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14/03/2024

Portogallo - La “sinistra radicale” alla prova delle elezioni

Le elezioni politiche in Portogallo hanno visto le forze della sinistra radicale attestarsi su una percentuale di voti non dissimile da quella ottenuta nella precedente tornata elettorale.

Sia questa volta che in quella precedente si era trattato di due elezioni politiche anticipate, anche se per ragioni diverse.

Nel gennaio 2022 gli elettori si sono recati anticipatamente alle urne perché l’esecutivo era entrato in crisi su una questione qualificata: la previsione di spesa a venire. Il governo socialista “di minoranza” di Costa – con l’appoggio esterno del Partito Comunista Portoghese (PCP) e del Bloco de Equerda – voleva dettare la ripartizione delle spese nel budget statale con scelte che penalizzavano la ridistribuzione sociale della ricchezza attraverso i servizi ed in generale le classi subalterne.

Costa, allora, non aveva preso in considerazione una qualche revisione del testo chiudendo le porte al dialogo con le formazioni che gli avevano permesso di governare dal 2015, quando era stato sfiduciato il governo conservatore e dato il via all’esperimento “neo-frontista” della cosiddetta gerigonça.

Se la scelta politica della sinistra radicale allora era stata politicamente corretta, risultava comunque più “obbligata” che “pensata”, visto che – secondo la lettura politica complessiva – si consideravano esauriti i margini per un confronto positivo con i socialisti e si prevedeva dunque la fine a breve di quell’esperimento politico.

Lo schema della gerigonça, per la sinistra radicale, era piuttosto semplice: impedire che tornasse al potere la destra, zelante esecutrice dei diktat di Bruxelles, ma senza assumere incarichi di governo, esercitando una pressione costante sulle scelte di fondo dell’esecutivo come rappresentanza dei bisogni dei ceti popolari.

Le urne avevano poi premiato Costa e penalizzato la “sinistra radicale” nel suo complesso, ma dentro due traiettorie differenti: il PCP, storica formazione nata nel 1921, uno dei perni della lotta alla dittatura salazarista e di fatto organizzazione egemone all’interno del movimento operaio già prima dalla Rivoluzione dei Garofani del 25 aprile 1974, continuava la sua storica emorragia di consensi.

Il Bloco – fin dalle origini formato da diverse componenti “a sinistra” del PCP – vedeva più che dimezzati i propri consensi, perdendo quella consistenza che sembrava acquisita con la lotta all’austerità imposta dalla Troika, nel 2011-2014.

Nelle elezioni politiche del 2014, il Bloco – con allora alla testa Catarina Martins – ebbe 19 deputati con poco più di 550 mila voti ed il 10% dei consensi, mentre il PCP con Jerónimo de Sousa elesse 17 deputati, prendendo poco più dell’8% (in precedenza aveva il 7).

Poco meno del 20% dei votanti, all’incirca un milione di voti in un paese con circa 10 milioni di abitanti, aveva scelto la sinistra radicale

Con la maggioranza assoluta ottenuta nelle elezioni del gennaio del 2022 Costa non sente assolutamente più l’esigenza di “allargare a sinistra” – che aveva ottenuto 11 deputati più uno di Livre – e si pone come perno della stabilizzazione politica in Portogallo, senza però riuscire ad affrontare neanche parzialmente – come aveva in qualche misura fatto la gerigonça – le storture di un modello di sviluppo schiacciato sulle esigenze delle oligarchie europee.

Non aveva però calcolato che la modalità di gestione del potere da parte dei socialisti – corrotta e clientelare – l’avrebbe travolto, anche se le sue responsabilità penali specifiche su particolare episodio di malaffare politico sono ancora tutte da dimostrare.

Un modello di governance speculare a quello della destra, se si vuole un po’ meno ferocemente liberista e oscurantista sul campo dei valori, ma che produce gli stessi effetti: una trama di poteri intrecciati che approfitta delle posizioni di potere all’interno dell’amministrazione pubblica per guadagnarci personalmente e redistribuire prebende alle proprie filiere clientelari.

