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29/03/2026

“L’Iran e Gaza sono solo l’inizio”

di Chris Hedges

Il genocidio a Gaza è solo l’inizio. Benvenuti nel nuovo ordine mondiale. L’era della barbarie tecnologicamente avanzata. Non ci sono regole per i forti, solo per i deboli. Opporsi ai forti, rifiutarsi di piegarsi ai loro capricciosi desideri significa essere sommersi da missili e bombe. Assistiamo quotidianamente a questa follia con la guerra contro l’Iran, i bombardamenti a tappeto sul Libano meridionale e le sofferenze a Gaza.

Organismi internazionali come le Nazioni Unite sono stati neutralizzati, trasformati in inutili appendici di un’altra epoca. La sacralità dei diritti individuali, le frontiere aperte e il diritto internazionale sono svaniti. I governanti più psicopatici della storia umana, coloro che hanno ridotto le città in cenere, ammassato popolazioni prigioniere verso luoghi di esecuzione e disseminato le terre occupate di fosse comuni e cadaveri, sono tornati con sete di vendetta, aprendo un immenso abisso morale.

La legge, nonostante i coraggiosi sforzi di una manciata di giudici – che presto saranno epurati – sia a livello nazionale che in organismi internazionali come la Corte Internazionale di Giustizia, viene violata con disprezzo. Barbarie all’estero. Barbarie in patria.

Lucy Williamson della BBC riferisce che Israele sta distruggendo il Libano meridionale “usando Gaza come modello: un progetto di distruzione riproposto come via per la pace”.

In poche settimane, oltre un milione di persone sono già state sfollate in Libano, un quinto dell’intera popolazione di un Paese che già ospita il più alto numero di rifugiati pro capite al mondo. A questi si aggiungono 2 milioni di sfollati a Gaza e 3 milioni in Iran. Sei milioni di persone sono rimaste senza casa.

Per quattro lustri il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha fatto pressioni affinché gli Stati Uniti entrassero in guerra con l’Iran. Le precedenti amministrazioni, sia repubblicane che democratiche, si sono rifiutate, in gran parte a causa della forte opposizione interna al Pentagono, che non considerava l’Iran una minaccia esistenziale e non prevedeva un esito positivo né per gli Stati Uniti né per i loro alleati regionali.

Ma Donald Trump, incoraggiato dalla sua inetta squadra di negoziatori composta dal genero Jared Kushner e dal socio in affari, l’imprenditore immobiliare e compagno di golf Steve Witkoff, entrambi ferventi sionisti, ha abboccato all’amo di Israele. Il consigliere per la sicurezza nazionale britannico, Jonathan Powell, che partecipò ai colloqui finali tra Stati Uniti e Iran, ha liquidato Kushner e Witkoff come “agenti israeliani”.

Joseph Kent, che si è dimesso dalla carica di direttore del Centro nazionale antiterrorismo per protestare contro la guerra, ha scritto nella sua lettera di dimissioni che “l’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana”.

La giustificazione ufficiale per la guerra contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio, è stata mutevole. Si tratta di smantellare il programma nucleare iraniano? Di contrastare il programma missilistico balistico iraniano? Di conseguenza, come affermato da Marco Rubio, gli Stati Uniti hanno condotto attacchi preventivi contro l’Iran per garantire la sicurezza dei propri interessi nel caso in cui Israele avesse deciso di colpire? Di conseguenza, il governo iraniano ha attuato una repressione letale, uccidendo centinaia di manifestanti antigovernativi durante le massicce proteste di piazza? Si tratta di un cambio di regime? Di un tentativo di stroncare il cosiddetto terrorismo di Stato iraniano? O si tratta di pretesti per qualcos’altro?

Certamente, Israele e gli Stati Uniti mirano a un cambio di regime. Ma su questo punto sembra che le posizioni di Stati Uniti e Israele divergano. Israele, a quanto pare, come in Iraq, Siria, Libia e Libano, cerca anche la disgregazione fisica dell’Iran, la frammentazione del paese in enclavi etniche e religiose in guerra tra loro, la trasformazione dell’Iran in uno stato fallito.

In Iran, i persiani costituiscono circa il 61% della popolazione, mentre il restante 39% è composto da diverse minoranze, spesso soggette a repressione statale. Tra queste minoranze etniche figurano azeri, curdi, lur, baluchi, arabi e turkmeni, oltre a minoranze religiose come sunniti, cristiani, bahá’í, zoroastriani ed ebrei. La frammentazione dell’Iran in enclavi etniche e religiose antagoniste lascerebbe Israele come potenza dominante nella regione, conferendogli la capacità, se non di occupare direttamente i paesi vicini, di controllarli e soggiogarli tramite alleati, realizzando così un desiderio di lunga data di una Grande Israele. Ciò consentirebbe inoltre a stati stranieri di controllare le riserve di gas iraniane, le seconde più grandi al mondo, e le riserve petrolifere, pari al 12% del totale globale.

La crociata di Israele contro i palestinesi, i libanesi e ora gli iraniani viene giustificata dallo sterminio di 6 milioni di ebrei durante l’Olocausto. Ma non sfugge al Sud del mondo, e in particolare ai palestinesi, che quasi tutti gli studiosi dell’Olocausto si siano rifiutati di condannare il genocidio di Gaza. Nessuna delle istituzioni dedicate alla ricerca e alla commemorazione dell’Olocausto ha tracciato gli ovvi parallelismi storici o ha denunciato il massacro di massa in Palestina.

Gli studiosi dell’Olocausto, con poche eccezioni, hanno svelato il loro vero scopo, che non è quello di esaminare il lato oscuro della natura umana e la spaventosa propensione che tutti abbiamo a commettere il male, bensì di santificare gli ebrei come vittime eterne e assolvere lo stato etno-nazionalista di Israele dai suoi crimini di colonialismo di insediamento, apartheid e genocidio.

La strumentalizzazione dell’Olocausto, l’incapacità di difendere le vittime palestinesi solo perché palestinesi, ha fatto implodere l’autorità morale degli studi sull’Olocausto e dei memoriali. Essi si sono rivelati strumenti non per prevenire il genocidio, ma per perpetrarlo, non per esplorare il passato, ma per manipolare il presente.

Qualsiasi tiepida ammissione che l’Olocausto potrebbe non essere una prerogativa esclusiva di Israele e dei suoi sostenitori sionisti viene prontamente repressa. Il Museo dell’Olocausto di Los Angeles ha cancellato un post su Instagram che recitava: “MAI PIÙ NON PUÒ SIGNIFICARE SOLO MAI PIÙ PER GLI EBREI” dopo le polemiche. Nelle mani dei sionisti, “mai più” significa proprio questo: mai più, solo per gli ebrei.

Aimé Césaire, nel suo Discorso sul colonialismo, scrive che Hitler apparve eccezionalmente crudele solo perché presiedette all’«umiliazione dell’uomo bianco», applicando all’Europa le «procedure colonialiste che fino ad allora erano state riservate esclusivamente agli arabi dell’Algeria, ai ‘coolie’ dell’India e ai neri d’Africa».

La quasi totale estinzione della popolazione aborigena della Tasmania, il massacro degli Herero e dei Namaqua da parte dei tedeschi, il genocidio armeno, la carestia del Bengala del 1943 – l’allora primo ministro britannico Winston Churchill si riferì agli indù come “un popolo bestiale con una religione bestiale” – insieme al lancio di bombe atomiche su obiettivi civili a Hiroshima e Nagasaki, illustrano qualcosa di fondamentale sulla “civiltà occidentale”.

Il genocidio non è un’anomalia, è codificato nel DNA della “civiltà” occidentale.

«In America», disse il poeta Langston Hughes, «non c’è bisogno di spiegare ai neri cosa sia il fascismo in azione. Lo sappiamo. Le sue teorie di supremazia nordica e di oppressione economica sono da tempo una realtà per noi».

Quando i nazisti formularono le leggi di Norimberga, si ispirarono a leggi concepite per privare i neri dei loro diritti. Il rifiuto degli Stati Uniti di concedere la cittadinanza ai nativi americani e ai filippini – sebbene vivessero negli Stati Uniti e nei territori statunitensi – fu emulato dai fascisti tedeschi che privarono della cittadinanza gli ebrei. Le leggi americane contro la mescolanza razziale, che criminalizzavano i matrimoni interrazziali, furono la spinta a vietare i matrimoni tra ebrei tedeschi e ariani. La giurisprudenza americana classificava come nero chiunque avesse anche solo l’uno per cento di ascendenza nera – la cosiddetta “regola della goccia di sangue”. I nazisti, ironicamente mostrando maggiore flessibilità, classificavano come ebreo chiunque avesse tre o più nonni ebrei.

I milioni di indigeni vittime dei progetti coloniali in paesi come Messico, Cina, India, Australia, Congo e Vietnam, per questo motivo, sono sordi alle affermazioni insensate degli ebrei secondo cui la loro condizione di vittime sarebbe unica. Anche loro hanno subito olocausti, ma questi olocausti continuano a essere minimizzati o ignorati dai loro persecutori occidentali.

Israele incarna lo stato etno-nazionalista che i nostri fascisti cristiani e l’estrema destra sognano di creare, uno stato che rifiuta il pluralismo politico e culturale, così come le norme giuridiche, diplomatiche ed etiche. Israele è ammirato dall’estrema destra perché ha voltato le spalle al diritto umanitario e usa la forza letale indiscriminatamente per “purificare” la sua società da coloro che sono condannati come contaminanti umani.

Fu proprio questa distorsione dell’Olocausto, presentato come un evento unico, a turbare Primo Levi, imprigionato ad Auschwitz dal 1944 al 1945 e autore di “Sopravvivere ad Auschwitz”. Levi fu un acceso critico dello stato di apartheid di Israele e del suo trattamento dei palestinesi. Considerava la Shoah “una fonte inesauribile di male” che “si perpetua come odio nei sopravvissuti e si ripresenta in mille modi, contro la volontà di tutti, come sete di vendetta, come crollo morale, come negazione, come stanchezza, come rassegnazione”.

Levi deplorava il manicheismo di coloro che «rifuggono le sfumature e la complessità». Condannava chi «riduce il fiume degli eventi umani a conflitti, e i conflitti a duelli, noi contro loro». Avvertiva che «la rete di relazioni umane all’interno dei campi di concentramento non era semplice: non poteva essere ridotta a due blocchi, vittime e persecutori». Il nemico, lo sapeva, «era fuori ma anche dentro».

Mordechai Chaim Rumkowski, noto come “Re Chaim”, governò il ghetto di Łódź, in Polonia, per conto degli occupanti nazisti. Il ghetto si trasformò in un campo di lavoro forzato che arricchì Rumkowski e i suoi padroni nazisti. Rumkowski deportava gli oppositori nei campi di sterminio. Violentava e abusava di ragazze e donne. Esigeva obbedienza incondizionata. Incarnava la malvagità dei suoi oppressori. Per Levi, era l’esempio di ciò che molti di noi, in circostanze simili, sono capaci di diventare.

«Tutti noi ci rispecchiamo in Rumkowski, la sua ambiguità è la nostra, è la nostra seconda natura, noi ibridi plasmati dall’argilla e dallo spirito», scrisse Levi in “I sommersi e i salvati”. «La sua febbre è la nostra, la febbre della nostra civiltà occidentale che “discende all’inferno con trombe e tamburi”, e i suoi miseri ornamenti sono l’immagine distorta dei nostri simboli di prestigio sociale».

«Come Rumkowski, anche noi siamo così abbagliati dal potere e dal prestigio da dimenticare la nostra essenziale fragilità», ha continuato Levi. «Volenti o nolenti ci rassegniamo al potere, dimenticando che siamo tutti nel ghetto, che il ghetto è circondato da mura, che fuori dal ghetto regnano i signori della morte e che lì vicino ci aspetta il treno».

Levi aveva capito che il confine tra vittima e carnefice è sottilissimo. Tutti noi possiamo diventare carnefici volontari. Non c’è nulla di intrinsecamente morale nell’essere ebreo o un sopravvissuto all’Olocausto. Per questo motivo, Levi era “persona non grata” in Israele.

