di Massimo Zuchetti
Insegno al MIT un corso dal titolo: “Protect yourself at all times. Nuclear proliferation and control strategies through technology”.
Nonostante quello che mi hanno fatto, l’anno prossimo lo terrò anche al Politecnico di Torino, in un corso di dottorato.
La prima frase del titolo è quello che dicono gli arbitri ai due pugili prima dell’incontro.
Succede che il sottoscritto sia il maggior esperto italiano di disarmo nucleare. È un fatto, non una vanteria. C’è una classifichina internazionale piena di stranieri, perché in Italia – essendo un paese di servi asservito agli USA – pochi *tecnologi* se ne occupano. Sono, bontà loro, il primo italiano in codesto elenco, se si escludono colleghi che lavorano per la IAEA, ma quando sei lì rinunci naturalmente alla tua “nazionalità”.
Ho partecipato ai negoziati per l’accordo JPCOA con l’Iran nel 2015.
Leggo in questi giorni – da buoni e cattivi – castronerie a branchi. Sterminati branchi di castronerie.
Proviamo a smentirle, non si sa mai che uno su un milione capisca in quale oceano di bullshit lo stanno affogando.
1) L’Iran NON ha la bomba atomica. Non ci è neanche vicino, ad averla.
2) La IAEA ha ultimamente intensificato la frequenza delle sue ispezioni, dati i timori USA sulla non-adempienza dell’Iran ad alcune regolette, soprattutto sull’arricchimento dell’uranio. USA e Iran stavano facendo colloqui bilaterali, Trump al solito giocava sporco, mettendo avanti dei proclami ideologici del direttore della IAEA che purtroppo non è un El Baradei, ma un amico del “carota”. Gli iraniani facevano notare che nei rapporti ufficiali degli ispettori IAEA non c’erano dati che giustificassero tutto il cancan di Trump, che però quando va in fissa, è difficile farlo ragionare. Ma pian piano si sarebbe arrivati a un accordo.
3) La IAEA è fatta apposta per quei controlli: dato che abbiamo “convinto” gli iraniani a firmare il Protocollo Aggiuntivo del TNP, ha potere di intromissione totale nel nucleare iraniano: ispezioni a sorpresa, controlli distruttivi, etc. sappiamo davvero tutto, anche quante volte vanno al bagno.
4) In 80 anni, la tecnologia nucleare bellica ha fatto molti passi avanti, bimbi belli, non si parla più di “bombe atomiche” come ai tempi di Oppenheimer, ma di ordigni come minimo a tre stadi fusione-fissione-fusione termonucleare. La “bomba atomica” vecchio stile è solo più un innesco per le moderne bombe. E per queste, NON SERVE una bomba all’Uranio, ma al Plutonio weapons-grade a implosione: parlando come al tempo dei nonni, qualcosa di simile al Fat Man caduto su Nagasaki.
5) Quindi tutte queste beghe sull’arricchimento dell’uranio sono senza senso, oggi la strada per dotarsi di un’arma termonucleare non passa più attraverso l’Uranio arricchito, ma attraverso il Plutonio: in Iran in questo momento non c’è un grammo di Plutonio weapons-grade. I controlli sono così stretti che li teniamo letteralmente per le palle. Certamente, uno può in teoria pensare ancora a fabbricare una bomba all’uranio arricchito al 90% come Little Boy: è un vicolo cieco e da 70 anni non le fa più nessuno, però è sempre una atomica. L’Iran è lontanissimo da questo. Piccolo particolare: 90% è l’arricchimento richiesto, la disputa USA-Iran riguardava se loro avessero superato il limite imposto dal JPCOA, intorno al 3,5%. Si noti che il JPCOA del 2015, per il quale si son sudate sette camicie, è stato denunciato proprio dagli USA. I quali per metterla in caciara hanno addirittura chiesto che l’Iran NON arricchisse più l’Uranio. Al che gli iraniani han chiesto: e i nostri reattori con cosa li facciamo funzionare? A brillantina?
6) Israele, che di punto in bianco si sostituisce alla IAEA e al TNP, al diritto internazionale a suon di bombe, sa bene queste cose. E comunque da che pulpito: Israele non ha mai sottoscritto il TNP (gli altri stati-canaglia come loro si contano sulle dita di una mano) perché “non vuole controlli” per “motivi di sicurezza”. Ed ha circa 150 ordigni termonucleari “mai dichiarati” e pronti all’uso.
7) La Russia, la Cina, la DPRK non aiuteranno mai l’Iran fornendo loro assistenza per sviluppare atomiche o addirittura dandogliele “chiavi in mano”; verrebbero beccate ALL’ISTANTE e sarebbero guai serissimi.
