La battaglia tecnologica che l’Occidente ha ingaggiato contro la Cina nasce da un imperativo strategico: impedire a Pechino di competere – e, in prospettiva, di assumere la leadership – nel complesso territorio dell’Intelligenza Artificiale (IA). La catena del valore di questo settore strategico comprende: le materie prime per la produzione di microprocessori (terre rare, minerali critici e tecnologie di litografia), l’addestramento continuo delle piattaforme e l’installazione di data center che richiedono enormi quantità di energia e acqua per il raffreddamento. In questo contesto, la scorsa settimana si è verificato un forte scossone globale in seguito alla notizia di un nuovo importante progresso tecnologico cinese. L’evento non è stato pubblicizzato, perché comporta un nuovo “momento DeepSeek”, paragonabile all’impatto registratosi all’inizio del 2025 quando un laboratorio cinese lanciò modelli di IA ad alte prestazioni a una frazione dei costi sostenuti dalla Silicon Valley.
Questo nuovo “cigno nero” 1 è stato annunciato dal gruppo statale Shanghai Aishengna Electronic Technology Group (SAETG), che ha comunicato l’avvio della produzione di macchine per litografia a ultravioletto profondo (DUV): apparecchiature che, fino alla scorsa settimana, venivano fabbricate esclusivamente negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone. Le tecnologie litografiche sono diventate il nucleo del processo di produzione dei circuiti integrati più avanzati, consentendo la realizzazione di nodi compresi tra i due e i sette nanometri [misura corrispondente a un milionesimo di millimetro] saldati su microprocessori che possono misurare appena due millimetri. I macchinari DUV trasferiscono complessi schemi circuitali sulle cialde di silicio e definiscono le dimensioni critiche dei chip necessari all’intelligenza artificiale e alle sue applicazioni derivate: robotica, produzione di armamenti, guida missilistica, satelliti, controllo di dati sovrani, spionaggio e sorveglianza globale.
Questa novità tecnologica ha fatto scattare l’allarme all’interno della NATO e dei suoi partner. Ha innescato turbolenze sui mercati azionari che hanno portato alla chiusura della Borsa di Seul (KRX) il 28 e il 29 luglio 2026 e ha causato un forte calo del valore di Nvidia, l’azienda di maggior valore al mondo. L’azienda ha tentato di blindarsi concedendo credito ai clienti per garantirsi vendite future, di fronte alla possibilità che la Cina possa in futuro sviluppare la tecnologia necessaria per l’IA. Proprio il giorno della chiusura della Borsa di Seul, le azioni di Nvidia sono crollate, ravvivando il panico tra i “signori del tecnofeudalesimo”, già danneggiati da DeepSeek. Il rapporto dell’azienda statale cinese produttrice di macchinari per litografia DUV indica che quest’anno ne verranno prodotte cinque unità e venti nel 2027, riducendo parzialmente il divario tecnologico con l’Occidente, da cui la Cina acquistava quasi tutti i suoi microprocessori più avanzati. Esistono due tipi di macchine per litografia: DUV (che utilizzano luce ultravioletta profonda) ed EUV (che impiegano lunghezze d’onda ultraviolette estreme). Quest’ultima – la tecnologia più avanzata – rimane appannaggio esclusivo dell’Occidente tramite ASML, azienda con sede a Veldhoven, nei Paesi Bassi. Il consorzio è leader nella produzione delle macchine per litografia più moderne e dispone di ingenti investimenti statunitensi, operando nei limiti di regole imposte da Washington per ragioni di sicurezza nazionale. Ai suoi professionisti è vietato qualsiasi contatto con controparti aziendali cinesi e gli viene proibita la commercializzazione di determinati prodotti di ultima generazione.
Mentre la Borsa di Seul chiudeva i battenti, crollavano anche le azioni di ASML. Il timore, come sempre, è sintomatico. Nel dicembre 2025, Reuters ha riferito che, a partire dal 2022, Xi Jinping ha promosso la realizzazione di un prototipo funzionante di tecnologia litografica ultravioletta estrema (EUV), il cui impianto ha sede a Shenzhen, all’interno di un perimetro di sicurezza che alcuni analisti paragonano al laboratorio di Los Alamos, sede del Progetto Manhattan 2. Le restrizioni sostenute principalmente da Washington perseguono un obiettivo fondamentale: rallentare, condizionare o arrestare la “Lunga Marcia” cinese verso la leadership globale, di cui l’intelligenza artificiale costituisce un capitolo decisivo. In questo contesto, le notizie sui nuovi prodotti litografici della SAETG mostrano ancora una volta la capacità della Cina di raggiungere una progressiva autonomia, basata su politiche di sostituzione delle importazioni e sul suo imponente apparato scientifico-tecnologico. Il panico dell’Occidente nasce dalla possibilità che si verifichino ulteriori “momenti DeepSeek”, tramite i quali Pechino raggiungerebbe la leadership tecnologico-produttiva, ma diventerebbe anche il centro di un’alternativa di civiltà che rifiuta i canti delle sirene inneggianti alla superiorità dei mercati e il conseguente disprezzo per gli Stati.
In tal senso, la disputa non è meramente geo-economica, ma anche politica e culturale. L’attuale strategia dell’Occidente mira a recuperare, attraverso l’IA, la competitività e la produttività perse a vantaggio della Cina. Tale prospettiva, tuttavia, si basa su un nuovo miraggio tecnocratico: un cyber-progresso generalizzato che preservi lo sfruttamento del lavoro e accentui l’oscena concentrazione della ricchezza. La fragilità di questa mossa sta iniziando a produrre alti livelli di incertezza tra investitori internazionali e analisti tecnologici, poiché:
(a) non vi è alcuna garanzia che l’IA occidentale riesca a superare la competitività produttiva cinese;
(b) permangono dubbi sul ritorno degli investimenti lungo la catena del valore legata a microprocessori e data center;
(c) riemerge lo spettro di una bolla speculativa legata all’IA simile alla debacle delle dot-com di fine Novecento e al ciclo di crisi aperto, quindici anni più tardi, dai mutui subprime, che ha scatenato una crisi economica strutturale che l’Occidente non è ancora riuscito a superare.
Il capitalismo occidentale sta attraversando un ciclo caratterizzato da investimenti limitati, bassa crescita, indebitamento crescente e calo della produttività. Tale quadro comprende un divario sempre più ampio tra il settore finanziario e l’economia reale. Tali squilibri sono stati alimentati dalla finanziarizzazione e dalla deindustrializzazione promosse dal neoliberismo, che cercava di ridurre i costi della forza lavoro interna mediante la delocalizzazione della produzione in aree caratterizzate da grandi riserve di manodopera precarizzabile, che Pechino ha progressivamente trasformato in occupazione di qualità.
Quell’abbandono della produzione industriale, attuato in nome di una fittizia economia degli “intangibili”, ha permesso alla Cina di conquistare la leadership nella competitività manifatturiera e persino di sfidare, nel prossimo decennio, l’egemonia occidentale su quelle fantasie di salvezza tecnologica attraverso le quali l’Occidente spera di recuperare il tempo perduto. Il dramma dell’Occidente non risiede soltanto nella perdita di fabbriche, saperi e catene del valore: consiste nella pretesa che una nuova bolla tecnologica prenda il posto di ciò che il neoliberismo ha smantellato. In questo scenario, Donald Trump, i suoi accoliti europei e i suoi burattini della destra latinoamericana non incarnano una rinascita produttiva, ma l’ansia di un blocco che confonde le sanzioni con la politica industriale e la propaganda maccartista con il potere globale.
Note
1. Con “cigno nero” si indicano eventi inaspettati di grande portata e grandi conseguenze
2. L’autore si riferisce alla sede del progetto di ricerca per la costruzione della prima bomba atomica USA
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/08/2026
22/12/2025
Il “Progetto Manhattan” cinese: così Pechino lancia all’Occidente la sfida sui chip
Se non è un game over definitivo poco ci manca. La Cina è riuscita a fare quello che gli Stati Uniti hanno provato a impedirle per anni (e in tutti i modi possibili): costruire un prototipo di macchinario in grado di realizzare semiconduttori all’avanguardia per alimentare l’intelligenza artificiale, gli smartphone e le armi.
Pechino avrebbe dunque tra le mani ciò che serve per dominare – e nel lungo periodo forse addirittura superare – l’Occidente tanto sul lato tecnologico quanto su quello militare. La vicenda è stata raccontata nei minimi dettagli dall’agenzia Reuters, secondo la quale il dispositivo, completato all’inizio del 2025 e ancora in fase di test, occuperebbe quasi un intero piano di una fabbrica di Shenzhen.
Ma c’è un altro aspetto ancora più rilevante: pare che sia stato sviluppato da un team di ex ingegneri della gigante olandese dei semiconduttori ASML, un team che avrebbe retro-ingegnerizzato le macchine di litografia a ultravioletti estremi (EUV) della compagnia europea.
Ricordiamo che le suddette macchine, fino a ora appannaggio dell’Occidente, utilizzano fasci di luce ultravioletta estrema per incidere circuiti migliaia di volte più sottili di un capello umano su wafer di silicio. Non è certo un fatto di poco conto, visto che più piccoli sono i circuiti e più potenti sono i chip.
