di Chris Hedges
Il genocidio a Gaza è solo l’inizio. Benvenuti nel nuovo ordine mondiale. L’era della barbarie tecnologicamente avanzata. Non ci sono regole per i forti, solo per i deboli. Opporsi ai forti, rifiutarsi di piegarsi ai loro capricciosi desideri significa essere sommersi da missili e bombe. Assistiamo quotidianamente a questa follia con la guerra contro l’Iran, i bombardamenti a tappeto sul Libano meridionale e le sofferenze a Gaza.
Organismi internazionali come le Nazioni Unite sono stati neutralizzati, trasformati in inutili appendici di un’altra epoca. La sacralità dei diritti individuali, le frontiere aperte e il diritto internazionale sono svaniti. I governanti più psicopatici della storia umana, coloro che hanno ridotto le città in cenere, ammassato popolazioni prigioniere verso luoghi di esecuzione e disseminato le terre occupate di fosse comuni e cadaveri, sono tornati con sete di vendetta, aprendo un immenso abisso morale.
La legge, nonostante i coraggiosi sforzi di una manciata di giudici – che presto saranno epurati – sia a livello nazionale che in organismi internazionali come la Corte Internazionale di Giustizia, viene violata con disprezzo. Barbarie all’estero. Barbarie in patria.
Lucy Williamson della BBC riferisce che Israele sta distruggendo il Libano meridionale “usando Gaza come modello: un progetto di distruzione riproposto come via per la pace”.
In poche settimane, oltre un milione di persone sono già state sfollate in Libano, un quinto dell’intera popolazione di un Paese che già ospita il più alto numero di rifugiati pro capite al mondo. A questi si aggiungono 2 milioni di sfollati a Gaza e 3 milioni in Iran. Sei milioni di persone sono rimaste senza casa.
Per quattro lustri il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha fatto pressioni affinché gli Stati Uniti entrassero in guerra con l’Iran. Le precedenti amministrazioni, sia repubblicane che democratiche, si sono rifiutate, in gran parte a causa della forte opposizione interna al Pentagono, che non considerava l’Iran una minaccia esistenziale e non prevedeva un esito positivo né per gli Stati Uniti né per i loro alleati regionali.
Ma Donald Trump, incoraggiato dalla sua inetta squadra di negoziatori composta dal genero Jared Kushner e dal socio in affari, l’imprenditore immobiliare e compagno di golf Steve Witkoff, entrambi ferventi sionisti, ha abboccato all’amo di Israele. Il consigliere per la sicurezza nazionale britannico, Jonathan Powell, che partecipò ai colloqui finali tra Stati Uniti e Iran, ha liquidato Kushner e Witkoff come “agenti israeliani”.
Joseph Kent, che si è dimesso dalla carica di direttore del Centro nazionale antiterrorismo per protestare contro la guerra, ha scritto nella sua lettera di dimissioni che “l’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana”.
La giustificazione ufficiale per la guerra contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio, è stata mutevole. Si tratta di smantellare il programma nucleare iraniano? Di contrastare il programma missilistico balistico iraniano? Di conseguenza, come affermato da Marco Rubio, gli Stati Uniti hanno condotto attacchi preventivi contro l’Iran per garantire la sicurezza dei propri interessi nel caso in cui Israele avesse deciso di colpire? Di conseguenza, il governo iraniano ha attuato una repressione letale, uccidendo centinaia di manifestanti antigovernativi durante le massicce proteste di piazza? Si tratta di un cambio di regime? Di un tentativo di stroncare il cosiddetto terrorismo di Stato iraniano? O si tratta di pretesti per qualcos’altro?
Certamente, Israele e gli Stati Uniti mirano a un cambio di regime. Ma su questo punto sembra che le posizioni di Stati Uniti e Israele divergano. Israele, a quanto pare, come in Iraq, Siria, Libia e Libano, cerca anche la disgregazione fisica dell’Iran, la frammentazione del paese in enclavi etniche e religiose in guerra tra loro, la trasformazione dell’Iran in uno stato fallito.
In Iran, i persiani costituiscono circa il 61% della popolazione, mentre il restante 39% è composto da diverse minoranze, spesso soggette a repressione statale. Tra queste minoranze etniche figurano azeri, curdi, lur, baluchi, arabi e turkmeni, oltre a minoranze religiose come sunniti, cristiani, bahá’í, zoroastriani ed ebrei. La frammentazione dell’Iran in enclavi etniche e religiose antagoniste lascerebbe Israele come potenza dominante nella regione, conferendogli la capacità, se non di occupare direttamente i paesi vicini, di controllarli e soggiogarli tramite alleati, realizzando così un desiderio di lunga data di una Grande Israele. Ciò consentirebbe inoltre a stati stranieri di controllare le riserve di gas iraniane, le seconde più grandi al mondo, e le riserve petrolifere, pari al 12% del totale globale.
La crociata di Israele contro i palestinesi, i libanesi e ora gli iraniani viene giustificata dallo sterminio di 6 milioni di ebrei durante l’Olocausto. Ma non sfugge al Sud del mondo, e in particolare ai palestinesi, che quasi tutti gli studiosi dell’Olocausto si siano rifiutati di condannare il genocidio di Gaza. Nessuna delle istituzioni dedicate alla ricerca e alla commemorazione dell’Olocausto ha tracciato gli ovvi parallelismi storici o ha denunciato il massacro di massa in Palestina.
Gli studiosi dell’Olocausto, con poche eccezioni, hanno svelato il loro vero scopo, che non è quello di esaminare il lato oscuro della natura umana e la spaventosa propensione che tutti abbiamo a commettere il male, bensì di santificare gli ebrei come vittime eterne e assolvere lo stato etno-nazionalista di Israele dai suoi crimini di colonialismo di insediamento, apartheid e genocidio.
La strumentalizzazione dell’Olocausto, l’incapacità di difendere le vittime palestinesi solo perché palestinesi, ha fatto implodere l’autorità morale degli studi sull’Olocausto e dei memoriali. Essi si sono rivelati strumenti non per prevenire il genocidio, ma per perpetrarlo, non per esplorare il passato, ma per manipolare il presente.
Qualsiasi tiepida ammissione che l’Olocausto potrebbe non essere una prerogativa esclusiva di Israele e dei suoi sostenitori sionisti viene prontamente repressa. Il Museo dell’Olocausto di Los Angeles ha cancellato un post su Instagram che recitava: “MAI PIÙ NON PUÒ SIGNIFICARE SOLO MAI PIÙ PER GLI EBREI” dopo le polemiche. Nelle mani dei sionisti, “mai più” significa proprio questo: mai più, solo per gli ebrei.
Aimé Césaire, nel suo Discorso sul colonialismo, scrive che Hitler apparve eccezionalmente crudele solo perché presiedette all’«umiliazione dell’uomo bianco», applicando all’Europa le «procedure colonialiste che fino ad allora erano state riservate esclusivamente agli arabi dell’Algeria, ai ‘coolie’ dell’India e ai neri d’Africa».
La quasi totale estinzione della popolazione aborigena della Tasmania, il massacro degli Herero e dei Namaqua da parte dei tedeschi, il genocidio armeno, la carestia del Bengala del 1943 – l’allora primo ministro britannico Winston Churchill si riferì agli indù come “un popolo bestiale con una religione bestiale” – insieme al lancio di bombe atomiche su obiettivi civili a Hiroshima e Nagasaki, illustrano qualcosa di fondamentale sulla “civiltà occidentale”.
Il genocidio non è un’anomalia, è codificato nel DNA della “civiltà” occidentale.
«In America», disse il poeta Langston Hughes, «non c’è bisogno di spiegare ai neri cosa sia il fascismo in azione. Lo sappiamo. Le sue teorie di supremazia nordica e di oppressione economica sono da tempo una realtà per noi».
Quando i nazisti formularono le leggi di Norimberga, si ispirarono a leggi concepite per privare i neri dei loro diritti. Il rifiuto degli Stati Uniti di concedere la cittadinanza ai nativi americani e ai filippini – sebbene vivessero negli Stati Uniti e nei territori statunitensi – fu emulato dai fascisti tedeschi che privarono della cittadinanza gli ebrei. Le leggi americane contro la mescolanza razziale, che criminalizzavano i matrimoni interrazziali, furono la spinta a vietare i matrimoni tra ebrei tedeschi e ariani. La giurisprudenza americana classificava come nero chiunque avesse anche solo l’uno per cento di ascendenza nera – la cosiddetta “regola della goccia di sangue”. I nazisti, ironicamente mostrando maggiore flessibilità, classificavano come ebreo chiunque avesse tre o più nonni ebrei.
I milioni di indigeni vittime dei progetti coloniali in paesi come Messico, Cina, India, Australia, Congo e Vietnam, per questo motivo, sono sordi alle affermazioni insensate degli ebrei secondo cui la loro condizione di vittime sarebbe unica. Anche loro hanno subito olocausti, ma questi olocausti continuano a essere minimizzati o ignorati dai loro persecutori occidentali.
Israele incarna lo stato etno-nazionalista che i nostri fascisti cristiani e l’estrema destra sognano di creare, uno stato che rifiuta il pluralismo politico e culturale, così come le norme giuridiche, diplomatiche ed etiche. Israele è ammirato dall’estrema destra perché ha voltato le spalle al diritto umanitario e usa la forza letale indiscriminatamente per “purificare” la sua società da coloro che sono condannati come contaminanti umani.
Fu proprio questa distorsione dell’Olocausto, presentato come un evento unico, a turbare Primo Levi, imprigionato ad Auschwitz dal 1944 al 1945 e autore di “Sopravvivere ad Auschwitz”. Levi fu un acceso critico dello stato di apartheid di Israele e del suo trattamento dei palestinesi. Considerava la Shoah “una fonte inesauribile di male” che “si perpetua come odio nei sopravvissuti e si ripresenta in mille modi, contro la volontà di tutti, come sete di vendetta, come crollo morale, come negazione, come stanchezza, come rassegnazione”.
Levi deplorava il manicheismo di coloro che «rifuggono le sfumature e la complessità». Condannava chi «riduce il fiume degli eventi umani a conflitti, e i conflitti a duelli, noi contro loro». Avvertiva che «la rete di relazioni umane all’interno dei campi di concentramento non era semplice: non poteva essere ridotta a due blocchi, vittime e persecutori». Il nemico, lo sapeva, «era fuori ma anche dentro».
Mordechai Chaim Rumkowski, noto come “Re Chaim”, governò il ghetto di Łódź, in Polonia, per conto degli occupanti nazisti. Il ghetto si trasformò in un campo di lavoro forzato che arricchì Rumkowski e i suoi padroni nazisti. Rumkowski deportava gli oppositori nei campi di sterminio. Violentava e abusava di ragazze e donne. Esigeva obbedienza incondizionata. Incarnava la malvagità dei suoi oppressori. Per Levi, era l’esempio di ciò che molti di noi, in circostanze simili, sono capaci di diventare.
«Tutti noi ci rispecchiamo in Rumkowski, la sua ambiguità è la nostra, è la nostra seconda natura, noi ibridi plasmati dall’argilla e dallo spirito», scrisse Levi in “I sommersi e i salvati”. «La sua febbre è la nostra, la febbre della nostra civiltà occidentale che “discende all’inferno con trombe e tamburi”, e i suoi miseri ornamenti sono l’immagine distorta dei nostri simboli di prestigio sociale».
«Come Rumkowski, anche noi siamo così abbagliati dal potere e dal prestigio da dimenticare la nostra essenziale fragilità», ha continuato Levi. «Volenti o nolenti ci rassegniamo al potere, dimenticando che siamo tutti nel ghetto, che il ghetto è circondato da mura, che fuori dal ghetto regnano i signori della morte e che lì vicino ci aspetta il treno».
Levi aveva capito che il confine tra vittima e carnefice è sottilissimo. Tutti noi possiamo diventare carnefici volontari. Non c’è nulla di intrinsecamente morale nell’essere ebreo o un sopravvissuto all’Olocausto. Per questo motivo, Levi era “persona non grata” in Israele.
I sionisti trovano nell’Olocausto e nello Stato ebraico un senso di scopo e significato, oltre a una stucchevole superiorità morale. Dopo la guerra del 1967, quando Israele si impadronì di Gaza, della Cisgiordania (inclusa Gerusalemme Est), delle alture del Golan siriane e della penisola del Sinai egiziana, Israele, come osservò con approvazione il sociologo americano Nathan Glazer, divenne “la religione degli ebrei americani”. L’Olocausto divenne il loro “capitale morale”.
«La sofferenza ebraica viene descritta come ineffabile, incomunicabile, eppure sempre da proclamare», scrive lo storico europeo Charles S. Maier in Il passato indomabile: storia, olocausto e identità nazionale tedesca.
È una sofferenza profondamente privata, da non attenuare, ma al contempo pubblica, affinché la società non ebraica ne confermi la gravità. Una sofferenza così particolare deve essere custodita in luoghi pubblici: musei dell’Olocausto, giardini della memoria, luoghi di deportazione, dedicati non come memoriali ebraici ma civici.
Ma qual è il ruolo di un museo in un paese come gli Stati Uniti, lontano dal luogo dell’Olocausto? Serve a radunare le persone che hanno sofferto o a istruire i non ebrei? Dovrebbe servire a ricordare che “può succedere anche qui”? O è un’affermazione che merita un trattamento speciale? In quali circostanze un dolore privato può essere contemporaneamente un dolore pubblico? E se il genocidio viene riconosciuto come dolore pubblico, non dovremmo forse riconoscere tale riconoscimento anche ad altri dolori particolari?
Uno storico americano di origini polacche sostiene che, con l’invasione tedesca del 1939, i polacchi furono il primo popolo in Europa a subire l’Olocausto e che gli storici finora hanno “scelto di interpretare la tragedia in termini esclusivisti, ovvero come il periodo più tragico nella storia della diaspora ebraica”. Se i polacchi americani rivendicano il loro “Olocausto dimenticato”, quale riconoscimento dovrebbero ricevere? Anche gli armeni e i cambogiani hanno diritto a musei dell’Olocausto finanziati con fondi pubblici? E abbiamo bisogno di monumenti commemorativi per gli avventisti del settimo giorno e gli omosessuali perseguitati dal Terzo Reich?
Una sofferenza unica conferisce un diritto unico.
Qualsiasi crimine Israele commetta in nome della sua sopravvivenza – del suo “diritto all’esistenza” – è giustificato in nome di questa sua unicità. Non ci sono limiti. Il mondo è bianco o nero, una battaglia senza fine contro il nazismo, che è proteiforme, a seconda di chi Israele prende di mira. Opporsi a questa sete di sangue significa essere antisemiti, agevolando un altro genocidio di ebrei.
Questa formula semplicistica non solo serve gli interessi di Israele, ma anche quelli delle potenze coloniali che hanno perpetrato i propri genocidi, genocidi che anch’esse cercano di occultare.
La sacralizzazione dell’Olocausto nazista offre uno strano scambio di favori. Armare e finanziare lo Stato di Israele, bloccare le risoluzioni e le sanzioni delle Nazioni Unite che ne condannerebbero i crimini e demonizzare i palestinesi e i loro sostenitori diventa prova di espiazione e di sostegno agli ebrei.
Israele, in cambio, assolve l’Occidente dalla sua indifferenza alla sofferenza degli ebrei durante l’Olocausto e la Germania dalla sua perpetrazione. La Germania usa questa empia alleanza per separare il nazismo dal resto della sua storia, compreso il genocidio perpetrato dai coloni tedeschi contro i Nama e gli Herero nell’Africa sud-occidentale tedesca, l’attuale Namibia.
«Tale magia», scrive lo storico israeliano ed esperto di genocidio Raz Segal, «legittima il razzismo contro i palestinesi proprio nel momento in cui Israele perpetra un genocidio contro di loro. L’idea dell’unicità dell’Olocausto riproduce, anziché contrastare, il nazionalismo escludente e il colonialismo di insediamento che hanno portato all’Olocausto».
Il professor Segal, direttore del programma di studi sull’Olocausto e il genocidio presso la Stockton University nel New Jersey, ha scritto un articolo sulla guerra a Gaza il 13 ottobre 2023, intitolato: “Un caso da manuale di genocidio”.
Questa denuncia da parte di uno studioso israeliano dell’Olocausto, i cui familiari perirono durante la Shoah, rappresentava una posizione molto isolata.
Il professor Segal ha visto nella richiesta immediata del governo israeliano di evacuare i palestinesi dal nord di Gaza e nella raccapricciante demonizzazione dei palestinesi da parte dei funzionari israeliani – il ministro della Difesa ha affermato che Israele stava “combattendo contro degli animali umani” – il fetore di un genocidio.
“L’intera idea di prevenzione e di ‘mai più’ si basa sul fatto che, come insegniamo ai nostri studenti, esistono dei segnali d’allarme e, una volta individuati, dobbiamo intervenire per fermare il processo che potrebbe degenerare in genocidio”, mi ha spiegato il professor Segal, “anche se non si tratta ancora di un genocidio”.
Il professor Segal ha pagato per la sua onestà. L’offerta di dirigere il Centro per gli studi sull’Olocausto e il genocidio dell’Università del Minnesota, che non ha mai condannato il genocidio, è stata revocata.
Quando io e il professor Segal abbiamo testimoniato presso la capitale dello stato, Trenton, per opporci all’approvazione del disegno di legge dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), che equipara la critica allo stato di Israele all’antisemitismo, siamo stati scherniti dai sionisti e i nostri microfoni sono stati disattivati dal presidente della commissione. Eravamo lì, a sostenere che quel disegno di legge avrebbe limitato la libertà di parola, mentre in tempo reale ci veniva negata tale libertà.
Il genocidio rappresenta la fase successiva di quella che l’antropologo Arjun Appadurai definisce “una vasta correzione malthusiana a livello mondiale”, volta a “preparare il mondo ai vincitori della globalizzazione, eliminando il fastidioso rumore dei perdenti”.
Il finanziamento e l’armamento di Israele da parte degli Stati Uniti e delle nazioni europee, mentre perpetra un genocidio, ha fatto implodere l’ordine giuridico internazionale post-bellico. Esso ha perso ogni credibilità. L’Occidente non può più impartire lezioni a nessuno su democrazia, diritti umani o sulle presunte virtù della civiltà occidentale. L’inganno, secondo cui noi come nazione promuoveremmo in qualche modo democrazia, uguaglianza e diritti umani, è finito.
«Mentre Gaza induce vertigini, una sensazione di caos e vuoto, per innumerevoli persone impotenti diventa la condizione essenziale della coscienza politica ed etica nel ventunesimo secolo, proprio come la Prima Guerra Mondiale lo fu per una generazione in Occidente», scrive Pankaj Mishra.
Nessuno di noi che abbia lavorato come corrispondente da Israele e Palestina, dove ho lavorato come giornalista per sette anni, aveva previsto questo genocidio. Eppure, eravamo perfettamente consapevoli dell’impulso genocida che era alla base del progetto sionista: il desiderio di ampi settori della società israeliana di sradicare ed espellere tutti i palestinesi. Questo impulso genocida era presente fin dalla nascita del sionismo.
Victor Klemperer, professore di linguistica e figlio di un rabbino berlinese vissuto sotto il regime nazista, annotò nel suo diario: “Per me i sionisti, che vogliono tornare allo stato ebraico del 70 d.C. (distruzione di Gerusalemme da parte di Tito), sono altrettanto offensivi dei nazisti. Con la loro sete di sangue, le loro antiche ‘radici culturali’, il loro modo, in parte ipocrita e in parte ottuso, di riavvolgere il mondo, sono assolutamente all’altezza dei nazionalsocialisti”.
Ho seguito le vicende del rabbino estremista Meir Kahane, il quale sosteneva che la violenza fosse una virtù ebraica e la vendetta un comandamento divino. Quando mi trovavo in Israele, il governo israeliano gli aveva impedito di candidarsi a cariche pubbliche.
Kahane fu assassinato il 5 novembre 1990 a New York. Il suo partito, il Kach Party, fu messo al bando in Israele quattro anni dopo, in seguito all’attentato di Baruch Goldstein, un medico nato a Brooklyn e membro del Kach, che entrò nella moschea di Ibrahimi a Hebron e aprì il fuoco sui fedeli, uccidendo 29 palestinesi. Goldstein, vestito con la sua uniforme da capitano dell’esercito, fu sopraffatto dai fedeli e picchiato a morte.
I miei redattori di New York mi mandarono a intervistare i sopravvissuti. Quando ricevettero il manoscritto, insistettero affinché realizzassi altre interviste con coloni ebrei che giustificavano le rivendicazioni di Goldstein nei confronti dei palestinesi, parte di un gioco di equilibrio, ma in realtà parte di uno sforzo per oscurare la verità.
Kach, in seguito alle sue dichiarazioni di sostegno al massacro, è stata dichiarata organizzazione terroristica dagli Stati Uniti.
Ma il kahanismo non morì. Fu alimentato da estremisti e coloni ebrei.
