Il 25 aprile del 1974 una rivolta militare – sostenuta da un’ampia mobilitazione popolare – metteva un deciso stop al regime dittatoriale di António de Oliveira Salazar e del suo delfino Marcelo Caeteno che durava da decenni nel paese lusitano. La fine di questa dittatura provocò anche l’implosione del sistema coloniale portoghese (Guinea Bissau, Mozambico, Angola, Capo Verde, Sao Tomè e Principe).
Il 25 aprile, a mezzanotte, dalle frequenze di Radio Renascença viene trasmessa una canzone proibita dal regime: Grândola Vila Morena, di Zeca Afonso. Questo atto è il segnale di inizio di una delle più epiche rivoluzioni della storia europea.
Incitati dalle note di uno chansonnier i militari escono dalle caserme, questa volta non per marciare contra o povo – come era successo appena un anno prima in Cile per abbattere il governo di Salvatore Allende – ma per liberarlo.
Il putsch militare, condotto dai settori progressisti dell’esercito, fu soprattutto la risultante di un lungo lavorio, nei duri anni della repressione autoritaria, condotto clandestinamente dai comunisti, dai socialisti e – nei territori coloniali – dalle organizzazioni politico/militare dei vari movimenti di liberazione nazionale.
L’indipendenza delle colonie portoghesi ebbe effetti anche su altre lotte di liberazione africane. Il regime salazarista (e quello di Caetano) erano stati stretti alleati del Sudafrica dell’apartheid e della Rhodesia segregazionista di Ian Smith.
Così stretti, che i velivoli sudafricani, cui nessun aeroporto sul continente africano permetteva di atterrare, nelle loro rotte con l’Europa facevano scalo nell’isola di Sal a Capo Verde, dove i portoghesi offrivano loro il carburante per proseguire.
Non solo: i ribelli rhodesiani che sconfinavano in Mozambico trovavano la dura opposizione dei militari portoghesi che li respingevano e spesso li consegnavano alle forze di sicurezza di Salisbury.
Con l’indipendenza del Mozambico, la guerra in Rhodesia voltò pagina in direzione progressista e tendenzialmente socialista. Una nuova stagione si aprì così per l’Africa australe e per il complesso del movimento anti-coloniale internazionale.
Ovviamente l’MFA (la denominazione del Movimento delle Forze Armate) aprì la strada ad un processo di forte protagonismo popolare e sociale nel paese e di grande attivismo politico che fece irruzione in un Mediterraneo dove ancora permanevano regimi fascisti come nella Spagna Franchista, nella Grecia dei Colonnelli o come nella stessa situazione italiana, dove lo stragismo di Stato e le scorribande squadristiche erano una pesante costante per arginare il movimento operaio e le sue organizzazioni.
Il tutto avveniva in un “mondo bipolare”, dove la contrapposizione USA/URSS aveva nel Mediterraneo una sua linea di faglia molto sensibile e la NATO era (ed è ancora tutt’ora) uno strumento di comando, controllo e di aggressione interna ed esterna ai propri confini ed area d’influenza.
Anche per la persistenza di questo complesso contesto generale, la Rivoluzione dei Garofani (come fu denominata questa bella vicenda politica) ebbe un grande eco nel nostro paese, dove si svolsero grandi e partecipate manifestazioni a sostegno della lotta e della vittoria conseguita dal popolo portoghese.
Molti compagni e dirigenti dell’allora sinistra rivoluzionaria (Lotta Continua in primis) si recarono in Portogallo per conoscere dal vivo e studiare questa esperienza che – nell’approvazione della Costituzione del 1976 – sancì, anche formalmente, un “percorso di transizione al Socialismo” e l’obiettivo di una “società libera, giusta e solidale“.
Successivamente – anche a causa della controffensiva borghese a tutto campo e della pesante gabbia rappresentata dalla divisione dell’Europa in blocchi tra le due superpotenze – le ragioni della Rivoluzione dei Garofani si affievolirono e l’intero moto sociale si depotenziò progressivamente.
Successivamente molti dirigenti dell’MFA o del Partito Comunista Portoghese subirono ondate repressive, carcere ed esilio.
In altra sede ritorneremo con più accuratezza ed argomentazione su questa originale esperienza storica e sui suoi esiti. In ogni caso tale vicenda rappresentò – comunque – un tentativo di Rivoluzione in Occidente dopo lo snodo/cesura della Seconda Guerra Mondiale, la configurazione geo-politica che era scaturita dalla Conferenza di Yalta e la rigida persistenza della contrapposizione Est/Ovest.
Intanto ricordiamo la liberazione di questo popolo dalla dittatura, la fine della lunga stagione di rapina esercitata dal colonialismo portoghese in Africa e la straordinaria funzione “di avanguardia e di massa” oltre che di autentica “direzione politica” che seppero svolgere i comunisti del Portogallo in quel complicato tornante storico e materiale.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/07/2020
Sulle conclusioni del Consiglio Europeo
di João Ferreira, parlamentare europeo del Partito Comunista Portoghese
da http://www.pcp.pt
Traduzione di Marx21.it
Offriamo ai nostri lettori la traduzione di una parte significativa della dichiarazione, rilasciata da João Ferreira, sulle conclusioni del Consiglio Europeo
1. Oltre alle profonde fratture e contraddizioni che attraversano l'Unione Europea, la riunione del Consiglio Europeo ha messo in luce la natura stessa di un processo di integrazione che genera intrinsecamente disuguaglianze, divergenze e asimmetrie, in cui la concorrenza capitalista nel mercato unico prevale sulla prospettiva di solidarietà tra Stati, che in pratica si conferma inesistente.
Come anticipato in precedenza e sottolineato dal PCP, la discussione in seno al Consiglio Europeo è stata totalmente condizionata e guidata dagli interessi dei principali beneficiari del processo di integrazione.
2. È importante tenere presente che la proposta presentata a questo Consiglio europeo dalla Commissione Europea, a sua volta modellata sulla proposta preparata da Germania e Francia, conteneva fin dall’inizio aspetti negativi per il Portogallo:
- la riduzione dei fondi del quadro finanziario pluriennale 2021-2027, fatto salvo il necessario rafforzamento dei mezzi finanziari per garantire un'efficace convergenza economica e sociale tra i diversi paesi;
- l'aumento del contributo nazionale al bilancio dell'UE, contestualmente all'apertura della porta a ulteriori tagli dei contributi dei paesi che beneficiano maggiormente dell'Unione Europea, con l’ulteriore compromissione di un'efficace funzione redistributiva del bilancio;
- il cosiddetto Fondo di recupero, oltre ad essere insufficiente alla luce delle esigenze di investimento esistenti, rappresenta, sia nella sua componente di prestiti sia nella sua componente di "sovvenzioni", un anticipo dei fondi che verranno pagati in seguito, sia attraverso la resa del preso in prestito, sia con la riduzione dei futuri trasferimenti di bilancio, a partire dal 2028.
3. Le conclusioni del Consiglio Europeo, inizialmente guidate dalla Germania e dalla Francia e successivamente con l’accettazione della pressione e delle imposizioni da parte degli altri principali beneficiari del mercato unico e dell'euro, determinano condizioni ancora più sfavorevoli per il Portogallo.
Da un lato, viene confermato un taglio più significativo nel quadro finanziario pluriennale 2021-2027, con implicazioni il cui ambito deve ancora essere conosciuto in modo più dettagliato, ma che rappresentano già un taglio dei fondi per la coesione e l'agricoltura, ancora più grave in quanto questo quadro (e non il cosiddetto Fondo di emergenza) sarà un riferimento per il futuro.
Inoltre, mentre si prevede che il Portogallo aumenterà il proprio contributo al bilancio dell'UE, altri paesi - che sono tra i principali beneficiari dell'integrazione - vedranno garantito un aumento sostanziale dello sconto sui rispettivi contributi, di cui hanno già beneficiato. Questo è il caso di Paesi Bassi, Austria, Svezia e Danimarca, mentre la Germania manterrà lo sconto di cui già godeva, ancor più significativo nel contesto attuale.
D'altro canto, il cosiddetto Fondo di recupero è ridotto, in particolare nella sua componente "sovvenzioni", da 500 a 390 miliardi. Importi ancora più distanti da ciò che la realtà e le esigenze di investimento richiederebbero. Il peso della componente del prestito aumenterà, il che fornirà un incentivo all'indebitamento ancora maggiore degli Stati, particolarmente dannoso per paesi come il Portogallo, che già affrontano livelli più elevati di indebitamento.
Allo stesso tempo, vengono creati e aggravati meccanismi che comportano una maggiore interferenza dell'UE nell'attuazione delle opzioni di investimento e altre decisioni sovrane degli Stati membri. Si tratta di un'inaccettabile pressione aggiuntiva per collegare gli strumenti ora approvati - Fondo di bilancio e di recupero - all'imposizione delle prescrizioni neoliberiste dell'UE, che fanno parte dell'ambizioso approfondimento delle "riforme strutturali", di cui è un esempio l’attacco ai diritti dei lavoratori e ai sistemi di previdenza sociale pubblica.
Fonte
da http://www.pcp.pt
Traduzione di Marx21.it
Offriamo ai nostri lettori la traduzione di una parte significativa della dichiarazione, rilasciata da João Ferreira, sulle conclusioni del Consiglio Europeo
1. Oltre alle profonde fratture e contraddizioni che attraversano l'Unione Europea, la riunione del Consiglio Europeo ha messo in luce la natura stessa di un processo di integrazione che genera intrinsecamente disuguaglianze, divergenze e asimmetrie, in cui la concorrenza capitalista nel mercato unico prevale sulla prospettiva di solidarietà tra Stati, che in pratica si conferma inesistente.
Come anticipato in precedenza e sottolineato dal PCP, la discussione in seno al Consiglio Europeo è stata totalmente condizionata e guidata dagli interessi dei principali beneficiari del processo di integrazione.
2. È importante tenere presente che la proposta presentata a questo Consiglio europeo dalla Commissione Europea, a sua volta modellata sulla proposta preparata da Germania e Francia, conteneva fin dall’inizio aspetti negativi per il Portogallo:
- la riduzione dei fondi del quadro finanziario pluriennale 2021-2027, fatto salvo il necessario rafforzamento dei mezzi finanziari per garantire un'efficace convergenza economica e sociale tra i diversi paesi;
- l'aumento del contributo nazionale al bilancio dell'UE, contestualmente all'apertura della porta a ulteriori tagli dei contributi dei paesi che beneficiano maggiormente dell'Unione Europea, con l’ulteriore compromissione di un'efficace funzione redistributiva del bilancio;
- il cosiddetto Fondo di recupero, oltre ad essere insufficiente alla luce delle esigenze di investimento esistenti, rappresenta, sia nella sua componente di prestiti sia nella sua componente di "sovvenzioni", un anticipo dei fondi che verranno pagati in seguito, sia attraverso la resa del preso in prestito, sia con la riduzione dei futuri trasferimenti di bilancio, a partire dal 2028.
3. Le conclusioni del Consiglio Europeo, inizialmente guidate dalla Germania e dalla Francia e successivamente con l’accettazione della pressione e delle imposizioni da parte degli altri principali beneficiari del mercato unico e dell'euro, determinano condizioni ancora più sfavorevoli per il Portogallo.
Da un lato, viene confermato un taglio più significativo nel quadro finanziario pluriennale 2021-2027, con implicazioni il cui ambito deve ancora essere conosciuto in modo più dettagliato, ma che rappresentano già un taglio dei fondi per la coesione e l'agricoltura, ancora più grave in quanto questo quadro (e non il cosiddetto Fondo di emergenza) sarà un riferimento per il futuro.
Inoltre, mentre si prevede che il Portogallo aumenterà il proprio contributo al bilancio dell'UE, altri paesi - che sono tra i principali beneficiari dell'integrazione - vedranno garantito un aumento sostanziale dello sconto sui rispettivi contributi, di cui hanno già beneficiato. Questo è il caso di Paesi Bassi, Austria, Svezia e Danimarca, mentre la Germania manterrà lo sconto di cui già godeva, ancor più significativo nel contesto attuale.
D'altro canto, il cosiddetto Fondo di recupero è ridotto, in particolare nella sua componente "sovvenzioni", da 500 a 390 miliardi. Importi ancora più distanti da ciò che la realtà e le esigenze di investimento richiederebbero. Il peso della componente del prestito aumenterà, il che fornirà un incentivo all'indebitamento ancora maggiore degli Stati, particolarmente dannoso per paesi come il Portogallo, che già affrontano livelli più elevati di indebitamento.
Allo stesso tempo, vengono creati e aggravati meccanismi che comportano una maggiore interferenza dell'UE nell'attuazione delle opzioni di investimento e altre decisioni sovrane degli Stati membri. Si tratta di un'inaccettabile pressione aggiuntiva per collegare gli strumenti ora approvati - Fondo di bilancio e di recupero - all'imposizione delle prescrizioni neoliberiste dell'UE, che fanno parte dell'ambizioso approfondimento delle "riforme strutturali", di cui è un esempio l’attacco ai diritti dei lavoratori e ai sistemi di previdenza sociale pubblica.
Fonte
03/06/2020
Le intenzioni nascoste delle potenze imperialiste europee
Intorno alla cosiddetta iniziativa franco-tedesca e alla presentazione da parte della Commissione europea di una (nuova) proposta di un quadro finanziario pluriennale, per il periodo dal 2021 al 2027, e di un cosiddetto fondo di recupero in vista degli impatti economici e sociali dell’epidemia nei diversi paesi che fanno parte dell’Unione Europea, il personale di servizio spende parole calorose, lanciando elogi all’UE e nascondendo le sue politiche che attaccano i diritti, aggravano le disuguaglianze e accentuano le asimmetrie.
Sono molteplici e significativi i problemi sollevati, in particolare a causa delle misure già presentate dai governi tedesco e francese.
Il primo è l’insistenza sulla cosiddetta sovranità europea. Un eufemismo in base al quale si cerca di nascondere un quadro istituzionale, gli obiettivi e le politiche dell’UE che mirano a garantire il predominio delle sue grandi potenze e il primato degli interessi delle sue multinazionali.
In effetti, come dimostra la realtà – e come la Corte costituzionale federale tedesca ha recentemente sottolineato – la sovranità europea significa soprattutto salvaguardare all’interno dell’UE gli interessi politici ed economici di questa potenza capitalista.
Allo stesso modo, la riduzione annunciata della dipendenza dall’UE è un artificio, attraverso il quale si tenta di nascondere le relazioni di dipendenza all’interno della stessa Unione.
Fondamentalmente, Germania e Francia intendono contrastare qualsiasi dipendenza strategica da un paese terzo, in particolare in relazione alla Cina, con l’intenzione di preservare e, se possibile, rafforzare le relazioni di dipendenza di altri paesi, come la cosiddetta periferia dell’UE.
La tesi dei governi tedesco e francese sulla necessità di rafforzare il controllo degli investimenti in settori considerati strategici a livello nazionale ed europeo (?) da parte di investitori non europei è illuminante, mentre si afferma che gli investimenti dovrebbero essere incoraggiati e (ri)collocati nell’UE.
Parole che costituiscono un autentico esercizio di cinismo, nella misura in cui nascondono la politica di liberalizzazione e privatizzazione dei settori strategici che i governi tedesco e francese promuovono, secondo gli interessi delle loro transnazionali, nei confronti di paesi terzi, anche all’interno dell’UE.
In realtà, è la dichiarazione della politica del “territorio di caccia”. Vale a dire che Germania e Francia sentenziano che i settori strategici di un paese che fa parte dell’UE sono, in primo luogo, di competenza e prevalenza dei cosiddetti grandi gruppi economici e finanziari europei, in particolare dei gruppi monopolistici tedeschi e francesi.
Allo stesso modo e non a caso, la sovranità economica e industriale dell’UE – eufemismo del predominio dei paesi con un maggiore sviluppo economico e industriale – è tassativamente accompagnata dall’approfondimento del mercato unico (economia digitale, energia, settore finanziario...) e dalla conseguente concentrazione e dominazione monopolistica a livello dell’UE.
Non è perdendo di vista questi e altri obiettivi esplicitati da Germania e Francia, ma è prendendo in considerazione la natura di classe dell’UE, nonché le contraddizioni intrinseche e crescenti che ne derivano, che le proposte presentate dalla Commissione europea dovrebbero essere analizzate.
Fonte
Sono molteplici e significativi i problemi sollevati, in particolare a causa delle misure già presentate dai governi tedesco e francese.
Il primo è l’insistenza sulla cosiddetta sovranità europea. Un eufemismo in base al quale si cerca di nascondere un quadro istituzionale, gli obiettivi e le politiche dell’UE che mirano a garantire il predominio delle sue grandi potenze e il primato degli interessi delle sue multinazionali.
In effetti, come dimostra la realtà – e come la Corte costituzionale federale tedesca ha recentemente sottolineato – la sovranità europea significa soprattutto salvaguardare all’interno dell’UE gli interessi politici ed economici di questa potenza capitalista.
Allo stesso modo, la riduzione annunciata della dipendenza dall’UE è un artificio, attraverso il quale si tenta di nascondere le relazioni di dipendenza all’interno della stessa Unione.
Fondamentalmente, Germania e Francia intendono contrastare qualsiasi dipendenza strategica da un paese terzo, in particolare in relazione alla Cina, con l’intenzione di preservare e, se possibile, rafforzare le relazioni di dipendenza di altri paesi, come la cosiddetta periferia dell’UE.
La tesi dei governi tedesco e francese sulla necessità di rafforzare il controllo degli investimenti in settori considerati strategici a livello nazionale ed europeo (?) da parte di investitori non europei è illuminante, mentre si afferma che gli investimenti dovrebbero essere incoraggiati e (ri)collocati nell’UE.
Parole che costituiscono un autentico esercizio di cinismo, nella misura in cui nascondono la politica di liberalizzazione e privatizzazione dei settori strategici che i governi tedesco e francese promuovono, secondo gli interessi delle loro transnazionali, nei confronti di paesi terzi, anche all’interno dell’UE.
In realtà, è la dichiarazione della politica del “territorio di caccia”. Vale a dire che Germania e Francia sentenziano che i settori strategici di un paese che fa parte dell’UE sono, in primo luogo, di competenza e prevalenza dei cosiddetti grandi gruppi economici e finanziari europei, in particolare dei gruppi monopolistici tedeschi e francesi.
Allo stesso modo e non a caso, la sovranità economica e industriale dell’UE – eufemismo del predominio dei paesi con un maggiore sviluppo economico e industriale – è tassativamente accompagnata dall’approfondimento del mercato unico (economia digitale, energia, settore finanziario...) e dalla conseguente concentrazione e dominazione monopolistica a livello dell’UE.
Non è perdendo di vista questi e altri obiettivi esplicitati da Germania e Francia, ma è prendendo in considerazione la natura di classe dell’UE, nonché le contraddizioni intrinseche e crescenti che ne derivano, che le proposte presentate dalla Commissione europea dovrebbero essere analizzate.
Fonte
10/10/2019
Portogallo - Quel che insegna la recente tornata elettorale
I risultati delle recenti elezioni politiche in Portogallo che hanno sancito la chiara riconferma del premier uscente, Antonio Costa, stanno producendo una discussione che travalica l’aspetto interno al paese lusitano assumendo una proiezione politica di tipo generale.
Nel nostro paese in molti osservatori politici – e più specificatamente quei settori della “sinistra patinata” che fanno capo al gruppo “Repubblica, Espresso, Micromega” ma anche al quotidiano “il Manifesto” – evidenziano come il corso politico interpretato della “sinistra portoghese” in questi anni può diventare un modello per la “sinistra tricolore” in considerazione del dato comune rappresentato dall’obbligato rapporto da intavolare (e subire) con la Commissione Europea ed il complesso delle istituzioni facenti capo all’Unione Europea.
Già nei mesi precedenti il voto del 6 ottobre scorso molti (interessati) osservatori notavano che il “caso Portoghese” potrebbe diventare una strada percorribile per la socialdemocrazia in Europa in virtù del fatto che l’esecutivo Costa (formato prioritariamente dal Partito Socialista con l’appoggio decisivo di Verdi, Bloco de Esquerda e del Partito Comunista Portoghese) era riuscito nell’alchimia di “governare” i diktat provenienti da Bruxelles temperandoli con una politica interna non particolarmente contrassegnata dalla filosofia antisociale dell’austerity.
Alcuni dati sono evidenti e sono l’esca su cui si appuntano le interessate attenzioni degli esegeti del “miracolo di Lisbona”: il Portogallo, con l’aumento di 1,7% del Prodotto Interno Lordo sta crescendo più della Germania. In sette anni ha abbassato il deficit pubblico dall’11% del PIL allo 0,5% (il livello più basso dal 1974, anno in cui la Rivoluzione dei Garofani pose termine alla dittatura).
Tali dati, però, se possono accontentare i freddi analisti statistici rivelano che dietro la patina di alcuni provvedimenti/simbolo (gli investimenti delle multinazionali attratti dalle agevolazioni fiscali e il forte boom del turismo, oppure le facilitazioni offerte ai pensionati che provengono da altri paesi) si sta facendo strada una politica economica e sociale che inizia a penalizzare alcuni ceti subalterni aumentando – di fatto – le disuguaglianze e la divaricante polarizzazione tra settori del mondo del lavoro e tra aree territoriali del paese.
Non è un caso che nei mesi scorsi due categorie – solo astrattamente diverse tra loro – i professori delle scuole e i camionisti hanno impattato con il fermo Niet del governo Costa a fronte delle loro richieste di aumenti salariali e di miglioramenti giuridici e normativi.