8 ) Anche se le installazioni nucleari iraniane sono state bombardate, non si tratta di esplosioni atomiche, ma di contaminazioni radioattive localizzate che sono davvero un piccolo problema rispetto a questo enorme casino.
Mi fermo qui.
Qualche volta sogno di aprire la TV e ascoltare un giornalista o un politico fare su questi argomenti un discorso sensato e privo di minchiate da ignoranti.
Esempio *per assurdo* di discorso “sionista”: “beh Israele vuole l’egemonia nell’area, è una potenza nucleare bellica, non tollera l’Iran, e ha deciso – vista l’impunità di cui gode, specie ultimamente – di infliggergli un’umiliazione cosmica, colpirlo nel loro punto di orgoglio, il loro programma nucleare. Che non è un pericolo: ma è dove abbiamo potuto dar loro una bella ridimensionata. Questo può portare all’escalation e alla guerra? Eccoci, siamo qua pronti. Siete solo chiacchiere e distintivo: chiunque ci dà un minimo fastidio, lo attacchiamo e lo facciamo a pezzi”.
Ecco. Nessun “erano a due settimane dall’aver la bomba”, “ci sentivamo minacciati”, “bombardiamo per la liberazione delle donne”...
Basta castronerie!
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/06/2025
15/06/2025
Il nucleare non è un problema solo dell’Iran. Le atomiche israeliane sono un fattore di asimmetria inaccettabile
Le ripetute, ossessive e inaccettabili dichiarazioni dei governi occidentali sul fatto che l’Iran “non deve avere la bomba atomica” e che Israele ha quindi diritto “di bombardarlo per difendersi”, evitano accuratamente di soffermarsi su un convitato di pietra che è invece l’architrave della questione: l’arsenale nucleare israeliano, sul quale da Washington a Parigi e da Roma a Londra fanno tutti i finti tonti.
L‘Iran è infatti membro dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) dal 1958. L’AIEA è un’organizzazione internazionale che promuove l’uso pacifico dell’energia nucleare e verifica il rispetto degli impegni di non proliferazione nucleare.
Tuttavia, il rapporto tra l’Iran e l’AIEA è stato spesso complesso, soprattutto a causa delle preoccupazioni riguardo al programma nucleare iraniano. L’Iran, diversamente da Israele, ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) ed è soggetto a controlli dell’AIEA, ma ci sono state tensioni per la mancata piena trasparenza su alcune attività.
Dopo l’accordo sul nucleare del 2015 (JCPOA), l’Iran ha accettato maggiori ispezioni, ma con il ritiro degli USA dall’accordo nel 2018 e le successive tensioni, la cooperazione si è ridotta. Negli ultimi anni, l’AIEA ha espresso preoccupazione per la mancata collaborazione su alcuni siti nucleari iraniani.
Secondo l’ultimo rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica l’Iran ha aumentato notevolmente le sue scorte di uranio arricchito fino al 60%. Ma siamo ancora lontani dal livello del 90% circa necessario per le armi atomiche. Nel suo rapporto trimestrale, l’AIEA ha dichiarato che l’Iran ha una quantità stimata di 408,6 chilogrammi (901 libbre) arricchiti fino al 60% al 17 maggio, con un aumento di 133,8 chilogrammi (295 libbre) rispetto all’ultimo rapporto di febbraio.
La quantità totale di uranio arricchito dell’Iran supera ora di 45 volte il limite che era stato autorizzato dall’accordo del 2015 con le potenze mondiali ed è stimata in 9.247,6 chilogrammi (20.387 libbre). L’accordo in questione è stato fatto saltare dalla prima amministrazione Trump.
Ma se la stessa AIEA è in grado di sapere e dire molto sul nucleare iraniano, la stessa agenzia continua a non sapere nè dire nulla sul nucleare israeliano ad accetta il fatto compiuto che Israele non consente ispezioni nei suoi impianti nucleari militari.
Anche Israele ha aderito all’AIEA nel 1957, poco dopo la fondazione dell’agenzia stessa. Tuttavia, a differenza di molti altri Stati membri come l’Iran, Israele non è parte del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) e non consente ispezioni complete delle sue strutture nucleari, tra cui il controverso sito di Dimona, dove si ritiene che Israele abbia sviluppato armi nucleari. Lo stabilimento di Dimona, nel deserto del Negev, è equipaggiato con tecnologie di estrazione del plutonio francesi che lo hanno trasformato da centro di ricerca civile in una struttura per la produzione di armi nucleari.
