Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/11/2025

La torta di Keynes e l’aforisma calabrese sul pane

Alla fine del mese di maggio del 1919, Keynes, amareggiato dal modo di procedere della Conferenza di pace di Versailles, alla quale stava partecipando come delegato del Cancelliere dello Scacchiere britannico, abbandonò i lavori e ritornò a Cambridge e nei due mesi successivi scrisse Le conseguenze economiche della pace. Il libro divenne noto per le critiche di Keynes nei confronti Lloyd George, Clemenceau e Wilson. Orlando, per l’Italia, ebbe un ruolo irrilevante.

Egli era consapevole che il desiderio di vendetta della Francia, personificato da Clemenceau e che si concretizzava nell’imposizione alla Germania di pagare danni di guerra che andavano ben oltre le proprie possibilità economiche, creava le condizioni di quella che fu definita “pace cartaginese”.

L’obiettivo politico di trasformare la nazione tedesca in uno Stato servile, degradando la vita di milioni di esseri umani, avrebbe seminato sul terreno europeo l’astio per una nuova guerra.

L’errore più grossolano si fondava sull’illusione che in seguito alla definizione dei confini a tavolino, ridisegnando l’assetto territoriale, allora si sarebbero superati gli equilibrismi e i giochi delle alleanze prebellici. Ma quest’approccio, secondo Keynes, ignorava il disordine economico che sottostava agli accordi politici.

Ma a cosa alludeva Keynes, quando parlava di disordine economico?

Qualche anno più tardi, nel 1933, il senatore Agnelli (padre), nel carteggio con Luigi Einaudi, riconobbe tra le altre cose, che il Primo conflitto mondiale non aveva risolto la crisi di sovrapproduzione, che era il risultato degli aumenti di produttività, legati alla Seconda rivoluzione industriale, ma l’aveva solo rimandata.

Da questo punto in poi emerge la parte meno nota del libro e la lunga metafora della torta prova ad esplicitare che la crisi di sovrapproduzione, rispetto ai consumi miseri dei lavoratori, era già in atto nei primi anni del Novecento, anzi è una caratteristica del modo di produzione capitalistico.

Il principio dell’accumulazione impone che, per il capitalista, un pollo non dev’essere consumato oggi, anche se si ha fame: esso è sempre per domani.

Da una parte – spiega Keynes – la classe lavoratrice fu persuasa o meglio vincolata ad accettare una piccola parte della torta, di cui essa diventava l’artefice della sua produzione e della sua crescita, mediante la “potenza degli agenti (mezzi di produzione) che metteva in moto”, mentre dall’altro lato, alla classe dei capitalisti fu consentito di appropriarsi della parte migliore della torta, con la condizione tacitamente implicita che solo una frazione piccolissima di essa fosse destinata al consumo.

L’unica virtù – afferma Keynes – divenne il risparmio, finalizzato all’investimento e la crescita della torta rappresentava il vero scopo della religione.

Qualsiasi scusa era buona per rinviare il consumo (per i figli, per la vecchiaia, ecc.) proprio perché: «La virtù della torta stava nel non essere consumata».

L’astinenza, la privazione, la sofferenza erano i paletti che bisognava rispettare, per praticare il rinvio, al fine di scrivere questi comportamenti nel DNA delle classi popolari, anche quelle che si trovavano nelle aree periferiche del capitalismo.

C’era un aforisma calabrese, tramandato dalla cultura orale della generazione dei miei nonni (tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento) e che veniva spesso recitato durante i succulenti pranzi festivi degli anni Settanta, per richiamare l’attenzione sulle assurdità di quelle pratiche di astinenza, collegate, in qualche misura, alla metafora della torta di Keynes.

Ecco le parole di mio padre, che fu costretto ad abbandonare la scuola in terza elementare: «Figli mii mangiati mangiati, pane ruttu uh ni tuccati, pane sanu u ni rumpiti, figli mii mangiati mangiati!» Qui i figli erano esortati dai genitori a mangiare, senza toccare il pane.

Tuttavia, la rinuncia al consumo della torta iniziava a creare dei problemi, poiché non c’era la percezione che essa era cresciuta in progressione geometrica, nel periodo prebellico. Pertanto, il principio dell’accumulazione, che si basava sull’ineguaglianza e che aveva garantito l’ordine prima della guerra, evidenziava forti segnali di instabilità e soprattutto non trovava terreno fertile, nel quale rigenerarsi.

Dunque, nel primo dopoguerra mondiale, si delinea un nuovo contesto: le classi lavoratrici non sono più disposte a rinunciare ai frutti del loro lavoro, mentre i capitalisti si lasciano andare alla prodigalità, si abbandonano alla libertà di consumare, anche se lungo questa strada, come scrive Keynes: «non faranno altro che accelerare la loro espropriazione».

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02/11/2025

Il Regno Unito vuole un "patto per l'acciaio" con USA e UE

Un “patto d’acciaio” Londra-Bruxelles-Washington? Nel Regno Unito c’è chi lo desidera ardentemente. Nessun riferimento al cupo precedente dell’asse tra l’Italia fascista e la Germania nazista del 1939: qui si parla di acciaio vero, di una risorsa il cui mercato deve oggi gestire la sovracapacità cinese e la spinta a una risposta occidentale alla possibilità di un’invasione dei prodotti della Repubblica Popolare.

I timori del Regno Unito sul settore siderurgico

Nel Regno Unito tiene banco il caso dell’acciaieria di Scunthorpe della British Steel, acquistata nel 2020 dalla cinese Jingye e in grave difficoltà, in un caso che ricorda molto da vicino quello italiano dell’Ilva di TarantoIl governo britannico di Keir Starmer ha rilevato la gestione dell’impianto nei mesi scorsi e si trova in un contenzioso con Jingye per decidere come liquidare l’investitore cinese e nel frattempo intende coordinare la risposta al tema della sovracapacità cinese con gli alleati: Unione Europea e Stati Uniti.

Ad oggi, l’Ue ha in programma di imporre dall’1 luglio 2026 delle tariffe al 50% sulle importazioni d’acciaio e dall’1 gennaio entrerà in vigore il Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam) che dovrà spingere gli importatori a pagare una tariffa compensativa per i prodotti importati da mercati con standard ambientali più laschi. Parimenti, Washington ha imposto con Donald Trump tariffe al 50% sui prodotti siderurgici in entrata, a cui Londra ha strappato lo sconto per un dimezzamento nell’accordo bilaterale con l’America.

La guerra siderurgica mondiale e i rischi per Londra

Per Londra una guerra siderurgica mondiale senza schieramenti precisi rischia di essere rovinosa. Le condizioni finanziarie degli impianti sono tutte da definire, e inoltre esportando 1,9 milioni di tonnellate per un valore di 3 miliardi di sterline (poco meno di 4 miliardi di euro) nel blocco dei Ventisette Londra si troverebbe colpita nel 78% del suo export siderurgico dai nuovi dazi europei. Da qui la richiesta britannica di spostare il focus sulla Cina, che produce metà dell’acciaio mondiale: il rischio di finire vaso di coccio tra i vasi di ferro è palese.

Sir Chris Bryant, ministro britannico del Commercio, ha parlato con il Financial Times dell’eventualità di un patto a tre, Usa-Ue-Uk, per contrastare la Cina e implementare un accordo simile a quello della Comunità economica del carbone e dell’acciaio (Ceca) predecessore della Comunità Economica Europea e dell’attuale Unione Europea. Bryant, nota il Ft, propone di “stringere un’alleanza per proteggersi dall’acciaio ingiustamente sovvenzionato, gran parte del quale proviene dalla Cina”, abbattendo i dazi interni ai rispettivi mercati e innalzandoli in forma comune verso gli operatori esterni.

Del resto, nota il Ft, “secondo l’Ocse, l’eccesso di capacità produttiva globale di acciaio ha raggiunto i 600 milioni di tonnellate lo scorso anno, pari a quasi un quarto della capacità produttiva mondiale. Si prevede che tale eccesso aumenterà a 721 milioni di tonnellate entro il 2027, in gran parte dovuto alla Cina, che produce 1 miliardo di tonnellate di acciaio all’anno”.

Il nodo della sovracapacità cinese dell’acciaio

La sovracapacità rischia di mandare fuori mercato i produttori americani ed europei e di creare una dipendenza vincolante da fornitori terzi in un asset strategico per la produzione industriale e la sicurezza economica. Londra vuol giocare il proprio ruolo di pontiere per un triangolo con Bruxelles e Washington, ponendosi come facilitatore politico tra le due sponde dell’Atlantico.

Va detto che la Cina ha a sua volta iniziato a affrontare la questione della sovraproduzione, che sottrae risorse e fa girare a vuoto la macchina economica nazionale. Della scorsa settimana è la notizia di un piano per programmare un rientro concreto da una condizione di eccessivo ampliamento delle maglie. I prezzi hanno beneficiato di questa stretta annunciata, che però è ben distante dalle richieste occidentali di maggior chiarezza. Il dialogo tra alleati sul fronte dell’acciaio può aprire la strada a un nuovo progetto di ibridazione tra sicurezza economica, dinamiche commerciali e scelte tariffarie. E testare come in tempi di tensioni commerciali intorno all’Occidente un fronte che coniuga industria e sicurezza delle filiere possa creare consenso laddove spesso c’è soprattutto rottura.

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21/08/2025

La grande crisi della siderurgia raccontata dalla Taranto d'Olanda

"Da anni l’acciaieria di IJmuiden è accusata di danneggiare l’ambiente e la salute delle persone. Ma finora il governo olandese ha privilegiato la difesa dei posti di lavoro". Per raccontare la crisi e le contraddizioni della siderurgia europea e mondiale, il giornale statunitense New York Times è partito dai Paesi Bassi; ma quanto scritto dal quotidiano newyorkese dice molto, moltissimo, anche a Taranto, città (anche) dell'ex Ilva e della più grande fabbrica del Vecchio Continente.

Patricia Cohen, autrice di un luogo articolo pubblicato anche da Internazionale, evidenzia la "realtà con cui devono fare i conti tutte le acciaierie: gli impianti producono più acciaio di quello che il mondo può usare. Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), la produzione di acciaio in eccesso dovrebbe raggiungere i 721 milioni di tonnellate entro il 2027.
Una soluzione sarebbe semplicemente farne meno, ma c’è un problema: nessun paese vuole essere il primo a smettere di produrre un materiale considerato essenziale per l’economia e la sicurezza nazionali"
.

L'amico americano

Il New York Times ricorda come "in Europa la consapevolezza di non poter più contare sugli Stati Uniti per la sicurezza del continente ha reso ancora più evidente l’importanza dell’acciaio nel campo della difesa. “L’acciaio è fondamentale per la forza industriale del Regno Unito, per la nostra sicurezza e per la nostra identità come potenza globale di primo piano”, ha detto al parlamento Jonathan Reynolds, segretario per il commercio e l’industria britannico, quando ad aprile il governo ha approvato una normativa d’urgenza per prendere il controllo degli ultimi due altiforni attivi nel paese.

Elisabeth Braw, del centro studi Atlantic council, ricorda che nessuno Stato può produrre tutto quello di cui ha bisogno. Ma l’acciaio, aggiunge, “fa sicuramente parte della lista” dei prodotti a cui un governo deve poter accedere in ogni momento".

