L’Agenzia Europea per la Difesa (EDA) ha pubblicato il proprio rapporto annuale sui dati relativi alle spese militari dei 27 membri UE nel biennio 2024-2025. Lo scorso anno i paesi europei hanno raggiunto il record di ben 343 miliardi di euro collocati nella difesa, con un incremento di ben il 19% rispetto al 2023.
La spesa in percentuale del PIL sfiora il 2% che, fino a giugno scorso, era il target previsto dalla NATO, mentre per l’anno in corso viene previsto un ulteriore aumento (le stime parlano di 381 miliardi). Secondo l’EDA, i numeri riflettono “la determinazione degli Stati membri a rafforzare le capacità militari dell’Europa in risposta all’evoluzione del contesto di sicurezza”.
L’aumento della spesa è dovuto innanzitutto al livello record di acquisti di attrezzature militari e agli investimenti in ricerca e sviluppo (13 miliardi). Gli investimenti in generale, nel comparto militare, hanno superato quota 100 miliardi (106, per l’esattezza), e rappresentano ormai quasi un terzo delle spese totali.
È il livello più alto dall’inizio della raccolta dei dati da parte dell’EDA, ma non è ancora abbastanza per stare al passo di una superpotenza come gli Stati Uniti. Soprattutto, rimangono le problematiche di un complesso militare-industriale frammentato: per l’EDA serve “una maggiore collaborazione per massimizzare l’efficienza e garantire l’interoperabilità tra le forze armate dell’UE”.
L’Alto rappresentante per gli Affari Esteri di Bruxelles, Kaja Kallas, che in tale veste è anche a capo dell’EDA, lo ha detto chiaro e tondo: “l’Unione Europea sta utilizzando tutti gli strumenti finanziari e politici a sua disposizione per sostenere gli Stati membri e le aziende europee in questo sforzo. La difesa oggi non è un optional, ma è fondamentale per la protezione dei nostri cittadini. Questa deve essere l’era della difesa europea”.
Non l’era della lotta alla povertà o l’era della tutela dell’ambiente, è l’era delle imprese belliche. Del resto, è questa la via che le cancellerie europee hanno deciso di imboccare per cercare di dare un po’ di ossigeno all’asfittica industria del Vecchio Continente, ora che il modello export-oriented è fallito (ma non possono dirlo, dopo aver imposto decenni di austerità).
Austerità che si farà ancora più stringente, per destinare ancora più risorse proprio verso questo approccio da keynesismo militare. Il direttore esecutivo dell’EDA, André Denk, ha dichiarato: “il raggiungimento del nuovo obiettivo della NATO del 3,5% del PIL richiederà uno sforzo ancora maggiore, con una spesa totale di oltre 630 miliardi di euro all’anno. Tuttavia, dobbiamo anche cooperare strettamente, trovare economie di scala e aumentare l’interoperabilità”.
La mole di risorse pubbliche da destinare al complesso militare-industriale, e il salto di qualità per ciò che riguarda una vera e propria difesa europea sono i nodi che Bruxelles deve sciogliere per poter mostrare i muscoli, come millanta di voler fare.
Millanta, perché la velleità di presentarsi come un attore autonomo della competizione globale si è schiantata di fronte al ‘fuoco amico’ di Washington e all’incapacità delle classi dirigenti europee di saper imprimere le necessarie trasformazioni al progetto comunitario nei passaggi storici degli ultimi decenni.
Nell’impossibilità di ammettere il proprio fallimento, la spinta è quella a invischiarsi sempre di più in questo braccio di ferro militare, sperando di recuperare terreno a suon di armi. Del resto, il presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa, l’ha scritto in un post su X, un paio di giorni fa: “il ‘soft power’ da solo non è sufficiente in un mondo dove il ‘hard power’ prevale troppo spesso”.
Una corsa verso il disastro, però armati fino ai denti.
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28/06/2024
Il vertice europeo conferma la Von der Leyen. Ma la verifica si farà con i voti in Parlamento
Il vertice Ue sarebbe dovuto durare due giorni, ma alla mezzanotte di ieri l’incontro era già finito con l’accordo sui nuovi vertici europei e l’approvazione dei nuovi impegni militari per la guerra contro la Russia in Ucraina.
I capi di governo dell’UE avevano precedentemente concordato il nuovo vertice della Commissione europea con 25 voti su 27. Hanno nominato la presidente della Commissione Ursula Von der Leyen per un secondo mandato, mentre sarà l’ex premier portoghese Antonio Costa (socialisti) a presiedere i vertici dell’UE in futuro in qualità di presidente del Consiglio dell’UE. Il primo ministro estone Kaja Kallas (liberali) diventerà Alto rappresentante per gli affari esteri.
Solo due capi di governo non hanno votato la decisione di maggioranza al vertice europeo: la premier italiana Giorgia Meloni e il primo ministro ungherese Viktor Orban, che si sono astenuti o hanno votato contro i candidati.
La Meloni si è astenuta nel voto per Von der Leyen, ma ha votato contro le nomine di Kallas e Costa.
La mossa di Meloni è tattica. Aver mostrato il suo “furore” prima e durante il vertice europeo potrebbe spianare la strada per ottenere una posizione importante e di peso per il prossimo staff dei Commissari europei. Nei corridoi di Bruxelles si fa strada la voce che potrebbe trattarsi di una vicepresidenza esecutiva con connotazioni economiche. Astenendosi, e non opponendosi, a Von der Leyen, il premier italiano ha confermato i buoni rapporti tra le due.
Adesso tocca al Parlamento europeo approvare questa composizione della Commissione.
In quella sede la Von der Leyen deve ottenere la maggioranza dei voti dei parlamentari – e potrebbe essere che i suoi sostenitori cristiano-democratici, socialdemocratici e liberali non siano sufficienti. Potrebbe quindi dipendere dai voti dei Verdi o dei partiti di destra.
Alla Von der Leyen a Strasburgo servono 361 voti e, qualora i 24 parlamentari europei di Fratelli d’Italia decidessero di astenersi, tale obiettivo diventerebbe decisamente più complicato. Per la Von der Leyen sembra essere giunto il momento di fare una scelta decisa fra il gruppo di destra Conservatori e riformisti (Ecr) – guidato da Meloni – e i Verdi che, invece, rischierebbero di farle perdere consensi da parte del suo stesso partito, il Ppe.
Da quanto è emerso dal vertice di ieri l’assetto guerrafondaio della Commissione europea sull’Ucraina è stato confermato. I colloqui a Bruxelles sono iniziati intorno al tramonto, al termine di una giornata in cui i leader europei hanno incontrato per l’ennesima volta il presidente ucraino, Volodymyr Zelenskiy, il quale ha battuto sul solito tasto: rifornimenti di armi e sostegno militare.
Nelle 12 pagine del documento approvato l’Ue ricorda che “l’assistenza globale all’Ucraina e al suo popolo sinora ammonta a 108 miliardi di euro, di cui 39 miliardi di sostegno militare, all’interno dei quali ci sono 6,1 miliardi erogati tramite la European Peace Facility”. I governi della Ue hanno deciso di stabilire un nuovo Fondo con “5 miliardi aggiuntivi per il 2024 per assicurare ulteriore assistenza militare e addestramento”. Il testo sottolinea che “si potrebbero prevedere ulteriori aumenti annuali simili fino al 2027, sulla base delle esigenze ucraine”.
Fonte
I capi di governo dell’UE avevano precedentemente concordato il nuovo vertice della Commissione europea con 25 voti su 27. Hanno nominato la presidente della Commissione Ursula Von der Leyen per un secondo mandato, mentre sarà l’ex premier portoghese Antonio Costa (socialisti) a presiedere i vertici dell’UE in futuro in qualità di presidente del Consiglio dell’UE. Il primo ministro estone Kaja Kallas (liberali) diventerà Alto rappresentante per gli affari esteri.
Solo due capi di governo non hanno votato la decisione di maggioranza al vertice europeo: la premier italiana Giorgia Meloni e il primo ministro ungherese Viktor Orban, che si sono astenuti o hanno votato contro i candidati.
La Meloni si è astenuta nel voto per Von der Leyen, ma ha votato contro le nomine di Kallas e Costa.
La mossa di Meloni è tattica. Aver mostrato il suo “furore” prima e durante il vertice europeo potrebbe spianare la strada per ottenere una posizione importante e di peso per il prossimo staff dei Commissari europei. Nei corridoi di Bruxelles si fa strada la voce che potrebbe trattarsi di una vicepresidenza esecutiva con connotazioni economiche. Astenendosi, e non opponendosi, a Von der Leyen, il premier italiano ha confermato i buoni rapporti tra le due.
Adesso tocca al Parlamento europeo approvare questa composizione della Commissione.
In quella sede la Von der Leyen deve ottenere la maggioranza dei voti dei parlamentari – e potrebbe essere che i suoi sostenitori cristiano-democratici, socialdemocratici e liberali non siano sufficienti. Potrebbe quindi dipendere dai voti dei Verdi o dei partiti di destra.
Alla Von der Leyen a Strasburgo servono 361 voti e, qualora i 24 parlamentari europei di Fratelli d’Italia decidessero di astenersi, tale obiettivo diventerebbe decisamente più complicato. Per la Von der Leyen sembra essere giunto il momento di fare una scelta decisa fra il gruppo di destra Conservatori e riformisti (Ecr) – guidato da Meloni – e i Verdi che, invece, rischierebbero di farle perdere consensi da parte del suo stesso partito, il Ppe.
