Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/08/2026

L’ansia di guerra, a cervelli spenti

Allora. Uno si siede al computer, scorre le notizie e si trova davanti ad un bivio logico, concettuale, strategico pressoché irrisolvibile.

Trump, presidente Usa che ha appena mandato il capo della Cia a Mosca, afferma che “Putin non attaccherà la Nato”.

Burnham, primo ministro britannico, passato da poche settimane dal tranquillo incarico di sindaco di Manchester a quello più stressante di gestore di un paese con nostalgie imperiali e un presente da servi impoveriti, dice che “la Russia attaccherà, è inevitabile”, “è solo questione di quando, non di se”.

Entrambi stanno in un’alleanza militare chiamata Nato, e in molti altri organismi sovranazionali di intelligence, parlano la stessa lingua (niente lost in translation, insomma) e condividono gli stessi “valori” che poi è uno solo: “il mercato è sovrano”, lo dice pure Tajani.

La distonia è troppo evidente per essere nascosta, ma i media mainstream ci provano lo stesso, magari alludendo al fatto che Trump non ci sta troppo con la testa – in effetti si occupa di scemenze come rinominare l’Ontario in “lago America” – oppure che è “putiniano” perché non apprezza la stessa democrazia che lo ha selezionato. Come se Burnham fosse stato eletto o Macron avesse una maggioranza parlamentare... 

Se si guarda al panorama europeo la situazione è invece uniforme. Tutti i cosiddetti leader (della UE o dei singoli paesi) gridano che bisogna riarmarsi, e di corsa, perché la Russia attaccherà presto. “È solo questione di quando, non di se”.

In testa, come decibel, ci sono quattro nanerottoli ringhiosi confinanti appunto con la Russia (Lettonia, Estonia, Lituania e Finlandia, da poco entrata nella Nato ma già lobotomizzata quanto basta da farsi dirigere da un certo Stubb).

I quattro invocano la guerra ogni giorno, fanno transitare nel loro spazio aereo i droni ucraini che devono colpire la Russia “nel profondo” (qualcuno sospetta che in realtà ospitino direttamente i lanciatori) e pressano la Nato perché agisca al più presto perché loro – giurano – voglio “la pace” e naturalmente “la sicurezza”.

I paesi più grandi – Francia, Germania, la stessa Gran Bretagna, la Polonia – sono d’accordo sul risultato finale (la guerra contro Mosca) molto meno su tempi e modi. Parigi e Londra scalpitano per “manovre congiunte con l’esercito ucraino”, presumibilmente in territorio ucraino per “non sguarnire le difese di Kiev” impegnate a combattere sul serio, mentre Berlino e Varsavia preferiscono accelerare la preparazione. Pardon, il riarmo.

Dell’Italia è inutile parlare, perché non sanno quel che vogliono né quel che fanno. Ed è quasi una fortuna... 

Tutti, però, condividono la “narrativa”: la Russia ci vuole invadere. Il paese più esteso del mondo, ma con appena 130 milioni di abitanti, ricchezze naturali dalle dimensioni ancora semi-sconosciute ma ciclopiche, saldamente collegato con la prima economia del mondo (la Cina, a parità di potere d’acquisto), vorrebbe insomma “allargarsi” inglobando un territorio frammentato e abitato da quasi 500 milioni di persone, in profonda crisi economica e “di senso”, pressoché privo di materie prime ed ormai anche di tecnologie di punta.

Realistico, no? Più probabile – a naso – il contrario...

Ma se si parla di guerra, si incrementano i dispositivi (e la spesa) militari, si provoca sistematicamente l’avversario armando con sistemi sempre più “offensivi” il suo attuale antagonista sul campo – l’Ucraina – in modo da massimizzarne il logoramento... prima o poi la guerra arriva.

Perché non puoi seriamente parlare di “guerra ibrida russa” per ogni drone non identificato che cade sui confini e far finta che i “tuoi” missili, gentilmente regalati all’Ucraina, con in più il supporto radar e satellitare per indirizzarli con efficacia, siano invece un “semplice risultato commerciale” di cui non sei responsabile per l’utilizzo.

Se si parla di guerra, insomma, e la si fa pure facendo finta del contrario, la guerra vera prima o poi arriva... Per un “incidente” mal calcolato, un missile su un obbiettivo “troppo sensibile”, oppure per la decisione della controparte di non attendere che il futuro “aggressore europeo” si sia organizzato abbastanza da poterlo fare davvero.

Perché in tutta questa follia guerrafondaia c’è un solo piccolissimo problema: per “sdraiare” le velleità europee non serve “invaderne” i territori confinanti – processo costoso in uomini e mezzi, dai risultati incerti e con prospettive invalidanti sul medio-lungo periodo (la legittima “resistenza” degli invasi). Bastano un paio di “atomiche tattiche”, quelle meno potenti ma egualmente micidiali.

Lo sanno tutti, tanto che l’ineffabile Corsera affida al suo direttore tuttofare – Giuseppe Sarcina – il compito di stilare un lungo elenco, e relativa mappa, degli “obbiettivi sensibili” sul territorio europeo. Come se dovesse avvenire domattina...

Ovvio – per chi non ha portato il cervello in discarica – che neanche i più “falchi” tra i dirigenti russi vogliano far passare i rapporti con i guerrafondai europei dall’attuale “tensione” alla guerra totale, che in quel caso coinvolgerebbe probabilmente anche gli Stati Uniti (che di atomiche ne hanno altrettante).

In tre quarti d’ora sarebbe tutto finito. Superati tutti i problemi che affliggono l’umanità... per estinzione della stessa.

Lo sappiamo tutti, meno – sembra – qual piccolo branco di idioti che popola le stanze delle “cancellerie”, da Bruxelles a Londra e dintorni.

La domanda è perciò: quanto è grave la crisi che li attanaglia se non riescono ad immaginare altro che la guerra come “soluzione”?

Ogni giorno che restano al loro posto rende il pericolo maggiore...

Fonte

26/12/2025

Lo sguardo obliquo del cinema per rappresentare l’irrappresentabile

di Gioacchino Toni

Pierre Dalla Vigna, Rappresentare l’irrappresentabile. Lo sguardo “obliquo” nel cinema sulla Shoah e in altre catastrofi, Mimesis, Milano-Udine 2025, pp. 120, € 14,00

Su come l’arte e il cinema possano o meno trattare l’enormità della Shoah si sono accumulate nel corso del tempo numerose e importanti riflessioni; diverse voci autorevoli hanno messo in guardia dai tentavi di illustrare, trattare, esprimere la Shoah nelle diverse forme artistiche in quanto destinate a dar luogo, loro malgrado, a forme di estetizzazione, banalizzazione, spettacolarizzazione, inverosimiglianza e voyeurismo. L’enormità della Shoah e le riflessioni che si sono generate attorno ad essa la rendono un ambito privilegiato per indagare come le manifestazioni artistiche e, in particolare, l’ambito cinematografico, abbiano finito per far ricorso a “visioni oblique” per affrontare quanto è stato ritenuto non direttamente rappresentabile.

È proprio alle visioni oblique a cui ha fatto ricorso il cinema per affrontare l’Olocausto nazista ed altri orribili crimini, nel tentativo di evitare di scivolare nella spettacolarizzazione e nel voyeurismo della violenza più estrema, che guarda il volume Rappresentare l’irrappresentabile (Mimesis 2025) di Pierre Dalla Vigna. La disamina proposta dallo studioso prende il via con alcune opere che, evitando di affrontare direttamente il genocidio, incentrano la narrazione su eventi che lo precedono ma che al tempo stesso lo fanno percepire come imminente: Il giardino dei Finzi-Contini (1970) di Vittorio De Sica, derivato dall’omonimo romanzo di Giorgio Bassani, a sua volta ispirato a vicende autentiche di una famiglia ferrarese sterminata ad Auschwitz; Cabaret (1972) di Bob Fosse, musical ambientato durante la Repubblica di Weimar in cui lo spettro dell’Olocausto è evocato da personaggi secondari; La nave dei folli (Ship of Fools, 1965) di Stanley Kramer, film in cui viene messo in scena l’atteggiamento vessatorio ed emarginante nei confronti di un ebreo e un nano da parte di un gruppo di tedeschi dalle esplicite simpatie naziste nel corso di una crociera del 1933.

Della Shoah, ricorda Dalla Vigna, esistono alcuni frammenti visivi e si ritrovano nelle fotografie scattate clandestinamente nel 1944 da appartenenti a un Sonderkommando operante ad Auschwitz-Birkenau e in alcune riprese aeree anglo-americane, oltre che nei documentari girati dalle truppe sovietiche e statunitensi al loro arrivo nei campi di sterminio. Proprio questi ultimi materiali visivi sono poi stati utilizzati da Alain Resnais nel suo docu-film Notte e nebbia (Nuit et brouillard, 1956), insieme a materiali audiovisivi dell’epoca nazista e sequenze a colori girate in Polonia sui luoghi che furono teatro dello sterminio con il commento di una voce fuori campo. «Il tutto è di estremo coinvolgimento e conduce il pubblico a ricostruire il genocidio senza spettacolarizzare l’orrore, ma imprimendo nella memoria il senso più profondo dell’evento» (p. 35).

Dalla Vigna si sofferma anche su Un vivo che passa (Un vivant qui passe, 1999) di Claude Lanzman, opera che riflette sull’ottundimento di quanti pur avendo visto qualcosa non sono stati in grado di comprendere quanto visto in riferimento al campo di Theresienstadt, in Boemia, allestito ad arte dai nazisti per mostrare le buone condizioni di prigionia dei detenuti per essere mostrato attraverso immagini documentarie girate dal regime e, in forma diretta, attraverso le visite pianificate per alcuni osservatori internazionali. Il ricorso a operazioni di mascheramento della realtà, che non di rado sfruttano il credito acritico che si tende a concedere alle immagini nonostante la consapevolezza della loro sempre più facile manipolabilità, caratterizza evidentemente anche la contemporaneità più stretta, ma al di là delle messe in scena esplicitamente truffaldine e delle immagini volutamente falsificanti la realtà, resta il difficile rapporto tra testimonianza-documentazione storica e verosimiglianza cinematografica.

Non potevano mancare riflessioni sul controverso Kapò (1960) di Gillo Pontecorvo, liberamente derivato da Se questo è un uomo scritto da Primo Levi tra il 1945 ed il 1947. Il  film è incentrato su una giovane ebrea francese disposta a tutto pur di sopravvivere al Lager che troverà modo di redimersi sacrificandosi per consentire la fuga di un gruppo di prigionieri. Il ricorso a scene particolarmente crude ha indotto cineasti e critici come Jacques Rivette e Serge Daney ad accusare il film di voyeurismo, ostentazione dell’orrore, estetizzazione della morte, mentre altri, come Alberto Moravia, hanno evidenziato come, a fronte di una corretta ricostruzione scenica, è come se Pontecorvo guardasse più allo spettatore che non al materiale su cui dovrebbe concentrarsi il film. La storia d’amore messa in scena nella seconda parte del film, scrive Dalla Vigna, «costruisce un artificio falsificante che contrasta con una realtà troppo orrorifica per essere rappresentata a freddo. Il divario tra il mettere in mostra l’indicibile di Auschwitz, che rischia di scivolare nel compiacimento dell’orrore, e le necessità di una trama cinematografica consolatoria per rendere più sopportabile l’orrore stesso, ha dunque come risultato una duplice insoddisfazione» (p. 38).

A modalità oblique di affrontare la Shoah ricorrono anche Il pianista (The Pianist, 2003) di Roman Polanski, derivato dall’autobiografia scritta nel 1946 del musicista ebreo-polacco Władysław Władek Szpilman scampato al genocidio, e Il figlio di Saul (Saul fia, 2015) di László Nemes, che incentra il film su un membro di un Sonderkommando di Auschwitz-Birkenau alla ricerca di un rabbino che possa recitare la preghiera funebre per il figlio che crede di aver riconosciuto tra i cadaveri. Sullo sfondo della vicenda messa in scena viene mostrato il tentativo di alcuni detenuti del Sonderkommando di lasciare una testimonianza fotografica degli eventi.

