caso in cui adottino un “prezzo minimo consentito” dalla Ue, si attengano a un certo volume di auto importate annualmente e si impegnino a investire nella produzione di auto elettriche in Europa. Il protezionismo è stato efficace nel proteggere l’industria europea? Sì, almeno in parte. Certamente senza i dazi le auto cinesi sarebbero dilagate. Ciononostante, la quota del mercato Ue dei produttori cinesi è triplicata negli ultimi tre anni, passando dal 2,3% del 2023 al 6% nel 2025 e al 9% nei primi cinque mesi del 2026, poco meno del terzo produttore europeo, Renault, con il 10,2%. Il produttore cinese con la quota maggiore è Geely (2,6%), il quale supera produttori blasonati e da lungo tempo presenti in Europa come Ford (2,3%) e Nissan (1,9%), seguito da Saic e Byd (2,1%)[ix].
Oltre ai dazi, la Ue ha deciso di intervenire con l’investimento di 1,8 miliardi di euro per facilitare la realizzazione di una filiera europea di batterie elettriche per auto. Inoltre, ha proposto a marzo 2026, attraverso l’Industrial Accelerator Act (IAA), di elargire sussidi per l’acquisto di auto elettriche, a patto che queste siano prodotte per l’85% del loro valore complessivo nella Ue. Se almeno il 70% delle auto elettriche vendute dal singolo produttore avranno questa caratteristica, allora tutte le sue auto elettriche beneficeranno dei sussidi. Più recentemente i tre principali produttori europei, Volkswagen, Stellantis e Renault, hanno inviato una lettera al Parlamento europeo chiedendo delle modifiche all’IAA, che consistono specialmente nella riduzione della quota del valore prodotto nella Ue delle auto vendute dall’85% al 70%, affinché siano meritevoli di sussidi. Si tratta di una richiesta interessante, perché permette ai produttori europei di produrre una parte maggiore dell’auto al di fuori della Ue, dove i costi, compresi soprattutto quelli del lavoro, sono più bassi.
Del resto, la produzione delle multinazionali si basa sulla catena globale del valore, ossia sulla divisione delle fasi di produzione di una merce per il consumatore finale in più stabilimenti, situati in paesi diversi. In ogni fase produttiva, viene prodotta una certa quantità di valore, che poi alla fine, sommando tutto il valore prodotto in tutta la catena, si traduce in un prezzo di produzione. La questione più importante è che la porzione di valore incorporato nella merce in ogni fase produttiva viene calcolato ai prezzi locali, che, nei paesi periferici, sono molto più bassi di quelli dei paesi centrali, come Germania, Francia e Italia. La conseguenza è che, nella contabilità e nelle statistiche complessive, il valore – in termini di tempo di lavoro – effettivamente trasferito nella merce risulta sottostimato nei paesi periferici (Romania, Messico, Brasile, India, Cina, ecc.), a basso costo del lavoro, e sovrastimato nei paesi centrali (Stati Uniti, Germania, Francia, Italia, Giappone, ecc.), ad alto costo del lavoro[x]. Di conseguenza, è certo che la quota del valore reale dell’auto prodotto nella Ue sarebbe in effetti molto inferiore all’85% del totale (o al 70%, se le richieste dei tre gruppi europei dell’auto fossero accettate) previsto dallo IAA. È questa la ragione per la quale le multinazionali europee, come Volkswagen e Stellantis, nel corso della cosiddetta globalizzazione hanno massicciamente delocalizzato in paesi della periferia o del Sud globale, come preferiamo chiamarli, ottenendo degli extra-profitti.
Il futuro ci riserva delocalizzazioni e calo dei salari, come contrastarli?
Malgrado la globalizzazione in Germania era rimasta una quota importante della produzione di auto (4,148 milioni di auto nel 2025 da 5,13 milioni nel 2000), la cui esportazione è andata a gonfie vele fino a poco tempo fa. Questo ora non è più possibile per le ragioni che abbiamo illustrato fino a qui. Infatti, “il cda del gruppo [Volkswagen] a più riprese ha dichiarato che il modello di business storico e per anni di successo teso a sviluppare vetture globali in Germania, produrle in Europa e venderle in tutto il mondo non funziona più.”[xi] Quindi, quale sarà la soluzione alla crisi dell’auto tedesca ed europea che le multinazionali metteranno in pratica? Molto probabilmente assisteremo ad una nuova ondata di delocalizzazioni della produzione verso paesi a basso salario dalla Germania e in misura inferiore dalla Francia (che nel 2025 ha prodotto 1,06 milioni di auto da 2,87 milioni nel 2000[xii]) e forse dalla Spagna (1,81 milioni di auto nel 2025 da 2,44 milioni nel 2000). Per quanto riguarda l’Italia, qui la produzione era già stata quasi azzerata negli ultimi anni (237mila auto nel 2025 da 1,4 milioni nel 2000) e l’auto è stata sostituita, come apporto al Pil e all’export, da altri settori ad alta tecnologia, come il farmaceutico e soprattutto il chimico, che insieme nel 2025 hanno rappresentato il 28,8% del valore dell’export totale italiano contro il 2,23% dell’auto[xiii]. Per fare un confronto, possiamo notare che la produzione cinese è passata da 600mila auto nel 2000 a 30milioni nel 2025, rappresentando il 42% della produzione mondiale. La delocalizzazione dell’auto tedesca ed europea occidentale, potrà attuarsi o saturando le capacità produttive degli impianti già esistenti in paesi periferici, o facendo investimenti diretti all’estero (Ide) greenfield, cioè costruendo nuovi stabilimenti, sempre in paesi periferici, oppure procedendo a fusioni con altri produttori e razionalizzando la produzione, cioè facendo economie di scala e tagliando posti di lavoro.
Ad ogni modo, c’è il pericolo concreto che la Germania, il paese economicamente più importante della Ue, si deindustrializzi, almeno parzialmente, con ricadute negative non solo sulla sua economia complessiva, ma anche su quella degli altri paesi europei, in particolare sui suoi fornitori di beni intermedi e componentistica, compresa l’Italia. Fra l’altro, la crisi dell’auto tedesca interviene in una fase storica di stagnazione del Pil tedesco e di altri paesi dell’area euro, Francia e specialmente Italia. Sicuramente un altro effetto di nuove delocalizzazioni può essere la messa in difficoltà del mercato del lavoro tedesco ed europeo, con una contrazione della domanda di forza lavoro, e la conseguente contrazione dei salari. Sempre che la Volkswagen non tratti col sindacato per una riduzione del salario a fronte della riduzione degli esuberi di manodopera previsti.
Questo avrà ripercussioni sulla società e sulla politica europea, specialmente su quella della Germania. Il governo del cancelliere Merz, una coalizione di cristiano-democratici (CDU-CSU) e di socialdemocratici (SPD), ha già raggiunto i minimi storici di gradimento di un governo tedesco. Inoltre, il partito tedesco di estrema destra e fortemente anti-immigrati, Alternative für Deutschland (AfD), ha superato nei sondaggi come primo partito la CDU-CSU di Merz, col 28% contro il 24%. Eppure, di fronte ai licenziamenti annunciati della Volkswagen il governo Merz è rimasto passivo: “Cerchiamo di evitare ogni chiusura di stabilimenti in Germania (...) – ha commentato un portavoce del governo – Ma alla fine si tratta di decisioni delle aziende, che devono essere prese secondo criteri economici.”[xiv] La ristrutturazione dell’intero settore dell’auto, che, senza contare la componentistica, vale il 10% dell’export totale tedesco (156 miliardi su 1.563), può, quindi, accentuare la crisi dell’assetto sociale e politico tedesco, che dalla fine della Seconda guerra mondiale si è fondato sull’alternanza tra CDU-CSU e SPD, e che oggi non riesce a reggere neanche mettendo insieme questi due partiti.
Come rispondere alla delocalizzazione, non solo dell’auto, e alla deindustrializzazione, che abbassa i salari e trasforma posti di lavoro nell’industria in posti di lavoro precari e a basso salario nei servizi? Certamente, dovrebbero essere generalizzate alcune proposte che i sindacati italiani ed europei hanno elaborato negli ultimi anni, come le leggi anti-delocalizzazione, che impongano sanzioni e restituzioni degli aiuti di Stato alle imprese che delocalizzano, l’aumento della frequenza dei rinnovi dei contratti nazionali, combinati però con l’introduzione di salari minimi, e l’obbligo ai subappaltatori ad applicare i contratti leader. A queste misure ne andrebbero aggiunte altre, tese a ridurre la mobilità dei capitali a livello internazionale, che, aumentata con il neoliberismo, ha dato avvio alla globalizzazione della produzione. Per quanto riguarda l’Italia, dato che i salari (ed il costo del lavoro) italiani risultano significativamente più bassi di quelli del resto dei paesi avanzati europei e sono quelli che hanno perso maggiore potere d’acquisto nel G20, ci sarebbe bisogno di una campagna nazionale, che coinvolga politica e sindacati insieme, contro i bassi salari in tutti i settori. Ma questo non basta, perché la questione e le soluzioni sono di tipo più generale.