I professori ed i camionisti – pur nella oggettiva diversità di lavoro e mansioni che concretamente svolgono – stanno pagando il generale incedere della crisi e il dato reale che registra come di alcuni segnali di “ripresa economica” stiano beneficiando, esclusivamente, quei comparti sociali e quelle filiere commerciali e finanziarie che, a vario titolo, afferiscono alle imprese multinazionali del turismo e dei servizi. Un dispositivo economico che penalizza gran parte dei lavoratori dipendenti e del piccolo “lavoro autonomo”.
Possiamo, quindi, affermare che sicuramente l’operato del governo di Antonio Costa non è, assolutamente, paragonabile a quei governi che immediatamente svendono (senza neanche un minimo di resistenza) il proprio paese ai diktat dei poteri forti continentali ma non è corretto accreditare questo esecutivo e la sua azione di governo come un esempio di “politica avanzata e progressista” a cui occorrerebbe offrire appoggio o, addirittura, andrebbe assunto come modello politico da generalizzare in Europa.
Il governo Costa – a differenza di quello di Tsipras che impattò subito con i diktat della UE – si è potuto più agevolmente barcamenare nell’esercizio della sua dialettica con la gabbia dell’Unione Europea potendo usufruire degli effetti di una congiuntura economica internazionale ed europea diversa da quella (tanto per indicare una data simbolo) del 2013 e di una collocazione geo/politica del Portogallo che favorisce questo paese (dagli ex paesi coloniali di Lisbona continuano ad arrivare rimesse economiche, manodopera a basso costo ed un afflusso agevolato di risorse naturali e minerarie. Inoltre questi paesi, nonostante non conoscano un poderoso sviluppo economico paragonabile ad altre zone dell’Africa costituiscono un “mercato privilegiato” per il Portogallo).
Le elezioni del 6 ottobre scorso e il ruolo dei comunisti.
In questo contesto i risultati elettorali dei giorni scorsi rilevano un pesante arretramento di voti e seggi per la CDU (la Coalizione Democratica Unitaria promossa e guidata dal Partito Comunista Portoghese) la quale, pur recuperando consensi rispetto alle elezioni europee del maggio scorso, registra la perdita di almeno 5 deputati rispetto al numero degli eletti nelle scorse consultazioni politiche. Tiene, invece, il Bloco de Esquerda il quale perde solo lo 0,5%, nel quadro di un arretramento complessivo di quasi 200 mila voti delle forze “più radicali” dello schieramento politico, contenuto nelle percentuali soltanto dall’altro grande dato di questa tornata elettorale, ovvero della caduta dell’affluenza alle urne ai livelli minimi dal 1974.
Sicuramente è vero, dal punto di vista teorico e politico, che la partecipazione dei partiti comunisti a governi borghesi (specie quelli che si insediano sulla base di accordi post/elettorali e non come uno sbocco di processi di rottura politici e sociali nella società) ha sempre penalizzato le formazioni comuniste. Questo principio si è verificato nella dura realtà quotidiana nei decenni alle nostre spalle in molti paesi europei ogni volta che i partiti comunisti – al netto delle “migliori intenzioni possibili” – si sono assunti responsabilità di governo.
In Francia, in Grecia, in Spagna ed in Italia abbiamo registrato, dal 1989 in poi (volendo indicare una periodizzazione temporale), più volte la partecipazione di formazioni “comuniste e/o di sinistra radicale” ad esperienze governative il cui esito finale è stato disastroso non solo per gli interessi dei settori popolari che si intendeva difendere e rappresentare ma per la stessa tenuta ideologica, politica ed organizzativa di queste compagini.
Da materialisti e da conoscitori delle moderne forme della governance capitalista – specie in paesi che sono la base materiale di un polo imperialista come quello incarnato dall’Unione Europea – sappiamo che le “svolte governiste” – anche giustificate da programmi “autenticamente riformatori” – sono terreni politici scivolosi che inchiodano i comunisti a “patti programmatici” e a quel “realismo della politica” che depotenzia e, sostanzialmente, annulla ogni spinta politica in avanti che i comunisti dovrebbero imporre nella loro “azione governativa”.
L’essere collocati – obbligatoriamente – su un piano inclinato dove chi determina, oggettivamente e soggettivamente, le leve economiche e le scelte concrete da adottare siede a Bruxelles, a Francoforte e Berlino condanna i comunisti o alla funzione di meri notai delle scelte derivanti dalle decisioni della borghesia continentale oppure li espone ad una – impersonale quanto impercettibile – azione di sussunzione e depotenziamento culturale e politico della loro funzione costitutiva.
Come Rete dei Comunisti abbiamo un grande rispetto per la lunga e gloriosa storia ed il ruolo che il Partito Comunista Portoghese riveste, non da oggi, nella società lusitana e nell’intero continente europeo. Abbiamo sempre apprezzato la produzione teorica e le posizioni di aperta critica al carattere imperialista dell’Unione Europea che il PCP manifesta da tempo. Nei nostri organi di informazione spesso riportiamo le dichiarazioni dei compagni portoghesi a cui riconosciamo una importante funzione in Europa.
Lungi da noi, quindi, qualsiasi supponenza o spocchia verso una formazione che, concretamente, si misura ogni giorno con le contraddizioni della nostra contemporaneità senza abiurare all’obiettivo della lotta per il socialismo.
Da compagni vorremmo, però, far notare che l’esperienza del governo Costa (e il risultato di queste elezioni lo conferma) ha espresso tutti i limiti e le derive politiche e materiali derivanti da una concezione della lotta all’austerità ed agli effetti antipopolari delle politiche della UE tutte impostate dentro l’orizzonte della gabbia della Trojka ed il rispetto delle compatibilità.
Inoltre il “caso Portoghese” dimostra, plasticamente, come ogni tentativo – anche in presunta salsa “sociale e progressista” – impostato su scala nazionale è destinato a rifluire e, tendenzialmente, a soccombere di fronte al rullo compressore diplomatico, finanziario, economico e militare, dell’imperialismo europeo. Ed ancora di più questa implosione è certa quando si tratta di paesi piccoli come il Portogallo!
Una efficace opposizione all’Unione Europea, ai suoi diversificati dispositivi di rapina e di austerity ai danni dei settori popolari – particolarmente del Sud Europa – può avvenire solo attraverso una risposta politica e sociale (una rottura) di tipo internazionalista superando suggestioni/scorciatoie nazionali o micro-territoriali consapevoli che il nostro avversario ha le dimensioni e la potenza di un polo imperialista a tutti gli effetti.
La ripresa, quindi, di un processo politico d’area (una prospettiva Euromediterranea) è la condizione minima necessaria per dare voce, forza e rappresentanza ad una alternativa popolare di tipo anticapitalista che sottragga il nostro blocco sociale di riferimento sia all’inanità politica e strategica di una “sinistra” sempre più integrata e disciplinata all’involucro europeo, sia dalla fascinazione dei miti idealisti, antistorici e reazionari delle “piccole patrie” di cui le destre e i “sovranisti” vorrebbero farsi interpreti.
A ridosso di questa proposta politico/programmatica – una vera e propria sfida teorica e politico/pratica – collochiamo la nostra azione a tutto campo e definiamo la nostra politica comunista disponibili al confronto, al dibattito ed alla collaborazione con tutte le forze comuniste, anticapitaliste e popolari a scala internazionale.
Fonte
Nel nostro paese in molti osservatori politici – e più specificatamente quei settori della “sinistra patinata” che fanno capo al gruppo “Repubblica, Espresso, Micromega” ma anche al quotidiano “il Manifesto” – evidenziano come il corso politico interpretato della “sinistra portoghese” in questi anni può diventare un modello per la “sinistra tricolore” in considerazione del dato comune rappresentato dall’obbligato rapporto da intavolare (e subire) con la Commissione Europea ed il complesso delle istituzioni facenti capo all’Unione Europea.
Già nei mesi precedenti il voto del 6 ottobre scorso molti (interessati) osservatori notavano che il “caso Portoghese” potrebbe diventare una strada percorribile per la socialdemocrazia in Europa in virtù del fatto che l’esecutivo Costa (formato prioritariamente dal Partito Socialista con l’appoggio decisivo di Verdi, Bloco de Esquerda e del Partito Comunista Portoghese) era riuscito nell’alchimia di “governare” i diktat provenienti da Bruxelles temperandoli con una politica interna non particolarmente contrassegnata dalla filosofia antisociale dell’austerity.
Alcuni dati sono evidenti e sono l’esca su cui si appuntano le interessate attenzioni degli esegeti del “miracolo di Lisbona”: il Portogallo, con l’aumento di 1,7% del Prodotto Interno Lordo sta crescendo più della Germania. In sette anni ha abbassato il deficit pubblico dall’11% del PIL allo 0,5% (il livello più basso dal 1974, anno in cui la Rivoluzione dei Garofani pose termine alla dittatura).
Tali dati, però, se possono accontentare i freddi analisti statistici rivelano che dietro la patina di alcuni provvedimenti/simbolo (gli investimenti delle multinazionali attratti dalle agevolazioni fiscali e il forte boom del turismo, oppure le facilitazioni offerte ai pensionati che provengono da altri paesi) si sta facendo strada una politica economica e sociale che inizia a penalizzare alcuni ceti subalterni aumentando – di fatto – le disuguaglianze e la divaricante polarizzazione tra settori del mondo del lavoro e tra aree territoriali del paese.
Non è un caso che nei mesi scorsi due categorie – solo astrattamente diverse tra loro – i professori delle scuole e i camionisti hanno impattato con il fermo Niet del governo Costa a fronte delle loro richieste di aumenti salariali e di miglioramenti giuridici e normativi.
I professori ed i camionisti – pur nella oggettiva diversità di lavoro e mansioni che concretamente svolgono – stanno pagando il generale incedere della crisi e il dato reale che registra come di alcuni segnali di “ripresa economica” stiano beneficiando, esclusivamente, quei comparti sociali e quelle filiere commerciali e finanziarie che, a vario titolo, afferiscono alle imprese multinazionali del turismo e dei servizi. Un dispositivo economico che penalizza gran parte dei lavoratori dipendenti e del piccolo “lavoro autonomo”.
Possiamo, quindi, affermare che sicuramente l’operato del governo di Antonio Costa non è, assolutamente, paragonabile a quei governi che immediatamente svendono (senza neanche un minimo di resistenza) il proprio paese ai diktat dei poteri forti continentali ma non è corretto accreditare questo esecutivo e la sua azione di governo come un esempio di “politica avanzata e progressista” a cui occorrerebbe offrire appoggio o, addirittura, andrebbe assunto come modello politico da generalizzare in Europa.
Il governo Costa – a differenza di quello di Tsipras che impattò subito con i diktat della UE – si è potuto più agevolmente barcamenare nell’esercizio della sua dialettica con la gabbia dell’Unione Europea potendo usufruire degli effetti di una congiuntura economica internazionale ed europea diversa da quella (tanto per indicare una data simbolo) del 2013 e di una collocazione geo/politica del Portogallo che favorisce questo paese (dagli ex paesi coloniali di Lisbona continuano ad arrivare rimesse economiche, manodopera a basso costo ed un afflusso agevolato di risorse naturali e minerarie. Inoltre questi paesi, nonostante non conoscano un poderoso sviluppo economico paragonabile ad altre zone dell’Africa costituiscono un “mercato privilegiato” per il Portogallo).
Le elezioni del 6 ottobre scorso e il ruolo dei comunisti.
In questo contesto i risultati elettorali dei giorni scorsi rilevano un pesante arretramento di voti e seggi per la CDU (la Coalizione Democratica Unitaria promossa e guidata dal Partito Comunista Portoghese) la quale, pur recuperando consensi rispetto alle elezioni europee del maggio scorso, registra la perdita di almeno 5 deputati rispetto al numero degli eletti nelle scorse consultazioni politiche. Tiene, invece, il Bloco de Esquerda il quale perde solo lo 0,5%, nel quadro di un arretramento complessivo di quasi 200 mila voti delle forze “più radicali” dello schieramento politico, contenuto nelle percentuali soltanto dall’altro grande dato di questa tornata elettorale, ovvero della caduta dell’affluenza alle urne ai livelli minimi dal 1974.
Sicuramente è vero, dal punto di vista teorico e politico, che la partecipazione dei partiti comunisti a governi borghesi (specie quelli che si insediano sulla base di accordi post/elettorali e non come uno sbocco di processi di rottura politici e sociali nella società) ha sempre penalizzato le formazioni comuniste. Questo principio si è verificato nella dura realtà quotidiana nei decenni alle nostre spalle in molti paesi europei ogni volta che i partiti comunisti – al netto delle “migliori intenzioni possibili” – si sono assunti responsabilità di governo.
In Francia, in Grecia, in Spagna ed in Italia abbiamo registrato, dal 1989 in poi (volendo indicare una periodizzazione temporale), più volte la partecipazione di formazioni “comuniste e/o di sinistra radicale” ad esperienze governative il cui esito finale è stato disastroso non solo per gli interessi dei settori popolari che si intendeva difendere e rappresentare ma per la stessa tenuta ideologica, politica ed organizzativa di queste compagini.
Da materialisti e da conoscitori delle moderne forme della governance capitalista – specie in paesi che sono la base materiale di un polo imperialista come quello incarnato dall’Unione Europea – sappiamo che le “svolte governiste” – anche giustificate da programmi “autenticamente riformatori” – sono terreni politici scivolosi che inchiodano i comunisti a “patti programmatici” e a quel “realismo della politica” che depotenzia e, sostanzialmente, annulla ogni spinta politica in avanti che i comunisti dovrebbero imporre nella loro “azione governativa”.
L’essere collocati – obbligatoriamente – su un piano inclinato dove chi determina, oggettivamente e soggettivamente, le leve economiche e le scelte concrete da adottare siede a Bruxelles, a Francoforte e Berlino condanna i comunisti o alla funzione di meri notai delle scelte derivanti dalle decisioni della borghesia continentale oppure li espone ad una – impersonale quanto impercettibile – azione di sussunzione e depotenziamento culturale e politico della loro funzione costitutiva.
Come Rete dei Comunisti abbiamo un grande rispetto per la lunga e gloriosa storia ed il ruolo che il Partito Comunista Portoghese riveste, non da oggi, nella società lusitana e nell’intero continente europeo. Abbiamo sempre apprezzato la produzione teorica e le posizioni di aperta critica al carattere imperialista dell’Unione Europea che il PCP manifesta da tempo. Nei nostri organi di informazione spesso riportiamo le dichiarazioni dei compagni portoghesi a cui riconosciamo una importante funzione in Europa.
Lungi da noi, quindi, qualsiasi supponenza o spocchia verso una formazione che, concretamente, si misura ogni giorno con le contraddizioni della nostra contemporaneità senza abiurare all’obiettivo della lotta per il socialismo.
Da compagni vorremmo, però, far notare che l’esperienza del governo Costa (e il risultato di queste elezioni lo conferma) ha espresso tutti i limiti e le derive politiche e materiali derivanti da una concezione della lotta all’austerità ed agli effetti antipopolari delle politiche della UE tutte impostate dentro l’orizzonte della gabbia della Trojka ed il rispetto delle compatibilità.
Inoltre il “caso Portoghese” dimostra, plasticamente, come ogni tentativo – anche in presunta salsa “sociale e progressista” – impostato su scala nazionale è destinato a rifluire e, tendenzialmente, a soccombere di fronte al rullo compressore diplomatico, finanziario, economico e militare, dell’imperialismo europeo. Ed ancora di più questa implosione è certa quando si tratta di paesi piccoli come il Portogallo!
Una efficace opposizione all’Unione Europea, ai suoi diversificati dispositivi di rapina e di austerity ai danni dei settori popolari – particolarmente del Sud Europa – può avvenire solo attraverso una risposta politica e sociale (una rottura) di tipo internazionalista superando suggestioni/scorciatoie nazionali o micro-territoriali consapevoli che il nostro avversario ha le dimensioni e la potenza di un polo imperialista a tutti gli effetti.
La ripresa, quindi, di un processo politico d’area (una prospettiva Euromediterranea) è la condizione minima necessaria per dare voce, forza e rappresentanza ad una alternativa popolare di tipo anticapitalista che sottragga il nostro blocco sociale di riferimento sia all’inanità politica e strategica di una “sinistra” sempre più integrata e disciplinata all’involucro europeo, sia dalla fascinazione dei miti idealisti, antistorici e reazionari delle “piccole patrie” di cui le destre e i “sovranisti” vorrebbero farsi interpreti.
A ridosso di questa proposta politico/programmatica – una vera e propria sfida teorica e politico/pratica – collochiamo la nostra azione a tutto campo e definiamo la nostra politica comunista disponibili al confronto, al dibattito ed alla collaborazione con tutte le forze comuniste, anticapitaliste e popolari a scala internazionale.
Fonte
26/04/2019
«È stata una cosa meravigliosa!» A 45 anni dalla rivoluzione portoghese
di Luca Cangianti
Una
rivoluzione può iniziare con una canzone. Il 25 aprile 1974, venti
minuti dopo la mezzanotte, Teodomiro Leite de Vasconcelos trasmette su
Radio Renascença Grândola Vila Morena di José Alfonso. Il
Movimento delle forze armate, costituito da militari progressisti,
s’impadronisce dei punti strategici, chiede ai portoghesi di rimanere a
casa e ripete per ben dieci volte l’invito. Il popolo, tuttavia, non ne
vuol sapere: quello che doveva essere un semplice colpo di stato per
metter fine a una guerra coloniale dispendiosa (40% delle spese statali)
e priva di speranze di vittoria, diventa una rivoluzione travolgente.
La più longeva dittatura fascista durò 48 anni. Nei tredici anni di conflitto nelle colonie non risparmiò torture e bombardamenti con il napalm sulle popolazioni locali. Infine crollò miseramente, senza resistenza, mentre il popolo si riversava nelle strade: la gente si abbracciava, si baciava, piangeva di gioia, ricopriva di garofani rossi e bianchi i soldati offrendogli pane e zuppa calda. I prigionieri politici vennero liberati, i lavoratori delle banche si organizzarono per evitare le fughe di capitale. A Lisbona, nella prima settimana dopo il 25 aprile sono occupate tra le 1.500 e le 2.000 case popolari e il 1° maggio è festeggiato con un’imponente manifestazione di mezzo milione di persone. Nelle fabbriche si creano le commissioni dei lavoratori che epurano gli elementi fascisti, organizzano scioperi rivendicativi e presidiano gli impianti affinché non vengano asportati i macchinari. Più in là cominciarono a esercitare perfino forme di controllo operaio sulla produzione.
Nei quartieri nascono le commissioni degli abitanti che gestiscono occupazioni, asili nido e centri polifunzionali in cui vengono erogati mutualisticamente servizi di ogni tipo. In molti casi si riuniscono tribunali popolari garanti dell’equità delle azioni di esproprio. Infine sorgono le commissioni dei soldati con cariche elettive e revocabili, come in tutti gli altri casi. Si tratta di una ramificata trama sociale di organismi autonomi dai partiti e dal Sindacato che ricordano i soviet russi del 1905 e del 1917, i consigli italiani del 1919-20 e quelli cileni del 1972-73. È un potere parallelo che pratica la democrazia di base e compete con quello dello stato per 19 mesi, cioè fino al colpo di stato del 25 novembre 1975 in seguito al quale la situazione politica portoghese è ricondotta sui binari della democrazia parlamentare.
«Nonostante ci fossero le navi statunitensi davanti alla costa, nessuno aveva paura» ricorda Rigel Polani che arrivò a Lisbona con una Citroën Mehari e quattro amici durante il veraõ quente, l’estate calda del 1975, cioè il periodo di massima conflittualità sociale. «Le manifestazioni spesso non avevano un palco per gli interventi. Si sfilava e si gridavano slogan come in uno spettacolo in cui si era attori e spettatori al tempo stesso. Non ricordo di aver mai visto la polizia. Erano tutti felici, tutti partecipi, tutti impegnati a costruire un mondo migliore. La società autogestita che sognavo si era materializzata di fronte ai miei occhi». Per le strade di Lisbona si sentiva parlare molto spesso italiano. Migliaia e migliaia di giovani militanti della sinistra rivoluzionaria partirono dall’Italia. Attraversarono la Francia e la Spagna in auto, in moto o in treno per raggiungere i confini occidentali dell’Europa: «Eravamo andati in Portogallo per veder sorgere un mondo nuovo» scrive Sandro Moiso in Riti di passaggio, ricordando il clima di gioiosa ubriacatura collettiva: «In quei giorni e in quegli anni non ci sentimmo mai stanchi.»
Rigel fa una pausa, non è sicuro che io possa capire quell’esperienza senza averla vissuta: «Ti faccio un esempio. Una volta per strada incontriamo dei giovani come noi. Erano operai e ci invitano a partecipare a un’assemblea nella loro fabbrica. Si discusse di come gestire e sviluppare la produzione. Malgrado le difficoltà linguistiche non abbiamo mancato di percepire il loro spiccato senso di competenza e di praticità. Il popolo si era impossessato della propria vita. Decideva il proprio destino.»
In verità nella rivoluzione c’era anche un lato oscuro, o forse «imbarazzante»: il dramma delle decine di migliaia di retornados che affluivano dalle colonie con le varie dichiarazioni d’indipendenza. «I pieds noirs portoghesi – ricorda Moiso – scesero sul sentiero di guerra. Come figlioli prodighi infuriati tornavano a una terra che era loro estranea, non essendovi spesso neppure nati. Si temevano disordini come quelli già avvenuti al Nord. Davanti al palazzo di São Bento, sede del parlamento, ci ritrovammo in pochi con un reparto di soldati da una parte e centinaia di manifestanti ostili dall’altra. L’imbarazzo era per noi doppio, perché dall’altra parte vi era una folla di poveracci.»
