Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/08/2019

Open Arms. Ministri in conflitto sullo sbarco a Lampedusa

L’Ong spagnola Open Arms ferma da 13 giorni davanti a Lampedusa con 147 migranti naufragati a bordo, nei giorni scorsi aveva presentato un ricorso al Tar contro il divieto di sbarco nel porto italiano. “A seguito del ricorso presentato dai nostri legali presso il Tar del Lazio in data 13 agosto 2019 nel quale facevamo presente la violazione delle norme di Diritto Internazionale del mare in materia di soccorso presenti all’interno del Decreto Sicurezza Bis, lo stesso oggi risponde riconoscendo la suddetta violazione nonché la situazione di eccezionale gravità ed urgenza dovuta alla permanenza protratta in mare dei naufraghi a bordo della nostra nave”. A rendere nota la sentenza del Tar è la stessa la ong spagnola annunciando che si dirigerà ora verso “il porto sicuro più vicino” e che non può che essere Lampedusa.

Immediata la reazione del ministro dell’Interno Matteo Salvini, il quale ha annunciato in una diretta Facebook che firmerà subito un provvedimento per impedire lo sbarco della nave. “Pensate in che Paese strano viviamo, un avvocato del Tribunale amministrativo del Lazio vuole dare il permesso di sbarcare a una nave straniera piena di immigrati".

Di avviso completamente diverso da Salvini è però il ministro della Difesa Elisabetta Trenta, la quale non ha firmato il divieto all’ingresso nelle acque territoriali per la Open Arms come chiesto ministro dell’Interno. Lo si apprende da fonti del Viminale, secondo cui “la scelta non sorprende, visto che la titolare della Difesa ha ordinato alle navi della Marina Militare di scortare verso il nostro Paese l’imbarcazione spagnola”.

Infatti due navi della Marina Militare stanno scortando a distanza verso le acque territoriali italiane la Open Arms, che attualmente naviga a tre nodi in direzione di Lampedusa.

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25/04/2019

Augusta. Il ministro Toninelli sfila. Ignorate e secretate le denunce sul rischio nucleare nel porto

Il Ministro dei Trasporti Toninelli sfila ad Augusta per dare – a parole – “un segnale di discontinuità verso un passato ambiguo, fatto di promesse a distanza e pochi fatti”. Un segnale che però non arriva, almeno a giudicare dal silenzio finora opposto dai Ministri a 5 stelle alla richiesta di trasparenza e sicurezza sulla presenza di navi nucleari nelle acque siciliane e nel porto di Augusta.

Le associazioni eco-pacifiste chiedono d’interdire l’accesso e la sosta di unità navali atomiche, ma l’attuale “governo del cambiamento” preferisce trincerarsi dietro l’alibi del “segreto militare”. “La materia in argomento, riguardante le tematiche di difesa nazionale, esclude ogni possibile riscontro e valutazioni di merito”, ha così riferito il Comandante della Capitaneria di Augusta, Attilio Montalto, a cui il Ministro Toninelli aveva delegato il compito di rispondere all’istanza di accesso avanzata nel mese di marzo dall’associazione Peacelink e dal comitato di base No Muos-No Sigonella.

Dal canto suo, anche la Ministra della Difesa Elisabetta Trenta ha comunicato “di non poter dare seguito alle richieste”, in quanto a suo dire finalizzate a “un controllo politico sulle intenzioni del governo”. Ne consegue che, secondo questa strana concezione della trasparenza, le “intenzioni” dell’attuale “governo del cambiamento” non sono soggette ad alcun “controllo politico” da parte dei cittadini.

Sono lontani anni luce i tempi in cui il M5S, per bocca del deputato Gianluca Rizzo, chiedeva al governo Pd “trasparenza” su questo tema, sostenendo in Parlamento che “la presenza di sottomarini nucleari nei porti della Sicilia orientale rappresenta un rischio per il Paese e per la Sicilia in particolare, tanto più inaccettabile in quanto gli italiani si sono più volte espressi in maniera netta nel referendum sul nucleare chiedendo in sostanza di essere tenuti al riparo dai pericoli connessi all’impiego dell’energia nucleare” (v. Interrogazione a risposta immediata 5-10915 Rizzo: Sull’esercitazione NATO denominata « Dynamic Manta 2017 (DYMA 2017) »).

