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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/04/2025

Così si contrabbandano i microchip sotto restrizione

Al cuore della competizione tecnologica tra le superpotenze del pianeta si cela un meccanismo che ricorda vagamente il gioco per bambini del “whac-a-mole” (in italiano: “acchiappa la talpa”). Da una parte ci sono gli Stati Uniti (e, in parte, la UE) che tentano di controllare il futuro dell’innovazione con strumenti normativi (embarghi, sanzioni, veti). Dall’altra c’è una rete sempre più fitta di intermediari, snodi logistici, società fantasma che cercano di eludere i controlli sull’export, spuntando dal nulla proprio come la talpa del gioco.

Questo fenomeno caratterizza in particolare il settore dei semiconduttori, dove ha ormai assunto il nome di chip laundering (riciclaggio dei chip). Un termine generico che descrive un settore industriale sommerso, nato tra le pieghe della geopolitica dell’hi-tech. Il paragone più immediato è con l’elusione delle sanzioni nel settore energetico, ma il confronto regge solo in parte. A differenza del petrolio, i chip sono minuscoli, facili da trasportare, da camuffare e da occultare.

Dietro il contrabbando di semiconduttori c’è più di un semplice mercato nero. C’è un panorama di paesi non allineati e di supply-chain che si rimodulano di continuo per sfuggire al controllo dei grandi centri del potere normativo di questa epoca. Un mondo che ha qualcosa di piratesco (e peraltro condivide alcuni luoghi della pirateria storica), seppur stravolto in chiave cyberpunk. Esploriamo dunque questa zona grigia, dove l’elusione delle sanzioni non è solo una pratica opportunistica. Talvolta, come vedremo, è una necessità di sopravvivenza industriale.

Il contenimento russo

Come è noto, i chip sono oggi componenti essenziali degli arsenali militari. Senza microprocessori, non funzionano i missili, i droni, i radar, i sensori, le comunicazioni criptate, i sistemi di logistica e di tracciamento delle unità. È in virtù di questa pervasività che i semiconduttori sono diventati l’equivalente del carburante in una guerra moderna: senza di essi, l’apparato bellico si inceppa.

Nel contesto della guerra in Ucraina, tutto questo ha assunto un’importanza cruciale per la Russia, sottoposta a severe sanzioni nel campo dell’elettronica. Ogni drone contiene infatti chip di fabbricazione occidentale; ogni missile richiede componenti elettronici spesso prodotti in paesi NATO; perfino i sistemi di sparo necessitano di circuiti avanzati per funzionare.

Da qui l’esplosione delle forniture parallele. Paesi come Singapore, Hong Kong, la Turchia, gli Emirati e la Bielorussia sono divenuti snodi tecnologico-logistici attraverso cui i componenti occidentali vengono “riciclati”, camuffati come beni civili, e poi reindirizzati verso l’industria bellica russa, con triangolazioni finanziarie che spesso utilizzano banche locali poco trasparenti, criptofinanza e circuiti alternativi di compensazione monetaria, come quelli sino-russi basati sul renminbi.

Il risultato è un ecosistema e che prospera nel buio e che rende difficile verificare l’impatto delle sanzioni. Il paradosso, denunciato dallo stesso Zelensky, è che, mentre l’Occidente cerca di limitare il potenziale russo, ogni giorno sull’Ucraina piovono missili che contengono centinaia di brevetti tecnologici di paesi NATO.

Da quando la Russia ha invaso l’Ucraina nel 2022, quasi 4 miliardi di dollari di chip soggetti a restrizioni si sarebbero riversati in Russia da oltre 6.000 aziende, alcune delle quali si trovano a Hong Kong, ha scritto lo scorso agosto il New York Times, in un’inchiesta che ha analizzato dati doganali russi (ottenuti da un’azienda terza), registrazioni aziendali, registrazioni di domini e altre informazioni sulle sanzioni.

Un altro importante crocevia delle supply chain alternative è rappresentato dalla Malesia, dove diverse aziende locali, talvolta anche consolidate, svolgono la funzione di “camere di compensazione” per chip ad alte prestazioni destinati a Mosca. Alcune di queste aziende, come Jatronics, sono state sanzionate dal Tesoro Usa per aver “facilitato l’approvvigionamento di prodotti a uso duale (dual use) da parte della Federazione Russa”. Torneremo più avanti sulle ragioni per cui persino aziende con una reputazione “ufficiale” da difendere si prestano a questo gioco.

I “falsari” dei chip

Il mercato parallelo dei microchip si nutre attivamente delle vulnerabilità dell’industria stessa. A cominciare da quelle più strutturali come la carenza globale di chip, accelerata dalla pandemia e ormai divenuta una sorta di “new normal” dell’industria. È proprio in questo contesto che gruppi di falsari hanno trovato terreno fertile, spacciando per autentici componenti in realtà provenienti dal riciclo di rifiuti elettronici: vecchi chip smarcati, ribrandizzati e immessi sul mercato millantando prestazioni in realtà nettamente inferiori.

Qui il problema non è tanto l’evasione delle sanzioni, ma il rischio concreto che questi componenti pongono ai loro utilizzatori finali. Cosa succede se, per esempio, dei chip contraffatti finiscono nei freni di un treno ad alta velocità? Un ulteriore problema è che la distinzione tra illeciti volontari e falle strutturali è a volte sottile. I produttori di semiconduttori – pur con tutti i dovuti controlli – spesso non riescono a monitorare ciò che accade una volta che i componenti lasciano i canali ufficiali. È qui che la filiera si trasforma in un circuito fatto di documentazioni potenzialmente contraffatte e opportunità di corruzione dal basso.

Tra le tipologie di chip più prese di mira dai falsari ci sono, da diversi anni, le GPU: le (costose) schede grafiche in cui si è specializzata NVIDIA e che oggi sono centrali nell’ecosistema IA. Recenti notizie dalla Cina rivelano un’evoluzione impressionante delle tecniche di falsificazione dei prodotti NVIDIA, con falsi talmente simili agli originali da trarre in inganno persino gli operatori del settore. Non si tratta più di semplici imitazioni visive o di prodotti riciclati dai rifiuti elettronici, ma di una vera e propria ingegneria del falso che sfrutta componenti autentici per costruire contraffazioni altamente credibili.

