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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/04/2026

Ipotesi riconversione bellica dell’automotive anche negli USA

Secondo quanto rivelato dal Wall Street Journal, il Pentagono ha avviato colloqui preliminari con i giganti dell’automotive per riconvertire parte della produzione nazionale verso armamenti, missili e munizioni. Il motivo è chiaro: la pressione sugli arsenali esercitata dalla fallita aggressione all’Iran ha dimostrato che gli USA, gettati su questo percorso predatorio, hanno bisogno di espandere ulteriormente il proprio complesso militare-industriale.

Già di per sé, come è risaputo, l’economia stelle-e-strisce si regge sul keynesismo militare, ma la scelta strategica di abbandonare ogni forma di soft power per far valere i muscoli ha reso necessario fare i conti con le debolezze dell’industria bellica che, fino a oggi, appariva come una macchina inarrestabile.

Per farlo, il Dipartimento della Guerra, guidato dal segretario Pete Hegseth, ha messo al tavolo i pesi massimi del settore manifatturiero. Tra i dirigenti contattati figurano: Mary Barra, CEO di General Motors; Jim Farley, amministratore delegato di Ford Motor; i vertici di GE Aerospace e Oshkosh Corporation.

L’amministrazione ha chiesto esplicitamente a queste aziende di valutare la rapidità con cui potrebbero riconvertire le linee produttive civili per fabbricare sistemi anti-drone, missili e munizioni. Si tratta di una necessità produttiva che si lega a ragioni strategiche: il Pentagono vuole ridurre la dipendenza da una ristretta cerchia di appaltatori della difesa tradizionali, ormai saturi.

Per descrivere questa novità, Hegseth ha usato il termine “wartime footing”, un passo da tempo di guerra, ovvero assumere uno strutturale assetto da economia militarizzata. Per raggiungere questo traguarda di certo non invidiabile, la Casa Bianca vuole mettere in campo cifre mostruose, anche per gli Stati Uniti.

Per la proposta di bilancio 2027 del Dipartimento della Guerra si è parlato di 1.500 miliardi di dollari: si tratterebbe del bilancio più ricco della storia degli USA, che ha da poco superato l’asticella dei 900 miliardi. Ben il 23% di questa spesa (350 miliardi) sarebbe destinato esclusivamente all’espansione della base industriale.

Per raggiungere questo obiettivo, si vuole mobilitare anche il mondo civile, appunto. Oltre alla capacità tecnica, i colloqui si starebbero concentrando anche sugli ostacoli burocratici. I dirigenti industriali avrebbero ricevuto il compito di individuare i vincoli normativi che rallentano la produzione, i punti deboli delle procedure di gara, e le rigidità contrattuali che limitano l’apporto del settore civile.

Molte delle aziende coinvolte sono già in prima linea negli sforzi militari: Oshkosh, pur fatturando 10,5 miliardi di dollari principalmente nel civile, hanno già avviato dialoghi a novembre per espandere la produzione di veicoli tattici. General Motors, dal canto suo, è in pole position per il contratto del nuovo veicolo che sostituirà l’iconico Humvee.

L’ondata di militarizzazione della vita e della produzione di tutti i giorni spira forte in tutto l’Occidente. Più volte abbiamo scritto di come lo stesso fenomeno sta interessando sempre più anche l’industria europea, che cerca nelle armi una boccata d’aria rispetto alla crisi. Ma si tratta di una soluzione che è in realtà una menzogna venduta all’opinione pubblica, per far accettare di essere parte di filiere di morte.

“L’industria automobilistica è circa dieci volte più grande dell’industria bellica”, ha osservato Klaus-Heiner Röhl, dell’Istituto di economia tedesca: le commesse militari non possono compensare il fallimento delle politiche industriali del Vecchio Continente. Ma in prospettiva, un imperialismo più armato viene visto come strumento fondamentale per reimporre spoliazione e sfruttamento su un Mondo che si sviluppa in senso multipolare.

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13/09/2025

Crosetto confessa le ragioni del bellicismo del governo

Un detto della mala romana degli anni Settanta tratteggiava quel viziaccio dei ladri che parlano troppo con le guardie: ‘No schiaffo per fallo parlà, quattro pe’ fallo tacè.

Infatti, succede che un ex mercante d’armi, diventato ministro della Difesa, non ha resistito alla tentazione di parlare troppo e ha così svelato l’inconfessabile ragione del bellicismo sfrenato che attraversa il governo italiano e le cancellerie europee, trasuda dalle tv, alimenta gli opinionisti, tanto che sia la carta stampata che il digitale ne sono letteralmente intrisi.

Si sostengono tesi ardite a proposito della necessità di prepararsi alla guerra, tanto che un altro ex ministro della difesa, l’ineffabile Ursula von der Leyen, ha ipotizzato niente meno che 800 miliardi di euro per armare l’Europa, il fantascientifico ReArm Europe (rinominato poi Readiness 2030, cioè “stiamo all’erta”).

Complessivamente si pianificherebbe un investimento annuo pari al 3,5% del PIL, vale a dire l’1,5% per soddisfare l’obiettivo Eu più il 2% preteso dalla Nato, uno sproposito. Il tutto mentre Trump con la sua proverbiale arroganza promette dazi da una parte e armi all’Ucraina dall’altra, che però dovrà pagare l’Ue.

Fin qui è chiaro come vogliono fare. La domanda è: perché? Se non che è diventato chiaro perché si ostinano a parlare di guerra. Ed è qui che interviene il ministro Crosetto. Che, tomo tomo cacchio cacchio – come direbbe Totò – dice candidamente a Paola Di Caro che lo intervista per il Corriere (vedi pag.13 del 12/09):
“Né io, né Giorgetti (ministro dell’Economia, ndr), né la premier siamo sprovveduti. La nostra linea è investire in maniera tale da avere ricadute sul Pil interno, usando la capacità produttiva italiana, e utilizzare la tecnologia militare anche per far crescere quello che può trovare applicazioni civili. Un esempio: se lavoro sugli elicotteri Augusta per uso militare, contemporaneamente ne favorisco l’eccellenza anche per le produzioni civili”.
Notate quel “anche”!

Finalmente è tutto chiaro. Con il pretesto artificiosamente reso impellente di armarsi, lo Stato finanzia direttamente gli industriali con danaro pubblico.

Addio neoliberismo? Macché. “Meno Stato più mercato” vale solo e sempre per la Sanità, la Scuola e la Previdenza pubbliche. Alla famosa “manina invisibile del mercato” bisogna semplicemente darle un’arma da guerra, si ché per far fare i profitti ai soliti, visto che non sono più capaci di essere competitivi come si erano sempre vantati di essere, bisogna fare i neoliberisti coi più deboli e neokeynesiani con i più forti.

Insomma, il riarmo è uno sfacciato pretesto per nascondere che i soldi a palate andranno alla siderurgia, alla manifattura, alla tecnologia italiana ed europea, incapaci di competere con i mercati globali.

Quando la giornalista del Corriere sbotta: “ma sono comunque tantissimi soldi”, ecco Crosetto, senza pudore, rispondere: “Ma nessuno pensa di arrivare al 3,5% domani, parliamo del 2035”. Vale a dire: le nostre politiche di oggi voi le pagherete come minimo durante i prossimi dieci anni.

Sempre che a forza di giocare con le armi, non parta un colpo e succeda davvero l’irreparabile.

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05/09/2025

La Germania sta rinascendo come potenza militare?

di Domenico Moro

Recentemente in Germania il governo di coalizione tra democristiani (CDU) e socialdemocratici (SPD), guidato dal cancelliere Friedrich Merz, ha preso alcune decisioni che portano a un massiccio riarmo e rafforzamento militare. Si tratta di un fatto che non può non destare preoccupazione, perché il riarmo e il militarismo della Germania nel secolo scorso sono stati precursori delle due guerre mondiali.

Proprio per prevenire la minaccia della rinascita della potenza militare della Germania, questa, dopo la Seconda guerra mondiale, era stata divisa in due Stati, la Repubblica democratica tedesca a est e la Repubblica Federale a ovest. Dal 1990, però, il paese è di nuovo riunito in un solo Stato. La preoccupazione per la rinascita militare tedesca deriva oggi anche dall’enorme potenza industriale della Germania, che è la terza economia mondiale per Pil nominale e di gran lunga la prima in Europa anche per popolazione.

Dalla fine della Seconda guerra mondiale fino ad oggi, però, la Germania è stata un gigante economico ma un nano politico e soprattutto militare, tanto che l’esercito tedesco è stato definito “un gruppo di boy scout particolarmente aggressivo”. Merz, invece, ha dichiarato che intende fare delle Forze armate tedesche quelle più forti in Europa e, per questo, ha abolito, in riferimento alle spese militari, quello che era un tabù, il vincolo al debito, permettendo finanziamenti illimitati al settore militare. La Germania, in Europa, è, del resto, l’unico grande paese che, secondo il credo neoliberista, può permettersi ingenti finanziamenti statali, perché ha un debito pubblico pari al 63% del Pil, mentre la Francia ha un debito del 116% e l’Italia del 137%.

Ad ogni modo, l’aumento della spesa militare era stato già impresso dal precedente governo del socialdemocratico Olaf Scholtz. Secondo il Sipri, tra 2020 e 2024 la spesa militare pro capite tedesca era passata da 637,52 a 1044,42 dollari, un aumento molto più sostenuto di quelli avvenuti in Francia, passata da 811,69 a 972,62 dollari, e in Italia, passata da 548,44 a 638,76 dollari.

Il cambio di passo non si riscontra soltanto sul piano della spesa militare ma anche sul lato delle risorse umane e della base industriale, destinate alla ricostituzione della potenza militare tedesca. Merz, infatti, ha programmato di aumentare il numero dei soldati dagli attuali 180mila attivi e 50 mila riservisti a 260mila attivi e 100mila riservisti. Un’altra novità significativa è che, se non si riuscirà a raggiungere tale livelli, verrà reintrodotta la leva militare obbligatoria, che fu sospesa nel 2011, come del resto è accaduto anche in Italia e in altri paesi europei. Per attrarre più giovani verso le Forze Armate il governo ha deciso di aumentare incentivi e paga, che sarà portata a 2.300 euro netti al mese.

Per quanto riguarda la base industriale, è notizia recente che Rheinmetall, impresa bellica tedesca, ha inaugurato in Bassa Sassonia un nuovo stabilimento per la produzione di munizioni di artiglieria che è il più grande d’Europa e, secondo l’azienda, del Mondo. Lo stabilimento consentirà di evadere la commessa record da 8,5 miliardi di euro, firmata nel luglio 2024 dall’esercito tedesco, e destinare una parte della produzione all’Ucraina. Secondo l’amministratore delegato di Rheinmetall, lo stabilimento ha una importanza strategica non solo per Rheinmetall, ma per la Germania e per l’Europa, aggiungendo che il gruppo potrebbe costruire altri stabilimenti in paesi Nato. Infatti, sempre in questi giorni l’impresa ha firmato un contratto con la Romania per la costruzione di un nuovo stabilimento di produzione di polvere da sparo[i].

L’industria tedesca ha dimostrato una notevole capacità di adattamento all’aumento della domanda bellica, dovuta alla guerra tra Ucraina e Russia e alla volontà di riarmo della UE. Infatti, la Germania è il quinto esportatore mondiale di armi con il 5,6% del totale mondiale (2020-2024). Nel 2024 il governo tedesco ha approvato esportazioni di armi per un valore record di 12,8 miliardi di euro, trainate dalla domanda dell’Ucraina, verso la quale va il 65% del totale dell’export tedesco e della quale è il secondo fornitore di armi, dopo gli Usa[ii].

La ricostruzione della potenza militare tedesca e le somiglianze con quanto avvenuto nel periodo antecedente la Prima guerra mondiale, rimandano alla riflessione teorica di Rosa Luxemburg, rivoluzionaria polacca naturalizzata tedesca, che, negli anni precedenti alla Prima guerra mondiale, si oppose all’imperialismo tedesco[iii]. Luxemburg fu la tra i primi economisti, se non la prima, a ricollegare il militarismo e la guerra all’imperialismo, inteso non come scelta politica di pochi governanti ma come fase del capitalismo. In L’accumulazione del capitale, pubblicata nel 1913, Luxemburg individua due fattori caratteristici che il capitalismo usa per superare le sue crisi e che rappresentano la base dell’imperialismo.

Il primo è rappresentato da quella che successivamente sarà definita accumulazione per espropriazione[iv], cioè lo sfruttamento e la sottomissione alla produzione di profitto di aree geografiche e settori non capitalistici da parte delle potenze capitalistiche. Il secondo è rappresentato dalla creazione di una nuova domanda solvibile, rappresentata dalle commesse militari dello Stato, “una domanda accentrata in una grande, unitaria, compatta potenza”. In questo modo, “il potere d’acquisto... viene sottratto all’arbitrio, alle fluttuazioni soggettive del consumo personale, per assumere una regolarità quasi automatica, un ritmo di sviluppo. (...) Questo campo specifico della accumulazione del capitale [il settore militare] sembrerebbe godere di possibilità di espansione illimitata. Mentre ogni altro allargamento del campo di smercio e della base di operazione del capitale dipende in larga misura da fattori... esulanti dalla volontà del capitale, la produzione per il militarismo rappresenta un campo la cui regolare e impetuosa espansione sembra radicata nella stessa volontà determinante del capitalismo”[v]. È questo, afferma Luxemburg, che sta alla base della politica estera, della lotta per le sfere d’influenza, per i prestiti, le costruzioni ferroviarie, ecc..