Oggi, in perfetta continuità con i governi a guida Pd, i 5 stelle di governo omettono altresì di consentire l’accesso agli accordi stipulati dallo Stato italiano, in ambito Nato ed extra-Nato, per regolare l’ingresso e la sosta in acque e porti nazionali di unità navali militari straniere a propulsione nucleare, dotate di armi atomiche o trasportanti materiali radioattivi.

In violazione del diritto internazionale e interno, i porti italiani sono “chiusi” alle navi umanitarie che salvano vite in mare. In compenso si consente l’accesso a navi nucleari straniere, per di più in aree portuali SIN di crisi ambientale – come Augusta, Brindisi o Taranto – dove in ragione dell’elevata concentrazione di impianti industriali a rischio d’incidente rilevante (Rir), unita al rischio sismico, la legge imporrebbe di ridurre anziché aggiungere elementi di pericolo per le popolazioni.

Reattori nucleari e armi atomiche rappresentano una minaccia per la pace, la vita e la sicurezza delle popolazioni civili e dell’ambiente. Non lo sono invece i migranti che, in fuga dai lager libici e dalla guerra civile, attraversano il Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Europa. Per queste ragioni al Ministro Toninelli, oggi in visita ad Augusta, rinnoviamo la richiesta di decretare l’interdizione dell'accesso in acque interne e nei porti nazionali alle navi da guerra nucleari, aprendoli alle navi delle Ong e ai naufraghi soccorsi.

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04/03/2019

La foto di famiglia della ministra Trenta. Ultime notizie dal Sahel


Adesso va di moda. Anche in Francia il ministero della difesa è al femminile. L’Italia non è da meno e dopo la Roberta Pinotti è il turno di Elisabetta Trenta.

Spiace davvero che il femminismo si sia poi tradotto in termini di pari opportunità militari. Magari, per la salvaguardia della differenza di genere, introdurranno una fascia rosa ai militari e alle armi che dovrebbero aumentare di numero e in qualità con buona pace dell’Italia costituzionale.

L’approccio, lui, è in piena continuità coi governi precedenti, da Paolo Gentiloni in poi la musica nel Sahel non cambia. Sfacciatamente militaristi all’estero come in patria, in entrambi i casi, si afferma, per “legittima difesa”.

Così infatti, per stravolgimento colpevole della realtà, colei che presiede alle scelte militari della penisola, ha legittimato l’impegno crescente dell’Italia in Niger. I due Paesi, secondo la Trenta, sono entrambi confrontati a sfide comuni: il terrorismo e la migrazione clandestina.

Appare dunque del tutto giustificato, per la ministra, che l’Italia si coinvolga al fianco di un alleato strategico come il Niger, primo paese al mondo per gli aiuti ricevuti. Tutto questo e altro appaiono evidenti nella foto di famiglia pubblicata dal quotidiano governativo ‘Il Sahel’. Nella foto la ministra si trova, in abito civile, tra il Presidente Mahamadou Issoufou, il direttore delle cerimonie e, naturalmente, l’ambasciatore italiano.


Nello stesso giornale, il giorno prima, la ministra Trenta appare nella foto in tenuta militare, mentre porge un pacco-dono al ministro della difesa del Niger, Kalla Moutari. Si tratta dell’ultimo, per ora, della serie che, come ha ricordato la signora Trenta, ha visto l’Italia offrire ben otto regali al governo del Niger in un tempo relativamente breve.

Quest’ultimo, del valore di 167.167 euro, è costituito da materiale medico per le forze armate nigerine. Pacchi e regali in cambio della presenza accettata e financo gradita di militari italiani nel Paese.

Due foto per due Italie, copie sbiadite eppure reali dell’attuale Paese, entrambe false. Falsa quella in tenuta militare tra i militari, inutile e oltraggiosa nel contesto di un Sahel che di tutto ha bisogno meno che di armi e militari. Uniformi ridicole e inutili come quelle indossate da uno dei vice primi-ministri della Repubblica italiana. Vigile del fuoco, guardia mascherata, vigile o arlecchino di una politica da strapazzo in un paese che galleggia sulle ceneri della democrazia, eppure portante, della sua costituzione.