Ad essere preso in esame dallo studioso è anche il recente La zona d’interesse (The Zone of Interest, 2023) di Jonathan Glazer, film liberamente tratto dall’omonimo romanzo del 2014 di Martin Amis che mostra l’ostinazione con cui la famiglia del comandante del Lager di Auschwitz desidera vivere come idilliaca la quotidianità che trascorre in una dimora confinante con il campo di sterminio non vedendo e non volendo vedere ciò che accade oltre le mura di cinta. Se la contiguità tra l’idillio della famiglia nazista e i prigionieri condannati alle camere a gas può rimandare alla “zona grigia” dei privilegiati all’interno dei lager di cui parla Primo Levi ne I sommersi e i salvati, scritto nel 1986, tuttavia, sottolinea Dalla Vigna, la “zona d’interesse” è di ben altra natura, essendo situata «nel campo dei carnefici meno consapevoli del proprio ruolo, dei parenti degli esecutori diretti, in diretto rapporto con la banalità del male che Hannah Arendt ha voluto riscontrare persino in uno degli artefici più significativi dell’Olocausto, Adolf Eichmann» (p. 42), tesi contrastata da quanti hanno invece preferito insistere sulla malvagità intrinseca del criminale nazista e sulla sua  spietata consapevolezza genocida. Evidentemente, scrive Dalla Vigna, «risulta più facile accogliere la tesi che vi possa essere un male assoluto, e quasi onnipotente, piuttosto che meditare sulla mediocrità di una malvagità più contraddittoria, ma capace di mostruosità illimitate proprio in ragione della sua miseria» (p. 42).

In L’uomo del banco dei pegni (The Pawnbroker, 1964) di Sidney Lumet, tratto dall’omonimo romanzo scritto da Edward Lewis Wallant nel 1961, l’Olocausto viene evocato indirettamente attraverso i ricordi traumatici dei reduci dei Lager che continuano a manifestarsi anche a distanza di tempo. Il portiere di notte (1974) di Liliana Cavani, invece, scrive Dalla Vigna,

può rappresentare in modo paradigmatico un’aporia in cui la verità storica s’infrange nella categoria estetica del bello. Il falso può esser seducente e ammiccante più di una ricostruzione autentica, e questo film, che Primo Levi, in I sommersi e i salvati, definì appunto come “bello e falso”, è una dimostrazione plateale dell’impossibilità di fare poesia dopo Auschwitz, non a causa di un limite estetico, ma proprio a causa della sua piena riuscita. Contro la messa in scena di una fiction sadomasochistica, Levi rivendicava il diritto a definirsi “vittima innocente” e confutava con veemenza l’equazione dell’intercambiabilità dei ruoli di carnefici e vittime (pp. 44-45).

Al film di Liliana Cavani è stato rimproverato di far riferimento all’esperienza dei Lager nazisti come pretesto per affrontare «le complessità dell’attrazione amorosa e delle sue contraddizioni» (p. 45). Susan Sontag individua ne Il portiere di notte una versione “di qualità” di quella erotizzazione dell’estetica nazista a cui fanno ricorso, sin dagli anni Settanta, i film del filone nazi-sploitation.

Dalla Vigna si sofferma su due produzioni hollywoodiane accusate di aver spettacolarizzato la Shoah: la miniserie televisiva Olocausto (Holocaust, 1978) di Marvin J. Chomsky e Schindler’s List (1993) di Steven Spielberg. A quest’ultimo film può essere contestato, tra le altre cose, anche di non aver concesso, del resto in linea con la tradizione hollywoodiana, il ruolo di protagonista a una vittima, preferendo assegnarlo a un tedesco “buono”.

Se opere come Kapò, Olocausto, Il pianista e Schindler’s List contribuiscono a trasformare la mera conoscenza dei fatti del pubblico in percezione intima, film come La vita è bella (1997) di Roberto Benigni, Il bambino col pigiama a righe (The Boy in the Striped Pyjamas, 2008) di Mark Herman e Il portiere di notte della Cavani, scrive Dalla Vigna,

introducono un regime del falso del tutto fuorviante, poiché anche nel richiamo producono una cesura di tipo negazionista, incentivando buoni sentimenti che azzerano i problemi, nel profluvio di lacrime, e possono convincere gli spettatori stessi di essere nel giusto e dalla parte del bene. Abbiamo quindi anche nel falso un doppio regime di verità, sotteso tra denuncia e consolazione, che non sempre è nettamente separabile. Per un verso c’è una società dello spettacolo che si sovrappone al reale fino a soffocarlo, come ipotizzava Jean Baudrillard, e che costruisce i simulacri ingannevoli di “un inferno costellato di buone intenzioni”. Dall’altro abbiamo il risveglio di una conoscenza epidermica, fisica, certamente l’invenzione di una rappresentazione, che però richiama alla memoria un evento che merita di essere tramandato per impedirne la ripetizione. Infine, come mediazione originata da percorsi altri ed esterni alla dicotomia, abbiamo la costruzione di mondi narrativi autonomi, che pur ricollegandosi alla storia, si sentono esentati dall’aderirvi (p. 50).

Con il venire meno dei testimoni delle atrocità e di quanti ne hanno raccolto il racconto, le immagini dell’Olocausto, anziché risultare funzionali al ricordo e alla denuncia, sono divenute un bacino da cui attingere liberamente per meri scopi narrativi. Tutto ciò, sottolinea Dalla Vigna, non solo è evidente nel filone nazi-splotation di bassa qualità, ma è ravvisabile anche in opere di maggiore spessore, come nel caso di Fuga da Sobibor (Escape from Sobibor, 1987) di Jack Gold (1987), in cui la specificità totalitaria dell’Olocausto è piegata alle esigenze del genere avventuroso.

In uno scenario in cui presidenti ebrei dirigono brigate naziste, oligarchi russi si proclamano eredi di Stalin o di Piero il grande, e il popolo erede della memoria dell’Olocausto finisce col giustificare o addirittura esaltare una strage di oltre duecentomila civili a Gaza, nel Libano e in Siria, con la complicità di buona parte dell’informazione democratica d’Occidente, ogni fiction, per quanto inverosimile e azzardata, finisce con l’apparire un format credibile (p. 52).

Anche la fantascienza, nelle sue varianti distopiche, fantapolitiche e ucroniche, ha strutturato modalità oblique con cui rappresentare la Shoah. In particolare, concentrandosi sul solo ambito audiovisivo, Dalla Vigna fa riferimento al film Delitto di stato (Fatherland, 1994) di Christopher Menaul, liberamente derivato dall’omonimo romanzo del 1992 di Robert Harris, in cui si ipotizza il compimento della soluzione finale hitleriana. Scenari futuri in cui a trionfare sono state le forze naziste si ritrovano anche nelle serie televisive L’uomo nell’alto castello (The Man in the High Castle, 2015-2019) di Frank Spotnitz, derivata dall’omonimo romanzo di Philip K. Dick del 1962 (titolato inizialmente in italiano La svastica sul sole) e Il complotto contro l’America (The Plot Againist America, 2020) di Minkie Spiro e Thomas Schlamme, serie ispirata all’omonimo romanzo del 2004 di Philip Roth. Mantenendo un finale tutto sommato aperto, le tre opere citate, scrive Dalla Vigna, «malgrado le evidenti differenze di stile, hanno un effetto in qualche modo consolatorio: l’orrore evocato nell’ucronia di una vittoria del male, lascia spazio all’effetto catartico che nella realtà il bene abbia trionfato, ripristinando il corso di una progressione storica positiva» (p. 55).

Se è pur vero che le ucronie citate, proprio in quanto tali, dovrebbero indurre a un sospiro di sollievo, visto che si presentano come l’alternativa che, fortunatamente, non si è data, si potrebbe paradossalmente affermare, scrive Dalla Vigna, che

la vittoria postuma del nazismo, con il suo obiettivo di espellere l’ebraismo dall’Europa, si sia compiuta, infettando le coscienze degli eredi delle vittime, distorcendo la storia e assuefacendo le coscienze occidentali a un crescendo di orrore. Inoltre, com’è stato da più parti sottolineato, la politica di sterminio israeliana, che viene comunque tollerata e sotterraneamente favorita dalle democrazie occidentali, con la fornitura di armi e appoggi diplomatici, produce una ripulsa nel resto del mondo e finirà col provocare nuove ondate di antisemitismo che il movimento sionista voleva combattere (p. 60).

Lo studioso evidenzia come anche la Nakba manifesti problematiche di irrappresentabilità, tanto che il cinema che se ne è occupato lo ha fatto adottando visioni oblique. Tra le diverse produzioni audiovisive che hanno affrontato la questione israelo-palestinese lo studioso ricorda: No Other land (2024), documentario incentrato sulla resistenza araba alle distruzioni dei coloni israeliani realizzato da un collettivo comprendente gli arabi Basel Adra e Hamdan Ballal e gli ebrei Rachel Szor e Yuval Abraham; Israelism (2024), opera documentaria realizzata dai registi ebrei-americani Erin Axelman e Sam Eilertsen che hanno fatto ricorso a interviste di personalità della cultura e attivisti per i diritti umani, diversi dei quali ebrei; Paradise Now (2005) del palestinese cittadino israeliano Hany Abu-Assad, fiction incentrata sulla preparazione di un attentato sucida palestinese che termina prima che questo venga portato a termine lasciando così il dubbio circa la decisione finale presa dal protagonista; Valzer con Bashir (Waltz with Bashir, 2008) di Ari Folman, opera d’animazione che narra delle ferite psichiche di alcuni militari israeliani attivi nei massacri di Sabra e Shatila del 1982; Il giardino dei limoni (Lemon Tree, 2008) dell’israeliano Eran Riklis, film incentrato sulla controversia legale tra le autorità israeliane e una donna palestinese caparbiamente decisa a difendere il suo limoneto sventuratamente confinante con la dimora di un ministro.

A sguardi obliqui hanno fatto ricorso anche i film che hanno voluto occuparsi delle torture statunitensi nella prigione di Abu Ghraib, divenute note grazie alle fotografie scattate e diffuse dai torturatori stessi. Boys of Abu Ghraib (2014) di Luke Moran evita di affrontare direttamente i fatti preferendo imbastire una storia basata su di essi che può dirsi, per certi versi, autoassolutoria. Ne Il collezionista di carte (The Card Counter, 2021) di Paul Schraderi i tragici eventi compaiono a distanza di tempo e in maniera sfumata nei ricordi di chi vi ha preso parte. Anche in questo caso, sottolinea Dalla Vigna, manca il punto di vista delle vittime: che si tratti dello sterminio dei nativi americani o di quello dei vietnamiti, anche le pellicole mosse da sincero spirito di denuncia non mancano di filtrare gli eventi attraverso il punto di vista, per quanto critico possa essere, degli invasori.

Il documentario I fantasmi di Abu Ghraib (Ghosts of Abu Ghraib, 2007) di Rory Kennedy, che ricorre a interviste sia di vittime che di militari implicati nei soprusi, denuncia come le torture siano derivate, oltre che da precise politiche adottate dalle autorità militari e governative, dal clima di caos e paura regnante nella prigione. Per certi versi, scrive Dalla Vigna, il documentario di Kennedy ricalca il cinema di Lanzmann, con la differenza che in questo caso le immagini sono presenti e sono quelle scattate dagli aguzzini.

Abbiamo qui l’autodenuncia dei torturatori, presi dall’enfasi del loro ruolo e divenuti inconsapevolmente, essi stessi, prove provate delle loro atrocità. I segreti che i capi delle SS si sforzavano di nascondere, distruggendo documentazioni, edifici e financo gli ordini di sterminio, nell’epoca della società dello spettacolo globale sono misfatti rivelati in modo plateale, trasformando i più modesti esecutori nelle incarnazioni del male. Naturalmente, i canali d’informazione, per lo meno quelli dei vincitori, cercheranno poi di raccontare la fiaba di poche “mele marce” intorno a un sistema di per sé sano e democratico, occultando le responsabilità dei mandanti e di un intero sistema (pp. 66-67).

La parte finale del volume si concentra su come anche i film che hanno affrontato i bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki e più in generale il rischio dell’olocausto nucleare, si siano trovati a fare i conti con le categorie dell’indicibile e dell’irrappresentabile, dunque alla necessità di ricorrere a visioni oblique. Non a caso, sottolinea Dalla Vigna, tra coloro che si sono cimentati sul disastro atomico nipponico, o sul rischio dell’olocausto nucleare, si trovano registi che come Alain Resanis, con il suo Hiroshima mon amour (1959), e Sidney Lumet, con A prova di errore (Fail-Safe, 1964), che si erano precedentemente occupati dei campi di sterminio nazisti. Se Resnais ricorre a una storia d’amore ambientata alcuni decenni dopo la catastrofe nipponica per far affiorare le terribili memorie dell’evento, Lumet mostra come possa generarsi un conflitto nucleare a partire da una serie di fraintendimenti. Se quest’ultimo film rappresenta la versione drammatica di come un conflitto nucleare possa essere generato da un concatenamento di errori, Il dottor Stranamore, ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la Bomba (Dr. Strangelove or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb, 1964) di Stanley Kubrick rappresenta invece la versione comico-grottesca di come si possa giungere al disastro. Entrambi i film, evidenzia Dalla Vigna, trattano l’olocausto nucleare limitandosi ad evocare le vittime senza mostrarle.