Il “Progetto Manhattan” cinese sui chip
La macchina cinese genererebbe con successo luce ultravioletta estrema, ma non avrebbe ancora prodotto chip funzionanti. In ogni caso la situazione sarebbe ben diversa da quella illustrata lo scorso aprile da Christophe Fouquet, CEO di ASML, per il quale la Cina avrebbe avuto bisogno di “molti, molti anni” ancora prima di sviluppare tale tecnologia.
Profezia sbagliata: se le indiscrezioni di Reuters dovessero rivelarsi corrette, Pechino potrebbe essere vicinissima a raggiungere l’indipendenza nello strategico settore dei semiconduttori. Certo, la strada per il Dragone è ancora in salita per svariati motivi. Per esempio, il gigante asiatico ha ancora difficoltà nel replicare i sistemi ottici di precisione prodotti dai fornitori occidentali, per non parlare poi della scarsa disponibilità di pezzi di ricambio. E ancora: la disponibilità di parti provenienti da macchine ASML più vecchie, individuate nei mercati secondari, ha permesso alla Cina di costruire un prototipo, ma con l’obiettivo del governo di produrre chip funzionanti entro il 2028 o il 2030.
Nel frattempo, c’è chi ha definito il Grande Balzo in Avanti di Pechino sul fronte dei chip come la versione cinese del Manhattan Project, ossia l’iniziativa bellica statunitense ideata per sviluppare la bomba atomica. “L’obiettivo è che la Cina possa eventualmente produrre chip avanzati su macchine completamente costruite in Cina. La Cina vuole estromettere gli Stati Uniti al 100% dalle sue catene di approvvigionamento”, ha spiegato una fonte a conoscenza del dossier a Reuters.
Una mossa a sorpresa
Nessuno in Occidente poteva immaginarsi un simile sprint da parte della Cina. In base a quanto emerso, la gestione del dossier relativo ai semiconduttori sarebbe nelle mani del confidente di Xi Jinping, Ding Xuexiang, la stessa figura che presiede la Commissione Centrale per la Scienza e la Tecnologia del Partito Comunista Cinese.
Non solo: in mezzo alla scena, il gigante dell’elettronica cinese Huawei avrebbe giocato un ruolo fondamentale nel coordinare una rete di aziende e istituti di ricerca statali in tutto il Paese, e nel coinvolgere migliaia di ingegneri.
Fin qui, solo una compagnia ha dominato la tecnologia EUV: la citata ASML, con sede a Veldhoven, nei Paesi Bassi. Le sue macchine, che costano circa 250 milioni di dollari l’una, sono indispensabili per produrre i chip più avanzati progettati da aziende come Nvidia e AMD, e prodotti da produttori di chip come TSMC, Intel e Samsung.
ASML ha costruito il suo primo prototipo funzionante di tecnologia EUV nel 2001, e ha spiegato che ci sono voluti quasi venti anni e miliardi di euro in spese per R&D prima di produrre, nel 2019, i primi chip disponibili sul commercio. I sistemi EUV di ASML sono disponibili per gli alleati degli Stati Uniti, tra cui Taiwan, Corea del Sud e Giappone. Non per la Cina che però, in qualche modo, sarebbe riuscita a bypassare l’ostacolo...
Fonte
Pechino avrebbe dunque tra le mani ciò che serve per dominare – e nel lungo periodo forse addirittura superare – l’Occidente tanto sul lato tecnologico quanto su quello militare. La vicenda è stata raccontata nei minimi dettagli dall’agenzia Reuters, secondo la quale il dispositivo, completato all’inizio del 2025 e ancora in fase di test, occuperebbe quasi un intero piano di una fabbrica di Shenzhen.
Ma c’è un altro aspetto ancora più rilevante: pare che sia stato sviluppato da un team di ex ingegneri della gigante olandese dei semiconduttori ASML, un team che avrebbe retro-ingegnerizzato le macchine di litografia a ultravioletti estremi (EUV) della compagnia europea.
Ricordiamo che le suddette macchine, fino a ora appannaggio dell’Occidente, utilizzano fasci di luce ultravioletta estrema per incidere circuiti migliaia di volte più sottili di un capello umano su wafer di silicio. Non è certo un fatto di poco conto, visto che più piccoli sono i circuiti e più potenti sono i chip.
Il “Progetto Manhattan” cinese sui chip
La macchina cinese genererebbe con successo luce ultravioletta estrema, ma non avrebbe ancora prodotto chip funzionanti. In ogni caso la situazione sarebbe ben diversa da quella illustrata lo scorso aprile da Christophe Fouquet, CEO di ASML, per il quale la Cina avrebbe avuto bisogno di “molti, molti anni” ancora prima di sviluppare tale tecnologia.
Profezia sbagliata: se le indiscrezioni di Reuters dovessero rivelarsi corrette, Pechino potrebbe essere vicinissima a raggiungere l’indipendenza nello strategico settore dei semiconduttori. Certo, la strada per il Dragone è ancora in salita per svariati motivi. Per esempio, il gigante asiatico ha ancora difficoltà nel replicare i sistemi ottici di precisione prodotti dai fornitori occidentali, per non parlare poi della scarsa disponibilità di pezzi di ricambio. E ancora: la disponibilità di parti provenienti da macchine ASML più vecchie, individuate nei mercati secondari, ha permesso alla Cina di costruire un prototipo, ma con l’obiettivo del governo di produrre chip funzionanti entro il 2028 o il 2030.
Nel frattempo, c’è chi ha definito il Grande Balzo in Avanti di Pechino sul fronte dei chip come la versione cinese del Manhattan Project, ossia l’iniziativa bellica statunitense ideata per sviluppare la bomba atomica. “L’obiettivo è che la Cina possa eventualmente produrre chip avanzati su macchine completamente costruite in Cina. La Cina vuole estromettere gli Stati Uniti al 100% dalle sue catene di approvvigionamento”, ha spiegato una fonte a conoscenza del dossier a Reuters.
Una mossa a sorpresa
Nessuno in Occidente poteva immaginarsi un simile sprint da parte della Cina. In base a quanto emerso, la gestione del dossier relativo ai semiconduttori sarebbe nelle mani del confidente di Xi Jinping, Ding Xuexiang, la stessa figura che presiede la Commissione Centrale per la Scienza e la Tecnologia del Partito Comunista Cinese.
Non solo: in mezzo alla scena, il gigante dell’elettronica cinese Huawei avrebbe giocato un ruolo fondamentale nel coordinare una rete di aziende e istituti di ricerca statali in tutto il Paese, e nel coinvolgere migliaia di ingegneri.
Fin qui, solo una compagnia ha dominato la tecnologia EUV: la citata ASML, con sede a Veldhoven, nei Paesi Bassi. Le sue macchine, che costano circa 250 milioni di dollari l’una, sono indispensabili per produrre i chip più avanzati progettati da aziende come Nvidia e AMD, e prodotti da produttori di chip come TSMC, Intel e Samsung.
ASML ha costruito il suo primo prototipo funzionante di tecnologia EUV nel 2001, e ha spiegato che ci sono voluti quasi venti anni e miliardi di euro in spese per R&D prima di produrre, nel 2019, i primi chip disponibili sul commercio. I sistemi EUV di ASML sono disponibili per gli alleati degli Stati Uniti, tra cui Taiwan, Corea del Sud e Giappone. Non per la Cina che però, in qualche modo, sarebbe riuscita a bypassare l’ostacolo...
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17/03/2025
Cina - Nuovo balzo tecnologico davanti all’Occidente
Lo sviluppo tecnologico è inarrestabile e rappresenta una chiave di volta per la crescita di qualsiasi paese. La strategia “occidentale”, fin qui, è stata quella di restringere le possibilità di accesso alle tecnologie più avanzate per quei paesi considerati competitori strategici o tout court “nemici”. La Cina dimostra invece che questi impedimenti possono essere solo temporanei, perché – all’opposto – stimolano lo sforzo nella ricerca scientifica e nella creazione di tecnologie ancora più avanzate.
*****
Lo sviluppo dell’industria tecnologica cinese dipende dalle macchine litografiche a raggi ultravioletti estremi (EUV), poiché sono essenziali per la produzione di semiconduttori avanzati, necessari per l’intelligenza artificiale e il calcolo ad alte prestazioni.
Queste macchine, prodotte esclusivamente dall’azienda olandese ASML, utilizzano tecnologie brevettate e componenti chiave di aziende americane, impedendo alla Cina di accedervi liberamente. Senza questi strumenti, le fabbriche cinesi non possono produrre chip all’avanguardia, limitando il loro sviluppo tecnologico e la loro competitività globale.
Gli Stati Uniti accrescono questa dipendenza imponendo restrizioni all’esportazione di apparecchiature UVE e di altri materiali essenziali per la produzione di semiconduttori. Attraverso normative e accordi con alleati come i Paesi Bassi e il Giappone, hanno bloccato l’accesso della Cina a questa tecnologia, ostacolandone l’avanzamento in settori strategici.
Ciò rafforza la posizione degli Stati Uniti nella loro guerra tecnologica, mantenendo la leadership nordamericana nella produzione di chip avanzati e ostacolando l’autosufficienza cinese in un settore cruciale per la sua crescita economica.
