Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Servizio militare. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Servizio militare. Mostra tutti i post

14/11/2025

Germania - Verso l’arruolamento obbligatorio nelle forze armate

Alcuni incubi della storia a volta sembrano tornare. Uno di questi, purtroppo ricorrente, è il militarismo tedesco. In Germania, la CDU e la SPD – alleati di governo – hanno messo mano di comune accordo alla riforma del servizio militare. Come richiesto dal ministro federale della Difesa Boris Pistorius (SPD), potrà iniziare il reclutamento di giovani tedeschi per le forze armate. Questo è “essenziale” per la capacità di difesa, ha detto Pistorius. Una procedura di reclutamento tramite una lotteria non è del tutto fuori discussione.

Secondo quanto trapelato, come previsto nella proposta di legge originale del ministro della Difesa, a tutti i diciottenni verrà inviato un questionario all’inizio del 2026 che sarà obbligatorio per gli uomini e facoltativo per le donne.

Nel primo anno, saranno reclutati circa 20 mila volontari di una certa fascia d’età. Dalla metà del 2027, circa 300 mila uomini appartenenti a una determinata fascia d’età saranno sottoposti a un esame approfondito per ottenere una panoramica di coloro che risulteranno idonei al servizio militare. Il sistema di estrazione a sorte precedentemente previsto per questa fase verrà accantonato, ma in caso di carenza di reclute volontarie, la coscrizione obbligatoria potrebbe comunque essere introdotta in una fase successiva.

Un gruppo di lavoro della coalizione di governo aveva negoziato un compromesso fino a poco prima della mezzanotte di mercoledì, dopo che un primo tentativo di accordo a metà ottobre non si era concluso.

La recente discussione ha riguardato l’opportunità di reclutare sul territorio nazionale intere fasce d’età, in caso di dubbio potrebbe essere un sorteggio a decidere chi viene arruolato. Secondo il giornale Handesblatt, il ministro della Difesa Boris Pistorius (SPD) “deve definire l’obiettivo con cifre più precise per l’aumento del personale delle forze armate nel progetto di legge”.

I giovani tedeschi nati nel 2008, già l’anno prossimo devono essere arruolati obbligatoriamente, ma solo nella misura in cui le capacità di reclutamento che devono ancora essere costruite lo permettano.

Il nuovo “percorso di crescita” per la Bundeswher deve essere incluso nella legge con obiettivi per i livelli di personale da raggiungere annualmente. Per il prossimo anno, si applica una quota da 186.000 a 190.000 soldati. Attualmente, il numero di militari è di circa 183.000 tra uomini e donne. Nel 2035 si raggiungerà una forza organica compresa tra 255.000 e 270.000 soldati.

Pochi giorni fa il cancelliere tedesco Merz aveva annunciato che “Vogliamo rendere la Bundeswehr l’esercito convenzionale più forte dell’Unione Europea, come si addice a un Paese della nostra dimensione e responsabilità”, sancendo la svolta militarista della Germania, che punta a dotarsi della forza armata più potente del continente per affrontare quella che definisce “una nuova era di minacce”. Il riferimento è ovviamente alle tensioni e al conflitto con la Russia.

Dopo la modifica al freno al debito approvata dal Bundestag, il cancelliere Friedrich Merz ha stanziato fino a 377 miliardi di euro per le spese militari, oltre ai 100 miliardi di euro previsti dal fondo speciale istituito dal precedente governo guidato da Olaf Scholz. L’obiettivo è portare la spesa militare della Germania al 3,5 per cento del Pil entro il 2029, sei anni prima della scadenza fissata da altri alleati della Nato.

Fonte

07/01/2025

Obbligo di iscrizione nelle liste di leva dei Comuni: a quale guerra ci stiamo preparando?

Sono arrivate all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università numerose segnalazioni di bandi comunali disseminati sul territorio nazionale in cui si provvede ad aggiornare le liste del servizio di leva: a Vaglia (FI), a Trevignano Romano (RM), ma anche a Catania, a Siracusa e in tante altre città e paesi di cui sono arrivati in redazione i bandi in pdf.

A livello giuridico, anche se il servizio di leva obbligatorio è stato sospeso, corre l’obbligo di iscrizione nelle liste di leva comunale di tutti gli idonei, in cui vanno inseriti i nomi proprio di chi si trova a compiere 18 anni.