Erika Dellacasa al tempo aveva ventun anni. Nei mesi di aprile e maggio 1974 era stata inviata in Portogallo per conto del quotidiano genovese “Il Lavoro”: «C’era un’atmosfera di grande euforia che non si fermava mai. Le strade erano sempre affollate. C’erano grandi aspettative per il futuro, grande speranza di giustizia e grandissima voglia di libertà. Era una cosa così tangibile che era commovente. Non è che si parlasse molto, ci si abbracciava e ci si scambiavano grandi strette di mano. Non era raro che qualche uomo piangesse. La prima notte a Lisbona rimasi molto colpita da un gruppo di travestiti visibilmente ubriachi che cantavano e ballavano. Uno cadde per terra e fu aiutato a rialzarsi da un militare con grande gentilezza. Era una scena un po’ incongrua per come era conosciuto il Portogallo in quegli anni: represso e repressivo. Si sentiva aria di libertà, libertà di fare cose proibite o impensabili fino a pochi giorni prima.»
Nel Portogallo fascista il 68% delle donne tra i 20 e i 54 anni erano casalinghe e non avevano il permesso di espatriare senza il consenso del marito che aveva anche diritto ad aprire la loro corrispondenza. Come avviene spesso durante le rivoluzioni, il crollo dei vecchi assetti di potere comportò l’esplosione del protagonismo femminile. Dopo il 25 aprile vennero fondate varie organizzazioni femministe e le donne si trovarono in prima file nelle occupazioni, nei picchetti e nelle lotte contro il carovita.
Con il colpo di stato del 25 aprile, Azione nazional-popolare, il partito unico al potere, fu sciolto; Marcelo Caetano, ultimo presidente del consiglio dell’Estado Novo fascista è arrestato ed esiliato in Brasile; la polizia segreta Pide/Dgs si smembra non prima di aver lasciato a terra quattro persone che manifestavano davanti alla sua sede in rua de António Maria Cardoso 22. Nel fronte degli oppositori, il Partito socialista fino al 1974 era stato poco più che un circolo di esuli intellettuali e lo stesso dicasi per i liberali del Partito popolare democratico che si faceva passare per socialdemocratico (denominazione che assumerà nel 1976 nonostante la collocazione di centrodestra). Diversa era la situazione del Partito comunista portoghese, temprato da quasi mezzo secolo di clandestinità, con ben tremila militanti sotto la dittatura e un forte radicamento nelle fabbriche e nelle campagne. Infine nella rivoluzione portoghese furono presenti una settantina di gruppi di estrema sinistra che coprivano tutto lo spettro delle posizioni eterodosse, dal guevarismo al trotskismo passando per varie sfumature di maoismo.
Pur nella loro tipica frammentazione queste formazioni arrivarono a mettere insieme complessivamente una forza militante di tremila persone con impiantamenti maggioritari nelle università e seguiti non trascurabili in molte situazioni lavorative. A differenza del Partito comunista, filosovietico, che, in osservanza degli accordi di Yalta e Potsdam, spingeva per un compromesso tra capitale e lavoro all’interno di una cornice democratico-parlamentare, l’estrema sinistra si preparava a una seconda fase della rivoluzione. Questa avrebbe dovuto comportare lo scioglimento dell’Assemblea costituente votata il 25 aprile 1975, l’abolizione del capitalismo e il passaggio al potere popolare costituito da organismi autonomi di base quali erano le commissioni dei lavoratori, degli abitanti e dei soldati. Socialisti e comunisti si scagliarono contro l’ondata di scioperi “anarchici” che si svilupparono nel 1974-75 e un ministro del Pcp arrivò perfino a dirigere una manifestazione “contro lo sciopero per lo sciopero” alludendo alla presenza di elementi fascisti tra le fila dei lavoratori.
La forte effervescenza sociale e il dualismo di potere che attraversava la società portoghese fu alla base dell’instabilità dei sei governi provvisori che si succedettero alla guida del paese, delle spaccature tra socialisti e comunisti, e dei conflitti tra moderati e rivoluzionari all’interno del Movimento delle forze armate. Nonostante la forza, il radicamento e la pervasività degli organismi di contropotere che si ramificarono anche nello stesso esercito, non vi fu un sufficiente coordinamento nazionale capace di resistere al golpe controrivoluzionario del generale António Ramalho Eanes. I comunisti che con il V governo provvisorio di Vasco Gonçaves avevano accettato l’appoggio dell’estrema sinistra si rifiutarono di reagire, mentre i militari dell’ala rivoluzionaria dell’esercito, impersonata dalla figura istrionica di Otelo Saraiva de Carvalho, furono arrestati in massa.
Secondo la storica Raquel Varela, «la relazione di forza tra classi sociali nella rivoluzione (connotata dalla potenza dei settori operai e dall’indebolimento politico e militare della borghesia portoghese) poneva le condizioni per uno sciopero generale... con carattere insurrezionale. Tuttavia le commissioni dei lavoratori che dirigevano questi scioperi non furono mai unificate in un organismo nazionale a differenza del Sindacato, in maggioranza diretto da elementi filo-Pcp e dunque contrari agli scioperi.»1 Oltre alla riluttanza a mettere in discussione gli assetti postbellici tra Occidente capitalista e Oriente realsocialista, la direzione del Pcp era infatti scettica rispetto alla possibilità di vittoria del potere popolare perché a suo giudizio in Portogallo era predominante il peso delle classi medie e della piccola proprietà.
La potenza della precedente spinta rivoluzionaria obbligò tuttavia la borghesia ad accettare molte nazionalizzazioni per contenere il conflitto sociale e salvare lo stato capitalista della critica congiuntura economica successiva allo shock petrolifero. Anche sul versante dei redditi il rapporto tra quelli provenienti dal lavoro (salari e prestazioni sociali) e quelli provenienti dal capitale (interessi, profitti e rendite) passò dal 50 per cento del pil per ognuna di queste voci nel 1973, a un rapporto del 70 e 30 per cento nel 1975.2 Vennero creati inoltre gli istituti di previdenza, assistenza, invalidità, maternità, abitazione sociale e sussidio di disoccupazione.
Si realizzò in questo modo un “compromesso socialdemocratico” che sarà formalizzato nella Costituzione del 1976 nella quale si stabilì l’irrevocabilità delle nazionalizzazioni, la gratuità del servizio sanitario nazionale, l’obiettivo della socializzazione dei mezzi di produzione, il rifiuto del colonialismo e dell’imperialismo, il diritto di resistenza. Alcuni di questi elementi saranno modificati nel corso di successive revisioni costituzionali, ma ancora oggi nel preambolo della legge fondamentale portoghese si legge che è volontà del popolo «aprire il cammino verso una società socialista».
In un documentario girato a Lisbona nei giorni della rivoluzione, il regista brasiliano Glauber Rocha intervista un uomo in mezzo a una moltitudine di persone nella piazza del Rossio:
[Fotografie di Rigel Polani]
Note:
1) Raquel Varela, Historia do Povo na Revolução portuguesa 1974-75, Bertrand, 2014, p. 136. È disponibile anche un’edizione in inglese: A People’s History of the Portuguese Revolution, Pluto Press, 2019.
Una
rivoluzione può iniziare con una canzone. Il 25 aprile 1974, venti
minuti dopo la mezzanotte, Teodomiro Leite de Vasconcelos trasmette su
Radio Renascença Grândola Vila Morena di José Alfonso. Il
Movimento delle forze armate, costituito da militari progressisti,
s’impadronisce dei punti strategici, chiede ai portoghesi di rimanere a
casa e ripete per ben dieci volte l’invito. Il popolo, tuttavia, non ne
vuol sapere: quello che doveva essere un semplice colpo di stato per
metter fine a una guerra coloniale dispendiosa (40% delle spese statali)
e priva di speranze di vittoria, diventa una rivoluzione travolgente.La più longeva dittatura fascista durò 48 anni. Nei tredici anni di conflitto nelle colonie non risparmiò torture e bombardamenti con il napalm sulle popolazioni locali. Infine crollò miseramente, senza resistenza, mentre il popolo si riversava nelle strade: la gente si abbracciava, si baciava, piangeva di gioia, ricopriva di garofani rossi e bianchi i soldati offrendogli pane e zuppa calda. I prigionieri politici vennero liberati, i lavoratori delle banche si organizzarono per evitare le fughe di capitale. A Lisbona, nella prima settimana dopo il 25 aprile sono occupate tra le 1.500 e le 2.000 case popolari e il 1° maggio è festeggiato con un’imponente manifestazione di mezzo milione di persone. Nelle fabbriche si creano le commissioni dei lavoratori che epurano gli elementi fascisti, organizzano scioperi rivendicativi e presidiano gli impianti affinché non vengano asportati i macchinari. Più in là cominciarono a esercitare perfino forme di controllo operaio sulla produzione.
Nei quartieri nascono le commissioni degli abitanti che gestiscono occupazioni, asili nido e centri polifunzionali in cui vengono erogati mutualisticamente servizi di ogni tipo. In molti casi si riuniscono tribunali popolari garanti dell’equità delle azioni di esproprio. Infine sorgono le commissioni dei soldati con cariche elettive e revocabili, come in tutti gli altri casi. Si tratta di una ramificata trama sociale di organismi autonomi dai partiti e dal Sindacato che ricordano i soviet russi del 1905 e del 1917, i consigli italiani del 1919-20 e quelli cileni del 1972-73. È un potere parallelo che pratica la democrazia di base e compete con quello dello stato per 19 mesi, cioè fino al colpo di stato del 25 novembre 1975 in seguito al quale la situazione politica portoghese è ricondotta sui binari della democrazia parlamentare.
«Nonostante ci fossero le navi statunitensi davanti alla costa, nessuno aveva paura» ricorda Rigel Polani che arrivò a Lisbona con una Citroën Mehari e quattro amici durante il veraõ quente, l’estate calda del 1975, cioè il periodo di massima conflittualità sociale. «Le manifestazioni spesso non avevano un palco per gli interventi. Si sfilava e si gridavano slogan come in uno spettacolo in cui si era attori e spettatori al tempo stesso. Non ricordo di aver mai visto la polizia. Erano tutti felici, tutti partecipi, tutti impegnati a costruire un mondo migliore. La società autogestita che sognavo si era materializzata di fronte ai miei occhi». Per le strade di Lisbona si sentiva parlare molto spesso italiano. Migliaia e migliaia di giovani militanti della sinistra rivoluzionaria partirono dall’Italia. Attraversarono la Francia e la Spagna in auto, in moto o in treno per raggiungere i confini occidentali dell’Europa: «Eravamo andati in Portogallo per veder sorgere un mondo nuovo» scrive Sandro Moiso in Riti di passaggio, ricordando il clima di gioiosa ubriacatura collettiva: «In quei giorni e in quegli anni non ci sentimmo mai stanchi.»
Rigel fa una pausa, non è sicuro che io possa capire quell’esperienza senza averla vissuta: «Ti faccio un esempio. Una volta per strada incontriamo dei giovani come noi. Erano operai e ci invitano a partecipare a un’assemblea nella loro fabbrica. Si discusse di come gestire e sviluppare la produzione. Malgrado le difficoltà linguistiche non abbiamo mancato di percepire il loro spiccato senso di competenza e di praticità. Il popolo si era impossessato della propria vita. Decideva il proprio destino.»
In verità nella rivoluzione c’era anche un lato oscuro, o forse «imbarazzante»: il dramma delle decine di migliaia di retornados che affluivano dalle colonie con le varie dichiarazioni d’indipendenza. «I pieds noirs portoghesi – ricorda Moiso – scesero sul sentiero di guerra. Come figlioli prodighi infuriati tornavano a una terra che era loro estranea, non essendovi spesso neppure nati. Si temevano disordini come quelli già avvenuti al Nord. Davanti al palazzo di São Bento, sede del parlamento, ci ritrovammo in pochi con un reparto di soldati da una parte e centinaia di manifestanti ostili dall’altra. L’imbarazzo era per noi doppio, perché dall’altra parte vi era una folla di poveracci.»
Erika Dellacasa al tempo aveva ventun anni. Nei mesi di aprile e maggio 1974 era stata inviata in Portogallo per conto del quotidiano genovese “Il Lavoro”: «C’era un’atmosfera di grande euforia che non si fermava mai. Le strade erano sempre affollate. C’erano grandi aspettative per il futuro, grande speranza di giustizia e grandissima voglia di libertà. Era una cosa così tangibile che era commovente. Non è che si parlasse molto, ci si abbracciava e ci si scambiavano grandi strette di mano. Non era raro che qualche uomo piangesse. La prima notte a Lisbona rimasi molto colpita da un gruppo di travestiti visibilmente ubriachi che cantavano e ballavano. Uno cadde per terra e fu aiutato a rialzarsi da un militare con grande gentilezza. Era una scena un po’ incongrua per come era conosciuto il Portogallo in quegli anni: represso e repressivo. Si sentiva aria di libertà, libertà di fare cose proibite o impensabili fino a pochi giorni prima.»
Nel Portogallo fascista il 68% delle donne tra i 20 e i 54 anni erano casalinghe e non avevano il permesso di espatriare senza il consenso del marito che aveva anche diritto ad aprire la loro corrispondenza. Come avviene spesso durante le rivoluzioni, il crollo dei vecchi assetti di potere comportò l’esplosione del protagonismo femminile. Dopo il 25 aprile vennero fondate varie organizzazioni femministe e le donne si trovarono in prima file nelle occupazioni, nei picchetti e nelle lotte contro il carovita.
Con il colpo di stato del 25 aprile, Azione nazional-popolare, il partito unico al potere, fu sciolto; Marcelo Caetano, ultimo presidente del consiglio dell’Estado Novo fascista è arrestato ed esiliato in Brasile; la polizia segreta Pide/Dgs si smembra non prima di aver lasciato a terra quattro persone che manifestavano davanti alla sua sede in rua de António Maria Cardoso 22. Nel fronte degli oppositori, il Partito socialista fino al 1974 era stato poco più che un circolo di esuli intellettuali e lo stesso dicasi per i liberali del Partito popolare democratico che si faceva passare per socialdemocratico (denominazione che assumerà nel 1976 nonostante la collocazione di centrodestra). Diversa era la situazione del Partito comunista portoghese, temprato da quasi mezzo secolo di clandestinità, con ben tremila militanti sotto la dittatura e un forte radicamento nelle fabbriche e nelle campagne. Infine nella rivoluzione portoghese furono presenti una settantina di gruppi di estrema sinistra che coprivano tutto lo spettro delle posizioni eterodosse, dal guevarismo al trotskismo passando per varie sfumature di maoismo.
Pur nella loro tipica frammentazione queste formazioni arrivarono a mettere insieme complessivamente una forza militante di tremila persone con impiantamenti maggioritari nelle università e seguiti non trascurabili in molte situazioni lavorative. A differenza del Partito comunista, filosovietico, che, in osservanza degli accordi di Yalta e Potsdam, spingeva per un compromesso tra capitale e lavoro all’interno di una cornice democratico-parlamentare, l’estrema sinistra si preparava a una seconda fase della rivoluzione. Questa avrebbe dovuto comportare lo scioglimento dell’Assemblea costituente votata il 25 aprile 1975, l’abolizione del capitalismo e il passaggio al potere popolare costituito da organismi autonomi di base quali erano le commissioni dei lavoratori, degli abitanti e dei soldati. Socialisti e comunisti si scagliarono contro l’ondata di scioperi “anarchici” che si svilupparono nel 1974-75 e un ministro del Pcp arrivò perfino a dirigere una manifestazione “contro lo sciopero per lo sciopero” alludendo alla presenza di elementi fascisti tra le fila dei lavoratori.
La forte effervescenza sociale e il dualismo di potere che attraversava la società portoghese fu alla base dell’instabilità dei sei governi provvisori che si succedettero alla guida del paese, delle spaccature tra socialisti e comunisti, e dei conflitti tra moderati e rivoluzionari all’interno del Movimento delle forze armate. Nonostante la forza, il radicamento e la pervasività degli organismi di contropotere che si ramificarono anche nello stesso esercito, non vi fu un sufficiente coordinamento nazionale capace di resistere al golpe controrivoluzionario del generale António Ramalho Eanes. I comunisti che con il V governo provvisorio di Vasco Gonçaves avevano accettato l’appoggio dell’estrema sinistra si rifiutarono di reagire, mentre i militari dell’ala rivoluzionaria dell’esercito, impersonata dalla figura istrionica di Otelo Saraiva de Carvalho, furono arrestati in massa.
Secondo la storica Raquel Varela, «la relazione di forza tra classi sociali nella rivoluzione (connotata dalla potenza dei settori operai e dall’indebolimento politico e militare della borghesia portoghese) poneva le condizioni per uno sciopero generale... con carattere insurrezionale. Tuttavia le commissioni dei lavoratori che dirigevano questi scioperi non furono mai unificate in un organismo nazionale a differenza del Sindacato, in maggioranza diretto da elementi filo-Pcp e dunque contrari agli scioperi.»1 Oltre alla riluttanza a mettere in discussione gli assetti postbellici tra Occidente capitalista e Oriente realsocialista, la direzione del Pcp era infatti scettica rispetto alla possibilità di vittoria del potere popolare perché a suo giudizio in Portogallo era predominante il peso delle classi medie e della piccola proprietà.
La potenza della precedente spinta rivoluzionaria obbligò tuttavia la borghesia ad accettare molte nazionalizzazioni per contenere il conflitto sociale e salvare lo stato capitalista della critica congiuntura economica successiva allo shock petrolifero. Anche sul versante dei redditi il rapporto tra quelli provenienti dal lavoro (salari e prestazioni sociali) e quelli provenienti dal capitale (interessi, profitti e rendite) passò dal 50 per cento del pil per ognuna di queste voci nel 1973, a un rapporto del 70 e 30 per cento nel 1975.2 Vennero creati inoltre gli istituti di previdenza, assistenza, invalidità, maternità, abitazione sociale e sussidio di disoccupazione.
Si realizzò in questo modo un “compromesso socialdemocratico” che sarà formalizzato nella Costituzione del 1976 nella quale si stabilì l’irrevocabilità delle nazionalizzazioni, la gratuità del servizio sanitario nazionale, l’obiettivo della socializzazione dei mezzi di produzione, il rifiuto del colonialismo e dell’imperialismo, il diritto di resistenza. Alcuni di questi elementi saranno modificati nel corso di successive revisioni costituzionali, ma ancora oggi nel preambolo della legge fondamentale portoghese si legge che è volontà del popolo «aprire il cammino verso una società socialista».
In un documentario girato a Lisbona nei giorni della rivoluzione, il regista brasiliano Glauber Rocha intervista un uomo in mezzo a una moltitudine di persone nella piazza del Rossio:
«Lei, Signore, è operaio di che tipo d’industria?»Se visitate Lisbona potete usare come guida per le vostre esplorazioni 25 de abril – Roteiro da revolução.4 È un volume ricco di foto, luoghi e testimonianze che vi immergeranno nel mare degli eventi e dei sentimenti di quei giorni. Poi andate su uno dei tipici belvedere che sorgono sulle colline della città. Al tramonto stringete gli occhi, sforzatevi d’ignorare i turisti, concentratevi solo sulle grida dei gabbiani e sul cielo infinito, striato dai colori caldi del giorno che finisce. Oggi, nel triste inferno neoliberista dell’Unione europea, noi siamo come l’operaio di Rossio prima del 25 aprile. Lo studio e l’azione quotidiana devono nutrire la nostra speranza.
«Edilizia civile.»
«Cosa pensa di ciò che sta accadendo in Portogallo?»
«È stata una cosa meravigliosa!»
«Lei sperava tutto questo o è stata una sorpresa?»
«Speravo questo da molto tempo e solo ora è accaduto.»3
[Fotografie di Rigel Polani]
Note:
2) Cfr. ivi, p. 487.
3) Ivi, p. 54. Il documentario è As armas e o Povo.
4) José Mateus, Raquel Varela, Susana Gaudêncio, 25 de abril – Roteiro da revolução, Parsifal, 2017.
Fonte
25/04/2019
25 aprile 1974, la Rivoluzione dei Garofani
Il 25 aprile del 1974 una rivolta militare – sostenuta da un’ampia mobilitazione popolare – metteva fine al regime dittatoriale di António de Oliveira Salazar che durava da decenni nel paese lusitano. La fine di questa dittatura provocò anche l’implosione del sistema coloniale portoghese (Guinea Bissau, Monzambico, Angola, Capo Verde, Sao Tomè e Principe).
Il push militare, condotto dai settori progressisti dell’esercito, fu soprattutto la risultante di un lungo lavorio, nei duri anni della repressione autoritaria, condotto clandestinamente dai comunisti, dai socialisti e – nei territori coloniali – dalle organizzazioni politico/militare dei vari movimenti di liberazione nazionale.
L’MFA (la denominazione del Movimento delle Forze Armate) aprì la strada ad un processo di forte protagonismo sociale nel paese e di grande attivismo politico, in un Mediterraneo dove permanevano regimi fascisti come nella Spagna Franchista o nelle Grecia dei Colonnelli o come nella stessa Italia, dove lo stragismo di Stato e le scorribande squadristiche erano una costante per arginare il movimento operaio e le sue organizzazioni.
Il tutto in un mondo “bipolare”, dove la contrapposizione USA/URSS aveva nel Mediterraneo una sua linea di faglia molto sensibile e la NATO era (ed è tutt’ora) uno strumento di comando, controllo e di aggressione interna ed esterna ai propri confini.
