Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/04/2026

ONU: l’Italia chiarisca sulla possibile violazione dell’embargo militare sulla Libia

Il Panel of Experts delle Nazioni Unite sulla Libia denuncia la mancanza di chiarimenti da parte del governo italiano intorno al rispetto o meno della proibizione di vendita di armamenti e di addestramento militare nei confronti di una Libia che è sempre più evidentemente un complesso di gruppi militari, a 15 anni dal disastroso intervento militare occidentale.

Secondo gli esperti dell’ONU, infatti, l’Italia sarebbe “non compliant”, ovvero non conforme alle prescrizioni previste dalle risoluzioni, in particolare la 1970 del 2011, che funge da architrave per l’embargo sulle armi e il divieto di assistenza militare al paese nordafricano. Al centro della contestazione c’è un corso di addestramento svoltosi nel dicembre 2024.

Nell’ambito della missione bilaterale di assistenza (MIASIT), il Mobile Training Team del Centro di Addestramento Paracadutisti e del 184° Comando “Nembo” ha svolto attività di “formazione” di 27 cadetti dell’accademia di Tripoli in “speciali tecniche di combattimento corpo a corpo”. Se per il Ministero della Difesa questa attività rappresenta uno strumento per rafforzare le istituzioni locali e la credibilità italiana nelle operazioni internazionali, la valutazione delle Nazioni Unite è diametralmente opposta.

Per il Panel, l’addestramento aveva una natura puramente militare e, in quanto tale, costituisce una violazione diretta del paragrafo 9 della risoluzione 1970. Ma forse ancora più grave è il fatto che, nonostante tre missive formali inviate dagli esperti a Roma, nessuna risposta è mai giunta dal governo italiano. E non è l’unico nodo rimasto senza chiarimenti.

Il Panel ha chiesto informazioni rispetto a ben 38 voli cargo militari partiti dall’aeroporto di Pisa con destinazione Misurata, Tripoli e Bengasi. Il trasporto di beni o operativi impegnati in attività non proibite dalle risoluzioni ONU deve essere dimostrata, e ciò non è stato fatto dal governo italiano.

Stati spesso indicati come autoritari (la Turchia, e persino la Russia, ad esempio), in situazioni simili, hanno fornito tutte le informazioni richieste, l’Italia no. E nemmeno gli Stati Uniti, che hanno scelto la via del silenzio, di cui 11 dei 14 voli contestati sono decollati da Sigonella. Giusto a ricordarci il peso nelle continue violazioni del diritto internazionale su cui il nostro governo “chiude un occhio” a causa del suo asservimento a Washington.

Del resto, il volo italiano che più desta scalpore è quello avvenuto il 23 gennaio 2025, appena due giorni dopo la riconsegna di Almasri, nonostante il mandato di cattura della Corte Penale Internazionale che pendeva su di lui. Come per i sorvoli di Netanyahu sui nostri cieli, per loro il diritto valeva “solo fino a un certo punto”.

Il rapporto del Panel finirà probabilmente sul tavolo del Consiglio di Sicurezza, ed è necessario pretendere la fine del silenzio di Roma.

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25/09/2025

Le falle nell’embargo di Sánchez: no alla compravendita di armi con Israele, a meno che...

Dopo quasi due anni dall’inizio delle operazioni dell’IDF a Gaza e con due settimane di ritardo rispetto all’annuncio di Pedro Sánchez, il decreto che stabilisce l’embargo sulle armi a Israele, a lungo reclamato dal movimento BDS, è stato approvato nel consiglio dei ministri di ieri e inviato alla stampa.

Da un lato il provvedimento vieta il commercio d’armi con Israele e proibisce le importazioni dei prodotti provenienti dai territori occupati.

Dall’altro prevede un’eccezione alla norma che ha suscitato le critiche non solo del movimento di solidarietà con la Palestina ma anche dei soci di governo (Sumar e Izquierda Unida).

Secondo questa eccezione, la compravendita di armi, di materiale e di tecnologia di difesa rimane permessa per assicurare “gli interessi generali della nazione”.

Fatta la legge trovato l’inganno recita il proverbio... E l’inganno sta nel soggetto che dovrà stabilire quando sia in gioco “l’interesse generale della nazione” e autorizzare la compravendita di armi: si tratta di una Giunta Interministeriale che regola il commercio con l’estero del materiale di difesa e che già in passato ha permesso il passaggio di armi dirette a paesi in guerra.

Ma soprattutto si tratta di un organismo che può avvalersi del segreto di stato e che può mantenere nell’ombra le proprie decisioni, sottraendole a qualsiasi controllo democratico.

È così che “l’interesse generale della nazione” si traduce in una fattispecie ambigua che può essere invocata in qualsiasi momento dal governo di turno, in particolare per assicurare il mantenimento delle scorte necessarie al funzionamento del materiale militare precedentemente comprato da Israele.

La dipendenza dell’esercito spagnolo dalla tecnologia militare israeliana interessa numerosi prodotti rispetto ai quali la disconnessione annunciata da Sánchez si sta rivelando né semplice né immediata.

Si tratta di sostituire nel breve e medio periodo un insieme di prodotti, per un valore di circa 2 miliardi di euro, rispetto ai quali non ci sono alternative all’impresa e alla tecnologia israeliana.

Come e quando si sostituirà il programma spia Pegasus, utilizzato dal CNI (il servizio segreto spagnolo)? Come e quando si sostituiranno i numerosi componenti di produzione israeliana montati sul veicolo di combattimento VCR 8X8 Dragon? E cosa accadrà ai carri Leopard, ai caccia e al sistema radio SCRT che usano tecnologia israeliana?

Il loro acquisto sarà proibito o si invocherà “l’interesse generale della nazione” per continuare a farne uso beneficiando le grandi imprese d’armamenti spagnole e israeliane che negli ultimi anni hanno rafforzato progressivamente la loro lucrosa collaborazione?

Se questi interrogativi mettono in dubbio la reale efficacia del decreto appena approvato dal governo del PSOE, la base militare di Rota rappresenta una falla certa all’embargo.

La base, un porto e aeroporto militare nella baia di Cadice, è utilizzata dagli Stati Uniti, da altri paesi della NATO e dalla Spagna. Pur non ospitati permanentemente nella base, sia gli aerei che le navi americane vi fanno scalo per rifornirsi di combustibile e proseguire il loro viaggio nel Mediterraneo. È il caso di uno dei più grandi aerei militari da trasporto, il Lockheed C-5 Galaxy, rispetto al cui carico il governo spagnolo non può effettuare alcun controllo.

Secondo l'accordo per la Cooperazione e la Difesa siglato dagli USA e dalla Spagna, le forze armate del Pentagono non sono tenute a informare le autorità spagnole della destinazione finale del materiale militare che trasportano. E la Moncloa ha già assicurato che non intende mettere in discussione gli accordi siglati con gli Stati Uniti, essenziale socio politico e militare. Il che significa che per questa via il principale alleato di Israele non troverà ostacoli a rifornire di materiale militare l’esercito sionista.

D’altro canto la narrativa socialista sull’embargo presenta anche più di una falla sul piano strettamente politico: secondo la retorica di Pedro Sánchez il provvedimento nasce per tutelare la dignità di quei popoli che, come i palestinesi e come gli ucraini, subiscono un’invasione.

Questo parallelismo tra il popolo palestinese, da decenni impegnato nella lotta contro l’occupazione militare e l’apartheid, e l’Ucraina foraggiata dalla NATO e guidata dalla giunta nazista e golpista, risulta specialmente ripugnante e dovrebbe mettere in guardia rispetto al preteso internazionalismo di Pedro Sánchez.

Così come la giravolta spettacolare con la quale nel marzo 2022 il leader socialista ha abbandonato il tradizionale sostegno spagnolo al referendum di autodeterminazione previsto dall’ONU per il popolo saharawi ed ha riconosciuto l’occupazione marocchina sul Sahara Occidentale, in cambio del controllo dei militari di Mohamed VI sul flusso migratorio del Maghreb. Una spregiudicata mossa di politica estera degna di quella compiuta solo pochi mesi prima da Donald Trump: il presidente americano aveva riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale in cambio della ripresa delle relazioni tra il paese del Maghreb e Israele.

Infine il leader socialista ha più volte giustificato la misura come un mezzo per mantenere viva la soluzione dei due stati, guardando alla Autorità Nazionale Palestinese e allineandosi alla condanna pura e semplice della composita resistenza. Dimenticando che è grazie a questa resistenza, ferma davanti all’IDF, che la lotta dei palestinesi è tornata all’ordine del giorno internazionale, ha suscitato la solidarietà e la protesta dei popoli di tutto il mondo e ha costretto il sionismo a un isolamento finora inedito. Valga per i governi dell’Unione Europea, così come per Pedro Sánchez, la frase di Nizar Banat, palestinese oppositore dell’ANP, ucciso dalla polizia di Abu Mazen nel 2021, secondo il quale “chi è solidale con i nostri cadaveri, però non con i nostri razzi, è un ipocrita, e non è dei nostri”.

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10/09/2025

Spagna - Sánchez annuncia la fine del commercio d’armi con Israele, sarà vero?

Grazie alla breve conferenza stampa tenuta ieri alla Moncloa, Pedro Sánchez è tornato a catturare l’attenzione sia dei propri sostenitori che dei critici con un nuovo annuncio, atteso da quasi due anni e reclamato caparbiamente da tutto il movimento di solidarietà con la Palestina.

Secondo quanto affermato dal presidente del consiglio spagnolo è imminente l’approvazione di un decreto legge che dovrebbe finalmente imporre l’embargo sulle armi a Israele e il divieto di attraccare nei porti spagnoli per le navi che trasportano materiale bellico o combustibile destinato all’IDF.

Il decreto dovrebbe anche includere il divieto di importare prodotti provenienti dai territori occupati, il divieto di entrata nello stato spagnolo per coloro che hanno violato i diritti umani e partecipato al genocidio a Gaza e diversi nuovi progetti di collaborazione con l’ANP, volti a rafforzarne il ruolo sia sullo scenario interno che internazionale.

Affiancato dalla bandiera spagnola e da quella dell’Unione Europea, Sánchez ha cominciato il proprio discorso riconoscendo il diritto di Israele ad “avere un proprio stato e a sentirsi sicuro”, ricordando le sofferenze patite nel corso della storia dagli ebrei. Ed ha proseguito con l’immancabile condanna del 7 ottobre, tacendo come di consueto sulla composizione plurale della resistenza palestinese, semplicemente condannando Hamas come organizzazione terrorista.

Dopodiché ha annunciato l’embargo ed ha usato ancora una volta il termine genocidio per riferirsi alle operazioni militari dell’IDF a Gaza.

Ma il Centre Delàs per la Pau avverte che il testo integrale e i dettagli del decreto per il momento non si conoscono. E afferma che “questo annuncio del presidente del governo arriva tardi, e ci piacerebbe pensare che non contenga vuoti e clausole opache; che comprenda ciascuno dei passaggi che alimentano la macchina degli armamenti israeliana”.

Il centro reclama un embargo veramente integrale, che davvero metta fine all’ambiguità sugli scambi militari con Israele. Secondo il centre Delàs “a giugno esponenti del ministero della difesa hanno annunciato un piano per disconnettersi dalla tecnologia militare israeliana che, secondo quanto annunciato dai mezzi di comunicazione, avrebbe incluso i progetti legati al missile Spike e ai lanciarazzi SILAM, ma il segretario di stato alla difesa ha dichiarato che nessuno di questi programmi è a rischio”.

Per il Centre Delàs un embargo integrale deve “impedire qualsiasi scambio, ogni transito e ogni operazione di carico e scarico in Spagna; deve obbligare a cancellare tutti i contratti con aggiudicatari israeliani, compresi gli intermediari e le filiali spagnole”.

Uno scetticismo giustificato dai dati sul commercio d’armi raccolti fin qui dal Centre Delàs, secondo il quale “tra l’ottobre del 2023 e il maggio del 2025, la Spagna ha importato da Israele almeno 54.370.124 euro, di cui 29.150.592 in armi e munizioni e 25.219.532 euro in tank e altri veicoli blindati da combattimento, incluso il loro armamento. Diciamo almeno perché esiste molto altro materiale di difesa il cui impiego militare non si può stabilire se non dopo molti mesi, in seguito alla classificazione del ministero del commercio”.

Scettici sull’annuncio anche molti rappresentanti di diverse organizzazioni di solidarietà con il popolo palestinese: quest’ultimi ricordano che il divieto al transito di armi dirette in Israele è in vigore dall’anno scorso ma non ha portato finora a nessuna ispezione dei carichi militari, reclamata invece dalle organizzazioni per i diritti umani e dai sindacati.

L’annuncio di Sánchez viene dopo una lunga serie di mobilitazioni che dal 7 ottobre non si sono mai interrotte e che, pur con diversa intensità e con momenti di stasi, hanno attraversato tutto lo stato spagnolo e hanno mantenuto una pressione continua sul governo del PSOE.

