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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/02/2022

Portogallo - Un primo bilancio delle elezioni

Le elezioni anticipate che si sono svolte in Portogallo domenica 30 gennaio hanno “certificato” la fine di una ipotesi politica che vedeva le forze della sinistra radicale – il “Blocco di Sinistra” ed il Partito Comunista Portoghese – come attori di peso nei confronti di un governo socialista di “minoranza”, per cui di fatto continuavano a possedere – se non una sorta di potere di “veto” – almeno una certa forza contrattuale sulle scelte di fondo.

Questo ha permesso, al netto dei rapporti di forza, una parziale inversione di tendenza nelle politiche neo-liberiste attuate dai governi precedenti, anche se dentro le compatibilità fissate a Bruxelles e Francoforte.

La formazione socialista di António Costa ha sfiorato – in una elezione dove si è recato alle urne poco più della metà degli aventi diritto – il 42% dei voti, ottenendo la maggioranza assoluta alla Cámara, superando la soglia dei 116 deputati su 230, mentre le due formazioni che ne erano state alleate calano notevolmente sul piano dei consensi, più che dimezzando il numero dei parlamentari eletti.

Costa ha ora la maggioranza assoluta, ma risicata, e da navigato uomo politico qual è, ha lasciato intravedere la possibilità di non governare da solo affermando: “questa maggioranza assoluta non significa potere assoluto, né potere in solitario”.

Il PCP che si presentava in coalizione con i verdi, dimezza i suoi eletti passando da 12 a 6, mentre il Bloco che dal 2015 era la terza forza politica del Paese, ottiene il suo peggior risultato dal 2002, portando i suoi deputati a 5 dei 18 precedenti: insieme hanno ottenuto meno del 9%.

Se l’inedita alleanza a tre di stampo programmatico, la gericonça, stabilita nel 2015 era stata “messa in soffitta” dopo le ultime elezioni del 2019, la loro costante interlocuzione e contrattazione l’aveva di fatto protratta – anche se in forma non organica – fino ad ottobre dello scorso anno, quando i voti contrari del Bloco e del PCP avevano contribuito ad affossare l’ipotesi di “legge finanziaria” per il 2022, in cui una parte dei fondi per il bilancio sarebbe stata derivata dalle sovvenzioni (e dai prestiti) elargiti dall’UE.

Bruxelles aveva destinato 16,6 miliardi di euro fino al 2026 al Paese; 13,9 in aiuti, il resto in prestiti.

Anche l’anno precedente il Bloco aveva votato contro, mentre i comunisti si erano astenuti.

L’ipotesi di bilancio proposta dai socialisti, per le due formazioni alla sua sinistra, era troppo insufficiente in materia di ridistribuzione della ricchezza; in particolare, ma non solo, rispetto ai soldi destinati al disastrato Sistema Sanitario Nazionale e per l’innalzamento del Salario Minimo.

Dopo la bocciatura si era fatta strada – e poi si è concretizzata – l’ipotesi delle elezioni anticipate, convocate dal Presidente della Repubblica Marcelo Rebelo de Sousa dopo lo scioglimento del Parlamento, per questo fine gennaio e in piena ondata pandemica.

Il conservatore Sousa aveva annunciato prima del voto sulla finanziaria che non ci sarebbe stata un’alternativa alle urne, ponendo quindi un secco aut-aut sull’ipotesi di bilancio dei socialisti, cui le formazione di sinistra criticavano una indisponibilità al dialogo ed una insufficienza nelle politiche sociali adottate.

La campagna elettorale, che date le condizioni pandemiche ha penalizzato chi ha uno stile più militante nella sua conduzione ed un maggiore radicamento sociale, è stata caratterizzata da una contrapposizione tra i socialisti ed il centro-destra del PSD, con a capo Rui Rio, reintroducendo di fatto una logica bipolare “artefatta”.