Tuttavia, la tecnologia cinese ha compiuto un enorme passo avanti che potrebbe cambiare radicalmente la situazione. Huawei ha compiuto notevoli progressi nella produzione di apparecchiature per la litografia nell’ultravioletto estremo (EUV), essenziali per la fabbricazione di chip avanzati. Secondo quanto riferito, l’azienda sta testando la prima apparecchiatura litografica UVE completamente sviluppata in Cina presso il suo stabilimento di Dongguan.
A differenza delle macchine EUV di ASML, che utilizzano plasma generato da laser (LPP), questo dispositivo cinese impiega una sorgente luminosa basata su plasma a scarica indotta da laser (LDP), in grado di generare luce EUV con una lunghezza d’onda di 13,5 nm.
Si prevede che la Cina avvierà la produzione sperimentale di queste macchine nel terzo trimestre del 2025, con l’obiettivo di una produzione su vasta scala nel 2026. Questo sviluppo è fondamentale per ridurre la dipendenza della Cina dai fornitori esteri e far progredire la produzione di semiconduttori avanzati.
Questa svolta ha implicazioni significative per la guerra tecnologica dichiarata dagli Stati Uniti contro la Cina. Tutte le misure attuate dagli Stati Uniti negli ultimi anni hanno cercato di limitare l’accesso della Cina alle tecnologie avanzate dei semiconduttori, cercando di rallentarne il progresso tecnologico. Tuttavia, questi progressi di Huawei indicano che la Cina sta riuscendo a sviluppare tecnologie proprie per superare queste restrizioni.
Lo sviluppo di questa tecnologia da parte di Huawei ha implicazioni significative per la concorrenza tecnologica globale:
- riduzione della dipendenza tecnologica: la Cina ha storicamente fatto affidamento su fornitori stranieri, come ASML, per le apparecchiature litografiche avanzate. Le restrizioni imposte dagli Stati Uniti hanno limitato l’accesso della Cina a queste tecnologie. Grazie allo sviluppo di una propria macchina per la litografia UV, la Cina sta riducendo la propria dipendenza dai fornitori esterni ed eliminando l’impatto delle restrizioni.
- Svolta nella produzione di semiconduttori: la capacità di produrre chip avanzati è fondamentale per lo sviluppo di tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale e le telecomunicazioni 5G. Grazie alla sua tecnologia litografica UVE, la Cina è nella posizione migliore per progredire in questi settori.
- Risposta alle restrizioni commerciali: le misure statunitensi hanno cercato di frenare il progresso tecnologico della Cina. Tuttavia, questo sviluppo dimostra la resilienza e la capacità innovativa delle aziende cinesi di superare gli ostacoli e continuare il loro progresso tecnologico.
I progressi di Huawei nella produzione di apparecchiature litografiche UVE rappresentano una pietra miliare nel settore dei semiconduttori e ridefiniscono le dinamiche di potere nella competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina.
La capacità della Cina di sviluppare e produrre le proprie apparecchiature litografiche UVE rappresenta un cambiamento di paradigma nell’industria mondiale dei semiconduttori, consentendole di ridurre la dipendenza dalle tecnologie occidentali e, di conseguenza, di aggirare le restrizioni imposte dagli Stati Uniti.
Questo progresso non solo rafforza la sovranità tecnologica, ma indebolisce anche il controllo che gli Stati Uniti e i loro alleati hanno storicamente esercitato sulla fornitura di semiconduttori avanzati, un settore fondamentale per lo sviluppo economico nel XXI secolo.
Questo risultato è un elemento chiave nella strategia a lungo termine della Cina per l’autosufficienza tecnologica. Per anni, le restrizioni imposte dagli Stati Uniti hanno cercato di limitare l’accesso alle tecnologie avanzate, limitando le vendite di apparecchiature litografiche da parte di ASML e bloccando la cooperazione con produttori di chip come TSMC e Samsung.
Tuttavia, lo sviluppo di una propria macchina litografica UVE non solo neutralizza queste restrizioni, ma conferisce anche alla Cina un vantaggio strategico, consentendole di produrre chip avanzati da 7 nm e, in futuro, chip da 5 nm o più piccoli, senza dipendere da fornitori stranieri.
Questa svolta è fondamentale per accelerare lo sviluppo di settori chiave come l’intelligenza artificiale, il supercalcolo e le telecomunicazioni 6G, ambiti in cui la Cina ha già dimostrato progressi significativi. Grazie alla capacità di produrre localmente semiconduttori all’avanguardia, il Paese sarà in grado di aumentare la competitività di aziende come Huawei, SMIC e ByteDance, rafforzando il proprio ecosistema tecnologico e sfidando il predominio della Silicon Valley.
A livello geopolitico, questo sviluppo rafforza la posizione della Cina come potenza tecnologica globale. Riducendo la sua vulnerabilità alle restrizioni e ai blocchi, la Cina sarà in grado di esportare la sua tecnologia nei mercati emergenti senza le limitazioni imposte dall’Occidente, consolidando alleanze strategiche con paesi in Asia, Africa e America Latina che cercano alternative al predominio tecnologico degli Stati Uniti.
L’autosufficienza nella litografia UVE è più di una conquista tecnica per la Cina: è un passo fondamentale nella sua visione di indipendenza tecnologica e di leadership nella nuova era digitale.
Fonte
21/10/2024
Il crollo di ASML come cartina tornasole dell’autonomia UE
Una settimana fa un errore, definito “tecnico” dai vertici dell’azienda, ha portato la multinazionale olandese ASML al crollo azionario peggiore dal 1998. Con un giorno di anticipo, sono stati pubblicati i risultati finanziari del terzo trimestre, i quali hanno dato cattivi segnali per il futuro dell’azienda, e la borsa ha risposto con pesanti ribassi in tutto il settore.
In realtà, la società ha chiuso settembre con ricavi per 7 miliardi e mezzo e di dollari, superiori alle attese, e con le previsioni sul fatturato totale del 2024 che si attestano sui 28 miliardi, in linea con le indicazioni precedenti. E tuttavia, le vendite si sono attestate sui 2,6 miliardi di euro, meno della metà di quanto era stato promesso.
I vertici di ASML hanno fatto sapere che il rallentamento delle vendite potrebbe riguardare anche il 2025, e ciò ha causata un vero e proprio crollo del titolo, che è passato da 343 a circa 269 miliardi di dollari, perdendo quasi 75 miliardi di valore in due giorni. Il panico in borsa si è diffuso anche ad altre compagnie del settore, come la statunitense nVidia.
Ma la capitalizzazione del campione statunitense ha ricominciato subito a marciare, grazie alle aspettative sulla richiesta crescente di chip dall’alta capacità computazionale per l’intelligenza artificiale e il machine learning. ASML invece sconta un rallentamento dell’uso delle macchine litografiche, segmento di cui è fulcro.
Ma soprattutto, la multinazionale olandese deve fare i conti con la tempesta della frammentazione del mercato mondiale, che inficia gli orizzonti degli affari a lungo termine. Alcuni suoi fornitori chiave sono in Germania, ma i principali acquirenti sono fuori dalla UE, che ha solo ASML come azienda di peso globale nel settore.
Intel ha annunciato all’inizio di settembre un taglio delle spese in conto capitale di circa il 20% e ha deciso di ritardare la costruzione del suo stabilimento a Magdeburgo. L’8 settembre Samsung ha inviato una lettera a investitori e clienti scusandosi per non aver rispettato le aspettative e indicando la necessità di migliorare sulla competitività tecnologica.
Queste due grandi firme della filiera dei semiconduttori rappresentano un’enorme fetta delle entrate di ASML, a cui si aggiunge TSMC di Taiwan. L’altro pilastro delle entrate dell’azienda era la Cina, su cui però gli olandesi hanno dovuto sottostare alle pressioni di Washington che da tempo pretendeva una limitazione delle esportazioni verso Pechino.
Il fatturato dei primi nove mesi del 2024 deve essere fatto risalire per metà ai rapporti col Dragone, mentre si prevede che già il prossimo anno scenderà al 20%. Si prevede anche che gli investimenti a stelle-e-strisce potranno compensare nell’arco di qualche anno le perdite nella relazione con Pechino, ma questo “cambio della guardia” per ora non si vede negli ordinativi.
C’è poi l’elefante nella stanza: chi decide per la multinazionale olandese? Il fatto è che i macchinari di ASML contengono componenti prodotte negli Stati Uniti, che hanno dunque una leva effettiva di potere sulle esportazioni dell’azienda, e dunque sulla UE.
Bruxelles, ancora una volta, deve ammettere che non può decidere le proprie politiche commerciali in autonomia. Anzi, una delle poche realtà continentali con un peso mondiale in questo settore strategico aspetta – e continuerà ad aspettare – gli investimenti di Washington per far fronte alle perdite che proprio Washington ha imposto rispetto al mercato cinese.
Intanto, seppur non senza preoccupazione degli investitori, altre grandi aziende del settore sembrano poter aggirare più facilmente le restrizioni. Proprio nVidia, ad esempio, ha modificato le specifiche di alcuni suoi prodotti per esentarli dal blocco e continuare a venderli.