I sionisti trovano nell’Olocausto e nello Stato ebraico un senso di scopo e significato, oltre a una stucchevole superiorità morale. Dopo la guerra del 1967, quando Israele si impadronì di Gaza, della Cisgiordania (inclusa Gerusalemme Est), delle alture del Golan siriane e della penisola del Sinai egiziana, Israele, come osservò con approvazione il sociologo americano Nathan Glazer, divenne “la religione degli ebrei americani”. L’Olocausto divenne il loro “capitale morale”.

«La sofferenza ebraica viene descritta come ineffabile, incomunicabile, eppure sempre da proclamare», scrive lo storico europeo Charles S. Maier in Il passato indomabile: storia, olocausto e identità nazionale tedesca.

È una sofferenza profondamente privata, da non attenuare, ma al contempo pubblica, affinché la società non ebraica ne confermi la gravità. Una sofferenza così particolare deve essere custodita in luoghi pubblici: musei dell’Olocausto, giardini della memoria, luoghi di deportazione, dedicati non come memoriali ebraici ma civici.

Ma qual è il ruolo di un museo in un paese come gli Stati Uniti, lontano dal luogo dell’Olocausto? Serve a radunare le persone che hanno sofferto o a istruire i non ebrei? Dovrebbe servire a ricordare che “può succedere anche qui”? O è un’affermazione che merita un trattamento speciale? In quali circostanze un dolore privato può essere contemporaneamente un dolore pubblico? E se il genocidio viene riconosciuto come dolore pubblico, non dovremmo forse riconoscere tale riconoscimento anche ad altri dolori particolari?

Uno storico americano di origini polacche sostiene che, con l’invasione tedesca del 1939, i polacchi furono il primo popolo in Europa a subire l’Olocausto e che gli storici finora hanno “scelto di interpretare la tragedia in termini esclusivisti, ovvero come il periodo più tragico nella storia della diaspora ebraica”. Se i polacchi americani rivendicano il loro “Olocausto dimenticato”, quale riconoscimento dovrebbero ricevere? Anche gli armeni e i cambogiani hanno diritto a musei dell’Olocausto finanziati con fondi pubblici? E abbiamo bisogno di monumenti commemorativi per gli avventisti del settimo giorno e gli omosessuali perseguitati dal Terzo Reich?

Una sofferenza unica conferisce un diritto unico.

Qualsiasi crimine Israele commetta in nome della sua sopravvivenza – del suo “diritto all’esistenza” – è giustificato in nome di questa sua unicità. Non ci sono limiti. Il mondo è bianco o nero, una battaglia senza fine contro il nazismo, che è proteiforme, a seconda di chi Israele prende di mira. Opporsi a questa sete di sangue significa essere antisemiti, agevolando un altro genocidio di ebrei.

Questa formula semplicistica non solo serve gli interessi di Israele, ma anche quelli delle potenze coloniali che hanno perpetrato i propri genocidi, genocidi che anch’esse cercano di occultare.

La sacralizzazione dell’Olocausto nazista offre uno strano scambio di favori. Armare e finanziare lo Stato di Israele, bloccare le risoluzioni e le sanzioni delle Nazioni Unite che ne condannerebbero i crimini e demonizzare i palestinesi e i loro sostenitori diventa prova di espiazione e di sostegno agli ebrei.

Israele, in cambio, assolve l’Occidente dalla sua indifferenza alla sofferenza degli ebrei durante l’Olocausto e la Germania dalla sua perpetrazione. La Germania usa questa empia alleanza per separare il nazismo dal resto della sua storia, compreso il genocidio perpetrato dai coloni tedeschi contro i Nama e gli Herero nell’Africa sud-occidentale tedesca, l’attuale Namibia.

«Tale magia», scrive lo storico israeliano ed esperto di genocidio Raz Segal, «legittima il razzismo contro i palestinesi proprio nel momento in cui Israele perpetra un genocidio contro di loro. L’idea dell’unicità dell’Olocausto riproduce, anziché contrastare, il nazionalismo escludente e il colonialismo di insediamento che hanno portato all’Olocausto».

Il professor Segal, direttore del programma di studi sull’Olocausto e il genocidio presso la Stockton University nel New Jersey, ha scritto un articolo sulla guerra a Gaza il 13 ottobre 2023, intitolato: “Un caso da manuale di genocidio”.

Questa denuncia da parte di uno studioso israeliano dell’Olocausto, i cui familiari perirono durante la Shoah, rappresentava una posizione molto isolata.

Il professor Segal ha visto nella richiesta immediata del governo israeliano di evacuare i palestinesi dal nord di Gaza e nella raccapricciante demonizzazione dei palestinesi da parte dei funzionari israeliani – il ministro della Difesa ha affermato che Israele stava “combattendo contro degli animali umani” – il fetore di un genocidio.

“L’intera idea di prevenzione e di ‘mai più’ si basa sul fatto che, come insegniamo ai nostri studenti, esistono dei segnali d’allarme e, una volta individuati, dobbiamo intervenire per fermare il processo che potrebbe degenerare in genocidio”, mi ha spiegato il professor Segal, “anche se non si tratta ancora di un genocidio”.

Il professor Segal ha pagato per la sua onestà. L’offerta di dirigere il Centro per gli studi sull’Olocausto e il genocidio dell’Università del Minnesota, che non ha mai condannato il genocidio, è stata revocata.

Quando io e il professor Segal abbiamo testimoniato presso la capitale dello stato, Trenton, per opporci all’approvazione del disegno di legge dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), che equipara la critica allo stato di Israele all’antisemitismo, siamo stati scherniti dai sionisti e i nostri microfoni sono stati disattivati dal presidente della commissione. Eravamo lì, a sostenere che quel disegno di legge avrebbe limitato la libertà di parola, mentre in tempo reale ci veniva negata tale libertà.

Il genocidio rappresenta la fase successiva di quella che l’antropologo Arjun Appadurai definisce “una vasta correzione malthusiana a livello mondiale”, volta a “preparare il mondo ai vincitori della globalizzazione, eliminando il fastidioso rumore dei perdenti”.

Il finanziamento e l’armamento di Israele da parte degli Stati Uniti e delle nazioni europee, mentre perpetra un genocidio, ha fatto implodere l’ordine giuridico internazionale post-bellico. Esso ha perso ogni credibilità. L’Occidente non può più impartire lezioni a nessuno su democrazia, diritti umani o sulle presunte virtù della civiltà occidentale. L’inganno, secondo cui noi come nazione promuoveremmo in qualche modo democrazia, uguaglianza e diritti umani, è finito.

«Mentre Gaza induce vertigini, una sensazione di caos e vuoto, per innumerevoli persone impotenti diventa la condizione essenziale della coscienza politica ed etica nel ventunesimo secolo, proprio come la Prima Guerra Mondiale lo fu per una generazione in Occidente», scrive Pankaj Mishra.

Nessuno di noi che abbia lavorato come corrispondente da Israele e Palestina, dove ho lavorato come giornalista per sette anni, aveva previsto questo genocidio. Eppure, eravamo perfettamente consapevoli dell’impulso genocida che era alla base del progetto sionista: il desiderio di ampi settori della società israeliana di sradicare ed espellere tutti i palestinesi. Questo impulso genocida era presente fin dalla nascita del sionismo.

Victor Klemperer, professore di linguistica e figlio di un rabbino berlinese vissuto sotto il regime nazista, annotò nel suo diario: “Per me i sionisti, che vogliono tornare allo stato ebraico del 70 d.C. (distruzione di Gerusalemme da parte di Tito), sono altrettanto offensivi dei nazisti. Con la loro sete di sangue, le loro antiche ‘radici culturali’, il loro modo, in parte ipocrita e in parte ottuso, di riavvolgere il mondo, sono assolutamente all’altezza dei nazionalsocialisti”.

Ho seguito le vicende del rabbino estremista Meir Kahane, il quale sosteneva che la violenza fosse una virtù ebraica e la vendetta un comandamento divino. Quando mi trovavo in Israele, il governo israeliano gli aveva impedito di candidarsi a cariche pubbliche.

Kahane fu assassinato il 5 novembre 1990 a New York. Il suo partito, il Kach Party, fu messo al bando in Israele quattro anni dopo, in seguito all’attentato di Baruch Goldstein, un medico nato a Brooklyn e membro del Kach, che entrò nella moschea di Ibrahimi a Hebron e aprì il fuoco sui fedeli, uccidendo 29 palestinesi. Goldstein, vestito con la sua uniforme da capitano dell’esercito, fu sopraffatto dai fedeli e picchiato a morte.

I miei redattori di New York mi mandarono a intervistare i sopravvissuti. Quando ricevettero il manoscritto, insistettero affinché realizzassi altre interviste con coloni ebrei che giustificavano le rivendicazioni di Goldstein nei confronti dei palestinesi, parte di un gioco di equilibrio, ma in realtà parte di uno sforzo per oscurare la verità.

Kach, in seguito alle sue dichiarazioni di sostegno al massacro, è stata dichiarata organizzazione terroristica dagli Stati Uniti.

Ma il kahanismo non morì. Fu alimentato da estremisti e coloni ebrei.

L’intolleranza razziale di Kach e i suoi appelli alla violenza di massa contro i palestinesi hanno contagiato segmenti sempre più ampi della società israeliana, trovando un’accettazione pressoché universale dopo gli attentati del 7 ottobre.

Ho assistito a questa intolleranza durante i comizi politici tenuti da Netanyahu, che riceveva ingenti finanziamenti da americani di destra legati all’AIPAC, quando si candidò contro Yitzhak Rabin, che stava negoziando un accordo di pace con i palestinesi. I sostenitori di Netanyahu scandivano slogan ispirati a Kahane come “Morte agli arabi” e “Morte a Rabin”. Bruciarono un’effigie di Rabin vestito con un’uniforme nazista. Netanyahu sfilò davanti a un finto funerale di Rabin.

Rabin fu assassinato da un fanatico ebreo il 4 novembre 1995.

Netanyahu, che è diventato primo ministro per la prima volta nel 1996, ha trascorso la sua carriera politica a coltivare i rapporti con questi estremisti ebrei, tra cui Itamar Ben-Gvir, che ha appeso un ritratto di Goldstein alla parete del suo salotto, Bezalel Smotrich, Avigdor Lieberman, Gideon Sa’ar e Naftali Bennett.

Il padre di Netanyahu, Benzion, che lavorò come assistente del fondatore del sionismo revisionista, Vladimir Jabotinsky, e che Benito Mussolini definì “un buon fascista”, fu un leader del partito Herut, che auspicava l’annessione da parte di Israele di tutti i territori della Palestina storica. Molti dei membri del partito Herut compirono attentati terroristici durante la guerra del 1948 che portò alla creazione dello Stato di Israele.

Albert Einstein, Hannah Arendt, Sidney Hook e altri intellettuali ebrei descrissero il partito Herut, in una dichiarazione pubblicata sul New York Times, come un partito “strettamente affine, per organizzazione, metodi, filosofia politica e appeal sociale, ai partiti nazisti e fascisti”.

All’interno del progetto sionista è sempre esistita una virulenta corrente di fascismo ebraico, che rispecchia la corrente fascista presente nella società americana. Purtroppo, per noi e per i palestinesi, queste correnti fasciste sono in ascesa.

La decisione di annientare Gaza è da tempo il sogno degli sionisti di estrema destra, eredi del movimento di Kahane. L’identità ebraica e il nazionalismo ebraico sono le versioni sioniste dell’ideologia nazista del “sangue e suolo”. La supremazia ebraica è santificata da Dio, così come lo è il massacro dei palestinesi, che Netanyahu ha paragonato agli Amaleciti biblici sterminati dagli Israeliti. Gli europei e gli euroamericani nelle colonie americane usarono lo stesso passo biblico per giustificare il loro genocidio contro i nativi americani.

I nemici – solitamente musulmani – destinati all’estinzione sono subumani che incarnano il male. La violenza e la minaccia di violenza sono le uniche forme di comunicazione comprensibili a chi si trova al di fuori della magica cerchia del nazionalismo ebraico.

La redenzione messianica avverrà una volta che i palestinesi saranno espulsi. Gli estremisti ebrei chiedono la demolizione della moschea di Al-Aqsa, uno dei tre luoghi più sacri per i musulmani, presumibilmente costruita sulle rovine del Secondo Tempio ebraico, distrutto nel 70 d.C. dall’esercito romano. Questi estremisti auspicano la costruzione di un “Terzo” Tempio ebraico al suo posto, una mossa che scatenerebbe l’ira del mondo musulmano.