Da quanto è emerso dal vertice di ieri l’assetto guerrafondaio della Commissione europea sull’Ucraina è stato confermato. I colloqui a Bruxelles sono iniziati intorno al tramonto, al termine di una giornata in cui i leader europei hanno incontrato per l’ennesima volta il presidente ucraino, Volodymyr Zelenskiy, il quale ha battuto sul solito tasto: rifornimenti di armi e sostegno militare.
Nelle 12 pagine del documento approvato l’Ue ricorda che “l’assistenza globale all’Ucraina e al suo popolo sinora ammonta a 108 miliardi di euro, di cui 39 miliardi di sostegno militare, all’interno dei quali ci sono 6,1 miliardi erogati tramite la European Peace Facility”. I governi della Ue hanno deciso di stabilire un nuovo Fondo con “5 miliardi aggiuntivi per il 2024 per assicurare ulteriore assistenza militare e addestramento”. Il testo sottolinea che “si potrebbero prevedere ulteriori aumenti annuali simili fino al 2027, sulla base delle esigenze ucraine”.
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01/02/2022
Portogallo - Un primo bilancio delle elezioni
Le elezioni anticipate che si sono svolte in Portogallo domenica 30 gennaio hanno “certificato” la fine di una ipotesi politica che vedeva le forze della sinistra radicale – il “Blocco di Sinistra” ed il Partito Comunista Portoghese – come attori di peso nei confronti di un governo socialista di “minoranza”, per cui di fatto continuavano a possedere – se non una sorta di potere di “veto” – almeno una certa forza contrattuale sulle scelte di fondo.
Questo ha permesso, al netto dei rapporti di forza, una parziale inversione di tendenza nelle politiche neo-liberiste attuate dai governi precedenti, anche se dentro le compatibilità fissate a Bruxelles e Francoforte.
La formazione socialista di António Costa ha sfiorato – in una elezione dove si è recato alle urne poco più della metà degli aventi diritto – il 42% dei voti, ottenendo la maggioranza assoluta alla Cámara, superando la soglia dei 116 deputati su 230, mentre le due formazioni che ne erano state alleate calano notevolmente sul piano dei consensi, più che dimezzando il numero dei parlamentari eletti.
Costa ha ora la maggioranza assoluta, ma risicata, e da navigato uomo politico qual è, ha lasciato intravedere la possibilità di non governare da solo affermando: “questa maggioranza assoluta non significa potere assoluto, né potere in solitario”.
Il PCP che si presentava in coalizione con i verdi, dimezza i suoi eletti passando da 12 a 6, mentre il Bloco che dal 2015 era la terza forza politica del Paese, ottiene il suo peggior risultato dal 2002, portando i suoi deputati a 5 dei 18 precedenti: insieme hanno ottenuto meno del 9%.
Se l’inedita alleanza a tre di stampo programmatico, la gericonça, stabilita nel 2015 era stata “messa in soffitta” dopo le ultime elezioni del 2019, la loro costante interlocuzione e contrattazione l’aveva di fatto protratta – anche se in forma non organica – fino ad ottobre dello scorso anno, quando i voti contrari del Bloco e del PCP avevano contribuito ad affossare l’ipotesi di “legge finanziaria” per il 2022, in cui una parte dei fondi per il bilancio sarebbe stata derivata dalle sovvenzioni (e dai prestiti) elargiti dall’UE.
Bruxelles aveva destinato 16,6 miliardi di euro fino al 2026 al Paese; 13,9 in aiuti, il resto in prestiti.
Anche l’anno precedente il Bloco aveva votato contro, mentre i comunisti si erano astenuti.
L’ipotesi di bilancio proposta dai socialisti, per le due formazioni alla sua sinistra, era troppo insufficiente in materia di ridistribuzione della ricchezza; in particolare, ma non solo, rispetto ai soldi destinati al disastrato Sistema Sanitario Nazionale e per l’innalzamento del Salario Minimo.
Dopo la bocciatura si era fatta strada – e poi si è concretizzata – l’ipotesi delle elezioni anticipate, convocate dal Presidente della Repubblica Marcelo Rebelo de Sousa dopo lo scioglimento del Parlamento, per questo fine gennaio e in piena ondata pandemica.
Il conservatore Sousa aveva annunciato prima del voto sulla finanziaria che non ci sarebbe stata un’alternativa alle urne, ponendo quindi un secco aut-aut sull’ipotesi di bilancio dei socialisti, cui le formazione di sinistra criticavano una indisponibilità al dialogo ed una insufficienza nelle politiche sociali adottate.
La campagna elettorale, che date le condizioni pandemiche ha penalizzato chi ha uno stile più militante nella sua conduzione ed un maggiore radicamento sociale, è stata caratterizzata da una contrapposizione tra i socialisti ed il centro-destra del PSD, con a capo Rui Rio, reintroducendo di fatto una logica bipolare “artefatta”.
Costa, che non si è mai sottratto al confronto nei dibattiti televisivi e radiofonici, è stato assai abile a capitalizzare i risultati ottenuti in questi anni di governo, omettendo il fatto che questi sono stati anche e soprattutto l’opera del monitoraggio e del pressing delle formazioni alla sua sinistra.
Ma se i sondaggi hanno dato fino all’ultimo un testa a testa tra i due poli di centro-destra e centro-sinistra, le urne hanno certificato un differenziale di circa il 14% tra le due formazioni, beffando clamorosamente le previsioni: oltre i 734 mila voti in più per i socialisti rispetto ai conservatori.
Se il consenso alla formazione di Rio rimane stabile, ai livelli non certo ottimali delle scorse elezioni, l’estrema destra di Chega – con il 7% di voti – si conferma, dopo l’exploit delle presidenziali, la terza forza politica del Paese, passando da un solo deputato eletto nel 2019, aggiudicato al fondatore e leader André Ventura, a ben 12 deputati: più della somma dei deputati dell’estrema sinistra.
Se si sommano poi i voti della formazione dell’ex giornalista sportivo a quelli della formazione “a destra” del PSD, “Iniziativa Liberale” che conquista 8 deputati, si va oltre il 12%.
Un dato che sottolinea lo “smottamento” a destra dell’elettorato conservatore, mentre quello della sinistra si sposta, per così dire, al centro.
Le forze della sinistra radicale quindi escono “con le ossa rotte” dalle urne, perdendo consensi – come nel caso dei comunisti – anche nei bastioni storici, come non era mai avvenuto dalla Rivoluzione dei Garofani in poi; mentre i consensi al Bloco vengono di fatto riassorbiti nella logica del “voto utile” per i socialisti.
È il risultato del tendenziale logoramento già visibile da tempo, dovuto all’inedita esperienza politica cui hanno partecipato, che non è riuscita a controbilanciare in maniera soddisfacente gli effetti della crisi sulle classi subalterne, né a far percepire il ruolo chiave avuto nel processo di decisione politica in quelli che comunque sono stati importanti misure contro l’austherity.
La loro coraggiosa e legittima presa di posizione rispetto all’ultima ipotesi di bilancio, presentata e bocciata, non ha cambiato la sostanza, ma ha certificato la crisi difficilmente reversibile di quella scommessa “a tre”.
Paradossalmente, mentre i socialisti hanno dimostrato tutta la loro rigidità nella discussione sul Bilancio, mettendo in pratica i desiderata di Bruxelles nel modus operandi con cui si decidono la destinazione dei fondi erogati dalla UE, e Sousa imponeva il suo aut-aut, le due formazioni si sono dette fino all’ultimo disponibili al dialogo, credendo in un margine di discussione che si era invece liquefatto.
Sfortunatamente, anche a causa delle condizioni pandemiche e del bombardamento mediatico, non sono riuscite a spiegare al proprio blocco sociale di riferimento che le loro scelte erano frutto proprio dell’inconsistenza delle politiche preconizzate dai socialisti, che non offrivano nemmeno un palliativo agli effetti della crisi che ha colpito duramente la popolazione.
Non si trattava di un “suicidio”, come hanno affermato con differenti sfumature gli organi di stampa, ma di una scelta coerente, ribadita anche durante una prima valutazione dell’esito elettorale.
Alle due formazioni rimane comunque una base non trascurabile di consenso ed una legittimità politica, oltre che un peso organizzativo – in particolare il Partito Comunista – tra le classi subalterne, che le dinamiche elettorali del voto utile tendono come sempre ad offuscare.
Sono elementi che, insieme al programma politico avanzato che portano avanti, risultano fondamentali per i passaggi politici a venire, specialmente in funzione dello sviluppo della lotta di classe che prenderà forma nel Paese contro i diktat dell’Unione Europea ed i venti di guerra di cui è portatrice la NATO: aspetti da sempre centrali per i compagni portoghesi.
Una battaglia comune che come Rete dei Comunisti appoggeremo e sosterremo nel nostro Paese, promuovendo il conflitto di classe organizzato, la lotta internazionalista e lo sviluppo di una soggettività comunista degna di questo nome.
Fonte
Questo ha permesso, al netto dei rapporti di forza, una parziale inversione di tendenza nelle politiche neo-liberiste attuate dai governi precedenti, anche se dentro le compatibilità fissate a Bruxelles e Francoforte.