Secondo alcuni esperti, la produzione di plutonio si aggira attorno ai 40 chilogrammi all’anno, abbastanza per produrre 10 bombe. Negli ultimi sei anni al sito sono stati aggiunti ulteriori equipaggiamenti per realizzare componenti per dispositivi termonucleari. Il reattore da 26 Megawatt, anch’esso costruito dai francesi, è stato ampliato e probabilmente adesso opera ad un regime di 150 Megawatt che permette di estrarre più plutonio.
Nel marzo 2015 venne declassificato un documento del Pentagono, risalente al 1987 e composto da circa 400 pagine, in cui si analizzavano le elevate capacità raggiunte dai laboratori nucleari israeliani (in grado di produrre bombe all’idrogeno).
Nei primi anni 2000 la rivista specializzata britannica Jane’s Defence valutava che Israele avesse prodotto, fino a quel momento, circa 400 testate nucleari, impiegabili su diverse tipologie di vettori.
Il vettore principale delle armi nucleari israeliane è il missile balistico a medio raggio a propellente solido Jericho-2, con una gittata massima di 3.000 km e lanciabile da veicoli o silos fissi. Un altro vettore potrebbe essere il missile Shavit, sviluppato dal Jericho, è impiegato principalmente per lanciare in orbita i satelliti Ofeq, ma può essere armato con testate nucleari e ha una gittata massima di 7.000 km, quindi consentirebbe a Israele di colpire vaste aree dell’Africa e dell’Asia Centrale.
In un remoto passato ci sono state ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) presso il sito nucleare di Dimona in Israele, ma in modo molto limitato e non regolare come avviene per gli impianti nucleari in altri paesi firmatari del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP). Ma Israele non ha firmato il Trattato di Non Proliferazione Nucleare, quindi non è soggetto alle stesse ispezioni obbligatorie a cui sono sottoposti gli stati membri.
Israele mantiene infatti una politica di “ambiguità nucleare” (non conferma nè nega ufficialmente di possedere armi atomiche), sebbene sia ampiamente riconosciuto che abbia un arsenale nucleare sviluppato a Dimona.
Negli anni ’60, prima che Israele completasse il suo programma militare, l’AIEA condusse alcune ispezioni limitate a Dimona, quando il reattore era ancora ufficialmente presentato come impianto per la ricerca civile.
Dopo il 1969, Israele ha cessato ogni collaborazione formale con l’AIEA riguardo a Dimona, rendendo il sito off-limits per ispezioni internazionali regolari.
Occasionalmente, l’AIEA ha chiesto accesso a Dimona, soprattutto in relazione a preoccupazioni sulla sicurezza nucleare o su presunte attività non dichiarate, ma senza successo.
Israele permette un monitoraggio molto limitato solo per alcuni impianti civili (ad esempio, il reattore di ricerca Soreq), ma non per i siti militari.
Mentre l’AIEA ha avuto un accesso minimo a Dimona in passato, oggi il sito non è sottoposto a ispezioni internazionali. La mancata adesione al TNP permette a Israele di mantenere il suo programma nucleare militare al di fuori del controllo dell’AIEA, a differenza di paesi come l’Iran, che è soggetto a severe ispezioni proprio perché firmatario del TNP.
Se si fermerà l’escalation in corso e si vuole parlare di un serio accordo sul nucleare iraniano, sarebbe necessario coinvolgere Israele, quantomeno sul piano dell’adesione al Trattato di Non Proliferazione e di permessi all’AIEA per ispezionare gli impianti nucleari. Ogni pretesa unilaterale solo verso l’Iran costituisce un fattore di asimmetria inaccettabile nella regione.
Fonte
L‘Iran è infatti membro dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) dal 1958. L’AIEA è un’organizzazione internazionale che promuove l’uso pacifico dell’energia nucleare e verifica il rispetto degli impegni di non proliferazione nucleare.
Tuttavia, il rapporto tra l’Iran e l’AIEA è stato spesso complesso, soprattutto a causa delle preoccupazioni riguardo al programma nucleare iraniano. L’Iran, diversamente da Israele, ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) ed è soggetto a controlli dell’AIEA, ma ci sono state tensioni per la mancata piena trasparenza su alcune attività.
Dopo l’accordo sul nucleare del 2015 (JCPOA), l’Iran ha accettato maggiori ispezioni, ma con il ritiro degli USA dall’accordo nel 2018 e le successive tensioni, la cooperazione si è ridotta. Negli ultimi anni, l’AIEA ha espresso preoccupazione per la mancata collaborazione su alcuni siti nucleari iraniani.
Secondo l’ultimo rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica l’Iran ha aumentato notevolmente le sue scorte di uranio arricchito fino al 60%. Ma siamo ancora lontani dal livello del 90% circa necessario per le armi atomiche. Nel suo rapporto trimestrale, l’AIEA ha dichiarato che l’Iran ha una quantità stimata di 408,6 chilogrammi (901 libbre) arricchiti fino al 60% al 17 maggio, con un aumento di 133,8 chilogrammi (295 libbre) rispetto all’ultimo rapporto di febbraio.