In definitiva, la crisi dell’auto tedesca è la certificazione della definitiva fine del cosiddetto “modello renano” tedesco, già in difficoltà da diverso tempo, basato su una sorta di patto sociale tra imprese, sindacato, banche e governo. Ma è anche la prova del fallimento del modello neoliberista, basato sulle esportazioni, sulla moderazione salariale, sulle privatizzazioni e sul ritiro dello Stato dall’economia, che si è affermato in Europa negli ultimi decenni. Più in generale, è la dimostrazione delle ineliminabili contraddizioni del modo di produzione capitalistico, dal contrasto tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione all’anarchia del mercato. Il fallimento dell’Europa risalta particolarmente se confrontato col successo della Cina, che sta vincendo la competizione sempre meno grazie ai bassi salari e sempre di più grazie alla capacità di innovazione tecnologica, basata sull’intervento pianificato e organizzato dello Stato. Sarebbe opportuno, quindi, che la Ue e l’Italia prendessero spunto dall’esperienza cinese, abbandonassero le logiche neoliberiste e applicassero politiche statali di programmazione industriale, previste dall’articolo 41 della Costituzione italiana, e di rinazionalizzazione di imprese. Ma questo è un problema di scelte e, quindi, è una questione che si risolve solo a livello politico. Il che non significa che tutto si esaurisca nella competizione elettorale, ma che si debbano modificare con le lotte, a partire dai luoghi di lavoro, i rapporti di forza complessivi tra classi sociali, cioè tra capitale transnazionale e lavoro salariato.
Note
[i] Nostra elaborazione su dati Eurostat, International trade of EU and non EU countries since 2002 by SITC. È da notare che l’Italia ha un surplus commerciale di 13 miliardi verso la Germania. https://ec.europa.eu/eurostat/comext/newxtweb/submitresultsextraction.do
[ii] Focus2move, China 2026 plunge while Geely displace BYD as leading brand.
[iii] https://www.marklines.com/en/report/rep2969_202602
[iv] Karl Marx, Il capitale, Libro III, Sezione III La caduta tendenziale del saggio di profitto, Newton Compton editori, Roma, 1996.
[v] Organizzazione Internazionale del lavoro (ILO), Wages, Productivity and Labour Share in China, April 2016.
[vi] Amin Samir, Lo sviluppo ineguale. Saggio sulle formazioni sociali del capitalismo periferico, Giulio Einaudi Editore, Torino 1977.
[vii] Eurostat, Data base, Labour cost levels by Nace Rev.2 activity.
[viii] Organizzazione Internazionale del lavoro (ILO), Rapporto mondiale sui salari 2024-2025.
[ix] Sito web di Unrae su dati Acea.
[x] John Smith, Imperialism & the globalization of production, PhD thesis, July 2010.
[xi] Mario Cianflone, Un segnale allarmante ma il gruppo può ripartire, il Sole24ore, 27 giugno 2026.
[xii] Sito web dell’Organization Internationale des Constructeurs Automobiles (OICA), Production statistics.
[xiii] Secondo i dati Eurostat l’export italiano di auto tra 2024 e 2025 è sceso da 15,2 a 14,4 miliardi, mentre quello farmaceutico è salito da 52,9 a 68,76 miliardi e quello del chimico da 101,3 a 116 miliardi.
[xiv] Matteo Meneghello, Volkswagen prepara 100mila tagli e chiude impianti in Germania, il Sole24ore, 27 giugno 2026.
Fonte
11/11/2025
La torta di Keynes e l’aforisma calabrese sul pane
Egli era consapevole che il desiderio di vendetta della Francia, personificato da Clemenceau e che si concretizzava nell’imposizione alla Germania di pagare danni di guerra che andavano ben oltre le proprie possibilità economiche, creava le condizioni di quella che fu definita “pace cartaginese”.
L’obiettivo politico di trasformare la nazione tedesca in uno Stato servile, degradando la vita di milioni di esseri umani, avrebbe seminato sul terreno europeo l’astio per una nuova guerra.
L’errore più grossolano si fondava sull’illusione che in seguito alla definizione dei confini a tavolino, ridisegnando l’assetto territoriale, allora si sarebbero superati gli equilibrismi e i giochi delle alleanze prebellici. Ma quest’approccio, secondo Keynes, ignorava il disordine economico che sottostava agli accordi politici.
Ma a cosa alludeva Keynes, quando parlava di disordine economico?
Qualche anno più tardi, nel 1933, il senatore Agnelli (padre), nel carteggio con Luigi Einaudi, riconobbe tra le altre cose, che il Primo conflitto mondiale non aveva risolto la crisi di sovrapproduzione, che era il risultato degli aumenti di produttività, legati alla Seconda rivoluzione industriale, ma l’aveva solo rimandata.
Da questo punto in poi emerge la parte meno nota del libro e la lunga metafora della torta prova ad esplicitare che la crisi di sovrapproduzione, rispetto ai consumi miseri dei lavoratori, era già in atto nei primi anni del Novecento, anzi è una caratteristica del modo di produzione capitalistico.
Il principio dell’accumulazione impone che, per il capitalista, un pollo non dev’essere consumato oggi, anche se si ha fame: esso è sempre per domani.
Da una parte – spiega Keynes – la classe lavoratrice fu persuasa o meglio vincolata ad accettare una piccola parte della torta, di cui essa diventava l’artefice della sua produzione e della sua crescita, mediante la “potenza degli agenti (mezzi di produzione) che metteva in moto”, mentre dall’altro lato, alla classe dei capitalisti fu consentito di appropriarsi della parte migliore della torta, con la condizione tacitamente implicita che solo una frazione piccolissima di essa fosse destinata al consumo.
L’unica virtù – afferma Keynes – divenne il risparmio, finalizzato all’investimento e la crescita della torta rappresentava il vero scopo della religione.
Qualsiasi scusa era buona per rinviare il consumo (per i figli, per la vecchiaia, ecc.) proprio perché: «La virtù della torta stava nel non essere consumata».
L’astinenza, la privazione, la sofferenza erano i paletti che bisognava rispettare, per praticare il rinvio, al fine di scrivere questi comportamenti nel DNA delle classi popolari, anche quelle che si trovavano nelle aree periferiche del capitalismo.
C’era un aforisma calabrese, tramandato dalla cultura orale della generazione dei miei nonni (tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento) e che veniva spesso recitato durante i succulenti pranzi festivi degli anni Settanta, per richiamare l’attenzione sulle assurdità di quelle pratiche di astinenza, collegate, in qualche misura, alla metafora della torta di Keynes.
Ecco le parole di mio padre, che fu costretto ad abbandonare la scuola in terza elementare: «Figli mii mangiati mangiati, pane ruttu uh ni tuccati, pane sanu u ni rumpiti, figli mii mangiati mangiati!» Qui i figli erano esortati dai genitori a mangiare, senza toccare il pane.
Tuttavia, la rinuncia al consumo della torta iniziava a creare dei problemi, poiché non c’era la percezione che essa era cresciuta in progressione geometrica, nel periodo prebellico. Pertanto, il principio dell’accumulazione, che si basava sull’ineguaglianza e che aveva garantito l’ordine prima della guerra, evidenziava forti segnali di instabilità e soprattutto non trovava terreno fertile, nel quale rigenerarsi.
Dunque, nel primo dopoguerra mondiale, si delinea un nuovo contesto: le classi lavoratrici non sono più disposte a rinunciare ai frutti del loro lavoro, mentre i capitalisti si lasciano andare alla prodigalità, si abbandonano alla libertà di consumare, anche se lungo questa strada, come scrive Keynes: «non faranno altro che accelerare la loro espropriazione».
Fonte
02/11/2025
Il Regno Unito vuole un "patto per l'acciaio" con USA e UE
Un “patto d’acciaio” Londra-Bruxelles-Washington? Nel Regno Unito c’è chi lo desidera ardentemente. Nessun riferimento al cupo precedente dell’asse tra l’Italia fascista e la Germania nazista del 1939: qui si parla di acciaio vero, di una risorsa il cui mercato deve oggi gestire la sovracapacità cinese e la spinta a una risposta occidentale alla possibilità di un’invasione dei prodotti della Repubblica Popolare.
I timori del Regno Unito sul settore siderurgicoNel Regno Unito tiene banco il caso dell’acciaieria di Scunthorpe della British Steel, acquistata nel 2020 dalla cinese Jingye e in grave difficoltà, in un caso che ricorda molto da vicino quello italiano dell’Ilva di Taranto. Il governo britannico di Keir Starmer ha rilevato la gestione dell’impianto nei mesi scorsi e si trova in un contenzioso con Jingye per decidere come liquidare l’investitore cinese e nel frattempo intende coordinare la risposta al tema della sovracapacità cinese con gli alleati: Unione Europea e Stati Uniti.
Ad oggi, l’Ue ha in programma di imporre dall’1 luglio 2026 delle tariffe al 50% sulle importazioni d’acciaio e dall’1 gennaio entrerà in vigore il Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam) che dovrà spingere gli importatori a pagare una tariffa compensativa per i prodotti importati da mercati con standard ambientali più laschi. Parimenti, Washington ha imposto con Donald Trump tariffe al 50% sui prodotti siderurgici in entrata, a cui Londra ha strappato lo sconto per un dimezzamento nell’accordo bilaterale con l’America.