L’intolleranza razziale di Kach e i suoi appelli alla violenza di massa contro i palestinesi hanno contagiato segmenti sempre più ampi della società israeliana, trovando un’accettazione pressoché universale dopo gli attentati del 7 ottobre.
Ho assistito a questa intolleranza durante i comizi politici tenuti da Netanyahu, che riceveva ingenti finanziamenti da americani di destra legati all’AIPAC, quando si candidò contro Yitzhak Rabin, che stava negoziando un accordo di pace con i palestinesi. I sostenitori di Netanyahu scandivano slogan ispirati a Kahane come “Morte agli arabi” e “Morte a Rabin”. Bruciarono un’effigie di Rabin vestito con un’uniforme nazista. Netanyahu sfilò davanti a un finto funerale di Rabin.
Rabin fu assassinato da un fanatico ebreo il 4 novembre 1995.
Netanyahu, che è diventato primo ministro per la prima volta nel 1996, ha trascorso la sua carriera politica a coltivare i rapporti con questi estremisti ebrei, tra cui Itamar Ben-Gvir, che ha appeso un ritratto di Goldstein alla parete del suo salotto, Bezalel Smotrich, Avigdor Lieberman, Gideon Sa’ar e Naftali Bennett.
Il padre di Netanyahu, Benzion, che lavorò come assistente del fondatore del sionismo revisionista, Vladimir Jabotinsky, e che Benito Mussolini definì “un buon fascista”, fu un leader del partito Herut, che auspicava l’annessione da parte di Israele di tutti i territori della Palestina storica. Molti dei membri del partito Herut compirono attentati terroristici durante la guerra del 1948 che portò alla creazione dello Stato di Israele.
Albert Einstein, Hannah Arendt, Sidney Hook e altri intellettuali ebrei descrissero il partito Herut, in una dichiarazione pubblicata sul New York Times, come un partito “strettamente affine, per organizzazione, metodi, filosofia politica e appeal sociale, ai partiti nazisti e fascisti”.
All’interno del progetto sionista è sempre esistita una virulenta corrente di fascismo ebraico, che rispecchia la corrente fascista presente nella società americana. Purtroppo, per noi e per i palestinesi, queste correnti fasciste sono in ascesa.
La decisione di annientare Gaza è da tempo il sogno degli sionisti di estrema destra, eredi del movimento di Kahane. L’identità ebraica e il nazionalismo ebraico sono le versioni sioniste dell’ideologia nazista del “sangue e suolo”. La supremazia ebraica è santificata da Dio, così come lo è il massacro dei palestinesi, che Netanyahu ha paragonato agli Amaleciti biblici sterminati dagli Israeliti. Gli europei e gli euroamericani nelle colonie americane usarono lo stesso passo biblico per giustificare il loro genocidio contro i nativi americani.
I nemici – solitamente musulmani – destinati all’estinzione sono subumani che incarnano il male. La violenza e la minaccia di violenza sono le uniche forme di comunicazione comprensibili a chi si trova al di fuori della magica cerchia del nazionalismo ebraico.
La redenzione messianica avverrà una volta che i palestinesi saranno espulsi. Gli estremisti ebrei chiedono la demolizione della moschea di Al-Aqsa, uno dei tre luoghi più sacri per i musulmani, presumibilmente costruita sulle rovine del Secondo Tempio ebraico, distrutto nel 70 d.C. dall’esercito romano. Questi estremisti auspicano la costruzione di un “Terzo” Tempio ebraico al suo posto, una mossa che scatenerebbe l’ira del mondo musulmano.
La Cisgiordania, che i fanatici chiamano “Giudea e Samaria”, viene annessa da Israele. Israele, governato da leggi religiose imposte dai partiti ultraortodossi Shas e Giudaismo Unito della Torah, presto assumerà un modello teocratico dispotico simile a quello iraniano.
James Baldwin aveva previsto con lungimiranza questa regressione alla nostra innata barbarie. Avvertì che esisteva una “terribile probabilità” che “le popolazioni occidentali, lottando per aggrapparsi a ciò che hanno rubato ai loro prigionieri e incapaci di guardarsi allo specchio, avrebbero scatenato un caos in tutto il mondo che, se non avrebbe posto fine alla vita su questo pianeta, avrebbe portato a una guerra razziale come il mondo non ha mai visto, e per la quale le generazioni future avrebbero maledetto i nostri nomi per sempre”.
La brutalità che si consuma in Iran, Libano e Gaza è la stessa brutalità che affrontiamo in patria. Coloro che perpetrano il genocidio, i massacri di massa e la guerra non provocata contro l’Iran sono gli stessi che stanno smantellando le nostre istituzioni democratiche.
Gli iraniani, i libanesi e i palestinesi sanno che non c’è modo di placare questi mostri. Le élite globali non credono a nulla. Non provano nulla. Non ci si può fidare di loro. Mostrano i tratti distintivi di tutti gli psicopatici: fascino superficiale, grandiosità e senso di superiorità, bisogno di stimoli costanti, propensione alla menzogna, all’inganno, alla manipolazione e incapacità di provare rimorso o colpa. Disprezzano come debolezza le virtù dell’empatia, dell’onestà, della compassione e dell’abnegazione. Vivono secondo il credo dell’Io. Io. Io.
«Il fatto che milioni di persone condividano gli stessi vizi non trasforma questi vizi in virtù, il fatto che condividano tanti errori non li rende verità, e il fatto che milioni di persone condividano le stesse forme di patologia mentale non rende queste persone sane», scrive Erich Fromm in «La società sana».
Abbiamo assistito al male per quasi tre anni a Gaza. Lo vediamo ora in Iran. Lo vediamo in Libano. Vediamo questo male giustificato o mascherato dai leader politici e dai media.
Il New York Times, con un atteggiamento che sembrava uscito direttamente da Orwell, ha inviato una nota interna a giornalisti e redattori intimando loro di evitare i termini “campi profughi”, “territorio occupato”, “pulizia etnica” e, naturalmente, “genocidio” quando scrivevano di Gaza.
Coloro che denunciano e condannano questo male, compresi gli eroici studenti che allestiscono accampamenti nei campus universitari, sia qui che all’estero, vengono diffamati, messi al bando ed epurati. Vengono arrestati e deportati. Un silenzio paralizzante sta calando su di noi, il silenzio di tutti gli stati autoritari. Sappiamo dove tutto questo porterà. Chi non fa il proprio dovere, chi non appoggia la guerra contro l’Iran, chi non si esprime contro il crimine di genocidio, si vede revocata la licenza di trasmissione, come proposto da Brendan Carr, presidente della FCC nominato da Trump.
Abbiamo dei nemici. Non sono in Palestina. Non sono in Libano. Non sono in Iran. Sono qui. Tra noi. Dettano le nostre vite. Sono traditori dei nostri ideali. Sono traditori del nostro Paese. Immaginano un mondo di schiavi e padroni. Gaza è solo l’inizio. Non ci sono meccanismi interni per le riforme. Possiamo solo ostacolarli o arrenderci.
Queste sono le uniche opzioni rimaste.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/03/2026
22/02/2026
La follia suicida di una guerra con l’Iran
di Chris Hedges
La squadra di negoziatori di Stanlio e Ollio, formata da Steve Witkoff e Jared Kushner, unita alla spaventosa ignoranza di Trump in materia di affari mondiali e alla sua megalomania, sembra destinata a spingere gli Stati Uniti verso un altro disastro in Medio Oriente, un disastro che il Congresso non ha approvato e che l’opinione pubblica non vuole.
Le richieste imposte all’Iran dalla Casa Bianca di Trump non sono più accettabili per il regime di Teheran di quelle imposte ad Hamas a Gaza nell’ambito del finto piano di pace di Trump.
La richiesta di Trump che l’Iran interrompa il suo programma nucleare e rinunci alle sue capacità missilistiche in cambio di nessuna nuova sanzione è tanto sorda quanto l’appello ad Hamas al disarmo a Gaza. Ma poiché da tempo abbiamo rinunciato ai diplomatici, che sono alfabetizzati linguisticamente, politicamente e culturalmente, e che possono mettersi nei panni dei loro avversari, siamo condotti a un’altra guerra in Medio Oriente dalla nostra nuova cricca di buffoni. Gli Stati Uniti e Israele credono scioccamente di poter bombardare il governo iraniano e insediare un regime fantoccio. Che questo sistema di credenze irrealistico abbia fallito in Afghanistan, Iraq e Libia sfugge loro.
La promessa di non imporre nuove sanzioni non incentiverà l’Iran a mediare un accordo. L’Iran è già paralizzato da sanzioni onerose che hanno devastato la sua economia. Questo non farà nulla per spezzare la morsa economica.
L’Iran non rinuncerà al suo programma nucleare, che ha il potenziale per essere trasformato in un’arma, né al suo programma missilistico balistico, che Israele ha dichiarato di voler colpire con un attacco aereo. Il presunto arsenale nucleare israeliano di circa 300 testate è un potente incentivo per l’Iran a mantenere la capacità di costruire un proprio arsenale nucleare. L’Iran, come Hamas, non si renderà mai indifeso contro coloro che cercano di annientarlo.
Un attacco aereo contro l’Iran non sarà come l’assalto durato 12 giorni dello scorso giugno contro gli impianti nucleari e le strutture statali e di sicurezza dell’Iran. Allora l’Iran calibrava la sua risposta con attacchi simbolici alla base aerea di Al Udeid in Qatar, nella speranza che non portassero a un conflitto più ampio e prolungato. Se venisse lanciato un attacco aereo oggi, l’Iran non avrebbe nulla da perdere. Capirebbe che placare i suoi avversari è impossibile.
L’Iran non è l’Iraq. L’Iran non è l’Afghanistan. L’Iran non è il Libano. L’Iran non è la Libia. L’Iran non è la Siria. L’Iran non è lo Yemen. L’Iran è il diciassettesimo paese più grande del mondo, con una superficie equivalente alle dimensioni dell’Europa occidentale. Ha una popolazione di quasi 90 milioni di abitanti, 10 volte più di Israele, e le sue risorse militari, così come le alleanze con Cina e Russia, lo rendono un avversario temibile.
Nonostante la relativa debolezza militare dell’Iran, se confrontato con le forze combinate di Stati Uniti e Israele, può infliggere danni ingenti. Lo farà il più rapidamente possibile. Centinaia di soldati americani saranno probabilmente uccisi. L’Iran chiuderà sicuramente lo Stretto di Hormuz, il più importante punto di passaggio petrolifero al mondo, da cui transita il 20% delle forniture mondiali di greggio.
Questo raddoppierà o triplicherà il prezzo del petrolio e devasterà l’economia globale. Prenderà di mira gli impianti petroliferi, insieme alle navi e alle basi militari statunitensi nella regione.
Le crescenti perdite e l’impennata dei prezzi del petrolio forniranno a Trump e alla sua spregevole controparte in Israele l’occasione per scatenare una guerra regionale prolungata.
Questo è il prezzo da pagare per essere governati da imbecilli. Che Dio ci aiuti.
Fonte
La squadra di negoziatori di Stanlio e Ollio, formata da Steve Witkoff e Jared Kushner, unita alla spaventosa ignoranza di Trump in materia di affari mondiali e alla sua megalomania, sembra destinata a spingere gli Stati Uniti verso un altro disastro in Medio Oriente, un disastro che il Congresso non ha approvato e che l’opinione pubblica non vuole.
Le richieste imposte all’Iran dalla Casa Bianca di Trump non sono più accettabili per il regime di Teheran di quelle imposte ad Hamas a Gaza nell’ambito del finto piano di pace di Trump.
La richiesta di Trump che l’Iran interrompa il suo programma nucleare e rinunci alle sue capacità missilistiche in cambio di nessuna nuova sanzione è tanto sorda quanto l’appello ad Hamas al disarmo a Gaza. Ma poiché da tempo abbiamo rinunciato ai diplomatici, che sono alfabetizzati linguisticamente, politicamente e culturalmente, e che possono mettersi nei panni dei loro avversari, siamo condotti a un’altra guerra in Medio Oriente dalla nostra nuova cricca di buffoni. Gli Stati Uniti e Israele credono scioccamente di poter bombardare il governo iraniano e insediare un regime fantoccio. Che questo sistema di credenze irrealistico abbia fallito in Afghanistan, Iraq e Libia sfugge loro.
La promessa di non imporre nuove sanzioni non incentiverà l’Iran a mediare un accordo. L’Iran è già paralizzato da sanzioni onerose che hanno devastato la sua economia. Questo non farà nulla per spezzare la morsa economica.
L’Iran non rinuncerà al suo programma nucleare, che ha il potenziale per essere trasformato in un’arma, né al suo programma missilistico balistico, che Israele ha dichiarato di voler colpire con un attacco aereo. Il presunto arsenale nucleare israeliano di circa 300 testate è un potente incentivo per l’Iran a mantenere la capacità di costruire un proprio arsenale nucleare. L’Iran, come Hamas, non si renderà mai indifeso contro coloro che cercano di annientarlo.
Un attacco aereo contro l’Iran non sarà come l’assalto durato 12 giorni dello scorso giugno contro gli impianti nucleari e le strutture statali e di sicurezza dell’Iran. Allora l’Iran calibrava la sua risposta con attacchi simbolici alla base aerea di Al Udeid in Qatar, nella speranza che non portassero a un conflitto più ampio e prolungato. Se venisse lanciato un attacco aereo oggi, l’Iran non avrebbe nulla da perdere. Capirebbe che placare i suoi avversari è impossibile.
L’Iran non è l’Iraq. L’Iran non è l’Afghanistan. L’Iran non è il Libano. L’Iran non è la Libia. L’Iran non è la Siria. L’Iran non è lo Yemen. L’Iran è il diciassettesimo paese più grande del mondo, con una superficie equivalente alle dimensioni dell’Europa occidentale. Ha una popolazione di quasi 90 milioni di abitanti, 10 volte più di Israele, e le sue risorse militari, così come le alleanze con Cina e Russia, lo rendono un avversario temibile.
Nonostante la relativa debolezza militare dell’Iran, se confrontato con le forze combinate di Stati Uniti e Israele, può infliggere danni ingenti. Lo farà il più rapidamente possibile. Centinaia di soldati americani saranno probabilmente uccisi. L’Iran chiuderà sicuramente lo Stretto di Hormuz, il più importante punto di passaggio petrolifero al mondo, da cui transita il 20% delle forniture mondiali di greggio.
Questo raddoppierà o triplicherà il prezzo del petrolio e devasterà l’economia globale. Prenderà di mira gli impianti petroliferi, insieme alle navi e alle basi militari statunitensi nella regione.
Le crescenti perdite e l’impennata dei prezzi del petrolio forniranno a Trump e alla sua spregevole controparte in Israele l’occasione per scatenare una guerra regionale prolungata.
Questo è il prezzo da pagare per essere governati da imbecilli. Che Dio ci aiuti.
Fonte
21/01/2026
Le ultime elezioni negli Stati Uniti?
La minaccia di Donald Trump di annullare le elezioni di medio termine non è una finzione. Ha tentato di ribaltare i risultati delle elezioni del 2020 e ha affermato che non avrebbe accettato l’esito delle elezioni del 2024 in caso di sconfitta. Riflette sulla possibilità di sfidare la Costituzione per un terzo mandato. È determinato a mantenere il controllo assoluto, sostenuto da un’ossequiosa maggioranza Repubblicana, al Congresso.
Teme, se perde il controllo del Congresso, l’impeachment. Teme ostacoli alla rapida riconfigurazione dell’America come Stato autoritario. Teme di perdere i monumenti che sta costruendo per sé stesso: il suo nome impresso sugli edifici federali, incluso il Centro Kennedy, l’abolizione dell’ingresso gratuito ai parchi nazionali in occasione del Giorno di Martin Luther King Jr., sostituendolo con il suo compleanno, la conquista della Groenlandia e chissà, forse del Canada, la sua capacità di mettere sotto assedio città come Minneapolis e di sfollare i residenti legittimi dalle strade.
I dittatori amano le elezioni, purché siano truccate. Le dittature di cui mi sono occupato in America Latina, Medio Oriente, Africa e Balcani hanno messo in scena spettacoli elettorali altamente coreografati. Questi spettacoli erano un cinico apparato scenico il cui esito era predeterminato.
Sono stati usati per legittimare un controllo ferreo su una popolazione prigioniera, mascherare l’arricchimento del dittatore, della sua famiglia e della sua cerchia ristretta, criminalizzare ogni dissenso e mettere al bando i partiti politici di opposizione in nome della “volontà del popolo”.
Quando Saddam Hussein tenne un referendum presidenziale nell’ottobre del 1995, l’unica domanda sulla scheda elettorale era: “Approvate che il Presidente Saddam Hussein diventi Presidente della Repubblica?”. Gli elettori potevano scegliere tra “sì” e “no”. I risultati ufficiali videro Hussein vincere il 99,96% dei circa 8,4 milioni di voti espressi. L’affluenza alle urne fu del 99,47%.
Il suo omologo in Egitto, l’ex Generale Hosni Mubarak, fu rieletto nel 2005 per un quinto mandato consecutivo di sei anni con un mandato più modesto, pari all’88,6% dei voti. La mia copertura poco reverenziale delle elezioni tenutesi in Siria nel 1991, dove c’era un solo candidato sulla scheda elettorale, il Presidente Hafez al-Assad, che avrebbe ottenuto il 99,9% dei voti, mi costò l’espulsione dal Paese.
Questi spettacoli sono il modello, mi aspetto, per quello che verrà dopo, a meno che Trump non realizzi il suo desiderio più profondo, ovvero emulare il Principe ereditario Mohammed bin Salman dell’Arabia Saudita, la cui scorta ha assassinato il mio collega e amico Jamal Khashoggi nel 2018 nel consolato saudita di Istanbul, e non indire affatto elezioni.
L’aspirante Presidente a vita Trump lancia l’idea di annullare le elezioni di medio termine del 2026, dicendo a Reuters che, “a pensarci bene, non dovremmo nemmeno indire elezioni”. Quando il Presidente Volodymyr Zelensky ha informato Trump che le elezioni non si sarebbero tenute in Ucraina a causa della guerra, Trump ha esclamato: “Quindi intendi dire che se ci trovassimo in guerra con qualcuno, niente più elezioni? Oh, bene”.
Trump ha dichiarato al New York Times di rimpiangere di non aver ordinato alla Guardia Nazionale di sequestrare le macchine per il voto dopo le elezioni del 2020. Vuole abolire il voto per corrispondenza, insieme alle macchine per il voto e ai tabulatori, che consentono alle commissioni elettorali di pubblicare i risultati la sera delle elezioni. Meglio rallentare il processo e, come la macchina politica di Chicago sotto il Sindaco Richard J. Daley, riempire le scatole di schede elettorali dopo la chiusura dei seggi per assicurarsi la vittoria.
L’amministrazione Trump sta vietando le campagne di registrazione degli elettori presso i centri di naturalizzazione. Sta imponendo leggi restrittive a livello nazionale sull’identificazione degli elettori. Sta riducendo le ore che i dipendenti federali possono utilizzare per lasciare il lavoro e votare.
In Texas, la nuova mappa della riorganizzazione dei distretti elettorali priva palesemente del diritto di voto gli elettori afro e latinoamericani, una mossa confermata dalla Corte Suprema. Si prevede che eliminerà cinque seggi democratici al Congresso.
Le nostre elezioni inondate di denaro, unite a un’aggressiva manipolazione, fanno sì che poche gare per il Congresso siano competitive. La recente riorganizzazione dei distretti elettorali ha, finora, praticamente garantito ai Repubblicani altri nove seggi in Texas, Missouri, Carolina del Nord e Ohio e sei ai Democratici, cinque in California e uno nello Utah.
I Repubblicani intendono attuare ulteriori riorganizzazioni in Florida, mentre i democratici pianificano un’iniziativa referendaria per la riorganizzazione in Virginia. Se la Corte Suprema continua a smantellare la Legge sul Diritto di Voto, la riorganizzazione repubblicana esploderà, consolidando potenzialmente una vittoria repubblicana, che la maggioranza degli elettori lo voglia o no. Nessuno può definire democratica la riorganizzazione dei distretti elettorali.
La sentenza della Corte Suprema nel caso Citizens United (Cittadini Uniti) ci ha privato di qualsiasi reale contributo alle elezioni. Citizens United ha permesso che corporazioni e ricchi individui truccassero il processo elettorale in nome della libertà di parola tutelata dal Primo Emendamento. Ha stabilito che l’attività di lobbismo, pesantemente finanziata e organizzata dalle grandi aziende, costituisce un’applicazione del diritto dei cittadini a presentare petizioni al proprio governo.
I nostri diritti più elementari, inclusa la libertà dalla sorveglianza governativa su larga scala, sono stati costantemente revocati per decreto giudiziario e legislativo.
Il “consenso dei governati” è una barzelletta crudele.