A modalità oblique di trattare la tragedia nucleare ricorrono anche i film Vivere nella paura (Ikimono no kiroku, 1955) e Rapsodia in agosto (Hachigatsu no kyōshikyoku, 1991) di Akira Kurosawa. Godzilla (1954) di Ishirō Honda inaugura invece un fortunato filone di b-movie giapponesi e americani incentrato su mostri generati o risvegliati dalle esplosioni nucleari. Riferimenti agli ordigni atomici sul Giappone si ritrovano in L’impero del Sole (Empire of the Sun, 1987) di Steven Spielberg, derivato dall’omonimo romanzo parzialmente autobiografico di James G. Ballard, per poi tornare centrale, dopo un periodo di oblio, nel film Oppenheimer (2023) di Christopher Nolan che, nuovamente, come da tradizione hollywoodiana, evita il punto di vista delle vittime. Dalla Vigna ricorda anche il docu-drama La morte è scesa a Hiroshima (The Beginning or the End, 1947) di Norman Taurog che ricorre all’espediente del ritrovamento di immagini e filmati storici riguardanti la preparazione, l’esplosione e gli effetti degli ordigni. Tornando alle opere di pura fiction, altre modalità oblique di trattare il disastro nucleare si ritrovano in numerosi film hollywoodiani, di qualità decisamente variabile, incentrati sul “dopobomba”, quando davvero i sopravvissuti potrebbero trovarsi a invidiare i morti.

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25/01/2024

La Nuova Guerra Fredda e il rischio di annientamento nucleare

La crisi dei missili cubani del 1963 è impressa nella memoria di chiunque abbia vissuto abbastanza a lungo da sperimentare il terrore che ha scatenato. Per la prima volta, i nostri leader avevano ordinato e avevano successo nel creare un sistema militare che poteva distruggerci tutti, senza alcun modo possibile di sopravvivere al conflitto inevitabile.

Le ragioni per la ricerca di armi nucleari sono diverse da quelle descritte pubblicamente e hanno poco a che fare con la dissuasione di attacchi da parte di altri paesi. Invece, il programma nucleare riflette una folle volontà di perseguire il profitto e il potere globali con la forza, anche a rischio dell’estinzione di ogni forma di vita sul pianeta. Questo sistema folle persiste ancora oggi ed è ancor più pericoloso di quanto non lo fosse durante la Guerra Fredda.

Al tempo della crisi dei missili cubani, le armi nucleari rappresentavano una minaccia di estinzione che avrebbe probabilmente distrutto tutta la vita sul pianeta.

Oggi, le prospettive di una guerra nucleare generale sono fuori dai titoli e in gran parte fuori dalla nostra mente, anche con l’escalation pericolosa di questa minaccia focalizzata sull’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.

Fino all’invasione russa dell’Ucraina, le guerre recenti sembravano a molti meno propense a trasformarsi in guerre nucleari globali, mostrandosi come conflitti limitati o sopravvivibili, che fossero battaglie con gruppi “jihadisti” più piccoli, guerre commerciali, battaglie sull’immigrazione e guerre culturali interne alle nazioni.

Con il terrorismo al centro della narrazione di sicurezza occidentale anziché un impero sovietico nucleare, l’argomento è stato che le minacce attuali, sebbene molto pericolose, possono probabilmente essere gestite senza una massiccia conflagrazione nucleare.

Questa è una forma di negazionismo dovuto all’inattenzione e alla paura repressa, oltre a una propaganda gestita dalle élite per mantenere la calma pubblica.

Si trascura il pericolo rappresentato dallo sviluppo di arsenali nucleari da parte di paesi occidentali e non occidentali, dalla rottura di trattati di controllo degli armamenti convenzionali e nucleari, dalle guerre perpetue degli Stati Uniti per proteggere potere e profitto globali, e dall’ascesa di una Nuova Guerra Fredda incentrata su conflitti diretti o per procura con Russia e Cina, che nel tempo possono sfociare in guerre nucleari.

Sottolineando la necessità di concentrarsi nuovamente sulla minaccia di estinzione della guerra nucleare, il famoso informatore della guerra del Vietnam e pianificatore nucleare di alto livello, il defunto Daniel Ellsberg, ha chiarito nel suo lavoro del 2017, The Doomsday Machine, che l’estinzione per guerra nucleare è una minaccia altrettanto grande e probabile di quella durante la Guerra Fredda tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, quando il mondo era molto più concentrato su di essa:
“La realtà nascosta... è che per oltre 50 anni, la guerra termonucleare totale – una catastrofe irreversibile, senza precedenti e quasi inimmaginabile per la civiltà e per gran parte della vita sulla terra... [è stata e resta] una catastrofe in attesa di accadere. Nessuna politica nella storia umana ha più meritato di essere riconosciuta come immorale. O folle. La storia di come questa calamitosa situazione si è verificata e come e perché è persistita per oltre mezzo secolo è una cronaca di follia umana”.
La follia descritta da Ellsberg non è finita. Oggi esistono e crescono due minacce di estinzione legate alla guerra, ed entrambe sono soggette a una continua negazione.

La prima grande minaccia è l’idea che la fine della Guerra Fredda e il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991 abbiano ridotto drasticamente la possibilità di una guerra nucleare globale che distrugga la vita sul pianeta. Questa è un’illusione anche perché la Guerra Fredda non è completamente cessata. La rivalità e le tensioni tra gli Stati Uniti e la Russia stanno evolvendo verso una Nuova Guerra Fredda, argomentabilmente più pericolosa di quella precedente.

Infatti, la crescente competizione e ostilità tra gli Stati Uniti e la Cina è vista da diversi osservatori come inquietantemente parallela alla Guerra Fredda tra gli Stati Uniti e la Russia. La Nuova Guerra Fredda si manifesta nelle rivalità geopolitiche e nel collasso o indebolimento degli accordi sul controllo delle armi nucleari che potrebbero rapidamente far salire le tensioni politiche e militari nelle relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia e, potenzialmente, tra gli Stati Uniti e la Cina.

I media statunitensi e l’apparato di sicurezza nazionale si concentrano sempre più sulla “minaccia cinese”, il tema di sicurezza principale nelle amministrazioni Trump e Biden. Ciò potrebbe portare gli Stati Uniti in conflitto con Russia e Cina su questioni di sicurezza economica e militare globali ed asiatiche.

Nel 2021, l’amministrazione Biden ha colpito sia la Russia che la Cina con sanzioni per l’hacking informatico, segnalando un irrigidimento dei conflitti con questi rivali nucleari, entrambi i quali potrebbero sfociare in conflitti militari estremamente pericolosi.

Una moltitudine di altri conflitti oppone gli Stati Uniti ad altri alleati russi che potrebbero infiammare le relazioni tra Stati Uniti e Russia, tra cui conflitti in Iran, Venezuela, Crimea, Cuba e Siria. Inoltre, le dispute di confine tra nazioni dell’Europa orientale e baltiche e la Russia, le dispute sulla esistenza e lo scopo della NATO e il conflitto sul commercio internazionale sono tutte questioni pericolose che oppongono Russia e Stati Uniti. Queste questioni potrebbero sfociare in una crisi e guerra più grave.

La profondità del pensiero della Nuova Guerra Fredda è diventata evidente, ironicamente, quando il Partito Democratico e molte élite liberali dei media, tra cui conduttori progressisti di MSNBC come Rachel Maddow, hanno attaccato l’ex presidente Donald Trump per essere “troppo morbido” con la Russia.

La storia più grande, raccontata anche da media più liberali, è che la Russia è un nemico ostile, aggressivo ed espansionista degli Stati Uniti e del “mondo libero”. Definire la Russia in questo modo sembrava essere il modo in cui gli anti-Trumpisti di tutte le fazioni sentivano di poter guadagnare legittimità, poiché era la visione di fondo della politica estera dell’apparato di sicurezza nazionale e del pubblico.

La minaccia di estinzione cresce invisibilmente mentre entrambi i partiti politici negli Stati Uniti abbracciano la storia dell’antagonismo e della pericolosità della Russia. Le crisi nucleari potrebbero intensificarsi nel Mar Cinese Meridionale e nell’Asia orientale, dove Cina e Russia tendono ad essere alleate nell’opporre la dominanza militare ed economica degli Stati Uniti.

Ma i pericoli di escalation e guerra con la Russia potrebbero emergere rapidamente in luoghi come l’Iran, dove Russia (e la Cina nucleare) sostengono entrambe Teheran. Potrebbero cercare di resistere alle provocazioni militari degli Stati Uniti.

Forse una minaccia nucleare ancora più significativa si trova al confine con la Russia, dove le tensioni della Guerra Fredda e l’espansione della NATO sono sempre state la miccia di un significativo incendio tra gli Stati Uniti e la Russia.

Questo è iniziato con gli Stati Uniti che hanno infranto la loro promessa del 1990 al presidente dell’ex Unione Sovietica Mikhail Gorbachev di non far avanzare la NATO “di un solo passo più vicino” al confine russo. Questa promessa è stata fatta in cambio dell’accettazione di Gorbachev di una Germania unificata allineata agli Stati Uniti e all’Europa occidentale.

La minaccia di estinzione nucleare è particolarmente pericolosa e in crescita, poiché gli Stati Uniti cercano di dispiegare nuove armi nucleari e anti-balistica vicino al confine russo, in parte in nome di una crescente minaccia di espansione del confine da parte del Cremlino in Ucraina.

Tra il 2016 e il 2019, l’amministrazione Trump ha praticamente stracciato gli accordi nucleari principali che sembravano stabilizzare la relazione nucleare tra Russia e Stati Uniti. Il presidente Joe Biden ha alzato la posta approvando e finanziando ulteriori nuove “piccole” armi tattiche o da battaglia, molto probabilmente per innescare uno scambio nucleare al confine russo.

Il presidente Biden ha assunto una posizione molto più avversaria nei confronti della Russia rispetto a quanto fatto da Trump, specialmente su questioni che vanno dall’espansione russa dei suoi confini al sospetto attacco cibernetico statunitense al gasdotto russo alle trattative commerciali della Russia con gli europei.

Nel 1963, la crisi dei missili cubani ha reso lo spettro della guerra nucleare una minaccia immediata. Chiunque abbia abbastanza ricordi di quell'epoca ricorda anche la follia delle esercitazioni “duck and cover” (“schiva i colpi e nasconditi”) che promettevano falsamente protezione da un olocausto nucleare. Solo grazie alla diplomazia e a un robusto movimento antinucleare, questa minaccia si è allontanata per decenni.

Oggi, il militarismo rampante e i leader disposti a rischiare il destino del mondo per vantaggio economico hanno, ancora una volta, aumentato il rischio di annientamento nucleare. Al 23 gennaio 2024, il Bulletin of the Atomic Scientists ha posizionato l’Orologio dell’Apocalisse a 90 secondi dalla mezzanotte, la sua posizione più vicina a una catastrofe nucleare.

I nostri leader giocano ora un cinico gioco di “duck and cover” con la verità.

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18/10/2023

USA - Il Congresso si prepara al riarmo nucleare per combattere Russia e Cina in simultanea

Il 12 ottobre è stato pubblicato l’America’s Strategic Posture (ovvero la Posizione Strategica d’America), il rapporto finale della Commissione del Congresso statunitense che dal 2009 si occupa di rilasciare uno studio sistematico in merito. Il contenuto è in sostanza un invito a far scivolare il mondo intero verso un riarmo da apocalisse nucleare.

La Commissione, composta da sei repubblicani e sei democratici, lavora dal 2022 per produrre questo documento in una fase delicatissima dello scontro internazionale. Le conclusioni, inoltre, sono in contrasto con la revisione della Nuclear Posture elaborata dall’amministrazione Biden nell’ottobre di un anno fa.

Il governo di Washington aveva valutato l’attuale arsenale nucleare come sufficiente alla deterrenza, impegnandosi ancora sulla strada della non proliferazione e della riduzione delle atomiche nella strategia statunitense. I rappresentanti del Congresso hanno invece ora sostanziato una visione opposta.

Essi si son basati su una previsione del Pentagono che ha calcolato che entro il 2035 la Cina potrà contare su 1.500 testate, cambiando profondamente le regole abituali negli scenari di mutua deterrenza. Tale cifra, infatti, è considerata sufficiente a posizionarsi sul livello di superpotenza nucleare al pari di USA e Russia.