La Cisgiordania, che i fanatici chiamano “Giudea e Samaria”, viene annessa da Israele. Israele, governato da leggi religiose imposte dai partiti ultraortodossi Shas e Giudaismo Unito della Torah, presto assumerà un modello teocratico dispotico simile a quello iraniano.

James Baldwin aveva previsto con lungimiranza questa regressione alla nostra innata barbarie. Avvertì che esisteva una “terribile probabilità” che “le popolazioni occidentali, lottando per aggrapparsi a ciò che hanno rubato ai loro prigionieri e incapaci di guardarsi allo specchio, avrebbero scatenato un caos in tutto il mondo che, se non avrebbe posto fine alla vita su questo pianeta, avrebbe portato a una guerra razziale come il mondo non ha mai visto, e per la quale le generazioni future avrebbero maledetto i nostri nomi per sempre”.

La brutalità che si consuma in Iran, Libano e Gaza è la stessa brutalità che affrontiamo in patria. Coloro che perpetrano il genocidio, i massacri di massa e la guerra non provocata contro l’Iran sono gli stessi che stanno smantellando le nostre istituzioni democratiche.

Gli iraniani, i libanesi e i palestinesi sanno che non c’è modo di placare questi mostri. Le élite globali non credono a nulla. Non provano nulla. Non ci si può fidare di loro. Mostrano i tratti distintivi di tutti gli psicopatici: fascino superficiale, grandiosità e senso di superiorità, bisogno di stimoli costanti, propensione alla menzogna, all’inganno, alla manipolazione e incapacità di provare rimorso o colpa. Disprezzano come debolezza le virtù dell’empatia, dell’onestà, della compassione e dell’abnegazione. Vivono secondo il credo dell’Io. Io. Io.

«Il fatto che milioni di persone condividano gli stessi vizi non trasforma questi vizi in virtù, il fatto che condividano tanti errori non li rende verità, e il fatto che milioni di persone condividano le stesse forme di patologia mentale non rende queste persone sane», scrive Erich Fromm in «La società sana».

Abbiamo assistito al male per quasi tre anni a Gaza. Lo vediamo ora in Iran. Lo vediamo in Libano. Vediamo questo male giustificato o mascherato dai leader politici e dai media.

Il New York Times, con un atteggiamento che sembrava uscito direttamente da Orwell, ha inviato una nota interna a giornalisti e redattori intimando loro di evitare i termini “campi profughi”, “territorio occupato”, “pulizia etnica” e, naturalmente, “genocidio” quando scrivevano di Gaza.

Coloro che denunciano e condannano questo male, compresi gli eroici studenti che allestiscono accampamenti nei campus universitari, sia qui che all’estero, vengono diffamati, messi al bando ed epurati. Vengono arrestati e deportati. Un silenzio paralizzante sta calando su di noi, il silenzio di tutti gli stati autoritari. Sappiamo dove tutto questo porterà. Chi non fa il proprio dovere, chi non appoggia la guerra contro l’Iran, chi non si esprime contro il crimine di genocidio, si vede revocata la licenza di trasmissione, come proposto da Brendan Carr, presidente della FCC nominato da Trump.

Abbiamo dei nemici. Non sono in Palestina. Non sono in Libano. Non sono in Iran. Sono qui. Tra noi. Dettano le nostre vite. Sono traditori dei nostri ideali. Sono traditori del nostro Paese. Immaginano un mondo di schiavi e padroni. Gaza è solo l’inizio. Non ci sono meccanismi interni per le riforme. Possiamo solo ostacolarli o arrenderci.

Queste sono le uniche opzioni rimaste.

Fonte

28/01/2026

Senatrice Segre, quando smetterete di usare l’Olocausto contro il popolo palestinese?

La senatrice Liliana Segre, in occasione delle celebrazione ufficiale della “Giornata della Memoria”, ha detto: “Non si può usare Gaza contro l’Olocausto”.

La verità è che, da troppo tempo, ormai, in Occidente, si sta facendo l’esatto contrario. Francamente, io non alcuna remora a dire che, proprio mentre si sta consumando una delle peggiori pulizie etniche degli ultimi 100 anni – il Genocidio del popolo Palestinese – anziché affermare che “mai più”, voleva dire mai più per qualunque popolo e a qualsiasi latitudine, anche questa volta, la senatrice Segre ha preferito usare, proprio nel “Giorno della Memoria”, il peggiore artifizio retorico esibito sistematicamente dai peggiori sionisti di tutto il globo ai quali, scandalosamente, si accoda, da troppo tempo, ormai, una delle peggiori comunità ebraiche del mondo: quella italiana.

Dopo le immagini dei campi di concentramento, la criminale follia del nazifascismo, avevamo detto “mai più”. E invece sono arrivate le immagini terribili del genocidio palestinese che, dietro lo scudo mediatico di una falsa “tregua”, ha soltanto cambiato tempi e modi, ma non è mai cessato.

Sì, perché Israele continua, imperterrito, ad infliggere immani sofferenze e deprivazioni ad un popolo intero. Lo costringe alla fame, al freddo, alle bombe, a bere acqua contaminata, ad ammalarsi senza poter essere curato. È quel che succede a Gaza.

Ma, da qualche tempo, la violenza di Israele si è scatenata anche contro il popolo palestinese della Cisgiordania. Non che prima non ve ne fosse. Solo che ora la violenza dei coloni, supportati sistematicamente dai militari israeliani dell’IDF, ha raggiunto livelli di tale crudeltà e ferocia, che appare, oltre modo, evidente, l’obiettivo di Israele di costringere la popolazione palestinese che vi abita ad un esodo “biblico”.

Un obiettivo nemmeno tanto malcelato, visto che diversi esponenti del governo israeliano parlano ormai apertamente di “deportazione” del popolo palestinese perché, dicono, così è scritto in quella Torah in cui la Cisgiordania è indicata con i nomi biblici di Giudea e Samaria (in ebraico: Yehuda ve-Shomron – יהודה ושומרון).

Dov’è finita l’umanità che, dopo la tragedia della Shoa avevamo costruito con l’orrore negli occhi, con le sofferenze degli internati nei campi di concentramento? Con quelle immagini terrificanti ed i racconti dei sopravvissuti?

Primo Levi riguardo alla memoria del Lager ci aveva avvertiti: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario... perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre”. È ciò che sta succedendo. E cosa è Gaza oggi, se non un lager? E a cosa servono i lager?

È ancora Primo Levi, che al lager è scampato (anche se il lager lo ha continuato a tormentare tutta la vita) dice: “Lo scopo del lager è l’annientamento dell’uomo, che prima di morire deve essere degradato in modo che si possa dire, quando morrà, che non era un uomo”.

È quel che è successo e che continua a succedere a Gaza. A Gaza l’umanità, la nostra umanità, è morta, con quei bambini che muoiono di freddo, ogni giorno. A Gaza l’umanità è morta nella sistemica azione di togliere il cibo ed utilizzarlo come arma di guerra.

A Gaza l’umanità è finita, e dove non arrivano i proiettili arrivano le morti per fame e malattia. Quei bambini, a decine oramai, stanno morendo mentre noi ci dividiamo sul “riconoscimento dello Stato di Palestina”. Tra poco non ci sarà più nulla da riconoscere, e Netanyahu lo ripete tutti i giorni. Sarà un riconoscimento postumo. Un riconoscimento per salvare la nostra coscienza da un’umanità perduta.

Dopo il 7 ottobre 2023, i trucidi governanti israeliani hanno detto che “Gaza va rasa al suolo come Dresda”. Sembrava una macabra provocazione. E invece, abbiamo scoperto che era l’illustrazione di un lucido piano di sterminio di massa. E lo sterminio continua. Dopo le oceaniche proteste dei mesi scorsi, hanno deciso di cambiare linea: il genocidio continua ma a bassa intensità così che il sistema mediatico possa più agevolmente ignorare la lenta agonia di un popolo.

La tragedia è opacizzata e con un bel po’ di whitewashing, il piano di sterminio e deportazione andrà a gonfie vele tanto che, accanto al lager Gaza, in cui l’umanità e la dignità dei palestinesi continuano ad essere violate e calpestate, ora si è persino insediato un comitato d’affari, guidato da Donald Trump, che sta mettendo a punto un grande piano immobiliare speculativo che sorgerà sulle ossa e le ceneri di civili palestinesi sui quali Israele ha sganciato otto volte la potenza esplosiva delle bombe nucleari sganciate su Hiroshima e Nagasaki nel 1945 dagli USA.

Primo Levi disse “meditate, che questo è stato”, allora io dico: meditate, che questo è ancora.

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27/01/2026

27 gennaio, giornata della memoria. Quella vera...

Ricordiamo l’infame sterminio degli ebrei da parte dei nazifascisti, gridiamo MAI PIÙ per GAZA oggi e non dimentichiamo che:

1) Il Giorno della Memoria dell’Olocausto di almeno sei milioni di ebrei, uccisi dai nazisti, si celebra il 27 gennaio perché il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa dell’Unione Sovietica liberò il campo di sterminio di Auschwitz. L’URSS pagò con 27 milioni di uccisi il suo contributo fondamentale alla sconfitta del nazismo.

2) Lo sterminio degli ebrei fu compiuto dai nazisti tedeschi e dai nazifascisti europei, da tutti gli stati alleati e complici della Germania di Hitler o occupati da essa.

3) Lo sterminio degli ebrei fu deciso e organizzato scientificamente e metodicamente dai nazisti tedeschi guidati da Hitler, con l’azione criminale di tutti coloro che poi dichiararono: io obbedivo agli ordini. Il genocidio degli ebrei fu voluto da un sistema e non fu un suo eccesso, ma una scelta consapevole e programmata.

4) Il nazismo tedesco è stata la forma estrema del fascismo, cioè del partito reazionario di destra che con la violenza prese il potere in Italia via Mussolini, di cui Hitler fu ammiratore e seguace. Il fascismo è prima di tutto antidemocratico, anticomunista e nemico di ogni eguaglianza. Conseguentemente il fascismo è razzista. 

5) L’antisemitismo, cioè l’odio razzista verso le popolazioni semitiche come gli ebrei è sempre stato bianco, occidentale ed europeo. Era nato nell’Europa del fanatismo cristiano e poi è stato ripreso dalle ideologie razziste di fine Ottocento. Il nazionalismo europeo e il fascismo hanno fatto proprio l’antisemitismo e sono diventati nazismo.

6) Nel 1938 il fascismo e la monarchia in Italia vararono le leggi razziali contro gli ebrei. Dopo l’8 settembre 1943, quando i nazisti tedeschi occuparono gran parte dell’Italia, i fascisti italiani collaborarono attivamente allo sterminio degli ebrei.

7) A Trieste alla Risiera di San Sabba i nazisti tedeschi ed i fascisti italiani realizzarono un campo di sterminio di ebrei, antifascisti e partigiani.

8) “Consegnate gli ebrei e i comunisti!” urlavano le SS naziste quando rastrellavano la popolazione di un territorio occupato.

9) «Quando i nazisti presero i comunisti,
io non dissi nulla
perché non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici
io non dissi nulla
perché non ero socialdemocratico.
Quando presero i sindacalisti,
io non dissi nulla
perché non ero sindacalista.
Poi presero gli ebrei,
e io non dissi nulla
perché non ero ebreo.
Poi vennero a prendere me.
E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.»
Martin Niemöller, pastore protestante tedesco

10) “Collocare sul medesimo piano il comunismo russo e il nazifascismo in quanto entrambi sarebbero totalitari, nel migliore dei casi è superficialità, nel peggiore è fascismo. Chi insiste su questa equiparazione può ben ritenersi un democratico, in verità e nel fondo del cuore è in realtà già fascista, e di certo solo in modo apparente e insincero combatterà il fascismo, mentre riserverà tutto il suo odio al comunismo”. Thomas Mann, 1945

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26/12/2025

Lo sguardo obliquo del cinema per rappresentare l’irrappresentabile

di Gioacchino Toni

Pierre Dalla Vigna, Rappresentare l’irrappresentabile. Lo sguardo “obliquo” nel cinema sulla Shoah e in altre catastrofi, Mimesis, Milano-Udine 2025, pp. 120, € 14,00

Su come l’arte e il cinema possano o meno trattare l’enormità della Shoah si sono accumulate nel corso del tempo numerose e importanti riflessioni; diverse voci autorevoli hanno messo in guardia dai tentavi di illustrare, trattare, esprimere la Shoah nelle diverse forme artistiche in quanto destinate a dar luogo, loro malgrado, a forme di estetizzazione, banalizzazione, spettacolarizzazione, inverosimiglianza e voyeurismo. L’enormità della Shoah e le riflessioni che si sono generate attorno ad essa la rendono un ambito privilegiato per indagare come le manifestazioni artistiche e, in particolare, l’ambito cinematografico, abbiano finito per far ricorso a “visioni oblique” per affrontare quanto è stato ritenuto non direttamente rappresentabile.