Se Sánchez si è deciso a compiere davvero questo passo, lo si deve:

– a un movimento composito animato dagli studenti che hanno imposto alle rispettive università la fine delle collaborazioni con i partner israeliani;

– ai lavoratori che hanno denunciato e boicottato la presenza di Israele a numerose fiere internazionali (prima fra tutte il Mobile World Congress a Barcellona) e ai raduni musicali come il Sonar;

– alla collaborazione tra baschi e catalani che ha interrotto gli affari dell’impresa basca Sidenor (acciaio) con Israele;

– alla grande manifestazione dello scorso maggio tenutasi a Madrid, con la partecipazione di 100.000 persone;

– al movimento BDS e alla rete di organizzazioni per la Palestina che hanno ottenuto misure simboliche come la chiusura degli uffici della Generalitat de Catalunya a Tel Aviv e la sospensione del gemellaggio del comune di Barcellona con la capitale israeliana;

– al manifesto di oltre 200 artisti che chiedevano la fine del commercio d’armi con Israele;

– alle contestazioni che hanno accompagnato quasi quotidianamente la presenza dell’equip israeliana alla Vuelta;

– alle pressioni dei partiti alla sinistra del PSOE, indispensabili alla tenuta del governo. 

Fino alla grande iniziativa della Global Sumud Flotilla, che vede tra gli altri anche la partecipazione di un esponente della sinistra radicale dello stato spagnolo come l’ex sindaco di Barcellona, Ada Colau, e della deputata alla camera catalana Pilar Castillejo, della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), imbarcatesi al porto di Barcellona.

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07/11/2024

La Turchia presenta una lettera all’ONU per l’embargo di armi a Israele

Il primo novembre il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha inviato una lettera all’ONU, richiedendo l’embargo di armi verso Israele. Lo ha annunciato il politico di Ankara qualche giorno fa, a Gibuti, durante la terza conferenza ministeriale di revisione del partenariato Turchia-Africa.

Il testo si rivolge a “tutti i paesi per fermare la vendita di armi e munizioni a Israele”, perché farlo “significa partecipare al suo genocidio”. La lettera è stata firmata da ben 52 paesi, dalla Lega Araba e dall’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC), che insieme rappresentano dunque una platea molto più ampia di stati.

La richiesta è stata rafforzata anche dalle parole di Ahmet Yildiz, rappresentante permanente della Turchia presso l’ONU. Egli ha criticato gli attacchi israeliani ai caschi blu in Libano e ha anche accennato al fatto che la legislazione contro l’UNRWA “è una chiara violazione degli obblighi di Israele verso la legge internazionale”.

Questa lettera segue le dichiarazioni fatte da Erdogan a metà ottobre, nelle quali si era già rivolto alle Nazioni Unite chiedendo di imporre l’embargo sui prodotti bellici diretti in Israele. Molto pragmaticamente, aveva sottolineato come questa fosse una soluzione concreta per porre fine alla guerra a Gaza.

La preoccupazione espressa dal presidente turco riguardava l’escalation promossa dai sionisti, che va coinvolgendo tutto il Medio Oriente. Erdogan aveva affermato che Israele sta diffondendo “le fiamme del conflitto” in tutta la regione, aggiungendo in maniera molto minacciosa che “pagherà il prezzo per questo genocidio”.

Ovviamente non mancano le vergognose contraddizioni nell’operato turco. Il petrolio azero usato dai sionisti nel loro sforzo bellico continua a essere imbarcato nella provincia anatolica di Adana, e il divieto di commerciare con Israele annunciato a maggio è aggirato attraverso il controllo (israeliano) della dogana dell’Autorità Nazionale Palestinese, ha rivelato Middle East Eye a settembre.

Anche se non ci si può di certo aspettare che questa iniziativa passi dall’inchiostro alla realtà, vi sono alcuni elementi da porre in risalto, perché segnalano il fatto di come siamo ormai ben oltre l’unipolarismo euroatlantico. E c’è innanzitutto proprio il protagonismo di alcuni attori regionali come la Turchia.

All’incontro a Gibuti erano presenti i rappresentanti di 14 stati africani, e Fidan ha chiesto loro di rafforzare il sostegno diplomatico alla causa palestinese: ha insomma invitato a rendere la questione un affare politico globale, come successe con l’apartheid sudafricana. Inoltre, la lettera inviata all’ONU, stando alle dichiarazioni, è stata un’iniziativa di Ankara.

Sempre affidandosi alla lista di paesi firmatari fornita da Anadolu, agenzia di stampa di proprietà del governo turco, tra di essi ci sono ovviamente Cina, Russia, Iran, Cuba, Venezuela. Ma sono presenti anche tradizionali alleati mediorientali degli Stati Uniti, come l’Arabia Saudita e la Giordania, e persino la Norvegia.

Infine, e soprattutto, il luogo in cui Erdogan ha raccolto il primo appoggio alla stesura del documento inviato alle Nazioni Unite è stato quello del summit BRICS di Kazan, chiusosi un paio di settimane fa. Un consesso che manca di collante ideologico e direzione politica unitaria, ma che palesa come può essere terreno di una diplomazia alternativa a quella occidentale.

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13/10/2024

Armi a Israele. Sanchez chiede di interrompere le forniture, ma troppi governi fanno i finti tonti

Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez è tornato a sollecitare la comunità internazionale affinché cessi l’esportazione di armi verso Israele. L’appello di Sanchez è arrivato insieme alla condanna agli attacchi delle forze armate israeliane contro l’Unifil, la forza di pace delle Nazioni Unite in Libano. “Penso che sia urgente, dato ciò che sta accadendo in Medio Oriente, che la comunità internazionale smetta di esportare armi al governo israeliano”, ha affermato Sánchez. “Il governo spagnolo dallo scorso 7 ottobre non esporta alcun tipo di arma o materiale militare in Israele, nessuno”, ha aggiunto nel corso di una conferenza stampa all’Accademia di Spagna di Roma, a seguito dell’incontro con Papa Francesco.

Venerdì mattina l’esercito israeliano ha sparato contro due postazioni dell’Unifil ferendo almeno due peacekeeper cingalesi. Si tratta del secondo attacco delle forze armate israeliane alle forze di pace delle Nazioni Unite dopo gli spari contro una base dell’Unifil a Naqoura, in cui erano rimasti feriti due caschi blu indonesiani.

L’esercito israeliano aveva colpito anche due basi italiane dell’Unifil, la 1-31 e la 1-32A.

La scorsa settimana anche il presidente francese Emmanuel Macron aveva accusato di incoerenza i governi che chiedono un cessate il fuoco a Gaza continuando a rifornire le forze israeliane di armi letali, attirandosi un duro attacco da parte di Netanyahu (e un bombardamento “mirato” su una raffineria della francese Total in Libano, ndr). Ma nel giugno scorso il media investigativo francese Disclose ha rivelato che la Francia ha fornito attrezzature per la produzione di droni israeliani utilizzati nell’offensiva su Gaza.

Secondo il Sipri (Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma), tra il 2019 e il 2023 quelle degli Stati Uniti rappresentano oltre due terzi (69 per cento) di tutte le armi vendute a Israele dall’estero, mentre la Germania è stato il secondo fornitore con il 30 per cento. Berlino è di gran lunga il maggior fornitore europeo di armi a Israele.

L’Italia rappresenta formalmente quasi l’1% degli armamenti forniti a Israele, ma la filiale statunitense della Leonardo, la Drs, ha continuato regolarmente a inviare armi in Israele. Da tempo la campagna internazionale Bds chiede un embargo militare verso Tel Aviv.

È evidente come solo delle durissime sanzioni – a cominciare dall’embargo sulle armi – possono costringere Israele a interrompere l’escalation militare e annessionista scatenata nell’anno appena trascorso e tutt’ora in svolgimento.

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21/09/2024

Embargo tecnologico alla Cina, un fallimento annunciato

L’embargo tecnologico sul digitale nei confronti della Cina, promosso da USA e UE, si sta palesando come un fallimento clamoroso. Ne sono testimonianza, su tutte, le performance delle due aziende capofila per quanto riguarda l’hardware ed il software, ovvero Semiconductor Manufacturing International Corporation (SMIC) e Huawei.

Per inciso, si tratta di aziende capitalistiche di diritto privato, tuttavia la prima è riconducibile per il 100% allo Stato, tramite vari enti (ministeri, fondi, aziende di stato), mentre la seconda è di proprietà per l’1% circa del fondatore Ren Zhengfei e per il restante 99% circa dei lavoratori tramite la loro associazione Huawei Investment & Holding Company Trade Union Committee. La logica che regola la loro governance e la distribuzione degli utili, pertanto, è molto diversa dalle aziende capitalistiche occidentali.

“Diventeranno come mattoni” si diceva degli smartphone di Huawei, non molto nascostamente, fra le teste d’uovo delle big tech della California, allorquando l’amministrazione Trump ordinò di disconnetterne i dispositivi dagli app store di Google incorporato nel sistema operativo Android. Nel mentre, la Vicepresidente Meng Wanzhou, figlia di Ren Zhenfei, era in arresto in Canada, su ordine degli USA e vi rimarrà per circa tre anni.

Ora quei tempi sembrano lontanissimi. Dopo qualche anno duro, infatti, Huawei si è rilanciata dapprima diversificando i propri settori d’intervento sia nell’hardware che nel software, poi rilanciando clamorosamente anche il settore degli smartphone.

L’azienda di Shenzen, infatti, è stata in grado di sviluppare un proprio sistema operativo, HarmonyOS, utilizzato non solo negli smartphone, ma anche, ad esempio, nell’automotive elettrico, dove ha siglato, con alcuni produttori, la Harmony Intelligent Mobility Alliance, un’alleanza industriale nell’ambito della quale fornisce supporto nel design delle automobili, nella catena di fornitura e nell’ecosistema dei software di bordo.

Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, Huwaei, oltre ad essere stata designata dallo stesso colosso nVidia come proprio competitore nel design di GPU e CPU ad essa dedicati, si sta distinguendo nel cosiddetto Internet of Things. Ad esempio, nel 2021 ha lanciato il progetto MineHarmony, che applica l’intelligenza artificiale nel settore minerario, contribuendo a minimizzare l’impatto ambientale e diminuire gli incidenti sul lavoro.

Tornando agli smartphone, è stato annunciato il lancio del nuovo modello Mate XT, il primo al mondo pieghevole a fisarmonica, dotato di tre schermi, che quando viene allungato totalmente ne formano uno solo, diventando simile ad un tablet.

Tale modello ha già 4 milioni di pre-ordini ed è stato annunciato in concomitanza con il lancio del nuovo modello di iPhone della Apple, destinato, secondo molti analisti, ad un flop inesorabile in Cina, in quanto le funzionalità d’intelligenza artificiale che mette a disposizione, oltre a non essere disponibili attualmente in lingua cinese, probabilmente non lo saranno mai, perché, essendo basati sui modelli di ChatGpt, difficilmente verranno autorizzati dal Ministero della Scienza e della Tecnologia cinese; sia per motivi intrinseci, sia come risposta all’embargo tecnologico da parte degli USA.

Così la Apple, che già è scesa al sesto posto nelle classifiche di vendita in Cina, sembra destinata a sprofondare ulteriormente in quello che costituisce circa il 20% del proprio mercato di sbocco, non molto sotto l’Europa (si ricorda che solo pochi anni fa, la commercializzazione dei nuovi iPhone scatenava nelle maggiori città cinesi le stesse file lunghissime agli store e le stesse reazioni isteriche che scatenava nei consumatori occidentali).

Allo stesso tempo, Huawei ha visto un aumento del 72% di vendite nei primi cinque mesi del 2024 e sembra destinata ad allargare la forbice con il colosso di Cupertino, con utili e ricavi che si dirigono verso la doppia cifra di miliardi di euro. Da redistribuire in parte fra gli azionisti, ovvero, per il 99%, ai lavoratori.

In fin dei conti, pertanto, l’embargo tecnologico nei confronti di Huawei ha finito per rafforzarla ai danni di Apple e, probabilmente, fra poco anche di nVidia. Classico caso di reazionari “che sollevano massi, che poi ricadranno sui propri piedi”.

Da sottolineare che tutti i successi tecnologici fin qui descritti sarebbero stati impossibili se il XVIII Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese del 2012 non avesse messo fra le priorità strategiche assolute la costruzione di un’infrastruttura internet “nazionale”, indipendente dalla Silicon Valley.

In poco più di un decennio, il web cinese è passato dall’essere una bruttissima copia di quello americano, all’avere server fisici, browser, motori di ricerca, social network e app per smartphone, big tech (rigorosamente regolamentate, chiedere a Jack Ma) tutti propri, alcuni dei quali spopolano anche in Occidente.

Passando a SMCI, azienda produttrice di chip a semiconduttori, che sono la base di tutti i dispositivi elettronici, a suonare il campanello d’allarme per USA, Giappone e UE è Hiroharu Shimizu, Amministratore Delegato di TechanaLye, società di ricerca sui semiconduttori che smonta 100 dispositivi elettronici all’anno e li esamina, dalle colonne del giornale Nikkei Asia.

Il dirigente d’azienda ha parlato del confronto effettuato fra un modello di smartphone di Huawei, il Pura 70 Pro, rilasciato nell’aprile 2021, prodotto con tecnologia Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), azienda taiwanese leader mondiale nella produzione di chip, con il più recente modello di Huawei messo in commercio, equipaggiato con cpu Kirin 9010, prodotto con tecnologia SMIC.