La guerra siderurgica mondiale e i rischi per LondraPer Londra una guerra siderurgica mondiale senza schieramenti precisi rischia di essere rovinosa. Le condizioni finanziarie degli impianti sono tutte da definire, e inoltre esportando 1,9 milioni di tonnellate per un valore di 3 miliardi di sterline (poco meno di 4 miliardi di euro) nel blocco dei Ventisette Londra si troverebbe colpita nel 78% del suo export siderurgico dai nuovi dazi europei. Da qui la richiesta britannica di spostare il focus sulla Cina, che produce metà dell’acciaio mondiale: il rischio di finire vaso di coccio tra i vasi di ferro è palese.
Sir Chris Bryant, ministro britannico del Commercio, ha parlato con il Financial Times dell’eventualità di un patto a tre, Usa-Ue-Uk, per contrastare la Cina e implementare un accordo simile a quello della Comunità economica del carbone e dell’acciaio (Ceca) predecessore della Comunità Economica Europea e dell’attuale Unione Europea. Bryant, nota il Ft, propone di “stringere un’alleanza per proteggersi dall’acciaio ingiustamente sovvenzionato, gran parte del quale proviene dalla Cina”, abbattendo i dazi interni ai rispettivi mercati e innalzandoli in forma comune verso gli operatori esterni.
Del resto, nota il Ft, “secondo l’Ocse, l’eccesso di capacità produttiva globale di acciaio ha raggiunto i 600 milioni di tonnellate lo scorso anno, pari a quasi un quarto della capacità produttiva mondiale. Si prevede che tale eccesso aumenterà a 721 milioni di tonnellate entro il 2027, in gran parte dovuto alla Cina, che produce 1 miliardo di tonnellate di acciaio all’anno”.
Il nodo della sovracapacità cinese dell’acciaioLa sovracapacità rischia di mandare fuori mercato i produttori americani ed europei e di creare una dipendenza vincolante da fornitori terzi in un asset strategico per la produzione industriale e la sicurezza economica. Londra vuol giocare il proprio ruolo di pontiere per un triangolo con Bruxelles e Washington, ponendosi come facilitatore politico tra le due sponde dell’Atlantico.
Va detto che la Cina ha a sua volta iniziato a affrontare la questione della sovraproduzione, che sottrae risorse e fa girare a vuoto la macchina economica nazionale. Della scorsa settimana è la notizia di un piano per programmare un rientro concreto da una condizione di eccessivo ampliamento delle maglie. I prezzi hanno beneficiato di questa stretta annunciata, che però è ben distante dalle richieste occidentali di maggior chiarezza. Il dialogo tra alleati sul fronte dell’acciaio può aprire la strada a un nuovo progetto di ibridazione tra sicurezza economica, dinamiche commerciali e scelte tariffarie. E testare come in tempi di tensioni commerciali intorno all’Occidente un fronte che coniuga industria e sicurezza delle filiere possa creare consenso laddove spesso c’è soprattutto rottura.
21/08/2025
La grande crisi della siderurgia raccontata dalla Taranto d'Olanda
Patricia Cohen, autrice di un luogo articolo pubblicato anche da Internazionale, evidenzia la "realtà con cui devono fare i conti tutte le acciaierie: gli impianti producono più acciaio di quello che il mondo può usare. Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), la produzione di acciaio in eccesso dovrebbe raggiungere i 721 milioni di tonnellate entro il 2027.
Una soluzione sarebbe semplicemente farne meno, ma c’è un problema: nessun paese vuole essere il primo a smettere di produrre un materiale considerato essenziale per l’economia e la sicurezza nazionali".
L'amico americano
Il New York Times ricorda come "in Europa la consapevolezza di non poter più contare sugli Stati Uniti per la sicurezza del continente ha reso ancora più evidente l’importanza dell’acciaio nel campo della difesa. “L’acciaio è fondamentale per la forza industriale del Regno Unito, per la nostra sicurezza e per la nostra identità come potenza globale di primo piano”, ha detto al parlamento Jonathan Reynolds, segretario per il commercio e l’industria britannico, quando ad aprile il governo ha approvato una normativa d’urgenza per prendere il controllo degli ultimi due altiforni attivi nel paese.
Elisabeth Braw, del centro studi Atlantic council, ricorda che nessuno Stato può produrre tutto quello di cui ha bisogno. Ma l’acciaio, aggiunge, “fa sicuramente parte della lista” dei prodotti a cui un governo deve poter accedere in ogni momento".
Ombre cinesi
"Nell’ultimo decennio" rimarca Cohen "l’acciaio a buon mercato della Cina ha inondato i mercati mondiali. L’enorme numero di impianti siderurgici cinesi – costruiti in parte con il sostegno del governo e spesso senza i vincoli ambientali richiesti in Europa – produce più acciaio (e alluminio) di tutti gli altri paesi del mondo messi insieme. Con il rallentamento dell’economia cinese, una quantità maggiore di questi metalli viene esportata all’estero a prezzi stracciati.
Il risultato è un crollo generale dei prezzi e dei profitti, con un conseguente aumento della disoccupazione nel settore. Misurato al chilo, l’acciaio oggi costa meno dell’acqua in bottiglia. A maggio l’Ocse ha avvertito che la riduzione dei guadagni sta rendendo difficile investire nelle tecnologie a basse emissioni di anidride carbonica, che sono essenziali per raggiungere gli obiettivi climatici". Un punto che a Taranto è dirimente.
I numeri della crisi
Ancora dal Times: "L’anno scorso le acciaierie dei 27 paesi dell’Unione europea hanno tagliato complessivamente 18mila posti di lavoro, riducendo la capacità produttiva di nove milioni di tonnellate.
Nei primi sei mesi del 2025 la Germania (primo produttore europeo) ha registrato un declino dell’11,6 per cento nella produzione di acciaio (più di 17 milioni di tonnellate) rispetto allo stesso periodo del 2024".
Tra le cause della crisi, "oltre ai costi per la manodopera e l’energia, alle tecnologie ormai superate e alla competizione feroce della Cina, i produttori europei devono fare i conti anche con i dazi punitivi voluti da Donald Trump", che "non solo minacciano di ridurre significativamente la quantità di acciaio che l’Europa può vendere negli Stati Uniti, ma spingeranno altri produttori a esportare di più verso l’Europa, aumentando ulteriormente la concorrenza per le aziende del continente".
La questione ambientale
Ad essere cruciale – ed anche su questo il caso Taranto, che pure non viene citato dal New York Times, è paradigmatico – è chiaramente anche la questione ambientale, con il relativo impatto sulla salute. Sempre citando il New York Times: "L’anno scorso il governo britannico ha stanziato 500 milioni di sterline per sostenere la Tata Steel (che gestisce un grande impianto a Port Talbot, in Galles) nella transizione verso un forno elettrico meno inquinante che funziona riciclando l’acciaio.
In Olanda l’impianto della Tata Steel di IJmuiden è in condizioni migliori di quelli britannici. La struttura, vicino a una spiaggia pubblica, è la seconda più grande d’Europa (è grande come 1.100 campi da calcio) e, nell’industria, è tra i principali datori di lavoro nel paese.
L’impianto offre un panorama di enormi ciminiere e montagne di polveri di ferro e carbone. Entro il 2030 la Tata Steel vorrebbe convertire lo stabilimento (oggi alimentato a carbone) per usare idrogeno e gas naturale, e sta negoziando con il governo olandese per ottenere finanziamenti.
L’azienda continua a investire nella prossima generazione di lavoratori, coinvolgendo ogni anno 150-200 persone nei suoi corsi di formazione.
Ma anche l’impianto di IJmuiden deve affrontare diversi problemi. Le istituzioni olandesi hanno fatto causa alla Tata Steel per una serie di sanzioni non pagate e per chiudere un forno a coke che emette sostanze tossiche. La transizione verso una tecnologia a basse emissioni costerà miliardi di euro e avrà bisogno di molto tempo prima di essere completata.
Secondo varie stime, oggi produrre acciaio negli altiforni elettrici a idrogeno verde o con altri metodi ecologici riduce le emissioni, ma costa fra il 30 e il 60 per cento in più".
Fonte
11/06/2025
Niente requiem per il rock
Mentre si moltiplicano le nuove traiettorie, troppi cercano ancora un centro che non c'è più
di Marco Sgrignoli
Il business della musica indipendente contemporanea si basa su una finzione. Che esista un numero esiguo di ambiti e artisti di valore al di fuori del panorama mainstream e che questi coincidano con i nomi ricorrenti che le testate tengono d’occhio a uso e consumo dei loro lettori.
Qualche filone è rappresentato da parecchi nomi – si pensi all’eterno proliferare di nuovi imprescindibili tassidermisti post‑post‑punk – altri solo da pochi o pochissimi: il prog‑rock è Steven Wilson e i suoi Porcupine Tree, il folk celtico sono i Lankum, il garage rock è Jack White, se proprio proprio Ty Segall. Il vecchio rock, poi, appare tenuto in vita da personaggi storici presentati come vati e accolti anche dal pubblico come custodi del sacro fuoco. Il resto, lo sterminio della produzione discografica mondiale, è considerato rumore di fondo.