Ritornando all’oggi, la descrizione di Rosa Luxemburg del rapporto tra militarismo, guerra e capitale si adatta perfettamente a quanto avviene dalla fine della Seconda guerra mondiale nell’economia statunitense, dipendente strategicamente dalla enorme spesa militare, come fu spiegato già da Sweezy e Baran[vi]. Ma si adatta anche a quanto sta accadendo in Europa e soprattutto in Germania, afflitta da una recessione economica preoccupante e ora interessata da un forte aumento della spesa militare. La Germania aveva fondato la sua fortuna economica sulla crescita delle esportazioni, grazie alla UE e all’euro, moneta svalutata rispetto al marco. Oggi, penalizzate dai dazi di Trump e dalla concorrenza cinese anche in settori tecnologicamente avanzati, l’Europa e soprattutto la Germania trovano nella spesa militare uno stimolante alternativo.

Ma le similitudini tra l’oggi e il periodo che ha portato alla Prima guerra mondiale non sono solo queste. Per capirlo si può fare riferimento a una pietra miliare degli studi di storia tedesca del Novecento, Assalto al potere mondiale. La Germania nella guerra 1914-1918 di Fritz Fisher (1961). Secondo questo storico, c’è una continuità di fondo tra la Prima guerra mondiale e la Seconda e tra Bethmann Holwegg, il cancelliere tedesco durante la Prima guerra mondiale, e Hitler. Questa continuità può essere fatta risalire alla volontà di crearsi una base economica e etnica più larga in Europa in modo da poter competere con le potenze mondiali dell’epoca, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e la Russia. Questa base consisteva, oltre che nella realizzazione di un’Africa centrale tedesca, soprattutto nel progetto della Mitteleuropa. La Francia, in questo progetto del 1914, doveva essere eliminata come potenza autonoma e annessa alla Germania, come in effetti accadrà all’inizio della Seconda guerra mondiale, mentre l’Italia doveva essere associata. Se guardiamo alla mappa di questa Mitteleuropa vediamo che coincide in gran parte con quella che oggi è la UE e l’area euro[vii]. In pratica, la Germania con la UE e con l’euro è riuscita lì dove non era riuscita con la violenza diretta nella Prima e nella Seconda guerra mondiale.

Un altro aspetto odierno che richiama quanto accaduto con lo scoppio della Prima guerra mondiale è la dichiarazione del carattere difensivo allora della guerra e oggi del riarmo e della ricostruzione di un potente esercito. Il cancelliere Bethmann Holwegg e tutta l’élite capitalistica tedesca mascherarono gli obiettivi aggressivi e annessionistici con la necessità di ottenere garanzie per la sicurezza della Germania. Per questa ragione il cancelliere si rifiutò di discutere pubblicamente gli obiettivi della guerra. Tale mascheramento fu anche necessario per condurre nel fronte unito delle varie forze politiche a sostegno della guerra anche la SPD, che aveva all’origine una posizione contro la guerra e il militarismo, e che, insieme ai sindacati socialisti, era allora la maggiore organizzazione di massa della Germania. La socialdemocrazia tedesca votò nel 1914 a favore delle spese militari e con ciò diede il suo benestare alla guerra. Solo più tardi, nel 1915, alcuni deputati cominciarono a votare contro la guerra e, nel 1916, si verificò una scissione nella SPD. Mentre una parte continuò a sostenere lo sforzo bellico fino alla fine, un’altra parte diede vita alla USPD, contraria la guerra.

Anche oggi, il governo tedesco cela gli interessi che sono la causa del riarmo e della ricostruzione della potenza militare tedesca dietro la necessità di difendersi dalla Russia, tacendo la continua pressione esercitata sulle frontiere russe con l’espansione della Nato a est e la decennale aggressione da parte dell’Ucraina delle popolazioni russofone del Donbass. Il ministro della difesa tedesco, Boris Pistorius, socialdemocratico, ha affermato: “Non si tratta di mandare nessuno in prima linea, anzi, è tutto il contrario. Una Bundeswehr [il nome dell’esercito tedesco] forte all’interno della Nato contribuisce a una deterrenza efficace, in modo che nessuno debba andare in guerra. Si tratta di scoraggiare chiunque possa attaccarci”.[viii]

Un’altra similitudine con la Prima guerra mondiale è l’uso del sentimento anti-russo, che all’epoca venne giocato soprattutto nei confronti della SPD. Infatti, per i socialisti europei la Russia zarista era storicamente il bastione della reazione. Allora c’era il dispotismo zarista, oggi vengono evocati l’autoritarismo e l’autocrazia di Putin a giustificare le scelte socialdemocratiche. Non a caso la Luxemburg nel Juniusbroschüre, scritto nel 1915 mentre era reclusa in carcere per la sua attività contro la guerra, attaccò la retorica della guerra contro il dispotismo russo, ribadendo che era la Germania ad essere diventata il nuovo bastione europeo della reazione[ix]. Uno degli obiettivi della Germania nella Prima guerra mondiale, in effetti, era la compressione della Russia nei suoi confini e l’annessione o la subordinazione dei paesi dell’Europa dell’est nella nuova Mitteleuropa.

Esiste, quindi, una linea di continuità tra il progetto di Mitteleuropa del 1914, il Lebensraum (spazio vitale) nazista e il comportamento della Germania degli ultimi decenni. Cambiano i mascheramenti ideologici e il tipo di regime politico, ma rimane intatto il contenuto economico e sociale, cioè la volontà di espansione del capitale tedesco in Europa occidentale e orientale e la realizzazione di una base economica che permetta alla Germania di confrontarsi alla pari con le altre potenze mondiali, nel passato la Gran Bretagna, gli Usa e la Russia, oggi gli Usa e la Cina. Questo tentativo, come ha dimostrato la storia del XX secolo, è fallito per due volte.

La domanda, quindi, è la seguente: la Germania è riuscita a raggiungere questo obiettivo oggi? La risposta è che vi è riuscita solo in parte. La costruzione del mercato unico e della moneta unica ha permesso finalmente alla Germania di realizzare quella area economica europea che doveva costituire la base della sua espansione mondiale, così come il crollo dell’URSS ha permesso la sua espansione in Europa orientale. Tuttavia, il modello neo-mercantilista tedesco, basato sulle esportazioni, sta fallendo di fronte ai dazi statunitensi e alla concorrenza cinese. Ma c’è un altro problema. La UE è soltanto una unione mercantile e non una unione politica e militare, come invece la Mitteleuropa e il Lebensraum erano o avrebbero dovuto essere. La Germania è egemone economicamente ma non politicamente e militarmente. La UE è composta di Stati relativamente autonomi e indipendenti, a partire dalla Francia.

Quello che emerge è il tentativo del capitale e dell’imperialismo non solo tedesco ma europeo occidentale di costruire una unità economico-politica-militare che gli permetta di competere alla pari con Usa e Cina. Questa tendenza trova l’espressione più chiara in personalità come Mario Draghi, che recentemente, al Meeting di CL a Rimini, ha paventato l’irrilevanza europea se non si realizza una più stretta unificazione politica e militare. Ma tale unione è ancora molto lontana. Infatti, in Europa convivono in modo contraddittorio spinte all’unità e all’autonomia nazionale. Attualmente, l’unità manca anche all’interno dell’asse franco-tedesco, che pure aveva guidato la UE per tanti anni. Tale difficoltà si osserva più chiaramente nella questione della difesa e del riarmo. Infatti, il riarmo europeo è, in realtà, un riarmo delle singole nazioni, che rischia di produrre nuovi squilibri, visto che la disponibilità di bilancio per la spesa militare sono molto differenti da un paese all’altro.

A questo punto sorge una seconda domanda: la Germania può ridiventare la potenza militare che è stata nel passato? Se, da una parte, ci sono le condizioni economiche e industriali (almeno per il momento), dall’altra parte mancano le condizioni soggettive. La società tedesca di oggi è molto diversa da quella tra le due guerre mondiali. In primo luogo, la Germania, come molta parte dell’Europa occidentale, sconta un tasso di natalità molto basso che si traduce in un invecchiamento e in una riduzione della popolazione. I demografi prevedono per il futuro meno tedeschi in età da lavoro e anche in età militare.

Ma non solo ci sono e ci saranno meno giovani. Le ambizioni di Merz si scontrano con la cronica carenza di personale, dovuta allo scarso interesse manifestato dai giovani per la carriera militare. Proprio i giovani in età di servizio militare hanno votato in massa per partiti molto critici verso l’establishment tedesco: il 26% dei giovani tra i 18 e i 24 anni ha votato per Die Linke e il 21% per Alternative für Deutschland, solo il 13% ha scelto la CDU e appena l’11% la SPD. La eventuale reintroduzione della leva militare obbligatoria rischia di ridurre ulteriormente la popolarità del governo. I consensi per Merz si sono andati riducendo in questi mesi fino al 30% e nei sondaggi sulle intenzioni di voto la CDU è incalzata e, in qualche caso, superata da Alternative für Deutschland[x].

Un altro aspetto che rende difficile la ricostruzione della potenza militare tedesca è il fatto che la Germania, in quanto paese sconfitto della Seconda guerra mondiale, è dipendente sul piano militare dagli Usa, che conservano nel paese molte basi militari. La dichiarata volontà di Trump di smarcarsi da un impegno militare in Europa, non significa che gli Usa rinuncino alla loro egemonia sul continente. A questo si ricollega il fatto che la Germania manca del tutto di armi nucleari proprie, tanto che Merz parla di costruire l’esercito “convenzionale” più forte d’Europa. Ma senza armi nucleari oggi non c’è potenza che tenga. Se la reintroduzione della leva rischia di far sprofondare il governo nella impopolarità, una politica di riarmo nucleare lo farebbe ancora di più. Si potrebbe pensare che la Germania possa fare affidamento sulle armi nucleari francesi. Ma, oltre al fatto che la Francia ha un deterrente nucleare molto inferiore a quello russo[xi], c’è da rilevare che i transalpini tengono ben stretto il controllo e la decisione di utilizzare queste armi.

Infine, c’è da tenere conto che, a differenza di quello russo, gli eserciti europei occidentali sono piccoli eserciti di professionisti, pensati e addestrati per missioni all’estero, in cui gli avversari sono guerriglieri e milizie prive di armi pesanti. I paesi europei occidentali sono disabituati a combattere guerre di attrito, cioè basate sul logoramento dell’avversario, come quella in corso tra Russia e Ucraina. Per formare Forze Armate adatte a questo tipo di guerra e trasformare la dottrina militare europea, ci vorrebbero diversi anni.

Da quanto siamo venuti dicendo fino ad ora, si può affermare che una rinascita della potenza militare tedesca, almeno nell’immediato e nella misura in cui l’abbiamo conosciuta tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento, sarà difficile a raggiungersi. Ma questo non vuol dire che il riarmo tedesco non sia pericolosissimo. La ricostruzione di una potenza militare tedesca, per quanto limitata essa sia, può essere la base per l’ennesima avventura europee contro la Russia, che hanno avuto esiti disastrosi per le potenze che le avevano intraprese, da cavalieri teutonici nel medioevo, alla Svezia del XVIII secolo, alla Francia napoleonica e alla Germania nazista. Il contesto di crisi in cui versa l’imperialismo europeo, a partire da quelli francese e tedesco, rappresenta il combustibile che può alimentare una nuova e più devastante guerra con la Russia. Per questo è importante denunciare e combattere il riarmo e la volontà di potenza europea e tedesca come fattori di destabilizzazione, che avvicinano anziché allontanare la prospettiva di una guerra.

Note

[i] “Rheinmetall, in arrivo la fabbrica di munizioni più grande d’Europa”, il Sole24ore, 28 agosto 2025.

[ii] M. George, K. Djokic, Z. Hussain, P.D. Wezeman, S.T. Wezeman, Trends in International Arms Transfers, Sipri Fact Sheet, March 2025.

[iii] Rosa Luxemburg, nata in Polonia nel 1871, si trasferì in Germania nel 1898 dove aderì alla SPD. Fu tra i maggiori teorici marxisti della Seconda internazionale. Critica nei confronti della guerra e della SPD, che aveva votato per i crediti di guerra, fu incarcerata dal governo tedesco. Nel 1916 fondò la Lega di Spartaco, che sarà il nucleo del futuro Partito comunista tedesco. Nel 1919 fu uccisa dai Freikorps, milizie di estrema destra, con l’appoggio del governo socialdemocratico.

[iv] Su questo concetto si veda David Harvey, The New Imperialism, Oxford University Press, Oxford 2003.

[v] Rosa Luxemburg, L’accumulazione, cit. in Lelio Basso, Introduzione a Rosa Luxemburg, Scritti politici, Editori Riuniti, Roma 1976, pp. 57-58.

[vi] Paul A. Baran e Paul M. Sweezy, Il capitale monopolistico. Saggio sulla struttura economica e sociale americana, Giulio Einaudi Editore, Torino 1968.

[vii] Si veda la cartina a p. 109 di Fritz Fisher, Assalto al potere mondiale. La Germania nella guerra 1914-1918, Res Gestae, Milano 2021. Alla Mitteleuropa appartenevano, oltre alla Francia e all’Italia, anche l’Austria, la Scandinavia, i paesi baltici, quelli balcanici e il resto dei paesi dell’Europa orientale.

[viii] Gianluca Di Donfrancesco, “Berlino, riforma del servizio militare: più soldati volontari”, il Sole24ore, 28 agosto 2025.

[ix] Rosa Luxemburg, The Junius Pamphlet. https://www.marxists.org/archive/luxemburg/1915/junius/

[x] Gianluca Di Donfrancesco, “Berlino, riforma del servizio militare: più soldati volontari”, il Sole24ore, 28 agosto 2025.

[xi] La Francia, secondo il Sipri Yearbook 2025, dispone di 290 testate nucleari, mentre la Russia dispone di 5.459 testate.

Fonte

03/09/2025

Record di spese militari nella UE, Kallas inaugura “l’era della difesa europea”

L’Agenzia Europea per la Difesa (EDA) ha pubblicato il proprio rapporto annuale sui dati relativi alle spese militari dei 27 membri UE nel biennio 2024-2025. Lo scorso anno i paesi europei hanno raggiunto il record di ben 343 miliardi di euro collocati nella difesa, con un incremento di ben il 19% rispetto al 2023.

