Come direbbe un cubano vedendo la stessa cosa giorno dopo giorno: “Non c’è niente di nuovo sotto il sole”. E così accade con le cospirazioni, una dopo l’altra, per annullare i tentativi di Luiz Inácio Lula da Silva di ottenere un nuovo e quarto mandato presidenziale in Brasile, necessario per continuare il suo ampio piano di lavoro che include l’approfondimento della riforma agraria, il rafforzamento della politica ambientale, preservando l’Amazzonia, e la difesa dei gruppi indigeni, costantemente attaccati da sicari e altri elementi al servizio del latifondismo.
Oggi, con la famiglia Bolsonaro, si ripete la stessa congiura di sempre, iniziata con quei preparativi di due anni ideati negli Stati Uniti per mandarlo ingiustamente in prigione e spianare la strada a Jair per la Presidenza della Repubblica.
Allo stesso modo, in una nuova tornata presidenziale, ha dovuto affrontare e vincere di stretta misura il piano portato avanti dalla moglie di Jair, che ha utilizzato più di mille pastori evangelici, i quali sono giunti nelle regioni più remote per dire agli abitanti impoveriti che se Lula avesse vinto, avrebbe eliminato i luoghi di preghiera.
La vittoria di Lula è stata seguita otto giorni dopo da un fallito tentativo di colpo di Stato di Bolsonaro, con i suoi leader condannati alla prigione, tra cui lo stesso Jair, che per motivi di salute si trova agli arresti domiciliari, mentre Trump chiede la sua grazia e il Congresso dominato dalla destra vuole che il suo caso venga archiviato e ha legiferato in tal senso.
Ora il figlio di Jair, il senatore Flávio, è diventato il principale strumento dell’estrema destra per impedire a Lula di vincere un quarto mandato in ottobre.
In questo contesto, Lula si è scontrato più volte con Trump, sempre petulante, che si è espresso a favore della vittoria di Flávio, il quale conta anche sui “buoni uffici” del sussurratore e Segretario di Stato americano, Marco Rubio, con un’impalcatura che è riuscita, con impuniti metodi fraudolenti, a espandere la governance di regimi di destra nel continente.
Servilismo
In questo contesto, il presidente brasiliano ha accusato il clan dell’ex mandatario di agire contro gli interessi nazionali, dopo che è emerso che Flávio ha chiesto a Washington di rinviare i nuovi dazi fino a dopo le elezioni.
Così, ha definito traditori della patria i membri della famiglia Bolsonaro e li ha accusati di mantenere un atteggiamento servile nei confronti degli Stati Uniti.
“È inaccettabile che la famiglia Bolsonaro, con il suo atteggiamento servile, voglia sottomettere il Brasile agli interessi degli Stati Uniti”, ha scritto Lula sui suoi social media. Il presidente ha affermato che il Brasile “dialogherà sempre da pari a pari con qualsiasi nazione del mondo” e ha sostenuto che “non c’è mai stata né c’è alcuna giustificazione per i dazi, né ora né dopo”.
Il capo di Stato ha anche criticato la proposta di rinviare le tariffe fino a dopo le elezioni. “Chiedere che l’aumento dei dazi contro il nostro paese venga rinviato fino a dopo le elezioni è un atteggiamento proprio dei traditori della patria”, ha affermato. Inoltre, ha sottolineato che “la cosa più assurda” è che il conflitto è stato provocato dalla stessa famiglia Bolsonaro, che in precedenza aveva sostenuto pubblicamente le misure commerciali di Washington.
Ha dettagliato che Flávio Bolsonaro aveva inviato un documento di 86 pagine all’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti (USTR), in cui chiedeva di rinviare di 180 giorni l’applicazione di nuovi dazi del 25% sui prodotti brasiliani.
In quel documento, il legislatore ha sostenuto che le precedenti sanzioni commerciali promosse dall’Amministrazione di Donald Trump avevano finito per rafforzare politicamente Lula in un anno elettorale, permettendo al governo di presentare le misure come attacchi alla sovranità nazionale. Per questo motivo, ha proposto che le nuove tariffe entrino in vigore solo dopo le elezioni presidenziali.
Lula ha anche messo in discussione il fatto che settori legati al bolsonarismo difendano la fine del Mercosur, che ha definito come “il blocco economico più importante dell’America Latina”, e ha ricordato che il gruppo ha appena firmato un accordo storico con l’Unione Europea. Allo stesso modo, ha respinto qualsiasi tentativo di modificare il sistema di pagamenti istantanei Pix e ha assicurato che “è un risultato del Brasile e non vi rinunceremo”.
Difesa della sovranità
La proposta arriva mentre gli Stati Uniti valutano l’imposizione di nuovi dazi dopo aver aperto un’indagine ai sensi della Sezione 301 del Trade Act del 1974, che mette in discussione le politiche brasiliane relative al commercio digitale, al sistema di pagamenti PIX, alla proprietà intellettuale, all’etanolo e ad altre questioni.
Parallelamente, il governo di Lula ha risposto formalmente che Washington non ha dimostrato che il Brasile applichi pratiche discriminatorie o barriere commerciali contro le aziende statunitensi e mantiene aperte le trattative con l’amministrazione Trump.
La tensione tra i due paesi è aumentata anche questa settimana dopo le sanzioni imposte dagli Stati Uniti contro presunti operatori finanziari legati al Primo Comando della Capitale (PCC). Il ministro della Giustizia, Wellington César Lima e Silva, ha affermato che il Brasile continuerà a cooperare nella lotta contro la criminalità organizzata, ma ha chiesto che venga rispettata la sovranità del paese e ha sostenuto che le misure statunitensi producono effetti solo all’interno del territorio degli Stati Uniti.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/07/2026
Brasile - Cospirazione contro Lula
11/07/2026
Già dimenticati i medici cubani, l’Italia si astiene sul blocco a Cuba
La decisione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di riaprire il dibattito sulla necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti contro Cuba rappresenta un passaggio politico di grande significato internazionale.
Non è soltanto una votazione tecnica, ma l’ennesima testimonianza dell’isolamento diplomatico della politica statunitense verso l’isola caraibica. La richiesta cubana è stata accolta con una larga maggioranza: 136 Paesi hanno votato a favore dell’apertura del dibattito, 9 contro e 30 si sono astenuti.
Ancora una volta emerge una contraddizione evidente: una parte significativa della comunità internazionale riconosce che il bloqueo rappresenta uno strumento di pressione che colpisce soprattutto la popolazione civile, mentre Washington continua a difenderlo come strumento politico contro il governo cubano.
Il problema è che le sanzioni economiche, nella realtà concreta, non colpiscono soltanto le istituzioni, ma incidono sulla vita quotidiana di milioni di persone, sull’accesso alle risorse, ai medicinali, alle tecnologie e allo sviluppo economico.
Il voto delle Nazioni Unite assume quindi il valore di una denuncia del carattere anacronistico di una politica nata durante la Guerra fredda e ancora oggi mantenuta come elemento di pressione geopolitica.
Dopo oltre sessant’anni, il bloqueo continua a essere utilizzato come arma economica contro un Paese che, pur con tutte le proprie difficoltà e contraddizioni interne, ha difeso la propria sovranità e un modello sociale alternativo rispetto all’ordine dominante.
In questo quadro pesa particolarmente la scelta dell’Italia di astenersi. Un voto che appare incomprensibile alla luce della storia dei rapporti tra il popolo italiano e quello cubano. Durante la pandemia di Covid-19, Cuba inviò medici e personale sanitario in diversi Paesi colpiti dall’emergenza, compresa l’Italia, mostrando una pratica concreta di solidarietà internazionale. Quel gesto oggi sembra dimenticato nelle scelte della diplomazia italiana.
L’astensione italiana non è soltanto un atto diplomatico: è il segnale di una perdita di autonomia politica e di una subordinazione alle logiche dei grandi blocchi di potere.
Un Paese come l’Italia, che ha conosciuto nella propria storia il valore della solidarietà internazionale e della cooperazione tra popoli, avrebbe potuto assumere una posizione diversa, coerente con la propria tradizione costituzionale e con il principio del multilateralismo.
La vicenda cubana mostra ancora una volta il doppio standard dell’attuale sistema internazionale. Si invoca il rispetto del diritto internazionale quando conviene, mentre si tollerano politiche di embargo e sanzioni unilaterali che producono conseguenze sociali profonde.
La stessa centralità delle Nazioni Unite viene messa in discussione quando le decisioni dell’Assemblea Generale non coincidono con gli interessi delle grandi potenze.
Cuba, invece, continua a rappresentare un laboratorio politico e sociale che molti vorrebbero cancellare dalla storia. Non perché sia priva di problemi, ma perché dimostra che esistono modelli di sviluppo e relazioni internazionali fondati su principi diversi dalla subordinazione economica e militare.
Il voto dell’ONU non cancella il bloqueo, ma rafforza una consapevolezza: l’assedio contro Cuba non gode del consenso della maggioranza del mondo. È una battaglia diplomatica che si rinnova ogni anno e che evidenzia una frattura crescente tra il vecchio ordine unipolare e un mondo sempre più orientato verso il multipolarismo.
La lezione della pandemia avrebbe dovuto insegnare che nessun Paese può salvarsi da solo e che la cooperazione tra popoli è una necessità, non una concessione. Cuba, con i suoi medici e la sua solidarietà, lo ha ricordato concretamente.
Ieri il voto dell’ONU richiama tutti a una domanda fondamentale: quale idea di comunità internazionale vogliamo costruire? Una basata sui blocchi e sulle punizioni collettive oppure una fondata sul dialogo, sulla pace e sulla collaborazione tra nazioni sovrane?
Quello che emerge da questa vicenda è il volto di un’Italia sempre più subordinata alle logiche strategiche degli Stati Uniti, un’Italia che rinuncia a una propria autonomia di politica estera e si allinea alle posizioni di Washington anche quando queste entrano in contrasto con il sentimento della maggioranza della comunità internazionale.
L’astensione italiana sul bloqueo contro Cuba assume un valore politico preciso. Non appare come una scelta neutrale, ma come il risultato di un vincolo di fedeltà atlantica che finisce per prevalere sui principi del multilateralismo, della solidarietà tra popoli e della stessa tradizione diplomatica italiana. È una posizione particolarmente grave se confrontata con quella di altri Paesi europei, come Francia e Spagna, che hanno scelto invece di votare a favore del dibattito promosso contro il blocco economico imposto a Cuba.
Dopo le tensioni nei rapporti con Washington e il rapporto sempre più complesso tra Donald Trump e il governo italiano, con il presidente statunitense che in più occasioni ha mostrato un atteggiamento di aperta svalutazione nei confronti della leadership europea, l’astensione dell’Italia appare anche come un gesto di riallineamento politico, quasi la necessità di dimostrare fedeltà all’alleato americano.
Ma la politica estera di un grande Paese non può essere costruita sulla ricerca di approvazione da parte di un altro Stato. Il voto delle Nazioni Unite sul bloqueo cubano richiama invece l’esigenza di recuperare una voce autonoma, capace di difendere il diritto internazionale, il dialogo e la cooperazione tra popoli. Anche perché Cuba, nel momento più difficile della pandemia, non ha esportato sanzioni o pressioni, ma medici e solidarietà, aiutando concretamente anche l’Italia.
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Non è soltanto una votazione tecnica, ma l’ennesima testimonianza dell’isolamento diplomatico della politica statunitense verso l’isola caraibica. La richiesta cubana è stata accolta con una larga maggioranza: 136 Paesi hanno votato a favore dell’apertura del dibattito, 9 contro e 30 si sono astenuti.
Ancora una volta emerge una contraddizione evidente: una parte significativa della comunità internazionale riconosce che il bloqueo rappresenta uno strumento di pressione che colpisce soprattutto la popolazione civile, mentre Washington continua a difenderlo come strumento politico contro il governo cubano.
Il problema è che le sanzioni economiche, nella realtà concreta, non colpiscono soltanto le istituzioni, ma incidono sulla vita quotidiana di milioni di persone, sull’accesso alle risorse, ai medicinali, alle tecnologie e allo sviluppo economico.
Il voto delle Nazioni Unite assume quindi il valore di una denuncia del carattere anacronistico di una politica nata durante la Guerra fredda e ancora oggi mantenuta come elemento di pressione geopolitica.
Dopo oltre sessant’anni, il bloqueo continua a essere utilizzato come arma economica contro un Paese che, pur con tutte le proprie difficoltà e contraddizioni interne, ha difeso la propria sovranità e un modello sociale alternativo rispetto all’ordine dominante.
In questo quadro pesa particolarmente la scelta dell’Italia di astenersi. Un voto che appare incomprensibile alla luce della storia dei rapporti tra il popolo italiano e quello cubano. Durante la pandemia di Covid-19, Cuba inviò medici e personale sanitario in diversi Paesi colpiti dall’emergenza, compresa l’Italia, mostrando una pratica concreta di solidarietà internazionale. Quel gesto oggi sembra dimenticato nelle scelte della diplomazia italiana.
L’astensione italiana non è soltanto un atto diplomatico: è il segnale di una perdita di autonomia politica e di una subordinazione alle logiche dei grandi blocchi di potere.
Un Paese come l’Italia, che ha conosciuto nella propria storia il valore della solidarietà internazionale e della cooperazione tra popoli, avrebbe potuto assumere una posizione diversa, coerente con la propria tradizione costituzionale e con il principio del multilateralismo.
La vicenda cubana mostra ancora una volta il doppio standard dell’attuale sistema internazionale. Si invoca il rispetto del diritto internazionale quando conviene, mentre si tollerano politiche di embargo e sanzioni unilaterali che producono conseguenze sociali profonde.
La stessa centralità delle Nazioni Unite viene messa in discussione quando le decisioni dell’Assemblea Generale non coincidono con gli interessi delle grandi potenze.
Cuba, invece, continua a rappresentare un laboratorio politico e sociale che molti vorrebbero cancellare dalla storia. Non perché sia priva di problemi, ma perché dimostra che esistono modelli di sviluppo e relazioni internazionali fondati su principi diversi dalla subordinazione economica e militare.
Il voto dell’ONU non cancella il bloqueo, ma rafforza una consapevolezza: l’assedio contro Cuba non gode del consenso della maggioranza del mondo. È una battaglia diplomatica che si rinnova ogni anno e che evidenzia una frattura crescente tra il vecchio ordine unipolare e un mondo sempre più orientato verso il multipolarismo.
La lezione della pandemia avrebbe dovuto insegnare che nessun Paese può salvarsi da solo e che la cooperazione tra popoli è una necessità, non una concessione. Cuba, con i suoi medici e la sua solidarietà, lo ha ricordato concretamente.
Ieri il voto dell’ONU richiama tutti a una domanda fondamentale: quale idea di comunità internazionale vogliamo costruire? Una basata sui blocchi e sulle punizioni collettive oppure una fondata sul dialogo, sulla pace e sulla collaborazione tra nazioni sovrane?
Quello che emerge da questa vicenda è il volto di un’Italia sempre più subordinata alle logiche strategiche degli Stati Uniti, un’Italia che rinuncia a una propria autonomia di politica estera e si allinea alle posizioni di Washington anche quando queste entrano in contrasto con il sentimento della maggioranza della comunità internazionale.
L’astensione italiana sul bloqueo contro Cuba assume un valore politico preciso. Non appare come una scelta neutrale, ma come il risultato di un vincolo di fedeltà atlantica che finisce per prevalere sui principi del multilateralismo, della solidarietà tra popoli e della stessa tradizione diplomatica italiana. È una posizione particolarmente grave se confrontata con quella di altri Paesi europei, come Francia e Spagna, che hanno scelto invece di votare a favore del dibattito promosso contro il blocco economico imposto a Cuba.
Dopo le tensioni nei rapporti con Washington e il rapporto sempre più complesso tra Donald Trump e il governo italiano, con il presidente statunitense che in più occasioni ha mostrato un atteggiamento di aperta svalutazione nei confronti della leadership europea, l’astensione dell’Italia appare anche come un gesto di riallineamento politico, quasi la necessità di dimostrare fedeltà all’alleato americano.
Ma la politica estera di un grande Paese non può essere costruita sulla ricerca di approvazione da parte di un altro Stato. Il voto delle Nazioni Unite sul bloqueo cubano richiama invece l’esigenza di recuperare una voce autonoma, capace di difendere il diritto internazionale, il dialogo e la cooperazione tra popoli. Anche perché Cuba, nel momento più difficile della pandemia, non ha esportato sanzioni o pressioni, ma medici e solidarietà, aiutando concretamente anche l’Italia.
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19/06/2026
Israele interrompe i contatti con Kallas, sputando sulla UE dei complici
Il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, ha annunciato ufficialmente l’interruzione di ogni contatto con l’Alta Rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri, Kaja Kallas. La presa di posizione è arrivata tramite un post sul suo canale X, nel quale Sa’ar ha accusato la diplomatica europea di muoversi da tempo “in modo ossessivo e con una palese mancanza di imparzialità” nei confronti di Israele.
La goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso, secondo gli Esteri israeliani, è stato quando, in alcune discussioni a porte chiuse con rappresentanti governativi del Messico, durante una visita tra il 20 e il 22 maggio, Kallas avrebbe paragonato il trattamento riservato da Israele ai palestinesi nei territori occupati della Cisgiordania al regime razzista di apartheid che ha storicamente segnato il Sudafrica.
“Ad oggi – ha scritto Sa’ar – da parte sua non è stata pubblicata alcuna smentita, precisazione o risposta in merito a questa grave affermazione”. E così il politico israeliano ha deciso di sospendere ogni canale di comunicazione con Kallas “finché non ritirerà la calunnia di sangue che ha rivolto all’unico Stato ebraico del mondo, che è anche l’unica democrazia del Medio Oriente”.
Alcune prime osservazioni. Oltre al solito adagio per cui ogni critica a Israele è un attacco alla sua “ebraicità” – è, cioè, antisemitismo – e anche un attacco a un “pilastro della democrazia”, bisogna aggiungere che le parole di Kallas rispondono molto timidamente a quel che dice una sfilza infinita di rapporti di organizzazioni umanitarie e documenti ONU, in sostanza. Ed è inoltre solo un’indiscrezione uscita da dialoghi confidenziali, neanche una dichiarazione ufficiale.
L’Alta Rappresentante europea ha scelto di replicare a sua volta sulla piattaforma X, cercando tuttavia di farsi perdonare rivolgendosi direttamente al ministro israeliano con un informale “caro Gideon”, e ribadendo l’importanza del dialogo con Tel Aviv. Allo stesso tempo, nella sua nota Kallas ha ricordato la posizione ufficiale della UE, ovvero una “soluzione a due stati” e la condanna degli insediamenti illegali in Cisgiordania, che rendono impossibile questo obiettivo.
E qui si mostra tutta l’inutilità della UE, e in particolare quella di Kaja Kallas, forse la peggiore tra i suoi esponenti. Proprio perché ci sono prove a non finire sugli atti criminali commessi di Israele, con la violazione sistematica di diritti umani e mandati di cattura per crimini di guerra da parte della Corte Penale Internazionale, i rapporti con Tel Aviv dovevano essere già stati recisi da tempo.
L’Alta Rappresentante ha invece subito con la coda tra le gambe il trattamento che Bruxelles avrebbe dovuto promuovere verso Sa’ar e tutto il governo israeliano. Con la beffa ulteriore per cui alcune voci interne hanno rimarcato l’inadeguatezza della diplomatica. Cosa su cui non c’è alcun dubbio, ma non certo per aver nominato un dato di fatto – l’apartheid – che ormai è difficile non riconoscere, se non pescando nella fogna del negazionismo.
Kallas, nella sua nullità politica, invece di difendere quanto detto in virtù del diritto internazionale e della posizione ufficiale della UE, imponendo anche una visione autonoma degli Esteri di Bruxelles, ha evidentemente tirato i remi in barca e si è predisposta a incassare il colpo.
E si ha così il mondo alla rovescia: uno stato genocida sospende i rapporti con la UE, mentre la UE implora di “dialogare”, ricorda quasi scusandosi le “criticità” sul colonialismo israeliano, ma senza poi prendere alcuna misura concreta, incagliata com’è nella sua complicità con il sionismo e con l’economia del genocidio e dell’apartheid.