Ma uno sguardo più attento e meno pregiudizievole svela un quadro molto diverso. Molto più incontrollabile, molto più affascinante. L’orizzonte pullula di musica creativamente stimolante: correnti sotterranee, revival inattesi e approcci imprevedibili che si sviluppano lontano dai flussi informativi principali che alimentano la cultura indipendente e alternativa contemporanea. E senza una reale possibilità non tanto di imporsi nelle classifiche, ma – in un panorama saturo e orientato verso i soliti noti – anche solamente di farsi scoprire dai molti potenziali interessati. Che hanno quindi una sfida da cogliere come un’opportunità: andare personalmente in cerca di questo universo nascosto, esplorarlo con orecchie curiose, in base alle proprie inclinazioni scoprirne la ricchezza e – perché no – anche provare a diffonderla.
Il fascino discreto della miopia
Dischi e artisti più in vista nel panorama alternativo contemporaneo non spiccano perché più riusciti, rappresentativi o stimolanti. E nemmeno perché più "trasversali", cioè capaci – almeno in teoria – di raggiungere pubblici diversi, oltre le nicchie di partenza. Al contrario: a guadagnarsi una visibilità maggiore sono spesso le espressioni di quegli ambiti i cui codici sono talmente familiari al pubblico di riferimento da apparirgli come universali. Paradossalmente, sono proprio i linguaggi più statici, quelli che si muovono entro coordinate consolidate, a essere percepiti come il cuore pulsante della scena indipendente. La loro riconoscibilità li rende più facilmente spendibili: da chi produce contenuti, da chi li promuove, da chi li consuma. E proprio questa facilità di incasellamento, anziché essere un limite, diventa il loro punto di forza comunicativa: territori ristretti e poco fertili guadagnano così una visibilità tale da eclissare completamente quella della pluralità degli altri filoni, creando l'illusione che si tratti degli unici in cui stia succedendo qualcosa. Ciò che devia da modelli già noti e prova non ha chance di trovare spazio: linguaggi più fluidi, ibridi, difficili da racchiudere in un’estetica precisa finiscono ai margini del discorso – ammesso che il discorso provi a includerli in qualche modo.
Il successo del post-post-punk o Brexitcore è con ogni probabilità l'esempio più emblematico di questo fenomeno. Da anni il filone continua a godere di un’attenzione costante, riaffermando strutture e immaginari che appartengono al patrimonio genetico dell’indie e dell’alternative rock. Per molti ascoltatori – e spesso anche per la critica – si è consolidata la sensazione che fuori da quel perimetro ci sia ben poco a cui aggrapparsi, come se rappresentasse l’ultimo baluardo prima della definitiva scomparsa del rock, après moi le déluge. Band come i Fontaines Dc, in questo contesto, sono diventate una presenza cardine: la loro proposta incarna con forza alcuni valori storicamente associati alla cultura indie, come l’autenticità espressiva, il rifiuto dell’edulcorazione, il disagio esistenziale, e un’etica produttiva autonoma. È comprensibile che un’identità musicale così connotata e familiare diventi un punto di riferimento emotivo, una sorta di coperta di Linus per chi si è formato all’interno di quel paradigma.
Similmente, da Nick Cave ai Radiohead/Smile, non manca chi – tra gli artisti storici – continua a pubblicare dischi ritenuti di ottimo livello. Ma le loro opere più recenti, raramente dirompenti come quelle che li hanno consacrati, vengono sempre più spesso accolte con un entusiasmo che ha più a che fare con il bagaglio condiviso dagli appassionati che con la loro effettiva capacità di spostare l’asse del discorso musicale. Sono proposte di fatto predigerite per platee già smaniose di apprezzarle, enormemente più ampie rispetto a quelle di artisti meno navigati, più di frontiera. Il fatto che vengano regolarmente salutati come “irraggiungibili” testimonia quanto lo scenario culturale sia legato a figure riconoscibili, rassicuranti, investite del compito di custodire un'eredità.
Come nel caso degli adepti post-post-punk, la percepita centralità artistica di questi artisti è insomma, più che il frutto di un'analisi accurata del panorama, una risposta al bisogno diffuso di riferimenti stabili in una fase di estrema dispersione e moltiplicazione delle proposte. Una reazione comprensibile, che porta tuttavia a ignorare quanto accade ai margini di quella comfort zone, dove correnti creative meno codificate sperimentano liberamente e, proprio per questo, restano invisibili ai radar dei media e degli appassionati.
L'era della sovrabbondanza
Non è questione di colpe. I meccanismi che guidano oggi l’attenzione musicale hanno a che fare con il surplus dell’offerta, con la saturazione dei canali e con la necessità, sempre più pressante, di orientarsi dentro un panorama in continua espansione quantitativa. Sovrabbondanza produttiva e rendimenti decrescenti generano un circolo vizioso: i contenuti si moltiplicano, ma le risorse cognitive restano le stesse, e l’ascolto si frammenta fino a rendere quasi impossibile il riconoscimento condiviso. La risposta prevalente a questa complessità è la semplificazione: in un processo progressivo di adattamento, per farsi strada nella boscaglia si sfronda fino al punto da vedere soltanto una distesa brulla. E si finisce per scambiarla per l’intero orizzonte.
Questo vale per chi promuove, per chi ascolta, ma anche per chi racconta. Pure una testata come OndaRock – tra le più attive al mondo per numero di recensioni – finisce per esserne coinvolta, non per mancanza di apertura o curiosità, ma per effetto di una dinamica più grande, sistemica. Il tabellone delle recensioni pubblicate nel 2025 è rivelatore: di centinaia di dischi trattati, pochissimi raccolgono più di una valutazione dai componenti della redazione. E non perché non siano validi – anzi, in molti casi sono stati recensiti con entusiasmo e con la volontà esplicita di uscire dal prevedibile. È di nuovo un paradosso frutto dell'abbondanza: sebbene ogni redattore mantenga una visione onnivora, la tendenza ad approfondire scene diverse porta inevitabilmente a un allontanamento dei rispettivi ambiti di interesse. Questo arricchisce la copertura complessiva della testata, ma riduce via via le intersezioni. Manco a dirlo, le sovrapposizioni finiscono per riguardare in gran parte proprio i nomi già noti e al centro del dibattito, perché intercettati da circuiti dallo sguardo meno capillare. Così, anche le uscite ritenute più stimolanti finiscono per alimentare il rumore di fondo.
I social amplificano ulteriormente questo squilibrio. Un contenuto dedicato a un nome poco noto, se riceve pochi clic nei primi minuti dalla pubblicazione, viene subito penalizzato dagli algoritmi. Non arriva ai potenziali interessati, non circola, si spegne. Recentemente OndaRock ha scelto di condensare più recensioni in un unico post, per cercare di salvare almeno in parte la visibilità complessiva, ma gli esiti sono spesso deludenti. Anche i tentativi più convinti di ridistribuire l’attenzione finiscono così per naufragare. Il gioco è truccato.
Il tramonto della monocultura
Fin dalla nascita della cultura pop, l'immaginario collettivo è stato plasmato dall'idea di un centro culturale ben definito, un nucleo di riferimenti condivisi capaci di unificare il discorso e definire i contorni di un'epoca. Che si trattasse di scene musicali, fenomeni cinematografici o trend letterari, esisteva la credenza in flussi di aggregazione culturale capaci di parlare a una platea trasversale e rappresentare in modo ecumenico lo spirito del tempo. Oggi, questa nozione di una "monocultura" sembra appartenere a un'era tramontata. Il baricentro si è disperso, il flusso principale si è ramificato in una miriade di rivoli specifici, ognuno con le proprie dinamiche e i propri pubblici. Da tempo affiancata da correnti underground e fenomeni di nicchia, la presenza di un nocciolo duro di riferimenti culturali universalmente condivisi sta infine lasciando il passo a uno scenario dove la frammentazione degli orizzonti diventa una caratteristica costitutiva anche per la popular culture.
Il tramonto della monocultura è stato colto e anticipato da più voci già nei primi anni Duemila. Chris Anderson, nel suo "La coda lunga" (2006), individuava nella digitalizzazione una forza in grado di spostare l’attenzione dai prodotti di massa a una molteplicità di offerte di nicchia. Ne derivava un nuovo paradigma: la cultura della varietà prendeva il posto della cultura unitaria, modificando la percezione e la struttura stessa della produzione e del consumo culturale. Cinque anni più tardi, l'articolo "Why I Miss The Monoculture", firmato da Touré sulla rivista online Salon, avviava di fatto il dibattito, esprimendo un sentimento di nostalgia verso quella cultura pop capace di generare momenti di aggregazione collettiva. Nel 2019, in un pezzo per il Guardian, il critico Simon Reynolds aggiornava il quadro analizzando come lo streaming avesse ulteriormente frantumato l’ascolto musicale, diluendo la possibilità di esperienze realmente condivise.