Ombre cinesi

"Nell’ultimo decennio" rimarca Cohen "l’acciaio a buon mercato della Cina ha inondato i mercati mondiali. L’enorme numero di impianti siderurgici cinesi – costruiti in parte con il sostegno del governo e spesso senza i vincoli ambientali richiesti in Europa – produce più acciaio (e alluminio) di tutti gli altri paesi del mondo messi insieme. Con il rallentamento dell’economia cinese, una quantità maggiore di questi metalli viene esportata all’estero a prezzi stracciati.

Il risultato è un crollo generale dei prezzi e dei profitti, con un conseguente aumento della disoccupazione nel settore. Misurato al chilo, l’acciaio oggi costa meno dell’acqua in bottiglia. A maggio l’Ocse ha avvertito che la riduzione dei guadagni sta rendendo difficile investire nelle tecnologie a basse emissioni di anidride carbonica, che sono essenziali per raggiungere gli obiettivi climatici". Un punto che a Taranto è dirimente.

I numeri della crisi

Ancora dal Times: "L’anno scorso le acciaierie dei 27 paesi dell’Unione europea hanno tagliato complessivamente 18mila posti di lavoro, riducendo la capacità produttiva di nove milioni di tonnellate.

Nei primi sei mesi del 2025 la Germania (primo produttore europeo) ha registrato un declino dell’11,6 per cento nella produzione di acciaio (più di 17 milioni di tonnellate) rispetto allo stesso periodo del 2024".

Tra le cause della crisi, "oltre ai costi per la manodopera e l’energia, alle tecnologie ormai superate e alla competizione feroce della Cina, i produttori europei devono fare i conti anche con i dazi punitivi voluti da Donald Trump", che "non solo minacciano di ridurre significativamente la quantità di acciaio che l’Europa può vendere negli Stati Uniti, ma spingeranno altri produttori a esportare di più verso l’Europa, aumentando ulteriormente la concorrenza per le aziende del continente".

La questione ambientale

Ad essere cruciale – ed anche su questo il caso Taranto, che pure non viene citato dal New York Times, è paradigmatico – è chiaramente anche la questione ambientale, con il relativo impatto sulla salute. Sempre citando il New York Times: "L’anno scorso il governo britannico ha stanziato 500 milioni di sterline per sostenere la Tata Steel (che gestisce un grande impianto a Port Talbot, in Galles) nella transizione verso un forno elettrico meno inquinante che funziona riciclando l’acciaio.

In Olanda l’impianto della Tata Steel di IJmuiden è in condizioni migliori di quelli britannici. La struttura, vicino a una spiaggia pubblica, è la seconda più grande d’Europa (è grande come 1.100 campi da calcio) e, nell’industria, è tra i principali datori di lavoro nel paese.

L’impianto offre un panorama di enormi ciminiere e montagne di polveri di ferro e carbone. Entro il 2030 la Tata Steel vorrebbe convertire lo stabilimento (oggi alimentato a carbone) per usare idrogeno e gas naturale, e sta negoziando con il governo olandese per ottenere finanziamenti.

L’azienda continua a investire nella prossima generazione di lavoratori, coinvolgendo ogni anno 150-200 persone nei suoi corsi di formazione.

Ma anche l’impianto di IJmuiden deve affrontare diversi problemi. Le istituzioni olandesi hanno fatto causa alla Tata Steel per una serie di sanzioni non pagate e per chiudere un forno a coke che emette sostanze tossiche. La transizione verso una tecnologia a basse emissioni costerà miliardi di euro e avrà bisogno di molto tempo prima di essere completata.

Secondo varie stime, oggi produrre acciaio negli altiforni elettrici a idrogeno verde o con altri metodi ecologici riduce le emissioni, ma costa fra il 30 e il 60 per cento in più".

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11/06/2025

Niente requiem per il rock

Mentre si moltiplicano le nuove traiettorie, troppi cercano ancora un centro che non c'è più

di Marco Sgrignoli

Il business della musica indipendente contemporanea si basa su una finzione. Che esista un numero esiguo di ambiti e artisti di valore al di fuori del panorama mainstream e che questi coincidano con i nomi ricorrenti che le testate tengono d’occhio a uso e consumo dei loro lettori.

Qualche filone è rappresentato da parecchi nomi – si pensi all’eterno proliferare di nuovi imprescindibili tassidermisti post‑post‑punk – altri solo da pochi o pochissimi: il prog‑rock è Steven Wilson e i suoi Porcupine Tree, il folk celtico sono i Lankum, il garage rock è Jack White, se proprio proprio Ty Segall. Il vecchio rock, poi, appare tenuto in vita da personaggi storici presentati come vati e accolti anche dal pubblico come custodi del sacro fuoco. Il resto, lo sterminio della produzione discografica mondiale, è considerato rumore di fondo.

Ma uno sguardo più attento e meno pregiudizievole svela un quadro molto diverso. Molto più incontrollabile, molto più affascinante. L’orizzonte pullula di musica creativamente stimolante: correnti sotterranee, revival inattesi e approcci imprevedibili che si sviluppano lontano dai flussi informativi principali che alimentano la cultura indipendente e alternativa contemporanea. E senza una reale possibilità non tanto di imporsi nelle classifiche, ma – in un panorama saturo e orientato verso i soliti noti – anche solamente di farsi scoprire dai molti potenziali interessati. Che hanno quindi una sfida da cogliere come un’opportunità: andare personalmente in cerca di questo universo nascosto, esplorarlo con orecchie curiose, in base alle proprie inclinazioni scoprirne la ricchezza e – perché no – anche provare a diffonderla.

Il fascino discreto della miopia

Dischi e artisti più in vista nel panorama alternativo contemporaneo non spiccano perché più riusciti, rappresentativi o stimolanti. E nemmeno perché più "trasversali", cioè capaci – almeno in teoria – di raggiungere pubblici diversi, oltre le nicchie di partenza. Al contrario: a guadagnarsi una visibilità maggiore sono spesso le espressioni di quegli ambiti i cui codici sono talmente familiari al pubblico di riferimento da apparirgli come universali. Paradossalmente, sono proprio i linguaggi più statici, quelli che si muovono entro coordinate consolidate, a essere percepiti come il cuore pulsante della scena indipendente. La loro riconoscibilità li rende più facilmente spendibili: da chi produce contenuti, da chi li promuove, da chi li consuma. E proprio questa facilità di incasellamento, anziché essere un limite, diventa il loro punto di forza comunicativa: territori ristretti e poco fertili guadagnano così una visibilità tale da eclissare completamente quella della pluralità degli altri filoni, creando l'illusione che si tratti degli unici in cui stia succedendo qualcosa. Ciò che devia da modelli già noti e prova non ha chance di trovare spazio: linguaggi più fluidi, ibridi, difficili da racchiudere in un’estetica precisa finiscono ai margini del discorso – ammesso che il discorso provi a includerli in qualche modo.

Il successo del post-post-punk o Brexitcore è con ogni probabilità l'esempio più emblematico di questo fenomeno. Da anni il filone continua a godere di un’attenzione costante, riaffermando strutture e immaginari che appartengono al patrimonio genetico dell’indie e dell’alternative rock. Per molti ascoltatori – e spesso anche per la critica – si è consolidata la sensazione che fuori da quel perimetro ci sia ben poco a cui aggrapparsi, come se rappresentasse l’ultimo baluardo prima della definitiva scomparsa del rock, après moi le déluge. Band come i Fontaines Dc, in questo contesto, sono diventate una presenza cardine: la loro proposta incarna con forza alcuni valori storicamente associati alla cultura indie, come l’autenticità espressiva, il rifiuto dell’edulcorazione, il disagio esistenziale, e un’etica produttiva autonoma. È comprensibile che un’identità musicale così connotata e familiare diventi un punto di riferimento emotivo, una sorta di coperta di Linus per chi si è formato all’interno di quel paradigma.

Similmente, da Nick Cave ai Radiohead/Smile, non manca chi – tra gli artisti storici – continua a pubblicare dischi ritenuti di ottimo livello. Ma le loro opere più recenti, raramente dirompenti come quelle che li hanno consacrati, vengono sempre più spesso accolte con un entusiasmo che ha più a che fare con il bagaglio condiviso dagli appassionati che con la loro effettiva capacità di spostare l’asse del discorso musicale. Sono proposte di fatto predigerite per platee già smaniose di apprezzarle, enormemente più ampie rispetto a quelle di artisti meno navigati, più di frontiera. Il fatto che vengano regolarmente salutati come “irraggiungibili” testimonia quanto lo scenario culturale sia legato a figure riconoscibili, rassicuranti, investite del compito di custodire un'eredità.

Come nel caso degli adepti post-post-punk, la percepita centralità artistica di questi artisti è insomma, più che il frutto di un'analisi accurata del panorama, una risposta al bisogno diffuso di riferimenti stabili in una fase di estrema dispersione e moltiplicazione delle proposte. Una reazione comprensibile, che porta tuttavia a ignorare quanto accade ai margini di quella comfort zone, dove correnti creative meno codificate sperimentano liberamente e, proprio per questo, restano invisibili ai radar dei media e degli appassionati.

L'era della sovrabbondanza

Non è questione di colpe. I meccanismi che guidano oggi l’attenzione musicale hanno a che fare con il surplus dell’offerta, con la saturazione dei canali e con la necessità, sempre più pressante, di orientarsi dentro un panorama in continua espansione quantitativa. Sovrabbondanza produttiva e rendimenti decrescenti generano un circolo vizioso: i contenuti si moltiplicano, ma le risorse cognitive restano le stesse, e l’ascolto si frammenta fino a rendere quasi impossibile il riconoscimento condiviso. La risposta prevalente a questa complessità è la semplificazione: in un processo progressivo di adattamento, per farsi strada nella boscaglia si sfronda fino al punto da vedere soltanto una distesa brulla. E si finisce per scambiarla per l’intero orizzonte.

Questo vale per chi promuove, per chi ascolta, ma anche per chi racconta. Pure una testata come OndaRock – tra le più attive al mondo per numero di recensioni – finisce per esserne coinvolta, non per mancanza di apertura o curiosità, ma per effetto di una dinamica più grande, sistemica. Il tabellone delle recensioni pubblicate nel 2025 è rivelatore: di centinaia di dischi trattati, pochissimi raccolgono più di una valutazione dai componenti della redazione. E non perché non siano validi – anzi, in molti casi sono stati recensiti con entusiasmo e con la volontà esplicita di uscire dal prevedibile. È di nuovo un paradosso frutto dell'abbondanza: sebbene ogni redattore mantenga una visione onnivora, la tendenza ad approfondire scene diverse porta inevitabilmente a un allontanamento dei rispettivi ambiti di interesse. Questo arricchisce la copertura complessiva della testata, ma riduce via via le intersezioni. Manco a dirlo, le sovrapposizioni finiscono per riguardare in gran parte proprio i nomi già noti e al centro del dibattito, perché intercettati da circuiti dallo sguardo meno capillare. Così, anche le uscite ritenute più stimolanti finiscono per alimentare il rumore di fondo.

I social amplificano ulteriormente questo squilibrio. Un contenuto dedicato a un nome poco noto, se riceve pochi clic nei primi minuti dalla pubblicazione, viene subito penalizzato dagli algoritmi. Non arriva ai potenziali interessati, non circola, si spegne. Recentemente OndaRock ha scelto di condensare più recensioni in un unico post, per cercare di salvare almeno in parte la visibilità complessiva, ma gli esiti sono spesso deludenti. Anche i tentativi più convinti di ridistribuire l’attenzione finiscono così per naufragare. Il gioco è truccato.