Fino al 2004, infatti, tutti i ragazzi al raggiungimento dei 18 anni di età dovevano rispondere al servizio di leva obbligatoria, ma dal 2005 nasce l’esercito professionale e così la leva obbligatoria viene momentaneamente sospesa fino a nuove disposizioni.

Potrebbe verificarsi in ogni caso il ripristino dell’esercito non professionale mediante apposito decreto del Presidente della Repubblica dopo deliberazione del CdM, in un particolare caso, cioè qualora il personale in servizio e professionale non fosse sufficiente.

Il relativo chiarimento si lega all’art. 1929 del Codice dell’ordinamento militare mediante il quale il governo si metterebbe al riparo con una eventuale convocazione dello stato di guerra (art.78 Costituzione) in relazione all’appartenenza ad una organizzazione internazionale (ONU o NATO) e così si giustificherebbe l’aumento del numero delle Forze Armate e il reclutamento obbligatorio.

In realtà, la procedura amministrativa che è stata segnalata è obbligatoria e devono sottostarvi tutti gli enti locali, procedendo alla verifica dell’iscrizione nelle liste della leva di tutti i giovani a partire dal compimento dei 17 anni di età, infatti dal gennaio 2025 è partito il bando per i nati nel 2008.

A ben vedere, l’istituzione dell’obbligo a compilare le liste di leva e ad aggiornarle annualmente con i nominativi dei ragazzi che via via si avvicinano alla maggiore età è arrivata proprio quando è stata eliminata la leva obbligatoria, ma nei fatti la questione era rimasta sottotraccia e gli uffici preposti negli enti locali sono stati progressivamente svuotati.

Ora, per iniziativa del governo, torna in auge la necessità di aggiornare le liste e di diffondere la notizia a scopi propagandistici. Si dice che non serva a fini di reclutamento, ma la tempistica dovrebbe invece indurre a una seria riflessione, alla quale l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università non può sottrarsi.

La situazione geopolitica internazionale induce a riflettere su quanto accade, dal momento che ci troviamo in una condizione in cui il nostro Paese, in accordo a richieste dell’EU e della NATO, va potenziando la sua spesa e tutto il complesso militare.

Con queste premesse non è escluso che il governo possa far valere anche in tempi di pace il codice di ordinamento militare (leggi qui).

Da qualche tempo, infatti, si è cominciato a parlare del ripristino della leva obbligatoria per tutti i giovani, così come si è parlato di mini-naja. La motivazione addotta è la minaccia planetaria determinata dalla guerra in Ucraina, in linea con le dichiarazioni del Ministero della difesa, che invoca la tempestiva presenza dei militari italiani in tutti gli scenari internazionali dove siano minacciati gli interessi economici e strategici del Paese e delle alleanze di cui fa parte.

Tutto ciò dovrebbe indurre a qualche riflessione sulla nascita di un esercito di riserva proprio sul modello israeliano, un vero e proprio popolo in armi per difendere gli interessi nevralgici del grande complesso economico e finanziario internazionale.

Non solo, rileviamo anche due chicche di ignoranza normativa e di puro patriarcato in spirito militarista: nel comune toscano di Vaglia (FI), ad esempio, per chi omettesse l’iscrizione all’albo si fa riferimento all’art. 130 del DPR 247 del 1967, che è stato abrogato dal DLgs 66 del 2010.

Nel bando di Trevignano Romano, invece, sembra non si siano accorti dell’abolizione del pater familias con la riforma del diritto di famiglia del 1975 dal momento che si ripete ossessivamente, “maschiamente” «il padre o, in mancanza del padre, la madre o il tutore», quando, invece, si dovrebbe far riferimento indistintamente ad uno dei due genitori senza alcuna priorità.

Siamo, allora, sicuri di non essere davanti a una società che si sta preparando, passo dopo passo, per decretazione e con una martellante propaganda retorica militaristica alla guerra?

Fonte

10/10/2023

Israele - Gli arruolati italiani nelle forze armate sono centinaia

In Israele, tra i 18mila italiani presenti nel paese, ben 1.000 ci stanno in qualità di soldati arruolati nell’esercito di Tel Aviv, dove stanno facendo il servizio di leva. E altri 300 stanno partendo dall’Italia per raggiungere Israele.

Assai maldestramente, il ministro Tajani ha rivelato al Tg1, il che “ci sono cittadini italiani con passaporto israeliano che sono militari e che sono più difficili da raggiungere”, svelando così quanto già si sapeva da tempo ma che non era mai stato quantificato. Non solo. È di oggi la notizia che altri 300 “italiani” stanno partendo per Israele in qualità di militari riservisti.