Ci sono poche differenze sostanziali tra Democratici e Repubblicani. Esistono per creare l’illusione di una democrazia rappresentativa. I Democratici e i loro apologeti liberali adottano posizioni tolleranti su questioni riguardanti razza, religione, immigrazione, diritti delle donne e identità sessuale, e fingono che questa sia politica.
La destra usa coloro che sono ai margini della società, in particolare gli immigrati e la fantomatica “sinistra radicale”, come capri espiatori. Ma su tutte le questioni principali: guerra, accordi commerciali, austerità, polizia militarizzata, il vasto stato carcerario e la deindustrializzazione, sono in perfetta sintonia.
“Non si può indicare alcuna istituzione nazionale che possa essere accuratamente descritta come democratica”, ha osservato il filosofo politico Sheldon Wolin nel suo libro “Democrazia Incorporata”, “sicuramente non nelle elezioni altamente gestite e ultrafinanziate, nel Congresso infestato dalle lobby, nella presidenza imperialista, nel sistema giudiziario e penale classista, o, men che meno, nei media”.
Wolin ha definito il nostro sistema di governo “Totalitarismo Invertito”. Esso ha reso omaggio esteriore alla facciata della politica elettorale, alla Costituzione, alle libertà civili, alla libertà di stampa, all’indipendenza della magistratura e all’iconografia, alle tradizioni e al linguaggio del patriottismo americano, mentre ha permesso a corporazioni e oligarchi di impossessarsi di fatto di tutti i meccanismi di potere per rendere impotenti i cittadini.
Il vuoto del panorama politico sotto il “Totalitarismo Invertito” ha visto la politica fondersi con l’intrattenimento. Ha favorito una farsa politica incessante, una politica senza politica. Il tema dell’Impero, insieme al potere aziendale senza regole, alla guerra senza fine, alla povertà e alla disuguaglianza sociale, è diventato un tabù.
Questi spettacoli politici creano personalità politiche prefabbricate, come il personaggio fittizio di Trump nel film “The Apprentice”. Vivono di retorica vuota, pubbliche relazioni sofisticate, pubblicità astuta, propaganda e l’uso costante di gruppi di discussione e sondaggi d’opinione per restituire agli elettori ciò che vogliono sentirsi dire. La campagna presidenziale di Kamala Harris, insipida, senza problemi e guidata dalle celebrità, è stata un esempio lampante di questa arte performativa politica.
L’assalto alla democrazia, portato avanti dai due partiti al potere, ha preparato il terreno per Trump. Hanno depotenziato le nostre istituzioni democratiche, ci hanno privato dei nostri diritti più basilari e hanno rafforzato la macchina del controllo autoritario, inclusa la presidenza imperialista. Tutto ciò che Trump ha dovuto fare è stato premere l’interruttore.
La violenza indiscriminata della polizia, tipica delle comunità urbane povere, dove la polizia militarizzata funge da giudice, giuria e boia, ha da tempo conferito allo Stato il Potere di molestare e uccidere “legalmente” i cittadini impunemente. Ha generato la più grande popolazione carceraria del mondo. Questa demolizione delle libertà civili e del giusto processo si è ora riversata su tutti noi. Trump non l’ha avviata. L’ha ampliata. Il terrore è il punto.
Trump, come tutti i dittatori, è inebriato dal militarismo. Chiede che il bilancio del Pentagono venga aumentato da 1.000 miliardi di dollari (859,3 miliardi di euro) a 1.500 miliardi di dollari (1.289 miliardi di euro). Il Congresso, approvando il One Big Beautiful Bill Act (una legge fiscale che rende permanenti molti dei tagli fiscali del 2017, introduce nuove riduzioni, aumenta il tetto del debito, e riduce la spesa per programmi come assistenza sanitaria e assistenza alimentare) di Trump, ha stanziato oltre 170 miliardi di dollari (146,1 miliardi di euro) per il controllo delle frontiere e dell’interno, inclusi 75 miliardi di dollari (64,5 miliardi di euro) per il Dipartimento Immigrazione e Dogane nei prossimi quattro anni.
Una cifra superiore al bilancio annuale di tutte le forze dell’ordine locali e statali messe insieme.
“Quando un governo costituzionalmente limitato utilizza armi dall’orribile potere distruttivo, ne sovvenziona lo sviluppo e diventa il più grande trafficante d’armi del mondo”, scrive Wolin, “la Costituzione viene arruolata per fungere da apprendista del potere piuttosto che da sua coscienza”.
Prosegue:
“Il fatto che il cittadino patriottico sostenga incondizionatamente l’esercito e il suo ingente bilancio significa che i conservatori sono riusciti a convincere l’opinione pubblica che l’esercito è una cosa distinta dal governo. Pertanto, l’elemento più sostanziale del potere statale viene rimosso dal dibattito pubblico.
Allo stesso modo, nel suo nuovo status di cittadino imperiale, il credente continua a disprezzare la burocrazia, ma non esita a obbedire alle direttive emanate dal Dipartimento per la Sicurezza Interna, il dipartimento governativo più grande e invadente nella storia della nazione. L’identificazione con il militarismo e il patriottismo, insieme all’immagine della potenza americana proiettata dai media, serve a far sentire il singolo cittadino più forte, compensando così il senso di debolezza che l’economia infligge a una forza lavoro oberata di lavoro, esausta e insicura”.
I Democratici alle prossime elezioni, se ce ne saranno, offriranno alternative meno peggiori, facendo poco o nulla per ostacolare la marcia verso l’autoritarismo. Rimarranno ostaggio delle richieste di lobbisti aziendali e oligarchi. Il partito, che non rappresenta nulla e non lotta per nulla, potrebbe benissimo regalare a Trump una vittoria alle elezioni di medio termine. Ma Trump non vuole correre questo rischio.
Trump e i suoi tirapiedi stanno chiudendo energicamente l’ultima via d’uscita integrata nel sistema che impedisce la dittatura assoluta. Intendono orchestrare le elezioni farsa tipiche di tutte le dittature, o abolirle. Non stanno scherzando.
Questo sarà il colpo mortale all’esperimento americano. Non si tornerà indietro. Diventeremo uno Stato di Polizia. Le nostre libertà, già pesantemente attaccate, saranno estinte. A quel punto, solo mobilitazioni di massa e scioperi ostacoleranno il consolidamento della dittatura. E tali azioni, come vediamo a Minneapolis, saranno accolte con una letale repressione statale.
Il sovvertimento delle prossime elezioni offrirà due scelte drastiche ai più accaniti oppositori di Trump. L’esilio o l’arresto e la prigionia per mano dei criminali del Dipartimento Immigrazione.
La Resistenza alla Bestia, come in tutte le dittature, avrà un costo molto alto.
Fonte
Teme, se perde il controllo del Congresso, l’impeachment. Teme ostacoli alla rapida riconfigurazione dell’America come Stato autoritario. Teme di perdere i monumenti che sta costruendo per sé stesso: il suo nome impresso sugli edifici federali, incluso il Centro Kennedy, l’abolizione dell’ingresso gratuito ai parchi nazionali in occasione del Giorno di Martin Luther King Jr., sostituendolo con il suo compleanno, la conquista della Groenlandia e chissà, forse del Canada, la sua capacità di mettere sotto assedio città come Minneapolis e di sfollare i residenti legittimi dalle strade.
I dittatori amano le elezioni, purché siano truccate. Le dittature di cui mi sono occupato in America Latina, Medio Oriente, Africa e Balcani hanno messo in scena spettacoli elettorali altamente coreografati. Questi spettacoli erano un cinico apparato scenico il cui esito era predeterminato.
Sono stati usati per legittimare un controllo ferreo su una popolazione prigioniera, mascherare l’arricchimento del dittatore, della sua famiglia e della sua cerchia ristretta, criminalizzare ogni dissenso e mettere al bando i partiti politici di opposizione in nome della “volontà del popolo”.
Quando Saddam Hussein tenne un referendum presidenziale nell’ottobre del 1995, l’unica domanda sulla scheda elettorale era: “Approvate che il Presidente Saddam Hussein diventi Presidente della Repubblica?”. Gli elettori potevano scegliere tra “sì” e “no”. I risultati ufficiali videro Hussein vincere il 99,96% dei circa 8,4 milioni di voti espressi. L’affluenza alle urne fu del 99,47%.
Il suo omologo in Egitto, l’ex Generale Hosni Mubarak, fu rieletto nel 2005 per un quinto mandato consecutivo di sei anni con un mandato più modesto, pari all’88,6% dei voti. La mia copertura poco reverenziale delle elezioni tenutesi in Siria nel 1991, dove c’era un solo candidato sulla scheda elettorale, il Presidente Hafez al-Assad, che avrebbe ottenuto il 99,9% dei voti, mi costò l’espulsione dal Paese.
Questi spettacoli sono il modello, mi aspetto, per quello che verrà dopo, a meno che Trump non realizzi il suo desiderio più profondo, ovvero emulare il Principe ereditario Mohammed bin Salman dell’Arabia Saudita, la cui scorta ha assassinato il mio collega e amico Jamal Khashoggi nel 2018 nel consolato saudita di Istanbul, e non indire affatto elezioni.
L’aspirante Presidente a vita Trump lancia l’idea di annullare le elezioni di medio termine del 2026, dicendo a Reuters che, “a pensarci bene, non dovremmo nemmeno indire elezioni”. Quando il Presidente Volodymyr Zelensky ha informato Trump che le elezioni non si sarebbero tenute in Ucraina a causa della guerra, Trump ha esclamato: “Quindi intendi dire che se ci trovassimo in guerra con qualcuno, niente più elezioni? Oh, bene”.
Trump ha dichiarato al New York Times di rimpiangere di non aver ordinato alla Guardia Nazionale di sequestrare le macchine per il voto dopo le elezioni del 2020. Vuole abolire il voto per corrispondenza, insieme alle macchine per il voto e ai tabulatori, che consentono alle commissioni elettorali di pubblicare i risultati la sera delle elezioni. Meglio rallentare il processo e, come la macchina politica di Chicago sotto il Sindaco Richard J. Daley, riempire le scatole di schede elettorali dopo la chiusura dei seggi per assicurarsi la vittoria.
L’amministrazione Trump sta vietando le campagne di registrazione degli elettori presso i centri di naturalizzazione. Sta imponendo leggi restrittive a livello nazionale sull’identificazione degli elettori. Sta riducendo le ore che i dipendenti federali possono utilizzare per lasciare il lavoro e votare.
In Texas, la nuova mappa della riorganizzazione dei distretti elettorali priva palesemente del diritto di voto gli elettori afro e latinoamericani, una mossa confermata dalla Corte Suprema. Si prevede che eliminerà cinque seggi democratici al Congresso.
Le nostre elezioni inondate di denaro, unite a un’aggressiva manipolazione, fanno sì che poche gare per il Congresso siano competitive. La recente riorganizzazione dei distretti elettorali ha, finora, praticamente garantito ai Repubblicani altri nove seggi in Texas, Missouri, Carolina del Nord e Ohio e sei ai Democratici, cinque in California e uno nello Utah.
I Repubblicani intendono attuare ulteriori riorganizzazioni in Florida, mentre i democratici pianificano un’iniziativa referendaria per la riorganizzazione in Virginia. Se la Corte Suprema continua a smantellare la Legge sul Diritto di Voto, la riorganizzazione repubblicana esploderà, consolidando potenzialmente una vittoria repubblicana, che la maggioranza degli elettori lo voglia o no. Nessuno può definire democratica la riorganizzazione dei distretti elettorali.
La sentenza della Corte Suprema nel caso Citizens United (Cittadini Uniti) ci ha privato di qualsiasi reale contributo alle elezioni. Citizens United ha permesso che corporazioni e ricchi individui truccassero il processo elettorale in nome della libertà di parola tutelata dal Primo Emendamento. Ha stabilito che l’attività di lobbismo, pesantemente finanziata e organizzata dalle grandi aziende, costituisce un’applicazione del diritto dei cittadini a presentare petizioni al proprio governo.
I nostri diritti più elementari, inclusa la libertà dalla sorveglianza governativa su larga scala, sono stati costantemente revocati per decreto giudiziario e legislativo.
Il “consenso dei governati” è una barzelletta crudele.
Ci sono poche differenze sostanziali tra Democratici e Repubblicani. Esistono per creare l’illusione di una democrazia rappresentativa. I Democratici e i loro apologeti liberali adottano posizioni tolleranti su questioni riguardanti razza, religione, immigrazione, diritti delle donne e identità sessuale, e fingono che questa sia politica.
La destra usa coloro che sono ai margini della società, in particolare gli immigrati e la fantomatica “sinistra radicale”, come capri espiatori. Ma su tutte le questioni principali: guerra, accordi commerciali, austerità, polizia militarizzata, il vasto stato carcerario e la deindustrializzazione, sono in perfetta sintonia.
“Non si può indicare alcuna istituzione nazionale che possa essere accuratamente descritta come democratica”, ha osservato il filosofo politico Sheldon Wolin nel suo libro “Democrazia Incorporata”, “sicuramente non nelle elezioni altamente gestite e ultrafinanziate, nel Congresso infestato dalle lobby, nella presidenza imperialista, nel sistema giudiziario e penale classista, o, men che meno, nei media”.
Wolin ha definito il nostro sistema di governo “Totalitarismo Invertito”. Esso ha reso omaggio esteriore alla facciata della politica elettorale, alla Costituzione, alle libertà civili, alla libertà di stampa, all’indipendenza della magistratura e all’iconografia, alle tradizioni e al linguaggio del patriottismo americano, mentre ha permesso a corporazioni e oligarchi di impossessarsi di fatto di tutti i meccanismi di potere per rendere impotenti i cittadini.
Il vuoto del panorama politico sotto il “Totalitarismo Invertito” ha visto la politica fondersi con l’intrattenimento. Ha favorito una farsa politica incessante, una politica senza politica. Il tema dell’Impero, insieme al potere aziendale senza regole, alla guerra senza fine, alla povertà e alla disuguaglianza sociale, è diventato un tabù.
Questi spettacoli politici creano personalità politiche prefabbricate, come il personaggio fittizio di Trump nel film “The Apprentice”. Vivono di retorica vuota, pubbliche relazioni sofisticate, pubblicità astuta, propaganda e l’uso costante di gruppi di discussione e sondaggi d’opinione per restituire agli elettori ciò che vogliono sentirsi dire. La campagna presidenziale di Kamala Harris, insipida, senza problemi e guidata dalle celebrità, è stata un esempio lampante di questa arte performativa politica.
L’assalto alla democrazia, portato avanti dai due partiti al potere, ha preparato il terreno per Trump. Hanno depotenziato le nostre istituzioni democratiche, ci hanno privato dei nostri diritti più basilari e hanno rafforzato la macchina del controllo autoritario, inclusa la presidenza imperialista. Tutto ciò che Trump ha dovuto fare è stato premere l’interruttore.
La violenza indiscriminata della polizia, tipica delle comunità urbane povere, dove la polizia militarizzata funge da giudice, giuria e boia, ha da tempo conferito allo Stato il Potere di molestare e uccidere “legalmente” i cittadini impunemente. Ha generato la più grande popolazione carceraria del mondo. Questa demolizione delle libertà civili e del giusto processo si è ora riversata su tutti noi. Trump non l’ha avviata. L’ha ampliata. Il terrore è il punto.
Trump, come tutti i dittatori, è inebriato dal militarismo. Chiede che il bilancio del Pentagono venga aumentato da 1.000 miliardi di dollari (859,3 miliardi di euro) a 1.500 miliardi di dollari (1.289 miliardi di euro). Il Congresso, approvando il One Big Beautiful Bill Act (una legge fiscale che rende permanenti molti dei tagli fiscali del 2017, introduce nuove riduzioni, aumenta il tetto del debito, e riduce la spesa per programmi come assistenza sanitaria e assistenza alimentare) di Trump, ha stanziato oltre 170 miliardi di dollari (146,1 miliardi di euro) per il controllo delle frontiere e dell’interno, inclusi 75 miliardi di dollari (64,5 miliardi di euro) per il Dipartimento Immigrazione e Dogane nei prossimi quattro anni.
Una cifra superiore al bilancio annuale di tutte le forze dell’ordine locali e statali messe insieme.
“Quando un governo costituzionalmente limitato utilizza armi dall’orribile potere distruttivo, ne sovvenziona lo sviluppo e diventa il più grande trafficante d’armi del mondo”, scrive Wolin, “la Costituzione viene arruolata per fungere da apprendista del potere piuttosto che da sua coscienza”.
Prosegue:
“Il fatto che il cittadino patriottico sostenga incondizionatamente l’esercito e il suo ingente bilancio significa che i conservatori sono riusciti a convincere l’opinione pubblica che l’esercito è una cosa distinta dal governo. Pertanto, l’elemento più sostanziale del potere statale viene rimosso dal dibattito pubblico.
Allo stesso modo, nel suo nuovo status di cittadino imperiale, il credente continua a disprezzare la burocrazia, ma non esita a obbedire alle direttive emanate dal Dipartimento per la Sicurezza Interna, il dipartimento governativo più grande e invadente nella storia della nazione. L’identificazione con il militarismo e il patriottismo, insieme all’immagine della potenza americana proiettata dai media, serve a far sentire il singolo cittadino più forte, compensando così il senso di debolezza che l’economia infligge a una forza lavoro oberata di lavoro, esausta e insicura”.
I Democratici alle prossime elezioni, se ce ne saranno, offriranno alternative meno peggiori, facendo poco o nulla per ostacolare la marcia verso l’autoritarismo. Rimarranno ostaggio delle richieste di lobbisti aziendali e oligarchi. Il partito, che non rappresenta nulla e non lotta per nulla, potrebbe benissimo regalare a Trump una vittoria alle elezioni di medio termine. Ma Trump non vuole correre questo rischio.
Trump e i suoi tirapiedi stanno chiudendo energicamente l’ultima via d’uscita integrata nel sistema che impedisce la dittatura assoluta. Intendono orchestrare le elezioni farsa tipiche di tutte le dittature, o abolirle. Non stanno scherzando.
Questo sarà il colpo mortale all’esperimento americano. Non si tornerà indietro. Diventeremo uno Stato di Polizia. Le nostre libertà, già pesantemente attaccate, saranno estinte. A quel punto, solo mobilitazioni di massa e scioperi ostacoleranno il consolidamento della dittatura. E tali azioni, come vediamo a Minneapolis, saranno accolte con una letale repressione statale.
Il sovvertimento delle prossime elezioni offrirà due scelte drastiche ai più accaniti oppositori di Trump. L’esilio o l’arresto e la prigionia per mano dei criminali del Dipartimento Immigrazione.
La Resistenza alla Bestia, come in tutte le dittature, avrà un costo molto alto.
Fonte
23/11/2025
“Sarò in Italia per sostenere sciopero e manifestazione contro Israele!”
di Chris Hedges
Le nazioni occidentali non faranno nulla per fermare il continuo Massacro di palestinesi da parte di Israele. Non faranno nulla per alleviare la fame e le malattie che stanno decimando i palestinesi a Gaza. Le nostre nazioni sono state e rimangono Complici a pieno titolo del Genocidio. Rimarranno Complici fino a quando il Genocidio non raggiungerà la sua triste conclusione.
A meno che non li fermiamo.
Almeno 242 palestinesi a Gaza sono stati uccisi da Israele dall’annuncio del “cessate il fuoco”. La prima grave violazione del cessate il fuoco ha portato a bombardamenti aerei israeliani che hanno ucciso più di 100 palestinesi, tra cui 46 bambini, e ne hanno feriti altri 150. I palestinesi di Gaza continuano a subire bombardamenti quotidiani che radono al suolo le loro case. Israele ha distrutto più di 1.500 edifici dall’inizio del cessate il fuoco, spesso decimando interi quartieri con cariche di demolizione.
Bombardamenti e spari continuano a uccidere e ferire civili, mentre i droni continuano a sorvolare la città, diffondendo minacce intimidatorie o sparando sui civili. Prodotti alimentari essenziali, aiuti umanitari e forniture mediche rimangono scarsi a causa dell’assedio in corso. E l’esercito israeliano controlla più di metà della Striscia di Gaza, sparando a chiunque, comprese le famiglie, si avvicini troppo al suo confine invisibile, noto come Linea Gialla. Il loro reato? Tornare alle rovine delle loro case.
Israele ha sistematicamente reso Gaza inabitabile, trasformandola nel più vasto cimitero di tutti i Campi di Concentramento.
Pochi in Israele si oppongono. L’82% degli israeliani sostiene l’idea di espellere l’intera popolazione di Gaza e quasi la metà sostiene la sua uccisione. L’80% degli israeliani afferma di essere “poco preoccupato” o “per niente preoccupato” dalle notizie di Carestia e sofferenza tra la popolazione di Gaza.
Non ci sono dubbi. Israele è uno Stato e una Società Genocida.
Per questo motivo, il 28 e 29 novembre sarò a Genova e Roma, insieme a Francesca Albanese, Yanis Varoufakis e Greta Thunberg, per sostenere lo sciopero nazionale indetto dai sindacati italiani per bloccare tutte le spedizioni di armi in Israele e protestare contro le richieste del governo del Primo Ministro Giorgia Meloni di aumentare la spesa per la difesa.
