Il ministero della Difesa è al lavoro per una legge che riguarda l’introduzione di un contingente di riservisti delle Forze Armate, composto da almeno diecimila unità, come già auspicato dalla legge 119 del 2022, introdotta dal governo Draghi, ed ora con la legge 201 pubblicata sulla Gazzetta ufficiale a dicembre scorso, il nuovo esecutivo passerà alla fase operativa.
La riserva – una volta reclutata, formata e periodicamente addestrata – potrebbe essere composta da ex militari o personale con determinate specifiche, impiegabile nei casi di necessità durante eventuali conflitti e crisi internazionali, non impiegati sul fronte dei teatri operativi ma per il supporto logistico e la cooperazione.
In passato il ministro aveva già annunciato alle commissioni parlamentari della Difesa l’intenzione di un intervento legislativo in questo senso.
“La Difesa – aveva detto il ministro Crosetto lo scorso 4 novembre – deve prepararsi a tutti gli scenari, molto spesso nella nostra vita evitiamo di pensare alle cose peggiori, ma quando fai il ministro della Difesa, per la sicurezza del Paese, devi pensare anche agli scenari peggiori e lavorare per evitare e fermare che ciò arrivi davanti a te”.
Con il coinvolgimento dell’Italia nella guerra in Ucraina ed ora anche nella missione navale-militare in Yemen, il clima bellicista sta riconfigurando tutti gli assetti politici del paese, incluso quello militare. Il numero limitato di uomini in armi definito dall’esercito professionale si sta rivelando insufficiente a coprire tutti i fronti che si vanno aprendo.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/10/2023
Israele - Gli arruolati italiani nelle forze armate sono centinaia
In Israele, tra i 18mila italiani presenti nel paese, ben 1.000 ci stanno in qualità di soldati arruolati nell’esercito di Tel Aviv, dove stanno facendo il servizio di leva. E altri 300 stanno partendo dall’Italia per raggiungere Israele.
Assai maldestramente, il ministro Tajani ha rivelato al Tg1, il che “ci sono cittadini italiani con passaporto israeliano che sono militari e che sono più difficili da raggiungere”, svelando così quanto già si sapeva da tempo ma che non era mai stato quantificato. Non solo. È di oggi la notizia che altri 300 “italiani” stanno partendo per Israele in qualità di militari riservisti.
Il ministero degli Esteri, in una circolare spiega che: “Le Convenzioni internazionali in materia di leva, aventi la finalità di evitare che il giovane, in virtù di una doppia cittadinanza, debba prestare servizio militare in due Paesi, hanno in gran parte perso la propria ragion d’essere in considerazione del fatto che nella maggior parte degli Stati aderenti il servizio militare è stato sospeso o soppresso.
Le Convenzioni potranno quindi essere applicate soltanto a beneficio di coloro che, risiedendo in Italia, vogliano avvalersi della regolarizzazione della loro posizione nei riguardi delle nostre Forze Armate per non dover prestare il servizio militare, laddove ancora previsto, nell’altro Paese di cui possiedano la cittadinanza”.
Mentre l’ambasciata israeliana in Italia riporta sul suo sito le regole dello Stato israeliano relative al servizio di leva in Israele: “La Legge del servizio di difesa (versione consolidata), 1986-5747 con l’autorità di applicarla all’estero riguarda tutti i cittadini dello Stato d’Israele, sia in Israele che all’estero, anche se in possesso di una cittadinanza straniera oltre a quella israeliana, ed anche se risiedono regolarmente all’estero. Viene applicata anche ai residenti regolarmente soggiornanti in Israele, anche se non sono cittadini israeliani.
L’obbligo del servizio viene applicato ad ogni persona idonea al servizio, tra l’età di 18 e 29 anni inclusi. Tuttavia, una persona che ha oltrepassato l’età del servizio obbligatorio e che non ha adempiuto all’obbligo di servizio nel tempo prescritto dalla legge, è dichiarata trasgressore della legge e le sarà richiesto di servire nell’IDF nelle modalità stabilite dalle autorità dell’IDF”.
La convenzione tra Italia e Israele per consentire a cittadini italiani con doppio passaporto di svolgere il militare in Israele e non Italia, come spiega la circolare del ministero degli Esteri, ha perso vigenza da quando, nel 2004, in Italia è stata abolito il servizio di leva (mentre resta invece obbligatorio in Israele).