Il ministero degli Esteri, in una circolare spiega che: “Le Convenzioni internazionali in materia di leva, aventi la finalità di evitare che il giovane, in virtù di una doppia cittadinanza, debba prestare servizio militare in due Paesi, hanno in gran parte perso la propria ragion d’essere in considerazione del fatto che nella maggior parte degli Stati aderenti il servizio militare è stato sospeso o soppresso.
Le Convenzioni potranno quindi essere applicate soltanto a beneficio di coloro che, risiedendo in Italia, vogliano avvalersi della regolarizzazione della loro posizione nei riguardi delle nostre Forze Armate per non dover prestare il servizio militare, laddove ancora previsto, nell’altro Paese di cui possiedano la cittadinanza”
.

Mentre l’ambasciata israeliana in Italia riporta sul suo sito le regole dello Stato israeliano relative al servizio di leva in Israele: “La Legge del servizio di difesa (versione consolidata), 1986-5747 con l’autorità di applicarla all’estero riguarda tutti i cittadini dello Stato d’Israele, sia in Israele che all’estero, anche se in possesso di una cittadinanza straniera oltre a quella israeliana, ed anche se risiedono regolarmente all’estero. Viene applicata anche ai residenti regolarmente soggiornanti in Israele, anche se non sono cittadini israeliani.
L’obbligo del servizio viene applicato ad ogni persona idonea al servizio, tra l’età di 18 e 29 anni inclusi. Tuttavia, una persona che ha oltrepassato l’età del servizio obbligatorio e che non ha adempiuto all’obbligo di servizio nel tempo prescritto dalla legge, è dichiarata trasgressore della legge e le sarà richiesto di servire nell’IDF nelle modalità stabilite dalle autorità dell’IDF”
.

La convenzione tra Italia e Israele per consentire a cittadini italiani con doppio passaporto di svolgere il militare in Israele e non Italia, come spiega la circolare del ministero degli Esteri, ha perso vigenza da quando, nel 2004, in Italia è stata abolito il servizio di leva (mentre resta invece obbligatorio in Israele).

Resta il fatto che viene consentito a cittadini italiani di arruolarsi nell’esercito di un altro paese e prendere addirittura parte a combattimenti. Una condizione che forse gli Stati Maggiori italiani hanno sempre accettato ma mai gradito. Le illazioni sulla doppia fedeltà appartengono molto spesso al pregiudizio antiebraico, ma in questo caso si tratta di uomini in armi, il che fa della questione un problema diverso.

Non è una mica un dettaglio. Per la quantità di soldati italiani con doppio passaporto impegnati nelle forze armate israeliane si può cominciare a parlare di coinvolgimento dell’Italia nella guerra contro i palestinesi. Un dato che né i palestinesi né altri paesi arabi potrebbero gradire.

I rapporti di complicità militare tra Italia e Israele sono invece regolati dal Memorandum d’Intesa del 2005. Al governo c’era allora Berlusconi e il memorandum venne firmato dal ministro della Difesa Martino.

L’accordo che disciplina la partnership militare tra Italia e Israele è stato ratificato dal Parlamento italiano il 17 maggio 2005. Nella parte pubblica del testo (esisterebbe infatti un memorandum segreto mai sottoposto alla discussione e al voto dei parlamentari) si legge che la cooperazione fra i due Paesi riguarderà in particolare “l’industria della difesa, l’importazione, l’esportazione e il transito di materiali militari, le operazioni umanitarie, l’organizzazione delle Forze armate e la gestione, la formazione e l’addestramento del personale, i servizi medici militari”.

“Italia e Israele si adopereranno al massimo per contribuire, ove richiesto, a negoziare licenze, royalties ed informazioni tecniche, scambiate con le rispettive industrie”. E ancora: “Le Parti faciliteranno inoltre la concessione delle licenze di esportazione necessarie per la presentazione delle offerte o proposte richieste per dare esecuzione al presente memorandum”.

Non pare ma da queste informazioni si rileva che l’Italia si trova coinvolta non solo nella guerra in Ucraina ma anche nell’escalation militare in Medio Oriente, assai più di quanto l’opinione pubblica italiana sia a conoscenza. Fortuna che con ministri come Tajani, a sua insaputa, si comincia a saperne qualcosa di più.

Fonte

13/08/2018

Servizio militare obbligatorio: “a chi la vittoria?”