È proprio alle visioni oblique a cui ha fatto ricorso il cinema per affrontare l’Olocausto nazista ed altri orribili crimini, nel tentativo di evitare di scivolare nella spettacolarizzazione e nel voyeurismo della violenza più estrema, che guarda il volume Rappresentare l’irrappresentabile (Mimesis 2025) di Pierre Dalla Vigna. La disamina proposta dallo studioso prende il via con alcune opere che, evitando di affrontare direttamente il genocidio, incentrano la narrazione su eventi che lo precedono ma che al tempo stesso lo fanno percepire come imminente: Il giardino dei Finzi-Contini (1970) di Vittorio De Sica, derivato dall’omonimo romanzo di Giorgio Bassani, a sua volta ispirato a vicende autentiche di una famiglia ferrarese sterminata ad Auschwitz; Cabaret (1972) di Bob Fosse, musical ambientato durante la Repubblica di Weimar in cui lo spettro dell’Olocausto è evocato da personaggi secondari; La nave dei folli (Ship of Fools, 1965) di Stanley Kramer, film in cui viene messo in scena l’atteggiamento vessatorio ed emarginante nei confronti di un ebreo e un nano da parte di un gruppo di tedeschi dalle esplicite simpatie naziste nel corso di una crociera del 1933.

Della Shoah, ricorda Dalla Vigna, esistono alcuni frammenti visivi e si ritrovano nelle fotografie scattate clandestinamente nel 1944 da appartenenti a un Sonderkommando operante ad Auschwitz-Birkenau e in alcune riprese aeree anglo-americane, oltre che nei documentari girati dalle truppe sovietiche e statunitensi al loro arrivo nei campi di sterminio. Proprio questi ultimi materiali visivi sono poi stati utilizzati da Alain Resnais nel suo docu-film Notte e nebbia (Nuit et brouillard, 1956), insieme a materiali audiovisivi dell’epoca nazista e sequenze a colori girate in Polonia sui luoghi che furono teatro dello sterminio con il commento di una voce fuori campo. «Il tutto è di estremo coinvolgimento e conduce il pubblico a ricostruire il genocidio senza spettacolarizzare l’orrore, ma imprimendo nella memoria il senso più profondo dell’evento» (p. 35).

Dalla Vigna si sofferma anche su Un vivo che passa (Un vivant qui passe, 1999) di Claude Lanzman, opera che riflette sull’ottundimento di quanti pur avendo visto qualcosa non sono stati in grado di comprendere quanto visto in riferimento al campo di Theresienstadt, in Boemia, allestito ad arte dai nazisti per mostrare le buone condizioni di prigionia dei detenuti per essere mostrato attraverso immagini documentarie girate dal regime e, in forma diretta, attraverso le visite pianificate per alcuni osservatori internazionali. Il ricorso a operazioni di mascheramento della realtà, che non di rado sfruttano il credito acritico che si tende a concedere alle immagini nonostante la consapevolezza della loro sempre più facile manipolabilità, caratterizza evidentemente anche la contemporaneità più stretta, ma al di là delle messe in scena esplicitamente truffaldine e delle immagini volutamente falsificanti la realtà, resta il difficile rapporto tra testimonianza-documentazione storica e verosimiglianza cinematografica.

Non potevano mancare riflessioni sul controverso Kapò (1960) di Gillo Pontecorvo, liberamente derivato da Se questo è un uomo scritto da Primo Levi tra il 1945 ed il 1947. Il  film è incentrato su una giovane ebrea francese disposta a tutto pur di sopravvivere al Lager che troverà modo di redimersi sacrificandosi per consentire la fuga di un gruppo di prigionieri. Il ricorso a scene particolarmente crude ha indotto cineasti e critici come Jacques Rivette e Serge Daney ad accusare il film di voyeurismo, ostentazione dell’orrore, estetizzazione della morte, mentre altri, come Alberto Moravia, hanno evidenziato come, a fronte di una corretta ricostruzione scenica, è come se Pontecorvo guardasse più allo spettatore che non al materiale su cui dovrebbe concentrarsi il film. La storia d’amore messa in scena nella seconda parte del film, scrive Dalla Vigna, «costruisce un artificio falsificante che contrasta con una realtà troppo orrorifica per essere rappresentata a freddo. Il divario tra il mettere in mostra l’indicibile di Auschwitz, che rischia di scivolare nel compiacimento dell’orrore, e le necessità di una trama cinematografica consolatoria per rendere più sopportabile l’orrore stesso, ha dunque come risultato una duplice insoddisfazione» (p. 38).

A modalità oblique di affrontare la Shoah ricorrono anche Il pianista (The Pianist, 2003) di Roman Polanski, derivato dall’autobiografia scritta nel 1946 del musicista ebreo-polacco Władysław Władek Szpilman scampato al genocidio, e Il figlio di Saul (Saul fia, 2015) di László Nemes, che incentra il film su un membro di un Sonderkommando di Auschwitz-Birkenau alla ricerca di un rabbino che possa recitare la preghiera funebre per il figlio che crede di aver riconosciuto tra i cadaveri. Sullo sfondo della vicenda messa in scena viene mostrato il tentativo di alcuni detenuti del Sonderkommando di lasciare una testimonianza fotografica degli eventi.

Ad essere preso in esame dallo studioso è anche il recente La zona d’interesse (The Zone of Interest, 2023) di Jonathan Glazer, film liberamente tratto dall’omonimo romanzo del 2014 di Martin Amis che mostra l’ostinazione con cui la famiglia del comandante del Lager di Auschwitz desidera vivere come idilliaca la quotidianità che trascorre in una dimora confinante con il campo di sterminio non vedendo e non volendo vedere ciò che accade oltre le mura di cinta. Se la contiguità tra l’idillio della famiglia nazista e i prigionieri condannati alle camere a gas può rimandare alla “zona grigia” dei privilegiati all’interno dei lager di cui parla Primo Levi ne I sommersi e i salvati, scritto nel 1986, tuttavia, sottolinea Dalla Vigna, la “zona d’interesse” è di ben altra natura, essendo situata «nel campo dei carnefici meno consapevoli del proprio ruolo, dei parenti degli esecutori diretti, in diretto rapporto con la banalità del male che Hannah Arendt ha voluto riscontrare persino in uno degli artefici più significativi dell’Olocausto, Adolf Eichmann» (p. 42), tesi contrastata da quanti hanno invece preferito insistere sulla malvagità intrinseca del criminale nazista e sulla sua  spietata consapevolezza genocida. Evidentemente, scrive Dalla Vigna, «risulta più facile accogliere la tesi che vi possa essere un male assoluto, e quasi onnipotente, piuttosto che meditare sulla mediocrità di una malvagità più contraddittoria, ma capace di mostruosità illimitate proprio in ragione della sua miseria» (p. 42).

In L’uomo del banco dei pegni (The Pawnbroker, 1964) di Sidney Lumet, tratto dall’omonimo romanzo scritto da Edward Lewis Wallant nel 1961, l’Olocausto viene evocato indirettamente attraverso i ricordi traumatici dei reduci dei Lager che continuano a manifestarsi anche a distanza di tempo. Il portiere di notte (1974) di Liliana Cavani, invece, scrive Dalla Vigna,

può rappresentare in modo paradigmatico un’aporia in cui la verità storica s’infrange nella categoria estetica del bello. Il falso può esser seducente e ammiccante più di una ricostruzione autentica, e questo film, che Primo Levi, in I sommersi e i salvati, definì appunto come “bello e falso”, è una dimostrazione plateale dell’impossibilità di fare poesia dopo Auschwitz, non a causa di un limite estetico, ma proprio a causa della sua piena riuscita. Contro la messa in scena di una fiction sadomasochistica, Levi rivendicava il diritto a definirsi “vittima innocente” e confutava con veemenza l’equazione dell’intercambiabilità dei ruoli di carnefici e vittime (pp. 44-45).

Al film di Liliana Cavani è stato rimproverato di far riferimento all’esperienza dei Lager nazisti come pretesto per affrontare «le complessità dell’attrazione amorosa e delle sue contraddizioni» (p. 45). Susan Sontag individua ne Il portiere di notte una versione “di qualità” di quella erotizzazione dell’estetica nazista a cui fanno ricorso, sin dagli anni Settanta, i film del filone nazi-sploitation.

Dalla Vigna si sofferma su due produzioni hollywoodiane accusate di aver spettacolarizzato la Shoah: la miniserie televisiva Olocausto (Holocaust, 1978) di Marvin J. Chomsky e Schindler’s List (1993) di Steven Spielberg. A quest’ultimo film può essere contestato, tra le altre cose, anche di non aver concesso, del resto in linea con la tradizione hollywoodiana, il ruolo di protagonista a una vittima, preferendo assegnarlo a un tedesco “buono”.

Se opere come Kapò, Olocausto, Il pianista e Schindler’s List contribuiscono a trasformare la mera conoscenza dei fatti del pubblico in percezione intima, film come La vita è bella (1997) di Roberto Benigni, Il bambino col pigiama a righe (The Boy in the Striped Pyjamas, 2008) di Mark Herman e Il portiere di notte della Cavani, scrive Dalla Vigna,

introducono un regime del falso del tutto fuorviante, poiché anche nel richiamo producono una cesura di tipo negazionista, incentivando buoni sentimenti che azzerano i problemi, nel profluvio di lacrime, e possono convincere gli spettatori stessi di essere nel giusto e dalla parte del bene. Abbiamo quindi anche nel falso un doppio regime di verità, sotteso tra denuncia e consolazione, che non sempre è nettamente separabile. Per un verso c’è una società dello spettacolo che si sovrappone al reale fino a soffocarlo, come ipotizzava Jean Baudrillard, e che costruisce i simulacri ingannevoli di “un inferno costellato di buone intenzioni”. Dall’altro abbiamo il risveglio di una conoscenza epidermica, fisica, certamente l’invenzione di una rappresentazione, che però richiama alla memoria un evento che merita di essere tramandato per impedirne la ripetizione. Infine, come mediazione originata da percorsi altri ed esterni alla dicotomia, abbiamo la costruzione di mondi narrativi autonomi, che pur ricollegandosi alla storia, si sentono esentati dall’aderirvi (p. 50).

Con il venire meno dei testimoni delle atrocità e di quanti ne hanno raccolto il racconto, le immagini dell’Olocausto, anziché risultare funzionali al ricordo e alla denuncia, sono divenute un bacino da cui attingere liberamente per meri scopi narrativi. Tutto ciò, sottolinea Dalla Vigna, non solo è evidente nel filone nazi-splotation di bassa qualità, ma è ravvisabile anche in opere di maggiore spessore, come nel caso di Fuga da Sobibor (Escape from Sobibor, 1987) di Jack Gold (1987), in cui la specificità totalitaria dell’Olocausto è piegata alle esigenze del genere avventuroso.

In uno scenario in cui presidenti ebrei dirigono brigate naziste, oligarchi russi si proclamano eredi di Stalin o di Piero il grande, e il popolo erede della memoria dell’Olocausto finisce col giustificare o addirittura esaltare una strage di oltre duecentomila civili a Gaza, nel Libano e in Siria, con la complicità di buona parte dell’informazione democratica d’Occidente, ogni fiction, per quanto inverosimile e azzardata, finisce con l’apparire un format credibile (p. 52).