Il quadro più nitido e aggiornato di questa trasformazione arriva però dalla ricerca condotta da MIDiA nel 2024. Il report “State of the Independent Music Economy: Fragmentation AND Consolidation” descrive un sistema in cui convivono dinamiche apparentemente opposte. Da un lato, lo streaming e i social media hanno abbattuto le barriere di accesso, favorendo la crescita di ecosistemi indipendenti in tutto il mondo; dall’altro, le principali etichette e piattaforme rafforzano il proprio potere accorpando realtà più piccole. Il risultato è un equilibrio instabile tra disgregazione e concentrazione: mentre il pubblico si disperde in micro-scene, le strutture dominanti si consolidano, mantenendo il controllo sui flussi principali.
Le etichette non-major sono sempre più dipendenti dallo streaming – spesso la loro unica fonte di reddito consistente – ma faticano sia a far emergere i propri artisti (87%) sia a mantenere vivo l’interesse del pubblico (78%). Spotify da solo costituisce oltre metà delle loro entrate, eppure il modello attuale – royalties ridotte, attenzione volatile, soglie di accesso penalizzanti – appare insostenibile. Il 74% auspica l’arrivo di un nuovo modello: non solo come possibilità, ma come necessità.
Eppure, nonostante le difficoltà, la quota di mercato dei non-major cresce, segno che il sistema è meno centralizzato che in passato. L’accesso al pubblico e ai mercati internazionali è oggi più aperto, ma resta fortemente mediato da piattaforme e meccanismi di visibilità che tendono a premiare l’aggregazione. La coesistenza di micro-scene e concentrazioni di potere non è un paradosso: è la realtà strutturale del presente culturale. Un presente che non ha più un centro da raccontare, ma tanti punti d’emersione da tenere insieme con sguardo plurale.
Faglie sommerse
Ma quali sarebbero, allora, questi ambiti ancora vitali e potenzialmente capaci di intercettare l’interesse di ascoltatori con un background variegato? In che direzioni si sviluppano oggi le traiettorie più vive e trasversali, escluse dal racconto dominante ma non per questo marginali nella propria dimensione creativa? Anche restando all’interno del solo campo rock, qualunque tentativo di esaustività sarebbe travolto dalla quantità e dalla diversità delle possibili direzioni da esplorare. Le rotte proposte sono dunque solo alcune tra le molte percorribili: sguardi indicativi per chi, animato da curiosità, cerchi suoni capaci di sorprendere, stimolare e aprire nuove connessioni.
Già il panorama revival è in realtà un fenomeno assai più ricco e diversificato di quanto si possa intuire guardando solo quei pochi filoni ritenuti "cool" da critica e pubblico. La riattualizzazione di correnti storiche non ha raggiunto livelli espressivi rilevanti solo nelle reiterazioni del post-punk, ma investe ormai l'intera storia del pop, diventando un accessibile ma spesso ingegnoso prêt-à-porter culturale che mescola nostalgia, citazionismo e invenzione. Dallo yacht rock allo shoegaze, dalla new age al pop-punk anni Novanta, quasi ogni epoca viene oggi riletta in chiave contemporanea, dando vita a proposte capaci talvolta di catalizzare un pubblico trasversale, come nel caso di Lemon Twigs o Greta Van Fleet.
Accanto a queste riscritture – spesso calligrafiche nelle intenzioni, ma non per questo prive di classe e personalità – si inseriscono poi traiettorie più sfuggenti, e forse proprio per questo creativamente stimolanti: il ritorno di fiamma dello heartland rock in chiave aggiornata (War On Drugs, Bleachers, Sam Fender), la diffusione sempre più pervasiva del bedroom rock, che con Girl In Red, Soccer Mommy, Beabadoobee, Yot Club o Joy Again ha raggiunto traguardi di ascolto davvero considerevoli, senza rinunciare all'impianto chitarristico, al carattere casalingo delle produzioni e a una scrittura introspettiva e accessibile. Anche la nuova onda slacker rock ha i suoi eroi: MJ Lenderman, i Car Seat Headrest (che grazie all'imprevedibilità delle loro soluzioni si sono guadagnati status di culto significativo, anche se ancora sottotraccia per molti), ma anche il progetto coreano Asian Glow, con il suo stile obliquo e la prossimità con la "quinta onda" emo. Un segnale poco in vista, ma inequivocabile, di quanto la permeabilità alle anomalie sia un tratto distintivo della scena.
Lasciandosi alle spalle le correnti accusabili – a ragione o a torto – di riproposizione del già noto, proprio l’ambito post-emo è in questi anni l'epicentro di onde che fanno dell’eclettismo il proprio motore principale, spingendo il rock in territori sincretici come mai in tempi recenti. Lo spettro espressivo del filone si è votato all'ibridazione estrema, intrecciando elementi stilisticamente eterogenei in una chiave spesso pressoché progressiva: a risultarne è una sorprendente varietà di direzioni e stili, come dimostrano gruppi come Glass Beach, Really From, Origami Angel, Adjy, Topiary Creatures.
In un campo ancora meno esplorato si colloca il rock xenarmonico, ambito del tutto inedito che unisce microtonalità, poliritmie e sonorità ispide: lo praticano con coerenza band come Mercury Tree e Horse Lords, anche se i più in vista sono probabilmente i King Gizzard & The Lizard Wizard, che adottano chitarre microtonali in alcuni dei loro dischi. Questa direzione, che mira ad ampliare in modo radicale lo spettro armonico, costituisce un terreno fertile anche per formazioni di origini africane e mediorientali, capaci di coniugare sperimentazione, radici e impatto sonoro: i turchi Altın Gün, Aylar, Gaye Su Akyol e Lalalar, gli israeliani El Khat e Şatellites, i marocchini Bab L'Buz, i francesi Al-Qasar.
A questi si affiancano artisti che flirtano con l’hyperpop senza rinnegare la matrice rock: Jane Remover, Underscores, 100 gecs. Figure spesso non binarie anche nella vita, capaci di far coesistere caos e progetto, destrutturazione e immediatezza, esplorando estetiche ibride che sfuggono ai riferimenti abituali. Un’altra faglia in movimento, su linee per certi versi parallele, è quella che attraversa le nuove declinazioni di chillwave e hypnagogic pop, territori per loro natura onnivori, centrifughi, aperti all’eccesso come al dettaglio. George Clanton, Magdalena Bay e Clarence Clarity ne sono interpreti singolari e inafferrabili, capaci di mettere insieme saturazione sensoriale e cura melodica. E in questo paesaggio liquido può trovare spazio perfino un guitar hero atipico come Mk.gee, autore di un suono “impossibile” che ha mandato in subbuglio forum e canali YouTube, tra reverse engineering e tentativi di emulazione tecnologica. Anche questo è un indizio: qualcosa si muove, pure quando buona parte degli sguardi è concentrata altrove.
La trappola dell'accessibilità
Nonostante le difficoltà che accompagnano la frammentazione dell’ascolto e la saturazione dello spazio digitale, il presente offre agli artisti opportunità inedite. Mai come oggi è stato così semplice realizzare e distribuire musica di qualità. Similmente, l’abbattimento dei costi tecnologici ha reso possibile anche per chi non dispone di grandi mezzi registrare e pubblicare dischi con una qualità tecnica che è spesso confrontabile a quella delle grandi produzioni. Se l'impiego di orchestre sinfoniche o di turnisti e produttori di grande fama resta fuori dalla portata di un musicista che operi in proprio, la facilità di connessione e la diffusione di strumenti digitali (digital audio workstation e rispettivi plugin, interfacce midi ecc.) ha enormemente potenziato la possibilità di collaborare a distanza, disporre di sterminate banche di suoni ed effetti, e assemblare le creazioni sul proprio pc senza il timore di un suono amatoriale.
Parallelamente, l’ascolto stesso è diventato straordinariamente accessibile: l’abbondanza di piattaforme gratuite o a basso costo, unita alla disponibilità pressoché istantanea di ogni uscita su scala globale, ha reso potenzialmente raggiungibile qualunque angolo della produzione musicale contemporanea. Per la prima volta, è materialmente possibile accedere con facilità alle centinaia di mercati esterni all'anglosfera e ai propri circuiti nazionali: per conoscere le sonorità di altri paesi, non si è più vincolati a un novero selezionato (e spesso edulcorato) di artisti ed etichette che pubblicano per la fruizione occidentale. Oggi la curiosità può condurre direttamente alle scene locali di ogni continente, bypassando l'omologazione culturale indotta da filtri e narrazioni esterne.
Questa accessibilità vale anche per la formazione: chiunque, con una connessione a Internet e un po’ di pazienza, può imparare a suonare, produrre, arrangiare. Le risorse a disposizione – tutorial, videolezioni, trascrizioni, community – non hanno precedenti. La proliferazione di strumentisti preparati è tra i fenomeni meno raccontati del mondo musicale attuale, ma è notevole come oggi non sia raro imbattersi in artisti che, pur fuori dai circuiti mainstream, vantano una perizia tecnica e una consapevolezza compositiva che difficilmente si riscontravano tra gli esordienti di vent'anni fa.