Nella sua quotidiana ansia di sparare un corbelleria in grado di fargli tenere il centro della scena politica, il fascioleghista Salvini ha pestato il piede là dove proprio non doveva. Lo si può capire: non essendo ancora riuscito a produrre un benché minimo provvedimento-bandiera (neanche da ministro dell’interno, visto che la “chiusura dei porti” è stata annunciata via twitter o in tv, ma non è mai stato diramato un ordine del genere), diventa indispensabile far parlare d’altro.

La sortita sulla reintroduzione del servizio militare obbligatorio, però, ha fatto scoprire il gioco su un fronte dove la sua ignoranza del sistema di potere (che pure dovrebbe gestire, ora) è balzata fuori con disarmante evidenza.

Il poverino parlava addirittura di alcuni casi di cronaca, con protagonisti ragazzi border line o annoiati. “Vorrei che oltre ai diritti tornassero a esserci i doveri”, perché di fronte ai casi di mancanza di educazione e senso civico, “facciamo bene a studiare i costi, i modi e i tempi per valutare se, come e quando reintrodurre per alcuni mesi il servizio militare, il servizio civile per i nostri ragazzi e le nostre ragazze così almeno impari un po’ di educazione che mamma e papà non sono in grado di insegnarti“.

Sorvoliamo sull’idea ridicola che il servizio militare possa essere concepito come una sorta di “collegio duro” – un periodo di carcerazione preventiva in assenza di reato – per “insegnare l’educazione”. Ci dovrebbero essere la scuola e i normali rapporti sociali, per questo; ma la prima è sulla via della rottamazione e i secondi sono improntati all’onanismo individualista, quindi impossibilitati a far introiettare qualsiasi “regola” limitativa dell’”autoespressione”.

Più interessante, infatti, è la bastonata arrivatagli dagli “ambienti della Difesa”: “Il ministro Trenta si è già espressa sul tema nei giorni scorsi: è una idea romantica, ma i nostri militari sono e debbono essere dei professionisti e su questo aspetto è d’accordo anche Salvini“. Della serie: non provare a rilanciare o smentire, come sei solito fare, perché abbiamo pronto alche il resto...

Neanche le beghe interne al governo grillin-leghista, però, sono il centro della questione. Lasciamo volentieri a Repubblica e ai vertici del Pd le chiacchiere su questo punto.

Il cuore della questione è in un’altra considerazione che gli anonimi “ambienti della Difesa” hanno evidenziato per liquidare le battute di Salvini come una goliardata “romantica”. Nei giorni scorsi, il ministro della Difesa Elisabetta Trenta aveva sottolineato, durante un’intervista, che il servizio militare obbligatorio è un qualcosa “non più al passo con i tempi”. I soldati di oggi, aveva spiegato il ministro, “sono dei professionisti. E non abbiamo più le truppe che vengono dalle Alpi”. Dunque, “non c’è più bisogno di tanti soldati tutti insieme“.

Qui si sente l’odore acre della Nato al tempo della guerra asimmetrica, il fastidio dei professionisti che si vedono coinvolti nelle fesserie di un dilettante, ma soprattutto si ricorda che la guerra oggi è un’altra cosa: il potere – statuale o meno, ma questa è un’altra discussione – non ha più bisogno del “popolo in armi”.

Non è una cosa nuova, né una caratteristica specifica di questo paese. In tutto l’Occidente capitalistico la leva militare è stata abolita a partire dalla fine degli anni ‘70, con un periodo più o meno lungo di trapasso. Il Salvini che ha “bigiato” il servizio militare dovrebbe saperlo...

Sul piano strettamente politico-conflittuale si potrebbe pensare che questa scelta sia stata una conseguenza positiva dei movimenti giovanili precedenti, quelli che negli Usa avevano creato un enorme problema politico-sociale (c’era da andare a morire o restare invalidi combattendo in Vietnam, mica solo la controcultura e il rock&roll), e in Italia qualche preoccupazione (i “proletari in divisa” avevano simboleggiato, per qualche anno, i pericoli derivanti dall’inserimento in reparti armati di “teste calde della contestazione”). Ma altrove questi problemi non si sono presentati con la stessa rilevanza o dimensione sociale. Dunque la ragione del passaggio da un esercito che manteneva un’ampia quota di soldati-massa a uno composto di soli specialisti professionali deve avere una spiegazione meno occasionale.

