Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
19/03/2026
Servi pronti ad entrare in guerra
La richiesta di Trump ai paesi della Nato – inviare navi da guerra per tenere aperto lo Stretto di Hormuz dichiarato chiuso dall’Iran ai soli paesi nemici – aveva ricevuto un cortese ma netto rifiuto, grosso modo dicendo “non è la nostra guerra, è fuori dai compiti della Nato”. Perché è scontato che mandare una flotta, anche ridotta ai soli dragamine, in mezzo ad un conflitto, significa prendere parte a quel conflitto schierandosi con una parte contro l’altra.
Sembrava una dimostrazione della persistenza di una “spina dorsale” e di una quasi imprevista “dignità nazionale”... ma era un errore: entrambe quelle virtù sono sparite da tempo. In sei paesi almeno: Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Olanda e Giappone.
Per farsi vedere più sdraiata degli altri cinque la neo-premier giapponese Sanae Takaichi è volata a Washington per non meglio precisati colloqui con Trump.
Tutti e sei hanno sottoscritto una dichiarazione che illumina l’infamia che anima questi governi.
“Chiediamo all’Iran di cessare immediatamente le minacce, la posa di mine, gli attacchi con droni e missili e ogni altro tentativo di bloccare lo Stretto alla navigazione commerciale, nonché di conformarsi alla risoluzione 2817 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”, si legge. “La libertà di navigazione è un principio fondamentale del diritto internazionale, sancito anche dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Gli effetti delle azioni dell’Iran si faranno sentire su persone in ogni parte del mondo, specialmente sui più vulnerabili”.
“Esprimiamo la nostra disponibilità a contribuire agli sforzi appropriati per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto. Accogliamo con favore l’impegno delle nazioni che stanno procedendo alla pianificazione preparatoria”.
“La sicurezza marittima e la libertà di navigazione vanno a vantaggio di tutti i paesi. Chiediamo a tutti gli Stati di rispettare il diritto internazionale e di sostenere i principi fondamentali della prosperità e della sicurezza internazionali”. Neanche una parola su Stati Uniti e Israele che hanno aperto una guerra unilaterale, non provocata, contro l’Iran.
Peggio ancora quando ha aperto la bocca persino Kaja Kallas, facente finzione di “Alto rappresentante” per la politica estera europea: “Abbiamo qui oggi le Nazioni Unite e stiamo lavorando a stretto contatto con loro per trovare un passaggio sicuro per le navi attraverso lo Stretto di Hormuz, perché è davvero un problema soprattutto per l’Asia e anche per l’Africa il fatto che petrolio, gas, ma anche fertilizzanti e alimenti non possano transitare dallo Stretto di Hormuz”.
Un tale che si svegliasse improvvisamente dal coma, leggendo questi comunicati, capirebbe che l’Iran ha chiuso lo Stretto per un capriccio irresponsabile, mentre il mondo e il Medio Oriente stavano tranquillamente vivendo la vita normale di tutti i giorni.
L’unica cosa vera – ma mutilata ed usata come un alibi – è che il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha rivolto un appello a tutte le parti, come è previsto dal suo ruolo: “Il mio messaggio a Usa e Israele è che è tempo di finire questa guerra che rischia di andare totalmente fuori controllo, con una propagazione sull’economia mondiale che rischia di essere davvero drammatica, specie per i Paesi in via di sviluppo. All’Iran dico: basta con gli attacchi ai tuoi vicini, e apra lo stretto di Hormuz. È tempo che la diplomazia prevalga, è tempo che la forza della legge prevalga sulla legge della forza”.
Se si cancella l’appello agli aggressori e si chiede di fermare solo la reazione dell’aggredito è chiaro come il sole che si ci sta preparando a partecipare all’aggressione. Ossia entrare in guerra contro Teheran.
L’ipotesi è ampiamente contrastata dalle popolazioni di tutti e sei i paesi, dunque è partita contemporaneamente la “tarantella dei distinguo” per provare a camuffare un gesto che è la quintessenza della chiarezza.
Il famoso ministro “fino ad un certo punto” Tajani si è subito esercitato nella parte del pesce in barile, sostenendo che si tratterebbe di un “contributo politico, non militare”, sollevando grasse risate ovunque e a Washington in primo luogo.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dilatato i tempi dell’impegno diretto a dopo la fine della fase acuta della guerra: “potremo fare molto, fino anche alla riapertura delle rotte marittime e al loro mantenimento in sicurezza, ma non lo faremo mentre i combattimenti sono in corso”. Ossia quando non servirebbe più, a meno di non prevedere per sé il ruolo di occupanti di una parte del territorio iraniano in prossimità dello Stretto.
In ogni caso Trump ha immediatamente incassato l’appecoronamento, ma con il consueto disprezzo riservato ai servitori lenti di comprendonio: «Ora la Nato è più disponibile, ma è tardi».
Come si vede, il giuramento appassionato fatto da tutti i Meloni dei sei paesi – “se ci chiedono di più faremo decidere il Parlamento”, perché “non siamo e non saremo in guerra” – è rimasto valido il tempo necessario a pronunciare quelle parole. Poi si fa l’opposto.
In zona, come già osservato, c’è già il dispiegamento della missione “Aspides”, nell’altro stretto che controlla il Mar Rosso, davanti allo Yemen degli Houthi, fin qui rimasti in attesa. Basta poco per far spostare quelle navi, visto che le regole di ingaggio prevedevano come zone operative anche il golfo di Oman e il Golfo Persico. Serve solo la decisione politica che è stata presa oggi, ma negando di averla presa.
Come se in guerra si potesse fare come nelle campagne elettorali, “senza contraddittorio”.
Ci ha pensato subito il ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi, a chiarire l’ovvio. Ossia che la partecipazione di qualsiasi Paese al tentativo di rompere il blocco iraniano lo renderebbe “complice dell’aggressione e degli efferati crimini commessi dagli aggressori”.
Pare che nel mondo questo gioco lo capiscano proprio tutti, perfino i bambini delle elementari: se vuoi fermare l’aggredito stai aiutando l’aggressore. Quindi preparati a ritirare la tua dose di sganassoni, quando arrivi a tiro...
Fonte
24/10/2025
Olanda - "Commissariati" i chip della cinese Nexperia, ma l’automotive europea va in fermento
Non quelli più all’avanguardia, ma quelli largamente usati nell’industria automobilistica, nell’elettronica di consumo ed anche in altri settori. Nel 2017 viene venduta da una compagnia che era legata a Philips a un consorzio sostenuto da Pechino, e dal 2019 Wingtech ne diviene l’azionista di maggioranza.
Lo scorso 30 settembre il governo olandese decide di rispolverare il Goods Availability Act, una legge risalente agli anni Cinquanta – e dunque al contesto della Guerra Fredda – che permette di prendere di fatto il controllo di un’azienda per motivi di sicurezza nazionale. In questo caso, vengono addotte questioni sull’approvvigionamento del paese in seguito alla presunta inadeguatezza dei vertici della società.
Si tratta di una mossa che ha evidentemente un mandante: Washington. E non lo diciamo solo perché Trump aveva già messo in chiaro che avrebbe preteso dalla UE di allinearsi alle esigenze commerciali degli USA. Sono le stesse carte del Tribunale di Amsterdam a dirlo. Bisogna però fare un breve passo indietro nel tempo.
Il 29 settembre il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha imposto nuovi controlli e restrizioni alle esportazioni verso la Cina e circa una settimana dopo un rapporto del Congresso invitava ad ampliare i divieti su alcune attrezzature. Da qui è originata la reazione cinese che i media asserviti di questo paese hanno ovviamente indicato come una azione unilaterale di Pechino.
Al di là di questo, le nuove disposizioni, allargandosi ormai a molte partecipate, hanno cambiato il quadro anche per Nexperia. Infatti, se già da tempo Wingtech è sulla Entity List delle restrizioni stelle-e-strisce, dal 30 settembre anche l’azienda olandese ci sarebbe finita. La perdita di questa relazione sarebbe stata un duro colpo.
Ma c’è di più. Perché stando a quel che l’Huffington Post riporta delle carte del Tribunale di Amsterdam, “il governo statunitense aveva chiarito che, se fosse rimasto al comando il suo attuale amministratore delegato, Zhang Xuezheng, la società non sarebbe stata rimossa dalla lista dei controlli sulle esportazioni”.
Un ricatto che, a quanto pare, non turba troppo né i ‘sovranari’ olandesi né quelli europeisti. E così, quello stesso 30 settembre, L’Aja, vero centro del potere del paese europeo, ha deciso il sequestro, mettendo in moto una valanga che ora, come è successo più di una volta negli ultimi mesi, sta arrivando dritta sulla UE, più che sulla Cina.
Infatti, Pechino ha deciso di rispondere vietando le esportazioni dei prodotti di Nexperia verso la UE. Il problema è proprio che, anche se con sede nei Paesi Bassi, i chip vengono spesso assemblati e impacchettati in Estremo Oriente. Questo ha subito mandato mandato in tilt politici e aziende del Vecchio Continente.
Mentre la divisione cinese di Nexperia ha sostanzialmente dichiarato la propria indipendenza dalla gestione ‘commissariale’, il ministro dell’Economia dei Paesi Bassi, Vincenti Karremans, ha richiesto un colloquio con il ministro del Commercio del Dragone, Wang Wentao, stando a una dichiarazione del dicastero di quest’ultimo.
Mentre Karremans ha espresso fiducia nel raggiungimento di una soluzione, il politico cinese è stato più netto nell’attribuire la responsabilità del conflitto alla parte olandese, e che deve essere perciò questa “ad agire nell’ottica generale di preservare la sicurezza e la stabilità”.
Intanto, dall’automotive europeo arrivano affermazioni preoccupate. Hildegard Mueller, presidente dell’associazione dell’industria automobilistica tedesca VDA ha dichiarato che “la situazione potrebbe portare a notevoli restrizioni produttive nel prossimo futuro, e possibilmente anche a fermi di produzione se l’interruzione nella fornitura dei chip Nexperia non sarà risolta a breve termine”.
Volkswagen ha annunciato che sta per interrompere l’assemblaggio di due modelli – Golf e Tiguan – e, secondo il giornale tedesco Bild, ciò deriva proprio dall’affaire Nexperia, anche se dalla società smentiscono. Intanto, si sono però già mossi per trovare un altro fornitore che possa garantire i chip necessari.
Persino l’ACEA, l’associazione europea dei produttori di auto, si è detta “profondamente preoccupata” per possibili “interruzioni significative” delle linee di produzione. Questo tipo di ansie sono state registrate anche nell’automotive giapponese. Intanto, la divisione cinese ha ricominciato a distribuire i suoi prodotti sul mercato interno... ma è disposta a farsi pagare solo in yuan.