Resta il fatto che viene consentito a cittadini italiani di arruolarsi nell’esercito di un altro paese e prendere addirittura parte a combattimenti. Una condizione che forse gli Stati Maggiori italiani hanno sempre accettato ma mai gradito. Le illazioni sulla doppia fedeltà appartengono molto spesso al pregiudizio antiebraico, ma in questo caso si tratta di uomini in armi, il che fa della questione un problema diverso.
Non è una mica un dettaglio. Per la quantità di soldati italiani con doppio passaporto impegnati nelle forze armate israeliane si può cominciare a parlare di coinvolgimento dell’Italia nella guerra contro i palestinesi. Un dato che né i palestinesi né altri paesi arabi potrebbero gradire.
I rapporti di complicità militare tra Italia e Israele sono invece regolati dal Memorandum d’Intesa del 2005. Al governo c’era allora Berlusconi e il memorandum venne firmato dal ministro della Difesa Martino.
L’accordo che disciplina la partnership militare tra Italia e Israele è stato ratificato dal Parlamento italiano il 17 maggio 2005. Nella parte pubblica del testo (esisterebbe infatti un memorandum segreto mai sottoposto alla discussione e al voto dei parlamentari) si legge che la cooperazione fra i due Paesi riguarderà in particolare “l’industria della difesa, l’importazione, l’esportazione e il transito di materiali militari, le operazioni umanitarie, l’organizzazione delle Forze armate e la gestione, la formazione e l’addestramento del personale, i servizi medici militari”.
“Italia e Israele si adopereranno al massimo per contribuire, ove richiesto, a negoziare licenze, royalties ed informazioni tecniche, scambiate con le rispettive industrie”. E ancora: “Le Parti faciliteranno inoltre la concessione delle licenze di esportazione necessarie per la presentazione delle offerte o proposte richieste per dare esecuzione al presente memorandum”.
Non pare ma da queste informazioni si rileva che l’Italia si trova coinvolta non solo nella guerra in Ucraina ma anche nell’escalation militare in Medio Oriente, assai più di quanto l’opinione pubblica italiana sia a conoscenza. Fortuna che con ministri come Tajani, a sua insaputa, si comincia a saperne qualcosa di più.
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Assai maldestramente, il ministro Tajani ha rivelato al Tg1, il che “ci sono cittadini italiani con passaporto israeliano che sono militari e che sono più difficili da raggiungere”, svelando così quanto già si sapeva da tempo ma che non era mai stato quantificato. Non solo. È di oggi la notizia che altri 300 “italiani” stanno partendo per Israele in qualità di militari riservisti.
Il ministero degli Esteri, in una circolare spiega che: “Le Convenzioni internazionali in materia di leva, aventi la finalità di evitare che il giovane, in virtù di una doppia cittadinanza, debba prestare servizio militare in due Paesi, hanno in gran parte perso la propria ragion d’essere in considerazione del fatto che nella maggior parte degli Stati aderenti il servizio militare è stato sospeso o soppresso.
Le Convenzioni potranno quindi essere applicate soltanto a beneficio di coloro che, risiedendo in Italia, vogliano avvalersi della regolarizzazione della loro posizione nei riguardi delle nostre Forze Armate per non dover prestare il servizio militare, laddove ancora previsto, nell’altro Paese di cui possiedano la cittadinanza”.
Mentre l’ambasciata israeliana in Italia riporta sul suo sito le regole dello Stato israeliano relative al servizio di leva in Israele: “La Legge del servizio di difesa (versione consolidata), 1986-5747 con l’autorità di applicarla all’estero riguarda tutti i cittadini dello Stato d’Israele, sia in Israele che all’estero, anche se in possesso di una cittadinanza straniera oltre a quella israeliana, ed anche se risiedono regolarmente all’estero. Viene applicata anche ai residenti regolarmente soggiornanti in Israele, anche se non sono cittadini israeliani.
