Alla quarta settimana di guerra ci sono appena due novità, entrambe rilevanti ma per nulla rassicuranti circa la rapida conclusione del conflitto.
La prima riguarda il tentativo, fatto da Teheran, di raggiungere la base anglo-statunitense di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, con due missili. Si dice che uno sia finito in mare prima, l’altro sarebbe stato abbattuto a breve distanza dall’isola.
Il dato rilevante è la distanza dall’Iran: quasi 4.000 km. Fin qui la dotazione missilistica di Teheran era classificata come di breve-medio raggio, ossia con una gittata massima di quasi 2.000 km. Si scopre ora che ne possiede una tipologia che viaggia ad una distanza doppia. Il che cambia radicalmente lo scacchiere degli obiettivi teoricamente raggiungibili dalla reazione iraniana, e quindi il concetto stesso di “sicurezza” degli attaccanti e dei loro complici.
La definizione non piace ai governi europei, per esempio, ma come altro si può definire un qualsiasi paese che concede basi militari ad un esercito straniero che le usa per la logistica della guerra che sta conducendo?
È chiaro che secondo il diritto di guerra, e soprattutto per le consuetudini di qualsiasi guerra, quelle basi sono “obbiettivi legittimi” per il paese che è stato attaccato (in questo caso l’Iran). In pratica – o meglio, speriamo soltanto in teoria – Sigonella potrebbe essere legittimamente attaccata, ed è anche raggiungibile.
Ma Italietta a parte, secondo i giornali americani il tentativo di colpire “Diego Garcia” non è stato un semplice test missilistico, ma uno “shock geografico” che ha scosso i centri di potere di Washington e Londra.
Il Wall Street Journal ha citato funzionari israeliani secondo i quali “la campagna di bombardamenti contro l’Iran ha danneggiato le sue capacità offensive, ma i missili a lungo raggio lanciati contro la base di Diego Garcia dimostrano che tali capacità sono ancora intatte”.
Ma il fatto che i missili iraniani abbiano raggiunto la periferia di Diego Garcia significa che quelle “città missilistiche” sotterranee a Kermanshah, Semnan e nel Golfo hanno prodotto una nuova generazione di missili in grado di raggiungere l’oceano, per dimostrare al mondo che i limiti della deterrenza iraniana non si fermano più ai confini della regione, ma hanno ormai raggiunto i lontani porti dell’Atlantico.
La seconda novità è stata provocata da uno sconsiderato attacco ai centri di ricerca nucleare di Natanz, sulla strada tra Isfahan e Tehran. Questi laboratori erano già stati bombardati nella “guerra dei 12 giorni”, nel giugno scorso. L’Aiea non aveva registrato perdite radioattive (come in questo caso, peraltro), ma l’attacco era servito a Trump per dichiarare che il programma nucleare iraniano era stato cancellato, e dunque la fine di quella guerra.
Otto mesi dopo, invece, lo si attacca – alla fine della terza settimana – perché “l’Iran stava per realizzare una bomba atomica”.
In una rara esibizione di cautela persino Israele ha negato di aver partecipato al bombardamento di Natanz, scaricando di fatto la colpa sugli americani. Ma non è bastato ad evitare la severa reazione di Teheran, che ha lanciato diversi missili balistici contro Dimona, nel deserto del Negev, che ospita di sicuro una centrale nucleare e – secondo attendibilissime “voci” – anche le testate nucleari illegali (non dichiarate e non sottoposte ai controlli dell’Aiea, come invece lasciava fare Teheran fino all’anno scorso).
I media israeliani hanno stavolta subito confermato – contrariamente al solito (tanto che persino i giornalisti rischiano l’arresto per la diffusione di foto o notizie non avallate dalla censura militare) – che, oltre al crollo degli edifici, un serbatoio di gas nella zona è stato danneggiato.
Il sindaco di Dimona ha dichiarato alla radio israeliana che si sono registrati “feriti a seguito della caduta di missili iraniani in diverse zone della città”. Il canale televisivo israeliano Canale 12 ha poi riferito che il numero dei feriti è salito a oltre 47. Diversi elicotteri militari israeliani sono atterrati all’aeroporto di Dimona per evacuare i feriti.
Da parte sua, la televisione iraniana ha rivelato che l'attacco a Dimona è stato eseguito “dopo che Stati Uniti e Israele hanno attaccato la centrale nucleare di Bushehr e gli impianti di Natanz”, confermando la pratica dell’“occhio per occhio” che sembra guidare la difesa in questa fase.
Le agenzie di stampa hanno ripreso i comunicati in cui si precisava che “installazioni militari e centri di sicurezza ad Arad, Dimona, Eilat, Beersheba e Kiryat Gat sono stati presi di mira”, sottolineando che “gli attacchi a queste installazioni giungono dopo il crollo del sistema di difesa aerea sionista e delle basi di Ali Salem, Menhad e Al Dhafra”. Anche un osservatore esterno capisce che stavolta questo messaggio non può essere derubricato alla solita vanteria della propaganda di guerra.
Dimona, proprio perché sito nucleare strategico per Israele, è la postazione più protetta con l’Iron Dome, lo “scudo antimissile” che si presentava fino alla “guerra dei 12 giorni” come “impenetrabile”. Se ora è stata colpita da diversi missili significa che le difese antiaeree – che sparano missili Patriot o Thaad – stano a corto di munizioni (come previsto da molti, tranne che da Netanyahu), oppure che i missili iraniani sono evoluti migliorando di molto le proprie prestazioni.
Non sappiamo quale sia l’ipotesi peggiore, per Israele.
Non c’è bisogno di spiegare che questo pesante botta e risposta “para-nucleare” segna un altro passo verso la guerra totale. Alla pari, se non peggio, della decisione di tre giorni fa di bombardare gli impianti petroliferi di South Pars, cui Teheran ha risposto bloccando di fatto per anni buona parte della produzione di gas del Qatar. Gettando così nel panico non solo “il mercato” degli idrocarburi, ma tutta la filiera degli approvvigionamenti energetici di buona parte del Mondo.
Terza e ultima novità, forse minore come peso politico ma importante sul piano militare, anche Israele ha dovuto ammettere che un suo caccia bombardiere sia stato colpito dall’“ormai inesistente” contraerea iraniana, al pari di un paio di F-35 statunitensi.
Pare che questi aerei, ritenuti “invisibili” ai radar perché dotati di contromisure elettroniche che di fatto annullano il segnale radar che li raggiunge, siano stati bersagliati da un tipo di missili orientati dalla “ricerca di calore”. E in aria gli unici volatili che producono certe temperature sono soltanto gli aerei.
Insomma, l’invisibilità e l’invulnerabilità degli attaccanti – certamente molto superiori per tecnologia e quantità di munizioni – non è più così garantita da consentire di fare avanti e indietro sparando come nei videogiochi.