La formazione socialista di António Costa ha sfiorato – in una elezione dove si è recato alle urne poco più della metà degli aventi diritto – il 42% dei voti, ottenendo la maggioranza assoluta alla Cámara, superando la soglia dei 116 deputati su 230, mentre le due formazioni che ne erano state alleate calano notevolmente sul piano dei consensi, più che dimezzando il numero dei parlamentari eletti.
Costa ha ora la maggioranza assoluta, ma risicata, e da navigato uomo politico qual è, ha lasciato intravedere la possibilità di non governare da solo affermando: “questa maggioranza assoluta non significa potere assoluto, né potere in solitario”.
Il PCP che si presentava in coalizione con i verdi, dimezza i suoi eletti passando da 12 a 6, mentre il Bloco che dal 2015 era la terza forza politica del Paese, ottiene il suo peggior risultato dal 2002, portando i suoi deputati a 5 dei 18 precedenti: insieme hanno ottenuto meno del 9%.
Se l’inedita alleanza a tre di stampo programmatico, la gericonça, stabilita nel 2015 era stata “messa in soffitta” dopo le ultime elezioni del 2019, la loro costante interlocuzione e contrattazione l’aveva di fatto protratta – anche se in forma non organica – fino ad ottobre dello scorso anno, quando i voti contrari del Bloco e del PCP avevano contribuito ad affossare l’ipotesi di “legge finanziaria” per il 2022, in cui una parte dei fondi per il bilancio sarebbe stata derivata dalle sovvenzioni (e dai prestiti) elargiti dall’UE.
Bruxelles aveva destinato 16,6 miliardi di euro fino al 2026 al Paese; 13,9 in aiuti, il resto in prestiti.
Anche l’anno precedente il Bloco aveva votato contro, mentre i comunisti si erano astenuti.
L’ipotesi di bilancio proposta dai socialisti, per le due formazioni alla sua sinistra, era troppo insufficiente in materia di ridistribuzione della ricchezza; in particolare, ma non solo, rispetto ai soldi destinati al disastrato Sistema Sanitario Nazionale e per l’innalzamento del Salario Minimo.
Dopo la bocciatura si era fatta strada – e poi si è concretizzata – l’ipotesi delle elezioni anticipate, convocate dal Presidente della Repubblica Marcelo Rebelo de Sousa dopo lo scioglimento del Parlamento, per questo fine gennaio e in piena ondata pandemica.
Il conservatore Sousa aveva annunciato prima del voto sulla finanziaria che non ci sarebbe stata un’alternativa alle urne, ponendo quindi un secco aut-aut sull’ipotesi di bilancio dei socialisti, cui le formazione di sinistra criticavano una indisponibilità al dialogo ed una insufficienza nelle politiche sociali adottate.
La campagna elettorale, che date le condizioni pandemiche ha penalizzato chi ha uno stile più militante nella sua conduzione ed un maggiore radicamento sociale, è stata caratterizzata da una contrapposizione tra i socialisti ed il centro-destra del PSD, con a capo Rui Rio, reintroducendo di fatto una logica bipolare “artefatta”.
Costa, che non si è mai sottratto al confronto nei dibattiti televisivi e radiofonici, è stato assai abile a capitalizzare i risultati ottenuti in questi anni di governo, omettendo il fatto che questi sono stati anche e soprattutto l’opera del monitoraggio e del pressing delle formazioni alla sua sinistra.
Ma se i sondaggi hanno dato fino all’ultimo un testa a testa tra i due poli di centro-destra e centro-sinistra, le urne hanno certificato un differenziale di circa il 14% tra le due formazioni, beffando clamorosamente le previsioni: oltre i 734 mila voti in più per i socialisti rispetto ai conservatori.
Se il consenso alla formazione di Rio rimane stabile, ai livelli non certo ottimali delle scorse elezioni, l’estrema destra di Chega – con il 7% di voti – si conferma, dopo l’exploit delle presidenziali, la terza forza politica del Paese, passando da un solo deputato eletto nel 2019, aggiudicato al fondatore e leader André Ventura, a ben 12 deputati: più della somma dei deputati dell’estrema sinistra.
Se si sommano poi i voti della formazione dell’ex giornalista sportivo a quelli della formazione “a destra” del PSD, “Iniziativa Liberale” che conquista 8 deputati, si va oltre il 12%.
Un dato che sottolinea lo “smottamento” a destra dell’elettorato conservatore, mentre quello della sinistra si sposta, per così dire, al centro.
Le forze della sinistra radicale quindi escono “con le ossa rotte” dalle urne, perdendo consensi – come nel caso dei comunisti – anche nei bastioni storici, come non era mai avvenuto dalla Rivoluzione dei Garofani in poi; mentre i consensi al Bloco vengono di fatto riassorbiti nella logica del “voto utile” per i socialisti.
È il risultato del tendenziale logoramento già visibile da tempo, dovuto all’inedita esperienza politica cui hanno partecipato, che non è riuscita a controbilanciare in maniera soddisfacente gli effetti della crisi sulle classi subalterne, né a far percepire il ruolo chiave avuto nel processo di decisione politica in quelli che comunque sono stati importanti misure contro l’austherity.
La loro coraggiosa e legittima presa di posizione rispetto all’ultima ipotesi di bilancio, presentata e bocciata, non ha cambiato la sostanza, ma ha certificato la crisi difficilmente reversibile di quella scommessa “a tre”.
Paradossalmente, mentre i socialisti hanno dimostrato tutta la loro rigidità nella discussione sul Bilancio, mettendo in pratica i desiderata di Bruxelles nel modus operandi con cui si decidono la destinazione dei fondi erogati dalla UE, e Sousa imponeva il suo aut-aut, le due formazioni si sono dette fino all’ultimo disponibili al dialogo, credendo in un margine di discussione che si era invece liquefatto.
Sfortunatamente, anche a causa delle condizioni pandemiche e del bombardamento mediatico, non sono riuscite a spiegare al proprio blocco sociale di riferimento che le loro scelte erano frutto proprio dell’inconsistenza delle politiche preconizzate dai socialisti, che non offrivano nemmeno un palliativo agli effetti della crisi che ha colpito duramente la popolazione.
Non si trattava di un “suicidio”, come hanno affermato con differenti sfumature gli organi di stampa, ma di una scelta coerente, ribadita anche durante una prima valutazione dell’esito elettorale.
Alle due formazioni rimane comunque una base non trascurabile di consenso ed una legittimità politica, oltre che un peso organizzativo – in particolare il Partito Comunista – tra le classi subalterne, che le dinamiche elettorali del voto utile tendono come sempre ad offuscare.
Sono elementi che, insieme al programma politico avanzato che portano avanti, risultano fondamentali per i passaggi politici a venire, specialmente in funzione dello sviluppo della lotta di classe che prenderà forma nel Paese contro i diktat dell’Unione Europea ed i venti di guerra di cui è portatrice la NATO: aspetti da sempre centrali per i compagni portoghesi.
Una battaglia comune che come Rete dei Comunisti appoggeremo e sosterremo nel nostro Paese, promuovendo il conflitto di classe organizzato, la lotta internazionalista e lo sviluppo di una soggettività comunista degna di questo nome.
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10/11/2021
Portogallo - Elezioni anticipate, si vota il 30 gennaio
La crisi politica portoghese apertasi con la bocciatura della legge di bilancio proposta del governo socialista per il prossimo anno, ha portato all’annuncio delle elezioni anticipate.
L’attuale presidente in carica Marcelo Rebelo Sousa aveva dichiarato prima del dibattito parlamentare che non ci sarebbe stata un’alternativa alle urne nel caso di un voto negativo.
Così dopo una serie di consultazioni formali – e dopo il parere favorevole del Consiglio di Stato – lo scorso mercoledì ha indicato il 30 gennaio come data delle elezioni anticipate.
Entrambe le formazioni che sostenevano “dall’esterno” l’esecutivo di minoranza del socialista Costa – Il Partito Comunista del Portogallo (PCP) ed il Blocco di Sinistra (BE) che hanno bocciato la proposta di Bilancio – non erano favorevoli alle elezioni, prediligendo una contrattazione che portasse ad una riformulazione di una ipotesi di spesa più vicina alle proposte da loro fatte ma scartate dal governo.
È una chiara indicazione di come le direttive di spesa dei fondi stanziati da Bruxelles che sono una parte importante del Bilancio – per il 2022 si tratta solo sovvenzioni ma nelle future “finanziarie” si tratterà anche di prestiti – sin dal prossimo anno debbano essere rispettate e devono essere azzerati i margini di discussione rispetto al loro utilizzo, anche con gli stessi attori che davano ossigeno ad una ipotesi di alleanza unica in Europa.
Come evidenziano sia il PCP che il BE, il Primo ministro António Costa si è fatto interprete degli interessi economici che rappresenta e che non volevano essere penalizzati dalla manovra economica nonostante le evidenti priorità sociali.
Salari, pensioni, diritto alla salute, diritto allo studio e quello abitativo devono essere sacrificati sull’altare dei profitti delle oligarchie economiche, mentre i soldi vanno spesi nella direzione indicata da Bruxelles.
A poco più da due mesi e mezzo dal voto si apre quindi una situazione di grande incertezza.
In primis il Partito Socialista che è la formazione più votata nelle recenti amministrative a settembre, ma che aveva perso alcune città importanti, sembra spaccato tra l’ipotesi dell’attuale leadership che anela ad una maggioranza assoluta che gli permetterebbe di governare senza dovere essere in continua contrattazione con PC e BE, mentre Pedro Nuno Santos, possibile candidato a dirigere la formazione quando inizierà il processo di successione a Costa difende la “geringonza” affermando che “l’accordo con la sinistra non è stata una parentesi”.