Militari col pacco dono che suona come un offesa al buon costume delle tradizioni del Sahel. L’immagine rituale di un sistema che da un lato bastona e dall’altro carezza col mondo umanitario da tempo ostaggio delle politiche espansioniste del neoliberalismo selvaggio.

L’altra foto, come ricordato sopra, è quella di famiglia, con il completo che conviene al palazzo. E’ falsa anche quest’ultima. Non si tratta di una foto di famiglia perché Elisabetta Trenta non conosce la famiglia del popolo nigerino. Non sospetta che ciò che ci accomuna non è la lotta al terrorismo o alla migrazione clandestina. Ciò che ci unisce è quanto lei non ha notato perché poco le interessava impararlo. La sabbia è quanto abbiamo in comune noi e lei, arrivata giusto alla fine del mese più corto per non perdere tempo.

Non ha visto il dolore che solo la sabbia sa custodire per chi viene con le mani vuote per ricevere e non per fingere di dare. Nella foto di famiglia mancavano i grandi protagonisti del Sahel: gli invisibili che nel silenzio annunciano il parto di un mondo differente.

Nella foto non apparivano i bambini, le madri, i contadini e i migranti irregolari che lei è venuta per combattere. Questi e altri sono coloro che alla ministra della difesa non interessava incontrare. Avrebbero potuto scompaginare le cerimonie protocollari di una visita finalizzata ad imbrogliare la vita dei poveri.

La sua non era una foto di famiglia ma l’inutile ricordo di una visita che la sabbia ha provveduto a seppellire il giorno dopo, senza rimpianto.

Niamey, marzo 2019

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13/08/2018

Servizio militare obbligatorio: “a chi la vittoria?”

Nella sua quotidiana ansia di sparare un corbelleria in grado di fargli tenere il centro della scena politica, il fascioleghista Salvini ha pestato il piede là dove proprio non doveva. Lo si può capire: non essendo ancora riuscito a produrre un benché minimo provvedimento-bandiera (neanche da ministro dell’interno, visto che la “chiusura dei porti” è stata annunciata via twitter o in tv, ma non è mai stato diramato un ordine del genere), diventa indispensabile far parlare d’altro.

La sortita sulla reintroduzione del servizio militare obbligatorio, però, ha fatto scoprire il gioco su un fronte dove la sua ignoranza del sistema di potere (che pure dovrebbe gestire, ora) è balzata fuori con disarmante evidenza.

Il poverino parlava addirittura di alcuni casi di cronaca, con protagonisti ragazzi border line o annoiati. “Vorrei che oltre ai diritti tornassero a esserci i doveri”, perché di fronte ai casi di mancanza di educazione e senso civico, “facciamo bene a studiare i costi, i modi e i tempi per valutare se, come e quando reintrodurre per alcuni mesi il servizio militare, il servizio civile per i nostri ragazzi e le nostre ragazze così almeno impari un po’ di educazione che mamma e papà non sono in grado di insegnarti“.

Sorvoliamo sull’idea ridicola che il servizio militare possa essere concepito come una sorta di “collegio duro” – un periodo di carcerazione preventiva in assenza di reato – per “insegnare l’educazione”. Ci dovrebbero essere la scuola e i normali rapporti sociali, per questo; ma la prima è sulla via della rottamazione e i secondi sono improntati all’onanismo individualista, quindi impossibilitati a far introiettare qualsiasi “regola” limitativa dell’”autoespressione”.

Più interessante, infatti, è la bastonata arrivatagli dagli “ambienti della Difesa”: “Il ministro Trenta si è già espressa sul tema nei giorni scorsi: è una idea romantica, ma i nostri militari sono e debbono essere dei professionisti e su questo aspetto è d’accordo anche Salvini“. Della serie: non provare a rilanciare o smentire, come sei solito fare, perché abbiamo pronto alche il resto...

Neanche le beghe interne al governo grillin-leghista, però, sono il centro della questione. Lasciamo volentieri a Repubblica e ai vertici del Pd le chiacchiere su questo punto.