Sebbene a SMIC sia impedito dalle sanzioni USA l’accesso alle tecnologie per produrre chip a 5 nanometri, come quelli del Pura 70 Pro di 3 anni fa, e sia, pertanto ferma ai 7 nanometri del Kirin 9010, Shimizu ha concluso che le prestazioni fra i due processori siano comparabili; pertanto SMIC si trova a soli tre anni di divario da TSMC. Con la differenza sostanziale che l’86% di tutti i chip del Kirin 9010 sono prodotto in Cina, pertanto quasi tutta la filiera produttiva è internalizzata e messa al sicuro.

Invece, i modelli prodotti con tecnologia TSMC, ovvero praticamente tutti i modelli occidentali, hanno la filiera sparsa in giro per il mondo, con tutte le incertezze che ne conseguono dati gli scenari geopolitici attuali. Incertezze che potrebbero essere aumentate in maniera decisiva, specialmente quando si passa per Taiwan, dopo l’attentato terroristico messo in atto dal regime sionista contro Hezbollah nei giorni scorsi, con la complicità, appunto, di un’azienda tech dell’isola.

L’ultima mossa messa in atto dagli USA per fermare SMIC è la minaccia di sanzionare l’azienda olandese ASML, affinché non rispetti il contratto con la SMIC stessa, che le impone di riparare le macchine litografiche fornitele a suo tempo. A proposito di “ordine mondiale basato sulle regole”.

Le macchine litografiche sono i mezzi di produzione dei chip, che la Cina non sarebbe ancora in grado di produrre da se. In questo caso parliamo di una tecnica litografica risalente a 5 anni fa, poiché le ultimissime tecniche già sono interdette.

Il mezzo che gli USA stanno utilizzando nel loro ricatto è il Foreign Direct Product Rules (FDPR), legge del 1959 con la quale, in maniera arbitraria, il Dipartimento del Commercio si arroga il diritto di poter stoppare la vendita sul mercato internazionale di qualsiasi prodotto in cui anche un solo bullone sia made in USA. L’Amministrazione Trump provò ad utilizzare questa legge nel 2020 per bloccare del tutto la fornitura di chip a Huwei, ma in quel caso TSMC era troppo grande ed importante per soggiacere ad una tale imposizione.

Per ASML, aderire a queste limitazioni significherebbe suicidarsi, in quanto la Cina è il 50% del suo mercato. Tuttavia, mentre il precedente governo olandese sembrava voler provare ad opporre resistenza, quello attuale sembra invece orientato a ritirare le licenze ad ASML per effettuare le riparazioni che dovrebbe effettuare da contratto stipulato, minando per l’ennesima volta l’elemento fiduciario che c’è alla base delle catene del valore sparse in tutto il mondo.

Paradossalmente, tutte queste sanzioni ed imposizioni, oltre a rivelarsi, come visto, o del tutto fallimentari o solo un intralcio momentaneo, fanno il gioco di Pechino a più ampio spettro. Infatti, l’idea di globalizzazione basata sulla cooperazione win – win, su filiere produttive sicure e sulla fiducia reciproca basata sul regole vere, che incardina la Belt and Road Initiative guadagna veramente terreno e credibilità rispetto all’inaffidabilità, all’unilateralismo, all’attitudine all’interferenza negli affari altrui e, ultimamente, addirittura alla pericolosità dell’ordinamento monetario e produttivo mondiale forgiato dall’imperialismo.

La sfida, per Pechino, sarà gestire una lunga fase di disaccoppiamento tecnologico e di filiere produttive che l’imperialismo vuole imporle e nel corso del quale cercherà di minare l’ascesa cinese con ogni mezzo, guerra compresa.

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07/01/2023

Yemen - Migliaia in piazza per dire basta alla guerra e all’aggressione saudita

Accadono cose sui fronti delle guerre dimenticate e occultate dalla “comunità internazionale”. Centinaia di migliaia di yemeniti hanno preso parte ad una massiccia marcia nelle principali città del paese per condannare la guerra e l’assedio imposto al loro Paese dalla coalizione saudita-americana.

Portando le immagini del leader del movimento popolare yemenita Ansarolah, Abdulmalik al-Houthi, manifestanti in diverse parti del Paese hanno intonato slogan contro le politiche egemoniche degli Stati Uniti.

Le proteste hanno avuto luogo nelle province di Saada (nord-ovest), Sana’a (centro-ovest), Taiz (sud-ovest), Ibb (sud-ovest), Dhamar (sud-ovest), Al-Hudaydah (ovest), Al-Bayda (centro -sud-ovest), Hajjah (nord-ovest), Amran (nord-ovest), Al-Yawf (nord) e Marib (centro-ovest).

I manifestanti yemeniti hanno condannato fermamente la continua aggressione dell’Arabia Saudita e dei suoi alleati contro lo Yemen, affermando che gli Stati Uniti sono i principali responsabili della guerra e dell’assedio imposto al paese più povero del mondo arabo. Hanno anche denunciato l’assedio come una guerra e un’aggressione a cui si deve rispondere.

Nel comunicato finale della marcia, gli yemeniti hanno lanciato l’allarme sulla chiusura di aeroporti e porti e sulla privazione dei cittadini di esercitare i propri diritti, e hanno invitato le forze armate a prendere misure adeguate per rompere il blocco.

In tal modo, hanno evidenziato l’importanza di mantenere l’unità per superare i piani del nemico.

I partecipanti hanno anche dichiarato il loro sostegno alla causa palestinese e condannato le invasioni di terre e santuari palestinesi da parte del regime israeliano, invitando i paesi islamici a prendere misure serie e appropriate di fronte alle atrocità israeliane.

Dal marzo 2015, l’Arabia Saudita e i suoi alleati sostenuti dagli Stati Uniti hanno condotto una campagna di bombardamenti nello Yemen, con conseguenze devastanti per il paese, in particolare per donne e bambini.

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04/06/2022

Ucraina: l’Europa verso il baratro

Nei corridoi del potere a Bruxelles, un leader europeo ha definito “enorme” l’impatto dell’accordo UE sul (quasi) embargo delle importazioni di petrolio dalla Russia. In effetti, il provvedimento centrale del sesto pacchetto di sanzioni partorito dall’inizio delle operazioni militari di Mosca in Ucraina sembra essere apparentemente di un altro livello rispetto ai precedenti, ma, come questi ultimi, il peso delle conseguenze – siano esse “enormi” o anche un po’ meno gravose – non toccherà tanto al destinatario delle misure punitive (la Russia) ma in grandissima parte a coloro che le hanno imposte (l’Europa).

Di conseguenza, le nuove sanzioni non saranno di nessuna utilità nemmeno per il raggiungimento dello scopo ufficiale di esse, ovvero convincere Putin a mettere fine alla guerra. Un’intesa tra Mosca e Kiev che porti a una soluzione diplomatica “equa e ragionevole”, come ha spiegato questa settimana il cancelliere tedesco Olaf Scholz, continuerà quindi a dipendere da quanti danni alle proprie economie i paesi europei saranno disposti a mettere in conto, assieme ai danni materiali e in termini di vite umane che il regime di Kiev accetterà per farsi carico degli interessi di Bruxelles e, soprattutto, di Washington.

Al netto della propaganda, anche i commenti della stampa ufficiale ammettono spesso che il (quasi) embargo concordato dall’Europa farà poco o nulla per modificare i piani di Mosca in Ucraina. Le divisioni stesse che erano emerse dentro all’UE nelle scorse settimane dimostrano che in gioco c’è la questione delle esigenze energetiche dei paesi membri più che la teorica penalizzazione dei profitti russi derivanti da questo settore.

L’analista dell’ISPI, Matteo Villa, citato dalla Associated Press, è stato quasi commovente nel riassumere l’umore di un’Europa intenta a suicidarsi economicamente e a cercare allo stesso tempo di sostenere una facciata di forza e compattezza sempre meno credibile. Villa ha assicurato che “la Russia incasserà un colpo piuttosto importante” con l’introduzione del (quasi) embargo sul petrolio, per poi avvertire però che la mossa europea potrebbe alla fine diventare un boomerang. Insomma, non solo Mosca non dovrà sopportare conseguenze troppo pesanti, ma ci guadagnerà pure. Ancora l’analista dell’ISPI: “Il rischio è che le quotazioni del petrolio in generale salgano per via delle sanzioni dell’Europa. E, se il prezzo sale, il rischio è che la Russia inizi a incassare di più”. Risultato: la scommessa europea sarà perdente.

La necessità di concedere deroghe all’embargo porterà dei vantaggi, ad esempio in termini di competitività, a quei paesi come Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, che si approvvigionano di petrolio russo attraverso oleodotti. Per questi casi non ci saranno cambiamenti fino a che non verranno individuate soluzioni alternative. Solo le forniture via mare saranno azzerate entro i prossimi sei mesi. Secondo Bruxelles, una volta implementato, il piano appena concordato ridurrà del 90% le importazioni UE di greggio russo.

Nella realtà, il percorso potrebbe essere molto più complicato delle stesse trattative che hanno portato all’intesa tra i paesi membri. Le ragioni sono molteplici e già spiegate da molti analisti. In primo luogo, le fonti alternative al greggio russo non saranno così facilmente reperibili, soprattutto se si vorranno stipulare nuovi contratti a lungo termine. In aggiunta, vanno considerate le carenze infrastrutturali nei terminal portuali e nelle raffinerie europee per accogliere e gestire gli eventuali arrivi di petrolio con una composizioni diversa, nonché al momento sconosciuta, rispetto a quella del greggio russo.

I prezzi, come già accennato, continueranno poi a salire, neutralizzando di fatto e quasi del tutto gli effetti sulle esportazioni della Russia, i cui produttori sono già in grado di operare con margini di profitto alla quotazione di circa 45 dollari il barile. Subito dopo l’annuncio dell’accordo trovato dall’UE sul (quasi) embargo, le quotazioni del “brent” hanno toccato il punto più alto da due mesi a questa parte, schizzando a 123 dollari. Nel frattempo, ad esempio, a maggio la Russia ha aumentato di 25 volte (+2.500%) la quantità di petrolio esportata verso l’India, paese che, assieme alla Cina e ad altri soprattutto in Asia, sta approfittando di prezzi scontati con tutto ciò che ne consegue sul fronte della competitività industriale e della lotta all’inflazione. Secondo un calcolo elaborato da Bloomberg News, il provvedimento appena deciso dall’Europa costerà a Putin fino a 10 miliardi di dollari all’anno, cioè poco più di una goccia in un mare di denaro che, in base alle previsioni del Cremlino, per il solo ambito energetico ammonterà per il 2022 a un totale di 270 miliardi di dollari di entrate.

Almeno altri due elementi vanno ricordati riguardo la questione del (quasi) embargo. Il primo è che, come ha ricordato la società di consulenza Energy Intelligence Group, a pagare le conseguenze più gravi sarà la Germania, come tutti sanno la “locomotiva” dell’economia europea, con riflessi quindi su tutto il sistema continentale e, per contro, con vantaggi economici e strategici per Washington. Il governo di Berlino, assieme a quello polacco, ha infatti già deciso di rinunciare alle importazioni di petrolio dalla Russia indipendentemente da quanto deciderà l’UE.

Il secondo è rappresentato da una serie di situazioni al limite dell’assurdo che il (quasi) embargo potrebbe scatenare. Una, come ha scritto il Financial Times, è l’imposizione di dazi o tasse in qualche forma non definita che Bruxelles potrebbe imporre a quei paesi come l’Ungheria che continueranno a ricevere greggio dalla Russia a condizioni più favorevoli del resto dell’Europa. Un’altra è invece l’ipotesi che il petrolio russo arrivi ugualmente in Europa dopo essere passato di mano più volte fino a occultarne l’origine. L’unica differenza è che verrà pagato in maniera molto più salata. Comunque sia, la decisione sul petrolio e le altre sanzioni più recenti sembrano aver fatto raggiungere all’Europa il fondo del barile. Più in là, come hanno fatto capire svariati governi UE, potrebbe esserci il baratro economico e l’esplosione delle tensioni interne, così che l’idea di affrontare lo stop del gas russo, inizialmente accarezzata da più parti, resterà per ora lontana dal tavolo delle trattative di Bruxelles.

Crisi alimentare: dall’Ucraina alla Siria

Uno degli altri fronti caldi del conflitto russo-ucraino è quello della crisi alimentare. La macchina della propaganda occidentale ha deciso che le responsabilità sono tutte di Putin, il quale starebbe affamando deliberatamente mezzo mondo per raggiungere i propri obiettivi. Non solo, le esportazioni di grano raccolto in Ucraina verrebbero bloccate allo stesso scopo. Questa versione dei fatti è stata smentita da tempo da osservatori e analisti indipendenti. Il governo di Mosca ha aperto un corridoio umanitario per il trasporto dei beni alimentari e il principale ostacolo al movimento delle navi che trasportano grano e altro sono le mine piazzate in mare dalle forze ucraine. Il vero problema restano le sanzioni che impediscono alle navi russe di attraccare nei porti occidentali.