In questo contesto o la “questione morale” viene presa di petto dalla sinistra radicale, senza fare sconti sui propri ex alleati, e la forza che se ne avvantaggia non può che essere quella “destra populista” sedicente anti-establishment – “vergine” in termini di responsabilità di governo – che fa suo in chiave reazionaria il vecchio slogan argentino del 2001: “Que se vayan todos, que no quede que uno solo!”. Che se vadano tutti e che non ne resti nemmeno uno...

Allo stesso tempo, e di conseguenza, il problema dell’equità fiscale trova uno sbocco conservatore, sguazzando in quel modo di pensare qualunquista secondo cui ci si chiede a che pro “pagare le tasse” se i “politici corrotti” intascano soldi pubblici e non garantiscono quel minimo di ricchezza pubblica una volta in parte distribuita.

Queste considerazioni servono certo ad inquadrare il risultato elettorale, ma è chiaro che il metro di analisi politica con cui guardare la situazione in prospettiva dev’essere un altro.

Se è vero che i consensi “contano”, per delle forze che si presentano alle elezioni, conta però molto di più – in una prospettiva di medio periodo – la tenuta ideologica di fronte alla putrescenza valoriale del blocco euro-atlantico, la capacità di tenuta organizzativa e gli strumenti che si offrono ad un blocco sociale spappolato che stenta a far valere persino le garanzie minime della propria riproduzione; e conta anche la continuità storica nella lotta, in particolare nell’attuale contesto di torsione autoritaria e di “ritorno” di forze reazionarie che non si fanno problemi a recuperare i tratti peculiari dei regimi fascisti da cui derivano, in questo caso la dittatura salazarista.

Dentro questa prospettiva il Bloco, ma soprattutto il PCP, nonostante la maggiore marginalità politica immediata, sono punti di ancoraggio importanti; molto meno Livre che, sebbene abbia un programma avanzato sulla transizione ecologica e contenuti sociali da “socialdemocrazia di sinistra”, fa parte del gruppo europeo dei Verdi ed ha posizioni di politica estera sostanzialmente irricevibili. Raccoglie infatti l’“eco-ansia” delle classi urbane acculturte, ma sulle politiche guerrafondaie portate avanti dalla UE non si distacca troppo dai suo omologhi continentali.

Come ha scritto nel suo commento ai risultati elettorali, il PCP – che si è presentato con la formula della coalizione CDU – “Il risultato della CDU, con la riduzione della rappresentazione parlamentare e con una percentuale di voti sotto a quella di due anni fa, è uno sviluppo negativo. Ma è allo stesso tempo, un espressione di resistenza”, vista la feroce offensiva ideologica che ha dovuto affrontare.

Rimane quindi un punto di riferimento per la classe di stampo progressista che ha le sue radici nella migliore tradizione rivoluzionaria: “la forza dell’Aprile è qui”, è la formula con cui si chiude il comunicato.

Il PCP ha eletto solo 4 deputati rispetto ai 6 del 2022: Paulo Raimundo e António Filipe a Lisbona, Paula Santos a Setúbal, Alfredo Maia a Porto.

Il Bloco ha mantenuto i 5 eletti (Marisa Matias e José Soeiro a Porto, Mariana Mortágua e Fabian Figueiredo a Lisbona, Joana Mortágua a Setúbal) ma ha ottenuto 30 mila voti in più rispetto alle elezioni precedenti, anche se bisogna considerare che il tasso di partecipazione è stato il più alto delle ultime cinque tornate elettorali.

Nelle sue sue prime considerazioni L. Fazenda scrive che “darà corpo ad una opposizione popolare al governo della AD, opponendosi alla sua politica di privatizzazioni e securitaria, e alla prevedibile osmosi tra il PSD e Chega”, in un contesto in cui l’estrema destra va prendendo nuove forme e radicalizzandosi.

Fazenda valuta che “essenzialmente gli appelli della AD e del PS al voto utile e al bipartitismo non hanno funzionato, a differenza del 2022”.

Al di là della visione che ne ha il Bloco, questo è un aspetto interessante che mostra come la monopolizzazione bipartitica dello spazio della rappresentanza tra i ceti subalterni non abbia avuto successo.

