L’11 maggio la Fondazione Hind Rajab (#HRF) ha intensificato la sua azione legale contro l’impunità presentando una denuncia disciplinare contro un alto funzionario della Procura Federale tedesca presso la Procura Generale Federale e la Corte Federale di Giustizia.
Tale azione fa seguito all’ingiustificata archiviazione di una denuncia penale presentata dalla HRF nel giugno 2025 contro Shimon Avichai #Zuckerman, cittadino con doppia cittadinanza israeliana e tedesca, per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio.
La HRF ha inoltre presentato ricorso contro la decisione e ha depositato una nuova relazione investigativa di 164 pagine che descrive dettagliatamente la sua condotta criminale.
L’archiviazione rappresenta un atto deliberato di complicità statale. Zuckerman non è semplicemente un sospettato; è un cittadino tedesco pienamente consapevole dei crimini di cui è accusato e ha apertamente chiesto allo stato israeliano di proteggerlo dal processo. Accettando le sue affermazioni senza verifiche indipendenti e rifiutandosi di avviare un’indagine, le autorità tedesche agiscono di fatto come un’estensione di quello scudo.
La Germania non si limita a non agire. È complice del genocidio, continuando la sua politica di lunga data di difesa di Israele e dei suoi assassini, creando così un rifugio sicuro per i cittadini tedeschi accusati dei più gravi crimini internazionali…
Shimon Avichai Zuckerman, membro dell’8219° Battaglione dell’esercito israeliano, è un cittadino tedesco accertato. HRF possiede e ha presentato documentazione ufficiale inconfutabile che ne prova la nazionalità. Ai sensi dell’articolo 1 del Codice tedesco sui crimini contro il diritto internazionale (VStGB), lo Stato tedesco ha il dovere imprescindibile e non discrezionale di indagare e perseguire i propri cittadini per crimini internazionali commessi ovunque nel mondo.
Nonostante questo chiaro mandato legale, il procuratore federale tedesco ha archiviato il caso l’8 aprile 2026. La decisione si è basata sulla dichiarazione rilasciata da Zuckerman al Washington Post, in cui ammetteva di aver partecipato ad atti di distruzione a Gaza, ma sosteneva che fossero leciti. Si è basata anche su valutazioni giuridiche speculative, in particolare riguardo alla legittimità della distruzione dell’intero villaggio di Khuza’a ai sensi del diritto internazionale umanitario.
Il comportamento di Zuckerman dimostra una chiara consapevolezza della sua responsabilità penale. Egli sfrutta attivamente la sua doppia cittadinanza e le sue connessioni politiche, chiedendo specificamente protezione allo stato israeliano per sottrarsi alla giustizia.
Zuckerman ha documentato personalmente il suo coinvolgimento nella demolizione di Gaza attraverso numerosi video, pubblicati sui social media, che lo ritraggono mentre prepara cariche esplosive, fa il conto alla rovescia per le detonazioni e osserva con orgoglio la distruzione degli edifici che aveva minato. In questi video, si è taggato e si è vantato esplicitamente della sua partecipazione con terzi e organi di stampa.
Gli specifici atti di distruzione attribuiti a Zuckerman includono:
L’area del Corridoio di Netzarim, lungo via Al-Rashid (novembre-dicembre 2023);
I quartieri di Sheikh Ajlin e Tel Al Hawa a Gaza City (novembre 2023);
Il quartiere di Shuja’iyya a Gaza City (dicembre 2023);
L’edificio di Euro-Med Human Rights Monitor a Gaza City;
Khuza’a, durante l’Operazione Oz e Nir (dicembre 2023-gennaio 2024), che ha portato alla completa distruzione del villaggio;
Khan Younis (gennaio 2024).