Costa, che non si è mai sottratto al confronto nei dibattiti televisivi e radiofonici, è stato assai abile a capitalizzare i risultati ottenuti in questi anni di governo, omettendo il fatto che questi sono stati anche e soprattutto l’opera del monitoraggio e del pressing delle formazioni alla sua sinistra.

Ma se i sondaggi hanno dato fino all’ultimo un testa a testa tra i due poli di centro-destra e centro-sinistra, le urne hanno certificato un differenziale di circa il 14% tra le due formazioni, beffando clamorosamente le previsioni: oltre i 734 mila voti in più per i socialisti rispetto ai conservatori.

Se il consenso alla formazione di Rio rimane stabile, ai livelli non certo ottimali delle scorse elezioni, l’estrema destra di Chega – con il 7% di voti – si conferma, dopo l’exploit delle presidenziali, la terza forza politica del Paese, passando da un solo deputato eletto nel 2019, aggiudicato al fondatore e leader André Ventura, a ben 12 deputati: più della somma dei deputati dell’estrema sinistra.

Se si sommano poi i voti della formazione dell’ex giornalista sportivo a quelli della formazione “a destra” del PSD, “Iniziativa Liberale” che conquista 8 deputati, si va oltre il 12%.

Un dato che sottolinea lo “smottamento” a destra dell’elettorato conservatore, mentre quello della sinistra si sposta, per così dire, al centro.

Le forze della sinistra radicale quindi escono “con le ossa rotte” dalle urne, perdendo consensi – come nel caso dei comunisti – anche nei bastioni storici, come non era mai avvenuto dalla Rivoluzione dei Garofani in poi; mentre i consensi al Bloco vengono di fatto riassorbiti nella logica del “voto utile” per i socialisti.

È il risultato del tendenziale logoramento già visibile da tempo, dovuto all’inedita esperienza politica cui hanno partecipato, che non è riuscita a controbilanciare in maniera soddisfacente gli effetti della crisi sulle classi subalterne, né a far percepire il ruolo chiave avuto nel processo di decisione politica in quelli che comunque sono stati importanti misure contro l’austherity.

La loro coraggiosa e legittima presa di posizione rispetto all’ultima ipotesi di bilancio, presentata e bocciata, non ha cambiato la sostanza, ma ha certificato la crisi difficilmente reversibile di quella scommessa “a tre”.

Paradossalmente, mentre i socialisti hanno dimostrato tutta la loro rigidità nella discussione sul Bilancio, mettendo in pratica i desiderata di Bruxelles nel modus operandi con cui si decidono la destinazione dei fondi erogati dalla UE, e Sousa imponeva il suo aut-aut, le due formazioni si sono dette fino all’ultimo disponibili al dialogo, credendo in un margine di discussione che si era invece liquefatto.

Sfortunatamente, anche a causa delle condizioni pandemiche e del bombardamento mediatico, non sono riuscite a spiegare al proprio blocco sociale di riferimento che le loro scelte erano frutto proprio dell’inconsistenza delle politiche preconizzate dai socialisti, che non offrivano nemmeno un palliativo agli effetti della crisi che ha colpito duramente la popolazione.

Non si trattava di un “suicidio”, come hanno affermato con differenti sfumature gli organi di stampa, ma di una scelta coerente, ribadita anche durante una prima valutazione dell’esito elettorale.

Alle due formazioni rimane comunque una base non trascurabile di consenso ed una legittimità politica, oltre che un peso organizzativo – in particolare il Partito Comunista – tra le classi subalterne, che le dinamiche elettorali del voto utile tendono come sempre ad offuscare.

Sono elementi che, insieme al programma politico avanzato che portano avanti, risultano fondamentali per i passaggi politici a venire, specialmente in funzione dello sviluppo della lotta di classe che prenderà forma nel Paese contro i diktat dell’Unione Europea ed i venti di guerra di cui è portatrice la NATO: aspetti da sempre centrali per i compagni portoghesi.