Come al solito, quando il blitzkrieg non riesce ad ottenere i risultati sperati, l’aggressore si trova ogni giorno davanti alla alternativa tra aumentare la dose o innestare la marcia indietro. L’attuale vertice degli Stati Uniti, dominato da gente con zero controllo dei propri impulsi, rimbalza ad ore diverse tra minacce e promesse.
Così stanotte Trump ha diramato il centesimo ultimatum – «L’Iran ha 48 ore per aprire lo Stretto di Hormuz, poi colpiremo le centrali elettriche» – subito dopo aver confessato di “star valutando una riduzione dell’operazione militare” e aver sospeso alcune delle sanzioni unilaterali sul petrolio iraniano.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Dimona. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Dimona. Mostra tutti i post
22/03/2026
10/09/2025
Cosa sta costruendo Israele nel sito nucleare di Dimona? È ora di un’indagine internazionale
L’Associated Press (AP), agenzia di stampa con sede a New York, ha diffuso nuove immagini satellitari del sito nucleare israeliano di Dimona, nel deserto del Negev. Attraverso di esse è facile vedere la costruzione di nuove strutture che portano con sé nuovi interrogativi intorno a quello che dovrebbe essere il centro dell’arsenale atomico non dichiarato dello stato genocida.
Già nel 2021 l’AP aveva usato delle foto da satellite per mostrare che, presso il Shimon Peres Negev Nuclear Research Center, a meno di 100 chilometri da Gerusalemme, erano in corso uno scavo lungo 150 metri e largo 60. Nuove immagini ottenute attraverso il servizio satellitare Planet Labs PBC mostrano l’intensificazione di questi lavori, partiti probabilmente già tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019.
Da quello che è possibile vedere attraverso le foto, più piani interrati sono protetti da spessi muri di contenimento in cemento. Sette esperti hanno esaminato le immagini, confermando tutti quanti che la costruzione è collegata al programma nucleare israeliano. Però, le opinioni si dividono intorno a cosa sia effettivamente questa struttura.
Tre di questi studiosi hanno affermato che l’ubicazione e le dimensioni dell’area in costruzione, nonché il fatto che sembri avere più piani, suggeriscono che l’ipotesi più probabile sia la preparazione di un nuovo reattore ad acqua pesante. Tali reattori possono produrre plutonio e altro materiale essenziali per la realizzazione di armi nucleari.
Gli altri quattro esperti hanno invece ammesso la possibilità che si tratti di un reattore ad acqua pesante, ma hanno anche suggerito che il lavoro potrebbe essere correlato a un nuovo impianto per l’assemblaggio di armi nucleari. Ovviamente, da semplici foto satellitari è impossibile emettere giudizi definitivi.
Non si vede, per ora, alcuna cupola di contenimento o altre caratteristiche tipicamente associate a un reattore ad acqua pesante. Tuttavia, ci troviamo ancora in una fase preliminare dei lavori, e tale cupola potrebbe essere aggiunta in seguito, o gli israeliani potrebbero aver progettato un reattore che ne sia privo.
Le ipotesi sono ancora tutte sul tavolo, ma tutti gli esperti hanno sottolineato come i nuovi edifici possano essere facilmente collegati a un programma nucleare di natura militare. C’è anche una motivazione tecnica che spinge a credere si tratti di un reattore ad acqua pesante: quello attualmente presente a Dimona è attivo dagli anni Sessanta, e dovrà essere sostituito o ammodernato a breve.
“Se si tratta di un reattore ad acqua pesante, stanno cercando di mantenere la capacità di produrre combustibile esaurito che poi possono trattare per separare il plutonio da utilizzare per altre armi nucleari”, ha affermato Daryl G. Kimball, direttore esecutivo dell’Arms Control Association con sede a Washington.
È da questo tipo di reattore che Israele, come fanno oggi India e Pakistan, può portare avanti varie attività di ricerca scientifica, ma può ottenere anche, tra gli scarti, del plutonio utilizzabile per ordigni atomici. Tel Aviv mantiene una politica di ambiguità strategica riguardo il possesso o meno di tali armi, ma il Bulletin of Atomic Scientists del 2022 stimava circa 90 testate in mano israeliana.
Bisogna ricordare che Israele è uno dei soli quattro paesi al mondo a non aver firmato il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) e ha sempre ostacolato i controlli dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Interrogata sui lavori a Dimona, l’agenzia ha ribadito che Israele “non è obbligato a fornire informazioni su altri impianti nucleari nel Paese” al di fuori del reattore di ricerca Soreq.
L’AIEA ha mostrato troppa condiscendenza con l’opacità sionista, anche per l’ormai annunciata ambizione da parte di Rafael Grossi, suo Direttore Generale, di correre per il segretariato dell’ONU nel 2027: il sostegno degli Stati Uniti, ad esempio, è imprescindibile per fare questo passo.
Ma l’escalation bellica che Israele ha provocato in tutto il Medio Oriente, e l’evidente doppio standard e asimmetria rispetto al programma nucleare iraniano, ora che scatta l’allarme per un possibile aggiornamento dell’arsenale nucleare israeliano, impongono di far venire alla luce il pericolo che rappresenta il terrorismo sionista per tutta la regione, e non solo.
Ancora in un’intervista rilasciata il 7 settembre a La Repubblica, Grossi ha lanciato l’allarme sul pericolo della proliferazione nucleare per un mondo sempre più inclinato verso la guerra. Ha ricordato anche come l’AIEA non sappia, sin da giugno, dove si trovino i 400 chili di uranio iraniano arricchito al 60%.
La parzialità di queste dichiarazioni è confermata dal citare, poco dopo, il laboratorio costruito in una montagna a Isfahan, probabilmente per l’arricchimento dell’uranio. Il sito non è stato ispezionato non per impedimenti da parte di Teheran, ma perché i raid di Israele sono iniziati proprio il giorno previsto per la visita degli ispettori AIEA.
Ricordiamo che gli attacchi di Tel Aviv sono cominciati mentre le autorità iraniane stavano trattando con Washington gli obiettivi del proprio programma nucleare (e la consegna dell’uranio arricchito oltre gli standard civili). E che sono gli Stati Uniti ad essersi ritirati in maniera unilaterale dagli accordi stretti in merito nel 2015.
Lasciamo da parte altre ombre che si allungano sull’operato dell’AIEA in relazione all’Iran. È evidente che il pericolo per la stabilità della regione è rappresentato unicamente da Israele e dall’imperialismo occidentale che lo sostiene. La deterrenza che Teheran cerca ha origine nell’ambiguità sionista e nell’impossibilità di fidarsi di qualsiasi trattato stretto con l’Occidente.
Questa asimmetria va denunciata, ma vista la delicatezza del momento, mentre Israele porta a termine il genocidio dei palestinesi, è chiaro come sia necessaria una forte pressione internazionale perché Israele sia posto sotto osservazione internazionale riguardo ai nuovi edifici nel Negev. Non è più tollerabile che vi sia accondiscendenza riguardo al possesso di armi atomiche da parte di uno stato terrorista.