La decisione del Procuratore Federale di archiviare il caso senza indagini viola il principio di legalità e il principio di indagine ufficiale. Accettando la versione dei fatti fornita da un sospettato a propria discolpa come base per l’archiviazione, il Procuratore ha abdicato al dovere dello Stato di accertare la verità e ha trasformato l’ufficio della Procura Federale da garante della giustizia in scudo per il genocidio.”
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/02/2026
Chi perseguirà i criminali di guerra italiani a Gaza con doppio passaporto?
Migliaia di britannici, americani, francesi, italiani, russi, tedeschi e ucraini con doppio passaporto fanno parte dell’esercito israeliano. Una ricerca di Declassified UK ha rilevato che oltre 50.000 soldati israeliani hanno la cittadinanza di Israele e di almeno un altro Paese.
In Gran Bretagna alcuni avvocati hanno chiesto che i cittadini britannici che hanno combattuto durante il genocidio israeliano a Gaza siano indagati per violazione del diritto internazionale. In Francia altrettanto.
E in Italia? Ben 828 di questi, come si desume dalla tabella, hanno anche il passaporto italiano e hanno prestato servizio in questi due anni nell’esercito israeliano.
Come spiega il sito ufficiale delle Forze di Difesa Israeliane (Idf), gli uomini sono tenuti a restare nell’esercito per un periodo minimo di trentadue mesi, mentre per le donne i mesi previsti sono ventiquattro. L’obbligo riguarda anche chi vive all’estero o ha il doppio passaporto.
Quando è iniziata l’operazione militare israeliana a Gaza, tra gli addetti ai lavori ha fatto scalpore un servizio di Al Jazeera che si chiedeva: “Perché ci sono italiani che combattono nelle fila dell’esercito israeliano?”
Nel video, tradotto dall’Adnkronos, si citano anche alcuni servizi televisivi andati in onda sulle reti italiane nei giorni scorsi. In particolare si riporta un servizio del Tg5 sulla “presenza degli italiani nell’Idf” e, con scritte in sovrimpressione in arabo, si citano “media italiani secondo i quali sono migliaia gli italiani con doppia cittadinanza che si sono recati in Israele per unirsi al suo esercito, che sta conducendo una guerra a Gaza”.
Sempre citando “il servizio del Tg5”, l’emittente scrive in arabo di “tre paracadutisti italiani convocati dall’esercito israeliano per prestare il servizio di riserva, oltre ad altri militari che non hanno la cittadinanza israeliana”.
In una intervista a La Stampa, alcune di queste soldatesse italiane riserviste delle forze armate israeliane hanno spiegato perché sono andate a combattere a Gaza.
Il ministro degli Esteri Tajani si lasciò sfuggire già a ottobre 2023 che ce n’erano un migliaio. Adesso i conti tornano, ma i conti con la giustizia?
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02/06/2024
I soldati israeliani con doppio passaporto temono arresto nei paesi di origine
«Israele non riconosce l’autorità della Corte e non fa parte della Cpi», affermava qualche giorno fa il ministro della difesa Yoav Gallant commentando la decisione del Procuratore del Tribunale penale dell’Aia di emettere, per crimini di guerra, mandati di cattura per la leadership israeliana e quella di Hamas.
Ma se ignorare la Cpi è la scontata risposta di Gallant, del premier Netanyahu e dei più alti rappresentanti dello Stato ebraico, i semplici militari israeliani sono a dir poco preoccupati. Più a rischio sono coloro che oltre alla cittadinanza israeliana posseggono anche quella di paesi pronti ad indagare i propri cittadini accusati di crimini di guerra e contro l’umanità.
La rivista Shomrin riferisce che c’è una profonda preoccupazione tra i soldati, e sono numerosi, intenzionati a visitare parenti e amici nel paese di origine. A maggior ragione se questo paese è il Sudafrica che ha già presentato alla Corte internazionale di Giustizia una richiesta di incriminazione contro Israele per genocidio.
Un gruppo sudafricano filopalestinese monitora i social media per recuperare i post e i video fatti da militari israeliani a Gaza che mostrano distruzioni di scuole, università, infrastrutture civili e abusi a danno di civili palestinesi.
