di Alessandro Volpi
La Consob ha reso noto a inizio settembre che BlackRock ha una partecipazione superiore al 5% in Bper. Si tratta solo di una delle infinite partecipazioni che il grande fondo di gestione statunitense ha in Italia. Provo a riassumerle per dare il senso del peso decisivo della società guidata da Larry Fink. BlackRock ha il 5,12% in Unicredit, il 5,005% in Intesa, il 5,022% in Enel, il 5,78% in Prysmian, il 5,16% in Rai Way, il 10% in EI Towers, il 5,036% in Bpm, il 3,518% in Mps, il 2,6% in Generali, più del 5% in Terna, in Azimut, in Moncler e in Snam, il 9,201% in Fineco, il 3% in A2a, il 3% in Amplifon, il 3,7% in Italgas, il 3% in Hera, il 5% in Atalantia, il 5% in Telecom Italia, più del 3% in Leonardo, il 4,23% in Mediobanca, oltre a una presenza “storica” in Stellantis e Mediaset.
In merito a queste partecipazioni sono necessarie tre considerazioni. La prima è rappresentata dal fatto che simili quote fanno di BlackRock spesso il primo o il secondo azionista e proprio da questo “rilievo” deriva il primato di BlackRock come azionista della Borsa di Milano per valore delle partecipazioni possedute. Se poi a BlackRock si aggiungono le partecipazioni di Vanguard e di pochissimi altri fondi Usa si arriva al 20% della stragrande maggioranza delle società italiane quotate a Milano.
La seconda considerazione si lega al fatto che BlackRock possiede queste partecipazioni attraverso fondi con cui ha raccolto il risparmio degli italiani e delle italiane.
La terza considerazione è facilmente intuibile: BlackRock è decisiva in tutti i settori strategici italiani, dall’energia, alle banche, alle multiutility alla manifattura. A tal riguardo occorre aggiungere un elemento. La presenza di BlackRock in Italia non si limita certo alle partecipazioni azionarie perché la società americana è il principale gestore del risparmio italiano, con una raccolta intorno ai 170 miliardi di euro attraverso vari strumenti, tra cui stanno crescendo rapidamente gli Etf.
Dunque, un unico fondo statunitense controlla buona parte del risparmio italiano e delle società nazionali, risultando, per molti versi, ben più decisivo delle politiche dello Stato. Ecco che cosa vuol dire essere una colonia del capitalismo finanziario Usa che, in termini complessivi, ha svolto bene il suo compito: arricchire i ricchi. Nel 1990 negli Stati Uniti esistevano una settantina di miliardari con una ricchezza di poco inferiore ai 120 miliardi di dollari. Nel 2025 i miliardari americani sono 1.135 con una ricchezza di 5.800 miliardi di dollari. Nello stesso periodo in Europa si è passati da una ventina di miliardari con una ricchezza di circa 25 miliardi di dollari ai circa 700 attuali con una ricchezza di oltre 3.000 miliardi di dollari.
Questo formidabile balzo è dipeso dallo spostamento dell’asse della ricchezza dei super ricchi verso i titoli finanziari – e dunque verso la finanziarizzazione accuratamente coltivata dal modello neoliberale – che compongono ormai quasi il 70% del totale dei patrimoni dei miliardari; uno spostamento in cui i grandi fondi, a partire proprio da BlackRock, hanno avuto un peso cruciale.
Con un’ulteriore necessaria specificazione. Sia i miliardari americani sia quelli europei derivano la propria ricchezza da titoli finanziari rigorosamente legati ai listini americani. Per essere più chiari: la ricchezza finanziaria dei miliardari americani ed europei, che come detto costituisce circa il 70% dei loro patrimoni, è costituita dallo stesso numero limitato di titoli soltanto americani e quotati nelle Borse americane. Per il modello liberale esiste un’unica ristrettissima élite, americana ed europea, che si è spaventosamente arricchita per l’esplosione della finanziarizzazione – nonostante le crisi che i super ricchi non hanno pagato – il cui unico centro nevralgico è costituito da Wall Street e dintorni: un’esplosione dunque che ha una sola capitale, la Borsa americana, ma che ha beneficiato di tante legislazioni internazionali e nazionali, tutte congiuntamente neoliberali, impegnate con certosina pervicacia a ridurre a zero le imposte sui patrimoni finanziari dei super ricchi.
Non è vero che il modello dominante degli ultimi trent’anni non ha funzionato: per qualcuno ha funzionato benissimo e ha dimostrato di avere una geografia del potere insostituibile.
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