Una battaglia comune che come Rete dei Comunisti appoggeremo e sosterremo nel nostro Paese, promuovendo il conflitto di classe organizzato, la lotta internazionalista e lo sviluppo di una soggettività comunista degna di questo nome.

Fonte

10/11/2021

Portogallo - Elezioni anticipate, si vota il 30 gennaio

La crisi politica portoghese apertasi con la bocciatura della legge di bilancio proposta del governo socialista per il prossimo anno, ha portato all’annuncio delle elezioni anticipate.

L’attuale presidente in carica Marcelo Rebelo Sousa aveva dichiarato prima del dibattito parlamentare che non ci sarebbe stata un’alternativa alle urne nel caso di un voto negativo.

Così dopo una serie di consultazioni formali – e dopo il parere favorevole del Consiglio di Stato – lo scorso mercoledì ha indicato il 30 gennaio come data delle elezioni anticipate.

Entrambe le formazioni che sostenevano “dall’esterno” l’esecutivo di minoranza del socialista Costa – Il Partito Comunista del Portogallo (PCP) ed il Blocco di Sinistra (BE) che hanno bocciato la proposta di Bilancio – non erano favorevoli alle elezioni, prediligendo una contrattazione che portasse ad una riformulazione di una ipotesi di spesa più vicina alle proposte da loro fatte ma scartate dal governo.

È una chiara indicazione di come le direttive di spesa dei fondi stanziati da Bruxelles che sono una parte importante del Bilancio – per il 2022 si tratta solo sovvenzioni ma nelle future “finanziarie” si tratterà anche di prestiti – sin dal prossimo anno debbano essere rispettate e devono essere azzerati i margini di discussione rispetto al loro utilizzo, anche con gli stessi attori che davano ossigeno ad una ipotesi di alleanza unica in Europa.

Come evidenziano sia il PCP che il BE, il Primo ministro António Costa si è fatto interprete degli interessi economici che rappresenta e che non volevano essere penalizzati dalla manovra economica nonostante le evidenti priorità sociali.

Salari, pensioni, diritto alla salute, diritto allo studio e quello abitativo devono essere sacrificati sull’altare dei profitti delle oligarchie economiche, mentre i soldi vanno spesi nella direzione indicata da Bruxelles.

A poco più da due mesi e mezzo dal voto si apre quindi una situazione di grande incertezza.

In primis il Partito Socialista che è la formazione più votata nelle recenti amministrative a settembre, ma che aveva perso alcune città importanti, sembra spaccato tra l’ipotesi dell’attuale leadership che anela ad una maggioranza assoluta che gli permetterebbe di governare senza dovere essere in continua contrattazione con PC e BE, mentre Pedro Nuno Santos, possibile candidato a dirigere la formazione quando inizierà il processo di successione a Costa difende la “geringonza” affermando che “l’accordo con la sinistra non è stata una parentesi”.

La destra costituita dal Partito Socialdemocratico (PSD) affronta uno scontro al vertice rispetto a chi sarà la nuova guida al vertice, ed il 4 dicembre i suoi membri dovranno decidere tra l’attuale leader Rui Rio – un pezzo dell’establishment del Partito – e lo sfidante Paulo Rangel.

Queste due figure incarnano in un certo senso da un lato un’ ipotesi di continuità con la tradizione dei conservatori con Rio e l’altra una nuova immagine della formazione con l’eurodeputato Rangel.

Sul piatto c’è anche la questione delle possibili alleanze “a destra” per governare, considerato il calo del consensi registrati dal PSD.

Il PCP ed il BE ribadiscono la centralità delle questioni sociali e le proprie critiche all’intransigenze di Costa.

“Non ha voluto sganciare il Paese dai limiti e dai vincoli dell’Unione Europea e dell’Euro con i suoi criteri draconiani di deficit e debito, che servono a giustificazione per impedire opzioni di difesa dell’interesse nazionale” ha dichiarato il leader comunista Jerónimo de Souza in un suo intervento ad un incontro del PCB rivolgendo le proprie critiche a Costa.

