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10/09/2025

Cosa sta costruendo Israele nel sito nucleare di Dimona? È ora di un’indagine internazionale

L’Associated Press (AP), agenzia di stampa con sede a New York, ha diffuso nuove immagini satellitari del sito nucleare israeliano di Dimona, nel deserto del Negev. Attraverso di esse è facile vedere la costruzione di nuove strutture che portano con sé nuovi interrogativi intorno a quello che dovrebbe essere il centro dell’arsenale atomico non dichiarato dello stato genocida.

Già nel 2021 l’AP aveva usato delle foto da satellite per mostrare che, presso il Shimon Peres Negev Nuclear Research Center, a meno di 100 chilometri da Gerusalemme, erano in corso uno scavo lungo 150 metri e largo 60. Nuove immagini ottenute attraverso il servizio satellitare Planet Labs PBC mostrano l’intensificazione di questi lavori, partiti probabilmente già tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019.

Da quello che è possibile vedere attraverso le foto, più piani interrati sono protetti da spessi muri di contenimento in cemento. Sette esperti hanno esaminato le immagini, confermando tutti quanti che la costruzione è collegata al programma nucleare israeliano. Però, le opinioni si dividono intorno a cosa sia effettivamente questa struttura.

Tre di questi studiosi hanno affermato che l’ubicazione e le dimensioni dell’area in costruzione, nonché il fatto che sembri avere più piani, suggeriscono che l’ipotesi più probabile sia la preparazione di un nuovo reattore ad acqua pesante. Tali reattori possono produrre plutonio e altro materiale essenziali per la realizzazione di armi nucleari.

Gli altri quattro esperti hanno invece ammesso la possibilità che si tratti di un reattore ad acqua pesante, ma hanno anche suggerito che il lavoro potrebbe essere correlato a un nuovo impianto per l’assemblaggio di armi nucleari. Ovviamente, da semplici foto satellitari è impossibile emettere giudizi definitivi.

Non si vede, per ora, alcuna cupola di contenimento o altre caratteristiche tipicamente associate a un reattore ad acqua pesante. Tuttavia, ci troviamo ancora in una fase preliminare dei lavori, e tale cupola potrebbe essere aggiunta in seguito, o gli israeliani potrebbero aver progettato un reattore che ne sia privo.

Le ipotesi sono ancora tutte sul tavolo, ma tutti gli esperti hanno sottolineato come i nuovi edifici possano essere facilmente collegati a un programma nucleare di natura militare. C’è anche una motivazione tecnica che spinge a credere si tratti di un reattore ad acqua pesante: quello attualmente presente a Dimona è attivo dagli anni Sessanta, e dovrà essere sostituito o ammodernato a breve.

“Se si tratta di un reattore ad acqua pesante, stanno cercando di mantenere la capacità di produrre combustibile esaurito che poi possono trattare per separare il plutonio da utilizzare per altre armi nucleari”, ha affermato Daryl G. Kimball, direttore esecutivo dell’Arms Control Association con sede a Washington.

È da questo tipo di reattore che Israele, come fanno oggi India e Pakistan, può portare avanti varie attività di ricerca scientifica, ma può ottenere anche, tra gli scarti, del plutonio utilizzabile per ordigni atomici. Tel Aviv mantiene una politica di ambiguità strategica riguardo il possesso o meno di tali armi, ma il Bulletin of Atomic Scientists del 2022 stimava circa 90 testate in mano israeliana.

Bisogna ricordare che Israele è uno dei soli quattro paesi al mondo a non aver firmato il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) e ha sempre ostacolato i controlli dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Interrogata sui lavori a Dimona, l’agenzia ha ribadito che Israele “non è obbligato a fornire informazioni su altri impianti nucleari nel Paese” al di fuori del reattore di ricerca Soreq.

L’AIEA ha mostrato troppa condiscendenza con l’opacità sionista, anche per l’ormai annunciata ambizione da parte di Rafael Grossi, suo Direttore Generale, di correre per il segretariato dell’ONU nel 2027: il sostegno degli Stati Uniti, ad esempio, è imprescindibile per fare questo passo.

Ma l’escalation bellica che Israele ha provocato in tutto il Medio Oriente, e l’evidente doppio standard e asimmetria rispetto al programma nucleare iraniano, ora che scatta l’allarme per un possibile aggiornamento dell’arsenale nucleare israeliano, impongono di far venire alla luce il pericolo che rappresenta il terrorismo sionista per tutta la regione, e non solo.

Ancora in un’intervista rilasciata il 7 settembre a La Repubblica, Grossi ha lanciato l’allarme sul pericolo della proliferazione nucleare per un mondo sempre più inclinato verso la guerra. Ha ricordato anche come l’AIEA non sappia, sin da giugno, dove si trovino i 400 chili di uranio iraniano arricchito al 60%.

La parzialità di queste dichiarazioni è confermata dal citare, poco dopo, il laboratorio costruito in una montagna a Isfahan, probabilmente per l’arricchimento dell’uranio. Il sito non è stato ispezionato non per impedimenti da parte di Teheran, ma perché i raid di Israele sono iniziati proprio il giorno previsto per la visita degli ispettori AIEA.

Ricordiamo che gli attacchi di Tel Aviv sono cominciati mentre le autorità iraniane stavano trattando con Washington gli obiettivi del proprio programma nucleare (e la consegna dell’uranio arricchito oltre gli standard civili). E che sono gli Stati Uniti ad essersi ritirati in maniera unilaterale dagli accordi stretti in merito nel 2015.

Lasciamo da parte altre ombre che si allungano sull’operato dell’AIEA in relazione all’Iran. È evidente che il pericolo per la stabilità della regione è rappresentato unicamente da Israele e dall’imperialismo occidentale che lo sostiene. La deterrenza che Teheran cerca ha origine nell’ambiguità sionista e nell’impossibilità di fidarsi di qualsiasi trattato stretto con l’Occidente.

Questa asimmetria va denunciata, ma vista la delicatezza del momento, mentre Israele porta a termine il genocidio dei palestinesi, è chiaro come sia necessaria una forte pressione internazionale perché Israele sia posto sotto osservazione internazionale riguardo ai nuovi edifici nel Negev. Non è più tollerabile che vi sia accondiscendenza riguardo al possesso di armi atomiche da parte di uno stato terrorista.

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