Anche la fantascienza, nelle sue varianti distopiche, fantapolitiche e ucroniche, ha strutturato modalità oblique con cui rappresentare la Shoah. In particolare, concentrandosi sul solo ambito audiovisivo, Dalla Vigna fa riferimento al film Delitto di stato (Fatherland, 1994) di Christopher Menaul, liberamente derivato dall’omonimo romanzo del 1992 di Robert Harris, in cui si ipotizza il compimento della soluzione finale hitleriana. Scenari futuri in cui a trionfare sono state le forze naziste si ritrovano anche nelle serie televisive L’uomo nell’alto castello (The Man in the High Castle, 2015-2019) di Frank Spotnitz, derivata dall’omonimo romanzo di Philip K. Dick del 1962 (titolato inizialmente in italiano La svastica sul sole) e Il complotto contro l’America (The Plot Againist America, 2020) di Minkie Spiro e Thomas Schlamme, serie ispirata all’omonimo romanzo del 2004 di Philip Roth. Mantenendo un finale tutto sommato aperto, le tre opere citate, scrive Dalla Vigna, «malgrado le evidenti differenze di stile, hanno un effetto in qualche modo consolatorio: l’orrore evocato nell’ucronia di una vittoria del male, lascia spazio all’effetto catartico che nella realtà il bene abbia trionfato, ripristinando il corso di una progressione storica positiva» (p. 55).

Se è pur vero che le ucronie citate, proprio in quanto tali, dovrebbero indurre a un sospiro di sollievo, visto che si presentano come l’alternativa che, fortunatamente, non si è data, si potrebbe paradossalmente affermare, scrive Dalla Vigna, che

la vittoria postuma del nazismo, con il suo obiettivo di espellere l’ebraismo dall’Europa, si sia compiuta, infettando le coscienze degli eredi delle vittime, distorcendo la storia e assuefacendo le coscienze occidentali a un crescendo di orrore. Inoltre, com’è stato da più parti sottolineato, la politica di sterminio israeliana, che viene comunque tollerata e sotterraneamente favorita dalle democrazie occidentali, con la fornitura di armi e appoggi diplomatici, produce una ripulsa nel resto del mondo e finirà col provocare nuove ondate di antisemitismo che il movimento sionista voleva combattere (p. 60).

Lo studioso evidenzia come anche la Nakba manifesti problematiche di irrappresentabilità, tanto che il cinema che se ne è occupato lo ha fatto adottando visioni oblique. Tra le diverse produzioni audiovisive che hanno affrontato la questione israelo-palestinese lo studioso ricorda: No Other land (2024), documentario incentrato sulla resistenza araba alle distruzioni dei coloni israeliani realizzato da un collettivo comprendente gli arabi Basel Adra e Hamdan Ballal e gli ebrei Rachel Szor e Yuval Abraham; Israelism (2024), opera documentaria realizzata dai registi ebrei-americani Erin Axelman e Sam Eilertsen che hanno fatto ricorso a interviste di personalità della cultura e attivisti per i diritti umani, diversi dei quali ebrei; Paradise Now (2005) del palestinese cittadino israeliano Hany Abu-Assad, fiction incentrata sulla preparazione di un attentato sucida palestinese che termina prima che questo venga portato a termine lasciando così il dubbio circa la decisione finale presa dal protagonista; Valzer con Bashir (Waltz with Bashir, 2008) di Ari Folman, opera d’animazione che narra delle ferite psichiche di alcuni militari israeliani attivi nei massacri di Sabra e Shatila del 1982; Il giardino dei limoni (Lemon Tree, 2008) dell’israeliano Eran Riklis, film incentrato sulla controversia legale tra le autorità israeliane e una donna palestinese caparbiamente decisa a difendere il suo limoneto sventuratamente confinante con la dimora di un ministro.

A sguardi obliqui hanno fatto ricorso anche i film che hanno voluto occuparsi delle torture statunitensi nella prigione di Abu Ghraib, divenute note grazie alle fotografie scattate e diffuse dai torturatori stessi. Boys of Abu Ghraib (2014) di Luke Moran evita di affrontare direttamente i fatti preferendo imbastire una storia basata su di essi che può dirsi, per certi versi, autoassolutoria. Ne Il collezionista di carte (The Card Counter, 2021) di Paul Schraderi i tragici eventi compaiono a distanza di tempo e in maniera sfumata nei ricordi di chi vi ha preso parte. Anche in questo caso, sottolinea Dalla Vigna, manca il punto di vista delle vittime: che si tratti dello sterminio dei nativi americani o di quello dei vietnamiti, anche le pellicole mosse da sincero spirito di denuncia non mancano di filtrare gli eventi attraverso il punto di vista, per quanto critico possa essere, degli invasori.

Il documentario I fantasmi di Abu Ghraib (Ghosts of Abu Ghraib, 2007) di Rory Kennedy, che ricorre a interviste sia di vittime che di militari implicati nei soprusi, denuncia come le torture siano derivate, oltre che da precise politiche adottate dalle autorità militari e governative, dal clima di caos e paura regnante nella prigione. Per certi versi, scrive Dalla Vigna, il documentario di Kennedy ricalca il cinema di Lanzmann, con la differenza che in questo caso le immagini sono presenti e sono quelle scattate dagli aguzzini.

Abbiamo qui l’autodenuncia dei torturatori, presi dall’enfasi del loro ruolo e divenuti inconsapevolmente, essi stessi, prove provate delle loro atrocità. I segreti che i capi delle SS si sforzavano di nascondere, distruggendo documentazioni, edifici e financo gli ordini di sterminio, nell’epoca della società dello spettacolo globale sono misfatti rivelati in modo plateale, trasformando i più modesti esecutori nelle incarnazioni del male. Naturalmente, i canali d’informazione, per lo meno quelli dei vincitori, cercheranno poi di raccontare la fiaba di poche “mele marce” intorno a un sistema di per sé sano e democratico, occultando le responsabilità dei mandanti e di un intero sistema (pp. 66-67).

La parte finale del volume si concentra su come anche i film che hanno affrontato i bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki e più in generale il rischio dell’olocausto nucleare, si siano trovati a fare i conti con le categorie dell’indicibile e dell’irrappresentabile, dunque alla necessità di ricorrere a visioni oblique. Non a caso, sottolinea Dalla Vigna, tra coloro che si sono cimentati sul disastro atomico nipponico, o sul rischio dell’olocausto nucleare, si trovano registi che come Alain Resanis, con il suo Hiroshima mon amour (1959), e Sidney Lumet, con A prova di errore (Fail-Safe, 1964), che si erano precedentemente occupati dei campi di sterminio nazisti. Se Resnais ricorre a una storia d’amore ambientata alcuni decenni dopo la catastrofe nipponica per far affiorare le terribili memorie dell’evento, Lumet mostra come possa generarsi un conflitto nucleare a partire da una serie di fraintendimenti. Se quest’ultimo film rappresenta la versione drammatica di come un conflitto nucleare possa essere generato da un concatenamento di errori, Il dottor Stranamore, ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la Bomba (Dr. Strangelove or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb, 1964) di Stanley Kubrick rappresenta invece la versione comico-grottesca di come si possa giungere al disastro. Entrambi i film, evidenzia Dalla Vigna, trattano l’olocausto nucleare limitandosi ad evocare le vittime senza mostrarle.

A modalità oblique di trattare la tragedia nucleare ricorrono anche i film Vivere nella paura (Ikimono no kiroku, 1955) e Rapsodia in agosto (Hachigatsu no kyōshikyoku, 1991) di Akira Kurosawa. Godzilla (1954) di Ishirō Honda inaugura invece un fortunato filone di b-movie giapponesi e americani incentrato su mostri generati o risvegliati dalle esplosioni nucleari. Riferimenti agli ordigni atomici sul Giappone si ritrovano in L’impero del Sole (Empire of the Sun, 1987) di Steven Spielberg, derivato dall’omonimo romanzo parzialmente autobiografico di James G. Ballard, per poi tornare centrale, dopo un periodo di oblio, nel film Oppenheimer (2023) di Christopher Nolan che, nuovamente, come da tradizione hollywoodiana, evita il punto di vista delle vittime. Dalla Vigna ricorda anche il docu-drama La morte è scesa a Hiroshima (The Beginning or the End, 1947) di Norman Taurog che ricorre all’espediente del ritrovamento di immagini e filmati storici riguardanti la preparazione, l’esplosione e gli effetti degli ordigni. Tornando alle opere di pura fiction, altre modalità oblique di trattare il disastro nucleare si ritrovano in numerosi film hollywoodiani, di qualità decisamente variabile, incentrati sul “dopobomba”, quando davvero i sopravvissuti potrebbero trovarsi a invidiare i morti.

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25/07/2025

La guerra è tornata, la morte ha di nuovo fretta di rientrare nella nostre vite

I governi europei brancolano nel buio pesto della memoria storica.

La seconda guerra mondiale rappresenta l’allargamento della guerra di massa in guerra totale. Le sue perdite sono letteralmente incalcolabili e anche stime approssimative sono impossibili, poiché (diversamente dalla prima guerra mondiale) la seconda guerra mondiale uccise i civili non meno dei militari e le peggiori stragi si ebbero in tempi e in luoghi nei quali nessuno poteva registrare né si prendeva cura di farlo.

Si è stimato che le morti direttamente causate dal conflitto ammontino a una cifra dalle tre alle cinque volte più alta di quella stimata per la prima guerra mondiale (Milward, 270; Petersen, 1986); in altre parole, essa comprende dal 10% al 20% della popolazione complessiva dell’URSS, della Polonia e della Jugoslavia; dal 4% al 6% della popolazione della Germania, dell’Italia, dell’Austria, dell’Ungheria, del Giappone e della Cina.

Le vittime in Gran Bretagna e in Francia furono molto più basse che nella prima guerra mondiale, circa l’1%, ma furono più alte negli USA. Tuttavia, queste sono supposizioni.

Le vittime sovietiche sono state stimate variamente, anche da organismi ufficiali, nell’ordine di sette milioni, undici milioni, o venti perfino trenta milioni. In ogni caso, che cosa significa l’esattezza statistica quando gli ordini di grandezza sono così elevati?

Forse che l’orrore dell’olocausto si attenuerebbe se gli storici concludessero che furono sterminate non sei milioni di persone (questa è la rozza stima originaria, quasi certamente esagerata), ma solo cinque o quattro? E che cosa cambia se i novecento giorni dell’assedio tedesco a Leningrado (1941-44) causarono la morte per fame e per sfinimento di un milione di uomini o solo di settecentomila o di mezzo milione?

Possiamo davvero comprendere cifre che oltrepassano la nostra capacità di intuire una realtà fisica?

Che cosa vuol dire per il lettore medio di questa pagina che dei 5,7 milioni di russi prigionieri di guerra in Germania ne morirono 3,3 milioni? (Hirschfeld, 1986).

Il solo fatto certo riguardo alla vittime della guerra è che essa uccise più uomini che donne. Nel 1959 c’erano ancora in URSS tra le generazioni di età tra i 35 e i cinquant’anni, sette donne per ogni quattro uomini (Milward, 1979, p. 212).

Dopo la guerra fu più facile ricostruire gli edifici distrutti che le vite dei sopravvissuti. (Eric J.Hobsbawm, “Il secolo breve”, Rizzoli, pagg. 63-64).

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10/07/2025

Lituania - Si celebrano i nazisti ma si perseguitano i politici non guerrafondai

Il Centro Documentazione e Associazione della comunità ebraica situata in Lituania, Defending History, ha pubblicamente denunciato i processi in corso di riabilitazione e legalizzazione del passato neonazista locale, con commemorazioni, riscrizione della storia circa i crimini e massacri perpetrati nella seconda guerra mondiale nella regione, inaugurazioni di targhe e monumenti a criminali nazisti, antisovietismo e russofobia assurti a leggi e normalità.

Nel frattempo Eduardas Vaitkus, candidato indipendente alle ultime elezioni presidenziali, è stato costretto a scappare dal paese per sfuggire a minacce di morte e persecuzioni continue.

Defending History, in una conferenza stampa a Vilnius nelle scorse settimane, ha denunciato che è in discussione al Seimas, il Parlamento lituano, su richiesta di un gruppo di parlamentari, accademici e attivisti di estrema destra, la creazione di un “collegium” istituzionale per cercare di trasformare gli assassini del Fronte Attivista Lituano , LAF, in “patrioti nazionali”. DH si chiede se sarà vero che “le istituzioni della Lituania diventino realmente la casa per l’ennesimo tentativo di glorificare i primi assassini dell’era dell’Olocausto dell’ebraismo lituano, autori del genocidio che lasciò il 96% degli ebrei lituani annientati? ... Fiduciosi della loro capacità di vendere la storia revisionista, con una lettura di estrema destra agli ingenui occidentali, hanno persino annunciato un’edizione inglese di loro saggi storici a beneficio delle ambasciate occidentali. Questa era l’ultima cosa di cui una Vilnius pacifica, moderna, democratica avrebbe bisogno...”.