Non dobbiamo permettere ai nostri dirigenti politici di normalizzare il Genocidio e la guerra. Non dobbiamo abbandonare lo Stato di Diritto. Non dobbiamo essere Complici, con il nostro silenzio o la nostra passività. Dobbiamo fermare le spedizioni di bombe e armi verso Israele. Dobbiamo boicottare le aziende che fanno affari in Israele, così come ogni evento sportivo con squadre israeliane, ogni concerto di musicisti israeliani e ogni scambio con accademici e studenti israeliani.
Dobbiamo costringere le nostre università e istituzioni a disinvestire da Israele. Dobbiamo interrompere i rapporti diplomatici. Dobbiamo essere presenti quando i dirigenti israeliani tengono conferenze stampa o visite di Stato. Dobbiamo essere presenti in ogni porto quando attraccano navi da turismo israeliane. Dobbiamo porre fine al Genocidio.
Dipende da noi, da coloro che scendono in piazza, da coloro che organizzano scioperi. Non c’è altro meccanismo per salvarci. Nessuno.
Non possiamo fallire. Se falliamo, Gaza è solo l’inizio. Il mondo sta crollando sotto l’assalto della crisi climatica, che sta innescando migrazioni di massa, stati falliti e incendi catastrofici, uragani, tempeste, inondazioni e siccità. Con il deteriorarsi della stabilità globale, la terrificante Macchina della Violenza Industriale indiscriminata e degli Omicidi di Massa, così familiare ai palestinesi, diventerà onnipresente.
I droni militarizzati, gli elicotteri da combattimento, i muri e le barriere, i posti di blocco, le spirali di filo spinato, le torri di guardia, i centri di detenzione, le deportazioni, la brutalità e la tortura, il diniego dei visti d’ingresso, l’esistenza da Apartheid che deriva dall’essere clandestini, la perdita dei diritti individuali e la sorveglianza elettronica, sono familiari tanto ai migranti disperati lungo il confine messicano o che tentano di entrare in Europa quanto ai palestinesi. Presto, senza controllo, questi strumenti di repressione statale saranno usati contro di noi.
Israele incarna lo Stato Etnonazionalista che l’estrema destra negli Stati Uniti e in Europa sogna di creare per sé, uno stato che rifiuta il pluralismo politico e culturale, così come le norme legali, diplomatiche ed etiche. Israele è ammirato da questi proto-fascisti proprio perché è Razzista e senza legge, perché usa la forza letale indiscriminata per “purificare” la sua società da coloro che vengono etichettati come contaminanti umani.
Rifiutandoci di cooperare, bloccando i meccanismi del commercio e dello Stato, resistendo al male, affermiamo la nostra dignità e la nostra libertà. Sgretoliamo l’edificio del potere dispotico. Alimentiamo le fiamme della speranza e della giustizia. Manteniamo viva la capacità di essere umani.
Unitevi quindi a milioni di noi nelle strade d’Italia e nelle vostre strade. La lotta per la Palestina è la lotta di tutti noi.
Fonte
Le nazioni occidentali non faranno nulla per fermare il continuo Massacro di palestinesi da parte di Israele. Non faranno nulla per alleviare la fame e le malattie che stanno decimando i palestinesi a Gaza. Le nostre nazioni sono state e rimangono Complici a pieno titolo del Genocidio. Rimarranno Complici fino a quando il Genocidio non raggiungerà la sua triste conclusione.
A meno che non li fermiamo.
Almeno 242 palestinesi a Gaza sono stati uccisi da Israele dall’annuncio del “cessate il fuoco”. La prima grave violazione del cessate il fuoco ha portato a bombardamenti aerei israeliani che hanno ucciso più di 100 palestinesi, tra cui 46 bambini, e ne hanno feriti altri 150. I palestinesi di Gaza continuano a subire bombardamenti quotidiani che radono al suolo le loro case. Israele ha distrutto più di 1.500 edifici dall’inizio del cessate il fuoco, spesso decimando interi quartieri con cariche di demolizione.
Bombardamenti e spari continuano a uccidere e ferire civili, mentre i droni continuano a sorvolare la città, diffondendo minacce intimidatorie o sparando sui civili. Prodotti alimentari essenziali, aiuti umanitari e forniture mediche rimangono scarsi a causa dell’assedio in corso. E l’esercito israeliano controlla più di metà della Striscia di Gaza, sparando a chiunque, comprese le famiglie, si avvicini troppo al suo confine invisibile, noto come Linea Gialla. Il loro reato? Tornare alle rovine delle loro case.
Israele ha sistematicamente reso Gaza inabitabile, trasformandola nel più vasto cimitero di tutti i Campi di Concentramento.
Pochi in Israele si oppongono. L’82% degli israeliani sostiene l’idea di espellere l’intera popolazione di Gaza e quasi la metà sostiene la sua uccisione. L’80% degli israeliani afferma di essere “poco preoccupato” o “per niente preoccupato” dalle notizie di Carestia e sofferenza tra la popolazione di Gaza.
Non ci sono dubbi. Israele è uno Stato e una Società Genocida.
Per questo motivo, il 28 e 29 novembre sarò a Genova e Roma, insieme a Francesca Albanese, Yanis Varoufakis e Greta Thunberg, per sostenere lo sciopero nazionale indetto dai sindacati italiani per bloccare tutte le spedizioni di armi in Israele e protestare contro le richieste del governo del Primo Ministro Giorgia Meloni di aumentare la spesa per la difesa.
Non dobbiamo permettere ai nostri dirigenti politici di normalizzare il Genocidio e la guerra. Non dobbiamo abbandonare lo Stato di Diritto. Non dobbiamo essere Complici, con il nostro silenzio o la nostra passività. Dobbiamo fermare le spedizioni di bombe e armi verso Israele. Dobbiamo boicottare le aziende che fanno affari in Israele, così come ogni evento sportivo con squadre israeliane, ogni concerto di musicisti israeliani e ogni scambio con accademici e studenti israeliani.
Dobbiamo costringere le nostre università e istituzioni a disinvestire da Israele. Dobbiamo interrompere i rapporti diplomatici. Dobbiamo essere presenti quando i dirigenti israeliani tengono conferenze stampa o visite di Stato. Dobbiamo essere presenti in ogni porto quando attraccano navi da turismo israeliane. Dobbiamo porre fine al Genocidio.
Dipende da noi, da coloro che scendono in piazza, da coloro che organizzano scioperi. Non c’è altro meccanismo per salvarci. Nessuno.
Non possiamo fallire. Se falliamo, Gaza è solo l’inizio. Il mondo sta crollando sotto l’assalto della crisi climatica, che sta innescando migrazioni di massa, stati falliti e incendi catastrofici, uragani, tempeste, inondazioni e siccità. Con il deteriorarsi della stabilità globale, la terrificante Macchina della Violenza Industriale indiscriminata e degli Omicidi di Massa, così familiare ai palestinesi, diventerà onnipresente.
I droni militarizzati, gli elicotteri da combattimento, i muri e le barriere, i posti di blocco, le spirali di filo spinato, le torri di guardia, i centri di detenzione, le deportazioni, la brutalità e la tortura, il diniego dei visti d’ingresso, l’esistenza da Apartheid che deriva dall’essere clandestini, la perdita dei diritti individuali e la sorveglianza elettronica, sono familiari tanto ai migranti disperati lungo il confine messicano o che tentano di entrare in Europa quanto ai palestinesi. Presto, senza controllo, questi strumenti di repressione statale saranno usati contro di noi.
Israele incarna lo Stato Etnonazionalista che l’estrema destra negli Stati Uniti e in Europa sogna di creare per sé, uno stato che rifiuta il pluralismo politico e culturale, così come le norme legali, diplomatiche ed etiche. Israele è ammirato da questi proto-fascisti proprio perché è Razzista e senza legge, perché usa la forza letale indiscriminata per “purificare” la sua società da coloro che vengono etichettati come contaminanti umani.
Rifiutandoci di cooperare, bloccando i meccanismi del commercio e dello Stato, resistendo al male, affermiamo la nostra dignità e la nostra libertà. Sgretoliamo l’edificio del potere dispotico. Alimentiamo le fiamme della speranza e della giustizia. Manteniamo viva la capacità di essere umani.
Unitevi quindi a milioni di noi nelle strade d’Italia e nelle vostre strade. La lotta per la Palestina è la lotta di tutti noi.
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03/11/2025
La fine di Israele?
Chris Hedges intervista Ilan Pappè.
Nonostante il dominio militare di Israele sui suoi nemici regionali, l’entità sionista si trova davvero nel momento più vulnerabile della sua storia? E, cosa ancora più importante, può sostenere il progetto dello Stato ebraico?
Lo storico israeliano Ilan Pappè sostiene che Israele stia implodendo. Egli definisce l’attuale governo di estrema destra di Benjamin Netanyahu come neo-sionista, nel senso che i vecchi valori del sionismo sono diventati più estremi, più apertamente razzisti, più suprematisti e più violenti. Questo Stato neo-sionista ha abbandonato l’approccio graduale, la lenta pulizia etnica dei palestinesi, che caratterizzava i precedenti governi sionisti.
Sta usando il genocidio come arma per svuotare la Striscia di Gaza dai palestinesi e presto forse anche la Cisgiordania. È dominato da estremisti ebrei che hanno trasformato Israele in quello che lui chiama lo Stato di Giudea, distinto dal vecchio Stato di Israele.
Lo Stato di Giudea, governato da coloni ebrei fanatici, 750.000 dei quali vivono in Cisgiordania, fonde il sionismo religioso con l’ebraismo ortodosso. Cerca di stabilire un “impero israeliano” che dominerà i suoi vicini arabi, in particolare Libano, Giordania e Siria.
L’odio per i palestinesi da parte di coloro che governano questo Stato neo-sionista, lo Stato di Giudea, si estende anche agli ebrei israeliani laici. Questo, sostiene, significa che alla fine Israele si frammenterà, rendendo Israele insostenibile.
Allo stesso tempo, con il disgregarsi dell’impero americano, un processo accelerato dall’inettitudine e dalla corruzione dell’amministrazione Trump, il pilastro fondamentale di sostegno di Israele si eroderà, costringendo gli Stati Uniti a un ridimensionamento, anche in Medio Oriente.
Cosa significherà il crollo di Israele per gli israeliani, i palestinesi e il Medio Oriente? Porterà a un processo di decolonizzazione? O alimenterà ancora più violenza, spargimenti di sangue ed estremismo? Sarà possibile sostituire Israele con uno Stato laico, in cui i palestinesi abbiano pari diritti rispetto agli israeliani, un Paese in cui viga il principio “una persona, un voto”? Oppure Israele si atrofizzerà in una teocrazia dispotica, con la sua élite laica istruita in fuga dal Paese e la sua economia che si disintegra sotto l’assalto?
CH – Per discutere del futuro di Israele e del suo nuovo libro “La fine di Israele” (Fazi Editore), è con me Ilan Pappè, professore di storia al College of Social Sciences and International Studies dell’Università di Exeter, nel Regno Unito, e direttore del Centro europeo per gli studi palestinesi dell’università. Tra gli altri suoi libri ricordiamo “La pulizia etnica della Palestina”, “Dieci miti su Israele” e “Una storia della Palestina moderna”. Cominciamo con le ultime notizie dal Qatar, il tentativo di assassinio dei leader di Hamas che apparentemente si erano riuniti per discutere e, secondo tutte le fonti, accettare l’ultimo accordo di cessate il fuoco.
IP – Sì, Chris, grazie per avermi invitato ancora una volta al tuo programma. È un grande piacere e un onore essere qui. Penso che quelli di noi che seguono da vicino la politica di Benjamin Netanyahu nei confronti dei negoziati con Hamas o dell’idea di trovare una via d’uscita dall’attuale guerra a Gaza, non siano stati sorpresi dall’attacco.
Nei casi precedenti in cui c’era la possibilità di un accordo, Netanyahu ha trovato modi non militari, se volete, per renderlo impossibile. Questa volta, a causa del coinvolgimento americano, era chiaro che Hamas stava facendo di tutto per soddisfare le richieste israeliane e quindi un accordo era possibile e l’unico modo per sabotarlo era questo attacco provocatorio alla squadra negoziale di Hamas.
Non si tratta nemmeno della leadership di Hamas. Ha attaccato la squadra negoziale sperando che questo avrebbe portato a una situazione in cui i negoziati sarebbero stati impossibili. Sia l’attacco stesso è fallito, sia la posizione di Hamas, che è rimasta inalterata. Sono ancora disposti a negoziare un accordo. Penso che questa sia una dimensione di quell’attacco.
L’altra dimensione è quella a cui hai fatto riferimento nelle tue osservazioni introduttive. Si tratta del DNA dell’attuale governo israeliano, la sensazione di essere i dominatori del Medio Oriente, la potenza dominante. Ed è bene ogni tanto mostrare a tutte le parti del Medio Oriente che hanno il potere e la capacità di fare tutto ciò che vogliono, indipendentemente dal diritto internazionale o dalla sovranità dei paesi arabi.
Hanno davvero la sensazione che il mondo arabo, o almeno i regimi del mondo arabo, siano totalmente alla loro mercé e sotto la loro sottomissione. E penso che questi fossero i due obiettivi di questo attacco: uno era tattico, riguardante i negoziati, ma l’altro faceva parte di questo senso di arroganza, di essere ora davvero il potere nella zona, il che si adatta molto bene a questa visione messianica neo-sionista di ricostruire l’antico regno di Israele di cui hanno letto nell’Antico Testamento, nella Bibbia, pensando di essere ora in grado di ricostruirlo con lo stesso tipo di potere e influenza.
CH – E per quanto riguarda la reazione dell’amministrazione Trump, è difficile sapere cosa sia vero. Trump mente come respira, ma sostiene, ovviamente, di non averne saputo nulla fino a quando l’esercito americano non glielo ha detto.
L’avvertimento che sarebbe stato dato al Qatar, secondo i qatarioti, è arrivato dieci minuti dopo l’inizio dei bombardamenti. In Qatar c’è la più grande base aerea statunitense del Medio Oriente, che avrebbe sicuramente potuto rilevare l’avvicinarsi degli aerei da guerra israeliani tramite i sistemi radar. Come interpreta la risposta degli Stati Uniti e l’effetto di questo attacco sugli Stati Uniti?
IP – Penso che questo sia un modo per cercare di nascondere ciò che è realmente accaduto. Dopo tutto, non solo in Qatar c’è la più grande base americana in Medio Oriente, ma c’è anche l’alto comando americano dell’intera regione. L’aviazione israeliana non avrebbe inviato un solo aereo in quello spazio aereo senza almeno informare il quartier generale statunitense in Qatar.
Quindi penso che gli americani sapessero che sarebbe successo. Credo che Trump stia cominciando a capire che Netanyahu ritiene che a volte i fatti accertati siano sufficienti per assicurarsi che Trump, anche se non del tutto soddisfatto di un’azione, la accetti dopo che è stata compiuta. E quindi penso che gli americani ne fossero a conoscenza.
Hanno deciso di non fermarlo con mezzi potenti o coercitivi e hanno sperato, e probabilmente credono ancora in questo momento, di essere riusciti in qualche modo a sorvolare su questo incidente, come lo definiscono loro, e a mantenere i loro buoni rapporti sia con Israele che con il Qatar.
A un certo punto questo tipo di politica avventurosa non sarà più così facile da conciliare per gli americani. Finora ha funzionato grazie alla debolezza dei governi arabi, alla loro mancanza di autostima e dignità. Ma un giorno potrebbero rendersi conto che questo è troppo anche per loro. E allora tutto questo gioco americano di navigare o bilanciare i due diversi interessi degli Stati Uniti nella regione, questo equilibrismo, potrebbe non essere più possibile in futuro.
CH – Qualche mese fa, durante una cena al Cairo con l’ex capo del Ministero dell’Informazione di Nasser, che [l’ex presidente egiziano Anwar El-] Sadat aveva fatto imprigionare per 10 anni, mi ha fatto notare proprio questo punto. Ha detto che il problema non è che Israele è forte, ma che i governi arabi sono deboli.
IP – Assolutamente, assolutamente. È qualcosa che, sapete, qualunque cosa possiamo pensare di [ex presidente dell’Egitto] Gamal Abdel Nasser, i precedenti leader del Ba’ath in Siria e Iraq non avrebbero tollerato un simile comportamento da parte di Israele. Non c’è dubbio, con tutto il rischio di dire cosa sarebbe successo se nella storia questo fosse accaduto.
CH – Parliamo quindi dello Stato di Giudea, di cosa significa e di come si differenzia dallo Stato di Israele.
IP – Sì, lo Stato della Giudea è il tipo di struttura politica che ha cominciato a emergere negli insediamenti ebraici, nelle colonie della Cisgiordania dopo la guerra del giugno 1967. E all’inizio era...
CH – Mi permetta di interromperla per spiegare ai nostri ascoltatori che quello è il momento in cui Israele ha occupato Gaza e la Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est.
IP – E la Cisgiordania, assolutamente. Sì, quella che chiamiamo la Guerra dei Sei Giorni, in cui Israele occupò la Cisgiordania e la Striscia di Gaza insieme alle Alture del Golan e alla penisola del Sinai. E all’interno della Cisgiordania, che un gruppo di ideologi e gruppi politici israeliani di destra consideravano l’antica terra di Israele, si sviluppò una certa infrastruttura ideologica.
All’inizio era molto marginale. Aveva un impatto minimo sulla politica israeliana. Ma quando il Likud, guidato da Menachem Begin nel 1977, pose fine al dominio o alla supremazia sionista laburista nella politica israeliana e sionista, questi ideologi divennero molto più influenti e cominciarono a svilupparsi attraverso centri di apprendimento, attraverso gli scritti dei loro rabbini, dei loro guru, una sorta di letteratura di natura fortemente ideologica che interpretava la realtà degli anni ‘70 e ‘80 e successivamente del XXI secolo come un momento storico monumentale nella vita del popolo ebraico, in cui l’antico Israele biblico sarebbe tornato e i giorni del periodo d’oro, il periodo glorioso del passato, sarebbero stati rivissuti.
A tal proposito, secondo l’ideologo, dovevano verificarsi due cose. Innanzitutto, era necessario ottenere la sovranità su tutto l’antico Israele, ovvero su tutta la Palestina storica, Israele, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Inoltre, era necessario mantenere un regime teocratico.
Pertanto, il problema non era solo la presenza di così tanti palestinesi in quel nuovo regno tanto ambito, ma anche la presenza di ebrei laici che, ai loro occhi, avevano servito a uno scopo preciso nella storia, ma avevano già esaurito il loro ruolo storico e quindi costituivano un ostacolo alla ricreazione del glorioso regno biblico di cui avevano letto nell’Antico Testamento.
Ora, da gruppo marginale negli anni ‘70 e ‘80, sono diventati una potente forza politica perché sono riusciti a farsi strada nelle parti più povere della società ebraica israeliana, specialmente tra la seconda e la terza generazione di ebrei nordafricani che vivevano nelle baraccopoli delle grandi città, nelle famigerate città di sviluppo di Israele, che mancavano di adeguate infrastrutture economiche, educative e professionali.
Questi ultimi sono stati reclutati abbastanza facilmente da questa ideologia e il loro stile di vita era comunque già piuttosto tradizionale e molto più religioso di quello degli ebrei laici. Sono quindi diventati una forza formidabile, come abbiamo già visto nelle elezioni durante la pandemia di coronavirus. Ma il loro momento di massimo splendore è arrivato nel novembre 2022, quando Netanyahu, con tutti i suoi problemi, ha deciso di allearsi con quella coalizione dello Stato di Giudea ed era disposto a dare loro tutto ciò che volevano per rimanere al potere.
Ciò significava concedere loro il Ministero degli Interni, che in America corrisponderebbe al Dipartimento della Sicurezza Nazionale, una posizione di potere all’interno del Ministero della Difesa e del Ministero delle Finanze, ma, cosa ancora più importante, consentire loro di occupare posizioni di alto livello e di rilievo nella polizia, nell’esercito e nei servizi segreti.
Così ora hanno una presa molto forte sullo Stato israeliano nel suo complesso, e con questo intendo dire che lo Stato che stanno guardando, che io chiamo Stato di Giudea, sta gradualmente fagocitando lo Stato di Israele.
CH – Questi sono i Mizrahi, come vengono chiamati in Israele, e hanno sempre avuto, c’è sempre stata tensione con gli Ashkenazi, gli ebrei di origine europea che hanno dominato Israele, diciamo fino agli anni ‘80. Anche se, naturalmente, la famiglia di Netanyahu proviene dalla Polonia. E quello che si vedeva era una sorta di – Avi Shlam lo descrive molto bene nelle sue memorie, credo si intitoli Three Worlds – quella tensione, quel razzismo intrinseco.