Il tramonto della monocultura

Fin dalla nascita della cultura pop, l'immaginario collettivo è stato plasmato dall'idea di un centro culturale ben definito, un nucleo di riferimenti condivisi capaci di unificare il discorso e definire i contorni di un'epoca. Che si trattasse di scene musicali, fenomeni cinematografici o trend letterari, esisteva la credenza in flussi di aggregazione culturale capaci di parlare a una platea trasversale e rappresentare in modo ecumenico lo spirito del tempo. Oggi, questa nozione di una "monocultura" sembra appartenere a un'era tramontata. Il baricentro si è disperso, il flusso principale si è ramificato in una miriade di rivoli specifici, ognuno con le proprie dinamiche e i propri pubblici. Da tempo affiancata da correnti underground e fenomeni di nicchia, la presenza di un nocciolo duro di riferimenti culturali universalmente condivisi sta infine lasciando il passo a uno scenario dove la frammentazione degli orizzonti diventa una caratteristica costitutiva anche per la popular culture.

Il tramonto della monocultura è stato colto e anticipato da più voci già nei primi anni Duemila. Chris Anderson, nel suo "La coda lunga" (2006), individuava nella digitalizzazione una forza in grado di spostare l’attenzione dai prodotti di massa a una molteplicità di offerte di nicchia. Ne derivava un nuovo paradigma: la cultura della varietà prendeva il posto della cultura unitaria, modificando la percezione e la struttura stessa della produzione e del consumo culturale. Cinque anni più tardi, l'articolo "Why I Miss The Monoculture", firmato da Touré sulla rivista online Salon, avviava di fatto il dibattito, esprimendo un sentimento di nostalgia verso quella cultura pop capace di generare momenti di aggregazione collettiva. Nel 2019, in un pezzo per il Guardian, il critico Simon Reynolds aggiornava il quadro analizzando come lo streaming avesse ulteriormente frantumato l’ascolto musicale, diluendo la possibilità di esperienze realmente condivise.

Il quadro più nitido e aggiornato di questa trasformazione arriva però dalla ricerca condotta da MIDiA nel 2024. Il report “State of the Independent Music Economy: Fragmentation AND Consolidation” descrive un sistema in cui convivono dinamiche apparentemente opposte. Da un lato, lo streaming e i social media hanno abbattuto le barriere di accesso, favorendo la crescita di ecosistemi indipendenti in tutto il mondo; dall’altro, le principali etichette e piattaforme rafforzano il proprio potere accorpando realtà più piccole. Il risultato è un equilibrio instabile tra disgregazione e concentrazione: mentre il pubblico si disperde in micro-scene, le strutture dominanti si consolidano, mantenendo il controllo sui flussi principali.

Le etichette non-major sono sempre più dipendenti dallo streaming – spesso la loro unica fonte di reddito consistente – ma faticano sia a far emergere i propri artisti (87%) sia a mantenere vivo l’interesse del pubblico (78%). Spotify da solo costituisce oltre metà delle loro entrate, eppure il modello attuale – royalties ridotte, attenzione volatile, soglie di accesso penalizzanti – appare insostenibile. Il 74% auspica l’arrivo di un nuovo modello: non solo come possibilità, ma come necessità.

Eppure, nonostante le difficoltà, la quota di mercato dei non-major cresce, segno che il sistema è meno centralizzato che in passato. L’accesso al pubblico e ai mercati internazionali è oggi più aperto, ma resta fortemente mediato da piattaforme e meccanismi di visibilità che tendono a premiare l’aggregazione. La coesistenza di micro-scene e concentrazioni di potere non è un paradosso: è la realtà strutturale del presente culturale. Un presente che non ha più un centro da raccontare, ma tanti punti d’emersione da tenere insieme con sguardo plurale.

Faglie sommerse

Ma quali sarebbero, allora, questi ambiti ancora vitali e potenzialmente capaci di intercettare l’interesse di ascoltatori con un background variegato? In che direzioni si sviluppano oggi le traiettorie più vive e trasversali, escluse dal racconto dominante ma non per questo marginali nella propria dimensione creativa? Anche restando all’interno del solo campo rock, qualunque tentativo di esaustività sarebbe travolto dalla quantità e dalla diversità delle possibili direzioni da esplorare. Le rotte proposte sono dunque solo alcune tra le molte percorribili: sguardi indicativi per chi, animato da curiosità, cerchi suoni capaci di sorprendere, stimolare e aprire nuove connessioni.

Già il panorama revival è in realtà un fenomeno assai più ricco e diversificato di quanto si possa intuire guardando solo quei pochi filoni ritenuti "cool" da critica e pubblico. La riattualizzazione di correnti storiche non ha raggiunto livelli espressivi rilevanti solo nelle reiterazioni del post-punk, ma investe ormai l'intera storia del pop, diventando un accessibile ma spesso ingegnoso prêt-à-porter culturale che mescola nostalgia, citazionismo e invenzione. Dallo yacht rock allo shoegaze, dalla new age al pop-punk anni Novanta, quasi ogni epoca viene oggi riletta in chiave contemporanea, dando vita a proposte capaci talvolta di catalizzare un pubblico trasversale, come nel caso di Lemon Twigs o Greta Van Fleet.

Accanto a queste riscritture – spesso calligrafiche nelle intenzioni, ma non per questo prive di classe e personalità – si inseriscono poi traiettorie più sfuggenti, e forse proprio per questo creativamente stimolanti: il ritorno di fiamma dello heartland rock in chiave aggiornata (War On Drugs, Bleachers, Sam Fender), la diffusione sempre più pervasiva del bedroom rock, che con Girl In Red, Soccer Mommy, Beabadoobee, Yot Club o Joy Again ha raggiunto traguardi di ascolto davvero considerevoli, senza rinunciare all'impianto chitarristico, al carattere casalingo delle produzioni e a una scrittura introspettiva e accessibile. Anche la nuova onda slacker rock ha i suoi eroi: MJ Lenderman, i Car Seat Headrest (che grazie all'imprevedibilità delle loro soluzioni si sono guadagnati status di culto significativo, anche se ancora sottotraccia per molti), ma anche il progetto coreano Asian Glow, con il suo stile obliquo e la prossimità con la "quinta onda" emo. Un segnale poco in vista, ma inequivocabile, di quanto la permeabilità alle anomalie sia un tratto distintivo della scena.

Lasciandosi alle spalle le correnti accusabili – a ragione o a torto – di riproposizione del già noto, proprio l’ambito post-emo è in questi anni l'epicentro di onde che fanno dell’eclettismo il proprio motore principale, spingendo il rock in territori sincretici come mai in tempi recenti. Lo spettro espressivo del filone si è votato all'ibridazione estrema, intrecciando elementi stilisticamente eterogenei in una chiave spesso pressoché progressiva: a risultarne è una sorprendente varietà di direzioni e stili, come dimostrano gruppi come Glass Beach, Really From, Origami Angel, Adjy, Topiary Creatures.

In un campo ancora meno esplorato si colloca il rock xenarmonico, ambito del tutto inedito che unisce microtonalità, poliritmie e sonorità ispide: lo praticano con coerenza band come Mercury Tree e Horse Lords, anche se i più in vista sono probabilmente i King Gizzard & The Lizard Wizard, che adottano chitarre microtonali in alcuni dei loro dischi. Questa direzione, che mira ad ampliare in modo radicale lo spettro armonico, costituisce un terreno fertile anche per formazioni di origini africane e mediorientali, capaci di coniugare sperimentazione, radici e impatto sonoro: i turchi Altın Gün, Aylar, Gaye Su Akyol e Lalalar, gli israeliani El Khat e Şatellites, i marocchini Bab L'Buz, i francesi Al-Qasar.

A questi si affiancano artisti che flirtano con l’hyperpop senza rinnegare la matrice rock: Jane Remover, Underscores, 100 gecs. Figure spesso non binarie anche nella vita, capaci di far coesistere caos e progetto, destrutturazione e immediatezza, esplorando estetiche ibride che sfuggono ai riferimenti abituali. Un’altra faglia in movimento, su linee per certi versi parallele, è quella che attraversa le nuove declinazioni di chillwave e hypnagogic pop, territori per loro natura onnivori, centrifughi, aperti all’eccesso come al dettaglio. George Clanton, Magdalena Bay e Clarence Clarity ne sono interpreti singolari e inafferrabili, capaci di mettere insieme saturazione sensoriale e cura melodica. E in questo paesaggio liquido può trovare spazio perfino un guitar hero atipico come Mk.gee, autore di un suono “impossibile” che ha mandato in subbuglio forum e canali YouTube, tra reverse engineering e tentativi di emulazione tecnologica. Anche questo è un indizio: qualcosa si muove, pure quando buona parte degli sguardi è concentrata altrove.

La trappola dell'accessibilità

Nonostante le difficoltà che accompagnano la frammentazione dell’ascolto e la saturazione dello spazio digitale, il presente offre agli artisti opportunità inedite. Mai come oggi è stato così semplice realizzare e distribuire musica di qualità. Similmente, l’abbattimento dei costi tecnologici ha reso possibile anche per chi non dispone di grandi mezzi registrare e pubblicare dischi con una qualità tecnica che è spesso confrontabile a quella delle grandi produzioni. Se l'impiego di orchestre sinfoniche o di turnisti e produttori di grande fama resta fuori dalla portata di un musicista che operi in proprio, la facilità di connessione e la diffusione di strumenti digitali (digital audio workstation e rispettivi plugin, interfacce midi ecc.) ha enormemente potenziato la possibilità di collaborare a distanza, disporre di sterminate banche di suoni ed effetti, e assemblare le creazioni sul proprio pc senza il timore di un suono amatoriale.

Parallelamente, l’ascolto stesso è diventato straordinariamente accessibile: l’abbondanza di piattaforme gratuite o a basso costo, unita alla disponibilità pressoché istantanea di ogni uscita su scala globale, ha reso potenzialmente raggiungibile qualunque angolo della produzione musicale contemporanea. Per la prima volta, è materialmente possibile accedere con facilità alle centinaia di mercati esterni all'anglosfera e ai propri circuiti nazionali: per conoscere le sonorità di altri paesi, non si è più vincolati a un novero selezionato (e spesso edulcorato) di artisti ed etichette che pubblicano per la fruizione occidentale. Oggi la curiosità può condurre direttamente alle scene locali di ogni continente, bypassando l'omologazione culturale indotta da filtri e narrazioni esterne.

Questa accessibilità vale anche per la formazione: chiunque, con una connessione a Internet e un po’ di pazienza, può imparare a suonare, produrre, arrangiare. Le risorse a disposizione – tutorial, videolezioni, trascrizioni, community – non hanno precedenti. La proliferazione di strumentisti preparati è tra i fenomeni meno raccontati del mondo musicale attuale, ma è notevole come oggi non sia raro imbattersi in artisti che, pur fuori dai circuiti mainstream, vantano una perizia tecnica e una consapevolezza compositiva che difficilmente si riscontravano tra gli esordienti di vent'anni fa.

Anche il finanziamento diretto è diventato una via concreta: piattaforme come Kickstarter, IndieGoGo o Patreon consentono ai musicisti di sostenere i propri progetti grazie al supporto diretto dei fan, senza mediazioni né compromessi. Sono sempre più i casi di artisti che riescono a operare in sostanziale autonomia, pubblicando dischi o iniziando tournée senza passare da etichette strutturate o  agenti professionali: pur con tutti i suoi limiti, l'ecosistema attuale apre per i musicisti possibilità di autogestione che prima erano decisamente più difficoltose.