In Cina conoscono bene cosa significa quando si entra in un sistema con tre protagonisti, e non più due, grazie a un libro dello scrittore Liu Cixin. Il romanzo sci-fi The Three-Body Problem prende le mosse dall’omonimo quesito che ci si pone nella fisica classica.

Per renderla facilmente comprensibile, possiamo dire che si tratta del tentativo di prevedere il comportamento di un sistema dinamico di tre masse puntiformi. Il risultato è però caotico, e questa è una metafora sempre più usata per descrivere come cambierebbe il mondo con tre superpotenze nucleari: imprevedibilità che farebbe correre al riarmo e dritti nelle braccia della guerra termonucleare.

Il lasso di tempo tra il 2027 e il 2035 è considerato il periodo critico entro cui questo gioco di “minaccia di reciproca distruzione” passerà da due a tre attori. E non sono state rilasciate dichiarazioni in relazione alla possibilità di cooperazione nel settore tra Pechino e Mosca.

Per gli estensori del testo, la Casa Bianca deve quindi preparare il paese all’ipotesi di dover affrontare Cina e Russia simultaneamente.

Per farlo, nella prefazione del rapporto, la presidente “democratica” della Commissione – Madelyn Creedon – e il suo vice repubblicano, Jon Kyl, affermano che, pur riconoscendo le difficoltà del bilancio, la spesa militare va aumentata ancora.

“Dimensione, tipo e posizione” delle forze convenzionali, comprese quelle alleate, vanno potenziati. Ma è soprattutto l’arsenale nucleare che va tenuto aggiornato: il programma trentennale di aggiornamento avviato nel 2010 e di cui il costo, nel 2017, è stato stimato a 400 miliardi fino al 2046, deve essere mantenuto nei tempi previsti.

Invece, dovrà essere superata la quantità pianificata di produzione dei B-21, i nuovi bombardieri strategici stealth e dei nuovi sottomarini nucleari di classe Columbia.

Elemento significativo è poi la raccomandazione di dispiegare un maggior numero di armi nucleari tattiche in Asia e in Europa.

Ma non si tratta solo di distribuire altre armi di distruzione di massa in giro per il mondo. La raccomandazione è quella di prepararsi per aggiornare e armare alcune, se non tutte, le testate “hedge”, cioè quelle mantenute per far fronte a eventi imprevisti.

Il problema è che tenere pronte più di 1.550 bombe atomiche è proibito dal ‘New START Treaty’, l’accordo del 2010 con il quale USA e Russia si sono accordati per ridurre il numero di ordigni di questa categoria.

Mosca ha sospeso la sua partecipazione lo scorso febbraio, senza però ritirarsi dall’intesa, ma se Washington la disattendesse esplicitamente l’effetto sarebbe scontato.

Nel testo non si dimentica il ruolo di Corea del Nord né quello dell’Iran, seppur di minor entità per il periodo considerato. Allo stesso modo si invita a tutelare gli interessi militari sia per ciò che riguarda l’utilizzo di frequenze utili per i radar, sia per la presenza spaziale statunitense.

Insomma, un pedale spinto sull’acceleratore della guerra, giustificato al solito con la retorica della difesa dell’ormai logorato “ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti e i valori che esso sostiene”, i quali “sono messi a rischio dai regimi autoritari cinese e russo”.

Un ordine che è stato in realtà incrinato in primo luogo dalla crisi sistemica del capitale e dall’emergere di un mondo multipolare.

L’imperialismo euroatlantico è disposto a rischiare di gettare l’intero pianeta in un inverno nucleare pur di continuare a spadroneggiare.

Un’alternativa che incrini questo campo appare perciò sempre più necessaria.

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27/01/2023

L’Orologio ticchetta verso l’Apocalisse

Si coniugano alla perfezione due scadenze appena trascorse: il 22 gennaio il primo anniversario dell’entrata in funzione del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPAN, in inglese TPNW), il 24 gennaio l’aggiornamento annuale del Doomsday Clock: un appuntamento che si ripete dal 1947, e che da vari anni ha esteso le sue analisi e previsioni dal rischio di guerra nucleare alle emergenze che si aggravano, dalla crisi climatica all’esasperazione delle disuguaglianze.

Ovviamente non poteva non influire la sopravvenuta (dopo il 24 gennaio del 2022) guerra in Ucraina, che ha risvegliato l’allarme per un possibile ricorso al nucleare non strategico (il termine che ricorre è nucleare “tattico” ma questo non è riconosciuto nella terminologia ufficiale).

Da tempo mi interrogavo su quale decisione avrebbe preso il board del Bulletin questo 2023 per aggiornare l’ora segnata dal simbolico Doomsday Clock, dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, ma anche e soprattutto dopo la sordità delle potenze mondiali agli allarmi crescenti lanciati dagli anni ’90, al punto che a partire dal 2020 le lancette del Clock erano state avvicinate ad appena 100 secondi dalla mezzanotte. La soluzione di questo 2023 mi sembra un giusto equilibrio fra l’accresciuto allarme e un appello quasi disperato «Fermatevi prima che sia troppo tardi!». Le lancette sono state avvicinate da 100 a 90 secondi:
La guerra della Russia contro l’Ucraina ha sollevato profondi interrogativi sulle modalità di interazione tra gli Stati, erodendo le norme di condotta internazionale che sono alla base di risposte efficaci a una serie di rischi globali. [...] La possibilità che il conflitto sfugga al controllo di chiunque rimane alta.
Non intendo discutere tutto il lungo documento, che si trova qui.

I passi salienti mi sembrano questi, sintetizzati al massimo, perché ci tengo di più a mettere in comune le mie osservazioni personali:
L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha aumentato il rischio di utilizzo di armi nucleari, ha sollevato lo spettro dell’uso di armi biologiche e chimiche, ha ostacolato la risposta del mondo al cambiamento climatico e ha ostacolato gli sforzi internazionali per affrontare altri problemi globali.
[...]
Il governo degli Stati Uniti, i suoi alleati della NATO e l’Ucraina dispongono di una moltitudine di canali di dialogo che dovrebbero essere esplorati. Trovare una strada per seri negoziati di pace potrebbe contribuire a ridurre il rischio di escalation. In questo momento di pericolo globale senza precedenti, è necessaria un’azione concertata e ogni secondo è importante.
Alcune riserve, personali.

Leggendo il comunicato dello Science and Security Board del Bulletin non posso però esimermi dall’esprime alcune forti riserve.

Ci sono senz’altro tutti i motivi per richiamare che «Le recenti azioni della Russia sono in contrasto con decenni di impegni assunti da Mosca» con la dichiarazione di Budapest del 1994 che la Russia «avrebbe “rispettato l’indipendenza e la sovranità e i confini esistenti dell’Ucraina” e “si sarebbe astenuta dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’Ucraina”». Ma mi sembra decisamente sbilanciato non citare, allora, le assicurazioni che erano state date in precedenza al presidente dell'URSS Gorbachev che la NATO ‒ che a quel tempo comprendeva solo i paesi dell’Europa occidentale ‒ non si sarebbe allargata di un centimetro a Est: come se fosse ininfluente la trasformazione della NATO in alleanza aggressiva estesa fin sotto i confini della Russia.

Non è un dettaglio insignificante, come non lo è ricordare come la situazione in Ucraina si sia andata trasformando in maniera piuttosto radicale all’indomani delle elezioni presidenziali del 2004, e soprattutto con la vera rivoluzione di Maidan del 2014. Non è un dettaglio ricordare gli accordi di Minsk del 2014-2015 ‒ totalmente disattesi ‒ che stabilivano una serie di principi da attuare al fine di conseguire una risoluzione pacifica della controversia sui territori del Donbass.

Insomma, l’individuazione delle responsabilità mi sembra molto più complessa, e non indifferente per cercare un’uscita dalla guerra che sia in grado di assicurare una certa stabilità.

La minaccia nucleare si è aggravata con la guerra in Ucraina?

Mi permetto piuttosto di aggiungere qualche commento personale sulla minaccia nucleare, che sottopongo alla discussione.

Io non credo che Putin potrà ricorrere all’uso di una bomba nucleare sub strategica, per una serie di motivi che cerco di elencare, anche se gli sviluppi di questa guerra sono sempre più imprevedibili, e soprattutto non si intravede una fine. In primo luogo se Putin ricorresse all’arma nucleare, non solo si troverebbe totalmente isolato sul piano internazionale ‒ perderebbe anche l’appoggio della Cina, che già dà qualche segnale di vacillare ‒ lo sconvolgimento sarebbe globale ed epocale.

Ritengo poi, e mi sembra che lo osservino vari esperti, che nella situazione dell’Ucraina il ricorso a una bomba nucleare non possa essere un game changer. Riporto un paio di valutazioni che certo non tranquillizzano ma a mio parere pongono il problema nella giusta dimensione (i neretti sono miei):
«Un attacco russo terrorizzerebbe la popolazione ucraina e infrangerebbe un tabù internazionale vecchio di sette decenni, portando pochi benefici sul campo di battaglia.»[1]

«Non vedo obiettivi militari significativi per l’uso del nucleare in Ucraina. Non c’è un porto o un campo d’aviazione o un ammassamento di grandi quantità di truppe... Non bisogna fissarsi sulle peculiarità di Vladimir Putin per concludere che l’uso del nucleare è possibile, perché è una dottrina nucleare molto più diffusa tra le potenze dotate di armi nucleari, quando si trovano di fronte alla prospettiva di una sconfitta convenzionale e quando la posta in gioco è alta, essere tentati di usarle. Questa era la dottrina della NATO nel teatro europeo dal 1965, per compensare e prevenire la sconfitta convenzionale con una minaccia di uso del nucleare. Una storia simile si può raccontare per il Pakistan, l’India e persino per la Corea del Nord.»[2]
Bisogna infatti sottolineare che non è solo la dottrina nucleare russa, ma anche quella statunitense e degli altri paesi, a prevedere il ricorso all’arma nucleare nel caso di pericolo esistenziale per il paese. In un precedente articolo ho espresso la mia meraviglia che lo spettro di una guerra nucleare turbi solo ora l’opinione pubblica [3].

In ogni caso non vi è dubbio che sarebbe più che mai necessario porre al più presto fine a questa guerra, non solo per evitare il rischio nucleare, ma l’allagamento e le sofferenze che comporta, anche per l’Europa. Spingere sempre più alle strette la Russia aggrava tutti i rischi, un azzardo assolutamente da evitare.

Eliminare per sempre le armi nucleari!

Ma la sola soluzione che possa mettere fine alla follia nucleare è eliminare definitivamente queste armi dal Pianeta, e dalla storia! Ed è più urgente che mai.

Sabato scorso (22 gennaio) è stato il secondo anniversario dell’entrata in vigore del Trattato di Proibizione nucleare (TPAN, o TPNW), che era stato stabilito all’ONU il 7 luglio del 2017. Non ritengo opportuno soffermarmi ancora sulla struttura del trattato, che ho già discusso.

Lo stato attuale registra 68 Stati che hanno ratificato il trattato, 92 quelli che lo hanno firmato. Gli Stati aderenti all’ONU sono 193, quelli che il 7 luglio 2017 votarono il TPAN furono 122. Gli Stati che hanno aderito al Trattato di Non Proliferazione (TNP) sono 191. Sappiamo bene che nessuno Stato che possiede armi nucleari, e nessuno Stato della NATO, ha firmato il TPAN. Non voglio certo andare controcorrente, né spargere scetticismo, ma penso che dopo 5 anni e mezzo dall’approvazione del TPAN, e nella congiuntura internazionale nella quale ci troviamo con scarse prospettive di miglioramento, sia opportuno esprimere qualche perplessità.

È ormai evidente che il Trattato di Non Proliferazione (TNP) è un’impostura! Non porterà mai al disarmo nucleare.

È verissimo che non vi è conflitto fra TNP e TPNW, il quale ha portato a compimento l’Art. IV. Si sono svolte 20 Conferenze quinquennali del Riesame, nelle quali gli Stati non nucleari hanno contestato a quelli nucleari di non avere messo in atto gli impegni dell’Art. VI. In molte di esse gli Stati nucleari hanno impedito addirittura che si arrivasse a un documento finale condiviso. In altre sono stati siglati impegni precisi: nessuno di essi è stato realizzato. Intanto in barba al TNP tutti gli Stati nucleari hanno investito somme colossali per “modernizzare” gli armamenti nucleari (non solo le testate, ma i vettori, sommergibili, bombardieri, sistemi di controllo e allarme): gli Stati Uniti hanno investito trilioni (!) di dollari (migliaia di miliardi) ma, si potrebbe dire... ognuno secondo le proprie possibilità. Programmi a lungo termine per gli anni a venire: non è pensabile che siano investimenti per realizzare qualcosa a cui poi rinunciare. Qualsiasi persona in buona fede non può ormai negare che gli Stati nucleari non hanno la benché minima intenzione di rinunciare a queste armi, né ora né in un futuro che sia prevedibile!