La quantità totale di uranio arricchito dell’Iran supera ora di 45 volte il limite che era stato autorizzato dall’accordo del 2015 con le potenze mondiali ed è stimata in 9.247,6 chilogrammi (20.387 libbre). L’accordo in questione è stato fatto saltare dalla prima amministrazione Trump.
Ma se la stessa AIEA è in grado di sapere e dire molto sul nucleare iraniano, la stessa agenzia continua a non sapere nè dire nulla sul nucleare israeliano ad accetta il fatto compiuto che Israele non consente ispezioni nei suoi impianti nucleari militari.
Anche Israele ha aderito all’AIEA nel 1957, poco dopo la fondazione dell’agenzia stessa. Tuttavia, a differenza di molti altri Stati membri come l’Iran, Israele non è parte del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) e non consente ispezioni complete delle sue strutture nucleari, tra cui il controverso sito di Dimona, dove si ritiene che Israele abbia sviluppato armi nucleari. Lo stabilimento di Dimona, nel deserto del Negev, è equipaggiato con tecnologie di estrazione del plutonio francesi che lo hanno trasformato da centro di ricerca civile in una struttura per la produzione di armi nucleari.
Secondo alcuni esperti, la produzione di plutonio si aggira attorno ai 40 chilogrammi all’anno, abbastanza per produrre 10 bombe. Negli ultimi sei anni al sito sono stati aggiunti ulteriori equipaggiamenti per realizzare componenti per dispositivi termonucleari. Il reattore da 26 Megawatt, anch’esso costruito dai francesi, è stato ampliato e probabilmente adesso opera ad un regime di 150 Megawatt che permette di estrarre più plutonio.
Nel marzo 2015 venne declassificato un documento del Pentagono, risalente al 1987 e composto da circa 400 pagine, in cui si analizzavano le elevate capacità raggiunte dai laboratori nucleari israeliani (in grado di produrre bombe all’idrogeno).
Nei primi anni 2000 la rivista specializzata britannica Jane’s Defence valutava che Israele avesse prodotto, fino a quel momento, circa 400 testate nucleari, impiegabili su diverse tipologie di vettori.
Il vettore principale delle armi nucleari israeliane è il missile balistico a medio raggio a propellente solido Jericho-2, con una gittata massima di 3.000 km e lanciabile da veicoli o silos fissi. Un altro vettore potrebbe essere il missile Shavit, sviluppato dal Jericho, è impiegato principalmente per lanciare in orbita i satelliti Ofeq, ma può essere armato con testate nucleari e ha una gittata massima di 7.000 km, quindi consentirebbe a Israele di colpire vaste aree dell’Africa e dell’Asia Centrale.
In un remoto passato ci sono state ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) presso il sito nucleare di Dimona in Israele, ma in modo molto limitato e non regolare come avviene per gli impianti nucleari in altri paesi firmatari del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP). Ma Israele non ha firmato il Trattato di Non Proliferazione Nucleare, quindi non è soggetto alle stesse ispezioni obbligatorie a cui sono sottoposti gli stati membri.
Israele mantiene infatti una politica di “ambiguità nucleare” (non conferma nè nega ufficialmente di possedere armi atomiche), sebbene sia ampiamente riconosciuto che abbia un arsenale nucleare sviluppato a Dimona.
Negli anni ’60, prima che Israele completasse il suo programma militare, l’AIEA condusse alcune ispezioni limitate a Dimona, quando il reattore era ancora ufficialmente presentato come impianto per la ricerca civile.
Dopo il 1969, Israele ha cessato ogni collaborazione formale con l’AIEA riguardo a Dimona, rendendo il sito off-limits per ispezioni internazionali regolari.
Occasionalmente, l’AIEA ha chiesto accesso a Dimona, soprattutto in relazione a preoccupazioni sulla sicurezza nucleare o su presunte attività non dichiarate, ma senza successo.
Israele permette un monitoraggio molto limitato solo per alcuni impianti civili (ad esempio, il reattore di ricerca Soreq), ma non per i siti militari.
Mentre l’AIEA ha avuto un accesso minimo a Dimona in passato, oggi il sito non è sottoposto a ispezioni internazionali. La mancata adesione al TNP permette a Israele di mantenere il suo programma nucleare militare al di fuori del controllo dell’AIEA, a differenza di paesi come l’Iran, che è soggetto a severe ispezioni proprio perché firmatario del TNP.