Risulta evidente che il congelamento dei contatti ha come obiettivo il mettere una significativa pressione sui vertici europei, visto che ora appare possibile si arrivi a discutere almeno di restrizioni commerciali sui prodotti che provengono dalle colonie nella West Bank.
Nonostante la UE sia stata incapace di imporre sanzioni persino a Ben Gvir, e più di un paese abbia già messo in chiaro di aver dubbi sull’utilità di colpire gli insediamenti illegali, Tel Aviv è passata all’attacco preventivo. E Kallas, ovviamente, è l’obiettivo più facile da colpire.
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La goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso, secondo gli Esteri israeliani, è stato quando, in alcune discussioni a porte chiuse con rappresentanti governativi del Messico, durante una visita tra il 20 e il 22 maggio, Kallas avrebbe paragonato il trattamento riservato da Israele ai palestinesi nei territori occupati della Cisgiordania al regime razzista di apartheid che ha storicamente segnato il Sudafrica.
“Ad oggi – ha scritto Sa’ar – da parte sua non è stata pubblicata alcuna smentita, precisazione o risposta in merito a questa grave affermazione”. E così il politico israeliano ha deciso di sospendere ogni canale di comunicazione con Kallas “finché non ritirerà la calunnia di sangue che ha rivolto all’unico Stato ebraico del mondo, che è anche l’unica democrazia del Medio Oriente”.
Alcune prime osservazioni. Oltre al solito adagio per cui ogni critica a Israele è un attacco alla sua “ebraicità” – è, cioè, antisemitismo – e anche un attacco a un “pilastro della democrazia”, bisogna aggiungere che le parole di Kallas rispondono molto timidamente a quel che dice una sfilza infinita di rapporti di organizzazioni umanitarie e documenti ONU, in sostanza. Ed è inoltre solo un’indiscrezione uscita da dialoghi confidenziali, neanche una dichiarazione ufficiale.
L’Alta Rappresentante europea ha scelto di replicare a sua volta sulla piattaforma X, cercando tuttavia di farsi perdonare rivolgendosi direttamente al ministro israeliano con un informale “caro Gideon”, e ribadendo l’importanza del dialogo con Tel Aviv. Allo stesso tempo, nella sua nota Kallas ha ricordato la posizione ufficiale della UE, ovvero una “soluzione a due stati” e la condanna degli insediamenti illegali in Cisgiordania, che rendono impossibile questo obiettivo.
E qui si mostra tutta l’inutilità della UE, e in particolare quella di Kaja Kallas, forse la peggiore tra i suoi esponenti. Proprio perché ci sono prove a non finire sugli atti criminali commessi di Israele, con la violazione sistematica di diritti umani e mandati di cattura per crimini di guerra da parte della Corte Penale Internazionale, i rapporti con Tel Aviv dovevano essere già stati recisi da tempo.
L’Alta Rappresentante ha invece subito con la coda tra le gambe il trattamento che Bruxelles avrebbe dovuto promuovere verso Sa’ar e tutto il governo israeliano. Con la beffa ulteriore per cui alcune voci interne hanno rimarcato l’inadeguatezza della diplomatica. Cosa su cui non c’è alcun dubbio, ma non certo per aver nominato un dato di fatto – l’apartheid – che ormai è difficile non riconoscere, se non pescando nella fogna del negazionismo.
Kallas, nella sua nullità politica, invece di difendere quanto detto in virtù del diritto internazionale e della posizione ufficiale della UE, imponendo anche una visione autonoma degli Esteri di Bruxelles, ha evidentemente tirato i remi in barca e si è predisposta a incassare il colpo.
E si ha così il mondo alla rovescia: uno stato genocida sospende i rapporti con la UE, mentre la UE implora di “dialogare”, ricorda quasi scusandosi le “criticità” sul colonialismo israeliano, ma senza poi prendere alcuna misura concreta, incagliata com’è nella sua complicità con il sionismo e con l’economia del genocidio e dell’apartheid.
Risulta evidente che il congelamento dei contatti ha come obiettivo il mettere una significativa pressione sui vertici europei, visto che ora appare possibile si arrivi a discutere almeno di restrizioni commerciali sui prodotti che provengono dalle colonie nella West Bank.
Nonostante la UE sia stata incapace di imporre sanzioni persino a Ben Gvir, e più di un paese abbia già messo in chiaro di aver dubbi sull’utilità di colpire gli insediamenti illegali, Tel Aviv è passata all’attacco preventivo. E Kallas, ovviamente, è l’obiettivo più facile da colpire.
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09/04/2026
Vademecum sul surreale tweet di Crosetto
Vi racconto quanto accaduto, perché ha davvero del surreale e finisce per fornirci una diapositiva della tragica situazione – anzitutto cognitiva, e solo dopo politica – in cui ci troviamo.
L’ambasciata iraniana in Italia riprende l’estremamente tardivo tweet del nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, nel quale quest’ultimo parla di “follia”, di “Hiroshima non ci ha insegnato nulla”, e lo riposta con didascalia, in sostanza per dargli ragione, per sottolineare appunto come anche in Europa qualcuno si sia accorto della follia senza limiti delle amministrazioni americane e israeliane.
Poteva finire così, o meglio, Crosetto poteva farla finire così, senza ripostare niente e nessuno, senza mettere dei like, senza nemmeno leggere, semplicemente mettendo un punto alla sua – ripeto – tardiva e parziale presa di coscienza.
E invece, forse vittima dell’evanescenza strutturale delle sue prese di posizione, vittima del timore di sembrare sulla stessa linea di un paese platealmente aggredito (oppure di venir richiamato all’ordine da Washington), vittima del terrore tipico di chi non è sicuro se stia dicendo delle cose per una questione di valori e principi o per mera quanto transitoria opportunità, Crosetto decide di rispondere all’ambasciata iraniana in questo modo.
E allora io mi limiterei a rimanere ai fatti, per ricordare a Crosetto che le robe che ha risposto a un’ambasciata che gli stava dando ragione – pensando di avere a che fare con un ministro dalla schiena raddrizzata e dai finalmente solidi principi morali – sono oggettivamente false, oggettivamente di una sciatteria che può utilizzare al massimo un usciere di Via XX settembre, con tutto il rispetto.
Partiamo dalla fine, andando quasi dolorosamente a ritroso, e arriviamo all’inizio:
1. L’Iran ha “attaccato nazioni arabe” dopo aver chiarito – mentre gli Stati Uniti minacciavano l’ennesimo attacco all’Iran – che sarebbe stato attaccato chiunque avesse fornito appoggio, sostegno e/o le proprie basi militari per l’aggressione Israelo-statunitense. E così è stato, ahimè.
Ha attaccato in ritorsione (e previo avvertimento) all’appoggio di una serie di paesi del Golfo a questa cricca di criminali, non ha “attaccato solo per scatenare una crisi economica”: quello semmai è l’effetto annunciato (e assolutamente evitabile, non fornendo appoggio a Washington e Tel Aviv), che giustamente coinvolge e deve coinvolgere (indirettamente) anche noi europei, scorte mediatiche, economiche, diplomatiche e non solo di questa schifezza di doppio attacco a tradimento all’Iran.
2. Che l’Iran “consideri nemici tutti quelli che hanno un’altra cultura” sarebbe francamente non degno di un commento. Cioè, voglio dire: se io sentissi una cosa del genere al bar, detta dalla signora Concetta mentre beve il cappuccino, non direi assolutamente nulla, anzi, se la signora mi cercasse con lo sguardo sorriderei, annuirei, le farei capire che insomma, che ci vuoi fare, e poi inizierei a pensare alla sfortuna che le vecchie generazioni devono aver avuto nel non poter finire le scuole.
Sentirlo dire dal mio ministro della Difesa mi fa bestemmiare e basta. E credetemi, non serve andare in Iran, non serve nemmeno studiarlo: è una frase irricevibile anzitutto perché il capo della Difesa italiana dovrebbe avere perlomeno la capacità di misurare i propri termini. Un “nemico” è qualcuno a cui sei avverso per definizione, a cui auguri il male, e quando si parla di Stati un nemico è colui a cui vuoi procurare quel male.
La Repubblica islamica in 47 anni ha semmai augurato il male di Israele – senza uccidere un singolo israeliano fino alla guerra dei 12 giorni – e degli Stati Uniti, poiché gli Stati Uniti erano stati (e sono tuttora) sostanzialmente gli autori primari del male dell’Iran, con il colpo di stato del 1953, con l’appoggio al loro luogotenente Mohammad Reza Pahlavi, con l’addestramento della Savak e tante altre poco simpatiche cosette.
Qui apriamo parentesi: la signora Concetta (o la signora Jane di Cleveland, se preferite) ha a mio avviso quasi il diritto di invocare le crociate o l’apocalisse contro l’Iran, se nessuno si prende la briga di spiegarle in modo pacato che “morte all’America” non significa e non ha MAI significato – nemmeno secondo il più estremista dei principalisti iraniani – morte agli americani, o peggio ammazzate gli americani ovunque siano, e simili.
E nemmeno morte agli israeliani, anche se qui il discorso meriterebbe un’altra parentesi (in breve, l’Iran ospita la più numerosa comunità ebraica dell’Asia occidentale dopo quella israeliana, e considera “Israele” come gli USA consideravano l’URSS, cioè un regime, un sistema di organizzazione statuale di cui si auspica – o si lavora per – la caduta in ragione della sua natura coloniale, senza che ciò abbia mai voluto dire che gli ebrei vadano uccisi: si può essere d’accordo o meno ma questo eh). Se volete, da un punto di vista semantico, “morte agli USA” è un po’ come dire “abbasso gli USA”; da un punto di vista sostanziale, invece, vuol dire “morte all’imperialismo americano” (e all’apartheid e al colonialismo israeliano).
Nulla di più a parte ritenere il proprio modello migliore, a parte considerare – spesso in modo parossistico a mio avviso – le influenze/contaminazioni occidentali come portatrici di “gharbazadegi”, intossicazione da Occidente, e come dargli torto.
Per il resto, l’Iran ha sempre intrattenuto cordiali, fruttuose e spesso amichevoli relazioni con il mondo intero, Europa compresa, Italia compresa (ci davano il visto in aeroporto, per dire), che in Iran è (o forse era?) guardata con simpatia, sia per ragioni più astratte che per ragioni concrete, come ad esempio il ruolo della nostra cooperazione dopo il devastante terremoto nella cittadina di Bam.
Relazioni estremamente cordiali anche quando avevamo iniziato a conformarci ai diktat statunitensi, anche quando abbiamo iniziato ad applicare alcune delle sanzioni che gli USA imponevano all’Iran già dal 1980 (per poi finire per applicarle tutte), e che ci “chiedevano” di imporre a nostra volta, del tutto a nostro svantaggio. D’altronde, a Teheran conoscevano e conoscono benissimo la nostra sfortunata natura di vassalli, e diciamo che comprendevano la situazione.
La signora Concetta o la signora Jane non sono tenute a sapere queste cose basilari, mentre un ministro della Difesa del paese che fino a poco fa era pure il terzo fornitore di armi a Israele dopo USA e Germania, direi proprio di sì.
Dire questa cosa, che l’Iran considera “nemico chi non ha la sua stessa cultura”, sapendo benissimo (mi rifiuto di credere il contrario) che qui la cultura non ha mai avuto alcun genere di ruolo in nessun momento, in nessuno minuto degli ultimi 50 anni, lascia davvero orfani di parole educate.
3. L’Iran, come ripetuto dagli stessi iraniani (che non hanno problemi a rivendicare), e come rilevato persino dalla stessa CIA nelle settimane successive al 07/10/2023, non ha avuto alcun ruolo nell’organizzazione, anzi nella “programmazione” degli assalti del 7 ottobre. Né Teheran né Hezbollah sapevano del piano di Hamas, che ricordo di nuovo, NON è una proxy iraniana in alcun senso, è semmai una alleata (da poco tempo e non sempre in modo sereno, visto ad esempio il posizionamento opposto durante la guerra civile siriana).
Anche qui: da un ministro della Difesa ci si aspetterebbe, se non una preparazione solida, se non la tendenza ad aggiornarsi, almeno un po’ di briefing decenti da parte dei suoi tecnici. In secondo luogo: lasciando perdere le definizioni (“gruppi terroristici”), Crosetto dovrebbe spiegarci in quale parte dell’occidente l’Iran avrebbe armato questi gruppi terroristici.
4. Questa è la posizione di un John Bolton ai tempi d’oro, oppure di Netanyahu, e non di una persona normale. Che l’Iran volesse un “ordigno atomico” (chiariamo subito: se io fossi iraniano oggi lo desidererei ardentemente) è come al solito una roba che appartiene tuttora al mondo delle discutibilissime opinioni, c’è una fatwa di Khamenei contro di esso (simpatico come una fatwa per noi sia credibile – per esempio su Rushdie – solo quando alimenta le nostre convinzioni, e mai quando le smentisce) e la letteratura è piena di opinioni contrastanti. Che vi piaccia o meno.
Ma facciamo finta che lo volesse, ‘sto ordigno: “per usarlo contro Israele”? Nemmeno un bambino delle elementari direbbe una cosa così. Senza iperboli, seriamente. Un paese – a parte la prima potenza mondiale, as we know – semmai vuole l’atomica per scoraggiare i nemici dall’attaccarlo. E insomma, forse ha anche senso come cosa, vedi la notoriamente liberale e amante smodata delle virtù occidentali Corea del Nord, che nessuno si azzarda a molestare.
5. Questa è forse la meno incomprensibile – “l’Iran ha massacrato decine di migliaia di persone che chiedevano la libertà” – non tanto perché la repressione iraniana sia qualcosa da sottovalutare o ascrivere al complottismo (ci sono state tornate repressive importanti, a partire dagli anni ’80), quanto perché anche qui, a un ministro della Difesa si chiede perlomeno di esser aggiornato, di leggere non dico i bollettini di Press Tv ma almeno le inchieste del NYT, ma che dico le inchieste del NYT, le parole di senatori e deputati statunitensi e israeliani, dell’ex segretario di Stato americano Pompeo (sotto Trump), del Mossad stesso.
Crosetto non avrebbe nemmeno dovuto fare troppa fatica, gli sarebbe bastato rimanere su X, perché è soprattutto lì che questi personaggi o entità hanno affermato senza alcun patema (forse convinti che il regime change fosse già cosa fatta) di avere “centinaia di agenti del Mossad sul campo in Iran” durante le proteste, e di aver distribuito migliaia di armi ai rivoltosi (sopratutto in Kurdistan, ma non solo), armi che poi saranno state usate, e verosimilmente avranno incontrato la risposta delle forze di sicurezza (oltre 500 morti, alcuni bruciati vivi), con le vittime che, ahimè, di solito ne conseguono.
Insomma, questa è la incresciosa situazione. In breve.
Provo francamente della purissima vergogna per il fatto di essere titolare di un passaporto italiano, europeo, “occidentale”, qualunque cosa questa bizzarra espressione abbia finito per significare.
Fonte
L’ambasciata iraniana in Italia riprende l’estremamente tardivo tweet del nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, nel quale quest’ultimo parla di “follia”, di “Hiroshima non ci ha insegnato nulla”, e lo riposta con didascalia, in sostanza per dargli ragione, per sottolineare appunto come anche in Europa qualcuno si sia accorto della follia senza limiti delle amministrazioni americane e israeliane.
Poteva finire così, o meglio, Crosetto poteva farla finire così, senza ripostare niente e nessuno, senza mettere dei like, senza nemmeno leggere, semplicemente mettendo un punto alla sua – ripeto – tardiva e parziale presa di coscienza.
E invece, forse vittima dell’evanescenza strutturale delle sue prese di posizione, vittima del timore di sembrare sulla stessa linea di un paese platealmente aggredito (oppure di venir richiamato all’ordine da Washington), vittima del terrore tipico di chi non è sicuro se stia dicendo delle cose per una questione di valori e principi o per mera quanto transitoria opportunità, Crosetto decide di rispondere all’ambasciata iraniana in questo modo.
E allora io mi limiterei a rimanere ai fatti, per ricordare a Crosetto che le robe che ha risposto a un’ambasciata che gli stava dando ragione – pensando di avere a che fare con un ministro dalla schiena raddrizzata e dai finalmente solidi principi morali – sono oggettivamente false, oggettivamente di una sciatteria che può utilizzare al massimo un usciere di Via XX settembre, con tutto il rispetto.
Partiamo dalla fine, andando quasi dolorosamente a ritroso, e arriviamo all’inizio:
1. L’Iran ha “attaccato nazioni arabe” dopo aver chiarito – mentre gli Stati Uniti minacciavano l’ennesimo attacco all’Iran – che sarebbe stato attaccato chiunque avesse fornito appoggio, sostegno e/o le proprie basi militari per l’aggressione Israelo-statunitense. E così è stato, ahimè.
Ha attaccato in ritorsione (e previo avvertimento) all’appoggio di una serie di paesi del Golfo a questa cricca di criminali, non ha “attaccato solo per scatenare una crisi economica”: quello semmai è l’effetto annunciato (e assolutamente evitabile, non fornendo appoggio a Washington e Tel Aviv), che giustamente coinvolge e deve coinvolgere (indirettamente) anche noi europei, scorte mediatiche, economiche, diplomatiche e non solo di questa schifezza di doppio attacco a tradimento all’Iran.
2. Che l’Iran “consideri nemici tutti quelli che hanno un’altra cultura” sarebbe francamente non degno di un commento. Cioè, voglio dire: se io sentissi una cosa del genere al bar, detta dalla signora Concetta mentre beve il cappuccino, non direi assolutamente nulla, anzi, se la signora mi cercasse con lo sguardo sorriderei, annuirei, le farei capire che insomma, che ci vuoi fare, e poi inizierei a pensare alla sfortuna che le vecchie generazioni devono aver avuto nel non poter finire le scuole.
Sentirlo dire dal mio ministro della Difesa mi fa bestemmiare e basta. E credetemi, non serve andare in Iran, non serve nemmeno studiarlo: è una frase irricevibile anzitutto perché il capo della Difesa italiana dovrebbe avere perlomeno la capacità di misurare i propri termini. Un “nemico” è qualcuno a cui sei avverso per definizione, a cui auguri il male, e quando si parla di Stati un nemico è colui a cui vuoi procurare quel male.
La Repubblica islamica in 47 anni ha semmai augurato il male di Israele – senza uccidere un singolo israeliano fino alla guerra dei 12 giorni – e degli Stati Uniti, poiché gli Stati Uniti erano stati (e sono tuttora) sostanzialmente gli autori primari del male dell’Iran, con il colpo di stato del 1953, con l’appoggio al loro luogotenente Mohammad Reza Pahlavi, con l’addestramento della Savak e tante altre poco simpatiche cosette.
Qui apriamo parentesi: la signora Concetta (o la signora Jane di Cleveland, se preferite) ha a mio avviso quasi il diritto di invocare le crociate o l’apocalisse contro l’Iran, se nessuno si prende la briga di spiegarle in modo pacato che “morte all’America” non significa e non ha MAI significato – nemmeno secondo il più estremista dei principalisti iraniani – morte agli americani, o peggio ammazzate gli americani ovunque siano, e simili.
E nemmeno morte agli israeliani, anche se qui il discorso meriterebbe un’altra parentesi (in breve, l’Iran ospita la più numerosa comunità ebraica dell’Asia occidentale dopo quella israeliana, e considera “Israele” come gli USA consideravano l’URSS, cioè un regime, un sistema di organizzazione statuale di cui si auspica – o si lavora per – la caduta in ragione della sua natura coloniale, senza che ciò abbia mai voluto dire che gli ebrei vadano uccisi: si può essere d’accordo o meno ma questo eh). Se volete, da un punto di vista semantico, “morte agli USA” è un po’ come dire “abbasso gli USA”; da un punto di vista sostanziale, invece, vuol dire “morte all’imperialismo americano” (e all’apartheid e al colonialismo israeliano).
Nulla di più a parte ritenere il proprio modello migliore, a parte considerare – spesso in modo parossistico a mio avviso – le influenze/contaminazioni occidentali come portatrici di “gharbazadegi”, intossicazione da Occidente, e come dargli torto.