Nel frattempo, è ASML stessa a far sapere di ritenere la Cina l’unico paese al mondo che sta aggiungendo capacità di semiconduttori per applicazioni più mature, mentre cerca anche di impiantare una propria filiera completa di chip all’altezza delle innovazioni che promuove (notizia di stamattina è che Xiaomi avrebbe prodotto il primo chip da 3 nanometri). E Bruxelles rimane col cerino in mano, come si suol dire.
Non è certo un invito a una maggiore autonomia strategica, quello che proviene da questo articolo. Ma è una disamina oggettiva delle condizioni in cui si trova la UE, che invece sarà obbligata ad accentuare lo sforzo per riempire il distacco in questo importante settore facendone pagare i costi ai settori popolari (i fondi per gli investimenti verranno dalla riduzione di altre spese).
Insomma, con ASML si può notare l’arretratezza del polo europeo in un segmento strategico e l’inadeguatezza delle sue classi dirigenti nel destreggiarsi nella competizione globale, nella quale rimane alla mercé di statunitensi e cinesi. Il problema è che la borghesia europea continuerà su questa strada.
E così verranno accentuate le contraddizioni europee e mondiali, mentre è evidente che un’alternativa passa solo dalla rottura con questa catena imperialistica, per un modello di sviluppo che non metta la competitività come metro di misura dello sviluppo. Così si procede solo sulla strada delle tensioni e delle guerre.
Fonte
In realtà, la società ha chiuso settembre con ricavi per 7 miliardi e mezzo e di dollari, superiori alle attese, e con le previsioni sul fatturato totale del 2024 che si attestano sui 28 miliardi, in linea con le indicazioni precedenti. E tuttavia, le vendite si sono attestate sui 2,6 miliardi di euro, meno della metà di quanto era stato promesso.
I vertici di ASML hanno fatto sapere che il rallentamento delle vendite potrebbe riguardare anche il 2025, e ciò ha causata un vero e proprio crollo del titolo, che è passato da 343 a circa 269 miliardi di dollari, perdendo quasi 75 miliardi di valore in due giorni. Il panico in borsa si è diffuso anche ad altre compagnie del settore, come la statunitense nVidia.
Ma la capitalizzazione del campione statunitense ha ricominciato subito a marciare, grazie alle aspettative sulla richiesta crescente di chip dall’alta capacità computazionale per l’intelligenza artificiale e il machine learning. ASML invece sconta un rallentamento dell’uso delle macchine litografiche, segmento di cui è fulcro.
Ma soprattutto, la multinazionale olandese deve fare i conti con la tempesta della frammentazione del mercato mondiale, che inficia gli orizzonti degli affari a lungo termine. Alcuni suoi fornitori chiave sono in Germania, ma i principali acquirenti sono fuori dalla UE, che ha solo ASML come azienda di peso globale nel settore.
Intel ha annunciato all’inizio di settembre un taglio delle spese in conto capitale di circa il 20% e ha deciso di ritardare la costruzione del suo stabilimento a Magdeburgo. L’8 settembre Samsung ha inviato una lettera a investitori e clienti scusandosi per non aver rispettato le aspettative e indicando la necessità di migliorare sulla competitività tecnologica.
Queste due grandi firme della filiera dei semiconduttori rappresentano un’enorme fetta delle entrate di ASML, a cui si aggiunge TSMC di Taiwan. L’altro pilastro delle entrate dell’azienda era la Cina, su cui però gli olandesi hanno dovuto sottostare alle pressioni di Washington che da tempo pretendeva una limitazione delle esportazioni verso Pechino.
Il fatturato dei primi nove mesi del 2024 deve essere fatto risalire per metà ai rapporti col Dragone, mentre si prevede che già il prossimo anno scenderà al 20%. Si prevede anche che gli investimenti a stelle-e-strisce potranno compensare nell’arco di qualche anno le perdite nella relazione con Pechino, ma questo “cambio della guardia” per ora non si vede negli ordinativi.
C’è poi l’elefante nella stanza: chi decide per la multinazionale olandese? Il fatto è che i macchinari di ASML contengono componenti prodotte negli Stati Uniti, che hanno dunque una leva effettiva di potere sulle esportazioni dell’azienda, e dunque sulla UE.
Bruxelles, ancora una volta, deve ammettere che non può decidere le proprie politiche commerciali in autonomia. Anzi, una delle poche realtà continentali con un peso mondiale in questo settore strategico aspetta – e continuerà ad aspettare – gli investimenti di Washington per far fronte alle perdite che proprio Washington ha imposto rispetto al mercato cinese.
Intanto, seppur non senza preoccupazione degli investitori, altre grandi aziende del settore sembrano poter aggirare più facilmente le restrizioni. Proprio nVidia, ad esempio, ha modificato le specifiche di alcuni suoi prodotti per esentarli dal blocco e continuare a venderli.
Nel frattempo, è ASML stessa a far sapere di ritenere la Cina l’unico paese al mondo che sta aggiungendo capacità di semiconduttori per applicazioni più mature, mentre cerca anche di impiantare una propria filiera completa di chip all’altezza delle innovazioni che promuove (notizia di stamattina è che Xiaomi avrebbe prodotto il primo chip da 3 nanometri). E Bruxelles rimane col cerino in mano, come si suol dire.
Non è certo un invito a una maggiore autonomia strategica, quello che proviene da questo articolo. Ma è una disamina oggettiva delle condizioni in cui si trova la UE, che invece sarà obbligata ad accentuare lo sforzo per riempire il distacco in questo importante settore facendone pagare i costi ai settori popolari (i fondi per gli investimenti verranno dalla riduzione di altre spese).
Insomma, con ASML si può notare l’arretratezza del polo europeo in un segmento strategico e l’inadeguatezza delle sue classi dirigenti nel destreggiarsi nella competizione globale, nella quale rimane alla mercé di statunitensi e cinesi. Il problema è che la borghesia europea continuerà su questa strada.
E così verranno accentuate le contraddizioni europee e mondiali, mentre è evidente che un’alternativa passa solo dalla rottura con questa catena imperialistica, per un modello di sviluppo che non metta la competitività come metro di misura dello sviluppo. Così si procede solo sulla strada delle tensioni e delle guerre.
Fonte
21/09/2024
Embargo tecnologico alla Cina, un fallimento annunciato
L’embargo tecnologico sul digitale nei confronti della Cina, promosso da USA e UE, si sta palesando come un fallimento clamoroso. Ne sono testimonianza, su tutte, le performance delle due aziende capofila per quanto riguarda l’hardware ed il software, ovvero Semiconductor Manufacturing International Corporation (SMIC) e Huawei.
Per inciso, si tratta di aziende capitalistiche di diritto privato, tuttavia la prima è riconducibile per il 100% allo Stato, tramite vari enti (ministeri, fondi, aziende di stato), mentre la seconda è di proprietà per l’1% circa del fondatore Ren Zhengfei e per il restante 99% circa dei lavoratori tramite la loro associazione Huawei Investment & Holding Company Trade Union Committee. La logica che regola la loro governance e la distribuzione degli utili, pertanto, è molto diversa dalle aziende capitalistiche occidentali.
“Diventeranno come mattoni” si diceva degli smartphone di Huawei, non molto nascostamente, fra le teste d’uovo delle big tech della California, allorquando l’amministrazione Trump ordinò di disconnetterne i dispositivi dagli app store di Google incorporato nel sistema operativo Android. Nel mentre, la Vicepresidente Meng Wanzhou, figlia di Ren Zhenfei, era in arresto in Canada, su ordine degli USA e vi rimarrà per circa tre anni.
Ora quei tempi sembrano lontanissimi. Dopo qualche anno duro, infatti, Huawei si è rilanciata dapprima diversificando i propri settori d’intervento sia nell’hardware che nel software, poi rilanciando clamorosamente anche il settore degli smartphone.
L’azienda di Shenzen, infatti, è stata in grado di sviluppare un proprio sistema operativo, HarmonyOS, utilizzato non solo negli smartphone, ma anche, ad esempio, nell’automotive elettrico, dove ha siglato, con alcuni produttori, la Harmony Intelligent Mobility Alliance, un’alleanza industriale nell’ambito della quale fornisce supporto nel design delle automobili, nella catena di fornitura e nell’ecosistema dei software di bordo.
Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, Huwaei, oltre ad essere stata designata dallo stesso colosso nVidia come proprio competitore nel design di GPU e CPU ad essa dedicati, si sta distinguendo nel cosiddetto Internet of Things. Ad esempio, nel 2021 ha lanciato il progetto MineHarmony, che applica l’intelligenza artificiale nel settore minerario, contribuendo a minimizzare l’impatto ambientale e diminuire gli incidenti sul lavoro.
Tornando agli smartphone, è stato annunciato il lancio del nuovo modello Mate XT, il primo al mondo pieghevole a fisarmonica, dotato di tre schermi, che quando viene allungato totalmente ne formano uno solo, diventando simile ad un tablet.
Tale modello ha già 4 milioni di pre-ordini ed è stato annunciato in concomitanza con il lancio del nuovo modello di iPhone della Apple, destinato, secondo molti analisti, ad un flop inesorabile in Cina, in quanto le funzionalità d’intelligenza artificiale che mette a disposizione, oltre a non essere disponibili attualmente in lingua cinese, probabilmente non lo saranno mai, perché, essendo basati sui modelli di ChatGpt, difficilmente verranno autorizzati dal Ministero della Scienza e della Tecnologia cinese; sia per motivi intrinseci, sia come risposta all’embargo tecnologico da parte degli USA.
