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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/07/2026

Il riarmo europeo procede a velocità record

Gli stati europei si stanno armando a velocità record. È questo la conclusione è cui è giunta una nuova indagine dell’Agenzia Europea per la Difesa (EDA) e resa pubblica dal quotidiano economico tedesco Handelsblatt.

Secondo quanto riferito dal rapporto dell’EDA, nel 2025 sono stati spesi 1000 euro per ogni cittadino UE per le spese militari. Dieci anni prima, nel 2014, erano 500 euro.

La spesa di tutti gli Stati membri dell’UE è aumentata del 20 percento, raggiungendo i 418 miliardi di euro nel 2025 rispetto all’anno precedente. Questo corrisponde al 2,2 percento del prodotto interno lordo (PIL) combinato dell’UE.

Nel frattempo, l’obiettivo della quota di spese militari nei paesi NATO è stato aumentato al cinque percento del PIL. Nel 2025, secondo l’EDA, i paesi dell’UE hanno speso circa 297.000 euro per soldato attivo, rispetto ai 253.000 euro del 2024.

Secondo le previsioni la spesa militare dovrebbe crescere ulteriormente nel 2026: al 2,4 percento del PIL, cioè a 454 miliardi di euro. Dall’escalation della guerra in Ucraina nel 2022, si tratta di una crescita del 47 percento.

Il 36 percento della spesa totale per la difesa probabilmente fluirà verso i cosiddetti investimenti in armi ossia nell’acquisto di attrezzature e nella ricerca e sviluppo. Nel 2025, gli investimenti nella difesa rappresentavano già il 32,2 percento della spesa totale del bilancio per la difesa.

Una ricerca svizzera del Dipartimento Federale per gli Affari Internazionali prevede che nel 2029, gli stati europei potrebbero arrivare a spendere 547 miliardi di euro in spese militari.

Il riarmo degli Stati membri dell’UE sta quindi progredendo più velocemente di quanto la FDFA avesse previsto in passato.

L’85 percento degli investimenti in armi – 115 miliardi di euro – è stato destinato all’acquisto di attrezzature nel 2025, mentre negli anni precedenti la guerra in Ucraina, meno soldi erano stati destinati al settore militare.

Un miglioramento strutturale delle capacità belliche è rimasto in ritardo: la spesa per la ricerca e lo sviluppo della difesa è salita a 17 miliardi di euro, ma ha rappresentato solo il quattro percento della spesa totale. Le spese per il personale militare, invece, sono aumentate solo del 3,8 percento.

Ed anche la cooperazione intereuropea sembra procedere più lentamente del previsto. Per aumentare la loro capacità gli stati dell’UE ritengono di dover investire più congiuntamente che individualmente. Tuttavia, l’analisi della FDFA mostra che nel 2025 solo il 24 percento delle armi è stato acquisito congiuntamente con partner UE o paesi terzi. Le collaborazioni puramente europee rappresentavano solo l’11%.

Del resto sia il segretario della Nato Rutte che la Von der Leyen continuano a fare ponti d’oro all’acquisto di armamenti statunitensi, consentendo agli azionisti dei cosiddetti “campioni europei” di decidere ancora sulla base dei dividendi economici e non delle ambizioni politiche globali della Ue. È una contraddizione interna al sistema da cui non riescono a uscire.

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10/05/2026

9 maggio

Il dispositivo è ormai evidente. L’Unione Europea è una costruzione cosi fragile e paradossale che per sussistere deve appoggiarsi a un nemico assoluto: la Russia appunto.

Una idea tutt’altro che condivisa da popoli sempre più scettici e impoveriti, ma ormai di granitica consistenza sia presso le elité liberali che le tristi dirigenze di larga parte delle sinistre. Queste ultime ormai dissociate dalle classi lavoratrici e totalmente dimentiche di quella coscienza internazionalista che si fondava sulla solidarietà delle classi sfruttate e dei popoli oppressi dall’imperialismo.

Se nella crisi della prima guerra mondiale larga parte dei socialisti rifluì (votando i crediti di guerra) sul nazionalismo, ora lo sconcerto identitario si manifesta come una isterica, quanto acritica, adesione all’Europa e all’Occidente. Con tutta la foga neofitica tipica degli ultimi venuti e/o dei nuovi convertiti.

Una invenzione senza tradizione. Un pater noster elevato all’Europa, pervicace più di ogni sciovinismo conosciuto. Un delirio più grave della peggiore alienazione religiosa. Un noi che non esiste.

Questa piega nevrotica era già presente in Altiero Spinelli, il quale sconfessando ogni idea irenica sul suo conto, nel suo diario scrisse «...che l’Europa per nascere ha bisogno di una forte tensione russo-americana, e non della distensione, così come per consolidarsi essa avrà bisogno di una guerra contro l’Unione Sovietica, da saper fare al momento buono».

Dunque la guerra come levatrice dell’identità. Per una Europa alienata, inceppata nei suoi farraginosi quanto ferrei meccanismi, in più soggetta alla supremazia atlantica al punto da accettare penose umiliazioni, questo ‘momento buono’ sembra arrivato.

Si pensi ai ‘volenterosi’ nelle mani delle cricche ‘liberali’ con le sinistre, persino ‘radicali’, come ruota di scorta: una alleanza fra le fu nazioni impero che per due secoli si sono fronteggiate per la supremazia in Europa, sino all’ecatombe di ben due guerre mondiali, ora alleate nel voler far guerra alla Russia.

Anche Jean Monnet, un altro architetto dell’integrazione europea, aveva idee non distanti dal retropensiero spinelliano: “L’Europa – disse – si farà nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per risolverle”. La crisi come prodromica a ogni cambiamento. Vale per ogni situazione socio-politica e da sempre nella storia. Ma se la crisi la si va a cercare e la si produce in proprio difficile che l’esito sia progressivo. L’autolesionismo non è certo una buona cura.

Nel frattempo questa ansiogena e paranoica vocazione bellica sta già marcando un clamoroso retroflusso interno che ammorba lo spazio pubblico resecando le promesse democratiche del ‘sogno europeo’. Ormai un incubo autosanzionatorio. Una fustigazione.

Nel mentre si comminano alla Russia sanzioni che tornano indietro come boomerang, si fa di Israele, uno Stato genocida, la propria ‘ragion di stato’, rovesciando in chiave proiettiva il proprio senso di colpa. Comunismo e nazismo vengono ipocritamente equiparati, arrivando ad elevare i banderisti ucraini ad alfieri della libertà.

Una cappa di conformismo persecutorio e una massa immodica di falsità sono dilagate come un cancro nei media e nelle istituzioni, limitando le libertà democratiche di espressione e finanche quelle politiche. Come si è espressa la Von der Leyen, “Possiamo, dobbiamo limitare lo svolgimento delle elezioni nei Paesi con una democrazia instabile. Questo riguarda sia le elezioni presidenziali che quelle parlamentari. È nostro diritto difendere l’unità dell’Unione Europea”.

Terra e mare. Le nazioni-impero dell’Europa occidentale si fronteggiarono sul mare: Inghilterra, Francia e Spagna. Conflitto che vide uscire vincitore il Regno Unito (un’isola). Con il mare dominato dal Regno Unito le aspirazioni continentali all’impero potevano trovare sbocco solo nello spazio tellurico, cioè a Est, dove persisteva il gigante russo.

Napoleone e Hitler. Due modi diversi dello spirito di conquista. L’espansione del diritto napoleonico, erede della rivoluzione, nello spazio occupato dalle formazioni dinastiche dell’ancien regime. La cui conseguenza inintenzionale è stato la diffusione del revanchismo nazionalistico. Il suprematismo razziale del nazismo con la sua smodata ricerca della lebensraum.

Entrambi predoni, come già il Regno Unito nelle guerre marittime. Entrambi gli eserciti che invasero la Russia erano europei e plurinazionali, sia l’armata napoleonica (600.000 uomini, dei quali solo un terzo francesi), sia quella hitleriana, composta di quattro milioni, nucleo tedesco ma con dentro altri stati vassalli (Ungheria, Slovacchia, Finlandia, Romania, Italia) e corpi aggiunti da ogni dove, con le SS come ricettacolo cosmopolita.

In entrambi i casi i più maestosi corpi di spedizione che la storia abbia conosciuto. E in entrambi i casi queste guerre hanno sancito la rovina degli invasori, come già fu per l’armata di Carlo XII che a Poltava sancì la fine dell’impero svedese. In entrambi i casi fatale è stata una supponenza di superiorità e una penosa sottovalutazione della Russia.

Sarà cosi anche stavolta. Dipende se ci si arriva, al “momento giusto” spinelliano. Un conto è inviare droni e missili per i corridoi baltici, un conto gli attentati terroristici gestiti in proprio o per procura. Altro conto mettere gli stivali sul terreno. Un terreno che è presidiato dalla più grande potenza atomica del mondo. Vale per Trump in Iran, e vale a maggior ragione per l’Europa rispetto alla Russia.

Perciò azzardo improbabile, anche se i preparativi per la guerra dureranno a lungo, essendo ormai incardinati al nuovo ciclo di crescita. Un allarme permanente, una guerriglia ibrida e a bassa intensità combattuta su più piani ma mai in campo aperto. Un automatismo infernale: sempre più allarme per una guerra che non può essere combattuta sino alle estreme conseguenze.

Cosi l’Unione è destinata ad avvilupparsi nelle sue contraddizioni sino a che si sgretolerà da sé medesima sotto la ferma guida della sua imbelle e isterica dirigenza. Non sarà necessario che la Russia torni a issare la bandiera sul Reichstag. Sarà comunque una nuova liberazione. Se non altro dalla stupidità.

Oggi, 9 di Maggio, sulla piazza rossa la Russia celebra l’eroismo del popolo sovietico nella vittoria sul nazifascismo, mentre nei salotti dell’Europa le burocrazie celebrano nell’indifferenza più generale non si sa cosa.

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13/04/2026

Usa torna l’obbligo di iscrizione alla leva

L’Occidente imperialista ha scelto la guerra come potenziale soluzione per arrestare il suo declino. E contemporaneamente ha scoperto che il modello di guerra su cui aveva costruito la propria struttura e cultura militare non regge più la prova del budino.

Quaranta anni di guerre asimmetriche contro avversari «poveri» avevano fatto affermare un modello bellico fatto di supremazia aerea assoluta, controllo satellitare occhiuto, tecnologie esclusive, armi di precisione e piuttosto costose, specialisti in vari tipi di operazioni e servizi, riducendo al minimo la truppa di fanteria, semmai ad alto livello di addestramento.

In una parola: più capitale fisso, meno capitale umano. Pochi professionisti ad alta retribuzione, zero soldati di leva a titolo gratuito.

Evento storico scatenante: la guerra in Vietnam, ultima esperienza con un esercito di leva (seppure con l’esclusione degli universitari e dei figli di papà) le cui perdite si erano dimostrate intollerabili in una società avanzata e percorsa dalla ribellione degli anni ‘60.

Da lì in poi solo eserciti di professionisti volontari e ben pagati, per guerre con relativamente poche perdite (ha fatto eccezione l’Iraq quando sono stati messi gli «scarponi sul terreno»), socialmente poco dolorose e confinate a una figura diventata fondamentalmente estranea.

Una «esternalizzazione sociale» della guerra che peraltro accompagnava un declino demografico costante e progressivo, che rendeva sempre più difficoltosa la copertura delle posizioni lavorative rimaste scoperte per anzianità e quindi improponibile una leva obbligatoria che avrebbe prima sottratto energie fresche al mercato del lavoro, e poi – nell’eventualità di un impiego bellico vero e proprio – la perdita tout court di una quota del «capitale giovanile» già scarso.

Contrordine, neoliberisti!

In Europa se ne comincia a parlare, negli Usa si è passati ai fatti.

Entro dicembre 2026, il Selective Service System americano prevede di iniziare a registrare automaticamente tutti gli uomini idonei tra i 18 e i 26 anni per un’eventuale, futura, chiamata alle armi. Per l’arrivo delle cartoline precetto c’è tempo, ancora, perché bisognerà predisporre caserme, centri di addestramento «light» rispetto a quello professionale, addestratori, ecc.. Ma la strada è intrapresa.