Nonostante molti di questi falsi si siano rivelati non performanti, resta incerto se esistano versioni operative in grado di superare anche i controlli software. Strumenti diagnostici come GPU-Z – un software che fornisce informazione sulle caratteristiche e le performance delle schede grafiche – possono essere facilmente ingannati attraverso modifiche al BIOS, una pratica piuttosto comune in Cina. In alcuni casi, come quello della scheda grafica di NVIDIA RTX-4090(D), sono persino comparse sul mercato contraffazioni con memorie superiori a quelle dei prodotti originali (la memoria è uno degli aspetti più frequentemente modificati dei prodotti finiti).

Tutto ciò suggerisce che non si tratti di operazioni artigianali isolate, ma di un’industria parallela di falsificazione su larga scala: un problema non solo per i consumatori – che rischiano di spendere migliaia di dollari per dell’hardware obsoleto – ma anche per la sicurezza informatica a livello globale. In un mondo dove la qualità dei componenti elettronici determina l’affidabilità di interi sistemi, la diffusione di componenti contraffatti rischia di causare danni strutturali e difficili da controllare.

Deepseek e Singapore

Negli ultimi mesi è stato spesso sollevato il dubbio che DeepSeek funzioni grazie a chip di NVIDIA che, a partire dal 2022, non avrebbero più dovuto essere disponibili in Cina. Il sospetto è che i componenti siano arrivati a Pechino attraverso una catena di “nazioni-ponte” che avrebbe come terminale Singapore, la città-stato che, dal 2022 a oggi, ha visto salire la propria quota sul fatturato globale di NVIDIA dal 9% al 22%, un incremento dalle tempistiche quantomeno sospette.

Le autorità locali negano qualsiasi coinvolgimento diretto nella questione (e hanno anzi arrestato nove persone con l’accusa di contrabbando di chip per un valore complessivo di 350 milioni di dollari), tuttavia l’assenza di meccanismi di tracciamento post-vendita lascia aperto un margine di ambiguità sufficiente a far passare una quantità significativa di chip da una parte all’altra del Mar Cinese Meridionale, senza che nessuno possa davvero impedirlo.

Secondo quanto emerso da recenti inchieste giudiziarie – confermate a febbraio dal ministro della giustizia di Singapore – uno dei modi con cui i chip di NVIDIA sono giunti in Cina, per il tramite della Malesia e di Singapore, è all’interno di server, prodotti da società americane come Super Micro Computer (SMC) e Dell, e venduti da aziende di paesi asiatici non soggetti a restrizioni dirette. NVIDIA ha perciò chiesto a Dell e SMC di condurre una verifica presso i loro clienti nel Sud-est asiatico, in modo da verificare che fossero ancora in possesso dei server che avevano acquistato.

È anche per questioni legate a queste falle se, dopo lo smacco subito a opera di DeepSeek, l’amministrazione Trump ha valutato anche l’inclusione dell’H20 – chip intenzionalmente depotenziato per il mercato cinese – tra i prodotti vietati all’export in Cina (è recentissima la notizia che il CEO di NVIDIA, Jensen Huang, avrebbe convinto Trump a ripensarci nel corso di una sfarzosa cena a Mar-a-Lago).

La maxi-multa a TSMC

Il tema si fa ancora più complesso quando entra in gioco la difficile decifrazione delle catene di fornitura “ufficiali”. Un caso emblematico, in tal senso è quello che ha coinvolto Huawei, TSMC e la cinese Sophgo. Secondo un’analisi di TechInsights, una società canadese specializzata nello studio dei semiconduttori,  un componente sotto embargo ordinato da Sophgo a TSMC – apparentemente per scopi legati al mining di criptovalute – si sarebbe rivelato parte integrante dei processori Ascend 910 di Huawei, destinati a sistemi di intelligenza artificiale con potenziali applicazioni militari. Interpellata dai media, Huwaei ha negato qualsiasi violazione delle normative internazionali, sostenendo che è dal 2020, quando cioè sono entrate in vigore le prime restrizioni, che l’azienda non utilizza componenti prodotti direttamente da TSMC. 

Ma il Dipartimento del Commercio statunitense ha minacciato una multa superiore al miliardo di dollari contro TSMC, accusata di aver infranto (seppure probabilmente in modo involontario) i veti all’esportazione. È una cifra enorme, che rappresenta un precedente problematico e pericoloso non solo per l’azienda, ma per tutto il settore.

Tra necessità e amici di comodo

In conclusione, torniamo alla domanda lasciata in precedenza in sospeso. E cioè: perché aziende e paesi con una reputazione da difendere scelgono di compromettersi con il mercato nero dei semiconduttori, mettendosi di traverso a quello che tuttora è il principale potere normativo mondiale? La risposta ha a che fare con l’estrema complessità della filiera dei semiconduttori. In un settore dove ogni componente attraversa decine di confini, passa per centinaia di fornitori e coinvolge processi che richiedono sapere diffuso e anni di sviluppo, esercitare un controllo totale è nei fatti impossibile.

Peggio ancora: il tentativo di esercitarlo può generare strozzature tali da minacciare la sopravvivenza di interi comparti industriali. Ogni volta che un ente americano introduce un veto, un embargo o una lista nera, crea inevitabilmente un collo di bottiglia. I chip sono del resto il frutto di una catena che coinvolge materiali grezzi (come il silicio ultra-puro), macchinari di estrema precisione (prodotti da ASML e Tokyo Electron), software avanzati (strumenti di electronic design automation come quelli di Synopsys e Cadence), processi di design (NVIDIA etc), fonderie (TSMC, Samsung, SMIC) e test di validazione finale. Ogni segmento di questa catena è concentrato in poche aziende, e uno squilibrio anche minimo in un singolo anello può compromettere l’intero sistema.

È in questo contesto che le aziende, specialmente quelle che operano in paesi che hanno rapporti economici vitali con diversi blocchi geopolitici, si trovano davanti a un bivio: rispettare gli embarghi e rischiare di bloccare la propria attività, perdendo molti soldi e potenzialmente la possibilità di stare sul mercato, o aggirare le sanzioni e continuare a produrre. Per molti non è una scelta etica, ma esistenziale.