Uno dei video diffusi mostra cittadini sudafricani che indossano uniformi dell’esercito israeliano accompagnati da una dichiarazione del gruppo filopalestinese: «Siamo pronti. Al tuo ritorno, aspettati di essere arrestato».
I soldati israelo-sudafricani ora cancellano foto compromettenti dal loro account Facebook e da altri social e bloccano follower su Instagram. A questi militari l’esercito consiglia di non uscire dal paese e per molti di loro è un problema serio perché sono «soldati solitari» ossia senza famiglia in Israele e arrivati a Tel Aviv all’età di 18 anni appositamente per prestare servizio nelle forze armate.
L’interesse del Sudafrica per i suoi cittadini in uniforme in Israele non è iniziato il 7 ottobre. Già prima il paese africano aveva stilato un elenco di 73 soldati israeliani con doppia nazionalità e Pretoria aveva addirittura preso in considerazione l’avvio di azioni legali contro di loro.
Passi simili sono stati rari nel resto del mondo, ma 15 anni fa contro l’ex ministro degli Esteri Tzipi Livni fu emesso un mandato di cattura nel Regno Unito. E una corte belga per qualche tempo ha considerato l’arresto dello scomparso premier israeliano Ariel Sharon.
Non c’è solo il Sudafrica a puntare il dito contro i soldati israeliani con doppia cittadinanza che combattono a Gaza.
Secondo indiscrezioni circa 4.000 cittadini francesi sono attualmente nelle forze armate dello Stato ebraico e il deputato Thomas Portes di La France Insoumise chiede di perseguirli penalmente. Portes insiste per annullare l’accordo che permette ai cittadini francesi di arruolarsi nell’esercito israeliano. Il parlamentare sostiene che il governo francese ha cambiato la sua posizione di non intervenire sui soldati con doppia nazionalità. Ora sosterrebbe indagini sulle loro attività a Gaza.
In Olanda l’organizzazione filopalestinese 30 marzo ha chiesto alle autorità di indagare 17 cittadini che hanno combattuto nella Striscia. Svizzera e Austria sono considerati i paesi in cui verranno aperti procedimenti contro soldati con doppia cittadinanza.
Il Ministero della Giustizia israeliano, perciò, ha assunto esperti legali stranieri per valutare i rischi per i soldati con doppia cittadinanza, non pochi dei quali ora considerano l’idea di non tornare più, o almeno per i prossimi anni, nei paesi d’origine.
Fonte
Ma se ignorare la Cpi è la scontata risposta di Gallant, del premier Netanyahu e dei più alti rappresentanti dello Stato ebraico, i semplici militari israeliani sono a dir poco preoccupati. Più a rischio sono coloro che oltre alla cittadinanza israeliana posseggono anche quella di paesi pronti ad indagare i propri cittadini accusati di crimini di guerra e contro l’umanità.
La rivista Shomrin riferisce che c’è una profonda preoccupazione tra i soldati, e sono numerosi, intenzionati a visitare parenti e amici nel paese di origine. A maggior ragione se questo paese è il Sudafrica che ha già presentato alla Corte internazionale di Giustizia una richiesta di incriminazione contro Israele per genocidio.
Un gruppo sudafricano filopalestinese monitora i social media per recuperare i post e i video fatti da militari israeliani a Gaza che mostrano distruzioni di scuole, università, infrastrutture civili e abusi a danno di civili palestinesi.
Uno dei video diffusi mostra cittadini sudafricani che indossano uniformi dell’esercito israeliano accompagnati da una dichiarazione del gruppo filopalestinese: «Siamo pronti. Al tuo ritorno, aspettati di essere arrestato».