L’obbligo del servizio viene applicato ad ogni persona idonea al servizio, tra l’età di 18 e 29 anni inclusi. Tuttavia, una persona che ha oltrepassato l’età del servizio obbligatorio e che non ha adempiuto all’obbligo di servizio nel tempo prescritto dalla legge, è dichiarata trasgressore della legge e le sarà richiesto di servire nell’IDF nelle modalità stabilite dalle autorità dell’IDF”.
La convenzione tra Italia e Israele per consentire a cittadini italiani con doppio passaporto di svolgere il militare in Israele e non Italia, come spiega la circolare del ministero degli Esteri, ha perso vigenza da quando, nel 2004, in Italia è stata abolito il servizio di leva (mentre resta invece obbligatorio in Israele).
Resta il fatto che viene consentito a cittadini italiani di arruolarsi nell’esercito di un altro paese e prendere addirittura parte a combattimenti. Una condizione che forse gli Stati Maggiori italiani hanno sempre accettato ma mai gradito. Le illazioni sulla doppia fedeltà appartengono molto spesso al pregiudizio antiebraico, ma in questo caso si tratta di uomini in armi, il che fa della questione un problema diverso.
Non è una mica un dettaglio. Per la quantità di soldati italiani con doppio passaporto impegnati nelle forze armate israeliane si può cominciare a parlare di coinvolgimento dell’Italia nella guerra contro i palestinesi. Un dato che né i palestinesi né altri paesi arabi potrebbero gradire.
I rapporti di complicità militare tra Italia e Israele sono invece regolati dal Memorandum d’Intesa del 2005. Al governo c’era allora Berlusconi e il memorandum venne firmato dal ministro della Difesa Martino.
L’accordo che disciplina la partnership militare tra Italia e Israele è stato ratificato dal Parlamento italiano il 17 maggio 2005. Nella parte pubblica del testo (esisterebbe infatti un memorandum segreto mai sottoposto alla discussione e al voto dei parlamentari) si legge che la cooperazione fra i due Paesi riguarderà in particolare “l’industria della difesa, l’importazione, l’esportazione e il transito di materiali militari, le operazioni umanitarie, l’organizzazione delle Forze armate e la gestione, la formazione e l’addestramento del personale, i servizi medici militari”.
“Italia e Israele si adopereranno al massimo per contribuire, ove richiesto, a negoziare licenze, royalties ed informazioni tecniche, scambiate con le rispettive industrie”. E ancora: “Le Parti faciliteranno inoltre la concessione delle licenze di esportazione necessarie per la presentazione delle offerte o proposte richieste per dare esecuzione al presente memorandum”.
Non pare ma da queste informazioni si rileva che l’Italia si trova coinvolta non solo nella guerra in Ucraina ma anche nell’escalation militare in Medio Oriente, assai più di quanto l’opinione pubblica italiana sia a conoscenza. Fortuna che con ministri come Tajani, a sua insaputa, si comincia a saperne qualcosa di più.
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15/09/2014
Israele - I refusenik sono “criminali”
I 43 riservisti israeliani dell’unità 8200 dei servizi segreti che
venerdì scorso avevano diffuso una lettera in cui dichiaravano di
rifiutare di servire nei Territori palestinesi occupati sarebbero
“criminali”. E pertanto a rischio di incriminazione. Lo ha dichiarato
questa mattina il ministro della Difesa israeliano Moshe Ya’alon che,
intervenendo alla conferenza sulla cyber-sicurezza in programma a Tel
Aviv da ieri, ha ventilato l’ipotesi di un procedimento penale nei loro
confronti. “Il loro rifiuto – ha spiegato Ya’alon – è motivato da
ragioni politiche, non morali. I soldati dovrebbero andare dai loro
comandanti quando hanno un problema. I nostri ufficiali e soldati stanno
facendo un lavoro sacro che salva molte vite e che merita la nostra
gratitudine. Non permetterò un abuso politico come questo e coloro che hanno firmato questo documento saranno trattati come criminali”.
Il ministro della Difesa, che ha descritto la lettera di rifiuto come “un tentativo stupido e osceno di sostenere la falsa campagna di delegittimazione contro lo Stato di Israele e contro i soldati dell’IDF”, è stato solo l’ultimo di una serie di personaggi a reagire in modo furibondo alla dichiarazione dei 43 riservisti: contro di loro si erano scagliati in primis 200 tra i loro compagni d’armi della medesima unità, che avevano pubblicato venerdì notte una “contro-lettera” esprimendo “shock e disgusto” verso coloro che avevano scelto “il rifiuto politico piuttosto che l’unità”, spiegando che “quando si viene chiamati in guerra, si mettono da parte le preferenze politiche” e lodando l’integrità e la professionalità dell’unità 8200, il cui lavoro “in molti casi ha portato alla salvezza di vite umane da entrambe le parti”.