La spesa in percentuale del PIL sfiora il 2% che, fino a giugno scorso, era il target previsto dalla NATO, mentre per l’anno in corso viene previsto un ulteriore aumento (le stime parlano di 381 miliardi). Secondo l’EDA, i numeri riflettono “la determinazione degli Stati membri a rafforzare le capacità militari dell’Europa in risposta all’evoluzione del contesto di sicurezza”.

L’aumento della spesa è dovuto innanzitutto al livello record di acquisti di attrezzature militari e agli investimenti in ricerca e sviluppo (13 miliardi). Gli investimenti in generale, nel comparto militare, hanno superato quota 100 miliardi (106, per l’esattezza), e rappresentano ormai quasi un terzo delle spese totali.

È il livello più alto dall’inizio della raccolta dei dati da parte dell’EDA, ma non è ancora abbastanza per stare al passo di una superpotenza come gli Stati Uniti. Soprattutto, rimangono le problematiche di un complesso militare-industriale frammentato: per l’EDA serve “una maggiore collaborazione per massimizzare l’efficienza e garantire l’interoperabilità tra le forze armate dell’UE”.

L’Alto rappresentante per gli Affari Esteri di Bruxelles, Kaja Kallas, che in tale veste è anche a capo dell’EDA, lo ha detto chiaro e tondo: “l’Unione Europea sta utilizzando tutti gli strumenti finanziari e politici a sua disposizione per sostenere gli Stati membri e le aziende europee in questo sforzo. La difesa oggi non è un optional, ma è fondamentale per la protezione dei nostri cittadini. Questa deve essere l’era della difesa europea”.

Non l’era della lotta alla povertà o l’era della tutela dell’ambiente, è l’era delle imprese belliche. Del resto, è questa la via che le cancellerie europee hanno deciso di imboccare per cercare di dare un po’ di ossigeno all’asfittica industria del Vecchio Continente, ora che il modello export-oriented è fallito (ma non possono dirlo, dopo aver imposto decenni di austerità).

Austerità che si farà ancora più stringente, per destinare ancora più risorse proprio verso questo approccio da keynesismo militare. Il direttore esecutivo dell’EDA, André Denk, ha dichiarato: “il raggiungimento del nuovo obiettivo della NATO del 3,5% del PIL richiederà uno sforzo ancora maggiore, con una spesa totale di oltre 630 miliardi di euro all’anno. Tuttavia, dobbiamo anche cooperare strettamente, trovare economie di scala e aumentare l’interoperabilità”.

La mole di risorse pubbliche da destinare al complesso militare-industriale, e il salto di qualità per ciò che riguarda una vera e propria difesa europea sono i nodi che Bruxelles deve sciogliere per poter mostrare i muscoli, come millanta di voler fare.

Millanta, perché la velleità di presentarsi come un attore autonomo della competizione globale si è schiantata di fronte al ‘fuoco amico’ di Washington e all’incapacità delle classi dirigenti europee di saper imprimere le necessarie trasformazioni al progetto comunitario nei passaggi storici degli ultimi decenni.

Nell’impossibilità di ammettere il proprio fallimento, la spinta è quella a invischiarsi sempre di più in questo braccio di ferro militare, sperando di recuperare terreno a suon di armi. Del resto, il presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa, l’ha scritto in un post su X, un paio di giorni fa: “il ‘soft power’ da solo non è sufficiente in un mondo dove il ‘hard power’ prevale troppo spesso”.

Una corsa verso il disastro, però armati fino ai denti.

Fonte

24/08/2025

355 miliardi di euro per una Germania militare da far paura

Lista della spesa di Merz

«Per ora si tratta di spese definite a livello tabellare, nella rigida e fredda contabilità di cui i decisori germanici sono maestri, ma che danno l’idea dell’ampiezza dell’ambizione di Berlino», avverte Andrea Muratore su Inside Over.

Lista della spesa colossale

La lista delle spesa militare in ordine crescente nei 15 anni. 13,3 miliardi per le comunicazioni satellitari delle forze armate; 15,9 miliardi per rinnovare la sistemistica di telecomunicazione; 20,8 miliardi per veicoli e strumentazione ad essi dedicata; 20,9 miliardi per materiale da campo e strumentazione utile alle truppe combattenti. Poi i ‘grossi calibri’: 34,2 miliardi destinati alla Luftwaffe per il rinnovo del parco aeronautico e degli apparati missilistici, 36,6 miliardi per navi e sottomarini, 52,5 miliardi per carri armati e altri veicoli da combattimento, ben 70,3 miliardi di euro per il munizionamento di artiglieria, mortai, fanteria, contraerea e via dicendo.

Fino a 52 miliardi di euro l’anno

L’ondata di fondi tedeschi per il riarmo. «Il portale tedesco Hartpunkt, specializzato in questioni di sicurezza, ha ben riassunto le linee guida di bilancio del governo di coalizione tra Cdu e Spd, sottolineando come la spesa-extra potrà essere incrementata e si avrà un picco di spesa nel 2029-2030. In quegli anni si prevede che la Germania spenda 52 miliardi di euro l’anno in acquisizione di strumenti militari. Per fare un paragone, tutta la spesa militare del 2024 era pari a 86-88 miliardi di euro secondo le varie stime a disposizione. La Germania vuole spendere nei prossimi anni, per due anni di fila, oltre la metà di questa cifra solo per procacciarsi nuova strumentazione militare».

European Sky Shield Initiative

Con ogni probabilità, nel programma di spesa rientreranno quei progetti di espansione delle forze armate tedesche già avviati da tempo e non ancora totalmente coperti dal Fondo Speciale introdotto da Olaf Scholz nel 2022. «Tra questi, si segnalano il progetto dell’European Sky Shield Initiative (Essi) per un’antiaerea continentale a guida tedesca, il piano congiunto con l’Italia per sviluppare con la joint venture Rheinmetall-Leonardo la costruzione dei moderni carri armati Panther, la produzione dei caccia F-35 destinati alla Luftwaffe in terra tedesca, il progetto tedesco-britannico per costruire un nuovo sistema di attacco balistico in profondità (Deep Precision Strike) per Berlino e Londra».

Rilancio della capacità militare tedesca

Dietro i numeri una discutibile strategia geopolitica e industriale. La Germania punta molto sul rilancio della sua capacità militare. Gli Anni Trenta del Duemila dovranno, nelle intenzioni di Merz, essere contraddistinti dal rilancio della capacità combattente della Bundeswehr e dalla ripresa di Berlino, già oggi quarta capitale al mondo per spesa militare, nel gotha delle potenze militari mondiali.

Germania sempre sul fronte russo

La Germania di Merz crede in un prossimo decennio segnato dal rischio di un confronto diretto con la Russia sull’Ucraina (lettura baltica delle crisi) e al momento sulla necessità di garantire a Kiev le adeguate garanzie di sicurezza. «Al contempo, questo riarmo dovrà il più possibile presentarsi come progetto Made in Germany per far evolvere le prospettive industriali di settori produttivi messi alle corde dai dazi, dalla crisi energetica degli anni scorsi, dall’appannamento della potenza commerciale tedesca».

Riarmo solo rilancio industriale?

«La mercantilista Germania prevede un piano di vero e proprio keynesismo militare da quindici anni per sostenere la sua economia, oltre che le sue forze armate: il riarmo è l’unica emergenza che poteva consentire il consolidamento di tale svolta».

Potere al ‘falco’ Pistorius

Nei prossimi anni, regista del riarmo sarà il ministro della Difesa Boris Pistorius: «Il piano introduce impegni a lungo termine noti come ‘Verpflichtungsermächtigungen,’ o autorizzazioni di impegno, validi dal 2027 al 2041, per un valore di circa 325 miliardi di euro, che consentono al Ministero della Difesa di firmare contratti per sistemi importanti come carri armati, navi e aerei che saranno consegnati negli anni successivi», nota Defense-Blog.

Industria militare a spinta

Pistorius pressa l’industria perché si prepari alla grande sfida del riarmo e otterrà la capacità di accelerare sulla conclusione dei contratti e della disposizione dei programmi di spesa per rassicurare le imprese e la filiera sulla certezza degli ordini e dei flussi di cassa, vero e proprio cruccio per il settore difesa, avverte Andrea Muratore.

Sfide aperte per Berlino

Disponibilità di acciaio, capacità di mantenere quote di manodopera all’altezza delle commesse, gestione di una logistica di materie prime, semilavorati e mezzi efficienti metteranno alla prova la capacità industriale tedesca. «I soldi ci sono, ma da soli non bastano. Servono strategia e programmazione per gestire la sfida industriale e serviranno visione politica e sangue freddo per non vedere come un fine in sé, come spesso sembra essere, il programma di rilancio delle forze armate in un mondo complesso».

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15/07/2025

Il Pentagono investe direttamente in terre rare, altro passo nella guerra alla Cina

Mentre la guerra dei dazi continua, gli Stati Uniti fanno i conti con la necessità di garantirsi l’approvvigionamento delle famose ‘terre rare’, quelle materie prime strategiche per le moderne filiere dell’elettronica, dell’informatica, e dunque anche dei comparti bellici. Il Dipartimento statunitense della Difesa ha deciso di investire direttamente nel settore.

Il Pentagono ha infatti annunciato un investimento di 400 milioni di dollari in MP Materials, azienda cardine del settore grazie alla gestione della Mountain Pass, nell’entroterra californiano, a meno di 100 km da Las Vegas. Si tratta dell’unica miniera di terre rare sul suolo statunitense, ma senza dubbio una delle più importanti al mondo.

Il sito rappresenta una fetta importante nel mercato globale: si parla di percentuali che, ogni anno, viaggiano tra il 12 e il 15% del totale delle terre rare estratte. Ma per quanto i produttori stelle-e-strisce si siano impegnati, nel 2024 hanno raccolto solo un sesto di quel che ha ottenuto il Dragone (43 mila tonnellate i primi, 240 mila il secondo).

Il che è un grosso problema per un’economia digitale come quella statunitense, soprattutto se, come è successo in questi mesi, alla Casa Bianca hanno deciso di accelerare sul braccio di ferro commerciale con Pechino – e col mondo intero. La Cina, all’imposizione tariffaria, ha risposto con un taglio netto delle esportazioni di terre rare, scese da aprile del 76% in generale, del 92% verso gli USA.

Questo ha messo immediatamente a dura prova le imprese oltreoceano, e così l’amministrazione Trump ha imparato la lezione, è tornata parzialmente sui suoi passi, ma si è poi attivata per poter preparare più attentamente i prossimi colpi. È in quest’ottica che va considerata la decisione del Pentagono di acquisire il 15% di MP Materials, divenendone così il più importante azionista.

James Litinsky, che ne è sia il fondatore sia l’amministratore delegato, ha affermato che, con questa operazione, si intraprende “un’azione decisiva per accelerare l’indipendenza della filiera statunitense”. Washington, tra le altre cose, si è impegnata anche a concedere, entro 30 giorni, un prestito da 150 milioni di dollari, per espandere la miniera di Mountain Pass.

Non si sta parlando, però, solo di estrarre più tonnellate ma, appunto, dell’intera filiera. La MP ha ricevuto anche lettere di impegno per investimenti da un miliardo di dollari, firmate da JP Morgan e Goldman Sachs. L’obiettivo è finanziarie il secondo stabilimento di magneti di terre rare, strumenti con una vasta gamma di usi.

L’impianto dovrebbe avere una capacità produttiva di 10 mila tonnellate all’anno, e dovrebbe entrare in funzione nel 2028. Esso sarebbe in sinergia con altri investimenti, come quello che sta facendo l’australiana Lynas Rare Earths in Texas per uno stabilimento di raffinazione delle terre rare. Non casualmente, il valore delle sue azioni è schizzato in alto, come è successo per la MP.

C’è un ultima clausola dell’accordo col Pentagono che risulta assai interessante. I vertici militari USA hanno promesso che garantiranno le vendite del nuovo stabilimento per un decennio, accettando inoltre di acquistare i prodotti in neodimio-praseodimio (uno dei principali dei magneti di terre rare) a un prezzo minimo di 110 dollari al chilogrammo.

Altro che libero mercato: la MP mantiene un assetto proprietario privato, ma nella sostanza diventa un’impresa dello stato, tanto che la sua produzione verrà comprata a un prezzo politico. Diventa, insomma, uno strumento di politica industriale in tutto e per tutto. Il fatto che ad averne la maggioranza azionaria è il Pentagono non può che destare preoccupazione.

I magneti di terre rare sono fondamentali nella produzione dei più avanzati sistemi bellici (che siano F-35, droni o sottomarini). Dal punto di vista economico, insomma, non sorprende che la Difesa voglia avere una fornitura sicura. Ma dal punto di vista politico, ciò esprime una evidente preminenza data, nel futuro, alle ragioni e alle necessità dell’economia di guerra, piuttosto che a quella a prevalenti attività civili.

A complemento di questa notizia c’è anche il vertice organizzato a Washington tra il 9 e l’11 luglio, durante il quale Trump ha incontrato i leader di Gabon, Guinea Bissau, Liberia, Mauritania e Senegal. Se sui media nostrani se ne è parlato soprattutto per una gaffe del tycoon col presidente liberiano, in realtà è stato un importante tentativo di sondare opportunità concrete, innanzitutto proprio sulle terre rare.

La rottura dello stallo che si è vissuto per anni, e persino del legame euroatlantico, non si andrà ricomponendo, anzi. Si preparano già tutte le carte perché essa vada approfondendosi.

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03/07/2025

Nessuna crescita dal “riarmo”, futuro nero per i media

Un sistema che ha fagocitato tutto e ora si nutre fagocitando se stesso non ha un gran futuro davanti.