Nel settore dei chip, la pressione è enorme: la domanda globale cresce esponenzialmente e nessuna azienda può permettersi di restare indietro. E così, pur di tenere in funzione la macchina produttiva, si ricorre a triangolazioni logistiche, a reti di subappaltatori poco tracciabili, alla ricodifica dei componenti, alla creazione di filiali ad hoc in giurisdizioni opache. In alcuni casi, sono gli stessi governi ad adottare un atteggiamento ambiguo, tollerando certe pratiche in cambio di crescita economica e attrazione di investimenti hi-tech.

Questo tema si intreccia a doppio filo con quello del cosiddetto “friendshoring”, ovvero l’incentivo alla rilocalizzazione di attività strategiche in paesi teoricamente amici o quantomeno neutrali. Paesi terzi che, in realtà, spesso si rilevano snodi funzionali a entrambi i fronti della nuova “Guerra Fredda” (un fenomeno peraltro già verificatosi nel corso della “prima” Guerra Fredda).

La fedeltà geopolitica degli “amici” di convenienza non è del resto mai assoluta, ma soggetta a un costante bilanciamento tra interessi, pressioni e convenienze. Più che alleati o avversari di qualcuno, il realismo geopolitico suggerisce ai paesi “terzi” di comportarsi da broker. Per tutti questi fenomeni, il mondo dei chip somiglia sempre più a un fiume attraversato da correnti sotterranee. Chi vuole davvero comprendere dove sta andando non può ignorare le mosse dei contrabbandieri di silicio.

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21/09/2024

Embargo tecnologico alla Cina, un fallimento annunciato

L’embargo tecnologico sul digitale nei confronti della Cina, promosso da USA e UE, si sta palesando come un fallimento clamoroso. Ne sono testimonianza, su tutte, le performance delle due aziende capofila per quanto riguarda l’hardware ed il software, ovvero Semiconductor Manufacturing International Corporation (SMIC) e Huawei.

Per inciso, si tratta di aziende capitalistiche di diritto privato, tuttavia la prima è riconducibile per il 100% allo Stato, tramite vari enti (ministeri, fondi, aziende di stato), mentre la seconda è di proprietà per l’1% circa del fondatore Ren Zhengfei e per il restante 99% circa dei lavoratori tramite la loro associazione Huawei Investment & Holding Company Trade Union Committee. La logica che regola la loro governance e la distribuzione degli utili, pertanto, è molto diversa dalle aziende capitalistiche occidentali.

“Diventeranno come mattoni” si diceva degli smartphone di Huawei, non molto nascostamente, fra le teste d’uovo delle big tech della California, allorquando l’amministrazione Trump ordinò di disconnetterne i dispositivi dagli app store di Google incorporato nel sistema operativo Android. Nel mentre, la Vicepresidente Meng Wanzhou, figlia di Ren Zhenfei, era in arresto in Canada, su ordine degli USA e vi rimarrà per circa tre anni.

Ora quei tempi sembrano lontanissimi. Dopo qualche anno duro, infatti, Huawei si è rilanciata dapprima diversificando i propri settori d’intervento sia nell’hardware che nel software, poi rilanciando clamorosamente anche il settore degli smartphone.

L’azienda di Shenzen, infatti, è stata in grado di sviluppare un proprio sistema operativo, HarmonyOS, utilizzato non solo negli smartphone, ma anche, ad esempio, nell’automotive elettrico, dove ha siglato, con alcuni produttori, la Harmony Intelligent Mobility Alliance, un’alleanza industriale nell’ambito della quale fornisce supporto nel design delle automobili, nella catena di fornitura e nell’ecosistema dei software di bordo.

Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, Huwaei, oltre ad essere stata designata dallo stesso colosso nVidia come proprio competitore nel design di GPU e CPU ad essa dedicati, si sta distinguendo nel cosiddetto Internet of Things. Ad esempio, nel 2021 ha lanciato il progetto MineHarmony, che applica l’intelligenza artificiale nel settore minerario, contribuendo a minimizzare l’impatto ambientale e diminuire gli incidenti sul lavoro.

Tornando agli smartphone, è stato annunciato il lancio del nuovo modello Mate XT, il primo al mondo pieghevole a fisarmonica, dotato di tre schermi, che quando viene allungato totalmente ne formano uno solo, diventando simile ad un tablet.

Tale modello ha già 4 milioni di pre-ordini ed è stato annunciato in concomitanza con il lancio del nuovo modello di iPhone della Apple, destinato, secondo molti analisti, ad un flop inesorabile in Cina, in quanto le funzionalità d’intelligenza artificiale che mette a disposizione, oltre a non essere disponibili attualmente in lingua cinese, probabilmente non lo saranno mai, perché, essendo basati sui modelli di ChatGpt, difficilmente verranno autorizzati dal Ministero della Scienza e della Tecnologia cinese; sia per motivi intrinseci, sia come risposta all’embargo tecnologico da parte degli USA.

Così la Apple, che già è scesa al sesto posto nelle classifiche di vendita in Cina, sembra destinata a sprofondare ulteriormente in quello che costituisce circa il 20% del proprio mercato di sbocco, non molto sotto l’Europa (si ricorda che solo pochi anni fa, la commercializzazione dei nuovi iPhone scatenava nelle maggiori città cinesi le stesse file lunghissime agli store e le stesse reazioni isteriche che scatenava nei consumatori occidentali).

Allo stesso tempo, Huawei ha visto un aumento del 72% di vendite nei primi cinque mesi del 2024 e sembra destinata ad allargare la forbice con il colosso di Cupertino, con utili e ricavi che si dirigono verso la doppia cifra di miliardi di euro. Da redistribuire in parte fra gli azionisti, ovvero, per il 99%, ai lavoratori.

In fin dei conti, pertanto, l’embargo tecnologico nei confronti di Huawei ha finito per rafforzarla ai danni di Apple e, probabilmente, fra poco anche di nVidia. Classico caso di reazionari “che sollevano massi, che poi ricadranno sui propri piedi”.

Da sottolineare che tutti i successi tecnologici fin qui descritti sarebbero stati impossibili se il XVIII Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese del 2012 non avesse messo fra le priorità strategiche assolute la costruzione di un’infrastruttura internet “nazionale”, indipendente dalla Silicon Valley.