Anche il finanziamento diretto è diventato una via concreta: piattaforme come Kickstarter, IndieGoGo o Patreon consentono ai musicisti di sostenere i propri progetti grazie al supporto diretto dei fan, senza mediazioni né compromessi. Sono sempre più i casi di artisti che riescono a operare in sostanziale autonomia, pubblicando dischi o iniziando tournée senza passare da etichette strutturate o agenti professionali: pur con tutti i suoi limiti, l'ecosistema attuale apre per i musicisti possibilità di autogestione che prima erano decisamente più difficoltose.
Non è la produzione, insomma, il vero ostacolo. Né la distribuzione. A restare difficilissima è la parte centrale del processo: raggiungere un pubblico. Farsi scoprire in mezzo alla marea di uscite, ottenere ascolti che vadano oltre la cerchia immediata, costruire un seguito che permetta continuità. Il problema insomma non è più tanto "fare musica", quanto farla circolare. In un ecosistema così dispersivo, dove l’attenzione è una risorsa sempre più rara e contesa, è proprio la visibilità a essere diventata il nuovo privilegio. E per ottenerla, gli strumenti a disposizione non bastano: chi parte da una posizione avvantaggiata ha enormemente più chance di successo di chi si trova fin da principio a rincorrere.
Tra l'algoritmo e l'altrove
Munimuni, .Feast, Hindia, Yorushika, Inabakumori, Eve, Ado, Zutomayo, Omnipotent Youth Society, Adamlar, Carson Coma, Ziferblat: quanto sono familiari questi nomi? Si tratta di artisti che non solo hanno realizzato negli ultimi anni dischi rock di spiccata originalità, ma che hanno anche ottenuto riscontri significativi nei rispettivi mercati nazionali. Con il loro indie-folk celestiale i filippini Munimuni viaggiano sul milione e ottocentomila ascoltatori mensili su Spotify. Il successo degli indonesiani .Feast si basa invece su una sintesi eclettica di rock alternativo, stoner, nu rave e post-britpop, e coinvolge oggi più di nove milioni di ascoltatori mensili (prevalentemente nel loro paese d’origine e in Malesia). La carriera solistica del loro cantante, Hindia, li ha addirittura superati con dodici milioni di ascoltatori mensili (per fare un paragone: sono più di quelli dei Doors, dei Clash, degli Iron Maiden – oppure di Ghost, Young The Giant e Big Thief, se si vuole stare sui nomi attuali di successo in campo rock). Yorushika, Inabakumori, Eve, Ado e Zutomayo sono esponenti della scena yakousei giapponese: un fenomeno poco noto in Occidente, che però su Spotify si traduce in un pubblico mensile tra i 900mila ascoltatori degli Inabakumori e gli oltre sei milioni per Ado. Gli artisti di questo filone, a cavallo fra j-pop e j-rock e legato a doppio filo a estetiche anime, combinano un approccio bubblegum ultramelodico con scatti funk e chitarre affilate, strettamente imparentate al suono math/emo di alcuni classici del rock alternativo locale (Ringo Sheena, Ling Tosite Sigure, Tricot, Polkadot Stingray).
Gli alt-rocker turchi Adamlar hanno un seguito di due milioni e mezzo di ascoltatori mensili su Spotify, pressoché tutti in Turchia se si esclude qualche fan in paesi limitrofi e – realisticamente perché immigrato – in Germania. Un peccato, perché il loro stile chitarristico corposo ma atmosferico, con influenze mediorientali ma nessun esotismo da cartolina, suona graffiante e magnetico a prescindere dalla nazionalità. Hanno invece un solido status di cult band i cinesi Omnipotent Youth Society, autori con "Inside The Cable Temple" di un magnum opus art/progressive/jazz/folk che ha raccolto le attenzioni anche di qualche connoisseur nel resto del globo, ma certamente non è giunto a conoscenza della massa degli appassionati di musica indipendente.
Fatica a emergere fuori dai confini della nativa Ungheria anche il focoso indie-rock dei Carson Coma, che pure – col suo piglio scanzonato e suoni non lontani dal post-punk – avrebbe tutte le carte in regola per bucare presso un pubblico più cosmopolita. Giusto il funambolico prog-pop degli ucraini Ziferblat, che al momento si ferma a quota trecentomila ascoltatori mensili, ha una realistica speranza di farsi conoscere maggiormente all'estero grazie alla partecipazione all'Eurovision 2025.
E non è solo questione di provenienza geografica. La qualità è ovunque, ma chi non ha la fortuna di incidere per l'etichetta giusta non finisce nelle playlist che potrebbero richiamare attenzione e non gode della spinta delle maggiori testate musicali del mondo anglosassone è condannato – anche nell'epoca dell'accessibilità totale – all'invisibilità di fatto, con buona pace di ogni retorica dell'inclusione.
Bolle, nicchie, scorciatoie
Social media, dispositivi mobili e piattaforme di streaming hanno creato per musicisti e ascoltatori un orizzonte illimitato, in cui scoperta e condivisione musicale sono possibili ovunque e in ogni istante. Ma non sempre l'iperconnessione ha generato un vero scambio. Più spesso, ha portato a una coesistenza disarticolata. Pubblici e comunità d’ascolto non sono più vasi comunicanti: raramente una svolta stilistica o perfino una nuova possibilità tecnologica riescono a filtrare da un ambito all’altro. È una conseguenza diretta dell’abbondanza e dell’incommensurabilità del panorama, che favorisce percorsi personali sempre più dettagliati e profondi, ma anche sempre meno condivisi. È l’epoca delle micronicchie, degli ascolti a spirale, dei percorsi centrifughi.
La pluralità può generare scoperte vertiginose, ma spesso si ripiega su sé stessa. Piattaforme come RateYourMusic, che rendono possibili esplorazioni decentrate e approfondimenti personali, tendono al tempo stesso a creare forme di omologazione interna: le classifiche-somma create incrociando le valutazioni degli utenti diventano un riferimento autoreferenziale, che oltre a fornire una vetrina per i "soliti noti", tende a generare “divinità locali”, riconosciute e premiate solo all’interno di quella comunità. Altri artisti almeno altrettanto interessanti, al solito, restano ai margini. Un fenomeno analogo si verifica su Reddit, altro potente strumento di aggregazione e confronto: il punto di forza sul piano musicale sono le community che fioriscono attorno ai subreddit tematici, piccole miniere di spunti ed estetiche – che però, dopo una fase espansiva iniziale, finiscono spesso per chiudersi in se stesse, soffermandosi su giri di artisti ristretti che portano a esaurire la spinta propulsiva.
Parlando di piattaforme di streaming, Bandcamp resta, anche dopo il cambio di proprietà, un presidio importante per chi cerca un legame diretto tra artisti e ascoltatori, con circuiti che sfuggono alla logica delle major. Ma la ricerca è difficile, dispersiva: senza strumenti di raccomandazione efficienti come quelli di Spotify, i percorsi possibili restano frammentari. Una volta scoperto un artista interessante, è complicato trovarne altri che si muovano su coordinate simili, e di nuovo si resta con la sensazione che – tolti i nomi con cui si è entrati in contatto – in giro ci sia poco altro di interessante.
Spotify, d’altra parte, offre strumenti di ascolto continui e avvolgenti, ma tende a confermare gusti già espressi. La navigazione al suo interno è incentrata largamente su playlist algoritmiche e follow-up automatici, entrambi costruiti per proporre all'ascoltatore musica che "dovrebbe piacergli", rinforzando le preferenze e disincentivando l’esplorazione. Il risultato è una forma di censura dolce: quella che seleziona in base alla probabilità di un clic dell'utente. La musica è ridotta a engagement e ne segue le logiche: in teoria, tutto è accessibile; in pratica, pochissimo è esposto. E se non viene mostrato, non sarà scoperto.
Senza bussola, ma con mappe da scambiare
Eppure, quest'epoca così disaggregata ha notevoli meriti. La pluralità del panorama è spettacolare, inebriante. Rende possibile come mai prima d'ora perdersi nel paesaggio e costruire percorsi di scoperta personali. L'esplorazione musicale come realizzazione e costruzione della propria identità, non come adozione di un'identità precostruita o segno di appartenenza a questa o quell'altra sottocultura. L’eccesso di produzione non è crisi, ma fioritura continua, decentralizzata e obliqua. Non è un’epoca povera: è un’epoca eccedente. Non c’è una linea da seguire, ma miriadi di direzioni sovrapposte, divergenti, imprevedibili.
Come imparare a sfruttare questo potenziale inedito, a surfare con entusiasmo e consapevolezza questo nuovo oceano senza rotte preordinate? Innanzitutto, smettendo di cercare maniacalmente i salvatori della patria. Continuare a domandarsi “chi tiene in vita il rock” o “dove sta la vera scena” non fa che ricondurre ai nomi di cui tutti parlano – i meno interessanti, per le molte ragioni già illustrate. Il punto è che, forse, non serve più un centro di gravità musicale: il senso di smarrimento, retaggio di una cultura gerarchica del gusto, va se non abbracciato, almeno esorcizzato. La dispersione odierna non è una perdita, ma un’espansione.