È di fatto l’applicazione di una direttiva approvata dal Congresso attraverso il National Defense Authorization Act, che impone l’iscrizione automatica di “ogni cittadino maschio” appartenente a quella fascia anagrafica.

Fin qui, a partire dal 1980, l’iscrizione era «volontaria», anche se fortemente incentivata (facilitava la ricerca di un lavoro e rientrava tra i requisiti per accedere agli aiuti finanziari per studenti, ad esempio), ma col passare del tempo sempre meno popolare. Una «crisi delle vocazioni», insomma, che ha fatto intravedere il momento in cui si sarebbe verificata una carenza vera e propria nella disponibilità di carne da cannone.

Le guerre in Ucraina, Gaza, il Libano e l’Iran hanno dimostrato che il periodo della guerra solo high tech è sostanzialmente finito, paradossalmente, proprio grazie alla tecnologia. Droni e missili «economici» hanno permesso di saturare e compensare la superiorità tecnologia con la quantità. I mezzi corazzati sono diventati molto meno importanti, la superiorità aerea – sempre importantissima – insufficiente a risolvere i problemi di controllo territoriale.

Gli «scarponi sul terreno» tornano indispensabili e il numero dei combattenti deve crescere, proprio perché è certo che «grazie» ai droni e ai missili low cost se ne perderanno molti.

E l’America guerrafondaia e disperata non può permettersi di continuare a collezionare figuracce come quella dell’Afghanistan e poi dell’Iran. Quindi decide di investire i suoi giovani – anche lì c’è il declino anagrafico, specie se si continuerà a combattere l’immigrazione (il servizio militare era diventato un modo di diventare cittadini Usa) – nel mattatoio.

Si comincia rendendo obbligatoria l’iscrizione ai ruoli, il resto verrà di conseguenza.

La coincidenza temporale di questa decisione politica con l’avvio della guerra all’Iran è ovviamente significativa e colta un po’ da tutti.

Per scoraggiare imbizzarrimenti «pacifisti» e rifiuto dell’iscrizione (nonché dei passaggi successivi) è stato anche ripristinato il sistema delle sanzioni che esisteva ai tempi del Vietnam e che costò, per esempio, il titolo mondiale a Mohammad Alì (alias Cassius Clay) quando venne inutilmente chiamato alle armi.

Come si può vedere nella tabella, non si tratta di «contravvenzioni». Quando l’imperialismo vuole andare alla guerra tratta anche i suoi cittadini come potenziali nemici.

Un calcolo anche approssimativo della crescita dei problemi e della riduzione del “capitale umano” adatto alla bisogna – nonché alla riproduzione sociale – chiarisce immediatamente che tutto ciò è un delirio suicida. Mandare in vacca questa tendenza è automaticamente un gesto rivoluzionario con effetti concreti. Positivi, finalmente...

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24/03/2026

Irruzione di un militare giapponese nell’ambasciata cinese a Tokyo

Un gravissimo incidente diplomatico ha scosso nelle ultime ore i rapporti, già tesi, tra Cina e Giappone. Nella mattinata di martedì 24 marzo, un uomo che si dichiara membro in servizio delle Forze di autodifesa giapponesi ha fatto irruzione nel complesso dell’ambasciata cinese a Tokyo, scatenando l’immediata e durissima reazione di Pechino.

Secondo quanto riferito dal portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, durante la consueta conferenza stampa pomeridiana, l’uomo avrebbe scavalcato il muro di cinta dell’edificio diplomatico, entrando con la forza nel perimetro dell’ambasciata. Una volta fermato, l’individuo si sarebbe identificato come un ufficiale delle forze armate nipponiche, ammettendo apertamente la natura illegale del proprio gesto.

La reazione del governo cinese non si è fatta attendere. Lin Jian ha descritto l’evento come una grave violazione della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche, sottolineando come l’intrusione abbia messo in serio pericolo la sicurezza del personale e delle strutture. Pechino ha già presentato una dura protesta formale alle autorità di Tokyo, accusando il governo giapponese di non aver adempiuto ai propri obblighi internazionali di protezione delle sedi diplomatiche straniere.

Oltre alla violazione materiale, su China Global Television Network, una delle tre filiali del gruppo statale China Media Group, l’incidente viene presentato come il sintomo della diffusione in Giappone di correnti e forze di estrema destra, e riflette le politiche bellicose di Tokyo, che coinvolgono anche la questione Taiwan e strizzano l’occhio alla nostalgia imperialista e colonialista di fasce del paese.

Durante la recente visita di Sanae Takaichi a Washington, i media si sono soffermati sul momento di imbarazzo creato da Trump, che ha ricordato Pearl Harbor. In pochi hanno sottolineato che Takaichi ha reso omaggio ai morti nel cimitero nazionale di Arlington, dove si trova anche uno dei militari statunitensi che ha sganciato l’atomica su Nagasaki.

Tokyo, dunque, si destreggia tra servilismo verso la Casa Bianca e promozione di una retorica guerrafondaia verso Pechino, che però non è disposto ad accettarla. Dopo i fatti dell’ambasciata, la critica cinese punta il dito contro la gestione interna delle Forze di autodifesa, lamentando una mancanza di controllo sul personale militare che avrebbe permesso il verificarsi di un simile atto.

Il ministero degli Esteri cinese ha formulato richieste esplicite al Giappone, ovvero un’indagine immediata e approfondita sulla dinamica dei fatti, e garanzie che si pongano in essere tutte le misure per evitare che tali episodi si ripetano in futuro. Al momento, il governo giapponese non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali dettagliate in merito alle motivazioni del militare o alle misure che intende intraprendere.

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21/01/2026

Le ultime elezioni negli Stati Uniti?

La minaccia di Donald Trump di annullare le elezioni di medio termine non è una finzione. Ha tentato di ribaltare i risultati delle elezioni del 2020 e ha affermato che non avrebbe accettato l’esito delle elezioni del 2024 in caso di sconfitta. Riflette sulla possibilità di sfidare la Costituzione per un terzo mandato. È determinato a mantenere il controllo assoluto, sostenuto da un’ossequiosa maggioranza Repubblicana, al Congresso.

Teme, se perde il controllo del Congresso, l’impeachment. Teme ostacoli alla rapida riconfigurazione dell’America come Stato autoritario. Teme di perdere i monumenti che sta costruendo per sé stesso: il suo nome impresso sugli edifici federali, incluso il Centro Kennedy, l’abolizione dell’ingresso gratuito ai parchi nazionali in occasione del Giorno di Martin Luther King Jr., sostituendolo con il suo compleanno, la conquista della Groenlandia e chissà, forse del Canada, la sua capacità di mettere sotto assedio città come Minneapolis e di sfollare i residenti legittimi dalle strade.

I dittatori amano le elezioni, purché siano truccate. Le dittature di cui mi sono occupato in America Latina, Medio Oriente, Africa e Balcani hanno messo in scena spettacoli elettorali altamente coreografati. Questi spettacoli erano un cinico apparato scenico il cui esito era predeterminato.

Sono stati usati per legittimare un controllo ferreo su una popolazione prigioniera, mascherare l’arricchimento del dittatore, della sua famiglia e della sua cerchia ristretta, criminalizzare ogni dissenso e mettere al bando i partiti politici di opposizione in nome della “volontà del popolo”.

Quando Saddam Hussein tenne un referendum presidenziale nell’ottobre del 1995, l’unica domanda sulla scheda elettorale era: “Approvate che il Presidente Saddam Hussein diventi Presidente della Repubblica?”. Gli elettori potevano scegliere tra “sì” e “no”. I risultati ufficiali videro Hussein vincere il 99,96% dei circa 8,4 milioni di voti espressi. L’affluenza alle urne fu del 99,47%.

Il suo omologo in Egitto, l’ex Generale Hosni Mubarak, fu rieletto nel 2005 per un quinto mandato consecutivo di sei anni con un mandato più modesto, pari all’88,6% dei voti. La mia copertura poco reverenziale delle elezioni tenutesi in Siria nel 1991, dove c’era un solo candidato sulla scheda elettorale, il Presidente Hafez al-Assad, che avrebbe ottenuto il 99,9% dei voti, mi costò l’espulsione dal Paese.

Questi spettacoli sono il modello, mi aspetto, per quello che verrà dopo, a meno che Trump non realizzi il suo desiderio più profondo, ovvero emulare il Principe ereditario Mohammed bin Salman dell’Arabia Saudita, la cui scorta ha assassinato il mio collega e amico Jamal Khashoggi nel 2018 nel consolato saudita di Istanbul, e non indire affatto elezioni.

L’aspirante Presidente a vita Trump lancia l’idea di annullare le elezioni di medio termine del 2026, dicendo a Reuters che, “a pensarci bene, non dovremmo nemmeno indire elezioni”. Quando il Presidente Volodymyr Zelensky ha informato Trump che le elezioni non si sarebbero tenute in Ucraina a causa della guerra, Trump ha esclamato: “Quindi intendi dire che se ci trovassimo in guerra con qualcuno, niente più elezioni? Oh, bene”.

Trump ha dichiarato al New York Times di rimpiangere di non aver ordinato alla Guardia Nazionale di sequestrare le macchine per il voto dopo le elezioni del 2020. Vuole abolire il voto per corrispondenza, insieme alle macchine per il voto e ai tabulatori, che consentono alle commissioni elettorali di pubblicare i risultati la sera delle elezioni. Meglio rallentare il processo e, come la macchina politica di Chicago sotto il Sindaco Richard J. Daley, riempire le scatole di schede elettorali dopo la chiusura dei seggi per assicurarsi la vittoria.

L’amministrazione Trump sta vietando le campagne di registrazione degli elettori presso i centri di naturalizzazione. Sta imponendo leggi restrittive a livello nazionale sull’identificazione degli elettori. Sta riducendo le ore che i dipendenti federali possono utilizzare per lasciare il lavoro e votare.

In Texas, la nuova mappa della riorganizzazione dei distretti elettorali priva palesemente del diritto di voto gli elettori afro e latinoamericani, una mossa confermata dalla Corte Suprema. Si prevede che eliminerà cinque seggi democratici al Congresso.

Le nostre elezioni inondate di denaro, unite a un’aggressiva manipolazione, fanno sì che poche gare per il Congresso siano competitive. La recente riorganizzazione dei distretti elettorali ha, finora, praticamente garantito ai Repubblicani altri nove seggi in Texas, Missouri, Carolina del Nord e Ohio e sei ai Democratici, cinque in California e uno nello Utah.

I Repubblicani intendono attuare ulteriori riorganizzazioni in Florida, mentre i democratici pianificano un’iniziativa referendaria per la riorganizzazione in Virginia. Se la Corte Suprema continua a smantellare la Legge sul Diritto di Voto, la riorganizzazione repubblicana esploderà, consolidando potenzialmente una vittoria repubblicana, che la maggioranza degli elettori lo voglia o no. Nessuno può definire democratica la riorganizzazione dei distretti elettorali.

La sentenza della Corte Suprema nel caso Citizens United (Cittadini Uniti) ci ha privato di qualsiasi reale contributo alle elezioni. Citizens United ha permesso che corporazioni e ricchi individui truccassero il processo elettorale in nome della libertà di parola tutelata dal Primo Emendamento. Ha stabilito che l’attività di lobbismo, pesantemente finanziata e organizzata dalle grandi aziende, costituisce un’applicazione del diritto dei cittadini a presentare petizioni al proprio governo.

I nostri diritti più elementari, inclusa la libertà dalla sorveglianza governativa su larga scala, sono stati costantemente revocati per decreto giudiziario e legislativo.

Il “consenso dei governati” è una barzelletta crudele.

Ci sono poche differenze sostanziali tra Democratici e Repubblicani. Esistono per creare l’illusione di una democrazia rappresentativa. I Democratici e i loro apologeti liberali adottano posizioni tolleranti su questioni riguardanti razza, religione, immigrazione, diritti delle donne e identità sessuale, e fingono che questa sia politica.