Se si fermerà l’escalation in corso e si vuole parlare di un serio accordo sul nucleare iraniano, sarebbe necessario coinvolgere Israele, quantomeno sul piano dell’adesione al Trattato di Non Proliferazione e di permessi all’AIEA per ispezionare gli impianti nucleari. Ogni pretesa unilaterale solo verso l’Iran costituisce un fattore di asimmetria inaccettabile nella regione.
Fonte
27/01/2023
L’Orologio ticchetta verso l’Apocalisse
Si coniugano alla perfezione due scadenze appena trascorse: il 22 gennaio il primo anniversario dell’entrata in funzione del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPAN, in inglese TPNW), il 24 gennaio l’aggiornamento annuale del Doomsday Clock: un appuntamento che si ripete dal 1947, e che da vari anni ha esteso le sue analisi e previsioni dal rischio di guerra nucleare alle emergenze che si aggravano, dalla crisi climatica all’esasperazione delle disuguaglianze.
Ovviamente non poteva non influire la sopravvenuta (dopo il 24 gennaio del 2022) guerra in Ucraina, che ha risvegliato l’allarme per un possibile ricorso al nucleare non strategico (il termine che ricorre è nucleare “tattico” ma questo non è riconosciuto nella terminologia ufficiale).
Da tempo mi interrogavo su quale decisione avrebbe preso il board del Bulletin questo 2023 per aggiornare l’ora segnata dal simbolico Doomsday Clock, dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, ma anche e soprattutto dopo la sordità delle potenze mondiali agli allarmi crescenti lanciati dagli anni ’90, al punto che a partire dal 2020 le lancette del Clock erano state avvicinate ad appena 100 secondi dalla mezzanotte. La soluzione di questo 2023 mi sembra un giusto equilibrio fra l’accresciuto allarme e un appello quasi disperato «Fermatevi prima che sia troppo tardi!». Le lancette sono state avvicinate da 100 a 90 secondi:
I passi salienti mi sembrano questi, sintetizzati al massimo, perché ci tengo di più a mettere in comune le mie osservazioni personali:
Leggendo il comunicato dello Science and Security Board del Bulletin non posso però esimermi dall’esprime alcune forti riserve.
Ci sono senz’altro tutti i motivi per richiamare che «Le recenti azioni della Russia sono in contrasto con decenni di impegni assunti da Mosca» con la dichiarazione di Budapest del 1994 che la Russia «avrebbe “rispettato l’indipendenza e la sovranità e i confini esistenti dell’Ucraina” e “si sarebbe astenuta dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’Ucraina”». Ma mi sembra decisamente sbilanciato non citare, allora, le assicurazioni che erano state date in precedenza al presidente dell'URSS Gorbachev che la NATO ‒ che a quel tempo comprendeva solo i paesi dell’Europa occidentale ‒ non si sarebbe allargata di un centimetro a Est: come se fosse ininfluente la trasformazione della NATO in alleanza aggressiva estesa fin sotto i confini della Russia.
Non è un dettaglio insignificante, come non lo è ricordare come la situazione in Ucraina si sia andata trasformando in maniera piuttosto radicale all’indomani delle elezioni presidenziali del 2004, e soprattutto con la vera rivoluzione di Maidan del 2014. Non è un dettaglio ricordare gli accordi di Minsk del 2014-2015 ‒ totalmente disattesi ‒ che stabilivano una serie di principi da attuare al fine di conseguire una risoluzione pacifica della controversia sui territori del Donbass.
Insomma, l’individuazione delle responsabilità mi sembra molto più complessa, e non indifferente per cercare un’uscita dalla guerra che sia in grado di assicurare una certa stabilità.
La minaccia nucleare si è aggravata con la guerra in Ucraina?
Mi permetto piuttosto di aggiungere qualche commento personale sulla minaccia nucleare, che sottopongo alla discussione.
Io non credo che Putin potrà ricorrere all’uso di una bomba nucleare sub strategica, per una serie di motivi che cerco di elencare, anche se gli sviluppi di questa guerra sono sempre più imprevedibili, e soprattutto non si intravede una fine. In primo luogo se Putin ricorresse all’arma nucleare, non solo si troverebbe totalmente isolato sul piano internazionale ‒ perderebbe anche l’appoggio della Cina, che già dà qualche segnale di vacillare ‒ lo sconvolgimento sarebbe globale ed epocale.
Ritengo poi, e mi sembra che lo osservino vari esperti, che nella situazione dell’Ucraina il ricorso a una bomba nucleare non possa essere un game changer. Riporto un paio di valutazioni che certo non tranquillizzano ma a mio parere pongono il problema nella giusta dimensione (i neretti sono miei):
In ogni caso non vi è dubbio che sarebbe più che mai necessario porre al più presto fine a questa guerra, non solo per evitare il rischio nucleare, ma l’allagamento e le sofferenze che comporta, anche per l’Europa. Spingere sempre più alle strette la Russia aggrava tutti i rischi, un azzardo assolutamente da evitare.