Così la Apple, che già è scesa al sesto posto nelle classifiche di vendita in Cina, sembra destinata a sprofondare ulteriormente in quello che costituisce circa il 20% del proprio mercato di sbocco, non molto sotto l’Europa (si ricorda che solo pochi anni fa, la commercializzazione dei nuovi iPhone scatenava nelle maggiori città cinesi le stesse file lunghissime agli store e le stesse reazioni isteriche che scatenava nei consumatori occidentali).
Allo stesso tempo, Huawei ha visto un aumento del 72% di vendite nei primi cinque mesi del 2024 e sembra destinata ad allargare la forbice con il colosso di Cupertino, con utili e ricavi che si dirigono verso la doppia cifra di miliardi di euro. Da redistribuire in parte fra gli azionisti, ovvero, per il 99%, ai lavoratori.
In fin dei conti, pertanto, l’embargo tecnologico nei confronti di Huawei ha finito per rafforzarla ai danni di Apple e, probabilmente, fra poco anche di nVidia. Classico caso di reazionari “che sollevano massi, che poi ricadranno sui propri piedi”.
Da sottolineare che tutti i successi tecnologici fin qui descritti sarebbero stati impossibili se il XVIII Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese del 2012 non avesse messo fra le priorità strategiche assolute la costruzione di un’infrastruttura internet “nazionale”, indipendente dalla Silicon Valley.
In poco più di un decennio, il web cinese è passato dall’essere una bruttissima copia di quello americano, all’avere server fisici, browser, motori di ricerca, social network e app per smartphone, big tech (rigorosamente regolamentate, chiedere a Jack Ma) tutti propri, alcuni dei quali spopolano anche in Occidente.
Passando a SMCI, azienda produttrice di chip a semiconduttori, che sono la base di tutti i dispositivi elettronici, a suonare il campanello d’allarme per USA, Giappone e UE è Hiroharu Shimizu, Amministratore Delegato di TechanaLye, società di ricerca sui semiconduttori che smonta 100 dispositivi elettronici all’anno e li esamina, dalle colonne del giornale Nikkei Asia.
Il dirigente d’azienda ha parlato del confronto effettuato fra un modello di smartphone di Huawei, il Pura 70 Pro, rilasciato nell’aprile 2021, prodotto con tecnologia Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), azienda taiwanese leader mondiale nella produzione di chip, con il più recente modello di Huawei messo in commercio, equipaggiato con cpu Kirin 9010, prodotto con tecnologia SMIC.
Sebbene a SMIC sia impedito dalle sanzioni USA l’accesso alle tecnologie per produrre chip a 5 nanometri, come quelli del Pura 70 Pro di 3 anni fa, e sia, pertanto ferma ai 7 nanometri del Kirin 9010, Shimizu ha concluso che le prestazioni fra i due processori siano comparabili; pertanto SMIC si trova a soli tre anni di divario da TSMC. Con la differenza sostanziale che l’86% di tutti i chip del Kirin 9010 sono prodotto in Cina, pertanto quasi tutta la filiera produttiva è internalizzata e messa al sicuro.
Invece, i modelli prodotti con tecnologia TSMC, ovvero praticamente tutti i modelli occidentali, hanno la filiera sparsa in giro per il mondo, con tutte le incertezze che ne conseguono dati gli scenari geopolitici attuali. Incertezze che potrebbero essere aumentate in maniera decisiva, specialmente quando si passa per Taiwan, dopo l’attentato terroristico messo in atto dal regime sionista contro Hezbollah nei giorni scorsi, con la complicità, appunto, di un’azienda tech dell’isola.
L’ultima mossa messa in atto dagli USA per fermare SMIC è la minaccia di sanzionare l’azienda olandese ASML, affinché non rispetti il contratto con la SMIC stessa, che le impone di riparare le macchine litografiche fornitele a suo tempo. A proposito di “ordine mondiale basato sulle regole”.
Le macchine litografiche sono i mezzi di produzione dei chip, che la Cina non sarebbe ancora in grado di produrre da se. In questo caso parliamo di una tecnica litografica risalente a 5 anni fa, poiché le ultimissime tecniche già sono interdette.
Il mezzo che gli USA stanno utilizzando nel loro ricatto è il Foreign Direct Product Rules (FDPR), legge del 1959 con la quale, in maniera arbitraria, il Dipartimento del Commercio si arroga il diritto di poter stoppare la vendita sul mercato internazionale di qualsiasi prodotto in cui anche un solo bullone sia made in USA. L’Amministrazione Trump provò ad utilizzare questa legge nel 2020 per bloccare del tutto la fornitura di chip a Huwei, ma in quel caso TSMC era troppo grande ed importante per soggiacere ad una tale imposizione.
Per ASML, aderire a queste limitazioni significherebbe suicidarsi, in quanto la Cina è il 50% del suo mercato. Tuttavia, mentre il precedente governo olandese sembrava voler provare ad opporre resistenza, quello attuale sembra invece orientato a ritirare le licenze ad ASML per effettuare le riparazioni che dovrebbe effettuare da contratto stipulato, minando per l’ennesima volta l’elemento fiduciario che c’è alla base delle catene del valore sparse in tutto il mondo.
Paradossalmente, tutte queste sanzioni ed imposizioni, oltre a rivelarsi, come visto, o del tutto fallimentari o solo un intralcio momentaneo, fanno il gioco di Pechino a più ampio spettro. Infatti, l’idea di globalizzazione basata sulla cooperazione win – win, su filiere produttive sicure e sulla fiducia reciproca basata sul regole vere, che incardina la Belt and Road Initiative guadagna veramente terreno e credibilità rispetto all’inaffidabilità, all’unilateralismo, all’attitudine all’interferenza negli affari altrui e, ultimamente, addirittura alla pericolosità dell’ordinamento monetario e produttivo mondiale forgiato dall’imperialismo.
La sfida, per Pechino, sarà gestire una lunga fase di disaccoppiamento tecnologico e di filiere produttive che l’imperialismo vuole imporle e nel corso del quale cercherà di minare l’ascesa cinese con ogni mezzo, guerra compresa.
Fonte
Per inciso, si tratta di aziende capitalistiche di diritto privato, tuttavia la prima è riconducibile per il 100% allo Stato, tramite vari enti (ministeri, fondi, aziende di stato), mentre la seconda è di proprietà per l’1% circa del fondatore Ren Zhengfei e per il restante 99% circa dei lavoratori tramite la loro associazione Huawei Investment & Holding Company Trade Union Committee. La logica che regola la loro governance e la distribuzione degli utili, pertanto, è molto diversa dalle aziende capitalistiche occidentali.
“Diventeranno come mattoni” si diceva degli smartphone di Huawei, non molto nascostamente, fra le teste d’uovo delle big tech della California, allorquando l’amministrazione Trump ordinò di disconnetterne i dispositivi dagli app store di Google incorporato nel sistema operativo Android. Nel mentre, la Vicepresidente Meng Wanzhou, figlia di Ren Zhenfei, era in arresto in Canada, su ordine degli USA e vi rimarrà per circa tre anni.
Ora quei tempi sembrano lontanissimi. Dopo qualche anno duro, infatti, Huawei si è rilanciata dapprima diversificando i propri settori d’intervento sia nell’hardware che nel software, poi rilanciando clamorosamente anche il settore degli smartphone.
L’azienda di Shenzen, infatti, è stata in grado di sviluppare un proprio sistema operativo, HarmonyOS, utilizzato non solo negli smartphone, ma anche, ad esempio, nell’automotive elettrico, dove ha siglato, con alcuni produttori, la Harmony Intelligent Mobility Alliance, un’alleanza industriale nell’ambito della quale fornisce supporto nel design delle automobili, nella catena di fornitura e nell’ecosistema dei software di bordo.
Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, Huwaei, oltre ad essere stata designata dallo stesso colosso nVidia come proprio competitore nel design di GPU e CPU ad essa dedicati, si sta distinguendo nel cosiddetto Internet of Things. Ad esempio, nel 2021 ha lanciato il progetto MineHarmony, che applica l’intelligenza artificiale nel settore minerario, contribuendo a minimizzare l’impatto ambientale e diminuire gli incidenti sul lavoro.
Tornando agli smartphone, è stato annunciato il lancio del nuovo modello Mate XT, il primo al mondo pieghevole a fisarmonica, dotato di tre schermi, che quando viene allungato totalmente ne formano uno solo, diventando simile ad un tablet.
Tale modello ha già 4 milioni di pre-ordini ed è stato annunciato in concomitanza con il lancio del nuovo modello di iPhone della Apple, destinato, secondo molti analisti, ad un flop inesorabile in Cina, in quanto le funzionalità d’intelligenza artificiale che mette a disposizione, oltre a non essere disponibili attualmente in lingua cinese, probabilmente non lo saranno mai, perché, essendo basati sui modelli di ChatGpt, difficilmente verranno autorizzati dal Ministero della Scienza e della Tecnologia cinese; sia per motivi intrinseci, sia come risposta all’embargo tecnologico da parte degli USA.