L’Ucraina sta poi continuando a esportare grano soprattutto via terra, ma questo fatto non viene citato spesso in Occidente perché destinato appunto ai paesi occidentali, verosimilmente in cambio degli aiuti militari, compromettendo la tesi ufficiale che vuole la popolazione ucraina e “il sud del mondo” sull’orlo della carestia per colpa del Cremlino. Gli scrupoli di Europa e soprattutto Stati Uniti per i bisogni alimentari dei paesi più poveri sono smentiti clamorosamente, se mai fosse necessario, anche dagli eventi in corso in Siria.

Qui, un contingente militare americano occupa illegalmente da anni una porzione di territorio e, in collaborazione con le milizie curde alleate, controlla o, più precisamente, ruba le risorse alimentari ed energetiche di un paese sovrano, traendone profitti attraverso la vendita clandestina. Questa regione conserva le maggiori risorse di tutta la Siria, pari a cioè il 90% del petrolio che si trova nel sottosuolo e all’80 del grano che è potenzialmente in grado di produrre.

Le armi “difensive”

Il flusso di armi verso l’Ucraina sembra continuare senza sosta e sta anzi aumentando il livello di efficacia teorico del materiale bellico messo a disposizione delle forze armate di Kiev. Le decine di miliardi di dollari di equipaggiamenti forniti e promessi finora non hanno fatto tuttavia molto per rallentare l’avanzata russa e anche esponenti del regime ucraino e i media occidentali riconoscono sempre più che la situazione nel Donbass si sta facendo disperata. Un nuovo pesantissimo colpo potrebbe arrivare con l’imminente caduta della città di Severodonetsk, già in buona parte nelle mani dei militari russi. Un successo a spese delle forze ucraine in questa località, secondo il Cremlino, consegnerebbe praticamente alla Russia il controllo dell’intera autoproclamata repubblica di Lugansk.

Di fronte a questa realtà, stanno aumentando le pressioni per fare arrivare a Zelensky armi più potenti, ma allo stesso tempo emergono le resistenze di coloro che vedono una simile accelerazione come un elemento in grado di fare esplodere un conflitto più ampio, anche perché Mosca ha espresso avvertimenti molto chiari in proposito. Nei giorni scorsi, la discussione negli USA si è concentrata sulla possibile consegna all’Ucraina di sistemi missilistici di precisione a raggio variabile, come il cosiddetto HIMARS americano. Questi ordigni possono colpire bersagli fino a 300 km e un eventuale via libera della Casa Bianca all’esportazione verso l’Ucraina avrebbe permesso di penetrare in profondità il territorio russo. Alla fine, l’amministrazione Biden ha optato per sistemi che arriverebbero solo fino a circa 80 chilometri.

Fermo restando i soliti problemi di evitare che gli equipaggiamenti vengano distrutti dall’artiglieria russa prima che arrivino al fronte e di addestrare rapidamente personale ucraino in grado di manovrarli, la relativa cautela americana conferma il timore di provocare uno scontro diretto tra Mosca e la NATO. Ciò testimonia inoltre anche la natura doppiamente tragica del conflitto in corso, condotto sulla pelle di militari e civili ucraini nel tentativo di tenere la Russia coinvolta in un pantano il più a lungo possibile nonostante per Kiev non ci siano oggettivamente vie d’uscita diverse dalla resa.

I crimini immaginari

L’immagine totalmente fantasiosa dell’Ucraina come paradiso dei valori democratici sotto il feroce assedio della barbarie russa continua a cadere pezzo dopo pezzo grazie al trapelare di notizie, filmati e immagini che documentano il carattere autoritario e violento di un regime fortemente influenzato da elementi neo-nazisti. L’ultimo episodio in ordine di tempo a mostrare come lo sforzo sostenuto dall’Occidente si basi in grandissima parte sulla propaganda mediatica riguarda la commissaria per i diritti umani dell’Ucraina, Lyudmila Denisova.

Quest’ultima è stata rimossa dal suo incarico con un voto del parlamento di Kiev (Verkhovna Rada) perché accusata di essere venuta meno ai propri incarichi. La Denisova, oltre ad avere trascorso più tempo nelle “città calde e tranquille” dell’Europa che sul campo per adoperarsi a favore di civili e soldati ucraini, è responsabile di avere diffuso notizie false su atrocità mai commesse dai militari russi. In particolare, la commissaria aveva contribuito al propagarsi della notizia non provata della campagna di stupri di massa in Ucraina, che avrebbe incluso tra le vittime addirittura neonati.

Per gli stessi deputati ucraini che l’hanno sfiduciata, le prove di questi e altri crimini non sono state presentate dalla Denisova e il suo comportamento è stato ritenuto inaccettabile perché ha “macchiato la reputazione dell’Ucraina”. La vicenda ha se non altro evidenziato la contraddizione senza uscita in cui si trova il regime di Kiev. Per tenere vive le residue simpatie dell’opinione pubblica occidentale ha bisogno di macinare propaganda senza sosta, ma così facendo rischia di esporsi a clamorose smentite che, nonostante la copertura che continua a garantire la stampa ufficiale, finiscono inevitabilmente per produrre l’effetto contrario.

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30/05/2022

Alzare l’embargo e darselo sui piedi

Si fa presto a dire embargo... Gli sherpa dei Paesi membri della Ue non sono riusciti a trovare una quadra sullo schema di intesa preparato dalla Commissione, che prevedeva l’esenzione dalle sanzioni per il greggio proveniente dall’oleodotto dell’Amicizia, che collega la Russia a Ungheria, Germania e Polonia. E dunque la riunione odierna del Consiglio Europeo rischia di trasformarsi in un boomerang.

I problemi sono numerosi, tutti interconnessi e ognuno irrisolvibile da solo.

La “pensata” sull’esenzione per Ungheria, Cechia e Slovacchia – che dipendono pressoché totalmente dall’oleodotto Druzhba (”amicizia”, appunto) – sembrava una soluzione che poteva mettere d’accordo gli anti-russi più vicini agli Usa (Polonia, baltici, ecc.) e i “tiepidi” che stanno misurando l’idiozia economica di misure che danneggiano soprattutto l’Europa senza peraltro toccare più di tanto la Russia.

La battuta attribuita a Ursula von der Leyen – presidente della Commissione – è illuminante nella sua contorsione: “Dobbiamo continuare ad acquistare petrolio russo per evitare che la Russia possa venderlo ad altri, i quali a loro volta lo rivenderebbero a noi a prezzi superiori“.

Il “mercato”, infatti, è tutt’altro che il luogo dei buoni sentimenti e dei “valori”. Da un lato ci sono i fornitori che ovviamente vedono con favore ogni occasione per aumentare i prezzi (anche rifornendosi a loro volta dalla Russia), da quest’altro ci sono i paesi europei che sarebbero stati obbligati comunque a fare meno del petrolio di Mosca (Italia, Francia, Spagna, Grecia, ecc.), e che naturalmente indicano la “distorsione del mercato” che si creerebbe facendo eccezioni per Orbàn ed altri. Finirebbero infatti per pagare di più all’interno di una “comunità” teoricamente “unita e compatta”.

In secondo luogo, questa distorsione arriverebbe nel pieno del tentativo – guidato apparentemente da Mario Draghi – di individuare un meccanismo per mettere un limite al rialzo dei prezzi dei beni energetici. Almeno per quanto riguarda i paesi dell’Unione Europea.

Meccanismo che molti vorrebbero rafforzare imponendo una separazione tra dinamica dei prezzi del gas e prezzi dell’energia elettrica. Cosa abbastanza complicata da definire tecnicamente, visto che alcuni paesi producono elettricità sfruttando soprattutto le centrali nucleari (la Francia, in primo luogo), mentre altri usano in primo luogo il gas (l’Italia, of course) e altri ancora diversi mix che comprendono persino il carbone.

Un quadro così complicato e differenziato negli interessi da far dire al vice cancelliere tedesco Robert Habeck che “Dopo l’attacco della Russia all’Ucraina, abbiamo visto cosa può succedere quando l’Europa è unita“, ma sulle sanzioni quest’unità “si sta sgretolando“. Un avvertimento, certo, per far riflettere bene i 27 partner, ma anche una fotografia dei rischi a breve termine.

Anche perché, nelle stesse ore, l’agognata fine del lockdown a Shanghai – richiesta da tutto il mondo, nelle scorse settimane, per i componenti che dovevano arrivare dalle industrie locali – ha fatto immediatamente impennare la richiesta di petrolio e dunque anche i prezzi.

Alle ore 8 di stamattina, il greggio di qualità Brent scambiava a 116 dollari al barile con un rialzo dello 0,74%, dopo aver toccato un picco di 120 dollari al barile. La quotazione della qualità WTI, a sua volta, mostrava un +0,83% a 116 dollari al barile.

Queste dinamiche del mercato comportano naturalmente una spinta alla crescita dell’inflazione. E le banche centrali principali (Federal Reserve, Bce, Banca di Inghilterra) si scoprono fattualmente impotenti di fronte a questo scenario, che arriva dopo oltre un decennio di “iniezioni di liquidità” nei mercati.

Se infatti agiscono come previsto dai manuali di neoliberismo – aumentando i tassi di interesse – è assolutamente certo che innescheranno una profonda recessione nelle economie occidentali, facendo chiudere molte aziende e provocando uno choc occupazionale. Mentre quelle asiatiche – più concentrate da decenni sull’economia reale – non soffrirebbero particolarmente della stessa malattia.

Ma c’è di peggio. L’aumento dei tassi non avrebbe probabilmente alcun effetto sulla stessa dinamica dell’inflazione, visto che l’oceano di liquidità finanziaria immessa nei “mercati”, da oltre un anno sta lasciando i tradizionali investimenti (la Borsa) per concentrarsi sull’immobiliare e le materie prime. Ossia sui beni “fisici”, non di carta.

Ossia proprio in quei settori che alimentano l’inflazione, indifferenti alle scelte di politica monetaria.

Insomma, l’Occidente dimostra di essere reazionario alzando l’embargo per poi darselo pesantemente sui piedi (a voler essere gentili...).

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06/05/2022

Economie capitaliste riluttanti alle sanzioni su gas e petrolio russo

Non solo in Europa. Anche il Giappone ha dichiarato di non avere alcuna intenzione di unirsi a un eventuale embargo del petrolio e del gas russo, di cui si sta discutendo nell’Unione Europea. Lo ha confermato il ministro dell’Economia, del Commercio e dell’Industria nipponico, Koichi Hagiuda, dopo aver incontrato alti funzionari Usa a Washington.

Il Giappone importa meno del 4% del suo petrolio e meno del 9% del suo gas naturale liquido dalla Russia. Nonostante si tratti di numeri più limitati rispetto a quelli di molti paesi europei, Tokyo potrebbe incontrare difficoltà nel rinunciare a tali forniture poiché, dopo l’incidente nucleare di Fukushima, la produzione da questa fonte di energia è rimasta al palo.

Tra l’altro il Giappone non ha chiesto alle proprie aziende di ritirarsi da due grandi progetti energetici congiunti con la Russia: lo sviluppo dei giacimenti petroliferi di Sakhalin-2 e il progetto per il gas naturale liquido Arctic LNG-2.

Diversamente – e un po’ masochisticamente – la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha ribadito ieri la proposta dell’Ue di bloccare tutte le importazioni di petrolio russo entro la fine dell’anno, sebbene gli Stati membri rimangano divisi su questa idea, con l’Ungheria, la Slovacchia e la Bulgaria, che hanno espresso la propria opposizione.

La Commissione europea sta facendo pressione sugli Stati membri più recalcitranti sulla possibilità di un embargo del gas e petrolio russo.

La vicepresidente della Commissione europea, Vera Jourova, intervistata da “Agenzia Nova” ha segnalato che “Stiamo assistendo a diverse reazioni tra gli Stati membri derivanti dalla dipendenza energetica dalla Russia, questo è logico”, spiega la Jourova.

L’Ungheria ad esempio “è stata riluttante nel dire di sì nel velocizzare l’embargo mentre Slovacchia e Repubblica Ceca stanno chiedendo alcune esenzioni. Ma abbiamo appena adottato un sesto pacchetto di sanzioni contro la Russia e dobbiamo continuare ad esercitare la pressione perché dobbiamo fermare le modalità di finanziamento della guerra”.

I prezzi del petrolio intanto continuano a crescere dopo che l’Ue ha dichiarato nuove sanzioni contro la Russia, compreso un embargo sul greggio per sei mesi. I futures sul greggio Brent sono in rialzo dello 0,5%, a 110,74 dollari al barile mentre i futures sul greggio Wti degli Stati Uniti avanzano dello 0,4% a 108,21 dollari al barile.

Tra le sanzioni proposte da Bruxelles, è compresa la graduale eliminazione delle forniture di greggio russo entro la fine del 2022.

Fonti: Milano Finanza, Agenzia Nova, Agi

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15/07/2021

Gianni Minà su Cuba: ora basta!

Sessant’anni e 12 presidenti fa, scattava l’embargo nordamericano a Cuba. Obama, nel dicembre 2014, dichiarò: “Abbiamo fallito, non abbiamo piegato Cuba. È ora di cambiare”.