La vicenda è un altro sintomo della debolezza della UE, stretta tra il dover esaudire i desideri di Washington (che è ben felice di mandare ulteriormente in crisi l’industria europea, sperando di attirare investimenti verso gli States) e la guerra che vuole portare a ogni costo al resto del Mondo, con cui potrebbe in realtà intrattenere affari d’oro.
La scelta guerrafondaia – nelle varie sfaccettature che può assumere questa definizione – di una classe dirigente miope e imbevuta della propria stessa propaganda suprematista che ha raccontato per decenni, cozza con l’evidente impreparazione nella competizione globale. Prima si riesce a rompere questo ciclo fallimentare che persegue l’imperialismo europeo, prima si apre la via per un’alternativa.
Fonte
24/08/2025
Sanzioni a Israele? Si dimette il ministro degli esteri dei Paesi Bassi
Uno dei rarissimi tentativi di superare il fossato delle parole inconcludenti è costato la poltrona al ministro del esteri olandese, Caspar Veldkamp, ma ha portato con sé una nuova crisi del governo Schoof a due mesi dal voto (l’esecutivo era già dimissionario, in carica solo per gestire l’ordinaria amministrazione fino alle nuove elezioni).
Veldkamp si è dimesso per non essere riuscito a ottenere l’ok dell’esecutivo a ulteriori sanzioni contro Israele. Tra le sue proposte c’era l’imposizione di divieti di ingresso ai ministri israeliani di estrema destra, Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, citando il loro ruolo nell’incitamento alla violenza dei coloni contro i palestinesi.
Discorsi che contengono esplicitamente la rivendicazione del genocidio in atto nonché la pulizia etnica integrale della Cisgiordania, la deportazione dei palestinesi e la consegna ai coloni delle terre.
Veldkamp, prima di dimettersi, aveva anche revocato tre permessi di esportazione per componenti di navi militari, mettendo in guardia dal «deterioramento delle condizioni» a Gaza e dal «rischio di un utilizzo finale indesiderato». Ovvero l’uso delle armi olandesi per massimizzare l’“efficacia” del genocidio.
Andandosene, Veldkamp ha dichiarato: “Vedo di non essere sufficientemente in grado di adottare misure aggiuntive significative per aumentare la pressione su Israele”.
Il ministro ha aggiunto che le misure da lui proposte sono state “discusse seriamente” ma hanno incontrato resistenze nelle successive riunioni di gabinetto. “Mi sento limitato nel tracciare la rotta che considero necessaria come ministro degli Esteri”. E quindi, al contrario di tanti ministri italici, se n’è andato.
Nel giro di poche ore l’intero suo partito, il Nuovo Contratto Sociale (NSC), compresi altri quattro ministri, ha rassegnato le dimissioni.
I Paesi Bassi sono tra i 21 paesi che hanno firmato giovedì una dichiarazione congiunta in cui condannano l’approvazione da parte di Israele del progetto di insediamento in Cisgiordania E1 che spaccherebbe in modo definitivo la continuità territoriale palestinese, nell’intento dichiarato di rendere impossibile fisicamente qualsiasi futuro Stato di Palestina.
Il governo olandese è formato da una colazione di centrodestra, molto simile a quella italiana, con all’interno anche il populista Geert Wilders, che però finge di essere “antifascista” solo perché si dichiara “filosemita” (ignorando che sono “semiti” anche gli arabi e non solo).
Fonte
21/08/2025
La grande crisi della siderurgia raccontata dalla Taranto d'Olanda
Patricia Cohen, autrice di un luogo articolo pubblicato anche da Internazionale, evidenzia la "realtà con cui devono fare i conti tutte le acciaierie: gli impianti producono più acciaio di quello che il mondo può usare. Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), la produzione di acciaio in eccesso dovrebbe raggiungere i 721 milioni di tonnellate entro il 2027.
Una soluzione sarebbe semplicemente farne meno, ma c’è un problema: nessun paese vuole essere il primo a smettere di produrre un materiale considerato essenziale per l’economia e la sicurezza nazionali".
L'amico americano
Il New York Times ricorda come "in Europa la consapevolezza di non poter più contare sugli Stati Uniti per la sicurezza del continente ha reso ancora più evidente l’importanza dell’acciaio nel campo della difesa. “L’acciaio è fondamentale per la forza industriale del Regno Unito, per la nostra sicurezza e per la nostra identità come potenza globale di primo piano”, ha detto al parlamento Jonathan Reynolds, segretario per il commercio e l’industria britannico, quando ad aprile il governo ha approvato una normativa d’urgenza per prendere il controllo degli ultimi due altiforni attivi nel paese.
Elisabeth Braw, del centro studi Atlantic council, ricorda che nessuno Stato può produrre tutto quello di cui ha bisogno. Ma l’acciaio, aggiunge, “fa sicuramente parte della lista” dei prodotti a cui un governo deve poter accedere in ogni momento".
Ombre cinesi
"Nell’ultimo decennio" rimarca Cohen "l’acciaio a buon mercato della Cina ha inondato i mercati mondiali. L’enorme numero di impianti siderurgici cinesi – costruiti in parte con il sostegno del governo e spesso senza i vincoli ambientali richiesti in Europa – produce più acciaio (e alluminio) di tutti gli altri paesi del mondo messi insieme. Con il rallentamento dell’economia cinese, una quantità maggiore di questi metalli viene esportata all’estero a prezzi stracciati.
Il risultato è un crollo generale dei prezzi e dei profitti, con un conseguente aumento della disoccupazione nel settore. Misurato al chilo, l’acciaio oggi costa meno dell’acqua in bottiglia. A maggio l’Ocse ha avvertito che la riduzione dei guadagni sta rendendo difficile investire nelle tecnologie a basse emissioni di anidride carbonica, che sono essenziali per raggiungere gli obiettivi climatici". Un punto che a Taranto è dirimente.
I numeri della crisi
Ancora dal Times: "L’anno scorso le acciaierie dei 27 paesi dell’Unione europea hanno tagliato complessivamente 18mila posti di lavoro, riducendo la capacità produttiva di nove milioni di tonnellate.
Nei primi sei mesi del 2025 la Germania (primo produttore europeo) ha registrato un declino dell’11,6 per cento nella produzione di acciaio (più di 17 milioni di tonnellate) rispetto allo stesso periodo del 2024".
Tra le cause della crisi, "oltre ai costi per la manodopera e l’energia, alle tecnologie ormai superate e alla competizione feroce della Cina, i produttori europei devono fare i conti anche con i dazi punitivi voluti da Donald Trump", che "non solo minacciano di ridurre significativamente la quantità di acciaio che l’Europa può vendere negli Stati Uniti, ma spingeranno altri produttori a esportare di più verso l’Europa, aumentando ulteriormente la concorrenza per le aziende del continente".
La questione ambientale
Ad essere cruciale – ed anche su questo il caso Taranto, che pure non viene citato dal New York Times, è paradigmatico – è chiaramente anche la questione ambientale, con il relativo impatto sulla salute. Sempre citando il New York Times: "L’anno scorso il governo britannico ha stanziato 500 milioni di sterline per sostenere la Tata Steel (che gestisce un grande impianto a Port Talbot, in Galles) nella transizione verso un forno elettrico meno inquinante che funziona riciclando l’acciaio.
In Olanda l’impianto della Tata Steel di IJmuiden è in condizioni migliori di quelli britannici. La struttura, vicino a una spiaggia pubblica, è la seconda più grande d’Europa (è grande come 1.100 campi da calcio) e, nell’industria, è tra i principali datori di lavoro nel paese.
L’impianto offre un panorama di enormi ciminiere e montagne di polveri di ferro e carbone. Entro il 2030 la Tata Steel vorrebbe convertire lo stabilimento (oggi alimentato a carbone) per usare idrogeno e gas naturale, e sta negoziando con il governo olandese per ottenere finanziamenti.
L’azienda continua a investire nella prossima generazione di lavoratori, coinvolgendo ogni anno 150-200 persone nei suoi corsi di formazione.
Ma anche l’impianto di IJmuiden deve affrontare diversi problemi. Le istituzioni olandesi hanno fatto causa alla Tata Steel per una serie di sanzioni non pagate e per chiudere un forno a coke che emette sostanze tossiche. La transizione verso una tecnologia a basse emissioni costerà miliardi di euro e avrà bisogno di molto tempo prima di essere completata.
Secondo varie stime, oggi produrre acciaio negli altiforni elettrici a idrogeno verde o con altri metodi ecologici riduce le emissioni, ma costa fra il 30 e il 60 per cento in più".
Fonte
11/07/2025
I porti europei si preparano alla guerra
In tale contesto, la Commissione Europea ha identificato oltre 500 punti critici infrastrutturali che necessitano di lavori di potenziamento per sostenere la mobilità militare. Questi includono porti, aeroporti, ponti ferroviari, tunnel e corridoi di trasporto che devono essere adattati per il passaggio rapido di equipaggiamenti militari pesanti e di grandi dimensioni. Non è un programma di oggi, perché il Piano d'Azione sulla Mobilità Militare 2.0 è datato novembre 2022 e si basa su un primo piano del 2018, ma la guerra in Ucraina ne ha accelerato l’implementazione.
Il Piano si concentra su quattro azioni principali: adeguamento delle infrastrutture, tramite il potenziamento dei corridoi Ten-T per sostenere movimenti militari su larga scala; semplificazione normativa, tramite la digitalizzazione delle procedure doganali e logistiche; resilienza dei sistemi per proteggerli contro attacchi ibridi, cyber e rischi climatici; connettività, attraverso il rafforzamento dei collegamenti tra Paesi.
Sul versante marittimo, dove il Cef stanzia 145 milioni di euro, il perno di questa rete è il porto di Rotterdam, ritenuto uno hub primario della Nato per proiettare forze militari verso il fianco orientale dell’alleanza. La sua conversione verso l’uso duale prevede la designazione di banchine dedicate alle navi militari della Nato, l’adattamento dei terminal container per il trasferimento sicuro di munizioni, il coordinamento col porto di Anversa nel caso di volumi elevati e la pianificazione di esercitazioni anfibie regolari.
In un’intervista al Financial Time, il Ceo dell’Autorità portuale di Rotterdam, Boudewijn Simons, ha confermato che si sta riservando spazio alle navi militari e che si sta coordinando con i porti vicini su come gestire l'arrivo di veicoli e carichi britannici, americani e canadesi. Egli ha aggiunto che per quattro o cinque volte l’anno le navi militari potrebbero attraccare al porto, mentre la rete logistica circostante può adattarsi allo stoccaggio di rifornimenti, come forniture mediche, materie prime critiche, attrezzature energetiche, ripari ed eventualmente cibo e acqua.