Il TNP ha funzionato da copertura. Dopo più di 70 anni e 10 Conferenze del Riesame ritengo che sia assolutamente necessario arrivare alla conclusione che il TNP è stato una mistificazione, un vero specchietto per le allodole. Credo che sia giunto il momento per gli stati parte del TPNW di assumere una posizione molto decisa: la minaccia, per lo meno, di uscire tutti dal TNP, denunciandone l’imbroglio. Non come ricatto o come avviso ma come passo possibile, quando basta è basta. Il mio parere è drastico, svuotare il TNP per aprire la strada all’eliminazione delle armi nucleari.

Note

[1] I. Chotiner, “How Close Is Vladimir Putin to Using a Nuclear Bomb?”, Newyorker, 11 ottobre 2022.

[2] M. Mazarr et al., “Can Russia’s war in Ukraine end whithout nuclaer weapons?”, Carnegie Endowment for Intenational Peace, 3 novembre 2022.

[3] Baracca, “Sull’orlo dell’abisso – nucleare, ambientale: ultima chiamata”, Pressenza, 25 novembre 2022.

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24/11/2022

Ucraina, gli Usa si preparano alla guerra mondiale. Noi che facciamo?

Catlin Johnstone fa riferimento anche a un articolo molto recente, pubblicato dalla rivista mainstream di relazioni internazionali Foreign Affairs, che è stato significativamente intitolato “Could America Win a World War? What It Would Take to Defeat Both China and Russia“, che perora con convinzione la causa del riarmo in vista della guerra contro i due antagonisti.La giornalista australiana passa poi ad illustrare una serie impressionante di prese di posizione di studiosi delle relazioni internazionali pubblicate su media importanti come il Washington Post, Foreign Policy, il New Yorker e altri, che convergono sulla necessità per gli Stati Uniti di prepararsi alla guerra contro Cina, Russia e anche Iran.

Secondo Alberto Bradanini, che è stato ambasciatore d’Italia a Pechino, “le pontificazioni elencate costituiscono l’evidenza che l’esercito della grande menzogna è pericolosamente uscito di senno. Il suo verbo obbedisce alla narrativa degli strateghi occulti che valutano l’ipotesi di un conflitto globale non solo possibile, ma persino naturale, e che nessuno può evitare”.

Ovviamente tutto ciò non viene neanche preso in considerazione nel nostro paesucolo governato da servi del potere occidentale e abitato da circa 60 milioni di poveri cristi e povere criste, intenti in grande maggioranza a sbarcare il lunario con difficoltà e assolutamente ignari della catastrofe che si sta preparando sulla loro pelle.

Citando lo storico Andrea Graziosi, Bradanini ci dà un quadro purtroppo veritiero dell’Italia scrivendo che “la cultura politica italiana è irrilevante e provinciale ed è concentrata su aspetti periferici, in una logica capovolta rispetto alle priorità e agli stessi interessi dell’Italia, un paese desovranizzato, marginale e asservito agli interessi altrui”.

Il minestrone immangiabile che i media dominanti (i cosiddetti giornaloni, cioè praticamente il complesso della stampa quotidiana italiana, con l’unica rilevante eccezione del Fatto Quotidiano) ci ammanniscono quotidianamente, prosegue Bradanini, “le nazioni autocratiche (il regno del male) costituiscono una minaccia per le democrazie occidentali (il regno del bene)”.

Una narrazione ultra-semplificata e mistificatoria della situazione attuale, che scimmiotta ridicolmente propositi e ideali della coalizione antinazista che vinse la seconda guerra mondiale.

Scimmiottamento tanto più ridicolo se si pensa che di tale coalizione faceva parte l’Unione Sovietica e che oggi gli stessi stati occidentali hanno votato contro una risoluzione di condanna del nazifascismo all‘Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Narrazione però che, forse proprio per la sua forma primitiva e grottesca, ha avuto indubbiamente il merito di coagulare attorno a sé le cosiddette classi dirigenti europee e quella italiana in particolare. Impresa peraltro non troppo difficile dato il livello culturale estremamente basso di tali classi dirigenti, composte da personaggi mal fabbricati in vitro che non hanno vissuto alcuna vicenda storica significativa durante la loro insulsa esistenza.

Del tutto condivisibile anche l’affermazione dello stesso Bradanini, secondo il quale “nell’era dell’arma nucleare dovrebbe invece prevalere il principio di massima cautela moltiplicando gli sforzi a favore del dialogo e del compromesso, della de-escalation e della distensione”.

Ma quale dei nostri dissennati politici sarebbe oggi in grado di capire il senso di questa affermazione? Forse solo Sergio Mattarella, ma beninteso a giorni alterni.

Il verbo e la prassi della guerra dilaga del resto in tutto il mondo, come dimostrano le aggressioni turche al Rojava, quella israeliana alla Palestina, quella saudita allo Yemen, quella marocchina al Sahara occidentale, per limitarsi ai casi più noti. Prima la Nato (che come rivelato dal Fatto ha preparato l’attuale conflitto a partire almeno dal 2014) e poi la Russia hanno fatto scuola.

Quindi stiamo messi male. È il caso di levare con forza la voce del dissenso pacifista per dire basta al riarmo, all’escalation e alla guerra. Questo contagio potrebbe estendersi agli altri paesi europei, agli Stati Uniti e ai paesi direttamente coinvolti nel conflitto ucraino, la stessa Ucraina e la Russia; ma solo questi paesi sono in grado di operare quella svolta oggi indispensabile e urgente per salvare la civiltà umana.

Cominciamo quindi a lavorarci dichiarando la nostra netta dissociazione dalla Nato e dalle logiche belliciste, a iniziare dalla manifestazione delle donne prevista sabato prossimo 26 novembre a Roma.

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08/10/2022

Zelenskij ora preoccupa Biden?

Qualcosa si muove sul fronte occidentale. Lentamente, sotterraneamente, ma si muove. Ci limitiamo a registrare alcuni eventi, oltre che le dichiarazioni dei principali protagonisti della guerra in Ucraina.

Di sicuro, come riscontrato anche da numerosi analisti, il fatto che la Cia abbia indicato nei servizi segreti ucraini i responsabili dell’attentato a Mosca in cui è morta la figli di Dugin – spiegando oltretutto che non ne eano stati preventivamente informati, perché altrimenti l’avrebbero fermamente “sconsigliato” – è stato un segnale inviato a Zelensky e al resto della junta paranazista che controlla attualmente Kiev.

Ma se si manda un segnale del genere – “non siamo d’accordo sui vostri metodi e le vostre azioni” – si sta anche dicendo che gli obiettivi per cui Ucraina e Nato stanno combattendo contro la Russia sono alquanto differenti.

Ieri se n’è avuta una dimostrazione esplicita, quasi teatrale.

Volodymyr Zelensky, in un intervento all’Australian Lowy Istitute, think-thank che conduce ricerche politiche, ad un certo punto ha detto che per “escludere la possibilità dell’uso di armi nucleari da parte della Russia”, la Nato “dovrebbe colpire preventivamente”.

Più in dettaglio: “Cosa dovrebbe fare la Nato? Escludere la possibilità di utilizzo di armi nucleari da parte della Russia. Ma la cosa importante, mi rivolgo ancora alla comunità internazionale, è com’era prima del 24 febbraio: attacchi preventivi, in modo che sappiano cosa accadrà se la usano. E non il contrario, aspettare che la Russia colpisca per dire ‘oh, è che sei sei, ora puoi togliercelo’. Riconsiderare il modo in cui applichi la pressione, l’ordine di applicazione”.

Un attacco preventivo della Nato per impedire che Mosca possa usare il proprio armamento nucleare, detto in modo semplice, significa condurre un attacco nucleare, con la logica del firstr strike, contro le basi missilistiche russe.

Ma molto difficilmente – spiegano tutti gli analisti militari – un colpo del genere potrebbe riuscire ad impedire che i missili russi partano prima che le basi di lancio vengano colpite. A quel punto, ciao umanità, lasceremo ai topi il compito di continuare a popolare la Terra.

Una azione del genere è teorizzata da decenni da piccoli circoli di pazzi scatenati che comunque si riproducono nei think tan più reazionari e in qualche spogliatoio del Pentagono. Stanley Kubrick li ha immortalati per sempre nel Dottor Stranamore, tanto da farne un’icona mondiale dell’imbecille.

Ma se questa follia diventa la richiesta alla Nato da parte di uno pseudo-presidente – chi comandi davvero a Kiev sembra il quinto segreto di Fatima... – mentre infuria una guerra... beh, siamo a un passo dal trasformare il cowboy a cavallo della Bomba da satira cinematografica in realtà da incubo.

E qui arriva – quasi inaspettatamente, ma ad altissimo livello – un secondo messaggio statunitense a Zelenskij.

Parlando ai sostenitori democratici nella casa di Manhattan di James Murdoch, figlio del magnate dei media Rupert Murdoch, Joe Biden ha spiegato che “Non abbiamo affrontato la prospettiva dell’Armageddon dai tempi di Kennedy e della crisi dei missili di Cuba” nel 1962. Ricordando che “Putin non scherza” quando minaccia di usare le armi nucleari.

Non ci rimettiamo qui a spiegare che i media occidentali, avanguardie dei fautori della guerra totale per esigenze di mercato (si vendono più copie, in questo modo), manipolano platealmente la dottrina militare russa secondo cui l’uso di armi nucleari, tattiche o strategiche, può avvenire solo come risposta ad un attacco che mette in discussione l’esistenza del Paese (e dunque come risposta a un attacco nucleare).

Non è questo, infatti, l’aspetto più rilevante in relazione al discorso di Biden, che si mostra persino preoccupato di immaginare “una via d’uscita per Putin”.

“Abbiamo un uomo, lo conosco abbastanza bene“, ha detto Biden. Putin “non scherza quando parla del potenziale uso di armi nucleari tattiche, o di armi chimiche o biologiche, perché il suo esercito è, diciamo, significativamente meno capace“.

“Tuttavia, non credo che ci sia la capacità di (usare) facilmente un’arma nucleare tattica e non finire con l’Armageddon”. “Sto cercando di immaginare quale sia la via d’uscita di Putin. Dove si vede in una posizione in cui non solo perde prestigio, ma anche un potere significativo in Russia?“, ha aggiunto.

In sintesi: la Russia va presa sul serio, non possiamo rischiare l’Armageddon nucleare, inutile illudersi di poter scalzare Putin dal vertice e sostituirlo con qualcuno più “amichevole” nei confronti dell’Occidente.

Una posizione decisamente più realistica di quella di Zelenskij, che nei giorni scorsi è arrivato a emanare un decreto che vieta alle autorità ucraine di trattare con la Russia finché a Mosca comanderà Putin. Decreto ridicolo, se non altro, perché l’unico che potrebbe legittimamente aprire una trattativa con Mosca – se è davvero il presidente effettivo dell’Ucraina – è proprio... Zelenskij.

Ma se al vertice Usa si va facendo strada una posizione più realistica – finire la guerra anche se Putin resta al potere (e lo stesso Biden aveva detto il contrario, a febbraio) – allora questo significa mostrare fin da subito una qualche disponibilità ad aprire una trattativa... vietata da Kiev e nonostante Kiev.

Quasi nelle stesse ore, sarà un caso, il Segretario di Stato Usa, Antony Blinken, fin qui uno dei “falchi” più ossessivi dell’amministrazione Biden, dal lontano Perù buttava lì una dichiarazione inequivocabile: “Quando la Russia dimostrerà seriamente di essere disposta a intraprendere la strada del dialogo, noi saremo pronti. Noi ci saremo”.

Certo, ha poi subito specificato che “purtroppo, al momento, tutto punta nella direzione opposta“. Ma l’importante è per l’appunto nominare una possibilità di trattativa che fin qui era esclusa fin quando il Cremlino fosse rimasta la casa di Putin.

Due punti fanno una linea e tre descrivono un cerchio, si dice in geometria... Se nel giro di 48 ore da Washington arrivano ben tre segnali dello stesso tipo diventa evidente che gli Usa sono almeno preoccupati per la piega che stanno prendendo gli eventi. E che il guitto che straparla da ogni teleschermo non può “decidere” fin dove deve arrivare questa guerra.