La destra costituita dal Partito Socialdemocratico (PSD) affronta uno scontro al vertice rispetto a chi sarà la nuova guida al vertice, ed il 4 dicembre i suoi membri dovranno decidere tra l’attuale leader Rui Rio – un pezzo dell’establishment del Partito – e lo sfidante Paulo Rangel.
Queste due figure incarnano in un certo senso da un lato un’ ipotesi di continuità con la tradizione dei conservatori con Rio e l’altra una nuova immagine della formazione con l’eurodeputato Rangel.
Sul piatto c’è anche la questione delle possibili alleanze “a destra” per governare, considerato il calo del consensi registrati dal PSD.
Il PCP ed il BE ribadiscono la centralità delle questioni sociali e le proprie critiche all’intransigenze di Costa.
“Non ha voluto sganciare il Paese dai limiti e dai vincoli dell’Unione Europea e dell’Euro con i suoi criteri draconiani di deficit e debito, che servono a giustificazione per impedire opzioni di difesa dell’interesse nazionale” ha dichiarato il leader comunista Jerónimo de Souza in un suo intervento ad un incontro del PCB rivolgendo le proprie critiche a Costa.
“Non voleva, perché pensa che sia ora di avere le mani libere per servire gli interessi che ha sempre servito” ha ribadito l’esponente comunista che ribadisce che sono pronti per la sfida elettorale.
Un tabù, quello dei “conti in ordine” che i comunisti vorrebbero far saltare.
Catarina Martins, leader del Bloco, è sulla stessa lunghezza d’onda rispetto al leader comunista: “Non è giustificato. La crisi politica è artificiale, è un trucco con cui António Costa ha rotto i ponti a sinistra nell’ossessione della maggioranza assoluta. Ma in fondo perché il PS resiste così tanto ai compromessi con la sinistra? Perché non si approfitta della maggioranza che potrebbe fare con la sinistra in parlamento per i problemi strutturali del Paese? Perché vuole costringere la sinistra ad accettare politiche sanitarie o occupazionali senza compromessi?”
Di fronte allo scarso coraggio politico di Costa la sinistra radicale ha risposto con una scelta coerente e non subordinata ai Diktat della UE, e non volendo sacrificare la propria coerenza politica e la propria relazione con il blocco sociale di fronte ad una “governabilità senza sbocchi” accettando le proposte al ribasso di Costa.
Si apre quindi una campagna elettorale che verterà su questioni di fondo assolutamente rilevanti e con due formazioni in grado di dare battaglia su questioni strategiche sul futuro del paese che interessano da vicino anche le classi subalterne degli altri paesi della periferia UE.
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L’attuale presidente in carica Marcelo Rebelo Sousa aveva dichiarato prima del dibattito parlamentare che non ci sarebbe stata un’alternativa alle urne nel caso di un voto negativo.
Così dopo una serie di consultazioni formali – e dopo il parere favorevole del Consiglio di Stato – lo scorso mercoledì ha indicato il 30 gennaio come data delle elezioni anticipate.
Entrambe le formazioni che sostenevano “dall’esterno” l’esecutivo di minoranza del socialista Costa – Il Partito Comunista del Portogallo (PCP) ed il Blocco di Sinistra (BE) che hanno bocciato la proposta di Bilancio – non erano favorevoli alle elezioni, prediligendo una contrattazione che portasse ad una riformulazione di una ipotesi di spesa più vicina alle proposte da loro fatte ma scartate dal governo.
È una chiara indicazione di come le direttive di spesa dei fondi stanziati da Bruxelles che sono una parte importante del Bilancio – per il 2022 si tratta solo sovvenzioni ma nelle future “finanziarie” si tratterà anche di prestiti – sin dal prossimo anno debbano essere rispettate e devono essere azzerati i margini di discussione rispetto al loro utilizzo, anche con gli stessi attori che davano ossigeno ad una ipotesi di alleanza unica in Europa.
Come evidenziano sia il PCP che il BE, il Primo ministro António Costa si è fatto interprete degli interessi economici che rappresenta e che non volevano essere penalizzati dalla manovra economica nonostante le evidenti priorità sociali.
Salari, pensioni, diritto alla salute, diritto allo studio e quello abitativo devono essere sacrificati sull’altare dei profitti delle oligarchie economiche, mentre i soldi vanno spesi nella direzione indicata da Bruxelles.
A poco più da due mesi e mezzo dal voto si apre quindi una situazione di grande incertezza.
In primis il Partito Socialista che è la formazione più votata nelle recenti amministrative a settembre, ma che aveva perso alcune città importanti, sembra spaccato tra l’ipotesi dell’attuale leadership che anela ad una maggioranza assoluta che gli permetterebbe di governare senza dovere essere in continua contrattazione con PC e BE, mentre Pedro Nuno Santos, possibile candidato a dirigere la formazione quando inizierà il processo di successione a Costa difende la “geringonza” affermando che “l’accordo con la sinistra non è stata una parentesi”.
La destra costituita dal Partito Socialdemocratico (PSD) affronta uno scontro al vertice rispetto a chi sarà la nuova guida al vertice, ed il 4 dicembre i suoi membri dovranno decidere tra l’attuale leader Rui Rio – un pezzo dell’establishment del Partito – e lo sfidante Paulo Rangel.
Queste due figure incarnano in un certo senso da un lato un’ ipotesi di continuità con la tradizione dei conservatori con Rio e l’altra una nuova immagine della formazione con l’eurodeputato Rangel.
Sul piatto c’è anche la questione delle possibili alleanze “a destra” per governare, considerato il calo del consensi registrati dal PSD.
Il PCP ed il BE ribadiscono la centralità delle questioni sociali e le proprie critiche all’intransigenze di Costa.
“Non ha voluto sganciare il Paese dai limiti e dai vincoli dell’Unione Europea e dell’Euro con i suoi criteri draconiani di deficit e debito, che servono a giustificazione per impedire opzioni di difesa dell’interesse nazionale” ha dichiarato il leader comunista Jerónimo de Souza in un suo intervento ad un incontro del PCB rivolgendo le proprie critiche a Costa.
“Non voleva, perché pensa che sia ora di avere le mani libere per servire gli interessi che ha sempre servito” ha ribadito l’esponente comunista che ribadisce che sono pronti per la sfida elettorale.
Un tabù, quello dei “conti in ordine” che i comunisti vorrebbero far saltare.
Catarina Martins, leader del Bloco, è sulla stessa lunghezza d’onda rispetto al leader comunista: “Non è giustificato. La crisi politica è artificiale, è un trucco con cui António Costa ha rotto i ponti a sinistra nell’ossessione della maggioranza assoluta. Ma in fondo perché il PS resiste così tanto ai compromessi con la sinistra? Perché non si approfitta della maggioranza che potrebbe fare con la sinistra in parlamento per i problemi strutturali del Paese? Perché vuole costringere la sinistra ad accettare politiche sanitarie o occupazionali senza compromessi?”
Di fronte allo scarso coraggio politico di Costa la sinistra radicale ha risposto con una scelta coerente e non subordinata ai Diktat della UE, e non volendo sacrificare la propria coerenza politica e la propria relazione con il blocco sociale di fronte ad una “governabilità senza sbocchi” accettando le proposte al ribasso di Costa.
Si apre quindi una campagna elettorale che verterà su questioni di fondo assolutamente rilevanti e con due formazioni in grado di dare battaglia su questioni strategiche sul futuro del paese che interessano da vicino anche le classi subalterne degli altri paesi della periferia UE.
Fonte
28/10/2021
Portogallo - La crisi politica in apre la strada ad elezioni anticipate
La crisi politica apertasi in Portogallo porterà con ogni probabilità al voto anticipato.
Il governo “di minoranza” del socialista di Antonio Costa non ha trovato la quadra con le formazioni che alla sua sinistra dovrebbero sostenerlo, cioè il Partito Comunista Portoghese (PCP) ed il Blocco di Sinistra (BE), rispetto alla “legge di bilancio” per il prossimo anno.
Una parte importante per il budget del prossimo anno del Portogallo, la cui discussione è iniziata questo martedì ed è terminata mercoledì sera senza un esito positivo, è costituita dalle sovvenzioni sborsate dai fondi della UE fino al 2026. Le due formazioni (PCP e BE) hanno dichiarato la propria contrarietà alla proposta ipotizzata dal governo che ha dimostrato sordità alle loro richieste.
La formazione di Costa uscita vincitrice dalle elezioni del 2019 non ha la maggioranza assoluta e necessitava dell’astensione del PC e del BE per l’approvazione del Piano Economico che recepisce appunto una parte dei soldi sborsati dalla UE, più di 1 miliardo di euro per il prossimo anno.
Bruxelles, riporta il quotidiano spagnolo El País, ha destinato al Portogallo 16,6 miliardi di Euro (13,9 in aiuti, il resto in prestiti con interesse) fino al 2026.
L’atteggiamento di Costa conferma come anche in Portogallo i margini di azione siano piuttosto limitati per i singoli esecutivi nazionali ed i paletti fissati a Bruxelles piuttosto rigidi, non importa se questo implica far saltare un esecutivo che aveva traghettato il Paese negli ultimi anni con un progetto anche solo parzialmente alternativo al neo-liberalismo che aveva portato il Portogallo sul lastrico.