Un altro scalo strategico è il porto di Amburgo, anch’esso destinato al rifornimento del fronte orientale della Nato. Questa funzione rientra nell’investimento annunciato di 1,1 miliardi di euro per migliorare i terminal container ed espandere i piazzali. Inoltre è previsto l’ampliamento del bacino di manovra da 480 a 600 metri per accogliere navi di maggiori dimensioni. In ambito più strettamente militare, ad Amburgo si svolgono esercitazioni Red Storm Alpha, dove un centinaio di soldati sono schierati per mettere in sicurezza le infrastrutture portuali.
Più a est, in Polonia, si sta attrezzando il porto di Gdynia, che deve diventare il gateway militare del Baltico. Anche qui sono in corso investimenti per aumentare la movimentazione delle merci e l’adattamento di alcune infrastrutture a uso duale. Inoltre, lo scalo sta implementando un sistema di droni per la gestione del traffico, il controllo e il contrasto ad altri velivoli autonomi. Nel 2023, Gdynia ha già compiuto un’operazione duale importante, trasbordando equipaggiamento militare statunitense.
Accanto a questi tre pilastri ci sono altri porti del Nord Europa ritenuti strategici. Uno è il citato porto di Anversa, che serve già come hub per le operazioni militari statunitensi in Europa e sarà sempre più coordinato con Rotterdam. Nei Paesi Bassi i porti di Vlissingen ed Eemshaven hanno già ricevuto spedizioni di veicoli blindati statunitensi nell’ottobre 2024 e tornando in Polonia bisogna citare anche il porto di Swinoujscie, che è importante anche come terminale di Gnl.
Il secondo capitolo degli investimenti europei riguarda il trasporto ferroviario, cui è assegnata circa la metà dei finanziamenti Cef per la mobilità militare, circa 874 milioni. I Paesi Bassi hanno aumentato del venti percento la loro flotta di carri specializzati, acquisendo 75 unità per il trasporto di equipaggiamenti militari in container. In tale contesto si può inserire il vasto programma di potenziamento della rete ferroviaria tedesca, che è fondamentale nel trasferimento degli equipaggiamenti dai porto atlantici verso il fronte orientale.
Il resto dei finanziamenti finora previsti dal Cef è per l’uso duale delle infrastrutture è composto da 548 milioni per quelle stradali, pari al 31% del totale, 164 milioni per quelle aeree (10%) e 16 milioni per le vie navigabili interne (1%). Oggi, quindi, l’interro fondo previsto per il periodo 2021-2027 è stato allocato e mancano ancora indicazioni per il periodo successivo, che va dal 2027 al 2030.
Accanto a questo finanziamento comunitario, altri fondi arrivano dai programmi nazionali e da quelli della Nato. Quest’ultima ha stanziato circa 4,6 miliardi di euro nel suo Security Investment Programme (Nsip), dedicati soprattutto alle infrastrutture marittime. Gli investimenti principali comprendono 2,4 miliardi per facilities marittime nel 2024, inclusi 300 milioni per progetti nella baia di Souda, Grecia; 550 milioni per infrastrutture di rifornimento navale; 190 milioni per miglioramenti portuali alla Stazione Navale di Rota, in Spagna.
Anche l’Italia si sta muovendo per l’uso duale delle infrastrutture di trasporto. Rientrano in tale contesto i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e del Piano Nazionale Complementare, ma bisogna citare il programma Cef Military Mobility, che prevede per l’Italia 29 milioni di euro per l'ammodernamento del collegamento ferroviario del bacino portuale di Genova Sampierdarena.
Inoltre, rete Ferroviaria Italiana ha firmato un accordo di collaborazione strategica con Leonardo per un progetto condiviso destinato alla movimentazione di risorse militari, anche con breve preavviso e su larga scala. Questo accordo prevede di sviluppare un'architettura e alcune funzionalità della piattaforma digitale integrata per il trasporto di materiale militare attraverso infrastrutture duali. Questa piattaforma integrerà soluzioni innovative basate su intelligenza artificiale, utilizzando il supercomputer Davinci-1 di Leonardo, uno dei più potenti nel settore aerospazio, difesa e sicurezza.
In tale contesto s’inserisce il recente emendamento al Decreto Infrastrutture che vuole comprendere tra le infrastrutture duali anche il ponte sullo Stretto di Messina e la nuova diga foranea di Genova, con lo scopo di ricevere finanziamenti comunitari. Infatti la loro classificazione come opera militare strategica inserirebbe i due progetti nella quota dell’1,5% del Pil che l’Unione Europea intende dedicare, all’interno dell’obiettivo del 5% del Pil per la Difesa, alle infrastrutture. Però, come ha chiarito il ministro della Difesa italiano, spetta alla Nato stabilire se un’infrastruttura è strategica.
L’estensione dell’uso duale a numerose infrastrutture europee di trasporto pone anche dei rischi. Il primo è ovviamente quello di metterle nel mirino di eventuali nemici nel caso di conflitti e considerando che i porti sono quasi tutti all’interno di grandi città, un attacco militare potrebbe coinvolgere anche la popolazione civile. Ma ci sono pure questioni immediate, che non dipendono da una guerra ma, più in generale, dalle interferenze anche in tempo di pace tra funzioni civili e militari. Per esempio interruzioni operative per esercitazioni, investimenti che non generano ritorni commerciali o competizione con porti che non hanno impegni militari.
Fonte
10/07/2025
Il più grande porto d’Europa si prepara alla guerra con la Russia
Il porto di Rotterdam, nei Paesi Bassi, avrebbe avviato i preparativi per affrontare una possibile guerra con la Russia, riservando spazio alle navi della NATO che trasportano carichi militari, e non solo. Lo scalo navale più grande d’Europa starebbe pure mappando rotte logistiche per i trasferimenti di armamenti dai diversi Paesi. È quanto rivela in esclusiva il Financial Times.
Secondo il FT, le esercitazioni di sbarco anfibio si svolgeranno proprio nel porto olandese, il quale, in passato, ha già ricevuto spedizioni di armi, ma non ha mai avuto, neanche nelle fasi più tese della Guerra Fredda, un punto di attracco speciale interamente dedicato alla logistica militare.
Il porto di Rotterdam si estende per 42 km lungo il fiume Mosa e smista ogni anno circa 436 milioni di tonnellate di merci, accogliendo 28 mila navi via mare e 91 mila via fiume, provenienti perlopiù dalla Germania e da diverse aree dell'Europa continentale. Il porto ha perso circa l’8% del suo traffico in seguito alle sanzioni internazionali contro Mosca, che hanno colpito le esportazioni russe.
La decisione di prepararsi a un conflitto, arriva proprio mentre gli alleati della NATO vedono sempre meno remoto il rischio di un conflitto su larga scala con la Russia «entro cinque anni». Mosca, da mesi, ha intensificato i bombardamenti sull’Ucraina, respingendo ogni proposta americana di un cessate il fuoco. La Russia, di fatto, sta calcando la mano, attaccando duramente Kiev, tanto da aver spinto pure il presidente USA Donald Trump a criticare più volte il suo omologo Vladimir Putin.
Parte del terminal container, scrive ancora il FT, sarà riqualificata per garantire il trasferimento sicuro di munizioni e altre attrezzature «sensibili», mentre la logistica dei rifornimenti militari sarà coordinata con il porto di Anversa, nel vicino Belgio.
Boudewijn Siemons, amministratore delegato dell'Autorità portuale di Rotterdam, ha spiegato che non tutti i terminal sono attrezzati per gestire carichi di tipo militare, rendendo il coordinamento logistico fondamentale, in particolare per le spedizioni provenienti da Stati Uniti, Regno Unito e Canada.
L'iniziativa militare, tra l’altro, rientrerebbe in un più ampio impegno degli alleati europei a ridurre la loro dipendenza dagli Stati Uniti per quanto concerne la difesa. Il porto, da anni, viene già utilizzato come sito di stoccaggio per la riserva strategica di petrolio.
L'Unione europea ha infatti imposto ai suoi membri di mantenere una riserva di «oro nero» di 90 giorni in seguito alla crisi energetica del 1973, quando i Paesi arabi ridussero la produzione, con il conseguente aumento dei prezzi, per fare pressione sull'Occidente durante il conflitto con Israele.
In questo contesto, i funzionari olandesi hanno dunque esortato i Paesi europei a concentrarsi anche sulla messa in sicurezza nel grande porto di altre risorse critiche, tra cui rame, litio, grafite e terre rare varie.
Le misure preparatorie adottate allo scalo di Rotterdam fanno parte della corsa al riarmo in tutto il Vecchio continente, con l’UE che sta sviluppando un piano del valore di 800 miliardi di euro, per rafforzare le capacità di difesa in risposta all'aggressività della Russia e alle richieste degli Stati Uniti.
La spesa militare di Mosca è invece aumentata vertiginosamente in seguito all'invasione dell'Ucraina. Secondo l’International Institute for Strategic Studies, il bilancio della difesa di Mosca per il 2024 è aumentato del 42% in termini reali, raggiungendo i 462 miliardi di dollari, ossia più del totale combinato di tutti i Paesi europei.
Lo scorso 5 luglio, il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha espresso preoccupazione su una possibile azione militare cinese contro Taiwan, in quanto Pechino potrebbe incoraggiare la Russia ad aprire un secondo fronte in Europa, contro uno degli Stati dell’Alleanza atlantica.
Pure il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha recentemente lanciato l'allarme: nei prossimi anni la Russia potrebbe attaccare un territorio della NATO.
Fonte
20/05/2024
La Russia post-sovietica in guerra contro il neonazismo pasticcia con esoterismo e interclassismo
Oltretutto, quelle narrazioni, partendo da basi strettamente nazionalistiche e ignorando ogni analisi sociale e di classe, rischiano non di rado di trasformarsi in “leggende” valide appena per quel tanto che i raggruppamenti in oggetto, rispondendo agli interessi (questi sì, di classe) di delimitati settori delle rispettive borghesie nazionali, si mantengano in “alternativa” ai proclami di altri settori, diversi e momentaneamente contrapposti, di quelle medesime borghesie nazionali.
È il caso, ad esempio, parlando proprio di “alternativa”, dei tedeschi di “Alternative für Deutschland”, con cui se la prende il recente numero di Der Spiegel, prontamente rimbrottato dalla russa RT.
La materia del contendere è il numero del settimanale tedesco interamente dedicato ai 75 anni della RFT, con una copertina in cui, da sotto la bandiera tedesca, spunta in rilievo la croce uncinata e la scritta «75 anni della Repubblica federale – Non hanno insegnato nulla?».