Il gioco è serio e durissimo. E non sono certo i comici di mestiere a poter dettare i tempi...

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30/04/2022

La guerra per procura degli Stati Uniti in Ucraina

Una relazione importante tenuta da John Belamy Foster, professore di sociologia all'Università dell'Oregon e direttore della storica rivista americana Monthly Review, fa chiarezza su un aspetto finora poco esplorato della guerra per procura che si sta svolgendo in Ucraina, quello relativo al rischio nucleare. Questo aspetto della guerra in corso si inquadra nella 'strategia della controforza' e del 'First Strike' pericolosamente esplorata dagli Usa fin dagli anni '60 e poi abbandonata, anche grazie a movimenti pacifisti di massa. Ripescata dopo il crollo dell'URSS e la fine della guerra fredda nell'ambito della strategia del grande impero americano, oggi si sta giocando una partita del cui possibile finale – il grande inverno nucleare e l'olocausto nucleare – bisognerebbe essere tutti consapevoli. Come dice Foster, "c'è molto da capire, in poco tempo". (Preziosa segnalazione di Vladimiro Giacché)

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Quello che segue è il testo di una presentazione di John Bellamy Foster all'Advisory Board del Tricontinental Institute for Social Research del 31 marzo 2022

Grazie per avermi invitato a fare questa presentazione. Parlando della guerra in Ucraina, la cosa essenziale da riconoscere in primo luogo è che questa è una guerra per procura. A questo proposito, nientemeno che Leon Panetta, che è stato direttore della CIA e poi segretario alla difesa sotto l'amministrazione Obama, ha recentemente riconosciuto che la guerra in Ucraina è una "guerra per procura" degli Stati Uniti, sebbene la cosa venga raramente ammessa. Per essere espliciti, gli Stati Uniti (appoggiati dall'intera NATO) sono impegnati da lungo tempo in una guerra per procura contro la Russia, con l'Ucraina come campo di battaglia.

Secondo questa visione il ruolo degli Stati Uniti, come ha insistito Panetta, è quello di fornire sempre più armi e sempre più velocemente, con l'Ucraina che combatte, sostenuta da mercenari stranieri.

Allora come è nata questa guerra per procura? Per capirlo dobbiamo guardare alla grande strategia imperiale degli Stati Uniti risalendo al 1991, quando l'Unione Sovietica si sciolse, o addirittura agli anni '80. In questa grande strategia imperiale ci sono due fronti, uno è l’espansione e il posizionamento geopolitico, incluso l'allargamento della NATO, l'altro è la spinta degli Stati Uniti per il primato nucleare. Un terzo fronte riguarda l'economia, ma non sarà qui considerato.

Il primo fronte: l’espansione geopolitica

Il primo fronte è enunciato nelle “Linee guida per la politica di difesa degli Stati Uniti” di Paul Wolfowitz del febbraio 1992, pochi mesi dopo lo scioglimento dell'Unione Sovietica. La grande strategia imperiale adottata all'epoca e da allora perseguita aveva a che fare con l'avanzata geopolitica degli Stati Uniti nel terreno dell'ex Unione Sovietica e di quella che era stata la sfera di influenza sovietica. L'idea era quella di impedire alla Russia di riemergere come grande potenza. Questo processo di espansione geopolitica USA/NATO è iniziato immediatamente, ed è visibile in tutte le guerre USA/NATO in Asia, Africa ed Europa che hanno avuto luogo negli ultimi tre decenni. Particolarmente importante a questo riguardo è stata la guerra della NATO in Jugoslavia negli anni '90. Già mentre era in corso lo smembramento della Jugoslavia, gli Stati Uniti hanno iniziato il processo di ampliamento della NATO, spostandola sempre più a est per comprendere tutti i paesi dell'ex Patto di Varsavia e parti dell'ex URSS. Bill Clinton nella sua campagna elettorale del 1996 fece dell'allargamento della NATO una parte della sua piattaforma. Washington ha iniziato a implementare questo piano nel 1997, per poi giungere infine ad ammettere nella NATO 15 paesi, raddoppiandone le dimensioni e creando un'Alleanza Atlantica contro la Russia composta di 30 nazioni, anche dando alla NATO un ruolo interventista più globale, come in Jugoslavia, Siria e Libia.

Ma l'obiettivo era l'Ucraina. Zbigniew Brzezinski, che è stato il più importante stratega di tutto questo disegno ed era stato consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter, ha affermato nella sua Grande Scacchiera del 1997 che, in particolare in Occidente, l'Ucraina era il "perno geopolitico” e che se fosse stata inserita nella NATO sotto il controllo occidentale, questo avrebbe indebolito così tanto la Russia da bloccarla totalmente, se non provocarne lo smembramento. Questo è stato l'obiettivo da sempre e i pianificatori strategici statunitensi, insieme con i funzionari di Washington e gli alleati della NATO, hanno ripetutamente affermato di voler portare l'Ucraina dentro la NATO. La NATO ha ufficializzato questo obiettivo nel 2008. Solo pochi mesi fa, nel novembre 2021 nella nuova Carta strategica tra l'amministrazione Biden a Washington e il governo Zelensky a Kiev, si è convenuto che l'obiettivo immediato fosse portare l'Ucraina nella NATO. Del resto questa era la politica della NATO ormai da molto tempo. Gli Stati Uniti negli ultimi mesi del 2021 e all'inizio del 2022 si stavano muovendo molto velocemente per militarizzare l'Ucraina e realizzare il loro obiettivo come un fatto compiuto.

L'idea, articolata da Brzezinski e altri, era che una volta che l'Ucraina fosse stata assicurata dentro la NATO, la Russia sarebbe finita. La vicinanza di Mosca con un'Ucraina trentunesima nazione dell'alleanza avrebbe consentito alla NATO un confine di 1200 miglia con la Russia, lo stesso percorso attraverso il quale gli eserciti di Hitler avevano invaso l'Unione Sovietica, ma in questo caso la Russia si sarebbe trovata di fronte alla più grande alleanza nucleare del mondo. Ciò avrebbe cambiato l'intera mappa geopolitica, dando all'Occidente il controllo dell'Eurasia a ovest della Cina.

Il modo in cui questo progetto è stato effettivamente sviluppato è importante. La guerra per procura è iniziata nel 2014, quando in Ucraina ha avuto luogo il colpo di stato di Euromaidan, ideato dagli Stati Uniti, che ha rimosso il presidente democraticamente eletto e messo al potere in gran parte gli ultranazionalisti. Il risultato immediato è stato però che l'Ucraina ha iniziato a dividersi. La Crimea era stata uno stato indipendente e autonomo dal 1991 al 1995. Nel 1995 l'Ucraina ha strappato illegalmente la Costituzione della Crimea e l'ha annessa contro la sua volontà. Il popolo della Crimea non si considerava parte dell'Ucraina ed era in gran parte di lingua russa, con profondi legami culturali con la Russia. Quando si verificò il colpo di stato con il controllo degli ultranazionalisti ucraini, la popolazione della Crimea si è voluta separare. La Russia ha dato loro l'opportunità, con un referendum, di scegliere se rimanere in Ucraina o unirsi alla Russia e hanno scelto la Russia. Tuttavia, nell'Ucraina orientale la popolazione principalmente russa è stata sottoposta a repressione da parte delle forze ultranazionaliste e neonaziste di Kiev. La russofobia e l'estrema repressione delle popolazioni di lingua russa nell'est sono iniziate con il famigerato caso delle quaranta persone fatte saltare in aria in un edificio pubblico dai neonazisti associati al battaglione Azov. In origine c'erano un certo numero di repubbliche separatiste. Due sono sopravvissute nella regione del Donbass, con popolazione prevalente di lingua russa: le repubbliche di Luhansk e Donetsk.

In questo modo in Ucraina è nata una guerra civile tra Kiev a ovest e Donbass a est. Ma è stata anche una guerra per procura con gli Stati Uniti/NATO a sostegno di Kiev e la Russia a sostegno del Donbass. La guerra civile è iniziata subito dopo il colpo di stato, quando la lingua russa è stata praticamente bandita, tanto che le persone potevano essere multate per aver parlato russo in un negozio. È stato un attacco alla lingua e alla cultura russa e una violenta repressione delle popolazioni della parte orientale dell'Ucraina.

Inizialmente, nella guerra civile ci sono state circa 14.000 vittime nella parte orientale del paese, con qualcosa come 2,5 milioni di profughi che si sono rifugiati in Russia. Gli accordi di Minsk del 2014 e del 2015 hanno portato a un cessate il fuoco, mediato da Francia e Germania e sostenuto dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Secondo questi accordi le Repubbliche di Luhansk e Donetsk ricevevano uno status autonomo all'interno dell'Ucraina. Ma Kiev ha continuato sempre a infrangere gli accordi di Minsk, continuando ad attaccare le repubbliche separatiste del Donbass, anche se su scala ridotta, e gli Stati Uniti hanno continuato a fornire addestramento militare e armi.

Tra il 1991 e il 2021 Washington ha fornito un'enorme sostegno militare a Kiev. Dal 1991 al 2014 l'aiuto militare diretto a Kiev dagli Stati Uniti è stato di 3,8 miliardi di dollari. Dal 2014 al 2021 è stato di 2,4 miliardi di dollari, in aumento, e infine è salito alle stelle una volta che Joe Biden è entrato in carica a Washington. Gli Stati Uniti stavano militarizzando l'Ucraina molto velocemente. Il Regno Unito e il Canada hanno addestrato circa 50.000 soldati ucraini, senza contare quelli addestrati dagli Stati Uniti. La CIA in realtà ha addestrato il battaglione Azov e i paramilitari di destra. Tutto questo aveva come obiettivo la Russia.

I russi erano particolarmente preoccupati per l'aspetto nucleare, dal momento che la NATO è un'alleanza nucleare, e se l'Ucraina fosse entrata nella NATO e i missili fossero stati collocati in Ucraina, avrebbe potuto verificarsi un attacco nucleare prima che il Cremlino avesse il tempo di rispondere. In Polonia e Romania ci sono già strutture di difesa anti-missili balistici, cruciali come armi di contrasto in un primo attacco della NATO. Inoltre, è importante capire che i sistemi di difesa missilistica Aegis collocati lì sono anche in grado di lanciare missili nucleari offensivi. Tutto ciò ha influito sull'ingresso della Russia nella guerra civile ucraina. Nel febbraio 2022 Kiev stava preparando un'importante offensiva, con 130.000 soldati ai confini del Donbass a est e sud, con il continuo supporto USA/NATO. Questo superava le linee rosse chiaramente articolate di Mosca. In risposta, la Russia ha prima dichiarato che gli accordi di Minsk erano falliti e che le repubbliche del Donbass dovevano essere considerate stati indipendenti e autonomi. È poi intervenuta nella guerra civile ucraina al fianco del Donbass, in linea con quella che considerava la propria difesa nazionale.

Il risultato è una guerra per procura tra Stati Uniti/NATO e Russia combattuta in Ucraina, sviluppatasi a seguito di una guerra civile nella stessa Ucraina, iniziata con un colpo di stato progettato dagli Stati Uniti. Ma a differenza di altre guerre per procura tra stati capitalisti, questa si sta verificando ai confini di una delle grandi potenze nucleari mondiali ed è provocata dalla prolungata strategia del grande impero di Washington, volta a catturare l'Ucraina per conto della NATO al fine di distruggere la Russia come grande potenza e stabilire, come affermava Brzezinski, la supremazia degli Stati Uniti sull'intero globo. Ovviamente, questa particolare guerra per procura comporta gravissimi pericoli, a un livello mai visto dalla crisi dei missili cubani. In seguito all'offensiva russa, la Francia ha dichiarato che la NATO era una potenza nucleare e subito dopo, il 27 febbraio, i russi hanno messo in massima allerta le loro forze nucleari.

Un'altra cosa da capire sulla guerra per procura è che i russi hanno cercato con notevole successo di evitare vittime civili. Le popolazioni di Russia e Ucraina sono strettamente interconnesse e Mosca ha tentato di contenere le vittime civili. I dati delle forze armate statunitensi ed europee indicano che le vittime civili sono notevolmente più basse rispetto allo standard delle guerre statunitensi. Un'indicazione di ciò è che le vittime militari delle truppe russe sono maggiori delle vittime civili degli ucraini, che è l'opposto di come funziona la guerra degli Stati Uniti. Se si guarda a come gli Stati Uniti combattono una guerra, ad esempio in Iraq, si nota che attaccano gli impianti elettrici e idrici e l'intera infrastruttura civile, con la motivazione che ciò creerà dissenso nella popolazione e una rivolta contro il governo. Ma prendere di mira le infrastrutture civili aumenta naturalmente le vittime civili, come in Iraq, dove le vittime civili dell'invasione statunitense sono state nell'ordine di centinaia di migliaia. La Russia, al contrario, non ha cercato di distruggere le infrastrutture civili, cosa che avrebbe potuto fare facilmente. Anche nel bel mezzo della guerra, stanno ancora vendendo gas naturale a Kiev, rispettando i loro contratti, e non hanno distrutto Internet in Ucraina.