I cubani avevano dimostrato, in tutti questi anni, dopo aggressioni subite, contrarietà e sacrifici, di voler rimanere fedeli ai loro ideali di indipendenza e giustizia sociale, secondo un modello economico socialista. Cuba non solo non è collassata, ma ha dimostrato come l’embargo economico a un popolo è una delle forme di pressione “diplomatica” tra le più crudeli mai conosciute.

Cuba è sopravvissuta sia al fallimento del socialismo reale, sia a quello del neoliberismo reale, le cui storture, la miseria, la violenza sono state risparmiate a questo popolo, nonostante le difficoltà oggettive di chi vive sempre più asserragliato e praticamente alla fame.

I cubani in tutto questo tempo hanno dimostrato che non hanno vissuto in un “gulag tropicale” come i media hanno sempre voluto descrivere questa piccola isola in maniera capziosa: non si sopravvive alla crudezza del periodo speciale, con turisti che vanno e vengono, senza un consenso di massa che non è basato sulla repressione.

Né gli Usa hanno mai voluto riconoscere la Rivoluzione e il suo corso storico.

La diplomazia nordamericana è costruita anche di termini usati come bastoni: per loro dittatura è tutto ciò che è diverso dalla loro ideologia neoliberale, il concetto guevariano dell’hombre nuevo, dell’uomo al centro, una forma diversa dello Stato e soprattutto il concetto di democrazia e di autodeterminazione sono quasi spazzate via dall’odio verso tutto ciò che “puzza” di comunismo.

Gli Stati Uniti hanno sempre tentato di gettare fango sulla reputazione di questa piccola Isola che non ha nessuna ricchezza, né materie prime su cui fare affidamento, ma solo la potenza della propria cultura e delle proprie idee: un prestigio “morale” che tutte le nazioni povere, tutti i popoli del Terzo Mondo riconoscono a Cuba.

Nel 1998, grazie anche all’aiuto di un terzo attore, il Vaticano, Karol Wojtyla aveva aperto Cuba al mondo (“e il mondo si apra a Cuba” come disse papa Giovanni Paolo II in un suo discorso storico), Joseph Ratzinger aveva messo fine al conflitto tra Santa Sede e Cuba e ultimamente Papa Francesco (che, con la confidenza di un amico, aveva chiesto a un Fidel anziano, di pregare per lui) aveva dato una spinta potente per farci tutti sperare, finalmente, in un miglioramento delle relazioni tra Cuba e Stati Uniti, con il Presidente Obama che aveva deciso di ripristinare le relazioni diplomatiche interrotte dal 1961.

Ma se Obama aveva teso una mano a Cuba, Trump prima e Biden ora, hanno usato e usano la loro politica destabilizzante per strangolare definitamente questa piccola nazione. Obama all’epoca aveva comunque chiarito che non si stavano cambiando gli obiettivi che regolano la politica estera nordamericana, basata sul suo modello di democrazia, ideale per il mondo intero e fondata sulla ideologia neoliberista. Semplicemente confermava “un cambiamento di metodo nell’approccio”. Oggi sta davanti agli occhi di tutti il metodo degli ultimi due presidenti: l’aggravamento del blocco economico e l’incitamento ai disordini tramite i social network.

Se Obama, nel discorso sullo Stato dell’Unione, affermava l’esigenza di “mettere fine a una strategia che doveva terminare da tempo” chiedendo “la fine di mezzo secolo di politica fallimentare nei riguardi del cortile di casa” oggi, in tempo di pandemia che ha messo in ginocchio tutto il mondo, Trump ha inserito circa 240 restrizioni in più su quella che è la legge più iniqua, dopo la Legge Torricelli, la Legge Helms-Barton.

Nel 1992 Bush padre, con la Legge Torricelli, non solo aveva inasprito il blocco economico dando vita a uno dei periodi più bui di Cuba, il “periodo speciale”, ma per la prima volta aveva violato il diritto internazionale. Ogni legge promulgata in qualsiasi paese, infatti, non può essere applicata fuori dai propri confini; la legge Torricelli invece è estesa a tutti i paesi del mondo, per cui, ad esempio, se una qualsiasi nave entra nei porti cubani, le è vietato entrare negli Stati Uniti nei 6 mesi successivi. In questo modo le compagnie di navigazione preferiscono non commerciare con Cuba e Cuba, che è un’isola, deve pagare a caro prezzo far consegnare le merci sulla sua terra. Questa legge prevede sanzioni anche verso chi fornisce assistenza ai cubani: se un paese dà 100 milioni a Cuba, gli Usa riducono di 100 milioni gli eventuali aiuti a questo paese [1].

Nel 1996 Clinton adottò la Legge Helms-Burton che oltre ad essere extraterritoriale è pure retroattiva. Anche questo è vietato dal diritto internazionale.

Nel 2004 il sadico Bush figlio, con la sua “Commissione assistenza per una Cuba Libera” aveva imposto ai cittadini cubani residenti negli Usa il rimpatrio solo per 2 settimane ogni 3 anni, provando però che fosse un parente stretto di una famiglia residente a Cuba. Aveva ridotto a 100 dollari la rimessa mensile; se però i parenti erano iscritti al partito comunista, l’importo si riduceva a zero.

Nel 2006, poi, le restrizioni si erano aggravate, le aziende dovevano scegliere: o si commercia con Cuba o con gli Stati Uniti. Per commerciare con gli Stati Uniti bisognava (e bisogna) dimostrare che i prodotti venduti non contengano nulla di origine cubana; addirittura, il consumo di prodotti cubani per i cittadini statunitensi fa rischiare loro sanzioni e/o 10 anni di galera.

Oggi le 240 misure contro Cuba imposte dall’amministrazione Trump pesano come una pietra tombale ed hanno l’unico obiettivo di strozzare economicamente il Paese, sovvertire l’ordine interno, creare una situazione di ingovernabilità e rovesciare la Rivoluzione.

Parte di queste sanzioni riguardano il Titolo III della Legge Helms-Burton che permette ai cittadini americani, o cubani divenuti poi americani, di fare causa a compagnie accusate di «trafficare» con le proprietà confiscate dal governo cubano. La decisione di consentire azioni legali nei tribunali statunitensi ha un impatto negativo sulle prospettive di attrazione di investimenti esteri, che si aggiunge agli ostacoli già esistenti a causa del quadro normativo del blocco. Finora ci sono 28 procedimenti legali avviati nei tribunali statunitensi. Il collega Da Rin sul Sole 24 Ore elenca alcuni casi paradossali. [2]

Riguardo ai viaggi, la creazione dell’elenco degli alloggi vietati a Cuba, che comprende 422 hotel e case in affitto, ha scoraggiato i turisti. Sono stati anche cancellati i voli regolari e charter per l’intero Paese, ad eccezione dell’Avana, le cui frequenze sono state anch’esse limitate. In questi 240 “aggiustamenti” è compresa la decisione di limitare l’importo delle rimesse a mille dollari al trimestre, la sospensione delle rimesse non familiari e il divieto di inviare denaro da paesi terzi attraverso Western Union, hanno imposto ulteriori limitazioni al reddito di molti cubani. Ed anche la creazione da parte del Dipartimento di Stato dell’”Elenco delle entità soggette a restrizioni cubane”, con la quale alle persone soggette alla giurisdizione statunitense è vietato condurre transazioni finanziarie dirette. Le società incluse nell’elenco sono 231. In questo settore, è sorta la decisione di non rinnovare la licenza di attività a Cuba della compagnia alberghiera Marriott International, al fine di seminare un clima di incertezza nella comunità imprenditoriale. Durante l’amministrazione Trump ha avuto luogo una meticolosa persecuzione delle operazioni bancarie-finanziarie di Cuba e un notevole aumento delle segnalazioni di chiusura di conti bancari, negazione delle transazioni e altri ostacoli incontrati dalle rappresentanze diplomatiche e commerciali all’estero. Parallelamente alla strategia contro il Venezuela e con il pretesto della presunta ingerenza di Cuba in quel paese, sono state adottate misure contro navi, compagnie di navigazione, compagnie di assicurazione e riassicurazione legate al trasporto di carburanti. Solo nel 2019 sono state penalizzate 53 navi e 27 compagnie. Notevoli anche le pressioni contro i governi che registrano o segnalano le navi. Infine, l’11 gennaio di quest’anno Cuba è stata inserita nell’elenco degli Stati che sponsorizzano il terrorismo; tre giorni dopo figura nell’elenco degli Avversari Esteri del Dipartimento del Commercio, in virtù di un ordine esecutivo firmato da Trump. Per quanto riguarda la sanità, gli Stati Uniti hanno spinto per la fine degli accordi con diversi paesi e hanno aumentato la pressione sulle organizzazioni multilaterali. Questa politica iper-aggressiva si traduce nell’assurda situazione in cui questa Isola dei Caraibi ha creato più di un vaccino contro il Covid, ma non può vaccinare la popolazione perché non ha le siringhe necessarie (o, ad esempio, gli elettrodi pregellati o i cateteri cardiaci pediatrici o il banale gel per le ecografie) perché non c’è nessuna azienda disposta a rischiare uno stop commerciale di sei mesi per venderle a Cuba. Noi italiani, i medici cubani della brigata Henry Reeve (voluta da Fidel Castro nel 2005 per le emergenze e le epidemie, soprattutto di ebola, in Africa) nel momento più tragico della pandemia li abbiamo conosciuti: sono venuti a Crema, ad aiutare nell’ospedale da campo e se ne sono andati a epidemia rientrata. Ma il contrasto tra la storica narrazione su Cuba e l’umanità di queste persone che hanno aderito alla nostra richiesta di aiuto in un momento terribile per il nostro Paese, è stato troppo scandaloso per alcuni: ultimamente alcuni dei nostri media mainstream hanno sporcato di fango anche loro, scambiando il lavoro solidale come una forma di schiavitù, sostenendo che sono stati obbligati dal regime cubano a lavorare gratis o sottopagati. Sto aspettando con ansia la ribellione di tutti i volontari e operatori di pace che, per un proprio ideale religioso o politico, portano avanti un progetto di vita solidale.

Eppure, il Parlamento Europeo, stritolato da tempo tra gli interessi Usa e il nuovo, rampante capitalismo cinese, ha pensato bene di approvare un progetto di risoluzione intitolato “Sui diritti umani e la situazione politica a Cuba” che indica anche questo aspetto sul lavoro dei medici cubani, presentato da Vox (Spagna), Fratelli d’Italia e HSP-AS (Croazia), dal gruppo dei Conservatori e Riformisti europei, dal PiS polacco, dal Partito Popolare spagnolo (PP), dall’alleanza liberale Renew Europe, a cui appartiene anche la FDP tedesca e dall’Osservatorio cubano dei diritti umani, una delle tante organizzazioni controrivoluzionarie finanziate dai contribuenti statunitensi. L’Osservatorio cubano dei diritti umani, infatti, ha ricevuto dalla NED (National Endowment for Democracy) nel 2017 più di 120mila dollari per le sue azioni sovversive contro il governo cubano.

Ultimamente, nel panorama internazionale, stiamo assistendo all’aumento di una certa confusione informativa proveniente da realtà non governative. Nella rivista “Latinoamerica e tutti i Sud del mondo” di cui sono stato direttore ed editore dal 2000 al 2015, avevo spiegato con molta preoccupazione il caso di Reporter sains frontieres nei confronti di Cuba, il cui direttore, Robert Menard, nel 2008, si dimise per andare nelle fila del Front National di Le Pen.

La risoluzione, poi, è passata con 386 voti a favore, 236 contrari e 59 astensioni. Non è stata quindi causale questa votazione, ma una precisa posizione politica, avvallata anche dall’Italia, con la votazione contraria, il 26 marzo scorso, assieme ad altri 14 paesi, contro la risoluzione presentata al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite sulle “ripercussioni negative delle sanzioni economiche nel godimento dei diritti umani che esorta gli Stati ad eliminare, interrompere l’adozione, il mantenimento o l’applicazione di sanzioni verso altri paesi”. Il blocco economico, però, è una sanzione applicata dagli Stati Uniti contro Cuba; votando contro la sospensione delle sanzioni la Comunità Europea conferma la necessità del blocco quale forma di pressione verso il governo cubano.

Super efficienti quindi per quanto riguarda la situazione “dei diritti umani a Cuba”, ma sordi e duri di cuore ai continui richiami del nostro Paese e di ong sui diritti umani calpestati dei migranti che solcano il Mediterraneo per avere una speranza di vita, in balia di scafisti senza scrupoli e trovando spesso la morte ad accoglierli. Ma la comunità Europea, ultimamente, sta vivendo momenti di forte imbarazzo, perché il loro ambasciatore all’Avana, Borrell, in una intervista, non se l’è proprio sentita di considerare Cuba una dittatura. Rumori di straccio di vesti da Bruxelles, ma senso della vergogna, zero.

A proposito, la ormai storica generosità degli abitanti di Lampedusa, che da anni accolgono i vivi e i morti che il mare sputa quasi ogni giorno, come la vogliamo considerare? Sfruttamento? Lavoro mal retribuito? Schiavitù? Alla coscienza di ognuno la risposta. So solamente che quindici anni fa scrivevo una facile profezia sul mare di gente disperata che ci avrebbe sommerso, stretta tra una morsa di guerre “portatrici di democrazia” e sfruttamento atavico del loro territorio.