“Siamo letteralmente trasaliti“, scrive Igor Mal’tsev su RT. Che «d’improvviso i tedeschi abbiano compreso cosa stia accadendo? Che abbiano capito di sostenere un ukroregime, in cui il nazismo è considerato un’autentica ideologia, oppure abbiano capito che inviare carri armati contro i russi o disquisire su come meglio colpire coi missili il ponte di Crimea, sia per l’appunto un modo di rievocare lo spirito di Hitler?».
No; nulla di tutto questo. Gli articoli di Der Spiegel sono interamente dedicati alla storia della Germania negli ultimi 75 anni e, però, in ognuno di quei servizi, «indipendentemente dal tema, si cita in modo paranoico il partito di opposizione degli euroscettici AfD».
In sostanza, afferma Mal’tsev, l’establishment tedesco è così preoccupato dalla crescente presa di AfD, da vedere solo tre pericoli per il mondo: AfD, Putin e la Cina. Così, scrivono della «crescita dell’estremismo di destra (senza prove, perché è l’estremismo di sinistra a crescere, a partire dall’attacco alla fabbrica Tesla) e la crescita di AfD, insieme a quella dell’odio per gli ebrei».
Il fatto però, chiosa l’acuto osservatore di RT, è che il «crescente odio per gli ebrei, come loro lo definiscono, è sollevato da organizzazioni filo-palestinesi del tutto di sinistra e non ha nulla a che fare con la destra e tanto meno con AfD. Inoltre, è provocato dall’immigrazione incontrollata, portata avanti... dall’attuale governo. Ma la colpa di tutto è di AfD».
Il fatto poi che Mal’tsev, a fine articolo, citi – non si capisce se a proposito o a sproposito – l’epoca di Weimar e le stragi compiute dalla polizia socialdemocratica («a quei tempi il partito SPD di Scholz. E non era affatto Hitler») contro i comunisti tedeschi, non fa che confermare che quando si ignora ogni benché minima analisi di classe delle situazioni storiche e politiche e si sorvola sugli interessi di classe che le diverse formazioni politiche sono chiamate a rappresentare, si finisce per arzigogolare in guazzabugli paludosi e maleodoranti.
Il fatto che ci si contrapponga militarmente alle mire espansionistiche dell’imperialismo USA e, per esso, dell’interventismo guerrafondaio UE e, con ciò, si cerchi anche di liquidare il nazi-golpismo imperante a Kiev, non giustifica che si aspergano con l’acquasantiera i raggruppamenti europei che, per quanto sul momento possano apparire potenziali interlocutori, sono di fatto, nei propri paesi, serbatoi di squadristi pronti, al bisogno, a servire gli interessi dei rispettivi capitalisti contro le organizzazioni politiche e sindacali dei lavoratori o, del caso, contro «organizzazioni filo-palestinesi del tutto di sinistra».
Non sta scritto infatti da nessuna parte che, nel dare il fatto loro a tutti i liberal-democratici europeisti, che solitamente vedono il fascismo dove non c’è ignorandolo dove è invece più pericoloso, si debba poi, di contro, lanciare l’allarme su “l’estremismo di sinistra” che attaccherebbe l’Europa insieme alla “immigrazione incontrollata”. Il nesso non regge.
Per dire. Qualche mese fa, altri media russi avevano praticamente esultato per la vittoria della coalizione guidata dal partito di estrema destra olandese PVV, di Geert Wilders, che diceva di essere per la fine delle sanzioni alla Russia e per la cessazione dell’invio di armi all’Ucraina.
Ma, ecco che oggi quella stessa coalizione governativa afferma di voler continuare ad appoggiare Kiev «politicamente, militarmente, finanziariamente e moralmente contro l’aggressione russa». Dai media russi: praticamente silenzio.
Dunque, osservano i comunisti russi di RKRP, è possibile che qualche mese fa, alla vigilia del voto, all’elettore conservatore olandese non piacesse il fatto che “i suoi soldi” finissero da qualche parte in un altro paese; ma «l’Occidente imperialista ha bisogno della guerra in Ucraina, e anche le elezioni più “democratiche” non costituiscono un impedimento».
Così che oggi PVV al governo in Olanda risponde pienamente agli interessi di quei circoli della borghesia mondiale. Stupisce quindi la «sorprendente ingenuità della propaganda ufficiale russa», che vive in un fantasioso “ma, in fondo, siamo anche noi dei vostri, siamo borghesi come voi”, e allora perché ci voltate le spalle?
Dimenticano, dicono i comunisti russi, che praticamente «tutte le forze di estrema destra in Europa sono, in un modo o nell’altro, eredi dei nazisti o dei loro complici e simpatizzanti, indipendentemente da cosa dichiarino ufficialmente. Non importa quanto il lupo sia stato sfamato, non importa quanti prestiti siano stati concessi al Rassemblement National: Marine Le Pen, letteralmente dopo poche ore, il 24 febbraio 2022, ha immediatamente condannato la Russia. E così è per tutti».
È quindi molto divertente vedere che, oggi, i media russi tentino di «convincerci che, dopo le elezioni del Parlamento europeo, in cui potrebbero vincere forze di estrema destra, qualcosa cambierà. Non cambierà nulla. E anche Trump, in caso di probabile successo, potrebbe “cantare” in modo completamente diverso».
Perché, in fin dei conti, se è permessa una opportuna citazione da Lenin, dappertutto «in politica, gli uomini sono sempre stati e saranno sempre ingenue vittime dell’inganno e dell’illusione, finché non impareranno a riconoscere, dietro ogni frase morale, religiosa, politica, sociale, gli interessi di queste o quelle classi».
Non è però questo il caso dei redattori di quei media russi, i quali sanno benissimo, almeno da trent’anni, quali siano gli interessi in gioco tra le frazioni contrapposte della borghesia mondiale. E che, di volta in volta, ora tributano lodi molto interessate ai vecchi esponenti della ‘Guardia bianca’, in occasione delle continue inaugurazioni di busti e monumenti a zar, generali controrivoluzionari passati dal servire gli eserciti interventisti anglo-american-farnco-italian-giapponesi nel 1918, al farsi complici degli invasori nazisti nel 1941, ora inneggiano direttamente agli esponenti “ideologici” della reazione antisovietica, come è stato di nuovo il caso, recentemente, per il “filosofo” dichiaratamente fascista Ivan Il’in.
Poche settimane fa, di fronte alla petizione, lanciata su Change.org da gruppi di studenti, contro l’intitolazione a Ivan Il’in della Scuola Superiore di Politica, diretta da Aleksandr Dugin, quale parte dell’Università umanistica statale (la stessa che oggi propone master in “Esoterismo e misticismo: storia, insegnamenti, pratica“) si era sollevato un coro indignato contro “piccoli gruppi di studenti” caduti nella trappola della «guerra informativa occidentale contro la Russia».
Contro gli studenti che esprimevano «sincera indignazione» per il nome di colui che «aveva attivamente assecondato le azioni del regime fascista tedesco, giustificato i crimini di Hitler di contrapposizione al bolscevismo e aveva scritto della necessità di un fascismo russo», era sceso in campo lo stesso Dugin, affermando che l’intitolazione della Scuola a Ivan Il’in rappresenti un simbolo della svolta conservatrice della politica russa e che obiettivo della creazione della Scuola stessa è l’elaborazione di un “nuovo approccio” all’insegnamento delle discipline umanistiche e sociali, per la formazione di allievi la cui «visione del mondo si basi sull’identità civilizzatrice russa e sui valori spirituali e morali tradizionali russi».
A Dugin, aveva fatto eco il vice speaker della Duma, Pëtr Tolstoj, che aveva parlato di una Russia, quale civiltà a sé, con proprio cammino e propria ragion d’essere: «Il’in non era né di destra, né di sinistra. Non amava né i bolscevichi, né i fascisti. Il Presidente ha citato più volte Il’in solo perché è stato un profondo pensatore russo».
Nel tentativo di dimostrare l’inconsistenza della petizione studentesca e il suo agire da “agente straniero”, lo speaker della Duma, Vjaceslav Volodin citava lo stesso Il’in, laddove afferma che «Né sull’odio di classe, né su quello razziale, né su quello di partito possiamo far rinascere e costruire la Russia. Sappiamo che gli stranieri sosterranno e inciteranno in noi tutti questi generi di odio per indebolirci, rovinarci, smembrarci e sottometterci. Dobbiamo invece purificarci e liberarci da queste forze distruttive e spegnere, sradicare in noi questo spirito di guerra civile che ci minaccia». Mentre la Russia, ha detto Volodin, deve essere «unita, forte e sovrana», superiore alle divisioni di classe. Appunto: “né di destra, né di sinistra” – cioè di destra e reazionaria.
Ma davvero, dicono anche in questo caso i comunisti russi, c’è bisogno di ricorrere a Ivan Il’in nella battaglia contro Stepan Bandera e i suoi discepoli a Kiev?
Per una volta che il FSB requisisce letteratura e quadri di chiara ispirazione nazista nel museo “I cosacchi del Don in lotta contro i bolscevichi” in un villaggio della regione di Rostov, ecco che subito scoppia la grana del “filosofo” fascista Il’in, che scriveva, ad esempio: «Cosa ha fatto Hitler? Ha fermato il processo di bolscevizzazione in Germania, prestando così un grandissimo servizio all’Europa intera» e, nel 1948, in “I nostri compiti”, dichiarava che «Il fascismo era nel giusto, poiché partiva da un sano sentimento nazional-patriottico».
Davvero, per suscitare nel corpo sociale russo la consapevolezza del sostegno alla guerra al nazigolpismo di Kiev, c’è bisogno di rispolverare i deliri di chi esaltava Mussolini e Hitler quali “baluardi” contro i bolscevichi che “attizzavano l’odio di classe” e le farneticazioni dell’ideologo dei collaborazionisti filonazisti del “Corpo russo”, incitandoli alla distruzione dell’URSS?
Davvero, sul fronte della contrapposizione alle mire guerrafondaie USA-NATO-UE, c’è bisogno di resuscitare vaneggiamenti formalmente interclassisti, ma di fatto funzionali ai piani dei settori più reazionari della borghesia, per adattarli al “corpo unito”, senza distinzioni di classe, della società russa, la cui struttura riproduce oggi le stesse divisioni di qualsiasi ordinamento sociale dominato dal capitale?
Davvero i media russi, nel contrasto alla guerra informativa dei fogliacci bellicisti euroatlantici, hanno bisogno di dispensare diplomi di “sincerità”, “integrità” e attaccamento ai “valori tradizionali” ai peggiori arnesi della destra reazionaria e neofascista di mezza Europa che, in un dato momento, per puri calcoli di bottega, dicono di essere “euroscettici”?