Anche per la persistenza di questo complesso contesto generale, la Rivoluzione dei Garofani (come fu denominata questa bella vicenda politica) ebbe un grande eco nel nostro paese, dove si svolsero grandi manifestazioni a sostegno della lotta e della vittoria conseguita dal popolo portoghese. Molti compagni e dirigenti dell’allora sinistra rivoluzionaria italiana si recarono in Portogallo per conoscere dal vivo e studiare quell'esperienza che – nell’approvazione della Costituzione del 1976 – sancì, anche formalmente, un “percorso di transizione al Socialismo” e l’obiettivo di una “società libera, giusta e solidale”.
Successivamente – anche a causa della controffensiva borghese e della pesante gabbia rappresentata dalla divisione dell’Europa in blocchi tra le due superpotenze – le ragioni della Rivoluzione dei Garofani si affievolirono e l’intero moto sociale si depotenziò.
Addirittura molti dirigenti dell’MFA o del Partito Comunista subirono poi ondate repressive, carcere ed esilio.
In altra sede ritorneremo con più accuratezza su questa originale esperienza storica... Intanto ricordiamo la liberazione di questo popolo dalla dittatura, la fine della lunga stagione del colonialismo portoghese e la straordinaria funzione di avanguardia e di autentica direzione politica che seppero svolgere i comunisti del Portogallo in questo complicato tornante storico.
Fonte
22/07/2017
Il futuro dell’Europa e il futuro dell’Unione Europea
L’Unione Europea non è l’Europa. E non lo sarebbe neanche se tutti i paesi d’Europa ne facessero parte. E non lo fanno. L’UE è un processo di integrazione degli Stati in Europa. E non è stato il primo. Molto probabilmente, non sarà l’ultimo.
I processi di integrazione non sono neutrali. L’UE è un processo di integrazione capitalistica. Uno strumento del grande capitale e delle potenze europee che difendono i propri interessi, a cui sono associate le classi dominanti dei diversi paesi che ne fanno parte, per difendere i loro interessi. Interessi che sono contrari e inconciliabili con gli interessi dei lavoratori e dei popoli d’Europa.
La profonda e prolungata crisi dell’UE, inseparabile dalla crisi più generale del capitalismo, fa si che le campane suonino l’allarme: coloro che hanno beneficiato dell’integrazione capitalistica europea non vogliono rinunciare a questo loro strumento di sfruttamento e di dominio. Questo è il quadro sommario, quasi schematico, del dibattito in corso sul futuro dell’Europa. In ogni caso, ciò che il tempo renderà sempre più evidente è che il futuro dell’Europa, che sarà scritto con la lotta dei lavoratori e dei popoli d’Europa, perché sia nell’interesse di questi ultimi, non passa per l’UE. Anzi, esige la sua sconfitta.
Il “Libro Bianco sul Futuro dell’Europa”
Il “Libro Bianco” pubblicato nel marzo di quest’anno dalla Commissione Europea è stato presentato come occasione per avviare il dibattito. Nei suoi tratti fondamentali, questo documento sintetizza ciò che l’UE e le sue istituzioni delineano per il proprio futuro. In realtà, si tratta di un “Libro Bianco” sul futuro dell’UE, e non sul futuro dell’Europa.
Più che a un esercizio sulle prospettive del dibattito sul futuro dell’integrazione capitalistica europea, ci troviamo di fronte a una manovra con obiettivi concreti ben identificabili.
Il primo obiettivo consiste nel promuovere un’operazione di sbiancamento delle responsabilità dell’UE per la situazione che oggi si vive nei suoi diversi Stati-membri. La crisi economica e sociale, gli attacchi a diritti e la regressione della dimensione civile che determinano, le disuguaglianze e divergenze tra Stati, a giudicare dal “Libro Bianco”, nulla di ciò è responsabilità dell’Ue, nulla di ciò è collegato alle sue politiche.
Questa operazione di sbiancamento è condizione necessaria per realizzare un secondo e fondamentale obiettivo: intensificare le politiche che ci hanno portato alla situazione attuale. E ciò esige il rafforzamento dell’UE, nei suoi tre pilastri: il neoliberismo, il federalismo e il militarismo.
Finalizzato a questi obiettivi è lo sforzo per inventare minacce e nemici esterni, poiché questo aiuta a nascondere le proprie responsabilità e a giustificare fughe in avanti. Dal “terrorismo” fino al “populismo”, passando per il “protezionismo”, per la “Russia” o per le “potenze emergenti” che minacciano l’egemonia relativa delle potenze europee. Tutto serve. Anche ciò che, pur essendo presentato come fattore esterno, altro non è che conseguenza delle politiche dell’UE.
Il Libro Bianco, fingendo di aprire il dibattito, fissa i suoi termini. I diversi scenari, presentati come opzioni alternative da perseguire, convergono su un’unica via: salvaguardare e approfondire il processo di integrazione capitalistica europeo.
In sostanza, sono individuate tre opzioni:
– La continuità. Questa opzione implica di proseguire, al ritmo seguito fino ad ora, orientamenti politici e strategici già annunciati dalla Commissione Europea almeno dal 2014 e quelli contenuti nella Dichiarazione di Bratislava del 2016, in cui è definita la tabella di marcia della scalata militarista e securitaria nell’Unione Europea;
– Un falso ritiro. Questa opzione implica il mantenimento del nucleo dell’integrazione capitalistica – il mercato unico – e, di conseguenza, il mantenimento della sua intrinseca e inarrestabile dinamica della divergenza, e neppure mitigata dalla “politica di coesione” che, diciamolo per rispetto della verità, non è mai stata dotata dei mezzi necessari e che ora è progressivamente smantellata. E’ infatti molto significativo che in nessuno degli scenari sia proposto il rafforzamento della politica della coesione;
– La pulsione federalista. Questa opzione, scelta dalle istituzioni dell’UE e da chi in esse comanda, esige l’approfondimento federale – sia dell’insieme, che di parti della sua geometria variabile –, portando ancora più avanti il processo di concentrazione e centralizzazione del potere nelle istituzioni dell’UE e nelle potenze che la controllano; accentuando la dipendenza e la subordinazione politica ed economica degli Stati più fragili e piccoli; allargando le aree di intervento dell’UE in settori di competenza degli Stati-membri; accentuando la deriva militarista e securitaria, le politiche neoliberiste e di deregolazione, in breve, le ingiustizie e le disuguaglianze.
La Commissione Europea non ha atteso il dibattito sulle opzioni che ha enunciato e ha già avanzato proposte concrete di ulteriore sviluppo in vari settori, dimostrando che il percorso è già stato definito.
Immediatamente messa da parte l’ipotesi di una falsa marcia indietro e, in una certa forma, anche quella della mera continuità (che già presuppone un certo grado di approfondimento), la discussione si concentra ora sulla velocità e sulle condizioni con cui si avanza verso l’approfondimento: velocemente o molto velocemente, con tutti o solo con alcuni.
Militarismo e guerra
Come abbiamo già avuto occasione più di una volta di sottolineare, i monopoli europei e le potenze che difendono i loro interessi, che hanno colonizzato mercati dal centro alle periferie dell’UE, con allargamenti successivi, e che si lanciano nel mondo con la loro nota e naturale avidità, hanno bisogno di uno Stato pronto a difendere i loro interessi, la loro pulsione imperialista, il loro tasso di profitto. A questo scopo, contano sulle grandi potenze nazionali (i loro Stati “di origine”) ma anche, ancora più di questo sul “superstato europeo” – l’UE.
Nel confronto su scala globale per la disputa dei mercati, delle materie prime e delle zone di influenza, le potenze dell’UE non possono fare a meno di una UE interventista e militarizzata. Al contrario la reclamano con crescente insistenza.
La Commissione Europea ha diffuso recentemente un “documento di riflessione” sul “futuro della difesa europea”. Questo documento appare in conseguenza della “Cooperazione Permanente Strutturata” nel settore della difesa, decisa lo scorso marzo dal Consiglio d’Europa, al fine di “garantire il livello delle ambizioni dell’UE, in vista di missioni più impegnative” e che propone di “rafforzare le capacità” dell’UE nel campo della “difesa”.
In questo “documento di riflessione”, la Commissione Europea difende la spinta all’industria militare, degli armamenti e della difesa, e la sua integrazione su scala UE. E maggiore cooperazione nei campi della ricerca e dello sviluppo nel settore della difesa, dello sviluppo di nuovi armamenti e delle operazioni esterne (al di fuori dello spazio UE), civili e militari.
Sono disegnate le linee guida in campi come la militarizzazione dello spazio, la “ciber-guerra” e le “minacce ibride”, da proseguire in stretta cooperazione con la NATO.
Il “nuovo” concetto strategico della NATO è pienamente assunto e integrato negli orientamenti dell’UE, che riguardano, confondendo e mescolando, i concetti di “sicurezza” e di “difesa”.
Le giustificazioni addotte nel documento per la spinta militarista che è stata impressa riguardano “il livello di minaccia e le sfide senza precedenti che l’UE affronta e a cui nessuno Stato-membro è in grado di rispondere da solo”, in particolare per quanto riguarda il terrorismo; “il desiderio di sicurezza che i popoli di vari paesi dell’UE manifestano in sondaggi di opinione”; “la decisione del Regno Unito di uscire dall’UE”; “l’incertezza sulle scelte di politica estera da parte dell’Amministrazione USA”; “l’aumento dei bilanci per la difesa di Cina e Russia”.
Considerati tutti questi fattori, la Commissione Europea conclude che è necessario lo sviluppo di capacità proprie e “autonome” dell’UE nel campo della “sicurezza e difesa”.
Tale orientamento esige un “autentico Mercato Unico della Difesa”. Che significa “incoraggiare la concorrenza industriale” nel settore, garantire l’accesso a mercati transfrontalieri (intra-UE), specializzazione, economie di scala, “capacità di produzione ottimizzata”, bassi costi di produzione e “sicurezza di approvvigionamento”.
Come nel “Libro Bianco” prima menzionato, anche il “documento di riflessione” lascia aperti scenari con velocità e livelli di ambizione diversi ma che convergono sulla medesima strada da seguire: quella della militarizzazione dell’UE.
Il “Fondo Europeo di Difesa”, proposto dalla Commissione Europea e approvato dal Consiglio Europeo alla fine del 2016, razionalizzerà la concentrazione di risorse pubbliche e il finanziamento della strategia della militarizzazione, garantendo una maggiore efficienza ed efficacia degli investimenti. Il Fondo “coordinerà, integrerà e amplificherà” gli investimenti nazionali in ricerca militare, sviluppo di prototipi e acquisizione di tecnologia e materiale bellico.
Insomma, e anche senza guardare alle altre componenti del processo di integrazione capitalistica europeo, le spinte impresse al rafforzamento della sua componente militarista sono motivo sufficiente per segnalare che la direzione che l’UE auspica e difende per l’Europa è un pericolo, un’enorme minaccia per il futuro del continente e dei suoi popoli.
Approfondimento dell’UEM e la bufala del “pilastro sociale”
L’offensiva si sviluppa anche su altri fronti. Prima di affrontare il “futuro della difesa europea”, la Commissione Europea ha presentato un altro documento in merito all’approfondimento e al completamento dell’Unione Economica e Monetaria.
Il significato generale è quello della creazione di rafforzati meccanismi di intrusione, da parte dell’UE, nella vita degli Stati. Meccanismi che sono necessari per consacrare il neoliberismo come unica dottrina e imporre politiche di tagli anti-sociali ancora più pronunciati.
Il completamento dell’Unione Bancaria rimuove il sistema finanziario dalla sfera della sovranità degli Stati, che sono ora privati anche di questo fondamentale strumento di promozione di politiche di crescita e sviluppo economico. Un passo che si aggiunge alla perdita di sovranità e, per estensione, sul piano del bilancio. Che cosa rimarrebbe?
E’ anche ammessa la creazione di un “ministro delle finanze della Zona Euro”, che avrebbe potere di veto sui bilanci nazionali. Ciò è presentato come la contropartita necessaria alla realizzazione della “capacità di bilancio” della Zona Euro. Riconoscendo l’intrinseca e brutale dinamica della divergenza associata alla Zona Euro, con l’imposizione di una moneta unica a economie con gradi di sviluppo e strutture produttive molto diverse; riconoscendo che, in questo contesto, non resta alla periferia della Zona Euro altro futuro che non passi attraverso più dipendenza, subordinazione, debito e una disoccupazione strutturalmente elevata; chi comanda nell’UE ammette ora di concedere qualche briciola del banchetto che è rappresentato dalla spoliazione dei popoli della periferia.
C’è anche il “pilastro sociale”. Obiettivo e bandiera della socialdemocrazia europea. Che si vuole destinato a fissare e armonizzare i livelli minimi di diritti sociali nell’UE.
In considerazione della concezione minimalista (e spesso perversa) prevalente nell’UE sui diritti sociali e del lavoro, il “pilastro sociale” corrisponderà prevedibilmente a (più di un) tentativo di livellare verso il basso gli standard sociali.
Inoltre, il pacchetto “sociale” mira a legittimare strumenti antidemocratici e pronunciati tagli anti-sociali, come il Semestre Europeo, la Governance Economica e il Trattato di Bilancio.
Il Portogallo e il futuro dell’Europa
Di fronte al dibattito in corso, in Portogallo si intensifica il discorso della “prima linea del fronte”. Partito Socialista (è da evidenziare l’azione particolarmente negativa dell’attuale governo in questo campo), PSD e CDS difendono apertamente il coinvolgimento del paese nella rete dei vincoli sempre più stretti che renderanno sempre più difficile ottenere la sua necessaria liberazione. Agiscono in difesa degli stessi interessi di classe che sempre hanno orientato la loro posizione in merito all’integrazione capitalistica e che determinano la loro permanente postura di abdicazione nazionale e di incertezza in contrasto con l’interesse nazionale, che si identifica con gli interessi dei lavoratori e del popolo portoghese.
Una cosa è certa: la lotta dei lavoratori e dei popoli sarà fattore determinante nella definizione e costruzione del futuro.
Le istituzioni dell’UE e le potenze che le controllano, lottano per un certo futuro, quello che conviene a loro. Ma non saranno queste, con “libri bianchi” e “documenti di riflessione”, a definire le scelte possibili per il futuro dell’Europa. Sarà la lotta a determinare l’ampiezza del campo del possibile e a concretizzare il futuro. Sarà questa lotta che aprirà la strada a un’altra Europa, di pace, e di cooperazione, di progresso e di giustizia sociale, di Stati liberi, sovrani e uguali nei diritti.
Il futuro dell’Europa non è limitato alle scelte che l’UE stabilisce per il proprio futuro, che non fanno che evidenziare l’assenza di soluzioni per le profonde contraddizioni che corrodono l’integrazione capitalistica.
Il futuro a cui aspirano i lavoratori e i popoli d’Europa dovrà inevitabilmente passare attraverso la sconfitta di questa integrazione e la fine degli strumenti che limitano lo sviluppo sovrano degli Stati, che impongono il neoliberismo come unica ideologia e che spingono il continente a una scalata militarista con conseguenze pericolosissime.
Fonte
I processi di integrazione non sono neutrali. L’UE è un processo di integrazione capitalistica. Uno strumento del grande capitale e delle potenze europee che difendono i propri interessi, a cui sono associate le classi dominanti dei diversi paesi che ne fanno parte, per difendere i loro interessi. Interessi che sono contrari e inconciliabili con gli interessi dei lavoratori e dei popoli d’Europa.
La profonda e prolungata crisi dell’UE, inseparabile dalla crisi più generale del capitalismo, fa si che le campane suonino l’allarme: coloro che hanno beneficiato dell’integrazione capitalistica europea non vogliono rinunciare a questo loro strumento di sfruttamento e di dominio. Questo è il quadro sommario, quasi schematico, del dibattito in corso sul futuro dell’Europa. In ogni caso, ciò che il tempo renderà sempre più evidente è che il futuro dell’Europa, che sarà scritto con la lotta dei lavoratori e dei popoli d’Europa, perché sia nell’interesse di questi ultimi, non passa per l’UE. Anzi, esige la sua sconfitta.
Il “Libro Bianco sul Futuro dell’Europa”
Il “Libro Bianco” pubblicato nel marzo di quest’anno dalla Commissione Europea è stato presentato come occasione per avviare il dibattito. Nei suoi tratti fondamentali, questo documento sintetizza ciò che l’UE e le sue istituzioni delineano per il proprio futuro. In realtà, si tratta di un “Libro Bianco” sul futuro dell’UE, e non sul futuro dell’Europa.
Più che a un esercizio sulle prospettive del dibattito sul futuro dell’integrazione capitalistica europea, ci troviamo di fronte a una manovra con obiettivi concreti ben identificabili.
Il primo obiettivo consiste nel promuovere un’operazione di sbiancamento delle responsabilità dell’UE per la situazione che oggi si vive nei suoi diversi Stati-membri. La crisi economica e sociale, gli attacchi a diritti e la regressione della dimensione civile che determinano, le disuguaglianze e divergenze tra Stati, a giudicare dal “Libro Bianco”, nulla di ciò è responsabilità dell’Ue, nulla di ciò è collegato alle sue politiche.
Questa operazione di sbiancamento è condizione necessaria per realizzare un secondo e fondamentale obiettivo: intensificare le politiche che ci hanno portato alla situazione attuale. E ciò esige il rafforzamento dell’UE, nei suoi tre pilastri: il neoliberismo, il federalismo e il militarismo.
Finalizzato a questi obiettivi è lo sforzo per inventare minacce e nemici esterni, poiché questo aiuta a nascondere le proprie responsabilità e a giustificare fughe in avanti. Dal “terrorismo” fino al “populismo”, passando per il “protezionismo”, per la “Russia” o per le “potenze emergenti” che minacciano l’egemonia relativa delle potenze europee. Tutto serve. Anche ciò che, pur essendo presentato come fattore esterno, altro non è che conseguenza delle politiche dell’UE.
Il Libro Bianco, fingendo di aprire il dibattito, fissa i suoi termini. I diversi scenari, presentati come opzioni alternative da perseguire, convergono su un’unica via: salvaguardare e approfondire il processo di integrazione capitalistica europeo.
In sostanza, sono individuate tre opzioni:
– La continuità. Questa opzione implica di proseguire, al ritmo seguito fino ad ora, orientamenti politici e strategici già annunciati dalla Commissione Europea almeno dal 2014 e quelli contenuti nella Dichiarazione di Bratislava del 2016, in cui è definita la tabella di marcia della scalata militarista e securitaria nell’Unione Europea;
– Un falso ritiro. Questa opzione implica il mantenimento del nucleo dell’integrazione capitalistica – il mercato unico – e, di conseguenza, il mantenimento della sua intrinseca e inarrestabile dinamica della divergenza, e neppure mitigata dalla “politica di coesione” che, diciamolo per rispetto della verità, non è mai stata dotata dei mezzi necessari e che ora è progressivamente smantellata. E’ infatti molto significativo che in nessuno degli scenari sia proposto il rafforzamento della politica della coesione;
– La pulsione federalista. Questa opzione, scelta dalle istituzioni dell’UE e da chi in esse comanda, esige l’approfondimento federale – sia dell’insieme, che di parti della sua geometria variabile –, portando ancora più avanti il processo di concentrazione e centralizzazione del potere nelle istituzioni dell’UE e nelle potenze che la controllano; accentuando la dipendenza e la subordinazione politica ed economica degli Stati più fragili e piccoli; allargando le aree di intervento dell’UE in settori di competenza degli Stati-membri; accentuando la deriva militarista e securitaria, le politiche neoliberiste e di deregolazione, in breve, le ingiustizie e le disuguaglianze.
La Commissione Europea non ha atteso il dibattito sulle opzioni che ha enunciato e ha già avanzato proposte concrete di ulteriore sviluppo in vari settori, dimostrando che il percorso è già stato definito.
Immediatamente messa da parte l’ipotesi di una falsa marcia indietro e, in una certa forma, anche quella della mera continuità (che già presuppone un certo grado di approfondimento), la discussione si concentra ora sulla velocità e sulle condizioni con cui si avanza verso l’approfondimento: velocemente o molto velocemente, con tutti o solo con alcuni.
Militarismo e guerra
Come abbiamo già avuto occasione più di una volta di sottolineare, i monopoli europei e le potenze che difendono i loro interessi, che hanno colonizzato mercati dal centro alle periferie dell’UE, con allargamenti successivi, e che si lanciano nel mondo con la loro nota e naturale avidità, hanno bisogno di uno Stato pronto a difendere i loro interessi, la loro pulsione imperialista, il loro tasso di profitto. A questo scopo, contano sulle grandi potenze nazionali (i loro Stati “di origine”) ma anche, ancora più di questo sul “superstato europeo” – l’UE.
Nel confronto su scala globale per la disputa dei mercati, delle materie prime e delle zone di influenza, le potenze dell’UE non possono fare a meno di una UE interventista e militarizzata. Al contrario la reclamano con crescente insistenza.
La Commissione Europea ha diffuso recentemente un “documento di riflessione” sul “futuro della difesa europea”. Questo documento appare in conseguenza della “Cooperazione Permanente Strutturata” nel settore della difesa, decisa lo scorso marzo dal Consiglio d’Europa, al fine di “garantire il livello delle ambizioni dell’UE, in vista di missioni più impegnative” e che propone di “rafforzare le capacità” dell’UE nel campo della “difesa”.
In questo “documento di riflessione”, la Commissione Europea difende la spinta all’industria militare, degli armamenti e della difesa, e la sua integrazione su scala UE. E maggiore cooperazione nei campi della ricerca e dello sviluppo nel settore della difesa, dello sviluppo di nuovi armamenti e delle operazioni esterne (al di fuori dello spazio UE), civili e militari.