In questi ultimi giorni stiamo assistendo, su Cuba, alla tempesta perfetta: un grosso focolaio di Covid-19 scoppiato a Matanzas (il governo ha inviato due brigate di 60 medici per alleggerire gli ospedali quasi al collasso); la quotidianità resa sempre più difficile, quasi impossibile per la difficoltà a reperire beni di prima necessità, ma anche per via dei trasporti, diradati perchè la benzina scarseggia da tempo; l’aggressività della disinformazione che parte da Miami e si ingigantisce sui social network, proteste fatte passare per “assalto al regime castrista”, false notizie sull’ipotetico appoggio degli artisti più prestigiosi. La musica unisce, la musica divide, pare. Buena Fe, insieme a un folto gruppo di artisti, ha confermato la sua posizione e appartenenza di sinistra davanti alle telecamere della televisione cubana. Il cantante, che gode della simpatia di milioni di followers dentro e fuori l’Isola, ha rimarcato: “Questo Paese va difeso per convinzione. Guai a chi sbaglia e crede che tutti noi che difendiamo la Rivoluzione siamo degli stronzi. Attenzione a questo! (...) Qui ci sono tante persone che si sono suicidate per questo Paese, la nostra stessa famiglia. Quello stesso sangue è lì. Non tradite quel sangue”. Di contro, due rapper, residenti nell’Isola, Maykel Osorbo e El Funky insieme ad altri musicisti che vivono a Miami, hanno prodotto la canzone “Patria y vida” (parafrasando “Patria o muerte” di Fidel) ottenendo milioni di visualizzazioni. Alcuni di loro appartengono al Movimiento San Isidro, la cui protesta aveva fatto immediatamente il giro dei media. Il Dipartimento di Stato degli USA aveva immediatamente supportato il Movimento sostenendo la necessità di rafforzare “la capacità dei gruppi indipendenti della società civile a Cuba di promuovere i diritti civili e politici nell’isola” e aveva condannato “la responsabilità dei funzionari cubani nelle violazioni dei diritti umani”. Una metodologia già trita e ritrita nel corso della vita politica cubana. Anayansi Castellón Jiménez, a capo del Dipartimento di Filosofia dell’Università Centrale “Marta Abreu” di Las Villas, contestualizza in una intervista a Cubadebate[3]: “Esiste una sorta di manuale delle operazioni psicologiche delle agenzie militari e di intelligence degli Stati Uniti, lo abbiamo visto più volte in Venezuela, Bolivia, Nicaragua, Ecuador, Argentina e Brasile, nell’ambito del laboratorio sperimentale permanente dell’imperialismo, che usa la stessa formula per generare i pretesti che permettono loro di attivare più sanzioni e persino di giustificare le loro avventure di guerra. Creano il problema e promettono una soluzione che porta ad una maggiore sofferenza i nostri popoli”. La disinformazione su Cuba è sempre esistita, l’arma potente usata dagli Stati Uniti, maestri nella fabbrica dell’informazione e che ora ha all’attivo i mezzi tecnologici sempre più sofisticati, dove è molto difficile verificare i limiti tra verità e finzione. Difficile, ma non impossibile, anche se in questo momento si bada più alla rapidità, alla immediatezza piuttosto che alla verifica dei contenuti. I social media vogliono apparire neutri, grandi piattaforme “democratiche” a cui tutti possono accedere, ma in realtà sono portatori essi stessi di una determinata ideologia, quella della razza padrona. È ormai un dato di fatto cosa sta avvenendo attorno a Facebook, già responsabile dello scandalo delle fake news durante la campagna elettorale Trump-Clinton e dichiarata responsabile, secondo le Nazioni Unite, Reuters e New York Times, del genocidio dei Rohingya, in Myanmar. È una vera e propria nuova guerra, anzi, una no linear war, come l’aveva definita Vladislav Surkov, uno dei più stretti collaboratori di Putin, fatta manovrando i media tradizionali e i social network: un’azione mirata anche attraverso le fake news, tesa alla scomposizione dei conflitti. Si sfocano volutamente i punti di riferimento e una certa narrazione di fronte alle opinioni pubbliche, ai media e ai decisori politici. Tutto si gioca su un incessante lavoro di reputazione e immagine degli altri. Cuba (ma anche altri paesi non allineati) è inserita in questa no linear war da parecchio tempo, cambiano i mezzi, ma la tecnica è sempre la stessa. È insomma una guerra comoda: si risparmia sul costo degli armamenti e sulle vittime militari e non si rischia la condanna della opinione pubblica internazionale. Quello che sta succedendo a Cuba, inoltre, si deve vedere in un’ottica più globale: dalle elezioni in Ecuador turbate dalle fake news intorno al candidato correista, alle irregolarità per decretare la vittoria di Luis Arce in Bolivia; stessa situazione in Perù con Pedro Castillo, la demonizzazione continuata di Nicolas Maduro, presidente venezuelano, i tentativi di impedire la candidatura di Lula in Brasile, sono il frutto marcio di una politica che gli Stati Uniti hanno sempre avuto per il loro “cortile di casa”.

Il 23 giugno scorso, l’Onu approva, quasi all’unanimità, la risoluzione per la fine dell’embargo a Cuba, che ha provocato da varie decadi, sofferenze e danni incalcolabili. Unici due astenuti: Stati Uniti e Israele. Obama, nel 2016, aveva scelto l’astensione, ma con Trump prima e ora con Biden, si è ritornati al voto contrario.

Oggi stiamo assistendo a un Golia che, non contento della sua violenza usata contro chi non può e non vuole rispondere alle provocazioni, blocca le braccia a Davide per colpirlo meglio e di più.

È una situazione inaccettabile e pericolosa: oggi tocca a Cuba, domani potrebbe toccare, per interessi di ogni tipo, a qualunque Paese si discosti dal pensiero corale.

È una situazione inaccettabile per un Paese come Cuba, che è portatore di un sistema unico nel panorama politico mondiale, a cui ha aderito il suo popolo.

È una situazione così inaccettabile che mi è impossibile voltare la faccia da un’altra parte, come uomo e come giornalista.

Vorrei infine, segnalarvi l’operato dell’Associazione Amicizia Italia Cuba, che da decenni aiuta questa piccola Isola. In questi giorni si sta prodigando alla raccolta fondi per comprare 10milioni di siringhe per la vaccinazione del popolo cubano. Servono 800mila euro da destinarsi al Ministero della Salute Pubblica di Cuba [4].

Dobbiamo aiutarli, per aiutarci a restare umani.

Note

[1] https://www.agenziainterscambiocuba.org/contesto-politico-embargo-ieri-e-oggi/

[2]https://www.ilsole24ore.com/art/cuba-stop-disgelo-usa-trump-tornano-all-embargo-ABhqWitB

[3] http://www.cubadebate.cu/especiales/2020/12/10/la-verdad-siempre-es-revolucionaria-arte-libertad-de-expresion-y-dialogo-dentro-del-socialismo/

[4] https://www.facebook.com/associazione.italiacuba/photos/a.404439848798/10159601446153799/

Fonte

03/04/2021

Alla solidarietà di Cuba il capitalismo risponde con l’embargo

Pochi giorni fa, al Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU è stata presentata una mozione per la cessazione delle sanzioni economiche unilaterali applicate nei confronti di alcuni Paesi durante il periodo della pandemia. La mozione avanzata da Cina, Palestina e Azerbaigian a nome dei Paesi non allineati era finalizzata, tra le altre cose, a permettere alle nazioni schiacciate dal peso insostenibile degli embarghi di riprendere fiato e accedere sui mercati internazionali a merci essenziali per affrontare la crisi.

La mozione non vincolante – un mero strumento di pressione – è passata con 30 voti a favore, 2 astenuti e 15 contrari, tra cui, tristemente, tutti quelli appartenenti all’Unione europea, Italia compresa. Tra i paesi più duramente colpiti da queste sanzioni, figura certamente Cuba (oltre a Venezuela, Siria, Iran), colpevole di non essersi mai allineata alle politiche internazionali perseguite dagli Stati Uniti. L’UE e l’Italia appoggiano così fedelmente una logica di subalternità e attiva complicità rispetto alla politica estera statunitense, basata da sempre sul sistematico annichilimento militare o economico delle nazioni che sfidano gli interessi americani, soprattutto se queste sviluppano politiche di stampo socialista che sfidano apertamente il paradigma economico dominante.

Per comprendere l’enorme importanza del problema cerchiamo di capire quali sono le conseguenze economiche delle sanzioni. Un sistema di sanzioni – spesso definito embargo, dall’uso estensivo della parola spagnola che indica un blocco navale – è costituito da una serie di misure che possono penalizzare gravemente la vita economica di un Paese: divieti alle importazioni ed esportazioni di merci e servizi; sospensione delle attività di cooperazione e assistenza tecnica; boicottaggio economico di Stati o imprese di Stati terzi che commerciano con il Paese soggetto a sanzioni; restrizioni finanziarie, compreso il blocco ed il sequestro di conti bancari, partecipazioni aziendali e fondi di investimenti esteri; divieto di trasferimento delle rimesse finanziarie da parte dei cittadini emigrati; e infine restrizioni al movimento di persone con divieti di visto o di viaggio.

Si tratta di un potente strumento di pressione finalizzato a imporre una linea di politica economica e di relazioni internazionali allineata con la volontà della potenza di turno. Comminate spesso dietro la risibile scusa del rispetto dei diritti umani, in un lampante esercizio retorico fondato sulla prassi dei due pesi e due misure, le sanzioni economiche arrivano ad annichilire un Paese portandolo ad una situazione di tale difficoltà da costringerlo spesso a modificare la propria linea politica, aderendo ai diktat altrui.

Si tratta di un sistema alternativo all’intervento militare che, da parte di chi lo attua, ha il grande pregio di non dover scontare forme di opposizione popolare interna e di comportare un esborso economico più contenuto rispetto a un’operazione militare vera e propria. Le conseguenze economiche e umanitarie di un embargo possono essere drammatiche. Per fare un esempio, secondo un tristemente celebre rapporto dell’Unicef, le sanzioni all’Iraq introdotte nel 1991 dopo la guerra del Golfo causarono la morte di oltre mezzo milione di bambini a causa di malattie curabili, rese letali dall’impossibilità di importare medicinali e strumenti sanitari di prima necessità. Le sanzioni colpirono infatti non soltanto ogni tipologia di bene d’uso militare, ma centinaia di beni essenziali di uso civile: farmaci salvavita, vaccini, macchinari a raggi X e molti altri beni di prima necessità.

Altrettanto emblematico è il caso cubano. La storia dell’embargo contro Cuba è tristemente nota. Tutto ebbe inizio a seguito della rivoluzione socialista del 1959, che trasformò l’isola caraibica da bordello nord-americano a Paese indipendente ed impegnato a costruire con dignità un futuro di giustizia sociale, sviluppo economico e solidarietà internazionale. Una sfida che gli Stati Uniti non potevano accettare a poche centinaia di chilometri dalle proprie coste. Ne seguì l’introduzione di un micidiale sistema di sanzioni economiche che colpiva l’intero complesso di scambi commerciali tra l’isola e gli Stati Uniti.

La prima nel 1960, con il divieto di importazione negli Stati Uniti della canna da zucchero (coltura agricola fondamentale per l’economia cubana), adottata come ritorsione contro le nazionalizzazioni di imprese di proprietà nord-americana effettuate dal governo di Fidel Castro. Seguì nel 1962 l’approvazione da parte del presidente Kennedy di un embargo totale su tutte le importazioni ed esportazione tra Cuba e Stati Uniti. Nel 1963 vennero inoltre congelate tutte le attività finanziarie cubane negli Stati Uniti e vennero emanate forti restrizioni per i viaggi verso Cuba da parte di cittadini statunitensi. A trent’anni di distanza, dopo la fine della guerra fredda e il collasso dell’Unione Sovietica, anziché ammorbidirsi il regime sanzionatorio statunitense si fece più feroce. Ciò avvenne in una fase di gravissima crisi economica per Cuba, dovuta alla perdita del partner commerciale sovietico che causò nell’Isola caraibica una caduta del PIL del 37% nel periodo 1989-1994.

Proprio in quel difficile frangente, mentre la comunità internazionale auspicava la fine dell’embargo su Cuba, il presidente Bush senior approvò nel 1992 la legge Torricelli: quest’ultima stabilì il divieto di commercio con Cuba per tutte le filiali estere di imprese statunitensi, il divieto assoluto di viaggiare a Cuba per i cittadini nord-americani e il divieto di versare rimesse a Cuba per gli emigrati cubani residenti negli Stati Uniti. Inoltre, impose un sistema di ritorsioni dirette a tutti quei paesi impegnati in programmi di aiuti economici verso Cuba, privandoli di ogni forma di sostegno finanziario o di cooperazione economica e tecnica. Pur esentando dai divieti di esportazione medicinali e farmaci, la legge Torricelli sottoponeva anche quel tipo di beni a strettissimi controlli, impedendone di fatto l’ingresso nell’isola. Dall’embargo unilaterale si passava così all’accerchiamento economico ottenuto con una forzata internazionalizzazione delle sanzioni verso Cuba.