Nonostante le consultazioni non si è giunti ad un accordo, Costa aveva detto che non chiudeva “la porta al dialogo” e ha aveva affermato che avrebbe fatto “tutto il possibile per ottenere un accordo, ma non a qualsiasi condizione”.
Il leader socialista aveva difeso il suo operato di fronte ai suoi interlocutori con un atteggiamento di maggiore ostilità verso il Blocco rispetto ai comunisti che l’altro anno si astennero dal votare il bilancio a differenza del Bloco che votò contro.
Comunisti che hanno affermato di non volere “lasciare il paese alla propria sorte”, dimostrandosi aperti ad una soluzione che sembra realisticamente introvabile.
Mercoledì sera il governo ha di fatto “gettato la spugna” aspettando l’esito delle votazioni parlamentari.
Ana Catarina, la leader parlamentare di socialisti, ha difeso l’operato del governo affermando: “abbiamo fatto quello che sanno tutti i portoghesi, abbiamo ribaltato le politiche di austerità”.
Ma questa inversione di tendenza non sembra avere accontentato la dirigenza dei due partiti (PCP e BE) e soprattutto la loro base elettorale che è andata risicandosi durante questi sei anni a causa del peggioramento delle condizioni complessive di esistenza esasperate dalla pandemia.
La maggioranza dei deputati (108 a favore, 117 contrari e 5 astenuti) ha votato contro proposta di bilancio presentata da João Leão. Il risultato è stato il rigetto di questa proposta di governo ha annunciato il presidente dell’Assemblea della repubblica, Eduardo Ferro Rodrigues.
“Il risultato del voto è storico – afferma il quotidiano portoghese Público – è la prima volta che viene bocciato un Bilancio dello stato presentato da un governo eletto alle Urne”.
Il Presidente della Repubblica, Marcelo Rebelo de Sousa aveva avvertito lunedì che non ci sarebbero state alternative all’approvazione del bilancio per il prossimo anno che non fossero le elezioni anticipate – elezioni che avrebbero dovuto tenersi nel 2023 – e che quindi come è in sua piena facoltà scioglierebbe il Parlamento di fatto ponendo fine a questo inedito esperimento governativo.
Potrebbe farlo, senza concedere all’attuale esecutivo una seconda chance per riformulare una proposta di bilancio, dopo una formale consultazioni delle parti.
Le elezioni dovrebbero svolgersi entro due mesi al massimo dallo scioglimento del Parlamento.
Costa ha detto che non sarebbe lui a dare le dimissioni in caso il bilancio non venisse approvato, ma andrebbe avanti – se il Presidente non sciogliesse il Parlamento – mese per mese con un dodicesimo del budget annuale. Una ipotesi teoricamente possibile ma piuttosto improbabile e che non risolverebbe certo la crisi politica aperta. Mercoledì ha poi dichiarato che chiede “un maggioranza rafforzata e stabile” alle prossime elezioni.
Su 270 deputati, Costa avrebbe potuto contare su 108 voti, ma necessitava del nulla osta dei 12 deputati comunisti e dei 18 del Blocco, contro i 79 della destra che voterebbe compatta contro il governo insieme alla sinistra, in totale 117 voti.
Solo 3 parlamentari del PAN e altri due deputati di alcun gruppo parlamentare avevano annunciato la loro astensione.
La possibile defezione dentro l’opposizione, i voti dei 3 deputati del Partito Social-democratico – che nonostante il nome esprime un orientamento conservatore e neo-liberista – di Madeira che si asterrebbero se venissero destinati maggiori fondi alla regione, non sarebbero stati comunque sufficienti per andare oltre.
Il leader di questa fronda, Miguel Albuquerque, ha dichiarato al quotidiano Público: “se avessero bisogno di noi, sanno dove trovarmi”.
Segno di un certo sfarinamento anche nelle file dei conservatori.
Come ha affermato giustamente il leader comunista Jerónimo de Sousa prima di mercoledì: “la questione non è se ci saranno o meno elezioni, la questione non è la crisi politica, la questione sono i problemi di fondo della società portoghese”.
Una impostazione simile a quella del Blocco che ha visto rifiutate le 9 condizioni che aveva posto all’esecutivo all’interno delle consultazioni, riguardanti di fatto la redistribuzione complessiva della ricchezza.
Non aveva usato mezzi termini Catarina Martins martedì nei confronti di Costa: “Il governo ha sostituito la negoziazione con l’ultimatum. La sua intransigenza ha come obiettivo di consolidare le regole della troika.”
Ha rincarato la dose mercoledì “queste scelte non sono di sinistra, né sono una risposta ai problemi del Paese. E sono inspiegabili, perché il momento dovrebbe essere proprio quello del cambiamento”.
João Olivera che mercoledì è intervenuto come capogruppo per il PCP in Parlamento, senza fare riferimento al possibile voto contrario alla proposta, ha affermato che il Paese ha bisogno di una “risposta globale” e di una “visione d’insieme e non di un elenco da cui si possano evidenziare alcune misure isolatamente, soprattutto quando questa logica di considerazione distaccata si traduce nella sensazione delle persone di dare con una mano e di prendere con l’altra”.
Fine dell’anomalia portoghese
L’accordo politico raggiunto nel 2015 tra socialisti, comunisti e blocco – la “geringonça” come l’aveva ribattezzato la destra – che di fatto ribaltò l’ipotesi più probabile uscita dalle urne di un governo conservatore di Pedro Passos Coelho, uscito vincitore dalle urne, sembra essere giunta ad un binario morto.
Le elezioni del 2019 avevano portato i socialisti ad un passo dalla maggioranza assoluta (sarebbe stato sufficiente eleggere altri dieci deputati), con Costa che decise di governare “passo a passo” contrattando con le formazioni alla sua sinistra che avevano visto ridimensionato il proprio peso alle urne, ma di fatto dettando le regole.
Le elezioni amministrative del settembre del 2021 hanno in parte cambiato ulteriormente l’ordine dei fattori.
Lisbona, è caduta nelle mani della destra dopo 14 anni di governo del centro-sinistra, così come Coimbra.
Il Blocco ha visto un importante travaso dei suoi voti verso i socialisti e il PCP ha perso comuni importanti come Évora.
Un ennesimo segnale d’allarme dopo i non brillanti risultati del 2019.
Secondo il leader comunista Sousa il rifiuto dell’astensione della sua formazione che l’anno precedente nelle votazioni per la legge di bilancio si astenne, a differenza del blocco che votò contro, è determinata dalle promesse non mantenute di Costa: l’aumento del salario minimo e delle pensioni, il frenare la liberalizzazione del mercato del lavoro, rendere gratuite le scuole materne.
Durante il suo intervento in cui ha confermato in Parlamento i contenuti del discorso fatto all’interno del Partito, ha affermato che “l’aumento del salario è una emergenza nazionale” .
Catarina Martins, leader del Blocco pone l’accento sulle pensioni, l’IVA dell’energia o la lotta alla povertà.
Al centro del gioco politico in un contesto in cui la destra è rinvigorita sta anche la lotta per la leadership del Partito Social-Democratico con l’attuale leader che cerca di capitalizzare la crisi di governo e la scelta di Costa di escludere il PSD come possibile interlocutore dopo le elezioni di due anni fa.
La sfida a due, che avrà un vincitore ad inizio di dicembre, si gioca tra una opzione in continuità con ciò che sono stati i conservatori ed il suo establishment con Rui Rio, ex sindaco di Porto, veterano della formazione di cui è stato tre volte segretario generale con tre diversi presidenti, ed è l’attuale presidente, e l’euro-deputato Paulo Rangel che ha tra l’altro recentemente dichiarato pubblicamente la propria omosessualità. Un coming out decisamente inedito nella tradizione filo-cattolica dei conservatori lusitani.
Paulo Rangel che ha incontrato il Presidente della Repubblica trovando le critiche dell’attuale leader conservatore, per scongiurare l’ipotesi di andare elezioni anticipate senza avere cambiato la cupola del partito, sta raccogliendo le firme per un congresso straordinario che cercherà di capitalizzare la crisi di questa fallimentare alleanza tra l’ala progressista dei socialisti e la sinistra radicale.
Fonte
Il governo “di minoranza” del socialista di Antonio Costa non ha trovato la quadra con le formazioni che alla sua sinistra dovrebbero sostenerlo, cioè il Partito Comunista Portoghese (PCP) ed il Blocco di Sinistra (BE), rispetto alla “legge di bilancio” per il prossimo anno.
Una parte importante per il budget del prossimo anno del Portogallo, la cui discussione è iniziata questo martedì ed è terminata mercoledì sera senza un esito positivo, è costituita dalle sovvenzioni sborsate dai fondi della UE fino al 2026. Le due formazioni (PCP e BE) hanno dichiarato la propria contrarietà alla proposta ipotizzata dal governo che ha dimostrato sordità alle loro richieste.
La formazione di Costa uscita vincitrice dalle elezioni del 2019 non ha la maggioranza assoluta e necessitava dell’astensione del PC e del BE per l’approvazione del Piano Economico che recepisce appunto una parte dei soldi sborsati dalla UE, più di 1 miliardo di euro per il prossimo anno.
Bruxelles, riporta il quotidiano spagnolo El País, ha destinato al Portogallo 16,6 miliardi di Euro (13,9 in aiuti, il resto in prestiti con interesse) fino al 2026.