Per il resto, l’Iran ha sempre intrattenuto cordiali, fruttuose e spesso amichevoli relazioni con il mondo intero, Europa compresa, Italia compresa (ci davano il visto in aeroporto, per dire), che in Iran è (o forse era?) guardata con simpatia, sia per ragioni più astratte che per ragioni concrete, come ad esempio il ruolo della nostra cooperazione dopo il devastante terremoto nella cittadina di Bam.
Relazioni estremamente cordiali anche quando avevamo iniziato a conformarci ai diktat statunitensi, anche quando abbiamo iniziato ad applicare alcune delle sanzioni che gli USA imponevano all’Iran già dal 1980 (per poi finire per applicarle tutte), e che ci “chiedevano” di imporre a nostra volta, del tutto a nostro svantaggio. D’altronde, a Teheran conoscevano e conoscono benissimo la nostra sfortunata natura di vassalli, e diciamo che comprendevano la situazione.
La signora Concetta o la signora Jane non sono tenute a sapere queste cose basilari, mentre un ministro della Difesa del paese che fino a poco fa era pure il terzo fornitore di armi a Israele dopo USA e Germania, direi proprio di sì.
Dire questa cosa, che l’Iran considera “nemico chi non ha la sua stessa cultura”, sapendo benissimo (mi rifiuto di credere il contrario) che qui la cultura non ha mai avuto alcun genere di ruolo in nessun momento, in nessuno minuto degli ultimi 50 anni, lascia davvero orfani di parole educate.
3. L’Iran, come ripetuto dagli stessi iraniani (che non hanno problemi a rivendicare), e come rilevato persino dalla stessa CIA nelle settimane successive al 07/10/2023, non ha avuto alcun ruolo nell’organizzazione, anzi nella “programmazione” degli assalti del 7 ottobre. Né Teheran né Hezbollah sapevano del piano di Hamas, che ricordo di nuovo, NON è una proxy iraniana in alcun senso, è semmai una alleata (da poco tempo e non sempre in modo sereno, visto ad esempio il posizionamento opposto durante la guerra civile siriana).
Anche qui: da un ministro della Difesa ci si aspetterebbe, se non una preparazione solida, se non la tendenza ad aggiornarsi, almeno un po’ di briefing decenti da parte dei suoi tecnici. In secondo luogo: lasciando perdere le definizioni (“gruppi terroristici”), Crosetto dovrebbe spiegarci in quale parte dell’occidente l’Iran avrebbe armato questi gruppi terroristici.
4. Questa è la posizione di un John Bolton ai tempi d’oro, oppure di Netanyahu, e non di una persona normale. Che l’Iran volesse un “ordigno atomico” (chiariamo subito: se io fossi iraniano oggi lo desidererei ardentemente) è come al solito una roba che appartiene tuttora al mondo delle discutibilissime opinioni, c’è una fatwa di Khamenei contro di esso (simpatico come una fatwa per noi sia credibile – per esempio su Rushdie – solo quando alimenta le nostre convinzioni, e mai quando le smentisce) e la letteratura è piena di opinioni contrastanti. Che vi piaccia o meno.
Ma facciamo finta che lo volesse, ‘sto ordigno: “per usarlo contro Israele”? Nemmeno un bambino delle elementari direbbe una cosa così. Senza iperboli, seriamente. Un paese – a parte la prima potenza mondiale, as we know – semmai vuole l’atomica per scoraggiare i nemici dall’attaccarlo. E insomma, forse ha anche senso come cosa, vedi la notoriamente liberale e amante smodata delle virtù occidentali Corea del Nord, che nessuno si azzarda a molestare.
5. Questa è forse la meno incomprensibile – “l’Iran ha massacrato decine di migliaia di persone che chiedevano la libertà” – non tanto perché la repressione iraniana sia qualcosa da sottovalutare o ascrivere al complottismo (ci sono state tornate repressive importanti, a partire dagli anni ’80), quanto perché anche qui, a un ministro della Difesa si chiede perlomeno di esser aggiornato, di leggere non dico i bollettini di Press Tv ma almeno le inchieste del NYT, ma che dico le inchieste del NYT, le parole di senatori e deputati statunitensi e israeliani, dell’ex segretario di Stato americano Pompeo (sotto Trump), del Mossad stesso.
Crosetto non avrebbe nemmeno dovuto fare troppa fatica, gli sarebbe bastato rimanere su X, perché è soprattutto lì che questi personaggi o entità hanno affermato senza alcun patema (forse convinti che il regime change fosse già cosa fatta) di avere “centinaia di agenti del Mossad sul campo in Iran” durante le proteste, e di aver distribuito migliaia di armi ai rivoltosi (sopratutto in Kurdistan, ma non solo), armi che poi saranno state usate, e verosimilmente avranno incontrato la risposta delle forze di sicurezza (oltre 500 morti, alcuni bruciati vivi), con le vittime che, ahimè, di solito ne conseguono.
Insomma, questa è la incresciosa situazione. In breve.
Provo francamente della purissima vergogna per il fatto di essere titolare di un passaporto italiano, europeo, “occidentale”, qualunque cosa questa bizzarra espressione abbia finito per significare.
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08/04/2026
Basi militari e rapporti con gli USA. Lasciare le cose come stanno è un suicidio
“Nessun governo ha mai disatteso, messo in discussione o anche solo ventilato l’ipotesi di non attuare questi trattati”. In questo passaggio delle comunicazioni del ministro della Difesa Crosetto alla Camera c’è il nodo gordiano da tagliare per dare al nostro paese una prospettiva diversa. E nelle cose che ha detto Crosetto in aula, c’è anche un’altra mezza verità: “La strada in cui ci muoviamo è quella della legge, dei trattati internazionali e della Costituzione”.
Dunque ci sono una verità e una mezza verità che fanno una differenza enorme. L’Italia è vincolata da decenni a dei trattati internazionali che nessuno ha mai voluto rimettere in discussione, ragione per cui “siamo con le carte in regola” per infilarci con tutte le scarpe in guerra. Il via vai di aerei militari USA da Sigonella – per nulla intralciato dal beau geste di Crosetto qualche giorno fa – ne è la conferma.
Mentre il mondo si angoscia davanti alla possibilità che un demenziale presidente della maggiore potenza militare mondiale possa usare l’arma atomica contro l’Iran per uscire dalle difficoltà che sta incontrando sul campo, il ministro della Difesa ci rimette davanti ad uno scenario politico e a dei vincoli internazionali che sembrano dover rimanere eterni e immutabili, anche di fronte a cambiamenti mondiali bruschi, epocali, esistenziali per il nostro Paese.
Così come stanno le cose e così come le cose sono state cristallizzate dai governi della destra e dalla “sinistra”, l’Italia si troverà prima o poi coinvolta e pienamente corresponsabile delle pagine più nere della storia recente. Solo ieri è stato il genocidio dei palestinesi a Gaza, oggi o domani è il possibile genocidio nucleare o ipertecnologico del popolo iraniano annunciato da Trump con un post su X e perseguito come obiettivo da Netanyahu sin dal 2012. A quel punto il nostro debito storico verso il popolo palestinese e il popolo iraniano per la nostra inazione e complicità risulterebbe impagabile.
L’enormità dei problemi che tutto questo ci pone davanti fa tremare i polsi, eppure è dentro questa contraddizione esistenziale – oltre che di classe – che dobbiamo e possiamo saper essere di indicazione ai popoli con cui viviamo, dentro e intorno al nostro Paese.
Ci sono poche cose fondamentali che vanno chieste di essere fatte e se possibile da fare con urgenza:
– nessun uso delle basi militari per le forze armate di Usa e Israele;
– conferenza nazionale e costituente per rimettere in discussione tutti i trattati internazionali firmati durante la Guerra Fredda;
– sospensione immediata di ogni automatismo dei trattati che coinvolga militarmente il paese in avventure belliche, di ogni ordine e grado;
– dichiarazione di neutralità in politica estera.
Possono sembrare proposte velleitarie, ma attestarsi al di sotto di esse significa perpetuare quel meccanismo chiaramente spiegato dal ministro Crosetto e che ripetiamo affinché “giovi” alla comprensione: “Nessun governo ha mai disatteso, messo in discussione o anche solo ventilato l’ipotesi di non attuare questi trattati”.
Se è così da anni e questo ci sta trascinando nel baratro, non c’è scampo, occorre una rottura politica ed “esistenziale” con il passato per provare a salvaguardare il presente e il futuro.
Fonte
Dunque ci sono una verità e una mezza verità che fanno una differenza enorme. L’Italia è vincolata da decenni a dei trattati internazionali che nessuno ha mai voluto rimettere in discussione, ragione per cui “siamo con le carte in regola” per infilarci con tutte le scarpe in guerra. Il via vai di aerei militari USA da Sigonella – per nulla intralciato dal beau geste di Crosetto qualche giorno fa – ne è la conferma.
Mentre il mondo si angoscia davanti alla possibilità che un demenziale presidente della maggiore potenza militare mondiale possa usare l’arma atomica contro l’Iran per uscire dalle difficoltà che sta incontrando sul campo, il ministro della Difesa ci rimette davanti ad uno scenario politico e a dei vincoli internazionali che sembrano dover rimanere eterni e immutabili, anche di fronte a cambiamenti mondiali bruschi, epocali, esistenziali per il nostro Paese.
Così come stanno le cose e così come le cose sono state cristallizzate dai governi della destra e dalla “sinistra”, l’Italia si troverà prima o poi coinvolta e pienamente corresponsabile delle pagine più nere della storia recente. Solo ieri è stato il genocidio dei palestinesi a Gaza, oggi o domani è il possibile genocidio nucleare o ipertecnologico del popolo iraniano annunciato da Trump con un post su X e perseguito come obiettivo da Netanyahu sin dal 2012. A quel punto il nostro debito storico verso il popolo palestinese e il popolo iraniano per la nostra inazione e complicità risulterebbe impagabile.
L’enormità dei problemi che tutto questo ci pone davanti fa tremare i polsi, eppure è dentro questa contraddizione esistenziale – oltre che di classe – che dobbiamo e possiamo saper essere di indicazione ai popoli con cui viviamo, dentro e intorno al nostro Paese.
Ci sono poche cose fondamentali che vanno chieste di essere fatte e se possibile da fare con urgenza:
– nessun uso delle basi militari per le forze armate di Usa e Israele;
– conferenza nazionale e costituente per rimettere in discussione tutti i trattati internazionali firmati durante la Guerra Fredda;
– sospensione immediata di ogni automatismo dei trattati che coinvolga militarmente il paese in avventure belliche, di ogni ordine e grado;
– dichiarazione di neutralità in politica estera.
Possono sembrare proposte velleitarie, ma attestarsi al di sotto di esse significa perpetuare quel meccanismo chiaramente spiegato dal ministro Crosetto e che ripetiamo affinché “giovi” alla comprensione: “Nessun governo ha mai disatteso, messo in discussione o anche solo ventilato l’ipotesi di non attuare questi trattati”.
Se è così da anni e questo ci sta trascinando nel baratro, non c’è scampo, occorre una rottura politica ed “esistenziale” con il passato per provare a salvaguardare il presente e il futuro.
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02/04/2026
L'ormai insostenibile ipoteca della basi militari Usa in Italia
Lo scossone innescato dal rifiuto del governo italiano a concedere l’atterraggio dei bombardieri Usa diretti alla guerra in Iran, sembra essersi già ridimensionato. Lo aveva già stemperato ieri all’ora di pranzo il ministro Crosetto con un post su X, ma con il passare del tempo quanto avvenuto somiglia sempre meno al “gesto di dignità” di Sigonella nel 1985 e sempre più alla conferma dell’incatenamento dell’Italia ai vincoli dei trattati internazionali – bilaterali o multilaterali – che da troppo tempo la coinvolgono e la espongono alle guerre scatenate dagli Stati Uniti ed esercitano una non più sopportabile ipoteca sulla collocazione e le scelte internazionali del nostro paese.
Alla richiesta di chiarimenti de La Repubblica su quanto avvenuto su Sigonella, il Pentagono aveva risposto così: “Il Comando europeo degli Stati Uniti ospita regolarmente velivoli militari statunitensi (e relativo personale) in transito, in conformità con gli accordi di accesso, stazionamento e sorvolo stipulati con alleati e partner. Tenuto conto della sicurezza operativa degli asset e del personale statunitensi, al momento non è possibile fornire ulteriori dettagli”.
La stessa Repubblica scrive che 2 ore e 14 minuti dopo questa dichiarazione, ma non sollecitato, il Pentagono ha aggiunto un altro messaggio: “L’Italia fornisce attualmente sostegno, garantendo accesso, basi e diritti di sorvolo per le forze americane”.
Nelle due ore successive è probabile che fra i governi di Italia e Stati Uniti ci siano stati contatti e chiarimenti, portando ad una marcia indietro dell’Italia, con il via libera ad usare le basi militari presenti sul territorio italiano. Tutto come prima, tutto come sempre, tutto come non dovrebbe più essere in questi tempi di guerra.
Gli accordi sull’uso delle basi militari sono il frutto di trattati bilaterali stipulati fra Italia e Usa nel 1951 e nel 1954, rinnovati nel 1995 con lo “Shell agreement”, ma in gran parte tuttora secretati e che consentono alle forze armate statunitensi margini di decisionalità e discrezionalità praticamente illimitati.
Gli Stati Uniti dispongono in Italia di otto basi militari principali, di un centinaio di strutture minori, delle quali almeno una ventina sono “riservate”.
È lunga infatti la lista di aeroporti, porti, centri logistici e stazioni radar di ultima generazione su tutto il territorio italiano utilizzati dagli Stati Uniti
Ci sono le due basi aeree di Aviano e Sigonella insieme con l’aeroporto di Ghedi. In particolare ad Aviano e Ghedi ci sono anche testate atomiche delle forze armate USA.
Ci sono due porti, quelli di Napoli e Gaeta, dove si trova il comando della VI Flotta USA.
Ci sono poi le due basi di Camp Darby, in Toscana che è il più grande hub logistico-militare per armi e munizioni Usa in Europa, e Camp Ederle, a Vicenza, che è la sede di un reparto operativo come la 73ª Brigata aviotrasportata USA.
Infine ci sono alcune installazioni strategiche soprattutto per le comunicazioni che sono sparse un po’ su tutto il territorio italiano. La più nota è il Muos a Niscemi, in Sicilia.
Negli anni scorsi la base di Aviano è stata utilizzata più volte per per le operazioni militari in Libia, Iraq, Afghanistan, Kosovo.
I militari statunitensi presenti in Italia risultano essere circa 34mila. Di questi 13mila sono nelle basi militari, poi ce ne sono circa 21 mila in servizio nella VI Flotta, composta da una quarantina di navi e di 175 aerei da combattimento e trasporto.
Con tutta questa “roba” che incide sul nostro territorio, il rischio che l’Italia si trovi coinvolta fino al collo nelle guerre Usa è altissimo, anzi conclamato. Non solo. L’autorizzazione del Parlamento sull’uso di queste basi militari da parte degli USA sulla base delle “loro esigenze” non è affatto stabilito nei trattati bilaterali firmati nei decenni trascorsi dall’Italia. Al contrario, a decidere è il governo che può scegliere se investire una delle due Camere o meno.
Il Parlamento si è trovato spesso di fronte al fatto compiuto e il paese si è trovato in guerra (vedi la Jugoslavia nel 1999) ancora prima di esserne consapevole.
Il problema è che per decenni nessun governo e in nessuna circostanza ha mai rimesso in discussione questa pesante ipoteca sul paese né il servilismo verso Stati Uniti e Nato.
Di fronte ai pericoli di guerra e del coinvolgimento dell’Italia nei conflitti che ormai proliferano, è tempo che la questione dell’allontanamento delle basi militari USA (e delle armi atomiche) e della rimessa in discussione dei trattati internazionali venga posta all’ordine del giorno, e con forza.
Fonte
Alla richiesta di chiarimenti de La Repubblica su quanto avvenuto su Sigonella, il Pentagono aveva risposto così: “Il Comando europeo degli Stati Uniti ospita regolarmente velivoli militari statunitensi (e relativo personale) in transito, in conformità con gli accordi di accesso, stazionamento e sorvolo stipulati con alleati e partner. Tenuto conto della sicurezza operativa degli asset e del personale statunitensi, al momento non è possibile fornire ulteriori dettagli”.
La stessa Repubblica scrive che 2 ore e 14 minuti dopo questa dichiarazione, ma non sollecitato, il Pentagono ha aggiunto un altro messaggio: “L’Italia fornisce attualmente sostegno, garantendo accesso, basi e diritti di sorvolo per le forze americane”.
Nelle due ore successive è probabile che fra i governi di Italia e Stati Uniti ci siano stati contatti e chiarimenti, portando ad una marcia indietro dell’Italia, con il via libera ad usare le basi militari presenti sul territorio italiano. Tutto come prima, tutto come sempre, tutto come non dovrebbe più essere in questi tempi di guerra.
Gli accordi sull’uso delle basi militari sono il frutto di trattati bilaterali stipulati fra Italia e Usa nel 1951 e nel 1954, rinnovati nel 1995 con lo “Shell agreement”, ma in gran parte tuttora secretati e che consentono alle forze armate statunitensi margini di decisionalità e discrezionalità praticamente illimitati.
Gli Stati Uniti dispongono in Italia di otto basi militari principali, di un centinaio di strutture minori, delle quali almeno una ventina sono “riservate”.
È lunga infatti la lista di aeroporti, porti, centri logistici e stazioni radar di ultima generazione su tutto il territorio italiano utilizzati dagli Stati Uniti
Ci sono le due basi aeree di Aviano e Sigonella insieme con l’aeroporto di Ghedi. In particolare ad Aviano e Ghedi ci sono anche testate atomiche delle forze armate USA.
Ci sono due porti, quelli di Napoli e Gaeta, dove si trova il comando della VI Flotta USA.
Ci sono poi le due basi di Camp Darby, in Toscana che è il più grande hub logistico-militare per armi e munizioni Usa in Europa, e Camp Ederle, a Vicenza, che è la sede di un reparto operativo come la 73ª Brigata aviotrasportata USA.
Infine ci sono alcune installazioni strategiche soprattutto per le comunicazioni che sono sparse un po’ su tutto il territorio italiano. La più nota è il Muos a Niscemi, in Sicilia.
Negli anni scorsi la base di Aviano è stata utilizzata più volte per per le operazioni militari in Libia, Iraq, Afghanistan, Kosovo.
I militari statunitensi presenti in Italia risultano essere circa 34mila. Di questi 13mila sono nelle basi militari, poi ce ne sono circa 21 mila in servizio nella VI Flotta, composta da una quarantina di navi e di 175 aerei da combattimento e trasporto.
Con tutta questa “roba” che incide sul nostro territorio, il rischio che l’Italia si trovi coinvolta fino al collo nelle guerre Usa è altissimo, anzi conclamato. Non solo. L’autorizzazione del Parlamento sull’uso di queste basi militari da parte degli USA sulla base delle “loro esigenze” non è affatto stabilito nei trattati bilaterali firmati nei decenni trascorsi dall’Italia. Al contrario, a decidere è il governo che può scegliere se investire una delle due Camere o meno.
Il Parlamento si è trovato spesso di fronte al fatto compiuto e il paese si è trovato in guerra (vedi la Jugoslavia nel 1999) ancora prima di esserne consapevole.
Il problema è che per decenni nessun governo e in nessuna circostanza ha mai rimesso in discussione questa pesante ipoteca sul paese né il servilismo verso Stati Uniti e Nato.
Di fronte ai pericoli di guerra e del coinvolgimento dell’Italia nei conflitti che ormai proliferano, è tempo che la questione dell’allontanamento delle basi militari USA (e delle armi atomiche) e della rimessa in discussione dei trattati internazionali venga posta all’ordine del giorno, e con forza.
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30/03/2026
La pulizia etnica sionista spazza via pure i cristiani
Il divieto imposto al cardinale Pizzaballa e al “custode del Sacro Sepolcro” di accedere alla chiesa per celebrare la “domenica delle palme”, a una settimana dalla Pasqua, non è affatto un incidente dovuto ad “incomprensioni”, né a superiori ragioni di “sicurezza”.