Non è la produzione, insomma, il vero ostacolo. Né la distribuzione. A restare difficilissima è la parte centrale del processo: raggiungere un pubblico. Farsi scoprire in mezzo alla marea di uscite, ottenere ascolti che vadano oltre la cerchia immediata, costruire un seguito che permetta continuità. Il problema insomma non è più tanto "fare musica", quanto farla circolare. In un ecosistema così dispersivo, dove l’attenzione è una risorsa sempre più rara e contesa, è proprio la visibilità a essere diventata il nuovo privilegio. E per ottenerla, gli strumenti a disposizione non bastano: chi parte da una posizione avvantaggiata ha enormemente più chance di successo di chi si trova fin da principio a rincorrere.

Tra l'algoritmo e l'altrove

Munimuni, .Feast, Hindia, Yorushika, Inabakumori, Eve, Ado, Zutomayo, Omnipotent Youth Society, Adamlar, Carson Coma, Ziferblat: quanto sono familiari questi nomi? Si tratta di artisti che non solo hanno realizzato negli ultimi anni dischi rock di spiccata originalità, ma che hanno anche ottenuto riscontri significativi nei rispettivi mercati nazionali. Con il loro indie-folk celestiale i filippini Munimuni viaggiano sul milione e ottocentomila ascoltatori mensili su Spotify. Il successo degli indonesiani .Feast si basa invece su una sintesi eclettica di rock alternativo, stoner, nu rave e post-britpop, e coinvolge oggi più di nove milioni di ascoltatori mensili (prevalentemente nel loro paese d’origine e in Malesia). La carriera solistica del loro cantante, Hindia, li ha addirittura superati con dodici milioni di ascoltatori mensili (per fare un paragone: sono più di quelli dei Doors, dei Clash, degli Iron Maiden – oppure di Ghost, Young The Giant e Big Thief, se si vuole stare sui nomi attuali di successo in campo rock). Yorushika, Inabakumori, Eve, Ado e Zutomayo sono esponenti della scena yakousei giapponese: un fenomeno poco noto in Occidente, che però su Spotify si traduce in un pubblico mensile tra i 900mila ascoltatori degli Inabakumori e gli oltre sei milioni per Ado. Gli artisti di questo filone, a cavallo fra j-pop e j-rock e legato a doppio filo a estetiche anime, combinano un approccio bubblegum ultramelodico con scatti funk e chitarre affilate, strettamente imparentate al suono math/emo di alcuni classici del rock alternativo locale (Ringo Sheena, Ling Tosite Sigure, Tricot, Polkadot Stingray).

Gli alt-rocker turchi Adamlar hanno un seguito di due milioni e mezzo di ascoltatori mensili su Spotify, pressoché tutti in Turchia se si esclude qualche fan in paesi limitrofi e – realisticamente perché immigrato – in Germania. Un peccato, perché il loro stile chitarristico corposo ma atmosferico, con influenze mediorientali ma nessun esotismo da cartolina, suona graffiante e magnetico a prescindere dalla nazionalità. Hanno invece un solido status di cult band i cinesi Omnipotent Youth Society, autori con "Inside The Cable Temple" di un magnum opus art/progressive/jazz/folk che ha raccolto le attenzioni anche di qualche connoisseur nel resto del globo, ma certamente non è giunto a conoscenza della massa degli appassionati di musica indipendente.

Fatica a emergere fuori dai confini della nativa Ungheria anche il focoso indie-rock dei Carson Coma, che pure – col suo piglio scanzonato e suoni non lontani dal post-punk – avrebbe tutte le carte in regola per bucare presso un pubblico più cosmopolita. Giusto il funambolico prog-pop degli ucraini Ziferblat, che al momento si ferma a quota trecentomila ascoltatori mensili, ha una realistica speranza di farsi conoscere maggiormente all'estero grazie alla partecipazione all'Eurovision 2025.

E non è solo questione di provenienza geografica. La qualità è ovunque, ma chi non ha la fortuna di incidere per l'etichetta giusta non finisce nelle playlist che potrebbero richiamare attenzione e non gode della spinta delle maggiori testate musicali del mondo anglosassone è condannato – anche nell'epoca dell'accessibilità totale – all'invisibilità di fatto, con buona pace di ogni retorica dell'inclusione.

Bolle, nicchie, scorciatoie

Social media, dispositivi mobili e piattaforme di streaming hanno creato per musicisti e ascoltatori un orizzonte illimitato, in cui scoperta e condivisione musicale sono possibili ovunque e in ogni istante. Ma non sempre l'iperconnessione ha generato un vero scambio. Più spesso, ha portato a una coesistenza disarticolata. Pubblici e comunità d’ascolto non sono più vasi comunicanti: raramente una svolta stilistica o perfino una nuova possibilità tecnologica riescono a filtrare da un ambito all’altro. È una conseguenza diretta dell’abbondanza e dell’incommensurabilità del panorama, che favorisce percorsi personali sempre più dettagliati e profondi, ma anche sempre meno condivisi. È l’epoca delle micronicchie, degli ascolti a spirale, dei percorsi centrifughi.

La pluralità può generare scoperte vertiginose, ma spesso si ripiega su sé stessa. Piattaforme come RateYourMusic, che rendono possibili esplorazioni decentrate e approfondimenti personali, tendono al tempo stesso a creare forme di omologazione interna: le classifiche-somma create incrociando le valutazioni degli utenti diventano un riferimento autoreferenziale, che oltre a fornire una vetrina per i "soliti noti", tende a generare “divinità locali”, riconosciute e premiate solo all’interno di quella comunità. Altri artisti almeno altrettanto interessanti, al solito, restano ai margini. Un fenomeno analogo si verifica su Reddit, altro potente strumento di aggregazione e confronto: il punto di forza sul piano musicale sono le community che fioriscono attorno ai subreddit tematici, piccole miniere di spunti ed estetiche – che però, dopo una fase espansiva iniziale, finiscono spesso per chiudersi in se stesse, soffermandosi su giri di artisti ristretti che portano a esaurire la spinta propulsiva.

Parlando di piattaforme di streaming, Bandcamp resta, anche dopo il cambio di proprietà, un presidio importante per chi cerca un legame diretto tra artisti e ascoltatori, con circuiti che sfuggono alla logica delle major. Ma la ricerca è difficile, dispersiva: senza strumenti di raccomandazione efficienti come quelli di Spotify, i percorsi possibili restano frammentari. Una volta scoperto un artista interessante, è complicato trovarne altri che si muovano su coordinate simili, e di nuovo si resta con la sensazione che – tolti i nomi con cui si è entrati in contatto – in giro ci sia poco altro di interessante.

Spotify, d’altra parte, offre strumenti di ascolto continui e avvolgenti, ma tende a confermare gusti già espressi. La navigazione al suo interno è incentrata largamente su playlist algoritmiche e follow-up automatici, entrambi costruiti per proporre all'ascoltatore musica che "dovrebbe piacergli", rinforzando le preferenze e disincentivando l’esplorazione. Il risultato è una forma di censura dolce: quella che seleziona in base alla probabilità di un clic dell'utente. La musica è ridotta a engagement e ne segue le logiche: in teoria, tutto è accessibile; in pratica, pochissimo è esposto. E se non viene mostrato, non sarà scoperto.

Senza bussola, ma con mappe da scambiare

Eppure, quest'epoca così disaggregata ha notevoli meriti. La pluralità del panorama è spettacolare, inebriante. Rende possibile come mai prima d'ora perdersi nel paesaggio e costruire percorsi di scoperta personali. L'esplorazione musicale come realizzazione e costruzione della propria identità, non come adozione di un'identità precostruita o segno di appartenenza a questa o quell'altra sottocultura. L’eccesso di produzione non è crisi, ma fioritura continua, decentralizzata e obliqua. Non è un’epoca povera: è un’epoca eccedente. Non c’è una linea da seguire, ma miriadi di direzioni sovrapposte, divergenti, imprevedibili.

Come imparare a sfruttare questo potenziale inedito, a surfare con entusiasmo e consapevolezza questo nuovo oceano senza rotte preordinate? Innanzitutto, smettendo di cercare maniacalmente i salvatori della patria. Continuare a domandarsi “chi tiene in vita il rock” o “dove sta la vera scena” non fa che ricondurre ai nomi di cui tutti parlano – i meno interessanti, per le molte ragioni già illustrate. Il punto è che, forse, non serve più un centro di gravità musicale: il senso di smarrimento, retaggio di una cultura gerarchica del gusto, va se non abbracciato, almeno esorcizzato. La dispersione odierna non è una perdita, ma un’espansione.

Bisognerebbe in effetti diffidare dai tentativi di accentramento, dalle classifiche riassuntive, da storie e playlist definitive. Sono schemi controproducenti, freni alla curiosità che – anche quando animati da ottimi propositi – finiscono sempre per far confondere il territorio con la sua brutalizzazione cartografica. L'ossessione di essere sempre aggiornati su chi sia il meglio del meglio, di aver sott'occhio il quadro completo, è solo un'altra faccia del rinchiudersi nella propria micronicchia credendo che fuori non esista nulla. L’ascolto non è un compito, è un cammino: vale la pena accettare la parzialità del proprio sguardo e puntare alla costruzione di un percorso appagante, consapevole del suo carattere irripetibile e difficilmente comune ad altri.

Anche percorsi personali possono però incontrarsi, e lo scambio è in effetti il modo più naturale per allargarli: un confronto che non ha come scopo trovare un accordo, ma per mettere in contatto mappe diverse. Non una gara fra gusti, ma un canale fra mondi possibili. Un commento online, una canzone sentita in un film, un nome citato di sfuggita, una maglietta vista a un concerto. Anche uno sguardo diverso al tabellone di OndaRock può aiutare: non andando a cercare gli album con più voti, ma i titoli che hanno raccolto davvero l'entusiasmo di chi li ha recensiti. Sono quelli, i dischi col maggior potenziale: non funzionano con tutti, e forse proprio per questo possono lasciare il segno più di tutti gli altri. Il rischio è che non succeda nulla. Ma se scatta qualcosa, la scossa è reale. E vale più di mille ascolti tiepidi.

Dalle pagelle alle traiettorie

La dispersione non si combatte con la nostalgia dell’ordine, ma con la voglia di disegnare nuovi tracciati. Playlist tematiche, percorsi trasversali, accostamenti inediti: il senso non si trova, si costruisce. Non esiste un centro da inseguire, un nuovo pantheon da incoronare. L’attesa di un nuovo "Sgt. Pepper’s", di un altro "Nevermind", di un "Ok Computer" che dia senso a tutto, oggi, non ha senso. Non perché ci si debba rassegnare a una mediocrità diffusa, ma perché quel tipo di impatto culturale non nasce nel vuoto: era l’effetto di un contesto che non c’è più, e giudicare il presente con gli occhi del passato vuol dire travisarlo fin dalle fondamenta.

Il compito della critica non è più cercare il disco epocale. È imparare a leggere le connessioni, aprire sentieri, mostrare incroci. Il critico non è un giudice: è un mediatore, un cartografo in territori mobili. La storia della musica non è un podio, ma un racconto in continua mutazione. Non si tratta di stabilire gerarchie, ma di rendere visibili i processi, di accendere una luce anche su ciò che cresce ai margini. Non basta più documentare l’hype: serve seguire le correnti carsiche, scovare le traiettorie che sfuggono agli algoritmi – e, quando serve, provare a smontare i meccanismi di questi ultimi: capirli, decifrarli, e mostrarne gli effetti sulla percezione e sulla circolazione della musica.