Così la Apple, che già è scesa al sesto posto nelle classifiche di vendita in Cina, sembra destinata a sprofondare ulteriormente in quello che costituisce circa il 20% del proprio mercato di sbocco, non molto sotto l’Europa (si ricorda che solo pochi anni fa, la commercializzazione dei nuovi iPhone scatenava nelle maggiori città cinesi le stesse file lunghissime agli store e le stesse reazioni isteriche che scatenava nei consumatori occidentali).
Allo stesso tempo, Huawei ha visto un aumento del 72% di vendite nei primi cinque mesi del 2024 e sembra destinata ad allargare la forbice con il colosso di Cupertino, con utili e ricavi che si dirigono verso la doppia cifra di miliardi di euro. Da redistribuire in parte fra gli azionisti, ovvero, per il 99%, ai lavoratori.
In fin dei conti, pertanto, l’embargo tecnologico nei confronti di Huawei ha finito per rafforzarla ai danni di Apple e, probabilmente, fra poco anche di nVidia. Classico caso di reazionari “che sollevano massi, che poi ricadranno sui propri piedi”.
Da sottolineare che tutti i successi tecnologici fin qui descritti sarebbero stati impossibili se il XVIII Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese del 2012 non avesse messo fra le priorità strategiche assolute la costruzione di un’infrastruttura internet “nazionale”, indipendente dalla Silicon Valley.
In poco più di un decennio, il web cinese è passato dall’essere una bruttissima copia di quello americano, all’avere server fisici, browser, motori di ricerca, social network e app per smartphone, big tech (rigorosamente regolamentate, chiedere a Jack Ma) tutti propri, alcuni dei quali spopolano anche in Occidente.
Passando a SMCI, azienda produttrice di chip a semiconduttori, che sono la base di tutti i dispositivi elettronici, a suonare il campanello d’allarme per USA, Giappone e UE è Hiroharu Shimizu, Amministratore Delegato di TechanaLye, società di ricerca sui semiconduttori che smonta 100 dispositivi elettronici all’anno e li esamina, dalle colonne del giornale Nikkei Asia.
Il dirigente d’azienda ha parlato del confronto effettuato fra un modello di smartphone di Huawei, il Pura 70 Pro, rilasciato nell’aprile 2021, prodotto con tecnologia Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), azienda taiwanese leader mondiale nella produzione di chip, con il più recente modello di Huawei messo in commercio, equipaggiato con cpu Kirin 9010, prodotto con tecnologia SMIC.
Sebbene a SMIC sia impedito dalle sanzioni USA l’accesso alle tecnologie per produrre chip a 5 nanometri, come quelli del Pura 70 Pro di 3 anni fa, e sia, pertanto ferma ai 7 nanometri del Kirin 9010, Shimizu ha concluso che le prestazioni fra i due processori siano comparabili; pertanto SMIC si trova a soli tre anni di divario da TSMC. Con la differenza sostanziale che l’86% di tutti i chip del Kirin 9010 sono prodotto in Cina, pertanto quasi tutta la filiera produttiva è internalizzata e messa al sicuro.
Invece, i modelli prodotti con tecnologia TSMC, ovvero praticamente tutti i modelli occidentali, hanno la filiera sparsa in giro per il mondo, con tutte le incertezze che ne conseguono dati gli scenari geopolitici attuali. Incertezze che potrebbero essere aumentate in maniera decisiva, specialmente quando si passa per Taiwan, dopo l’attentato terroristico messo in atto dal regime sionista contro Hezbollah nei giorni scorsi, con la complicità, appunto, di un’azienda tech dell’isola.
L’ultima mossa messa in atto dagli USA per fermare SMIC è la minaccia di sanzionare l’azienda olandese ASML, affinché non rispetti il contratto con la SMIC stessa, che le impone di riparare le macchine litografiche fornitele a suo tempo. A proposito di “ordine mondiale basato sulle regole”.
Le macchine litografiche sono i mezzi di produzione dei chip, che la Cina non sarebbe ancora in grado di produrre da se. In questo caso parliamo di una tecnica litografica risalente a 5 anni fa, poiché le ultimissime tecniche già sono interdette.
Il mezzo che gli USA stanno utilizzando nel loro ricatto è il Foreign Direct Product Rules (FDPR), legge del 1959 con la quale, in maniera arbitraria, il Dipartimento del Commercio si arroga il diritto di poter stoppare la vendita sul mercato internazionale di qualsiasi prodotto in cui anche un solo bullone sia made in USA. L’Amministrazione Trump provò ad utilizzare questa legge nel 2020 per bloccare del tutto la fornitura di chip a Huwei, ma in quel caso TSMC era troppo grande ed importante per soggiacere ad una tale imposizione.
Per ASML, aderire a queste limitazioni significherebbe suicidarsi, in quanto la Cina è il 50% del suo mercato. Tuttavia, mentre il precedente governo olandese sembrava voler provare ad opporre resistenza, quello attuale sembra invece orientato a ritirare le licenze ad ASML per effettuare le riparazioni che dovrebbe effettuare da contratto stipulato, minando per l’ennesima volta l’elemento fiduciario che c’è alla base delle catene del valore sparse in tutto il mondo.
Paradossalmente, tutte queste sanzioni ed imposizioni, oltre a rivelarsi, come visto, o del tutto fallimentari o solo un intralcio momentaneo, fanno il gioco di Pechino a più ampio spettro. Infatti, l’idea di globalizzazione basata sulla cooperazione win – win, su filiere produttive sicure e sulla fiducia reciproca basata sul regole vere, che incardina la Belt and Road Initiative guadagna veramente terreno e credibilità rispetto all’inaffidabilità, all’unilateralismo, all’attitudine all’interferenza negli affari altrui e, ultimamente, addirittura alla pericolosità dell’ordinamento monetario e produttivo mondiale forgiato dall’imperialismo.
La sfida, per Pechino, sarà gestire una lunga fase di disaccoppiamento tecnologico e di filiere produttive che l’imperialismo vuole imporle e nel corso del quale cercherà di minare l’ascesa cinese con ogni mezzo, guerra compresa.
Fonte
07/09/2023
La lotta dei semiconduttori: Huawei e SMIC tornano in campo?
Huawei annuncia un nuovo modello di cellulare 5g, con un nuovo processore che bypassa le sanzioni americane. Cosa vuol dire?
Huawei e le sanzioni
Innanzitutto, ricordiamo che Huawei è uno dei campioni industriali cinesi protetti dallo stato. È inoltre un’azienda con un sistema di proprietà peculiare: il 99% delle azioni sono di proprietà dei dipendenti e questo pacchetto azionario è gestito da un comitato di gestione del sindacato ufficiale ACFTU, mentre il fondatore Ren Zhengfei ha solo l’1% delle azioni e “solo” il potere di veto su alcune operazioni strategiche.
Huawei era riuscita a convivere con le sanzioni ad hoc imposte dal Presidente degli USA Trump mentre ha subito decisamente l’ampliamento delle sanzioni emesso da Biden. Secondo le dichiarazioni della stessa compagnia cinese, la combinazione di covid, inflazione e sanzioni aveva portato nel 2022 a un calo del 69% dei profitti netti.
Nel luglio 2020 Huawei era arrivata a contare il 10,75% delle vendite globali di telefoni cellulari, man mano calato fino al 4% di agosto 2023. Va pur detto che ad agosto 2023 le vendite di Xiaomi, Oppo e Vivo sono state rispettivamente all’11,9%, al 5,85% e al 5,37% (Dati Statcounter).
Aldilà della quota di mercato occupata dalle imprese cinesi, il punto delle sanzioni è stato quello di bloccare l’accesso cinese alle tecnologie all’avanguardia, tra cui quelle dei semiconduttori per la costruzione dei chip, in cui l’uso per i telefoni è solo l’applicazione più vicina alla vita di tutti i giorni.
L’avanzamento tecnologico dei chip è vitale per la concorrenza in tutti i settori su cui si sta sviluppando l’ipercompetizione: dalla cosiddetta intelligenza artificiale alla corsa allo spazio passando per le tecnologie cosiddette verdi.
Le sanzioni del 2022 nominano esplicitamente tre dimensioni limite dei chip a cui si voleva impedire l’accesso ai cinesi: chip logici sotto i 16 o 14 nanometri, chip di memoria DRAM sotto i 18nm, chip di memoria NAND flash con più di 128 strati.
Qual è la novità?
Fino al 2018, Huawei e le altre aziende hanno usato, in gran parte, chip di produzione taiwanese, in particolare della Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, campione industriale privato sostenuto con forza dal governo di Taipei.
Quando sono cominciate le sanzioni nel 2018, la risposta cinese è stata la creazione di China Integrated Circuit Industry Investment Fund, che ha acquisito parte della proprietà della Semiconductor Manufacturing International Corporation (Smic), azienda pubblica fondata nel 2000.
La notizia del momento è che Huawei ha annunciato il nuovo modello MATE 60 pro che monta un processore KIRIN 9000 prodotto da SMIC con litografia a 7nm e processo N+2. Fino a pochi mesi fa si considerava che per il 2023 SMIC sarebbe riuscita a produrre chip da 12 nanometri e che il passaggio ai 7 nanometri sarebbe stato per il 2024.
Per fare un paragone, Apple ha usato sui suoi prodotti il chip da 7nm dal 2018 per poi passare a 5 nm nel 2021 e 4 nm nel 2022. Ad agosto è stato annunciato un contratto tra Apple e TMSC per scendere fino a 3nm per il prossimo modello di iPhone.
