I 43 riservisti israeliani dell’unità 8200 dei servizi segreti che
venerdì scorso avevano diffuso una lettera in cui dichiaravano di
rifiutare di servire nei Territori palestinesi occupati sarebbero
“criminali”. E pertanto a rischio di incriminazione. Lo ha dichiarato
questa mattina il ministro della Difesa israeliano Moshe Ya’alon che,
intervenendo alla conferenza sulla cyber-sicurezza in programma a Tel
Aviv da ieri, ha ventilato l’ipotesi di un procedimento penale nei loro
confronti. “Il loro rifiuto – ha spiegato Ya’alon – è motivato da
ragioni politiche, non morali. I soldati dovrebbero andare dai loro
comandanti quando hanno un problema. I nostri ufficiali e soldati stanno
facendo un lavoro sacro che salva molte vite e che merita la nostra
gratitudine. Non permetterò un abuso politico come questo e coloro che hanno firmato questo documento saranno trattati come criminali”.
Il ministro della Difesa, che ha descritto la lettera di rifiuto come
“un tentativo stupido e osceno di sostenere la falsa campagna di
delegittimazione contro lo Stato di Israele e contro i soldati
dell’IDF”, è stato solo l’ultimo di una serie di personaggi a reagire in
modo furibondo alla dichiarazione dei 43 riservisti: contro di loro si erano scagliati in primis
200 tra i loro compagni d’armi della medesima unità, che avevano
pubblicato venerdì notte una “contro-lettera” esprimendo “shock e
disgusto” verso coloro che avevano scelto “il rifiuto politico piuttosto
che l’unità”, spiegando che “quando si viene chiamati in guerra, si
mettono da parte le preferenze politiche” e lodando l’integrità e la
professionalità dell’unità 8200, il cui lavoro “in molti casi ha portato
alla salvezza di vite umane da entrambe le parti”.
La lettera dei refusenik aveva catalizzato lo sdegno della
quasi totalità della Knesset, sia nella coalizione al governo che
nell’opposizione: Yariv Levin del Likud (lo stesso che aveva promosso un
disegno di legge per distinguere legalmente tra “arabi cristiani”, cui è
stato anche esteso il servizio militare, e un più generico e
dispregiativo ”palestinesi” con l’intento, proclamato ufficialmente, di
“dividere la società palestinese”, ndr) aveva giudicato i
riservisti in questione “indegni di servire nella più prestigiosa unità
dell’esercito”, mentre Tzipi Hotovely, sempre del Likud, aveva definito
la lettera “il risultato delle inadeguatezze morali del sistema
educativo israeliano”, come a dire che bisogna lavorare sulla scuola
perché instilli in tutti i suoi giovani cittadini l’attaccamento cieco e
acritico a una forza militare di occupazione. Yitzhac Herzog, capo
dell’opposizione, ha invece espresso il suo “disgusto” verso coloro che
rifiutano di servire in un’unità “che amo e in cui servo come riservista
da decenni”, spiegando che “anche se ci sono degli errori, ci sono
molti modi per lamentarsi e per trasformare i lamenti in una discussione
o in un’inchiesta, ma non incoraggiando al rifiuto di servire
nell’esercito”.
Le parole più dure, quelle che hanno minacciato il ricorso alla corte militare, sono venute dai vertici dello Stato:
ieri il generale Motti Almoz, portavoce dell’esercito israeliano, aveva
scritto sul proprio profilo Facebook che i refusenik affronteranno “un
procedimento disciplinare che sarà nitido e chiaro” aggiungendo che “non
c’è posto per il rifiuto nell’IDF”. Parallelamente, il premier Benjamin
Netanyahu aveva affrontato l’argomento dal palco della conferenza sulla
cyber-sicurezza, accusando i riservisti di “calunnia senza fondamento” e
tuonando che “si tratta di un atto di sfruttamento politico nei
confronti delle Forze di sicurezza israeliane che deve essere
condannato”. Immancabili, le lodi del premier israeliano
all’esercito “più morale del mondo, che svolge missioni per
salvaguardare la nostra sicurezza”.
Proprio sulla presunta “sicurezza” era incentrata la denuncia dei 43
soldati: secondo quanto rivelato nella lettera sulle modalità operative
dell’unità 8200, infatti, in molti casi le attività di spionaggio e
controllo della popolazione palestinese avrebbero poco a che fare con la
sicurezza e con la difesa di Israele. I dati raccolti
dall’unità – che lavora sulle telecomunicazioni e sul web – per la
maggior parte dei casi sarebbero un mezzo per “infiltrarsi, spiare ogni
dettaglio della vita quotidiana dei palestinesi, ricattare alcune
persone per farle diventare collaboratori minacciando di rivelare dati
personali e creare così divisioni all’interno della società
palestinese”. Il tutto, come denunciano i refusenik, effettuato su una
popolazione per la maggior parte lontana da ogni attività terroristica o
militare.
Non è ancora chiaro, come spiega il quotidiano The Guardian,
quali saranno le conseguenze penali a cui andranno incontro i 43
riservisti refusenik, che avevano già preso contatti con un legale di
spicco per assicurarsi che la lettera e le loro testimonianze non
stessero infrangendo la legge. Inoltre, dichiarano di aver sottoposto la
lettera alle autorità israeliane prima della sua pubblicazione venerdì
scorso. Certo è che la loro eventuale incriminazione potrebbe costituire
un precedente importante nel trattamento dei riservisti, che non
avevano mai avuto conseguenze penali per le lettere di rifiuto inviate
negli anni precedenti.
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