E serve anche cambiare sguardo. Abbandonare certi automatismi, ribaltare i frame dominanti. Sviluppare nuovi linguaggi per un panorama definitivamente mutato.“Non c’è più niente di importante”? C'è troppo, ed è bellissimo. “Manca una scena”? Ci sono mille micro-scene, e tutte parlano a qualcuno. “Solo X tengono vivo il rock”? Forse il rock non è più al centro. E va bene così. “Tutto è uguale, tutto è derivativo”? Le traiettorie si espandono in ogni direzione: la sfida è tracciare i fili che le connettono. “Bisogna difendere la qualità”? Bisogna moltiplicare i criteri, non imporne uno.

Raccontare il presente non significa più inseguire la completezza: significa restituire la complessità, moltiplicare i punti d’accesso, accettare che la mappa vada letta in scala variabile. La critica oggi non vive in un solo formato, né in una sola voce. Dalla forma classica – la recensione, l’articolo, il longform – si è passati a una galassia multimodale in cui diversi mezzi convivono e si completano. Basarsi su uno solo è mutilante. Ci sono YouTuber che mettono al centro il proprio percorso d’ascolto, diventando volti familiari da seguire più che autorità da consultare: alcuni con competenze mirate (il produttore, l'esperto di armonia, l'ex-turnista), altri con uno sguardo e perfino uno stile comunicativo personali e riconoscibili. Ci sono podcast che non pretendono di spiegare tutto, ma offrono prospettive parziali e proprio per questo decisive per qualcuno.

Ci sono webzine settoriali, piattaforme locali, blog personali (sì, esistono ancora) che continuano a tenere accese luci su scene vive ma periferiche, e libri (una marea!) nel loro piccolo fondamentali per costruire, dare profondità, sistematizzare, ciascuno nel proprio limitato ambito. E poi playlist ragionate – non algoritmiche – spesso anonime, ma capaci di orientare chi cerca punti d’accesso alternativi.

Ci sono mappe visuali compilate collettivamente su Reddit, architetture enciclopediche su RateYourMusic, pagine wiki nate per mappare i dettagli di un microgenere, thread in cui la critica si fa conversazione e archivio. In questo spazio convivono approcci molto diversi: chi smonta i pezzi per spiegarne la costruzione, chi esplicita le proprie idiosincrasie, chi ragiona per longread e chi si sforza di creare clip ultracompresse per l’attenzione iper-frammentata dei feed. Nessuno di questi approcci è sufficiente da solo. Ma tutti insieme sono una mappa 1:1 – o forse perfino qualcosa di più: uno zoom infinito capace di rendere visibile ciò che prima sembrava indistinto. E perfino di creare senso e connessioni che non esistono ancora, ma presto potrebbero prender vita. Un modo per leggere il panorama non solo com’è, ma come potrebbe diventare.

Il rock non è morto. Ma forse tu sì

Chi si affanna a cercare gli eredi degli eroi del rock che fu si sta perdendo tutta la festa. Finisce per lamentarsi che nessuno è più in grado di rifare esattamente quella cosa lì. Come se la storia si fosse fermata, come se tutto quello che accade altrove non contasse, o fosse solo rumore.

Non è questione di farsi piacere tutto ciò che è nuovo, né di aderire acriticamente a ogni novità per sentirsi aggiornati. Non è questione di esibire finta apertura mentale, di tenersi al passo con l’hype, né tantomeno di ostentare giovanilismi di circostanza. È questione di prospettiva. Di capacità di rimettere in gioco i propri riferimenti, lasciandoli crescere a contatto con ciò che li disorienta. Seguendo lo stimolo dei propri gusti, senza però confonderli con leggi di natura.

Chi rinuncia alle vecchie mappe si ritrova davanti un territorio sterminato. È un paesaggio senza centro e senza confini precisi, in cui orientarsi è complicato, ma proprio per questo stimolante. Dove tutto può succedere e spesso succede. Dove i percorsi non sono segnati, ma da tracciare ogni volta. È un’epoca che chiede di essere attraversata, non decifrata dall’alto. Non ha bisogno di sentinelle del gusto, ma di viaggiatori curiosi.

Il cambiamento è già avvenuto. E sta già dando i suoi frutti – lontano dai riflettori, magari, ma non per questo meno significativi. La musica non è morta. È più viva che mai. Ma se la cerchi dove non c’è più, se continui a usare bussole smagnetizzate, se ti ostini a chiedere a ogni disco di essere “il nuovo X”, allora sì: il problema non è la musica. Il problema sei tu.

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30/05/2025

La scienza cieca: perché stiamo perdendo la capacità di vedere (e con essa, la comprensione)

Nel mondo della ricerca scientifica contemporanea, produciamo più immagini e dati visivi di quanti siamo in grado di comprendere. Pubblicazioni che si moltiplicano, preprint ovunque, microscopi sempre più sofisticati, algoritmi che generano grafici e heatmap a velocità crescente. Eppure, diminuisce la capacità, e forse anche la volontà, di guardare davvero. Propongo una riflessione su una crisi che è insieme epistemologica, tecnica e culturale: la perdita della capacità di “vedere” in senso pieno, e con essa l’indebolimento della nostra facoltà di interpretare, contestualizzare, persino dubitare. Dalla marginalizzazione della morfologia alla sfida delle immagini sintetiche generate dall’intelligenza artificiale, passando per gli errori della pandemia, ci troviamo oggi davanti a una scienza che rischia di diventare cieca nella sua stessa accelerazione.

Ed è proprio per questo che, paradossalmente, serve tornare a guardare: con occhi umani, lenti e consapevoli.

Una crisi globale della visione scientifica

La scienza moderna deve gran parte dei suoi trionfi alla capacità di vedere oltre i limiti naturali dei nostri sensi. Dalla lente di Galileo che rivelò nuovi astri al microscopio di Hooke che svelò l’esistenza delle cellule, l’osservazione diretta ha illuminato territori sconosciuti, ampliando la comprensione del mondo [1].

Oggi, però, nell’era dei big data e delle analisi automatizzate, si profila un paradosso inquietante: disponiamo di strumenti di osservazione sempre più potenti, eppure stiamo perdendo la capacità di vedere nel senso più profondo del termine. Questa “cecità” della scienza non è ovviamente una mancanza di vista fisica, ma il sintomo di un progressivo smarrimento dell’intuizione visiva e concettuale che collega i dati alla comprensione della realtà. A livello globale, l’attività scientifica sta vivendo una crescita esponenziale nella produzione di risultati. Ogni anno vengono pubblicati oltre 2,5 milioni di articoli scientifici nel mondo, una mole impressionante se paragonata ai circa 800 mila di inizio millennio e ancor più ai circa 200 mila degli anni ’70. Questa abbondanza informativa, tuttavia, non si è tradotta in un equivalente avanzamento della conoscenza profonda. Al contrario, diversi studi segnalano un rallentamento del progresso in settori chiave della scienza [2]. Un’analisi bibliometrica su decine di milioni di lavori scientifici ha mostrato che le ricerche davvero dirompenti, quelle capaci di aprire nuove strade e rivoluzionare i paradigmi esistenti, sono proporzionalmente sempre più rare [2]. Oggi è statisticamente meno probabile rispetto alla metà del Novecento che un singolo studio “cambi il corso” di un intero campo scientifico. Questo declino nella visione innovativa della scienza è emerso trasversalmente in tutti i settori ed è così marcato da aver suscitato un diffuso “esame di coscienza” nella comunità scientifica internazionale. Ci si interroga sulle cause profonde di tale tendenza: perché, nonostante più scienziati che mai lavorino e pubblichino, stiamo assistendo a una sorta di miopia collettiva che impedisce di cogliere scoperte di grande portata?

Una delle spiegazioni avanzate riguarda l’iperspecializzazione e l’eccesso di informazioni. Man mano che la conoscenza si accumula, i ricercatori tendono a focalizzarsi su ambiti sempre più ristretti, attingendo a un corpus limitato di letteratura precedente. Uno studio recente ha collegato il calo di scoperte dirompenti proprio al progressivo restringimento dell’orizzonte bibliografico [2]. In questo modo, il sapere scientifico procede con il paraocchi, avanzando in profondità su binari già tracciati ma perdendo di vista visioni laterali potenzialmente rivoluzionarie.

A ciò si aggiunge la sovrabbondanza di dati: paradossalmente, l’oceano di risultati disponibile rischia di sommergere la capacità umana di discernimento. Orientarsi in mezzo a migliaia di articoli anche solo nel proprio micro-settore diventa arduo; figuriamoci mantenere una visione d’insieme. Come osservano in molti, i ricercatori di oggi devono leggere (e spesso recensire) un numero enorme di lavori, ma il tempo per riflettere e vedere oltre le evidenze immediate è sempre più scarso. Un ulteriore segnale di questa “cecità” emergente è la crisi di comprensione che porta a errori e inciampi nel metodo scientifico stesso. Negli ultimi anni si parla diffusamente di crisi della replicazione: molti studi, specie in biomedicina e psicologia, si sono rivelati non riproducibili quando altri gruppi hanno cercato di replicarne i risultati [3]. Questo fenomeno indica che a volte si pubblicano conclusioni senza averle comprese a fondo, magari affidandosi a elaborazioni statistiche o software sofisticati senza un controllo empirico diretto.

Il caso COVID-19: quando l’immagine tradisce

La crisi di interpretazione visiva nella scienza non è un’astrazione teorica. Ha avuto, anzi, un’espressione concreta e drammatica proprio durante la pandemia da COVID-19.

Riporto qui un esempio che mi ha riguardato da vicino. Nella corsa sfrenata a pubblicare risultati e comprendere il nuovo virus, numerosi studi affermarono di aver identificato SARS-CoV-2 nei tessuti umani tramite microscopia elettronica. Ma molti di quei lavori furono successivamente messi in discussione: quello che si credeva virus era, in realtà, altro: vescicole, strutture intracellulari normali, artefatti di preparazione. I lavori di Dittmayer, Bullock e Hopfer hanno documentato l’ampiezza di queste interpretazioni errate [4–6], segnalando una verità scomoda: l’ultrastruttura non mente, ma chi la legge può sbagliare. Nel nostro gruppo, abbiamo analizzato tessuti polmonari di pazienti deceduti per COVID-19 tramite “cryobiopsie” post-mortem. Il nostro studio ha mostrato una dissociazione tra il danno alveolare e la presenza virale osservabile al microscopio elettronico, suggerendo che la patologia era più complessa e meno riconducibile a una semplice “presenza del virus nei tessuti” [7]. È stato un esempio lampante di quanto la qualità dell’immagine non basti, se manca la capacità di interpretarla nel contesto biologico ed esperienziale.

La nuova minaccia: immagini sintetiche e automatismi ciechi

Oggi, la sfida si è spostata ancora più avanti. Le immagini scientifiche non sono più solo suscettibili di errori umani: possono essere interamente generate artificialmente.

Con l’avvento dell’intelligenza artificiale generativa, è ormai possibile creare immagini fotorealistiche e biologicamente plausibili senza alcun esperimento reale a monte.

Se già l’integrità visiva era sotto pressione (con ritrattazioni legate a manipolazioni di immagini), oggi ci troviamo di fronte a un rischio più profondo: che la scienza visiva diventi simulacro, e non più testimonianza [8–9]. Strumenti come Proofig o ImageTwin, nati per verificare la correttezza delle immagini, sono ormai fondamentali [https://www.proofig.com; https://imagetwin.ai]. Ma nessun algoritmo può sostituire lo sguardo critico di chi conosce davvero la biologia delle strutture. Per questo motivo si moltiplicano gli appelli a costruire modelli di governance per l’uso dell’AI in scienza, incentrati sul principio del “human-in-the-loop” [10–11].