Un editoriale di Milano Finanza, a firma del direttore Renato Sommella, mette in fila una serie e osservazioni che hanno – se interpretate correttamente – un impatto devastante sul sistema economico neoliberista in cui siamo inseriti (o prigionieri) noi “occidentali”.

Si parte dall’orizzonte storico dei prossimi 10 anni, che in pochi mesi è radicalmente cambiato. Il 2035, fin qui, era l’anno in cui si sarebbe dovuto dire definitivamente addio ai motori endotermici per autotrazione, cancellando benzina e gasolio come carburanti. Vaneggiamenti retorici a parte, era già un programma di dimensioni mostruose, che coinvolgeva la produzione propriamente detta – e le tecnologie relative – e tutto l’indotto (meccanici, elettrauto, ecc., salvando in pratica solo assicuratori e gommisti).

Un programma, peraltro, che rifiutava in radice qualsiasi ipotesi di programmazione affidando alle sole “dinamiche di mercato”, ovvero alle imprese private e ai loro interessi, il compito di realizzare quanto “desiderato”. Com’è noto, le imprese automobilistiche europee hanno reagito chiedendo rinvii, incentivi, cancellazione di impegni, e andare avanti come prima.

Improvvisamente, nel giro di pochi mesi, quell’orizzonte ha sostituito l’immaginario “sol dell’avvenire”: invece dell’auto elettrica ad emissioni zero (localmente, non certo per il Pianeta) il riarmo, fatto di carri armati, missili, droni, aerei. Sulle basse emissioni degli armamenti non c’è neanche da fare giochi di parole, ma come “motore dello sviluppo” le armi sono veleno in un organismo malato in fase terminale.

Si può ovviamente dire – e permettere – che un’industria metalmeccanica smetta di sfornare automobili e cominci a metter “sul mercato” droni o altri vettori. Per quell’azienda sarà magari certamente “vantaggioso” fare una scelta del genere, se garantisce profitti più elevati e una concorrenza meno feroce.

Non paradossalmente, infatti, il mercato delle armi è per sua natura “frammentato”, perché gli interessi geostrategici prevalgono sempre sui soli meccanismi di mercato. Un drone Usa non può essere venduto a russi, cinesi o iraniani, per esempio. E ogni vendita di armi sofisticate (oltre, insomma, il livello dell’armamento individuale) comporta la stipulazione di accordi di alleanza internazionale per preservare segreti industriali che sono ovviamente anche militari.

Peggio ancora (ma questo un liberista non ve lo potrà mai dire), gli armamenti hanno un effetto praticamente nullo sullo sviluppo della domanda. In più, hanno il difetto di un valore d’uso assai poco compatibile con “la crescita”, “la stabilità delle aspettative” e tanti altri must dell’accumulazione capitalistica. Quando si comincia a bombardare, qualcuno fa i soldi, quasi tutti vanno sul lastrico. O sotto... 

La politica europea di riarmo, insomma, è di fatto la presa d’atto che il neoliberismo ha fatto il suo tempo e che il sistema capitalistico occidentale ha bisogno, anche solo per sopravvivere, di robustissime dosi di denaro pubblico. Preso a prestito, of course, aumentando spaventosamente il debito in barba alle regole dell’austerità che però valgono per tutto il resto.

Non serve un premio Nobel per capire che una volta ri-ammesso “l’intervento pubblico in deficit” (il presunto mostro che si voleva abbattere) ci si potrebbe serenamente interrogare su quali settori sono più efficaci nel promuovere una crescita complessiva, rifacendosi – non diciamo a Marx – ma almeno al vecchio Keynes.

Di sicuro il settore degli armamenti è il meno “sviluppista” di tutti. Un po’ per ragioni strutturali (l’occupazione è minima, “chiusa” per ragioni di competenze o segreto militare), un po’ perché le guerre attuali (Ucraina, Medio Oriente, ecc.) stanno mostrando forme di combattimento radicalmente diverse dal pur recente passato. In pillole: molti più missili, droni di ogni tipo e dimensione, tecnologie elettroniche di rilevamento e disturbo delle comunicazioni nemiche, ecc.

Dunque, le industrie europee legate al vecchio modello di guerra dovrebbero riconvertirsi a velocità pazzesca, scontando però la scarsità di competenze che non hanno coltivato e di pratiche di combattimento che non conoscono direttamente.

In pratica, buona parte del budget preso a debito andrebbe usato per acquistare quanto serve per la guerra moderna, facendo felici i produttori di altri paesi. Soprattutto Usa.

Messa così, anche quel poco di “effetto moltiplicatore” degli armamenti sulla crescita economica finisce nella spazzatura. Tanto varrebbe “scavare buche e riempire buche”, per pagare salari che poi nutrirebbero la domanda di tutti i settori industriali in modo “virtuoso” (ovvero generando quelle entrate fiscali che servono a ripagare il debito pubblico).

Tanto più che – tornando all’editoriale di Sommella – l’intelligenza artificiale minaccia ormai ambiti produttivi e commerciali di primo livello, come l’editoria in tutti i suoi aspetti, nonché il mercato pubblicitario nel suo insieme.

“Dalle ultime statistiche Google ancora domina il mondo della ricerca – che è il principale accesso a tutti i siti – con 13,7 miliardi di ricerche al giorno contro il miliardo di Chatgpt che è in fortissima crescita. Da Google – che controlla tra l’80 e il 90% delle ricerche su Internet – dipende una quota di traffico verso i siti che può variare dal 40/50% fino al 90%.
L’implementazione dell’AI sta cambiando questo processo. Google per rispondere a Chatgpt ha introdotto AI Overview che offre una risposta completa già al 40-50% delle domande degli utenti, con una progressiva estensione ai contenuti più editoriali limitandosi a indicare come sola icona i link ai contenuti originali.”


Con quali conseguenze? Se finora le ricerche attraverso i motori portavano al link di un qualsiasi “produttore di contenuti”, in tempi brevi avremo invece solo dei “riassunti” elaborati da algoritmi che di fatto bloccano la necessità di cercare ancora o qualcosa di meglio.

“Google, in sostanza, si rende autonoma dai contenuti originali editoriali, l’acqua stessa dentro cui ha nuotato e proliferato finora. Si tratta di una bomba H sganciata sul sistema editoriale mondiale perché rischiano di sparire i giornali ma non i lettori, che sapranno quello che vuole Alphabet.”

Ma un sistema autofago come questo non risparmia neanche chi lo sta creando (non solo Google, evidentemente). Il tagliar via la corsa ai link altrui significa immediatamente una rinuncia – dolorosissima – agli introiti pubblicitari che sono ancora la principale fonte di fatturazione di Google e altre piattaforme.

Di fatto, insomma, gli editori (giornali, media in genere, ecc.) vedranno il loro traffico crollare peggio di quanto non possa fare uno shadow ban da parte di Facebook; dall’altra il killer del traffico vedrà scendere verso zero i suoi profitti.

Anche questa, in definitiva, è una guerra moderna. Non ne resterà neanche uno. Nemmeno Highlander...

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27/06/2025

Aumentano le offerte di lavoro nel settore militare: così si costruisce il consenso alla guerra

“Abbiamo gettato le basi per una NATO più forte, più equa e più letale. Un piano che rafforzerà la nostra difesa e creerà nuovi posti di lavoro”. Queste sono solo alcune delle parole pronunciate da Mark Rutte, segretario generale dell’alleanza atlantica, a margine del vertice dell’Aja in cui è stato deciso l’aumento delle spese militari fino al 5% (3,5% in difesa propriamente detta, 1,5% in cybersicurezza, infrastrutture critiche, mobilità militare, tecnologie dual use).

Lasciamo da parte quel “più letale”, che a quanto pare è un altro dei ‘valori occidentali’ tanto sbandierati… apriti cielo se una cosa simile l’avesse detta Putin o Khamenei. È interessante che il politico olandese ci abbia tenuto a sottolineare che questa corsa agli armamenti creerà tanti posti di lavoro. Qualcosa che fa molto gola in un’Europa in profonda crisi industriale.

Proprio il 25 giugno è uscito un articolo su Il Sole 24 Ore che analizzava la netta crescita di offerte di lavoro nel settore della difesa. Stando ai dati forniti da Indeed, una piattaforma online per la ricerca di un impiego, gli annunci nei comparti collegati crescono più della media in Europa.

L’analisi è stata effettuata sulle offerte di 25 grandi aziende della difesa europea, tra cui vanno sicuramente ricordate Airbus, BAE Systems, Dassault Aviation, KNDS, Kongsberg, MBDA, Qinetiq, Rheinmetall, Rolls-Royce, Saab, Thales, ThyssenKrupp, e infine le italiane Leonardo e Fincantieri.

Ebbene, nell’aprile 2025, seppur in rallentamento, l’aumento degli annunci per la ricerca di personale sono aumentati del 45% rispetto al 2021. Dopo la pandemia, se in generale il mercato dell’offerta di lavoro ha raggiunto il proprio culmine nel luglio 2022, per poi tornare a calare (è recentemente sceso del 2% al di sotto del valore di riferimento), non è stato così per l’industria della difesa.

La quota maggiore di annunci di lavoro proviene dalla Francia, circa il 46% e comunque in diminuzione rispetto al 57% di inizio 2020. Seguono poi Germania e Regno Unito, entrambe intorno al 17%. Togliendo momentaneamente l’Italia dal calcolo, le offerte di altri paesi UE o europei della NATO è aumentata dal 6% al 21%, con particolare attenzione ai profili informatici e ingegneristici.

Ad aprile 2025, il 9% del totale degli annunci proveniva da società italiane. Può non sembrare tanto, ma la ricerca di posizioni nel settore della difesa, tra gennaio 2022 e maggio 2025, si sono moltiplicate di 3,6 volte. I più richiesti, di nuovo, sono professionisti informatici e ingegneri, in particolare sviluppatori di software (16,5%) ed esperti di ingegneria industriale (14,1%).

Alla fine dell’articolo da cui sono stati tratti questi dati viene ribadito, come più volte nelle righe precedenti, che tuttavia la difesa esprime un’area di nicchia del mercato del lavoro. Al 2023, i dati dell’organizzazione Aerospace, Security and Defence (ASD), che rappresenta più di 4 mila compagnie in 21 paesi europei, segnalavano un netto aumento degli impieghi rispetto al 2022 (+8,9%) nell’industria della difesa, che tuttavia contava ancora 581 mila lavoratori.

Se volessimo fare un paragone con quella che è stata la spina dorsale dell’industria dei paesi avanzati negli ultimi decenni, ovvero l’automotive, si tratta all’incirca di un decimo di quanti sono occupati nella sola produzione diretta di auto, senza considerare l’intera filiera. È evidente perciò che la propaganda sul lavoro creato dal riarmo evita di citare delle evidenze facili a trarsi.

La prima, e probabilmente la più preoccupante, è che anche con un maggiore investimento nel settore, l’unico modo in cui l’industria bellica potrebbe in qualche modo coprire la desertificazione industriale che sperimentiamo da anni è, di fatto, con una guerra mondiale, cioè con la totale conversione – e militarizzazione – delle attività civili per uno sforzo bellico totale e totalizzante, tipico di un impegno ben al di sopra di quello sperimentato nelle invasioni militari di Afghanistan o Iraq, per citare alcuni ultimi esempi.

La seconda cosa è che comunque esiste una filiera legata alle produzioni militari piuttosto ampia, e che può sorprendere per la varietà di attività che comprende. In un’intervista fatta nel marzo di quest’anno a Carlo Tombola di The Weapon Watch, centro di ricerca sul traffico di armi in Europa e nel Mediterraneo, viene riportato che ci sono 150 aziende con contratti da oltre 25 mila euro col Dipartimento della Difesa USA.

L’ammodernamento delle basi fatto da aziende di costruzioni, ma anche le attività legate alla mobilità militare, non a caso inserita in quell’1,5% del nuovo target NATO e argomento molto attenzionato dalle politiche europee, allargano l’alveo dell’indotto prodotto dal riarmo. Anche se, pure in questo caso, viene ricordato che è pur sempre molto più ristretto che in altri settori.

Infine, bisogna sottolineare che una parte importante della guerra del futuro sarà fatta per mezzo di sofisticati strumenti ingegneristici e programmi informatici. Come già osservato, sono queste alcune delle figure più richieste nelle offerte di lavoro analizzate. Allora qui sorge un altro problema: l’evidente collegamento tra gli armamenti e un universo dual use che espande nettamente la platea delle persone da cui richiedere consenso alla deriva bellicista.

Migliaia di giovani laureati in discipline STEM – Science, Technology, Engineering e Mathematics – e dunque anche i loro dipartimenti di provenienza, affamati di fondi in seguito ai continui tagli alla spesa pubblica, e tutta una serie di imprese fino a oggi toccate marginalmente dal giro d’affari dell’industria bellica potrebbero essere coinvolte nella creazione di un blocco sociale, diciamo così, ‘guerrafondaio per necessità materiale’.

Tante persone, se vorrano lavorare, potrebbero ritrovarsi a essere impiegate, in maniera più o meno diretta, per i settori militari, magari anche protette, sotto il punto di vista etico, dalla distanza che un’interfaccia digitale crea rispetto al campo di battaglia. Forse non si tratta di un alveo sociale largo come quello dell’automotive, ad esempio, ma è sicuramente abbastanza sostanzioso da poter sviluppare su di esso una politica salariale alla ‘divide et impera’.

Ovvero, creare attraverso il riarmo un’aristocrazia di lavoratori con ampie garanzie di retribuzione e di diritti, abbastanza forte da sostenere nel campo delle classi subalterne le ragioni dell’imperialismo che si arma per la terza guerra mondiale. Questa dimensione non va dimenticata da parte di chi vuole continuare a costruire un’alternativa.

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10/06/2025

Germania e l’«affare guerra» pubblicizzato su Der Spiegel

Pubblicità solo ‘per caso’?