Fonte
Già nel 2021 l’AP aveva usato delle foto da satellite per mostrare che, presso il Shimon Peres Negev Nuclear Research Center, a meno di 100 chilometri da Gerusalemme, erano in corso uno scavo lungo 150 metri e largo 60. Nuove immagini ottenute attraverso il servizio satellitare Planet Labs PBC mostrano l’intensificazione di questi lavori, partiti probabilmente già tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019.
Da quello che è possibile vedere attraverso le foto, più piani interrati sono protetti da spessi muri di contenimento in cemento. Sette esperti hanno esaminato le immagini, confermando tutti quanti che la costruzione è collegata al programma nucleare israeliano. Però, le opinioni si dividono intorno a cosa sia effettivamente questa struttura.
Tre di questi studiosi hanno affermato che l’ubicazione e le dimensioni dell’area in costruzione, nonché il fatto che sembri avere più piani, suggeriscono che l’ipotesi più probabile sia la preparazione di un nuovo reattore ad acqua pesante. Tali reattori possono produrre plutonio e altro materiale essenziali per la realizzazione di armi nucleari.
Gli altri quattro esperti hanno invece ammesso la possibilità che si tratti di un reattore ad acqua pesante, ma hanno anche suggerito che il lavoro potrebbe essere correlato a un nuovo impianto per l’assemblaggio di armi nucleari. Ovviamente, da semplici foto satellitari è impossibile emettere giudizi definitivi.
Non si vede, per ora, alcuna cupola di contenimento o altre caratteristiche tipicamente associate a un reattore ad acqua pesante. Tuttavia, ci troviamo ancora in una fase preliminare dei lavori, e tale cupola potrebbe essere aggiunta in seguito, o gli israeliani potrebbero aver progettato un reattore che ne sia privo.
Le ipotesi sono ancora tutte sul tavolo, ma tutti gli esperti hanno sottolineato come i nuovi edifici possano essere facilmente collegati a un programma nucleare di natura militare. C’è anche una motivazione tecnica che spinge a credere si tratti di un reattore ad acqua pesante: quello attualmente presente a Dimona è attivo dagli anni Sessanta, e dovrà essere sostituito o ammodernato a breve.
“Se si tratta di un reattore ad acqua pesante, stanno cercando di mantenere la capacità di produrre combustibile esaurito che poi possono trattare per separare il plutonio da utilizzare per altre armi nucleari”, ha affermato Daryl G. Kimball, direttore esecutivo dell’Arms Control Association con sede a Washington.
È da questo tipo di reattore che Israele, come fanno oggi India e Pakistan, può portare avanti varie attività di ricerca scientifica, ma può ottenere anche, tra gli scarti, del plutonio utilizzabile per ordigni atomici. Tel Aviv mantiene una politica di ambiguità strategica riguardo il possesso o meno di tali armi, ma il Bulletin of Atomic Scientists del 2022 stimava circa 90 testate in mano israeliana.
Bisogna ricordare che Israele è uno dei soli quattro paesi al mondo a non aver firmato il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) e ha sempre ostacolato i controlli dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Interrogata sui lavori a Dimona, l’agenzia ha ribadito che Israele “non è obbligato a fornire informazioni su altri impianti nucleari nel Paese” al di fuori del reattore di ricerca Soreq.
L’AIEA ha mostrato troppa condiscendenza con l’opacità sionista, anche per l’ormai annunciata ambizione da parte di Rafael Grossi, suo Direttore Generale, di correre per il segretariato dell’ONU nel 2027: il sostegno degli Stati Uniti, ad esempio, è imprescindibile per fare questo passo.
Ma l’escalation bellica che Israele ha provocato in tutto il Medio Oriente, e l’evidente doppio standard e asimmetria rispetto al programma nucleare iraniano, ora che scatta l’allarme per un possibile aggiornamento dell’arsenale nucleare israeliano, impongono di far venire alla luce il pericolo che rappresenta il terrorismo sionista per tutta la regione, e non solo.
Ancora in un’intervista rilasciata il 7 settembre a La Repubblica, Grossi ha lanciato l’allarme sul pericolo della proliferazione nucleare per un mondo sempre più inclinato verso la guerra. Ha ricordato anche come l’AIEA non sappia, sin da giugno, dove si trovino i 400 chili di uranio iraniano arricchito al 60%.
La parzialità di queste dichiarazioni è confermata dal citare, poco dopo, il laboratorio costruito in una montagna a Isfahan, probabilmente per l’arricchimento dell’uranio. Il sito non è stato ispezionato non per impedimenti da parte di Teheran, ma perché i raid di Israele sono iniziati proprio il giorno previsto per la visita degli ispettori AIEA.
Ricordiamo che gli attacchi di Tel Aviv sono cominciati mentre le autorità iraniane stavano trattando con Washington gli obiettivi del proprio programma nucleare (e la consegna dell’uranio arricchito oltre gli standard civili). E che sono gli Stati Uniti ad essersi ritirati in maniera unilaterale dagli accordi stretti in merito nel 2015.
Lasciamo da parte altre ombre che si allungano sull’operato dell’AIEA in relazione all’Iran. È evidente che il pericolo per la stabilità della regione è rappresentato unicamente da Israele e dall’imperialismo occidentale che lo sostiene. La deterrenza che Teheran cerca ha origine nell’ambiguità sionista e nell’impossibilità di fidarsi di qualsiasi trattato stretto con l’Occidente.
Questa asimmetria va denunciata, ma vista la delicatezza del momento, mentre Israele porta a termine il genocidio dei palestinesi, è chiaro come sia necessaria una forte pressione internazionale perché Israele sia posto sotto osservazione internazionale riguardo ai nuovi edifici nel Negev. Non è più tollerabile che vi sia accondiscendenza riguardo al possesso di armi atomiche da parte di uno stato terrorista.
Fonte
15/06/2025
Il nucleare non è un problema solo dell’Iran. Le atomiche israeliane sono un fattore di asimmetria inaccettabile
Le ripetute, ossessive e inaccettabili dichiarazioni dei governi occidentali sul fatto che l’Iran “non deve avere la bomba atomica” e che Israele ha quindi diritto “di bombardarlo per difendersi”, evitano accuratamente di soffermarsi su un convitato di pietra che è invece l’architrave della questione: l’arsenale nucleare israeliano, sul quale da Washington a Parigi e da Roma a Londra fanno tutti i finti tonti.
L‘Iran è infatti membro dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) dal 1958. L’AIEA è un’organizzazione internazionale che promuove l’uso pacifico dell’energia nucleare e verifica il rispetto degli impegni di non proliferazione nucleare.
Tuttavia, il rapporto tra l’Iran e l’AIEA è stato spesso complesso, soprattutto a causa delle preoccupazioni riguardo al programma nucleare iraniano. L’Iran, diversamente da Israele, ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) ed è soggetto a controlli dell’AIEA, ma ci sono state tensioni per la mancata piena trasparenza su alcune attività.