Più del 40% di votanti non ha scelto le due formazioni dell’establishment politico per antonomasia.

Il voto per Chega attorno al 18% viene però collocato in un contesto più ampio di affermazione del “trumpismo”, espressione di una “frazione della borghesia che nega il cambiamento climatico, protezionista sul commercio, che promuove l’autoritarismo sociale e di genere” con caratteristiche specificamente portoghesi e che ha attratto una parte importante dei ceti popolari, in particolare tra i giovani.

L’articolo poi continua con spunti interessanti, ma con qualche “scivolone” rispetto alla posizione del Bloco sull’“invasione russa dell’Ucraina”.

Le differenze in politica estera tra le due maggiori formazioni della sinistra radicale sono emerse anche nel corso del dibattito in campagna elettorale, anche se entrambe sono fortemente critiche rispetto alla politica UE in Ucraina.

In conclusione è chiaro, in prospettiva, che il punto di tenuta ideologico ed organizzativo della sinistra radicale in Portogallo è più importante del risultato elettorale tout court, un paese entrato nella NATO durante il periodo della dittatura salarazista e poi nella Comunità Europea in seguito all’esaurimento della ‘spinta propulsiva’ della Rivoluzione dei Garofani.

Fonte

01/02/2022

Portogallo - Un primo bilancio delle elezioni

Le elezioni anticipate che si sono svolte in Portogallo domenica 30 gennaio hanno “certificato” la fine di una ipotesi politica che vedeva le forze della sinistra radicale – il “Blocco di Sinistra” ed il Partito Comunista Portoghese – come attori di peso nei confronti di un governo socialista di “minoranza”, per cui di fatto continuavano a possedere – se non una sorta di potere di “veto” – almeno una certa forza contrattuale sulle scelte di fondo.

Questo ha permesso, al netto dei rapporti di forza, una parziale inversione di tendenza nelle politiche neo-liberiste attuate dai governi precedenti, anche se dentro le compatibilità fissate a Bruxelles e Francoforte.

La formazione socialista di António Costa ha sfiorato – in una elezione dove si è recato alle urne poco più della metà degli aventi diritto – il 42% dei voti, ottenendo la maggioranza assoluta alla Cámara, superando la soglia dei 116 deputati su 230, mentre le due formazioni che ne erano state alleate calano notevolmente sul piano dei consensi, più che dimezzando il numero dei parlamentari eletti.

Costa ha ora la maggioranza assoluta, ma risicata, e da navigato uomo politico qual è, ha lasciato intravedere la possibilità di non governare da solo affermando: “questa maggioranza assoluta non significa potere assoluto, né potere in solitario”.

Il PCP che si presentava in coalizione con i verdi, dimezza i suoi eletti passando da 12 a 6, mentre il Bloco che dal 2015 era la terza forza politica del Paese, ottiene il suo peggior risultato dal 2002, portando i suoi deputati a 5 dei 18 precedenti: insieme hanno ottenuto meno del 9%.

Se l’inedita alleanza a tre di stampo programmatico, la gericonça, stabilita nel 2015 era stata “messa in soffitta” dopo le ultime elezioni del 2019, la loro costante interlocuzione e contrattazione l’aveva di fatto protratta – anche se in forma non organica – fino ad ottobre dello scorso anno, quando i voti contrari del Bloco e del PCP avevano contribuito ad affossare l’ipotesi di “legge finanziaria” per il 2022, in cui una parte dei fondi per il bilancio sarebbe stata derivata dalle sovvenzioni (e dai prestiti) elargiti dall’UE.

Bruxelles aveva destinato 16,6 miliardi di euro fino al 2026 al Paese; 13,9 in aiuti, il resto in prestiti.

Anche l’anno precedente il Bloco aveva votato contro, mentre i comunisti si erano astenuti.

L’ipotesi di bilancio proposta dai socialisti, per le due formazioni alla sua sinistra, era troppo insufficiente in materia di ridistribuzione della ricchezza; in particolare, ma non solo, rispetto ai soldi destinati al disastrato Sistema Sanitario Nazionale e per l’innalzamento del Salario Minimo.