Sono disegnate le linee guida in campi come la militarizzazione dello spazio, la “ciber-guerra” e le “minacce ibride”, da proseguire in stretta cooperazione con la NATO.
Il “nuovo” concetto strategico della NATO è pienamente assunto e integrato negli orientamenti dell’UE, che riguardano, confondendo e mescolando, i concetti di “sicurezza” e di “difesa”.
Le giustificazioni addotte nel documento per la spinta militarista che è stata impressa riguardano “il livello di minaccia e le sfide senza precedenti che l’UE affronta e a cui nessuno Stato-membro è in grado di rispondere da solo”, in particolare per quanto riguarda il terrorismo; “il desiderio di sicurezza che i popoli di vari paesi dell’UE manifestano in sondaggi di opinione”; “la decisione del Regno Unito di uscire dall’UE”; “l’incertezza sulle scelte di politica estera da parte dell’Amministrazione USA”; “l’aumento dei bilanci per la difesa di Cina e Russia”.
Considerati tutti questi fattori, la Commissione Europea conclude che è necessario lo sviluppo di capacità proprie e “autonome” dell’UE nel campo della “sicurezza e difesa”.
Tale orientamento esige un “autentico Mercato Unico della Difesa”. Che significa “incoraggiare la concorrenza industriale” nel settore, garantire l’accesso a mercati transfrontalieri (intra-UE), specializzazione, economie di scala, “capacità di produzione ottimizzata”, bassi costi di produzione e “sicurezza di approvvigionamento”.
Come nel “Libro Bianco” prima menzionato, anche il “documento di riflessione” lascia aperti scenari con velocità e livelli di ambizione diversi ma che convergono sulla medesima strada da seguire: quella della militarizzazione dell’UE.
Il “Fondo Europeo di Difesa”, proposto dalla Commissione Europea e approvato dal Consiglio Europeo alla fine del 2016, razionalizzerà la concentrazione di risorse pubbliche e il finanziamento della strategia della militarizzazione, garantendo una maggiore efficienza ed efficacia degli investimenti. Il Fondo “coordinerà, integrerà e amplificherà” gli investimenti nazionali in ricerca militare, sviluppo di prototipi e acquisizione di tecnologia e materiale bellico.
Insomma, e anche senza guardare alle altre componenti del processo di integrazione capitalistica europeo, le spinte impresse al rafforzamento della sua componente militarista sono motivo sufficiente per segnalare che la direzione che l’UE auspica e difende per l’Europa è un pericolo, un’enorme minaccia per il futuro del continente e dei suoi popoli.
Approfondimento dell’UEM e la bufala del “pilastro sociale”
L’offensiva si sviluppa anche su altri fronti. Prima di affrontare il “futuro della difesa europea”, la Commissione Europea ha presentato un altro documento in merito all’approfondimento e al completamento dell’Unione Economica e Monetaria.
Il significato generale è quello della creazione di rafforzati meccanismi di intrusione, da parte dell’UE, nella vita degli Stati. Meccanismi che sono necessari per consacrare il neoliberismo come unica dottrina e imporre politiche di tagli anti-sociali ancora più pronunciati.
Il completamento dell’Unione Bancaria rimuove il sistema finanziario dalla sfera della sovranità degli Stati, che sono ora privati anche di questo fondamentale strumento di promozione di politiche di crescita e sviluppo economico. Un passo che si aggiunge alla perdita di sovranità e, per estensione, sul piano del bilancio. Che cosa rimarrebbe?
E’ anche ammessa la creazione di un “ministro delle finanze della Zona Euro”, che avrebbe potere di veto sui bilanci nazionali. Ciò è presentato come la contropartita necessaria alla realizzazione della “capacità di bilancio” della Zona Euro. Riconoscendo l’intrinseca e brutale dinamica della divergenza associata alla Zona Euro, con l’imposizione di una moneta unica a economie con gradi di sviluppo e strutture produttive molto diverse; riconoscendo che, in questo contesto, non resta alla periferia della Zona Euro altro futuro che non passi attraverso più dipendenza, subordinazione, debito e una disoccupazione strutturalmente elevata; chi comanda nell’UE ammette ora di concedere qualche briciola del banchetto che è rappresentato dalla spoliazione dei popoli della periferia.
C’è anche il “pilastro sociale”. Obiettivo e bandiera della socialdemocrazia europea. Che si vuole destinato a fissare e armonizzare i livelli minimi di diritti sociali nell’UE.
In considerazione della concezione minimalista (e spesso perversa) prevalente nell’UE sui diritti sociali e del lavoro, il “pilastro sociale” corrisponderà prevedibilmente a (più di un) tentativo di livellare verso il basso gli standard sociali.
Inoltre, il pacchetto “sociale” mira a legittimare strumenti antidemocratici e pronunciati tagli anti-sociali, come il Semestre Europeo, la Governance Economica e il Trattato di Bilancio.
Il Portogallo e il futuro dell’Europa
Di fronte al dibattito in corso, in Portogallo si intensifica il discorso della “prima linea del fronte”. Partito Socialista (è da evidenziare l’azione particolarmente negativa dell’attuale governo in questo campo), PSD e CDS difendono apertamente il coinvolgimento del paese nella rete dei vincoli sempre più stretti che renderanno sempre più difficile ottenere la sua necessaria liberazione. Agiscono in difesa degli stessi interessi di classe che sempre hanno orientato la loro posizione in merito all’integrazione capitalistica e che determinano la loro permanente postura di abdicazione nazionale e di incertezza in contrasto con l’interesse nazionale, che si identifica con gli interessi dei lavoratori e del popolo portoghese.
Una cosa è certa: la lotta dei lavoratori e dei popoli sarà fattore determinante nella definizione e costruzione del futuro.
Le istituzioni dell’UE e le potenze che le controllano, lottano per un certo futuro, quello che conviene a loro. Ma non saranno queste, con “libri bianchi” e “documenti di riflessione”, a definire le scelte possibili per il futuro dell’Europa. Sarà la lotta a determinare l’ampiezza del campo del possibile e a concretizzare il futuro. Sarà questa lotta che aprirà la strada a un’altra Europa, di pace, e di cooperazione, di progresso e di giustizia sociale, di Stati liberi, sovrani e uguali nei diritti.
Il futuro dell’Europa non è limitato alle scelte che l’UE stabilisce per il proprio futuro, che non fanno che evidenziare l’assenza di soluzioni per le profonde contraddizioni che corrodono l’integrazione capitalistica.
Il futuro a cui aspirano i lavoratori e i popoli d’Europa dovrà inevitabilmente passare attraverso la sconfitta di questa integrazione e la fine degli strumenti che limitano lo sviluppo sovrano degli Stati, che impongono il neoliberismo come unica ideologia e che spingono il continente a una scalata militarista con conseguenze pericolosissime.
Fonte
01/03/2017
Alcune note a proposito della situazione negli Stati Uniti
Una interessante analisi dei comunisti portoghesi sull'impatto della elezione di Trump negli Stati Uniti. da “Avante!”, Settimanale del Partito Comunista Portoghese (Traduzione di Marx21.it)
I recenti avvenimenti negli Stati Uniti – con l'elezione e l'insediamento di Donald Trump come presidente e l'entrata in funzione della nuova amministrazione da lui diretta – continuano a porre comprensibili domande in merito ai loro reali impatti nello sviluppo dell'agenda neoliberale e aggressiva che ha caratterizzato le diverse amministrazioni statunitensi che si sono succedute e le loro conseguenti ripercussioni sul piano interno ed esterno, poiché rappresentano un fattore aggiuntivo di incertezza e instabilità nell'attuale situazione internazionale.
Come è stato sottolineato, le ultime elezioni negli Stati Uniti hanno evidenziato con insolita chiarezza, e come da molto tempo non accadeva in questo paese, importanti fratture nella società statunitense e significative spaccature in seno alla classe dominante, che hanno svelato la profonda crisi economica, sociale e politica della principale potenza del mondo capitalista, che è espressione dell'approfondimento della crisi più generale e strutturale del capitalismo.
Allo stesso modo, con le sue dichiarazioni e azioni iniziali, il nuovo presidente statunitense, assumendo e riaffermando chiaramente l'obiettivo strategico degli Stati Uniti, vale a dire, la prevalenza della sua egemonia mondiale, ha posto anche in primo piano le rivalità, a fronte delle contraddizioni e al binomio rivalità-concertazione, che caratterizzano le relazioni tra le grandi potenze imperialiste. Ricordiamo le sue dichiarazioni contro la Germania, che ha accusato di usare l'Unione Europea come strumento di dominio in Europa, e nei confronti del Giappone, principale alleato nella “Partnership per il Commercio nel Pacifico” (TPP) e nel quadro della militarizzazione della regione Asia-Pacifico.
Cercando di trovare soluzioni per, se possibile, invertire la tendenza del declino economico relativo e contrastare l'ampio processo di riaggregazione delle forze che sta avendo luogo sul piano mondiale (in cui ha avuto particolare importanza il ruolo svolto dalla Cina), Donald Trump e gli interessi e i settori della società statunitense che egli incarna danno diversi segnali non solo di pretendere di determinare nuovi termini del loro rapporto con la Repubblica Popolare di Cina – definita come il principale avversario strategico degli Stati Uniti – ma anche nella loro relazione con paesi alleati e partner vicini – di cui sono esempio Messico e Canada e il corrispondente Trattato Nordamericano di Libero Scambio (NAFTA) e l'insieme di paesi che hanno istituito il TPP, nel quale la partecipazione degli Stati Uniti è stata revocata da Donald Trump.
Pur in presenza di differenze, Donald Trump non rappresenta una visione diversa per quanto riguarda gli aspetti fondamentali della società statunitense, come l'affermazione e l'imposizione del dominio egemonico degli Stati Uniti. Tuttavia, è attorno alle “soluzioni” che cercano di contrastare il declino economico relativo degli USA sul piano mondiale che, apparentemente, si verificano le principali divergenze e gli scontri tra la classe dominante degli Stati Uniti, sia su come affrontare l'enorme sfida posta dalla convergenza che si sta verificando su diversi piani (economico, energetico, militare...) tra la Cina e la Russia, che sul come determinare e imporre nelle relazioni commerciali con paesi terzi, compresi gli alleati-partner, i (nuovi) termini e le condizioni più favorevoli per gli Stati Uniti.
Non è ancora possibile evidenziare il risultato immediato dello scontro che si verifica in questo momento in seno alla classe dominante statunitense e l'effettiva gamma di elementi di differenziazione nel segno della continuità degli aspetti essenziali della politica realizzata, come pure delle loro eventuali conseguenze sul piano interno ed esterno. Nel frattempo e in questo contesto si sviluppa una multiforme campagna che mira, tra le altre cose, a imbiancare la politica dell'amministrazione Obama, salvaguardare la globalizzazione capitalista, difendere la NATO e affermare l'Unione Europea.
L'eredità di Obama
Il passaggio del “testimone” da Obama a Trump è stato accompagnato da un'intensa campagna che, caricaturizzando e demonizzando Trump, ha cercato di far dimenticare il “cambiamento” che Obama ha affermato di rappresentare, pur avendo in realtà proseguito l'essenziale dell'agenda neoliberale e aggressiva dell' “establishment” statunitense, che cerca di affermare e imporre il dominio mondiale degli USA. Insediatasi all'inizio del 2009 dopo l'esplosione della crisi del 2007/8 negli Stati Uniti, e dopo avere ricevuto due mandati, l'amministrazione Obama non è riuscita ad assicurare una crescita economica stabile, nonostante la massiccia iniezione di miliardi di dollari nel sistema finanziario, mentre la società statunitense ha continuato ad essere segnata da profonde ingiustizie, disuguaglianze e discriminazioni sociali. Pur in presenza dell'accordo firmato con l'Iran e i passi verso la normalizzazione delle relazioni con Cuba, il blocco degli Stati Uniti continua ancora e occorre avere presente che negli ultimi anni: la prigione nella base militare di Guantanamo non è stata chiusa; continua la guerra degli USA in Afghanistan; gli Stati Uniti sono tornati ad avere truppe in Iraq, da dove in realtà non sono mai usciti; i droni statunitensi continuano ad assassinare; la Libia e il suo Stato sono stati brutalmente distrutti dall'aggressione della Nato e dei suoi alleati; la Siria è stata aggredita e devastata da gruppi di mercenari appoggiati dagli USA e la sua sovranità e integrità territoriale minacciata; in Ucraina gli USA hanno promosso il golpe attuato da oligarchi e gruppi fascisti che hanno scatenato una guerra contro il popolo ucraino; prosegue lo sviluppo delle armi nucleari e la corsa agli armamenti, come pure l'installazione del sistema anti-missile degli USA in Europa e viene ribadita l'intenzione di installarlo in Asia; le forze della Nato sono avanzate verso l'Est Europa, rafforzando la loro presenza a ridosso della frontiera con la Federazione Russa; ed è stata promossa la presenza militare statunitense nella regione Asia-Pacifico, prendendo di mira la Cina. Sono esempi, tra gli altri, dell'eredità di Obama che provano il proseguimento della politica militarista, di destabilizzazione e di guerra degli Stati Uniti contro coloro che nel mondo essi considerano essere un ostacolo all'imposizione del loro “ordine mondiale”, alla politica di aggressione che tante sofferenze e distruzioni ha provocato. Una continuità che Hillary Clinton rappresentava – in quanto candidata del sistema, che univa attorno a sé grande parte dell'“establishment” e, in particolare, gli interessi predominanti del capitale finanziario e del complesso militare-industriale – e che ha subito una sconfitta.
Si tratta di una campagna che mira a far perdere di vista gli obiettivi e le conseguenze di circa 25 anni di globalizzazione capitalista, con l'imposizione di relazioni di dominio e dipendenza nei rapporti tra gli stati, l'arbitrio delle multinazionali, la liberalizzazione del commercio, l'incremento dell'accumulazione e la concentrazione della ricchezza, l'intensificazione dello sfruttamento, la precarietà del lavoro e le crescenti disuguaglianze sociali e i divari nello sviluppo. Un processo, una politica, che ostacola e promuove la mancanza di rispetto per i diritti dei lavoratori e dei popoli, per la sovranità e l'indipendenza degli stati, per la democrazia, per i diritti politici, economici, sociali e culturali, per la realizzazione di relazioni economiche e commerciali che si basino sulla cooperazione reciprocamente vantaggiosa sul rispetto del diritto degli stati allo sviluppo economico e sociale sovrano.
Una campagna che cerca anche di mistificare la natura e gli obiettivi della NATO – blocco politico-militare, strumento della politica aggressiva dell'imperialismo – e nascondere la sua responsabilità per le guerre di aggressione alla Jugoslavia, all'Afghanistan, all'Iraq e alla Libia, e il suo bilancio di morte, sofferenza e distruzione. Allo stesso tempo, cerca di aprire la strada all'aumento delle spese militari della maggioranza dei paesi membri della NATO, utilizzando come pretesto l'ingannatrice “lotta al terrorismo” e la pretesa “minaccia russa”. Vanno ricordate a tale proposito le ricorrenti proposte perché le spese militari possano non essere contabilizzate nel calcolo dei deficit pubblici dei paesi che fanno parte dell'Unione Europea (e della NATO), allo scopo di facilitare il percorso al militarismo, alla corsa agli armamenti e alla guerra.
Una campagna che, di fronte all'accumularsi di contraddizioni e alle crescenti manifestazioni di rifiuto dell'Unione Europea, di cui è significativo esempio il referendum nel Regno Unito, agita ogni tipo di manaccia (Donald Trump, Russia, Cina, terrorismo, populismo...), per promuovere la creazione delle condizioni per un nuovo approfondimento dell'integrazione capitalista europea – federalista, neoliberale e militarista – in confronto diretto con i diritti, gli interessi e le aspirazioni dei lavoratori e dei popoli e la sovranità e l'indipendenza degli stati, puntando, tra le altre cose, al completamento dell'Unione Economica e Monetaria (dell'Euro), con il compimento dell'unione bancaria e l'incremento della politica fiscale, con il rafforzamento dell'Unione Europea securitaria e delle cosiddette politiche della migrazione e dell'asilo, con la promozione della militarizzazione dell'Unione Europea e della sua capacità di intervento militare.
Migranti e rifugiati
Per quanto riguarda i migranti e i rifugiati, riveste particolare gravità l'adozione da parte dell'amministrazione statunitense di misure che, approfondendo aspetti di una politica che in parte era già stata implementata, violano i loro diritti – come la continuazione della costruzione del “muro”, iniziata dall'amministrazione Clinton alla frontiera con il Messico; e le ancora più restrittive regole di asilo e accoglienza dei rifugiati; e la discriminazione sulla base della nazionalità, in particolare dei cittadini vittime delle guerre di aggressione da parte degli USA – che non è una politica esclusiva degli Stati Uniti. L'Unione Europea ha varato misure come il disumano accordo con la Turchia e con altri paesi, come la Libia; la militarizzazione delle questioni umanitarie; la cosiddetta politica del ritorno; l'esternalizzazione delle frontiere e il concetto di “Europa fortezza”; la selettiva “carta blu” a imitazione della “carta verde” degli Stati Uniti, la costruzione dei centri di detenzione, tra le altre che vanno nella stessa direzione.
La drammatica situazione di milioni di esseri umani sfollati e rifugiati ha come una delle principali cause le guerre risultanti da azioni di aggressione, ingerenza e destabilizzazione contro stati sovrani condotte dagli Stati Uniti d'America, dalla NATO, dall'Unione Europea e dai loro alleati: Afghanistan, Iraq, Libia, Siria e Yemen, tra gli altri, ne sono la testimonianza.
Allo stesso modo, i flussi migratori di milioni di esseri umani che tentano di sfuggire alla povertà e ad altri drammi sociali, aumentano in modo direttamente proporzionale alle crescenti e stridenti disuguaglianze sociali e asimmetrie dello sviluppo risultanti da politiche di sfruttamento, accumulazione e concentrazione della ricchezza e di imposizione di relazioni di dominio economico nei rapporti tra gli stati.
Sono queste le politiche che sono all'origine dei maggiori movimenti nel post II Guerra Mondiale e dell'alto livello dei flussi migratori. I migranti e i rifugiati non sono una minaccia e neppure i responsabili della crisi economica e sociale. Al contrario, sono vittime di politiche che ora li strumentalizzano per aumentare ancora di più lo sfruttamento e la precarietà e per promuovere derive securitarie che, con il pretesto della cosiddetta “lotta contro il terrorismo”, minano le libertà e i diritti fondamentali, incentivando la xenofobia e valori retrogradi e aprendo il campo alle forze reazionarie e di natura fascista.
La soluzione dei gravi problemi che sono all'origine dei flussi migratori e dei rifugiati risiede nell'adozione di politiche di pace, di progresso sociale, di cooperazione e di sostegno allo sviluppo.
Da rilevare ancora, a proposito delle elezioni negli Stati Uniti, le manovre in corso che, sotto la copertura del “populismo”, del “nazionalismo”, dell' “estremismo” e del “protezionismo”, cercano in modo inaccettabile di associare coloro che, come i comunisti e altri patrioti e democratici, assumono una posizione patriottica e internazionalista, di rifiuto della globalizzazione capitalista, dell'aggressività imperialista, dell'Unione Europea federalista, neoliberale e militarista del grande capitale, della NATO, che lottano per la libertà, per la democrazia e la sovranità nazionale, per la giustizia e il progresso sociale, per la pace e la cooperazione, per l'emancipazione dei lavoratori e dei popoli, a posizioni e forze reazionarie e di natura fascista che si caratterizzano per il nazionalismo xenofobo e sciovinista, per il loro falso discorso “anti-sistema”, nello stesso momento in cui eludono la natura del capitalismo e non si rendono protagonisti di alcun processo di trasformazione di significato progressista e di liberazione. Una manovra che mira a nascondere non solo le reali cause e i responsabili dell'attacco alle condizioni di vita e ai diritti dei lavoratori e dei popoli – il grande capitale e le forze che lo servono –, ma anche le forze protagoniste della lotta autenticamente conseguente e una reale alternativa.
Fonte
I recenti avvenimenti negli Stati Uniti – con l'elezione e l'insediamento di Donald Trump come presidente e l'entrata in funzione della nuova amministrazione da lui diretta – continuano a porre comprensibili domande in merito ai loro reali impatti nello sviluppo dell'agenda neoliberale e aggressiva che ha caratterizzato le diverse amministrazioni statunitensi che si sono succedute e le loro conseguenti ripercussioni sul piano interno ed esterno, poiché rappresentano un fattore aggiuntivo di incertezza e instabilità nell'attuale situazione internazionale.
Come è stato sottolineato, le ultime elezioni negli Stati Uniti hanno evidenziato con insolita chiarezza, e come da molto tempo non accadeva in questo paese, importanti fratture nella società statunitense e significative spaccature in seno alla classe dominante, che hanno svelato la profonda crisi economica, sociale e politica della principale potenza del mondo capitalista, che è espressione dell'approfondimento della crisi più generale e strutturale del capitalismo.
Allo stesso modo, con le sue dichiarazioni e azioni iniziali, il nuovo presidente statunitense, assumendo e riaffermando chiaramente l'obiettivo strategico degli Stati Uniti, vale a dire, la prevalenza della sua egemonia mondiale, ha posto anche in primo piano le rivalità, a fronte delle contraddizioni e al binomio rivalità-concertazione, che caratterizzano le relazioni tra le grandi potenze imperialiste. Ricordiamo le sue dichiarazioni contro la Germania, che ha accusato di usare l'Unione Europea come strumento di dominio in Europa, e nei confronti del Giappone, principale alleato nella “Partnership per il Commercio nel Pacifico” (TPP) e nel quadro della militarizzazione della regione Asia-Pacifico.