La destra usa coloro che sono ai margini della società, in particolare gli immigrati e la fantomatica “sinistra radicale”, come capri espiatori. Ma su tutte le questioni principali: guerra, accordi commerciali, austerità, polizia militarizzata, il vasto stato carcerario e la deindustrializzazione, sono in perfetta sintonia.

“Non si può indicare alcuna istituzione nazionale che possa essere accuratamente descritta come democratica”, ha osservato il filosofo politico Sheldon Wolin nel suo libro “Democrazia Incorporata”, “sicuramente non nelle elezioni altamente gestite e ultrafinanziate, nel Congresso infestato dalle lobby, nella presidenza imperialista, nel sistema giudiziario e penale classista, o, men che meno, nei media”.

Wolin ha definito il nostro sistema di governo “Totalitarismo Invertito”. Esso ha reso omaggio esteriore alla facciata della politica elettorale, alla Costituzione, alle libertà civili, alla libertà di stampa, all’indipendenza della magistratura e all’iconografia, alle tradizioni e al linguaggio del patriottismo americano, mentre ha permesso a corporazioni e oligarchi di impossessarsi di fatto di tutti i meccanismi di potere per rendere impotenti i cittadini.

Il vuoto del panorama politico sotto il “Totalitarismo Invertito” ha visto la politica fondersi con l’intrattenimento. Ha favorito una farsa politica incessante, una politica senza politica. Il tema dell’Impero, insieme al potere aziendale senza regole, alla guerra senza fine, alla povertà e alla disuguaglianza sociale, è diventato un tabù.

Questi spettacoli politici creano personalità politiche prefabbricate, come il personaggio fittizio di Trump nel film “The Apprentice”. Vivono di retorica vuota, pubbliche relazioni sofisticate, pubblicità astuta, propaganda e l’uso costante di gruppi di discussione e sondaggi d’opinione per restituire agli elettori ciò che vogliono sentirsi dire. La campagna presidenziale di Kamala Harris, insipida, senza problemi e guidata dalle celebrità, è stata un esempio lampante di questa arte performativa politica.

L’assalto alla democrazia, portato avanti dai due partiti al potere, ha preparato il terreno per Trump. Hanno depotenziato le nostre istituzioni democratiche, ci hanno privato dei nostri diritti più basilari e hanno rafforzato la macchina del controllo autoritario, inclusa la presidenza imperialista. Tutto ciò che Trump ha dovuto fare è stato premere l’interruttore.

La violenza indiscriminata della polizia, tipica delle comunità urbane povere, dove la polizia militarizzata funge da giudice, giuria e boia, ha da tempo conferito allo Stato il Potere di molestare e uccidere “legalmente” i cittadini impunemente. Ha generato la più grande popolazione carceraria del mondo. Questa demolizione delle libertà civili e del giusto processo si è ora riversata su tutti noi. Trump non l’ha avviata. L’ha ampliata. Il terrore è il punto.

Trump, come tutti i dittatori, è inebriato dal militarismo. Chiede che il bilancio del Pentagono venga aumentato da 1.000 miliardi di dollari (859,3 miliardi di euro) a 1.500 miliardi di dollari (1.289 miliardi di euro). Il Congresso, approvando il One Big Beautiful Bill Act (una legge fiscale che rende permanenti molti dei tagli fiscali del 2017, introduce nuove riduzioni, aumenta il tetto del debito, e riduce la spesa per programmi come assistenza sanitaria e assistenza alimentare) di Trump, ha stanziato oltre 170 miliardi di dollari (146,1 miliardi di euro) per il controllo delle frontiere e dell’interno, inclusi 75 miliardi di dollari (64,5 miliardi di euro) per il Dipartimento Immigrazione e Dogane nei prossimi quattro anni.

Una cifra superiore al bilancio annuale di tutte le forze dell’ordine locali e statali messe insieme.  

“Quando un governo costituzionalmente limitato utilizza armi dall’orribile potere distruttivo, ne sovvenziona lo sviluppo e diventa il più grande trafficante d’armi del mondo”, scrive Wolin, “la Costituzione viene arruolata per fungere da apprendista del potere piuttosto che da sua coscienza”.

Prosegue:

“Il fatto che il cittadino patriottico sostenga incondizionatamente l’esercito e il suo ingente bilancio significa che i conservatori sono riusciti a convincere l’opinione pubblica che l’esercito è una cosa distinta dal governo. Pertanto, l’elemento più sostanziale del potere statale viene rimosso dal dibattito pubblico.
Allo stesso modo, nel suo nuovo status di cittadino imperiale, il credente continua a disprezzare la burocrazia, ma non esita a obbedire alle direttive emanate dal Dipartimento per la Sicurezza Interna, il dipartimento governativo più grande e invadente nella storia della nazione. L’identificazione con il militarismo e il patriottismo, insieme all’immagine della potenza americana proiettata dai media, serve a far sentire il singolo cittadino più forte, compensando così il senso di debolezza che l’economia infligge a una forza lavoro oberata di lavoro, esausta e insicura”
.

I Democratici alle prossime elezioni, se ce ne saranno, offriranno alternative meno peggiori, facendo poco o nulla per ostacolare la marcia verso l’autoritarismo. Rimarranno ostaggio delle richieste di lobbisti aziendali e oligarchi. Il partito, che non rappresenta nulla e non lotta per nulla, potrebbe benissimo regalare a Trump una vittoria alle elezioni di medio termine. Ma Trump non vuole correre questo rischio.

Trump e i suoi tirapiedi stanno chiudendo energicamente l’ultima via d’uscita integrata nel sistema che impedisce la dittatura assoluta. Intendono orchestrare le elezioni farsa tipiche di tutte le dittature, o abolirle. Non stanno scherzando.

Questo sarà il colpo mortale all’esperimento americano. Non si tornerà indietro. Diventeremo uno Stato di Polizia. Le nostre libertà, già pesantemente attaccate, saranno estinte. A quel punto, solo mobilitazioni di massa e scioperi ostacoleranno il consolidamento della dittatura. E tali azioni, come vediamo a Minneapolis, saranno accolte con una letale repressione statale.

Il sovvertimento delle prossime elezioni offrirà due scelte drastiche ai più accaniti oppositori di Trump. L’esilio o l’arresto e la prigionia per mano dei criminali del Dipartimento Immigrazione.

La Resistenza alla Bestia, come in tutte le dittature, avrà un costo molto alto.

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23/12/2025

La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è recata in visita al COVI, il Comando Operativo Vertice Interforze, ossia il quartier generale strategico di tutte le forze armate italiane che mantiene anche le comunicazioni con i contingenti militari italiani all’estero.

Si tratta di una vasta base militare sorta nell’ex aeroporto di Centocelle, piazzata però disgraziatamente in mezzo ai palazzi dei quartieri più densamente popolati di Roma tra Centocelle e Tuscolana.

In caso di guerra sarebbe uno dei primi obiettivi strategici dei lanci nemici per “accecare” di indicazioni e informazioni le nostre forze armate.

Una inquietante simulazione realizzata dalla Princeton University, vede infatti anche Roma tra i bersagli prioritari (insieme a Ghedi, Aviano, Camp Darby, Napoli, Sigonella) di un eventuale bombardamento missilistico atomico, ovviamente da parte della Russia, l’unico paese con la capacità militare per farlo.

Parlando in presenza degli alti comandi militari italiani riuniti al COVI per salutare i contingenti militari all’estero, la Meloni ha evocato positivamente il concetto di deterrenza. “Io sono appassionata di etimologia della parola, racconta sempre il senso più profondo di quello che noi diciamo. E l’etimologia della parola deterrenza arriva dal latino, il senso è incutere timore al punto da distogliere”.

E a quel punto non poteva mancare la immancabile citazione della formula latina “si vis pacem para bellum”, chi vuole la pace prepari la guerra, sottolineando che “non è, come molti pensano, un messaggio bellicista. Tutt’altro, è un messaggio pragmatico, il senso è – ha aggiunto – che solo una forza militare credibile allontana la guerra. Perché la pace non arriva spontaneamente: è soprattutto un equilibrio di potenze. La debolezza invita l’aggressore, la forza allontana l’aggressore”.

La frase, ormai citata ad ogni più sospinto, è quella riportata nel prologo di un libro di Vegezio, un trattato militare romano risalente alla fine del IV secolo d.C.

Gode di molta meno fortuna invece la frase “dove fanno il deserto lo chiamano pace” che Tacito fa pronunciare in un opera al capo dei Caledoni (gli odierni scozzesi) sconfitti dai romani. In fondo questa è una frase attribuibili ai vinti, alle vittime delle armate imperiali e non ai loro mandanti e comandanti.

Ma il VI secolo d.C. – quello in cui occorrerebbe “preparare la guerra per avere la pace” – è anche uno dei più funesti, quello in cui si consuma la sconfitta di Adrianopoli che comincia a segnare il declino dell’Impero romano, già diviso in due tra Roma e Costantinopoli, ormai indebolito all’interno dalle conseguenze del dominio costantiniano e dall’avvento del cristianesimo come religione obbligatoria di stato.

Insomma solo dopo aver fatto deserto nei secoli precedenti degli altri popoli e nazioni – e chiamando tutto questo pace – si è passati alla deterrenza. Ovvero prima ti ho annientato e poi ti voglio dissuadere dal provare a rialzare la testa. Ma non è bastato né servito.

A ben vedere anche il concetto di deterrenza alla fine di un ciclo storico determinato dall’imperialismo e dalle sue aggressioni (basti pensare alla Jugoslavia, all’Iraq o alla Libia) non è affatto di buon auspicio, specie se visto da altri popoli e altri paesi. E non necessariamente solo dalla Russia contro cui convergono da anni strali ideologici, guerre ibride, pacchetti di sanzioni, bufale mediatiche clamorose tese a innescare un clima di scontro che, da quanto si rileva fin qui, a Mosca nessuno scalpita per avviare.

Va ricordato che, rischiando di coprirsi di ridicolo, nel 2014 venne avviato lo Scudo Missilistico Europeo della Nato (BMD) per proteggere i paesi del vecchio continente dalla minaccia delle ambizioni del sistema balistico dell’Iran (!!!) e con tale pretesto vennero piazzate batterie di missili antimissili in diversi paesi europei dell’Est come Romania e Polonia. La minaccia dichiarata allora, nel marzo 2014, non era infatti esplicitamente la Russia, si era all’inizio della annessione della Crimea.

Ma chi è che oggi minaccerebbe l’Italia?

La domanda senza risposta rimane infatti sempre quella. Posto che ogni paese è bene che abbia un buon sistema difensivo, e soprattutto non vada a rompere le palle e a mettere becco in altri paesi, ma chi è che oggi minaccerebbe l’Italia? La Russia non sembra. La Turchia per via delle Zone Economiche Esclusive nel Mediterraneo? Un accordo su questo è fattibilissimo. L’Algeria che estende la sua Zee fino alla Sardegna? Ma ci abbiamo fatto un accordo strategico per sostituire il gas russo!! I paesi confinanti dei Balcani? Abbiamo talmente spezzettato le repubbliche della ex Jugoslavia che nessuno dei nostri confinanti è in grado manifestare tali ambizioni e poi sono entrati nella Ue. La minaccia allora solo le migliaia di disperati che cercano di arrivare coi barconi sulle nostre coste? Difficile credere che per fermarli siano idonei missili, cannoni, puntatori laser, contraerea, carri armati etc.

Gli unici militari stranieri presenti sul nostro territorio – e che non rispondono né ai comandi né ai giudici italiani – sono le migliaia di soldati statunitensi presenti nelle basi militari Usa in Italia. Ma questa inquietante e ingombrante presenza, come noto, non viene messa mai in discussione nè dalla destra nè dal centro-sinistra.

Rimangono ai confini solo la neutrale Svizzera, la Francia e l’Austria, che in teoria sono nostri alleati. Ritorna dunque la domanda: ma chi è che oggi minaccerebbe l’Italia? E contro chi dovrebbero essere spesi miliardi per la deterrenza militare?