Dopo la bocciatura si era fatta strada – e poi si è concretizzata – l’ipotesi delle elezioni anticipate, convocate dal Presidente della Repubblica Marcelo Rebelo de Sousa dopo lo scioglimento del Parlamento, per questo fine gennaio e in piena ondata pandemica.

Il conservatore Sousa aveva annunciato prima del voto sulla finanziaria che non ci sarebbe stata un’alternativa alle urne, ponendo quindi un secco aut-aut sull’ipotesi di bilancio dei socialisti, cui le formazione di sinistra criticavano una indisponibilità al dialogo ed una insufficienza nelle politiche sociali adottate.

La campagna elettorale, che date le condizioni pandemiche ha penalizzato chi ha uno stile più militante nella sua conduzione ed un maggiore radicamento sociale, è stata caratterizzata da una contrapposizione tra i socialisti ed il centro-destra del PSD, con a capo Rui Rio, reintroducendo di fatto una logica bipolare “artefatta”.

Costa, che non si è mai sottratto al confronto nei dibattiti televisivi e radiofonici, è stato assai abile a capitalizzare i risultati ottenuti in questi anni di governo, omettendo il fatto che questi sono stati anche e soprattutto l’opera del monitoraggio e del pressing delle formazioni alla sua sinistra.

Ma se i sondaggi hanno dato fino all’ultimo un testa a testa tra i due poli di centro-destra e centro-sinistra, le urne hanno certificato un differenziale di circa il 14% tra le due formazioni, beffando clamorosamente le previsioni: oltre i 734 mila voti in più per i socialisti rispetto ai conservatori.

Se il consenso alla formazione di Rio rimane stabile, ai livelli non certo ottimali delle scorse elezioni, l’estrema destra di Chega – con il 7% di voti – si conferma, dopo l’exploit delle presidenziali, la terza forza politica del Paese, passando da un solo deputato eletto nel 2019, aggiudicato al fondatore e leader André Ventura, a ben 12 deputati: più della somma dei deputati dell’estrema sinistra.

Se si sommano poi i voti della formazione dell’ex giornalista sportivo a quelli della formazione “a destra” del PSD, “Iniziativa Liberale” che conquista 8 deputati, si va oltre il 12%.

Un dato che sottolinea lo “smottamento” a destra dell’elettorato conservatore, mentre quello della sinistra si sposta, per così dire, al centro.

Le forze della sinistra radicale quindi escono “con le ossa rotte” dalle urne, perdendo consensi – come nel caso dei comunisti – anche nei bastioni storici, come non era mai avvenuto dalla Rivoluzione dei Garofani in poi; mentre i consensi al Bloco vengono di fatto riassorbiti nella logica del “voto utile” per i socialisti.

È il risultato del tendenziale logoramento già visibile da tempo, dovuto all’inedita esperienza politica cui hanno partecipato, che non è riuscita a controbilanciare in maniera soddisfacente gli effetti della crisi sulle classi subalterne, né a far percepire il ruolo chiave avuto nel processo di decisione politica in quelli che comunque sono stati importanti misure contro l’austherity.

La loro coraggiosa e legittima presa di posizione rispetto all’ultima ipotesi di bilancio, presentata e bocciata, non ha cambiato la sostanza, ma ha certificato la crisi difficilmente reversibile di quella scommessa “a tre”.

Paradossalmente, mentre i socialisti hanno dimostrato tutta la loro rigidità nella discussione sul Bilancio, mettendo in pratica i desiderata di Bruxelles nel modus operandi con cui si decidono la destinazione dei fondi erogati dalla UE, e Sousa imponeva il suo aut-aut, le due formazioni si sono dette fino all’ultimo disponibili al dialogo, credendo in un margine di discussione che si era invece liquefatto.

Sfortunatamente, anche a causa delle condizioni pandemiche e del bombardamento mediatico, non sono riuscite a spiegare al proprio blocco sociale di riferimento che le loro scelte erano frutto proprio dell’inconsistenza delle politiche preconizzate dai socialisti, che non offrivano nemmeno un palliativo agli effetti della crisi che ha colpito duramente la popolazione.