Il cuore della questione è in un’altra considerazione che gli anonimi “ambienti della Difesa” hanno evidenziato per liquidare le battute di Salvini come una goliardata “romantica”. Nei giorni scorsi, il ministro della Difesa Elisabetta Trenta aveva sottolineato, durante un’intervista, che il servizio militare obbligatorio è un qualcosa “non più al passo con i tempi”. I soldati di oggi, aveva spiegato il ministro, “sono dei professionisti. E non abbiamo più le truppe che vengono dalle Alpi”. Dunque, “non c’è più bisogno di tanti soldati tutti insieme“.

Qui si sente l’odore acre della Nato al tempo della guerra asimmetrica, il fastidio dei professionisti che si vedono coinvolti nelle fesserie di un dilettante, ma soprattutto si ricorda che la guerra oggi è un’altra cosa: il potere – statuale o meno, ma questa è un’altra discussione – non ha più bisogno del “popolo in armi”.

Non è una cosa nuova, né una caratteristica specifica di questo paese. In tutto l’Occidente capitalistico la leva militare è stata abolita a partire dalla fine degli anni ‘70, con un periodo più o meno lungo di trapasso. Il Salvini che ha “bigiato” il servizio militare dovrebbe saperlo...

Sul piano strettamente politico-conflittuale si potrebbe pensare che questa scelta sia stata una conseguenza positiva dei movimenti giovanili precedenti, quelli che negli Usa avevano creato un enorme problema politico-sociale (c’era da andare a morire o restare invalidi combattendo in Vietnam, mica solo la controcultura e il rock&roll), e in Italia qualche preoccupazione (i “proletari in divisa” avevano simboleggiato, per qualche anno, i pericoli derivanti dall’inserimento in reparti armati di “teste calde della contestazione”). Ma altrove questi problemi non si sono presentati con la stessa rilevanza o dimensione sociale. Dunque la ragione del passaggio da un esercito che manteneva un’ampia quota di soldati-massa a uno composto di soli specialisti professionali deve avere una spiegazione meno occasionale.

A ben guardare, in effetti, la rapida scomparsa del soldato-massa (“il fante” preso dalla sua casa e sbattuto al fronte con una preparazione pressoché inesistente) avviene contemporaneamente alla scomparsa dell’”operaio massa” nelle fabbriche. Anche in quei paesi la cui classe operaia non era stata particolarmente combattiva.

Le esigenze di governance (e di massimizzazione dei profitti) hanno trovato risposta, in entrambi i casi, con l’innovazione tecnologica fenomenale rappresentata dall’automazione gestita informaticamente.

In campo militare, dunque, non occorrevano più milioni di fanti che si scontravano con altri milioni di nemici per schiodare – per pura consunzione – le sorti della guerra. Stalingrado e il D-Day, da questo punto di vista, rappresentano iconicamente il massimo che si potesse raggiungere.

Ma così come la fabbrica può produrre quasi senza operai manuali (che non vuol dire – attenzione! – “senza lavoratori dipendenti”), così la distruzione del nemico fino al punto di provocarne la resa (l’obiettivo di qualsiasi guerra) non ha più bisogno della “regina delle battaglie”, ossia la fanteria.

Per massacrare milioni di esseri umani, armati o meno, esistono ormai decine di strumenti militare gestibili da remoto (dai droni ai mini-sommergibili, dagli shock della produzione elettrica ai missili intercontinentali), senza la presenza di combattenti sul campo almeno fin quando la resa del nemico – reale o apparente, il che è un bel problema – non consente di occupare un certo territorio e disciplinarne la popolazione in vista dei propri obiettivi.

La “guerra asimmetrica” è stata l’unica forma di guerra combattuta dall’imperialismo Usa e Nato negli ultimi 70 anni. Anche quella del Vietnam lo è stata, ma lo sviluppo tecnologico raggiunto fin lì – nonostante l’abuso di napalm – non era sufficiente a sostituire l’operatività di truppe sul terreno.

La svolta avviene con la fine degli anni ‘80. Prima con una serie di invasioni sperimentali (Panama, Grenada, ecc), poi con la prima guerra all’Iraq, ben presto accompagnata dagli attacchi alla Yugoslavia, all’Afghanistan post-sovietico, di nuovo all’Iraq, ecc.