Una cultura della visione per il futuro

Di fronte a questi scenari, non bastano più controlli, checklist o software. Serve un cambio di paradigma: ricostruire una cultura della visione che tenga insieme forma, contesto e significato. Una cultura che riconosca che il “vedere” in scienza è un atto cognitivo, situato, interpretativo. Alcune iniziative internazionali vanno in questa direzione: i protocolli di QUAREP-LiMi [https://quarep.org/], i metadati nei repository, i corsi di image ethics.

Ma senza una figura capace di interpretare ciò che si vede, anche il miglior protocollo è vuoto. Quella figura è il morfologo. O meglio, come mi piacerebbe definirlo, lo “scienziato visivo”. Questa figura ha bisogno di riconoscimento istituzionale: non può essere relegata al ruolo di tecnico, né ai margini dei progetti. Ha bisogno di carriera, di spazi, di voce. E ha bisogno di essere formata, non improvvisata. Perché vedere bene non è un’abilità automatica, ma una competenza che si apprende nel tempo, con esperienza e guida. La scienza ha bisogno, oggi più che mai, di chi sa guardare anche quando tutto sembra perfettamente digitalizzato. Perché se la scienza smette di vedere, smette anche, lentamente, di capire.

Riferimenti

  1. Belknap, K. (2019). 150 years of scientific illustration. Nature, 576(7785), S60–S61. https://doi.org/10.1038/d41586-019-03306-9
  2. Park, M., Leahey, E., & Funk, R. J. (2023). Papers and patents are becoming less disruptive over time. Nature, 613, 138–144. https://doi.org/10.1038/s41586-022-05543-x
  3. Ioannidis, J. P. A. (2022). Correction: Why Most Published Research Findings Are False. PLOS Medicine, 19(8): e1004085. https://doi.org/10.1371/journal.pmed.1004085
  4. Dittmayer, C., et al. (2020). Why misinterpretation of electron micrographs in SARS-CoV-2-infected tissue goes viral. The Lancet, 396(10260), e64–e65. https://doi.org/10.1016/S0140-6736(20)32160-8
  5. Bullock, H. A., Goldsmith, C. S., Zaki, S. R., Martines, R. B., & Miller, S. E. (2021). Difficulties in Differentiating Coronaviruses from Subcellular Structures in Human Tissues by Electron Microscopy. Emerging Infectious Diseases, 27(4), 1023–1031. https://doi.org/10.3201/eid2704.204337
  6. Hopfer, H., et al. (2021). Hunting coronavirus by transmission electron microscopy—a guide to SARS-CoV-2-associated ultrastructural pathology in COVID-19 tissues. Histopathology, 78(3), 358–370. https://doi.org/10.1111/his.14264
  7. Cortese, K., et al. (2022). Ultrastructural examination of lung “cryobiopsies” from a series of fatal COVID-19 cases hardly revealed infected cells. Virchows Archiv, 480(5), 967–977. https://doi.org/10.1007/s00428-022-03308-5
  8. Bucci, E. M., & Parini, A. (2025). The Synthetic Image Crisis in Science. American Journal of Hematology. https://doi.org/10.1002/ajh.27697
  9. Bik, E. M., Casadevall, A., & Fang, F. C. (2022). Insights into image integrity: a machine-learning perspective. Patterns, 3(9), 100520. https://doi.org/10.1016/j.patter.2022.100520
  10. Thorp, H. H. (2024). Genuine images in 2024. Science, 383(6678), 7. https://doi.org/10.1126/science.adn7530
  11. Vasconcelos, S., & Marušić, A. (2025). Gen AI and research integrity: Where to now? EMBO Reports. https://doi.org/10.1038/s44319-025-00424-6

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05/01/2025

Crollo della componentistica per auto della UE, e la crisi è appena cominciata

Seguiamo da mesi il tracollo dell’automotive europeo, comparto che fa da spina dorsale alle economie del Vecchio Continente. Così come abbiamo sempre evidenziato che il contraccolpo che arriverà in tutto l’indotto sarà durissimo, soprattutto in Italia, molto esposta su questo versante.

A inizio anno il Financial Times ha pubblicato un articolo che tratteggia la dimensione del pericolo in cui la pochezza della nostra classe dirigente (padroni e politici) ci ha cacciato. La riflessione riportata sul giornale prende le mosse da un’analisi della European Association of Automotive Suppliers (CLEPA).

Mentre le case automobilistiche devono fare i conti con le difficoltà di vendita, la componentistica ha registrato 30 mila posti di lavoro in meno nel 2024, più del doppio del 2023. Dal 2020 a oggi, il saldo di lavori creati nel settore è pesantemente in negativo, con una riduzione di 58 mila posti in tutta Europa.

Le difficoltà riscontrate a partire dalla pandemia del 2020 hanno indebolito la domanda, e alla fine l’inflazione ha dato il colpo di grazia. Le aziende europee, nonostante la costante richiesta ed elargizione di sussidi, non riescono a stare al passo della competitività cinese, soprattutto a causa degli alti costi dell’energia.

“La nostra stima”, ha affermato Marc Mortureux, a capo dell’associazione francese di categoria Plateforme de la Filière Automobile (PFA), “è che la piccola crescita che potremo avere sul mercato europeo sarà assorbita dalla crescita delle importazioni, in particolare da quelle cinesi”. Molte criticità sono ancora una volta rimandate alla transizione all’elettrico.

I fornitori impiegano 1,7 milioni di persone. Alcune loro importanti realtà hanno annunciato già da mesi importanti piani di riduzione del personale (la francese Forvia ha parlato di 10 mila posti di lavoro sui 75 mila totali che ha in Europa). A novembre Michelin ha dichiarato che avrebbe chiuso due fabbriche francesi, licenziando 1.200 dipendenti.

La motivazione addotta dalla compagnia dei pneumatici è la “sovracapacità strutturale” dovuta alla concorrenza a basso costo in Asia. Ma la scusante è rivelatoria di un problema di fondo, che ha poco a che vedere con i bassi costi asiatici (mentre in Cina i salari medi non hanno più nulla da invidiare a quelli occidentali, a parità di potere d’acquisto).

L’industria automobilistica comunitaria nel suo complesso occupa, in maniera diretta e indiretta, oltre 13 milioni di persone, il 7% del totale UE, e produce l’8% del suo PIL. Dal punto di vista della R&S – ricerca e sviluppo – è proprio la filiera automotive a farla da padrone, rappresentando il 32% degli investimenti.

Il settore auto è dunque il maggior contributore privato in ricerca e sviluppo d’Europa, ed è l’esempio perfetto delle contraddizioni di fondo del capitale, in cui oggi è ormai incastrato: poca razionalità nell’allocazione delle risorse a lungo termine, fino a raggiungere una capacità di sovrapproduzione non assorbibile dai salari nel frattempo compressi.

Se si guarda alla situazione italiana, le nuove immatricolazioni sono calate leggermente nel 2024, ma nel frattempo il prezzo medio di un’auto è passato dai 21 mila euro del 2019 ai 30 mila dell’anno appena concluso. Considerato che il reddito medio del 2023 era 23.650 euro, è come dire che servono 16 mesi di entrate piene per compare una vettura.

È assurdo pensare che mentre i prezzi vengono aumentati per generare più margine di profitto sul singolo veicolo, allo stesso tempo si voglia mantenere lo stesso volume di produzione. E ancora più assurdo è che poi, di fronte alla capacità di sovrapproduzione, a pagarne i costi siano i licenziati (come se inoltre ciò non riducesse la platea dei potenziali acquirenti).

È un circolo vizioso in cui l’industria europea si è cacciata, e alla quale i vertici politici e imprenditoriali del continente stanno rispondendo con un vero e proprio massacro sociale. Loro possono navigare all’interno di questa crisi, e a pagarne le conseguenze peggiori saranno coloro che vivono del proprio lavoro.

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19/12/2024

Rinnegare la transizione all’auto elettrica non salverà le filiere europee

Abbiamo reso conto proprio recentemente di come a Bruxelles abbiano deciso di fare sostanzialmente dietrofront rispetto alla transizione all’elettrico nell’automotive. Resisi conto di non poter competere con la Cina, che sul tema ha investito da tempo pianificando tutto il processo, la tutela dell’ambiente ha perso di interesse perché cozza col profitto.

Un paio di giorni fa, però, nella sua tradizionale conferenza di fine anno l’UNRAE, ovvero l’associazione delle case automobilistiche estere che operano in Italia, lo ha detto chiaro: il problema non è il green. La crisi delle filiere europee – e occidentali in generale, almeno in parte – ha origine nelle scelte dei produttori e nelle politiche del passato, e non potrà che peggiorare senza misure adeguate.

I dati parlano chiaro: tra il 2000 e il 2021 la produzione di auto nei cinque principali mercati europei (Italia, Spagna, Francia, Germania, Regno Unito) è passata da 15,4 a 9,2 milioni di unità, e anche il mercato nordamericano è calato di oltre il 14%. Tra il 2000 e oggi la Cina, dove la produzione era stata spostata per approfittare degli allora bassi salari, è passata a produrre da 2 a 30 milioni di veicoli.

Michele Crisci, presidente di UNRAE e di Volvo Italia, ha affermato che “la Cina ormai rappresenta il primo mercato mondiale per distacco rispetto al resto del mondo e chiaramente oggi i cinesi, per semplificare, stanno acquistando cinese”. In una UE fondata sul modello export-oriented ciò ha portato al disastro, ma la crisi riguarda tutto l’Occidente.

Sempre Crisci ha spiegato senza mezzi termini che, semmai, oggi sull’elettrico “l’Europa paga il prezzo di politiche incoerenti e dell’assenza di una visione strategica per accompagnare una transizione sostenibile, definita dagli obiettivi”. Una transizione che sia “economicamente e socialmente responsabile”.

Il Green Deal non è arrivato dal nulla, ma è solo l’ultima iniziativa dentro un quadro trentennale di impegno a ridurre le emissioni, seguendo rigorosamente le direttive e i regolementi europei. Il problema è piuttosto che queste linee sono intricate, sbagliano a indicare gli indirizzi da seguire e vengono per di più cambiate di continuo, rendendo impossibile programmare gli investimenti.

La questione è diventata macroscopica in Italia. Per fare un esempio, ad agosto il ministro Urso aveva esaltato i risultati ottenuti dall’Ecobonus, e aveva promesso che sarebbe stato trasformato in un vero piano triennale. A novembre ne annunciava la fine, perché per sua stessa ammissione non avevano avuto effetti positivi sulla produzione.

Anche per questo è chiaro che la soluzione promossa dall’UNRAE è solo parziale: altri incentivi, mentre di certo l’impulso da dare all’infrastruttura per la ricarica e un piano per il riciclo dei componenti sarebbe invece molto utile. Difatti, lo stesso Andrea Cardinali, direttore generale dell’UNRAE, ha detto che è più il secondo tema che il primo a frenare gli acquisti nel Bel Paese.

A suo avviso non c’entrano molto i redditi degli italiani, ma allo stesso tempo ha riportato dati che sembrano contraddirlo, ricordando che il nodo centrale rimane che la filiera può funzionare solo se c’è domanda. “Il prezzo medio di un’auto è aumentato del 58% dal 2011 a 2023”, ha ricordato, perché “il costo industriale è aumentato drammaticamente per l’impennata di tutti i costi di produzione”, energia in primis.