In poco più di un decennio, il web cinese è passato dall’essere una bruttissima copia di quello americano, all’avere server fisici, browser, motori di ricerca, social network e app per smartphone, big tech (rigorosamente regolamentate, chiedere a Jack Ma) tutti propri, alcuni dei quali spopolano anche in Occidente.

Passando a SMCI, azienda produttrice di chip a semiconduttori, che sono la base di tutti i dispositivi elettronici, a suonare il campanello d’allarme per USA, Giappone e UE è Hiroharu Shimizu, Amministratore Delegato di TechanaLye, società di ricerca sui semiconduttori che smonta 100 dispositivi elettronici all’anno e li esamina, dalle colonne del giornale Nikkei Asia.

Il dirigente d’azienda ha parlato del confronto effettuato fra un modello di smartphone di Huawei, il Pura 70 Pro, rilasciato nell’aprile 2021, prodotto con tecnologia Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), azienda taiwanese leader mondiale nella produzione di chip, con il più recente modello di Huawei messo in commercio, equipaggiato con cpu Kirin 9010, prodotto con tecnologia SMIC.

Sebbene a SMIC sia impedito dalle sanzioni USA l’accesso alle tecnologie per produrre chip a 5 nanometri, come quelli del Pura 70 Pro di 3 anni fa, e sia, pertanto ferma ai 7 nanometri del Kirin 9010, Shimizu ha concluso che le prestazioni fra i due processori siano comparabili; pertanto SMIC si trova a soli tre anni di divario da TSMC. Con la differenza sostanziale che l’86% di tutti i chip del Kirin 9010 sono prodotto in Cina, pertanto quasi tutta la filiera produttiva è internalizzata e messa al sicuro.

Invece, i modelli prodotti con tecnologia TSMC, ovvero praticamente tutti i modelli occidentali, hanno la filiera sparsa in giro per il mondo, con tutte le incertezze che ne conseguono dati gli scenari geopolitici attuali. Incertezze che potrebbero essere aumentate in maniera decisiva, specialmente quando si passa per Taiwan, dopo l’attentato terroristico messo in atto dal regime sionista contro Hezbollah nei giorni scorsi, con la complicità, appunto, di un’azienda tech dell’isola.

L’ultima mossa messa in atto dagli USA per fermare SMIC è la minaccia di sanzionare l’azienda olandese ASML, affinché non rispetti il contratto con la SMIC stessa, che le impone di riparare le macchine litografiche fornitele a suo tempo. A proposito di “ordine mondiale basato sulle regole”.

Le macchine litografiche sono i mezzi di produzione dei chip, che la Cina non sarebbe ancora in grado di produrre da se. In questo caso parliamo di una tecnica litografica risalente a 5 anni fa, poiché le ultimissime tecniche già sono interdette.

Il mezzo che gli USA stanno utilizzando nel loro ricatto è il Foreign Direct Product Rules (FDPR), legge del 1959 con la quale, in maniera arbitraria, il Dipartimento del Commercio si arroga il diritto di poter stoppare la vendita sul mercato internazionale di qualsiasi prodotto in cui anche un solo bullone sia made in USA. L’Amministrazione Trump provò ad utilizzare questa legge nel 2020 per bloccare del tutto la fornitura di chip a Huwei, ma in quel caso TSMC era troppo grande ed importante per soggiacere ad una tale imposizione.

Per ASML, aderire a queste limitazioni significherebbe suicidarsi, in quanto la Cina è il 50% del suo mercato. Tuttavia, mentre il precedente governo olandese sembrava voler provare ad opporre resistenza, quello attuale sembra invece orientato a ritirare le licenze ad ASML per effettuare le riparazioni che dovrebbe effettuare da contratto stipulato, minando per l’ennesima volta l’elemento fiduciario che c’è alla base delle catene del valore sparse in tutto il mondo.

Paradossalmente, tutte queste sanzioni ed imposizioni, oltre a rivelarsi, come visto, o del tutto fallimentari o solo un intralcio momentaneo, fanno il gioco di Pechino a più ampio spettro. Infatti, l’idea di globalizzazione basata sulla cooperazione win – win, su filiere produttive sicure e sulla fiducia reciproca basata sul regole vere, che incardina la Belt and Road Initiative guadagna veramente terreno e credibilità rispetto all’inaffidabilità, all’unilateralismo, all’attitudine all’interferenza negli affari altrui e, ultimamente, addirittura alla pericolosità dell’ordinamento monetario e produttivo mondiale forgiato dall’imperialismo.

La sfida, per Pechino, sarà gestire una lunga fase di disaccoppiamento tecnologico e di filiere produttive che l’imperialismo vuole imporle e nel corso del quale cercherà di minare l’ascesa cinese con ogni mezzo, guerra compresa.

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24/08/2024

A Dresda il primo grande impianto di chip europei

Il 20 agosto, a Dresda, c’erano sia von der Leyen sia Scholz all’inaugurazione dei lavori per il nuovo stabilimento di produzione di microchip della European Semiconductor Manufacturing Company (ESMC). L’inizio della produzione è previsto per il 2027.

Il sito è il frutto di una joint venture tra TSMC, colosso taiwanese dei semiconduttori, le tedesche Bosch e Infineon, e l’olandese NXP. Esso lavorerà come una open foundry, ovvero come produttore per conto di altre società, come già fa proprio TSMC.

Von der Leyen ha commentato: “si tratta di un riconoscimento per l’Europa, come centro di innovazione globale. Il più grande produttore di chip viene nel nostro continente e unisce le forze con tre campioni europei”.

“Le aziende europee di chip avranno accesso a nuove tecnologie e capacità produttive”, ha poi sottolineato. “Le industrie europee beneficeranno di catene di approvvigionamento locali più affidabili e di nuovi prodotti su misura per le loro esigenze”.

La presidente della Commissione Europea fa sapere che a guadagnarne non sarà solo Dresda e il distretto industriale che fa capo alla Silicon Saxony. Si prevede che lo stabilimento e il suo indotto porteranno 11 mila nuovi posti di lavoro in tutto il Vecchio Continente.

La politica tedesca ha evidenziato anche il guadagno di Taiwan: “In un periodo di crescenti tensioni geopolitiche, TSMC beneficerà anche della diversificazione geografica in Europa, di un migliore accesso ai nostri punti di forza europei, come l’industria automobilistica, e del nostro unico mercato unico”.