L’ex ministro degli Esteri lituano, Audronius Aubalis, cofondatore del “collegium”, aveva annunciato la data di giugno, per il lancio della campagna indirizzata alla glorificazione degli assassini del LAF. I piani propagandisti includono pubblicazioni in lingua inglese destinate a persuadere le principali ambasciate occidentali a Vilnius e istituzioni varie straniere, comprese numerose ONG assortite.

Il Fronte Attivista Lituano o LAF fu un’organizzazione armata anti comunista e neonazista, istituita nel 1940 dopo l’arrivo dell’Unione Sovietica in Lituania.

L’obiettivo dell’organizzazione era staccare la Lituania dall’URSS e stabilire la sua indipendenza sotto l’ala del Terzo Reich, per questo sostenne l’invasione tedesca del paese nel 1941, operando per rendere più agevole l’occupazione della Lituania per i nazisti e scontrandosi con le truppe dell’Armata Rossa e i patrioti lituani antifascisti, in una insurrezione del 22 giugno 1941 assecondata dai tedeschi, che occuparono il paese il 23 giugno.

Fondato su posizioni duramente antisemite, secondo quasi tutti i sopravvissuti dell’Olocausto lituano intervistati negli ultimi decenni, il 23 giugno 1941, per il numero delle vittime, è considerato l’inizio dell’Olocausto lituano.

Fu compiuto l’omicidio di massa da parte di uomini che indossavano i bracciali bianchi del LAF, uccidendo migliaia di ebrei, antifascisti e comunisti lituani, comprese donne e anziani, prima che i tedeschi arrivassero e istituissero la loro autorità. Non c’erano solo i criminali violenti, c’erano gli intellettuali della LAF a Berlino che preparavano i testi e i volantini, dove chiedevano la pulizia etnica dell’ebraismo lituano e del comunismo sovietico.

Nonostante denunce e proteste, soprattutto della comunità ebraica lituana, la targa al collaborazionista nazista Jonas Noreika a Vilnius, non sarà tolta, ha decretato l’autorità giuridica lituana.

In un processo scaturito dalla denuncia di Grant Gochin, un attivista statunitense anti nazista, che aveva chiesto la rimozione della targa onorifica dedicata a Noreika. Persino la nipote del criminale nazista, Silvia Foti, giornalista e storica, da Chicago dove vive, ha pubblicato un breve saggio di documentazioni, frutto di anni di ricerche indipendenti, che conferma invece le accuse rivolte al collaborazionista lituano.

Anche il Simon Wiesenthal Center ha denunciato il fatto che Noreika sia divenuto un eroe in patria perché considerato un martire della resistenza anti comunista lituana. Egli fu fucilato dai sovietici quando la Lituania venne liberata dall’URSS, con l’accusa documentata di assassinii di massa, dopo la sua nomina, avvenuta nel 1941, come capo del villaggio di Šiaulia, sotto l’occupazione nazista.

La comunità ebraica lituana aveva chiesto ripetutamente la rimozione della targa che commemora Noreika, affissa al muro della biblioteca dell’Accademia delle Scienze a Vilnius, dichiarando che : «Noreika è stato un diretto e fanatico partecipe nella responsabilità della Shoah in Lituania».

Il governo democratico ed europeista, portatore dei valori occidentali, si è però sempre rifiutato di levare la targa.

Qui sotto l’immagine del sito, non ancora chiuso, che ricorda lo sterminio degli oltre 70.000 ebrei e antifascisti lituani, fucilati e sepolti nella foresta di Ponary, durante la Seconda Guerra Mondiale.

Questi massacri, iniziati nel luglio 1941, hanno dato il via al famoso “Olocausto delle pallottole”, una serie di fucilazioni di massa perpetrate dalla Germania nazista e dai suoi collaborazionisti locali nei territori sottratti alle forze sovietiche.

Solo pochi prigionieri riuscirono a fuggire da Ponary ma, una volta tornati alla vita civile, i sopravvissuti sono stati ignorati e i loro racconti dimenticati dai libri di storia attuali. Ponary, è tuttora considerato il più grande luogo di sterminio in Lituania, quasi tutti i massacri sono stati compiuti dal “Plotone speciale di Vilnius”, un’unità volontaria composta da circa 100 nazisti lituani, militanti del LAF.

Le loro vittime includono oltre 80.000 cittadini, sia lituani che sovietici, ed anche molti intellettuali polacchi.

Mentre accade quotidianamente tutto ciò nella Lituania contemporanea e democratica, accade anche che un ex candidato indipendente alle ultime elezioni presidenziali, sia costretto, così come decine di migliaia di membri della comunità russo lituana, a scappare dal paese.

Eduardas Vaitkus, schieratosi per la pace e contro le politiche guerrafondaie del governo lituano, si era posto come riferimento di tutta quella parte della popolazione che “…non sono impazziti e vogliono la guerra. Qui ci sono persone che vogliono una Lituania indipendente e libera, dove i lituani siano padroni della loro terra e della loro Patria, non così è ora…”. Queste dichiarazioni l’hanno fatto diventare nel paese un nemico e un bersaglio.

Pur non appartenendo alla comunità russa lituana, ha dovuto scappare dal paese dopo alcune aggressioni e tentativi di ucciderlo, Ha ottenuto asilo politico in Bielorussia, dichiarando in una conferenza stampa che ora si sente “…totalmente al sicuro in Bielorussia. Mi sento al 100% al sicuro qui. Non come in Lituania. Ancora oggi quando faccio una passeggiata nella foresta e qualcuno si avvicina da dietro, sono diffidente e timoroso, questa è la conseguenza di tutte le minacce e aggressioni che ho ricevuto molte volte in Lituania…”, ha detto Vaitkus.

L’ex candidato presidenziale ha anche denunciato l’attuale dirigenza politica lituana: “…le correnti autorità lituane agiscano a scapito del proprio popolo…sono principalmente interessati al business e al denaro, mentre la componente morale non li tocca minimamente. Stanno solamente agendo nell’interesse dell’Unione europea o dei globalismi unipolari. In tali condizioni non si può parlare di alcun interesse per i semplici cittadini lituani…La componente morale si sta dissolvendo sullo sfondo. Possono convivere con tutto questo, ma non capisco come si possa vivere in questo modo”, ha sottolineato l’ex candidato presidenziale.

Il politico ha detto che spera che la situazione possa cambiare in meglio, ma per questo, occorre creare una nuova forza politica, la quale attraverso le elezioni, rovesci l’attuale leadership, ma non è facile né vicina, come prospettiva. “…La Lituania non deve essere in vendita. La Lituania deve essere indipendente e libera. Dovremmo essere neutrali. Non abbiamo bisogno di essere in guerra con nessuno. Dobbiamo cooperare con i nostri vicini, ripristinare la giustizia e l’uguaglianza. Se questi pensieri sono riconosciuti dal popolo, io mi metterò a disposizione. Per le future elezioni presidenziali…”, ha detto Vaitkus.

Fonte

30/03/2025

Come rimuovere gli ordinari crimini occidentali e la memoria dei genocidi coloniali

di Carlo Formenti

I.

Le violente reazioni polemiche con cui politici, intellettuali e giornalisti occidentali di ogni colore ideologico (ad eccezione di qualche minoranza) hanno replicato alle accuse di genocidio allo stato israeliano, sono la conferma che tali accuse – più che fondate – toccano un nervo scoperto, in quanto mettono in questione un mito alimentato e condiviso da tutti i regimi liberal-democratici euroatlantici. Per inciso, che le accuse siano più che fondate non è testimoniato solo dal numero spaventoso di vittime di ogni età e sesso provocate dal terrorismo aereo praticato dal governo di estrema destra di Netanyahu, ma da quei rari intellettuali israeliani che, come Ilan Pappé (1), denunciano da tempo le pratiche criminali del regime sionista.

Di più: lo conferma il significato originario – prima che venisse mistificato da decenni di propaganda ideologica – del termine genocidio, coniato, come ricorda lo storico Leonardo Pegoraro (2), dal giurista polacco di origine ebraica Raphael Lemkin negli anni della Seconda Guerra mondiale. Costui definì genocidio la distruzione di una nazione o di un gruppo etnico, non riferendosi solo all’annientamento fisico delle vittime, ma anche alla soppressione delle istituzioni di autogoverno, alla distruzione della struttura sociale e della classe dirigente, al divieto di usare la propria lingua, alla privazione dei mezzi di sussistenza, alla criminalizzazione di una determinata fede religiosa, all’umiliazione e la degradazione morale. Mi pare chiaro che molti, se non tutti, questi criteri si applicano ai crimini che vengono quotidianamente perpetrati contro la popolazione palestinese.

Partendo da tale definizione, Pegoraro contesta la testi “unicista” che attribuisce alla Shoah l’attributo di unico evento storico suscettibile di essere definito genocidio. La cultura e la prassi genocidaria, argomenta, esistono fin dalla più lontana antichità, come testimoniato dall’Iliade e (lupus in fabula) dall’agghiacciante invito divino del Deuteronomio che recita: “Soltanto nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita alcun essere che respiri, ma li voterai allo sterminio: cioè gli Hittiti, gli Amorrei, i Cananei, i Perizziti, gli Evei e i Gebusei” (20:16-17). Gli unicisti descrivono la Shoah come un evento irriducibile a ogni spiegazione storica e razionale, una catastrofe unica nella sua orribile dismisura. La storia dimostra al contrario che esistono innumerevoli altri eventi paragonabili in termini di velocità, portata, intensità, efficienza e crudeltà.

Storie antiche, come lo sterminio dei Galli da parte di Cesare o i milioni di morti causati dalle invasioni mongole? Non solo, replica Pegoraro: anche e ancor più storie moderne, non imputabili unicamente a regimi totalitari e a ideologie incompatibili con la cultura liberal democratica, come teorizzato da Hannah Arendt (3). Basti ricordare che Hitler, fervente ammiratore del colonialismo inglese e dei suoi metodi (tornerò più avanti sul punto), lo assunse come modello da mettere in pratica nell’Europa Orientale, da cui voleva estirpare le etnie slave per rimpiazzarle con quella germanica (4). Fenomeno coloniale prima e più che fenomeno totalitario dunque, come Pegoraro argomenta ricordando i genocidi dei popoli nativi commessi, fra gli altri, da Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda. Ecco perché l’Occidente è tanto sollecito nel celebrare la memoria della Shoah: non per esorcizzare la possibilità che possa ripetersi, bensì per nascondere i propri scheletri nell’armadio, cioè per occultare il fatto che è la sua storia a grondare più di ogni altra del sangue di massacri di massa.

II.

A Costanzo Preve (5) dobbiamo la più dura requisitoria che mi sia capitato di leggere contro l’uso propagandistico di quella che questo autore chiama la “religione olocaustica” finalizzata a rimuovere le politiche criminali dell'imperialismo occidentale. La sua analisi parte dall’affermazione che la cultura ebraica viene sempre più spesso eretta a simbolo dell’occidentalismo imperiale, in nome di una presunta identità ebraico-cristiana dell’intero Occidente e dell’Europa in particolare, evocata per legittimare uno scontro di civiltà (6) di ispirazione razzista (islamofobica e non solo). Discutere le argomentazioni teologiche con cui Preve nega l’esistenza stessa di una nostra presunta radice ebraico-cristiana, a partire dalla incompatibilità fra il “tribalismo” di un culto fondato sul rapporto esclusivo fra Dio e il popolo eletto e l’universalismo cristiano, richiederebbe troppo spazio. Mi limito a citare le seguenti due tesi che ritengo di poter condividere:

1) L’inscalfibile alleanza fra Stati Uniti e Israele si fonda, oltre che sulla convergenza di interessi economici e geopolitici (Israele come baluardo del dominio occidentale sul Vicino Oriente e sulle sue risorse), sulla condivisione di valori religiosi secolarizzati che sono, più che ebraico-cristiani, ebraico-protestanti (calvinisti). Il “sionismo cristiano” delle élite neocons Usa è infatti di matrice esplicitamente calvinista, si fonda sulla teoria della predestinazione individuale che si è secolarizzata in teoria delle predestinazione del popolo anglosassone (l’eccezionalismo americano), associato al popolo ebraico nel ruolo di popolo eletto (con le relative implicazioni colonialiste e razziste).