Guerra asimmetrica, in poche parole, è quel conflitto in cui la dotazione militare delle due parti è strutturalmente squilibrata sul piano tecnologico: una parte ha i cacciambombardieri e l’altra no (o perlomeno sono di generazioni molto differenti, quindi per quelli più “arretrati” è come non averli), una ha l’atomica e l’altra no, una ha i missili intercontinentali e l’altra no, una ha i droni bombardieri e l’altra no, una può impedire le comunicazioni nemiche e l’altra no, ecc.

La fanteria, in questa guerra, diventa polizia urbana in territorio nemico. Come ci hanno mostrato i migliori registi di Hollywood a proposito del dopo-seconda guerra in Iraq (o in Somalia, con Black Hawk down di Ridley Scott), il fante moderno è un serial killer di civili, a volte resistenti e combattenti, altre no (è il dubbio che Clint Eatwood rappresenta in American Sniper). E’ un cecchino iper-allenato, dentro squadre composte di specialisti diversi (comunicazione, esplosivi, interpreti, ecc).

Nessuno spazio, insomma, per giovani liceali o contadinotti senza esperienza. Quelli, semmai, li hanno di fronte, tra i civili inferociti d’esser stati invasi e che “resistono” con i mezzi che trovano, con l’ideologia o la religione che trovano. Anche se fossero del tuo stesso paese, alla fin fine (la moltiplicazione dei “soldati nelle strade” è un tipico esperimento di assuefazione di massa al regime di occupazione, “per difenderti dal terrorismo”...).

Salvini, parlando di servizio militare obbligatorio, ha parlato insomma di un mondo che non esiste più. “Romantico” nel senso di risalente a secoli fa.

Ma la sua sortita, come vediamo da molti commenti non brillanti, consente di interrogare anche il campo dell’opposizione politica, di certa “sinistra”. C’è chi rivendica “la vittoria” dell’abolizione del servizio di leva senza aver ancora capito che questa decisione era già stata presa a livello della Nato; ma volevano che tu ne fossi contento, e quindi fornissi il tuo “consenso disinformato”. Fatto. In nome del “pacifismo” nei confronti del potere e della critica di “estremismo” verso i resistenti...

Gli stessi, a volte, si indignano con Salvini ricordando l’Art. 52 della Costituzione della Repubblica Italiana, che recita:
La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino.

Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino, né l’esercizio dei diritti politici.

L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica.
Non serve un genio per capire, dunque, che chi ha voluto e preteso – ai vertici della Nato o dentro “i movimenti” – l’abolizione del servizio militare obbligatorio si è mosso in un senso incostituzionale. Di collusione col nemico, in ultima analisi.

Non perché fare il servizio militare sia “bello” o “patriottico” (anche se la Costituzione dice proprio questo, come “dovere civico” di tutti, donne comprese), ma per un motivo ben più concreto: chi monopolizza l’uso della forza comanda, anche senza troppo consenso.

Gli altri, come sempre, bofonchiano dalle profondità dell’impotenza, delirando di altri mondi...

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12/07/2018

L’Italia si allinea all’aumento delle spese militari, anche con i trucchi

Al vertice Nato si discute animatamente l’aumento delle spese militari. Fino a ieri la soglia da raggiungere era quella del 2% del Pil (che solo Gran Bretagna, Polonia, Estonia e, paradossalmente, la Grecia raggiungono). Poi Trump ha sparigliato e “destabilizzato” i partner europei alzando l’asticella al 4% (come riferiamo in altra parte del giornale).

Sul raggiungimento della quota del 2% del Pil per le spese militari (per l’Italia si tratterebbe di una sommetta di 37 miliardi), i leader europei si stanno ingegnando con una serie di trucchi, anche perché per i 22 paesi aderenti si tratterebbe di sborsare almeno 96 miliardi in più all’anno.

Il quotidiano La Stampa riferisce che la Germania, per non guastare i rapporti con Trump, starebbe pensando di comprare un grosso lotto di cacciabombardieri americani F-35. Si tratterebbe di ottantacinque o novanta aerei che andrebbero a sostituire i vecchi cacciabombardieri Tornado. Una scelta politica più che economica, perché l’alternativa più coerente sarebbe quella di sostituire i vecchi Tornado con il caccia di ultima generazione Eurofighter Typhoon, frutto della collaborazione industriale di Germania, Gran Bretagna, Italia e Spagna.