Siamo rimasti un po’ sorpresi di trovare, su Der Spiegel, un ‘annuncio’, di fatto una lunga ‘pubblicità redazionale’, cioè simile a un articolo, che magnifica i ritorni monetari degli investimenti finanziari che saranno fatti nel settore degli armamenti. «Aggiornamenti per gli investitori – recita l’avviso – se non compri questi tre titoli della Difesa, domani te ne pentirai». Invito-minaccia. Il seguito è una lunga analisi (concettualmente assai convincente), sulle ragioni per le quali investire in fabbriche di armi è sicuramente redditizio. «Ci troviamo in una fase storicamente unica del mercato azionario per i titoli della difesa – si dice nel redazionale – e, soprattutto ora nel 2025, ci sono ancora importanti rialzi dei prezzi in vista. Come investitore intelligente, puoi trarre grandi vantaggi dall’aumento globale della spesa per la difesa, se conosci i fatti più importanti su questo settore in forte espansione, di immensa rilevanza per la nostra sicurezza. Di seguito troverai indicazioni concrete su tre dei titoli di difesa più redditizi, per entrare nel settore giusto in tempo».

Scrivere queste cose e decidere di ospitarle

Chiamatela ‘monetizzazione della guerra’ o come volete voi. Ma di questo si tratta. Intendiamoci: niente di nuovo sotto il sole. La storia dell’esistenza di un complesso militare-industriale, che influenza la politica estera contemporanea (o la tiene addirittura in scacco) è un affare vecchio. Risale alla geniale intuizione del Presidente Eisenhower, che ne coniò persino il termine. Ma in questi tempi grami, dove l’Occidente sembra avere ‘scoperto’, da un giorno all’altro e tutto in blocco, che la Russia sta per annichilirci... beh, sollevare qualche sospettuccio ci sembra ovvio. Anche perché sosteniamo che c’è già una consistente sproporzione a favore dell’Occidente (dati Sipri di Stoccolma) per quanto riguarda le forze in campo. Per carità, le revisioni fanno parte di ogni dottrina strategica (e dei mezzi impiegati per attuarla). Ma nel caso specifico, l’allarme generalizzato e improvviso e, soprattutto, un’escalation sconsiderata nei toni e sproporzionata nelle quantità, puzzano troppo di business.

Der Spegel non doveva

Il ‘redazionale’ di Der Spiegel, benché, lo ribadiamo, sia una pubblicità, in questo senso è particolarmente significativo. Perché i manager che si muovono dietro le società di investimento promotrici, dicono ciò che molti analisti pensano, ma che spesso i politici (specie quelli europei) non amano sentirsi dire. Come mai? Beh, i fatti sono talmente chiari, che l’argine della ‘sicurezza’ per giustificare l’abbuffata di miliardi di dollari in macchine di morte non regge a nessuna spiegazione logica. «Questo è il settore in crescita più importante nel 2025 – avvertono i consulenti finanziari – perché l’invasione russa dell’Ucraina ha portato molti Stati a ripensare e modificare radicalmente le proprie politiche di difesa. La decisione del governo tedesco di fornire armi alle zone di guerra, precedentemente osteggiata con veemenza, nonché lo stanziamento di un pacchetto aggiuntivo di 100 miliardi di euro per la spesa per la Difesa, dimostrano un cambio di paradigma di portata storica». Ci si riferisce, evidentemente, alle resistenze opposte dal precedente governo a guida socialdemocratica (Olaf Scholz), venute a cadere con l’avvento del nuovo Cancelliere CDU Friedrich Merz. Che non vede l’ora di riarmare fino ai denti una Germania in piena recessione economica.

Conglomerato metallurgico tedesco

Una scelta che, è ovvio, sta raccogliendo il plauso del formidabile conglomerato metallurgico tedesco e di tutte quelle industrie che trovano più redditizio ‘fare cannoni anziché burro’. «L’idea che i Paesi non abbiano bisogno di eserciti e che le armi compromettano la pace – ammonisce la... pubblicità – sta cedendo il passo a una nuova consapevolezza. Sempre più persone riconoscono il contributo indispensabile dell’industria bellica alla difesa del mondo libero. Gli investimenti nelle moderne tecnologie di difesa sono sempre più considerati un mezzo per garantire la pace mondiale. I governi di tutto il mondo sono impegnati a ripensare i propri concetti di sicurezza e ad aumentare massicciamente la spesa per la difesa, per stare al passo con l’evoluzione delle minacce». Sublime. Questi patriottici sentimenti, che emanano dai medagliati petti, sembrano però promanare da artifizi più contabili che mistici. «Il governo tedesco – dice ancora il redazionale (riportandoci alla realtà) – ha anche approvato la sua più grande spesa militare dalla Seconda guerra mondiale nel suo bilancio 2024».

Dati Sipri: Germania armata rincorre la Russia

I dati Sipri dicono che la Germania in Europa ha speso più di tutti (Russia esclusa) con 77,8 miliardi di euro. «Questo tipo di aumento della spesa per la difesa – prosegue imperterrito il vademecum del buon investitore germanico – è osservabile in tutto il mondo e l’intero settore sta vivendo una crescita esponenziale. Esso è uno dei motivi per cui investire nel settore della difesa conviene in questo momento, e gli investitori più accorti dovrebbero assolutamente essere consapevoli dei titoli azionari che sono attualmente destinati a salire di prezzo e che si prevede registreranno anche massicci incrementi di valore a lungo termine». Il “redazionale” termina con un appello: «Ci sono diverse valide ragioni per cui dovresti assolutamente investire nel settore della difesa ora. Le opportunità di profitto sono estremamente buone!».

Memoria di altri bellicismi tedeschi

La prima azienda proposta è un gruppo tecnologico globale considerato un fornitore leader di tecnologie per la difesa e l’automotive. Dallo scoppio della guerra in Ucraina, il prezzo delle azioni di questa azienda è aumentato di oltre il 500%. Insomma – conclude l’annuncio apparso su Der Spiegel – i titoli del settore difesa sono in forte espansione per una serie di motivi e offrono un potenziale di crescita a lungo termine. «Agisci urgentemente adesso prima che sia troppo tardi!».

Forse, aggiungiamo noi, vogliono dire «prima che a qualcuno passi per la testa di firmare uno straccio di pace».

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21/05/2025

Draghi rilancia il manifesto per un imperialismo europeo

Mario Draghi ha messo in fila, uno dietro l’altro, i punti di crisi e i parametri fondamentali per un imperialismo europeo, inseguito da anni ma ancora rallentato dalle contraddizioni interne alla UE.

Lo ha fatto intervenendo a Coimbra lo scorso 14 maggio alla conferenza del Cotec (una fondazione privata per la competitività creata da Confindustria, ndr), al suo fianco, emblematicamente per un evento privato, c’era anche il Presidente della Repubblica Mattarella. Di questo evento abbiamo già dato conto nei giorni scorsi sul nostro giornale. Riteniamo però utile tornarci sopra perché l’intervento di Draghi va compreso bene.

L’obiettivo principale dell’evento – stando a quanto riporta il sito dedicato – è stato quello di definire azioni concrete per rafforzare la posizione dell’Europa nello scenario globale, promuovendo una cooperazione più stretta tra Portogallo, Spagna e Italia come modello di integrazione. “Un’attenzione particolare è stata dedicata alla creazione di partnership industriali nei settori strategici di Aerospazio e Difesa, Scienze della Vita e Salute, Microelettronica, High Performance Computing (HPC) e Intelligenza Artificiale”.

“Si dice spesso che “l’Europa avanza solo in caso di crisi”. Ma a dire la verità la nostra crisi è iniziata quasi vent’anni fa”, ha affermato Draghi nel suo intervento a Coimbra. “È in quel periodo che la costruzione geopolitica creata dopo la Seconda Guerra Mondiale, e che aveva raggiunto il culmine con la caduta dell’Unione Sovietica, ha iniziato a sgretolarsi. Ed è in quel periodo che abbiamo iniziato a restare indietro sul fronte dell’innovazione globale e della tecnologia. Da allora in poi, però, per la maggior parte del tempo abbiamo ignorato tutti i segnali”.

Dentro quello che definisce un periodo di profondi cambiamenti nel commercio e nelle relazioni internazionali, Draghi afferma che questi rappresentano un punto di rottura e per molti aspetti irreversibile:
“Questi cambiamenti sono in atto da diversi anni e la situazione aveva iniziato a deteriorarsi già prima dei recenti sconvolgimenti tariffari. Finora, la frammentazione politica interna e la crescita lenta hanno ostacolato una risposta europea efficace. Ma gli eventi recenti rappresentano un punto di rottura. Il vasto ricorso ad azioni unilaterali per risolvere controversie commerciali, insieme alla definitiva delegittimazione del WTO, hanno minato l’ordine multilaterale in un modo difficilmente reversibile”.
L’ex presidente della BCE denuncia come l’Unione Europea non sia ancora riuscita nell’opera di rendersi strategicamente autonoma dagli Stati Uniti:
“Le recenti azioni dell’amministrazione statunitense avranno certamente un impatto sull’economia europea. E anche se le tensioni commerciali dovessero diminuire, è probabile che l’incertezza persista e agisca come un vento contrario per gli investimenti in tutto il settore manifatturiero dell’UE. Ora, dovremmo chiederci come mai siamo finiti nelle mani dei consumatori statunitensi per guidare la nostra crescita. E dovremmo chiederci come possiamo crescere e generare ricchezza da soli”.
In un altro passaggio del suo intervento a Coimbra, Draghi sottolinea ancora meglio questo aspetto, evidenziando come la divaricazione di interessi con gli Stati Uniti non sia un fattore congiunturale, anzi si manterrà nel tempo, ragione per cui la UE deve ricominciare a pensare al suo mercato interno, un fattore su cui tornerà a insistere appena più avanti:
“Nel lungo periodo, tuttavia, è un azzardo credere che torneremo alla normalità nel nostro commercio con gli Stati Uniti, dopo una rottura unilaterale così importante in questa relazione – o che nuovi mercati cresceranno abbastanza velocemente da colmare il divario lasciato dagli USA. Se l’Europa vuole davvero essere meno dipendente dalla crescita degli Stati Uniti, dovrà produrla da sé”.
Come una sorta di legge del contrappasso, e piuttosto paradossalmente, è proprio un custode dell’ordoliberismo come Draghi a evidenziare come le scelte strategiche fatte nella UE dopo la crisi economica del 2007/2008 abbiano puntato esclusivamente su una politica fiscale restrittiva, sulla competitività internazionale e non sulla produttività interna ed infine siano stati penalizzati eccessivamente i salari e la domanda interna.
“Soprattutto dopo le crisi, abbiamo fatto uno sforzo deliberato per reprimere la crescita dei salari in modo da aumentare la competitività esterna. I nostri salari reali non sono riusciti a tenere il passo nemmeno con la nostra lenta produttività, mentre i salari reali negli Stati Uniti sono aumentati di 9 punti percentuali in più rispetto ai salari nell’area dell’euro nello stesso periodo.
Questa repressione salariale ha frenato i consumi e ha rafforzato il colpo alla domanda interna causato dalla politica fiscale restrittiva. Prima del 2008, la domanda interna nell’area dell’euro cresceva circa allo stesso ritmo degli Stati Uniti. Da allora, la domanda interna negli Stati Uniti è cresciuta a un ritmo più che doppio. Il terzo elemento è consistito essenzialmente nel rinunciare allo sviluppo del mercato interno come fonte di crescita”.
Scorrendo le osservazioni di Draghi, viene spontaneo – e pienamente legittimo – domandarsi come faccia a estraniare le proprie responsabilità da quelle della tecnocrazia imperialista europea che ha guidato la UE in questi decenni. In fondo Mario Draghi è stato per otto anni il governatore – non un commesso – della Banca Centrale Europea. L’impatto della politica monetaria, ad esempio sui salari, non poteva certo essergli un fattore sconosciuto.

Infine, e non certo per importanza, quando passa alle soluzioni Draghi torna a indicare quella dell’emissione di titoli di debito comune europeo (rifiutata quando c’era da affrontare l’emergenza e la crisi sociale in molti paesi della UE, ndr). Il debito comune del resto sembra essere la strada obbligata da percorrere per il finanziamento dei 4/5 degli 800 miliardi per il riarmo europeo.
“L’emissione di debito comune dell’UE per finanziare spese comuni è una componente chiave della tabella di marcia politica. Può garantire che la spesa aggregata non risulti insufficiente. E può garantire – soprattutto per la difesa – che maggiori spese avranno luogo in Europa e che contribuiranno all’efficacia operativa e a una crescita economica più elevata di quanto avverrebbe altrimenti”.
Tra le soluzioni e le priorità, Draghi precisa i contorni di quello che già con il suo Rapporto sulla competitività alla Commissione Europea era diventato il manifesto per l’imperialismo made in Europe nel XXI Secolo sul quale l’ex presidente della BCE evoca una brusca accelerazione dei processi:
“Potrebbe essere troppo tardi per influenzare gli eventi a breve termine. Anche se abbiamo fornito circa la metà degli aiuti militari all’Ucraina, probabilmente saremo spettatori passivi in un negoziato di pace che riguarda il nostro futuro e i nostri valori (...)
Crescita, energia e difesa sono le aree fondamentali in cui i governi devono provvedere ai loro cittadini, eppure in ciascuna di esse ci siamo trovati ostaggio della sorte ed esposti alle decisioni imprevedibili degli altri. Di conseguenza, lo stato d’animo diffuso tra industriali, lavoratori, politici e mercati è passato dalla noncuranza all’allarme. I rischi materiali cui andiamo incontro per la nostra crescita, i nostri valori sociali e la nostra identità, incombono su tutte le nostre decisioni (...)
Stiamo assistendo a grandi fratture istituzionali. Lo shock politico dagli Stati Uniti è massiccio. E ad esso si accompagnano un completo cambio di rotta in paesi come la Germania, e una nuova determinazione nella Commissione ad affrontare barriere e burocrazia. E abbiamo l’inizio di un piano d’azione, che è quello offerto dai recenti Rapporti. Le raccomandazioni di policy in esse contenute sono oggi, se possibile, ancora più urgenti”.
Leggendo le righe, e tra le righe, della relazione di Draghi a Coimbra emerge come dentro le classi dominanti in Europa sia in corso un’aspra battaglia politica sulle prospettive strategiche. È ancora in corso il braccio di ferro tra chi propende per una definitiva centralizzazione dei poteri decisionali e dei capitali a livello europeo – potremmo definire l’opzione pienamente imperialista – e chi difende ancora le prerogative decisionali nazionali su molti dossier decisivi.