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20/11/2025

Che succede tra Cina e Giappone?

di Michelangelo Cocco

Shanghai non può più essere colpita con missili Tomahawk dalla base dei marine di Iwakuni. I lanciatori Usa Typhon – rimasti nella prefettura giapponese di Yamaguchi ben oltre la durata del war game Usa-Giappone “Resolute Dragon 2025”, per il quale vi erano stati installati a settembre – sono stati infine rimossi, ha annunciato l’altro ieri il ministero della difesa di Tokyo nel bel mezzo della crisi diplomatica scoppiata tra Cina e Giappone.

I missili Usa di medio raggio, testati per la prima volta in Giappone (e già provati nelle Filippine), così come la risposta di Pechino all’esternazione su Taiwan della neopremier nipponica Sanae Takaichi, sono un sintomo delle cause profonde di questa crisi: nel Pacifico occidentale l’egemonia Usa sta subendo forti scossoni, sia per l’ascesa economico-militare della Cina, sia per la scelta di Washington di delegare in parte agli alleati la difesa dei suoi interessi e i relativi oneri.

La dichiarazione che ha dato il via alla controversia, pronunciata dall’ultra-nazionalista Takaichi il 7 novembre scorso in parlamento, secondo cui, nell’eventualità di uno scontro tra la Repubblica popolare cinese e Taiwan, «se ciò comporta l’impiego di navi da guerra e azioni militari, potrebbe a tutti gli effetti trasformarsi in una situazione minacciosa per la sua sopravvivenza, in cui il Giappone potrebbe ricorrere all’uso della forza per difendersi», non è che l’epifenomeno di un malessere più diffuso, da Pechino a Tokyo, Manila, Taipei e Seul: quello della diffidenza reciproca e il conseguente riarmo a tappe forzate, che evidenziano quanto sia concretamente percepito il rischio di una prossima guerra nel Pacifico.

Mentre l’Europa è concentrata sulla guerra di logoramento della Russia all’Ucraina e (decisamente molto meno) sull’annosa questione palestinese, è nell’Asia-Pacifico, l’area economicamente più dinamica del Pianeta, nella quale sta crescendo l’influenza cinese, che si registrano i cambiamenti in grado di produrre una drammatica rottura tra la potenza in ascesa e quella egemone.

Queste trasformazioni sono innanzitutto economiche, con le compagnie cinesi che, per la prima volta nella storia, rosicchiano alle concorrenti delle economie avanzate fette di mercati di beni di consumo ad alto valore aggiunto, contribuendo così a un ulteriore avanzamento della Cina.

Alla diffusione della narrazione sulla Cina che vuole “conquistare il mondo” si accompagna un riarmo a tappe forzate. Da anni il tasso d’incremento delle spese militari di Pechino supera quello del prodotto interno lordo, e con la gigantesca parata del 3 settembre in piazza Tiananmen, nonché la più recente entrata in servizio della terza portaerei made in China, sono apparse chiare la qualità e la rapidità dell’ammodernamento dell’Esercito popolare di liberazione.

E gli alleati Usa nella regione non stanno a guardare. Le Filippine hanno dato maggiore accesso all’arcipelago ai militari Usa, provato il sistema Typhon, e stretto una cooperazione militare con il Giappone; quest’ultimo ha portato le spese militari al 2 per cento del Pil con un paio d’anni d’anticipo sulle previsioni, rafforzato l’alleanza con gli Usa e avviato lo smantellamento della Costituzione pacifista; la Corea del Sud ha ottenuto l’ok da Washington per dotarsi di sommergibili a propulsione nucleare.

Di questioni irrisolte ed esplosive, potenziali casus belli, nella regione ce ne sono almeno tre. Taiwan, con la Cina di Xi che insiste sulla necessità della “riunificazione”, senza escludere l’uso della forza per portarla a compimento; il Mar cinese meridionale, nel quale Pechino ha contenziosi territoriali con diversi vicini, a cominciare dalle Filippine; il Mar cinese orientale, con l’arcipelago delle Diaoyu-Senkaku conteso tra Cina e Giappone.

Ovviamente non c’è alcun automatismo tra queste dispute e lo scoppio di una guerra. Pechino, ad esempio, sostiene di voler risolvere le controversie nel Mar cinese meridionale col dialogo bilaterale o attraverso l’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico (Asean), mentre ritiene quella di Taiwan una questione “interna”, rispetto alla quale respinge ogni ingerenza.

Tuttavia a spingere nella direzione dello scontro è il cambiamento del quadro regionale. Con il riarmo della Cina, soprattutto navale, a sostegno delle rivendicazioni di Pechino su Taiwan e nei “suoi” mari. E, in egual misura, con il nuovo containment Usa, una riedizione di quello della Guerra fredda che, come contro l’URSS, vede ogni iniziativa cinese – politica, economica, militare – come una minaccia, alla quale opporre contromisure per frenarne l’espansione.

E poi c’è il vento del nazionalismo, che soffia forte a Pechino come a Tokyo. In Cina il 90 per cento della popolazione non si fida dei giapponesi e viceversa, secondo un recente sondaggio incrociato, mentre negli ultimi mesi ci sono stati attacchi a cittadini giapponesi in Cina e cinesi in Giappone.

Ipotizzando un intervento militare del Giappone a difesa di quella che Pechino considera una sua provincia (occupata dal Giappone dal 1895 al 1945), la leader del partito liberaldemocratico ha scavalcato il principio al quale si attengono ufficialmente sia il suo paese sia gli Usa, la cosiddetta “ambiguità strategica”.

Takaichi ha fatto un clamoroso pasticcio all’esordio del suo governo? No, la sessantaquattrenne erede di Shinzo Abe ha sostenuto da premier ciò che il suo mentore aveva detto mentre non ricopriva l’incarico: il Giappone si riarma anche per fronteggiare la Cina. È un cambiamento strategico, non una gaffe, per questo Takaichi si rifiuta di ritrattare la sua dichiarazione, come chiede Pechino.

L’altro elemento che riflette la magnitudo dei cambiamenti in corso è l’ampiezza e la fermezza della reazione che Pechino ha scatenato dopo l’uscita di Takaichi, che lascia immaginare due cose, dalle conseguenze molto profonde: che la Cina percepisca le politiche degli Usa e dei loro alleati regionali proprio come un containment da spezzare; che la Cina si senta ormai una grande potenza, pronta a tutelare i suoi interessi con ogni mezzo.

La prima risposta alle dichiarazioni di Takaichi è stata quella classica, la convocazione dell’ambasciatore giapponese a Pechino, per porgergli proteste presentate come provenienti direttamente dalla leadership, come ad accrescerne la solennità. Immediatamente è stata attivata l’oliata e sempre più pervasiva macchina della propaganda, soprattutto attraverso i social, che ha presentato Takaichi come un mostro che vuole far rivivere gli orrori del militarismo imperiale nipponico.

Per inciso, la storia dell’occupazione e dei massacri giapponesi in Cina in questa vicenda conta. Dal massacro di Nanchino alle nefandezze dell’Unità 731 comandata da Shiro Ishii, quella memoria viene tramandata da decenni sia a tutela della legittimità del partito che (assieme al Kuomintang) ha liberato il paese dagli occupanti, sia per contrastare ogni nuova tentazione militarista di Tokyo.

Poi è arrivato l’invito del governo a studenti e tour operator a non andare in Giappone (a poco più di un mese dal Capodanno cinese, per l’economia nipponica si profilano perdite pesanti), perché il paese sarebbe “pericoloso”. Su questo fronte – quello economico-commerciale – nei prossimi giorni la Cina potrebbe esercitare ulteriori pressioni sul Giappone, per ottenere il dietrofront di Takaichi. Navi della guardia costiera di Pechino si sono dirette verso le isole contese Diaoyu-Senkaku.

Infine, il Quotidiano del popolo, ha esortato le nazioni asiatiche a restare “in massima allerta” di fronte al potenziale “pericoloso” orientamento strategico del Giappone, tracciando un paragone tra Takaichi e il militarismo imperiale nipponico.

Insomma una risposta molto dura, mentre il ministero degli esteri ha fatto sapere che il premier, Li Qiang, non ha intenzione di incontrare Takaichi al summit del G20 in Sudafrica del 22-23 novembre.

In Occidente la reazione di Pechino può apparire esagerata. In fondo la premier nipponica ha “semplicemente” ipotizzato un intervento militare del Giappone nel caso che un’azione di Pechino nei confronti di Taiwan rappresentasse una minaccia esistenziale.

Per chi governa la Cina ininterrottamente dal 1949 invece si è trattato di una risposta necessaria, in linea con la costante, quotidiana riaffermazione della sovranità di Pechino su Taiwan. Che piaccia o no, siamo di fronte a una grande potenza che rivendica sovranità sull’isola, che giudica storicamente sua e geopoliticamente strategica, che ha come obiettivo la “riunificazione” di quel territorio, e che non può tollerare che la premier di un paese vicino, membro del G7 e alleato degli Stati Uniti, metta in dubbio tale sovranità.

Dal ritorno alla Casa Bianca, il 20 gennaio 2025, di Donald Trump, i diplomatici e funzionari cinesi hanno letteralmente martellato l’amministrazione repubblicana, avvertendola di non superare le cosiddette “linee rosse” su Taiwan (sostegno all’indipendentista Partito progressista democratico e massicci armamenti a Taipei), confidando, con Trump, in un relativo “disinteresse” di Washington per quella che resta comunque una postazione strategica da difendere, ma che Trump è meno propenso ad armare e alla quale ha tolto il cosiddetto “scudo di silicio” ottenendo massicce localizzazioni negli Stati Uniti di TSMC, la compagnia taiwanese leader globale nella produzione di microchip.

Se Pechino da decenni condiziona le relazioni diplomatiche al riconoscimento (e alla continua riaffermazione) da parte dei propri partner del principio “una sola Cina” e dedica un’attenzione ossessiva alle mosse di Washington su Taiwan, per scrutarne ogni possibile, minimo mutamento che potrebbe esser letto come a favore di Taiwan, nei confronti di un paese del G7, alleato e satellite degli Usa, non ci si poteva aspettare che una simile reazione.

E Pechino non si fermerà fin quando non avrà ottenuto la retromarcia ufficiale di Takaichi, o qualcosa che le somigli molto.

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14/11/2025

Germania - Verso l’arruolamento obbligatorio nelle forze armate

Alcuni incubi della storia a volta sembrano tornare. Uno di questi, purtroppo ricorrente, è il militarismo tedesco. In Germania, la CDU e la SPD – alleati di governo – hanno messo mano di comune accordo alla riforma del servizio militare. Come richiesto dal ministro federale della Difesa Boris Pistorius (SPD), potrà iniziare il reclutamento di giovani tedeschi per le forze armate. Questo è “essenziale” per la capacità di difesa, ha detto Pistorius. Una procedura di reclutamento tramite una lotteria non è del tutto fuori discussione.

Secondo quanto trapelato, come previsto nella proposta di legge originale del ministro della Difesa, a tutti i diciottenni verrà inviato un questionario all’inizio del 2026 che sarà obbligatorio per gli uomini e facoltativo per le donne.

Nel primo anno, saranno reclutati circa 20 mila volontari di una certa fascia d’età. Dalla metà del 2027, circa 300 mila uomini appartenenti a una determinata fascia d’età saranno sottoposti a un esame approfondito per ottenere una panoramica di coloro che risulteranno idonei al servizio militare. Il sistema di estrazione a sorte precedentemente previsto per questa fase verrà accantonato, ma in caso di carenza di reclute volontarie, la coscrizione obbligatoria potrebbe comunque essere introdotta in una fase successiva.

Un gruppo di lavoro della coalizione di governo aveva negoziato un compromesso fino a poco prima della mezzanotte di mercoledì, dopo che un primo tentativo di accordo a metà ottobre non si era concluso.