Dopo l’accordo sul nucleare del 2015 (JCPOA), l’Iran ha accettato maggiori ispezioni, ma con il ritiro degli USA dall’accordo nel 2018 e le successive tensioni, la cooperazione si è ridotta. Negli ultimi anni, l’AIEA ha espresso preoccupazione per la mancata collaborazione su alcuni siti nucleari iraniani.
Secondo l’ultimo rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica l’Iran ha aumentato notevolmente le sue scorte di uranio arricchito fino al 60%. Ma siamo ancora lontani dal livello del 90% circa necessario per le armi atomiche. Nel suo rapporto trimestrale, l’AIEA ha dichiarato che l’Iran ha una quantità stimata di 408,6 chilogrammi (901 libbre) arricchiti fino al 60% al 17 maggio, con un aumento di 133,8 chilogrammi (295 libbre) rispetto all’ultimo rapporto di febbraio.
La quantità totale di uranio arricchito dell’Iran supera ora di 45 volte il limite che era stato autorizzato dall’accordo del 2015 con le potenze mondiali ed è stimata in 9.247,6 chilogrammi (20.387 libbre). L’accordo in questione è stato fatto saltare dalla prima amministrazione Trump.
Ma se la stessa AIEA è in grado di sapere e dire molto sul nucleare iraniano, la stessa agenzia continua a non sapere nè dire nulla sul nucleare israeliano ad accetta il fatto compiuto che Israele non consente ispezioni nei suoi impianti nucleari militari.
Anche Israele ha aderito all’AIEA nel 1957, poco dopo la fondazione dell’agenzia stessa. Tuttavia, a differenza di molti altri Stati membri come l’Iran, Israele non è parte del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) e non consente ispezioni complete delle sue strutture nucleari, tra cui il controverso sito di Dimona, dove si ritiene che Israele abbia sviluppato armi nucleari. Lo stabilimento di Dimona, nel deserto del Negev, è equipaggiato con tecnologie di estrazione del plutonio francesi che lo hanno trasformato da centro di ricerca civile in una struttura per la produzione di armi nucleari.
Secondo alcuni esperti, la produzione di plutonio si aggira attorno ai 40 chilogrammi all’anno, abbastanza per produrre 10 bombe. Negli ultimi sei anni al sito sono stati aggiunti ulteriori equipaggiamenti per realizzare componenti per dispositivi termonucleari. Il reattore da 26 Megawatt, anch’esso costruito dai francesi, è stato ampliato e probabilmente adesso opera ad un regime di 150 Megawatt che permette di estrarre più plutonio.
Nel marzo 2015 venne declassificato un documento del Pentagono, risalente al 1987 e composto da circa 400 pagine, in cui si analizzavano le elevate capacità raggiunte dai laboratori nucleari israeliani (in grado di produrre bombe all’idrogeno).
Nei primi anni 2000 la rivista specializzata britannica Jane’s Defence valutava che Israele avesse prodotto, fino a quel momento, circa 400 testate nucleari, impiegabili su diverse tipologie di vettori.
Il vettore principale delle armi nucleari israeliane è il missile balistico a medio raggio a propellente solido Jericho-2, con una gittata massima di 3.000 km e lanciabile da veicoli o silos fissi. Un altro vettore potrebbe essere il missile Shavit, sviluppato dal Jericho, è impiegato principalmente per lanciare in orbita i satelliti Ofeq, ma può essere armato con testate nucleari e ha una gittata massima di 7.000 km, quindi consentirebbe a Israele di colpire vaste aree dell’Africa e dell’Asia Centrale.
In un remoto passato ci sono state ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) presso il sito nucleare di Dimona in Israele, ma in modo molto limitato e non regolare come avviene per gli impianti nucleari in altri paesi firmatari del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP). Ma Israele non ha firmato il Trattato di Non Proliferazione Nucleare, quindi non è soggetto alle stesse ispezioni obbligatorie a cui sono sottoposti gli stati membri.
Israele mantiene infatti una politica di “ambiguità nucleare” (non conferma nè nega ufficialmente di possedere armi atomiche), sebbene sia ampiamente riconosciuto che abbia un arsenale nucleare sviluppato a Dimona.
Negli anni ’60, prima che Israele completasse il suo programma militare, l’AIEA condusse alcune ispezioni limitate a Dimona, quando il reattore era ancora ufficialmente presentato come impianto per la ricerca civile.
Dopo il 1969, Israele ha cessato ogni collaborazione formale con l’AIEA riguardo a Dimona, rendendo il sito off-limits per ispezioni internazionali regolari.
Occasionalmente, l’AIEA ha chiesto accesso a Dimona, soprattutto in relazione a preoccupazioni sulla sicurezza nucleare o su presunte attività non dichiarate, ma senza successo.
Israele permette un monitoraggio molto limitato solo per alcuni impianti civili (ad esempio, il reattore di ricerca Soreq), ma non per i siti militari.
Mentre l’AIEA ha avuto un accesso minimo a Dimona in passato, oggi il sito non è sottoposto a ispezioni internazionali. La mancata adesione al TNP permette a Israele di mantenere il suo programma nucleare militare al di fuori del controllo dell’AIEA, a differenza di paesi come l’Iran, che è soggetto a severe ispezioni proprio perché firmatario del TNP.
Se si fermerà l’escalation in corso e si vuole parlare di un serio accordo sul nucleare iraniano, sarebbe necessario coinvolgere Israele, quantomeno sul piano dell’adesione al Trattato di Non Proliferazione e di permessi all’AIEA per ispezionare gli impianti nucleari. Ogni pretesa unilaterale solo verso l’Iran costituisce un fattore di asimmetria inaccettabile nella regione.
Fonte
L‘Iran è infatti membro dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) dal 1958. L’AIEA è un’organizzazione internazionale che promuove l’uso pacifico dell’energia nucleare e verifica il rispetto degli impegni di non proliferazione nucleare.
Tuttavia, il rapporto tra l’Iran e l’AIEA è stato spesso complesso, soprattutto a causa delle preoccupazioni riguardo al programma nucleare iraniano. L’Iran, diversamente da Israele, ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) ed è soggetto a controlli dell’AIEA, ma ci sono state tensioni per la mancata piena trasparenza su alcune attività.
Dopo l’accordo sul nucleare del 2015 (JCPOA), l’Iran ha accettato maggiori ispezioni, ma con il ritiro degli USA dall’accordo nel 2018 e le successive tensioni, la cooperazione si è ridotta. Negli ultimi anni, l’AIEA ha espresso preoccupazione per la mancata collaborazione su alcuni siti nucleari iraniani.