Bisognerebbe in effetti diffidare dai tentativi di accentramento, dalle classifiche riassuntive, da storie e playlist definitive. Sono schemi controproducenti, freni alla curiosità che – anche quando animati da ottimi propositi – finiscono sempre per far confondere il territorio con la sua brutalizzazione cartografica. L'ossessione di essere sempre aggiornati su chi sia il meglio del meglio, di aver sott'occhio il quadro completo, è solo un'altra faccia del rinchiudersi nella propria micronicchia credendo che fuori non esista nulla. L’ascolto non è un compito, è un cammino: vale la pena accettare la parzialità del proprio sguardo e puntare alla costruzione di un percorso appagante, consapevole del suo carattere irripetibile e difficilmente comune ad altri.
Anche percorsi personali possono però incontrarsi, e lo scambio è in effetti il modo più naturale per allargarli: un confronto che non ha come scopo trovare un accordo, ma per mettere in contatto mappe diverse. Non una gara fra gusti, ma un canale fra mondi possibili. Un commento online, una canzone sentita in un film, un nome citato di sfuggita, una maglietta vista a un concerto. Anche uno sguardo diverso al tabellone di OndaRock può aiutare: non andando a cercare gli album con più voti, ma i titoli che hanno raccolto davvero l'entusiasmo di chi li ha recensiti. Sono quelli, i dischi col maggior potenziale: non funzionano con tutti, e forse proprio per questo possono lasciare il segno più di tutti gli altri. Il rischio è che non succeda nulla. Ma se scatta qualcosa, la scossa è reale. E vale più di mille ascolti tiepidi.
Dalle pagelle alle traiettorie
La dispersione non si combatte con la nostalgia dell’ordine, ma con la voglia di disegnare nuovi tracciati. Playlist tematiche, percorsi trasversali, accostamenti inediti: il senso non si trova, si costruisce. Non esiste un centro da inseguire, un nuovo pantheon da incoronare. L’attesa di un nuovo "Sgt. Pepper’s", di un altro "Nevermind", di un "Ok Computer" che dia senso a tutto, oggi, non ha senso. Non perché ci si debba rassegnare a una mediocrità diffusa, ma perché quel tipo di impatto culturale non nasce nel vuoto: era l’effetto di un contesto che non c’è più, e giudicare il presente con gli occhi del passato vuol dire travisarlo fin dalle fondamenta.
Il compito della critica non è più cercare il disco epocale. È imparare a leggere le connessioni, aprire sentieri, mostrare incroci. Il critico non è un giudice: è un mediatore, un cartografo in territori mobili. La storia della musica non è un podio, ma un racconto in continua mutazione. Non si tratta di stabilire gerarchie, ma di rendere visibili i processi, di accendere una luce anche su ciò che cresce ai margini. Non basta più documentare l’hype: serve seguire le correnti carsiche, scovare le traiettorie che sfuggono agli algoritmi – e, quando serve, provare a smontare i meccanismi di questi ultimi: capirli, decifrarli, e mostrarne gli effetti sulla percezione e sulla circolazione della musica.
E serve anche cambiare sguardo. Abbandonare certi automatismi, ribaltare i frame dominanti. Sviluppare nuovi linguaggi per un panorama definitivamente mutato.“Non c’è più niente di importante”? C'è troppo, ed è bellissimo. “Manca una scena”? Ci sono mille micro-scene, e tutte parlano a qualcuno. “Solo X tengono vivo il rock”? Forse il rock non è più al centro. E va bene così. “Tutto è uguale, tutto è derivativo”? Le traiettorie si espandono in ogni direzione: la sfida è tracciare i fili che le connettono. “Bisogna difendere la qualità”? Bisogna moltiplicare i criteri, non imporne uno.
Raccontare il presente non significa più inseguire la completezza: significa restituire la complessità, moltiplicare i punti d’accesso, accettare che la mappa vada letta in scala variabile. La critica oggi non vive in un solo formato, né in una sola voce. Dalla forma classica – la recensione, l’articolo, il longform – si è passati a una galassia multimodale in cui diversi mezzi convivono e si completano. Basarsi su uno solo è mutilante. Ci sono YouTuber che mettono al centro il proprio percorso d’ascolto, diventando volti familiari da seguire più che autorità da consultare: alcuni con competenze mirate (il produttore, l'esperto di armonia, l'ex-turnista), altri con uno sguardo e perfino uno stile comunicativo personali e riconoscibili. Ci sono podcast che non pretendono di spiegare tutto, ma offrono prospettive parziali e proprio per questo decisive per qualcuno.
Ci sono webzine settoriali, piattaforme locali, blog personali (sì, esistono ancora) che continuano a tenere accese luci su scene vive ma periferiche, e libri (una marea!) nel loro piccolo fondamentali per costruire, dare profondità, sistematizzare, ciascuno nel proprio limitato ambito. E poi playlist ragionate – non algoritmiche – spesso anonime, ma capaci di orientare chi cerca punti d’accesso alternativi.
Ci sono mappe visuali compilate collettivamente su Reddit, architetture enciclopediche su RateYourMusic, pagine wiki nate per mappare i dettagli di un microgenere, thread in cui la critica si fa conversazione e archivio. In questo spazio convivono approcci molto diversi: chi smonta i pezzi per spiegarne la costruzione, chi esplicita le proprie idiosincrasie, chi ragiona per longread e chi si sforza di creare clip ultracompresse per l’attenzione iper-frammentata dei feed. Nessuno di questi approcci è sufficiente da solo. Ma tutti insieme sono una mappa 1:1 – o forse perfino qualcosa di più: uno zoom infinito capace di rendere visibile ciò che prima sembrava indistinto. E perfino di creare senso e connessioni che non esistono ancora, ma presto potrebbero prender vita. Un modo per leggere il panorama non solo com’è, ma come potrebbe diventare.
Il rock non è morto. Ma forse tu sì
Chi si affanna a cercare gli eredi degli eroi del rock che fu si sta perdendo tutta la festa. Finisce per lamentarsi che nessuno è più in grado di rifare esattamente quella cosa lì. Come se la storia si fosse fermata, come se tutto quello che accade altrove non contasse, o fosse solo rumore.
Non è questione di farsi piacere tutto ciò che è nuovo, né di aderire acriticamente a ogni novità per sentirsi aggiornati. Non è questione di esibire finta apertura mentale, di tenersi al passo con l’hype, né tantomeno di ostentare giovanilismi di circostanza. È questione di prospettiva. Di capacità di rimettere in gioco i propri riferimenti, lasciandoli crescere a contatto con ciò che li disorienta. Seguendo lo stimolo dei propri gusti, senza però confonderli con leggi di natura.
Chi rinuncia alle vecchie mappe si ritrova davanti un territorio sterminato. È un paesaggio senza centro e senza confini precisi, in cui orientarsi è complicato, ma proprio per questo stimolante. Dove tutto può succedere e spesso succede. Dove i percorsi non sono segnati, ma da tracciare ogni volta. È un’epoca che chiede di essere attraversata, non decifrata dall’alto. Non ha bisogno di sentinelle del gusto, ma di viaggiatori curiosi.
Il cambiamento è già avvenuto. E sta già dando i suoi frutti – lontano dai riflettori, magari, ma non per questo meno significativi. La musica non è morta. È più viva che mai. Ma se la cerchi dove non c’è più, se continui a usare bussole smagnetizzate, se ti ostini a chiedere a ogni disco di essere “il nuovo X”, allora sì: il problema non è la musica. Il problema sei tu.
30/05/2025
La scienza cieca: perché stiamo perdendo la capacità di vedere (e con essa, la comprensione)
Nel mondo della ricerca scientifica contemporanea, produciamo più immagini e dati visivi di quanti siamo in grado di comprendere. Pubblicazioni che si moltiplicano, preprint ovunque, microscopi sempre più sofisticati, algoritmi che generano grafici e heatmap a velocità crescente. Eppure, diminuisce la capacità, e forse anche la volontà, di guardare davvero. Propongo una riflessione su una crisi che è insieme epistemologica, tecnica e culturale: la perdita della capacità di “vedere” in senso pieno, e con essa l’indebolimento della nostra facoltà di interpretare, contestualizzare, persino dubitare. Dalla marginalizzazione della morfologia alla sfida delle immagini sintetiche generate dall’intelligenza artificiale, passando per gli errori della pandemia, ci troviamo oggi davanti a una scienza che rischia di diventare cieca nella sua stessa accelerazione.
Ed è proprio per questo che, paradossalmente, serve tornare a guardare: con occhi umani, lenti e consapevoli.
Una crisi globale della visione scientifica
La scienza moderna deve gran parte dei suoi trionfi alla capacità di vedere oltre i limiti naturali dei nostri sensi. Dalla lente di Galileo che rivelò nuovi astri al microscopio di Hooke che svelò l’esistenza delle cellule, l’osservazione diretta ha illuminato territori sconosciuti, ampliando la comprensione del mondo [1].