La recente discussione ha riguardato l’opportunità di reclutare sul territorio nazionale intere fasce d’età, in caso di dubbio potrebbe essere un sorteggio a decidere chi viene arruolato. Secondo il giornale Handesblatt, il ministro della Difesa Boris Pistorius (SPD) “deve definire l’obiettivo con cifre più precise per l’aumento del personale delle forze armate nel progetto di legge”.

I giovani tedeschi nati nel 2008, già l’anno prossimo devono essere arruolati obbligatoriamente, ma solo nella misura in cui le capacità di reclutamento che devono ancora essere costruite lo permettano.

Il nuovo “percorso di crescita” per la Bundeswher deve essere incluso nella legge con obiettivi per i livelli di personale da raggiungere annualmente. Per il prossimo anno, si applica una quota da 186.000 a 190.000 soldati. Attualmente, il numero di militari è di circa 183.000 tra uomini e donne. Nel 2035 si raggiungerà una forza organica compresa tra 255.000 e 270.000 soldati.

Pochi giorni fa il cancelliere tedesco Merz aveva annunciato che “Vogliamo rendere la Bundeswehr l’esercito convenzionale più forte dell’Unione Europea, come si addice a un Paese della nostra dimensione e responsabilità”, sancendo la svolta militarista della Germania, che punta a dotarsi della forza armata più potente del continente per affrontare quella che definisce “una nuova era di minacce”. Il riferimento è ovviamente alle tensioni e al conflitto con la Russia.

Dopo la modifica al freno al debito approvata dal Bundestag, il cancelliere Friedrich Merz ha stanziato fino a 377 miliardi di euro per le spese militari, oltre ai 100 miliardi di euro previsti dal fondo speciale istituito dal precedente governo guidato da Olaf Scholz. L’obiettivo è portare la spesa militare della Germania al 3,5 per cento del Pil entro il 2029, sei anni prima della scadenza fissata da altri alleati della Nato.

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03/11/2025

Tutti noi israeliani siamo Ben Gvir

di Gideon Levy

Finalmente, siamo tutti Itamar Ben-Gvir. C’è una linea comune tra Naftali Bennett, Yair Lapid e Avigdor Lieberman, la speranza dell’opposizione, e Ben-Gvir, il grande terrore: nazionalismo, fascismo e militarismo differiscono solo per le più piccole sfumature. Tra il governo più di estrema destra nella storia di Israele e coloro che aspirano al potere, non ci sono altro che 50 sfumature di destra.

Pertanto, tutti i discorsi su “una frattura nella nazione” e “le elezioni più importanti nella storia del Paese”, quest’ultimo un cliché attualmente in circolazione, sono una menzogna. Israele non ha Zohran Mamdani e non ne avrà uno a breve. Di Ben-Gvir ne abbiamo a palate.

La stagione elettorale è alle porte e non c’è nessuno come Lapid in grado di identificare rapidamente lo spirito del tempo, ovvero il fascismo, e cavalcarne l’onda. È il prodotto più gettonato sul mercato dal 7 Ottobre e Lapid lo sta già dispensando con entusiasmo.

Questa settimana, il “capo dell’opposizione” ha promesso che avrebbe sostenuto una legge che impedisse il voto a chi non si arruola nell’esercito. Né a Sparta né nella super-Sparta avrebbero mai osato prendere in considerazione una misura così militarista. Lì, avrebbero potuto vergognarsene. Gli arabi, gli ultraortodossi, i disabili, i malati, i criminali e gli handicappati sarebbero stati gettati nel Nilo. Non fanno parte della nostra democrazia, quindi perché non deportare tutti coloro che non prestano servizio? Revocare loro la cittadinanza? E magari rinchiuderli nei campi?

Secondo Lapid, il servizio militare è ciò che dà diritto ai diritti fondamentali. Se non uccidete bambini a Gaza, cari israeliani, Lapid vi toglierà la tessera elettorale. La gente, martoriata e segnata da anni di Benjamin Netanyahu, ora dovrebbe guardare a una figura come questa come a una speranza per qualcosa di diverso.

La più grande speranza per l’opposizione è ancora più scoraggiante. Questa settimana Bennett ha avvertito gli abitanti della città di Omer: “Nel Negev sta emergendo uno Stato Palestinese”. “Se non agiamo, ci sveglieremo con un 7 Ottobre nel Negev”. I cittadini beduini di Israele, il gruppo più svantaggiato e diseredato della società, sono Hamas. Il pericolo che rappresentano è un altro 7 Ottobre.

Visto che Ben-Gvir parla in questo modo, a cosa ci serve Bennett? Al suo buon inglese? Ai suoi modi raffinati? Al suo servizio militare in una forza speciale? A una moglie che non va in giro con la pistola alla cintura? A vivere a Ra’anana (e non a Tel Rumeida)?

Per Bennett, non meno che per Ben-Gvir, questa terra è riservata agli ebrei. I beduini, alcuni dei quali sono stati espulsi nel Negev da altre parti di Israele, non sono figli loro. Sono una minaccia che deve essere contenuta. Ma il fatto è che il Negev è loro non meno di quanto appartenga a Bennett o ai bravi cittadini di Omer.

Il Negev è ciò che resta di ciò che abbiamo lasciato loro dopo averli espropriati delle loro terre, distrutto il tessuto delle loro vite e imprigionati in pensieri di povertà. Alcuni di loro, però, non sono gentili: guidano in modo selvaggio sulle strade, hanno più di una moglie e sono violenti. Questa situazione deve essere corretta, ma senza violare i loro diritti civili, che non possono essere negati.

Bennett, come Lapid, è un individuo oscuro. Entrambi credono che i diritti siano concessi dalla bontà d’animo dello Stato, come dono o ricompensa per ciò che ai loro occhi è un buon comportamento. Questo è fascismo allo stato puro, e Lieberman, il fascista più veterano dei tre, si unirà a lui con entusiasmo. Anche lui è favorevole a negare il diritto di voto a coloro che non hanno contribuito a combattere la guerra e non ne hanno commesso i crimini. Anche lui considera i beduini ospiti indesiderati in questo Paese.

La somiglianza fascista tra coalizione e opposizione non è casuale. Si chiama Sionismo. Nel 2025, non si può più sostenere questa ideologia nazionale senza essere fascisti o militaristi. È ormai l’essenza del Sionismo. Forse è stato così fin dall’inizio, e l’onestà richiede che lo ammettiamo.

Netanyahu e Bennett, Ben-Gvir e Lapid sono Sionisti come quasi tutti gli israeliani. Quando si tratta della terra, credono nella Supremazia Ebraica e nella menzogna di uno Stato Ebraico e democratico. Il fascismo è l’inevitabile conseguenza di tutto ciò. Non è più possibile essere Sionisti e non fascisti.

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17/09/2025

Alle armi! Ma ce li abbiamo i soldi?

Avanti ad occhi chiusi, anzi col cappuccio ben calcato in testa, ma con in mano molte armi che non servono a granché.

È l’immagine dell’Unione Europea più Londra (che intanto scivola verso il razzismo suprematista, visto che il guerrafondaio razzista alla guida si dice «laburista»), che ancora fanno fatica a capire che gli Stati Uniti hanno di fatto scaricato la guerra ucraina sui propri conti correnti.

Così abbiamo da un lato un «incidente del Tonchino» in salsa polacca, condito di lamentele rumene, salti di gioia baltici (convinti che «finalmente» si possa preparare l’assalto a Mosca che sognano dai tempi dei Cavalieri teutonici) e bestialità acefale di von der Leyen, arrivata a santificare i locali «Fratelli della foresta», ossia i collaborazionisti dei nazisti contro l’Unione Sovietica.

Dal lato opposto, il sempre algido Peskov – portavoce del Cremlino – fa notare che la Nato è “di fatto già in guerra” contro la Russia. Anzi, sono proprio “gli europei [che] ostacolano la risoluzione pacifica in Ucraina, non volendo considerare le cause principali della crisi. Ovvero l’espansione della Nato ad est e quindi la pretesa di piazzare missili o quant’altro alle porte di Mosca.

Risoluzione pacifica che peraltro viaggia assai a rilento – per usare un eufemismo – visto che l’amministrazione Trump sa fare poco altro che sparare dichiarazioni sui social (un vertice di pace va preparato, non basta sedersi intorno a un tavolo e cominciare a chiacchierare), mentre Kiev e gli europei ancora sognano la «vittoria», o quanto meno l’invio di truppe occidentali al primo «cessate il fuoco» sfruttabile per lo scopo.

In una situazione del genere uno statista minimamente responsabile – anche totalmente imperialista – fa due conti (che obbiettivi abbiamo, di che armi disponiamo, qual è l’esperienza di guerra reale dei nostri eserciti, quanto soldi possiamo investire, ecc.) prima di aprire bocca.

Invece è tutto un fiorire di proclami, «decisioni irrevocabili», azzardati confronti col passato... Propaganda spicciola che in teoria serve a giustificare maggiori spese militari davanti alle rispettive popolazioni, ma che ormai sembra essere il credo che orienta menti non proprio spaziose. Tradotto: puoi dire qualsiasi scemenza per far bella figura in tv, ma se ci credi sei da ricoverare... 

Una piccola verifica possiamo farla nella politichetta italiota, che internazionalmente conta nulla ma vive di riflesso le tensioni sul teatro europeo.

Il ministro della difesa, nonché ex lobbista delle industrie delle armi, Guido Crosetto, sfrutta la domanda di un giornalista embedded per dire che “Non siamo pronti né ad un attacco russo né ad un attacco di un’altra nazione. Lo dico da più tempo. La gente non vuole sentire parlare di necessità di difesa, ma io penso che il mio compito sia quello di mettere questo Paese nelle condizioni di difendersi se qualche pazzo decidesse di attaccarci. Non dico Putin, dico qualunque. 20 anni non si recuperano in un anno, in due anni, tanto più con i ritmi di produzione che ci sono adesso”. Per i marziani ci vorrà un po’ di più, ma ci si può pensare... 

Un discorsetto classico: il governo vuole investire di più in armamenti, siccome è impopolare dobbiamo alzare il livello della paura su un attacco esterno (quando sono ormai 80 anni che mandiamo soldati in giro per il mondo senza che nessuno Stato straniero ci abbia mai nemmeno mandato a quel paese) e dare commesse in primo luogo alle «nostre» italiche industrie.

Il problema, come sappiamo, è che le indicazioni dell’Unione Europea – l’insieme che determina le nostra politiche economiche e l’uso del bilancio statale – sono schizofreniche: sì a maggiore spesa militare (come deciso dalla Nato, un insieme ancora più grande), ma austerità di bilancio, quindi riduzione delle spese totali.

Nonostante il governo Meloni abbia costantemente premiato l’evasione fiscale decidendo diversi condoni sotto lo slogan del «fisco amico», le entrate fiscali sono comunque cresciute (anche grazie ad una minore spesa per pagare gli interessi sui titoli di stato), fino a creare un miracoloso «tesoretto» di 15-20 miliardi. Cosa farci è l’oggetto del contendere.

Il ministro leghista Giorgetti, responsabile dei conti, vorrebbe seguire la «linea Draghi» usandoli per ridurre almeno un po’ il debito pubblico. Crosetto li vorrebbe per gli armamenti (ma quel che le industrie italiane producono non è quel che serve nella guerra contemporanea: droni di molti tipi, sistemi elettronici, ecc.). Altri ministri li chiedono per irrobustire il proprio budget.

Una visione complessiva? E a che serve... A quella ci pensano la Nato e «l’Europa», qui ci si occupa solo di piccoli calcoli di bottega.

Come si vede, lo scenario cambia totalmente quando si passa dal «dibattito europeo» – un delirio irresponsabile che spinge per la guerra subito, proprio mentre gli Usa si sganciano da questo teatro – a quello italiano, fatto di interessi e soluzioni molto più prosaiche.

E gli interessi della popolazione (salario, servizi sociali, sanità, istruzione, ecc.)? Chissenefrega, basta indicare un nemico: gli immigrati, Odifreddi, i centri sociali, le cavallette...