La lettera dei refusenik aveva catalizzato lo sdegno della quasi totalità della Knesset, sia nella coalizione al governo che nell’opposizione: Yariv Levin del Likud (lo stesso che aveva promosso un disegno di legge per distinguere legalmente tra “arabi cristiani”, cui è stato anche esteso il servizio militare, e un più generico e dispregiativo ”palestinesi” con l’intento, proclamato ufficialmente, di “dividere la società palestinese”, ndr) aveva giudicato i riservisti in questione “indegni di servire nella più prestigiosa unità dell’esercito”, mentre Tzipi Hotovely, sempre del Likud, aveva definito la lettera “il risultato delle inadeguatezze morali del sistema educativo israeliano”, come a dire che bisogna lavorare sulla scuola perché instilli in tutti i suoi giovani cittadini l’attaccamento cieco e acritico a una forza militare di occupazione. Yitzhac Herzog, capo dell’opposizione, ha invece espresso il suo “disgusto” verso coloro che rifiutano di servire in un’unità “che amo e in cui servo come riservista da decenni”, spiegando che “anche se ci sono degli errori, ci sono molti modi per lamentarsi e per trasformare i lamenti in una discussione o in un’inchiesta, ma non incoraggiando al rifiuto di servire nell’esercito”.
Le parole più dure, quelle che hanno minacciato il ricorso alla corte militare, sono venute dai vertici dello Stato: ieri il generale Motti Almoz, portavoce dell’esercito israeliano, aveva scritto sul proprio profilo Facebook che i refusenik affronteranno “un procedimento disciplinare che sarà nitido e chiaro” aggiungendo che “non c’è posto per il rifiuto nell’IDF”. Parallelamente, il premier Benjamin Netanyahu aveva affrontato l’argomento dal palco della conferenza sulla cyber-sicurezza, accusando i riservisti di “calunnia senza fondamento” e tuonando che “si tratta di un atto di sfruttamento politico nei confronti delle Forze di sicurezza israeliane che deve essere condannato”. Immancabili, le lodi del premier israeliano all’esercito “più morale del mondo, che svolge missioni per salvaguardare la nostra sicurezza”.
Proprio sulla presunta “sicurezza” era incentrata la denuncia dei 43 soldati: secondo quanto rivelato nella lettera sulle modalità operative dell’unità 8200, infatti, in molti casi le attività di spionaggio e controllo della popolazione palestinese avrebbero poco a che fare con la sicurezza e con la difesa di Israele. I dati raccolti dall’unità – che lavora sulle telecomunicazioni e sul web – per la maggior parte dei casi sarebbero un mezzo per “infiltrarsi, spiare ogni dettaglio della vita quotidiana dei palestinesi, ricattare alcune persone per farle diventare collaboratori minacciando di rivelare dati personali e creare così divisioni all’interno della società palestinese”. Il tutto, come denunciano i refusenik, effettuato su una popolazione per la maggior parte lontana da ogni attività terroristica o militare.
Non è ancora chiaro, come spiega il quotidiano The Guardian, quali saranno le conseguenze penali a cui andranno incontro i 43 riservisti refusenik, che avevano già preso contatti con un legale di spicco per assicurarsi che la lettera e le loro testimonianze non stessero infrangendo la legge. Inoltre, dichiarano di aver sottoposto la lettera alle autorità israeliane prima della sua pubblicazione venerdì scorso. Certo è che la loro eventuale incriminazione potrebbe costituire un precedente importante nel trattamento dei riservisti, che non avevano mai avuto conseguenze penali per le lettere di rifiuto inviate negli anni precedenti.