Voglio dire, lei lo ha menzionato nel suo libro, ed è affascinante che quei gruppi, molti dei quali erano ebrei arabi, o come ha detto lei, provenivano dal Marocco o dall’Etiopia, o da qualsiasi altro posto, fossero trattati male dagli ashkenaziti. Ed è affascinante che siano diventati la nuova base di potere perché, ovviamente, erano i... non voglio definirli cittadini di seconda classe, ma certamente, tra molti leader ashkenaziti, erano una sorta di imbarazzo.
IP – Assolutamente. È una storia tragica e hai ragione, il mio amico Avi ne parla molto bene nel suo libro Three Worlds. Sono stati portati, cioè non loro, i loro nonni, per così dire, sono stati portati in Israele all’inizio degli anni ‘50 perché il movimento sionista o il nuovo Stato di Israele non riusciva a convincere milioni di ebrei che vivevano negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in alcune parti d’Europa a emigrare in Israele.
E con una certa riluttanza, la leadership sionista decise di portare persone che considerava “ebrei arabi”, ovvero che non erano solo ebrei, ma anche arabi. Ma con l’aiuto dei propri consulenti accademici, intrapresero quello che uno di loro definì un processo di de-arabizzazione degli ebrei arabi, ovvero renderli ebrei europei.
E uno dei modi migliori per un ebreo arabo di essere accettato alla pari di un ebreo europeo è quello di mostrare odio e razzismo nei confronti degli arabi e, di fatto, della propria identità. Ciò crea una struttura mentale piuttosto travagliata, oltre a condizioni sociali ed economiche difficili in cui si sono trovati perché spinti ai margini geografici e sociali della società.
Ora, è successo qualcos’altro perché i governi non hanno affrontato i problemi sociali ed economici. I gruppi religiosi sono subentrati al governo e hanno avuto una grande influenza sulla generazione più giovane. Quindi non si tratta solo di Mizrahi contro Ashkenazi, ma anche di un’intera generazione di giovani israeliani che ha vissuto ciò che si può definire come nazionalismo-religioso, piuttosto che democratico-laico, attraverso un sistema educativo nazional-religioso che produce laureati razzisti, teocratici nel loro modo di vedere la democrazia, i diritti umani e i diritti civili e molto impegnati nel sogno sionista.
Alcuni di questi giovani li abbiamo visti nei selfie che hanno girato durante il genocidio di Gaza ed è molto facile riconoscere il linguaggio che usano, l’odio, il razzismo e purtroppo questo non è un fenomeno marginale. Si tratta di un fenomeno molto diffuso che fa parte della base di potere di quello che io chiamo lo Stato di Giudea.
CH – Come la destra cristiana negli Stati Uniti, vedono la politica attraverso la lente della Bibbia e parlano di ciò che questo significa, in particolare di questa campagna per radere al suolo la moschea di Al-Aqsa, penso che [il ministro israeliano della Sicurezza nazionale Itamar] Ben-Gvir sia uno dei leader di questa campagna, per ricostruire il secondo tempio.
È tutta mitologia, ovviamente. Non lo so. Sappiamo davvero dove si trovassero esattamente la Giudea e la Samaria? Non lo so. Ma, come per la destra cristiana, improvvisamente la politica viene filtrata attraverso questa mitologia biblica.
IP – Assolutamente sì, come nel caso dei sionisti cristiani, ha un lato pseudo-scientifico. Vicino al Muro del Pianto a Gerusalemme, cioè vicino all’Haram al-Sharif dove si trova la moschea di Al-Aqsa, c’è qualcosa chiamato Istituto per la costruzione del Terzo Tempio, presumibilmente un istituto accademico che studia la storia dei templi nell’antichità e costruisce modelli per il terzo tempio nel futuro. Questo fa parte di...
CH – Mi permetta di interromperla. I romani rasero al suolo il tempio ebraico. Era il 70 d.C.? La data è corretta?
IP – Sì, nel 70 d.C.
CH – E poi, naturalmente, hanno espulso gli ebrei da Gerusalemme. Questo è successo dopo la rivolta di Bar Kokhba, giusto? E poi è sempre stato così, tra i sionisti religiosi, e ora abbiamo la moschea di Al-Aqsa. Credo che sia lì che il profeta Maometto sarebbe asceso al cielo. È uno dei principali luoghi sacri dell’Islam, considerato il terzo più importante, ma estremamente significativo, e l’idea è proprio quella di demolirlo, il che, ovviamente, scatenerebbe la rabbia di gran parte del mondo musulmano.
IP – Sì, quindi una caratteristica di questa visione messianica è proprio quella di sostituire le due moschee sul monte con il terzo tempio. Ma c’è un altro aspetto di questa visione missionaria, ovvero quello di creare o ricreare il regno di Davide e Salomone. Non che ci sia una mappa chiara nella Bibbia, non ci sono mappe, ma hanno in mente una certa cartografia che si estende ben oltre la Palestina storica, cioè Israele e i territori occupati, fino alla Giordania, alla Siria e al Libano.
Ora, in questo momento, sembra una cosa totalmente folle e non uno scenario molto pratico o addirittura possibile o probabile. Ma quello che vorrei dire è che, anche se non credo che saranno mai in grado di realizzare quel tipo di estensione o espansione geografica, non sono sicuro che non ci proveranno. Questo di per sé è un tipo di comportamento strategico e futuro irrazionale che, a mio avviso, contribuirà anche alla disintegrazione di Israele in un futuro più lontano.
CH – Possiamo sostenere che è quello che stanno facendo ora? Essenzialmente stanno espandendo la Grande Israele a Gaza. Hanno già espanso, chiamiamola Grande Israele, nel sud del Libano. Si sono spostati quasi fino a Damasco in Siria. È questo che sta guidando questa espansione? Poi, naturalmente, ci sono questi attacchi che vengono effettuati in Iran, in Qatar.
IP – Assolutamente sì, questo è il modello che stanno costruendo. Il modello è quello del centro di gravità. La base del potere in Medio Oriente è nella Gerusalemme sionista ebraica. E l’intera regione è governata da lì con vassalli, alleati e nemici che vengono costantemente puniti. E nel frattempo, lo spazio dello Stato si estende oltre i confini di quella che un tempo era la Palestina mandatoria o storica. Assolutamente giusto.
C’è già una presenza militare nel Libano meridionale, nel sud della Siria, e non credo che si fermeranno lì. E quello che penso sia molto difficile da capire per i tuoi spettatori, Chris, è rendersi conto che c’è una differenza tra il loro discorso interno in ebraico e ciò che trapela o si manifesta in inglese o viene tradotto in inglese, perché se si visitano i loro centri di apprendimento, se si leggono i loro siti web, se si fa uno sforzo più profondo per guardare ciò che scrivono e lo si prende sul serio e se ne parla, allora si può vedere che l’ambizione è molto più grande, è più che avere semplicemente una presenza militare nel sud del Libano o nel sud della Siria.
L’ambizione è quella di ricostruire davvero l’antico ‘Israele biblico’ e considerare molte delle aree a ovest del fiume Giordano, come la Giordania, come parte di quel regno biblico che per diritto o per volontà di Dio appartiene in realtà al popolo ebraico, ovvero l’attuale popolo israeliano.
CH – Parliamo quindi di come questo contribuisca alla disintegrazione. Lei scrive:
“Quindi una potenziale caduta di Israele potrebbe essere simile alla fine del Vietnam del Sud, la totale cancellazione di uno Stato, o simile al Sudafrica, la caduta di un particolare regime ideologico e la sua sostituzione con un altro. Credo che nel caso di Israele, elementi di entrambi gli scenari si svilupperanno prima di quanto molti di noi possano comprendere o prepararsi”.
Quindi ci sono divisioni interne. Lo abbiamo visto con le proteste contro Netanyahu. Non sembra esserci molta controversia interna sul genocidio, ma certamente su questo scontro tra i sionisti religiosi, lo Stato della Giudea e il vecchio Stato di Israele, se si vuole definirlo come quel tipo di scontro.
Quindi ci sono divisioni interne. C’è l’espansione della Grande Israele. In che modo queste forze contribuiscono alla disintegrazione dello Stato di Giudea, dello Stato di Israele?
IP – Tutte queste azioni e strategie, quando vengono attuate sul campo, hanno una connessione dialettica con altri processi. Vale a dire, influenzano altri processi quasi come su un tavolo da biliardo.
Ad esempio, più aggressiva è l’espansione territoriale israeliana, più crudeli sono le azioni punitive e avventurose di Israele, ovvero il suo coinvolgimento in tutto il mondo arabo, più il mondo arabo stesso subirebbe un processo di cambiamento dall’interno che finora non si è ancora verificato.
La cosiddetta “Primavera araba” non ha prodotto cambiamenti radicali nei regimi del mondo arabo, ma una situazione del genere, con un’escalation dell’espansione territoriale e delle azioni punitive israeliane, può portare a una rivoluzione continua.
Quella iniziata nel 2012 e una delle manifestazioni, credo, di qualsiasi nuovo ordine politico nel mondo arabo saranno regimi, governanti, governi, qualunque essi siano, élite politiche, che rifletteranno più fedelmente ciò che le loro società vogliono che i loro Stati facciano riguardo alla Palestina.
E allora Israele non si troverebbe di fronte a due piccoli eserciti di guerriglieri che può sconfiggere con relativa facilità, anche se non è stato in grado di farlo. Ma si troverebbe di fronte ad eserciti convenzionali. Il secondo aspetto è economico. Un’espansione come questa, un comportamento folle, se volete, tipico dei governi populisti, ovunque essi siano, ha un prezzo.
Gli Stati Uniti sono quelli a cui chiederebbero di finanziarne la maggior parte, perché fino al 2023 hanno fornito a Israele un sostegno annuale di 3 miliardi di dollari. Dal 2023 hanno già versato sul conto bancario israeliano, per così dire, circa 15-16 miliardi di dollari e la richiesta ai contribuenti americani di finanziare queste ambizioni aumenterebbe e questo non sono sicuro sarebbe sostenibile, anche se un’amministrazione repubblicana fosse d’accordo.
Quindi stanno affrontando anche una grave crisi economica, nonostante il fatto che, ovviamente, la gente continui ad acquistare prodotti e servizi di sicurezza militare dagli israeliani. Tuttavia, ciò non sarebbe sufficiente a sostenere un’economia adeguata.
A ciò si aggiunge l’isolamento nel mondo che, quanto più estremo è il comportamento, potrebbe non essere più limitato alle campagne di boicottaggio e disinvestimento ma passare alle sanzioni.
Stiamo già iniziando a vedere i primi segnali in questo senso, con alcuni governi disposti almeno a discutere di sanzioni; staremo a vedere se saranno disposti a imporle. A ciò si aggiunge anche il cambiamento nella giovane generazione di ebrei, soprattutto negli Stati Uniti, che con un Israele e una Giudea in tali condizioni probabilmente si dissocerebbero dal sionismo e da Israele e, chissà, molti di loro potrebbero persino diventare attivisti nel movimento di solidarietà con i palestinesi.
Infine, penso che dobbiamo prestare attenzione alla generazione più giovane di palestinesi. Non c’è molto da dire sull’attuale leadership politica dei palestinesi in termini di unità, visione ed efficacia.
Ma se si ascoltano, si osservano e si parla con i palestinesi più giovani, si scopre che lì c’è un capitale umano che sarebbe in grado credo, di ristrutturare il movimento di liberazione palestinese, di orientarlo verso un percorso molto più efficace in futuro e di metterli effettivamente al posto di comando, non solo nella lotta per smantellare il sionismo, ma, cosa ancora più importante, nel guidare il dibattito su cosa dovrebbe sostituire un Israele decolonizzato o, se ho ragione, un Israele disintegrato in cui il progetto sionista crollerà davanti ai nostri occhi.
CH – Prima di chiederti come sarà questo crollo, la roadmap per arrivare a quel crollo in termini di passi concreti, parliamo dell’Egitto. I palestinesi di Gaza, due milioni dei quali sono stati spinti fino al confine con Rafah, un confine di nove miglia che condivide con l’Egitto.
L’Egitto ha spostato gli armamenti militari lungo il confine perché teme che la barriera di sicurezza venga violata. Lo considera una possibilità reale? Perché quando si parla di uno scontro, l’unica potenza militare che ha la capacità di farlo in Medio Oriente, beh, a parte forse l’Arabia Saudita, ma che ha davvero la capacità di causare qualsiasi tipo di danno a Israele è l’Egitto.
IP – Beh, sono sicuro che il presidente e il governo egiziani non siano entusiasti di uno scenario in cui l’esercito egiziano entri in uno scontro, uno scontro militare con Israele. Potrebbero, hai perfettamente ragione, Chris, trovarsi in una posizione in cui hanno pochissime opzioni. È molto difficile prevedere esattamente cosa accadrà nel prossimo futuro, ma si possono individuare alcuni scenari che sono abbastanza probabili.
Uno è che gli egiziani continuino fino alla fine a rifiutare il trasferimento di due milioni di palestinesi nel loro territorio, il che costringerebbe gli israeliani a tentare, e ne stanno già parlando, di costruire quella che chiamano “la grande città dei rifugiati” al confine tra la Striscia di Gaza, il Sinai e l’Egitto. Al momento, tra l’altro, gli israeliani non hanno i soldi per costruirla. Contano sugli Stati Uniti per costruire quella città.
Tuttavia, penso che molti palestinesi nella Striscia di Gaza si opporrebbero al trasferimento in un simile ghetto. Il massacro continuerà. Il genocidio potrebbe persino intensificarsi, se non fosse già abbastanza grave. E non si tratterebbe solo della vicinanza dell’esercito egiziano all’esercito israeliano, cosa che è stata evitata per molti anni grazie al trattato di pace.
Si tratterebbe anche della pressione esercitata dalla società egiziana, se l’Egitto fosse così chiaramente coinvolto in qualcosa che sta accadendo a pochi metri dal confine egiziano-israeliano. Purtroppo non posso promettere a nessuno che vive a Gaza che questo porterà immediatamente alla fine del genocidio. Ma penso che questa sia l’ultima fase di questa particolare carneficina, che non porterà alla totale eliminazione dei palestinesi. Non credo. Ma ci sarà un tentativo di farlo, con conseguenze terribili.
E molto dipende dalla comunità internazionale, non solo dal mondo arabo. Dalla comunità internazionale che ora deve essere fedele a qualcosa che la maggior parte dei paesi leader, a parte gli Stati Uniti ovviamente, in Occidente hanno detto che se questo dovesse verificarsi, si muoverebbero per imporre severe sanzioni a Israele. Questo potrebbe domare Israele. Questo potrebbe fermare anche lo stato di Giudea.
La domanda è: i governi europei hanno la volontà di imporre sanzioni severe che includerebbero la fine dei rapporti commerciali con Israele, l’espulsione di Israele dalla UEFA, la federazione calcistica, dall’Eurovision, e la creazione di almeno la stessa atmosfera che hanno cercato di creare per la Russia dopo l’invasione russa dell’Ucraina?
CH – Parlaci un po’ di come prevedi che avverrà questa disintegrazione. Come si presenterebbe sul campo?
IP – Sì, come sapete, in questo libro di cui stiamo parlando, La fine di Israele, questa è stata ovviamente la parte più difficile. Non è stato difficile per me immaginare come avrei voluto che fosse la Palestina storica nel 2048.
La grande domanda che tutti noi ci poniamo, specialmente quelli di noi che sostengono la soluzione di un unico Stato democratico, è: come ci arriviamo? E quello che ho cercato di fare nella seconda parte del libro, in modo piuttosto romanzesco, attraverso il diario di un vecchio che guarda indietro...
CH – Giusto, questo ti vede come un uomo molto anziano, credo. [Ridendo]
IP – Un uomo molto anziano. Doveva essere un uomo molto anziano. Altrimenti non sarei riuscito a inserirlo in un arco di tempo di almeno 20 anni, giusto, a partire da oggi. E io ora ho 70 anni, quindi sarebbe un uomo molto anziano. Ma quello che ho cercato di fare è stato innanzitutto evitare un quadro roseo della decolonizzazione. La decolonizzazione è una faccenda complicata, molto complicata.
Non c’è stata una sola decolonizzazione nella storia che sia stata completamente non violenta e che sia andata liscia. Quindi, da un lato, ho cercato di essere realistico. Per questo includo le battute d’arresto e la violenza, purtroppo, con la profonda speranza che si tratti di eventi limitati e non della regola nel processo.
La seconda cosa che ho cercato di mostrare è che c’è un effetto cumulativo di alcune azioni drammatiche che le persone coinvolte in questa equazione possono intraprendere per influenzare la realtà.
Farò alcuni esempi. Credo che ci sarà un cambiamento nell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Non so se sarà una nuova OLP, sarà una nuova organizzazione, ma penso che ci sarà una voce palestinese più chiara che abbandonerà la soluzione dei due Stati e unirà il maggior numero possibile di palestinesi attorno a una visione e a una piattaforma che costringerà il mondo a dire che questa è la posizione palestinese, non la posizione di un gruppo estremista o di quella o quell’altra fazione, ma la visione ufficiale del movimento di liberazione palestinese.
Questo diventerebbe più realistico se Israele annettesse, e penso che Israele cercherà di annettere, illegalmente, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza e le rendesse parte di Israele. Inoltre, non sono un esperto di politica americana, mi inchino alla tua conoscenza, ma mi rifiuto di assumere posizioni teleologiche deterministiche sul futuro.
La storia è ciclica e non lineare e quindi credo, e non solo spero, che ci sia la possibilità che in America emerga un tipo diverso di politica, non domani e non dopodomani, soprattutto perché i leader populisti come Trump non sono molto competenti nella gestione dell’economia e della società o delle relazioni internazionali e quindi penso che qualsiasi cambiamento particolare, cambiamento positivo, nella politica americana – non nel futuro molto prossimo, come ho detto, ma in un futuro più lontano – avrebbe un ruolo molto importante nel limitare le opzioni del regime israeliano di continuare a sostenere un sistema di apartheid, espansione, pulizia etnica e, si spera, non altri genocidi.
E questo è anche qualcosa a cui credo si debba prestare attenzione, ovvero che sebbene Israele abbia sconfitto militarmente Hezbollah e probabilmente abbia sconfitto o almeno limitato le opzioni dell’Iran e di Hamas, continuando a controllare milioni di palestinesi in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza, all’interno di Israele contro la loro volontà, affrontando i milioni di palestinesi che vivono nei campi profughi ai confini di Israele con i loro legami con le milizie locali e il movimento di resistenza, questa realtà non scomparirà. Questa realtà non cambierà.
E questo aumenterebbe la pressione militare su Israele dall’esterno. Quindi spero che tutte queste pressioni alla fine creino due tipi di dinamiche interne, che sono l’atto finale, se volete, in questo scenario e un atto necessario. Altrimenti non accadrebbe.
Una è il cambiamento – ma sarebbe l’ultima cosa che accadrebbe – un cambiamento nella società ebraica israeliana simile a quello che ha avuto luogo nella comunità bianca in Sudafrica, disposta a riconoscere che non c’è altra opzione se non quella di rinegoziare la realtà. So che ora sembra del tutto irrealistico, ma sto parlando di un futuro diverso con eventi diversi che si sono verificati fino a quel momento, comprese tutte le pressioni di cui parlavo. Questa è una cosa.
In secondo luogo, non ho alcun dubbio che ci saranno due movimenti di popolazione che costituiranno l’atto finale. Uno, e penso che sia successo anche ad alcune persone della comunità bianca in Sudafrica, gli israeliani che non volessero vivere in uno Stato non-apartheid e che avessero la doppia nazionalità o lavori che possono avviare al di fuori di Israele se ne andrebbero, e possono andarsene.
E l’inizio del movimento dei palestinesi che tornano dai campi profughi e dalle comunità in esilio, cambiando la demografia, cambiando le opzioni politiche e – forse questo potrebbe sorprendere alcune persone – la mia esperienza di 70 anni con i palestinesi mi rende totalmente fiducioso che l’impulso fondamentale dei palestinesi, se mai arriveremo al momento in cui inizieranno a liberarsi da più di un secolo di oppressione, colonialismo e pulizia etnica, non sia la vendetta, né la punizione, ma piuttosto la restituzione, il desiderio di ricostruire la loro vita normale che avevano prima dell’arrivo del sionismo.
E credo davvero che il modello ispiratore non verrà dai modelli politici europei, ma piuttosto dal passato precedente al 1948, quando musulmani, cristiani ed ebrei coesistevano sinceramente, non solo nella Palestina storica, ma anche nel Mediterraneo orientale e nel Nord Africa.
CH – Vorrei concludere chiedendoti delle IDF [Forze di Difesa Israeliane], delle pressioni sulle IDF. Ci sono voci di ogni tipo secondo cui un numero significativo di riservisti non si sta presentando per questa nuova campagna a Gaza, che il numero delle vittime è molto più alto di quanto sappiamo. E poi, naturalmente, ci sono tutte queste stime sul numero di israeliani che hanno lasciato il Paese dall’ottobre 2023, che arrivano addirittura a mezzo milione.