I soldati israelo-sudafricani ora cancellano foto compromettenti dal loro account Facebook e da altri social e bloccano follower su Instagram. A questi militari l’esercito consiglia di non uscire dal paese e per molti di loro è un problema serio perché sono «soldati solitari» ossia senza famiglia in Israele e arrivati a Tel Aviv all’età di 18 anni appositamente per prestare servizio nelle forze armate.
L’interesse del Sudafrica per i suoi cittadini in uniforme in Israele non è iniziato il 7 ottobre. Già prima il paese africano aveva stilato un elenco di 73 soldati israeliani con doppia nazionalità e Pretoria aveva addirittura preso in considerazione l’avvio di azioni legali contro di loro.
Passi simili sono stati rari nel resto del mondo, ma 15 anni fa contro l’ex ministro degli Esteri Tzipi Livni fu emesso un mandato di cattura nel Regno Unito. E una corte belga per qualche tempo ha considerato l’arresto dello scomparso premier israeliano Ariel Sharon.
Non c’è solo il Sudafrica a puntare il dito contro i soldati israeliani con doppia cittadinanza che combattono a Gaza.
Secondo indiscrezioni circa 4.000 cittadini francesi sono attualmente nelle forze armate dello Stato ebraico e il deputato Thomas Portes di La France Insoumise chiede di perseguirli penalmente. Portes insiste per annullare l’accordo che permette ai cittadini francesi di arruolarsi nell’esercito israeliano. Il parlamentare sostiene che il governo francese ha cambiato la sua posizione di non intervenire sui soldati con doppia nazionalità. Ora sosterrebbe indagini sulle loro attività a Gaza.
In Olanda l’organizzazione filopalestinese 30 marzo ha chiesto alle autorità di indagare 17 cittadini che hanno combattuto nella Striscia. Svizzera e Austria sono considerati i paesi in cui verranno aperti procedimenti contro soldati con doppia cittadinanza.
Il Ministero della Giustizia israeliano, perciò, ha assunto esperti legali stranieri per valutare i rischi per i soldati con doppia cittadinanza, non pochi dei quali ora considerano l’idea di non tornare più, o almeno per i prossimi anni, nei paesi d’origine.
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10/10/2023
Israele - Gli arruolati italiani nelle forze armate sono centinaia
In Israele, tra i 18mila italiani presenti nel paese, ben 1.000 ci stanno in qualità di soldati arruolati nell’esercito di Tel Aviv, dove stanno facendo il servizio di leva. E altri 300 stanno partendo dall’Italia per raggiungere Israele.
Assai maldestramente, il ministro Tajani ha rivelato al Tg1, il che “ci sono cittadini italiani con passaporto israeliano che sono militari e che sono più difficili da raggiungere”, svelando così quanto già si sapeva da tempo ma che non era mai stato quantificato. Non solo. È di oggi la notizia che altri 300 “italiani” stanno partendo per Israele in qualità di militari riservisti.
Il ministero degli Esteri, in una circolare spiega che: “Le Convenzioni internazionali in materia di leva, aventi la finalità di evitare che il giovane, in virtù di una doppia cittadinanza, debba prestare servizio militare in due Paesi, hanno in gran parte perso la propria ragion d’essere in considerazione del fatto che nella maggior parte degli Stati aderenti il servizio militare è stato sospeso o soppresso.
Le Convenzioni potranno quindi essere applicate soltanto a beneficio di coloro che, risiedendo in Italia, vogliano avvalersi della regolarizzazione della loro posizione nei riguardi delle nostre Forze Armate per non dover prestare il servizio militare, laddove ancora previsto, nell’altro Paese di cui possiedano la cittadinanza”.
Mentre l’ambasciata israeliana in Italia riporta sul suo sito le regole dello Stato israeliano relative al servizio di leva in Israele: “La Legge del servizio di difesa (versione consolidata), 1986-5747 con l’autorità di applicarla all’estero riguarda tutti i cittadini dello Stato d’Israele, sia in Israele che all’estero, anche se in possesso di una cittadinanza straniera oltre a quella israeliana, ed anche se risiedono regolarmente all’estero. Viene applicata anche ai residenti regolarmente soggiornanti in Israele, anche se non sono cittadini israeliani.