Non si trattava di un “suicidio”, come hanno affermato con differenti sfumature gli organi di stampa, ma di una scelta coerente, ribadita anche durante una prima valutazione dell’esito elettorale.

Alle due formazioni rimane comunque una base non trascurabile di consenso ed una legittimità politica, oltre che un peso organizzativo – in particolare il Partito Comunista – tra le classi subalterne, che le dinamiche elettorali del voto utile tendono come sempre ad offuscare.

Sono elementi che, insieme al programma politico avanzato che portano avanti, risultano fondamentali per i passaggi politici a venire, specialmente in funzione dello sviluppo della lotta di classe che prenderà forma nel Paese contro i diktat dell’Unione Europea ed i venti di guerra di cui è portatrice la NATO: aspetti da sempre centrali per i compagni portoghesi.

Una battaglia comune che come Rete dei Comunisti appoggeremo e sosterremo nel nostro Paese, promuovendo il conflitto di classe organizzato, la lotta internazionalista e lo sviluppo di una soggettività comunista degna di questo nome.

Fonte

10/11/2021

Portogallo - Elezioni anticipate, si vota il 30 gennaio

La crisi politica portoghese apertasi con la bocciatura della legge di bilancio proposta del governo socialista per il prossimo anno, ha portato all’annuncio delle elezioni anticipate.

L’attuale presidente in carica Marcelo Rebelo Sousa aveva dichiarato prima del dibattito parlamentare che non ci sarebbe stata un’alternativa alle urne nel caso di un voto negativo.

Così dopo una serie di consultazioni formali – e dopo il parere favorevole del Consiglio di Stato – lo scorso mercoledì ha indicato il 30 gennaio come data delle elezioni anticipate.

Entrambe le formazioni che sostenevano “dall’esterno” l’esecutivo di minoranza del socialista Costa – Il Partito Comunista del Portogallo (PCP) ed il Blocco di Sinistra (BE) che hanno bocciato la proposta di Bilancio – non erano favorevoli alle elezioni, prediligendo una contrattazione che portasse ad una riformulazione di una ipotesi di spesa più vicina alle proposte da loro fatte ma scartate dal governo.

È una chiara indicazione di come le direttive di spesa dei fondi stanziati da Bruxelles che sono una parte importante del Bilancio – per il 2022 si tratta solo sovvenzioni ma nelle future “finanziarie” si tratterà anche di prestiti – sin dal prossimo anno debbano essere rispettate e devono essere azzerati i margini di discussione rispetto al loro utilizzo, anche con gli stessi attori che davano ossigeno ad una ipotesi di alleanza unica in Europa.

Come evidenziano sia il PCP che il BE, il Primo ministro António Costa si è fatto interprete degli interessi economici che rappresenta e che non volevano essere penalizzati dalla manovra economica nonostante le evidenti priorità sociali.

Salari, pensioni, diritto alla salute, diritto allo studio e quello abitativo devono essere sacrificati sull’altare dei profitti delle oligarchie economiche, mentre i soldi vanno spesi nella direzione indicata da Bruxelles.

A poco più da due mesi e mezzo dal voto si apre quindi una situazione di grande incertezza.

In primis il Partito Socialista che è la formazione più votata nelle recenti amministrative a settembre, ma che aveva perso alcune città importanti, sembra spaccato tra l’ipotesi dell’attuale leadership che anela ad una maggioranza assoluta che gli permetterebbe di governare senza dovere essere in continua contrattazione con PC e BE, mentre Pedro Nuno Santos, possibile candidato a dirigere la formazione quando inizierà il processo di successione a Costa difende la “geringonza” affermando che “l’accordo con la sinistra non è stata una parentesi”.

La destra costituita dal Partito Socialdemocratico (PSD) affronta uno scontro al vertice rispetto a chi sarà la nuova guida al vertice, ed il 4 dicembre i suoi membri dovranno decidere tra l’attuale leader Rui Rio – un pezzo dell’establishment del Partito – e lo sfidante Paulo Rangel.