La Russia borghese, post-sovietica, sta vincendo, e non solo sul campo di battaglia, la guerra lanciata da USA e NATO per mano ucraina. Sta vincendo anche sul piano dei rapporti internazionali e delle alleanze strategiche. Dunque, che bisogno c’è di esaltare gli eredi di chi, ottant’anni fa, da quella stessa Europa, si era aggregato alle orde naziste in una guerra di sterminio contro i popoli sovietici?
Vien da dire che colgano nel segno i comunisti russi, quando dicono che è indicativa la relazione tra l’intitolazione della Scuola Superiore a Ivan Il’in e il master in esoterismo all’Università Umanistica: «anche molti leader della Germania nazista, inclusi Hitler e Himmler, erano appassionati di esoterismo, magia e occulto. Perché l’ideologia di tutti i movimenti di estrema destra e fascisti, a differenza di quella comunista, si basa sulla negazione della conoscenza scientifica, della logica e del razionalismo».
E anche sulla negazione della lotta di classe, in un abbraccio interclassista funzionale alla classe capitalista al potere.
Fonte
09/02/2024
Passi avanti della Schengen militare per una UE armata nella NATO
Sono la burocrazia ai confini e l’inadeguatezza delle infrastrutture a rappresentare il principale problema. Per questo i firmatari dell’intesa hanno intenzione di standardizzare le condizioni per i movimenti militari, che in concreto significa semplificare i controlli di frontiera, dare priorità ai convogli militari e ridurre in generale le regolamentazioni sui movimenti di armi.
Boris Pistorius, ministro della difesa tedesco, ha detto che il focus per ora sono i collegamenti dai “porti sul Mare del Nord al fianco est della NATO, particolarmente esposto“, riferendosi allo scontro con Mosca. Ma tutti hanno fatto presente che questa è solo una tappa di un processo che deve portare a una “Schengen militare“.
Władysław Kosiniak-Kamysz, vicepresidente polacco, si è spinto fino ad auspicare una “unificazione delle procedure per tutta la UE e la NATO” (mettendo insomma l’aspetto militare al posto di comando, prima ancora di politica ed economia).
Del resto, a fine novembre 2023 Alexander Sollfrank, a capo del comando logistico della NATO che opera in Europa dal 2021, aveva esortato i paesi del continente evocando proprio una “Schengen militare“.
“Quello che non facciamo in periodo di pace non sarà pronto in caso di crisi o di guerra“, aveva detto, ma su queste parole andrebbero fatte importanti specifiche. Così come è bene ricordare che la Schengen militare è voluta innanzitutto dagli imperialisti nostrani, e risale a ben prima dell’operazione russa in Ucraina.
Andiamo con ordine. Le misure dell’accordo riguardanti lo snellimento della burocrazia sono importanti, ma solo in periodo di pace appunto. Se scoppiasse un conflitto sul Baltico, chi pensa davvero che le truppe euroatlantiche dovrebbero aspettare il controllo dei documenti del funzionario locale per andare al fronte? I meccanismi funzionerebbero con un regime completamente diverso dall’attuale.
Ciò a cui Sollfrank fa riferimento si concretizza in una parte specifica dell’intesa, quella riguardante il supporto logistico materiale lungo le vie di spostamento: aree e magazzini per carburante, armi, munizioni, il necessario per vivere e così via.
Amsterdam, Berlino e Varsavia stanno insomma lavorando su come garantire lo spostamento di mezzi e attrezzature pesanti, che non possono passare su una qualsiasi via o ferrovia.
È la logistica – l’infrastruttura che permette di fare arrivare il necessario dove serve in tempi celeri – il nodo fondamentale della Schengen militare, e per ora anche la principale nota dolente. Su di essa, la UE lavora da anni, ben prima del febbraio 2022 e con l’idea di sviluppare una propria difesa, se non più oltre sicuramente a fianco dell’ombrello della NATO.
Nel 2017, l’iniziativa sulla mobilità militare è stata approvata quasi immediatamente da tutti i membri UE come tra i primi progetti nell’ambito della PESCO, una prima formula di cooperazione europea sulla sicurezza e la difesa. Già nel marzo 2018 la Commissione Europea presentava un piano d’azione, con fondi per adeguare ponti, tunnel e altre strutture al transito di carri armati e altri mezzi.
Mentre, ad esempio, nel nostro paese vi sono aree completamente isolate, la priorità decisa a Bruxelles è stata quella di indirizzare persino gli investimenti infrastrutturali secondo una logica dual use: si fa qualcosa in campo civile solo se è utile anche alla guerra.
O se è utile solo alla guerra, come la TAV che, seppur ormai largamente dimostrato essere non conveniente sul piano economico, si prospetta come un importante corridoio strategico-militare (che altro deve andare senza ostacoli “da Lisbona a Kiev”?).
Lo scivolamento verso l’economia di guerra è cominciato dunque già da tempo, e non è il risultato di conflitti specifici, bensì della tendenza del capitale in crisi a trovare soluzioni solo nell’uso della forza. Nella distruzione e nella ricostruzione, nella cannibalizzazione di fette di mercato prima inaccessibili.
Se a ciò aggiungiamo le aspirazioni di autonomia della UE, abbiamo il quadro completo. Una corsa verso il baratro bellico le cui spese sono tutte a carico dei settori popolari.
Fonte
17/01/2024
L’ingegnere che trasportò Stuxnet
Un’inchiesta della testata olandese De Volksrant ha infatti rivelato l’identità (e i movimenti) della spia olandese che riuscì a infiltrarsi nell’impianto di arricchimento dell’uranio di Natanz, introducendo il malware, che col tempo avrebbe danneggiato le centrifughe.
Ma, afferma la testata, la stessa AIVD – l’agenzia di intelligence olandese – che pure aveva organizzato l’operazione dopo gli incontri con la CIA, non era pienamente a conoscenza dei dettagli. Mentre ancora più all’oscuro delle implicazioni sono stati i politici del Paese.
Che ci fosse anche una manina olandese in mezzo a quella sofisticata operazione di sabotaggio cyber denominata Olympic Games (con Usa e Israele come principali protagonisti, e l’Iran come target) era già emerso nel 2019, con un’inchiesta proprio di De Volksrant e di Yahoo News.
Ma oggi sono usciti molti più dettagli. A cominciare dall’identità di chi avrebbe fisicamente portato Stuxnet a Natanz che – ricordiamolo – era protetta da ingenti misure di sicurezza e non era collegata a internet.
Infatti l’AIVD decise di reclutare un avventuroso ingegnere olandese, Erik van Sabben, che viveva a Dubai, lavorava in un’azienda di trasporti che faceva anche affari con l’Iran e aveva una moglie iraniana. Era insomma una copertura perfetta.
Fu proprio Van Sabben a entrare a Natanz nel 2007 e a installare delle attrezzature che veicolavano Stuxnet. L’ingegnere morì dopo poche settimane aver lasciato di fretta e in agitazione l’Iran a fine 2008, in un incidente di moto a Dubai.
Non ci sono elementi per provare che l’incidente sia stato qualcos’altro, anche se “la sua morte improvvisa dopo l’operazione ha sollevato interrogativi tra alcuni dipendenti dei servizi segreti”, scrive Volksrant.
Era la prima volta, almeno per quello che sappiamo, che un malware distruttivo, capace di danneggiare un impianto industriale cruciale, veniva distribuito da alcuni Paesi contro altri. Le conseguenze geopolitiche del sabotaggio via Stuxnet furono importanti. Dopo che si venne a conoscenza dell’operazione, anche altri Paesi iniziarono a sviluppare armi digitali, a partire dallo stesso Iran.
De Volkskrant sostiene che i politici nazionali non sapessero nulla dell’intenzione dell’AIVD di svolgere un ruolo di quel tipo nel sabotaggio del programma nucleare iraniano. Di conseguenza, non ci sarebbe stata alcuna considerazione politica sui rischi o sulla legalità dell’operazione.
Ma anche gli agenti dell’AIVD coinvolti nell’operazione non sapevano cosa si nascondesse nell’attrezzatura diretta a Natanz, che si trattasse cioè di un’arma digitale.
D’altra parte, l’ex direttore della CIA Michael Hayden ha dichiarato che gli è “sempre piaciuto lavorare con gli olandesi” e che pensa che siano “bravi”.
Il senso degli olandesi per le operazioni digitali in effetti non si è fermato a Stuxnet. Nel 2014 e 2015 l’AIVD ha violato i computer del gruppo di hacker russi noto come Cozy Bear, assistendo in diretta all’infiltrazione da parte dei russi nei network dei Democratici americani (e avvisando l’Fbi).
Mentre la polizia olandese è stata protagonista di numerose operazioni digitali contro la criminalità, infiltrando mercati neri del dark web e smantellando reti di criptofonini.
Cyber armi nella guerra in Ucraina
Nel frattempo gli attacchi a infrastrutture critiche attraverso cyber armi si sono fatti strada. Ne abbiamo visti diversi nella guerra in Ucraina ad esempio. E proprio un attacco informatico ha colpito, lo scorso 12 dicembre, il più grande fornitore di telecomunicazioni dell’Ucraina, Kyivstar.
I suoi 24 milioni di abbonati ucraini alla telefonia mobile e un altro milione di clienti di servizi internet domestici sono rimasti tagliati fuori dalle comunicazioni per giorni. Circa il 30% dei terminali di pagamento cashless di PrivatBank ha smesso di funzionare.
Molti utenti hanno dovuto comprare SIM di altri operatori a causa dell’attacco. Anche il sistema di allarme antiaereo ucraino è stato interrotto, con il mancato funzionamento degli allarmi in diverse città.
Il gruppo Solntsepyok ha rivendicato la responsabilità dell’operazione, pubblicando schermate che mostrerebbero la violazione dell’infrastruttura digitale di Kyivstar. Per l’agenzia statale ucraina per la sicurezza informatica, o SSSCIP, Solntsepyok sarebbe in realtà una copertura per l’agenzia di intelligence militare russa GRU.
L’attacco ha cancellato “quasi tutto”, compresi migliaia di server virtuali e PC, ha detto Illia Vitiuk, capo del dipartimento di sicurezza informatica del Servizio di sicurezza ucraino (SBU) in un’intervista a Reuters, descrivendolo come forse il primo esempio di cyberattacco distruttivo che “ha completamente distrutto il core di un operatore di telecomunicazioni”.
“Questo attacco è un messaggio, un netto avvertimento, non solo per l’Ucraina, ma per tutto il mondo occidentale, affinché capisca che nessuno è intoccabile”, ha aggiunto.