I due prelati, ovviamente ben noti e introdotti nella vita diplomatica locale, erano soli. In due. La “sicurezza” di chi è stata “protetta” bloccandoli all’esterno? Non la loro, evidentemente, che son dovuti tornare indietro rimanendo comunque esposti ad eventuali attacchi missilistici o alle violenze dei “coloni”. Non certo quella dello “stato ebraico” – che non vediamo differente da uno “stato islamico” o “cristiano” – che da 80 anni “tollera” la presenza vaticana.
Tutte le celebrazioni musulmane, compresa la fine del Ramadan, era già state impedite nei giorni scorsi. Nella città delle “tre religioni monoteiste” una sola ha oggi diritto di cittadinanza. Ed è una religione di Stato. Con buona pace della laicità e della “democrazia liberale”.
Come ripetiamo spesso, siamo atei e dunque laici. Non ci interessano le religioni se non come storia e diversità culturale, che vanno tutte rispettate pur senza condividerle.
Ma è solare che il suprematismo etno-religioso di Israele ha superato ogni remora e pretende ora di imporsi al mondo come superiorità non criticabile, potere supremo che guarda il resto dell’umanità – con le sue infinite tradizioni culturali ed anche religiose – dall’alto in basso. Di “popoli eletti” da un dio, nella Storia, ce ne sono stati diversi. Nessuno ha fatto una bella fine né ha lasciato un buon ricordo di sé.
La sortita di Gerusalemme – anche ammettendo l’ipotesi incredibile di una pattuglia di polizia che avesse preso autonomamente una simile decisione – mette sul piatto e davanti al naso di tutto l’Occidente il frutto maleodorante di 80 anni di sostegno al sionismo militarizzato. Neanche i complici occidentali, in senso lato “cristiani” delle diverse chiese, hanno più spazio o tolleranza.
Non c’è più limite. Netanyahu, Smotrich, BenGvir, la cosiddetta “opposizione”, non presentano differenza sostanziali su questo punto. Si sentono investiti da un’autorità divina e protetti dal sostegno totale degli Stati Uniti (e chissà qual è il “dio” che veniva invocato in una allucinante riunione alla Casa Bianca). E si comportano da padroni razzisti ovunque, anche quando girano da semplici turisti, come abbiamo più volte sperimentato anche in Italia.
Significativa, in proposito, la reazione irritata dell’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peld, ultrà sionista: “Noi avremmo preferito una risposta differente però ritengo che tutti comprendiamo le sensibilità del mondo cattolico-cristiano e la situazione politica in Medio Oriente e in Italia”. Della serie “come osate criticarci?”
Il problema dunque è ora tutto a carico dei sedicenti “dio, patria e famiglia”, incapaci di fare alcunché per frenare il suprematismo razzista di uno Stato-terrorista ormai specializzato negli “omicidi politici” di chiunque consideri “un pericolo”, oltre che nel genocidio di interi popoli.
Non crediamo ad una sola parola della vostra cosiddetta indignazione per un atto che definite “inaccettabile” senza però fare assolutamente nulla.
Cosa farete? Taglierete la consegna di altre armi e munizioni ad Israele? Interromperete le relazioni diplomatiche, culturali, universitarie, militari, economiche? Boicotterete i loro prodotti impedendone l’importazione?
Se non farete nulla di tutto ciò vuol dire che siete consapevoli di essere dei servitori di interessi altrui. Non della religione che dite di professare, non di questo Paese e neanche “dell’Europa”. Tanto meno dell’umanità.
P.s. Non osiamo neanche immaginare cosa sarebbe accaduto se la polizia italiana avesse impedito al rabbino capo di Roma di accedere alla sinagoga...
I due prelati, ovviamente ben noti e introdotti nella vita diplomatica locale, erano soli. In due. La “sicurezza” di chi è stata “protetta” bloccandoli all’esterno? Non la loro, evidentemente, che son dovuti tornare indietro rimanendo comunque esposti ad eventuali attacchi missilistici o alle violenze dei “coloni”. Non certo quella dello “stato ebraico” – che non vediamo differente da uno “stato islamico” o “cristiano” – che da 80 anni “tollera” la presenza vaticana.
Tutte le celebrazioni musulmane, compresa la fine del Ramadan, era già state impedite nei giorni scorsi. Nella città delle “tre religioni monoteiste” una sola ha oggi diritto di cittadinanza. Ed è una religione di Stato. Con buona pace della laicità e della “democrazia liberale”.
Come ripetiamo spesso, siamo atei e dunque laici. Non ci interessano le religioni se non come storia e diversità culturale, che vanno tutte rispettate pur senza condividerle.
Ma è solare che il suprematismo etno-religioso di Israele ha superato ogni remora e pretende ora di imporsi al mondo come superiorità non criticabile, potere supremo che guarda il resto dell’umanità – con le sue infinite tradizioni culturali ed anche religiose – dall’alto in basso. Di “popoli eletti” da un dio, nella Storia, ce ne sono stati diversi. Nessuno ha fatto una bella fine né ha lasciato un buon ricordo di sé.
La sortita di Gerusalemme – anche ammettendo l’ipotesi incredibile di una pattuglia di polizia che avesse preso autonomamente una simile decisione – mette sul piatto e davanti al naso di tutto l’Occidente il frutto maleodorante di 80 anni di sostegno al sionismo militarizzato. Neanche i complici occidentali, in senso lato “cristiani” delle diverse chiese, hanno più spazio o tolleranza.
Non c’è più limite. Netanyahu, Smotrich, BenGvir, la cosiddetta “opposizione”, non presentano differenza sostanziali su questo punto. Si sentono investiti da un’autorità divina e protetti dal sostegno totale degli Stati Uniti (e chissà qual è il “dio” che veniva invocato in una allucinante riunione alla Casa Bianca). E si comportano da padroni razzisti ovunque, anche quando girano da semplici turisti, come abbiamo più volte sperimentato anche in Italia.
Significativa, in proposito, la reazione irritata dell’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peld, ultrà sionista: “Noi avremmo preferito una risposta differente però ritengo che tutti comprendiamo le sensibilità del mondo cattolico-cristiano e la situazione politica in Medio Oriente e in Italia”. Della serie “come osate criticarci?”
Il problema dunque è ora tutto a carico dei sedicenti “dio, patria e famiglia”, incapaci di fare alcunché per frenare il suprematismo razzista di uno Stato-terrorista ormai specializzato negli “omicidi politici” di chiunque consideri “un pericolo”, oltre che nel genocidio di interi popoli.
Non crediamo ad una sola parola della vostra cosiddetta indignazione per un atto che definite “inaccettabile” senza però fare assolutamente nulla.
Cosa farete? Taglierete la consegna di altre armi e munizioni ad Israele? Interromperete le relazioni diplomatiche, culturali, universitarie, militari, economiche? Boicotterete i loro prodotti impedendone l’importazione?
Se non farete nulla di tutto ciò vuol dire che siete consapevoli di essere dei servitori di interessi altrui. Non della religione che dite di professare, non di questo Paese e neanche “dell’Europa”. Tanto meno dell’umanità.
P.s. Non osiamo neanche immaginare cosa sarebbe accaduto se la polizia italiana avesse impedito al rabbino capo di Roma di accedere alla sinagoga...
*****
Il comunicato di solidarietà delle Comunità islamiche in Italia
L’UCOII esprime profonda solidarietà al Patriarca Pizzaballa, impedire la preghiera è una ferita per tutta l’umanità
L’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia (UCOII) esprime profonda indignazione e piena solidarietà al Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme, e al Custode dei Luoghi Sacri in Terra Santa, padre Francesco Ielpo, ai quali la polizia israeliana ha impedito stamattina di raggiungere la Basilica del Santo Sepolcro per celebrare la Messa della Domenica delle Palme.
È la prima volta da secoli che ai massimi rappresentanti della Chiesa Cattolica in Terra Santa viene negato l’accesso al più sacro dei luoghi di culto cristiani. Un atto grave e senza precedenti, che il Patriarcato Latino ha giustamente definito “una misura manifestamente irragionevole e sproporzionata” e “un’estrema violazione dei principi fondamentali di libertà di culto e rispetto dello Status Quo”.
«Siamo profondamente vicini ai nostri fratelli e sorelle del mondo cristiano in questo momento di dolore», dichiara il Presidente UCOII Yassine Baradai. «Quanto accaduto oggi al Santo Sepolcro ci ferisce come ferisce ogni credente, di qualunque fede. Gerusalemme è la città dove le nostre tradizioni spirituali si incontrano, e quando si impedisce a un uomo di fede di pregare in un luogo sacro, è la dignità di tutta l’umanità ad essere calpestata. Noi musulmani viviamo questa stessa sofferenza alla Moschea di Al-Aqsa, dove da anni i fedeli subiscono restrizioni e violazioni del diritto al culto. È un dolore che ci unisce, e per il quale facciamo appello comune alla comunità internazionale: la difesa della libertà religiosa a Gerusalemme è una causa che ci vede insieme».
L’UCOII si unisce alla voce di Papa Leone XIV, che proprio oggi nell’omelia della Domenica delle Palme ha dichiarato: “Siamo più che mai vicini con la preghiera ai cristiani del Medio Oriente, che soffrono le conseguenze di un conflitto atroce e, in molti casi, non possono vivere pienamente i Riti di questi giorni santi”.
L’UCOII chiede alla comunità internazionale di:
- Condannare fermamente ogni restrizione alla libertà di culto a Gerusalemme, che colpisca cristiani, musulmani o fedeli di qualunque confessione;
- Esigere il ripristino immediato del libero accesso ai Luoghi Santi per tutti i fedeli e i loro rappresentanti religiosi;
- Agire concretamente per la protezione dello Status Quo dei Luoghi Santi, patrimonio dell’intera umanità.
Fonte
24/03/2026
Irruzione di un militare giapponese nell’ambasciata cinese a Tokyo
Un gravissimo incidente diplomatico ha scosso nelle ultime ore i rapporti, già tesi, tra Cina e Giappone. Nella mattinata di martedì 24 marzo, un uomo che si dichiara membro in servizio delle Forze di autodifesa giapponesi ha fatto irruzione nel complesso dell’ambasciata cinese a Tokyo, scatenando l’immediata e durissima reazione di Pechino.
Secondo quanto riferito dal portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, durante la consueta conferenza stampa pomeridiana, l’uomo avrebbe scavalcato il muro di cinta dell’edificio diplomatico, entrando con la forza nel perimetro dell’ambasciata. Una volta fermato, l’individuo si sarebbe identificato come un ufficiale delle forze armate nipponiche, ammettendo apertamente la natura illegale del proprio gesto.
La reazione del governo cinese non si è fatta attendere. Lin Jian ha descritto l’evento come una grave violazione della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche, sottolineando come l’intrusione abbia messo in serio pericolo la sicurezza del personale e delle strutture. Pechino ha già presentato una dura protesta formale alle autorità di Tokyo, accusando il governo giapponese di non aver adempiuto ai propri obblighi internazionali di protezione delle sedi diplomatiche straniere.
Oltre alla violazione materiale, su China Global Television Network, una delle tre filiali del gruppo statale China Media Group, l’incidente viene presentato come il sintomo della diffusione in Giappone di correnti e forze di estrema destra, e riflette le politiche bellicose di Tokyo, che coinvolgono anche la questione Taiwan e strizzano l’occhio alla nostalgia imperialista e colonialista di fasce del paese.
Durante la recente visita di Sanae Takaichi a Washington, i media si sono soffermati sul momento di imbarazzo creato da Trump, che ha ricordato Pearl Harbor. In pochi hanno sottolineato che Takaichi ha reso omaggio ai morti nel cimitero nazionale di Arlington, dove si trova anche uno dei militari statunitensi che ha sganciato l’atomica su Nagasaki.
Tokyo, dunque, si destreggia tra servilismo verso la Casa Bianca e promozione di una retorica guerrafondaia verso Pechino, che però non è disposto ad accettarla. Dopo i fatti dell’ambasciata, la critica cinese punta il dito contro la gestione interna delle Forze di autodifesa, lamentando una mancanza di controllo sul personale militare che avrebbe permesso il verificarsi di un simile atto.
Il ministero degli Esteri cinese ha formulato richieste esplicite al Giappone, ovvero un’indagine immediata e approfondita sulla dinamica dei fatti, e garanzie che si pongano in essere tutte le misure per evitare che tali episodi si ripetano in futuro. Al momento, il governo giapponese non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali dettagliate in merito alle motivazioni del militare o alle misure che intende intraprendere.
Fonte
Secondo quanto riferito dal portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, durante la consueta conferenza stampa pomeridiana, l’uomo avrebbe scavalcato il muro di cinta dell’edificio diplomatico, entrando con la forza nel perimetro dell’ambasciata. Una volta fermato, l’individuo si sarebbe identificato come un ufficiale delle forze armate nipponiche, ammettendo apertamente la natura illegale del proprio gesto.
La reazione del governo cinese non si è fatta attendere. Lin Jian ha descritto l’evento come una grave violazione della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche, sottolineando come l’intrusione abbia messo in serio pericolo la sicurezza del personale e delle strutture. Pechino ha già presentato una dura protesta formale alle autorità di Tokyo, accusando il governo giapponese di non aver adempiuto ai propri obblighi internazionali di protezione delle sedi diplomatiche straniere.
Oltre alla violazione materiale, su China Global Television Network, una delle tre filiali del gruppo statale China Media Group, l’incidente viene presentato come il sintomo della diffusione in Giappone di correnti e forze di estrema destra, e riflette le politiche bellicose di Tokyo, che coinvolgono anche la questione Taiwan e strizzano l’occhio alla nostalgia imperialista e colonialista di fasce del paese.
Durante la recente visita di Sanae Takaichi a Washington, i media si sono soffermati sul momento di imbarazzo creato da Trump, che ha ricordato Pearl Harbor. In pochi hanno sottolineato che Takaichi ha reso omaggio ai morti nel cimitero nazionale di Arlington, dove si trova anche uno dei militari statunitensi che ha sganciato l’atomica su Nagasaki.
Tokyo, dunque, si destreggia tra servilismo verso la Casa Bianca e promozione di una retorica guerrafondaia verso Pechino, che però non è disposto ad accettarla. Dopo i fatti dell’ambasciata, la critica cinese punta il dito contro la gestione interna delle Forze di autodifesa, lamentando una mancanza di controllo sul personale militare che avrebbe permesso il verificarsi di un simile atto.
Il ministero degli Esteri cinese ha formulato richieste esplicite al Giappone, ovvero un’indagine immediata e approfondita sulla dinamica dei fatti, e garanzie che si pongano in essere tutte le misure per evitare che tali episodi si ripetano in futuro. Al momento, il governo giapponese non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali dettagliate in merito alle motivazioni del militare o alle misure che intende intraprendere.
Fonte
19/03/2026
Servi pronti ad entrare in guerra
Il “distacco” dei servi dal padrone yankee è durato appena 48 ore. Il tempo che ci è voluto per un breve giro di telefonate presumibilmente non proprio amichevoli per ordinare di mettersi rapidamente in servizio, zitti e muti.
La richiesta di Trump ai paesi della Nato – inviare navi da guerra per tenere aperto lo Stretto di Hormuz dichiarato chiuso dall’Iran ai soli paesi nemici – aveva ricevuto un cortese ma netto rifiuto, grosso modo dicendo “non è la nostra guerra, è fuori dai compiti della Nato”. Perché è scontato che mandare una flotta, anche ridotta ai soli dragamine, in mezzo ad un conflitto, significa prendere parte a quel conflitto schierandosi con una parte contro l’altra.
Sembrava una dimostrazione della persistenza di una “spina dorsale” e di una quasi imprevista “dignità nazionale”... ma era un errore: entrambe quelle virtù sono sparite da tempo. In sei paesi almeno: Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Olanda e Giappone.
Per farsi vedere più sdraiata degli altri cinque la neo-premier giapponese Sanae Takaichi è volata a Washington per non meglio precisati colloqui con Trump.
Tutti e sei hanno sottoscritto una dichiarazione che illumina l’infamia che anima questi governi.
“Chiediamo all’Iran di cessare immediatamente le minacce, la posa di mine, gli attacchi con droni e missili e ogni altro tentativo di bloccare lo Stretto alla navigazione commerciale, nonché di conformarsi alla risoluzione 2817 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”, si legge. “La libertà di navigazione è un principio fondamentale del diritto internazionale, sancito anche dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Gli effetti delle azioni dell’Iran si faranno sentire su persone in ogni parte del mondo, specialmente sui più vulnerabili”.
“Esprimiamo la nostra disponibilità a contribuire agli sforzi appropriati per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto. Accogliamo con favore l’impegno delle nazioni che stanno procedendo alla pianificazione preparatoria”.
“La sicurezza marittima e la libertà di navigazione vanno a vantaggio di tutti i paesi. Chiediamo a tutti gli Stati di rispettare il diritto internazionale e di sostenere i principi fondamentali della prosperità e della sicurezza internazionali”. Neanche una parola su Stati Uniti e Israele che hanno aperto una guerra unilaterale, non provocata, contro l’Iran.
Peggio ancora quando ha aperto la bocca persino Kaja Kallas, facente finzione di “Alto rappresentante” per la politica estera europea: “Abbiamo qui oggi le Nazioni Unite e stiamo lavorando a stretto contatto con loro per trovare un passaggio sicuro per le navi attraverso lo Stretto di Hormuz, perché è davvero un problema soprattutto per l’Asia e anche per l’Africa il fatto che petrolio, gas, ma anche fertilizzanti e alimenti non possano transitare dallo Stretto di Hormuz”.
Un tale che si svegliasse improvvisamente dal coma, leggendo questi comunicati, capirebbe che l’Iran ha chiuso lo Stretto per un capriccio irresponsabile, mentre il mondo e il Medio Oriente stavano tranquillamente vivendo la vita normale di tutti i giorni.
L’unica cosa vera – ma mutilata ed usata come un alibi – è che il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha rivolto un appello a tutte le parti, come è previsto dal suo ruolo: “Il mio messaggio a Usa e Israele è che è tempo di finire questa guerra che rischia di andare totalmente fuori controllo, con una propagazione sull’economia mondiale che rischia di essere davvero drammatica, specie per i Paesi in via di sviluppo. All’Iran dico: basta con gli attacchi ai tuoi vicini, e apra lo stretto di Hormuz. È tempo che la diplomazia prevalga, è tempo che la forza della legge prevalga sulla legge della forza”.
Se si cancella l’appello agli aggressori e si chiede di fermare solo la reazione dell’aggredito è chiaro come il sole che si ci sta preparando a partecipare all’aggressione. Ossia entrare in guerra contro Teheran.
L’ipotesi è ampiamente contrastata dalle popolazioni di tutti e sei i paesi, dunque è partita contemporaneamente la “tarantella dei distinguo” per provare a camuffare un gesto che è la quintessenza della chiarezza.
Il famoso ministro “fino ad un certo punto” Tajani si è subito esercitato nella parte del pesce in barile, sostenendo che si tratterebbe di un “contributo politico, non militare”, sollevando grasse risate ovunque e a Washington in primo luogo.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dilatato i tempi dell’impegno diretto a dopo la fine della fase acuta della guerra: “potremo fare molto, fino anche alla riapertura delle rotte marittime e al loro mantenimento in sicurezza, ma non lo faremo mentre i combattimenti sono in corso”. Ossia quando non servirebbe più, a meno di non prevedere per sé il ruolo di occupanti di una parte del territorio iraniano in prossimità dello Stretto.
In ogni caso Trump ha immediatamente incassato l’appecoronamento, ma con il consueto disprezzo riservato ai servitori lenti di comprendonio: «Ora la Nato è più disponibile, ma è tardi».
Come si vede, il giuramento appassionato fatto da tutti i Meloni dei sei paesi – “se ci chiedono di più faremo decidere il Parlamento”, perché “non siamo e non saremo in guerra” – è rimasto valido il tempo necessario a pronunciare quelle parole. Poi si fa l’opposto.
In zona, come già osservato, c’è già il dispiegamento della missione “Aspides”, nell’altro stretto che controlla il Mar Rosso, davanti allo Yemen degli Houthi, fin qui rimasti in attesa. Basta poco per far spostare quelle navi, visto che le regole di ingaggio prevedevano come zone operative anche il golfo di Oman e il Golfo Persico. Serve solo la decisione politica che è stata presa oggi, ma negando di averla presa.
Come se in guerra si potesse fare come nelle campagne elettorali, “senza contraddittorio”.