La successiva legge Helms-Burton del 1996 approvata sotto la presidenza di Bill Clinton giunse all’apice della durezza criminale del sistema sanzionatorio: si previde l’applicazione di ritorsioni economiche rivolte a tutte le imprese straniere che commerciassero con Cuba e la promozione di un boicottaggio della presenza di Cuba nell’alveo delle istituzioni finanziarie internazionali (FMI, Banca mondiale), nonché ritorsioni da parte degli Stati Uniti verso queste ultime in caso di varo di programmi di aiuti verso l’Isola caraibica. Provvedimenti estremi, finalizzati a fare terra bruciata a livello internazionale attorno a qualunque Paese o soggetto privato che intrattenga rapporti economici con Cuba.

La situazione dell’embargo contro Cuba, malgrado 24 risoluzioni ONU di condanna votate quasi all’unanimità (con l’eccezione di Stati Uniti, Israele e pochi altri) non ha visto alcun cambiamento apprezzabile, ad eccezione di un modesto allentamento delle restrizioni relative al commercio di prodotti agricoli nei primi anni 2000. Al di là dei proclami sulla necessità di superare ‘el bloqueo’ la stessa presidenza Obama non ha proceduto in tal senso, se non tramite limitate misure di parziale allentamento dei divieti di mobilità dei cittadini statunitensi verso Cuba. Nel 2016 Trump ha invece riacutizzato alcuni effetti dell’embargo con più strette limitazioni al versamento di rimesse economiche dagli Stati Uniti a Cuba, nuove restrizioni per i viaggi verso l’isola e un blocco integrale delle transazioni finanziarie cubane, che erano in parte “tollerate” nei circuiti internazionali.

Naturalmente l’insieme di queste misure draconiane nei decenni successivi alla rivoluzione ha provocato incommensurabili danni economici e sociali a Cuba. Le gravi limitazioni al commercio con l’enorme economia statunitense e la pressione compiuta dagli USA sugli altri Paesi affinché non abbiano rapporti commerciali con l’isola, hanno implicato gravissime difficoltà d’approvvigionamento di beni anche di prima necessità, specie dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Le gravissime conseguenze dell’embargo dopo 60 anni sono lampanti in tutti i settori dell’economia ivi compresi i più delicati, come la sanità l’istruzione e il settore alimentare. La carenza di forniture sanitarie, farmaci, sementi e macchinari per l’agricoltura e l’allevamento, apparecchiature e mezzi per i trasporti e per i servizi di telecomunicazione e informatici è stata una tragica costante degli ultimi 30 anni.

Eppure, l’economia cubana è rimasta in piedi e il suo sistema sociale di impronta socialista basato su un’equa distribuzione delle risorse, su una estesa produzione pubblica e sulla piena garanzia dei fondamentali diritti sociali di tutti i cittadini è stato preservato, nonostante gli effetti devastanti dell’embargo, mantenendo peraltro un indice di sviluppo umano elevatissimo in particolare grazie agli eccellenti sistemi sanitario e di istruzione universalistici.

Per di più Cuba, malgrado tutto, è stata in grado di costruire un sistema nazionale pubblico di biotecnologie, il cui stato di avanzamento ha consentito all’Isola di sviluppare diversi tipi di vaccino contro il Coronavirus, al momento a vari stadi di sperimentazione. Un concreto contributo alla causa della salute pubblica internazionale, consapevolmente ignorato dal sistema politico internazionale, poiché estraneo al sistema farmaceutico capitalistico, orientato innanzitutto al perseguimento sistemico del profitto.

Le sanzioni economiche contro Cuba, esacerbate in una fase storica in cui il Paese non poteva più rappresentare una minaccia diretta per gli Stati Uniti, si sono sempre più rivelate mero strumento di guerra finalizzato a strangolare una nazione che non soltanto non si è mai piegata al capitalismo e all’imperialismo nord-americano, ma ha per decenni continuato a praticare forme di solidarismo internazionalista, che trovano il loro apice nelle missioni sanitarie che lo Stato cubano promuove da anni in 50 Paesi del mondo.

Missioni che proprio nei mesi recenti si sono moltiplicate nella fase della pandemia da Covid19 quando Cuba, nonostante le proprie difficoltà, ha volontariamente inviato in 25 paesi, tra cui l’Italia, 3500 medici per assistenza nella lotta all’epidemia. Proprio il nostro Pese, nelle drammatiche settimane di marzo del 2020, ha beneficiato di una missione di 52 medici cubani nelle città di Crema e Torino duramente colpite dalla circolazione del virus. Mentre Cuba ci invia medici, gli Stati Uniti tengono chiuse nel cassetto decine di milioni di dosi di vaccino, che potrebbero salvare vite in tutto il mondo.

Per di più, in questo contesto di crisi sanitaria ed economica, l’amministrazione statunitense non ha fatto altro che indurire gli effetti economici del boicottaggio sistematico contro Cuba arrivando persino a classificare le missioni mediche cubane come una forma di lavoro forzato che lo Stato imporrebbe al personale medico, quindi classificabili come fattispecie di “tratta di esseri umani”, inserendo Cuba nella lista nera dei paesi che promuovo suddetta tratta. Nell’ottobre del 2020 si è giunti alla presentazione di una legge (in discussione) che condannerebbe tutti i Paesi che beneficiano delle missioni mediche cubane all’inserimento nella lista nera delle nazioni che favoriscono la tratta di esseri umani con tutte le conseguenze del caso.

Questo scempio giuridico e morale si consumava proprio mentre a livello internazionale si cercava di favorire un allentamento delle sanzioni che colpiscono vari paesi del mondo limitandone la capacità di adottare politiche di contenimento degli effetti della pandemia. Il Segretario generale dell’ONU Guterres, pochi giorni dopo la proclamazione dello stato di pandemia globale dichiarava l’urgenza di eliminare i sistemi delle sanzioni, in particolare i più duri contro Cuba, Siria, Venezuela e Iran, definiti come lesivi dei diritti umani fondamentali. Poco dopo, all’Assemblea Generale dell’ONU, l’UE ha votato assieme a Stati Uniti, Regno Unito, Georgia e Ucraina per respingere una risoluzione proposta dalla Russia che avrebbe sospeso le sanzioni durante l’emergenza Coronavirus.

Qualche giorno fa si arriva all’ultimo triste epilogo, che vede nuovamente i paesi europei e l’Italia schierati nel Consiglio dei Diritti umani contro i tentativi di porre fine ai criminali regimi sanzionatori che mietono diritti e vite umane. L’Italia ha ricevuto l’aiuto dei medici cubani nei suoi giorni più difficili e oggi ha scelto di ricambiare votando perché le sanzioni unilaterali continuino ad essere una pratica tollerata nel mondo. Una scelta di cui vergognarsi, figlia di una logica spietata e chiarissima. Milioni di vite umane e la dignità e il benessere di intere nazioni, ree di voler difendere un modello economico solidale fondato sulla giustizia sociale e l’internazionalismo tra i popoli, devono essere sacrificate sull’altare del dominio capitalistico del mondo ricco.

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02/04/2021

USA - Qualcosa di grande sta accadendo nella comunità cubana

Domenica 28 febbraio, una carovana di più di un centinaio di biciclette e automobili – imbandierate con cartelli e striscioni, luci intermittenti che lampeggiavano e altoparlanti a tutto volume – si apriva il passo per le strade di Miami, esigendo la fine del bloqueo statunitense contro Cuba. Questa è stata l’ottava azione, l’ultima organizzata tra quelle che si sono realizzate l’ultima domenica di ogni mese, che è passata dalle undici biciclette dello scorso luglio a quello che è oggi, raggiungendo una risonanza sempre più forte e un maggior livello d’organizzazione.

Il messaggio centrale della mobilitazione è rimarcato una volta dopo l’altra da Jorge Medina, il promotore iniziale di questo impegno all’azione; è uno youtuber che in rete si fa chiamare El Proteston Cubano. Questo è ciò che ha dichiarato in una conferenza stampa all’inizio della carovana di questo mese:

“Siamo cubani, siamo contrari a questa misura ingiusta e crudele che il nostro governo, il governo degli Stati Uniti, ha promulgato contro la nostra isola, contro le nostre famiglie sull’isola, e per questo abbiamo levato le nostre voci, i nostri corpi, le nostre gambe, per dimostrare che in questa città non tutti la pensiamo allo stesso modo. Apparteniamo a differenti tendenze politiche. C’è gente di sinistra, di centro e di destra, ci sono persone di ogni genere qui. Speriamo che si uniscano ancora più persone, per continuare a marciare insieme a noi – proviamo a dimostrare un principio – che è quello che in questa città c’è molta gente che la pensa in modo diverso, che non è d’accordo con queste misure... Siamo un movimento che al suo interno ha molte opinioni differenti. Non ci interessa se sei repubblicano o democratico, capitalista o socialista, quello che ci unisce è l’amore per la famiglia cubana che ci spinge a esigere la fine del blocco contro Cuba, la fine di politiche che limitano il nostro diritto a viaggiare, che impediscono l’invio di rimesse economiche che aiutano le nostre famiglie”.

Medina si è ispirato originalmente a Carlos Lazo, un veterano cubano-statunitense della guerra in Iraq, ora professore di scuola, che compiendo un viaggio in bicicletta da Seattle a Washington manifestava a favore della costruzione di “ponti d’amore” per porre fine al blocco contro Cuba.

Nato a Cuba, attraversò lo stretto della Florida su di una zattera trent’anni fa, quando lui ne aveva ventisei. Il sito web Cuba Edactional Travel riferisce che precedentemente aveva passato un anno in carcere a Cuba. Successivamente si unì alla Guardia Nazionale e fu mandato in guerra in Iraq come medico in zona di combattimento a Falluja.

In seguito Lazo si sorprese, riferisce lo stesso sito web, quando: “subito dopo sette mesi di missione in Iraq, dove la sua vita fu sotto constante minaccia e la sua anima distrutta, gli fu impedito di salire a bordo di un aereo per L’Avana per incontrare i suoi familiari, questo grazie alle ultime disposizioni promulgate all’epoca da Bush. Leggi, emanate da quella amministrazione, che limitavano le visite dei cubano-americani sull’isola a una ogni tre anni, e di soli quindici giorni. Senza che si potessero esprimere dubbi, lamentele o obiezioni... eroe di guerra? Non ebbe nessuna importanza”.

Medina, che se ne andò da Cuba undici anni dopo Lazo, anche lui, per un periodo, finì in una prigione cubana.

Nel suo primo viaggio di ritorno a Cuba, nel 2012, dopo aver vissuto dieci anni negli Stati Uniti, andò a una manifestazione delle Damas de Blanco[1], conobbe Antonio Rodiles (noto “dissidente” oppositore del governo cubano)... voleva familiarizzare con l’opposizione. Il viaggio gli fece scoprire, tra le altre cose, “che quel discorso non lo rappresentava, che la sua voce era differente”.

Come per molti altri immigrati cubani, la vita che trovarono negli Stati Uniti risultò essere differente dai miti che, in un primo momento, lo avevano motivato a venire qui. Questi immigrati diventarono studenti della dura scuola dell’Università dello Zio Sam, si laurearono sì, ma diventarono persone differenti! Persone che non solo videro il loro nuovo paese sotto una luce diversa, ma lo fecero anche con la patria che avevano lasciato.

Le vecchie mitologie stavano per essere abbattute da nuove realtà. Una politica estera degli Stati Uniti nata dall’odio per la Rivoluzione Cubana del 1959 (e la paura che dal suo esempio scaturisse una messa in discussione della dominazione di Washington su tutti i Caraibi e l’America Latina), ricevette l’avallo di cui aveva bisogno, nell’infame Memorandum Mallory. Questo documento del Dipartimento di Stato riconobbe, a denti stretti (e in privato), la popolarità di cui godeva il governo di Fidel e tracciò la politica per la quale, per sgretolare questo appoggio popolare, l’unica forma era quello di imporre una severa sofferenza per ragioni economiche all’isola, tale da provocare rivolte sociali contro il regime.[2]

L’annientamento dell’invasione della Bahía de Cochinos (la baia de Porci) grazie a una mobilitazione popolare delle forze cubane confermò l’analisi di Mallory e diede inizio al Blocco. Per sessant’anni Washington ha adottato più e più misure di asfissia economica “per far sì che Cuba torni ad essere sicura per gli Stati Uniti”.

Ma per sessant’anni Cuba ha resistito.

Adesso, però, la guerra economica e politica bipartisan di dodici differenti amministrazioni statunitensi si trova di fronte a una resistenza indesiderata e che non si aspettava, in un luogo dove nessuno l’avrebbe immaginato: le strade dei quartieri a maggioranza cubano-americana di Miami!

Non dovrebbe sorprendere nessun osservatore attento che il movimento delle carovane che sta nascendo qui (e che ha avuto eco durante questo mese con manifestazioni simili nelle città di New York, Ottawa, Montreal, Minneapolis, Seattle e Los Angeles), inevitabilmente incontrasse la partecipazione delle nuove generazioni di immigrati cubani.