2) Quanto appena affermato non implica affatto una condanna della cultura e della civiltà ebraiche in toto. Quest’ultima appare infatti attraversata da molteplici sfumature e correnti, in particolare da quelle correnti eretiche del messianesimo in cui si manifesta una reazione universalistica a un’identità religiosa particolaristica. Ciò vale per Gesù (di qui la tesi di Preve sull’incompatibilità fra cristianesimo originario e ebraismo ortodosso), così come vale per i moderni messianismi rivoluzionari: da Spinoza ai vari Benjamin, Bloch e Lukacs passando per Marx.

Facciamo un passo indietro. Che il culto della memoria della Shoah presenti i tratti di un’ideologia religiosa, scrive Preve, è attestato, fra le altre cose, dall’introduzione del reato di negazionismo nei sistemi giuridici europei (un fatto eccezionale, sia perché non applicato ad altri crimini di guerra, sia perché viola la libertà d’opinione): un interdetto che non ha lo scopo di difendere la memoria dei milioni di vittime dei lager bensì quello di legittimare un nuovo regime mondiale di dominio. Inchiodando l’Europa a un complesso di colpa inespiabile, l’élite statunitense ne ha infatti sancito la subordinazione alla propria egemonia culturale prima ancora che economico-militare.

Un’egemonia talmente schiacciante che ha rimosso ogni traccia di opposizione ai valori dell’ordine liberal-liberista, mettendo all’indice la memoria stessa delle ideologie anticapitaliste novecentesche (vedi la delibera del Parlamento europeo che equipara nazismo e comunismo); un'egemonia che silenzia qualsiasi critica nei confronti del genocidio del popolo palestinese; un’egemonia che ha trascinato l’Europa in una guerra contro la Russia contraria ai propri interessi e che, ora che gli Stati Uniti escono dal conflitto dopo averlo provocato, induce le élite europee a proseguirlo per inerzia, svenandosi economicamente e aggravando ulteriormente la propria marginalità geopolitica.

III.

Veniamo all’altra “unicità” costruita dalle “democrazie” occidentali per nascondere sotto il tappeto la polvere dei propri crimini. Mi riferisco alla mostrificazione di Hitler e del nazismo come un’aberrazione irripetibile estranea alla storia e ai valori della “civile” Europa.

“Varrebbe la pena di studiare, clinicamente, in dettaglio, tutti i passi di Hitler e dell’hitlerismo, per rivelare al borghese distinto, umanista, cristiano del XX secolo, che anch’egli porta dentro di sé un Hitler nascosto, rimosso; ovvero che Hitler abita in lui, che Hitler è il suo demone e che, pur biasimandolo, manca di coerenza, perché in fondo ciò che non perdona a Hitler non è il crimine in sé, non è il crimine contro l’uomo, non è l’umiliazione dell’uomo in quanto tale, ma il crimine contro l’uomo bianco, il fatto di avere applicato in Europa quei trattamenti tipicamente coloniali che sino ad allora erano stati prerogativa esclusiva degli arabi d’Algeria, dei coolie dell’India e dei negri dell’Africa”.

Quelle appena citate sono le famose – ancorché sistematicamente ignorate – parole di Aimé Césaire nel suo Discorso sul colonialismo (7). Si tratta della più appassionata e veemente denuncia sia dei secoli di genocidi occidentali perpetrati contro i popoli del Sud del Mondo (e tuttora in corso), sia del tentativo di liquidare il nazismo come un “unicum” storico che nulla ha a che fare con le liberal democrazie euroatlantiche, le quali credono di essersi ripulite di ogni sospetto di complicità celebrando il processo-farsa di Norimberga.

Poco sopra ricordavo l’ammirazione di Hitler per i metodi del colonialismo inglese (“nessun popolo, scriveva il Furher in Mein Kampf, ha saputo preparare le sue conquiste economiche meglio che con la precisa brutalità della spada, né le ha sapute difendere con più spregiudicatezza degli inglesi”). Di questa affinità elettiva fra Hitler e il colonialismo inglese (ma anche spagnolo, portoghese, francese, olandese, americano e italiano) erano lucidamente consapevoli gli intellettuali neri appartenenti all’ambiente dell’anticolonialismo militante fra le due guerre mondiali e nel secondo dopoguerra, come – oltre a Césaire – i vari Du Bois, Williams, Fanon, Padmore, Carmichael e Robinson (8) tutti concordi con l’affermazione di Padmore secondo cui “quando il popolo britannico parla di fascismo dovrebbe guardare all’interno del proprio impero”.

Alla storica Caroline Elkins, che cita questi autori a proposito del concetto di fascismo coloniale (sinonimo, per molti di essi, di liberal fascismo) dobbiamo la più dettagliata e documentata denuncia (9) di due secoli di crimini imperiali britannici. Sulla scia di Cedric Robinson (10), la Elkins ricorda come il capitalismo razziale britannico, che aveva alimentato la propria accumulazione primitiva con il sacrificio di milioni di schiavi nelle colonie antillane e del Nord America (11), si sia rivolto, dopo la perdita degli Stati Uniti, verso l’Oriente e l’Africa, senza trascurare la vicina Irlanda.

In India la Compagnia delle Indie, prima che il Paese venisse sottoposto al governo della Corona, affamò il Bengala provocando trenta milioni di morti. Ma anche dopo il passaggio di consegne, gli eccidi e le repressioni condotte con metodi che nulla hanno da invidiare ai lager nazisti proseguirono fino all’indipendenza raggiunta nel secondo dopoguerra. Queste oscenità furono legittimate, fra gli altri, da un distinto intellettuale liberale come John Stuart Mill, il quale scrisse che gli Indiani erano un “popolo senza storia” (ignorando che India e Cina erano già civiltà millenarie quando la Gran Bretagna era un’isola popolata da selvaggi) caratterizzato da una cultura primitiva, e aggiunse che il dispotismo è giustificato quando si ha che fare con i barbari (nota bene: la Elkins riferisce che nessuno degli alti burocrati finiti sotto inchiesta per le atrocità commesse in India fu mai condannato, anzi vennero tutti assolti ed elogiati da governanti, media e opinione pubblica come meritevoli paladini dell’Impero).

Sempre ispirandosi al concetto di capitalismo razziale, la Elkins dimostra inoltre come l’uso del razzismo come fattore legittimante dei peggiori crimini colonialisti non abbia seguito esclusivamente la “linea del colore”: per giustificare i metodi disumani adottati nella guerra anglo-boera di fine Ottocento e nella successiva guerra civile irlandese, la Gran Bretagna discriminò razzialmente irlandesi e afrikaner, paragonandone le culture a quelle dei neri e usando immagini e metafore disumanizzanti per descriverne l’aspetto e gli stili di vita.

In tutte queste circostanze, lo stato di diritto della patria imperiale, sbandierato come fiore all’occhiello della civiltà anglosassone, era sistematicamente sospeso, mentre venivano adottate leggi ad hoc che garantivano il ricorso pressoché illimitato a violenza e coercizione. La giustificazione era sempre quella coniata dal cantore dell’epopea imperiale britannica, Rudyard Kipling, cioè quel “fardello dell’uomo bianco” che spettava alla superiore cultura europea per “civilizzare” i popoli barbari. In poche parole: non è vero che violenza e liberalismo sono elementi che non possono convivere o che convivono solo episodicamente e in condizioni eccezionali; al contrario: la prima è connaturata alla seconda nella misura in cui è il frutto delle sue ambizioni di modernizzazione/civilizzazione del mondo, di un concetto di libertà modulato sull’individualismo proprietario e dei principi classisti/razzisti incorporati nel suo sistema giuridico.

Qual è dunque la differenza fra i crimini coloniali dell’imperialismo britannico (americano, francese, spagnolo, portoghese, olandese, italiano, giapponese, ecc.) e i crimini nazisti? Non il numero delle vittime: i milioni di neri, arabi, indiani, amerindi, cinesi, vietnamiti, irlandesi, ecc. massacrati dalle liberal democrazie, superano di decine di volte quelli della Shoah. Non la ferocia: i metodi usati da tutti gli imperialismi occidentali per stroncare la resistenza degli altri popoli, descritti con agghiaccianti particolari nel libro della Elkins, non hanno nulla da invidiare a quelli praticati nei lager del Terzo Reich.

La vera differenza, come scrive Césaire (vedi sopra), è l'ipocrisia. È il ricorso a giustificazioni moraleggianti (il fardello dell’uomo bianco) al posto delle brutali rivendicazioni di dominio naziste. È la farsa di Norimberga, dove si è celebrata la giustizia dei vincitori ignorando i crimini di guerra anglo-americani (come il terrorismo aereo sulle città tedesche ormai indifese e le atomiche di Hiroshima e Nagasaki) mentre nelle celle dei detenuti tedeschi (come documenta la Elkins) si conducevano interrogatori con metodi da Gestapo. È, infine, l’elevazione al rango di eroe nazionale e mondiale di Winston Churchill, feroce reazionario che simpatizzò per il nazismo finché sperò di poterlo usare contro l’URSS (non a caso aveva sostenuto la guerra civile dei Bianchi contro il giovane regime sovietico), fautore dei lager per i prigionieri afrikaner durante la guerra boera, difensore dei crimini britannici in India, teorico ante-litteram del terrorismo aereo nella guerra coloniale irachena (poi applicato dagli Usa in Vietnam e da Israele a Gaza), complice della spietata repressione della resistenza irlandese, ecc. ecc. Insomma, una sorta di Goehring britannico con sigari e bombetta, rispetto al quale la Tatcher fa la figura di una dolce vecchietta.

IV.

A mò di postilla all’analisi dell’apporto della Elkins alla ricostruzione della storia dei crimini dell’imperialismo inglese, vale la pena di segnalarne la denuncia delle responsabilità dei governi inglesi succedutisi dal primo al secondo dopoguerra, i quali, con le loro scelte, hanno creato i presupposti dell’apparentemente irrisolvibile conflitto arabo-israeliano e del conseguente carnaio palestinese che funesta il Vicino Oriente da più di mezzo secolo.

La tragedia inizia con la celebre Dichiarazione di Balfour (1917) con cui l’omonimo segretario agli esteri auspicava – in vista della spartizione dell’Impero Ottomano, destinato a scontare la propria alleanza con gli Imperi Centrali – la “costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico”. Secondo Balfour, ricorda la Elkins, il sionismo, giusto o sbagliato, buono o cattivo che fosse, era più meritevole di ottenere attenzione rispetto ai “pregiudizi dei settecentomila arabi che ora abitano quella terra antica”. Come si vede, fin d’allora il razzismo anglosassone, assai più profondo (e condito di islamofobia) nei confronti degli arabi piuttosto che degli ebrei, assieme a quella che Elkins definisce una “interazione fra romanticismo biblico e più ampie considerazioni geopolitiche”, lasciavano ampiamente prevedere da quale parte l'imperialismo occidentale si sarebbe schierato rispetto ai conflitti regionali.

Dopo che la Società delle Nazioni (nel 1922) ebbe affidato alla Gran Bretagna il Mandato sulla Palestina, iniziò il calvario della popolazione araba che lottò a più riprese, e sempre inutilmente, per ottenere la revoca della Dichiarazione Balfour e il contenimento dell’emigrazione ebraica, favorita dalle illimitate concessioni di acquisto delle terre (quasi un terzo dei contadini arabi in miseria era già stato espropriato nel 1930, e la pur limitata espansione industriale garantiva posti di lavoro quasi esclusivamente agli operai ebrei).

Le ripetute rivolte contro le autorità britanniche furono puntualmente soffocate nel sangue, e la repressione toccò il vertice con l’arrivo dell’ufficiale dei servizi inglesi Onde Wingate. Costui, già distintosi come macellaio in alcune guerre coloniali, appena sbarcato in Palestina (nella seconda metà degli anni Trenta) fu colto da una crisi mistica e si legò con gli ambienti sionisti radicali ( fu anche amico di Ben Gurion, che si sarebbe distinto nelle pulizie etniche contro gli arabi nel secondo dopoguerra). Devoto alla causa sionista e pieno di disprezzo per la razza araba, Wingate (tuttora celebrato come un eroe in Israele) organizzò le Squadre Speciali Notturne (formazioni miste anglo-ebraiche) che praticarono il terrorismo sistematico contro i ribelli arabi.