Ci ha pensato subito il ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi, a chiarire l’ovvio. Ossia che la partecipazione di qualsiasi Paese al tentativo di rompere il blocco iraniano lo renderebbe “complice dell’aggressione e degli efferati crimini commessi dagli aggressori”.
Pare che nel mondo questo gioco lo capiscano proprio tutti, perfino i bambini delle elementari: se vuoi fermare l’aggredito stai aiutando l’aggressore. Quindi preparati a ritirare la tua dose di sganassoni, quando arrivi a tiro...
Fonte
La richiesta di Trump ai paesi della Nato – inviare navi da guerra per tenere aperto lo Stretto di Hormuz dichiarato chiuso dall’Iran ai soli paesi nemici – aveva ricevuto un cortese ma netto rifiuto, grosso modo dicendo “non è la nostra guerra, è fuori dai compiti della Nato”. Perché è scontato che mandare una flotta, anche ridotta ai soli dragamine, in mezzo ad un conflitto, significa prendere parte a quel conflitto schierandosi con una parte contro l’altra.
Sembrava una dimostrazione della persistenza di una “spina dorsale” e di una quasi imprevista “dignità nazionale”... ma era un errore: entrambe quelle virtù sono sparite da tempo. In sei paesi almeno: Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Olanda e Giappone.
Per farsi vedere più sdraiata degli altri cinque la neo-premier giapponese Sanae Takaichi è volata a Washington per non meglio precisati colloqui con Trump.
Tutti e sei hanno sottoscritto una dichiarazione che illumina l’infamia che anima questi governi.
“Chiediamo all’Iran di cessare immediatamente le minacce, la posa di mine, gli attacchi con droni e missili e ogni altro tentativo di bloccare lo Stretto alla navigazione commerciale, nonché di conformarsi alla risoluzione 2817 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”, si legge. “La libertà di navigazione è un principio fondamentale del diritto internazionale, sancito anche dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Gli effetti delle azioni dell’Iran si faranno sentire su persone in ogni parte del mondo, specialmente sui più vulnerabili”.
“Esprimiamo la nostra disponibilità a contribuire agli sforzi appropriati per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto. Accogliamo con favore l’impegno delle nazioni che stanno procedendo alla pianificazione preparatoria”.
“La sicurezza marittima e la libertà di navigazione vanno a vantaggio di tutti i paesi. Chiediamo a tutti gli Stati di rispettare il diritto internazionale e di sostenere i principi fondamentali della prosperità e della sicurezza internazionali”. Neanche una parola su Stati Uniti e Israele che hanno aperto una guerra unilaterale, non provocata, contro l’Iran.
Peggio ancora quando ha aperto la bocca persino Kaja Kallas, facente finzione di “Alto rappresentante” per la politica estera europea: “Abbiamo qui oggi le Nazioni Unite e stiamo lavorando a stretto contatto con loro per trovare un passaggio sicuro per le navi attraverso lo Stretto di Hormuz, perché è davvero un problema soprattutto per l’Asia e anche per l’Africa il fatto che petrolio, gas, ma anche fertilizzanti e alimenti non possano transitare dallo Stretto di Hormuz”.
Un tale che si svegliasse improvvisamente dal coma, leggendo questi comunicati, capirebbe che l’Iran ha chiuso lo Stretto per un capriccio irresponsabile, mentre il mondo e il Medio Oriente stavano tranquillamente vivendo la vita normale di tutti i giorni.
L’unica cosa vera – ma mutilata ed usata come un alibi – è che il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha rivolto un appello a tutte le parti, come è previsto dal suo ruolo: “Il mio messaggio a Usa e Israele è che è tempo di finire questa guerra che rischia di andare totalmente fuori controllo, con una propagazione sull’economia mondiale che rischia di essere davvero drammatica, specie per i Paesi in via di sviluppo. All’Iran dico: basta con gli attacchi ai tuoi vicini, e apra lo stretto di Hormuz. È tempo che la diplomazia prevalga, è tempo che la forza della legge prevalga sulla legge della forza”.
Se si cancella l’appello agli aggressori e si chiede di fermare solo la reazione dell’aggredito è chiaro come il sole che si ci sta preparando a partecipare all’aggressione. Ossia entrare in guerra contro Teheran.
L’ipotesi è ampiamente contrastata dalle popolazioni di tutti e sei i paesi, dunque è partita contemporaneamente la “tarantella dei distinguo” per provare a camuffare un gesto che è la quintessenza della chiarezza.
Il famoso ministro “fino ad un certo punto” Tajani si è subito esercitato nella parte del pesce in barile, sostenendo che si tratterebbe di un “contributo politico, non militare”, sollevando grasse risate ovunque e a Washington in primo luogo.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dilatato i tempi dell’impegno diretto a dopo la fine della fase acuta della guerra: “potremo fare molto, fino anche alla riapertura delle rotte marittime e al loro mantenimento in sicurezza, ma non lo faremo mentre i combattimenti sono in corso”. Ossia quando non servirebbe più, a meno di non prevedere per sé il ruolo di occupanti di una parte del territorio iraniano in prossimità dello Stretto.
In ogni caso Trump ha immediatamente incassato l’appecoronamento, ma con il consueto disprezzo riservato ai servitori lenti di comprendonio: «Ora la Nato è più disponibile, ma è tardi».
Come si vede, il giuramento appassionato fatto da tutti i Meloni dei sei paesi – “se ci chiedono di più faremo decidere il Parlamento”, perché “non siamo e non saremo in guerra” – è rimasto valido il tempo necessario a pronunciare quelle parole. Poi si fa l’opposto.
In zona, come già osservato, c’è già il dispiegamento della missione “Aspides”, nell’altro stretto che controlla il Mar Rosso, davanti allo Yemen degli Houthi, fin qui rimasti in attesa. Basta poco per far spostare quelle navi, visto che le regole di ingaggio prevedevano come zone operative anche il golfo di Oman e il Golfo Persico. Serve solo la decisione politica che è stata presa oggi, ma negando di averla presa.
Come se in guerra si potesse fare come nelle campagne elettorali, “senza contraddittorio”.
Ci ha pensato subito il ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi, a chiarire l’ovvio. Ossia che la partecipazione di qualsiasi Paese al tentativo di rompere il blocco iraniano lo renderebbe “complice dell’aggressione e degli efferati crimini commessi dagli aggressori”.
Pare che nel mondo questo gioco lo capiscano proprio tutti, perfino i bambini delle elementari: se vuoi fermare l’aggredito stai aiutando l’aggressore. Quindi preparati a ritirare la tua dose di sganassoni, quando arrivi a tiro...
Fonte
14/03/2026
Come l’Italia si ritrova sempre in guerra... a sua insaputa
Occorre ammettere che quando Giorgia Meloni in Parlamento ha richiamato la complicità dei governi di centro-sinistra nei bombardamenti Usa e Nato degli anni precedenti, ha avuto, purtroppo, ragioni da vendere.
Il richiamo all’aggressione Nato alla Jugoslavia nel 1999 (governo D’Alema-Mattarella) e poi al bombardamento mirato contro il generale iraniano Sulemaini in Iraq nel 2020 (governo Conte), è stato fatto dalla Meloni con sottile perfidia ma clamorosa evidenza.
Si potrebbero poi citare l’aggressione alla Libia nel 2011 (voluta fortemente da Napolitano e imposta a Berlusconi) o i bombardamenti sulla Siria nel 2018 (governo Gentiloni).
Insomma sulla concessione delle basi militari e gli scavalcamenti del Parlamento in materia di guerra, gli scheletri nell’armadio di tutti i governi – di centro-destra o centro-sinistra – abbondano. La pericolosità insita in questi meccanismi sull’uso delle basi militari è venuta fuori con tutta la sua ipocrisia anche nella riunione di emergenza del Consiglio Supremo di Difesa convocata da Mattarella al Quirinale.
Il documento approvato in questa riunione del Csd scrive infatti che: “Il Consiglio ha preso atto favorevolmente che, con propria risoluzione, il Parlamento si è già espresso sulle richieste ricevute da parte dei Paesi amici ed alleati di assistenza nella loro difesa nonché sulla necessità che l’utilizzo delle infrastrutture militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi avvenga nel rispetto del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti che include fra l’altro attività addestrativa e di supporto tecnico-logistico”.
Il problema infatti non è la composizione politica dei governi ma gli automatismi previsti dai trattati internazionali sottoscritti in modo del tutto subalterno dall’Italia in più fasi.
Ci sono quelli bilaterali con gli Stati Uniti del 1957 che di fatto consegnano alla extraterritorialità e al controllo USA alcune porzioni del nostro territorio. C’è poi la Nato, e infine ci sono anche i trattati europei (Maastricht) che hanno imposto automatismi in materia di scelte e priorità economico-sociali.
Sono dei Trattati che tutti i governi hanno ritenuto sempre intoccabili e immodificabili, nonostante siano cambiate le condizioni storiche e le necessità strategiche.
Ma sono soprattutto dei Trattati che prevedono automatismi che scavalcano ogni decisione parlamentare e fanno ritrovare il Paese coinvolto in conflitti o scelte esterne ancora prima di essersene reso conto.
Se i bombardamenti della Nato sulla Jugoslavia (inclusi quelli degli aerei militari italiani, ndr) cominciarono il 24 marzo del 1999 con il governo D’Alema-Mattarella, l’activation order nelle basi Usa e Nato in Italia era già stato ordinato dall’uscente governo Prodi nell’ottobre del 1998.
Il Parlamento ne discusse quando i jet militari della Nato e dell’Italia avevano già cominciato a bombardare Belgrado e un paese europeo come la Federazione Jugoslava. Anche in quel caso assistemmo agli arzigogoli “a sinistra” dei vari Cossutta, Rizzo etc. che non si opposero in Parlamento a quella scelta e provocarono addirittura la scissione nel PRC per “tenere in piedi il governo”. Una situazione che abbiamo rivisto dieci anni dopo con il secondo governo Prodi sulla questione della missione militare italiana in Afghanistan.
I nastri della storia e della memoria scorrono velocemente in queste settimane di guerra in Medio Oriente, riportando in evidenza fatti, contraddizioni e immagini che hanno segnato i passaggi che hanno portato a questa situazione di guerra incombente.
Occorre ammettere che quando abbiamo visto il popolo iraniano e i suoi esponenti di governo scendere in strada sfidando i bombardamenti di Usa e Israele sulle città, la mente è tornata al popolo serbo-jugoslavo che manifestava sui ponti sul Danubio o proteggeva le fabbriche come la Zastava facendo da scudo umano con i propri corpi per difendere le infrastrutture del paese dalle bombe della Nato.
La rimessa in discussione o – meglio ancora – la disdetta, di Trattati internazionali come la Nato o quello bilaterale con gli Stati Uniti o di quelli europei, o diventa un passaggio obbligato dei nuovi governi oppure l’Italia si troverà sempre coinvolta automaticamente in guerre o scelte economiche disastrose che il paese non vuole o di cui non ha assolutamente bisogno.
Le basi militari USA in base a questi trattati continueranno ad agire e ad essere operative autonomamente in tutte le guerre che gli Stati Uniti – e non l’Italia – decideranno di fare e di combattere. Le munizioni continueranno a partire da Camp Darby, gli aerei da Aviano e i droni da Sigonella senza che il Parlamento possa dire mezza parola.
E questo continuerà a ripetersi sia se al governo ci sia Giorgia Meloni, sia che ci vada Elly Schlein o Giuseppe Conte, a meno che non ci sia un cambio di passo e una rottura con il passato.
Sarà bene che quando i partiti dell’opposizione torneranno a chiedere ossessivamente che “la premier venga in aula a riferire”, magari anche sui risultati del Var in Roma-Juventus, si preparino adeguatamente e tengano conto degli scheletri nel proprio armadio, altrimenti ne usciranno sempre con le ossa rotta e la figura degli imbecilli.
Avere in pancia queste ambiguità indebolisce enormemente le forze che intendono fermare il coinvolgimento dell’Italia nelle guerre.
Fonte
Il richiamo all’aggressione Nato alla Jugoslavia nel 1999 (governo D’Alema-Mattarella) e poi al bombardamento mirato contro il generale iraniano Sulemaini in Iraq nel 2020 (governo Conte), è stato fatto dalla Meloni con sottile perfidia ma clamorosa evidenza.
Si potrebbero poi citare l’aggressione alla Libia nel 2011 (voluta fortemente da Napolitano e imposta a Berlusconi) o i bombardamenti sulla Siria nel 2018 (governo Gentiloni).
Insomma sulla concessione delle basi militari e gli scavalcamenti del Parlamento in materia di guerra, gli scheletri nell’armadio di tutti i governi – di centro-destra o centro-sinistra – abbondano. La pericolosità insita in questi meccanismi sull’uso delle basi militari è venuta fuori con tutta la sua ipocrisia anche nella riunione di emergenza del Consiglio Supremo di Difesa convocata da Mattarella al Quirinale.
Il documento approvato in questa riunione del Csd scrive infatti che: “Il Consiglio ha preso atto favorevolmente che, con propria risoluzione, il Parlamento si è già espresso sulle richieste ricevute da parte dei Paesi amici ed alleati di assistenza nella loro difesa nonché sulla necessità che l’utilizzo delle infrastrutture militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi avvenga nel rispetto del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti che include fra l’altro attività addestrativa e di supporto tecnico-logistico”.
Il problema infatti non è la composizione politica dei governi ma gli automatismi previsti dai trattati internazionali sottoscritti in modo del tutto subalterno dall’Italia in più fasi.
Ci sono quelli bilaterali con gli Stati Uniti del 1957 che di fatto consegnano alla extraterritorialità e al controllo USA alcune porzioni del nostro territorio. C’è poi la Nato, e infine ci sono anche i trattati europei (Maastricht) che hanno imposto automatismi in materia di scelte e priorità economico-sociali.
Sono dei Trattati che tutti i governi hanno ritenuto sempre intoccabili e immodificabili, nonostante siano cambiate le condizioni storiche e le necessità strategiche.
Ma sono soprattutto dei Trattati che prevedono automatismi che scavalcano ogni decisione parlamentare e fanno ritrovare il Paese coinvolto in conflitti o scelte esterne ancora prima di essersene reso conto.
Se i bombardamenti della Nato sulla Jugoslavia (inclusi quelli degli aerei militari italiani, ndr) cominciarono il 24 marzo del 1999 con il governo D’Alema-Mattarella, l’activation order nelle basi Usa e Nato in Italia era già stato ordinato dall’uscente governo Prodi nell’ottobre del 1998.
Il Parlamento ne discusse quando i jet militari della Nato e dell’Italia avevano già cominciato a bombardare Belgrado e un paese europeo come la Federazione Jugoslava. Anche in quel caso assistemmo agli arzigogoli “a sinistra” dei vari Cossutta, Rizzo etc. che non si opposero in Parlamento a quella scelta e provocarono addirittura la scissione nel PRC per “tenere in piedi il governo”. Una situazione che abbiamo rivisto dieci anni dopo con il secondo governo Prodi sulla questione della missione militare italiana in Afghanistan.
I nastri della storia e della memoria scorrono velocemente in queste settimane di guerra in Medio Oriente, riportando in evidenza fatti, contraddizioni e immagini che hanno segnato i passaggi che hanno portato a questa situazione di guerra incombente.
Occorre ammettere che quando abbiamo visto il popolo iraniano e i suoi esponenti di governo scendere in strada sfidando i bombardamenti di Usa e Israele sulle città, la mente è tornata al popolo serbo-jugoslavo che manifestava sui ponti sul Danubio o proteggeva le fabbriche come la Zastava facendo da scudo umano con i propri corpi per difendere le infrastrutture del paese dalle bombe della Nato.
La rimessa in discussione o – meglio ancora – la disdetta, di Trattati internazionali come la Nato o quello bilaterale con gli Stati Uniti o di quelli europei, o diventa un passaggio obbligato dei nuovi governi oppure l’Italia si troverà sempre coinvolta automaticamente in guerre o scelte economiche disastrose che il paese non vuole o di cui non ha assolutamente bisogno.
Le basi militari USA in base a questi trattati continueranno ad agire e ad essere operative autonomamente in tutte le guerre che gli Stati Uniti – e non l’Italia – decideranno di fare e di combattere. Le munizioni continueranno a partire da Camp Darby, gli aerei da Aviano e i droni da Sigonella senza che il Parlamento possa dire mezza parola.
E questo continuerà a ripetersi sia se al governo ci sia Giorgia Meloni, sia che ci vada Elly Schlein o Giuseppe Conte, a meno che non ci sia un cambio di passo e una rottura con il passato.
Sarà bene che quando i partiti dell’opposizione torneranno a chiedere ossessivamente che “la premier venga in aula a riferire”, magari anche sui risultati del Var in Roma-Juventus, si preparino adeguatamente e tengano conto degli scheletri nel proprio armadio, altrimenti ne usciranno sempre con le ossa rotta e la figura degli imbecilli.
Avere in pancia queste ambiguità indebolisce enormemente le forze che intendono fermare il coinvolgimento dell’Italia nelle guerre.
Fonte
11/03/2026
Montecitorio dentro e fuori. L’automatismo della guerra e la pace in piazza
Mentre la premier Meloni riferiva in Parlamento sulla crisi internazionale, davanti a Montecitorio il Comitato per il NO sociale al referendum del 22/23 marzo spiegava ai giornalisti le ragioni della manifestazione nazionale del prossimo 14 marzo sulla quale stanno aumentando le adesioni.
Fin troppo evidente il contrasto di visione e contenuti in questi due momenti svoltisi a poche decine di metri di distanza.
In piazza Montecitorio i rappresentanti di Potere al Popolo, Unione Sindacale di Base, Global Sumud Flottiglia, associazioni palestinesi, Studenti di Cr e Osa, Movimento per il Diritto all’abitare, hanno articolato le argomentazioni per cui si dà indicazione di votare NO al referendum, ma anche perché la manifestazione del 14 marzo sarà chiaramente una manifestazione di un pezzo di società contro ogni coinvolgimento dell’Italia nella guerra, un NO all’aggressione israelo-statunitense contro l’Iran e ad un governo liberticida.
Una posizione, questa, totalmente diversa dalle comunicazioni piene di ambiguità declamate della premier in Parlamento.
Intervenendo alla Camera la Meloni ha affermato che il suo “Non è un governo complice di decisioni altrui, né tantomeno un governo isolato in Europa, e nemmeno un governo colpevole delle conseguenze economiche che questa crisi può avere su cittadini, famiglie e imprese”.
In un altro passaggio ha fatto esplicitamente richiesta di una convergenza bipartisan con l’opposizione per affrontare questa crisi internazionale che rischia di sfociare in una guerra di vaste proporzioni.
Ha poi affermato che “È in questo contesto di crisi strutturale del sistema internazionale, nel quale le minacce diventano sempre più spaventose e si moltiplicano gli interventi unilaterali condotti fuori dal perimetro del diritto internazionale, che dobbiamo collocare anche l’intervento americano e israeliano contro il regime iraniano”, ha quindi sottolineato che si tratta di “un intervento a cui l’Italia non prende parte e non intende prendere parte”.
Indecentemente, la Meloni ha affermato che la destabilizzazione in Medio Oriente è iniziata il 7 ottobre 2023 con l’attacco palestinese al territorio israeliano e che questa è stata tutta colpa dell’Iran. Ovviamente neanche una parola sul genocidio israeliano contro i palestinesi.
Se volessimo sintetizzare possiamo dire che la premier ha affermato cinque cose significative:
1) la guerra non è colpa mia o del mio governo;
2) chiedo il coinvolgimento dell’opposizione per gestire una fase critica;
3) USA e Israele si muovono fuori dal diritto internazionale ma in qualche modo vanno capiti perché stanno bombardando l’Iran che ha tutte le colpe della instabilità in Medio Oriente;
4) l’Italia non prende parte alla guerra perchè nessuno ce l’ha chiesto;
5) la soluzione diplomatica e la cessazione del fuoco dipendono però solo dall’Iran e non anche da USA e Israele.
Nel mondo alla rovescia descritto in aula della Meloni c’è stato poi un passaggio fondamentale: “Le basi concesse agli americani in Italia dipendono da accordi che risalgono al 1954 e che sono stati sempre aggiornati, da governi di ogni colore”. Su questo la Meloni dice il vero, perché tutti i governi hanno sempre consentito agli USA di poter utilizzare le basi militari presenti in Italia per le loro guerre, anche quelle illegali.