Mario Draghi è sicuramente ascrivibile alla prima categoria, indubbiamente quella più pericolosa, per noi e per gli altri.

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24/03/2025

Germania e UE abbracciano il keynesismo militare

Pochi giorni prima del suo scioglimento, il parlamento uscente della Germania ha approvato in fretta una revisione della costituzione e un massiccio pacchetto di spesa per facilitare prestiti illimitati destinati alla militarizzazione.

Mezzo trilione di euro sono stati destinati alla vaga categoria di “infrastrutture e neutralità climatica”, mentre l’aumento della spesa militare è ora esentato dalla Schuldenbremse, la rigorosa legge anti-debito introdotta nel 2009. Il voto ha inaugurato il più grande programma di armamenti in Germania dalla fondazione della Repubblica Federale nel 1949.

L’Unione Cristiano-Democratica (CDU) e il Partito Socialdemocratico (SPD) – che formeranno un governo di coalizione quando il nuovo Bundestag si riunirà il 25 marzo – hanno ottenuto il sostegno dei Verdi per assicurarsi la maggioranza dei due terzi necessaria per modificare la “Legge Fondamentale” tedesca.

I tre partiti centristi si sono affrettati a far passare questi emendamenti nell’ultima settimana del parlamento uscente perché, altrimenti, avrebbero dovuto contare sul sostegno del partito di estrema destra Alternativa per la Germania (AfD), che ha ottenuto 69 seggi in più nel nuovo parlamento. Sebbene l’AfD non sia contraria all’aumento della spesa militare, collaborare con il partito di estrema destra rimane un tabù per molti tedeschi e avrebbe rischiato di prolungare i negoziati sulla militarizzazione e di provocare un maggiore malcontento nella popolazione.

Spinti dal trio CDU-SPD-Verdi, gli emendamenti hanno generato poca resistenza popolare e godono del sostegno dei leader aziendali, della lobby climatica e dei sindacati.

Dopo aver imposto ampie sanzioni alla Russia nel 2022 e aver perso terreno rispetto alla produttività cinese in settori chiave come le auto elettriche, l’economia tedesca è rimasta bloccata in una recessione biennale.

Con l’arrivo dei dazi statunitensi, la crescita prevista dello 0,2% per il 2025 sembra ora un’illusione. Sotto l’ombra di un terzo anno consecutivo di recessione, imprenditori, commentatori dei media e persino leader sindacali stanno ora sostenendo una strategia di “crescita attraverso gli armamenti” basata sul debito per rilanciare l’economia. È in questo contesto che devono essere compresi i nuovi emendamenti alla “Legge Fondamentale” tedesca.

Le modifiche alla “Legge Fondamentale” significano che il budget militare non ha più un limite superiore. I partiti centristi si rifiutano di indicare una cifra concreta per l’aumento previsto della spesa militare. Invece, tutto ciò che supera l’1% del PIL destinato alla spesa militare è stato semplicemente dichiarato, nelle parole della legge, “esentato dal freno al debito in futuro”.

Questo voto riecheggia il famigerato voto del 1914, in cui i socialdemocratici si unirono ai centristi per approvare all’unanimità i fondi per la guerra della Germania contro Francia e Russia. Tuttavia, a differenza del 1914, il governo tedesco oggi ha il potere di indebitarsi senza limiti.

Il “pacchetto di finanziamento speciale per le infrastrutture e la neutralità climatica” che accompagna l’aumento della militarizzazione sarà finanziato da 500 miliardi di euro di prestiti aggiuntivi. Questi fondi saranno distribuiti nell’arco di 12 anni. Tuttavia, la loro destinazione non è stata ancora specificata. I portavoce dei partiti hanno evidenziato reti ferroviarie e stradali, ponti, vie navigabili e porti, approvvigionamento energetico, istruzione e ospedali.

Tuttavia, con praticamente nessun obiettivo concreto stabilito, il prossimo governo CDU-SPD è libero di definire cosa rientri nella categoria di “infrastrutture”. Il “pacchetto di finanziamento speciale” serve in ultima analisi a due scopi: è una foglia di fico per placare infermieri, macchinisti e operai dell’auto in sciopero e amplierà le infrastrutture necessarie per la logistica militare.

La transizione verso un’economia di guerra è accolta come una vittoria a Berlino e Bruxelles. Da un lato, eserciti nazionali più forti in Europa possono aumentare ulteriormente la pressione sul principale nemico dell’Unione Europea (UE): la Russia.

Come ha dichiarato il primo ministro polacco Donald Tusk il 6 marzo 2025: “L’Europa deve unirsi a questa corsa agli armamenti e vincerla... Sono convinto che la Russia perderà questa corsa agli armamenti, proprio come l’Unione Sovietica perse una corsa simile 40 anni fa”.

Allo stesso tempo, l’aumento della spesa militare ha il potenziale di rilanciare le più grandi economie dell’UE. Mentre gli stati dell’UE attualmente dipendono fortemente dalle importazioni di equipaggiamenti militari statunitensi, la presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen ha ripetutamente sottolineato la necessità di “comprare più europeo”.

Per facilitare ciò, von der Leyen ha annunciato una nuova “Clausola di fuga nazionale” che permetterà agli stati membri di piegare regole fiscali altrimenti inflessibili se lo scopo è esclusivamente per la spesa militare. I prezzi delle azioni delle aziende europee di armamenti come Rheinmetall e Leonardo sono saliti alle stelle dopo l’annuncio dell’UE del piano “ReArm Europe” del valore di 800 miliardi di euro.

Il numero di persone impiegate nelle industrie degli armamenti dell’UE è cresciuto costantemente e, nel 2023, si attestava a circa 581.000 persone in tutta l’UE, circa il 15% in più rispetto al 2021.

Per quelle aziende dell’UE che lottano contro la superiorità cinese e il protezionismo statunitense, la militarizzazione offre anche un’ancora di salvezza. Volkswagen, ad esempio, ha recentemente annunciato che è aperta a tornare a produrre veicoli militari, una delle principali linee di produzione dell’azienda durante il Terzo Reich.

Le élite tedesche hanno quindi avviato una transizione completa dall’austerità neoliberale al keynesismo di guerra. La loro strategia può essere riassunta dalle parole dell’ammiraglio olandese Rob Bauer: “L’esercito può vincere le battaglie, ma è l’economia a vincere le guerre”.

La missione di “rovinare la Russia” richiede la mobilitazione totale del fronte interno. Il ministro della difesa tedesco, che dovrebbe tornare nel nuovo governo, ha fissato il 2029 come l’anno entro il quale il paese deve essere “pronto per la guerra”. La CDU sta quindi spingendo per una rapida reintroduzione della leva obbligatoria.

“Se l’Europa vuole evitare la guerra, l’Europa deve prepararsi alla guerra”, sono state le parole usate da von der Leyen lo stesso giorno in cui il parlamento tedesco ha votato per modificare la costituzione.

Queste parole riecheggiano i sentimenti del cancelliere Theobald von Bethmann Hollweg, che presiedette la sessione del Reichstag del 1914 che concesse i crediti di guerra al Kaiser alla vigilia della Prima Guerra Mondiale: “Solo in difesa di una causa giusta la nostra spada volerà dal fodero. Il giorno è arrivato in cui dobbiamo estrarla – contro la nostra volontà, contro i nostri onesti sforzi. La Russia ha dato fuoco alla casa. Siamo in una guerra forzata con la Russia e la Francia”.

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La sinistra tedesca si suicida al Bundesrat

di Yanis Varoufakis

Nel suo tentativo di diventare un partito “normale”, “accettabile”, Die Linke si è unito ai guerrafondai centristi radicali nella loro follia del riarmo.

Quella appena trascorsa è stata una settimana da libri di storia. Il parlamento tedesco ha modificato il freno costituzionale al debito per consentire spese militari illimitate, indipendentemente da quanto profondamente porteranno il bilancio federale in rosso. Nel frattempo, nessuna di questa generosità fiscale sarà destinata a investimenti in ospedali, istruzione, vigili del fuoco, asili nido, pensioni, tecnologie verdi, ecc.

In breve, quando si tratta di finanziare la vita, l’austerità resta sancita nella costituzione tedesca. Solo gli investimenti nella morte sono stati liberati dalla morsa costituzionale dell’austerità.

La ragione di fondo per questo cambiamento sconvolgente alla costituzione tedesca è semplice: i produttori di automobili tedeschi sono ormai troppo poco competitivi. Non riescono più a vendere con profitto le loro auto né in Germania né all’estero. Così, chiedono che lo Stato tedesco acquisti i carri armati che Rheinmetall produrrà sulle linee di assemblaggio inutilizzate della Volkswagen.

Per far sì che lo Stato paghi, era necessario aggirare il freno costituzionale al deficit. Sempre desiderosi di servire i loro padroni del Big Business, i partiti dei governi centristi permanenti si sono mobilitati per introdurre questo cinico cambiamento costituzionale, che annulla l’impegno della Germania del dopoguerra per la pace e il disarmo.

Per modificare la costituzione, i partiti centristi avevano bisogno di una maggioranza di due terzi in entrambe le camere del parlamento federale tedesco: il Bundestag (camera bassa) e il Bundesrat (camera alta), dove ogni stato federato è rappresentato in base alla sua dimensione e alla coalizione di governo statale. Sebbene i partiti centristi abbiano assicurato la loro maggioranza di due terzi nel Bundestag uscente, si sono trovati di fronte a un problema serio nel Bundesrat.

Die Linke, il “partito di sinistra”, che avevamo recentemente lodato per il buon risultato elettorale, aveva la possibilità di far sì che i governi statali di cui faceva parte (come parte di una coalizione locale) si astenessero nel voto del Bundesrat. Questo avrebbe bloccato l’emendamento costituzionale e inflitto un colpo mortale al ritorno insidioso del keynesismo militare.

Purtroppo, la leadership di Die Linke ha scelto di non usare il proprio potere, il proprio voto nel Bundesrat, per farlo. In breve, si sono uniti ai guerrafondai centristi radicali in questa pericolosa e costosissima follia del riarmo.

Gli elettori di Die Linke sono, giustamente, furiosi, e alcuni invocano persino la rottura delle coalizioni statali di cui il partito fa parte e l’espulsione dei funzionari coinvolti. Già il fallimento di Die Linke nel sollevarsi contro il genocidio in Palestina, e il successivo trattamento totalitario riservato dallo Stato tedesco a chi protesta contro quel genocidio, aveva compromesso la reputazione del partito agli occhi dei progressisti non solo in Germania, ma anche oltre confine.

Nulla distrugge l’integrità etica di un partito di sinistra più rapidamente di una leadership troppo desiderosa di essere “accettata” da un centro radicalizzato che si muove costantemente verso l’estrema destra xenofoba e guerrafondaia.

Era già abbastanza grave che i leader di Die Linke sentissero il bisogno di chiudere un occhio sul progetto genocida e di apartheid di Israele. Ora, questa settimana, hanno compiuto il passo successivo verso l’oblio politico: hanno usato i loro voti nel Bundesrat per sancire, per la prima volta dal 1945, il keynesismo militare nella costituzione tedesca.

Buonanotte, Die Linke. E buona fortuna.

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16/03/2025

La Germania del grande riarmo gioca sporco con la costituzione

Germania: anche i Verdi si mettono in testa l’elmo chiodato prussiano e firmano l’accordo, per sostenere il massiccio riarmo del Paese. Ma lo fa un parlamento a due giorni dalla sua scadenza, la vecchia maggioranza cancellata dalle recenti elezioni che non avrebbe i numeri. Gioco sporco, sporchissimo. Politica al mercato dei favori e fabbriche di carri armati al posto delle Volkswagen.

Parlamento uscente riesumato

Emendamento costituzionale con almeno due terzi di parlamentari, e due giorni ancora di incarico prima di dover lasciare il posto ai neo eletti che non avrebbero i numeri per autorizzare quei mille miliardi di debito per la nuova Germania armata. Ma ogni compromesso si paga, e per il voto dei Verdi cacciati fuori dal governo, il Cancelliere in pectore, Friedrich Merz, ha dovuto garantire una parte di quei mille miliardi di euro previsti per lo ‘stimolo poliennale’ all’economia, di cui una buona parte riservata alle nuove ‘panzerdivisionen’, a infrastrutture e per la transizione energetica. Scelta compiuta con il peggiore artificio politico possibile.

Il ‘patto del diavolo’

Quello che per alcuni è una sorta di ‘patto del diavolo’, nasce dalla necessità di cambiare la Costituzione... in un paio di giorni. Infatti, per rifare di tutto punto anche la Wehrmacht, Merz deve prima far togliere la clausola sulla famosa «Schuldenbremse», o ‘freno del debito’. Cioè, un argine messo per legge alla possibilità dello Stato di indebitarsi. E siccome da ora in poi saranno cambiali a profusione (diciamo Titoli di stato) e ‘pagherò’, come non si vedevano dall’epoca della Repubblica di Weimar, ecco che bisogna rimangiarsi gli impegni solennemente sottoscritti in precedenza. Per farlo ci vuole una maggioranza qualificata (dei due terzi) che Merz non ha, nel Parlamento appena eletto. E che problema c’è, dicono a Berlino, usiamo quello vecchio, che scade tra un paio di giorni. Il Bundestag nuovo è pieno di ‘populisti’ e di ‘sinistri’ (quelli veri, della Linke), brutti, cattivi e rompiballe. Che non farebbero mai passare un riarmo da mille miliardi (comprese le infrastrutture, per carità). Un riarmo necessario, è la logica non tanto stringente di Merz, se vorremo evitare di vedere i cosacchi abbeverare i loro cavalli sotto la Porta di Brandeburgo.