“Fatto 100 per i dati del 2011”, ha continuato, “oggi la media del costo delle vetture è a 158, mentre il reddito degli italiani è a 122: certo, il mix e i contenuti delle vetture non sono paragonabili fra il 2011 e il 2024 ma nello stesso lasso di tempo il costo di abitazioni e utenze è salito a quota 163. Comprensibile che, in questo scenario di entrate e di spese, una famiglia media rinuncia a comprare l’auto”.

L’UNRAE stima che quest’anno verranno vendute in Italia 1,5 milioni di auto, poco meno della cifra del 2023, ma ben 350 mila unità sotto i livelli del 2019, mentre si rafforza il mercato dell’usato. Anche se non allo stesso modo, le stesse dinamiche di fondo sono state vissute da tutta Europa: nel 2019 venivano immatricolate ogni anno 15,8 milioni di vetture, mentre nei primi 10 mesi del 2024 sono diventate 10,8.

È scontato che le cifre non raggiungeranno l’anno precedente alla pandemia. E quello che è poi la questione di fondo l’ha detta, tra le righe, di nuovo Crisci: “l’introduzione di nuove tecnologie tende inevitabilmente a soppiantare quelle esistenti, generando spesso conflitti e resistenze. In questo contesto, politica e media talvolta oscillano tra posizioni contrastanti, e questa incertezza rischia di danneggiare il settore”.

La sfida sull’auto elettrica era sull’innovazione, ed evidentemente la UE l’ha persa nei confronti della Cina. Serve una strategia solida, basta col trovare un capro espiatorio per non ammettere il fallimento di decenni in cui si è promosso il privato come strada migliore per affrontare la competizione globale, mentre Pechino pianificava lo sviluppo della sua collettività, sotto tutti gli aspetti.

Ovviamente, non sentiremo dai produttori di vetture l’attacco all’inadeguatezza dello spirito imprenditoriale occidentale. Sentiremo parlare ancora di incentivi, probabilmente. Ma il nodo è quello, e come l’automotive europeo sia entrato in un circolo vizioso in cui la compressione del mercato interno alimenta l’instabilità del settore, e quest’ultima a sua volta lo fa dal punto di vista della domanda.

Roberto Vavassori, presidente dell’Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica (ANFIA), tra il mancato raggiungimento degli obiettivi di produzione di Stellantis e la volontà di Volkswagen di tagliare 15 mila dipendenti, afferma che “saranno almeno 45 mila i dipendenti che perderanno il lavoro nelle aziende fornitrici, anche quelle italiane“.

Vavassori ha poi sottolineato come “la sovracapacità produttiva, ormai strutturale, è un tema dirimente per i costruttori europei, che, per cercare di mantenere competitività nei confronti dell’arrembante avanzata cinese, stanno facendo susseguire annunci di possibili chiusure di stabilimenti europei”. Permettetici di sottolinearlo: crisi di sovrapproduzione, come nella più tradizionale lettura di Karl Marx.

Uno studio di ANFIA con la società di consulenza finanziaria Alix Partners ha stimato che l’evoluzione dei volumi negli ultimi mesi “anticipa già nel 2025 i possibili impatti occupazionali di quanto si stimava solo un anno fa come effetto al 2030 della sola transizione elettrica”. Senza che la transizione all’elettrico sia stata fatta – appunto, un altro capro espiatorio per il fallimento della classe dirigente europea –.

Secondo questa analisi, sono 38 mila i posti di lavoro a rischio, 26 mila legati a riduzioni strutturali e 12 mila a crisi aziendali. Per Alix Partners, inoltre, sono numeri parziali e il totale potrebbe essere persino maggiore, essendo esclusi dallo studio i produttori di apparecchiature originali e l’impatto su altre filiere come logistica, sicurezza e macchine utensili.

Vavassori ha dunque sostenuto la necessità di introdurre ulteriori ammortizzatori sociali e poi il “credito d’imposta diretto per attività di ricerca e sviluppo sulle traiettorie tecnologiche della nuova mobilità, riduzione dei costi delle bollette energetiche degli stabilimenti produttivi della filiera e proroga dell’Ecobonus per i veicoli commerciali”.

Prima vengono evidenziati i reali problemi alla base della crisi dell’automotive, che non è tanto nell’elettrico quanto nella sconfitta nella competizione tecnologica, nell’irrazionalità nella gestione del mercato da parte del privato dovuta innanzitutto alla mancanza di una pianificazione pubblica centralizzata, nella compressione del mercato interno.

E poi vengono proposte come soluzioni, ancora una volta, tutte misure sul lato dei produttori, ovvero sul lato di chi, con lo sguardo corto dei risultati trimestrali di bilancio, continuerà su questa strada fino a creare una vera e propria emergenza sociale, cancellando decine di migliaia di posti di lavoro.

La soluzione non è in altri sussidi al privato, ma è nel superamento del modello in cui il privato è giudice, giuria e boia di ogni scelta politica.

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01/12/2024

Lo spettro della sovrapproduzione nell’industria automobilistica internazionale

La divisione sociale del lavoro nell’industria automobilistica, a livello internazionale, è in subbuglio, non solo per la questione della transizione dal motore endotermico a quello elettrico, ma perchè è costellata dallo spettro della sovracapacità produttiva.

Se in Italia gli impianti produttivi del gruppo Stellantis lavorano, ormai da tempo, a singhiozzo (1), la situazione non è nemmeno tanto rosea in Germania: il colosso di Wolfsburg, per la prima volta nella sua storia, nel mese d’ottobre dell’anno corrente, ha annunciato la chiusura di tre stabilimenti in Germania, con la conseguente perdita di miglia di posti di lavoro e la riduzione del salario del 10%.

Per chi ha scarsa memoria storica, vale la pena ricordare che stiamo parlando del marchio Volkswagen che, nei primi anni ’90 del secolo scorso, ha avuto il coraggio di adottare la soluzione che mirava a salvaguardare i posti di lavoro, con uno storico accordo che prevedeva la riduzione dell’orario di lavoro a 30 ore settimanali, a parità di salario.

Le ripercussioni della crisi automobilistica tedesca creano un effetto domino su quella italiana, in quanto in questo comparto, l’Italia ha ridotto notevolmente la produzione di automobili (prodotti finiti), mentre ha incrementato le quote di mercato dei componenti di automobili, i quali vengono assemblati in altri contesti produttivi. In altri termini, ci siamo specializzati nella componentistica per i marchi francesi e tedeschi.

Se in Europa si respira un’aria asfittica, negli USA, nonostante il settore sia in ripresa, non ha ancora raggiunto la produzione del periodo precedente alla pandemia di Covid-19. Tuttavia, nonostante la produzione di auto elettriche non sia decollata, anche per la difficoltà di approvvigionamento dei semiconduttori, le rivendicazioni degli operai sono più frizzanti. Tant’è che nel mese di settembre dello scorso anno, dopo 88 anni, lo UAW, United Auto Workers, il sindacato degli operai del settore automobilistico, ha lanciato uno sciopero, che ha coinvolto i lavoratori di Ford, General Motors e Stellantis, che hanno rivendicato salari adeguati all’inflazione e contemporaneamente hanno messo in evidenza la riduzione dell’orario di lavoro a 32 ore settimanali.

Al momento, nel panorama internazionale, sembra che i produttori cinesi, grazie ai massicci investimenti statali che ci sono stati negli anni passati, godano di un vantaggio competitivo. Infatti riescono a produrre auto elettriche a costi molto più bassi che in Europa e negli USA, ma il mercato interno non è sufficiente ad assorbire l’enorme capacità produttiva, mentre i paesi occidentali si difendono con pesanti dazi doganali dall’invasione di queste merci.

In Cina ci sono 450 fabbriche di veicoli elettrici e i loro impianti non operano a pieno regime, anzi utilizzano solo 1/5 della loro capacità produttiva. Dunque, i produttori cinesi per inondare di veicoli elettrici l’Europa e gli USA, potrebbero aggirare le barriere doganali delocalizzando la produzione, se i Governi occidentali dessero la loro disponibilità ai consumatori meno ricchi di acquistare le auto elettriche.

Ma questo implicherebbe una perdita di posti di lavoro in Cina, in un periodo in cui emerge il problema della disoccupazione giovanile.

Produzione e consumo sono due momenti di uno stesso processo tra loro strettamente connessi: se aumenta la capacità produttiva e i prodotti aggiuntivi finali non trovano una corrispondenza nel mercato, non vengono validati dagli acquirenti in quanto non soddisfano bisogni umani, allora subentra una crisi di sovrapproduzione.

Come spiega Marx, affinché un prodotto finale sia utile a soddisfare bisogni umani, cioè abbia un valore d’uso per altri e quindi diventi una merce, si deve verificare un passaggio significativo, attraverso il quale si realizza il valore di scambio. Ogni merce ha un valore d’uso e un valore di scambio, mentre il prodotto finale è una merce potenziale, pertanto esso diventa merce solo attraverso “un duplice salto mortale”, ossia esso non solo deve trovare il denaro corrispondente che ne permetta lo scambio, ma deve anche avere un valore d’uso per il suo acquirente. Altrimenti quel prodotto non entra nel consumo, non viene utilizzato per soddisfare un bisogno.

I veicoli elettrici dei fabbricanti cinesi che sono stati progettati, pensando allo smartphone, con parti meccaniche ridotte all’osso e con prezzi competitivi, rivolti al consumo di massa, non intercettano gli acquirenti nazionali, né tanto meno quelli europei o americani, perché strozzati dalle elevate tariffe doganali.

Senonché, la sovracapacità produttiva detta legge: i 4/5 degli impianti produttivi cinesi non vengono utilizzati, di conseguenza i capitali finanziari disponibili non vengono investiti in mezzi di produzione aggiuntivi, in quanto non si prevede di incorporarli in consumi aggiuntivi futuri.

A ben guardare, Marx ed Engels, già nel Manifesto del Partito Comunista del 1848, evidenziano l’epidemia della sovrapproduzione: l’abbondanza diventa come la carestia e si vive una situazione come se una terribile guerra di sterminio avesse distrutto l’industria e il commercio, facendo ripiombare la società nella barbarie.

E tutto ciò avviene per l’eccesso di produzione: troppe industrie, troppi commerci, troppi mezzi di sussistenza, troppa pubblicità, troppe banche, troppe transazioni finanziarie, troppe infrastrutture, troppe automobili nelle città e l’aria diventa irrespirabile, troppe reti, troppe mail e messaggi, eccetera. Il troppo storpia! Forse, l’espressione ripetuta continuamente, “le risorse sono scarse”, non ha molto senso.

La prospettiva cambia, invece, quando ci chiediamo: che fine fanno le risorse derivanti dagli eccessi di produttività?

Se i 4/5 degli impianti produttivi, delle fabbriche di veicoli elettrici cinesi, non vengono utilizzati, allora dovrebbe essere chiaro che lo stock di capitale fisso (le risorse) è sovrabbondante, quindi non c’è bisogno di nuovi “investimenti produttivi” nel settore, un aspetto nodale sul quale ritornerò nel fluire del discorso.

Su questo punto Marx, a suo tempo, ha individuato la relazione tra crisi di sovrapproduzione e caduta tendenziale del saggio di profitto, inteso come rapporto tra il plusvalore (Pv) e il capitale anticipato o investito, cioè il capitale fisso più il capitale variabile (C+V).