“Nel caso in cui dovessero giungere richieste di uso delle basi italiane per altre attività, la competenza a decidere se concedere o meno quell’utilizzo spetterebbe – sempre in virtù di quegli accordi – al governo”, ha ricordato la Meloni.
Ma, su questo punto ci ha tenuto a chiarire che il governo in quel caso, chiederebbe al Parlamento di pronunciarsi in merito... chiarendo poi che ad oggi “non è pervenuta alcuna richiesta in questo senso”.
Dunque non è arrivata nessuna richiesta ufficiale dagli USA, ma intanto le forze armate statunitensi o i loro droni continuano a utilizzare tranquillamente le basi militari presenti sul territorio italiano per le comunicazioni, lo spionaggio, i rifornimenti e la logistica della loro flotta e dei loro militari sul teatro di guerra in Medio Oriente.
Per tutto questo gli Stati Uniti non hanno chiesto alcuna autorizzazione né dal governo sono arrivate richieste di spiegazioni sui movimenti verso e dalle basi militari USA in Italia.
Siamo nuovamente di fronte alla maledizione degli automatismi previsti dai trattati internazionali che l’Italia ha firmato – sia con gli USA che con la Nato e la Ue – e che nessun governo ha mai pensato di rivedere, rinegoziare o disdettare. E sono proprio questi automatismi – che scattano ancora prima che il Parlamento abbia il tempo di discuterne – a tirare l’Italia dentro le guerre degli altri quasi senza essersene accorti.
Diventano quindi decisivi sia il risultato del referendum del 22 e 23 marzo che la mobilitazione in piazza del 14 marzo. La tabella di marcia di questo governo che ci trascina sul piano inclinato della guerra e della regressione democratica e sociale va ostacolata e interrotta, con ogni mezzo necessario.
Qui di seguito le adesioni alla manifestazione nazionale del 14 marzo. La partenza sarà alle 14.00 da Piazza della Repubblica per concludersi a Piazza San Giovanni.
Fonte e adesioni
Fin troppo evidente il contrasto di visione e contenuti in questi due momenti svoltisi a poche decine di metri di distanza.
In piazza Montecitorio i rappresentanti di Potere al Popolo, Unione Sindacale di Base, Global Sumud Flottiglia, associazioni palestinesi, Studenti di Cr e Osa, Movimento per il Diritto all’abitare, hanno articolato le argomentazioni per cui si dà indicazione di votare NO al referendum, ma anche perché la manifestazione del 14 marzo sarà chiaramente una manifestazione di un pezzo di società contro ogni coinvolgimento dell’Italia nella guerra, un NO all’aggressione israelo-statunitense contro l’Iran e ad un governo liberticida.
Una posizione, questa, totalmente diversa dalle comunicazioni piene di ambiguità declamate della premier in Parlamento.
Intervenendo alla Camera la Meloni ha affermato che il suo “Non è un governo complice di decisioni altrui, né tantomeno un governo isolato in Europa, e nemmeno un governo colpevole delle conseguenze economiche che questa crisi può avere su cittadini, famiglie e imprese”.
In un altro passaggio ha fatto esplicitamente richiesta di una convergenza bipartisan con l’opposizione per affrontare questa crisi internazionale che rischia di sfociare in una guerra di vaste proporzioni.
Ha poi affermato che “È in questo contesto di crisi strutturale del sistema internazionale, nel quale le minacce diventano sempre più spaventose e si moltiplicano gli interventi unilaterali condotti fuori dal perimetro del diritto internazionale, che dobbiamo collocare anche l’intervento americano e israeliano contro il regime iraniano”, ha quindi sottolineato che si tratta di “un intervento a cui l’Italia non prende parte e non intende prendere parte”.
Indecentemente, la Meloni ha affermato che la destabilizzazione in Medio Oriente è iniziata il 7 ottobre 2023 con l’attacco palestinese al territorio israeliano e che questa è stata tutta colpa dell’Iran. Ovviamente neanche una parola sul genocidio israeliano contro i palestinesi.
Se volessimo sintetizzare possiamo dire che la premier ha affermato cinque cose significative:
1) la guerra non è colpa mia o del mio governo;
2) chiedo il coinvolgimento dell’opposizione per gestire una fase critica;
3) USA e Israele si muovono fuori dal diritto internazionale ma in qualche modo vanno capiti perché stanno bombardando l’Iran che ha tutte le colpe della instabilità in Medio Oriente;
4) l’Italia non prende parte alla guerra perchè nessuno ce l’ha chiesto;
5) la soluzione diplomatica e la cessazione del fuoco dipendono però solo dall’Iran e non anche da USA e Israele.
Nel mondo alla rovescia descritto in aula della Meloni c’è stato poi un passaggio fondamentale: “Le basi concesse agli americani in Italia dipendono da accordi che risalgono al 1954 e che sono stati sempre aggiornati, da governi di ogni colore”. Su questo la Meloni dice il vero, perché tutti i governi hanno sempre consentito agli USA di poter utilizzare le basi militari presenti in Italia per le loro guerre, anche quelle illegali.
“Nel caso in cui dovessero giungere richieste di uso delle basi italiane per altre attività, la competenza a decidere se concedere o meno quell’utilizzo spetterebbe – sempre in virtù di quegli accordi – al governo”, ha ricordato la Meloni.
Ma, su questo punto ci ha tenuto a chiarire che il governo in quel caso, chiederebbe al Parlamento di pronunciarsi in merito... chiarendo poi che ad oggi “non è pervenuta alcuna richiesta in questo senso”.
Dunque non è arrivata nessuna richiesta ufficiale dagli USA, ma intanto le forze armate statunitensi o i loro droni continuano a utilizzare tranquillamente le basi militari presenti sul territorio italiano per le comunicazioni, lo spionaggio, i rifornimenti e la logistica della loro flotta e dei loro militari sul teatro di guerra in Medio Oriente.
Per tutto questo gli Stati Uniti non hanno chiesto alcuna autorizzazione né dal governo sono arrivate richieste di spiegazioni sui movimenti verso e dalle basi militari USA in Italia.
Siamo nuovamente di fronte alla maledizione degli automatismi previsti dai trattati internazionali che l’Italia ha firmato – sia con gli USA che con la Nato e la Ue – e che nessun governo ha mai pensato di rivedere, rinegoziare o disdettare. E sono proprio questi automatismi – che scattano ancora prima che il Parlamento abbia il tempo di discuterne – a tirare l’Italia dentro le guerre degli altri quasi senza essersene accorti.
Diventano quindi decisivi sia il risultato del referendum del 22 e 23 marzo che la mobilitazione in piazza del 14 marzo. La tabella di marcia di questo governo che ci trascina sul piano inclinato della guerra e della regressione democratica e sociale va ostacolata e interrotta, con ogni mezzo necessario.
Qui di seguito le adesioni alla manifestazione nazionale del 14 marzo. La partenza sarà alle 14.00 da Piazza della Repubblica per concludersi a Piazza San Giovanni.
Fonte e adesioni
04/03/2026
La guerra in Medio Oriente “eccita” anche i governi europei, Italia inclusa
Le onde lunghe del conflitto in Medio Oriente scatenato dall’aggressione
israelo-statunitense all’Iran, sono arrivate rapidamente e fragorosamente anche
in Europa.
Tacendo o toccando lievemente la violazione del diritto internazionale da parte di Washington e Tel Aviv, i governi europei si sono però schierati contro il paese aggredito – l’Iran – e a difesa delle petromonarchie del Golfo ritenute alleati strategici sia sulle forniture energetiche che sul piano geopolitico. Dopo il disastro sulla guerra in Ucraina i “volenterosi guerrafondai” europei sembrano orientati a produrne uno ulteriore. Adesso lo slogan sembra diventato: “Morire per Cipro!”
Il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz hanno annunciato un rafforzamento della cooperazione nel campo militare in funzione “deterrente” rispetto alla guerra in corso in Medio Oriente e al blocco dello stretto di Hormuz.
Macron ha dichiarato che: “Prendiamo l’iniziativa di varare una coalizione per riunire le risorse, anche militari, per ripristinare e mettere in sicurezza il traffico attraverso le vie marittime essenziali all’economia mondiale”.
Il presidente francese ha annunciato che la portaerei Charles de Gaulle sarà dispiegata nel Mediterraneo orientale, precisando che la Francia “ha abbattuto dei droni per legittima difesa nelle prime ore del conflitto, per difendere lo spazio aereo dei nostri alleati”. Inoltre ha annunciato lo spiegamento di caccia Rafale, di sistemi di difesa antiaerea e l’invio della fregata Languedoc verso Cipro.
La Gran Bretagna, che tuttora possiede una base militare sul territorio di Cipro colpita nei giorni scorsi da alcuni droni iraniani, ha inviato sull’isola dei jet militari, supportati da un aereo cisterna Voyager ed ha fatto sapere di aver già abbattuto droni iraniani sul territorio giordano e nello spazio aereo iracheno. A Cipro sono già arrivati due elicotteri Wildcat, armati con missili Martlet progettati per abbattere droni e bersagli aerei a bassa quota.
Londra sta mandando inoltre il cacciatorpediniere Hms Dragon, specializzato nella difesa aerea, equipaggiato con il sistema Sea Viper dotato di missili Aster 15 e Aster 30 per intercettare droni, missili da crociera e aerei.
Starmer, però, deve affrontare anche un altro problema: il “fronte interno”. Un sondaggio realizzato da YouGov, pubblicato lunedì, ha mostrato che i cittadini britannici si oppongono all’operazione contro l’Iran in una percentuale di 49 contro 28. Il 50% della popolazione, poi, si oppone anche all’autorizzazione data agli USA di usare le basi del Regno Unito, e solo il 30% la sostiene.
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha convocato un Collegio straordinario dei commissari dedicato alla sicurezza, a due giorni dall’inizio degli attacchi sulla base militare britannica a Cipro.
Sul piano europeo, l’attacco dei droni iraniani apre il dossier dell’articolo 42, comma 7, del Trattato sull’Ue, che prevede una clausola di difesa reciproca– un “aiuto e assistenza con tutti i mezzi in proprio possesso” –, in caso di aggressione di uno Stato membro.
In agenda anche una task force sull’energia, prevista per il 5 marzo, con la partecipazione dei rappresentanti dell’esecutivo Ue e degli Stati membri.
L’Italia si appresta a inviare armamenti anche nel Golfo
Sono quattro i Paesi arabi del Golfo che hanno chiesto aiuti militari al governo italiano. Si tratta di Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrein, i quali hanno inoltrato al nostro esecutivo una richiesta urgente di forniture di difesa, in primo luogo droni e sistemi antimissile Samp-T, gli stessi forniti all’Ucraina.
Lo Stato Maggiore sta facendo una ricognizione rapida di quello che l’Italia è in grado di inviare dopo quattro anni in cui ha messo mano ai propri arsenali per rifornire Kiev. E sembra che sia una decisione da prendere in fretta perché le riserve di armamenti delle petromonarchie del Golfo sono in via di esaurimento.
Ma inviare armi in un’altra guerra dopo quanto già accaduto in Ucraina non è un passaggio così semplice. Il governo Meloni è già sotto botta per le figuracce dei propri ministri Tajani e Crosetto. La marginalizzazione internazionale sia da parte degli Stati Uniti che degli altri europei, sta sgretolando tutta la narrazione della Meloni sul prestigio acquisito dal paese nelle relazioni internazionali.
Difficile immaginarsi un sussulto dignità dal governo come quello espresso invece dall'esecutivo spagnolo. Al contrario, mentre emerge che ancora una volta la base Usa di Sigonella ha avuto un ruolo nell’aggressione militare all’Iran, la pessima abitudine di mettere le basi italiane a disposizione delle operazioni militari statunitensi non sembra affatto messa in discussione. Anche contro il servilismo si andrà in piazza il prossimo 14 marzo a Roma.
Il governo sta valutando le modalità di un passaggio parlamentare sugli aiuti militari ai paesi del Golfo che l’ufficio legislativo di Palazzo Chigi sta definendo sulla base di diverse opzioni (una risoluzione parlamentare o un decreto del governo), ma quello che sembra certo è che ragioni di opportunità, prima ancora che giuridiche, fanno propendere la Meloni verso un passaggio alle Camere in caso di ulteriori aiuti militari italiani in un secondo teatro di guerra oltre all’Ucraina.
È opportuno ricordare che l’Italia ha quasi 2.500 militari già dislocati in Medio Oriente tra Libano, Iraq, Kuwait. C’è poi la partecipazione delle navi militari italiane alle missioni Aspides e Atalanta a ridosso del Mar Rosso. Inoltre c’è la fregata “Virginio Fasan” già posizionata nel Mediterraneo orientale, verso Cipro.
I miliziani yemeniti houthi hanno annunciato ma ancora non hanno ripreso la loro attività di interdizione del passaggio di navi nello stretto di Bab el Arab come avevano fatto in solidarietà con i palestinesi di Gaza.
Se questa interdizione avvenisse contestualmente al blocco dello Stretto di Hormuz, praticamente verrebbe bloccato l’intero traffico commerciale su navi dall’Oceano Indiano verso nord, a meno di non dover circumnavigare l’Africa con allungamento enorme dei tempi e dei costi commerciali.
I paesi europei sono riusciti a “suicidarsi” economicamente e politicamente già nella guerra in Ucraina, l’impressione è che intendano continuare a rotolare sullo stesso piano inclinato anche nella guerra in Medio Oriente.
Paradossalmente, rispetto ai parametri economici e geopolitici di una guerra, nei governi europei sembra prevalere quello che Graham Allison (1) definisce come il fattore de “L’onore”, ossia la reputazione. È il rotolare su una politica dei fatti compiuti per salvare la faccia e che poi impedisce di rettificare il tiro per non perderla. Una trappola, appunto.
Note
(1) Graham Allison: “Destinati alla guerra. La trappola di Tucicide”
Fonte
Tacendo o toccando lievemente la violazione del diritto internazionale da parte di Washington e Tel Aviv, i governi europei si sono però schierati contro il paese aggredito – l’Iran – e a difesa delle petromonarchie del Golfo ritenute alleati strategici sia sulle forniture energetiche che sul piano geopolitico. Dopo il disastro sulla guerra in Ucraina i “volenterosi guerrafondai” europei sembrano orientati a produrne uno ulteriore. Adesso lo slogan sembra diventato: “Morire per Cipro!”
Il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz hanno annunciato un rafforzamento della cooperazione nel campo militare in funzione “deterrente” rispetto alla guerra in corso in Medio Oriente e al blocco dello stretto di Hormuz.
Macron ha dichiarato che: “Prendiamo l’iniziativa di varare una coalizione per riunire le risorse, anche militari, per ripristinare e mettere in sicurezza il traffico attraverso le vie marittime essenziali all’economia mondiale”.
Il presidente francese ha annunciato che la portaerei Charles de Gaulle sarà dispiegata nel Mediterraneo orientale, precisando che la Francia “ha abbattuto dei droni per legittima difesa nelle prime ore del conflitto, per difendere lo spazio aereo dei nostri alleati”. Inoltre ha annunciato lo spiegamento di caccia Rafale, di sistemi di difesa antiaerea e l’invio della fregata Languedoc verso Cipro.
La Gran Bretagna, che tuttora possiede una base militare sul territorio di Cipro colpita nei giorni scorsi da alcuni droni iraniani, ha inviato sull’isola dei jet militari, supportati da un aereo cisterna Voyager ed ha fatto sapere di aver già abbattuto droni iraniani sul territorio giordano e nello spazio aereo iracheno. A Cipro sono già arrivati due elicotteri Wildcat, armati con missili Martlet progettati per abbattere droni e bersagli aerei a bassa quota.
Londra sta mandando inoltre il cacciatorpediniere Hms Dragon, specializzato nella difesa aerea, equipaggiato con il sistema Sea Viper dotato di missili Aster 15 e Aster 30 per intercettare droni, missili da crociera e aerei.
Starmer, però, deve affrontare anche un altro problema: il “fronte interno”. Un sondaggio realizzato da YouGov, pubblicato lunedì, ha mostrato che i cittadini britannici si oppongono all’operazione contro l’Iran in una percentuale di 49 contro 28. Il 50% della popolazione, poi, si oppone anche all’autorizzazione data agli USA di usare le basi del Regno Unito, e solo il 30% la sostiene.
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha convocato un Collegio straordinario dei commissari dedicato alla sicurezza, a due giorni dall’inizio degli attacchi sulla base militare britannica a Cipro.
Sul piano europeo, l’attacco dei droni iraniani apre il dossier dell’articolo 42, comma 7, del Trattato sull’Ue, che prevede una clausola di difesa reciproca– un “aiuto e assistenza con tutti i mezzi in proprio possesso” –, in caso di aggressione di uno Stato membro.
In agenda anche una task force sull’energia, prevista per il 5 marzo, con la partecipazione dei rappresentanti dell’esecutivo Ue e degli Stati membri.
L’Italia si appresta a inviare armamenti anche nel Golfo
Sono quattro i Paesi arabi del Golfo che hanno chiesto aiuti militari al governo italiano. Si tratta di Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrein, i quali hanno inoltrato al nostro esecutivo una richiesta urgente di forniture di difesa, in primo luogo droni e sistemi antimissile Samp-T, gli stessi forniti all’Ucraina.
Lo Stato Maggiore sta facendo una ricognizione rapida di quello che l’Italia è in grado di inviare dopo quattro anni in cui ha messo mano ai propri arsenali per rifornire Kiev. E sembra che sia una decisione da prendere in fretta perché le riserve di armamenti delle petromonarchie del Golfo sono in via di esaurimento.
Ma inviare armi in un’altra guerra dopo quanto già accaduto in Ucraina non è un passaggio così semplice. Il governo Meloni è già sotto botta per le figuracce dei propri ministri Tajani e Crosetto. La marginalizzazione internazionale sia da parte degli Stati Uniti che degli altri europei, sta sgretolando tutta la narrazione della Meloni sul prestigio acquisito dal paese nelle relazioni internazionali.
Difficile immaginarsi un sussulto dignità dal governo come quello espresso invece dall'esecutivo spagnolo. Al contrario, mentre emerge che ancora una volta la base Usa di Sigonella ha avuto un ruolo nell’aggressione militare all’Iran, la pessima abitudine di mettere le basi italiane a disposizione delle operazioni militari statunitensi non sembra affatto messa in discussione. Anche contro il servilismo si andrà in piazza il prossimo 14 marzo a Roma.
Il governo sta valutando le modalità di un passaggio parlamentare sugli aiuti militari ai paesi del Golfo che l’ufficio legislativo di Palazzo Chigi sta definendo sulla base di diverse opzioni (una risoluzione parlamentare o un decreto del governo), ma quello che sembra certo è che ragioni di opportunità, prima ancora che giuridiche, fanno propendere la Meloni verso un passaggio alle Camere in caso di ulteriori aiuti militari italiani in un secondo teatro di guerra oltre all’Ucraina.
È opportuno ricordare che l’Italia ha quasi 2.500 militari già dislocati in Medio Oriente tra Libano, Iraq, Kuwait. C’è poi la partecipazione delle navi militari italiane alle missioni Aspides e Atalanta a ridosso del Mar Rosso. Inoltre c’è la fregata “Virginio Fasan” già posizionata nel Mediterraneo orientale, verso Cipro.
I miliziani yemeniti houthi hanno annunciato ma ancora non hanno ripreso la loro attività di interdizione del passaggio di navi nello stretto di Bab el Arab come avevano fatto in solidarietà con i palestinesi di Gaza.
Se questa interdizione avvenisse contestualmente al blocco dello Stretto di Hormuz, praticamente verrebbe bloccato l’intero traffico commerciale su navi dall’Oceano Indiano verso nord, a meno di non dover circumnavigare l’Africa con allungamento enorme dei tempi e dei costi commerciali.
I paesi europei sono riusciti a “suicidarsi” economicamente e politicamente già nella guerra in Ucraina, l’impressione è che intendano continuare a rotolare sullo stesso piano inclinato anche nella guerra in Medio Oriente.