L’atteggiamento di Costa conferma come anche in Portogallo i margini di azione siano piuttosto limitati per i singoli esecutivi nazionali ed i paletti fissati a Bruxelles piuttosto rigidi, non importa se questo implica far saltare un esecutivo che aveva traghettato il Paese negli ultimi anni con un progetto anche solo parzialmente alternativo al neo-liberalismo che aveva portato il Portogallo sul lastrico.
Nonostante le consultazioni non si è giunti ad un accordo, Costa aveva detto che non chiudeva “la porta al dialogo” e ha aveva affermato che avrebbe fatto “tutto il possibile per ottenere un accordo, ma non a qualsiasi condizione”.
Il leader socialista aveva difeso il suo operato di fronte ai suoi interlocutori con un atteggiamento di maggiore ostilità verso il Blocco rispetto ai comunisti che l’altro anno si astennero dal votare il bilancio a differenza del Bloco che votò contro.
Comunisti che hanno affermato di non volere “lasciare il paese alla propria sorte”, dimostrandosi aperti ad una soluzione che sembra realisticamente introvabile.
Mercoledì sera il governo ha di fatto “gettato la spugna” aspettando l’esito delle votazioni parlamentari.
Ana Catarina, la leader parlamentare di socialisti, ha difeso l’operato del governo affermando: “abbiamo fatto quello che sanno tutti i portoghesi, abbiamo ribaltato le politiche di austerità”.
Ma questa inversione di tendenza non sembra avere accontentato la dirigenza dei due partiti (PCP e BE) e soprattutto la loro base elettorale che è andata risicandosi durante questi sei anni a causa del peggioramento delle condizioni complessive di esistenza esasperate dalla pandemia.
La maggioranza dei deputati (108 a favore, 117 contrari e 5 astenuti) ha votato contro proposta di bilancio presentata da João Leão. Il risultato è stato il rigetto di questa proposta di governo ha annunciato il presidente dell’Assemblea della repubblica, Eduardo Ferro Rodrigues.
“Il risultato del voto è storico – afferma il quotidiano portoghese Público – è la prima volta che viene bocciato un Bilancio dello stato presentato da un governo eletto alle Urne”.
Il Presidente della Repubblica, Marcelo Rebelo de Sousa aveva avvertito lunedì che non ci sarebbero state alternative all’approvazione del bilancio per il prossimo anno che non fossero le elezioni anticipate – elezioni che avrebbero dovuto tenersi nel 2023 – e che quindi come è in sua piena facoltà scioglierebbe il Parlamento di fatto ponendo fine a questo inedito esperimento governativo.
Potrebbe farlo, senza concedere all’attuale esecutivo una seconda chance per riformulare una proposta di bilancio, dopo una formale consultazioni delle parti.
Le elezioni dovrebbero svolgersi entro due mesi al massimo dallo scioglimento del Parlamento.
Costa ha detto che non sarebbe lui a dare le dimissioni in caso il bilancio non venisse approvato, ma andrebbe avanti – se il Presidente non sciogliesse il Parlamento – mese per mese con un dodicesimo del budget annuale. Una ipotesi teoricamente possibile ma piuttosto improbabile e che non risolverebbe certo la crisi politica aperta. Mercoledì ha poi dichiarato che chiede “un maggioranza rafforzata e stabile” alle prossime elezioni.
Su 270 deputati, Costa avrebbe potuto contare su 108 voti, ma necessitava del nulla osta dei 12 deputati comunisti e dei 18 del Blocco, contro i 79 della destra che voterebbe compatta contro il governo insieme alla sinistra, in totale 117 voti.
Solo 3 parlamentari del PAN e altri due deputati di alcun gruppo parlamentare avevano annunciato la loro astensione.
La possibile defezione dentro l’opposizione, i voti dei 3 deputati del Partito Social-democratico – che nonostante il nome esprime un orientamento conservatore e neo-liberista – di Madeira che si asterrebbero se venissero destinati maggiori fondi alla regione, non sarebbero stati comunque sufficienti per andare oltre.
Il leader di questa fronda, Miguel Albuquerque, ha dichiarato al quotidiano Público: “se avessero bisogno di noi, sanno dove trovarmi”.
Segno di un certo sfarinamento anche nelle file dei conservatori.
Come ha affermato giustamente il leader comunista Jerónimo de Sousa prima di mercoledì: “la questione non è se ci saranno o meno elezioni, la questione non è la crisi politica, la questione sono i problemi di fondo della società portoghese”.
Una impostazione simile a quella del Blocco che ha visto rifiutate le 9 condizioni che aveva posto all’esecutivo all’interno delle consultazioni, riguardanti di fatto la redistribuzione complessiva della ricchezza.
Non aveva usato mezzi termini Catarina Martins martedì nei confronti di Costa: “Il governo ha sostituito la negoziazione con l’ultimatum. La sua intransigenza ha come obiettivo di consolidare le regole della troika.”
Ha rincarato la dose mercoledì “queste scelte non sono di sinistra, né sono una risposta ai problemi del Paese. E sono inspiegabili, perché il momento dovrebbe essere proprio quello del cambiamento”.
João Olivera che mercoledì è intervenuto come capogruppo per il PCP in Parlamento, senza fare riferimento al possibile voto contrario alla proposta, ha affermato che il Paese ha bisogno di una “risposta globale” e di una “visione d’insieme e non di un elenco da cui si possano evidenziare alcune misure isolatamente, soprattutto quando questa logica di considerazione distaccata si traduce nella sensazione delle persone di dare con una mano e di prendere con l’altra”.
Fine dell’anomalia portoghese
L’accordo politico raggiunto nel 2015 tra socialisti, comunisti e blocco – la “geringonça” come l’aveva ribattezzato la destra – che di fatto ribaltò l’ipotesi più probabile uscita dalle urne di un governo conservatore di Pedro Passos Coelho, uscito vincitore dalle urne, sembra essere giunta ad un binario morto.
Le elezioni del 2019 avevano portato i socialisti ad un passo dalla maggioranza assoluta (sarebbe stato sufficiente eleggere altri dieci deputati), con Costa che decise di governare “passo a passo” contrattando con le formazioni alla sua sinistra che avevano visto ridimensionato il proprio peso alle urne, ma di fatto dettando le regole.
Le elezioni amministrative del settembre del 2021 hanno in parte cambiato ulteriormente l’ordine dei fattori.
Lisbona, è caduta nelle mani della destra dopo 14 anni di governo del centro-sinistra, così come Coimbra.
Il Blocco ha visto un importante travaso dei suoi voti verso i socialisti e il PCP ha perso comuni importanti come Évora.
Un ennesimo segnale d’allarme dopo i non brillanti risultati del 2019.
Secondo il leader comunista Sousa il rifiuto dell’astensione della sua formazione che l’anno precedente nelle votazioni per la legge di bilancio si astenne, a differenza del blocco che votò contro, è determinata dalle promesse non mantenute di Costa: l’aumento del salario minimo e delle pensioni, il frenare la liberalizzazione del mercato del lavoro, rendere gratuite le scuole materne.
Durante il suo intervento in cui ha confermato in Parlamento i contenuti del discorso fatto all’interno del Partito, ha affermato che “l’aumento del salario è una emergenza nazionale” .
Catarina Martins, leader del Blocco pone l’accento sulle pensioni, l’IVA dell’energia o la lotta alla povertà.
Al centro del gioco politico in un contesto in cui la destra è rinvigorita sta anche la lotta per la leadership del Partito Social-Democratico con l’attuale leader che cerca di capitalizzare la crisi di governo e la scelta di Costa di escludere il PSD come possibile interlocutore dopo le elezioni di due anni fa.
La sfida a due, che avrà un vincitore ad inizio di dicembre, si gioca tra una opzione in continuità con ciò che sono stati i conservatori ed il suo establishment con Rui Rio, ex sindaco di Porto, veterano della formazione di cui è stato tre volte segretario generale con tre diversi presidenti, ed è l’attuale presidente, e l’euro-deputato Paulo Rangel che ha tra l’altro recentemente dichiarato pubblicamente la propria omosessualità. Un coming out decisamente inedito nella tradizione filo-cattolica dei conservatori lusitani.
Paulo Rangel che ha incontrato il Presidente della Repubblica trovando le critiche dell’attuale leader conservatore, per scongiurare l’ipotesi di andare elezioni anticipate senza avere cambiato la cupola del partito, sta raccogliendo le firme per un congresso straordinario che cercherà di capitalizzare la crisi di questa fallimentare alleanza tra l’ala progressista dei socialisti e la sinistra radicale.
Fonte
10/10/2019
Portogallo - Quel che insegna la recente tornata elettorale
I risultati delle recenti elezioni politiche in Portogallo che hanno sancito la chiara riconferma del premier uscente, Antonio Costa, stanno producendo una discussione che travalica l’aspetto interno al paese lusitano assumendo una proiezione politica di tipo generale.
Nel nostro paese in molti osservatori politici – e più specificatamente quei settori della “sinistra patinata” che fanno capo al gruppo “Repubblica, Espresso, Micromega” ma anche al quotidiano “il Manifesto” – evidenziano come il corso politico interpretato della “sinistra portoghese” in questi anni può diventare un modello per la “sinistra tricolore” in considerazione del dato comune rappresentato dall’obbligato rapporto da intavolare (e subire) con la Commissione Europea ed il complesso delle istituzioni facenti capo all’Unione Europea.