Queste due figure incarnano in un certo senso da un lato un’ ipotesi di continuità con la tradizione dei conservatori con Rio e l’altra una nuova immagine della formazione con l’eurodeputato Rangel.

Sul piatto c’è anche la questione delle possibili alleanze “a destra” per governare, considerato il calo del consensi registrati dal PSD.

Il PCP ed il BE ribadiscono la centralità delle questioni sociali e le proprie critiche all’intransigenze di Costa.

“Non ha voluto sganciare il Paese dai limiti e dai vincoli dell’Unione Europea e dell’Euro con i suoi criteri draconiani di deficit e debito, che servono a giustificazione per impedire opzioni di difesa dell’interesse nazionale” ha dichiarato il leader comunista Jerónimo de Souza in un suo intervento ad un incontro del PCB rivolgendo le proprie critiche a Costa.

“Non voleva, perché pensa che sia ora di avere le mani libere per servire gli interessi che ha sempre servito” ha ribadito l’esponente comunista che ribadisce che sono pronti per la sfida elettorale.

Un tabù, quello dei “conti in ordine” che i comunisti vorrebbero far saltare.

Catarina Martins, leader del Bloco, è sulla stessa lunghezza d’onda rispetto al leader comunista: “Non è giustificato. La crisi politica è artificiale, è un trucco con cui António Costa ha rotto i ponti a sinistra nell’ossessione della maggioranza assoluta. Ma in fondo perché il PS resiste così tanto ai compromessi con la sinistra? Perché non si approfitta della maggioranza che potrebbe fare con la sinistra in parlamento per i problemi strutturali del Paese? Perché vuole costringere la sinistra ad accettare politiche sanitarie o occupazionali senza compromessi?”

Di fronte allo scarso coraggio politico di Costa la sinistra radicale ha risposto con una scelta coerente e non subordinata ai Diktat della UE, e non volendo sacrificare la propria coerenza politica e la propria relazione con il blocco sociale di fronte ad una “governabilità senza sbocchi” accettando le proposte al ribasso di Costa.

Si apre quindi una campagna elettorale che verterà su questioni di fondo assolutamente rilevanti e con due formazioni in grado di dare battaglia su questioni strategiche sul futuro del paese che interessano da vicino anche le classi subalterne degli altri paesi della periferia UE.

Fonte

28/10/2021

Portogallo - La crisi politica in apre la strada ad elezioni anticipate

La crisi politica apertasi in Portogallo porterà con ogni probabilità al voto anticipato.

Il governo “di minoranza” del socialista di Antonio Costa non ha trovato la quadra con le formazioni che alla sua sinistra dovrebbero sostenerlo, cioè il Partito Comunista Portoghese (PCP) ed il Blocco di Sinistra (BE), rispetto alla “legge di bilancio” per il prossimo anno.

Una parte importante per il budget del prossimo anno del Portogallo, la cui discussione è iniziata questo martedì ed è terminata mercoledì sera senza un esito positivo, è costituita dalle sovvenzioni sborsate dai fondi della UE fino al 2026. Le due formazioni (PCP e BE) hanno dichiarato la propria contrarietà alla proposta ipotizzata dal governo che ha dimostrato sordità alle loro richieste.

La formazione di Costa uscita vincitrice dalle elezioni del 2019 non ha la maggioranza assoluta e necessitava dell’astensione del PC e del BE per l’approvazione del Piano Economico che recepisce appunto una parte dei soldi sborsati dalla UE, più di 1 miliardo di euro per il prossimo anno.

Bruxelles, riporta il quotidiano spagnolo El País, ha destinato al Portogallo 16,6 miliardi di Euro (13,9 in aiuti, il resto in prestiti con interesse) fino al 2026.

L’atteggiamento di Costa conferma come anche in Portogallo i margini di azione siano piuttosto limitati per i singoli esecutivi nazionali ed i paletti fissati a Bruxelles piuttosto rigidi, non importa se questo implica far saltare un esecutivo che aveva traghettato il Paese negli ultimi anni con un progetto anche solo parzialmente alternativo al neo-liberalismo che aveva portato il Portogallo sul lastrico.