Paradossalmente, rispetto ai parametri economici e geopolitici di una guerra, nei governi europei sembra prevalere quello che Graham Allison (1) definisce come il fattore de “L’onore”, ossia la reputazione. È il rotolare su una politica dei fatti compiuti per salvare la faccia e che poi impedisce di rettificare il tiro per non perderla. Una trappola, appunto.
Note
(1) Graham Allison: “Destinati alla guerra. La trappola di Tucicide”
Fonte
Trump minaccia lo stop al commercio con la Spagna, Merz gli dà corda
Il livello di prevaricazione della seconda amministrazione Trump, e quello di sudditanza delle classi dirigenti europee è stato confermato plasticamente dall’incontro che ieri il tycoon ha avuto col cancelliere tedesco Friedrich Merz. Al primo incontro ufficiale con un leader straniero dall’inizio dell’aggressione condotta insieme a Israele contro l’Iran, il presidente degli Stati Uniti ha usato l’occasione per distribuire “pagelle” agli alleati europei.
Il bersaglio principale di Trump è stata la Spagna. Madrid ha negato l’uso delle basi militari di Rota (Cadice) e Morón de la Frontera (Siviglia) per le operazioni belliche contro Teheran, invocando le clausole dei trattati bilaterali che consentono la chiusura delle infrastrutture in caso di conflitto non concordato.
“La Spagna è un alleato terribile”, ha dichiarato Trump senza giri di parole. “Ci hanno detto che non possiamo usare le loro basi, ma nessuno può dirci cosa fare. Potremmo semplicemente volare lì e usarle se volessimo”. Che il diritto valesse “fino a un certo punto” anche per The Donald era evidente a tutti, ma qui si sta parlando di una violazione di sovranità non indifferente, che mostra la realtà dietro le basi militari: sono strumenti di un’occupazione, non il risultato di un’architettura di sicurezza condivisa.
Trump ha anche annunciato una ritorsione economica immediata, ordinando al Segretario al Tesoro, Scott Bessent, di tagliare tutte le relazioni commerciali con Madrid. Trump ha criticato la Spagna per essersi rifiutata di raggiungere l’obiettivo del 5% del PIL in spese militari, raggiunto nell’Alleanza Atlantica.
Al contrario della Spagna, la Germania di Merz è stata promossa a pieni voti. Il cancelliere ha confermato la piena sintonia con Washington sull’obiettivo di un regime change a Teheran. Il politico tedesco è stato in imbarazzato silenzio durante la sfuriata di Trump contro il governo Sánchez (con cui ricordiamo condivide non solo il mercato unico, ma anche organismi di direzione politica, un parlamento, e così via), ma alla fine è stato messo alle strette dalla domanda di una giornalista.
Merz, invece di condannare l’attacco scomposto alla dirigenza spagnola, oltre che quello al rispetto di accordi e sovranità altrui, ha fatto da sponda all’inquilino alla Casa Bianca. “Stiamo cercando di convincere la Spagna a raggiungere il 3% o il 3,5% [di spese prettamente militari, a cui va aggiunto l’1,5% nel settore della sicurezza in generale, ndr] su cui siamo d’accordo in ambito NATO”, ha detto Merz.
“La Spagna – ha continuato – è l’unica che non è disposta ad accettarlo e stiamo cercando di convincerla che questo fa parte della nostra sicurezza comune, che tutti dobbiamo rispettare questi numeri”. Insomma, il governo spagnolo è come un bambino da educare, e per fortuna ci sono Washington e Berlino che gli stanno facendo capire cosa è meglio per il paese iberico. A suon di ricatti commerciali e minacce alla sovranità.
Sul fronte dei dazi, Merz ha ribadito che il dossier viene trattato in maniera centralizzata da Bruxelles, e che “non esiste alcuna possibilità di trattare la Spagna peggio degli altri: arriveremo a un risultato comune, e in quel risultato sarà compresa anche la Spagna”. Una magra consolazione, tra l’altro promossa per cercare di fare massa sulle decisioni di Trump, e per evitare ulteriori scompensi nel mercato unico (di cui magari qualche paese – e in questo caso non la Germania – potrebbe avvantaggiarsi).
La risposta del governo spagnolo non si è fatta attendere. Fonti istituzionali hanno ribadito che la Spagna è un “membro chiave della NATO”, che contribuisce in modo significativo alla difesa europea, ma che l’uso delle basi deve essere conforme alla Carta delle Nazioni Unite. Il ministro degli Esteri, José Manuel Albares, ha chiarito che non verranno prestati asset per operazioni non previste dai trattati.
Stamattina, inoltre, Sánchez ha rilasciato una dichiarazione molto netta. Ha affermato che il suo paese è dalla parte della legalità internazionale, e ha evocato il disastro dell’Iraq per far capire che il suo governo ha capito la lezione. Quel conflitto, ha detto, “ha portato a un mondo più insicuro e a una vita peggiore”, e quello attuale “non poterà a un ordine internazionale più giusto, né salari più alti, né migliori servizi pubblici, né un ambiente più sano”.
Nel frattempo, la Commissione ha reso pubblico un primo commento sulle minacce a Madrid, e per quanto abbia espresso solidarietà con il paese che ne è parte, ci ha tenuto a ricordare che “salvaguardare questa relazione, in particolare in un momento di turbolenze globali, è più importante che mai ed è chiaramente nell’interesse di entrambe le parti”. Un po’ come a voler elomosinare agli USA che non ne facciano una leva di una guerra commerciale che ha colpito innanzitutto proprio i “fratelli” europei.
Non è solo la UE a subire – e ad accettare – un trattamento da “zerbino”. Anche il Regno Unito non è uscito indenne dal vertice. Trump si è scagliato contro il primo ministro Keir Starmer, che aveva preso la decisione di far assumere al suo paese solo un atteggiamento difensivo in relazione al conflitto con l’Iran, impedendo inizialmente l’uso, da parte delle forze statunitensi, della base di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano.
“Non abbiamo a che fare con Winston Churchill”, ha ironizzato Trump, e ha poi aggiunto: “ci abbiamo messo tre-quattro giorni per capire dove potessimo atterrare”. Di nuovo, una base militare altrui, e dunque un luogo dove neanche un normale cittadino di quello stesso stato può entrare senza le dovute autorizzazioni, viene trattata come un asset statunitense da parte degli USA. E ancora una volta gli europei annuiscono in silenzio.
Non può non saltare agli occhi come, certo, gli imperialisti europei ancora considerino la NATO come vettore fondamentale della loro politica estera, nonostante il ridimensionamento continuo di Trump. E del resto, la cornice di sicurezza atlantica è un ottimo “vincolo esterno” da sbandierare, da una parte per legittimare il riarmo e la transizione verso un’economia di guerra, dall’altra per scaricare le responsabilità intorno alla riduzione conseguente delle spese sociali.
Non si può però ignorare anche il fatto che la NATO non solo è ridimensionata nell’impegno profusovi da Washington, ma è anche usata come strumento di ricatto dalla Casa Bianca per indirizzare le decisione sovrane degli stati “alleati”. Insomma, Trump sta mostrando che non esiste alcuna politica alternativa ai desideri degli Stati Uniti finché si è dentro la NATO.
In tutto ciò, la UE non solo non è pervenuta, ma alcuni dei suoi governanti si fanno immortalare accanto a The Donald, mentre trovano motivi per legittimare la sua prevaricazione. Le divergenze politiche e materiali tra i suoi paesi, aumentano, e i proclami di sudditanza non fanno che allargarle. È difficile immaginare che la UE assurga a grande potenza globale, mentre i suoi governi si pugnalano l’un l’altro alle spalle.
È più probabile che, a lungo andare, peggiorino ulteriormente le asimmetrie interne. Allora, ai vincoli da rompere per costruire una qualsiasi alternativa, e anche per la semplice difesa della sovranità popolare e dell’autodeterminazione dei popoli, per chi ha ancora a cuore questi principi, va aggiunta, oltre alla NATO, anche la sclerotizzata integrazione europea, avviata definitivamente sulla strada del riarmo.
Fonte
Il bersaglio principale di Trump è stata la Spagna. Madrid ha negato l’uso delle basi militari di Rota (Cadice) e Morón de la Frontera (Siviglia) per le operazioni belliche contro Teheran, invocando le clausole dei trattati bilaterali che consentono la chiusura delle infrastrutture in caso di conflitto non concordato.
“La Spagna è un alleato terribile”, ha dichiarato Trump senza giri di parole. “Ci hanno detto che non possiamo usare le loro basi, ma nessuno può dirci cosa fare. Potremmo semplicemente volare lì e usarle se volessimo”. Che il diritto valesse “fino a un certo punto” anche per The Donald era evidente a tutti, ma qui si sta parlando di una violazione di sovranità non indifferente, che mostra la realtà dietro le basi militari: sono strumenti di un’occupazione, non il risultato di un’architettura di sicurezza condivisa.
Trump ha anche annunciato una ritorsione economica immediata, ordinando al Segretario al Tesoro, Scott Bessent, di tagliare tutte le relazioni commerciali con Madrid. Trump ha criticato la Spagna per essersi rifiutata di raggiungere l’obiettivo del 5% del PIL in spese militari, raggiunto nell’Alleanza Atlantica.
Al contrario della Spagna, la Germania di Merz è stata promossa a pieni voti. Il cancelliere ha confermato la piena sintonia con Washington sull’obiettivo di un regime change a Teheran. Il politico tedesco è stato in imbarazzato silenzio durante la sfuriata di Trump contro il governo Sánchez (con cui ricordiamo condivide non solo il mercato unico, ma anche organismi di direzione politica, un parlamento, e così via), ma alla fine è stato messo alle strette dalla domanda di una giornalista.
Merz, invece di condannare l’attacco scomposto alla dirigenza spagnola, oltre che quello al rispetto di accordi e sovranità altrui, ha fatto da sponda all’inquilino alla Casa Bianca. “Stiamo cercando di convincere la Spagna a raggiungere il 3% o il 3,5% [di spese prettamente militari, a cui va aggiunto l’1,5% nel settore della sicurezza in generale, ndr] su cui siamo d’accordo in ambito NATO”, ha detto Merz.
“La Spagna – ha continuato – è l’unica che non è disposta ad accettarlo e stiamo cercando di convincerla che questo fa parte della nostra sicurezza comune, che tutti dobbiamo rispettare questi numeri”. Insomma, il governo spagnolo è come un bambino da educare, e per fortuna ci sono Washington e Berlino che gli stanno facendo capire cosa è meglio per il paese iberico. A suon di ricatti commerciali e minacce alla sovranità.
Sul fronte dei dazi, Merz ha ribadito che il dossier viene trattato in maniera centralizzata da Bruxelles, e che “non esiste alcuna possibilità di trattare la Spagna peggio degli altri: arriveremo a un risultato comune, e in quel risultato sarà compresa anche la Spagna”. Una magra consolazione, tra l’altro promossa per cercare di fare massa sulle decisioni di Trump, e per evitare ulteriori scompensi nel mercato unico (di cui magari qualche paese – e in questo caso non la Germania – potrebbe avvantaggiarsi).
La risposta del governo spagnolo non si è fatta attendere. Fonti istituzionali hanno ribadito che la Spagna è un “membro chiave della NATO”, che contribuisce in modo significativo alla difesa europea, ma che l’uso delle basi deve essere conforme alla Carta delle Nazioni Unite. Il ministro degli Esteri, José Manuel Albares, ha chiarito che non verranno prestati asset per operazioni non previste dai trattati.
Stamattina, inoltre, Sánchez ha rilasciato una dichiarazione molto netta. Ha affermato che il suo paese è dalla parte della legalità internazionale, e ha evocato il disastro dell’Iraq per far capire che il suo governo ha capito la lezione. Quel conflitto, ha detto, “ha portato a un mondo più insicuro e a una vita peggiore”, e quello attuale “non poterà a un ordine internazionale più giusto, né salari più alti, né migliori servizi pubblici, né un ambiente più sano”.
Nel frattempo, la Commissione ha reso pubblico un primo commento sulle minacce a Madrid, e per quanto abbia espresso solidarietà con il paese che ne è parte, ci ha tenuto a ricordare che “salvaguardare questa relazione, in particolare in un momento di turbolenze globali, è più importante che mai ed è chiaramente nell’interesse di entrambe le parti”. Un po’ come a voler elomosinare agli USA che non ne facciano una leva di una guerra commerciale che ha colpito innanzitutto proprio i “fratelli” europei.
Non è solo la UE a subire – e ad accettare – un trattamento da “zerbino”. Anche il Regno Unito non è uscito indenne dal vertice. Trump si è scagliato contro il primo ministro Keir Starmer, che aveva preso la decisione di far assumere al suo paese solo un atteggiamento difensivo in relazione al conflitto con l’Iran, impedendo inizialmente l’uso, da parte delle forze statunitensi, della base di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano.
“Non abbiamo a che fare con Winston Churchill”, ha ironizzato Trump, e ha poi aggiunto: “ci abbiamo messo tre-quattro giorni per capire dove potessimo atterrare”. Di nuovo, una base militare altrui, e dunque un luogo dove neanche un normale cittadino di quello stesso stato può entrare senza le dovute autorizzazioni, viene trattata come un asset statunitense da parte degli USA. E ancora una volta gli europei annuiscono in silenzio.
Non può non saltare agli occhi come, certo, gli imperialisti europei ancora considerino la NATO come vettore fondamentale della loro politica estera, nonostante il ridimensionamento continuo di Trump. E del resto, la cornice di sicurezza atlantica è un ottimo “vincolo esterno” da sbandierare, da una parte per legittimare il riarmo e la transizione verso un’economia di guerra, dall’altra per scaricare le responsabilità intorno alla riduzione conseguente delle spese sociali.
Non si può però ignorare anche il fatto che la NATO non solo è ridimensionata nell’impegno profusovi da Washington, ma è anche usata come strumento di ricatto dalla Casa Bianca per indirizzare le decisione sovrane degli stati “alleati”. Insomma, Trump sta mostrando che non esiste alcuna politica alternativa ai desideri degli Stati Uniti finché si è dentro la NATO.
In tutto ciò, la UE non solo non è pervenuta, ma alcuni dei suoi governanti si fanno immortalare accanto a The Donald, mentre trovano motivi per legittimare la sua prevaricazione. Le divergenze politiche e materiali tra i suoi paesi, aumentano, e i proclami di sudditanza non fanno che allargarle. È difficile immaginare che la UE assurga a grande potenza globale, mentre i suoi governi si pugnalano l’un l’altro alle spalle.
È più probabile che, a lungo andare, peggiorino ulteriormente le asimmetrie interne. Allora, ai vincoli da rompere per costruire una qualsiasi alternativa, e anche per la semplice difesa della sovranità popolare e dell’autodeterminazione dei popoli, per chi ha ancora a cuore questi principi, va aggiunta, oltre alla NATO, anche la sclerotizzata integrazione europea, avviata definitivamente sulla strada del riarmo.
Fonte
03/03/2026
[Opinione] - È tempo di liberarci dei liberatori
di Gianandrea Gaiani
L’attacco all’Iran mentre erano in corso trattative e che mette nel mirino le figure chiave del governo iraniano, non contiene particolari novità rispetto a quanto già sapevamo dell’approccio di Stati Uniti e Israele nei confronti di Teheran,
Non deve stupire che Stati Uniti e Israele decidano arbitrariamente di usare la forza contro chiunque considerino loro nemico in tutto il Mondo e lo facciano mentendo circa il programma nucleare iraniano, che nessuno considerava prossimo allo sviluppo di armi atomiche.
In fondo l’hanno sempre fatto con incursioni mirate, attacchi “preventivi” e persino rapimenti di capi di stato come nel caso venezuelano; azioni che se venissero compiute da altri non esiteremmo a definire terroristiche.
Lo fanno destabilizzando intere aree del Mondo, di solito quelle ad alto valore energetico, senza avvisare preventivamente gli alleati né consultarsi con loro. Il vicepremier italiano Matteo Salvini ha rivelato ieri che il governo italiano è stato informato dell’avvio delle operazioni militari dopo che queste erano cominciate. Quando Roma lo aveva già saputo dalle breaking-news televisive e dalle agenzie di stampa.
La vicenda del ministro della Difesa Guido Crosetto, bloccato a quanto pare con la famiglia a Dubai, su cui molti hanno ironizzato, dimostra in realtà che il Pentagono non ha informato i colleghi della NATO dell’imminente attacco a ulteriore conferma che Stati Uniti e Israele applicano da sempre un principio di superiorità sul resto del mondo basato sulla loro “eccezionalità”. Di fatto “io sono io e voi non siete un c....” per dirla con il Marchese del Grillo.
Nulla di sorprendente se si considera l’arroganza che riserva agli europei l’Amministrazione Trump e soprattutto che i nostri “alleati” d’oltreoceano, ben prima di Donald Trump, si comportano da molti anni da nostri acerrimi nemici.
Hanno scatenato le primavere arabe che hanno infiammato Nord Africa e Medio Oriente, hanno scatenato guerre in Libia, Iraq e Siria che hanno minato la sicurezza energetica e il “cortile di casa” dell’Europa; hanno attuato il cambio di governo a Kiev nel 2014 investendo nell’operazione Maidan 5 miliardi di dollari (come disse il sottosegretario Victoria Nuland al Congresso) aprendo il confronto militare con la Russia in seguito al quale hanno fatto esplodere il gasdotto Nord Stream... dopo che Biden e Nuland avevano dichiarato di volerlo distruggere.
Di fronte a tutto questo sarebbe puerile stupirsi perché gli statunitensi non mostrano riguardo né rispetto nei confronti degli alleati europei. Del resto non occorre essere particolarmente maliziosi per rendersi conto che l’attacco all’Iran, al di là dei suoi esiti, provocherà un rialzo del prezzo del greggio anche a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz, decretato ieri dai Guardiani della Rivoluzione Islamica iraniani.
E non occorre essere fini analisti per intuire che il blocco del Golfo favorirà l’energia esportata dagli USA, e prezzi più alti renderanno più convenienti le estrazioni di petrolio negli Stati Uniti, dove la costosa tecnica del fracking non è sostenibile se le quotazioni non raggiungono almeno i 62/65 dollari al barile.
E neppure per comprendere che l’Europa, già oggi l’area industrializzata del Mondo che paga l’energia al prezzo più alto dopo la rinuncia a gas e petrolio russo (in quantità infinita e prezzi convenienti), subirà dall’attacco all’Iran ulteriori danni in termini economici e di sicurezza.
La cosa di cui dovremmo tutti stupirci è che i governi delle nazioni europee (lasciamo perdere l’Unione Europea, ormai ridotta a una nomenklatura di lobbisti che rispondono in buona parte a interessi statunitensi) continuino a restare prone alla prepotenza auto referenziale di Stati Uniti e Israele.
Per noi italiani, che consideriamo da tempo area strategica di primario interesse nazionale il cosiddetto “Mediterraneo Allargato” (esteso a est fino a Mar Rosso, Oceano Indiano e Golfo Persico) le operazioni militari in corso dovrebbero risultare inaccettabili proprio perché assicurano solo la destabilizzazione di questa regione.
Anche le milizie Houthi dello Yemen hanno annunciato la ripresa degli attacchi ai mercantili nello Stretto di Bab el-Mandeb e nel Golfo di Aden, in supporto all’Iran aggredito. Grazie a USA e Israele verrà, quindi, di nuovo penalizzato il traffico marittimo da e per il Mediterraneo, cioè verranno penalizzati i nostri porti e le nostre merci, il nostro import-export e non saranno certo le poche navi con pochissimi missili dell’Operazione UE Aspides a poter proteggere le navi in transito tenuto conto che persino gli Stati Uniti dovettero accordarsi con gli Houthi dopo aver esaurito le scorte di missili da difesa aerea di alcune unità della US Navy.
Non ha alcun senso per le nazioni europee oggi ribadire che siamo alleati con USA e Israele perché tra alleati ci si confronta, si prendono decisioni congiunte o condivise, soprattutto si evita di compiere azioni unilaterali che danneggino i partner. Invece gli europei vengono trattati come “utili idioti” per sostenere campagne militari e iniziative che vanno contro i loro interessi e tacciono, proni al padrone.
È pur vero che “chi è causa del suo male pianga sé stesso” ma è necessario che le nazioni europee si sveglino prima che sia troppo tardi. Gli interessi di Stati Uniti e Israele e dei loro leader sono non da oggi improntati alla destabilizzazione di intere aree geopolitiche ed energetiche: obiettivo che è esattamente l’opposto di quello che dovremmo perseguire noi europei.