E la democrazia?

È chiaro, in questo caso forse esce con qualche ecchimosi, se si pensa che a cambiare la Costituzione è un Parlamento già scaduto e poi disinvoltamente riconvocato in via straordinaria. D’altronde, la Corte costituzionale ha bocciato i ricorsi delle opposizioni, dicendo che, in punta di diritto, quella che appare una solare forzatura si può fare. E comunque, dopo il Bundestag toccherà al Bundesrat, la Camera regionale. E là può succedere ancora di tutto. Il messaggio che si vuol far passare è che la guerra va considerata motore dello sviluppo. O, almeno, la paura (magari esagerata a tavolino) di assai ipotetiche ‘invasioni’, viene usata come scusa per spendere e spandere denaro pubblico. Dei contribuenti. E per restare abbarbicati alle poltrone del potere. A Berlino credono di aver trovato la formula magica, per uscire dalla crisi economica: fare debiti. A tanti zeri, facendoli pagare (quando sarà) alle giovani generazioni. Per questo, i ‘padroni del vapore’ stanno escogitando un vero trucco di prestidigitazione costituzionale, eliminando la clausola del ‘freno del debito’.

Everest di denaro per cannoni e bombarde

Vogliono spendere mille miliardi di euro ‘per difendere la Germania’ (da Putin), e per stimolare la loro economia. Un Everest di denaro destinato a cannoni e bombarde, per un riarmo da potenza imperiale che non si vedeva più dai tempi del Kaiser Guglielmo II. Tanto per non nominare personaggi assai più nefasti, nella memoria collettiva. «La corsa al riarmo – scrive il Financial Times – potrebbe rappresentare una spinta molto necessaria per la produzione manifatturiera tedesca, colpita dalla crisi dell’industria automobilistica, dalle imminenti guerre commerciali e dalla crescente concorrenza delle importazioni cinesi di acciaio e automobili a basso costo. A questo proposito – aggiunge il quotidiano finanziario britannico – va sottolineato che il produttore di armi tedesco Rheinmetall, le cui azioni sono quasi raddoppiate quest’anno, sta convertendo alcuni dei suoi stabilimenti nazionali di componenti per auto per produrre equipaggiamento militare. Il mese scorso il produttore di carri armati franco-tedesco KNDS ha accettato di rilevare e convertire una fabbrica di produzione di treni di Alstom nella città orientale di Görlitz per produrre parti per carri armati da combattimento e altri veicoli militari». Tutto molto chiaro.

Crisi geopolitiche come scusa

Esiste un progetto ‘multinazionale’, che sfrutta le crisi geopolitiche come valvola di sicurezza per i mercati e per cercare di tenere a galla il settore manifatturiero. La saldatura tra élites di governo, grande finanza e industria ad alta tecnologia chiude un cerchio, che usa la costante minaccia di un rovinoso conflitto come motore per una garanzia della domanda. Dunque, il modello tedesco offre un teorema interpretativo che può farci capire la logica più profonda del “ReArm Europe”. D’altro canto, alle recenti elezioni generali, chi governava (la coalizione di centro-sinistra) è uscito con le ossa rotte, mentre l’opposizione (si fa per dire) cristiano-democratica ha vinto, ma solo ‘per modo di dire’. Nel senso che ha una maggioranza relativa che, per poter governare, praticamente non le serve a niente. Ha bisogno, insomma, di mettere in piedi una Grosse koalition, appunto con l’SPD e, forse, con i Verdi. Attenzione, però: nel Paese hanno preso quota i partiti anti-sistema, spesso definiti un po’ genericamente ‘populisti’. Specie a Est, in Brandeburgo, Turingia e Sassonia, queste formazioni, di destra e di sinistra, hanno avuto un boom. Mettendo all’angolo, in primis, i socialdemocratici e arginando anche il possibile recupero dei centristi della CDU.

Ex Germania dell’est

Insomma, la Germania, specie l’ex DDR, sta diventando un caso-scuola da scienza politica. Anzi, da affidare ai raffinati interpreti della dinamica dei flussi elettorali e a coloro che studiano il processo di ‘fabbricazione del consenso’. Qui i problemi ‘di sistema’ (sociali ed economici) scatenati dai rivolgimenti geopolitici, non hanno trovato risposte adeguate da parte dei partiti tradizionali. Così è esplosa non solo l’estrema destra xenofoba di Alternative fur Deutschland, ma anche la formazione radicale di sinistra di BSW, ‘costola’ (ma sarebbe meglio dire ‘scheletro intero’) di Die Linke.

Quest’ultima ha avuto anch’essa una buona affermazione elettorale e si qualifica, comunque, per essere un partito che fa opposizione intransigente all’attuale blocco consociativo che governa la Germania. A Est, il blocco elettorale rappresentato da questi partiti anti-sistema supera in quasi tutte le aree il 50%. Ma questo non interessa Herr Merz il quale, infoiato da soldi e cannoni, è arrivato a dire trionfante: «La Germania è tornata!». Suona quasi come una sgradevole minaccia...

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09/03/2025

Per sanità e istruzione non è possibile derogare alle ferree regole europee. Per le armi sì

di Alessandro Volpi

Il piano europeo “ReArm Europe” presentato dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, sul quale è stata trovata una sostanziale condivisione da parte degli Stati membri, è ancorato a una prospettiva totalmente bellicista.

Il piano infatti parte dalla prospettiva che l’Europa stia per entrare in una sorta di Terza guerra mondiale contro la Russia e contro chi sosterrà Mosca, senza poter disporre di alcun aiuto americano; una costruzione di fantapolitica a cui mancano troppi elementi di realtà. Ma la politica del riarmo ha bisogno di una retorica della difesa da una possibile invasione russa dopo che gli Stati Uniti hanno sospeso gli aiuti all’Ucraina e implica un vero e proprio cambiamento di paradigma per cui gli europei devono destinare la gran parte della propria spesa pubblica e dei capitali privati al riarmo.

Le manifestazioni per la pace diventano rapidamente l’espressione di una visione dove essere armati diviene un obbligo, una sorta di dovere morale, e l’unico vero deterrente contro la guerra, secondo un modello storicamente devastante che ha generato soltanto drammatici conflitti.

La Russia è un nemico irriducibile con cui non si può negoziare se non dopo la sua sconfitta e dunque ogni spazio di mediazione, di confronto, di dialettica sparisce, sostituito dalla narrazione belluina del nemico. Il pragmatismo dei tanti “pacifisti armati” pare dimenticare del tutto che le guerre si evitano prima di tutto rimuovendo lo “spirito della guerra” come dominus delle relazioni internazionali.

Il paradosso però è che mentre ci armiamo dichiariamo esplicitamente di non voler mandare un solo soldato sul fronte, coltivando un fariseismo che è ormai il tratto tipico della fase attuale. Cosa che induce la Commissione europea a rimuovere i vincoli del Patto di stabilità soltanto per il riarmo, proprio perché si tratta di un imperativo categorico, ormai di matrice morale: se gli Stati aumenteranno almeno dell’1,5% del loro Pil la spesa per il riarmo, potranno farlo senza che quella spesa rientri nei vincoli del Patto.

In altre parole, non è possibile derogare alle ferree regole europee per la sanità, ormai in profonda crisi, per la spesa sociale, legata al crescente impoverimento, per l’istruzione, per la transizione ecologica, per la tutela del territorio, ma per le armi sì. Alla luce del dovere morale di riarmarsi diventa superfluo il fatto che l’Europa abbia bisogno di maggiori risorse pubbliche per fronteggiare l’invecchiamento della popolazione, per l’istruzione di milioni di giovani legati ai grandi spostamenti di popolazione, alla trasformazione produttiva in termini sostenibili, alle profonde disuguaglianze.

Nessuna di queste esigenze strutturali ha un valore paragonabile a quello delle armi, tanto da consentire ai singoli Stati membri non solo di tenere fuori dal Patto le spese militari ma di poter negoziare persino le somme attribuite per le politiche di Coesione o per altre finalità purché simili rinegoziazioni finiscano in armi.

Nell’orizzonte del “ReArm Europe” compare, esplicito, l’invito a creare un mercato unico dei capitali e a favorire strategie di finanziarizzazione verso il settore delle armi, anche attraverso la Banca europea degli investimenti, così da facilitare la piena declinazione del capitalismo in termini bellici.

Il Piano è l’indicazione per i grandi fondi Usa – BlackRock, Vanguard e State Street – per quelli europei, tipo Amundi, e per le grandi banche di comprare i titoli dell’industria delle armi – peraltro ben specificata dal documento “difesa aerea e missilistica, sistemi di artiglieria, missili e munizioni, droni e sistemi anti-drone” – mettendo in secondo piano le altre forme di investimento, con la conseguenza di generare una vera e propria, colossale bolla speculativa.

Così le “manifestazioni pro-Europa” un risultato immediato lo stanno ottenendo ed è l’impennata dei titoli azionari delle principali imprese di armi europee in grado di registrare record e di riorganizzarsi rapidamente. Non è un caso che la Borsa tedesca sia trascinata da Rheinmetall, quella italiana da Leonardo, quella francese da Thales e quella inglese da Bae Systems.

Peraltro Rheinmetall e Leonardo hanno annunciato una joint venture e la loro forte crescita azionaria trascina con sé quella delle banche come Unicredit, che hanno legami stretti proprio con quel tipo di industrie. A rinfocolare simili aspettative si aggiunge al “ReArm Europe” la decisione della Commissione di indirizzare i fondi di vari programmi europei alla corsa agli armamenti mettendo insieme subito una dote di 144 miliardi di euro. A ciò possono contribuire le politiche della Bce che si è dichiaratamente espressa a favore del Piano di riarmo, con riduzione dei tassi al 2,65% e soprattutto con la chiara indicazione che il Pil, ora stimato per il 2025 a meno dell’1%, possa crescere solo con la riconversione armata.

L’Europa è in guerra e vuole un’economia di guerra che distruggerà il sistema produttivo, violenterà i sistemi di welfare e coltiverà odi nazionalistici capaci di distruggere il senso di convivenza collettiva.

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UE - Riarmo tra indipendenza dagli USA e keynesismo militare

di Domenico Moro

Dwight Eisenhower, presidente degli Stati Uniti, nel 1961 denunciò il pericolo rappresentato dal “complesso militare-industriale”, riferendosi all’intreccio di interessi tra l’industria bellica, i rappresentanti del Congresso e le Forze Armate, che poteva condizionare profondamente la politica statunitense. Pochi anni più tardi, nel 1966, uscì un importante lavoro di due economisti statunitensi, Baran e Sweezy, intitolato Il capitale monopolistico. Saggio sulla struttura economica e sociale americana, nel quale si dimostrava che solo grazie alla spesa militare e all’industria bellica il capitalismo Usa poteva contrastare la sua crisi e contenere la disoccupazione.

In sostanza, la spesa bellica (e ancora di più le guerre) rappresentano una sorta di “keynesismo militare” che, come prevede la versione originale di Keynes, si basa sulla spesa pubblica per sostenere l’economia capitalistica. Soltanto che tale spesa, invece di essere indirizzata verso il settore civile (infrastrutture, welfare state, ecc.), è indirizzata verso quello militare. La spesa militare rappresenta una tipologia di spesa pubblica che per il capitale è più accettabile, perché i finanziamenti statali vanno direttamente alle imprese e soprattutto perché gli investimenti pubblici non vanno a finanziare un concorrente dell’impresa privata. Ad esempio, un’ampia e d efficiente sanità pubblica rappresenta un pericoloso concorrente per la sanità privata.

Nel 2024 si è registrata una corsa dei fondi di investimento verso il settore della difesa statunitense. La ragione stava nella guerra in Ucraina e nel budget della difesa statunitense che è di gran lunga il più massiccio a livello mondiale, essendo pari a 913 miliardi di dollari (2023) contro i 313 miliardi della Ue, i 296 della Cina e i 109 della Russia[i]. Gli esperti prevedevano che la rielezione di Trump avrebbe determinato un ulteriore aumento della spesa militare, spingendo gli investimenti dei fondi anche nel 2025.

Il nuovo presidente americano, però, sembra assumere una posizione di discontinuità con le precedenti amministrazioni, oltre che sulla politica estera e sulla guerra in Ucraina, anche sul budget della difesa. Infatti, Trump intende ridurre il bilancio del Pentagono di circa un terzo in un quinquennio, al ritmo dell’8% l’anno. Di fatto, il budget militare scenderebbe dai circa 900 miliardi del 2025 ai 600 miliardi del 2030. Non a caso, a seguito della notizia della riduzione della spesa militare, Wall Street ha penalizzato i titoli del settore a partire da Loockheed Martin, la più importante impresa militare degli Usa e del mondo. Le intenzioni di Trump, se confermate, penalizzeranno uno dei centri del potere politico degli Usa e uno dei settori trainanti della loro economia. Questo, tra le altre cose, dimostra come le basi sociali e di classe dell’amministrazione Trump non siano le tradizionali élite capitalistiche, come quelle del complesso militare-industriale e il mondo della finanza, ma altri settori, tra cui quello della manifattura e quello dei “nuovi ricchi” delle big tech.