La Russia è intervenuta principalmente con l'obiettivo di liberare il Donbass, gran parte del quale era occupato dalle forze di Kiev. Una priorità era ottenere il controllo di Mariupol, il porto principale, per rendere praticabile il Donbass. Mariupol è stata occupata dal battaglione neonazista Azov. Il battaglione Azov ora controlla meno del 20% della città. Si stanno nascondendo nei vecchi bunker sovietici in una parte della città. La milizia popolare di Donetsk e i russi controllano il resto. Ci sono circa 100.000 forze paramilitari in Ucraina. La maggior parte dei paramilitari all'interno delle forze ucraine, che costituivano la maggior parte delle 130.000 truppe che circondavano il Donbass, sono state ora tagliate fuori dall'esercito russo. Oltre a prendere il controllo del Donbass insieme alle milizie popolari, Mosca cerca di costringere l'Ucraina a smilitarizzarsi e ad accettare uno status neutrale, rimanendo fuori dalla NATO.

Se si osserva la situazione dal punto di vista degli accordi di pace – e il Global Times ne ha riportato un buon resoconto il 31 marzo – si può vedere su cosa si svolge la guerra. Kiev ha provvisoriamente accettato la neutralità, che dovrà essere controllata da alcuni garanti occidentali, come il Canada. Ma il punto critico dei negoziati è ciò che Kiev chiama "sovranità". Riguardo il Donbass e la guerra civile, l'Ucraina insiste sul fatto che il Donbass fa parte del territorio sovrano, indipendentemente dai desideri della popolazione nelle repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk. La gente nelle repubbliche del Donbass e i russi non possono accettare questo. In effetti, le milizie popolari e i russi stanno ancora lavorando per liberare parti del Donbass occupate da queste forze paramilitari. È questo il principale punto critico dei negoziati, che risale alla realtà della guerra civile in Ucraina. Il ruolo degli Stati Uniti in questo è stato quello di fungere da sabotatore nei negoziati.

Il secondo fronte: la spinta al primato nucleare

Qui è necessario passare al secondo obiettivo della 'Strategia Imperiale' degli Stati Uniti. Finora ho discusso la grande strategia imperiale in termini di geopolitica, di espansione nel territorio dell'ex Unione Sovietica e della sfera di influenza sovietica, che è stata articolata nel modo più efficace da Brzezinski. Ma c'è un altro fronte della grande strategia imperiale statunitense che deve essere discusso in questo contesto, ed è la spinta verso un nuovo primato nucleare. Se si legge Il Grande Scacchiere di Brzezinski, il suo libro sulla strategia geopolitica degli Stati Uniti, non si troverà una sola parola sulle armi nucleari. Il termine nucleare non compare affatto nel suo libro, mi pare. Eppure questo è ovviamente un punto cruciale della strategia generale degli Stati Uniti rispetto alla Russia. Nel 1979, sotto Jimmy Carter, quando Brzezinski era il suo consigliere per la sicurezza nazionale, fu deciso di andare oltre la Mutual Assured Destruction (MAD) e per gli Stati Uniti di perseguire una ‘strategia di controforza’ del primato nucleare. Ciò comportava il posizionamento di missili nucleari in Europa. Nella sua A Letter to America, che appare in Protest and Survive pubblicato dalla Monthly Review Press nel 1981, lo storico marxista e attivista anti-nucleare E.P. Thompson cita Brzezinski, il quale ammette che la strategia degli Stati Uniti si era spostata su una ‘guerra di controforza’.

Per spiegarlo, è necessario tornare un po' indietro. Negli anni '60 l'Unione Sovietica aveva raggiunto la parità nucleare con gli Stati Uniti. C'è stato un grande dibattito all'interno del Pentagono e dell'establishment della sicurezza su questo, perché la parità nucleare significava MAD. Significava ‘Mutua Distruzione Assicurata’. E qualunque nazione, non importava quale, avesse attaccato l'altra, entrambe sarebbero state completamente distrutte. Robert McNamara, il segretario alla difesa di John F. Kennedy, iniziò a promuovere la nozione di controforza per aggirare la MAD. Essenzialmente, ci sono due tipi di attacchi nucleari. Uno è la 'guerra di controvalore' (forza equivalente da entrambe le parti, ndt) che prende di mira le città, la popolazione e l'economia dell'avversario. Questo è ciò su cui si basa la MAD. L'altro tipo di attacco è una 'guerra di controforza' mirata a distruggere le forze nucleari nemiche prima che possano essere lanciate. E, naturalmente, una strategia di controforza è la stessa cosa di una strategia di ‘First Strike’ (colpire per primi, ndt). Gli Stati Uniti sotto McNamara iniziarono a esplorare la controforza. McNamara poi decise che un simile approccio era folle e decise di utilizzare la MAD come politica di deterrenza degli Stati Uniti. Questa situazione è andata avanti per la maggior parte degli anni '60 e '70. Ma nel 1979, nell'amministrazione Carter, quando Brzezinski era il consigliere per la sicurezza nazionale, decisero di attuare una strategia di controforza. Gli Stati Uniti a quel tempo decisero di localizzare i missili Pershing II e i missili da crociera con armi nucleari in Europa. Ciò ha portato alla nascita del movimento europeo per il disarmo nucleare, il grande movimento europeo per la pace.

Washington inizialmente ha messo i missili nucleari intermedi Pershing II, così come i missili da crociera, in Europa. Questo è diventato un grosso problema per il movimento per la pace sia in Europa che negli Stati Uniti. I pericoli di una guerra nucleare erano enormemente aumentati. L'amministrazione Reagan promosse pesantemente la strategia della controforza e aggiunse la sua ‘Iniziativa di Difesa Strategica’ ispirata alla fantascienza (meglio conosciuta con il soprannome di Star Wars), che prevedeva un sistema in grado di abbattere contemporaneamente tutti i missili nemici. Questa era in gran parte una fantasia. Alla fine, la corsa agli armamenti nucleari in questo periodo è stata interrotta dai movimenti di massa per la pace in Europa su entrambi i lati del muro di Berlino e dal movimento per il congelamento nucleare negli Stati Uniti, nonché dell'ascesa di Gorbaciov in Unione Sovietica. Ma dopo lo scioglimento dell'URSS, Washington ha deciso di portare avanti la strategia della controforza e la sua spinta verso il primato nucleare.

Nel corso dei successivi tre decenni, Washington ha continuato a sviluppare armi e strategie di controforza, potenziando le capacità statunitensi in tal senso, al punto che nel 2006 è stato dichiarato che gli Stati Uniti erano vicini al primato nucleare, come spiegato all'epoca in Foreign Affairs, pubblicato dal Council on Foreign Relations, il principale centro della grande strategia statunitense. L'articolo su Foreign Affairs dichiarava che la Cina non aveva un deterrente nucleare contro un primo attacco degli Stati Uniti, visti i miglioramenti nella tecnologia di puntamento e rilevamento degli Stati Uniti, e che nemmeno i russi potevano più contare sulla sopravvivenza del loro deterrente nucleare. Washington stava premendo per raggiungere il primato nucleare completo. Tutto questo è andato di pari passo con l'allargamento della NATO in Europa, perché parte della strategia della controforza consisteva nell'avvicinare sempre più le armi della controforza alla Russia per ridurre il tempo di risposta da parte di Mosca.

La Russia era l'obiettivo principale della strategia. Mentre la Cina era chiaramente destinata a essere l'obiettivo successivo. Poi Trump ha deciso di perseguire la distensione con la Russia e concentrarsi sulla Cina. Ciò ha scombussolato le cose per un po', destabilizzando la grande strategia USA/NATO, poiché l'allargamento della NATO era una parte essenziale della strategia del primato nucleare. Una volta che l'amministrazione Biden è entrata in carica, si è cercato di recuperare il tempo perduto stringendo il cappio dell'Ucraina intorno alla Russia.

In tutto questo i russi – ormai uno stato capitalista che sta riguadagnando uno status di grande potenza – non si sono fatti ingannare. Lo hanno visto arrivare. Nel 2007 Vladimir Putin dichiarò che il mondo unipolare era impossibile, che gli Stati Uniti non sarebbero stati in grado di raggiungere il primato nucleare. Sia la Russia che la Cina hanno iniziato a sviluppare armi che avrebbero aggirato la strategia degli Stati Uniti della controforza. L'idea di un primo attacco è che l'attaccante – e solo gli Stati Uniti hanno qualcosa di simile a questa capacità – colpisce i missili terrestri, sia in silos temprati che mobili, e tracciando i sottomarini è in grado di eliminare anche quelli. Il ruolo dei sistemi missilistici antibalistici è quindi quello di eliminare qualsiasi attacco di rappresaglia rimasto. Naturalmente l'altra parte, ovvero Russia e Cina che sono anch’esse tra le grandi potenze nucleari, sanno tutto questo, quindi fanno tutto il possibile per proteggere la loro capacità di deterrenza nucleare o di attacco di rappresaglia. Negli ultimi anni Russia e Cina hanno sviluppato missili ipersonici. Questi missili si muovono straordinariamente veloci, al di sopra di Mach 5 e allo stesso tempo sono manovrabili, quindi non possono essere fermati da sistemi missilistici antibalistici, indebolendo la capacità di controforza degli Stati Uniti. Gli stessi Stati Uniti non hanno ancora sviluppato tecnologie missilistiche ipersoniche di questo tipo. Questo tipo di arma è ciò che la Cina definisce "colpire l’assassino", il che significa che può essere utilizzata da una potenza inferiore per contrastare un avversario con un potere militare schiacciante. Ciò aumenta quindi il deterrente fondamentale di Russia e Cina, proteggendo le loro capacità di ritorsione in caso di primo attacco contro i rispettivi territori. Questo è uno dei principali fattori che sta contrastando le capacità di primo attacco degli Stati Uniti.

Un altro aspetto in questo braccio di ferro nucleare è il predominio USA/NATO nei satelliti. È in gran parte per questo che la precisione nel colpire il bersaglio del Pentagono ora è così accurata da poter concepire la possibilità di distruggere i silos missilistici temprati con testate più piccole, a causa dell'assoluta precisione del loro puntamento, e prendere di mira anche i sottomarini. Tutto questo ha a che fare con i sistemi satellitari. È opinione diffusa che questo dia agli Stati Uniti la capacità di distruggere silos missilistici rinforzati o almeno centri di comando e controllo con armi che non sono nucleari, o con testate nucleari più piccole, a causa della maggiore precisione. Gli eserciti russo e cinese si sono quindi concentrati molto sulle armi anti-satellite per eliminare questo vantaggio.

Inverno e olocausto nucleare

Tutto ciò può suonare già abbastanza brutto, ma è necessario dire qualcosa sull'inverno nucleare. L'esercito americano, e immagino che sia vero anche per l'esercito russo, a leggere i loro documenti declassificati, risulta che si sia completamente allontanato dalla scienza sulla guerra nucleare. Nel documento declassificato sugli armamenti nucleari e la guerra nucleare non si fa alcuna menzione delle tempeste di fuoco nella guerra nucleare. Ma in un attacco nucleare le tempeste di fuoco sono in realtà ciò che provoca il maggior numero di morti. Le tempeste di fuoco in un attacco termonucleare possono diffondersi su una città per 150 miglia quadrate. Le istituzioni militari, che sono tutte concentrate sul combattere e prevalere in una guerra nucleare, nelle loro analisi e anche nei calcoli della MAD non tengono conto delle tempeste di fuoco. Ma c'è anche un'altra ragione per questo, poiché le tempeste di fuoco sono ciò che genera l'inverno nucleare.