Insomma, un accordo che fa contenti tutti gli attori in gioco, ma Bruxelles e Berlino in particolare. Nel primo caso, lo stabilimento risponde agli obiettivi di una maggiore autonomia nel settore, scritti nero su bianco nel Chips Act, mentre nel secondo caso rilancia il ruolo centrale della manifattura tedesca.

E ancora una volta, nella prospettiva di un salto di qualità imperialistico della UE, le sue regole, ferree quando si tratta di tagli alla spesa sociale, sono state interpretate in maniera flessibile. Il nuovo impianto sarà finanziato anche attraverso un aiuto di stato tedesco di ben 5 miliardi.

Margrethe Vestager, Commissaria europea alla concorrenza, ha scritto su X: “[l’open foundry] garantirà un accesso diffuso a chip a basso consumo energetico, anche da parte di piccole aziende e startup, limitando al contempo qualsiasi potenziale distorsione della concorrenza”.

Non proprio una motivazione solidissima. Del resto, per colossi come TSMC e gli altri coinvolti, la concorrenza è già un lontano miraggio, e tutti insieme fanno parte di un cartello dei chip che, nei prossimi anni, prevede una crescita esponenziale.

Le motivazioni politiche dietro queste scelte le ha rese esplicite ancora von der Leyen, ricordando che il rafforzamento della competitività industriale del sistema europeo inteso nella sua totalità è uno dei punti centrali del programma del suo rinnovato mandato.

Dalla sua approvazione, nella cornice del Chips Act sono stati effettuati investimenti nell’ordine dei 115 miliardi per 68 differenti progetti in 19 paesi. Quello di Dresda è il più ricco, ma ve ne sono alcuni sostanziosi anche in Italia, a Catania per la precisione.

Per il Commissario al mercato unico Thierry Breton, già con queste iniziative l’Europa dovrebbe recuperare il terreno perso nei confronti dell’Asia nell’ultimo trentennio. Lo ha fatto presente in un’intervista radiofonica con l’emittente francese RTL.

Breton ha detto anche qualcosa in più, e di significativo. A suo avviso, le regole sulla concorrenza nella UE sono “troppo ingenue”. Bisogna muoversi in maniera diversa dal passato perché “siamo in competizione con l’Asia e gli Stati Uniti”: anche con i nostri ‘alleati’, non solo con la Cina.

La presidente della Commissione, a Dresda, ha annunciato: “proporrò un nuovo Fondo europeo per la competitività come parte del nostro nuovo bilancio”. Esso “investirà in tecnologie strategiche e contribuirà ai nostri importanti progetti di comune interesse europeo”.

Ha inoltre affermato: “nei primi 100 giorni del nuovo mandato proporrò un nuovo Clean Industrial Deal. Uno dei suoi obiettivi centrali sarà garantire l’accesso a energia e materie prime a basso costo. E in terzo luogo, istituiremo un’Unione delle competenze”.

Bisogna dirlo chiaro e tondo: Bruxelles è molto indietro rispetto a Pechino e Washington nella corsa tra potenze globali, che passa dal peso nelle catene del valore del futuro, oltre che da quello militare. Ma ce la sta mettendo tutta per contare qualcosa, a scapito dei suoi settori popolari.

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07/09/2023

La lotta dei semiconduttori: Huawei e SMIC tornano in campo?

Huawei annuncia un nuovo modello di cellulare 5g, con un nuovo processore che bypassa le sanzioni americane. Cosa vuol dire?

Huawei e le sanzioni

Innanzitutto, ricordiamo che Huawei è uno dei campioni industriali cinesi protetti dallo stato. È inoltre un’azienda con un sistema di proprietà peculiare: il 99% delle azioni sono di proprietà dei dipendenti e questo pacchetto azionario è gestito da un comitato di gestione del sindacato ufficiale ACFTU, mentre il fondatore Ren Zhengfei ha solo l’1% delle azioni e “solo” il potere di veto su alcune operazioni strategiche.

Huawei era riuscita a convivere con le sanzioni ad hoc imposte dal Presidente degli USA Trump mentre ha subito decisamente l’ampliamento delle sanzioni emesso da Biden. Secondo le dichiarazioni della stessa compagnia cinese, la combinazione di covid, inflazione e sanzioni aveva portato nel 2022 a un calo del 69% dei profitti netti.

Nel luglio 2020 Huawei era arrivata a contare il 10,75% delle vendite globali di telefoni cellulari, man mano calato fino al 4% di agosto 2023. Va pur detto che ad agosto 2023 le vendite di Xiaomi, Oppo e Vivo sono state rispettivamente all’11,9%, al 5,85% e al 5,37% (Dati Statcounter).

Aldilà della quota di mercato occupata dalle imprese cinesi, il punto delle sanzioni è stato quello di bloccare l’accesso cinese alle tecnologie all’avanguardia, tra cui quelle dei semiconduttori per la costruzione dei chip, in cui l’uso per i telefoni è solo l’applicazione più vicina alla vita di tutti i giorni.

L’avanzamento tecnologico dei chip è vitale per la concorrenza in tutti i settori su cui si sta sviluppando l’ipercompetizione: dalla cosiddetta intelligenza artificiale alla corsa allo spazio passando per le tecnologie cosiddette verdi.

Le sanzioni del 2022 nominano esplicitamente tre dimensioni limite dei chip a cui si voleva impedire l’accesso ai cinesi: chip logici sotto i 16 o 14 nanometri, chip di memoria DRAM sotto i 18nm, chip di memoria NAND flash con più di 128 strati.

Qual è la novità?

Fino al 2018, Huawei e le altre aziende hanno usato, in gran parte, chip di produzione taiwanese, in particolare della Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, campione industriale privato sostenuto con forza dal governo di Taipei.

Quando sono cominciate le sanzioni nel 2018, la risposta cinese è stata la creazione di China Integrated Circuit Industry Investment Fund, che ha acquisito parte della proprietà della Semiconductor Manufacturing International Corporation (Smic), azienda pubblica fondata nel 2000.