Secondo l’ultimo rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica l’Iran ha aumentato notevolmente le sue scorte di uranio arricchito fino al 60%. Ma siamo ancora lontani dal livello del 90% circa necessario per le armi atomiche. Nel suo rapporto trimestrale, l’AIEA ha dichiarato che l’Iran ha una quantità stimata di 408,6 chilogrammi (901 libbre) arricchiti fino al 60% al 17 maggio, con un aumento di 133,8 chilogrammi (295 libbre) rispetto all’ultimo rapporto di febbraio.
La quantità totale di uranio arricchito dell’Iran supera ora di 45 volte il limite che era stato autorizzato dall’accordo del 2015 con le potenze mondiali ed è stimata in 9.247,6 chilogrammi (20.387 libbre). L’accordo in questione è stato fatto saltare dalla prima amministrazione Trump.
Ma se la stessa AIEA è in grado di sapere e dire molto sul nucleare iraniano, la stessa agenzia continua a non sapere nè dire nulla sul nucleare israeliano ad accetta il fatto compiuto che Israele non consente ispezioni nei suoi impianti nucleari militari.
Anche Israele ha aderito all’AIEA nel 1957, poco dopo la fondazione dell’agenzia stessa. Tuttavia, a differenza di molti altri Stati membri come l’Iran, Israele non è parte del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) e non consente ispezioni complete delle sue strutture nucleari, tra cui il controverso sito di Dimona, dove si ritiene che Israele abbia sviluppato armi nucleari. Lo stabilimento di Dimona, nel deserto del Negev, è equipaggiato con tecnologie di estrazione del plutonio francesi che lo hanno trasformato da centro di ricerca civile in una struttura per la produzione di armi nucleari.
Secondo alcuni esperti, la produzione di plutonio si aggira attorno ai 40 chilogrammi all’anno, abbastanza per produrre 10 bombe. Negli ultimi sei anni al sito sono stati aggiunti ulteriori equipaggiamenti per realizzare componenti per dispositivi termonucleari. Il reattore da 26 Megawatt, anch’esso costruito dai francesi, è stato ampliato e probabilmente adesso opera ad un regime di 150 Megawatt che permette di estrarre più plutonio.
Nel marzo 2015 venne declassificato un documento del Pentagono, risalente al 1987 e composto da circa 400 pagine, in cui si analizzavano le elevate capacità raggiunte dai laboratori nucleari israeliani (in grado di produrre bombe all’idrogeno).
Nei primi anni 2000 la rivista specializzata britannica Jane’s Defence valutava che Israele avesse prodotto, fino a quel momento, circa 400 testate nucleari, impiegabili su diverse tipologie di vettori.
Il vettore principale delle armi nucleari israeliane è il missile balistico a medio raggio a propellente solido Jericho-2, con una gittata massima di 3.000 km e lanciabile da veicoli o silos fissi. Un altro vettore potrebbe essere il missile Shavit, sviluppato dal Jericho, è impiegato principalmente per lanciare in orbita i satelliti Ofeq, ma può essere armato con testate nucleari e ha una gittata massima di 7.000 km, quindi consentirebbe a Israele di colpire vaste aree dell’Africa e dell’Asia Centrale.
In un remoto passato ci sono state ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) presso il sito nucleare di Dimona in Israele, ma in modo molto limitato e non regolare come avviene per gli impianti nucleari in altri paesi firmatari del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP). Ma Israele non ha firmato il Trattato di Non Proliferazione Nucleare, quindi non è soggetto alle stesse ispezioni obbligatorie a cui sono sottoposti gli stati membri.
Israele mantiene infatti una politica di “ambiguità nucleare” (non conferma nè nega ufficialmente di possedere armi atomiche), sebbene sia ampiamente riconosciuto che abbia un arsenale nucleare sviluppato a Dimona.
Negli anni ’60, prima che Israele completasse il suo programma militare, l’AIEA condusse alcune ispezioni limitate a Dimona, quando il reattore era ancora ufficialmente presentato come impianto per la ricerca civile.
Dopo il 1969, Israele ha cessato ogni collaborazione formale con l’AIEA riguardo a Dimona, rendendo il sito off-limits per ispezioni internazionali regolari.
Occasionalmente, l’AIEA ha chiesto accesso a Dimona, soprattutto in relazione a preoccupazioni sulla sicurezza nucleare o su presunte attività non dichiarate, ma senza successo.
Israele permette un monitoraggio molto limitato solo per alcuni impianti civili (ad esempio, il reattore di ricerca Soreq), ma non per i siti militari.
Mentre l’AIEA ha avuto un accesso minimo a Dimona in passato, oggi il sito non è sottoposto a ispezioni internazionali. La mancata adesione al TNP permette a Israele di mantenere il suo programma nucleare militare al di fuori del controllo dell’AIEA, a differenza di paesi come l’Iran, che è soggetto a severe ispezioni proprio perché firmatario del TNP.
Se si fermerà l’escalation in corso e si vuole parlare di un serio accordo sul nucleare iraniano, sarebbe necessario coinvolgere Israele, quantomeno sul piano dell’adesione al Trattato di Non Proliferazione e di permessi all’AIEA per ispezionare gli impianti nucleari. Ogni pretesa unilaterale solo verso l’Iran costituisce un fattore di asimmetria inaccettabile nella regione.
Fonte
05/10/2019
Israele - 40 anni dopo il test nucleare è ancora un segreto
di Michele Giorgio – Il Manifesto
Israele dovrebbe essere più riconoscente nei confronti di Jimmy Carter, al quale, a quanto pare, non ha perdonato l’aver espresso qualche anno fa sostegno ai diritti dei palestinesi.
Il presidente americano fautore del primo accordo di pace tra lo Stato ebraico e un paese arabo, l’Egitto, è intervenuto più volte a sostegno e copertura delle politiche degli alleati israeliani. Come nel 1979 quando Carter stese un velo di silenzio su un esperimento nucleare segreto che chiamava in causa Israele e di cui nei giorni scorsi è stato ricordato il 40/mo anniversario. Ancora oggi quel test non è mai avvenuto ma la verità è nota da sempre agli americani.
L’anniversario dell’incidente Vela, dal nome del satellite che registrò l’esplosione sospetta, cade mentre crescono le pressioni economiche e diplomatiche degli Usa su Tehran, di pari passo alle accuse che Israele lancia agli iraniani di voler costruire armi nucleari.
Che questa sia l’intenzione della Repubblica islamica è da provare – gli iraniani negano di voler assemblare ordigni atomici – ma la Casa Bianca e Israele non escludono un attacco militare. In ogni caso Israele, che non ha mai firmato il Trattato di non proliferazione, voluto proprio dagli Usa, resta l’unico paese del Medio oriente a possedere segretamente bombe atomiche.
Il Vela era uno dei satelliti lanciati da Washington sulla scia del Trattato di divieto parziale dei test del 1963 (PTBT) che vieta gli esperimenti nucleari nell’atmosfera, sott’acqua e nello spazio. Alle 00:53 del 22 settembre di 40 anni fa il Vela localizzò un’esplosione vicino alle Isole del Principe Edoardo, a circa 1.000 miglia dalla costa meridionale del Sudafrica. Si trattava di un “doppio lampo”, uguale ai test nucleari rilevati in 41 precedenti occasioni dai satelliti Vela.