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Il ministro della Difesa, che ha descritto la lettera di rifiuto come “un tentativo stupido e osceno di sostenere la falsa campagna di delegittimazione contro lo Stato di Israele e contro i soldati dell’IDF”, è stato solo l’ultimo di una serie di personaggi a reagire in modo furibondo alla dichiarazione dei 43 riservisti: contro di loro si erano scagliati in primis 200 tra i loro compagni d’armi della medesima unità, che avevano pubblicato venerdì notte una “contro-lettera” esprimendo “shock e disgusto” verso coloro che avevano scelto “il rifiuto politico piuttosto che l’unità”, spiegando che “quando si viene chiamati in guerra, si mettono da parte le preferenze politiche” e lodando l’integrità e la professionalità dell’unità 8200, il cui lavoro “in molti casi ha portato alla salvezza di vite umane da entrambe le parti”.
La lettera dei refusenik aveva catalizzato lo sdegno della quasi totalità della Knesset, sia nella coalizione al governo che nell’opposizione: Yariv Levin del Likud (lo stesso che aveva promosso un disegno di legge per distinguere legalmente tra “arabi cristiani”, cui è stato anche esteso il servizio militare, e un più generico e dispregiativo ”palestinesi” con l’intento, proclamato ufficialmente, di “dividere la società palestinese”, ndr) aveva giudicato i riservisti in questione “indegni di servire nella più prestigiosa unità dell’esercito”, mentre Tzipi Hotovely, sempre del Likud, aveva definito la lettera “il risultato delle inadeguatezze morali del sistema educativo israeliano”, come a dire che bisogna lavorare sulla scuola perché instilli in tutti i suoi giovani cittadini l’attaccamento cieco e acritico a una forza militare di occupazione. Yitzhac Herzog, capo dell’opposizione, ha invece espresso il suo “disgusto” verso coloro che rifiutano di servire in un’unità “che amo e in cui servo come riservista da decenni”, spiegando che “anche se ci sono degli errori, ci sono molti modi per lamentarsi e per trasformare i lamenti in una discussione o in un’inchiesta, ma non incoraggiando al rifiuto di servire nell’esercito”.
Le parole più dure, quelle che hanno minacciato il ricorso alla corte militare, sono venute dai vertici dello Stato: ieri il generale Motti Almoz, portavoce dell’esercito israeliano, aveva scritto sul proprio profilo Facebook che i refusenik affronteranno “un procedimento disciplinare che sarà nitido e chiaro” aggiungendo che “non c’è posto per il rifiuto nell’IDF”. Parallelamente, il premier Benjamin Netanyahu aveva affrontato l’argomento dal palco della conferenza sulla cyber-sicurezza, accusando i riservisti di “calunnia senza fondamento” e tuonando che “si tratta di un atto di sfruttamento politico nei confronti delle Forze di sicurezza israeliane che deve essere condannato”. Immancabili, le lodi del premier israeliano all’esercito “più morale del mondo, che svolge missioni per salvaguardare la nostra sicurezza”.
Proprio sulla presunta “sicurezza” era incentrata la denuncia dei 43 soldati: secondo quanto rivelato nella lettera sulle modalità operative dell’unità 8200, infatti, in molti casi le attività di spionaggio e controllo della popolazione palestinese avrebbero poco a che fare con la sicurezza e con la difesa di Israele. I dati raccolti dall’unità – che lavora sulle telecomunicazioni e sul web – per la maggior parte dei casi sarebbero un mezzo per “infiltrarsi, spiare ogni dettaglio della vita quotidiana dei palestinesi, ricattare alcune persone per farle diventare collaboratori minacciando di rivelare dati personali e creare così divisioni all’interno della società palestinese”. Il tutto, come denunciano i refusenik, effettuato su una popolazione per la maggior parte lontana da ogni attività terroristica o militare.
Non è ancora chiaro, come spiega il quotidiano The Guardian, quali saranno le conseguenze penali a cui andranno incontro i 43 riservisti refusenik, che avevano già preso contatti con un legale di spicco per assicurarsi che la lettera e le loro testimonianze non stessero infrangendo la legge. Inoltre, dichiarano di aver sottoposto la lettera alle autorità israeliane prima della sua pubblicazione venerdì scorso. Certo è che la loro eventuale incriminazione potrebbe costituire un precedente importante nel trattamento dei riservisti, che non avevano mai avuto conseguenze penali per le lettere di rifiuto inviate negli anni precedenti.
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