L’obbligo del servizio viene applicato ad ogni persona idonea al servizio, tra l’età di 18 e 29 anni inclusi. Tuttavia, una persona che ha oltrepassato l’età del servizio obbligatorio e che non ha adempiuto all’obbligo di servizio nel tempo prescritto dalla legge, è dichiarata trasgressore della legge e le sarà richiesto di servire nell’IDF nelle modalità stabilite dalle autorità dell’IDF”.
La convenzione tra Italia e Israele per consentire a cittadini italiani con doppio passaporto di svolgere il militare in Israele e non Italia, come spiega la circolare del ministero degli Esteri, ha perso vigenza da quando, nel 2004, in Italia è stata abolito il servizio di leva (mentre resta invece obbligatorio in Israele).
Resta il fatto che viene consentito a cittadini italiani di arruolarsi nell’esercito di un altro paese e prendere addirittura parte a combattimenti. Una condizione che forse gli Stati Maggiori italiani hanno sempre accettato ma mai gradito. Le illazioni sulla doppia fedeltà appartengono molto spesso al pregiudizio antiebraico, ma in questo caso si tratta di uomini in armi, il che fa della questione un problema diverso.
Non è una mica un dettaglio. Per la quantità di soldati italiani con doppio passaporto impegnati nelle forze armate israeliane si può cominciare a parlare di coinvolgimento dell’Italia nella guerra contro i palestinesi. Un dato che né i palestinesi né altri paesi arabi potrebbero gradire.
I rapporti di complicità militare tra Italia e Israele sono invece regolati dal Memorandum d’Intesa del 2005. Al governo c’era allora Berlusconi e il memorandum venne firmato dal ministro della Difesa Martino.
L’accordo che disciplina la partnership militare tra Italia e Israele è stato ratificato dal Parlamento italiano il 17 maggio 2005. Nella parte pubblica del testo (esisterebbe infatti un memorandum segreto mai sottoposto alla discussione e al voto dei parlamentari) si legge che la cooperazione fra i due Paesi riguarderà in particolare “l’industria della difesa, l’importazione, l’esportazione e il transito di materiali militari, le operazioni umanitarie, l’organizzazione delle Forze armate e la gestione, la formazione e l’addestramento del personale, i servizi medici militari”.
“Italia e Israele si adopereranno al massimo per contribuire, ove richiesto, a negoziare licenze, royalties ed informazioni tecniche, scambiate con le rispettive industrie”. E ancora: “Le Parti faciliteranno inoltre la concessione delle licenze di esportazione necessarie per la presentazione delle offerte o proposte richieste per dare esecuzione al presente memorandum”.
Non pare ma da queste informazioni si rileva che l’Italia si trova coinvolta non solo nella guerra in Ucraina ma anche nell’escalation militare in Medio Oriente, assai più di quanto l’opinione pubblica italiana sia a conoscenza. Fortuna che con ministri come Tajani, a sua insaputa, si comincia a saperne qualcosa di più.
Fonte
Assai maldestramente, il ministro Tajani ha rivelato al Tg1, il che “ci sono cittadini italiani con passaporto israeliano che sono militari e che sono più difficili da raggiungere”, svelando così quanto già si sapeva da tempo ma che non era mai stato quantificato. Non solo. È di oggi la notizia che altri 300 “italiani” stanno partendo per Israele in qualità di militari riservisti.
Il ministero degli Esteri, in una circolare spiega che: “Le Convenzioni internazionali in materia di leva, aventi la finalità di evitare che il giovane, in virtù di una doppia cittadinanza, debba prestare servizio militare in due Paesi, hanno in gran parte perso la propria ragion d’essere in considerazione del fatto che nella maggior parte degli Stati aderenti il servizio militare è stato sospeso o soppresso.