Ma sembra esserci una sorta di esaurimento. L’IDF non è stata creata, non è mai stata creata per combattere una guerra di logoramento. Israele è un Paese piccolo, ha una popolazione di sette milioni di abitanti o giù di lì. Quindi parliamo solo della pressione, delle pressioni militari interne che potrebbero contribuire a questo.
IP – Sì, Chris, sono contento che tu ne abbia parlato perché è un fattore di cui scrivo nel libro, ma ho dimenticato di citarlo come ulteriore indicatore di una possibile disintegrazione. Quindi sono felice che tu ne abbia parlato.
Ci sono due tipi di esaurimento qui. Uno è l’esaurimento umano. È chiaro che i soldati di riserva sono diventati l’esercito regolare perché dal 2023 prestano servizio così tanto che servono quasi gli stessi giorni in un anno di un giovane soldato regolare.
E queste sono persone che non solo sono esauste perché impegnate continuamente dall’esercito, ma stanno anche perdendo il lavoro, la loro attività e, naturalmente, questo ha un effetto negativo enorme sulle loro famiglie e sulla loro vita.
Il secondo tipo di esaurimento è quello delle attrezzature, come ha recentemente rivelato Haaretz: c’è un problema con le attrezzature di cui dispone Israele perché la strategia israeliana, che si riflette nelle attrezzature che produce e acquista, mira a vincere le guerre a tre condizioni.
La prima è che Israele inizi la guerra, cosa che non è avvenuta nel 2023. La seconda è che la guerra sia combattuta nel territorio nemico, cosa che non è sempre avvenuta. E la terza, e più importante, è che le guerre siano molto brevi. Altrimenti, come hai giustamente detto, diventano guerre di logoramento.
Tutti e tre questi elementi non sono stati soddisfatti. E questo si riflette anche nella qualità delle attrezzature, nella loro capacità di servire gli obiettivi politici del governo. È ancora una potenza militare molto formidabile. Non voglio che qualcuno pensi che domani i palestinesi o chiunque altro possa sconfiggere l’esercito israeliano. Non siamo a quel punto. Ma c’è un esaurimento che riflette anche la mancanza di coesione sociale tra chi presta servizio e chi non lo presta.
E l’opzione, l’opzione più allettante, è ovviamente quella di lasciare Israele, se possibile, se non si vuole che i propri figli prestino servizio nell’esercito, e questo accade in gran numero.
Ora, tutto questo non significa che non ci siano ancora giovani israeliani entusiasti di arruolarsi non solo nell’esercito, ma anche nelle unità d’élite dell’esercito. Quindi l’esercito ha ancora il potere di controllare la popolazione civile, di distruggerla, di sottoporla a genocidio, di terrorizzarla, come fa in Cisgiordania e all’interno di Israele.
La domanda è: a giudicare dai precedenti storici, questa situazione può continuare all’infinito? La storia risponde di no. C’è un limite a questo comportamento scorretto. C’è un limite al mantenimento di milioni di persone sotto un regime militare contro la loro volontà per così tanto tempo, specialmente in una regione in cui i colonizzatori, se vogliamo, sono una minoranza e non la maggioranza, nonostante l’equilibrio di potere che ora li fa prevalere. Ma non credo che questa situazione possa durare nel futuro prossimo, né in quello più lontano.
Fonte
Nonostante il dominio militare di Israele sui suoi nemici regionali, l’entità sionista si trova davvero nel momento più vulnerabile della sua storia? E, cosa ancora più importante, può sostenere il progetto dello Stato ebraico?
Lo storico israeliano Ilan Pappè sostiene che Israele stia implodendo. Egli definisce l’attuale governo di estrema destra di Benjamin Netanyahu come neo-sionista, nel senso che i vecchi valori del sionismo sono diventati più estremi, più apertamente razzisti, più suprematisti e più violenti. Questo Stato neo-sionista ha abbandonato l’approccio graduale, la lenta pulizia etnica dei palestinesi, che caratterizzava i precedenti governi sionisti.
Sta usando il genocidio come arma per svuotare la Striscia di Gaza dai palestinesi e presto forse anche la Cisgiordania. È dominato da estremisti ebrei che hanno trasformato Israele in quello che lui chiama lo Stato di Giudea, distinto dal vecchio Stato di Israele.
Lo Stato di Giudea, governato da coloni ebrei fanatici, 750.000 dei quali vivono in Cisgiordania, fonde il sionismo religioso con l’ebraismo ortodosso. Cerca di stabilire un “impero israeliano” che dominerà i suoi vicini arabi, in particolare Libano, Giordania e Siria.
L’odio per i palestinesi da parte di coloro che governano questo Stato neo-sionista, lo Stato di Giudea, si estende anche agli ebrei israeliani laici. Questo, sostiene, significa che alla fine Israele si frammenterà, rendendo Israele insostenibile.
Allo stesso tempo, con il disgregarsi dell’impero americano, un processo accelerato dall’inettitudine e dalla corruzione dell’amministrazione Trump, il pilastro fondamentale di sostegno di Israele si eroderà, costringendo gli Stati Uniti a un ridimensionamento, anche in Medio Oriente.
Cosa significherà il crollo di Israele per gli israeliani, i palestinesi e il Medio Oriente? Porterà a un processo di decolonizzazione? O alimenterà ancora più violenza, spargimenti di sangue ed estremismo? Sarà possibile sostituire Israele con uno Stato laico, in cui i palestinesi abbiano pari diritti rispetto agli israeliani, un Paese in cui viga il principio “una persona, un voto”? Oppure Israele si atrofizzerà in una teocrazia dispotica, con la sua élite laica istruita in fuga dal Paese e la sua economia che si disintegra sotto l’assalto?
CH – Per discutere del futuro di Israele e del suo nuovo libro “La fine di Israele” (Fazi Editore), è con me Ilan Pappè, professore di storia al College of Social Sciences and International Studies dell’Università di Exeter, nel Regno Unito, e direttore del Centro europeo per gli studi palestinesi dell’università. Tra gli altri suoi libri ricordiamo “La pulizia etnica della Palestina”, “Dieci miti su Israele” e “Una storia della Palestina moderna”. Cominciamo con le ultime notizie dal Qatar, il tentativo di assassinio dei leader di Hamas che apparentemente si erano riuniti per discutere e, secondo tutte le fonti, accettare l’ultimo accordo di cessate il fuoco.
IP – Sì, Chris, grazie per avermi invitato ancora una volta al tuo programma. È un grande piacere e un onore essere qui. Penso che quelli di noi che seguono da vicino la politica di Benjamin Netanyahu nei confronti dei negoziati con Hamas o dell’idea di trovare una via d’uscita dall’attuale guerra a Gaza, non siano stati sorpresi dall’attacco.
Nei casi precedenti in cui c’era la possibilità di un accordo, Netanyahu ha trovato modi non militari, se volete, per renderlo impossibile. Questa volta, a causa del coinvolgimento americano, era chiaro che Hamas stava facendo di tutto per soddisfare le richieste israeliane e quindi un accordo era possibile e l’unico modo per sabotarlo era questo attacco provocatorio alla squadra negoziale di Hamas.
Non si tratta nemmeno della leadership di Hamas. Ha attaccato la squadra negoziale sperando che questo avrebbe portato a una situazione in cui i negoziati sarebbero stati impossibili. Sia l’attacco stesso è fallito, sia la posizione di Hamas, che è rimasta inalterata. Sono ancora disposti a negoziare un accordo. Penso che questa sia una dimensione di quell’attacco.
L’altra dimensione è quella a cui hai fatto riferimento nelle tue osservazioni introduttive. Si tratta del DNA dell’attuale governo israeliano, la sensazione di essere i dominatori del Medio Oriente, la potenza dominante. Ed è bene ogni tanto mostrare a tutte le parti del Medio Oriente che hanno il potere e la capacità di fare tutto ciò che vogliono, indipendentemente dal diritto internazionale o dalla sovranità dei paesi arabi.
Hanno davvero la sensazione che il mondo arabo, o almeno i regimi del mondo arabo, siano totalmente alla loro mercé e sotto la loro sottomissione. E penso che questi fossero i due obiettivi di questo attacco: uno era tattico, riguardante i negoziati, ma l’altro faceva parte di questo senso di arroganza, di essere ora davvero il potere nella zona, il che si adatta molto bene a questa visione messianica neo-sionista di ricostruire l’antico regno di Israele di cui hanno letto nell’Antico Testamento, nella Bibbia, pensando di essere ora in grado di ricostruirlo con lo stesso tipo di potere e influenza.
CH – E per quanto riguarda la reazione dell’amministrazione Trump, è difficile sapere cosa sia vero. Trump mente come respira, ma sostiene, ovviamente, di non averne saputo nulla fino a quando l’esercito americano non glielo ha detto.
L’avvertimento che sarebbe stato dato al Qatar, secondo i qatarioti, è arrivato dieci minuti dopo l’inizio dei bombardamenti. In Qatar c’è la più grande base aerea statunitense del Medio Oriente, che avrebbe sicuramente potuto rilevare l’avvicinarsi degli aerei da guerra israeliani tramite i sistemi radar. Come interpreta la risposta degli Stati Uniti e l’effetto di questo attacco sugli Stati Uniti?
IP – Penso che questo sia un modo per cercare di nascondere ciò che è realmente accaduto. Dopo tutto, non solo in Qatar c’è la più grande base americana in Medio Oriente, ma c’è anche l’alto comando americano dell’intera regione. L’aviazione israeliana non avrebbe inviato un solo aereo in quello spazio aereo senza almeno informare il quartier generale statunitense in Qatar.
Quindi penso che gli americani sapessero che sarebbe successo. Credo che Trump stia cominciando a capire che Netanyahu ritiene che a volte i fatti accertati siano sufficienti per assicurarsi che Trump, anche se non del tutto soddisfatto di un’azione, la accetti dopo che è stata compiuta. E quindi penso che gli americani ne fossero a conoscenza.
Hanno deciso di non fermarlo con mezzi potenti o coercitivi e hanno sperato, e probabilmente credono ancora in questo momento, di essere riusciti in qualche modo a sorvolare su questo incidente, come lo definiscono loro, e a mantenere i loro buoni rapporti sia con Israele che con il Qatar.
A un certo punto questo tipo di politica avventurosa non sarà più così facile da conciliare per gli americani. Finora ha funzionato grazie alla debolezza dei governi arabi, alla loro mancanza di autostima e dignità. Ma un giorno potrebbero rendersi conto che questo è troppo anche per loro. E allora tutto questo gioco americano di navigare o bilanciare i due diversi interessi degli Stati Uniti nella regione, questo equilibrismo, potrebbe non essere più possibile in futuro.
CH – Qualche mese fa, durante una cena al Cairo con l’ex capo del Ministero dell’Informazione di Nasser, che [l’ex presidente egiziano Anwar El-] Sadat aveva fatto imprigionare per 10 anni, mi ha fatto notare proprio questo punto. Ha detto che il problema non è che Israele è forte, ma che i governi arabi sono deboli.
IP – Assolutamente, assolutamente. È qualcosa che, sapete, qualunque cosa possiamo pensare di [ex presidente dell’Egitto] Gamal Abdel Nasser, i precedenti leader del Ba’ath in Siria e Iraq non avrebbero tollerato un simile comportamento da parte di Israele. Non c’è dubbio, con tutto il rischio di dire cosa sarebbe successo se nella storia questo fosse accaduto.
CH – Parliamo quindi dello Stato di Giudea, di cosa significa e di come si differenzia dallo Stato di Israele.
IP – Sì, lo Stato della Giudea è il tipo di struttura politica che ha cominciato a emergere negli insediamenti ebraici, nelle colonie della Cisgiordania dopo la guerra del giugno 1967. E all’inizio era...
CH – Mi permetta di interromperla per spiegare ai nostri ascoltatori che quello è il momento in cui Israele ha occupato Gaza e la Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est.
IP – E la Cisgiordania, assolutamente. Sì, quella che chiamiamo la Guerra dei Sei Giorni, in cui Israele occupò la Cisgiordania e la Striscia di Gaza insieme alle Alture del Golan e alla penisola del Sinai. E all’interno della Cisgiordania, che un gruppo di ideologi e gruppi politici israeliani di destra consideravano l’antica terra di Israele, si sviluppò una certa infrastruttura ideologica.
All’inizio era molto marginale. Aveva un impatto minimo sulla politica israeliana. Ma quando il Likud, guidato da Menachem Begin nel 1977, pose fine al dominio o alla supremazia sionista laburista nella politica israeliana e sionista, questi ideologi divennero molto più influenti e cominciarono a svilupparsi attraverso centri di apprendimento, attraverso gli scritti dei loro rabbini, dei loro guru, una sorta di letteratura di natura fortemente ideologica che interpretava la realtà degli anni ‘70 e ‘80 e successivamente del XXI secolo come un momento storico monumentale nella vita del popolo ebraico, in cui l’antico Israele biblico sarebbe tornato e i giorni del periodo d’oro, il periodo glorioso del passato, sarebbero stati rivissuti.
A tal proposito, secondo l’ideologo, dovevano verificarsi due cose. Innanzitutto, era necessario ottenere la sovranità su tutto l’antico Israele, ovvero su tutta la Palestina storica, Israele, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Inoltre, era necessario mantenere un regime teocratico.
Pertanto, il problema non era solo la presenza di così tanti palestinesi in quel nuovo regno tanto ambito, ma anche la presenza di ebrei laici che, ai loro occhi, avevano servito a uno scopo preciso nella storia, ma avevano già esaurito il loro ruolo storico e quindi costituivano un ostacolo alla ricreazione del glorioso regno biblico di cui avevano letto nell’Antico Testamento.
Ora, da gruppo marginale negli anni ‘70 e ‘80, sono diventati una potente forza politica perché sono riusciti a farsi strada nelle parti più povere della società ebraica israeliana, specialmente tra la seconda e la terza generazione di ebrei nordafricani che vivevano nelle baraccopoli delle grandi città, nelle famigerate città di sviluppo di Israele, che mancavano di adeguate infrastrutture economiche, educative e professionali.
Questi ultimi sono stati reclutati abbastanza facilmente da questa ideologia e il loro stile di vita era comunque già piuttosto tradizionale e molto più religioso di quello degli ebrei laici. Sono quindi diventati una forza formidabile, come abbiamo già visto nelle elezioni durante la pandemia di coronavirus. Ma il loro momento di massimo splendore è arrivato nel novembre 2022, quando Netanyahu, con tutti i suoi problemi, ha deciso di allearsi con quella coalizione dello Stato di Giudea ed era disposto a dare loro tutto ciò che volevano per rimanere al potere.
Ciò significava concedere loro il Ministero degli Interni, che in America corrisponderebbe al Dipartimento della Sicurezza Nazionale, una posizione di potere all’interno del Ministero della Difesa e del Ministero delle Finanze, ma, cosa ancora più importante, consentire loro di occupare posizioni di alto livello e di rilievo nella polizia, nell’esercito e nei servizi segreti.
Così ora hanno una presa molto forte sullo Stato israeliano nel suo complesso, e con questo intendo dire che lo Stato che stanno guardando, che io chiamo Stato di Giudea, sta gradualmente fagocitando lo Stato di Israele.
CH – Questi sono i Mizrahi, come vengono chiamati in Israele, e hanno sempre avuto, c’è sempre stata tensione con gli Ashkenazi, gli ebrei di origine europea che hanno dominato Israele, diciamo fino agli anni ‘80. Anche se, naturalmente, la famiglia di Netanyahu proviene dalla Polonia. E quello che si vedeva era una sorta di – Avi Shlam lo descrive molto bene nelle sue memorie, credo si intitoli Three Worlds – quella tensione, quel razzismo intrinseco.
Voglio dire, lei lo ha menzionato nel suo libro, ed è affascinante che quei gruppi, molti dei quali erano ebrei arabi, o come ha detto lei, provenivano dal Marocco o dall’Etiopia, o da qualsiasi altro posto, fossero trattati male dagli ashkenaziti. Ed è affascinante che siano diventati la nuova base di potere perché, ovviamente, erano i... non voglio definirli cittadini di seconda classe, ma certamente, tra molti leader ashkenaziti, erano una sorta di imbarazzo.
IP – Assolutamente. È una storia tragica e hai ragione, il mio amico Avi ne parla molto bene nel suo libro Three Worlds. Sono stati portati, cioè non loro, i loro nonni, per così dire, sono stati portati in Israele all’inizio degli anni ‘50 perché il movimento sionista o il nuovo Stato di Israele non riusciva a convincere milioni di ebrei che vivevano negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in alcune parti d’Europa a emigrare in Israele.
E con una certa riluttanza, la leadership sionista decise di portare persone che considerava “ebrei arabi”, ovvero che non erano solo ebrei, ma anche arabi. Ma con l’aiuto dei propri consulenti accademici, intrapresero quello che uno di loro definì un processo di de-arabizzazione degli ebrei arabi, ovvero renderli ebrei europei.
E uno dei modi migliori per un ebreo arabo di essere accettato alla pari di un ebreo europeo è quello di mostrare odio e razzismo nei confronti degli arabi e, di fatto, della propria identità. Ciò crea una struttura mentale piuttosto travagliata, oltre a condizioni sociali ed economiche difficili in cui si sono trovati perché spinti ai margini geografici e sociali della società.
Ora, è successo qualcos’altro perché i governi non hanno affrontato i problemi sociali ed economici. I gruppi religiosi sono subentrati al governo e hanno avuto una grande influenza sulla generazione più giovane. Quindi non si tratta solo di Mizrahi contro Ashkenazi, ma anche di un’intera generazione di giovani israeliani che ha vissuto ciò che si può definire come nazionalismo-religioso, piuttosto che democratico-laico, attraverso un sistema educativo nazional-religioso che produce laureati razzisti, teocratici nel loro modo di vedere la democrazia, i diritti umani e i diritti civili e molto impegnati nel sogno sionista.
Alcuni di questi giovani li abbiamo visti nei selfie che hanno girato durante il genocidio di Gaza ed è molto facile riconoscere il linguaggio che usano, l’odio, il razzismo e purtroppo questo non è un fenomeno marginale. Si tratta di un fenomeno molto diffuso che fa parte della base di potere di quello che io chiamo lo Stato di Giudea.
CH – Come la destra cristiana negli Stati Uniti, vedono la politica attraverso la lente della Bibbia e parlano di ciò che questo significa, in particolare di questa campagna per radere al suolo la moschea di Al-Aqsa, penso che [il ministro israeliano della Sicurezza nazionale Itamar] Ben-Gvir sia uno dei leader di questa campagna, per ricostruire il secondo tempio.
È tutta mitologia, ovviamente. Non lo so. Sappiamo davvero dove si trovassero esattamente la Giudea e la Samaria? Non lo so. Ma, come per la destra cristiana, improvvisamente la politica viene filtrata attraverso questa mitologia biblica.
IP – Assolutamente sì, come nel caso dei sionisti cristiani, ha un lato pseudo-scientifico. Vicino al Muro del Pianto a Gerusalemme, cioè vicino all’Haram al-Sharif dove si trova la moschea di Al-Aqsa, c’è qualcosa chiamato Istituto per la costruzione del Terzo Tempio, presumibilmente un istituto accademico che studia la storia dei templi nell’antichità e costruisce modelli per il terzo tempio nel futuro. Questo fa parte di...
CH – Mi permetta di interromperla. I romani rasero al suolo il tempio ebraico. Era il 70 d.C.? La data è corretta?
IP – Sì, nel 70 d.C.
CH – E poi, naturalmente, hanno espulso gli ebrei da Gerusalemme. Questo è successo dopo la rivolta di Bar Kokhba, giusto? E poi è sempre stato così, tra i sionisti religiosi, e ora abbiamo la moschea di Al-Aqsa. Credo che sia lì che il profeta Maometto sarebbe asceso al cielo. È uno dei principali luoghi sacri dell’Islam, considerato il terzo più importante, ma estremamente significativo, e l’idea è proprio quella di demolirlo, il che, ovviamente, scatenerebbe la rabbia di gran parte del mondo musulmano.
IP – Sì, quindi una caratteristica di questa visione messianica è proprio quella di sostituire le due moschee sul monte con il terzo tempio. Ma c’è un altro aspetto di questa visione missionaria, ovvero quello di creare o ricreare il regno di Davide e Salomone. Non che ci sia una mappa chiara nella Bibbia, non ci sono mappe, ma hanno in mente una certa cartografia che si estende ben oltre la Palestina storica, cioè Israele e i territori occupati, fino alla Giordania, alla Siria e al Libano.
Ora, in questo momento, sembra una cosa totalmente folle e non uno scenario molto pratico o addirittura possibile o probabile. Ma quello che vorrei dire è che, anche se non credo che saranno mai in grado di realizzare quel tipo di estensione o espansione geografica, non sono sicuro che non ci proveranno. Questo di per sé è un tipo di comportamento strategico e futuro irrazionale che, a mio avviso, contribuirà anche alla disintegrazione di Israele in un futuro più lontano.