All’inizio di gennaio però gli hacker ucraini hanno deciso di contrattaccare anche su questo piano. Un gruppo noto come Blackjack e ritenuto collegato ai servizi ucraini ha infatti violato un provider tv e internet di Mosca, M9 Telecom, lasciando senza connessione alcuni residenti della capitale.
Il servizio di monitoraggio della connettività internet Netblocks ha corroborato l’impatto dell’attacco. L’azione, secondo una fonte a conoscenza dell’operazione raccolta da Reuters, sarebbe stata una rappresaglia per l’attacco a Kyivstar.
Ne scrive anche il media ucraino Ukrinform.
Fonte
23/11/2023
Olanda - A forza di esser “frugali” si diventa… fascisti
L’ossigenatissimo leader dell’estrema destra boera ha ottenuto stavolta il 23,6% dei voti, che corrispondono a 35-37 seggi in Parlamento. Date le dimensioni del paese, della popolazione e dunque anche della rappresentanza politica, tanto basta ad essere il vincitore assoluto.
Anche in Olanda, infatti, l’offerta politica è parecchio frammentata. Al secondo posto se la battono i socialdemocratici (in coalizione con i Verdi), guidati da Frans Timmermans – ex vicepresidente della Commissione Europea – che, pur crescendo un poco, si fermano al 15% e a 25 seggi.
Seguono i veri sconfitti, i liberali dell’ex premier Mark Rutte, ora rappresentati da una donna, Dilan Yesilgoz, al 14,4% e 22-24 seggi (almeno 10 meno rispetto alla precedente elezione).
Poi il Nuovo Patto Sociale, praticamente democristiano, appena fondato da Pieter Omtzigt, con 20 seggi. Seguono altre cinque o sei formazioni, con una manciata (e anche meno) di seggi a testa.
Il problema ora è formare un governo, ovviamente. Tutti, prima delle elezioni, e soprattutto i partiti più grandi, avevano giurato che non avrebbero mai formato un esecutivo insieme a Wilders. Ma sono bastate poche ore a far cambiare la situazione.
L’unico oppositore vero sembra rimasto Timmermans che, proprio in quanto socialdemocratico (nel significato vacuo in voga oggi) e soprattutto ex dirigente europeo dell’austerità, non può proprio incrociare i destini con un cosiddetto “sovranista”, per di più anti-islamico e anti-immigrazione.
Ma liberali e “nuovi pattisti” sono già meno convinti di prima. Yesilgoz si è nascosta dietro una decisione collettiva che dovrà esser presa dalla direzione del suo partito, non escludendo più nulla. Omtzigt si è invece già sbilanciato nel prospettare una trattativa e un possibile accordo.
Come in tutti i suq politici di questo mondo, insomma, dipenderà da un’adeguata mediazione sulle poltrone più importanti.
Esultano ovviamente gli ultradestri di vari paesi (Orbàn, Le Pen, Salvini su tutti), che già accarezzano l’idea di ritrovarsi in un Parlamento europeo, dopo le elezioni di giugno, completamente spostato a destra.
Fanno ridere, o meglio rabbia, tutti i sedicenti “democratici” che si mostrano ora spaventati da questa prospettiva e dall’avanzata dei cosiddetti “populismi”.
Anche le elezioni argentine hanno mostrato l’identica dinamica politica, a conferma che non si tratta di “infortuni congiunturali”, legati a situazioni nazionali specifiche o a “subculture” nazionali. E all’orizzonte si profila la figura di Trump, pronto a tornare – peggio di prima – alla guida della superpotenza in declino...
È in atto in tutto l’Occidente neoliberista – o, per meglio dire, nell’imperialismo euro-atlantico – una corsa verso il superamento/abbandono della democrazia liberale borghese.
Può sembrare interessante, ed in parte lo è, esaminare questa corsa dal punto di vista solo politologico o, appunto, “culturale”. Ma non si può capire nulla se non si mette al centro dell’analisi la crisi specifica del capitalismo occidentale – uno degli ormai molti capitalismi esistenti e concorrenti – che va avvitandosi al seguito dell’ex economia “egemone” sul pianeta: quella statunitense.
Schematizzando molto, è abbastanza evidente che 50 anni di neoliberismo e di smantellamento dello “stato sociale” hanno creato una situazione in cui gli Stati non hanno più gli strumenti concreti per incidere sulla dinamica economica. E dunque sono obbligati a gestire il bilancio pubblico con in una mano le forbici per tagliare le spese e nell’altra un cappello per chiedere al capitale finanziario privato di comprare il debito pubblico (con adeguati interessi...).
L’esempio italiano è a suo modo paradigmatico. Nel 1981 il ministro Andreatta decide il “divorzio” tra il ministero del Tesoro e la Banca d’Italia. In pratica, via Nazionale non può più comprare i titoli di stato (emessi dal Tesoro, appunto) direttamente in asta, alzandone così il prezzo e diminuendo quindi gli interessi che lo Stato avrebbe dovuto pagare.
Da quel momento in poi è stato “il mercato” a decidere in piena autonomia il prezzo e il tasso di interesse sui titoli pubblici. E ovviamente il prezzo è crollato, gli interessi sono decollati...
Allora il rapporto debito/Pil, per l’Italia, era al 60%, come poi deciso nei parametri di Maastricht. Ma da lì in poi non ha fatto altro che crescere, perché da un lato la spesa per gli interessi cresceva a dismisura, e dall’altro – grazie ai “tagli” e alle privatizzazioni delle imprese pubbliche (industrie e banche) – lo Stato vedeva diminuire le sue entrate. I “tagli delle tasse”, come logico, hanno poi concorso ad aggravare una situazione comatosa...
Una spirale infernale che ha portato in breve a tagliare pensioni, sanità, istruzione, servizi sociali, trasporti pubblici, ovvero tutte le voci del “salario sociale”, e quindi ad impoverire a ritmi crescenti tutta la popolazione, lavoratrice e non.
Con la creazione della Bce questa spirale infernale è diventata “regola europea”, e tutti i paesi – a cominciare da quelli “frugali”, che l’avevano già introdotta e ne avevano chiesto l’approvazione continentale – hanno preso a correre verso il baratro.
Con la “crescita” azzerata e lo Stato immobilizzato, la povertà ha presto cominciato a mordere. E, nella “battaglia delle idee” in seno alla società, ogni peggioramento delle condizioni sociali veniva addebitato proprio agli “sprechi pubblici” anziché allo strozzinaggio del capitale finanziario, ovviamente “privato”.
Fin quando – e siamo all’oggi – tutta la sofferenza sociale può essere agevolmente indirizzata contro nemici di comodo (immigrati, islamici, “i russi”, “i terroristi”, ecc.), grazie a sistemi di media che sono tutti in mano ad aziende privatissime. E che dunque decidono in base ad interessi privatissimi quali idee “passano” e quali no.
Siamo insomma all’applicazione generale, per tutto il mondo euro-atlantico, dei risultati dell’”esperimento” condotto in Cile con il golpe di Pinochet (liberismo economico e dittatura politico-militare). Ci stiamo arrivando con il “populismo” reazionario che sbanca alle elezioni, anziché con i soldati nelle strade.
Ma, per la natura stessa del liberismo privatistico, non essendo previste risposte politiche all’impoverimento di masse crescenti di popolazione “bianca e occidentale”, i soldati seguono...
Certo, se vi fermate a guardare la capigliatura di Wilders, non vedrete niente...
Fonte
22/08/2023
Guerra in Ucraina - Gli F-16 saranno consegnati a Kiev, ma in tempi lunghi
Nel giorno in cui si lanciano un po' troppe notizie non confermate (Robotyne in mano ucraina, Sinkovka in mano russa) tiene naturalmente banco la questione degli F-16, che Danimarca e Olanda hanno finalmente deciso di consegnare all'Ucraina - nella foto, Zelensky seduto nella cabina di pilotaggio di uno degli F-16 olandesi, per la precisione un F-16B dei primi anni '80, modernizzato a F-16BM Block 20 MLU tra 1991 e 1997, che verosimilmente è uno di quelli che l'Ucraina riceverà.
Con calma, però. In primo luogo la consegna è subordinata al completamento del programma di addestramento per i piloti, che teoricamente è stimato in 4-6 mesi, un lasso di tempo ridicolmente basso anche se i piloti fossero già formati: ma non lo sono, perché ovviamente quelli formati e con esperienza sono in Ucraina a combattere con quello che hanno. Stando a quanto dice James Hecker, che in fondo è soltanto il comandante delle forze aeree degli Stati Uniti in Europa, per imparare le basi ci vorrà almeno un anno, per coordinare le azioni di un paio di squadroni di F-16 quattro o cinque (qui la sua intervista ad Air & Space Forces Magazine). Né l'addestramento, stando a quanto ha dichiarato il Ministro degli esteri danese, è l'unica condizione per la consegna. Ce ne sono infatti altre, che "includono, ma non sono limitate a, personale ucraino per gli F-16 selezionato, testato e addestrato con successo, e le necessarie autorizzazioni, infrastrutture e logistica.
E infatti il calendario delle spedizioni danesi non sembra essere improntato all'idea di massima urgenza: verranno inviati 19 F-16, sei prima della fine di quest'anno, 8 entro la fine del 2024, 5 nel 2025. Gli olandesi ne manderanno qualcuno di più, ma non hanno specificato quando. A questo proposito c'è stato un piccolo infortunio nella comunicazione tra Zelensky e Mark Rutte, il Primo Ministro olandese. Zelensky ha twittato che l'Olanda ne manderà 42, ma 42 sono tutti gli F-16 che hanno. Per di più, di questi 42 solo 24 sono operativi, gli altri sono tenuti in magazzino per cannibalizzare la parti di ricambio, per cui al massimo ne riceveranno 24, più appunto i 19 della Danimarca e quelli che eventualmente si aggiungeranno in seguito, sempre con questa tempistica di consegna molto rilassata.
Sulle ali (ehm...) dell'entusiasmo, ieri si era anche diffusa la voce che la Svezia avrebbe spedito anche un certo numero dei suoi Saab JAS 39 Gripen, molto più moderni degli F-16 e molto più adatti alle necessità ucraine, ma il Capo del Governo Ulf Kristersson ha chiarito che non ne hanno intenzione. Intanto, Brian Howard si chiede, dalle colonne di CNBC, se davvero "armi costose di fabbricazione americana potranno invertire la rotta nella guerra dell'Ucraina contro la Russia", e si risponde, ovviamente, di no.
Il "bagno di realtà" continua a mietere vittime.
Fonte
15/07/2023
Guerra in Ucraina - L'addestramento dei piloti ucraini sugli F-16 è imminente
Il Ministro della Difesa ucraino Oleksii Reznikov ha annunciato martedì il programma di addestramento in Romania insieme al Ministro della Difesa olandese Kajsa Ollongren e al Ministro della Difesa danese ad interim Troels Lund Poulsen.