Nonostante le consultazioni non si è giunti ad un accordo, Costa aveva detto che non chiudeva “la porta al dialogo” e ha aveva affermato che avrebbe fatto “tutto il possibile per ottenere un accordo, ma non a qualsiasi condizione”.

Il leader socialista aveva difeso il suo operato di fronte ai suoi interlocutori con un atteggiamento di maggiore ostilità verso il Blocco rispetto ai comunisti che l’altro anno si astennero dal votare il bilancio a differenza del Bloco che votò contro.

Comunisti che hanno affermato di non volere “lasciare il paese alla propria sorte”, dimostrandosi aperti ad una soluzione che sembra realisticamente introvabile.

Mercoledì sera il governo ha di fatto “gettato la spugna” aspettando l’esito delle votazioni parlamentari.

Ana Catarina, la leader parlamentare di socialisti, ha difeso l’operato del governo affermando: “abbiamo fatto quello che sanno tutti i portoghesi, abbiamo ribaltato le politiche di austerità”.

Ma questa inversione di tendenza non sembra avere accontentato la dirigenza dei due partiti (PCP e BE) e soprattutto la loro base elettorale che è andata risicandosi durante questi sei anni a causa del peggioramento delle condizioni complessive di esistenza esasperate dalla pandemia.

La maggioranza dei deputati (108 a favore, 117 contrari e 5 astenuti) ha votato contro proposta di bilancio presentata da João Leão. Il risultato è stato il rigetto di questa proposta di governo ha annunciato il presidente dell’Assemblea della repubblica, Eduardo Ferro Rodrigues.

“Il risultato del voto è storico – afferma il quotidiano portoghese Públicoè la prima volta che viene bocciato un Bilancio dello stato presentato da un governo eletto alle Urne”.

Il Presidente della Repubblica, Marcelo Rebelo de Sousa aveva avvertito lunedì che non ci sarebbero state alternative all’approvazione del bilancio per il prossimo anno che non fossero le elezioni anticipate – elezioni che avrebbero dovuto tenersi nel 2023 – e che quindi come è in sua piena facoltà scioglierebbe il Parlamento di fatto ponendo fine a questo inedito esperimento governativo.

Potrebbe farlo, senza concedere all’attuale esecutivo una seconda chance per riformulare una proposta di bilancio, dopo una formale consultazioni delle parti.

Le elezioni dovrebbero svolgersi entro due mesi al massimo dallo scioglimento del Parlamento.

Costa ha detto che non sarebbe lui a dare le dimissioni in caso il bilancio non venisse approvato, ma andrebbe avanti – se il Presidente non sciogliesse il Parlamento – mese per mese con un dodicesimo del budget annuale. Una ipotesi teoricamente possibile ma piuttosto improbabile e che non risolverebbe certo la crisi politica aperta. Mercoledì ha poi dichiarato che chiede “un maggioranza rafforzata e stabile” alle prossime elezioni.

Su 270 deputati, Costa avrebbe potuto contare su 108 voti, ma necessitava del nulla osta dei 12 deputati comunisti e dei 18 del Blocco, contro i 79 della destra che voterebbe compatta contro il governo insieme alla sinistra, in totale 117 voti.

Solo 3 parlamentari del PAN e altri due deputati di alcun gruppo parlamentare avevano annunciato la loro astensione.

La possibile defezione dentro l’opposizione, i voti dei 3 deputati del Partito Social-democratico – che nonostante il nome esprime un orientamento conservatore e neo-liberista – di Madeira che si asterrebbero se venissero destinati maggiori fondi alla regione, non sarebbero stati comunque sufficienti per andare oltre.

Il leader di questa fronda, Miguel Albuquerque, ha dichiarato al quotidiano Público: “se avessero bisogno di noi, sanno dove trovarmi”.

Segno di un certo sfarinamento anche nelle file dei conservatori.

Come ha affermato giustamente il leader comunista Jerónimo de Sousa prima di mercoledì: “la questione non è se ci saranno o meno elezioni, la questione non è la crisi politica, la questione sono i problemi di fondo della società portoghese”.