La notizia del momento è che Huawei ha annunciato il nuovo modello MATE 60 pro che monta un processore KIRIN 9000 prodotto da SMIC con litografia a 7nm e processo N+2. Fino a pochi mesi fa si considerava che per il 2023 SMIC sarebbe riuscita a produrre chip da 12 nanometri e che il passaggio ai 7 nanometri sarebbe stato per il 2024.

Per fare un paragone, Apple ha usato sui suoi prodotti il chip da 7nm dal 2018 per poi passare a 5 nm nel 2021 e 4 nm nel 2022. Ad agosto è stato annunciato un contratto tra Apple e TMSC per scendere fino a 3nm per il prossimo modello di iPhone.

L’annuncio di Huawei è stato confermato da Bloomberg che ha affidato una perizia a TechInsights. Quindi, fonti senza nessun motivo ideologico confermano che SMIC ha superato una soglia tecnologica critica nonostante le sanzioni.

Rimangono aperte alcune domande

In primis, non solo cosa può produrre SMIC, ma quanto può produrre SMIC. Il nuovo modello della Huawei è andato immediatamente sold out. Questo potrebbe significare che la capacità di produzione sia relativamente bassa. Per avere un’indicazione realistica, non ci resta che aspettare e vedere quanto presto torneranno in produzione i MATE 60 pro e quanti ne verranno venduti

In secundis, bisogna valutare quanto questa produzione sia autarchica. Intendiamoci: in questo momento non esiste la possibilità di essere totalmente indipendenti in questo tipo di produzioni. La complessità della produzione richiede decine di fornitori sparsi per tutto il pianeta, la stessa Cina è fornitrice di materie prime e componenti usate nelle operazioni taiwanesi o degli occidentali.

Esistono alcuni colli di bottiglia, come le macchine per la litografia DUV e EUV. L’olandese ASML è una delle principali aziende di riferimento la litografia DUV (insieme alle giapponesi Nikon e Canon, la danese Nil Technology), mentre è monopolista delle macchine per la litografia EUV, tanto che gli USA hanno dovuto esercitare una grande pressione per ottenere l’adesione alle sanzioni da parte dell’Olanda.

Sappiamo dal report di TechInsights che per la produzione del KIRIN 9000 è stata usata la tecnologia DUV. Attualmente per scendere sotto la soglia dei 7nm gli altri produttori usano la tecnologia EUV, che ASML non dovrebbe poter vendere ai cinesi.

Certo, sappiamo che anche le merci sottoposte a sanzioni più stringenti trovano la via per muoversi, così come il gas russo trova la via per i paesi occidentali tramite intermediari indiani o kirgizi. Però significa che i costi per sfondare la soglia dei 7nm si alzano per la Cina, mentre i tempi si allungano.

Tra le varie misure per guadagnare indipendenza tecnologica c’è anche lo sviluppo della tecnologica EUV. Huawei ha brevettato nel 2022 alcune parti necessarie per arrivare alla litografia EUV, ma si tratta di replicare un processo di ricerca che, dai primi passi degli anni ’90 alla commercializzazione degli anni ’10, ha richiesta la cooperazione tra decine di soggetti privati e pubblici USA, europei e giapponesi.

Sicuramente sentiremo molte notizie dalla Cina sulla tecnologia EUV, ma bisognerà vedere di quanto si avvicineranno realmente alla produzione industriale.

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03/06/2023

La guerra degli Usa ai semiconduttori taiwanesi potrebbe avvantaggiare... il Giappone

Il 15 maggio 2023, Berkshire Hathaway ha comunicato in un modulo 13F alla Securities and Exchange Commission statunitense di aver completato la vendita della sua partecipazione di 4 miliardi di dollari in Taiwan Semiconductor Manufacturing Co (TSMC). Questa vendita ha completato un processo iniziato nel febbraio 2023, quando Berkshire Hathaway ha annunciato di aver venduto l’86% delle sue partecipazioni in TSMC.

Ad aprile, il leader di Berkshire Hathaway, Warren Buffett, ha dichiarato a Nikkei che le tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Cina sono state “certamente una considerazione” nella sua decisione di disinvestire da TSMC. TSMC, ha dichiarato Buffett a Nikkei, è una “società ben gestita“, ma la Berkshire Hathaway avrebbe trovato altre destinazioni per il suo capitale.

Durante la riunione mattutina del 6 maggio, Buffett ha dichiarato che TSMC “è una delle aziende meglio gestite e importanti al mondo, e potrete dire la stessa cosa tra cinque, dieci o vent’anni. Non mi piace la sua posizione e l’ho rivalutata“. Per “posizione“, Buffett intendeva Taiwan, nel contesto delle minacce degli Stati Uniti contro la Cina.

Buffett ha deciso di chiudere il suo investimento in TSMC “alla luce di alcune cose che stavano accadendo“, annunciando che avrebbe spostato parte di questo capitale verso la costruzione di una nascente industria nazionale americana dei semiconduttori.

TSMC, con sede a Hsinchu, Taiwan, è il più grande produttore di semiconduttori al mondo. Nel 2022, rappresentava il 56% della quota di mercato globale e oltre il 90% della produzione di chip avanzati. L’investimento di Warren Buffett in TSMC si è basato sull’immensa presa dell’azienda taiwanese sul mercato mondiale dei semiconduttori.

Nell’agosto del 2022, il Presidente degli Stati Uniti Biden ha firmato la legge ‘CHIPS and Science Act’, che fornirà 280 miliardi di dollari per finanziare la produzione di semiconduttori negli Stati Uniti. Il 6 dicembre 2022, Biden si è incontrato con il presidente di TSMC, Mark Liu, in occasione dell’espansione da 40 miliardi di dollari delle fabbriche di semiconduttori di TSMC a North Phoenix, in Arizona.

In occasione dell’annuncio del progetto, il Dr. Liu ha dichiarato che il secondo stabilimento TSMC è “una testimonianza del fatto che anche TSMC sta facendo un enorme passo avanti per contribuire a costruire un vivace ecosistema di semiconduttori negli Stati Uniti“.

Il primo stabilimento TSMC aprirà nel 2024, mentre il secondo, annunciato a dicembre, aprirà nel 2026. Il 22 febbraio 2023, il New York Times ha pubblicato un lungo articolo (“Inside Taiwanese Chip Giant, a U.S. Expansion Stokes Tensions“), in cui si sottolineava, sulla base di interviste con i dipendenti di TSMC, che “gli alti costi e le sfide manageriali” dimostrano “quanto sia difficile trapiantare uno dei più complicati processi produttivi conosciuti dall’uomo dall’altra parte del mondo“.