Cercando di trovare soluzioni per, se possibile, invertire la tendenza del declino economico relativo e contrastare l'ampio processo di riaggregazione delle forze che sta avendo luogo sul piano mondiale (in cui ha avuto particolare importanza il ruolo svolto dalla Cina), Donald Trump e gli interessi e i settori della società statunitense che egli incarna danno diversi segnali non solo di pretendere di determinare nuovi termini del loro rapporto con la Repubblica Popolare di Cina – definita come il principale avversario strategico degli Stati Uniti – ma anche nella loro relazione con paesi alleati e partner vicini – di cui sono esempio Messico e Canada e il corrispondente Trattato Nordamericano di Libero Scambio (NAFTA) e l'insieme di paesi che hanno istituito il TPP, nel quale la partecipazione degli Stati Uniti è stata revocata da Donald Trump.
Pur in presenza di differenze, Donald Trump non rappresenta una visione diversa per quanto riguarda gli aspetti fondamentali della società statunitense, come l'affermazione e l'imposizione del dominio egemonico degli Stati Uniti. Tuttavia, è attorno alle “soluzioni” che cercano di contrastare il declino economico relativo degli USA sul piano mondiale che, apparentemente, si verificano le principali divergenze e gli scontri tra la classe dominante degli Stati Uniti, sia su come affrontare l'enorme sfida posta dalla convergenza che si sta verificando su diversi piani (economico, energetico, militare...) tra la Cina e la Russia, che sul come determinare e imporre nelle relazioni commerciali con paesi terzi, compresi gli alleati-partner, i (nuovi) termini e le condizioni più favorevoli per gli Stati Uniti.
Non è ancora possibile evidenziare il risultato immediato dello scontro che si verifica in questo momento in seno alla classe dominante statunitense e l'effettiva gamma di elementi di differenziazione nel segno della continuità degli aspetti essenziali della politica realizzata, come pure delle loro eventuali conseguenze sul piano interno ed esterno. Nel frattempo e in questo contesto si sviluppa una multiforme campagna che mira, tra le altre cose, a imbiancare la politica dell'amministrazione Obama, salvaguardare la globalizzazione capitalista, difendere la NATO e affermare l'Unione Europea.
L'eredità di Obama
Il passaggio del “testimone” da Obama a Trump è stato accompagnato da un'intensa campagna che, caricaturizzando e demonizzando Trump, ha cercato di far dimenticare il “cambiamento” che Obama ha affermato di rappresentare, pur avendo in realtà proseguito l'essenziale dell'agenda neoliberale e aggressiva dell' “establishment” statunitense, che cerca di affermare e imporre il dominio mondiale degli USA. Insediatasi all'inizio del 2009 dopo l'esplosione della crisi del 2007/8 negli Stati Uniti, e dopo avere ricevuto due mandati, l'amministrazione Obama non è riuscita ad assicurare una crescita economica stabile, nonostante la massiccia iniezione di miliardi di dollari nel sistema finanziario, mentre la società statunitense ha continuato ad essere segnata da profonde ingiustizie, disuguaglianze e discriminazioni sociali. Pur in presenza dell'accordo firmato con l'Iran e i passi verso la normalizzazione delle relazioni con Cuba, il blocco degli Stati Uniti continua ancora e occorre avere presente che negli ultimi anni: la prigione nella base militare di Guantanamo non è stata chiusa; continua la guerra degli USA in Afghanistan; gli Stati Uniti sono tornati ad avere truppe in Iraq, da dove in realtà non sono mai usciti; i droni statunitensi continuano ad assassinare; la Libia e il suo Stato sono stati brutalmente distrutti dall'aggressione della Nato e dei suoi alleati; la Siria è stata aggredita e devastata da gruppi di mercenari appoggiati dagli USA e la sua sovranità e integrità territoriale minacciata; in Ucraina gli USA hanno promosso il golpe attuato da oligarchi e gruppi fascisti che hanno scatenato una guerra contro il popolo ucraino; prosegue lo sviluppo delle armi nucleari e la corsa agli armamenti, come pure l'installazione del sistema anti-missile degli USA in Europa e viene ribadita l'intenzione di installarlo in Asia; le forze della Nato sono avanzate verso l'Est Europa, rafforzando la loro presenza a ridosso della frontiera con la Federazione Russa; ed è stata promossa la presenza militare statunitense nella regione Asia-Pacifico, prendendo di mira la Cina. Sono esempi, tra gli altri, dell'eredità di Obama che provano il proseguimento della politica militarista, di destabilizzazione e di guerra degli Stati Uniti contro coloro che nel mondo essi considerano essere un ostacolo all'imposizione del loro “ordine mondiale”, alla politica di aggressione che tante sofferenze e distruzioni ha provocato. Una continuità che Hillary Clinton rappresentava – in quanto candidata del sistema, che univa attorno a sé grande parte dell'“establishment” e, in particolare, gli interessi predominanti del capitale finanziario e del complesso militare-industriale – e che ha subito una sconfitta.
Si tratta di una campagna che mira a far perdere di vista gli obiettivi e le conseguenze di circa 25 anni di globalizzazione capitalista, con l'imposizione di relazioni di dominio e dipendenza nei rapporti tra gli stati, l'arbitrio delle multinazionali, la liberalizzazione del commercio, l'incremento dell'accumulazione e la concentrazione della ricchezza, l'intensificazione dello sfruttamento, la precarietà del lavoro e le crescenti disuguaglianze sociali e i divari nello sviluppo. Un processo, una politica, che ostacola e promuove la mancanza di rispetto per i diritti dei lavoratori e dei popoli, per la sovranità e l'indipendenza degli stati, per la democrazia, per i diritti politici, economici, sociali e culturali, per la realizzazione di relazioni economiche e commerciali che si basino sulla cooperazione reciprocamente vantaggiosa sul rispetto del diritto degli stati allo sviluppo economico e sociale sovrano.
Una campagna che cerca anche di mistificare la natura e gli obiettivi della NATO – blocco politico-militare, strumento della politica aggressiva dell'imperialismo – e nascondere la sua responsabilità per le guerre di aggressione alla Jugoslavia, all'Afghanistan, all'Iraq e alla Libia, e il suo bilancio di morte, sofferenza e distruzione. Allo stesso tempo, cerca di aprire la strada all'aumento delle spese militari della maggioranza dei paesi membri della NATO, utilizzando come pretesto l'ingannatrice “lotta al terrorismo” e la pretesa “minaccia russa”. Vanno ricordate a tale proposito le ricorrenti proposte perché le spese militari possano non essere contabilizzate nel calcolo dei deficit pubblici dei paesi che fanno parte dell'Unione Europea (e della NATO), allo scopo di facilitare il percorso al militarismo, alla corsa agli armamenti e alla guerra.
Una campagna che, di fronte all'accumularsi di contraddizioni e alle crescenti manifestazioni di rifiuto dell'Unione Europea, di cui è significativo esempio il referendum nel Regno Unito, agita ogni tipo di manaccia (Donald Trump, Russia, Cina, terrorismo, populismo...), per promuovere la creazione delle condizioni per un nuovo approfondimento dell'integrazione capitalista europea – federalista, neoliberale e militarista – in confronto diretto con i diritti, gli interessi e le aspirazioni dei lavoratori e dei popoli e la sovranità e l'indipendenza degli stati, puntando, tra le altre cose, al completamento dell'Unione Economica e Monetaria (dell'Euro), con il compimento dell'unione bancaria e l'incremento della politica fiscale, con il rafforzamento dell'Unione Europea securitaria e delle cosiddette politiche della migrazione e dell'asilo, con la promozione della militarizzazione dell'Unione Europea e della sua capacità di intervento militare.
Migranti e rifugiati
Per quanto riguarda i migranti e i rifugiati, riveste particolare gravità l'adozione da parte dell'amministrazione statunitense di misure che, approfondendo aspetti di una politica che in parte era già stata implementata, violano i loro diritti – come la continuazione della costruzione del “muro”, iniziata dall'amministrazione Clinton alla frontiera con il Messico; e le ancora più restrittive regole di asilo e accoglienza dei rifugiati; e la discriminazione sulla base della nazionalità, in particolare dei cittadini vittime delle guerre di aggressione da parte degli USA – che non è una politica esclusiva degli Stati Uniti. L'Unione Europea ha varato misure come il disumano accordo con la Turchia e con altri paesi, come la Libia; la militarizzazione delle questioni umanitarie; la cosiddetta politica del ritorno; l'esternalizzazione delle frontiere e il concetto di “Europa fortezza”; la selettiva “carta blu” a imitazione della “carta verde” degli Stati Uniti, la costruzione dei centri di detenzione, tra le altre che vanno nella stessa direzione.
La drammatica situazione di milioni di esseri umani sfollati e rifugiati ha come una delle principali cause le guerre risultanti da azioni di aggressione, ingerenza e destabilizzazione contro stati sovrani condotte dagli Stati Uniti d'America, dalla NATO, dall'Unione Europea e dai loro alleati: Afghanistan, Iraq, Libia, Siria e Yemen, tra gli altri, ne sono la testimonianza.
Allo stesso modo, i flussi migratori di milioni di esseri umani che tentano di sfuggire alla povertà e ad altri drammi sociali, aumentano in modo direttamente proporzionale alle crescenti e stridenti disuguaglianze sociali e asimmetrie dello sviluppo risultanti da politiche di sfruttamento, accumulazione e concentrazione della ricchezza e di imposizione di relazioni di dominio economico nei rapporti tra gli stati.
Sono queste le politiche che sono all'origine dei maggiori movimenti nel post II Guerra Mondiale e dell'alto livello dei flussi migratori. I migranti e i rifugiati non sono una minaccia e neppure i responsabili della crisi economica e sociale. Al contrario, sono vittime di politiche che ora li strumentalizzano per aumentare ancora di più lo sfruttamento e la precarietà e per promuovere derive securitarie che, con il pretesto della cosiddetta “lotta contro il terrorismo”, minano le libertà e i diritti fondamentali, incentivando la xenofobia e valori retrogradi e aprendo il campo alle forze reazionarie e di natura fascista.
La soluzione dei gravi problemi che sono all'origine dei flussi migratori e dei rifugiati risiede nell'adozione di politiche di pace, di progresso sociale, di cooperazione e di sostegno allo sviluppo.
Da rilevare ancora, a proposito delle elezioni negli Stati Uniti, le manovre in corso che, sotto la copertura del “populismo”, del “nazionalismo”, dell' “estremismo” e del “protezionismo”, cercano in modo inaccettabile di associare coloro che, come i comunisti e altri patrioti e democratici, assumono una posizione patriottica e internazionalista, di rifiuto della globalizzazione capitalista, dell'aggressività imperialista, dell'Unione Europea federalista, neoliberale e militarista del grande capitale, della NATO, che lottano per la libertà, per la democrazia e la sovranità nazionale, per la giustizia e il progresso sociale, per la pace e la cooperazione, per l'emancipazione dei lavoratori e dei popoli, a posizioni e forze reazionarie e di natura fascista che si caratterizzano per il nazionalismo xenofobo e sciovinista, per il loro falso discorso “anti-sistema”, nello stesso momento in cui eludono la natura del capitalismo e non si rendono protagonisti di alcun processo di trasformazione di significato progressista e di liberazione. Una manovra che mira a nascondere non solo le reali cause e i responsabili dell'attacco alle condizioni di vita e ai diritti dei lavoratori e dei popoli – il grande capitale e le forze che lo servono –, ma anche le forze protagoniste della lotta autenticamente conseguente e una reale alternativa.
Fonte
21/02/2016
Portogallo: calma apparente nel paese governato dalle sinistre
A circa due mesi e mezzo dall’insediamento del nuovo governo portoghese, al contrario di quanto ci si potesse aspettare, c’è poca tensione e poco interesse alle sue sorti, nonostante si tratti di un esecutivo parzialmente “fuori linea” rispetto ai dettami della troika, per di più insediatosi in uno dei paesi “PIGS” della periferia mediterranea europea. Si tratta, infatti, di un esecutivo sostenuto da un’alleanza singolare fra Partito Socialista, Bloco de Esquerda e dalla coalizione tra Partito Comunista e Verdi. Se il primo rappresenta l’ala sinistra dei “partiti della troika”, ovvero lo scudiero dell’integrazione del grande capitale europeo (e, quindi, portavoce degli eurocrati), il secondo ha una composizione simile a quella di Syriza prima dell’accettazione del memorandum di luglio, quindi in larga parte fautore di un velleitario riformismo europeo. Il Partito Comunista Portoghese è invece un partito di massa che, in teoria, ha orientato negli ultimi anni la propria linea in senso anti-UE in maniera radicale.
Si ricorda che le elezioni legislative avevano consegnato la maggioranza relativa alla coalizione di centro destra Partito Socialdemocratico-Partito Popolare, reduce da quattro anni di governo teleguidato dagli “esperti della troika”, giunti direttamente nel paese, che hanno operato un massacro sociale simile a quello greco.
A fronte dell’annuncio, pochi giorni dopo il voto, da parte di “socialisti”, comunisti e Bloco del raggiungimento di un’intesa programmatica in grado di costituire una maggioranza stabile, il Presidente della Repubblica aveva tentato in tutti i modi di evitare tale rassemblement di sinistra consentendo comunque la formazione di un governo di minoranza guidato dai “Socialdemocratici” (il regime parlamentare semi-presidenziale portoghese lo consente), con la motivazione esplicita che mai, in 40 anni di regime liberal-democratico, il paese era stato in mano ad una maggioranza sostenuta anche da partiti “estremisti”, critici nei confronti dell’Unione Europea e della Nato.
Nonostante tale tentativo di ‘golpe istituzionale’, come era prevedibile l’esecutivo di minoranza è stato sfiduciato al primo passaggio utile, senza creare gli smottamenti da destra nel Partito Socialista che si sarebbe aspettato il Presidente della Repubblica, il quale ha dovuto rassegnarsi a concedere il semaforo verde ad un governo monocolore “socialista”, con l’appoggio esterno dei due raggruppamenti parlamentari più radicali.
Tale esecutivo non nasce con la stessa spinta ideale che contrassegnò l’ascesa di Syriza: la formazione greca aveva la velleità di “cambiare l’Europa a partire dalla Grecia”, attraverso una riforma keynesiana che prevedesse l’istituzione di un “new deal europeo”, accompagnato ad una conferenza europea sul debito, la quale avrebbe dovuto portare in parte a sforbiciare il debito greco, in parte a subordinarne il pagamento al tasso di crescita economica; un vero e proprio libro dei sogni che non teneva conto della gabbia istituzionale e politica rappresentata dalle istituzioni e dai trattati vincolanti, che sappiamo a cosa ha portato.
L’accordo fra i 4 partiti portoghesi, invece, è molto più minimalista e si limita a una visione quasi esclusivamente di tipo economico, in quanto prevede soltanto la cancellazione di alcune delle misure di austerità imposte dai commissari della troika (drastici tagli a stipendi e pensioni, spinta estrema alle privatizzazioni, fine della contrattazione collettiva), che avevano morso la carne viva di un paese che risentiva ancora ampiamente, nel sistema economico, nel welfare e nella mentalità diffusa, della Rivoluzione dei Garofani, che è relativamente recente e che fece approdare il paese ad un regime liberal-democratico segnando una discontinuità abbastanza marcata, in senso progressista, rispetto al precedente regime militare (a differenza, ad esempio, dei vicini spagnoli, che hanno visto un’evoluzione nel segno di una sostanziale continuità fra regime franchista e liberal-democrazia). Per il resto, Bloco de Esquerda, Partito Comunista e Verdi hanno esplicitamente rinunciato ad ogni velleità di riforma o rottura dell’Unione Europea, impegnandosi a rimanere leali al governo monocolore del Partito Socialista, il quale rimane a sua volta fedelmente legato ai dettami dell’Unione Europea anche se con un tentativo di smussarne gli aspetti più drastici.
Tale impianto programmatico reca in sé le medesime contraddizioni che hanno segnato il primo governo Tsipras: è possibile ottenere margini di riformismo sociale, anche minimo, nel quadro delle compatibilità determinata dall’Unione Europea? L’esperienza greca, e non solo, dicono di no, la direzione imposta dal pilota automatico continentale è opposta.
Tuttavia, per il momento, nel caso portoghese sembra che gli eurocrati stiano lasciando fare per quel che riguarda le prime riforme di “emergenza sociale”: il salario minimo è stato elevato a 600 euro, anche se entro il 2019 e non entro il 2016 come richiesto dalle sinistre; sono state riassorbite alcune delle tasse imposte dal precedente governo sui redditi più bassi; è stata approvata una legge che proroga sfratti e sequestri giudiziari alle famiglie più povere; sono state bloccate le privatizzazioni della compagnia aerea di stato e del trasporto pubblico di Lisbona e Porto; è stato reintrodotto un certo grado di contrattazione collettiva; sul fronte dei diritti civili sono state eliminate le restrizioni sull’aborto introdotte dall’esecutivo di centro-destra ed è stato concesso il diritto all’adozione alle coppie omosessuali.
Molto più che in Grecia, ci sarebbe da dire. Per il momento, dunque, la variegata maggioranza di governo portoghese porta a casa alcuni risultati senza che vi sia stata grande opposizione o intralcio da parte della Troika. Giova ricordare, però, che essi non sono acquisiti una volta per tutte: nel caso greco, ad esempio, pochi mesi dopo la promulgazione di provvedimenti simili, l’Unione Europea ha ampiamente costretto Tsipras a rimangiarseli tutti.
E comunque i rapporti tra le varie forze che compongono la maggioranza non sempre sono idilliaci. Le prime spaccature si sono registrate nel settore finanziario, dove il Partito Socialista svolge appieno il proprio ruolo di portavoce degli eurocrati; ad esempio, è passata col voto contrario delle sinistre e solo grazie all’astensione dei “Socialdemocratici” la privatizzazione a prezzo stracciato (150 milioni di euro) della banca BANIF, salvata a fine 2015 con 2200 milioni di euro di fondi pubblici (quindi sottratti all’esangue stato sociale lusitano), a pochi giorni dall’entrata in vigore del “bail in” europeo, che non consente più operazioni di questo genere. La proposta delle sinistre radicali era quella di riassorbire l’istituto nella Cassa Generale dei Depositi, banca di proprietà dello stato, che è ancora la più grande di tutto il sistema bancario del paese.
Vedremo fino a quanto durerà questa situazione di equilibrio instabile; per il momento, come detto, l’Unione Europea sembra non affondare il coltello, reduce dal forte danno d’immagine subito dalla brutale e palesemente anti-democratica imposizione del cambio di rotta al governo “riformista” greco.
Una certa pressione, tuttavia, è mantenuta dai mercati finanziari: il famigerato spread di rendimento fra i titoli di stato decennali portoghesi rispetto ai bund tendeschi si attesta stabilmente sopra i 350 punti; a proposito di ciò, il Premier Costa, incalzato dal leader del PSD Passos Coelho, ha esplicitamente ammesso che esiste “un piano B portoghese”, nel caso in cui la situazione debitoria dovesse deteriorarsi e il paese fosse impossibilitato a rispettare i vincoli di bilancio imposti dai trattati europei; tuttavia, rimarca il Primo Ministro, “non vi sarà bisogno di tirarlo fuori”.
Queste parole, in teoria, non dovrebbero suonare esattamente come musica per le orecchie degli eurocrati (immaginarsi quale sarebbe la reazione se venissero pronunciate da Tsipras, sottoposto a strozzinaggio finanziario e a pesanti forme di ricatto per molto meno). Tuttavia, essendo state proferite da un fedele scudiero europeista, è lecito avanzare l’ipotesi che si faccia strada, fra le teste d’uovo di Bruxelles, la tendenza a gestire in maniera differenziata le “crisi del debito” dei paesi periferici; in effetti, in tempi di minacce di Brexit, di imminenti riscritture dei trattati e di turbolenze interne ed esterne varie, è probabile che qualche certezza burocratica sia stata persa anche nelle stanze dei bottoni europee e un parziale reset sia in corso. Ovviamente, l’obiettivo finale non cambia: l’integrazione sempre più stretta e ferrea dei grandi capitali europei richiede che, in ogni caso, nella classe lavoratrice continentale in generale e in quella periferica in particolare, non si “facciano prigionieri”. Su questo non ci piove, perché si tratta di una dinamica imposta dalle tendenze oggettive del competizione capitalistica globale.
Fonte
Si ricorda che le elezioni legislative avevano consegnato la maggioranza relativa alla coalizione di centro destra Partito Socialdemocratico-Partito Popolare, reduce da quattro anni di governo teleguidato dagli “esperti della troika”, giunti direttamente nel paese, che hanno operato un massacro sociale simile a quello greco.
A fronte dell’annuncio, pochi giorni dopo il voto, da parte di “socialisti”, comunisti e Bloco del raggiungimento di un’intesa programmatica in grado di costituire una maggioranza stabile, il Presidente della Repubblica aveva tentato in tutti i modi di evitare tale rassemblement di sinistra consentendo comunque la formazione di un governo di minoranza guidato dai “Socialdemocratici” (il regime parlamentare semi-presidenziale portoghese lo consente), con la motivazione esplicita che mai, in 40 anni di regime liberal-democratico, il paese era stato in mano ad una maggioranza sostenuta anche da partiti “estremisti”, critici nei confronti dell’Unione Europea e della Nato.
Nonostante tale tentativo di ‘golpe istituzionale’, come era prevedibile l’esecutivo di minoranza è stato sfiduciato al primo passaggio utile, senza creare gli smottamenti da destra nel Partito Socialista che si sarebbe aspettato il Presidente della Repubblica, il quale ha dovuto rassegnarsi a concedere il semaforo verde ad un governo monocolore “socialista”, con l’appoggio esterno dei due raggruppamenti parlamentari più radicali.