Eliminare per sempre le armi nucleari!
Ma la sola soluzione che possa mettere fine alla follia nucleare è eliminare definitivamente queste armi dal Pianeta, e dalla storia! Ed è più urgente che mai.
Sabato scorso (22 gennaio) è stato il secondo anniversario dell’entrata in vigore del Trattato di Proibizione nucleare (TPAN, o TPNW), che era stato stabilito all’ONU il 7 luglio del 2017. Non ritengo opportuno soffermarmi ancora sulla struttura del trattato, che ho già discusso.
Lo stato attuale registra 68 Stati che hanno ratificato il trattato, 92 quelli che lo hanno firmato. Gli Stati aderenti all’ONU sono 193, quelli che il 7 luglio 2017 votarono il TPAN furono 122. Gli Stati che hanno aderito al Trattato di Non Proliferazione (TNP) sono 191. Sappiamo bene che nessuno Stato che possiede armi nucleari, e nessuno Stato della NATO, ha firmato il TPAN. Non voglio certo andare controcorrente, né spargere scetticismo, ma penso che dopo 5 anni e mezzo dall’approvazione del TPAN, e nella congiuntura internazionale nella quale ci troviamo con scarse prospettive di miglioramento, sia opportuno esprimere qualche perplessità.
È ormai evidente che il Trattato di Non Proliferazione (TNP) è un’impostura! Non porterà mai al disarmo nucleare.
È verissimo che non vi è conflitto fra TNP e TPNW, il quale ha portato a compimento l’Art. IV. Si sono svolte 20 Conferenze quinquennali del Riesame, nelle quali gli Stati non nucleari hanno contestato a quelli nucleari di non avere messo in atto gli impegni dell’Art. VI. In molte di esse gli Stati nucleari hanno impedito addirittura che si arrivasse a un documento finale condiviso. In altre sono stati siglati impegni precisi: nessuno di essi è stato realizzato. Intanto in barba al TNP tutti gli Stati nucleari hanno investito somme colossali per “modernizzare” gli armamenti nucleari (non solo le testate, ma i vettori, sommergibili, bombardieri, sistemi di controllo e allarme): gli Stati Uniti hanno investito trilioni (!) di dollari (migliaia di miliardi) ma, si potrebbe dire... ognuno secondo le proprie possibilità. Programmi a lungo termine per gli anni a venire: non è pensabile che siano investimenti per realizzare qualcosa a cui poi rinunciare. Qualsiasi persona in buona fede non può ormai negare che gli Stati nucleari non hanno la benché minima intenzione di rinunciare a queste armi, né ora né in un futuro che sia prevedibile!
Il TNP ha funzionato da copertura. Dopo più di 70 anni e 10 Conferenze del Riesame ritengo che sia assolutamente necessario arrivare alla conclusione che il TNP è stato una mistificazione, un vero specchietto per le allodole. Credo che sia giunto il momento per gli stati parte del TPNW di assumere una posizione molto decisa: la minaccia, per lo meno, di uscire tutti dal TNP, denunciandone l’imbroglio. Non come ricatto o come avviso ma come passo possibile, quando basta è basta. Il mio parere è drastico, svuotare il TNP per aprire la strada all’eliminazione delle armi nucleari.
Note
[1] I. Chotiner, “How Close Is Vladimir Putin to Using a Nuclear Bomb?”, Newyorker, 11 ottobre 2022.
[2] M. Mazarr et al., “Can Russia’s war in Ukraine end whithout nuclaer weapons?”, Carnegie Endowment for Intenational Peace, 3 novembre 2022.
[3] Baracca, “Sull’orlo dell’abisso – nucleare, ambientale: ultima chiamata”, Pressenza, 25 novembre 2022.
Fonte
Ovviamente non poteva non influire la sopravvenuta (dopo il 24 gennaio del 2022) guerra in Ucraina, che ha risvegliato l’allarme per un possibile ricorso al nucleare non strategico (il termine che ricorre è nucleare “tattico” ma questo non è riconosciuto nella terminologia ufficiale).