In occasione dell’annuncio del 6 dicembre, Biden ha dichiarato che “la produzione americana è tornata“, ma solo a costi molto più elevati (il costo di costruzione dell’impianto è dieci volte superiore a quello che sarebbe costato a Taiwan).

“La cosa più difficile della produzione di wafer non è la tecnologia“, ha dichiarato al New York Times Wayne Chiu, un ingegnere che ha lasciato TSMC nel 2022. “La cosa più difficile è la gestione del personale. Gli americani sono i peggiori in questo campo perché sono i più difficili da gestire“.

Far saltare in aria Taiwan

L’ambasciatore statunitense Robert O’Brien, ex consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, ha dichiarato a Steve Clemons, redattore di Semafor, in occasione del Global Security Forum di Doha, in Qatar, il 13 marzo 2023: “Gli Stati Uniti e i loro alleati non permetteranno mai che queste fabbriche [di semiconduttori] cadano in mani cinesi“.

La Cina, ha detto O’Brien, potrebbe costruire “la nuova OPEC dei chip di silicio” e quindi “controllare l’economia mondiale“. Gli Stati Uniti impediranno questa possibilità, anche a costo di un attacco militare.

Il 2 maggio 2023, in occasione di un evento del Milken Institute, il deputato americano Seth Moulton ha dichiarato che se le forze cinesi entreranno a Taiwan, “faremo saltare in aria TSMC“. Naturalmente, “ai taiwanesi questa idea non piace per niente“.

Queste stravaganti dichiarazioni di O’Brien e Moulton trovano fondamento in un documento ampiamente diffuso dell’U.S. Army War College, pubblicato nel novembre 2021, da Jared M. McKinney e Peter Harris (“Broken Nest: Deterring China from Invading Taiwan“).

“Gli Stati Uniti e Taiwan dovrebbero pianificare una strategia mirata di terra bruciata che renderebbe Taiwan non solo poco attraente se mai venisse conquistata con la forza, ma anche molto costosa da mantenere. Questo potrebbe essere fatto efficacemente minacciando di distruggere gli impianti della Taiwan Semiconductor Manufacturing Company“, scrivono.

Subito dopo che Moulton ha fatto queste osservazioni incendiarie, l’ex sottosegretario alla Difesa statunitense Michèle Flournoy ha dichiarato che si tratta di un'”idea terribile” e che un attacco del genere avrebbe un “impatto di 2.000 miliardi di dollari sull’economia globale entro il primo anno e bloccherebbe la produzione in tutto il mondo“.

I funzionari di Taiwan hanno risposto prontamente a Moulton, con il ministro della Difesa Chiu Kuo-cheng che ha chiesto: “Come può il nostro esercito nazionale tollerare questa situazione se dice di voler bombardare questo o quello?“ Mentre Chiu ha risposto alla dichiarazione di Moulton su un attacco militare a TSMC, in realtà il governo statunitense ha già attaccato la capacità di questa azienda taiwanese di rimanere a Taiwan.

In risposta a queste minacce e alla vendita della partecipazione in TSMC da parte di Buffett, il vice ministro dell’Economia di Taiwan, Lin Chuan-neng, ha dichiarato che il suo governo “farà il possibile per far sapere al mondo che Taiwan è stabile e sicura“. Questi commenti incendiari rivolti alla Cina minacciano ora il collasso dell’economia di Taiwan.

Made in Japan

Nel suo incontro del 6 maggio, Warren Buffett ha detto qualcosa che dà un indizio su dove potrebbe essere dirottata la produzione di semiconduttori. “Mi sento meglio per quanto riguarda il capitale che abbiamo investito in Giappone piuttosto che a Taiwan“, ha detto.

Nel 1988, il 51% dei semiconduttori mondiali era prodotto in Giappone, ma nel 2022 la percentuale sarà solo del 9%. Nel giugno 2022, il Ministero giapponese dell’Economia, del Commercio e dell’Industria (METI) ha annunciato che avrebbe stanziato il 40% degli 8,6 miliardi di dollari previsti per un impianto di produzione di semiconduttori di TSMC a Kumamoto.

A novembre il METI ha dichiarato di aver scelto la Rapidus Corporation – che comprende una partecipazione di NTT, SoftBank, Sony e Toyota – per la produzione di chip a 2 nanometri di nuova generazione. È probabile che Berkshire Hathaway investirà in questa nuova attività.

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01/04/2023

USA - Prove di reindustrializzazione con TSMC

Chris Miller, l’accademico autore di “Chip War: The Fight for the World’s Most Critical Technology” (Simon & Schuster, 2022), ha definito Morris Chang uno degli imprenditori più influenti degli ultimi cento anni. Nato nel 1931 a Ningbo (sulla costa orientale della Cina), nel 1949 – l’anno in cui a Taiwan i nazionalisti del Kuomintang proclamano la “Repubblica di Cina” – Chang si trasferisce negli Stati Uniti, dove si laurea, in ingegneria meccanica, al Massachusetts Institute of Technology.

Nel 1958 inizia a lavorare alla Texas Instruments (dove rimarrà per 25 anni), nel 1964 consegue un dottorato in ingegneria elettronica presso la Stanford University. Nella seconda metà degli anni Ottanta, il premier Sun Yun-suan lo chiama a Taiwan, affidandogli la direzione dello Industrial Technology Research Institute.

Nel 1987 Morris Chang fonda la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), diventata una delle compagnie più importanti del mondo, avendo concentrato nei suoi stabilimenti sull’Isola la produzione del 90% dei microchip più avanzati, i “cervelli” della manifattura e della difesa moderne. Un monopolio che per lungo tempo ha garantito continui avanzamenti tecnologici e prezzi bassi, fattosi improvvisamente insostenibile, per il timore di una nuova crisi dello Stretto (dopo quelle del 1954-55, 1958 e 1996) o, addirittura, di una guerra che coinvolga Taiwan.