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06/09/2025

Francia - Macron alla guerra, anche contro i lavoratori

È vero, ci capita di ricorrere spesso alla frase: “dio confonde coloro che vuol perdere”. Ma ne siamo obbligati da quel che quasi ogni giorno vediamo fare ai principali “leader” europei. E dire che per fortuna siamo atei... 

La Francia, due giorni fa, ha ospitato il vertice dei “volenterosi” ed è il paese che più sta spingendo – insieme a quell’altro accecato dell’inglese Starmer, che si ritrova con la vicepremier dimissionaria, Angela Rayner, e un rimpasto per sostituire anche la cancelliera al Tesoro, Rachel Reeve – per inviare soldati in Ucraina. Ben sapendo, anche prima che lo dicesse Putin, che sarebbero ovviamente considerati “un bersaglio legittimo”.

Non si tratterebbe infatti di una “missione di pace” o di “interposizione” (cosa che richiede il consenso di entrambe le parti in conflitto), ma di una integrazione a supporto dell’esercito di Kiev, ossia di una delle due parti in conflitto. Di fatto, insomma, una dichiarazione di guerra alla Russia.

È un’intenzione purtroppo seria, tanto che il governo di Bayrou-Macron, al pari di quello tedesco, ha già allertato gli ospedali perché si attrezzino a ricevere centinaia di militari feriti al giorno, a partire dalla primavera 2026.

Ecco, in una situazione del genere – e dando per scontato che il lettore sappia quanto siamo contro la guerra imperialista e i suoi cultori – uno si aspetterebbe che il governo o il presidente di quel paese che si prepara a una guerra si comportino con serietà, pensando a come preparare la popolazione o almeno guadagnarsene il consenso. Magari “lisciando il pelo” dell’opinione pubblica... 

Neanche per sogno. Le conseguenze (intanto quelle ospedaliere, con ulteriore stress della sanità pubblica) di un’avventura guerrafondaia sono tenute strettamente secretate (la prima denuncia pubblica è arrivata da una rivista satirica come Le Canard Enchainé), mentre il governo affronta lunedì un voto di fiducia probabilmente fatale davanti a un’Assemblea Nazionale in cui non ha mai avuto la maggioranza, ricorrendo sempre a “tappabuchi” imprestati da repubblicani, “socialisti”, fascisti lepenisti.

Del resto la questione su cui è posta la fiducia è totalmente impopolare. Bayrou propone infatti di tagliare 43,8 miliardi di euro dal bilancio del prossimo anno, operazione che egli definisce necessaria per ridurre il pesantissimo deficit di bilancio della Francia.

Quindi, qual è la preoccupazione principale del banchiere presidente della Republique?

Ma è ovvio! Avere comunque un governo in carica già dal giorno dopo la probabile sfiducia, in modo da reprimere il più possibile le manifestazioni annunciate per lo sciopero generale proclamato il 18 settembre dai sindacati.

Racconta POLITICO – una testata Usa peraltro decisamente pro-establishment – che “Emmanuel Macron vuole muoversi rapidamente per nominare un nuovo primo ministro a seguito del probabile crollo del governo, lunedì”, perché “L’obiettivo è avere il sostituto di François Bayrou pronto prima del 18 settembre, quando molti dei maggiori sindacati del paese prevedono di proclamare uno sciopero”.

Ce ne sarebbe uno anche il 10 settembre, ma si tratta di una mobilitazione promossa “dal basso” tramite appelli online, considerata di “sinistra radicale”, potenzialmente occasione di scontri ma numericamente snobbata dall’Eliseo... 

Quello del 18 invece è il classico sciopero alla francese: di massa, pressoché totale, e soprattutto di una durata non prestabilita. Tutti gli spioni del governo starebbero infatti “diventando matti” per capire se è previsto un proseguimento anche per il 19 o addirittura il 20. Una prospettiva catastrofica, visto che tra le categorie protagoniste ci saranno certamente ferrovieri, addetti ai trasporti, insegnanti, controllori del traffico aereo, compagnia di bandiera, dipendenti pubblici in genere... 

Praticamente la paralisi, con un governo vicino alle dimissioni (Bayrou, se dovesse reggere fino a quel giorno) o chiamato a fare il Noske della situazione appena insediato (e manca ancora un nome, un boia, che si candidi a questo ruolo).

Volontà di andare in una guerra suicida e di tenere sotto il tallone di ferro la popolazione in casa propria. A questo è ormai ridotta la più antica e credibile delle “democrazie europee”.

Se non sono accecati da un dio furioso, si vede che sono decerebrati in proprio.

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03/09/2025

Record di spese militari nella UE, Kallas inaugura “l’era della difesa europea”

L’Agenzia Europea per la Difesa (EDA) ha pubblicato il proprio rapporto annuale sui dati relativi alle spese militari dei 27 membri UE nel biennio 2024-2025. Lo scorso anno i paesi europei hanno raggiunto il record di ben 343 miliardi di euro collocati nella difesa, con un incremento di ben il 19% rispetto al 2023.

La spesa in percentuale del PIL sfiora il 2% che, fino a giugno scorso, era il target previsto dalla NATO, mentre per l’anno in corso viene previsto un ulteriore aumento (le stime parlano di 381 miliardi). Secondo l’EDA, i numeri riflettono “la determinazione degli Stati membri a rafforzare le capacità militari dell’Europa in risposta all’evoluzione del contesto di sicurezza”.

L’aumento della spesa è dovuto innanzitutto al livello record di acquisti di attrezzature militari e agli investimenti in ricerca e sviluppo (13 miliardi). Gli investimenti in generale, nel comparto militare, hanno superato quota 100 miliardi (106, per l’esattezza), e rappresentano ormai quasi un terzo delle spese totali.

È il livello più alto dall’inizio della raccolta dei dati da parte dell’EDA, ma non è ancora abbastanza per stare al passo di una superpotenza come gli Stati Uniti. Soprattutto, rimangono le problematiche di un complesso militare-industriale frammentato: per l’EDA serve “una maggiore collaborazione per massimizzare l’efficienza e garantire l’interoperabilità tra le forze armate dell’UE”.

L’Alto rappresentante per gli Affari Esteri di Bruxelles, Kaja Kallas, che in tale veste è anche a capo dell’EDA, lo ha detto chiaro e tondo: “l’Unione Europea sta utilizzando tutti gli strumenti finanziari e politici a sua disposizione per sostenere gli Stati membri e le aziende europee in questo sforzo. La difesa oggi non è un optional, ma è fondamentale per la protezione dei nostri cittadini. Questa deve essere l’era della difesa europea”.

Non l’era della lotta alla povertà o l’era della tutela dell’ambiente, è l’era delle imprese belliche. Del resto, è questa la via che le cancellerie europee hanno deciso di imboccare per cercare di dare un po’ di ossigeno all’asfittica industria del Vecchio Continente, ora che il modello export-oriented è fallito (ma non possono dirlo, dopo aver imposto decenni di austerità).

Austerità che si farà ancora più stringente, per destinare ancora più risorse proprio verso questo approccio da keynesismo militare. Il direttore esecutivo dell’EDA, André Denk, ha dichiarato: “il raggiungimento del nuovo obiettivo della NATO del 3,5% del PIL richiederà uno sforzo ancora maggiore, con una spesa totale di oltre 630 miliardi di euro all’anno. Tuttavia, dobbiamo anche cooperare strettamente, trovare economie di scala e aumentare l’interoperabilità”.

La mole di risorse pubbliche da destinare al complesso militare-industriale, e il salto di qualità per ciò che riguarda una vera e propria difesa europea sono i nodi che Bruxelles deve sciogliere per poter mostrare i muscoli, come millanta di voler fare.

Millanta, perché la velleità di presentarsi come un attore autonomo della competizione globale si è schiantata di fronte al ‘fuoco amico’ di Washington e all’incapacità delle classi dirigenti europee di saper imprimere le necessarie trasformazioni al progetto comunitario nei passaggi storici degli ultimi decenni.

Nell’impossibilità di ammettere il proprio fallimento, la spinta è quella a invischiarsi sempre di più in questo braccio di ferro militare, sperando di recuperare terreno a suon di armi. Del resto, il presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa, l’ha scritto in un post su X, un paio di giorni fa: “il ‘soft power’ da solo non è sufficiente in un mondo dove il ‘hard power’ prevale troppo spesso”.

Una corsa verso il disastro, però armati fino ai denti.

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21/08/2025

Le ambizioni dei “volenterosi” europei passano per la guerra in Ucraina

La conclusione o meno della guerra in Ucraina potrebbe ridisegnare la mappa del potere politico in Europa.

Se è vero che l’andatura dei negoziati sembra essere indicato da Trump e Putin, è anche vero che i governi europei arruolatisi nella coalizione dei volenterosi sembrano voler sfruttare in ogni modo la guerra – e le sorti – dell’Ucraina per forzare quei passaggi di decisionalità che sono mancati fino a oggi.

Gran parte degli osservatori si limitano a segnalare le difficoltà europee dentro la crisi apertasi a est del continente, ma cominciano a emergerne anche altri che ne segnalano le finestre di opportunità per spingere in avanti quella che rimane l’ambizione inceppata all’autonomia strategica dagli Usa e ad un ruolo assertivo.

Insomma un addio definitivo al soft power su cui gli europeisti si sono adagiati per decenni per dotarsi di un hard power ritenuto vitale per la sopravvivenza politica, magari non più dell’Unione Europea come tale – e dei suoi meccanismi decisionali farraginosi come l’unanimità – ma della ambiziosa convergenza di un gruppo di paesi europei decisi a pesare di più come soggetto globale, insieme quando possibile, per progetti mirati quando necessario.

L’analista Moises Naim, per molti anni direttore di Foreign Policy, in una intervista su La Stampa ha visto un bicchiere mezzo pieno nel ruolo assunto dai “volenterosi” paesi europei nella guerra in Ucraina e nella contrapposizione con la Russia. “Oggi l’Europa sta facendo in quel senso più di quanto abbia fatto in decenni. Eravamo abituati a vederla divisa, incapace di coordinamento, burocratica, ricca di storia ma povera di potere, invece è iniziato un processo importante: l’unità europea è un grosso sviluppo e il sostegno assicurato a Kiev ne fa un attore con cui Trump, volente o nolente, deve fare i conti”.

Per Guntram Wolff, analista del think thank Bruegel Institute, i paesi europei hanno l’opportunità di fare i passi in avanti che hanno stentato a fare fino ad oggi ma, a suo avviso, dovrebbero intraprendere alcune scelte imprescindibili: “Tre, in particolare. Primo, il riarmo accelerato: Germania, Francia, Polonia, Italia e Finlandia devono aumentare i bilanci della difesa e creare capacità operative reali. Secondo, l’integrazione industriale: non possiamo permetterci produzioni frammentate e sprechi, servono programmi comuni e standard condivisi. Terzo, la difesa aerea e missilistica, oggi il punto più debole del continente”.

Ma un ampio programma di riarmo e spese militari in Europa non è un pasto gratis. Se ne preoccupa Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, sottolineando come “Ciò chiama in causa la questione più importante, quella del consenso. A volte si leggono o si ascoltano esperti che trattano con competenza di sicurezza europea ma senza mai fare i conti con l’oste”, ovvero le proprie opinioni pubbliche, non certo favorevoli ad un intenso piano di riarmo e preoccupate dal clima di guerra ispirato dalle cancellerie dei paesi europei ritrovatosi nella “coalizione dei volenterosi”.

Per Panebianco “Senza forza militare non si può andare a nessuna trattativa diplomatica con chiunque quella forza militare possieda: ci si può solo inchinare ai suoi diktat”.

In tale contesto è significativo un dato non certo irrilevante come il riarmo tedesco, tra l’altro avviato da governi di coalizione tra conservatori, socialdemocratici e Verdi, ma che potrebbe lasciare il campo ad un partito di destra come AfD.

La Germania infatti si avvia a stanziare un enorme fondo da 1000 miliardi di euro destinato alla spesa militare, misura che ha richiesto addirittura una riforma costituzionale. Una marea di soldi, distribuiti su più anni, per rinnovare e rafforzare la Bundeswehr ma anche per ri-parametrare il sistema industriale tedesco in serissima crisi da anni su una crescente economia di guerra.