A ben guardare, in effetti, la rapida scomparsa del soldato-massa (“il fante” preso dalla sua casa e sbattuto al fronte con una preparazione pressoché inesistente) avviene contemporaneamente alla scomparsa dell’”operaio massa” nelle fabbriche. Anche in quei paesi la cui classe operaia non era stata particolarmente combattiva.

Le esigenze di governance (e di massimizzazione dei profitti) hanno trovato risposta, in entrambi i casi, con l’innovazione tecnologica fenomenale rappresentata dall’automazione gestita informaticamente.

In campo militare, dunque, non occorrevano più milioni di fanti che si scontravano con altri milioni di nemici per schiodare – per pura consunzione – le sorti della guerra. Stalingrado e il D-Day, da questo punto di vista, rappresentano iconicamente il massimo che si potesse raggiungere.

Ma così come la fabbrica può produrre quasi senza operai manuali (che non vuol dire – attenzione! – “senza lavoratori dipendenti”), così la distruzione del nemico fino al punto di provocarne la resa (l’obiettivo di qualsiasi guerra) non ha più bisogno della “regina delle battaglie”, ossia la fanteria.

Per massacrare milioni di esseri umani, armati o meno, esistono ormai decine di strumenti militare gestibili da remoto (dai droni ai mini-sommergibili, dagli shock della produzione elettrica ai missili intercontinentali), senza la presenza di combattenti sul campo almeno fin quando la resa del nemico – reale o apparente, il che è un bel problema – non consente di occupare un certo territorio e disciplinarne la popolazione in vista dei propri obiettivi.

La “guerra asimmetrica” è stata l’unica forma di guerra combattuta dall’imperialismo Usa e Nato negli ultimi 70 anni. Anche quella del Vietnam lo è stata, ma lo sviluppo tecnologico raggiunto fin lì – nonostante l’abuso di napalm – non era sufficiente a sostituire l’operatività di truppe sul terreno.

La svolta avviene con la fine degli anni ‘80. Prima con una serie di invasioni sperimentali (Panama, Grenada, ecc), poi con la prima guerra all’Iraq, ben presto accompagnata dagli attacchi alla Yugoslavia, all’Afghanistan post-sovietico, di nuovo all’Iraq, ecc.

Guerra asimmetrica, in poche parole, è quel conflitto in cui la dotazione militare delle due parti è strutturalmente squilibrata sul piano tecnologico: una parte ha i cacciambombardieri e l’altra no (o perlomeno sono di generazioni molto differenti, quindi per quelli più “arretrati” è come non averli), una ha l’atomica e l’altra no, una ha i missili intercontinentali e l’altra no, una ha i droni bombardieri e l’altra no, una può impedire le comunicazioni nemiche e l’altra no, ecc.

La fanteria, in questa guerra, diventa polizia urbana in territorio nemico. Come ci hanno mostrato i migliori registi di Hollywood a proposito del dopo-seconda guerra in Iraq (o in Somalia, con Black Hawk down di Ridley Scott), il fante moderno è un serial killer di civili, a volte resistenti e combattenti, altre no (è il dubbio che Clint Eatwood rappresenta in American Sniper). E’ un cecchino iper-allenato, dentro squadre composte di specialisti diversi (comunicazione, esplosivi, interpreti, ecc).

Nessuno spazio, insomma, per giovani liceali o contadinotti senza esperienza. Quelli, semmai, li hanno di fronte, tra i civili inferociti d’esser stati invasi e che “resistono” con i mezzi che trovano, con l’ideologia o la religione che trovano. Anche se fossero del tuo stesso paese, alla fin fine (la moltiplicazione dei “soldati nelle strade” è un tipico esperimento di assuefazione di massa al regime di occupazione, “per difenderti dal terrorismo”...).

Salvini, parlando di servizio militare obbligatorio, ha parlato insomma di un mondo che non esiste più. “Romantico” nel senso di risalente a secoli fa.

Ma la sua sortita, come vediamo da molti commenti non brillanti, consente di interrogare anche il campo dell’opposizione politica, di certa “sinistra”. C’è chi rivendica “la vittoria” dell’abolizione del servizio di leva senza aver ancora capito che questa decisione era già stata presa a livello della Nato; ma volevano che tu ne fossi contento, e quindi fornissi il tuo “consenso disinformato”. Fatto. In nome del “pacifismo” nei confronti del potere e della critica di “estremismo” verso i resistenti...

Gli stessi, a volte, si indignano con Salvini ricordando l’Art. 52 della Costituzione della Repubblica Italiana, che recita:
La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino.

Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino, né l’esercizio dei diritti politici.

L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica.
Non serve un genio per capire, dunque, che chi ha voluto e preteso – ai vertici della Nato o dentro “i movimenti” – l’abolizione del servizio militare obbligatorio si è mosso in un senso incostituzionale. Di collusione col nemico, in ultima analisi.

Non perché fare il servizio militare sia “bello” o “patriottico” (anche se la Costituzione dice proprio questo, come “dovere civico” di tutti, donne comprese), ma per un motivo ben più concreto: chi monopolizza l’uso della forza comanda, anche senza troppo consenso.

Gli altri, come sempre, bofonchiano dalle profondità dell’impotenza, delirando di altri mondi...

Fonte

24/10/2015

I soldati di 38 unità delle forze armate greche: «Non partecipiamo alla guerra contro i migranti, non reprimiamo le lotte sociali»

Carni lacerate dal filo spinato, bambini annegati sulle coste, affamati nelle piazze, folle accalcate che pregano per i loro documenti…

Molti di noi hanno visto e hanno vissuto queste scene vergognose prima che arrivassero sulle prime pagine e nei telegiornali, sul fiume Evros e sulle isole, là dove ci hanno mandati per svolgere obbligatoriamente il servizio dell’assurdo. Lavoratori schiavi e contemporaneamente carne per i loro cannoni.

Queste scene ci scioccano, monopolizzano i nostri discorsi. Non vogliamo, però, che diventino routine. Come non ci siamo abituati e non riconosciamo i memorandum e le politiche anti-popolari, gli interventi imperialistici e le loro sporche guerre, così non accetteremo e non ci abitueremo al dramma dei profughi. È il dramma delle nostre genti, del nostro mondo, del mondo del lavoro, indipendentemente dalla nazionalità, dalla religione o dal sesso!

Il cosiddetto «aumento dei flussi migratori» è in realtà fuga dalla guerra e sradicamento. Non è un fenomeno naturale, ci sono dei responsabili. È la loro crisi capitalistica. Per far sì che passi, aboliscono i nostri diritti, ci lasciano nella fame, nella povertà, nella disoccupazione, nella nuova necessità di migrare. Sono gli USA, la NATO, l’Europa, la Cina e la Russia. Impongono i loro interessi economici con la paura e la morte, mantengono e resuscitano nuovi alleati e nemici, alimentano il fondamentalismo religioso. Sono le forze della periferia dell’impero (Turchia, Israele, Grecia, paesi Arabi), che inaspriscono gli antagonismi di quest’area.

Sono quelli che parlano di stati falliti e di popoli inferiori, quelli che affrontano gli uomini come spazzatura e fanno rastrellamenti, trasformando interi territori in discariche di persone e in dispense per il crudo sfruttamento! Uno solo è il nemico della classe borghese e dei suoi governi: i lavoratori, sia che si battano per i loro diritti, sia che si muovano senza documenti, anche se sono stati i loro interventi militari a portarli allo sradicamento. E inoltre, non sono i rifugiati a decidere dove andare: i flussi migratori vengono incanalati verso i moderni campi di concentramento, gli hot spot, perché i lavoratori scelgano dove essere sfruttati! Se ne libereranno, chiaramente, quando non avranno più bisogno di loro, o quando si azzarderanno a reagire, rimettendoli di nuovo sul mercato…

Lo stato greco e l’esercito sono parte del problema e non la soluzione. Il governo SYRIZA-ANEL continua la guerra al terrorismo, prende parte ai programmi imperialistici, combatte le «minacce non conformi» (migranti, movimenti sociali). Replica la falsa ripartizione tra profughi di guerra buoni e migranti economici cattivi. Le forze armate chiedono a noi, i soldati di leva, insieme a quelli in ferma stabile e agli ufficiali, di fare la guerra al «nemico esterno», come nel caso recente dell’esercitazione PARMENIONE 2015! Al ciclo morte-sfruttamento-oppressione collaborano in armonia i “nemici” Grecia e Turchia, che pattuglieranno congiuntamente l’Egeo! Il fronte di guerra dell’Europa, per altro, comincia a Gibilterra e termina nell’Egeo, con Frontex con un ruolo preponderante.