Ma non è solo la Germania a ricorrere ai trucchi. Il ministro della Difesa Elisabetta Trenta, a nome del governo italiano, ha chiesto ad esempio che gli investimenti italiani per la sicurezza cibernetica a livello nazionale vengano compresi nel calcolo del 2% del Pil per la spesa militare.

“Anche gli investimenti per assicurare la resilienza cibernetica a livello nazionale devono essere comprese nel 2% del Pil che i paesi della Nato hanno deciso di riservare alle spese per la difesa. Si tratta – ha detto Trenta secondo fonti del Ministero – di un investimento che riguarda il settore civile oltre a quello militare e il nostro obiettivo è che nel 2% siano contabilizzati gli sforzi italiani nel rafforzare la propria sicurezza interna”. Nel frattempo il nuovo governo italiano sta procedendo all’acquisto dei caccia statunitensi F-35, in coerenza con gli impegni presi dai governi precedenti di centro-destra e centro-sinistra ma in contrasto con le posizioni dichiarate dal M5S (ma anche dal Pd) negli anni precedenti.

Gli otto F-35 prenotati si vanno a sommare a quelli già acquistati dalla Difesa, per un totale di 26. Complessivamente il programma, una volta completato, vedrà l’Italia dotarsi di 90 nuovi aerei per un costo totale di circa 14 miliardi di euro.

La ministra Trenta ha provato a ridimensionare la notizia. “Siamo sempre stati critici nei confronti del programma, nessuno lo nasconde. Proprio per questo non compreremo nuovi caccia e, alla luce dei contratti in essere già siglati dal precedente esecutivo, stiamo portando avanti un’attenta valutazione che tenga esclusivamente conto dell’interesse nazionale”.

In una trasmissione televisiva la ministra della Difesa aveva sottolineato che “Se decidessimo di tagliare ci sarebbero delle forti penali da pagare. Bisogna anche considerare che intorno agli F-35 c’è un indotto di natura tecnologica, ci sono progetti di ricerca e un problema occupazionale. Quindi ribadisco che bisogna valutare bene quanto ci costa tagliare e quanto ci costa invece mantenere”. Ma sulla questione delle penali da pagare, una relazione della Corte dei Conti smentisce tale ipotesi.

Occorre rammentare che nel settembre 2014 la Camera dei Deputati votò una mozione presentata dal Partito Democratico che impegnava il governo Renzi a tagliare del 50% il finanziamento complessivo del programma di acquisto degli F-35. La mozione venne approvata ma non ebbe alcun seguito.

Uno dei principali leader del M5S Alessandro Di Battista, allora definì quello degli F35 “un programma fallimentare” aggiungendo che “chi ci ha fatto entrare in questo programma dovrebbe essere preso a calci in culo”. E qui i calci in culo potrebbero essere distribuiti in modo correttamente bipartisan. Infatti la decisione di entrare nel programma di acquisto degli F-35 era stata presa dal governo Berlusconi nel 2002. Ma gli accordi operativi per la produzione e la costruzione della fabbrica italiana di assemblaggio degli F-35 sono opera del governo Prodi nel febbraio 2007 e nell’aprile 2008.

Adesso però occorre separare le parole dai fatti. Rimanere nella Nato significa aumentare enormemente le spese militari, sia acquistando gli F-35 che gli Eurofighter o rafforzando la cybersicurezza. E’ quindi una decisione di valore strategico e “morale”. Se si accetta questa logica non c’è scampo. Se si vuole dare un segnale diverso occorre mandare alla Nato e a Bruxelles un segnale diverso: tagliare le spese militari per recuperare risorse da destinare alla spesa sociale.

Stoppare la crescente e preoccupante corsa agli armamenti, come direbbe Brecht, “è una cosa semplice difficile a farsi”, ma se si vuole governare diversamente, le cose non possono che essere più difficili che continuare a fare ciò hanno fatto i governi precedenti. Altrimenti i “calci di culo” evocati dal Dibba dovranno essere anche auto-inflitti.

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