Una mafia di destra è stata allestita e spronata, amministrazione dopo amministrazione, con privilegi (migliorie nelle prestazioni sociali, e speciali leggi d’immigrazione che non sono utilizzabili, ad esempio, dai rifugiati di Haiti e di altri paesi dove furono instaurate dittature con il favore di Washington), con l’obiettivo di strutturare Miami come base del sentimento anticomunista. Privilegi che furono rapidamente sostituiti dal terrore degli scagnozzi dei mafiosi e dall’intimidazione sociale nei confronti di chiunque rifiutasse di mettersi in riga (solo per fare un esempio, tre mesi dopo che Medina ebbe aperto il suo canale di Youtube, nell’agosto del 2015, qualcuno lanciò una bottiglia incendiaria contro la sua automobile).

I think tank delle università ricevettero finanziamenti per creare una matrice ideologica addomesticata funzionale a questo disegno, dove i banchieri e i padroni, di origine cubana, delle imprese dello sfruttamento più selvaggio, potessero esaltare il loro odio per Fidel, mentre la gran maggioranza dei migranti cubani lavorava senza garanzie sindacali e in quartieri poveri.

Il mito di Miami come un unico blocco unito della politica reazionaria, base d’appoggio per Trump, Rubio, Scott e altri soggetti del genere, si è visto rafforzato in qualche modo dai risultati delle elezioni del 2020. Un osservatore superficiale potrebbe notare, e sarebbe corretto, l’aumento nel numero di voti per Trump, la destituzione della democratica Donna Shalala e altri colpi inferti all’apparato elettorale democratico, qui, nel luogo che aveva portato la contea di Miami-Dade a favorire l’elezione della Clinton nel 2016.

Il movimento delle carovane, però, ha cominciato a muovere i suoi primi passi esattamente nel mezzo di quella campagna elettorale, quando tutte le attività, secondo il costume della politica statunitense, si penserebbe siano subordinate alle esigenze elettorali, e invece il movimento vedeva raddoppiare ogni mese la sua partecipazione proprio nel momento in cui si avvicinavano le elezioni.

Per quanto i numeri dei suoi partecipanti siano ancora ridotti, se si comparano con la politica la cui contabilità si basa su milioni di voti, le carovane contro il bloqueo affondano le proprie radici nello stesso tipo di realtà materiali che diedero impulso alla rapida crescita e al grande impatto di movimenti precedenti, come quello abolizionista, quello delle suffragette, quello guidato da Martin Luther King, o al vasto movimento contro la guerra degli Stati Uniti contro il Vietnam. Allo stesso modo che per questi altri movimenti, se si lotta efficacemente contro le forze dell’establishment e i poteri costituiti dello status quo, questi non potranno mantenere il loro controllo, né sulla mitologia, né sulla realtà concreta.

I sondaggi di opinione mostrano come le carovane riflettano una polarizzazione dell’opinione pubblica e una forte divisione tra i cubano-americani. Una ricerca, che si svolge annualmente, realizzata nel 2019 dall’Università Internazionale della Florida ha riscontrato che, “per quanto la stragrande maggioranza dei cubano-americani che hanno partecipato al sondaggio concordino che ‘l’embargo’ non ha funzionato, più dell’ottanta percento rimane divisa in merito al doverlo mantenere”.

Non sorprende che, sotto una alluvione di propaganda di estrema destra dell’amministrazione Trump, “le opinioni siano cambiate significativamente in comparazione al periodo dell'amministrazione Obama che ristabilì le relazioni diplomatiche con il governo dell’isola nel 2015”, questo secondo quanto riferito dalla ricerca.

Dei 1001 cubano-americani che vi hanno preso parte a Miami-Dade, il 45% è a favore di mantenere “l’embargo”, il 44% si oppone (nel 2016 erano il 54%), e l’11% ha dichiarato di non saper o non voler rispondere.

È da qui che si acuisce la polarizzazione per cui “l’opposizione all’embargo è più forte tra i giovani, i cubano-americani di seconda e terza generazione e quelli che sono arrivati negli Stati Uniti dopo il 1995”
.

In altre parole, esattamente la tipologia di persone che stanno scendendo in strada, in numero sempre maggiore, da quando hanno avuto inizio le carovane nel luglio scorso.

L’allentamento delle restrizioni ai viaggi e alle rimesse ai familiari a Cuba realizzate dall’amministrazione Obama ebbero una grande approvazione. Il Miami Herald scrisse all’epoca che, “secondo fonti cubane, il numero di cittadini statunitensi che ha viaggiato a Cuba tra il 2015 e il 2016 è aumentato da un anno all’altro del 75%”.

Successivamente l’Herald aggiunse nuovi dati su come proseguiva questa tendenza, “a metà del 2016, i viaggi dei cubani residenti all’estero – per la maggior parte residenti negli Stati Uniti – e di altri turisti statunitensi in viaggio a Cuba, hanno raggiunto il secondo e il terzo posto nella graduatoria del turismo internazionale verso l’isola, solamente dietro il turismo canadese che detiene il primo posto. Da gennaio a giugno, i viaggi non relazionati con visite a familiari sono aumentati da 76.183 a 136.913, e questo prima che si desse avvio ai voli regolari da città statunitensi verso Cuba, cosa che non avveniva da più di cinquant’anni”.

“Ancora non sono disponibili i dati completi del 2016, però Josefina Vidal, capo negoziatrice di Cuba nelle trattative con gli Stati Uniti, ha affermato recentemente che il totale dei viaggi dei cubano-americani e di altri cittadini statunitensi lo scorso anno corrisponde a 614.433, questa cifra segna un incremento del 34%”.

Solamente dall’aeroporto internazionale di Miami, nel 2016, sono partiti 588.433 passeggeri con destinazione Cuba, mentre erano 444.667 l’anno precedente. Nel calcolo si includono i cubani che ritornano sull’isola dopo aver visitato gli Stati Uniti. I passeggeri in arrivo e diretti a Cuba via Miami hanno raggiunto la cifra di quasi un milione e duecentomila lo scorso anno in comparazione con i 907.263 del 2015”[3].

Anche le nuove misure introdotte da Obama, sull’ampliamento della possibilità di invio delle rimesse dei cubano-americani di Miami ai loro familiari a Cuba, hanno goduto di un appoggio popolare maggioritario. L’amministrazione di Donald Trump le ha impedite totalmente, affermando che queste rimesse erano intascate da imprese dirette dall’esercito cubano, “stiamo parlando di 3,7 miliardi di dollari all’anno che i militari amministrano a loro piacimento” dichiarò al Miami Herald Emilio Morales, membro della società di “consulenza” Havana Consulting Group.

Invece, sono risultate molto impopolari le 240 misure coercitive messe in atto dal governo di Trump, finalizzate a cambiare la politica della precedente amministrazione. Per più di mezzo milione di cubano-americani negli Stati Uniti, sono state avvertite come un attacco doloroso e personale al loro diritto a poter viaggiare, a poter incontrare e aiutare le proprie famiglie sull’isola.

Allo stesso tempo non bisogna ignorare l’impatto politico della pandemia del Covid-19, che ha fortemente colpito i cubano-americani più poveri, allo stesso modo che i poveri delle altre comunità negli Stati Uniti.

I principali mezzi di comunicazione statunitensi hanno dato scarsissima copertura a temi che i cubani di Miami sanno basarsi su elementi reali per le informazioni che ricevono dai loro familiari sull’Isola. Nonostante il rafforzamento senza precedenti del blocco nei suoi aspetti più brutali, che attacca sistematicamente, tra le altre cose, il sistema medico cubano – e questo rende una sfida per il paese acquisire forniture e strumentazione medica e mantenere l’infrastruttura della sanità pubblica – Cuba ha limitato la propagazione del virus, ha ridotto il costo umano della pandemia, e ha mantenuto ed esteso la sua assistenza medica in molte nazioni del mondo[4].

Il tasso di letalità a Cuba è dello 0,6%, uno dei più bassi al mondo. Una persona che si ammala con il Covid-19 nella contea di Miami-Dade ha il doppio di probabilità di morire di una persona che soffra della stessa malattia a Cuba.

Presto, i vaccini[5] che si stanno mettendo a punto a Cuba saranno disponibili in grande scala sull’isola e per la loro distribuzione ad altre nazioni, a cominciare dai paesi poveri che non hanno la possibilità di competere sul mercato mondiale nell’acquisto di vaccini prodotti dalle case farmaceutiche private, e che puntualmente finiscono iniettati nelle braccia di statunitensi ed europei.

Il pretendere di mettere fine al blocco coincide con la urgente necessità di dare avvio alla collaborazione medica con Cuba, una nazione che è disposta a condividere con il mondo la sua esperienza e il suo personale medico scientifico altamente qualificato.

È nella materialità dell’insieme di questi avvenimenti che il movimento delle carovane inizia il suo processo di maturazione. A partire dall’esempio di una manciata di persone che hanno agito come ispirazione iniziale, i partecipanti alle carovane hanno iniziato a sviluppare un loro processo organizzativo e decisionale. Hanno organizzato un comitato di autodifesa delle proprie iniziative, per prevenire qualsiasi tentativo da parte delle forze della potente estrema destra di Miami di disturbare, provocare o attaccare con la violenza il loro movimento.

Hanno costituito un comitato per lavorare con i mezzi di comunicazione. Per troppo tempo, i giornali, le televisioni e le radio, qui a Miami, non hanno voluto dare una copertura informativa obiettiva a questi avvenimenti che hanno una rilevanza giornalistica. I risultati iniziali di questa organizzazione del lavoro comunicativo sono incoraggianti. Univision, CBS2 TV e Mega TV (Canale 22), per la prima volta hanno fornito informazioni sulla carovana dello scorso mese (febbraio, n.d.t.).

Nella comunità di Miami, c’è una vecchia guardia di organizzazioni storiche che hanno lottato contro il bloqueo, resistendo per decenni alla violenza, violenza spesso omicida, agli attacchi terroristici, le calunnie dei politici e di una stampa foraggiata.

Quello che è diventato notizia adesso a Miami, è che c’è una nuova generazione di cubano-americani che si sta opponendo al bloqueo, a partire dall’esperienza di vita delle loro famiglie, ora, a Cuba, e delle loro esperienze di vita, ora, negli Stati Uniti. Non si tratta solamente di un processo di allontanamento dalla destra, ma di un processo di polarizzazione di maggior complessità, che apre eccezionali opportunità per ampliare e rafforzare la lotta contro il blocco.

La carovana di febbraio a Miami si è conclusa ballando allegramente nel parcheggio da cui era partita e a cui aveva fatto ritorno. Gli attivisti contro il bloqueo con molti decenni di esperienza si sono uniti alle persone che partecipavano alla loro prima manifestazione, alcuni dei quali erano andati lì con i loro figli. El Proteston è stato visto saltare per la gioia.

Alcuni lo hanno descritto come un momento d’amore, per la comunità cubana e dentro di essa, per i risultati che si stanno raggiungendo. Anche se non tutti gli attivisti possono ballare come i cubani, tutti i nostri cuori possono cantare di gioia, per quello che si sta sviluppando per le strade di Miami!

di Pete Seidman è uno statunitense militante comunista contro il Bloqueo e un dirigente dell’organizzazione: “US Hands Off Cuba and Venezuela”, (Stati Uniti Giù le Mani da Cuba e dal Venezuela).

Note

[1] Gruppo controrivoluzionario composto principalmente da mogli e sorelle di criminali comuni assoldate e dirette dalla CIA, per far passare i loro congiunti come prigionieri politici (n.d.t.).

[2] Memorandum Mallory, citazione: “La maggior parte dei cubani appoggiano Castro […] bisogna impiegare rapidamente tutti i mezzi possibili per debilitare la vita economica di Cuba […] provocare fame e disperazione e l’abbattimento del Governo”. Fonte Ecured (n.d.t.).

[3] Durante l’amministrazione di Donald Trump sono stati interrotti prima tutti i voli di linea regolari dagli Stati Uniti verso gli aeroporti cubani nelle varie città dell’Isola, successivamente anche i voli charter sono stati soppressi, lasciando un solo collegamento aereo con l’Avana (n.d.t.).

[4] La Brigata Medica d’Emergenza Henry Reeve -a favore della quale è in corso una campagna perché venga premiata con il Nobel per la pace 2021/2022- sono intervenute dall’inizio della pandemia ad oggi in 40 paesi del mondo con 57 Brigate composte da migliaia di medici e personale medico sanitario, (n.d.t.).

[5] Ci sono attualmente cinque candidati vaccinali cubani, più uno frutto della collaborazione scientifica tra la Cina e Cuba. Due dei cinque candidati vaccinali, Soberana 2 e Abdala, stanno per terminare la fase 3, la fase finale dei test clinici che coinvolge circa centomila volontari in varie città. Per i risultati estremamente incoraggianti finora ottenuti, le autorità scientifiche e sanitarie cubane contano di poter vaccinare da qui all’estate circa la metà della popolazione cubana; prima della fine del 2021 si calcola che tutta la popolazione dell’Isola verrà vaccinata (n.d.t.).

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