Da tempo mi interrogavo su quale decisione avrebbe preso il board del Bulletin questo 2023 per aggiornare l’ora segnata dal simbolico Doomsday Clock, dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, ma anche e soprattutto dopo la sordità delle potenze mondiali agli allarmi crescenti lanciati dagli anni ’90, al punto che a partire dal 2020 le lancette del Clock erano state avvicinate ad appena 100 secondi dalla mezzanotte. La soluzione di questo 2023 mi sembra un giusto equilibrio fra l’accresciuto allarme e un appello quasi disperato «Fermatevi prima che sia troppo tardi!». Le lancette sono state avvicinate da 100 a 90 secondi:
La guerra della Russia contro l’Ucraina ha sollevato profondi interrogativi sulle modalità di interazione tra gli Stati, erodendo le norme di condotta internazionale che sono alla base di risposte efficaci a una serie di rischi globali. [...] La possibilità che il conflitto sfugga al controllo di chiunque rimane alta.Non intendo discutere tutto il lungo documento, che si trova qui.
I passi salienti mi sembrano questi, sintetizzati al massimo, perché ci tengo di più a mettere in comune le mie osservazioni personali:
L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha aumentato il rischio di utilizzo di armi nucleari, ha sollevato lo spettro dell’uso di armi biologiche e chimiche, ha ostacolato la risposta del mondo al cambiamento climatico e ha ostacolato gli sforzi internazionali per affrontare altri problemi globali.Alcune riserve, personali.
[...]
Il governo degli Stati Uniti, i suoi alleati della NATO e l’Ucraina dispongono di una moltitudine di canali di dialogo che dovrebbero essere esplorati. Trovare una strada per seri negoziati di pace potrebbe contribuire a ridurre il rischio di escalation. In questo momento di pericolo globale senza precedenti, è necessaria un’azione concertata e ogni secondo è importante.
Leggendo il comunicato dello Science and Security Board del Bulletin non posso però esimermi dall’esprime alcune forti riserve.
Ci sono senz’altro tutti i motivi per richiamare che «Le recenti azioni della Russia sono in contrasto con decenni di impegni assunti da Mosca» con la dichiarazione di Budapest del 1994 che la Russia «avrebbe “rispettato l’indipendenza e la sovranità e i confini esistenti dell’Ucraina” e “si sarebbe astenuta dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’Ucraina”». Ma mi sembra decisamente sbilanciato non citare, allora, le assicurazioni che erano state date in precedenza al presidente dell'URSS Gorbachev che la NATO ‒ che a quel tempo comprendeva solo i paesi dell’Europa occidentale ‒ non si sarebbe allargata di un centimetro a Est: come se fosse ininfluente la trasformazione della NATO in alleanza aggressiva estesa fin sotto i confini della Russia.
Non è un dettaglio insignificante, come non lo è ricordare come la situazione in Ucraina si sia andata trasformando in maniera piuttosto radicale all’indomani delle elezioni presidenziali del 2004, e soprattutto con la vera rivoluzione di Maidan del 2014. Non è un dettaglio ricordare gli accordi di Minsk del 2014-2015 ‒ totalmente disattesi ‒ che stabilivano una serie di principi da attuare al fine di conseguire una risoluzione pacifica della controversia sui territori del Donbass.
Insomma, l’individuazione delle responsabilità mi sembra molto più complessa, e non indifferente per cercare un’uscita dalla guerra che sia in grado di assicurare una certa stabilità.
La minaccia nucleare si è aggravata con la guerra in Ucraina?
Mi permetto piuttosto di aggiungere qualche commento personale sulla minaccia nucleare, che sottopongo alla discussione.
Io non credo che Putin potrà ricorrere all’uso di una bomba nucleare sub strategica, per una serie di motivi che cerco di elencare, anche se gli sviluppi di questa guerra sono sempre più imprevedibili, e soprattutto non si intravede una fine. In primo luogo se Putin ricorresse all’arma nucleare, non solo si troverebbe totalmente isolato sul piano internazionale ‒ perderebbe anche l’appoggio della Cina, che già dà qualche segnale di vacillare ‒ lo sconvolgimento sarebbe globale ed epocale.
Ritengo poi, e mi sembra che lo osservino vari esperti, che nella situazione dell’Ucraina il ricorso a una bomba nucleare non possa essere un game changer. Riporto un paio di valutazioni che certo non tranquillizzano ma a mio parere pongono il problema nella giusta dimensione (i neretti sono miei):
«Un attacco russo terrorizzerebbe la popolazione ucraina e infrangerebbe un tabù internazionale vecchio di sette decenni, portando pochi benefici sul campo di battaglia.»[1]Bisogna infatti sottolineare che non è solo la dottrina nucleare russa, ma anche quella statunitense e degli altri paesi, a prevedere il ricorso all’arma nucleare nel caso di pericolo esistenziale per il paese. In un precedente articolo ho espresso la mia meraviglia che lo spettro di una guerra nucleare turbi solo ora l’opinione pubblica [3].