“Non voleva, perché pensa che sia ora di avere le mani libere per servire gli interessi che ha sempre servito” ha ribadito l’esponente comunista che ribadisce che sono pronti per la sfida elettorale.

Un tabù, quello dei “conti in ordine” che i comunisti vorrebbero far saltare.

Catarina Martins, leader del Bloco, è sulla stessa lunghezza d’onda rispetto al leader comunista: “Non è giustificato. La crisi politica è artificiale, è un trucco con cui António Costa ha rotto i ponti a sinistra nell’ossessione della maggioranza assoluta. Ma in fondo perché il PS resiste così tanto ai compromessi con la sinistra? Perché non si approfitta della maggioranza che potrebbe fare con la sinistra in parlamento per i problemi strutturali del Paese? Perché vuole costringere la sinistra ad accettare politiche sanitarie o occupazionali senza compromessi?”

Di fronte allo scarso coraggio politico di Costa la sinistra radicale ha risposto con una scelta coerente e non subordinata ai Diktat della UE, e non volendo sacrificare la propria coerenza politica e la propria relazione con il blocco sociale di fronte ad una “governabilità senza sbocchi” accettando le proposte al ribasso di Costa.

Si apre quindi una campagna elettorale che verterà su questioni di fondo assolutamente rilevanti e con due formazioni in grado di dare battaglia su questioni strategiche sul futuro del paese che interessano da vicino anche le classi subalterne degli altri paesi della periferia UE.

Fonte

28/10/2021

Portogallo - La crisi politica in apre la strada ad elezioni anticipate

La crisi politica apertasi in Portogallo porterà con ogni probabilità al voto anticipato.

Il governo “di minoranza” del socialista di Antonio Costa non ha trovato la quadra con le formazioni che alla sua sinistra dovrebbero sostenerlo, cioè il Partito Comunista Portoghese (PCP) ed il Blocco di Sinistra (BE), rispetto alla “legge di bilancio” per il prossimo anno.

Una parte importante per il budget del prossimo anno del Portogallo, la cui discussione è iniziata questo martedì ed è terminata mercoledì sera senza un esito positivo, è costituita dalle sovvenzioni sborsate dai fondi della UE fino al 2026. Le due formazioni (PCP e BE) hanno dichiarato la propria contrarietà alla proposta ipotizzata dal governo che ha dimostrato sordità alle loro richieste.

La formazione di Costa uscita vincitrice dalle elezioni del 2019 non ha la maggioranza assoluta e necessitava dell’astensione del PC e del BE per l’approvazione del Piano Economico che recepisce appunto una parte dei soldi sborsati dalla UE, più di 1 miliardo di euro per il prossimo anno.

Bruxelles, riporta il quotidiano spagnolo El País, ha destinato al Portogallo 16,6 miliardi di Euro (13,9 in aiuti, il resto in prestiti con interesse) fino al 2026.

L’atteggiamento di Costa conferma come anche in Portogallo i margini di azione siano piuttosto limitati per i singoli esecutivi nazionali ed i paletti fissati a Bruxelles piuttosto rigidi, non importa se questo implica far saltare un esecutivo che aveva traghettato il Paese negli ultimi anni con un progetto anche solo parzialmente alternativo al neo-liberalismo che aveva portato il Portogallo sul lastrico.

Nonostante le consultazioni non si è giunti ad un accordo, Costa aveva detto che non chiudeva “la porta al dialogo” e ha aveva affermato che avrebbe fatto “tutto il possibile per ottenere un accordo, ma non a qualsiasi condizione”.

Il leader socialista aveva difeso il suo operato di fronte ai suoi interlocutori con un atteggiamento di maggiore ostilità verso il Blocco rispetto ai comunisti che l’altro anno si astennero dal votare il bilancio a differenza del Bloco che votò contro.