Una impostazione simile a quella del Blocco che ha visto rifiutate le 9 condizioni che aveva posto all’esecutivo all’interno delle consultazioni, riguardanti di fatto la redistribuzione complessiva della ricchezza.

Non aveva usato mezzi termini Catarina Martins martedì nei confronti di Costa: “Il governo ha sostituito la negoziazione con l’ultimatum. La sua intransigenza ha come obiettivo di consolidare le regole della troika.”

Ha rincarato la dose mercoledì “queste scelte non sono di sinistra, né sono una risposta ai problemi del Paese. E sono inspiegabili, perché il momento dovrebbe essere proprio quello del cambiamento”.

João Olivera che mercoledì è intervenuto come capogruppo per il PCP in Parlamento, senza fare riferimento al possibile voto contrario alla proposta, ha affermato che il Paese ha bisogno di una “risposta globale” e di una “visione d’insieme e non di un elenco da cui si possano evidenziare alcune misure isolatamente, soprattutto quando questa logica di considerazione distaccata si traduce nella sensazione delle persone di dare con una mano e di prendere con l’altra”.

Fine dell’anomalia portoghese

L’accordo politico raggiunto nel 2015 tra socialisti, comunisti e blocco – la “geringonça” come l’aveva ribattezzato la destra – che di fatto ribaltò l’ipotesi più probabile uscita dalle urne di un governo conservatore di Pedro Passos Coelho, uscito vincitore dalle urne, sembra essere giunta ad un binario morto.

Le elezioni del 2019 avevano portato i socialisti ad un passo dalla maggioranza assoluta (sarebbe stato sufficiente eleggere altri dieci deputati), con Costa che decise di governare “passo a passo” contrattando con le formazioni alla sua sinistra che avevano visto ridimensionato il proprio peso alle urne, ma di fatto dettando le regole.

Le elezioni amministrative del settembre del 2021 hanno in parte cambiato ulteriormente l’ordine dei fattori.

Lisbona, è caduta nelle mani della destra dopo 14 anni di governo del centro-sinistra, così come Coimbra.

Il Blocco ha visto un importante travaso dei suoi voti verso i socialisti e il PCP ha perso comuni importanti come Évora.

Un ennesimo segnale d’allarme dopo i non brillanti risultati del 2019.

Secondo il leader comunista Sousa il rifiuto dell’astensione della sua formazione che l’anno precedente nelle votazioni per la legge di bilancio si astenne, a differenza del blocco che votò contro, è determinata dalle promesse non mantenute di Costa: l’aumento del salario minimo e delle pensioni, il frenare la liberalizzazione del mercato del lavoro, rendere gratuite le scuole materne.

Durante il suo intervento in cui ha confermato in Parlamento i contenuti del discorso fatto all’interno del Partito, ha affermato che “l’aumento del salario è una emergenza nazionale” .

Catarina Martins, leader del Blocco pone l’accento sulle pensioni, l’IVA dell’energia o la lotta alla povertà.

Al centro del gioco politico in un contesto in cui la destra è rinvigorita sta anche la lotta per la leadership del Partito Social-Democratico con l’attuale leader che cerca di capitalizzare la crisi di governo e la scelta di Costa di escludere il PSD come possibile interlocutore dopo le elezioni di due anni fa.

La sfida a due, che avrà un vincitore ad inizio di dicembre, si gioca tra una opzione in continuità con ciò che sono stati i conservatori ed il suo establishment con Rui Rio, ex sindaco di Porto, veterano della formazione di cui è stato tre volte segretario generale con tre diversi presidenti, ed è l’attuale presidente, e l’euro-deputato Paulo Rangel che ha tra l’altro recentemente dichiarato pubblicamente la propria omosessualità. Un coming out decisamente inedito nella tradizione filo-cattolica dei conservatori lusitani.

Paulo Rangel che ha incontrato il Presidente della Repubblica trovando le critiche dell’attuale leader conservatore, per scongiurare l’ipotesi di andare elezioni anticipate senza avere cambiato la cupola del partito, sta raccogliendo le firme per un congresso straordinario che cercherà di capitalizzare la crisi di questa fallimentare alleanza tra l’ala progressista dei socialisti e la sinistra radicale.

Fonte