CH – Possiamo sostenere che è quello che stanno facendo ora? Essenzialmente stanno espandendo la Grande Israele a Gaza. Hanno già espanso, chiamiamola Grande Israele, nel sud del Libano. Si sono spostati quasi fino a Damasco in Siria. È questo che sta guidando questa espansione? Poi, naturalmente, ci sono questi attacchi che vengono effettuati in Iran, in Qatar.
IP – Assolutamente sì, questo è il modello che stanno costruendo. Il modello è quello del centro di gravità. La base del potere in Medio Oriente è nella Gerusalemme sionista ebraica. E l’intera regione è governata da lì con vassalli, alleati e nemici che vengono costantemente puniti. E nel frattempo, lo spazio dello Stato si estende oltre i confini di quella che un tempo era la Palestina mandatoria o storica. Assolutamente giusto.
C’è già una presenza militare nel Libano meridionale, nel sud della Siria, e non credo che si fermeranno lì. E quello che penso sia molto difficile da capire per i tuoi spettatori, Chris, è rendersi conto che c’è una differenza tra il loro discorso interno in ebraico e ciò che trapela o si manifesta in inglese o viene tradotto in inglese, perché se si visitano i loro centri di apprendimento, se si leggono i loro siti web, se si fa uno sforzo più profondo per guardare ciò che scrivono e lo si prende sul serio e se ne parla, allora si può vedere che l’ambizione è molto più grande, è più che avere semplicemente una presenza militare nel sud del Libano o nel sud della Siria.
L’ambizione è quella di ricostruire davvero l’antico ‘Israele biblico’ e considerare molte delle aree a ovest del fiume Giordano, come la Giordania, come parte di quel regno biblico che per diritto o per volontà di Dio appartiene in realtà al popolo ebraico, ovvero l’attuale popolo israeliano.
CH – Parliamo quindi di come questo contribuisca alla disintegrazione. Lei scrive:
“Quindi una potenziale caduta di Israele potrebbe essere simile alla fine del Vietnam del Sud, la totale cancellazione di uno Stato, o simile al Sudafrica, la caduta di un particolare regime ideologico e la sua sostituzione con un altro. Credo che nel caso di Israele, elementi di entrambi gli scenari si svilupperanno prima di quanto molti di noi possano comprendere o prepararsi”.
Quindi ci sono divisioni interne. Lo abbiamo visto con le proteste contro Netanyahu. Non sembra esserci molta controversia interna sul genocidio, ma certamente su questo scontro tra i sionisti religiosi, lo Stato della Giudea e il vecchio Stato di Israele, se si vuole definirlo come quel tipo di scontro.
Quindi ci sono divisioni interne. C’è l’espansione della Grande Israele. In che modo queste forze contribuiscono alla disintegrazione dello Stato di Giudea, dello Stato di Israele?
IP – Tutte queste azioni e strategie, quando vengono attuate sul campo, hanno una connessione dialettica con altri processi. Vale a dire, influenzano altri processi quasi come su un tavolo da biliardo.
Ad esempio, più aggressiva è l’espansione territoriale israeliana, più crudeli sono le azioni punitive e avventurose di Israele, ovvero il suo coinvolgimento in tutto il mondo arabo, più il mondo arabo stesso subirebbe un processo di cambiamento dall’interno che finora non si è ancora verificato.
La cosiddetta “Primavera araba” non ha prodotto cambiamenti radicali nei regimi del mondo arabo, ma una situazione del genere, con un’escalation dell’espansione territoriale e delle azioni punitive israeliane, può portare a una rivoluzione continua.
Quella iniziata nel 2012 e una delle manifestazioni, credo, di qualsiasi nuovo ordine politico nel mondo arabo saranno regimi, governanti, governi, qualunque essi siano, élite politiche, che rifletteranno più fedelmente ciò che le loro società vogliono che i loro Stati facciano riguardo alla Palestina.
E allora Israele non si troverebbe di fronte a due piccoli eserciti di guerriglieri che può sconfiggere con relativa facilità, anche se non è stato in grado di farlo. Ma si troverebbe di fronte ad eserciti convenzionali. Il secondo aspetto è economico. Un’espansione come questa, un comportamento folle, se volete, tipico dei governi populisti, ovunque essi siano, ha un prezzo.
Gli Stati Uniti sono quelli a cui chiederebbero di finanziarne la maggior parte, perché fino al 2023 hanno fornito a Israele un sostegno annuale di 3 miliardi di dollari. Dal 2023 hanno già versato sul conto bancario israeliano, per così dire, circa 15-16 miliardi di dollari e la richiesta ai contribuenti americani di finanziare queste ambizioni aumenterebbe e questo non sono sicuro sarebbe sostenibile, anche se un’amministrazione repubblicana fosse d’accordo.
Quindi stanno affrontando anche una grave crisi economica, nonostante il fatto che, ovviamente, la gente continui ad acquistare prodotti e servizi di sicurezza militare dagli israeliani. Tuttavia, ciò non sarebbe sufficiente a sostenere un’economia adeguata.
A ciò si aggiunge l’isolamento nel mondo che, quanto più estremo è il comportamento, potrebbe non essere più limitato alle campagne di boicottaggio e disinvestimento ma passare alle sanzioni.
Stiamo già iniziando a vedere i primi segnali in questo senso, con alcuni governi disposti almeno a discutere di sanzioni; staremo a vedere se saranno disposti a imporle. A ciò si aggiunge anche il cambiamento nella giovane generazione di ebrei, soprattutto negli Stati Uniti, che con un Israele e una Giudea in tali condizioni probabilmente si dissocerebbero dal sionismo e da Israele e, chissà, molti di loro potrebbero persino diventare attivisti nel movimento di solidarietà con i palestinesi.
Infine, penso che dobbiamo prestare attenzione alla generazione più giovane di palestinesi. Non c’è molto da dire sull’attuale leadership politica dei palestinesi in termini di unità, visione ed efficacia.
Ma se si ascoltano, si osservano e si parla con i palestinesi più giovani, si scopre che lì c’è un capitale umano che sarebbe in grado credo, di ristrutturare il movimento di liberazione palestinese, di orientarlo verso un percorso molto più efficace in futuro e di metterli effettivamente al posto di comando, non solo nella lotta per smantellare il sionismo, ma, cosa ancora più importante, nel guidare il dibattito su cosa dovrebbe sostituire un Israele decolonizzato o, se ho ragione, un Israele disintegrato in cui il progetto sionista crollerà davanti ai nostri occhi.
CH – Prima di chiederti come sarà questo crollo, la roadmap per arrivare a quel crollo in termini di passi concreti, parliamo dell’Egitto. I palestinesi di Gaza, due milioni dei quali sono stati spinti fino al confine con Rafah, un confine di nove miglia che condivide con l’Egitto.
L’Egitto ha spostato gli armamenti militari lungo il confine perché teme che la barriera di sicurezza venga violata. Lo considera una possibilità reale? Perché quando si parla di uno scontro, l’unica potenza militare che ha la capacità di farlo in Medio Oriente, beh, a parte forse l’Arabia Saudita, ma che ha davvero la capacità di causare qualsiasi tipo di danno a Israele è l’Egitto.
IP – Beh, sono sicuro che il presidente e il governo egiziani non siano entusiasti di uno scenario in cui l’esercito egiziano entri in uno scontro, uno scontro militare con Israele. Potrebbero, hai perfettamente ragione, Chris, trovarsi in una posizione in cui hanno pochissime opzioni. È molto difficile prevedere esattamente cosa accadrà nel prossimo futuro, ma si possono individuare alcuni scenari che sono abbastanza probabili.
Uno è che gli egiziani continuino fino alla fine a rifiutare il trasferimento di due milioni di palestinesi nel loro territorio, il che costringerebbe gli israeliani a tentare, e ne stanno già parlando, di costruire quella che chiamano “la grande città dei rifugiati” al confine tra la Striscia di Gaza, il Sinai e l’Egitto. Al momento, tra l’altro, gli israeliani non hanno i soldi per costruirla. Contano sugli Stati Uniti per costruire quella città.
Tuttavia, penso che molti palestinesi nella Striscia di Gaza si opporrebbero al trasferimento in un simile ghetto. Il massacro continuerà. Il genocidio potrebbe persino intensificarsi, se non fosse già abbastanza grave. E non si tratterebbe solo della vicinanza dell’esercito egiziano all’esercito israeliano, cosa che è stata evitata per molti anni grazie al trattato di pace.
Si tratterebbe anche della pressione esercitata dalla società egiziana, se l’Egitto fosse così chiaramente coinvolto in qualcosa che sta accadendo a pochi metri dal confine egiziano-israeliano. Purtroppo non posso promettere a nessuno che vive a Gaza che questo porterà immediatamente alla fine del genocidio. Ma penso che questa sia l’ultima fase di questa particolare carneficina, che non porterà alla totale eliminazione dei palestinesi. Non credo. Ma ci sarà un tentativo di farlo, con conseguenze terribili.
E molto dipende dalla comunità internazionale, non solo dal mondo arabo. Dalla comunità internazionale che ora deve essere fedele a qualcosa che la maggior parte dei paesi leader, a parte gli Stati Uniti ovviamente, in Occidente hanno detto che se questo dovesse verificarsi, si muoverebbero per imporre severe sanzioni a Israele. Questo potrebbe domare Israele. Questo potrebbe fermare anche lo stato di Giudea.
La domanda è: i governi europei hanno la volontà di imporre sanzioni severe che includerebbero la fine dei rapporti commerciali con Israele, l’espulsione di Israele dalla UEFA, la federazione calcistica, dall’Eurovision, e la creazione di almeno la stessa atmosfera che hanno cercato di creare per la Russia dopo l’invasione russa dell’Ucraina?
CH – Parlaci un po’ di come prevedi che avverrà questa disintegrazione. Come si presenterebbe sul campo?
IP – Sì, come sapete, in questo libro di cui stiamo parlando, La fine di Israele, questa è stata ovviamente la parte più difficile. Non è stato difficile per me immaginare come avrei voluto che fosse la Palestina storica nel 2048.
La grande domanda che tutti noi ci poniamo, specialmente quelli di noi che sostengono la soluzione di un unico Stato democratico, è: come ci arriviamo? E quello che ho cercato di fare nella seconda parte del libro, in modo piuttosto romanzesco, attraverso il diario di un vecchio che guarda indietro...
CH – Giusto, questo ti vede come un uomo molto anziano, credo. [Ridendo]
IP – Un uomo molto anziano. Doveva essere un uomo molto anziano. Altrimenti non sarei riuscito a inserirlo in un arco di tempo di almeno 20 anni, giusto, a partire da oggi. E io ora ho 70 anni, quindi sarebbe un uomo molto anziano. Ma quello che ho cercato di fare è stato innanzitutto evitare un quadro roseo della decolonizzazione. La decolonizzazione è una faccenda complicata, molto complicata.
Non c’è stata una sola decolonizzazione nella storia che sia stata completamente non violenta e che sia andata liscia. Quindi, da un lato, ho cercato di essere realistico. Per questo includo le battute d’arresto e la violenza, purtroppo, con la profonda speranza che si tratti di eventi limitati e non della regola nel processo.
La seconda cosa che ho cercato di mostrare è che c’è un effetto cumulativo di alcune azioni drammatiche che le persone coinvolte in questa equazione possono intraprendere per influenzare la realtà.
Farò alcuni esempi. Credo che ci sarà un cambiamento nell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Non so se sarà una nuova OLP, sarà una nuova organizzazione, ma penso che ci sarà una voce palestinese più chiara che abbandonerà la soluzione dei due Stati e unirà il maggior numero possibile di palestinesi attorno a una visione e a una piattaforma che costringerà il mondo a dire che questa è la posizione palestinese, non la posizione di un gruppo estremista o di quella o quell’altra fazione, ma la visione ufficiale del movimento di liberazione palestinese.
Questo diventerebbe più realistico se Israele annettesse, e penso che Israele cercherà di annettere, illegalmente, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza e le rendesse parte di Israele. Inoltre, non sono un esperto di politica americana, mi inchino alla tua conoscenza, ma mi rifiuto di assumere posizioni teleologiche deterministiche sul futuro.
La storia è ciclica e non lineare e quindi credo, e non solo spero, che ci sia la possibilità che in America emerga un tipo diverso di politica, non domani e non dopodomani, soprattutto perché i leader populisti come Trump non sono molto competenti nella gestione dell’economia e della società o delle relazioni internazionali e quindi penso che qualsiasi cambiamento particolare, cambiamento positivo, nella politica americana – non nel futuro molto prossimo, come ho detto, ma in un futuro più lontano – avrebbe un ruolo molto importante nel limitare le opzioni del regime israeliano di continuare a sostenere un sistema di apartheid, espansione, pulizia etnica e, si spera, non altri genocidi.
E questo è anche qualcosa a cui credo si debba prestare attenzione, ovvero che sebbene Israele abbia sconfitto militarmente Hezbollah e probabilmente abbia sconfitto o almeno limitato le opzioni dell’Iran e di Hamas, continuando a controllare milioni di palestinesi in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza, all’interno di Israele contro la loro volontà, affrontando i milioni di palestinesi che vivono nei campi profughi ai confini di Israele con i loro legami con le milizie locali e il movimento di resistenza, questa realtà non scomparirà. Questa realtà non cambierà.
E questo aumenterebbe la pressione militare su Israele dall’esterno. Quindi spero che tutte queste pressioni alla fine creino due tipi di dinamiche interne, che sono l’atto finale, se volete, in questo scenario e un atto necessario. Altrimenti non accadrebbe.
Una è il cambiamento – ma sarebbe l’ultima cosa che accadrebbe – un cambiamento nella società ebraica israeliana simile a quello che ha avuto luogo nella comunità bianca in Sudafrica, disposta a riconoscere che non c’è altra opzione se non quella di rinegoziare la realtà. So che ora sembra del tutto irrealistico, ma sto parlando di un futuro diverso con eventi diversi che si sono verificati fino a quel momento, comprese tutte le pressioni di cui parlavo. Questa è una cosa.
In secondo luogo, non ho alcun dubbio che ci saranno due movimenti di popolazione che costituiranno l’atto finale. Uno, e penso che sia successo anche ad alcune persone della comunità bianca in Sudafrica, gli israeliani che non volessero vivere in uno Stato non-apartheid e che avessero la doppia nazionalità o lavori che possono avviare al di fuori di Israele se ne andrebbero, e possono andarsene.
E l’inizio del movimento dei palestinesi che tornano dai campi profughi e dalle comunità in esilio, cambiando la demografia, cambiando le opzioni politiche e – forse questo potrebbe sorprendere alcune persone – la mia esperienza di 70 anni con i palestinesi mi rende totalmente fiducioso che l’impulso fondamentale dei palestinesi, se mai arriveremo al momento in cui inizieranno a liberarsi da più di un secolo di oppressione, colonialismo e pulizia etnica, non sia la vendetta, né la punizione, ma piuttosto la restituzione, il desiderio di ricostruire la loro vita normale che avevano prima dell’arrivo del sionismo.
E credo davvero che il modello ispiratore non verrà dai modelli politici europei, ma piuttosto dal passato precedente al 1948, quando musulmani, cristiani ed ebrei coesistevano sinceramente, non solo nella Palestina storica, ma anche nel Mediterraneo orientale e nel Nord Africa.
CH – Vorrei concludere chiedendoti delle IDF [Forze di Difesa Israeliane], delle pressioni sulle IDF. Ci sono voci di ogni tipo secondo cui un numero significativo di riservisti non si sta presentando per questa nuova campagna a Gaza, che il numero delle vittime è molto più alto di quanto sappiamo. E poi, naturalmente, ci sono tutte queste stime sul numero di israeliani che hanno lasciato il Paese dall’ottobre 2023, che arrivano addirittura a mezzo milione.
Ma sembra esserci una sorta di esaurimento. L’IDF non è stata creata, non è mai stata creata per combattere una guerra di logoramento. Israele è un Paese piccolo, ha una popolazione di sette milioni di abitanti o giù di lì. Quindi parliamo solo della pressione, delle pressioni militari interne che potrebbero contribuire a questo.
IP – Sì, Chris, sono contento che tu ne abbia parlato perché è un fattore di cui scrivo nel libro, ma ho dimenticato di citarlo come ulteriore indicatore di una possibile disintegrazione. Quindi sono felice che tu ne abbia parlato.
Ci sono due tipi di esaurimento qui. Uno è l’esaurimento umano. È chiaro che i soldati di riserva sono diventati l’esercito regolare perché dal 2023 prestano servizio così tanto che servono quasi gli stessi giorni in un anno di un giovane soldato regolare.
E queste sono persone che non solo sono esauste perché impegnate continuamente dall’esercito, ma stanno anche perdendo il lavoro, la loro attività e, naturalmente, questo ha un effetto negativo enorme sulle loro famiglie e sulla loro vita.
Il secondo tipo di esaurimento è quello delle attrezzature, come ha recentemente rivelato Haaretz: c’è un problema con le attrezzature di cui dispone Israele perché la strategia israeliana, che si riflette nelle attrezzature che produce e acquista, mira a vincere le guerre a tre condizioni.
La prima è che Israele inizi la guerra, cosa che non è avvenuta nel 2023. La seconda è che la guerra sia combattuta nel territorio nemico, cosa che non è sempre avvenuta. E la terza, e più importante, è che le guerre siano molto brevi. Altrimenti, come hai giustamente detto, diventano guerre di logoramento.
Tutti e tre questi elementi non sono stati soddisfatti. E questo si riflette anche nella qualità delle attrezzature, nella loro capacità di servire gli obiettivi politici del governo. È ancora una potenza militare molto formidabile. Non voglio che qualcuno pensi che domani i palestinesi o chiunque altro possa sconfiggere l’esercito israeliano. Non siamo a quel punto. Ma c’è un esaurimento che riflette anche la mancanza di coesione sociale tra chi presta servizio e chi non lo presta.
E l’opzione, l’opzione più allettante, è ovviamente quella di lasciare Israele, se possibile, se non si vuole che i propri figli prestino servizio nell’esercito, e questo accade in gran numero.
Ora, tutto questo non significa che non ci siano ancora giovani israeliani entusiasti di arruolarsi non solo nell’esercito, ma anche nelle unità d’élite dell’esercito. Quindi l’esercito ha ancora il potere di controllare la popolazione civile, di distruggerla, di sottoporla a genocidio, di terrorizzarla, come fa in Cisgiordania e all’interno di Israele.
La domanda è: a giudicare dai precedenti storici, questa situazione può continuare all’infinito? La storia risponde di no. C’è un limite a questo comportamento scorretto. C’è un limite al mantenimento di milioni di persone sotto un regime militare contro la loro volontà per così tanto tempo, specialmente in una regione in cui i colonizzatori, se vogliamo, sono una minoranza e non la maggioranza, nonostante l’equilibrio di potere che ora li fa prevalere. Ma non credo che questa situazione possa durare nel futuro prossimo, né in quello più lontano.
Fonte
03/08/2025
USA - L'abolizione del Primo Emendamento
Coloro che hanno testimoniato nella capitale dello Stato contro l’adozione dell’IHRA da parte del New Jersey, sostenendo che avrebbe criminalizzato la libertà di parola, si sono visti spegnere i microfoni e sono stati zittiti, a dimostrazione della nostra tesi.
La scorsa settimana ho testimoniato nella capitale dello Stato del New Jersey, a Trenton, contro il disegno di legge A3558, che adotterebbe la definizione di “antisemitismo” dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (International Holocaust Remembrance Alliance – IHRA), che confonde l’antisionismo con l’antisemitismo.
“Questo è un pericoloso attacco alla libertà di parola, che cerca di criminalizzare le legittime critiche alle politiche israeliane”, ho affermato. “La campagna dell’amministrazione Trump per sradicare apparentemente l’antisemitismo nei plessi universitari è chiaramente un modo per mettere a tacere la libertà di parola ed espellere i non cittadini, anche se si trovano qui legalmente. Questo disegno di legge confonde falsamente l’etnia con uno Stato politico. E, sia chiaro, il peso della repressione nei plessi universitari è diretto contro studenti e docenti che si oppongono al Genocidio a Gaza, 3.000 dei quali sono stati arrestati e centinaia sono stati censurati, sospesi o espulsi. Molti di questi studenti sono ebrei. Che dire dei loro diritti? Che dire delle loro tutele costituzionali?”
“Ho avuto numerosi rapporti con giornalisti e dirigenti politici israeliani”, ho continuato. “Conoscevo, ad esempio, l’ex Primo Ministro israeliano Yitzhak Rabin, che negoziò l’accordo di pace di Oslo. Rabin fu assassinato nel 1995 da un ultranazionalista israeliano che si opponeva all’accordo di pace. Rabin affermò senza mezzi termini in numerose occasioni che l’Occupazione era dannosa per Israele. I colleghi israeliani criticano spesso le politiche israeliane sulla stampa israeliana con un linguaggio che questo disegno di legge definirebbe antisemita”.
