Grazie alla breve conferenza stampa tenuta ieri alla Moncloa, Pedro Sánchez è tornato a catturare l’attenzione sia dei propri sostenitori che dei critici con un nuovo annuncio, atteso da quasi due anni e reclamato caparbiamente da tutto il movimento di solidarietà con la Palestina.
Secondo quanto affermato dal presidente del consiglio spagnolo è imminente l’approvazione di un decreto legge che dovrebbe finalmente imporre l’embargo sulle armi a Israele e il divieto di attraccare nei porti spagnoli per le navi che trasportano materiale bellico o combustibile destinato all’IDF.
Il decreto dovrebbe anche includere il divieto di importare prodotti provenienti dai territori occupati, il divieto di entrata nello stato spagnolo per coloro che hanno violato i diritti umani e partecipato al genocidio a Gaza e diversi nuovi progetti di collaborazione con l’ANP, volti a rafforzarne il ruolo sia sullo scenario interno che internazionale.
Affiancato dalla bandiera spagnola e da quella dell’Unione Europea, Sánchez ha cominciato il proprio discorso riconoscendo il diritto di Israele ad “avere un proprio stato e a sentirsi sicuro”, ricordando le sofferenze patite nel corso della storia dagli ebrei. Ed ha proseguito con l’immancabile condanna del 7 ottobre, tacendo come di consueto sulla composizione plurale della resistenza palestinese, semplicemente condannando Hamas come organizzazione terrorista.
Dopodiché ha annunciato l’embargo ed ha usato ancora una volta il termine genocidio per riferirsi alle operazioni militari dell’IDF a Gaza.
Ma il Centre Delàs per la Pau avverte che il testo integrale e i dettagli del decreto per il momento non si conoscono. E afferma che “questo annuncio del presidente del governo arriva tardi, e ci piacerebbe pensare che non contenga vuoti e clausole opache; che comprenda ciascuno dei passaggi che alimentano la macchina degli armamenti israeliana”.
Il centro reclama un embargo veramente integrale, che davvero metta fine all’ambiguità sugli scambi militari con Israele. Secondo il centre Delàs “a giugno esponenti del ministero della difesa hanno annunciato un piano per disconnettersi dalla tecnologia militare israeliana che, secondo quanto annunciato dai mezzi di comunicazione, avrebbe incluso i progetti legati al missile Spike e ai lanciarazzi SILAM, ma il segretario di stato alla difesa ha dichiarato che nessuno di questi programmi è a rischio”.
Per il Centre Delàs un embargo integrale deve “impedire qualsiasi scambio, ogni transito e ogni operazione di carico e scarico in Spagna; deve obbligare a cancellare tutti i contratti con aggiudicatari israeliani, compresi gli intermediari e le filiali spagnole”.
Uno scetticismo giustificato dai dati sul commercio d’armi raccolti fin qui dal Centre Delàs, secondo il quale “tra l’ottobre del 2023 e il maggio del 2025, la Spagna ha importato da Israele almeno 54.370.124 euro, di cui 29.150.592 in armi e munizioni e 25.219.532 euro in tank e altri veicoli blindati da combattimento, incluso il loro armamento. Diciamo almeno perché esiste molto altro materiale di difesa il cui impiego militare non si può stabilire se non dopo molti mesi, in seguito alla classificazione del ministero del commercio”.
Scettici sull’annuncio anche molti rappresentanti di diverse organizzazioni di solidarietà con il popolo palestinese: quest’ultimi ricordano che il divieto al transito di armi dirette in Israele è in vigore dall’anno scorso ma non ha portato finora a nessuna ispezione dei carichi militari, reclamata invece dalle organizzazioni per i diritti umani e dai sindacati.
L’annuncio di Sánchez viene dopo una lunga serie di mobilitazioni che dal 7 ottobre non si sono mai interrotte e che, pur con diversa intensità e con momenti di stasi, hanno attraversato tutto lo stato spagnolo e hanno mantenuto una pressione continua sul governo del PSOE.
Se Sánchez si è deciso a compiere davvero questo passo, lo si deve:
– a un movimento composito animato dagli studenti che hanno imposto alle rispettive università la fine delle collaborazioni con i partner israeliani;
– ai lavoratori che hanno denunciato e boicottato la presenza di Israele a numerose fiere internazionali (prima fra tutte il Mobile World Congress a Barcellona) e ai raduni musicali come il Sonar;
– alla collaborazione tra baschi e catalani che ha interrotto gli affari dell’impresa basca Sidenor (acciaio) con Israele;
– alla grande manifestazione dello scorso maggio tenutasi a Madrid, con la partecipazione di 100.000 persone;
– al movimento BDS e alla rete di organizzazioni per la Palestina che hanno ottenuto misure simboliche come la chiusura degli uffici della Generalitat de Catalunya a Tel Aviv e la sospensione del gemellaggio del comune di Barcellona con la capitale israeliana;
– al manifesto di oltre 200 artisti che chiedevano la fine del commercio d’armi con Israele;
– alle contestazioni che hanno accompagnato quasi quotidianamente la presenza dell’equip israeliana alla Vuelta;
– alle pressioni dei partiti alla sinistra del PSOE, indispensabili alla tenuta del governo.
Fino alla grande iniziativa della Global Sumud Flotilla, che vede tra gli altri anche la partecipazione di un esponente della sinistra radicale dello stato spagnolo come l’ex sindaco di Barcellona, Ada Colau, e della deputata alla camera catalana Pilar Castillejo, della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), imbarcatesi al porto di Barcellona.
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