Oggi la propaganda sionista (e angloamericana) ricorre spesso all’argomento dell’appoggio che gli arabi ricevettero dai nazisti prima e durante la Seconda Guerra mondiale, ma questo argomento (al pari di quello usato contro l’indiano Bose e i suoi seguaci, che si arruolarono nell'esercito giapponese per combattere contro gli Inglesi) può funzionare solo rimuovendo tutte le ragioni di odio che un popolo aveva accumulato in decenni di oppressione, sottoposto alla stretta della doppia tenaglia dell’imperialismo inglese e del terrorismo sionista. Torna insomma il motivo della ipocrisia e della doppia morale che l‘Occidente ha sempre adottato nei confronti dei crimini propri e altrui.

V.

L’ultima tappa di questo percorso dedicato ai crimini dell’Occidente riguarda un curioso libro – Barbarie Numérique (Barbarie digitale) – di Fabien Lebrun (12). Curioso perché si tratta di un saggio a dir poco ambizioso, ancorché monumentale, in cui l’autore, oltre ad offrire una documentatissima e agghiacciante descrizione delle sofferenze che secoli di oppressione coloniale hanno imposto al popolo congolese (e questa è la parte di gran lunga più utile e interessante del lavoro), propone una critica (condivisibile ma non originalissima) dell’utopia digitale e dei suoi miti (a partire dalla presunta smaterializzazione e virtualizzazione dell’economia e delle relazioni sociali); ripropone la tesi (anche questa già ampiamente condivisa in campo marxista) dell’accumulazione primitiva come condizione permanente del capitalismo dalle origine ai giorni nostri; abbozza infine una discutibilissima teoria generale del capitalismo globale in cui manca qualsiasi riferimento a controtendenze oggettive e resistenze soggettive.

Parto dalla critica del digitale. La retorica dell’immateriale che ha accompagnato fin dalle origini la narrazione della cosiddetta rivoluzione digitale, argomenta Lebrun, si inscrive in quella “cultura del post” (post moderno, post industriale, ecc.) inaugurata dal celebre saggio di Jean-François Lyotard (13) e adottata da una certa sinistra postmoderna infatuata del presunto ruolo progressivo delle nuove tecnologie, la quale ha contribuito, assieme al culto mediatico dei guru della Silicon Valley, a squalificare e condannare come retrograda qualsiasi critica dello sviluppo tecnologico (Lebrun cita quanto già aveva scritto in merito Gunther Anders (14)). Tema e argomenti tutt’altro che nuovi (15) come già detto, ma Lebrun li integra con una corposa mole di dati: i 34 miliardi di device digitali che esistono oggi sulla terra pesano più di 220 milioni di tonnellate; uno smartphone contiene una cinquantina di metalli diversi e per essere prodotto richiede una quantità smisurata di energia, risorse naturali e acqua, per cui, se si aggiungono le infrastrutture necessarie a far funzionare reti e terminali è evidente quanto sia falso il concetto di “dematerializzazione”.

La verità, scrive Lebrun, è che il digitale è un macro-sistema tecnico che divora sempre più elettricità (carbone, petrolio, gas, nucleare). L’industria digitale è inseparabile da quella mineraria e dunque dall’estrattivismo: estrattivismo per il digitale (cioè per produrlo) e dal digitale (vedi la sua proprietà di affinare i metodi di ricerca delle risorse da estrarre), infine estrattivismo “virtuale” dei Big Data che, nella misura in cui promuovono la fusione fra vita privata e vita pubblica, riescono a estrarre valore dalla vita stessa, cioè dalle informazioni che ognuno di noi regala al macro-sistema per il solo fatto di connettersi alla rete, una inedita forma di lavoro produttivo che miliardi di persone svolgono gratuitamente, sedotti dalla cultura dell'illimitato generata dai social (16).

L’estrattivismo, come vedremo fra poco, è all’origine delle attuali sventure del Congo (con questo nome Lebrun connota un’area più ampia della nazione che condivide il nome del bacino del fiume omonimo: praticamente l’intera Africa dei Grandi Laghi e parte dell’Africa Centrale) un’area perseguitata della “maledizione delle risorse naturali”. Ma le disgrazie della regione risalgono assai indietro nel tempo nella misura in cui si tratta del territorio più martoriato dalla tratta atlantica, dal 1500 al 1800, a partire dall'insediamento portoghese nell’isola di Sao Tomé, al centro delle prime rotte negriere fra Portogallo Congo e Brasile, cui faranno seguito quelle tracciate da Inglesi e Francesi per le Antille e il Nord America.

Dopo avere ricordato la lezione di Eric Williams sul contributo del commercio triangolare fra Europa, Africa e America all’accumulazione primitiva in Inghilterra e in Francia, Lebrun arriva all’era moderna e alla conferenza di Berlino del 1885 che spartì l’Africa fra le grandi potenze coloniali e assunse l’incredibile decisione di riconoscere il Congo come possedimento personale del re belga Leopoldo. Costui passerà alla storia come il più efferato assassino della storia del colonialismo occidentale. Per alimentare i profitti generati dal commercio di avorio e caucciù costui imporrà ai neri ritmi di lavoro estenuanti, punendo i riottosi e i “pigri” con il taglio della mano, con le decapitazioni e con la distruzione di interi villaggi e i massacri di donne e bambini perpetrati con metodi orribili da mercenari europei di varie nazionalità. Ancora più morti costò la costruzione di alcune ferrovie, al punto che, dal 1880 al 1930, si calcola vi siano state dieci milioni vittime (a proposito di genocidi...). I crimini del sovrano belga erano ben noti e furono denunciati da molti intellettuali, come lo scrittore americano Mark Twain, ma le nazioni occidentali si guardarono bene dall’intervenire perché il Congo di Leopoldo funzionava da paradiso fiscale ante litteram, attirando investimenti finanziari e industriali da tutto il mondo.

Con l’assassinio di Lumumba, che dopo l’indipendenza aveva osato parlare di nazionalizzazione delle risorse minerarie, si è passati, scrive Lebrun, dal colonialismo al neocolonialismo. E con la caduta di Mobutu negli anni Novanta, si intrecciano inestricabilmente i destini del Congo con quelli della rivoluzione digitale. I sistemi patrimoniali – le cleptocrazie – nati dal fallimento delle guerre d’indipendenza devono lasciare il posto alle politiche neocoloniali del Washington Consensus imposte dal FMI e dalla Banca Mondiale. E il Congo, che ha la disgrazia di ospitare le più grandi concentrazioni di coltan, terre rare e altri minerali indispensabili allo sviluppo dell’industria digitale, diventa il teatro di una guerra di tutti contro tutti cui partecipano stati, multinazionali, mafie, bande armate di ribelli e mercenari, tutti impegnati ad assumere il controllo delle risorse vitali per lo sviluppo delle nuove tecnologie (fra le vittime di queste guerre civili che coinvolgono anche il Ruanda, l’Uganda e il Burundi vanno annoverati anche il milione di Tutsi trucidati dall’etnia Hutu e l'incalcolabile numero di profughi provocati dalle guerre civili in Sudan, Angola e Congo Brazzaville, mentre a spartirsi il bottino sono Francia e Belgio da un lato Stati Uniti e Gran Bretagna dall’altro). Fin qui la cronaca degli orrori. Quanto al tentativo di Lebrun di inquadrarla in un’analisi più complessiva delle dinamiche della globalizzazione capitalistica, vanno distinti due livelli.

Il primo livello si riferisce alla tesi della sostanziale analogia, se non identità, fra queste forme neocoloniali e gli orrori dell’accumulazione primitiva tramite enclosure descritti da Marx nel Primo Libro del Capitale (17). L’estrattivismo praticato nel Congo e in molti altri Paesi del Sud del mondo, argomenta Lebrun, è una riproposizione su scala planetaria della separazione violenta fra lavoratori (in questo caso fra popoli e nazioni intere) e mezzi di produzione (in questo caso materie prime, territori e altre risorse), un processo che Harvey definisce accumulazione per espropriazione (18), e che Samir Amin propone di contrastare adottando strategie di delinking dal mercato capitalistico globale (19). Tesi del tutto condivisibile anche se non originale, come anticipato in precedenza.

Il secondo livello, cioè il tentativo di Lebrun di tracciare uno schema complessivo del processo di mondializzazione capitalista, mi lascia invece francamente perplesso. Sintetizzo i principali motivi di tale perplessità:
1) il potere di seduzione, nonché di corruzione civile, culturale, se non addirittura antropologica, della tecnologia digitale viene descritto come irresistibile (non a caso Lebrun cita Gunther Anders, il filosofo della obsolescenza umana di fronte al soverchiante potere della tecnica);
2) il processo di globalizzazione/mercificazione dell’economia e della società mondiali viene a sua volta descritto come in grado di omologare senza residui nazioni, popoli, civiltà, culture, ignorando le controtendenze, le resistenze e le resilienze di ogni tipo che lo frenano e contrastano;
3) questa cornice astratta e immaginaria esclude di fatto ogni capacità di resistenza e di lotta: nell’analisi di Lebrun esistono solo vittime ridotte a oggetto, subordinate al processo di valorizzazione oppure ridotte esse stesse a merce: le lotte di liberazione nazionale sono fallite, degenerate in regimi locali al servizio dell’imperialismo; ugualmente fallite le rivoluzioni socialiste, le quali hanno dato vita a forme di capitalismo di stato (per Lebrun capitale privato e di stato pari sono, né è prevista alcuna autonomia del politico).
In parole povere: il capitale e la tecnologia, che con il digitale sono giunti a fondersi in un poderoso mega sistema, appaiono in questo modo onnipotenti e invincibili. Tutto ciò nulla toglie al contributo di Lebrun alla descrizione dei crimini dell’Occidente capitalista, “democratico” e liberale, che è l’obiettivo di questo articolo. Con buona pace del trio europeista Serra, Vecchioni, Scurati.

Note

(1) Cfr. I. Pappé, La pulizia etnica della Palestina, Fazi, Roma 2008; vedi anche Brevissima storia del conflitto fra Israele e Palestina, Fazi, Roma 2024.

(2) Cfr. L. Pegoraro, I dannati senza terra, Meltemi.

(3) Cfr. H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Einaudi, Torino 2009.

(4) Cfr. D. Losurdo, Controstoria del liberalismo, Laterza, Roma-Bari 2005; vedi anche Il peccato originale del Novecento, Laterza.

(5) Vedi , in particolare, C. Preve, Opere, Vol. II, Manifesto filosofico del comunismo comunitario, Schibboleth, Roma 2022.

(6) Cfr. S. Huntington, Lo scontro delle civiltà, Garzanti, Milano 2000.

(7) A. Césaire, Discorso sul colonialismo, ombre corte, Verona 2020.

(8) Vedi la serie di post sul pensiero radicale nero e sugli autori citati che ho pubblicato su questo blog.

(9) Cfr. C. Elkins, Un’eredità di violenza, Einaudi, Torino 2024.

(10) Cfr. C. Robinson, Black Marxism, Alegre, Roma 2023.

(11) Sul rapporto fra schiavismo e accumulazione primitiva cfr. K. Marx, il Capitale, vol. I, cap. XXIV.

(12) Cfr. F. Lebrun, Barbarie Numérique, L’Échappée 2024.

(13) Cfr. J-F Lyotard, La condizione postmoderna, (tr. Di C. Formenti), Feltrinelli, Milano 1980.

(14) Cfr. G. Anders, L’uomo è antiquato, Bollati Boringhieri, Torino 2007.

(15) Gli argomenti critici di Lebrun sono stati anticipati, fra gli altri, da chi scrive il quale, a partire da Incantati dalla Rete (Cortina 2000), ha pubblicato numerosi saggi sull’argomento: vedi, fra gli altri, Mercanti di futuro (Einaudi 2002); Cybersoviet (Cortina 2008); Felici e sfruttati (EGEA 2011); Utopie letali (Jaka Book 2013).

(16) Cfr. C. Formenti, Felici e sfruttati, cit.

(17) Cfr Nota 11.

(18) Vedi in particolare, fra le opere di D. Harvey, La guerra perpetua. Analisi del nuovo imperialismo (il Saggiatore 2006) e L’enigma del capitale (Feltrinelli 2011).

(19) Cfr. Samir Amin, La déconnextion, La Découvert, Paris 1986.

Fonte