I sospetti caddero sul Sudafrica e successivamente su Israele che aveva legami segreti con il regime dell’apartheid. Per Carter, sottolinea Foreign Policy, che a questo anniversario ha dedicato uno speciale, si presentò subito un problema politico e diplomatico di eccezionale importanza: i due paesi coinvolti erano nell’orbita americana. Inoltre una legge approvata due anni prima sul controllo delle esportazioni di armi, imponeva la fine dell’assistenza militare e l’applicazione automatica di sanzioni statunitensi se fosse stato accertato che uno Stato (diverso da quelli autorizzati dal Trattato di non proliferazione nucleare) aveva fatto detonare un ordigno nucleare dopo il 1977.
L’amministrazione Carter perciò si mosse per mettere in dubbio la validità dei dati satellitari. Disse che il Vela, in orbita da dieci anni, era vecchio. Ma il satellite sino a quel momento aveva funzionato alla perfezione. Quindi il “doppio lampo” fu attribuito alla collisione tra il Vela e un minuscolo meteorite.
Infine l’anno successivo un comitato scientifico, in linea con la posizione della Casa Bianca, accertò senza ombra di dubbio che non c’era stata una esplosione nucleare. I risultati delle indagini erano profondamente diversi da ciò che si sapeva e che lo stesso Carter scrisse nel suo diario, nel febbraio 1980. «Cresce la convinzione tra i nostri scienziati – annotò il presidente – che gli israeliani hanno effettivamente condotto un test nucleare nell’oceano vicino all’estremità meridionale dell’Africa». Eppure non agì di conseguenza e fece secretare i documenti relativi all’inchiesta.
Il caso fu chiuso e gli Stati Uniti ancora oggi fingono di non sapere che Israele possiede armi atomiche. Il programma atomico israeliano, partito negli anni ’50, è stato rivelato nel 1986 al Sunday Times da un tecnico della centrale di Dimona (Neghev), Mordechai Vanunu, che ha pagato il suo gesto con 18 anni di carcere ed isolamento, dopo essere stato rapito dal Mossad a Roma.
In un articolo del New Yorker del giugno 2018 si afferma che Israele avrebbe lettere di Bill Clinton, George W. Bush, Barack Obama e Donald Trump, in cui i quattro presidenti si impegnano a proteggere le sue armi nucleari. Le Amministrazioni Usa non solo non hanno imposto a Israele la firma del trattato di non proliferazione ma hanno anche accettato la linea della «ambiguità nucleare», ossia lo Stato ebraico che non conferma e non nega di possedere armi atomiche.
La cooperazione militare tra Israele e il Sudafrica dell’apartheid è andata avanti per decenni anche se il primo ministro israeliano Menachem Begin nel 1977 negò l’esistenza di qualsiasi collaborazione per lo sviluppo di armi. Il giornalista e ricercatore Sasha Polakow-Suransky la descrive dettagliatamente nel suo libro del 2010, “The Unspoken Alliance: Israel’s Secret Relationship with Apartheid South Africa”.
Polakow-Suransky, dopo aver consultato oltre 7mila pagine di documenti ufficiali sudafricani declassificati, presenta nel libro prove sull’offerta di testate nucleari fatta dal leader israeliano Shimon Peres al ministro della difesa sudafricano Botha nel 1975. Testate che il Sudafrica non comprò poiché intenzionato a costruirle da solo, però con la collaborazione di Israele. La cooperazione bellica tra i due paesi, anche in campo missilistico, è andata avanti per decenni, «quasi fino alla vigilia della presidenza di Mandela», secondo Polakow-Suransky. Israele, aggiunge, denunciava l’apartheid in pubblico e in segreto vendeva armi ai razzisti sudafricani.
Fonte
Israele dovrebbe essere più riconoscente nei confronti di Jimmy Carter, al quale, a quanto pare, non ha perdonato l’aver espresso qualche anno fa sostegno ai diritti dei palestinesi.
Il presidente americano fautore del primo accordo di pace tra lo Stato ebraico e un paese arabo, l’Egitto, è intervenuto più volte a sostegno e copertura delle politiche degli alleati israeliani. Come nel 1979 quando Carter stese un velo di silenzio su un esperimento nucleare segreto che chiamava in causa Israele e di cui nei giorni scorsi è stato ricordato il 40/mo anniversario. Ancora oggi quel test non è mai avvenuto ma la verità è nota da sempre agli americani.
L’anniversario dell’incidente Vela, dal nome del satellite che registrò l’esplosione sospetta, cade mentre crescono le pressioni economiche e diplomatiche degli Usa su Tehran, di pari passo alle accuse che Israele lancia agli iraniani di voler costruire armi nucleari.
Che questa sia l’intenzione della Repubblica islamica è da provare – gli iraniani negano di voler assemblare ordigni atomici – ma la Casa Bianca e Israele non escludono un attacco militare. In ogni caso Israele, che non ha mai firmato il Trattato di non proliferazione, voluto proprio dagli Usa, resta l’unico paese del Medio oriente a possedere segretamente bombe atomiche.
Il Vela era uno dei satelliti lanciati da Washington sulla scia del Trattato di divieto parziale dei test del 1963 (PTBT) che vieta gli esperimenti nucleari nell’atmosfera, sott’acqua e nello spazio. Alle 00:53 del 22 settembre di 40 anni fa il Vela localizzò un’esplosione vicino alle Isole del Principe Edoardo, a circa 1.000 miglia dalla costa meridionale del Sudafrica. Si trattava di un “doppio lampo”, uguale ai test nucleari rilevati in 41 precedenti occasioni dai satelliti Vela.
I sospetti caddero sul Sudafrica e successivamente su Israele che aveva legami segreti con il regime dell’apartheid. Per Carter, sottolinea Foreign Policy, che a questo anniversario ha dedicato uno speciale, si presentò subito un problema politico e diplomatico di eccezionale importanza: i due paesi coinvolti erano nell’orbita americana. Inoltre una legge approvata due anni prima sul controllo delle esportazioni di armi, imponeva la fine dell’assistenza militare e l’applicazione automatica di sanzioni statunitensi se fosse stato accertato che uno Stato (diverso da quelli autorizzati dal Trattato di non proliferazione nucleare) aveva fatto detonare un ordigno nucleare dopo il 1977.
L’amministrazione Carter perciò si mosse per mettere in dubbio la validità dei dati satellitari. Disse che il Vela, in orbita da dieci anni, era vecchio. Ma il satellite sino a quel momento aveva funzionato alla perfezione. Quindi il “doppio lampo” fu attribuito alla collisione tra il Vela e un minuscolo meteorite.