Comunisti che hanno affermato di non volere “lasciare il paese alla propria sorte”, dimostrandosi aperti ad una soluzione che sembra realisticamente introvabile.

Mercoledì sera il governo ha di fatto “gettato la spugna” aspettando l’esito delle votazioni parlamentari.

Ana Catarina, la leader parlamentare di socialisti, ha difeso l’operato del governo affermando: “abbiamo fatto quello che sanno tutti i portoghesi, abbiamo ribaltato le politiche di austerità”.

Ma questa inversione di tendenza non sembra avere accontentato la dirigenza dei due partiti (PCP e BE) e soprattutto la loro base elettorale che è andata risicandosi durante questi sei anni a causa del peggioramento delle condizioni complessive di esistenza esasperate dalla pandemia.

La maggioranza dei deputati (108 a favore, 117 contrari e 5 astenuti) ha votato contro proposta di bilancio presentata da João Leão. Il risultato è stato il rigetto di questa proposta di governo ha annunciato il presidente dell’Assemblea della repubblica, Eduardo Ferro Rodrigues.

“Il risultato del voto è storico – afferma il quotidiano portoghese Públicoè la prima volta che viene bocciato un Bilancio dello stato presentato da un governo eletto alle Urne”.

Il Presidente della Repubblica, Marcelo Rebelo de Sousa aveva avvertito lunedì che non ci sarebbero state alternative all’approvazione del bilancio per il prossimo anno che non fossero le elezioni anticipate – elezioni che avrebbero dovuto tenersi nel 2023 – e che quindi come è in sua piena facoltà scioglierebbe il Parlamento di fatto ponendo fine a questo inedito esperimento governativo.

Potrebbe farlo, senza concedere all’attuale esecutivo una seconda chance per riformulare una proposta di bilancio, dopo una formale consultazioni delle parti.

Le elezioni dovrebbero svolgersi entro due mesi al massimo dallo scioglimento del Parlamento.

Costa ha detto che non sarebbe lui a dare le dimissioni in caso il bilancio non venisse approvato, ma andrebbe avanti – se il Presidente non sciogliesse il Parlamento – mese per mese con un dodicesimo del budget annuale. Una ipotesi teoricamente possibile ma piuttosto improbabile e che non risolverebbe certo la crisi politica aperta. Mercoledì ha poi dichiarato che chiede “un maggioranza rafforzata e stabile” alle prossime elezioni.

Su 270 deputati, Costa avrebbe potuto contare su 108 voti, ma necessitava del nulla osta dei 12 deputati comunisti e dei 18 del Blocco, contro i 79 della destra che voterebbe compatta contro il governo insieme alla sinistra, in totale 117 voti.

Solo 3 parlamentari del PAN e altri due deputati di alcun gruppo parlamentare avevano annunciato la loro astensione.

La possibile defezione dentro l’opposizione, i voti dei 3 deputati del Partito Social-democratico – che nonostante il nome esprime un orientamento conservatore e neo-liberista – di Madeira che si asterrebbero se venissero destinati maggiori fondi alla regione, non sarebbero stati comunque sufficienti per andare oltre.

Il leader di questa fronda, Miguel Albuquerque, ha dichiarato al quotidiano Público: “se avessero bisogno di noi, sanno dove trovarmi”.

Segno di un certo sfarinamento anche nelle file dei conservatori.

Come ha affermato giustamente il leader comunista Jerónimo de Sousa prima di mercoledì: “la questione non è se ci saranno o meno elezioni, la questione non è la crisi politica, la questione sono i problemi di fondo della società portoghese”.

Una impostazione simile a quella del Blocco che ha visto rifiutate le 9 condizioni che aveva posto all’esecutivo all’interno delle consultazioni, riguardanti di fatto la redistribuzione complessiva della ricchezza.