Già nei mesi precedenti il voto del 6 ottobre scorso molti (interessati) osservatori notavano che il “caso Portoghese” potrebbe diventare una strada percorribile per la socialdemocrazia in Europa in virtù del fatto che l’esecutivo Costa (formato prioritariamente dal Partito Socialista con l’appoggio decisivo di Verdi, Bloco de Esquerda e del Partito Comunista Portoghese) era riuscito nell’alchimia di “governare” i diktat provenienti da Bruxelles temperandoli con una politica interna non particolarmente contrassegnata dalla filosofia antisociale dell’austerity.
Alcuni dati sono evidenti e sono l’esca su cui si appuntano le interessate attenzioni degli esegeti del “miracolo di Lisbona”: il Portogallo, con l’aumento di 1,7% del Prodotto Interno Lordo sta crescendo più della Germania. In sette anni ha abbassato il deficit pubblico dall’11% del PIL allo 0,5% (il livello più basso dal 1974, anno in cui la Rivoluzione dei Garofani pose termine alla dittatura).
Tali dati, però, se possono accontentare i freddi analisti statistici rivelano che dietro la patina di alcuni provvedimenti/simbolo (gli investimenti delle multinazionali attratti dalle agevolazioni fiscali e il forte boom del turismo, oppure le facilitazioni offerte ai pensionati che provengono da altri paesi) si sta facendo strada una politica economica e sociale che inizia a penalizzare alcuni ceti subalterni aumentando – di fatto – le disuguaglianze e la divaricante polarizzazione tra settori del mondo del lavoro e tra aree territoriali del paese.
Non è un caso che nei mesi scorsi due categorie – solo astrattamente diverse tra loro – i professori delle scuole e i camionisti hanno impattato con il fermo Niet del governo Costa a fronte delle loro richieste di aumenti salariali e di miglioramenti giuridici e normativi.
I professori ed i camionisti – pur nella oggettiva diversità di lavoro e mansioni che concretamente svolgono – stanno pagando il generale incedere della crisi e il dato reale che registra come di alcuni segnali di “ripresa economica” stiano beneficiando, esclusivamente, quei comparti sociali e quelle filiere commerciali e finanziarie che, a vario titolo, afferiscono alle imprese multinazionali del turismo e dei servizi. Un dispositivo economico che penalizza gran parte dei lavoratori dipendenti e del piccolo “lavoro autonomo”.
Possiamo, quindi, affermare che sicuramente l’operato del governo di Antonio Costa non è, assolutamente, paragonabile a quei governi che immediatamente svendono (senza neanche un minimo di resistenza) il proprio paese ai diktat dei poteri forti continentali ma non è corretto accreditare questo esecutivo e la sua azione di governo come un esempio di “politica avanzata e progressista” a cui occorrerebbe offrire appoggio o, addirittura, andrebbe assunto come modello politico da generalizzare in Europa.
Il governo Costa – a differenza di quello di Tsipras che impattò subito con i diktat della UE – si è potuto più agevolmente barcamenare nell’esercizio della sua dialettica con la gabbia dell’Unione Europea potendo usufruire degli effetti di una congiuntura economica internazionale ed europea diversa da quella (tanto per indicare una data simbolo) del 2013 e di una collocazione geo/politica del Portogallo che favorisce questo paese (dagli ex paesi coloniali di Lisbona continuano ad arrivare rimesse economiche, manodopera a basso costo ed un afflusso agevolato di risorse naturali e minerarie. Inoltre questi paesi, nonostante non conoscano un poderoso sviluppo economico paragonabile ad altre zone dell’Africa costituiscono un “mercato privilegiato” per il Portogallo).
Le elezioni del 6 ottobre scorso e il ruolo dei comunisti.
In questo contesto i risultati elettorali dei giorni scorsi rilevano un pesante arretramento di voti e seggi per la CDU (la Coalizione Democratica Unitaria promossa e guidata dal Partito Comunista Portoghese) la quale, pur recuperando consensi rispetto alle elezioni europee del maggio scorso, registra la perdita di almeno 5 deputati rispetto al numero degli eletti nelle scorse consultazioni politiche. Tiene, invece, il Bloco de Esquerda il quale perde solo lo 0,5%, nel quadro di un arretramento complessivo di quasi 200 mila voti delle forze “più radicali” dello schieramento politico, contenuto nelle percentuali soltanto dall’altro grande dato di questa tornata elettorale, ovvero della caduta dell’affluenza alle urne ai livelli minimi dal 1974.
Sicuramente è vero, dal punto di vista teorico e politico, che la partecipazione dei partiti comunisti a governi borghesi (specie quelli che si insediano sulla base di accordi post/elettorali e non come uno sbocco di processi di rottura politici e sociali nella società) ha sempre penalizzato le formazioni comuniste. Questo principio si è verificato nella dura realtà quotidiana nei decenni alle nostre spalle in molti paesi europei ogni volta che i partiti comunisti – al netto delle “migliori intenzioni possibili” – si sono assunti responsabilità di governo.
In Francia, in Grecia, in Spagna ed in Italia abbiamo registrato, dal 1989 in poi (volendo indicare una periodizzazione temporale), più volte la partecipazione di formazioni “comuniste e/o di sinistra radicale” ad esperienze governative il cui esito finale è stato disastroso non solo per gli interessi dei settori popolari che si intendeva difendere e rappresentare ma per la stessa tenuta ideologica, politica ed organizzativa di queste compagini.
Da materialisti e da conoscitori delle moderne forme della governance capitalista – specie in paesi che sono la base materiale di un polo imperialista come quello incarnato dall’Unione Europea – sappiamo che le “svolte governiste” – anche giustificate da programmi “autenticamente riformatori” – sono terreni politici scivolosi che inchiodano i comunisti a “patti programmatici” e a quel “realismo della politica” che depotenzia e, sostanzialmente, annulla ogni spinta politica in avanti che i comunisti dovrebbero imporre nella loro “azione governativa”.
L’essere collocati – obbligatoriamente – su un piano inclinato dove chi determina, oggettivamente e soggettivamente, le leve economiche e le scelte concrete da adottare siede a Bruxelles, a Francoforte e Berlino condanna i comunisti o alla funzione di meri notai delle scelte derivanti dalle decisioni della borghesia continentale oppure li espone ad una – impersonale quanto impercettibile – azione di sussunzione e depotenziamento culturale e politico della loro funzione costitutiva.
Come Rete dei Comunisti abbiamo un grande rispetto per la lunga e gloriosa storia ed il ruolo che il Partito Comunista Portoghese riveste, non da oggi, nella società lusitana e nell’intero continente europeo. Abbiamo sempre apprezzato la produzione teorica e le posizioni di aperta critica al carattere imperialista dell’Unione Europea che il PCP manifesta da tempo. Nei nostri organi di informazione spesso riportiamo le dichiarazioni dei compagni portoghesi a cui riconosciamo una importante funzione in Europa.
Lungi da noi, quindi, qualsiasi supponenza o spocchia verso una formazione che, concretamente, si misura ogni giorno con le contraddizioni della nostra contemporaneità senza abiurare all’obiettivo della lotta per il socialismo.
Da compagni vorremmo, però, far notare che l’esperienza del governo Costa (e il risultato di queste elezioni lo conferma) ha espresso tutti i limiti e le derive politiche e materiali derivanti da una concezione della lotta all’austerità ed agli effetti antipopolari delle politiche della UE tutte impostate dentro l’orizzonte della gabbia della Trojka ed il rispetto delle compatibilità.
Inoltre il “caso Portoghese” dimostra, plasticamente, come ogni tentativo – anche in presunta salsa “sociale e progressista” – impostato su scala nazionale è destinato a rifluire e, tendenzialmente, a soccombere di fronte al rullo compressore diplomatico, finanziario, economico e militare, dell’imperialismo europeo. Ed ancora di più questa implosione è certa quando si tratta di paesi piccoli come il Portogallo!
Una efficace opposizione all’Unione Europea, ai suoi diversificati dispositivi di rapina e di austerity ai danni dei settori popolari – particolarmente del Sud Europa – può avvenire solo attraverso una risposta politica e sociale (una rottura) di tipo internazionalista superando suggestioni/scorciatoie nazionali o micro-territoriali consapevoli che il nostro avversario ha le dimensioni e la potenza di un polo imperialista a tutti gli effetti.
La ripresa, quindi, di un processo politico d’area (una prospettiva Euromediterranea) è la condizione minima necessaria per dare voce, forza e rappresentanza ad una alternativa popolare di tipo anticapitalista che sottragga il nostro blocco sociale di riferimento sia all’inanità politica e strategica di una “sinistra” sempre più integrata e disciplinata all’involucro europeo, sia dalla fascinazione dei miti idealisti, antistorici e reazionari delle “piccole patrie” di cui le destre e i “sovranisti” vorrebbero farsi interpreti.
A ridosso di questa proposta politico/programmatica – una vera e propria sfida teorica e politico/pratica – collochiamo la nostra azione a tutto campo e definiamo la nostra politica comunista disponibili al confronto, al dibattito ed alla collaborazione con tutte le forze comuniste, anticapitaliste e popolari a scala internazionale.
Fonte
Nel nostro paese in molti osservatori politici – e più specificatamente quei settori della “sinistra patinata” che fanno capo al gruppo “Repubblica, Espresso, Micromega” ma anche al quotidiano “il Manifesto” – evidenziano come il corso politico interpretato della “sinistra portoghese” in questi anni può diventare un modello per la “sinistra tricolore” in considerazione del dato comune rappresentato dall’obbligato rapporto da intavolare (e subire) con la Commissione Europea ed il complesso delle istituzioni facenti capo all’Unione Europea.