La Germania prevede di raggiungere i 108,2 miliardi di euro di spese militari già nel 2026, poi 161,8 miliardi di euro nel 2029, con un aumento di oltre il 70% rispetto al 2025 e del 387% rispetto al 2020. Questa cifra collocherebbe la Germania come la potenza militare più grande d’Europa e forse guidata da un partito neonazista.

Insomma una prospettiva niente affatto allettante, e non certo e non solo per la Russia, ma che potrebbe diventare il parametro di riferimento anche per le economie degli altri paesi europei.

Il problema, se guardiamo alla storia, è il come andrebbe a finire – malissimo, come sappiamo tutti – e il clima politico, psicologico, culturale che metterebbe fine alle democrazie così come le abbiamo conosciute dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Non si parla con tanto avventurismo di guerra, truppe sul terreno, riarmo, art.5, facendosi ancora condizionare dal “consenso”. In Europa mala tempora currant.

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22/06/2025

I tagliagole europeisti vogliono la guerra. I popoli non la vogliono: sondaggio Gallup

Pare quasi inutile ripeterlo, che la regia sia unica – tanto si somigliano, al limite del “plagio” – le assicurazioni somministrate überall in der Welt alle masse, soprattutto quelle dei paesi europei, su una Russia “già pronta ad attaccare l’Europa”, per cui lavoratori, pensionati, intere categorie di salariati dovrebbero quasi ringraziare i preveggenti eurotagliagole per le decisioni sul veloce e quanto più ampio dirottamento verso le spese per la “difesa” di quanto dovrebbe essere destinato a sanità, assistenza, occupazione, pensioni, ecc.

Si troverebbe probabilmente in difficoltà, oggi, il Sommo poeta, a classificare la destinazione infernale di molti dei personaggi che occupano le aule di Strasburgo, Bruxelles e di diversi parlamenti del vecchio continente.

Forse nei primi due gironi del 7° cerchio, tra tiranni, predoni e scialacquatori; o forse anche nella quarta bolgia del cerchio ottavo, tra gli indovini che già predicono con esattezza mensile il momento in cui Mosca, inevitabilmente, attaccherà “un paese europeo, o forse più di uno”, a secondo che la sfera di cristallo sia interpretata dai baltici Fredegonda-Kallas o Voldemort-Kubilius.

Anche se, a dire il vero, non c’è bisogno di spingersi verso le fredde anse del Baltico, per vedersi serviti tali apocalittiche predizioni. Già sulle coste del Tirreno si incontrano elfi-oscuri che, imboniti con tavole imbandite da ministri della guerra per parlamentari NATO, raccontano di come sia urgente dedicarsi alla cybersecurity, alla difesa da attacchi contro i cavi di trasmissione sottomarini, da assalti da cielo mare e terra. Attacchi, per carità, russi.

E guai a dare ascolto alle sirene pentastellate – per quanto anche quelle rimangano, appunto, solo sirene oltremodo stonate – che invitano a «difendere il futuro dei nostri concittadini». Non sia mai, perché «il futuro dei nostri concittadini si difende garantendo loro la libertà. Forse gli ucraini potrebbero spiegarlo meglio» assicurano, per la gioia del Corriere della Sera, i pappataci del PD che, nell’attacco a diritti e condizioni di vita delle masse, si differenziano dai licaoni governativi, soltanto per il modo subdolo e silenzioso dei primi, contro quello predatorio e ringhioso dei secondi.

D’altronde, gli uni e gli altri servono, chi in maniera strisciante, chi con metodi guttural-arroganti, gli interessi del capitale che, se nella fase attuale sono principalmente quelli del capitale finanziario legato all’industria di guerra, non da oggi significano anche spinta al militarismo sfrenato. «Il militarismo moderno è un prodotto del capitalismo», scriveva nel 1908 Lenin nel suo “Il militarismo militante e la tattica antimilitaristica della socialdemocrazia”.

E questo vuol dire anche che, in «entrambe le sue forme, esso è una ‘manifestazione vitale» del capitalismo: come forza militare impiegata dagli Stati capitalistici nei loro conflitti esterni («Militarismus nach aussen», come dicono i tedeschi) e come arma che, nelle mani delle classi dominanti, serve a reprimere ogni specie di movimento (economico e politico) del proletariato («Militarismus nach innen»)».

Ne sono conferma, oggi, le norme e le aggressioni politico-poliziesche contro qualsiasi manifestazione di dissenso, gli attacchi liberticidi a diritti sociali, di lavoro e di vita, la preparazione psicologico-repressiva della coscienza sociale alla guerra e l’imposizione reazionaria del dovere di accettare qualsiasi misura tesa ad abbassare la soglia di scatenamento della guerra.

Il militarismo, insomma, diceva Lenin, «è l’arma principale del dominio di classe della borghesia e della sottomissione politica della classe operaia» e le guerre «hanno le loro radici nella sostanza stessa del capitalismo e cesseranno soltanto quando cesserà di esistere il regime capitalistico o quando l’entità dei sacrifici umani e finanziari, richiesti dallo sviluppo della tecnica bellica, e lo sdegno popolare, suscitato dagli armamenti, porteranno all’eliminazione di questo sistema...».

Dunque, si diceva, sembrano fatte con lo stampino le dichiarazioni belliciste dei circoli liberal-europeisti: sentita una, le altre non si differenziano che per sotterfugi linguistici. Fredegonda-Kallas, scrive opportunamente Il Fatto del 21 giugno, «è l’alta rappresentante del Bene, la principessa baltica che brandisce la spada europea contro il mostruoso impero russo». Per lei, Vladimir Putin «è più di un nemico, è un’ossessione» e ammonisce che si debba spendere sempre più in armi, dato che «Mosca è una minaccia diretta».

Nei giorni scorsi, a Strasburgo, Kaja Kallas si è esibita ancora nello stantio repertorio per cui la Russia ha messo nel mirino l’Europa e, giura “Fredegonda”, l’ipotesi è ampiamente provata dai fatti di una spesa russa per la difesa superiore a quella dei 27 paesi UE messi insieme. Un piccolissimo appunto, signora Kallas: secondo l’Osservatorio Conti pubblici italiano, nel 2024 la spesa militare europea eccedeva quella russa del 58%.

Non «si spende così tanto per l’esercito», dice l’estone che vuole disimparare la lingua russa, «se non si prevede di usarlo e quest’anno la Russia spenderà per la difesa più che per assistenza sanitaria, istruzione, politica sociale...».

Già: avete sentito, pensionati, studenti, lavoratori europei, che da qualche mese siete in attesa di una radiografia, perché i fondi della sanità sono andati alla guerra? La signora suddetta stava parlando proprio per voi. In realtà – Achtung Gefahr! – sul fronte militare, affonda l’estone furiosa, la Russia sta già attaccando l’Europa in vari modi: violando lo spazio aereo del blocco, attaccando i suoi oleodotti, cavi sottomarini e reti elettriche, reclutando criminali per effettuare sabotaggi... abbiamo forse 5 anni per preparaci a una possibile invasione russa e se le sanzioni verranno revocate il periodo sarà ancora più breve.

La predizione che arriva dalla quarta e dall’ottava bolgia del 7° cerchio: indovini e ladri.

Dunque, il «mondo libero deve dimostrare la volontà di sconfiggere l’aggressione russa». Chi meglio di lei, erede di fiancheggiatori estoni dei nazisti, può ululare che la «nostra esperienza dietro la cortina di ferro... ha significato atrocità, deportazioni di massa, soppressione della cultura» e dunque, chi meglio di lei può fare da megafono – oppure da suggeritore.

Invertendo l’ordine degli attori, le asseverazioni non cambiano – alle scempiaggini di quella portavoce di un rinato maccartismo anti-sovietico (seppur quando l’Unione Sovietica è scomparsa da un pezzo) che risponde al nome di Anne “Golodomor” Applebaum, colei che ha fatto fortuna sulle medaglie erogate a piene mani dai golpisti di Kiev a quanti si prodighino a diffondere nel mondo l’omelia di un potere sovietico tutto dedito alla soppressione dell’Ucraina, in particolare con la “morte per fame” dei contadini ucraini nel 1932-1933.

La “morte per fame” di contadini russi, kazakhi, romeni, moldavi e anche delle regioni ucraine e bielorusse sotto dominio polacco, per la siccità e la susseguente carestia di quel periodo: quella non conta nel “medagliere” degli eredi dei banderisti filonazisti, così grati alla “storica” Applebaum.

Una Applebaum che, a ruota libera su La Stampa del 20 giugno, si diffonde in titoli di “democratismo” e “autoritarismo in base alla vicinanza o meno a quella che lei considera una «una rete transnazionale», una cordata guidata da «Russia, Cina, Iran, Venezuela, Corea del Nord, Bielorussia e altri», che «rifiutano la democrazia, i diritti umani, la cooperazione internazionale... Aspirano a una sorta di mondo multipolare in cui potranno fare ciò che vogliono».

Quale sarebbe, di grazia, il suo concetto di democrazia, signora “storica-saggista”, a Taormina per ritirare il premio Strega Saggistica Internazionale? Chiaro che non si tratti, nella Sua interpretazione, di un concetto di classe, ma di una “categoria” liberal-feudale, anche perché «Intendiamoci, gli Stati Uniti non sono una dittatura», mentre, ca va sans dire, «Il regime iraniano è uno dei più orribili del pianeta».

Ovviamente in scala molto ridotta rispetto ai “cannibali” bolscevichi che popolavano l’Ucraina sovietica, ma sufficientemente crudeli, dato che «Quando Putin ha invaso l’Ucraina aveva il sostegno del mondo autocratico». Pur se «l’invasione dell’Ucraina rappresenta anche un successo dell’alleanza democratica... Perché, diciamolo chiaramente: la Russia è nemica dell’Europa. Attacca obiettivi informatici quotidianamente, compie sabotaggi, ha squadre della morte in Europa. Minaccia basi aeree, gestisce una flotta ombra nel Baltico. Finanzia gruppi estremisti e movimenti separatisti. L’obiettivo è disgregare la UE e la NATO...».

Che dire: con quanta lungimiranza, già sessant’anni fa, Jan Fleming illustrava le atrocità di cui siano capaci i tentacoli della “Spectre”, incarnati dagli autocrati del Cremlino, ieri sovietici, oggi russi!

Ma politici e militari occidentali non si preoccupano nemmeno più di nascondere che si stanno preparando a una guerra diretta con la Russia, afferma l’osservatore Vasilij Fatigarov: «L’Occidente, in particolare l’Europa, afferma apertamente di aver oggi bisogno di resistere in Ucraina ancora un anno e mezzo o due, per rafforzare le proprie capacità militari e continuare a combattere autonomamente» contro la Russia.

No, dice Fatigarov, la Russia non dovrebbe «voler combattere con l’Europa. Ma date le loro dichiarazioni e, soprattutto, le loro azioni nel dispiegamento di forze, nelle esercitazioni aggressive con scenari corrispondenti, vi dobbiamo essere pronti».

E se le parole di un Fatigarov possono lasciare il tempo che trovano, ecco che Putin in persona, al Forum economico di Piter, ha ammesso di essere preoccupato per il fatto che il mondo stia scivolando verso una terza guerra mondiale: siamo in presenza di «un grande potenziale di conflitto, che sta crescendo. È proprio sotto i nostri occhi, ci riguarda direttamente. Il conflitto che stiamo vivendo in Ucraina, quello che sta succedendo in Medio Oriente e quello che sta accadendo intorno agli impianti nucleari iraniani. Ciò che preoccupa è a cosa questo possa portare», insieme alla «ricerca di soluzioni, meglio con mezzi pacifici in tutte le direzioni», senza dimenticare che «Russia e Iran stanno combattendo contro le stesse forze».