Infine l’anno successivo un comitato scientifico, in linea con la posizione della Casa Bianca, accertò senza ombra di dubbio che non c’era stata una esplosione nucleare. I risultati delle indagini erano profondamente diversi da ciò che si sapeva e che lo stesso Carter scrisse nel suo diario, nel febbraio 1980. «Cresce la convinzione tra i nostri scienziati – annotò il presidente – che gli israeliani hanno effettivamente condotto un test nucleare nell’oceano vicino all’estremità meridionale dell’Africa». Eppure non agì di conseguenza e fece secretare i documenti relativi all’inchiesta.
Il caso fu chiuso e gli Stati Uniti ancora oggi fingono di non sapere che Israele possiede armi atomiche. Il programma atomico israeliano, partito negli anni ’50, è stato rivelato nel 1986 al Sunday Times da un tecnico della centrale di Dimona (Neghev), Mordechai Vanunu, che ha pagato il suo gesto con 18 anni di carcere ed isolamento, dopo essere stato rapito dal Mossad a Roma.
In un articolo del New Yorker del giugno 2018 si afferma che Israele avrebbe lettere di Bill Clinton, George W. Bush, Barack Obama e Donald Trump, in cui i quattro presidenti si impegnano a proteggere le sue armi nucleari. Le Amministrazioni Usa non solo non hanno imposto a Israele la firma del trattato di non proliferazione ma hanno anche accettato la linea della «ambiguità nucleare», ossia lo Stato ebraico che non conferma e non nega di possedere armi atomiche.
La cooperazione militare tra Israele e il Sudafrica dell’apartheid è andata avanti per decenni anche se il primo ministro israeliano Menachem Begin nel 1977 negò l’esistenza di qualsiasi collaborazione per lo sviluppo di armi. Il giornalista e ricercatore Sasha Polakow-Suransky la descrive dettagliatamente nel suo libro del 2010, “The Unspoken Alliance: Israel’s Secret Relationship with Apartheid South Africa”.
Polakow-Suransky, dopo aver consultato oltre 7mila pagine di documenti ufficiali sudafricani declassificati, presenta nel libro prove sull’offerta di testate nucleari fatta dal leader israeliano Shimon Peres al ministro della difesa sudafricano Botha nel 1975. Testate che il Sudafrica non comprò poiché intenzionato a costruirle da solo, però con la collaborazione di Israele. La cooperazione bellica tra i due paesi, anche in campo missilistico, è andata avanti per decenni, «quasi fino alla vigilia della presidenza di Mandela», secondo Polakow-Suransky. Israele, aggiunge, denunciava l’apartheid in pubblico e in segreto vendeva armi ai razzisti sudafricani.
Fonte
27/04/2016
Dimona, timori per il reattore della centrale atomica israeliana
Michele Giorgio - il Manifesto
L’Istituto 2 della centrale nucleare di Dimona «visto da fuori, è una costruzione di cemento, grezza e priva di finestre, di due piani… le mura sono spesse abbastanza da resistere a un bombardamento e sul tetto c’è una torre per l’ascensore che non parrebbe necessaria per un edificio tanto piccolo. Per trent’anni questo innocuo pezzo di cemento ha celato i segreti di Israele... Le mura del piano terra nascondono ascensori di servizio che portano uomini e materiali a 6 livelli sotterranei, dove i componenti per le armi atomiche sono prodotti e assemblati in parti per le testate missilistiche». Sono alcuni passaggi di un lungo servizio pubblicato il 5 ottobre 1986 dal Sunday Times fondato sulle rivelazioni fatte nelle settimane precedenti da Mordechai Vanunu, un ex tecnico della centrale di Dimona che aveva raccontato al giornale britannico le produzioni nucleari militari di Israele che non ha mai ratificato il Trattato di non proliferazione e che non è soggetto ai controlli dell’Aiea.
Quando apparve l’articolo Vanunu era già in prigione in Israele, dopo essere stato rapito a Roma dal Mossad e riportato in patria per essere processato per tradimento e condannato a 18 anni di carcere. Una vicenda di eccezionale importanza che però fece poco scalpore, come spesso accade quando sul tavolo ci sono i segreti militari di Israele. Un po’ tutti perciò chiusero un occhio. L’Italia tutti e due, nonostante Vanunu fosse stato sequestrato a Roma. La magistratura aprì le indagini ma il governo dell’epoca non fece nulla per aiutarla. Troppo stretti erano (e sono) i rapporti tra i servizi segreti di Italia e Israele. Calò il silenzio su attività nucleari fuori da ogni controllo internazionale di cui per la prima volta si apprendevano particolari inquietanti. Eppure il mondo in quei mesi faceva i conti con le conseguenze della più grave catastrofe nucleare della storia, avvenuta il 26 aprile di quello stesso anno a Chernobyl. Tanti hanno dimenticato Mordechai Vanunu. Uscito 12 anni fa dal carcere, l’ex tecnico nucleare reclama il diritto di lasciare Israele che gli negano le autorità «per motivi di sicurezza». Nessun giornalista straniero può intervistarlo: verrebbe subito espulso dal Paese.
Trent’anni dopo Chernobyl – con il mondo che ricorda l’immensità di quella tragedia – e la denuncia di Vanunu al Sunday Times, nuove rivelazioni offrono un quadro aggiornato e preoccupante della centrale di Dimona. Uno studio presentato questo mese a un convegno scientifico a Tel Aviv, e riferito ieri dalla stampa israeliana, ha fatto emergere una realtà allarmante. Un esame ecografico del nucleo di alluminio del reattore di Dimona evidenzia ben 1.537 imperfezioni. I timori per le condizioni del reattore «erano palpabili» durante i lavori del convegno, hanno aggiunto i media. Ottenuto dalla Francia negli anni ’50 ed entrato in funzione per la prima volta alla fine del 1963, il reattore di Dimona doveva restare operativo non più di 40 anni perchè il nucleo, che ospita le barre di combustibile dove avviene la fissione nucleare, assorbe una grande quantità di calore e radiazioni e si danneggia nel corso degli anni. E i reattori di quella generazione hanno il nucleo insostituibile. Un problema serissimo, già messo in luce quasi 10 anni fa dal prof. Eli Abramov, della commissione indipendente di monitoraggio del reattore di Dimona, in un colloquio con alti rappresentanti Usa (rivelato da un telegramma dell’ambasciata americana a Tel Aviv).
Il quotidiano Haaretz scriveva ieri che i sistemi di monitoraggio del reattore e del nucleo consentono di tenere sotto controllo le “imperfezioni” in ogni momento e di scongiurare pericoli. E in questi anni sarebbe stata accresciuta anche la protezione della centrale da possibili attacchi missilistici e da terremoti. Tuttavia lo studio reso pubblico alla conferenza di Tel Aviv indica che ai vertici della politica e della sicurezza di Israele non sono pochi i timori rispetto al funzionamento del reattore di Dimona che, peraltro, non produce elettricità ma, come si evince dalle rivelazioni fatte 30 anni fa da Mordechai Vanunu, solo il plutonio per le testate nucleari (esperti internazionali sostengono che Israele ne possiede tra 100 e 200). In questi anni ci sono state denunce palestinesi per bambini nati con malformazioni gravi causate, dicono, dalla presenza di scorie nucleari seppellite a poche decine di km dalla Cisgiordania. E quelle di una parte del personale della centrale che hanno denunciato di essere stati esposti a loro insaputa a radiazioni durante un esperimento segreto.