“Ad esempio”, continuai, “il giornalista israeliano Gideon Levy, che ha prestato servizio nell’esercito israeliano e scrive per il quotidiano Haaretz, ha chiesto l’imposizione di sanzioni a Israele per fermare il Massacro a Gaza, affermando ‘Fate a Israele quello che avete fatto al Sudafrica’”.
“Omer Bartov, che fu comandante di compagnia israeliana nella guerra del 1973, è Professore di Studi sull’Olocausto e il Genocidio all’Università Brown”, dissi. “In un articolo del 15 luglio sul New York Times, ha affermato che la sua “inevitabile conclusione è diventata che Israele sta commettendo un Genocidio contro il popolo palestinese”.
“Questo tipo di dichiarazioni, e molte altre che potrei citare da colleghi e amici israeliani, li vedrebbero criminalizzati come antisemiti ai sensi di questa legge”, ho aggiunto.
Il presidente della commissione, Robert Karabinchak, un DEMOCRATICO, ha silenziato il mio microfono, ha picchiato il suo martello per impedirmi di parlare e ha permesso a gruppi di Sionisti, che molestavano e insultavano apertamente i musulmani presenti nella sala, di schernirmi e zittirmi.
Ero lì a sostenere che questa legge avrebbe limitato la mia libertà di parola, mentre allo stesso tempo mi veniva negata la libertà di parola.
Questa dissonanza cognitiva definisce gli Stati Uniti e Israele.
Il presidente della commissione ha anche messo a tacere Raz Segal, lo storico israeliano e studioso del Genocidio, e, con un gesto particolarmente insensibile, ha rimproverato Mehdi Rabee, il cui fratello quattordicenne Amer è stato ucciso dai soldati israeliani nell’aprile del 2025.
“Mio fratello quattordicenne, originario di Saddlebrook, nel New Jersey, è stato assassinato dalle IDF”, ha detto Mehdi alla commissione, con la voce tremante per l’emozione.
“Stava solo raccogliendo le olive in un uliveto con i suoi amici, cosa che noi palestinesi facciamo da migliaia di anni. Mio fratello, che non rivedrò mai più, mio fratello che i miei genitori non vedranno mai diplomarsi al liceo o all’università. La deputata Swain, mio padre e il Centro Comunitario Palestinese-Americano hanno cercato di contattarvi più e più volte. E tutto ciò che abbiamo ricevuto è stato solo silenzio. Dato il vostro silenzio, non dovreste avere il diritto di prendere in considerazione l’idea di votare per questo disegno di legge finché non incontrerete la mia famiglia, che è sotto il vostro distretto”.
“Vi chiedo di attenervi alla proposta di legge”, interruppe il DEMOCRATICO Karabinchak.
“Questo disegno di legge mette a repentaglio il mio diritto, garantito dal Primo Emendamento, di criticare Israele per ciò che ha fatto a mio fratello”, ha proseguito. “Ho il diritto di chiamare Israele come voglio. Quando le sue politiche rispecchiano quelle dei Nazisti, ho il diritto di chiamarlo con il suo nome. Vi invito a votare no in memoria di mio fratello”.
Il DEMOCRATICO Karabinchak, irritato dal fatto che i sostenitori abbiano tributato a Rabee un’acclamazione, ha ridotto tutte le testimonianze critiche al disegno di legge da tre minuti a un minuto.
“Il tempo è sceso a un minuto”, ha detto alla folla di circa 400 persone in commissione e in quattro sale di servizio. “Chiederò a tutti di parlare, chi vuole parlare potrà dire ‘Mi oppongo al disegno di legge’ o ‘Sostengo il disegno di legge’”.
“Facciamo altri applausi”, ha detto, con la voce intrisa di sarcasmo. “Siamo contenti ora, vero? Non ti ho buttato fuori come avevo promesso. Quindi ora hai semplicemente zittito le altre persone che hanno diritto di parola. Ecco cosa hai appena fatto! Capisci cosa hai fatto! Si? Un minuto. Un minuto. È finita. E non sarò gentile e non “sarò breve”. Spengo il microfono”.
Il nostro peccato è stato quello di aver osato menzionare l’innominabile: il Genocidio a Gaza.
I Sionisti presenti nella sala hanno aggredito verbalmente e fisicamente i musulmani che erano venuti a opporsi alla legge. Un Sionista si è ripetutamente spinto contro i corpi di coloro che si trovavano all’esterno dell’aula e stavano tenendo una manifestazione contro la legge.
Amy Gallatin, membro della Commissione per le Relazioni Umane di West Orange, “istituita con ordinanza municipale nel 1992 per creare e promuovere valori di diversità, equità e inclusione tra i gruppi della comunità”, ha aperto le foto sul suo iPad in una delle sale affollate e ha detto a chi le sedeva intorno: “Guardate, è Maometto!”.
Quando il Rabbino Yitzchok Deutsch ha lanciato un commosso appello per salvare la popolazione di Gaza, Lisa Swain del Distretto 38 e il deputato Avi Schnall del Distretto 30, entrambi DEMOCRATICI, hanno riso e sghignazzato mentre parlava.
I Sionisti, che hanno dipinto immagini raccapriccianti di ebrei che vivevano sotto vessazioni e temevano per la propria vita, e di un Nazismo che presumibilmente dilagava per le strade del New Jersey, non sono rimasti in silenzio, sebbene le loro dichiarazioni fossero iperboliche all’estremo e spesso frutto di una fervida immaginazione.
Hanno apertamente sbavato per l’adozione del disegno di legge, che, a loro dire, avrebbe fornito alle forze dell’ordine gli strumenti per criminalizzare coloro che incitano all’odio, il che, se si leggono gli “esempi contemporanei di antisemitismo” che accompagnano l’IHRA, include discorsi che criticano le politiche israeliane.
L’IHRA è stato adottato da 35 Stati, dal Distretto di Columbia e da università come Harvard e Columbia.
“La definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA include la critica protetta di Israele e delle sue politiche”, scrive l’Unione Americana per le Libertà Civili. “Ad esempio, la definizione dichiara che ‘negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio affermando che l’esistenza di uno Stato di Israele è un’iniziativa Razzista’, ‘fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti’ e ‘applicare doppi criteri richiedendo a Israele un comportamento non previsto o richiesto da qualsiasi altra nazione democratica’ sono tutti esempi di antisemitismo”.
“Se il Dipartimento dell’Istruzione adottasse questa definizione e indagasse sulle denunce presentate dalle università ai sensi del Titolo Sesto basate su di essa, gli amministratori di istituti e università probabilmente metterebbero a tacere una serie di discorsi protetti, tra cui le critiche al trattamento riservato dal governo israeliano ai palestinesi, analogie che paragonano le politiche israeliane a quelle della Germania Nazista o la condivisione di convinzioni diverse sul diritto a uno Stato Ebraico”, continua l’Unione Americana per le Libertà Civili.
“Le persone potrebbero non essere d’accordo sul fatto che tali discorsi siano antisemiti, ma questo dibattito è irrilevante per il Primo Emendamento, che proibisce al governo di censurare o penalizzare i discorsi politici fondamentali”.
Il Procuratore statunitense Kenneth S. Stern, Sionista dichiarato e principale redattore di quella che è diventata la definizione di antisemitismo dell’IHRA, lamenta che l’IHRA sia stata “grossolanamente abusata” per “limitare la libertà accademica e punire il linguaggio politico”, incluso il “linguaggio filo-palestinese”.
I cinque membri della commissione, che avevano chiaramente preso una decisione prima di entrare nell’aula gremita, hanno approvato all’unanimità il provvedimento, che passerà al voto dell’Assemblea di Stato. Saranno senza dubbio risarciti per la loro perfidia, come tutti i politici che si inchinano ai dettami della Lobby israeliana.
L’America, come Israele, vive in una realtà parallela. Nega la cruda e incontrovertibile realtà del Genocidio trasmesso in diretta streaming. Calunnia chiunque, compresi gli studiosi israeliani dell’Olocausto come il Professor Segal, definendoli antisemiti.
Purtroppo, so come andrà a finire. L’ho visto con i miei occhi nelle numerose dittature che ho seguito come corrispondente estero per vent’anni in America Latina, Medio Oriente, Africa e Balcani. Chi di noi lotta per una società aperta viene messo a tacere, accusato di essere traditore e criminale. Siamo inseriti in una lista nera, censurati e, a volte, rinchiusi. Se riusciamo a fuggire in tempo, siamo costretti all’esilio.
Mentre veniamo messi a tacere, i delatori, i truffatori, i Fascisti Cristiani, i miliardari, i Sionisti e i delinquenti, elevati alle più alte cariche del governo federale dalla Casa Bianca di Trump, vengono ricompensati con potere assoluto, lusso e dissolutezza.
La nostra classe dirigente, sottomessa alle multinazionali, non ha una vera ideologia politica. I partiti politici sono una farsa, una sorta di intrattenimento per ammaliarla nella nostra finta democrazia. Il liberalismo, e i valori che afferma di rappresentare, è una forza esausta e in fallimento.
La parodia nella sala delle commissioni di Trenton è stata un altro deprimente promemoria del fatto che ormai ben poco può fermare il nostro cammino verso uno Stato autoritario: né la stampa, né le università, né i tribunali, che non possono far rispettare le poche sentenze emesse da giudici coraggiosi, né la classe politica, incluso il Partito Democratico, né il processo elettorale.
Dobbiamo resistere, anche solo per affermare la nostra integrità e dignità, anche solo per essere solidali con gli oppressi, anche solo per rallentare il consolidamento della tirannia, anche solo per gioire delle piccole vittorie di Pirro che solo la Resistenza rende possibili.
Ma non dobbiamo lasciarci ingannare.
Fonte
La scorsa settimana ho testimoniato nella capitale dello Stato del New Jersey, a Trenton, contro il disegno di legge A3558, che adotterebbe la definizione di “antisemitismo” dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (International Holocaust Remembrance Alliance – IHRA), che confonde l’antisionismo con l’antisemitismo.
“Questo è un pericoloso attacco alla libertà di parola, che cerca di criminalizzare le legittime critiche alle politiche israeliane”, ho affermato. “La campagna dell’amministrazione Trump per sradicare apparentemente l’antisemitismo nei plessi universitari è chiaramente un modo per mettere a tacere la libertà di parola ed espellere i non cittadini, anche se si trovano qui legalmente. Questo disegno di legge confonde falsamente l’etnia con uno Stato politico. E, sia chiaro, il peso della repressione nei plessi universitari è diretto contro studenti e docenti che si oppongono al Genocidio a Gaza, 3.000 dei quali sono stati arrestati e centinaia sono stati censurati, sospesi o espulsi. Molti di questi studenti sono ebrei. Che dire dei loro diritti? Che dire delle loro tutele costituzionali?”
“Ho avuto numerosi rapporti con giornalisti e dirigenti politici israeliani”, ho continuato. “Conoscevo, ad esempio, l’ex Primo Ministro israeliano Yitzhak Rabin, che negoziò l’accordo di pace di Oslo. Rabin fu assassinato nel 1995 da un ultranazionalista israeliano che si opponeva all’accordo di pace. Rabin affermò senza mezzi termini in numerose occasioni che l’Occupazione era dannosa per Israele. I colleghi israeliani criticano spesso le politiche israeliane sulla stampa israeliana con un linguaggio che questo disegno di legge definirebbe antisemita”.
“Ad esempio”, continuai, “il giornalista israeliano Gideon Levy, che ha prestato servizio nell’esercito israeliano e scrive per il quotidiano Haaretz, ha chiesto l’imposizione di sanzioni a Israele per fermare il Massacro a Gaza, affermando ‘Fate a Israele quello che avete fatto al Sudafrica’”.
“Omer Bartov, che fu comandante di compagnia israeliana nella guerra del 1973, è Professore di Studi sull’Olocausto e il Genocidio all’Università Brown”, dissi. “In un articolo del 15 luglio sul New York Times, ha affermato che la sua “inevitabile conclusione è diventata che Israele sta commettendo un Genocidio contro il popolo palestinese”.
“Questo tipo di dichiarazioni, e molte altre che potrei citare da colleghi e amici israeliani, li vedrebbero criminalizzati come antisemiti ai sensi di questa legge”, ho aggiunto.
Il presidente della commissione, Robert Karabinchak, un DEMOCRATICO, ha silenziato il mio microfono, ha picchiato il suo martello per impedirmi di parlare e ha permesso a gruppi di Sionisti, che molestavano e insultavano apertamente i musulmani presenti nella sala, di schernirmi e zittirmi.
Ero lì a sostenere che questa legge avrebbe limitato la mia libertà di parola, mentre allo stesso tempo mi veniva negata la libertà di parola.
Questa dissonanza cognitiva definisce gli Stati Uniti e Israele.
Il presidente della commissione ha anche messo a tacere Raz Segal, lo storico israeliano e studioso del Genocidio, e, con un gesto particolarmente insensibile, ha rimproverato Mehdi Rabee, il cui fratello quattordicenne Amer è stato ucciso dai soldati israeliani nell’aprile del 2025.
“Mio fratello quattordicenne, originario di Saddlebrook, nel New Jersey, è stato assassinato dalle IDF”, ha detto Mehdi alla commissione, con la voce tremante per l’emozione.
“Stava solo raccogliendo le olive in un uliveto con i suoi amici, cosa che noi palestinesi facciamo da migliaia di anni. Mio fratello, che non rivedrò mai più, mio fratello che i miei genitori non vedranno mai diplomarsi al liceo o all’università. La deputata Swain, mio padre e il Centro Comunitario Palestinese-Americano hanno cercato di contattarvi più e più volte. E tutto ciò che abbiamo ricevuto è stato solo silenzio. Dato il vostro silenzio, non dovreste avere il diritto di prendere in considerazione l’idea di votare per questo disegno di legge finché non incontrerete la mia famiglia, che è sotto il vostro distretto”.
“Vi chiedo di attenervi alla proposta di legge”, interruppe il DEMOCRATICO Karabinchak.
“Questo disegno di legge mette a repentaglio il mio diritto, garantito dal Primo Emendamento, di criticare Israele per ciò che ha fatto a mio fratello”, ha proseguito. “Ho il diritto di chiamare Israele come voglio. Quando le sue politiche rispecchiano quelle dei Nazisti, ho il diritto di chiamarlo con il suo nome. Vi invito a votare no in memoria di mio fratello”.
Il DEMOCRATICO Karabinchak, irritato dal fatto che i sostenitori abbiano tributato a Rabee un’acclamazione, ha ridotto tutte le testimonianze critiche al disegno di legge da tre minuti a un minuto.
“Il tempo è sceso a un minuto”, ha detto alla folla di circa 400 persone in commissione e in quattro sale di servizio. “Chiederò a tutti di parlare, chi vuole parlare potrà dire ‘Mi oppongo al disegno di legge’ o ‘Sostengo il disegno di legge’”.
“Facciamo altri applausi”, ha detto, con la voce intrisa di sarcasmo. “Siamo contenti ora, vero? Non ti ho buttato fuori come avevo promesso. Quindi ora hai semplicemente zittito le altre persone che hanno diritto di parola. Ecco cosa hai appena fatto! Capisci cosa hai fatto! Si? Un minuto. Un minuto. È finita. E non sarò gentile e non “sarò breve”. Spengo il microfono”.
Il nostro peccato è stato quello di aver osato menzionare l’innominabile: il Genocidio a Gaza.
I Sionisti presenti nella sala hanno aggredito verbalmente e fisicamente i musulmani che erano venuti a opporsi alla legge. Un Sionista si è ripetutamente spinto contro i corpi di coloro che si trovavano all’esterno dell’aula e stavano tenendo una manifestazione contro la legge.
Amy Gallatin, membro della Commissione per le Relazioni Umane di West Orange, “istituita con ordinanza municipale nel 1992 per creare e promuovere valori di diversità, equità e inclusione tra i gruppi della comunità”, ha aperto le foto sul suo iPad in una delle sale affollate e ha detto a chi le sedeva intorno: “Guardate, è Maometto!”.
Quando il Rabbino Yitzchok Deutsch ha lanciato un commosso appello per salvare la popolazione di Gaza, Lisa Swain del Distretto 38 e il deputato Avi Schnall del Distretto 30, entrambi DEMOCRATICI, hanno riso e sghignazzato mentre parlava.
I Sionisti, che hanno dipinto immagini raccapriccianti di ebrei che vivevano sotto vessazioni e temevano per la propria vita, e di un Nazismo che presumibilmente dilagava per le strade del New Jersey, non sono rimasti in silenzio, sebbene le loro dichiarazioni fossero iperboliche all’estremo e spesso frutto di una fervida immaginazione.
Hanno apertamente sbavato per l’adozione del disegno di legge, che, a loro dire, avrebbe fornito alle forze dell’ordine gli strumenti per criminalizzare coloro che incitano all’odio, il che, se si leggono gli “esempi contemporanei di antisemitismo” che accompagnano l’IHRA, include discorsi che criticano le politiche israeliane.
L’IHRA è stato adottato da 35 Stati, dal Distretto di Columbia e da università come Harvard e Columbia.
“La definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA include la critica protetta di Israele e delle sue politiche”, scrive l’Unione Americana per le Libertà Civili. “Ad esempio, la definizione dichiara che ‘negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio affermando che l’esistenza di uno Stato di Israele è un’iniziativa Razzista’, ‘fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti’ e ‘applicare doppi criteri richiedendo a Israele un comportamento non previsto o richiesto da qualsiasi altra nazione democratica’ sono tutti esempi di antisemitismo”.
“Se il Dipartimento dell’Istruzione adottasse questa definizione e indagasse sulle denunce presentate dalle università ai sensi del Titolo Sesto basate su di essa, gli amministratori di istituti e università probabilmente metterebbero a tacere una serie di discorsi protetti, tra cui le critiche al trattamento riservato dal governo israeliano ai palestinesi, analogie che paragonano le politiche israeliane a quelle della Germania Nazista o la condivisione di convinzioni diverse sul diritto a uno Stato Ebraico”, continua l’Unione Americana per le Libertà Civili.
“Le persone potrebbero non essere d’accordo sul fatto che tali discorsi siano antisemiti, ma questo dibattito è irrilevante per il Primo Emendamento, che proibisce al governo di censurare o penalizzare i discorsi politici fondamentali”.
Il Procuratore statunitense Kenneth S. Stern, Sionista dichiarato e principale redattore di quella che è diventata la definizione di antisemitismo dell’IHRA, lamenta che l’IHRA sia stata “grossolanamente abusata” per “limitare la libertà accademica e punire il linguaggio politico”, incluso il “linguaggio filo-palestinese”.
I cinque membri della commissione, che avevano chiaramente preso una decisione prima di entrare nell’aula gremita, hanno approvato all’unanimità il provvedimento, che passerà al voto dell’Assemblea di Stato. Saranno senza dubbio risarciti per la loro perfidia, come tutti i politici che si inchinano ai dettami della Lobby israeliana.
L’America, come Israele, vive in una realtà parallela. Nega la cruda e incontrovertibile realtà del Genocidio trasmesso in diretta streaming. Calunnia chiunque, compresi gli studiosi israeliani dell’Olocausto come il Professor Segal, definendoli antisemiti.
Purtroppo, so come andrà a finire. L’ho visto con i miei occhi nelle numerose dittature che ho seguito come corrispondente estero per vent’anni in America Latina, Medio Oriente, Africa e Balcani. Chi di noi lotta per una società aperta viene messo a tacere, accusato di essere traditore e criminale. Siamo inseriti in una lista nera, censurati e, a volte, rinchiusi. Se riusciamo a fuggire in tempo, siamo costretti all’esilio.
Mentre veniamo messi a tacere, i delatori, i truffatori, i Fascisti Cristiani, i miliardari, i Sionisti e i delinquenti, elevati alle più alte cariche del governo federale dalla Casa Bianca di Trump, vengono ricompensati con potere assoluto, lusso e dissolutezza.
La nostra classe dirigente, sottomessa alle multinazionali, non ha una vera ideologia politica. I partiti politici sono una farsa, una sorta di intrattenimento per ammaliarla nella nostra finta democrazia. Il liberalismo, e i valori che afferma di rappresentare, è una forza esausta e in fallimento.
La parodia nella sala delle commissioni di Trenton è stata un altro deprimente promemoria del fatto che ormai ben poco può fermare il nostro cammino verso uno Stato autoritario: né la stampa, né le università, né i tribunali, che non possono far rispettare le poche sentenze emesse da giudici coraggiosi, né la classe politica, incluso il Partito Democratico, né il processo elettorale.
Dobbiamo resistere, anche solo per affermare la nostra integrità e dignità, anche solo per essere solidali con gli oppressi, anche solo per rallentare il consolidamento della tirannia, anche solo per gioire delle piccole vittorie di Pirro che solo la Resistenza rende possibili.
Ma non dobbiamo lasciarci ingannare.
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