Nel mutato contesto internazionale caratterizzato dalla competizione con la Cina, gli Stati Uniti hanno dunque persuaso TSMC a iniziare a investire massicciamente al di fuori dell’Isola, su lidi giudicati più sicuri, dagli stessi States, al Giappone, alla Germania.

A Phoenix, in Arizona, TSMC ha ultimato “Fab 21”, l’impianto nel quale, dal 2024, sfornerà chip con tecnologia a 4 nanometri, e sta costruendo un’altra fabbrica nella quale, dal 2026, partirà la produzione di chip a 3 nanometri (attualmente i più avanzati in commercio). La spesa complessiva della multinazionale taiwanese sarà di 40 miliardi di dollari, il maggiore investimento estero diretto mai realizzato negli Stati Uniti.

Quando entreranno in funzione entrambi i nuovi stabilimenti, TSMC impiegherà negli Usa 10 mila lavoratori specializzati del settore hi-tech.

Tim Cook, l’amministratore delegato di Apple, ha annunciato che la sua azienda sarà il maggior cliente della “Fab 21”, di «questi chip che possono essere orgogliosamente punzonati ‘made in America’», che finiranno negli iPhone e nei Mac. A partire dal 2026, le due fab taiwanesi in Arizona produrranno più di 600.000 microchip avanzati ogni anno, che dovrebbero soddisfare l’intera domanda statunitense.

A trarre vantaggio dalla loro vicinanza sarà anche il complesso militare-industriale Usa. Il deputato democratico Greg Stanton ha sottolineato che “Fab 21” assicurerà che componenti impiegati nel sistema militare statunitense non siano creati da una potenza straniera.

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04/08/2022

La Cina stringe le manovre militari e il cappio economico intorno a Taiwan

Durante le manovre militari in corso a ridosso di Taiwan le forze armate cinesi hanno lanciato diversi missili balistici Dongfeng nelle acque attorno all’isola. Si tratta della prima giornata di esercitazioni a fuoco vivo annunciate da Pechino in risposta alla visita a Taipei della presidente della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, Nancy Pelosi. I proiettili sono caduti al largo delle coste nord-orientali e sud-occidentali dell’isola. Diversi aerei e navi militari cinesi hanno oltrepassato la linea mediana dello Stretto di Taiwan già dalla scorsa notte, con incursioni brevi ma frequenti.

La Cina ha esteso l’esercitazione militare in corso nello Stretto di Taiwan ad una settima zona attorno all’isola, al largo della costa orientale. Inoltre le manovre in tale area proseguiranno per un giorno in più, ovvero fino all’8 agosto. Nelle sei zone già indicate da Pechino, le esercitazioni andranno avanti da oggi fino al 7 agosto.

Il ministero della Difesa di Taiwan ha inoltre annunciato stamattina che velivoli non identificati – probabilmente droni – hanno sorvolato nella notte l’area di Kinmen, un piccolo arcipelago controllato da Taiwan. Secondo il ministero, le forze di difesa taiwanesi hanno lanciato bengala per respingere i velivoli.

Gli Stati Uniti hanno mobilitato il gruppo d’attacco (Carrier Strike Group – Csg) della portaerei Uss Ronald Reagan, che ha fatto rotta a nord lungo il Mar Cinese Meridionale, e ora risulta che l’unità con la sua scorta abbia preso posizione circa 600 chilometri a est di Taiwan, e 300km a sud dell’isola nipponica di Okinawa, dove è situata la base aerea di Kadena. Anche il dispositivo di sorveglianza aerea statunitense si è mobilitato, attivando gli assetti Awacs.

La presidente della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, Nancy Pelosi, ha lasciato ieri l’isola di Taiwan dopo una visita durata meno di 24 ore, destinata tuttavia a segnare in maniera significativa il futuro delle relazioni tra Usa e Cina e, forse, a modificare lo scenario regionale. La Pelosi ha spiegato di esser giunta sull’isola per “chiarire in maniera inequivocabile” che gli Stati Uniti non abbandoneranno l’impegno nei confronti di Taiwan. Alle sue dichiarazioni ha fatto eco il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, affermando che “la determinazione degli Stati Uniti a preservare la democrazia a Taiwan e in tutto il mondo resta ferrea”.

La tensione nell’area resta altissima. Le manovre militari cinesi non si erano mai spinte così in profondità nello Stretto, nemmeno in occasione della crisi a cavallo tra il 1995 e il 1996.

Ma la risposta cinese alla deliberata e inutile provocazione statunitense potrebbe non limitarsi a questo. Il ministero del Commercio cinese ha sospeso le esportazioni verso l’isola di sabbia naturale, usata per le costruzioni e per il cemento ma soprattutto per la produzione di semiconduttori di cui Taiwan è una dei leader mondiali. La Tsmc di Taiwan, è la maggior fornitrice di componenti di Apple. La multinazionale statunitense prevede di far produrre al colosso di Taipei nei prossimi anni anche i nuovi chip a 2 nanometri per i suoi iPhone. La Tsmc è la leader indiscussa sul mercato dei semiconduttori, gli ultimi dati indicano che ne realizza il 53% di quelli globali. Nel secondo semestre 2022 l’azienda ha registrato numeri record: un fatturato di 18,16 miliardi di dollari, con un aumento del 43,5% su base annua e un utile netto in crescita del 76,4% su base annua, superiore alle stime.

La Cina inoltre è il primo importatore di prodotti agricoli e alimentari di Taiwan e le autorità di Pechino hanno anche fermato l’importazione di frutta. Oltre il 40% delle merci esportate da Taiwan sono dirette nella vicina Repubblica popolare cinese.

Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha definito la visita a Taipei “una farsa totale”. “Queste azioni perverse non altereranno il consenso internazionale sul principio della Cina unica, né la tendenza storica che porterà Taiwan a tornare alla madre patria”. La portavoce del ministero degli Esteri, Hua Chunying, ha ammesso in conferenza stampa che quella scorsa è stata “una notte insonne” per molti, ma ha promesso che gli Stati Uniti e Taiwan “avvertiranno gradualmente ma persistentemente le contromisure”. “Abbiamo chiarito che faremo tutto il necessario per difendere fermamente la sovranità e l’integrità della Cina. Faremo quel che abbiamo detto. Per favore, abbiate pazienza”, ha quindi aggiunto.

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