Oggi, però, nell’era dei big data e delle analisi automatizzate, si profila un paradosso inquietante: disponiamo di strumenti di osservazione sempre più potenti, eppure stiamo perdendo la capacità di vedere nel senso più profondo del termine. Questa “cecità” della scienza non è ovviamente una mancanza di vista fisica, ma il sintomo di un progressivo smarrimento dell’intuizione visiva e concettuale che collega i dati alla comprensione della realtà. A livello globale, l’attività scientifica sta vivendo una crescita esponenziale nella produzione di risultati. Ogni anno vengono pubblicati oltre 2,5 milioni di articoli scientifici nel mondo, una mole impressionante se paragonata ai circa 800 mila di inizio millennio e ancor più ai circa 200 mila degli anni ’70. Questa abbondanza informativa, tuttavia, non si è tradotta in un equivalente avanzamento della conoscenza profonda. Al contrario, diversi studi segnalano un rallentamento del progresso in settori chiave della scienza [2]. Un’analisi bibliometrica su decine di milioni di lavori scientifici ha mostrato che le ricerche davvero dirompenti, quelle capaci di aprire nuove strade e rivoluzionare i paradigmi esistenti, sono proporzionalmente sempre più rare [2]. Oggi è statisticamente meno probabile rispetto alla metà del Novecento che un singolo studio “cambi il corso” di un intero campo scientifico. Questo declino nella visione innovativa della scienza è emerso trasversalmente in tutti i settori ed è così marcato da aver suscitato un diffuso “esame di coscienza” nella comunità scientifica internazionale. Ci si interroga sulle cause profonde di tale tendenza: perché, nonostante più scienziati che mai lavorino e pubblichino, stiamo assistendo a una sorta di miopia collettiva che impedisce di cogliere scoperte di grande portata?
Una delle spiegazioni avanzate riguarda l’iperspecializzazione e l’eccesso di informazioni. Man mano che la conoscenza si accumula, i ricercatori tendono a focalizzarsi su ambiti sempre più ristretti, attingendo a un corpus limitato di letteratura precedente. Uno studio recente ha collegato il calo di scoperte dirompenti proprio al progressivo restringimento dell’orizzonte bibliografico [2]. In questo modo, il sapere scientifico procede con il paraocchi, avanzando in profondità su binari già tracciati ma perdendo di vista visioni laterali potenzialmente rivoluzionarie.
A ciò si aggiunge la sovrabbondanza di dati: paradossalmente, l’oceano di risultati disponibile rischia di sommergere la capacità umana di discernimento. Orientarsi in mezzo a migliaia di articoli anche solo nel proprio micro-settore diventa arduo; figuriamoci mantenere una visione d’insieme. Come osservano in molti, i ricercatori di oggi devono leggere (e spesso recensire) un numero enorme di lavori, ma il tempo per riflettere e vedere oltre le evidenze immediate è sempre più scarso. Un ulteriore segnale di questa “cecità” emergente è la crisi di comprensione che porta a errori e inciampi nel metodo scientifico stesso. Negli ultimi anni si parla diffusamente di crisi della replicazione: molti studi, specie in biomedicina e psicologia, si sono rivelati non riproducibili quando altri gruppi hanno cercato di replicarne i risultati [3]. Questo fenomeno indica che a volte si pubblicano conclusioni senza averle comprese a fondo, magari affidandosi a elaborazioni statistiche o software sofisticati senza un controllo empirico diretto.
Il caso COVID-19: quando l’immagine tradisce
La crisi di interpretazione visiva nella scienza non è un’astrazione teorica. Ha avuto, anzi, un’espressione concreta e drammatica proprio durante la pandemia da COVID-19.
Riporto qui un esempio che mi ha riguardato da vicino. Nella corsa sfrenata a pubblicare risultati e comprendere il nuovo virus, numerosi studi affermarono di aver identificato SARS-CoV-2 nei tessuti umani tramite microscopia elettronica. Ma molti di quei lavori furono successivamente messi in discussione: quello che si credeva virus era, in realtà, altro: vescicole, strutture intracellulari normali, artefatti di preparazione. I lavori di Dittmayer, Bullock e Hopfer hanno documentato l’ampiezza di queste interpretazioni errate [4–6], segnalando una verità scomoda: l’ultrastruttura non mente, ma chi la legge può sbagliare. Nel nostro gruppo, abbiamo analizzato tessuti polmonari di pazienti deceduti per COVID-19 tramite “cryobiopsie” post-mortem. Il nostro studio ha mostrato una dissociazione tra il danno alveolare e la presenza virale osservabile al microscopio elettronico, suggerendo che la patologia era più complessa e meno riconducibile a una semplice “presenza del virus nei tessuti” [7]. È stato un esempio lampante di quanto la qualità dell’immagine non basti, se manca la capacità di interpretarla nel contesto biologico ed esperienziale.
La nuova minaccia: immagini sintetiche e automatismi ciechi
Oggi, la sfida si è spostata ancora più avanti. Le immagini scientifiche non sono più solo suscettibili di errori umani: possono essere interamente generate artificialmente.
Con l’avvento dell’intelligenza artificiale generativa, è ormai possibile creare immagini fotorealistiche e biologicamente plausibili senza alcun esperimento reale a monte.
Se già l’integrità visiva era sotto pressione (con ritrattazioni legate a manipolazioni di immagini), oggi ci troviamo di fronte a un rischio più profondo: che la scienza visiva diventi simulacro, e non più testimonianza [8–9]. Strumenti come Proofig o ImageTwin, nati per verificare la correttezza delle immagini, sono ormai fondamentali [https://www.proofig.com; https://imagetwin.ai]. Ma nessun algoritmo può sostituire lo sguardo critico di chi conosce davvero la biologia delle strutture. Per questo motivo si moltiplicano gli appelli a costruire modelli di governance per l’uso dell’AI in scienza, incentrati sul principio del “human-in-the-loop” [10–11].
Una cultura della visione per il futuro
Di fronte a questi scenari, non bastano più controlli, checklist o software. Serve un cambio di paradigma: ricostruire una cultura della visione che tenga insieme forma, contesto e significato. Una cultura che riconosca che il “vedere” in scienza è un atto cognitivo, situato, interpretativo. Alcune iniziative internazionali vanno in questa direzione: i protocolli di QUAREP-LiMi [https://quarep.org/], i metadati nei repository, i corsi di image ethics.
Ma senza una figura capace di interpretare ciò che si vede, anche il miglior protocollo è vuoto. Quella figura è il morfologo. O meglio, come mi piacerebbe definirlo, lo “scienziato visivo”. Questa figura ha bisogno di riconoscimento istituzionale: non può essere relegata al ruolo di tecnico, né ai margini dei progetti. Ha bisogno di carriera, di spazi, di voce. E ha bisogno di essere formata, non improvvisata. Perché vedere bene non è un’abilità automatica, ma una competenza che si apprende nel tempo, con esperienza e guida. La scienza ha bisogno, oggi più che mai, di chi sa guardare anche quando tutto sembra perfettamente digitalizzato. Perché se la scienza smette di vedere, smette anche, lentamente, di capire.
Riferimenti
- Belknap, K. (2019). 150 years of scientific illustration. Nature, 576(7785), S60–S61. https://doi.org/10.1038/d41586-019-03306-9
- Park, M., Leahey, E., & Funk, R. J. (2023). Papers and patents are becoming less disruptive over time. Nature, 613, 138–144. https://doi.org/10.1038/s41586-022-05543-x
- Ioannidis, J. P. A. (2022). Correction: Why Most Published Research Findings Are False. PLOS Medicine, 19(8): e1004085. https://doi.org/10.1371/journal.pmed.1004085
- Dittmayer, C., et al. (2020). Why misinterpretation of electron micrographs in SARS-CoV-2-infected tissue goes viral. The Lancet, 396(10260), e64–e65. https://doi.org/10.1016/S0140-6736(20)32160-8
- Bullock, H. A., Goldsmith, C. S., Zaki, S. R., Martines, R. B., & Miller, S. E. (2021). Difficulties in Differentiating Coronaviruses from Subcellular Structures in Human Tissues by Electron Microscopy. Emerging Infectious Diseases, 27(4), 1023–1031. https://doi.org/10.3201/eid2704.204337
- Hopfer, H., et al. (2021). Hunting coronavirus by transmission electron microscopy—a guide to SARS-CoV-2-associated ultrastructural pathology in COVID-19 tissues. Histopathology, 78(3), 358–370. https://doi.org/10.1111/his.14264
- Cortese, K., et al. (2022). Ultrastructural examination of lung “cryobiopsies” from a series of fatal COVID-19 cases hardly revealed infected cells. Virchows Archiv, 480(5), 967–977. https://doi.org/10.1007/s00428-022-03308-5
- Bucci, E. M., & Parini, A. (2025). The Synthetic Image Crisis in Science. American Journal of Hematology. https://doi.org/10.1002/ajh.27697
- Bik, E. M., Casadevall, A., & Fang, F. C. (2022). Insights into image integrity: a machine-learning perspective. Patterns, 3(9), 100520. https://doi.org/10.1016/j.patter.2022.100520
- Thorp, H. H. (2024). Genuine images in 2024. Science, 383(6678), 7. https://doi.org/10.1126/science.adn7530
- Vasconcelos, S., & Marušić, A. (2025). Gen AI and research integrity: Where to now? EMBO Reports. https://doi.org/10.1038/s44319-025-00424-6