Nel 1983, quando le armi di contrasto venivano piazzate in Europa, scienziati atmosferici sovietici e americani, lavorando insieme, crearono i primi modelli di inverno nucleare. Un certo numero di scienziati chiave, sia nell'Unione Sovietica che negli Stati Uniti, sono stati coinvolti nella ricerca sui cambiamenti climatici, che è essenzialmente l'inverso dell'inverno nucleare, anche se non così brusco. Questi scienziati hanno scoperto che in una guerra nucleare con tempeste di fuoco in 100 città, l'effetto sarebbe stato un calo della temperatura media globale di una misura che Carl Sagan all'epoca disse arrivare fino a "diverse decine di gradi" Celsius. Successivamente hanno fatto marcia indietro con ulteriori studi e hanno affermato che il calo sarebbe arrivato fino a venti gradi Celsius. Possiamo immaginare cosa significhi. Le tempeste di fuoco porterebbero la fuliggine e il fumo nella stratosfera, bloccando fino al 70% dell'energia solare che raggiunge la terra, il che significherebbe la fine di tutti i raccolti sulla Terra. Ciò distruggerebbe quasi tutta la vita vegetativa, così che gli effetti nucleari diretti nell'emisfero settentrionale sarebbero accompagnati dalla morte di quasi tutti anche nell'emisfero meridionale. Solo poche persone sul pianeta potrebbero sopravvivere.

Gli studi sull'inverno nucleare sono stati criticati dai militari e dall'establishment negli Stati Uniti, in quanto esagerati. Ma nel 21° secolo, a partire dal 2007, gli studi sull'inverno nucleare sono stati ampliati, replicati e convalidati numerose volte. Hanno dimostrato che anche in una guerra tra India e Pakistan, utilizzando bombe atomiche con il potenziale distruttivo di quella di Hiroshima, il risultato sarebbe un inverno nucleare non così rigido, ma capace di ridurre l'energia solare che raggiunge il pianeta in misura tale da uccidere miliardi di persone. Al contrario, in una guerra termonucleare globale, come hanno dimostrato i nuovi studi, l'inverno nucleare potrebbe essere anche peggiore di quanto avevano determinato gli studi originali negli anni '80. E questa è la scienza, accettata nelle principali pubblicazioni scientifiche sottoposte a revisione paritaria e i cui risultati sono stati ripetutamente convalidati. È molto chiaro in termini scientifici che se ci sarà uno scontro termonucleare globale, questo ucciderà l'intera popolazione della Terra, con forse alcuni resti della specie umana che potranno sopravvivere da qualche parte nell'emisfero meridionale. Il risultato sarà un olocausto nucleare planetario.

All'inizio McNamara pensava che la controforza fosse una buona idea, perché era vista come una strategia No-Cities. Gli Stati Uniti avrebbero potuto semplicemente distruggere le armi nucleari dell'altra parte e lasciare intatte le città. Ma questa idea è rapidamente sfumata, e nessuno ci crede più, perché la maggior parte dei centri di comando e controllo si trovano dentro o vicino alle città. Non c'è modo che questi possano essere tutti distrutti in un primo attacco senza attaccare le città. Inoltre per quanto riguarda le maggiori potenze nucleari, non c'è modo che il deterrente nucleare dell'altra parte possa essere completamente distrutto, e anche una parte relativamente piccola degli arsenali nucleari delle grandi potenze può distruggere tutte le grandi città dell'altra parte. Pensare diversamente significa perseguire una fantasia pericolosa che aumenta le possibilità di una guerra termonucleare globale capace di distruggere l'umanità. Ciò significa che i maggiori analisti nucleari, ora profondamente impegnati nelle teorie della controforza, stanno promuovendo la follia totale. I pianificatori della guerra nucleare fingono di poter prevalere in una guerra nucleare. Eppure, ora sappiamo che la MAD, la distruzione reciproca assicurata, come era originariamente immaginata, è meno estrema di ciò che oggi comporta una guerra termonucleare globale. La distruzione reciproca assicurata significava che entrambe le parti sarebbero state distrutte, a centinaia di milioni. Ma l'inverno nucleare significa che praticamente l'intera popolazione del pianeta viene eliminata.

La strategia di controforza, la spinta verso la capacità di primo attacco o primato nucleare, significa che la corsa agli armamenti nucleari continua ad aumentare, nella speranza di eludere la MAD, mentre in realtà minaccia l'estinzione umana. Anche se il numero delle armi nucleari è limitato, la cosiddetta "modernizzazione" dell'arsenale nucleare, in particolare da parte degli Stati Uniti, è progettata per rendere pensabile una controforza e quindi un primo attacco. Ecco perché Washington si è ritirata dai trattati nucleari come il Trattato ABM e il Trattato sui missili nucleari a raggio intermedio, visti come un blocco alle armi di controforza che interferiva con la spinta del Pentagono verso il primato nucleare. Washington ha abbandonato tutti quei trattati, mentre è stata disposta ad accettare un limite al numero totale di armi nucleari, perché il gioco veniva giocato in un modo diverso. La strategia degli Stati Uniti è ora focalizzata sulla controforza, non sul controvalore.

C’è molto da comprendere, in poco tempo. Ma penso che sia importante conoscere i due fronti della grande strategia imperiale USA/NATO per capire perché il Cremlino si considera minacciato, e perché ha agito come ha fatto, e perché questa guerra per procura è così pericolosa per tutto il mondo. Quello che dovremmo tenere a mente in questo momento è che tutte queste manovre per la supremazia mondiale assoluta ci hanno portato sull'orlo di una guerra termonucleare globale e di un olocausto nucleare globale. L'unica risposta è creare un movimento di massa mondiale per la pace, l'ecologia e il socialismo.

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28/04/2022

L’impegno dell’umanità nell’era nucleare

L’evento di svolta in termini nucleari della guerra Russia-Ucraina si è verificato la notte di venerdì 4 marzo 2022 con l’attacco alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa, con l’incendio provocato dal bombardamento della zona di un reattore spento su edifici di stoccaggio di materiale radioattivo esausto.

Una possibile catastrofe, valutata tra le 6-10 volte più grave di quella di Chernobyl, è stata evitata con un intervento pur tardivo dei pompieri dell’impianto. Ad oggi pare incerta l’attribuzione dell’attacco ora ai russi ora agli ucraini.

Tuttavia, l’attribuzione di questo atto non ha rilevanza su quanto si vuole qui discutere circa l’impegno dell’umanità nell’era nucleare, soprattutto perché non è nostra intenzione alimentare la frenesia bellica accreditando notizie sul nucleare che già in tempi di pace dovrebbero essere trattate con il massimo rigore informativo.

Il punto cardine è determinato dal fatto che è stata la prima volta che un impianto nucleare è stato preso di mira come elemento strategico di una guerra, fatto inaudito per le conseguenze terribili di morti e di impossibilità di vero controllo umano dopo l’innesco della fusione incontrollata. Una svolta cinica della guerra, da qualsiasi parte la si voglia leggere, che si aggiunge alle consuete informazioni propagandistiche delle nazioni belligeranti.

I fatti accaduti a Zaporizhzhia sembrano fortunosamente escludere un pericolo immediato, ma certo per calcolo o per errore umano si è sfiorata una catastrofe inimmaginabile.

Il solo pensiero poi che le altre centrali nucleari ucraine possano essere obiettivi strategici del conflitto, pone il mondo intero in una condizione di ansia ed incredulità che condizionano qualsiasi intervento esterno non condiviso. Bisogna giungere ad un ragionamento differente e rispolverare il senso della pace globale o almeno del rispetto di smilitarizzazione delle zone a forte rischio atomico e radioattivo.

Emblematicamente vale la pena ricordare che Chernobyl ancora oggi è motivo di preoccupazione. Nel 2017 è stato installato un nuovo sarcofago protettivo sopra quello vecchio. Si tratta della più grande struttura mobile mai realizzata al mondo e di un’opera ingegneristica unica nel suo genere, ma che ha un ciclo vitale di 100 anni con interventi economici non piccoli e a cui dovranno partecipare molti Stati.

Si ricorda, inoltre, che lo smaltimento di centrali nucleari dismesse è faccenda assai complessa e sostanzialmente irrisolta. Anche per gli Stati Uniti dove, giusto per fare un esempio, i piccoli reattori dei sottomarini nucleari dismessi sono ammassati nel deserto in attesa da anni di una collocazione definitiva (quando non sono stati fatti affondare in profonde fosse atlantiche).

Crisi Ucraina tra guerra e pace

Secondo la ferma posizione di Alex Zanotelli dobbiamo capire e leggere la realtà con gli occhi dell’altro. Non solo per Russia e Ucraina, ma per gli Stati di tutti i continenti perché essi stessi sono una parte non piccola del problema. È un invito a non leggere la realtà per noi stessi, ma cercare di capire l’altro.

Leggere la verità e la realtà non è facile, soprattutto non è facile leggerla con altri occhi a causa di elementi che offuscano il bene umano dal prevalere degli interessi di potere, da quelli militari a quelli del denaro. È una situazione tanto complessa e globale che non può che risolversi con la volontà di dialogo e di negoziato condotta in una tregua delle armi riconoscendo anche agli altri la loro verità purché non annulli la nostra.

Il punto importante consiste nell’allertare tutto il mondo per il dialogo e per la pace. Davanti al conflitto tutti i gruppi pacifisti e nonviolenti devono mettersi insieme: bisogna ritrovare l’unità tra gruppi pacifisti perché è il momento di agire per il dialogo.

Viviamo un drammatico momento della storia umana. Siamo fra due micidiali pericoli: davanti alla crisi ecologica che ci potrebbe portare all’estinzione tra un’estate incandescente per il clima e un inverno nucleare per la guerra atomica. È in questione la sopravvivenza dell’umanità su questo pianeta.

Ecco perché è fondamentale un lavoro di informazione per far conoscere a tutti la gravità del momento. Siamo sull’orlo oggi del baratro in particolare per la questione dell’Ucraina. Ma tra qualche mese arriverà l’altra grande questione fra Usa e Cina sull’isola di Taiwan. E avanti così. Basta nulla. Basta un incidente. Il problema è che le grandi potenze sono armate ad un livello straordinariamente e incomprensibilmente distruttivo.

Gli Stati Uniti hanno almeno 3000 bombe nucleari pronte al lancio. La Cina ne ha 200, ma entro il 2030 vuole arrivare almeno al migliaio. La Russia ne ha tante, ben oltre le 500 promesse in caso di guerra verso L’Europa. E vari altri Paesi che vogliono continuare a incrementare il loro armamentario nucleare. In Italia abbiamo una settantina di bombe atomiche a Ghedi vicino a Brescia e ad Aviano in provincia di Udine le quali verranno prossimamente rimpiazzate dalle nuove e sofisticate B 61-12.

È assurdo quello che sta avvenendo, perché è chiaro che basta un minimo incidente e salta ogni illusione di pace. È importante uscire da questo macabro gioco, basato sulla difesa per deterrenza del numero di armi nucleari, quando ne basterebbe una per scatenare una ritorsione fuori controllo.

Oggi, purtroppo, sulla deterrenza atomica si basa gran parte dell’equilibrio mondiale: una deterrenza brutale che rifugge da qualsiasi negoziato e che viene consumata nello stretto riserbo dei ministeri per la difesa degli Stati con armi atomiche.

Questo è un male al quale con terrore ci siamo abituati e non pensiamo che anche ogni centrale nucleare civile costruita nel mondo per la fornitura energetica sia di fatto un obiettivo militare strategico nello scatenarsi di qualsiasi guerra.

Se guardiamo ora all’Ucraina potremmo dire ottimisticamente che nessuno dei belligeranti sembra essere interessato a provocare danni agli impianti nucleari, ma la concatenazione di eventi potrebbe dar luogo a errori umani nell’ambito di lanci missilistici o di bombardamenti. Un rischio davvero fuori controllo che sta costringendo per necessità l’Europa a rivalutare il ruolo giocato dal nucleare civile.

Papa Francesco continua a dire che non solo l’uso della bomba atomica è immorale, ma anche il suo solo possesso. E questo tipo di informazione è fondamentale. E questo deve portare tutti a reagire. Per dire basta.

Purtroppo ancora oggi parlando di pace e pacifismo si finisce con l’essere intesi come idealisti e utopisti lontani dalla realtà. La guerra in Ucraina ha fatto capire quanto ci fossimo illusi chiudendo gli occhi ad un processo di potere che più o meno sottilmente ha coinvolto Russia ed Europa su questo crinale. Per questo dobbiamo cercare di comunicare il significato della pace in modo attivo, capovolgendo il senso delle cose così come sino ad oggi sono state intese.

Oggi deve essere ben chiaro dai fatti dell’Ucraina, che costruire una centrale nucleare, ammesso che abbia senso ambientale, deve comprendere la consapevolezza che si sta costruendo un obiettivo strategico militare e un luogo di controllo manutentivo che costituirà un pericolo per molti decenni.

Il nucleare civile e il nucleare militare devono essere cancellati dalla storia dell’umanità.

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