Non aveva usato mezzi termini Catarina Martins martedì nei confronti di Costa: “Il governo ha sostituito la negoziazione con l’ultimatum. La sua intransigenza ha come obiettivo di consolidare le regole della troika.”

Ha rincarato la dose mercoledì “queste scelte non sono di sinistra, né sono una risposta ai problemi del Paese. E sono inspiegabili, perché il momento dovrebbe essere proprio quello del cambiamento”.

João Olivera che mercoledì è intervenuto come capogruppo per il PCP in Parlamento, senza fare riferimento al possibile voto contrario alla proposta, ha affermato che il Paese ha bisogno di una “risposta globale” e di una “visione d’insieme e non di un elenco da cui si possano evidenziare alcune misure isolatamente, soprattutto quando questa logica di considerazione distaccata si traduce nella sensazione delle persone di dare con una mano e di prendere con l’altra”.

Fine dell’anomalia portoghese

L’accordo politico raggiunto nel 2015 tra socialisti, comunisti e blocco – la “geringonça” come l’aveva ribattezzato la destra – che di fatto ribaltò l’ipotesi più probabile uscita dalle urne di un governo conservatore di Pedro Passos Coelho, uscito vincitore dalle urne, sembra essere giunta ad un binario morto.

Le elezioni del 2019 avevano portato i socialisti ad un passo dalla maggioranza assoluta (sarebbe stato sufficiente eleggere altri dieci deputati), con Costa che decise di governare “passo a passo” contrattando con le formazioni alla sua sinistra che avevano visto ridimensionato il proprio peso alle urne, ma di fatto dettando le regole.

Le elezioni amministrative del settembre del 2021 hanno in parte cambiato ulteriormente l’ordine dei fattori.

Lisbona, è caduta nelle mani della destra dopo 14 anni di governo del centro-sinistra, così come Coimbra.

Il Blocco ha visto un importante travaso dei suoi voti verso i socialisti e il PCP ha perso comuni importanti come Évora.

Un ennesimo segnale d’allarme dopo i non brillanti risultati del 2019.

Secondo il leader comunista Sousa il rifiuto dell’astensione della sua formazione che l’anno precedente nelle votazioni per la legge di bilancio si astenne, a differenza del blocco che votò contro, è determinata dalle promesse non mantenute di Costa: l’aumento del salario minimo e delle pensioni, il frenare la liberalizzazione del mercato del lavoro, rendere gratuite le scuole materne.

Durante il suo intervento in cui ha confermato in Parlamento i contenuti del discorso fatto all’interno del Partito, ha affermato che “l’aumento del salario è una emergenza nazionale” .

Catarina Martins, leader del Blocco pone l’accento sulle pensioni, l’IVA dell’energia o la lotta alla povertà.

Al centro del gioco politico in un contesto in cui la destra è rinvigorita sta anche la lotta per la leadership del Partito Social-Democratico con l’attuale leader che cerca di capitalizzare la crisi di governo e la scelta di Costa di escludere il PSD come possibile interlocutore dopo le elezioni di due anni fa.

La sfida a due, che avrà un vincitore ad inizio di dicembre, si gioca tra una opzione in continuità con ciò che sono stati i conservatori ed il suo establishment con Rui Rio, ex sindaco di Porto, veterano della formazione di cui è stato tre volte segretario generale con tre diversi presidenti, ed è l’attuale presidente, e l’euro-deputato Paulo Rangel che ha tra l’altro recentemente dichiarato pubblicamente la propria omosessualità. Un coming out decisamente inedito nella tradizione filo-cattolica dei conservatori lusitani.

Paulo Rangel che ha incontrato il Presidente della Repubblica trovando le critiche dell’attuale leader conservatore, per scongiurare l’ipotesi di andare elezioni anticipate senza avere cambiato la cupola del partito, sta raccogliendo le firme per un congresso straordinario che cercherà di capitalizzare la crisi di questa fallimentare alleanza tra l’ala progressista dei socialisti e la sinistra radicale.

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