“Speriamo di poter vedere i risultati all’inizio del prossimo anno“, ha dichiarato Poulsen ai giornalisti.
Resnikov ha detto di sperare che l’addestramento non duri più di sei mesi e che a quel punto l’Ucraina utilizzerà gli aerei da combattimento nella lotta contro l’invasione russa del suo Paese.
I Paesi Bassi e la Danimarca guidano una coalizione di 11 nazioni per addestrare i piloti ucraini all’uso dei caccia statunitensi, che secondo l’Ucraina contribuiranno a ribaltare le sorti della guerra a suo favore.
L’addestramento dei piloti ucraini all’uso di aerei da combattimento avanzati è stato in precedenza considerato controverso, ma ha ricevuto il via libera a maggio durante il vertice del G7 in Giappone.
La Russia ha poi avvertito che fornire a Kiev gli F-16 sarebbe un “rischio colossale“, in quanto minaccia di estendere la guerra ad altre parti d’Europa.
Sebbene gli alleati dell’Ucraina si siano impegnati a fornire addestramento e altro supporto, l’apertura della scuola per piloti di caccia non significa che gli F-16 saranno effettivamente consegnati a Kiev. I sostenitori militari dell’Ucraina non si sono ancora impegnati a inviare aerei da guerra.
La Romania ha annunciato la scorsa settimana l’intenzione di creare un centro di addestramento per piloti di F-16 provenienti da Stati partner della NATO e dall’Ucraina.
La Romania, che condivide un lungo confine con l’Ucraina ed è membro della NATO dal 2004 e dell’Unione Europea dal 2007, ha aumentato la spesa per la difesa in risposta all’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia.
Dopo l’invasione dell’Ucraina da parte delle forze di Mosca nel febbraio 2022, la NATO ha aumentato la sua presenza sul fianco orientale dell’Europa inviando ulteriori gruppi tattici multinazionali in Romania, Ungheria, Bulgaria e Slovacchia, membri dell’alleanza.
La struttura per l’addestramento dei piloti di caccia avrà lo scopo di posizionare la Romania come “leader regionale nel campo dell’addestramento dei piloti di F-16” e contribuirà a “migliorare la coesione, dimostrare l’unità e rafforzare la deterrenza e la difesa euro-atlantica“, ha dichiarato il governo rumeno in un comunicato.
La Romania ha svolto un ruolo sempre più importante nell’alleanza durante la guerra della Russia in Ucraina, ospitando anche una riunione dei ministri degli Esteri della NATO a novembre. Il governo ha anche approvato l’acquisto di un numero imprecisato di caccia F-35 di “ultima generazione“, prodotti negli Stati Uniti, come parte della spinta della Romania a modernizzare la propria forza aerea.
Fonte
10/03/2023
La “guerra dei chip” irregimenta anche l’Europa
E, contemporaneamente, nuovo passo sulla strada dell’asservimento suicida dell’economia europea alle esigenze “superiori” dell’imperialismo Usa.
Il governo olandese ha infatti deciso di imporre restrizioni alle esportazioni di tecnologia per microchip “più avanzata” del Paese per proteggere la sicurezza nazionale, seguendo un’iniziativa simile degli Stati Uniti.
L’annuncio rappresenta la prima mossa concreta degli olandesi di allineamento alle sollecitazioni di Washington volte a ostacolare l’industria cinese della produzione di chip e rallentarne l’avanzata soprattutto in ambito militare.
La restrizione riguarderà anche i prodotti del produttore di apparecchiature per chip ASML, un’azienda chiave nella catena di fornitura globale di microchip. In risposta, la Cina ha presentato un reclamo formale contro la misura, dichiarando di sperare che i Paesi Bassi non “seguano l’abuso delle misure di controllo delle esportazioni da parte di alcuni Paesi“.
I semiconduttori, che alimentano qualsiasi cosa, dai telefoni cellulari all’hardware militare, sono al centro di un’aspra disputa tra Stati Uniti e Cina. Lo scorso mese di ottobre Washington ha imposto ampie restrizioni all’esportazione di strumenti americani per la produzione di chip in Cina, ma affinché le restrizioni siano efficaci è necessario che altre società fornitrici nei Paesi Bassi e in Giappone, che producono tecnologie chiave per la realizzazione dei chip, siano allineate alla politica Usa.
Il ministro del Commercio olandese, Liesje Schreinemacher, ha annunciato la decisione sulle restrizioni in una lettera al Parlamento, affermando che le stesse saranno introdotte prima dell’estate.
La sua lettera non nomina la Cina, un importante partner commerciale olandese, né nomina ASML Holding, la più grande azienda tecnologica europea e uno dei principali fornitori di macchine industriali per la produzione di semiconduttori, ma entrambi saranno interessati.
Il ministro ha specificato che una tecnologia che sarà influenzata sono i sistemi di litografia “Duv”, le seconde macchine più avanzate che ASML vende ai produttori di chip per computer. “Poiché i Paesi Bassi ritengono necessario, per motivi di sicurezza nazionale, controllare questa tecnologia con la massima rapidità, il governo introdurrà una lista di controllo nazionale“, si legge nella lettera.
ASML è una delle sole cinque aziende al mondo che producono “stampanti per microchip” molto avanzate. Altre sono tre sono statunitensi (Applied Materials, Lam Research e KLA), una è giapponese (Tokyo Electron). Non impossibile, insomma, “ordinare” il blocco delle esportazioni verso paesi “sgraditi”.
Il termine “stampanti” è usato a livello mediatico, per semplificare, ma – come avverte la stessa ASML, “il processo di produzione dei microchip prevede centinaia di passaggi e può richiedere fino a quattro mesi dalla progettazione alla produzione di massa. Nelle camere bianche delle fabbriche di chip (impianti di produzione), la qualità dell’aria e la temperatura sono tenute sotto stretto controllo mentre i robot trasportano i preziosi wafer da una macchina all’altra”.
Stiamo insomma parlando di autentiche “fabbriche” vendute chiavi-in-mano al cui interno è possibile la produzione dei chip diventati indispensabile per qualsiasi prodotto che richieda anche solo un minimo di tecnologia (dalle lavatrici alle automobili passando per gli smartphone, dai missili ai cari armati).
Il tentativo occidentale, dichiarato, è quello di tagliare le possibilità alla Cina (e alla Russia, ça va san dire) di progettare e produrre autonomamente i microprocessori che i produttori storici (dalla coreana Samsung all’americana Intel) probabilmente non venderanno più ai competitor degli Usa. Va ricordato infatti che l’Europa nel suo insieme, nonostante possieda la tecnologia adatta, di fatto non ne produce.
Che l’obiettivo Usa possa essere raggiunto è alquanto improbabile, se si scorre l’analisi prodotta dal centro studi australiano ASPI’s Critical Technology Tracker, che ha monitorato l’evoluzione dei brevetti presentati su 44 tecnologie “a forte impatto strategico” (sia economico che militare), si conclude che in ben 37 campi la Cina è più avanti di tutti. Mentre soltanto in 7 settori gli Usa mantengono – sempre più a fatica – una certa egemonia.
I paesi europei sono tutti più indietro, in qualche caso superati persino dall’India (per esempio nella cybersecurity e nei motori aeronautici avanzati, compresi quelli ipersonici).
Di sicuro la decisione olandese sarà un problema per la stessa ASML, che pure aveva denunciato nei giorni scorsi un “furto di tecnologia” da parte di un proprio dipendente nella filiale cinese.
Altrettanto di sicuro questa mossa produrrà reazioni uguali e simmetriche, con danni certi alla “scorrevolezza” delle catene di approvvigionamento mondiali.
Fonte
16/01/2021
Olanda - Si dimette Mark Rutte, il “frugale” strangolapoveri
Diversi compagni fanno ancora fatica – nonostante siano passati ormai tre decenni – a comprendere come concretamente funzioni l’Unione Europea e come sia possibile che un’istituzione sovranazionale (quindi “non nazionalista”, secondo le autodefinizioni) sia contemporaneamente una istituzione classista. E della peggior specie.
La fortuna però a volte aiuta anche gli ostinati...
Ieri si è dimesso il governo olandese, guidato da Mark Rutte, il leader europeo dei “paesi frugali” (altra autodefinizione presa per buona dai media), ossia quei paesi che con più determinazione impongono il taglio della spesa e del debito pubblici.
Per onestà bisogna riconoscere che non sono feroci soltanto con altri paesi benevolmente chiamati “cicale”, ma lo sono altrettanto anche al proprio interno.
E proprio su questo è andato a sbattere Mark Rutte, costretto alle dimissioni da una vicenda assolutamente emblematica: lo scandalo dei sussidi alle famiglie.
Siete italiani anche voi, e certo penserete che lo scandalo sia scoppiato sul fatto che un po’ di famiglie – come per il reddito di cittadinanza o altri (scarsi) benefit sociali – abbiano avuto qualcosa cui non avevano diritto.
Le carogne al governo in Olanda, però, non sono gente che si vende per un tozzo di pane o qualche voto clientelare. In questo caso lo scandalo ha una natura esattamente opposta: hanno tolto il sussidio a famiglie che ne avevano pienamente diritto secondo le leggi nazionali. Peggio ancora, 20mila famiglie sono state accusate ingiustamente di “frode” e costrette a rimborsare somme di denaro assolutamente ingenti, specie per chi già viveva al limite della soglia di povertà.
In dettaglio. È improvvisamente venuto fuori che l’ufficio delle imposte olandese aveva accusato migliaia di famiglie di aver richiesto in modo fraudolento pagamenti per l’assistenza ai minori tra il 2013 e il 2019, ottenendo rimborsi per migliaia di euro.
In Olanda esiste infatti il “kinderopvangtoeslag”, un bonus per i figli per contribuire al pagamento degli asili, che lì sono strutture private costosissime (anche 9 euro l’ora), al punto che le rette mensili possono arrivare sopra i mille euro per ogni figlio.
Invece di aprire asili pubblici a un costo più basso (orrore!), i governi neoliberisti preferiscono regalare cifre rilevanti alle strutture private, finanziando con sussidi le famiglie. Ovviamente, se sei una carogna di questo tipo, pensi anche che gli altri siano proprio come te. E quindi che chiedano il contributo senza averne diritto in base ai parametri di reddito familiare...
La regola olandese per questi sussidi è in fondo semplice: meno si guadagna più si riceve. Per richiedere i bonus si compilano come dappertutto dei moduli, e come dappertutto si possono facilmente commettere errori piccoli o grandi. Specie se sei poco istruito o immigrato.