Tale esecutivo non nasce con la stessa spinta ideale che contrassegnò l’ascesa di Syriza: la formazione greca aveva la velleità di “cambiare l’Europa a partire dalla Grecia”, attraverso una riforma keynesiana che prevedesse l’istituzione di un “new deal europeo”, accompagnato ad una conferenza europea sul debito, la quale avrebbe dovuto portare in parte a sforbiciare il debito greco, in parte a subordinarne il pagamento al tasso di crescita economica; un vero e proprio libro dei sogni che non teneva conto della gabbia istituzionale e politica rappresentata dalle istituzioni e dai trattati vincolanti, che sappiamo a cosa ha portato.
L’accordo fra i 4 partiti portoghesi, invece, è molto più minimalista e si limita a una visione quasi esclusivamente di tipo economico, in quanto prevede soltanto la cancellazione di alcune delle misure di austerità imposte dai commissari della troika (drastici tagli a stipendi e pensioni, spinta estrema alle privatizzazioni, fine della contrattazione collettiva), che avevano morso la carne viva di un paese che risentiva ancora ampiamente, nel sistema economico, nel welfare e nella mentalità diffusa, della Rivoluzione dei Garofani, che è relativamente recente e che fece approdare il paese ad un regime liberal-democratico segnando una discontinuità abbastanza marcata, in senso progressista, rispetto al precedente regime militare (a differenza, ad esempio, dei vicini spagnoli, che hanno visto un’evoluzione nel segno di una sostanziale continuità fra regime franchista e liberal-democrazia). Per il resto, Bloco de Esquerda, Partito Comunista e Verdi hanno esplicitamente rinunciato ad ogni velleità di riforma o rottura dell’Unione Europea, impegnandosi a rimanere leali al governo monocolore del Partito Socialista, il quale rimane a sua volta fedelmente legato ai dettami dell’Unione Europea anche se con un tentativo di smussarne gli aspetti più drastici.
Tale impianto programmatico reca in sé le medesime contraddizioni che hanno segnato il primo governo Tsipras: è possibile ottenere margini di riformismo sociale, anche minimo, nel quadro delle compatibilità determinata dall’Unione Europea? L’esperienza greca, e non solo, dicono di no, la direzione imposta dal pilota automatico continentale è opposta.
Tuttavia, per il momento, nel caso portoghese sembra che gli eurocrati stiano lasciando fare per quel che riguarda le prime riforme di “emergenza sociale”: il salario minimo è stato elevato a 600 euro, anche se entro il 2019 e non entro il 2016 come richiesto dalle sinistre; sono state riassorbite alcune delle tasse imposte dal precedente governo sui redditi più bassi; è stata approvata una legge che proroga sfratti e sequestri giudiziari alle famiglie più povere; sono state bloccate le privatizzazioni della compagnia aerea di stato e del trasporto pubblico di Lisbona e Porto; è stato reintrodotto un certo grado di contrattazione collettiva; sul fronte dei diritti civili sono state eliminate le restrizioni sull’aborto introdotte dall’esecutivo di centro-destra ed è stato concesso il diritto all’adozione alle coppie omosessuali.
Molto più che in Grecia, ci sarebbe da dire. Per il momento, dunque, la variegata maggioranza di governo portoghese porta a casa alcuni risultati senza che vi sia stata grande opposizione o intralcio da parte della Troika. Giova ricordare, però, che essi non sono acquisiti una volta per tutte: nel caso greco, ad esempio, pochi mesi dopo la promulgazione di provvedimenti simili, l’Unione Europea ha ampiamente costretto Tsipras a rimangiarseli tutti.
E comunque i rapporti tra le varie forze che compongono la maggioranza non sempre sono idilliaci. Le prime spaccature si sono registrate nel settore finanziario, dove il Partito Socialista svolge appieno il proprio ruolo di portavoce degli eurocrati; ad esempio, è passata col voto contrario delle sinistre e solo grazie all’astensione dei “Socialdemocratici” la privatizzazione a prezzo stracciato (150 milioni di euro) della banca BANIF, salvata a fine 2015 con 2200 milioni di euro di fondi pubblici (quindi sottratti all’esangue stato sociale lusitano), a pochi giorni dall’entrata in vigore del “bail in” europeo, che non consente più operazioni di questo genere. La proposta delle sinistre radicali era quella di riassorbire l’istituto nella Cassa Generale dei Depositi, banca di proprietà dello stato, che è ancora la più grande di tutto il sistema bancario del paese.
Vedremo fino a quanto durerà questa situazione di equilibrio instabile; per il momento, come detto, l’Unione Europea sembra non affondare il coltello, reduce dal forte danno d’immagine subito dalla brutale e palesemente anti-democratica imposizione del cambio di rotta al governo “riformista” greco.
Una certa pressione, tuttavia, è mantenuta dai mercati finanziari: il famigerato spread di rendimento fra i titoli di stato decennali portoghesi rispetto ai bund tendeschi si attesta stabilmente sopra i 350 punti; a proposito di ciò, il Premier Costa, incalzato dal leader del PSD Passos Coelho, ha esplicitamente ammesso che esiste “un piano B portoghese”, nel caso in cui la situazione debitoria dovesse deteriorarsi e il paese fosse impossibilitato a rispettare i vincoli di bilancio imposti dai trattati europei; tuttavia, rimarca il Primo Ministro, “non vi sarà bisogno di tirarlo fuori”.
Queste parole, in teoria, non dovrebbero suonare esattamente come musica per le orecchie degli eurocrati (immaginarsi quale sarebbe la reazione se venissero pronunciate da Tsipras, sottoposto a strozzinaggio finanziario e a pesanti forme di ricatto per molto meno). Tuttavia, essendo state proferite da un fedele scudiero europeista, è lecito avanzare l’ipotesi che si faccia strada, fra le teste d’uovo di Bruxelles, la tendenza a gestire in maniera differenziata le “crisi del debito” dei paesi periferici; in effetti, in tempi di minacce di Brexit, di imminenti riscritture dei trattati e di turbolenze interne ed esterne varie, è probabile che qualche certezza burocratica sia stata persa anche nelle stanze dei bottoni europee e un parziale reset sia in corso. Ovviamente, l’obiettivo finale non cambia: l’integrazione sempre più stretta e ferrea dei grandi capitali europei richiede che, in ogni caso, nella classe lavoratrice continentale in generale e in quella periferica in particolare, non si “facciano prigionieri”. Su questo non ci piove, perché si tratta di una dinamica imposta dalle tendenze oggettive del competizione capitalistica globale.
Fonte
12/11/2015
Tutti i rischi di un 'governo delle sinistre' in Portogallo
È solo dopo notevoli esitazioni che mi sono deciso a commentare i recenti sviluppi della situazione in Portogallo. Prima ho ascoltato con molta attenzione gli argomenti della compagna Mariana Mortagua [deputata del Bloco de Esquerda] nella seduta plenaria della conferenza Historical Materialism a Londra, il 9 novembre. Ho egualmente letto l’intervista che Francisco Louçã, dirigente storico del Blocco di sinistra, ha rilasciato a Ugo Palheta per il sito Contretemps [Una nuova situazione politica in Portogallo? ]
Tuttavia, sulla base dell’esperienza greca, le cui lezioni cominciano solo ora a essere pienamente comprese dalla sinistra radicale europea, penso di avere qualche responsabilità nel rivolgere un fraterno avvertimento ai compagni della sinistra radicale portoghese (Blocco di sinistra e Partito comunista portoghese). Capisco benissimo come la situazione non sia semplice per loro. C’è un’enorme pressione da parte dell’elettorato perché sia «data una possibilità» ai socialisti di formare un governo impedendo così alla destra di costituire quel governo di minoranza che [il presidente della Repubblica] Cavaco Silva e [il primo ministro] Passos Coelho si sono ostinati a tentare di mettere in piedi con il sostegno incondizionato dell’Unione europea. È chiaro che un governo socialista dipendente dall’appoggio della sinistra radicale e, almeno ufficialmente, impegnato ad annullare certe misure d’austerità, si troverà subito sotto il fuoco di sbarramento dell’Unione europea e della classe dominante portoghese. In questo contesto, si potrebbe forse comprendere la tattica di un sostegno «esterno» a un governo socialista sulla base di un accordo comune, sostegno che cessa se gli accordi non vengono rispettati dai socialisti.
Tuttavia, i rischi sono immensi, e mi sembrano ben superiori ai vantaggi sperati. Ciò si può riassumere in tre punti.
1. L’idea che un partito come il PS portoghese sarebbe pronto scontrarsi con la UE e la borghesia nazionale per avviare delle sia pure modeste misure anti-austerità mi sembra una totale illusione. Anche un partito della sinistra radicale come Syriza, in un Paese che ha sperimentato movimenti sociali d’una ampiezza sconosciuta al Portogallo, sì è poi dimostrato incapace di proseguire nello scontro necessario per ottenere anche le benché minime «concessioni».
Per dirla semplicemente: sembra del tutto impossibile pensare di poter avviare anche una sola «attenuazione» dell’austerità senza affrontare di petto il problema del debito e della camicia di forza imposta dalla zona euro, ed è proprio una follia immaginare sia pure per un solo secondo che il PS portoghese sia incline e/o pronto a farlo (e in effetti anche il Blocco e il PC portoghese sono prudenti su questi due aspetti). A questo proposito, non si può che registrare che nell’accordo tripartito PS-Bloco-PCP il problema del debito è del tutto evitato, mentre d’altro canto i dirigenti del PS non cessano di dichiarare che tale accordo non rimette per niente in discussione gli «impegni europei» del Portogallo.
2. L’esperienza greca ha egualmente dimostrato che fra uno scontro su grande scala e la capitolazione non vi sono vie di mezzo. E questo a proposito non di un insieme di rivendicazioni anticapitalistiche radicali, ma di un programma molto moderato come il «programma di Tessalonica», sulla base del quale Syriza aveva vinto le elezioni nel gennaio 2015. Anche l’attuale governo di Syriza, che ha accettato un terrificante Memorandum e s’è impegnato alla sua applicazione, è del tutto incapace d’ottenere la più infima concessione da parte della UE su una rivendicazione minima come la protezione (condizionale e incompleta) contro il sequestro da parte delle banche della residenza principale. Le istituzioni della UE saranno ancora meno inclini a dar prova d’indulgenza nei confronti di un governo PS dipendente dal sostegno della sinistra radicale, e orchestreranno sicuramente un ricatto simile a quello cui fu sottoposto il primo governo Syriza.
3. Del tutto evidentemente, sostenere un governo senza prendervi parte è meno rischioso di una partecipazione diretta. Si può ritirare l’appoggio se il governo oltrepassa certe “linee rosse”. Ma l’esperienza dimostra che definire queste “linee rosse” è lungi dall’essere semplice: lo si è visto in Grecia fra l’aprile e il giugno, quando il governo non cessava di arretrare su tutti i fronti. In ogni caso, è più che probabile che la direzione del PS portoghese userà l’accordo con il Blocco di sinistra e il PCP così come ha fatto Tsipras con la sinistra del proprio partito, quando s’è infilato nell’infernale spirale di concessioni su concessioni sino alla capitolazione. E cioè sottoponendola a un ricatto permanente che consisteva nel dire: «Oserete rovesciare il governo di sinistra, il primo di questo tipo in questo Paese?» (e questo vale anche per il Portogallo). Il suo calcolo s’è rivelato giusto: è riuscito a piegare la sinistra di Syriza sino a quando ormai era – in qualche modo – troppo tardi, e cioè sino a quando il costo dell’uscita dal governo e, eventualmente, dal partito diveniva molto alto per l’opposizione di sinistra e del tutto gestibile per lui.
Per riferirci a un precedente storico dell’Italia degli anni Novanta: l’esperienza dell’appoggio esterno al primo governo di «centro-sinistra» di Romano Prodi (1996-1998) da parte di Rifondazione comunista – appoggio ritirato due anni dopo – ha anch’essa dimostrato che il «partner junior» collocato a sinistra ha ben più da perdere in tali esercizi della forza centrale della coalizione della «sinistra moderata».
Per quanto riguarda più specificatamente il Blocco di sinistra – al quale mi sento molto vicino – io penso che questa decisione sia in contraddizione con la lucidità con la quale questi compagni hanno ricavato le lezioni della tragedia greca, cambiando significativamente la loro posizione sull’euro: un punto accentuato nei due contributi di Mariana e di Francisco menzionati prima. Così, nella sua intervista a Contretemps, Francisco sottolinea come «la crisi greca ha dimostrato come non si può negoziare una ristrutturazione del debito senza essere pronti a rompere con l’euro» e come questa «ha convinto il Bloco a adottare una posizione maggiormente critica di fronte al ricatto e alle minacce delle autorità europee e della Merkel in particolare». Il notevole articolo di Catarina Principe – un’altra personalità del Blocco –, pubblicato nella rivista Jacobin appena dopo le elezioni, aveva egualmente mostrato una sensibile modificazione dell’orientamento – sino ad allora essenzialmente “europeista” – del partito, sull’onda della capitolazione di Tsipras.
È sempre una faccenda molto delicata formulare dei disaccordi con compagni che conducono la lotta in un altro Paese. Tuttavia, io temo che la sinistra radicale portoghese possa imboccare una via che sfocerà nella dilapidazione del prezioso capitale politico ch’essa ha saputo così difficilmente accumulare in questi ultimi anni. Le dimensioni del disastro subito dal popolo greco e dalla sinistra radicale del mio Paese e anche la parte di responsabilità personale che vi ho avuto mi obbligano tuttavia ad assumermi questo rischio.
Sperando, naturalmente, come ho fatto scrivendo di Syriza e della situazione greca in questi ultimi mesi, di sbagliarmi.
«Dixi et salvavi animam meam», come si dice in questi casi. [*]
[*] «L’ho detto, e così mi sono salvato l’anima» è il senso di questo motto latino che conclude la Critica al programma di Gotha di Karl Marx. [NdR]
Traduzione dal francese di Cristiano Dan. http://popoffquotidiano.it
Fonte
Tuttavia, sulla base dell’esperienza greca, le cui lezioni cominciano solo ora a essere pienamente comprese dalla sinistra radicale europea, penso di avere qualche responsabilità nel rivolgere un fraterno avvertimento ai compagni della sinistra radicale portoghese (Blocco di sinistra e Partito comunista portoghese). Capisco benissimo come la situazione non sia semplice per loro. C’è un’enorme pressione da parte dell’elettorato perché sia «data una possibilità» ai socialisti di formare un governo impedendo così alla destra di costituire quel governo di minoranza che [il presidente della Repubblica] Cavaco Silva e [il primo ministro] Passos Coelho si sono ostinati a tentare di mettere in piedi con il sostegno incondizionato dell’Unione europea. È chiaro che un governo socialista dipendente dall’appoggio della sinistra radicale e, almeno ufficialmente, impegnato ad annullare certe misure d’austerità, si troverà subito sotto il fuoco di sbarramento dell’Unione europea e della classe dominante portoghese. In questo contesto, si potrebbe forse comprendere la tattica di un sostegno «esterno» a un governo socialista sulla base di un accordo comune, sostegno che cessa se gli accordi non vengono rispettati dai socialisti.
Tuttavia, i rischi sono immensi, e mi sembrano ben superiori ai vantaggi sperati. Ciò si può riassumere in tre punti.
1. L’idea che un partito come il PS portoghese sarebbe pronto scontrarsi con la UE e la borghesia nazionale per avviare delle sia pure modeste misure anti-austerità mi sembra una totale illusione. Anche un partito della sinistra radicale come Syriza, in un Paese che ha sperimentato movimenti sociali d’una ampiezza sconosciuta al Portogallo, sì è poi dimostrato incapace di proseguire nello scontro necessario per ottenere anche le benché minime «concessioni».
Per dirla semplicemente: sembra del tutto impossibile pensare di poter avviare anche una sola «attenuazione» dell’austerità senza affrontare di petto il problema del debito e della camicia di forza imposta dalla zona euro, ed è proprio una follia immaginare sia pure per un solo secondo che il PS portoghese sia incline e/o pronto a farlo (e in effetti anche il Blocco e il PC portoghese sono prudenti su questi due aspetti). A questo proposito, non si può che registrare che nell’accordo tripartito PS-Bloco-PCP il problema del debito è del tutto evitato, mentre d’altro canto i dirigenti del PS non cessano di dichiarare che tale accordo non rimette per niente in discussione gli «impegni europei» del Portogallo.
2. L’esperienza greca ha egualmente dimostrato che fra uno scontro su grande scala e la capitolazione non vi sono vie di mezzo. E questo a proposito non di un insieme di rivendicazioni anticapitalistiche radicali, ma di un programma molto moderato come il «programma di Tessalonica», sulla base del quale Syriza aveva vinto le elezioni nel gennaio 2015. Anche l’attuale governo di Syriza, che ha accettato un terrificante Memorandum e s’è impegnato alla sua applicazione, è del tutto incapace d’ottenere la più infima concessione da parte della UE su una rivendicazione minima come la protezione (condizionale e incompleta) contro il sequestro da parte delle banche della residenza principale. Le istituzioni della UE saranno ancora meno inclini a dar prova d’indulgenza nei confronti di un governo PS dipendente dal sostegno della sinistra radicale, e orchestreranno sicuramente un ricatto simile a quello cui fu sottoposto il primo governo Syriza.
3. Del tutto evidentemente, sostenere un governo senza prendervi parte è meno rischioso di una partecipazione diretta. Si può ritirare l’appoggio se il governo oltrepassa certe “linee rosse”. Ma l’esperienza dimostra che definire queste “linee rosse” è lungi dall’essere semplice: lo si è visto in Grecia fra l’aprile e il giugno, quando il governo non cessava di arretrare su tutti i fronti. In ogni caso, è più che probabile che la direzione del PS portoghese userà l’accordo con il Blocco di sinistra e il PCP così come ha fatto Tsipras con la sinistra del proprio partito, quando s’è infilato nell’infernale spirale di concessioni su concessioni sino alla capitolazione. E cioè sottoponendola a un ricatto permanente che consisteva nel dire: «Oserete rovesciare il governo di sinistra, il primo di questo tipo in questo Paese?» (e questo vale anche per il Portogallo). Il suo calcolo s’è rivelato giusto: è riuscito a piegare la sinistra di Syriza sino a quando ormai era – in qualche modo – troppo tardi, e cioè sino a quando il costo dell’uscita dal governo e, eventualmente, dal partito diveniva molto alto per l’opposizione di sinistra e del tutto gestibile per lui.
Per riferirci a un precedente storico dell’Italia degli anni Novanta: l’esperienza dell’appoggio esterno al primo governo di «centro-sinistra» di Romano Prodi (1996-1998) da parte di Rifondazione comunista – appoggio ritirato due anni dopo – ha anch’essa dimostrato che il «partner junior» collocato a sinistra ha ben più da perdere in tali esercizi della forza centrale della coalizione della «sinistra moderata».
Per quanto riguarda più specificatamente il Blocco di sinistra – al quale mi sento molto vicino – io penso che questa decisione sia in contraddizione con la lucidità con la quale questi compagni hanno ricavato le lezioni della tragedia greca, cambiando significativamente la loro posizione sull’euro: un punto accentuato nei due contributi di Mariana e di Francisco menzionati prima. Così, nella sua intervista a Contretemps, Francisco sottolinea come «la crisi greca ha dimostrato come non si può negoziare una ristrutturazione del debito senza essere pronti a rompere con l’euro» e come questa «ha convinto il Bloco a adottare una posizione maggiormente critica di fronte al ricatto e alle minacce delle autorità europee e della Merkel in particolare». Il notevole articolo di Catarina Principe – un’altra personalità del Blocco –, pubblicato nella rivista Jacobin appena dopo le elezioni, aveva egualmente mostrato una sensibile modificazione dell’orientamento – sino ad allora essenzialmente “europeista” – del partito, sull’onda della capitolazione di Tsipras.
È sempre una faccenda molto delicata formulare dei disaccordi con compagni che conducono la lotta in un altro Paese. Tuttavia, io temo che la sinistra radicale portoghese possa imboccare una via che sfocerà nella dilapidazione del prezioso capitale politico ch’essa ha saputo così difficilmente accumulare in questi ultimi anni. Le dimensioni del disastro subito dal popolo greco e dalla sinistra radicale del mio Paese e anche la parte di responsabilità personale che vi ho avuto mi obbligano tuttavia ad assumermi questo rischio.
Sperando, naturalmente, come ho fatto scrivendo di Syriza e della situazione greca in questi ultimi mesi, di sbagliarmi.
«Dixi et salvavi animam meam», come si dice in questi casi. [*]
[*] «L’ho detto, e così mi sono salvato l’anima» è il senso di questo motto latino che conclude la Critica al programma di Gotha di Karl Marx. [NdR]
Traduzione dal francese di Cristiano Dan. http://popoffquotidiano.it
Fonte
11/11/2015
Fallisce il golpe della Troika in Portogallo: le sinistre sfiduciano Coelho
11 giorni. Tanto è durato il governo del primo ministro Pedro Passos Coelho che ieri si è visto sfiduciare in parlamento da ben quattro mozioni, presentate da altrettanti partiti che si preparano ora a formare un governo di coalizione.