Già nei mesi precedenti il voto del 6 ottobre scorso molti (interessati) osservatori notavano che il “caso Portoghese” potrebbe diventare una strada percorribile per la socialdemocrazia in Europa in virtù del fatto che l’esecutivo Costa (formato prioritariamente dal Partito Socialista con l’appoggio decisivo di Verdi, Bloco de Esquerda e del Partito Comunista Portoghese) era riuscito nell’alchimia di “governare” i diktat provenienti da Bruxelles temperandoli con una politica interna non particolarmente contrassegnata dalla filosofia antisociale dell’austerity.
Alcuni dati sono evidenti e sono l’esca su cui si appuntano le interessate attenzioni degli esegeti del “miracolo di Lisbona”: il Portogallo, con l’aumento di 1,7% del Prodotto Interno Lordo sta crescendo più della Germania. In sette anni ha abbassato il deficit pubblico dall’11% del PIL allo 0,5% (il livello più basso dal 1974, anno in cui la Rivoluzione dei Garofani pose termine alla dittatura).
Tali dati, però, se possono accontentare i freddi analisti statistici rivelano che dietro la patina di alcuni provvedimenti/simbolo (gli investimenti delle multinazionali attratti dalle agevolazioni fiscali e il forte boom del turismo, oppure le facilitazioni offerte ai pensionati che provengono da altri paesi) si sta facendo strada una politica economica e sociale che inizia a penalizzare alcuni ceti subalterni aumentando – di fatto – le disuguaglianze e la divaricante polarizzazione tra settori del mondo del lavoro e tra aree territoriali del paese.
Non è un caso che nei mesi scorsi due categorie – solo astrattamente diverse tra loro – i professori delle scuole e i camionisti hanno impattato con il fermo Niet del governo Costa a fronte delle loro richieste di aumenti salariali e di miglioramenti giuridici e normativi.
I professori ed i camionisti – pur nella oggettiva diversità di lavoro e mansioni che concretamente svolgono – stanno pagando il generale incedere della crisi e il dato reale che registra come di alcuni segnali di “ripresa economica” stiano beneficiando, esclusivamente, quei comparti sociali e quelle filiere commerciali e finanziarie che, a vario titolo, afferiscono alle imprese multinazionali del turismo e dei servizi. Un dispositivo economico che penalizza gran parte dei lavoratori dipendenti e del piccolo “lavoro autonomo”.
Possiamo, quindi, affermare che sicuramente l’operato del governo di Antonio Costa non è, assolutamente, paragonabile a quei governi che immediatamente svendono (senza neanche un minimo di resistenza) il proprio paese ai diktat dei poteri forti continentali ma non è corretto accreditare questo esecutivo e la sua azione di governo come un esempio di “politica avanzata e progressista” a cui occorrerebbe offrire appoggio o, addirittura, andrebbe assunto come modello politico da generalizzare in Europa.
Il governo Costa – a differenza di quello di Tsipras che impattò subito con i diktat della UE – si è potuto più agevolmente barcamenare nell’esercizio della sua dialettica con la gabbia dell’Unione Europea potendo usufruire degli effetti di una congiuntura economica internazionale ed europea diversa da quella (tanto per indicare una data simbolo) del 2013 e di una collocazione geo/politica del Portogallo che favorisce questo paese (dagli ex paesi coloniali di Lisbona continuano ad arrivare rimesse economiche, manodopera a basso costo ed un afflusso agevolato di risorse naturali e minerarie. Inoltre questi paesi, nonostante non conoscano un poderoso sviluppo economico paragonabile ad altre zone dell’Africa costituiscono un “mercato privilegiato” per il Portogallo).
Le elezioni del 6 ottobre scorso e il ruolo dei comunisti.
In questo contesto i risultati elettorali dei giorni scorsi rilevano un pesante arretramento di voti e seggi per la CDU (la Coalizione Democratica Unitaria promossa e guidata dal Partito Comunista Portoghese) la quale, pur recuperando consensi rispetto alle elezioni europee del maggio scorso, registra la perdita di almeno 5 deputati rispetto al numero degli eletti nelle scorse consultazioni politiche. Tiene, invece, il Bloco de Esquerda il quale perde solo lo 0,5%, nel quadro di un arretramento complessivo di quasi 200 mila voti delle forze “più radicali” dello schieramento politico, contenuto nelle percentuali soltanto dall’altro grande dato di questa tornata elettorale, ovvero della caduta dell’affluenza alle urne ai livelli minimi dal 1974.
Sicuramente è vero, dal punto di vista teorico e politico, che la partecipazione dei partiti comunisti a governi borghesi (specie quelli che si insediano sulla base di accordi post/elettorali e non come uno sbocco di processi di rottura politici e sociali nella società) ha sempre penalizzato le formazioni comuniste. Questo principio si è verificato nella dura realtà quotidiana nei decenni alle nostre spalle in molti paesi europei ogni volta che i partiti comunisti – al netto delle “migliori intenzioni possibili” – si sono assunti responsabilità di governo.
In Francia, in Grecia, in Spagna ed in Italia abbiamo registrato, dal 1989 in poi (volendo indicare una periodizzazione temporale), più volte la partecipazione di formazioni “comuniste e/o di sinistra radicale” ad esperienze governative il cui esito finale è stato disastroso non solo per gli interessi dei settori popolari che si intendeva difendere e rappresentare ma per la stessa tenuta ideologica, politica ed organizzativa di queste compagini.
Da materialisti e da conoscitori delle moderne forme della governance capitalista – specie in paesi che sono la base materiale di un polo imperialista come quello incarnato dall’Unione Europea – sappiamo che le “svolte governiste” – anche giustificate da programmi “autenticamente riformatori” – sono terreni politici scivolosi che inchiodano i comunisti a “patti programmatici” e a quel “realismo della politica” che depotenzia e, sostanzialmente, annulla ogni spinta politica in avanti che i comunisti dovrebbero imporre nella loro “azione governativa”.
L’essere collocati – obbligatoriamente – su un piano inclinato dove chi determina, oggettivamente e soggettivamente, le leve economiche e le scelte concrete da adottare siede a Bruxelles, a Francoforte e Berlino condanna i comunisti o alla funzione di meri notai delle scelte derivanti dalle decisioni della borghesia continentale oppure li espone ad una – impersonale quanto impercettibile – azione di sussunzione e depotenziamento culturale e politico della loro funzione costitutiva.
Come Rete dei Comunisti abbiamo un grande rispetto per la lunga e gloriosa storia ed il ruolo che il Partito Comunista Portoghese riveste, non da oggi, nella società lusitana e nell’intero continente europeo. Abbiamo sempre apprezzato la produzione teorica e le posizioni di aperta critica al carattere imperialista dell’Unione Europea che il PCP manifesta da tempo. Nei nostri organi di informazione spesso riportiamo le dichiarazioni dei compagni portoghesi a cui riconosciamo una importante funzione in Europa.
Lungi da noi, quindi, qualsiasi supponenza o spocchia verso una formazione che, concretamente, si misura ogni giorno con le contraddizioni della nostra contemporaneità senza abiurare all’obiettivo della lotta per il socialismo.
Da compagni vorremmo, però, far notare che l’esperienza del governo Costa (e il risultato di queste elezioni lo conferma) ha espresso tutti i limiti e le derive politiche e materiali derivanti da una concezione della lotta all’austerità ed agli effetti antipopolari delle politiche della UE tutte impostate dentro l’orizzonte della gabbia della Trojka ed il rispetto delle compatibilità.
Inoltre il “caso Portoghese” dimostra, plasticamente, come ogni tentativo – anche in presunta salsa “sociale e progressista” – impostato su scala nazionale è destinato a rifluire e, tendenzialmente, a soccombere di fronte al rullo compressore diplomatico, finanziario, economico e militare, dell’imperialismo europeo. Ed ancora di più questa implosione è certa quando si tratta di paesi piccoli come il Portogallo!
Una efficace opposizione all’Unione Europea, ai suoi diversificati dispositivi di rapina e di austerity ai danni dei settori popolari – particolarmente del Sud Europa – può avvenire solo attraverso una risposta politica e sociale (una rottura) di tipo internazionalista superando suggestioni/scorciatoie nazionali o micro-territoriali consapevoli che il nostro avversario ha le dimensioni e la potenza di un polo imperialista a tutti gli effetti.
La ripresa, quindi, di un processo politico d’area (una prospettiva Euromediterranea) è la condizione minima necessaria per dare voce, forza e rappresentanza ad una alternativa popolare di tipo anticapitalista che sottragga il nostro blocco sociale di riferimento sia all’inanità politica e strategica di una “sinistra” sempre più integrata e disciplinata all’involucro europeo, sia dalla fascinazione dei miti idealisti, antistorici e reazionari delle “piccole patrie” di cui le destre e i “sovranisti” vorrebbero farsi interpreti.
A ridosso di questa proposta politico/programmatica – una vera e propria sfida teorica e politico/pratica – collochiamo la nostra azione a tutto campo e definiamo la nostra politica comunista disponibili al confronto, al dibattito ed alla collaborazione con tutte le forze comuniste, anticapitaliste e popolari a scala internazionale.
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