Le Convenzioni potranno quindi essere applicate soltanto a beneficio di coloro che, risiedendo in Italia, vogliano avvalersi della regolarizzazione della loro posizione nei riguardi delle nostre Forze Armate per non dover prestare il servizio militare, laddove ancora previsto, nell’altro Paese di cui possiedano la cittadinanza”.
Mentre l’ambasciata israeliana in Italia riporta sul suo sito le regole dello Stato israeliano relative al servizio di leva in Israele: “La Legge del servizio di difesa (versione consolidata), 1986-5747 con l’autorità di applicarla all’estero riguarda tutti i cittadini dello Stato d’Israele, sia in Israele che all’estero, anche se in possesso di una cittadinanza straniera oltre a quella israeliana, ed anche se risiedono regolarmente all’estero. Viene applicata anche ai residenti regolarmente soggiornanti in Israele, anche se non sono cittadini israeliani.
L’obbligo del servizio viene applicato ad ogni persona idonea al servizio, tra l’età di 18 e 29 anni inclusi. Tuttavia, una persona che ha oltrepassato l’età del servizio obbligatorio e che non ha adempiuto all’obbligo di servizio nel tempo prescritto dalla legge, è dichiarata trasgressore della legge e le sarà richiesto di servire nell’IDF nelle modalità stabilite dalle autorità dell’IDF”.
La convenzione tra Italia e Israele per consentire a cittadini italiani con doppio passaporto di svolgere il militare in Israele e non Italia, come spiega la circolare del ministero degli Esteri, ha perso vigenza da quando, nel 2004, in Italia è stata abolito il servizio di leva (mentre resta invece obbligatorio in Israele).
Resta il fatto che viene consentito a cittadini italiani di arruolarsi nell’esercito di un altro paese e prendere addirittura parte a combattimenti. Una condizione che forse gli Stati Maggiori italiani hanno sempre accettato ma mai gradito. Le illazioni sulla doppia fedeltà appartengono molto spesso al pregiudizio antiebraico, ma in questo caso si tratta di uomini in armi, il che fa della questione un problema diverso.
Non è una mica un dettaglio. Per la quantità di soldati italiani con doppio passaporto impegnati nelle forze armate israeliane si può cominciare a parlare di coinvolgimento dell’Italia nella guerra contro i palestinesi. Un dato che né i palestinesi né altri paesi arabi potrebbero gradire.
I rapporti di complicità militare tra Italia e Israele sono invece regolati dal Memorandum d’Intesa del 2005. Al governo c’era allora Berlusconi e il memorandum venne firmato dal ministro della Difesa Martino.
L’accordo che disciplina la partnership militare tra Italia e Israele è stato ratificato dal Parlamento italiano il 17 maggio 2005. Nella parte pubblica del testo (esisterebbe infatti un memorandum segreto mai sottoposto alla discussione e al voto dei parlamentari) si legge che la cooperazione fra i due Paesi riguarderà in particolare “l’industria della difesa, l’importazione, l’esportazione e il transito di materiali militari, le operazioni umanitarie, l’organizzazione delle Forze armate e la gestione, la formazione e l’addestramento del personale, i servizi medici militari”.
“Italia e Israele si adopereranno al massimo per contribuire, ove richiesto, a negoziare licenze, royalties ed informazioni tecniche, scambiate con le rispettive industrie”. E ancora: “Le Parti faciliteranno inoltre la concessione delle licenze di esportazione necessarie per la presentazione delle offerte o proposte richieste per dare esecuzione al presente memorandum”.
Non pare ma da queste informazioni si rileva che l’Italia si trova coinvolta non solo nella guerra in Ucraina ma anche nell’escalation militare in Medio Oriente, assai più di quanto l’opinione pubblica italiana sia a conoscenza. Fortuna che con ministri come Tajani, a sua insaputa, si comincia a saperne qualcosa di più.
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