«Non vedo obiettivi militari significativi per l’uso del nucleare in Ucraina. Non c’è un porto o un campo d’aviazione o un ammassamento di grandi quantità di truppe... Non bisogna fissarsi sulle peculiarità di Vladimir Putin per concludere che l’uso del nucleare è possibile, perché è una dottrina nucleare molto più diffusa tra le potenze dotate di armi nucleari, quando si trovano di fronte alla prospettiva di una sconfitta convenzionale e quando la posta in gioco è alta, essere tentati di usarle. Questa era la dottrina della NATO nel teatro europeo dal 1965, per compensare e prevenire la sconfitta convenzionale con una minaccia di uso del nucleare. Una storia simile si può raccontare per il Pakistan, l’India e persino per la Corea del Nord.»[2]
In ogni caso non vi è dubbio che sarebbe più che mai necessario porre al più presto fine a questa guerra, non solo per evitare il rischio nucleare, ma l’allagamento e le sofferenze che comporta, anche per l’Europa. Spingere sempre più alle strette la Russia aggrava tutti i rischi, un azzardo assolutamente da evitare.
Eliminare per sempre le armi nucleari!
Ma la sola soluzione che possa mettere fine alla follia nucleare è eliminare definitivamente queste armi dal Pianeta, e dalla storia! Ed è più urgente che mai.
Sabato scorso (22 gennaio) è stato il secondo anniversario dell’entrata in vigore del Trattato di Proibizione nucleare (TPAN, o TPNW), che era stato stabilito all’ONU il 7 luglio del 2017. Non ritengo opportuno soffermarmi ancora sulla struttura del trattato, che ho già discusso.
Lo stato attuale registra 68 Stati che hanno ratificato il trattato, 92 quelli che lo hanno firmato. Gli Stati aderenti all’ONU sono 193, quelli che il 7 luglio 2017 votarono il TPAN furono 122. Gli Stati che hanno aderito al Trattato di Non Proliferazione (TNP) sono 191. Sappiamo bene che nessuno Stato che possiede armi nucleari, e nessuno Stato della NATO, ha firmato il TPAN. Non voglio certo andare controcorrente, né spargere scetticismo, ma penso che dopo 5 anni e mezzo dall’approvazione del TPAN, e nella congiuntura internazionale nella quale ci troviamo con scarse prospettive di miglioramento, sia opportuno esprimere qualche perplessità.
È ormai evidente che il Trattato di Non Proliferazione (TNP) è un’impostura! Non porterà mai al disarmo nucleare.
È verissimo che non vi è conflitto fra TNP e TPNW, il quale ha portato a compimento l’Art. IV. Si sono svolte 20 Conferenze quinquennali del Riesame, nelle quali gli Stati non nucleari hanno contestato a quelli nucleari di non avere messo in atto gli impegni dell’Art. VI. In molte di esse gli Stati nucleari hanno impedito addirittura che si arrivasse a un documento finale condiviso. In altre sono stati siglati impegni precisi: nessuno di essi è stato realizzato. Intanto in barba al TNP tutti gli Stati nucleari hanno investito somme colossali per “modernizzare” gli armamenti nucleari (non solo le testate, ma i vettori, sommergibili, bombardieri, sistemi di controllo e allarme): gli Stati Uniti hanno investito trilioni (!) di dollari (migliaia di miliardi) ma, si potrebbe dire... ognuno secondo le proprie possibilità. Programmi a lungo termine per gli anni a venire: non è pensabile che siano investimenti per realizzare qualcosa a cui poi rinunciare. Qualsiasi persona in buona fede non può ormai negare che gli Stati nucleari non hanno la benché minima intenzione di rinunciare a queste armi, né ora né in un futuro che sia prevedibile!
Il TNP ha funzionato da copertura. Dopo più di 70 anni e 10 Conferenze del Riesame ritengo che sia assolutamente necessario arrivare alla conclusione che il TNP è stato una mistificazione, un vero specchietto per le allodole. Credo che sia giunto il momento per gli stati parte del TPNW di assumere una posizione molto decisa: la minaccia, per lo meno, di uscire tutti dal TNP, denunciandone l’imbroglio. Non come ricatto o come avviso ma come passo possibile, quando basta è basta. Il mio parere è drastico, svuotare il TNP per aprire la strada all’eliminazione delle armi nucleari.
Note
[1] I. Chotiner, “How Close Is Vladimir Putin to Using a Nuclear Bomb?”, Newyorker, 11 ottobre 2022.
[2] M. Mazarr et al., “Can Russia’s war in Ukraine end whithout nuclaer weapons?”, Carnegie Endowment for Intenational Peace, 3 novembre 2022.
[3] Baracca, “Sull’orlo dell’abisso – nucleare, ambientale: ultima chiamata”, Pressenza, 25 novembre 2022.
Fonte
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