Se ci aggiungi un controllo ultra-formalistico – secondo cui l’errore è impossibile o un tentativo di frode – ecco che scatta la tagliola: il sussidio ti viene tolto, anche dopo anni, e devi restituire tutto quel che hai ricevuto. Con gli interessi.
Un massacro sociale (20.000 famiglie sono tante, in un piccolo paese come l’Olanda) definito persino dalla Commissione d’inchiesta parlamentare “un’ingiustizia senza precedenti”.
Di qui l’inevitabile richiesta di dimissioni del governo, con Rutte che fa i bagagli e torna a casa due mesi prima delle elezioni e con ben scarse possibilità di ripresentarsi.
Rutte è stato il successore di Jeroen Dijsselbloem, divenuto poi presidente di quell’Eurogruppo che ricattò la Grecia fino alla resa di Tsipras, immortalato poi al cinema da Costa Gavras (Adults in the room) in base alle registrazioni effettuate da Yanis Varoufakis, allora ministro dell’economia del primo governo Syriza.
Quel Dijsselbloem che accusava il popolo italiano di essere indebitato (sul piano statale, mentre invece siamo “risparmiosissimi” in privato) perché “abituati a sperperare tutto in donne e champagne”.
Rutte, che è un “frugale”, è immortalato nella foto di apertura mentre annaffia con lo champagne un vaso di tulipani.
Vuoi mettere la differenza?
Fonte
12/12/2020
I paradisi fiscali europei
L’elusione fiscale internazionale
Secondo le stime più recenti, almeno il 40% dei profitti esteri delle
multinazionali è dichiarato in «paradisi fiscali», cioè in paesi che
applicano aliquote tra il 5 e il 10% o, in alcuni casi, pari a zero. Si
tratta di almeno 800 miliardi di dollari di reddito sottratti alla
tassazione in nazioni che non hanno regimi fiscali aggressivi, come
Francia, Italia, Germania o Stati Uniti[1]. I profitti delle multinazionali non si dirigono solo verso paradisi offshore
come le Isole Cayman, le Bermuda o le Seychelles. Nei complessi schemi
dell’elusione fiscale internazionale hanno un importante ruolo anche
alcuni Stati membri dell’Unione Europea: Lussemburgo, Olanda, Belgio e
Irlanda, ai quali si aggiungono Malta e Cipro.
Per ridurre il carico fiscale, le multinazionali utilizzano diverse
tecniche. Quella più semplice consiste nella creazione di una società
controllata con sede in un paradiso fiscale, in cui spostare gli utili
conseguiti dalle altre società del gruppo. Un’altra tecnica è quella del
transfer pricing, che consiste nell’effettuare transazioni
(prestiti, cessioni di marchi e brevetti o servizi) tra società che
fanno capo a una controllante che ha sede in un paradiso fiscale. In
alcuni casi, le multinazionali possono beneficiare di accordi fiscali (tax ruling) con le autorità nazionali, come quelli al centro dello scandalo LuxLeaks, scoppiato nel 2014.
Sulla base di documenti riservati della società di consulenza
PricewaterhouseCoopers (PwC), il consorzio internazionale dei
giornalisti d’inchiesta (ICIJ), rivelò come le autorità fiscali del
Lussemburgo avessero concesso a 340 multinazionali (tra cui Apple,
Deutsche Bank, Ikea, Nike, Pepsi) di poter beneficiare, tra il 2002 e il
2010, di aliquote effettive irrisorie, a volte inferiori all’1%, sui
profitti realizzati in paesi a più elevata tassazione[2]. Lo scandalo LuxLeaks
ebbe enorme risonanza, ma praticamente nessuna conseguenza. Lo attesta
la “Relazione sui reati fiscali, l’evasione e l’elusione fiscale”,
approvata dal Parlamento Europeo nel 2019, in cui si “deplora il fatto
che, a quasi cinque anni dalle rivelazioni di LuxLeaks, la Commissione abbia aperto un’indagine formale solo in uno degli oltre 500 ruling in materia fiscale concessi dal Lussemburgo”[3].
Nessun paese europeo rientra nella cosiddetta «lista nera» dei
paradisi fiscali (ufficialmente giurisdizioni non-cooperative ai fini
fiscali) adottata dal Consiglio d’Europa[4].
Eppure, non c’è alcun dubbio che alcuni Stati membri della UE svolgano
un ruolo centrale nel trasferimento di capitali verso giurisdizioni a
fiscalità privilegiata.
Società buca-lettere e investimenti fantasma
Uno degli indizi dell’importanza di alcuni centri finanziari europei
nel sistema internazionale dell’elusione fiscale, è dato dagli enormi
flussi di investimenti diretti esteri che vi si dirigono. Lo conferma la
citata «Relazione sui reati fiscali e l’evasione» del Parlamento
Europeo, che evidenzia come l’elevato livello di investimenti esteri
rispetto al Pil in Belgio, Cipro, Ungheria, Irlanda, Lussemburgo, Malta e
Olanda sia solo in parte spiegato da attività economiche effettive[5].
Parte degli investimenti esteri è destinato, infatti, a sussidiarie o
«società a destinazione specifica». Si tratta, spesso, di società
«buca-lettere», cioè entità giuridiche senza consistenza fisica e che
non svolgono alcuna attività economica reale, costituite per minimizzare
il carico effettivo globale delle multinazionali. Secondo la Banca
Centrale olandese, le società «buca-lettere» costituite in Olanda da
imprese multinazionali sarebbero ben 15.000[6]. Attraverso queste società transitano investimenti esteri «fantasma»[7].
Nonostante si tratti di due nazioni piccole per dimensioni economiche
e demografiche, Lussemburgo e Olanda attraggono più investimenti
diretti esteri della Cina (Fig. 1). Nel complesso, i livelli degli
investimenti esteri nei due paesi europei sono di poco inferiori a
quelli degli Stati Uniti, la più grande economia al mondo. Per avere
un’idea, si consideri che, nel 2019, lo stock (livello) di
investimenti esteri in ingresso in Olanda era di 4.445.969 milioni di
dollari, in Lussemburgo di 3.422.838 milioni, mentre in Italia di
445.715 milioni di dollari. Ma quanti di questi sono effettivi e quanti,
invece, investimenti fantasma?
I dati della tabella 1 offrono una prima risposta. Nel 2019, il livello (stock) degli investimenti esteri in entrata rappresentava il 4.928% del Pil del Lussemburgo e il 490% di quello dell’Olanda. Valori stratosferici che, però, scendono al 185% e al 193% del Pil quando si escludono gli investimenti verso le società a destinazione specifica.
![]() |
| Tab. 1. Investimenti diretti esteri in entrata (stock) rispetto al Pil nel 2019 (%) Per il Belgio, i dati si riferiscono al 2018. Fonte: OECD, FDI in figures, April 2020. |
In altri termini, ben il 96% dello stock di investimenti esteri in entrata in Lussemburgo, il 60,6% di quelli in Olanda e il 55% di quelli in Belgio è riconducibile a società a destinazione specifica, molte delle quali sono, come detto, società «buca-lettere». Mancano i dati per l’Irlanda, Malta e Cipro, anche se è riconosciuto che questi paesi hanno un ruolo importante per l’elusione fiscale internazionale. Se Lussemburgo e Olanda sono ai primi posti al mondo nell’attrazione di investimenti fantasma, l’Irlanda è tra le prime dieci destinazioni[8].
Le tasse perdute delle nazioni
L’elusione e l’evasione fiscale internazionale sottraggono annualmente entrate ai bilanci degli Stati: risorse che potrebbero essere destinate al finanziamento di servizi essenziali. Secondo le stime più recenti, l’elusione e l’evasione internazionali causano agli Stati della UE una perdita di entrate fiscali di 170 miliardi di euro all’anno. Di questi, 60 miliardi derivano dall’elusione delle società multinazionali, 46 dal trasferimento di patrimoni da parte di individui e 64 miliardi da frodi dell’Iva. Mentre la maggior parte dei paesi si impoverisce, sei Stati europei (Belgio, Cipro, Irlanda, Lussemburgo, Malta e Olanda) traggono, invece, benefici dall’elusione dei profitti da parte delle imprese multinazionali[9].
Secondo il Tax Justice Network (Rapporto 2020), a causa all’evasione e dell’elusione fiscale internazionale, l’Italia perde annualmente 12,4 miliardi di dollari (circa 10 miliardi di euro), corrispondenti al 2% delle entrate fiscali. Un ammanco causato per 8,8 miliardi di dollari dal trasferimento di profitti delle multinazionali e, per 3,6 miliardi, dall’evasione offshore dei privati. I mancati introiti equivalgono al 9% della spesa sanitaria italiana e al 15% della spesa per l’istruzione. Nel complesso, le risorse perdute consentirebbero, all’Italia, di assumere 379.380 infermieri[10].
Così, mentre la maggior parte degli Stati – anche per fronteggiare le conseguenze della pandemia da coronavirus – accresce i debiti pubblici, l’elusione e l’evasione fiscale internazionali sottraggono risorse ai cittadini, in un sistema che genera profonde iniquità.
Note:
[1] E. Saez, G. Zucman, Il trionfo dell’ingiustizia. Come i ricchi evadono le tasse e come fargliele pagare, Einaudi, Torino, 2020.
[2] Oxfam Italia, Giustizia fiscale: tallone d’Achille dell’Europa. Lo scandalo LuxLeaks: un anno dopo, Oxfam Media Briefing, 4 novembre 2015.
[3] Parlamento Europeo, Relazione sui reati finanziari, l’evasione fiscale e l’elusione fiscale, P8_TA(2019)0240.
[4] L’ultima blacklist comprende American Samoa, Anguilla, Barbados, Fiji, Guam, Palau, Panama, Samoa, Trinidad and Tobago, US Virgin Islands, Vanuatu e le Seychelles.
[5] La citata Relazione del Parlamento Europeo «invita la Commissione a considerare attualmente almeno tali Stati membri come paradisi fiscali dell’UE fino a quando non saranno attuate riforme fiscali sostanziali» (par. 330).
[6] Sul caso olandese, T. Gasparri, L’Olanda, Paese di transito e sponda d’approdo per strategie di profit shifting e di erosione delle basi imponibili, Nens, maggio 2020.
[7] J. Damgaard, T. Elkjaer, N. Johannesen, The Rise of Phantom Investments, Finance & Development, September 2019.
[8] J. Sawulski et al., Tax unfairness in the European Union, Polish Economic Institute, 2020.
[9] Cfr., J. Sawulski et al., Tax unfairness, cit., p. 13. Secondo tale studio, questi paesi dovrebbero essere definiti paradisi fiscali della UE.
[10] Tax Justice Network, The State of Tax Justice 2020: Tax Justice in the time of COVID-19, November 2020.
Fonte