L’annuncio di Huawei è stato confermato da Bloomberg che ha affidato una perizia a TechInsights. Quindi, fonti senza nessun motivo ideologico confermano che SMIC ha superato una soglia tecnologica critica nonostante le sanzioni.
Rimangono aperte alcune domande
In primis, non solo cosa può produrre SMIC, ma quanto può produrre SMIC. Il nuovo modello della Huawei è andato immediatamente sold out. Questo potrebbe significare che la capacità di produzione sia relativamente bassa. Per avere un’indicazione realistica, non ci resta che aspettare e vedere quanto presto torneranno in produzione i MATE 60 pro e quanti ne verranno venduti
In secundis, bisogna valutare quanto questa produzione sia autarchica. Intendiamoci: in questo momento non esiste la possibilità di essere totalmente indipendenti in questo tipo di produzioni. La complessità della produzione richiede decine di fornitori sparsi per tutto il pianeta, la stessa Cina è fornitrice di materie prime e componenti usate nelle operazioni taiwanesi o degli occidentali.
Esistono alcuni colli di bottiglia, come le macchine per la litografia DUV e EUV. L’olandese ASML è una delle principali aziende di riferimento la litografia DUV (insieme alle giapponesi Nikon e Canon, la danese Nil Technology), mentre è monopolista delle macchine per la litografia EUV, tanto che gli USA hanno dovuto esercitare una grande pressione per ottenere l’adesione alle sanzioni da parte dell’Olanda.
Sappiamo dal report di TechInsights che per la produzione del KIRIN 9000 è stata usata la tecnologia DUV. Attualmente per scendere sotto la soglia dei 7nm gli altri produttori usano la tecnologia EUV, che ASML non dovrebbe poter vendere ai cinesi.
Certo, sappiamo che anche le merci sottoposte a sanzioni più stringenti trovano la via per muoversi, così come il gas russo trova la via per i paesi occidentali tramite intermediari indiani o kirgizi. Però significa che i costi per sfondare la soglia dei 7nm si alzano per la Cina, mentre i tempi si allungano.
Tra le varie misure per guadagnare indipendenza tecnologica c’è anche lo sviluppo della tecnologica EUV. Huawei ha brevettato nel 2022 alcune parti necessarie per arrivare alla litografia EUV, ma si tratta di replicare un processo di ricerca che, dai primi passi degli anni ’90 alla commercializzazione degli anni ’10, ha richiesta la cooperazione tra decine di soggetti privati e pubblici USA, europei e giapponesi.
Sicuramente sentiremo molte notizie dalla Cina sulla tecnologia EUV, ma bisognerà vedere di quanto si avvicineranno realmente alla produzione industriale.
Fonte
Huawei e le sanzioni
Innanzitutto, ricordiamo che Huawei è uno dei campioni industriali cinesi protetti dallo stato. È inoltre un’azienda con un sistema di proprietà peculiare: il 99% delle azioni sono di proprietà dei dipendenti e questo pacchetto azionario è gestito da un comitato di gestione del sindacato ufficiale ACFTU, mentre il fondatore Ren Zhengfei ha solo l’1% delle azioni e “solo” il potere di veto su alcune operazioni strategiche.
Huawei era riuscita a convivere con le sanzioni ad hoc imposte dal Presidente degli USA Trump mentre ha subito decisamente l’ampliamento delle sanzioni emesso da Biden. Secondo le dichiarazioni della stessa compagnia cinese, la combinazione di covid, inflazione e sanzioni aveva portato nel 2022 a un calo del 69% dei profitti netti.
Nel luglio 2020 Huawei era arrivata a contare il 10,75% delle vendite globali di telefoni cellulari, man mano calato fino al 4% di agosto 2023. Va pur detto che ad agosto 2023 le vendite di Xiaomi, Oppo e Vivo sono state rispettivamente all’11,9%, al 5,85% e al 5,37% (Dati Statcounter).
Aldilà della quota di mercato occupata dalle imprese cinesi, il punto delle sanzioni è stato quello di bloccare l’accesso cinese alle tecnologie all’avanguardia, tra cui quelle dei semiconduttori per la costruzione dei chip, in cui l’uso per i telefoni è solo l’applicazione più vicina alla vita di tutti i giorni.
L’avanzamento tecnologico dei chip è vitale per la concorrenza in tutti i settori su cui si sta sviluppando l’ipercompetizione: dalla cosiddetta intelligenza artificiale alla corsa allo spazio passando per le tecnologie cosiddette verdi.
Le sanzioni del 2022 nominano esplicitamente tre dimensioni limite dei chip a cui si voleva impedire l’accesso ai cinesi: chip logici sotto i 16 o 14 nanometri, chip di memoria DRAM sotto i 18nm, chip di memoria NAND flash con più di 128 strati.
Qual è la novità?
Fino al 2018, Huawei e le altre aziende hanno usato, in gran parte, chip di produzione taiwanese, in particolare della Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, campione industriale privato sostenuto con forza dal governo di Taipei.
Quando sono cominciate le sanzioni nel 2018, la risposta cinese è stata la creazione di China Integrated Circuit Industry Investment Fund, che ha acquisito parte della proprietà della Semiconductor Manufacturing International Corporation (Smic), azienda pubblica fondata nel 2000.
La notizia del momento è che Huawei ha annunciato il nuovo modello MATE 60 pro che monta un processore KIRIN 9000 prodotto da SMIC con litografia a 7nm e processo N+2. Fino a pochi mesi fa si considerava che per il 2023 SMIC sarebbe riuscita a produrre chip da 12 nanometri e che il passaggio ai 7 nanometri sarebbe stato per il 2024.
Per fare un paragone, Apple ha usato sui suoi prodotti il chip da 7nm dal 2018 per poi passare a 5 nm nel 2021 e 4 nm nel 2022. Ad agosto è stato annunciato un contratto tra Apple e TMSC per scendere fino a 3nm per il prossimo modello di iPhone.
L’annuncio di Huawei è stato confermato da Bloomberg che ha affidato una perizia a TechInsights. Quindi, fonti senza nessun motivo ideologico confermano che SMIC ha superato una soglia tecnologica critica nonostante le sanzioni.
Rimangono aperte alcune domande
In primis, non solo cosa può produrre SMIC, ma quanto può produrre SMIC. Il nuovo modello della Huawei è andato immediatamente sold out. Questo potrebbe significare che la capacità di produzione sia relativamente bassa. Per avere un’indicazione realistica, non ci resta che aspettare e vedere quanto presto torneranno in produzione i MATE 60 pro e quanti ne verranno venduti
In secundis, bisogna valutare quanto questa produzione sia autarchica. Intendiamoci: in questo momento non esiste la possibilità di essere totalmente indipendenti in questo tipo di produzioni. La complessità della produzione richiede decine di fornitori sparsi per tutto il pianeta, la stessa Cina è fornitrice di materie prime e componenti usate nelle operazioni taiwanesi o degli occidentali.
Esistono alcuni colli di bottiglia, come le macchine per la litografia DUV e EUV. L’olandese ASML è una delle principali aziende di riferimento la litografia DUV (insieme alle giapponesi Nikon e Canon, la danese Nil Technology), mentre è monopolista delle macchine per la litografia EUV, tanto che gli USA hanno dovuto esercitare una grande pressione per ottenere l’adesione alle sanzioni da parte dell’Olanda.
Sappiamo dal report di TechInsights che per la produzione del KIRIN 9000 è stata usata la tecnologia DUV. Attualmente per scendere sotto la soglia dei 7nm gli altri produttori usano la tecnologia EUV, che ASML non dovrebbe poter vendere ai cinesi.
Certo, sappiamo che anche le merci sottoposte a sanzioni più stringenti trovano la via per muoversi, così come il gas russo trova la via per i paesi occidentali tramite intermediari indiani o kirgizi. Però significa che i costi per sfondare la soglia dei 7nm si alzano per la Cina, mentre i tempi si allungano.
Tra le varie misure per guadagnare indipendenza tecnologica c’è anche lo sviluppo della tecnologica EUV. Huawei ha brevettato nel 2022 alcune parti necessarie per arrivare alla litografia EUV, ma si tratta di replicare un processo di ricerca che, dai primi passi degli anni ’90 alla commercializzazione degli anni ’10, ha richiesta la cooperazione tra decine di soggetti privati e pubblici USA, europei e giapponesi.
Sicuramente sentiremo molte notizie dalla Cina sulla tecnologia EUV, ma bisognerà vedere di quanto si avvicineranno realmente alla produzione industriale.
Fonte
10/03/2023
La “guerra dei chip” irregimenta anche l’Europa
Altro passo avanti nella “guerra dei chip” che accompagna la frammentazione del mercato mondiale, specie sulle tecnologie ritenute strategiche.
E, contemporaneamente, nuovo passo sulla strada dell’asservimento suicida dell’economia europea alle esigenze “superiori” dell’imperialismo Usa.
Il governo olandese ha infatti deciso di imporre restrizioni alle esportazioni di tecnologia per microchip “più avanzata” del Paese per proteggere la sicurezza nazionale, seguendo un’iniziativa simile degli Stati Uniti.