Fallisce così il tentativo di forzatura della prassi parlamentare passato attraverso il presidente della Repubblica Aníbal Cavaco Silva, dello stesso partito di Coelho (i socialdemocratici del CDS, nonostante il nome formazione dichiaratamente di destra), che aveva testualmente dichiarato: "in 40 anni di democrazia, nessun governo in Portogallo è mai dipeso dal sostegno di forze antieuropeiste, forze che dichiarano di volere abrogare il Trattato di Lisbona, il Fiscal Compact, il Patto di Stabilità e Crescita, così come di smantellare l'unione monetaria e portare il Portogallo fuori dall'euro, e addirittura vogliono la dissoluzione della NATO".
Il riferimento di questo bel programma è ovviamente il Partito Comunista che alle elezioni di ottobre ha ottenuto l'8% in coalizione con i verdi, diventando la quarta forza parlamentare e rendendo così possibile un eventuale governo di coalizione delle sinistre con il Partito Socialista e il Blocco di Sinistra (rispettivamente secondo e terzo partito). Come detto, in un primo momento l'opzione naturale di affidare il governo ai partiti che alleandosi avrebbero ottenuto la maggioranza parlamentare si era scontrata contro il rifiuto del presidente, che si è ostinato ad affidare l'incarico a Coelho nel tentativo di un governo di minoranza o sperando che il Partito Socialista si decidesse a sostenerlo in una "grande coalizione", ma come era evidente il tentativo si è scontrato con i numeri.
La "mozione per respingere" il governo presentata dal Partito Socialista è stata infatti approvata con ben 123 voti a favore e solo 107 contrari.
Mentre fuori dal parlamento i sindacati e i lavoratori manifestano contro il ritorno al potere truffaldino dei responsabili del disastro sociale targato troika, i partiti che dovrebbero dare vita ad una nuova coalizione delle sinistre stanno dando vita ad una equilibrata ragnatela di accordi bilaterali sul programma, per tenere unite anime, programmi e obiettivi assai differenti, soprattutto per quanto riguarda il giudizio sull'Unione Europea, sul dogma della riduzione del debito, sui memorandum a base di austerity, privatizzazioni, decurtazioni salariali e pensionistiche e licenziamenti di massa firmati precedentemente con Bruxelles da parte del governo socialista di Josè Socrates e poi – ancora più duri – da quello conservatore guidato da Coelho.
Il Partito Socialista guidato da Antonio Costa ha confermato la sua volontà di una "strategia di consolidamento dei conti pubblici", cioè di mantenere fede al memorandum, mentre il Partito Comunista ha voluto affermare "il diritto del Portogallo a uno sviluppo sovrano", che sembra spingere esattamente dalla parte opposta, cioè verso il rifiuto del referendum, come scritto nel suo programma elettorale che comprende l'uscita dall'euro oltre che una critica frontale alla permanenza di Lisbona nella Nato.
In vista dell’esito scontato del voto di sfiducia durante lo scorso fine settimana le segreterie dei partiti di opposizione hanno ratificato un documento programmatico contenente 70 misure economiche e politiche e che dà il via libera ad Antonio Costa per formare un esecutivo a guida socialista appoggiato dalle sinistre: il Partido Comunista Português (Pcp), il Bloco de Esquerda (Be) e il Partido Ecologista os Verdes (Pev).
Tra le misure concordate – che poi si voglia o si riesca a metterle in pratica, come dimostra quanto avvenuto ad Atene, è tutta un’altra storia – ci sono quelle volte ad «aumentare il reddito delle famiglie per rilanciare l’economia», l’annullamento del taglio degli stipendi dei lavoratori pubblici e di quello al salario minimo (ormai ridotto a soli 505 euro), la riduzione dei contributi previdenziali, il contrasto alla precarietà e la reintroduzione di alcuni giorni festivi aboliti dai precedenti esecutivi targati Troika. Sul rapporto con l'Ue il documento appare un mediazione confusa tra le varie anime: si criticano i diktat della Troika ma al tempo stesso si auspica una accelerazione del processo di integrazione politica dell'UE che coinvolga tutti i paesi nella dinamica decisionale.
Adesso bisogna attendere la prossima mossa del presidente Cavaco Silva, che dopo le consultazioni dovrebbe affidare l'incarico a Costa. La seconda opzione, quella di rinviare a nuove elezioni e nel frattempo affidare la gestione delle spese correnti al precedente esecutivo, anche se appare meno probabile, rimane sul piatto. Con l’obiettivo di dare il tempo ai portoghesi di ripensare la propria scelta del 4 ottobre ubbidendo così all’Unione Europea e alla Troika e scegliendo, la prossima volta, i partiti graditi a Bruxelles.
Fonte
Fallisce così il tentativo di forzatura della prassi parlamentare passato attraverso il presidente della Repubblica Aníbal Cavaco Silva, dello stesso partito di Coelho (i socialdemocratici del CDS, nonostante il nome formazione dichiaratamente di destra), che aveva testualmente dichiarato: "in 40 anni di democrazia, nessun governo in Portogallo è mai dipeso dal sostegno di forze antieuropeiste, forze che dichiarano di volere abrogare il Trattato di Lisbona, il Fiscal Compact, il Patto di Stabilità e Crescita, così come di smantellare l'unione monetaria e portare il Portogallo fuori dall'euro, e addirittura vogliono la dissoluzione della NATO".
Il riferimento di questo bel programma è ovviamente il Partito Comunista che alle elezioni di ottobre ha ottenuto l'8% in coalizione con i verdi, diventando la quarta forza parlamentare e rendendo così possibile un eventuale governo di coalizione delle sinistre con il Partito Socialista e il Blocco di Sinistra (rispettivamente secondo e terzo partito). Come detto, in un primo momento l'opzione naturale di affidare il governo ai partiti che alleandosi avrebbero ottenuto la maggioranza parlamentare si era scontrata contro il rifiuto del presidente, che si è ostinato ad affidare l'incarico a Coelho nel tentativo di un governo di minoranza o sperando che il Partito Socialista si decidesse a sostenerlo in una "grande coalizione", ma come era evidente il tentativo si è scontrato con i numeri.
La "mozione per respingere" il governo presentata dal Partito Socialista è stata infatti approvata con ben 123 voti a favore e solo 107 contrari.
Mentre fuori dal parlamento i sindacati e i lavoratori manifestano contro il ritorno al potere truffaldino dei responsabili del disastro sociale targato troika, i partiti che dovrebbero dare vita ad una nuova coalizione delle sinistre stanno dando vita ad una equilibrata ragnatela di accordi bilaterali sul programma, per tenere unite anime, programmi e obiettivi assai differenti, soprattutto per quanto riguarda il giudizio sull'Unione Europea, sul dogma della riduzione del debito, sui memorandum a base di austerity, privatizzazioni, decurtazioni salariali e pensionistiche e licenziamenti di massa firmati precedentemente con Bruxelles da parte del governo socialista di Josè Socrates e poi – ancora più duri – da quello conservatore guidato da Coelho.
Il Partito Socialista guidato da Antonio Costa ha confermato la sua volontà di una "strategia di consolidamento dei conti pubblici", cioè di mantenere fede al memorandum, mentre il Partito Comunista ha voluto affermare "il diritto del Portogallo a uno sviluppo sovrano", che sembra spingere esattamente dalla parte opposta, cioè verso il rifiuto del referendum, come scritto nel suo programma elettorale che comprende l'uscita dall'euro oltre che una critica frontale alla permanenza di Lisbona nella Nato.
In vista dell’esito scontato del voto di sfiducia durante lo scorso fine settimana le segreterie dei partiti di opposizione hanno ratificato un documento programmatico contenente 70 misure economiche e politiche e che dà il via libera ad Antonio Costa per formare un esecutivo a guida socialista appoggiato dalle sinistre: il Partido Comunista Português (Pcp), il Bloco de Esquerda (Be) e il Partido Ecologista os Verdes (Pev).
Tra le misure concordate – che poi si voglia o si riesca a metterle in pratica, come dimostra quanto avvenuto ad Atene, è tutta un’altra storia – ci sono quelle volte ad «aumentare il reddito delle famiglie per rilanciare l’economia», l’annullamento del taglio degli stipendi dei lavoratori pubblici e di quello al salario minimo (ormai ridotto a soli 505 euro), la riduzione dei contributi previdenziali, il contrasto alla precarietà e la reintroduzione di alcuni giorni festivi aboliti dai precedenti esecutivi targati Troika. Sul rapporto con l'Ue il documento appare un mediazione confusa tra le varie anime: si criticano i diktat della Troika ma al tempo stesso si auspica una accelerazione del processo di integrazione politica dell'UE che coinvolga tutti i paesi nella dinamica decisionale.
Adesso bisogna attendere la prossima mossa del presidente Cavaco Silva, che dopo le consultazioni dovrebbe affidare l'incarico a Costa. La seconda opzione, quella di rinviare a nuove elezioni e nel frattempo affidare la gestione delle spese correnti al precedente esecutivo, anche se appare meno probabile, rimane sul piatto. Con l’obiettivo di dare il tempo ai portoghesi di ripensare la propria scelta del 4 ottobre ubbidendo così all’Unione Europea e alla Troika e scegliendo, la prossima volta, i partiti graditi a Bruxelles.
Fonte
22/10/2015
Il Portogallo verso un “governo delle sinistre”?
Sembrava impossibile fino a pochi giorni fa, ma pare ora che il Portogallo si stia avviando, dopo le elezioni del 4 ottobre, verso la costituzione di un ‘governo delle sinistre’, il primo dalla fine della dittatura fascista a metà degli anni '70.
L’annuncio lo ha dato martedì il leader del Partito Socialista Portoghese al termine di un incontro con il presidente della Repubblica Anibal Cavaco Silva: “siamo in grado di formare un governo” ha detto Antonio Costa.
Alle legislative d’inizio mese il centrodestra al governo aveva perso la maggioranza assoluta dei seggi, ottenendone 107 (ben 25 in meno rispetto alla passata legislatura) con il 38.5% dei voti, seguito dai socialisti con il 32.4% e 86 seggi (12 in più). La coalizione di centrodestra “Portogallo Avanti” capitanata da Pedro Passos Coelho si era piazzata comunque in testa e la soluzione più probabile per evitare un governo di minoranza e il ricorso alle urne nel giro di pochi mesi sembrava quella di una ‘grande coalizione’ tra i popolari e i socialisti, tra l’altro caldeggiata dall’establishment europeo per evitare l’instabilità politica e soprattutto per impedire che l’impasse potesse causare un qualche ritardo nell’applicazione delle durissime misure di austerità imposte dalla Troika a Lisbona.
Ma nei giorni scorsi le trattative tra Passos Coelho e Costa si erano formalmente interrotte e i tre partiti di opposizione – i socialisti, la sinistra europeista del Bloco de Esquerda e i comunisti coalizzati con i verdi nella Cdu – avevano fatto sapere di essere disponibili a sondare la possibilità di costituire una maggioranza ‘delle sinistre’ (le virgolette sono d’obbligo vista la natura liberista e filo-troika del PS, dal 1976 uno dei due pilastri del sistema politico bipolare) con l’obiettivo di estromettere le destre dal potere ed evitare ulteriori draconiani tagli alle pensioni e ai salari. E questo nonostante le enormi differenze programmatiche e ideologiche esistenti tra le tre formazioni politiche. Come conciliare un partito tutto interno all’establishment e che propone semplicemente una migliore e "più razionale" gestione dei diktat di Bruxelles e Berlino con i comunisti che invece propongono se necessario anche la fuoriuscita del Portogallo dall’Eurozona e dall’Unione Europea pur di mettere fine al saccheggio del paese e all’impoverimento di milioni di lavoratori e pensionati determinato dalle ricette a base di austerity e tagli?
La possibile cerniera tra i due estremi, costituita dalla coalizione formata alcuni anni fa da formazioni ex maoiste, trotzkiste ed ecosocialiste – il Blocco di Sinistra – e approdata progressivamente a posizioni antiausterity che non mettono in discussione l’Unione Europea, potrebbe non essere sufficiente a tenere incollati socialisti e comunisti. A meno che questi ultimi non rinuncino alle proprie battaglie storiche (come il taglio netto del debito e le nazionalizzazioni, oltre all'uscita dalla Nato), agli impegni presi in campagna elettorale con i settori più colpiti dalla crisi e alla loro forte critica anticapitalista e si accontentino di tentare di trascinare i socialisti su posizioni meno liberiste. Una “mission impossible”, visto il commissariamento di fatto del Portogallo da parte dell’Unione Europea e del Fmi per contestare il quale occorrerebbero decisioni coraggiose e di rottura. Un coinvolgimento della CDU in un governo costituito all’insegna della semplice ‘riduzione del danno’ (la mission di Syriza in Grecia) potrebbe non solo generare una permanente instabilità dell’eventuale esecutivo ma anche causare un enorme danno di credibilità alla coalizione tra comunisti ed ecologisti, che già non ha brillato per il risultato ottenuto alle ultime elezioni con l’8.3%, pochi decimi in più rispetto alle precedenti nonostante lo scontento generato tra i ceti sociali più deboli da anni di sacrifici a senso unico e manovre lacrime e sangue.
Allo stato l’accordo annunciato dal leader socialista è stato confermato anche da fonti del Blocco di Sinistra e poi, ieri, dal segretario comunista Jerónimo de Sousa, che ha utilizzato la formula di 'governo di alternativa'. "C'è una chiara maggioranza di deputati disponibili a formare un governo guidato dai socialisti, il che permetterà di presentare il programma e di iniziare a lavorare con soluzioni durevoli alla difesa degli interessi nazionali" ha spiegato De Sousa dopo un incontro con il capo dello stato. Che a questo punto dovrà scegliere se incaricare Costa oppure il premier uscente che ha rivendicato il diritto a formare un governo in quanto "chiaro vincitore" delle elezioni.
Secondo gli analisti l'ex sindaco di Lisbona e attuale leader del PS, Antonio Costa, che pure ha raccolto un risultato elettorale deludente rispetto alle previsioni della vigilia, starebbe scommettendo su un governo di coalizione con le sinistre radicali – per quanto instabile o a breve termine che sia – in quanto questa soluzione gli permetterebbe di evitare una resa dei conti in seno al suo stesso partito. Alcune correnti socialiste infatti lo accusano di essere il principale responsabile del risultato non esaltante conseguito alle elezioni e potrebbero portare alla sua sostituzione nel congresso straordinario del partito previsto a breve.
Comunque, sia Costa che Coelho – quest’ultimo nel caso in cui il patto tra le ‘sinistre’ non andasse in porto – sperano nelle particolari condizioni istituzionali in cui si trova il paese. Infatti il Portogallo – il cui sistema è analogo a quello italiano – è entrato all’interno del cosiddetto "semestre bianco" e dunque in caso di crisi del governo appena costituito sarebbe impossibile sciogliere le Camere per andare di nuovo al voto prima dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica, a gennaio del 2016.
Intanto le pressioni di Bruxelles su Lisbona aumentano e diventano vere e proprie minacce. Il vice-presidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, ha minacciato il Portogallo di azioni punitive nel caso dovesse ulteriormente ritardare la presentazione del suo bilancio per il 2016. La scadenza era prevista per il 15 ottobre, ma il governo uscente non ha rispettato i tempi visto che non è affatto detto che le destre continuino a governare il paese.
All’interno del Portogallo, alcuni ambienti politici reazionari e quelli finanziari cominciano a fibrillare di fronte alla prospettiva che un ‘partito antisistema’ come quello comunista possa avere accesso al governo seppure all’interno di una coalizione guidata dai socialisti e come terzo socio in ordine di grandezza. E all’interno del gruppo parlamentare socialista non tutti sarebbero disponibili a votare la fiducia ad un esecutivo che comprenda BE e CDU.
Fonte
L’annuncio lo ha dato martedì il leader del Partito Socialista Portoghese al termine di un incontro con il presidente della Repubblica Anibal Cavaco Silva: “siamo in grado di formare un governo” ha detto Antonio Costa.
Alle legislative d’inizio mese il centrodestra al governo aveva perso la maggioranza assoluta dei seggi, ottenendone 107 (ben 25 in meno rispetto alla passata legislatura) con il 38.5% dei voti, seguito dai socialisti con il 32.4% e 86 seggi (12 in più). La coalizione di centrodestra “Portogallo Avanti” capitanata da Pedro Passos Coelho si era piazzata comunque in testa e la soluzione più probabile per evitare un governo di minoranza e il ricorso alle urne nel giro di pochi mesi sembrava quella di una ‘grande coalizione’ tra i popolari e i socialisti, tra l’altro caldeggiata dall’establishment europeo per evitare l’instabilità politica e soprattutto per impedire che l’impasse potesse causare un qualche ritardo nell’applicazione delle durissime misure di austerità imposte dalla Troika a Lisbona.
Ma nei giorni scorsi le trattative tra Passos Coelho e Costa si erano formalmente interrotte e i tre partiti di opposizione – i socialisti, la sinistra europeista del Bloco de Esquerda e i comunisti coalizzati con i verdi nella Cdu – avevano fatto sapere di essere disponibili a sondare la possibilità di costituire una maggioranza ‘delle sinistre’ (le virgolette sono d’obbligo vista la natura liberista e filo-troika del PS, dal 1976 uno dei due pilastri del sistema politico bipolare) con l’obiettivo di estromettere le destre dal potere ed evitare ulteriori draconiani tagli alle pensioni e ai salari. E questo nonostante le enormi differenze programmatiche e ideologiche esistenti tra le tre formazioni politiche. Come conciliare un partito tutto interno all’establishment e che propone semplicemente una migliore e "più razionale" gestione dei diktat di Bruxelles e Berlino con i comunisti che invece propongono se necessario anche la fuoriuscita del Portogallo dall’Eurozona e dall’Unione Europea pur di mettere fine al saccheggio del paese e all’impoverimento di milioni di lavoratori e pensionati determinato dalle ricette a base di austerity e tagli?
La possibile cerniera tra i due estremi, costituita dalla coalizione formata alcuni anni fa da formazioni ex maoiste, trotzkiste ed ecosocialiste – il Blocco di Sinistra – e approdata progressivamente a posizioni antiausterity che non mettono in discussione l’Unione Europea, potrebbe non essere sufficiente a tenere incollati socialisti e comunisti. A meno che questi ultimi non rinuncino alle proprie battaglie storiche (come il taglio netto del debito e le nazionalizzazioni, oltre all'uscita dalla Nato), agli impegni presi in campagna elettorale con i settori più colpiti dalla crisi e alla loro forte critica anticapitalista e si accontentino di tentare di trascinare i socialisti su posizioni meno liberiste. Una “mission impossible”, visto il commissariamento di fatto del Portogallo da parte dell’Unione Europea e del Fmi per contestare il quale occorrerebbero decisioni coraggiose e di rottura. Un coinvolgimento della CDU in un governo costituito all’insegna della semplice ‘riduzione del danno’ (la mission di Syriza in Grecia) potrebbe non solo generare una permanente instabilità dell’eventuale esecutivo ma anche causare un enorme danno di credibilità alla coalizione tra comunisti ed ecologisti, che già non ha brillato per il risultato ottenuto alle ultime elezioni con l’8.3%, pochi decimi in più rispetto alle precedenti nonostante lo scontento generato tra i ceti sociali più deboli da anni di sacrifici a senso unico e manovre lacrime e sangue.
Allo stato l’accordo annunciato dal leader socialista è stato confermato anche da fonti del Blocco di Sinistra e poi, ieri, dal segretario comunista Jerónimo de Sousa, che ha utilizzato la formula di 'governo di alternativa'. "C'è una chiara maggioranza di deputati disponibili a formare un governo guidato dai socialisti, il che permetterà di presentare il programma e di iniziare a lavorare con soluzioni durevoli alla difesa degli interessi nazionali" ha spiegato De Sousa dopo un incontro con il capo dello stato. Che a questo punto dovrà scegliere se incaricare Costa oppure il premier uscente che ha rivendicato il diritto a formare un governo in quanto "chiaro vincitore" delle elezioni.
Secondo gli analisti l'ex sindaco di Lisbona e attuale leader del PS, Antonio Costa, che pure ha raccolto un risultato elettorale deludente rispetto alle previsioni della vigilia, starebbe scommettendo su un governo di coalizione con le sinistre radicali – per quanto instabile o a breve termine che sia – in quanto questa soluzione gli permetterebbe di evitare una resa dei conti in seno al suo stesso partito. Alcune correnti socialiste infatti lo accusano di essere il principale responsabile del risultato non esaltante conseguito alle elezioni e potrebbero portare alla sua sostituzione nel congresso straordinario del partito previsto a breve.
Comunque, sia Costa che Coelho – quest’ultimo nel caso in cui il patto tra le ‘sinistre’ non andasse in porto – sperano nelle particolari condizioni istituzionali in cui si trova il paese. Infatti il Portogallo – il cui sistema è analogo a quello italiano – è entrato all’interno del cosiddetto "semestre bianco" e dunque in caso di crisi del governo appena costituito sarebbe impossibile sciogliere le Camere per andare di nuovo al voto prima dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica, a gennaio del 2016.
Intanto le pressioni di Bruxelles su Lisbona aumentano e diventano vere e proprie minacce. Il vice-presidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, ha minacciato il Portogallo di azioni punitive nel caso dovesse ulteriormente ritardare la presentazione del suo bilancio per il 2016. La scadenza era prevista per il 15 ottobre, ma il governo uscente non ha rispettato i tempi visto che non è affatto detto che le destre continuino a governare il paese.
All’interno del Portogallo, alcuni ambienti politici reazionari e quelli finanziari cominciano a fibrillare di fronte alla prospettiva che un ‘partito antisistema’ come quello comunista possa avere accesso al governo seppure all’interno di una coalizione guidata dai socialisti e come terzo socio in ordine di grandezza. E all’interno del gruppo parlamentare socialista non tutti sarebbero disponibili a votare la fiducia ad un esecutivo che comprenda BE e CDU.
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