Se, da una parte, Trump riduce la spesa militare statunitense, dall’altra parte rivolge pressanti richieste all’Europa di aumentare la propria spesa militare e minaccia di non garantire più la sicurezza del continente attraverso la Nato. Molti paesi europei hanno una spesa militare al di sotto del 2% sul Pil (l’Italia ad esempio nel 2023 stava all’1,61%), che era il vecchio limite di spesa richiesto dagli Usa. Ora, Trump chiede che la spesa arrivi addirittura al 5% del Pil, il che significherebbe spendere il doppio di quanto si spende oggi. A fronte dei tagli statunitensi, l’aumento della spesa europea ribalterebbe la proporzione del finanziamento della Nato, oggi coperto per due terzi dagli Usa e per un terzo da Europa e Canada.

La questione dell’aumento della spesa militare e della realizzazione di una difesa europea, a partire da una industria maggiormente integrata, è uno dei temi più discussi in Europa. Ad ostacolare l’aumento e l’efficacia della spesa militare sono due ordini di problemi. Il primo sono i vincoli di bilancio posti dai trattati europei che impongono una rigorosa disciplina di bilancio, che non permette di superare il 3% di deficit annuo. Il secondo è la frammentazione dell’industria europea in tante industrie nazionali, ognuna delle quali produce la sua tipologia di mezzo militare (ad esempio il proprio tipo di carro armato), mentre gli Usa ne producono solo di un tipo, realizzando efficienti economie di scala.

Non a caso, Mario Draghi, dopo aver scritto un rapporto per la Commissione Europea anche su questi temi[ii], è così intervenuto alla Settimana Parlamentare Europea del 2025: “Potremmo essere lasciati soli a garantire la sicurezza dell’Ucraina e della stessa Europa. Eppure i nostri sistemi di difesa restano in una condizione di vulnerabilità perché la frammentazione della capacità industriale lungo le linee nazionali impedisce la necessaria scala. (…) Anche se siamo il terzo paese al mondo per spesa, non saremmo in grado di soddisfare un aumento dei finanziamenti per la difesa con la nostra capacità produttiva. (…) I sistemi nazionali non sono né interoperabili, né standardizzati in alcune parti chiave della catena di fornitura. Questo è uno dei tanti esempi in cui l’Ue è inferiore alla somma delle sue parti”.[iii]

Draghi ha fatto anche una stima del budget necessario per i maggiori investimenti della Ue nella difesa, nell’innovazione e nella competitività: ben 800 miliardi l’anno. Questi finanziamenti dovrebbero essere trovati, secondo Draghi, utilizzando gli spazi fiscali degli Stati nei singoli quadri giuridici. La risposta a Draghi è arrivata prontamente dalla presidente della Commissione europea, Ursula von Der Leyen, che ha aperto alla possibilità di scorporare le spese della difesa dal computo del deficit pubblico dei singoli stati, come chiedeva da diverso tempo il governo Meloni. Quindi, ecco che, scartata la possibilità di emettere debito europeo per la nota avversione della Germania, si può derogare a livello nazionale ai vincoli di Maastricht per il riarmo, cosa che non si è voluta fare per il welfare state, dalle spese sanitarie a quelle per l’istruzione. Successivamente la von der Leyen ha proposto Rearm Europe, un piano di riarmo dell’Europa del valore di 800 miliardi. Tale piano prevede, oltre allo scorporo delle spese di difesa, anche un nuovo strumento comunitario che permette di raccogliere 150 miliardi garantiti dal bilancio Ue. Il denaro raccolto verrà poi prestato ai singoli Stati per la produzione di armi. Inoltre, gli Stati che lo desiderano potranno riorientare verso la difesa i fondi di coesione mentre altri fondi verranno dalla Banca europea degli investimenti (Bei). Si punta così a un aumento medio delle spese per la difesa dell’1,5% del Pil per ogni Paese, che in Italia vale 30-35 miliardi.

A questo proposito, bisogna dire che la maggiore spesa sarà a debito. Quindi, aumenterà l’indebitamento statale. Ciò non rappresenta un problema perché è in contrasto con i parametri europei, dal momento che si è deciso lo scorporo delle spese della difesa, ma perché porta alla riduzione dei livelli di rating, provocando, di conseguenza, un aumento degli interessi da pagare sul debito. Pertanto, non solo si spendono per le armi quei soldi che per la sanità o l’istruzione non si trovano, ma c’è il pericolo concreto che, per limitare la crescita del debito, i governi europei decidano di tagliare ulteriormente la spesa per il welfare.

Comunque, l’aumento della spesa militare è già avvenuto e si sta rafforzando in diversi paesi. Ad esempio, il Regno Unito ha annunciato che aumenterà il budget militare dal 2,3% al 2,5% sul Pil entro il 2027. Soprattutto, la nuova tendenza sta interessando la Germania, che, con il governo Scholtz aveva già varato un extra budget per la difesa di 100 miliardi di euro e ora, su proposta del cancelliere in pectore Merz, pensa di stanziare altri 200 miliardi. Merz sta tentando in tutta fretta di far approvare la misura dal parlamento uscente, visto che in quello che subentrerà Afd e Die Linke hanno i numeri per affossarla.

La previsione di un sostenuto riarmo e del conseguente aumento dei budget della difesa hanno messo il turbo alle imprese belliche del vecchio continente, che già beneficiavano della guerra in Ucraina. A fronte del calo di borsa registrato dalle omologhe statunitensi, le imprese belliche europee hanno visto salire il valore delle loro azioni dall’inizio dell’anno, portando di recente le borse europee a nuovi record. Ad esempio, la tedesca Rheinmetall ha messo a segno un guadagno sui suoi titoli di borsa del +61%, la francese Dassault Aviation del +25%, e la britannica Bae Systems del +20%.  A crescere sono anche le imprese italiane del settore: Leonardo del +49,7% e Fincantieri del +40,6%[iv].

Tuttavia, l’industria della difesa europea presenta i limiti che ha evidenziato Draghi. Le imprese europee, essendo ancora nazionali, non hanno le dimensioni adeguate per effettuare economie di scala e sopportare la concorrenza delle imprese statunitensi e cinesi. Nella classifica stilata dal Sipri tra le prime 10 imprese mondiali le prime 5 sono statunitensi, 3 sono cinesi (8°,9° e 10° posto) una russa (7° posto) e una britannica (6° posto) (2023). Le prime imprese della Ue in classifica sono la franco-tedesca-spagnola Airbus, al 12° posto, e l’italiana Leonardo, al 13° posto[v]. Per questa ragione le imprese europee cercano di raggrupparsi in grandi alleanze. Non a caso, Cingolani, amministratore delegato di Leonardo, ha affermato: “...sono disposto a cedere il 20% del mio business nazionale se potrò prendere il 5% di quello mondiale”.[vi]

Per queste ragioni, c’è da nutrire dubbi sulla capacità dell’industria europea di soddisfare la crescente richiesta di sistemi d’arma da parte degli Stati della Ue, che potrebbero rivolgersi, come accade già oggi, all’industria Usa: dal gennaio 2022, per sostenere l’Ucraina, gli europei hanno ordinato 185 miliardi di armi statunitensi. Ben il 70% delle importazioni di armi dei Paesi europei viene da un Paese extra Ue, il 55% dagli Usa.[vii] Ciò presenta dei problemi inerenti proprio a quanto gli Stati europei dichiarano di voler perseguire, l’indipendenza dagli Usa. In molti sistemi d’arma acquistati dagli Usa, ad esempio negli aerei F35, è in vigore una specie di “doppia chiave”: in altre parole le armi funzionano se gli Usa accettano l’ingaggio. Inoltre, malgrado le intenzioni di creare una industria Ue, che possa costituire le basi di un esercito europeo, ci sono delle resistenze in questo senso. L’industria militare nazionale, come le Forze Armate nazionali, è gelosamente difesa dai singoli Stati europei perché rappresenta la garanzia della sovranità nazionale. Anche i consorzi per la costruzione di nuovi sistemi d’arma non sempre vedono impegnate insieme imprese dell’Ue. Ad esempio, per il programma di aereo da caccia di sesta generazione l’Italia è insieme con due paesi extra Ue, il Regno Unito e il Giappone, ai quali potrebbe aggiungersi l’Arabia Saudita, mentre Germania, Francia e Spagna stanno sviluppando un loro programma. Un altro esempio in questo senso è la jont venture paritetica tra Italia (Leonardo) e Turchia (Baykar) per la produzione di droni militari.

Per concludere, quali sono le cause di questo riarmo europeo? Sicuramente, come dice Draghi, l’orientamento dell’amministrazione Trump di non sostenere più l’Europa dal punto di vista della difesa sta incidendo molto. Del resto, Merz, dopo la sua vittoria alle elezioni tedesche, ha espresso come prima cosa da fare la realizzazione dell’indipendenza della Germania dagli Usa, a partire dal campo della difesa. Ma c’è da dire che il riarmo europeo è coerente con una ripresa dell’attivismo del Regno Unito e della Francia, che continuano a sostenere Zelensky, sono scettiche sull’accordo che gli Usa stanno facendo con la Russia e hanno proposto di inviare un contingente militare europeo in Ucraina.  Dietro queste prese di posizione c’è la mai sopita nostalgia di Francia e Regno Unito per la loro passata storia imperialista e la volontà di mantenere lo status di grande potenza. Inoltre, da una parte, il Regno Unito sta difendendo la sua posizione di partner economico privilegiato dell’Ucraina, sancito dall’accordo siglato a gennaio, che gli garantisce lo sfruttamento delle risorse minerarie ucraine, quelle stesse risorse su cui anche Trump ha messo gli occhi[viii]. Dall’altra parte, la Francia, oltre a cercare una rivalsa per le posizioni perse in Africa ad opera della Russia e ad avere interessi economici in Ucraina, mira a capeggiare la difesa della Ue grazie al fatto di essere l’unica potenza nucleare continentale. Diverso è l’atteggiamento delle due potenze uscite sconfitte dalla Seconda guerra mondiale, Germania e Italia, che si sono dichiarate sfavorevoli all’invio di contingenti europei in Ucraina. Tuttavia, Germania e Italia, che nel 2023 spendevano per la difesa rispettivamente l’1,52% e l’1,61% sul Pil[ix], sono per l’aumento delle spese belliche e per la continuazione del sostegno militare all’Ucraina.

Un altro aspetto importante che giustifica il riarmo è il “keynesismo militare”, cioè l’uso della spesa militare in funzione di stimolo dell’economia europea che è in stagnazione, specialmente quella tedesca, che viene da due anni di recessione. Inoltre, non dobbiamo scordarci che la spesa militare ha un impatto sulla ricerca scientifica con importanti ricadute anche sul settore civile, dato che molte tecnologie militari sono dual use. Draghi su questo è stato esplicito nella audizione davanti al Parlamento europeo e nel suo rapporto, in cui scrive: “Il settore della difesa rappresenta un importante motore di innovazione per l’intera economia”[x]. Alla riunione dei ministri delle finanze del G20 anche il ministro dell’economia, Giancarlo Giorgetti, è stato chiaro, lanciando la proposta di un “Recovery Plan per la Difesa” visto anche come un modo per “rilanciare l’industria e la crescita europee”.[xi] Sempre nella stessa occasione, la ministra delle finanze britannica, Rachel Reeves, ha preannunciato interventi chiari sul ruolo della difesa come un “fondamento” della crescita economica. Infine, l’autorevole Kiel Institut fuer Weltwirschaft ha pubblicato uno studio in cui sostiene che, se si porta la spesa militare della Germania tra il 2% e il 3,5%, ciò può determinare un beneficio per l’intera economia che ammonta tra lo 0,9% e l’1,5% del Pil[xii].

In conclusione, gli avvenimenti recenti, legati al nuovo atteggiamento statunitense nei confronti di Russia e Ucraina, accentuano la tendenza verso il riarmo dell’Europa, favorita, da una parte, da pulsioni ad assumere una postura da grande potenza e, dall’altra parte, da un nuovo “keynesismo militare”. Appare, però, altamente improbabile che l’Europa riesca ad assumere una posizione neo-imperiale indipendente dagli Usa e dalla Nato, a fronte della divisione in nazioni con rivalità storiche e con interessi strategici diversi e a fronte del restringimento della sua base industriale.

Note

[i] Sipri, Military Expenditure Database.

[ii] Mario Draghi, Il futuro della competitività europea, settembre 2024. https://www.eunews.it/wp-content/uploads/2024/10/00_Rapporto-Draghi-parte-A.pdf https://www.eunews.it/wp-content/uploads/2024/10/00_Rapporto-Draghi-parte-B.pdf

[iii] Cit. in Luca Carrello, “Draghi: l’Europa resterà sola a proteggere l’Ucraina”, Milano Finanza, 19 febbraio 2025.

[iv] Mara Monti, “Il settore della difesa vola in Europa sulla corsa alle armi”, Il Sole24ore, 28 febbraio 2025.

[v] Sipri, Arms Industry Database.

[vi] Cit. in Simona Rossitto, “Leonardo: <<In Europa servono grandi alleanze>>”, Il Sole24ore, 3 dicembre 2024.

[vii] Mara Monti, “Dai Paesi extra Ue arriva in Europa il 70% delle armi”, Il Sole24ore, 7 marzo 2025.

[viii] https://commonslibrary.parliament.uk/uk-ukraine-100-year-partnership-agreement/

[ix] Sipri, Military Expenditure Database.

[x] Mario Draghi, Il futuro della competitività Europea. Parte B-Analisi approfondita e raccomandazioni, settembre 2024, p.175.

[xi] Emilia Patta, “Meloni: <<Pace sotto la Nato>> Crosetto: eserciti nazionali restano”, Il Sole24ore, 27 febbraio 2025.

[xii] Tonia Mastrobuoni, “La prima sfida di Merz Abbattere il tabù debito per ripartire”, Affari & Finanza de la Repubblica, 3 marzo 2025.