Un sommergibile greco si unirà alla flotta europea che opera nelle acque territoriali libiche. La 16° divisione, sull’Evros, è in stato d’allerta per i migranti che arrivano da Edirne. Ci ordinano di esercitarci per reprimere le folle, come a Kos, dopo i drammatici eventi di Kalymnos, quando il generale ha richiesto che venisse dichiarato lo stato di emergenza e che fossimo mandati armati contro i migranti reclusi senza cibo né acqua. Facciamo la guardia a questa cortina omicida che è anche la ragione di tutti questi annegamenti nell’Egeo.

NON COMBATTIAMO, NON REPRIMIAMO, NON DIAMO LA CACCIA AI MIGRANTI.

Noi soldati in lotta siamo contro tutto questo, contro i loro crimini vecchi e nuovi.

Chiamiamo a un Movimento di massa, sia dentro che fuori l’esercito.

Per bloccare in ogni modo Frontex, la NATO e l’esercito europeo, l’azione delle forze armate in questo massacro continuo. Non partecipiamo alle ronde.

Aiutiamo ad abbattere le cortine e non a costruirne di nuove. Che nessun soldato salga sulle navi dirette in missione.

Navi, sommergibili e aeroplani facciano ritorno alle loro basi. Nessun supporto ai loro rifornimenti.

Rifiutiamo la trasformazione dell’esercito greco in un dispositivo capitalista, sia a discapito dei migranti che dei movimenti sociali. Non accetteremo di rimediare come «lavori volontari» alle carenze delle infrastrutture sociali. Per noi la minaccia non conforme sono la guerra dichiarataci contro dai governi e gli interessi che essi sostengono..

Chiediamo ai nostri colleghi non solo di mostrare pietà e compassione, ma anche di considerare i comuni interessi di classe. Sono le stesse istituzioni borghesi, le stesse politiche borghesi, gli stessi governi borghesi che distruggono anche i nostri sogni.

Quello che adesso vivono i profughi, la continua persecuzione da parte di dispositivi totalitaristici di ogni tipo, la lotta per la dignità e la sopravvivenza, il loro tragico presente, sono per molti di noi l’incubo di un presente e di un futuro che non dobbiamo vivere: lo stato del totalitarismo parlamentare con i collaboratori NAZISTI di Alba Dorata.

Sappiamo bene che le prossime rivolte vedranno gli sfruttati uniti o gli uni contro gli altri.

Non esiste oggi una solidarietà più pragmatica e un aiuto più grande a noi stessi che il colpire il male alle radici.

Siamo parte del moderno movimento dei lavoratori e contro la guerra, che può esistere solo attraverso un’ottica di classe, anticapitalista e internazionalista. Con la resistenza, l’opposizione, il rifiuto in toto del governo, dei dispositivi imperialistici, del mondo borghese dell’oppressione.

(seguono nel testo originale le sottoscrizioni dei soldati di 38 unità delle forze armate, n.d.t.)

RETE DI SOLDATI LIBERI “SPARTAKOS”

COMITATO DI SOLIDARIETA’ AI SOLDATI DI LEVA

Fonte: diktiospartakos.blogspot.gr

Traduzione di AteneCalling.org

Fonte

21/10/2015

Salvini, la sinistra d’antan ed il servizio di leva

Quel genio che risponde al nome di Matteo Salvini ha proposto il ripristino del servizio di leva per insegnare ai giovani il senso dell’onore ed il coraggio: non ci vuole molto a capire che sta cercando consensi al suo partito (che, a breve, dovrebbe chiamarsi “Lega Nazionale”) nell’elettorato di desta ed agèe, magari spera così di entrare nelle regioni meridionali.

Insomma raschiare il fondo del barile della ex An e magari un po’ di voti di militari. Il Pd, tramite qualche suo esponente, ha preso una posizione, per una volta giusta, dicendo che non se ne parla nemmeno.

Dopo di che sui social ed in altri ambienti sono saltati fuori i sostenitori “di sinistra” della leva militare, un po’ per un riflesso condizionato di vecchie fesserie che riemergono, un po’ perché se i renziani dicono bianco, noi dobbiamo dire nero.

Questo amore della sinistra vetero per il servizio militare si basa su alcune solenni castronerie che credevo scomparse e che, invece, rivengono a galla, a dimostrazione della capacità di questa sinistra di non imparare mai e di vivere di dogmi intangibili, per cui il servizio di leva è il modello di esercito popolare contrapposto all’esercito professionale che determina spunte golpiste e propensioni belliciste ed è stato una istituzione nata dalla rivoluzione francese.