Il lettore attento si renderà conto che nel paese più dinamico del mondo, dal punto di vista dell’intensificazione o relativa espansione dei rapporti capitalistici, l’ago della bilancia, nella composizione organica del capitale, pende notevolmente dal lato degli impianti e macchinari, vale a dire il capitale fisso ( C ). L’80% degli impianti e delle macchine, al passo con i progressi tecnologici di ultima generazione, non produce merci per soddisfare bisogni.

Questa potenza immane, pronta per l’uso, ma inutilizzata, rappresenta una minaccia per i produttori europei ed americani, ma anche coreani e giapponesi, qualora volessimo allargare il quadro dell’analisi.

Ogni fabbrica chiusa e potenzialmente utilizzabile, ogni fabbrica con impianti inutilizzati o che lavora a regime ridotto, come accade a Mirafiori, in Italia, rappresenta capitale aggiuntivo che non incontra la sfera del consumo, ragion per cui non dà luogo a profitti. Tutto ciò non implica che non ci siano profitti, infatti, come vedremo nel corso di questa breve sintesi, ci sono altre strategie per gonfiare i profitti, ma tali procedure rilevano che i profitti realizzati non sono proporzionali ai capitali investiti.

In Europa la produzione delle auto elettriche non ingrana la marcia, non solo per la scarsa rete delle colonnine di ricarica e per le difficoltà a reperire le materie prime per la costruzione delle batterie, ma soprattutto perché costano troppo, non sono alla portata di tutti, in quanto ci troviamo di fronte a un modello produttivo che non è orientato alla motorizzazione di massa.

In questo contesto, la spuntano le case automobilistiche che assemblano modelli di alta gamma, il cui target è costituito dalle fasce della popolazione più ricche, precisando che da quest’articolazione del processo produttivo si ottengono margini di profitti elevati, con ridotti volumi fisici di produzione.

Siamo impigliati dentro le maglie di una logica paradossale e non riusciamo a venirne a capo: a fronte di continui aumenti della produttività, per via delle innovazioni tecnologiche, la domanda di lavoro socialmente necessario diminuisce, all’aumentare della capacità produttiva, però, sembra che cresca il caos e l’immiserimento.

È possibile uscire dalle sabbie mobili in cui siamo incagliati, senza affrontare la logica paradossale, legata agli eccessi di produttività?

Mauro Parretti, in Le metamorfosi del capitalismo (2), sostiene che per percorrere questo sentiero, oltre agli sviluppi del pensiero e alle conoscenze elaborate da Marx, occorre far riferimento agli approcci teorici di Keynes, sebbene siano stati sviluppati in altra epoca e da un’altra angolazione.

Il metodo di Parretti è analitico e parte dal presupposto che per spiegare la relazione tra la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto e la crisi di sovrapproduzione, non è necessario ricorrere a formulazioni algebriche o complicati teoremi matematici. In realtà, l’autore ne fa uso, ma puntualizza che su questo versante, si rivolge anche ai lettori economisti eventualmente interessati.

Per il resto, egli si muove coerentemente sulle riflessioni del Centro Studi e Iniziative per la Redistribuzione del lavoro, che hanno rilevato il denominatore comune tra il pensiero di Marx e quello di Keynes, riguardo alla crisi di sovrapproduzione.

Marx visse e studiò le crisi cicliche e congiunturali della sua epoca, analizzò in profondità i rapporti di produzione capitalistici e ne fu uno tra i più audaci e tenaci critici. Egli mise in evidenza gli aspetti positivi del modo di produzione capitalistico, ma teorizzò anche il superamento di questo sistema produttivo mediante la suddetta legge della caduta tendenziale del saggio di profitto e l’emancipazione dal lavoro salariato (riduzione progressiva dell’orario di lavoro) da parte dei lavoratori dipendenti.

Keynes visse la drammatica crisi di sovrapproduzione strutturale degli anni trenta del secolo scorso, crisi, che in qualche modo aveva previsto, uscendo fuori dallo schema degli economisti ortodossi e nel formulare la sua teoria economica – osserva Parretti – argomentò che essa era “il risultato dell’aumento della produttività, perché il capitalismo tende a limitare i consumi e espandere gli investimenti”. (3)

Keynes non era un rivoluzionario come Marx, il suo pregio fu quello di riuscire a spingersi oltre i luoghi comuni degli economisti che supportavano il capitalismo, pur se condannava la società a vivere al di sotto delle capacità sviluppate in quel periodo storico. Anche se si sposò con una ballerina russa, non aveva nessuna simpatia per il comunismo ed utilizzava espressioni di scherno e toni dispregiativi per “la cooperazione forzata” nell’Unione Sovietica.

Nonostante pervenne a conclusioni simili a quelle di Marx sulla crisi, egli ignorò tale evidenza.

Per Marx, dice Parretti, il socialismo diventa opportuno quando il capitalismo sottrae risorse al consumo dei lavoratori, non per migliorare l’efficienza del sistema e il tenore di vita di tutti, ma per sprecarle. In queste ultime circostanze il capitalismo è arbitrario, è insopportabile.

Durante la grande crisi, Keynes comprese che i milioni di disoccupati, che si registravano nei paesi capitalisticamente più avanzati, rappresentavano uno spreco inaccettabile, un prezzo troppo elevato per una società che era più ricca o che produceva di più, rispetto al periodo che ha preceduto il primo conflitto mondiale.

A dire il vero, Keynes – asserisce Parretti – utilizza un linguaggio “marginalista neoclassico”, per evidenziare che all’aumentare della produttività, anche se aumenta la “produttività marginale” del capitale, nel contempo, diminuisce la sua “efficienza marginale”, cioè il suo rendimento monetario.

Keynes rilevò circa un secolo fa – continua Parretti – che una cosa è “produrre” nuovi investimenti, un’altra è “venderli”.

Quindi il rendimento monetario dei nuovi investimenti, intesi come mezzi di produzione aggiuntivi, tenderebbe a zero, quando una tale “offerta” non trova la corrispondente “domanda”. I nuovi investimenti aggiuntivi “sarebbero necessari soltanto se i consumi, merci finali, crescessero allo stesso ritmo” (4), altrimenti, si crea una situazione di stallo, quando la variazione dei consumi aggiuntivi sia inferiore a quella degli investimenti aggiuntivi, il che implica, nell’analisi keynesiana, che propensione marginale al risparmio > propensione marginale al consumo.

Queste ultime due variabili diventano significative, quando si riferiscono all’intera società, piuttosto che al singolo individuo o alla singola famiglia.

In seguito alla prolungata depressione degli anni '30, nei paesi più industrializzati, Keynes ebbe modo di mettere a nudo il pensiero che incarnava la teoria economica liberista, sostenendo che il mercato non si autoregolava da solo e che soprattutto non era il regno dell’armonia.

Infatti, il brillante matematico di Cambridge, insieme al suo gruppo di ricerca, formato prevalentemente da giovani economisti, riuscirono a formulare una teoria in grado di affrontare la logica paradossale della crisi di sovrapproduzione, dando vita alle premesse per edificare lo Stato sociale.

Uno stralcio del suo pensiero che smuove le acque: ci sono i mattoni, la calce, la sabbia, il legno (le risorse), ci sono disoccupati (muratori, manovali, carpentieri, eccetera), ci sono le macchine e le attrezzature, mancano le case per molti cittadini, in quanto vivono nelle baracche, allora se non intervengono i privati, con i loro capitali monetari inutilizzati, deve intervenire lo Stato e con la spesa pubblica finanzia la costruzione di case popolari, per coloro che non possono permettersi l’acquisto di una casa in muratura e con i comfort minimi.

Nei trent’anni successivi alla seconda guerra mondiale, le politiche di pieno impiego persuasero la classe borghese ad accettare l’idea che il lavoro potesse sottrarsi alla condizione di merce sovrabbondante e che i salari non fossero commisurati ai livelli di sussistenza, come ai tempi di Marx e nella prima metà del XX secolo.

Alla luce di quest’ultimo cambiamento, Parretti individua un passaggio cruciale: “La contrattazione collettiva del salario permise che una parte degli aumenti della produttività tecnologica (“prezzo/costo”) determinasse maggiori salari e servizi gratuiti da parte dello Stato (scuola, sanità, ecc.) e quindi aumentasse il tenore di vita dei lavoratori”. (5)

Man mano che miglioravano le condizioni di vita della classe lavoratrice, in quanto essa riusciva a soddisfare una serie di bisogni “improcrastinabili”, diminuiva la propensione marginale al consumo e di conseguenza gli effetti moltiplicativi della spesa pubblica iniziarono a subire rallentamenti e cadute.

A metà degli anni '70, quando riemerse il problema della disoccupazione, poiché lo Stato non riusciva a creare nuovi posti di lavoro nel settore pubblico, che potessero compensare la perdita di quelli che si verificavano nel settore privato, per via degli aumenti di produttività legati all’innovazione tecnologica, lo squilibrio tra pmac < pmar divenne consistente, cosicché le politiche keynesiane vennero messe sotto accusa e le teorie economiche neoliberiste ed ordoliberiste, che non erano morte, presero di nuovo piede.

Molti saggi sono stati scritti sulla “crisi dello Stato sociale”, quello di Parretti evidenzia un approccio che, a mio avviso, è interessante.

Egli sostiene che anche in una situazione come quella descritta qui sopra, è possibile fare nuovi investimenti, purché siano improduttivi. Quindi le imprese “non investono in mezzi di produzione aggiuntivi, poiché inutili, ma in attività che facciano aumentare la propria quota di mercato a danno dei diretti concorrenti”. (6)

L’aumento del capitale improduttivo, spiega Parretti, avviene a danno di quello produttivo, il quale continua a diminuire, a sua volta, per via degli aumenti della produttività tecnologica, espressa dal rapporto tra prezzo e costi diretti, così come il lavoro improduttivo sostituisce quello produttivo.

C’è un altro aspetto dirimente, che cattura l’attenzione quando si parla del come misurare la produttività del lavoro; infatti se nel rapporto tra prodotto netto e totale ore lavorate, si tiene conto anche delle spese improduttive, intese come costi fissi, negli ultimi trent’anni – afferma Parretti – la produttività del lavoro risulta stazionaria, se non calante, mentre se al denominatore del rapporto, teniamo conto solo delle ore del lavoro produttivo, allora l’indicatore è ampiamente aumentato.

Dunque le ore di lavoro improduttivo sono funzionali alle imprese, per mantenere o espandere la propria quota di mercato, ma esse non vengono utilizzate per produrre merci. Senza queste ore di lavoro improduttivo, le aziende sarebbero travolte dalla concorrenza, quindi sono costrette a sostenere questi “costi intermedi”, i quali decurtano il prodotto netto e fanno aumentare il valore delle imprese nei mercati finanziari.

Insomma, per chiudere quest’articolo con Parretti, più che a capitalisti, ci troviamo di fronte a dei veri e propri prestigiatori: le spese improduttive corrispondono a profitti nascosti reinvestiti, che non risultano nei libri contabili come capitale reale; capitale, quindi, che non è possibile tassare, ma che appare solo nella vendita di quote o azioni dell’impresa a un valore molto più grande del capitale sociale contabile, che esse rappresentano nello stato patrimoniale. (7)

Note

1) Nel mese di luglio e settembre del 2024, a Mirafiori, gli impianti hanno funzionato solo per 5 giorni.

2) Mauro Parretti, Le metamorfosi del capitalismo, formazione online.

3) Idem p.6.

4) Idem p. 11.

5) Idem p. 34.

6) Idem p. 35.

7) Idem p. 36.

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