L’annuncio rappresenta la prima mossa concreta degli olandesi di allineamento alle sollecitazioni di Washington volte a ostacolare l’industria cinese della produzione di chip e rallentarne l’avanzata soprattutto in ambito militare.
La restrizione riguarderà anche i prodotti del produttore di apparecchiature per chip ASML, un’azienda chiave nella catena di fornitura globale di microchip. In risposta, la Cina ha presentato un reclamo formale contro la misura, dichiarando di sperare che i Paesi Bassi non “seguano l’abuso delle misure di controllo delle esportazioni da parte di alcuni Paesi“.
I semiconduttori, che alimentano qualsiasi cosa, dai telefoni cellulari all’hardware militare, sono al centro di un’aspra disputa tra Stati Uniti e Cina. Lo scorso mese di ottobre Washington ha imposto ampie restrizioni all’esportazione di strumenti americani per la produzione di chip in Cina, ma affinché le restrizioni siano efficaci è necessario che altre società fornitrici nei Paesi Bassi e in Giappone, che producono tecnologie chiave per la realizzazione dei chip, siano allineate alla politica Usa.
Il ministro del Commercio olandese, Liesje Schreinemacher, ha annunciato la decisione sulle restrizioni in una lettera al Parlamento, affermando che le stesse saranno introdotte prima dell’estate.
La sua lettera non nomina la Cina, un importante partner commerciale olandese, né nomina ASML Holding, la più grande azienda tecnologica europea e uno dei principali fornitori di macchine industriali per la produzione di semiconduttori, ma entrambi saranno interessati.
Il ministro ha specificato che una tecnologia che sarà influenzata sono i sistemi di litografia “Duv”, le seconde macchine più avanzate che ASML vende ai produttori di chip per computer. “Poiché i Paesi Bassi ritengono necessario, per motivi di sicurezza nazionale, controllare questa tecnologia con la massima rapidità, il governo introdurrà una lista di controllo nazionale“, si legge nella lettera.
ASML è una delle sole cinque aziende al mondo che producono “stampanti per microchip” molto avanzate. Altre sono tre sono statunitensi (Applied Materials, Lam Research e KLA), una è giapponese (Tokyo Electron). Non impossibile, insomma, “ordinare” il blocco delle esportazioni verso paesi “sgraditi”.
Il termine “stampanti” è usato a livello mediatico, per semplificare, ma – come avverte la stessa ASML, “il processo di produzione dei microchip prevede centinaia di passaggi e può richiedere fino a quattro mesi dalla progettazione alla produzione di massa. Nelle camere bianche delle fabbriche di chip (impianti di produzione), la qualità dell’aria e la temperatura sono tenute sotto stretto controllo mentre i robot trasportano i preziosi wafer da una macchina all’altra”.
Stiamo insomma parlando di autentiche “fabbriche” vendute chiavi-in-mano al cui interno è possibile la produzione dei chip diventati indispensabile per qualsiasi prodotto che richieda anche solo un minimo di tecnologia (dalle lavatrici alle automobili passando per gli smartphone, dai missili ai cari armati).
Il tentativo occidentale, dichiarato, è quello di tagliare le possibilità alla Cina (e alla Russia, ça va san dire) di progettare e produrre autonomamente i microprocessori che i produttori storici (dalla coreana Samsung all’americana Intel) probabilmente non venderanno più ai competitor degli Usa. Va ricordato infatti che l’Europa nel suo insieme, nonostante possieda la tecnologia adatta, di fatto non ne produce.
Che l’obiettivo Usa possa essere raggiunto è alquanto improbabile, se si scorre l’analisi prodotta dal centro studi australiano ASPI’s Critical Technology Tracker, che ha monitorato l’evoluzione dei brevetti presentati su 44 tecnologie “a forte impatto strategico” (sia economico che militare), si conclude che in ben 37 campi la Cina è più avanti di tutti. Mentre soltanto in 7 settori gli Usa mantengono – sempre più a fatica – una certa egemonia.
I paesi europei sono tutti più indietro, in qualche caso superati persino dall’India (per esempio nella cybersecurity e nei motori aeronautici avanzati, compresi quelli ipersonici).
Di sicuro la decisione olandese sarà un problema per la stessa ASML, che pure aveva denunciato nei giorni scorsi un “furto di tecnologia” da parte di un proprio dipendente nella filiale cinese.
Altrettanto di sicuro questa mossa produrrà reazioni uguali e simmetriche, con danni certi alla “scorrevolezza” delle catene di approvvigionamento mondiali.
Fonte
E, contemporaneamente, nuovo passo sulla strada dell’asservimento suicida dell’economia europea alle esigenze “superiori” dell’imperialismo Usa.
Il governo olandese ha infatti deciso di imporre restrizioni alle esportazioni di tecnologia per microchip “più avanzata” del Paese per proteggere la sicurezza nazionale, seguendo un’iniziativa simile degli Stati Uniti.
L’annuncio rappresenta la prima mossa concreta degli olandesi di allineamento alle sollecitazioni di Washington volte a ostacolare l’industria cinese della produzione di chip e rallentarne l’avanzata soprattutto in ambito militare.
La restrizione riguarderà anche i prodotti del produttore di apparecchiature per chip ASML, un’azienda chiave nella catena di fornitura globale di microchip. In risposta, la Cina ha presentato un reclamo formale contro la misura, dichiarando di sperare che i Paesi Bassi non “seguano l’abuso delle misure di controllo delle esportazioni da parte di alcuni Paesi“.
I semiconduttori, che alimentano qualsiasi cosa, dai telefoni cellulari all’hardware militare, sono al centro di un’aspra disputa tra Stati Uniti e Cina. Lo scorso mese di ottobre Washington ha imposto ampie restrizioni all’esportazione di strumenti americani per la produzione di chip in Cina, ma affinché le restrizioni siano efficaci è necessario che altre società fornitrici nei Paesi Bassi e in Giappone, che producono tecnologie chiave per la realizzazione dei chip, siano allineate alla politica Usa.
Il ministro del Commercio olandese, Liesje Schreinemacher, ha annunciato la decisione sulle restrizioni in una lettera al Parlamento, affermando che le stesse saranno introdotte prima dell’estate.
La sua lettera non nomina la Cina, un importante partner commerciale olandese, né nomina ASML Holding, la più grande azienda tecnologica europea e uno dei principali fornitori di macchine industriali per la produzione di semiconduttori, ma entrambi saranno interessati.
Il ministro ha specificato che una tecnologia che sarà influenzata sono i sistemi di litografia “Duv”, le seconde macchine più avanzate che ASML vende ai produttori di chip per computer. “Poiché i Paesi Bassi ritengono necessario, per motivi di sicurezza nazionale, controllare questa tecnologia con la massima rapidità, il governo introdurrà una lista di controllo nazionale“, si legge nella lettera.
ASML è una delle sole cinque aziende al mondo che producono “stampanti per microchip” molto avanzate. Altre sono tre sono statunitensi (Applied Materials, Lam Research e KLA), una è giapponese (Tokyo Electron). Non impossibile, insomma, “ordinare” il blocco delle esportazioni verso paesi “sgraditi”.
Il termine “stampanti” è usato a livello mediatico, per semplificare, ma – come avverte la stessa ASML, “il processo di produzione dei microchip prevede centinaia di passaggi e può richiedere fino a quattro mesi dalla progettazione alla produzione di massa. Nelle camere bianche delle fabbriche di chip (impianti di produzione), la qualità dell’aria e la temperatura sono tenute sotto stretto controllo mentre i robot trasportano i preziosi wafer da una macchina all’altra”.
Stiamo insomma parlando di autentiche “fabbriche” vendute chiavi-in-mano al cui interno è possibile la produzione dei chip diventati indispensabile per qualsiasi prodotto che richieda anche solo un minimo di tecnologia (dalle lavatrici alle automobili passando per gli smartphone, dai missili ai cari armati).
Il tentativo occidentale, dichiarato, è quello di tagliare le possibilità alla Cina (e alla Russia, ça va san dire) di progettare e produrre autonomamente i microprocessori che i produttori storici (dalla coreana Samsung all’americana Intel) probabilmente non venderanno più ai competitor degli Usa. Va ricordato infatti che l’Europa nel suo insieme, nonostante possieda la tecnologia adatta, di fatto non ne produce.
Che l’obiettivo Usa possa essere raggiunto è alquanto improbabile, se si scorre l’analisi prodotta dal centro studi australiano ASPI’s Critical Technology Tracker, che ha monitorato l’evoluzione dei brevetti presentati su 44 tecnologie “a forte impatto strategico” (sia economico che militare), si conclude che in ben 37 campi la Cina è più avanti di tutti. Mentre soltanto in 7 settori gli Usa mantengono – sempre più a fatica – una certa egemonia.
I paesi europei sono tutti più indietro, in qualche caso superati persino dall’India (per esempio nella cybersecurity e nei motori aeronautici avanzati, compresi quelli ipersonici).
Di sicuro la decisione olandese sarà un problema per la stessa ASML, che pure aveva denunciato nei giorni scorsi un “furto di tecnologia” da parte di un proprio dipendente nella filiale cinese.
Altrettanto di sicuro questa mossa produrrà reazioni uguali e simmetriche, con danni certi alla “scorrevolezza” delle catene di approvvigionamento mondiali.
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