Venticinque anni fa, insieme a Franco Roccella ed altri amici e compagni, fondai la Lega per l’abrogazione del servizio militare (Lasm) e scrissi un libro che uscì dalle Edizioni associate firmato, appunto, dalla Lasm. Mi sembra utile riprendere alcuni dati che elaborai in quella occasione che dimostravano quanto questi luoghi comuni siano infondati, ovviamente andrebbero aggiornati, ma, in sostanza, sono sufficienti ancora oggi.

In primo luogo togliamo di mezzo una fesseria di carattere storico, per la quale il servizio di leva è una eredità della rivoluzione francese. In realtà le cose stanno diversamente: la prima levèe en masse fu adottata dalla Francia nel 1793 di fronte all’attacco della prima coalizione formata da austriaci e prussiani e, dunque, in tempo di guerra e restò anche per tutta l’epoca napoleonica che fu, in gran parte, tempo di guerra. La leva in tempo di pace, con la conseguenza del modello dell’esercito stanziale di caserma, fu invece una invenzione prussiana succeduta alle sconfitte di Jena ed Auerstadt (1806). La successiva pace di Parigi (1808)  stabiliva che la Prussia non avrebbe potuto avere un esercito con più di 42.000 uomini, pertanto un gruppo di alti ufficiali (Stein, Scharnhorst, Gneisenau, Boyen) iniziarono una riforma dell’esercito nella quale si introduceva la costrizione obbligatoria in tempo di pace, in modo da addestrare all’uso delle armi ben più dei 42.000 del trattato di pace. Per la verità, questo aggiramento delle clausole del trattato di pace ebbe carattere clandestino, attraverso il sistema del krumper (letteralmente: cavallo di ricambio) per il quale i coscritti si avvicendavano tacitamente dopo il periodo di addestramento. Dopo di che il modello della leva obbligatoria in tempo di pace – e dunque dell’esercito stanziale di caserma – restò anche dopo Watterloo, diventando il modello definitivo della Prussia e degli altri stati europei (si badi: quelli del periodo della Restaurazione) che si affrettarono ad imitare con finalità certamente non democratiche. In particolare, il modello prussiano prevedeva una rigida distinzione fra truppa di leva ed ufficiali che erano sempre di carriera, solo più tardi si ammise la possibilità che i coscritti (in piccola parte) potessero arrivare sino al grado di tenente con la qualifica di “ufficiale di complemento”.

Pertanto, il servizio di leva non sostituisce affatto l’esercito professionale, ma si integra in posizione subalterna ad esso. E, infatti, tutti gli eserciti del mondo, sia di leva che professionali, sono organizzati intorno al “quadro permanente” (cioè i militari professionali) cui sono riservati i ruoli dell’ufficialità. Molti parlano della costrizione obbligatoria come fosse il modello di una milizia cittadina o popolare, ma evidentemente non sanno di che stanno parlando.

Studiando i casi di turbolenze militari e colpi di Stato, dal 1945 al 1986, si scopre che:

a. fra i paesi a massima propensione ai colpi di stato (oltre i 5) ci sono 6 paesi ad esercito di leva (Argentina, Benin, Bolivia, Honduras, Libano e Siria) ma nessun paese a leva volontaria;

b. fra i paesi a media propensione (da 3 a 5 colpi di Stato) ci sono 5 paesi a coscrizione obbligatoria (Paraguay, Perù, El Salvador, Thailandia e Turchia) e 5 fra i paesi a servizio volontario (Burkina Faso, Congo, Ghana, Nigeria e Uganda);

c. fra quelli a bassa propensione (1 o 2 colpi di Stato) gli eserciti a costrizione volontaria sono 39, mentre quello a leva volontaria 21;

d. fra quello che non hanno registrato alcun colpo di Stato sono 33 quelli a coscrizione e 36 ad esercito professionale.

Come si vede è netta la maggiore propensione ai colpi di stato degli eserciti a coscrizione obbligatoria rispetto a quelli solo professionali.

Ed analoghe considerazioni si possono fare tanto per le turbolenze militari (colpi di stato non riusciti e pronunciamenti vari) e per la propensione bellicista dove si scopre che i paesi a costrizione obbligatoria sono coinvolti in ostilità più frequentemente di quelli ad esercito volontario.

I dati, ripeto, andrebbero aggiornati, ma non credo varierebbero di molto. Dunque, non uno dei miti di cui la sinistra vetero si bea, regge ad una verifica storica. Morale: ma prima di aprire bocca, studiare, no?

Fonte