E, come a fargli eco, l’economista Paul Craig Roberts, ex vicesegretario al Tesoro USA con Ronald Reagan, spiattella chiaro e tondo che Washington sostiene l’aggressione israeliana all’Iran, sperando così nel rovesciamento degli ayatollah, così come, nel 2022, aveva spinto la Russia all’operazione militare in Ucraina: «Questo è stato uno dei motivi per cui abbiamo imposto sanzioni a Putin, per cui abbiamo costretto Putin a lanciare l’operazione speciale in Donbass».

Pensavano che la guerra non sarebbe andata bene e ciò avrebbe screditato Putin agli occhi dei russi, provocando un cambio di regime, dato che «parte della classe imprenditoriale e intellettuale russa sembra essere più orientata verso l’Occidente».

Scatenare il conflitto, insomma, «per destabilizzare Putin», ricordando che gli USA avevano già «interferito nelle elezioni presidenziali in Iran, provocando disordini giovanili e che ora le recriminazioni yankee contro l’Iran sono falsificate, al pari delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, l’uso di armi chimiche da parte di Assad, le loro bugie su Gheddafi».

Roberts ritiene che Russia e Iran si aspettino invano che i negoziati con l’Occidente li salvino dalla guerra, perché là, in Occidente, hanno bisogno della guerra. La guerra come continuazione delle politica con altri mezzi, mandando a gambe all’aria ogni esternazione liberale secondo cui, ecco, vivevano in pace e poi, all’improvviso, senza un perché, uno “aggredisce” e l’altro “si difende”. Anzi, difende l’Europa intera: è il suo avamposto contro una Russia che, parola di Applebaum «è nemica dell’Europa».

Anche se, a questo punto, sorge la domanda su che tipo di guerra e da chi debba essere combattuta. Perché, pare ci sia una ragione, ad esempio, per il fatto che anche in Italia si accenni con sempre maggior insistenza alla possibile reintroduzione della leva obbligatoria o si escogitino pretesti per attirare cittadini nei ranghi militari. Nessuno, o quasi, tra le popolazioni d’Europa, mostra particolare voglia di indossare l’uniforme e andare in guerra.

Secondo la britannica The Economist, il «progetto di pace alla base della UE» – ci scordiamo di Jugoslavia, Afghanistan, Libia, signori giornalisti britannici? – «si è dimostrato fin troppo efficace, al punto che gli europei non vogliono combattere con nessuno. «Nonostante la crescita record della spesa militare», osserva The Economist, «il continente si trova ad affrontare un problema più profondo e allarmante: la stragrande maggioranza dei suoi cittadini semplicemente non vuole combattere, anche se il nemico è alle porte». Eh, già: è proprio lì lì per attaccare: lo assicurano gli indiavolati folletti Kallas-Kubilius.

Il balzo «sproporzionato dal 2% del PIL al 3,5% sarà destinato all’acquisto di equipaggiamenti, ma gli eserciti sono anche una questione di persone: “I vostri carri armati in Europa sono bellissimi, ma avete qualcuno che li guidi?”. E nemmeno costringere adolescenti a vestire l’uniforme risolverà il problema: gli europei sono orgogliosi del loro comportamento pacifista. «Se scoppia una guerra, ci sarà qualcuno pronto a combattere?» si chiede The Economist.

Secondo un sondaggio Gallup condotto lo scorso anno su 45 paesi, quattro dei cinque paesi meno disposti a combattere sono europei. In «Spagna, Germania e soprattutto Italia (dove solo il 14% degli intervistati è pronto a difendere il paese), il fervore patriottico è quasi scomparso».

Persino in Polonia, che si appresta a raddoppiare i propri contingenti e ambisce alla leadership militare europea, meno della metà dei cittadini è disposta fare la guerra. Un sondaggio condotto prima del 2022, aveva mostrato che il 23% dei lituani preferirebbe emigrare piuttosto che imbracciare le armi.

Insomma, i governi liberal-reazionari cercano di correre ai ripari: dopotutto, “tra cinque anni, o forse anche prima, la Russia invaderà un paese europeo, o forse più di uno”, assicura Voldemort-Kubilius dalla quarta bolgia dell’ottavo cerchio... 

Così, vari paesi, come «la Polonia, pensano al ritorno della coscrizione obbligatoria». Danimarca e Grecia non l’hanno mai fermata. Dopotutto, gli stessi sondaggi europeisti mostrano che, quando si chiede quali siano le questioni che preoccupano gli europei, la Russia scompare dalla lista, mentre vanno al primo posto i prezzi, le tasse, le pensioni.

Anche perché – vedano, signori di The Economist, ma anche de La Stampa, Corriere della Sera e fogliacci vari – quando il discorso verte sulla guerra, su chi “aggredisca” e chi “si difenda”, o chi addirittura invochi la “difesa preventiva”, non sono in molti a credere alla vostra favola infantil-ingenua secondo cui «di notte, uno ha agguantato un altro alla gola e i vicini sono costretti a salvare la vittima dell’attacco... non permettiamo di farci ingannare e consentire ai consiglieri borghesi di spiegare la guerra così, semplicisticamente, per cui, dicono, vivevano in pace, poi uno ha aggredito e l’altro si è difeso» (Lenin).

Bolgia di consiglieri di frode che non siete altro.

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05/06/2025

UK, Starmer va alla guerra ma non ha i soldi per farla

"Era instabile" o leader politici inadeguati?

«Il mondo è cambiato e stiamo entrando in una nuova era di instabilità. Per cui, se si vuole prevenire un conflitto, il modo migliore è prepararsi». Parole di fuoco, molto pericolose, perché hanno un indirizzo preciso (la Russia) e, soprattutto, perché sono strategicamente contraddittorie. Parlano di ‘difesa’, ma in effetti, come vedremo, mascherano altri interessi, mirati su scacchieri abbastanza lontani dalle isole britanniche. Certo, una volta gli statisti venivano scelti per il loro equilibrio, e quando nell’aria soffiava vento di burrasca (politica), avevano almeno il buonsenso di stare zitti. Lui, no. Ha una situazione sociale e finanziaria decisamente compromessa in casa, ma pensa a una politica estera ‘muscolare’, per la quale bisognerà spendere e spandere.

Ruolo sovranazionale del complesso militare-industriale

Pazzo, o ha i suoi motivi? Il ruolo sovranazionale del complesso militare-industriale. Solo che nel Regno Unito non ci sono sterline sufficienti, per poter giocare ai soldatini. Così, l’erede di quella che fu la grande tradizione socialdemocratica britannica, si è messo a ragionare come il più improvvisato dei piazzisti: vende «sicurezza». Ci spieghiamo. A Mr. Starmer gli inglesi hanno offerto il potere su un piatto d’argento. I conservatori, da Boris Johnson in poi (ma anche prima), hanno gestito il potere nel peggiore dei modi e la Brexit (a nostro giudizio) è stato il colpo finale. Un’Inghilterra in mutande, dunque, con la crisi ‘perfetta’ scaturita dalla combinazione di pandemia, guerra in Ucraina (sanzioni e crisi energetica) e inflazione alle stelle, si è rivolta elettoralmente ai laburisti, per risollevarsi. E Starmer ha schiacciato i Tories come un bulldozer. Da quando è arrivato a Downing Street, però, sono anche cominciati i suoi guai. I conti dello Stato non vanno quasi mai d’accordo con le promesse elettorali. Ma Starmer ha fatto di peggio, cominciando a tagliare il welfare e studiando nuove tasse. Insomma, oggi si ritrova, lui socialista, sullo stesso scalcinato caicco di Trump.

Financial Times

Sentite cosa riporta, a tal proposito, il Financial Times in un articolo che sembra fatto apposta per sbugiardare la socialdemocrazia ‘riveduta e corretta’ di Starmer: «La Nato ha invitato i membri ad aumentare la spesa al 3,5% del Pil. Starmer ha insistito sul fatto che il ‘primo dovere’ del Primo ministro è garantire la sicurezza del Paese. Ma il governo – aggiunge FT – si trova ad affrontare pressioni contrastanti, con la popolarità del Partito laburista in forte calo nei sondaggi, mentre si prepara a tagliare i fondi per l’assistenza sociale. Intervenuto a Glasgow, Starmer ha dichiarato di essere ‘sicuro al 100% che questo obiettivo può essere raggiunto’, quando gli è stato chiesto dell’obiettivo del 3%, ma ha comunque rifiutato di fornire una data precisa. ‘Ci impegniamo a spendere quanto necessario per realizzare questa revisione’. Starmer – sottolinea sempre il Financial Times – ha affermato che coloro che, come il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, hanno criticato lo squilibrio tra la spesa per la difesa statunitense ed europea nella Nato ‘avevano ragione’. E ha aggiunto che ‘dobbiamo tutti fare un passo avanti’».

Un passo avanti sulle spalle di chi?

Lui l’ha fatto, pensando, in un primo momento, di tagliare i sussidi ai pensionati e agli invalidi. Poi ci ha ripensato. Molti commentatori hanno parlato di una vera e propria rivolta, dentro la base del Partito laburista. Altri, hanno guardato alle recenti elezioni comunali, dove i ‘populisti’ di Farage hanno sbaragliato la concorrenza. Starmer deve fare molta attenzione, a casa e all’estero. In Inghilterra, se continua nella sua ‘politica dello struzzo’, spianerà la strada a UK Reform di Farage. Cos’è questa politica? Fare finta di niente e scaricare tutto il peso delle controversie contabili sulle fragili spalle del Cancelliere dello Scacchiere, la “ministra” Reeves, che deve coprire i buchi creati dalle spese militari di Starmer. Un esborso gravoso, perché si tratta di programmi poliennali, che una volta cominciati non si possono lasciare a metà. E che con la ‘sicurezza’ c’entrano molto di striscio.

Strategic Defense Review britannica

La nuova Strategic Defense Review britannica (marzo 2025), sottoscritta dal governo, chiarisce che gli interessi nazionali ora si spostano fino al Polo Nord e, comunque, nelle aree (Groenlandia?) ricche di risorse naturali. Ma non scordano l’Indo-Pacifico, dove gli interessi commerciali del Commonwealth sono sempre prioritari. E infatti, una delle alleanze militari di cui si parla poco è l’Aukus, con Stati Uniti e Australia. Dunque, ci chiarisce il Financial Times, «secondo il piano SDR 2025, la Gran Bretagna costruirà circa una dozzina di nuovi sottomarini d’attacco e ha affermato di aver avviato un importante programma di riarmo. Si prevede che il governo prometta ingenti investimenti in sottomarini, missili a lungo raggio, difesa informatica e 1,5 miliardi di sterline per almeno sei nuove fabbriche di munizioni. Lunedì – fa notare il FT – le azioni delle aziende britanniche (ma guarda! n.d.r.) che si occupano della difesa sono aumentate, con Babcock International, che si occupa della manutenzione della flotta sottomarina della Royal Navy, che ha registrato un rialzo di oltre il 7,5%, raggiungendo il massimo degli ultimi otto anni».

Iperboliche spese militari, fantasie irresponsabili

In totale, sono 62 le ‘raccomandazioni’ della Strategic Defense Review, accettate dal governo. Si va, dai 15 miliardi di sterline in nuove testate nucleari, ai 12 nuovi sottomarini atomici d’attacco sviluppati entro 10 anni con la partnership Aukus. Secondo Sid Kaushal, esperto di guerra navale, ogni unità potrebbe costare circa 2,6 miliardi di sterline. L’SDR ha inoltre indicato l’acquisto di nuovi caccia stealth F-35 e del Global Combat Aircraft Programme, un caccia di ultima generazione che sarà prodotto da Regno Unito, Italia e Giappone. L’impegno britannico dovrebbe essere di 10-12 miliardi di sterline. Quello italiano e giapponese leggermente inferiore (10 miliardi di euro?). Gli F-35l, in dotazione anche all’Italia, in assetto da combattimento (full optional) arrivano a 100 milioni di dollari cadauno. Mentre per i sommergibili nucleari d’attacco, da cominciare a fabbricare mentre taglia i sussidi ai pensionati, Starmer se la caverà con quasi 3 miliardi di dollari. L’uno. Sarà contento Trump. Ma saranno felici pure i populisti inglesi: alle prossime elezioni.

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