Dimona fu costruita dalla Francia tra il 1957 e il 1964. Israele dichiarò che si trattava di un impianto tessile. Gli americani costrinsero Tel Aviv a dire la verità e ad accettare ispezioni ma poi finirono per accogliere la tesi israeliana di un impianto con scopi solo civili. Invece Israele è riuscito a produrre da solo il plutonio per le bombe nell’Istituto 2, il bunker di 6 piani sotterranei. Vanunu ha raccontato tutto ciò, in ogni particolare, ha scattato anche delle foto. Eppure su questa produzione segreta tace la “comunità internazionale”. E non sono destinate a suscitare particolare interesse le notizie inquietanti sullo stato del reattore della centrale israeliana pubblicate dalla stessa stampa locale nell’anniversario della catastrofe di Chernobyl.
Fonte
L’Istituto 2 della centrale nucleare di Dimona «visto da fuori, è una costruzione di cemento, grezza e priva di finestre, di due piani… le mura sono spesse abbastanza da resistere a un bombardamento e sul tetto c’è una torre per l’ascensore che non parrebbe necessaria per un edificio tanto piccolo. Per trent’anni questo innocuo pezzo di cemento ha celato i segreti di Israele... Le mura del piano terra nascondono ascensori di servizio che portano uomini e materiali a 6 livelli sotterranei, dove i componenti per le armi atomiche sono prodotti e assemblati in parti per le testate missilistiche». Sono alcuni passaggi di un lungo servizio pubblicato il 5 ottobre 1986 dal Sunday Times fondato sulle rivelazioni fatte nelle settimane precedenti da Mordechai Vanunu, un ex tecnico della centrale di Dimona che aveva raccontato al giornale britannico le produzioni nucleari militari di Israele che non ha mai ratificato il Trattato di non proliferazione e che non è soggetto ai controlli dell’Aiea.
Quando apparve l’articolo Vanunu era già in prigione in Israele, dopo essere stato rapito a Roma dal Mossad e riportato in patria per essere processato per tradimento e condannato a 18 anni di carcere. Una vicenda di eccezionale importanza che però fece poco scalpore, come spesso accade quando sul tavolo ci sono i segreti militari di Israele. Un po’ tutti perciò chiusero un occhio. L’Italia tutti e due, nonostante Vanunu fosse stato sequestrato a Roma. La magistratura aprì le indagini ma il governo dell’epoca non fece nulla per aiutarla. Troppo stretti erano (e sono) i rapporti tra i servizi segreti di Italia e Israele. Calò il silenzio su attività nucleari fuori da ogni controllo internazionale di cui per la prima volta si apprendevano particolari inquietanti. Eppure il mondo in quei mesi faceva i conti con le conseguenze della più grave catastrofe nucleare della storia, avvenuta il 26 aprile di quello stesso anno a Chernobyl. Tanti hanno dimenticato Mordechai Vanunu. Uscito 12 anni fa dal carcere, l’ex tecnico nucleare reclama il diritto di lasciare Israele che gli negano le autorità «per motivi di sicurezza». Nessun giornalista straniero può intervistarlo: verrebbe subito espulso dal Paese.
Trent’anni dopo Chernobyl – con il mondo che ricorda l’immensità di quella tragedia – e la denuncia di Vanunu al Sunday Times, nuove rivelazioni offrono un quadro aggiornato e preoccupante della centrale di Dimona. Uno studio presentato questo mese a un convegno scientifico a Tel Aviv, e riferito ieri dalla stampa israeliana, ha fatto emergere una realtà allarmante. Un esame ecografico del nucleo di alluminio del reattore di Dimona evidenzia ben 1.537 imperfezioni. I timori per le condizioni del reattore «erano palpabili» durante i lavori del convegno, hanno aggiunto i media. Ottenuto dalla Francia negli anni ’50 ed entrato in funzione per la prima volta alla fine del 1963, il reattore di Dimona doveva restare operativo non più di 40 anni perchè il nucleo, che ospita le barre di combustibile dove avviene la fissione nucleare, assorbe una grande quantità di calore e radiazioni e si danneggia nel corso degli anni. E i reattori di quella generazione hanno il nucleo insostituibile. Un problema serissimo, già messo in luce quasi 10 anni fa dal prof. Eli Abramov, della commissione indipendente di monitoraggio del reattore di Dimona, in un colloquio con alti rappresentanti Usa (rivelato da un telegramma dell’ambasciata americana a Tel Aviv).
Il quotidiano Haaretz scriveva ieri che i sistemi di monitoraggio del reattore e del nucleo consentono di tenere sotto controllo le “imperfezioni” in ogni momento e di scongiurare pericoli. E in questi anni sarebbe stata accresciuta anche la protezione della centrale da possibili attacchi missilistici e da terremoti. Tuttavia lo studio reso pubblico alla conferenza di Tel Aviv indica che ai vertici della politica e della sicurezza di Israele non sono pochi i timori rispetto al funzionamento del reattore di Dimona che, peraltro, non produce elettricità ma, come si evince dalle rivelazioni fatte 30 anni fa da Mordechai Vanunu, solo il plutonio per le testate nucleari (esperti internazionali sostengono che Israele ne possiede tra 100 e 200). In questi anni ci sono state denunce palestinesi per bambini nati con malformazioni gravi causate, dicono, dalla presenza di scorie nucleari seppellite a poche decine di km dalla Cisgiordania. E quelle di una parte del personale della centrale che hanno denunciato di essere stati esposti a loro insaputa a radiazioni durante un esperimento segreto.
Dimona fu costruita dalla Francia tra il 1957 e il 1964. Israele dichiarò che si trattava di un impianto tessile. Gli americani costrinsero Tel Aviv a dire la verità e ad accettare ispezioni ma poi finirono per accogliere la tesi israeliana di un impianto con scopi solo civili. Invece Israele è riuscito a produrre da solo il plutonio per le bombe nell’Istituto 2, il bunker di 6 piani sotterranei. Vanunu ha raccontato tutto ciò, in ogni particolare, ha scattato anche delle foto. Eppure su questa produzione segreta tace la “comunità internazionale”. E non sono destinate a suscitare particolare interesse le notizie inquietanti sullo stato del reattore della centrale israeliana pubblicate dalla stessa stampa locale nell’anniversario della catastrofe di Chernobyl.
Fonte
Iscriviti a:
Commenti (Atom)