Per questo occorre al più presto smarcarsi da un’alleanza sempre più a senso unico, ingombrante e pericolosa per la nostra sicurezza. Come l’Impero Romano, anche quello statunitense nella sua fase decadente diventa imprevedibile, pericoloso e guidato da leader poco strutturati, inaffidabili, impreparati quando non palesemente squilibrati.
Ha senso mettere in mano la nostra difesa e sicurezza, le nostre basi militari a una potenza che si dimostra ogni giorno di più nostra nemica?
Perché non basta la propaganda, con le sue ridicole note di linguaggio o le farneticanti dichiarazioni di Trump circa la minaccia imminente dell’Iran per gli Stati Uniti, a giustificare questa nuova guerra che semina il caos alle porte di un’Europa che, dopo 80 anni, dovrebbe trovare il coraggio di “liberarsi dei liberatori” per evitare, con pragmatismo e mettendo al bando dogmi settari, di continuare a farsi trascinare in guerre non sue.
Filo-ayatollah?
Non è infatti necessario essere fan del defunto ayatollah Khamenei (che già era malato e aveva 87 anni ma era una figura di spicco non solo dell’Iran ma dell’intero Islam scita) per notare che se definiamo “regime” quello iraniano, dovremmo dire la stessa cosa delle monarchie assolute ed ereditarie che governano con ben poco spazio per diritti civili e politici i petro-regni arabi del Golfo, tutti nostri alleati di ferro a cui ci siamo spesso prostrati in Europa in cambio di investimenti miliardari.
Ridicolo bollare come “movimento terroristico” i Guardiani della Rivoluzione Islamica iraniani (pasdaran), come ha fatto il parlamento europeo col via libera anche dell’Italia, senza ricordare che i terroristi islamici sono sunniti (ISIS, al-Qaeda, ecc.) e non sciiti.
Anzi gli sciiti, arabi o persiani, sono il principale bersaglio dell’estremismo terroristico sunnita come si evince leggendo i proclami di Osama bin Laden, Abu Musayb al-Zarqawi e Abu Bakr al-Baghdadi. Ed è pure il caso di ricordare che a impedire all’ISIS di prendere Baghdad nell’agosto 2014 non furono le truppe americane né tanto meno italiane ma tre reggimenti di pasdaran iraniani, a prezzo di ingenti perdite.
Così come a liberare il nord Iraq e la Siria Orientale dallo Stato Islamico furono in buona parte le milizie popolari sciite filo iraniane guidate dai pasdaran.
Certo si tratta di ricordi scomodi, specie oggi che il mondo intero ha riconosciuto un terrorista come Abu Mohammadal-Jolani (o Ahmed al-Sharaa, su cui pendeva una taglia di Washington da 10 milioni di dollari) leader della Siria che nessuno ha eletto, ma ha preso il potere guidando una milizia islamista sunnita alleata della Turchia.
Già luogotenente di Zarqawi ai tempi degli attentati contro l’ONU a Baghdad e contro gli italiani a Nassiryah, poi membro dell’ISIS, fondatore di al-Nusra e leader della milizia jihadista Tahrir al Sham, a cui tutti oggi stringono la mano, inclusi quelli che accusano di terrorismo i pasdaran.
Del resto il pragmatismo della politica rende ipocrita qualunque appello a valori di libertà e democrazia. Rinunciamo all’energia dell’autocrate Putin e la comperiamo dal regime del presidente azero Ilham Alyev, in carica dal 2003 succeduto al padre Heydar.
Già più volte messo all’indice per la repressione del dissenso e l’assenza di diritti umani e civili, il regime azero è forse l’unica repubblica rimasta al mondo insieme alla Corea del Nord dove il potere viene tramandato da padre a figlio con tanto di culto della personalità.
Allo stesso modo oggi la propaganda israeliana e americana (con la solita grancassa di media compiacenti e asserviti) ci propone la contrapposizione delle immagini delle ragazze iraniane all’epoca del regime dello Shah Reza Pahlevi e le donne col capo coperto (peraltro non obbligatorio) dell’Iran degli ayatollah.
Una contrapposizione già utilizzata con i burqa afghani quando USA e alleati puntavano a esportare la democrazia a Kabul, poi lasciata di nuovo ai talebani senza aver mai tolto i burqa alle donne. Eppure basta leggere la Storia o avere un’età adeguata a ricordare i fatti, per valutare che il ripristino a Teheran della monarchia dei Pahlavi non è certo garanzia di libertà e democrazia.
Lo Shah regnò col pugno di ferro contro ogni dissidenza utilizzando la famigerata polizia politica SAVAK e si fece proclamare “Imperatore”; unico all’epoca ad attribuirsi una simile carica insieme al dittatore centrafricano Jean-Bedel Bokassa. Non a caso l’impero dello shah, alleato di USA e Israele, crollò in seguito a grandi rivolte popolari.
Prospettive vaghe
Ammesso quindi che il “regime” iraniano venga rovesciato quali prospettive apre l’attacco israelo-americano? Forse solo una: il caos. L’Iran è in grado di rinnovare la sua classe dirigente decapitata dai raid missilistici israeliani probabilmente rafforzando il peso del Guardiani della Rivoluzione, quindi non certo dei riformisti.
Teheran gode del supporto (anche militare) silenzioso ma concreto di Russia e Cina mentre gli Stati Uniti e Israele potrebbero essere in grado di sobillare rivolte e forse anche di scatenare una guerra civile in Iran ma le probabilità che sbarchino un milione di soldati per liberare Teheran dagli ayatollah e dai pasdaran appaiono addirittura inferiori a quelle che le nazioni europee inviino i propri eserciti a combattere in Donbass.
Trump, del resto, esorta gli iraniani a ribellarsi, proprio come George H. Bush esortò curdi e sciiti a rivoltarsi contro Saddam Hussein nel 1991 ma non mosse un dito per difenderli dalle feroci rappresaglie di Saddam stesso.
Washington quindi non sembra avere una strategia precisa per il “regime-change” a Teheran e se è così il disastro è assicurato: basti ricordare come l’Iraq cadde nel caos e nella guerra civile dopo la rimozione di Saddam Hussein e l’occupazione anglo-americana.
Tutto questo considerato, appare evidente che il programma nucleare e balistico iraniano costituiscano solo dei pretesti per gettare l’Iran, alleato di Russia e Cina, nel caos più totale assieme alla sua produzione energetica oggi esportata in Asia che Washington vorrebbe mettere fuori gioco o, in alternativa, porre sotto il proprio controllo.
Del resto l’Iran aveva firmato un accordo internazionale nel 2015 con l’Amministrazione Obama che successivamente Donald Trump invalidò seguendo i diktat di Benjamin Netanyahu, lasciando già all’epoca il dubbio su chi tenga davvero le redini nell’alleanza tra Israele e Stati Uniti.
Oggi la pretesa di un nuovo accordo sul nucleare cade nel ridicolo dopo che nella guerra dei 12 giorni scatenata nel giugno scorso da Israele, proprio Trump aveva annunciato di aver cancellato il programma atomico iraniano dopo i raid dei bombardieri B-2 sui siti nucleari iraniani.
In realtà un intervento utile solo a fermare temporaneamente la guerra e salvare la faccia a Israele che aveva finito i missili anti-missile mentre Teheran aveva ancora molti missili balistici da poter lanciare. Anche nell’attuale campagna saranno forse le munizioni a determinare il successo o meno dei contendenti come ha evidenziato anche Scott Ritter. Finiranno prima i vettori balistici iraniani o le armi antimissile israeliane e statunitensi?
Le forze armate israeliane (IDF) stimano che l’Iran possieda attualmente circa 2.500 missili balistici. Prima della guerra del giugno 2025, le stesse fonti avevano dichiarato che l’Iran puntava ad accelerare significativamente il ritmo di produzione dei missili balistici per portarli da 3mila a 8mila entro due anni. Durante il conflitto di giugno, l’Iran ha lanciato oltre 500 missili contro Israele, e l’IDF ritiene di aver distrutto centinaia di missili negli attacchi e di aver impedito la produzione di altri 1.500 missili colpendo le fabbriche.
Negli ultimi mesi i militari israeliani ritengono che Teheran abbia investito sul ripristino delle capacità di produzione missilistica, producendo diverse decine di missili al mese fino a giungere a 2.500 ordigni. Un numero elevato che richiederebbe almeno il triplo di missili da difesa aerea con capacità anti-balistiche.
L’Iran del resto colpisce le basi americane nelle monarchie arabe del Golfo non solo perché obiettivi militari legittimi ma forse con l’intenzione di sollevare le popolazioni arabe, che detestano la politica di USA e Israele, e potrebbero forzare gli emiri a cacciare le basi USA che appaiono sempre di più come il braccio (più ricco e armato) di Israele.
Anche il dibattito accesosi tra Cipro e Gran Bretagna per due missili balistici iraniani definiti “vaganti” e potenzialmente diretti verso le basi britanniche nell’isola che fa parte della UE (anzi ne ha ora la presidenza semestrale) dovrebbe indurre a qualche riflessione su come la guerra scatenata dagli israelo-statunitensi possa minacciare direttamente Europa e UE.
In questa guerra il governo iraniano potrebbe infatti non essere l’unico a giocarsi tutto: USA e Israele rischiano non solo di non raggiungere gli obiettivi prefissati ma anche di perdere credibilità politica e militare (specie se l’Iran sarà in grado di infliggere dolorose perdite ai suoi nemici) facendosi odiare da gran parte del Mondo.
In termini politici occorre infatti chiedersi in base a quale diritto la principale potenza nucleare del mondo (insieme alla Russia) e una potenza nucleare “di fatto” come Israele che non si è mai sottoposta alle ispezioni dell’agenzia dell’Onu per il nucleare (AIEA) possano arrogarsi il diritto di negare l’arricchimento dell’uranio e addirittura lo sviluppo di missili balistici e armi atomiche all’Iran.
Alla legge del più forte? Con tanti saluti al tanto sbandierato diritto internazionale, alla “pace giusta” e alla contrapposizione aggressore-aggredito tanto cara a politici e opinionisti di casa nostra.
Infine, dopo appena 36 ore di guerra è già evidente che la più importante lezione che emerge da questo conflitto è quella nordcoreana: se Teheran avesse le armi nucleari, come le ha Pyongyang, nessuno oserebbe più attaccarla.
Fonte
L’attacco all’Iran mentre erano in corso trattative e che mette nel mirino le figure chiave del governo iraniano, non contiene particolari novità rispetto a quanto già sapevamo dell’approccio di Stati Uniti e Israele nei confronti di Teheran,
Non deve stupire che Stati Uniti e Israele decidano arbitrariamente di usare la forza contro chiunque considerino loro nemico in tutto il Mondo e lo facciano mentendo circa il programma nucleare iraniano, che nessuno considerava prossimo allo sviluppo di armi atomiche.
In fondo l’hanno sempre fatto con incursioni mirate, attacchi “preventivi” e persino rapimenti di capi di stato come nel caso venezuelano; azioni che se venissero compiute da altri non esiteremmo a definire terroristiche.
Lo fanno destabilizzando intere aree del Mondo, di solito quelle ad alto valore energetico, senza avvisare preventivamente gli alleati né consultarsi con loro. Il vicepremier italiano Matteo Salvini ha rivelato ieri che il governo italiano è stato informato dell’avvio delle operazioni militari dopo che queste erano cominciate. Quando Roma lo aveva già saputo dalle breaking-news televisive e dalle agenzie di stampa.
La vicenda del ministro della Difesa Guido Crosetto, bloccato a quanto pare con la famiglia a Dubai, su cui molti hanno ironizzato, dimostra in realtà che il Pentagono non ha informato i colleghi della NATO dell’imminente attacco a ulteriore conferma che Stati Uniti e Israele applicano da sempre un principio di superiorità sul resto del mondo basato sulla loro “eccezionalità”. Di fatto “io sono io e voi non siete un c....” per dirla con il Marchese del Grillo.
Nulla di sorprendente se si considera l’arroganza che riserva agli europei l’Amministrazione Trump e soprattutto che i nostri “alleati” d’oltreoceano, ben prima di Donald Trump, si comportano da molti anni da nostri acerrimi nemici.
Hanno scatenato le primavere arabe che hanno infiammato Nord Africa e Medio Oriente, hanno scatenato guerre in Libia, Iraq e Siria che hanno minato la sicurezza energetica e il “cortile di casa” dell’Europa; hanno attuato il cambio di governo a Kiev nel 2014 investendo nell’operazione Maidan 5 miliardi di dollari (come disse il sottosegretario Victoria Nuland al Congresso) aprendo il confronto militare con la Russia in seguito al quale hanno fatto esplodere il gasdotto Nord Stream... dopo che Biden e Nuland avevano dichiarato di volerlo distruggere.
Di fronte a tutto questo sarebbe puerile stupirsi perché gli statunitensi non mostrano riguardo né rispetto nei confronti degli alleati europei. Del resto non occorre essere particolarmente maliziosi per rendersi conto che l’attacco all’Iran, al di là dei suoi esiti, provocherà un rialzo del prezzo del greggio anche a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz, decretato ieri dai Guardiani della Rivoluzione Islamica iraniani.
E non occorre essere fini analisti per intuire che il blocco del Golfo favorirà l’energia esportata dagli USA, e prezzi più alti renderanno più convenienti le estrazioni di petrolio negli Stati Uniti, dove la costosa tecnica del fracking non è sostenibile se le quotazioni non raggiungono almeno i 62/65 dollari al barile.
E neppure per comprendere che l’Europa, già oggi l’area industrializzata del Mondo che paga l’energia al prezzo più alto dopo la rinuncia a gas e petrolio russo (in quantità infinita e prezzi convenienti), subirà dall’attacco all’Iran ulteriori danni in termini economici e di sicurezza.
La cosa di cui dovremmo tutti stupirci è che i governi delle nazioni europee (lasciamo perdere l’Unione Europea, ormai ridotta a una nomenklatura di lobbisti che rispondono in buona parte a interessi statunitensi) continuino a restare prone alla prepotenza auto referenziale di Stati Uniti e Israele.
Per noi italiani, che consideriamo da tempo area strategica di primario interesse nazionale il cosiddetto “Mediterraneo Allargato” (esteso a est fino a Mar Rosso, Oceano Indiano e Golfo Persico) le operazioni militari in corso dovrebbero risultare inaccettabili proprio perché assicurano solo la destabilizzazione di questa regione.
Anche le milizie Houthi dello Yemen hanno annunciato la ripresa degli attacchi ai mercantili nello Stretto di Bab el-Mandeb e nel Golfo di Aden, in supporto all’Iran aggredito. Grazie a USA e Israele verrà, quindi, di nuovo penalizzato il traffico marittimo da e per il Mediterraneo, cioè verranno penalizzati i nostri porti e le nostre merci, il nostro import-export e non saranno certo le poche navi con pochissimi missili dell’Operazione UE Aspides a poter proteggere le navi in transito tenuto conto che persino gli Stati Uniti dovettero accordarsi con gli Houthi dopo aver esaurito le scorte di missili da difesa aerea di alcune unità della US Navy.
Non ha alcun senso per le nazioni europee oggi ribadire che siamo alleati con USA e Israele perché tra alleati ci si confronta, si prendono decisioni congiunte o condivise, soprattutto si evita di compiere azioni unilaterali che danneggino i partner. Invece gli europei vengono trattati come “utili idioti” per sostenere campagne militari e iniziative che vanno contro i loro interessi e tacciono, proni al padrone.
È pur vero che “chi è causa del suo male pianga sé stesso” ma è necessario che le nazioni europee si sveglino prima che sia troppo tardi. Gli interessi di Stati Uniti e Israele e dei loro leader sono non da oggi improntati alla destabilizzazione di intere aree geopolitiche ed energetiche: obiettivo che è esattamente l’opposto di quello che dovremmo perseguire noi europei.
Per questo occorre al più presto smarcarsi da un’alleanza sempre più a senso unico, ingombrante e pericolosa per la nostra sicurezza. Come l’Impero Romano, anche quello statunitense nella sua fase decadente diventa imprevedibile, pericoloso e guidato da leader poco strutturati, inaffidabili, impreparati quando non palesemente squilibrati.
Ha senso mettere in mano la nostra difesa e sicurezza, le nostre basi militari a una potenza che si dimostra ogni giorno di più nostra nemica?
Perché non basta la propaganda, con le sue ridicole note di linguaggio o le farneticanti dichiarazioni di Trump circa la minaccia imminente dell’Iran per gli Stati Uniti, a giustificare questa nuova guerra che semina il caos alle porte di un’Europa che, dopo 80 anni, dovrebbe trovare il coraggio di “liberarsi dei liberatori” per evitare, con pragmatismo e mettendo al bando dogmi settari, di continuare a farsi trascinare in guerre non sue.
Filo-ayatollah?
Non è infatti necessario essere fan del defunto ayatollah Khamenei (che già era malato e aveva 87 anni ma era una figura di spicco non solo dell’Iran ma dell’intero Islam scita) per notare che se definiamo “regime” quello iraniano, dovremmo dire la stessa cosa delle monarchie assolute ed ereditarie che governano con ben poco spazio per diritti civili e politici i petro-regni arabi del Golfo, tutti nostri alleati di ferro a cui ci siamo spesso prostrati in Europa in cambio di investimenti miliardari.
Ridicolo bollare come “movimento terroristico” i Guardiani della Rivoluzione Islamica iraniani (pasdaran), come ha fatto il parlamento europeo col via libera anche dell’Italia, senza ricordare che i terroristi islamici sono sunniti (ISIS, al-Qaeda, ecc.) e non sciiti.
Anzi gli sciiti, arabi o persiani, sono il principale bersaglio dell’estremismo terroristico sunnita come si evince leggendo i proclami di Osama bin Laden, Abu Musayb al-Zarqawi e Abu Bakr al-Baghdadi. Ed è pure il caso di ricordare che a impedire all’ISIS di prendere Baghdad nell’agosto 2014 non furono le truppe americane né tanto meno italiane ma tre reggimenti di pasdaran iraniani, a prezzo di ingenti perdite.
Così come a liberare il nord Iraq e la Siria Orientale dallo Stato Islamico furono in buona parte le milizie popolari sciite filo iraniane guidate dai pasdaran.
Certo si tratta di ricordi scomodi, specie oggi che il mondo intero ha riconosciuto un terrorista come Abu Mohammadal-Jolani (o Ahmed al-Sharaa, su cui pendeva una taglia di Washington da 10 milioni di dollari) leader della Siria che nessuno ha eletto, ma ha preso il potere guidando una milizia islamista sunnita alleata della Turchia.
Già luogotenente di Zarqawi ai tempi degli attentati contro l’ONU a Baghdad e contro gli italiani a Nassiryah, poi membro dell’ISIS, fondatore di al-Nusra e leader della milizia jihadista Tahrir al Sham, a cui tutti oggi stringono la mano, inclusi quelli che accusano di terrorismo i pasdaran.
Del resto il pragmatismo della politica rende ipocrita qualunque appello a valori di libertà e democrazia. Rinunciamo all’energia dell’autocrate Putin e la comperiamo dal regime del presidente azero Ilham Alyev, in carica dal 2003 succeduto al padre Heydar.
Già più volte messo all’indice per la repressione del dissenso e l’assenza di diritti umani e civili, il regime azero è forse l’unica repubblica rimasta al mondo insieme alla Corea del Nord dove il potere viene tramandato da padre a figlio con tanto di culto della personalità.
Allo stesso modo oggi la propaganda israeliana e americana (con la solita grancassa di media compiacenti e asserviti) ci propone la contrapposizione delle immagini delle ragazze iraniane all’epoca del regime dello Shah Reza Pahlevi e le donne col capo coperto (peraltro non obbligatorio) dell’Iran degli ayatollah.
Una contrapposizione già utilizzata con i burqa afghani quando USA e alleati puntavano a esportare la democrazia a Kabul, poi lasciata di nuovo ai talebani senza aver mai tolto i burqa alle donne. Eppure basta leggere la Storia o avere un’età adeguata a ricordare i fatti, per valutare che il ripristino a Teheran della monarchia dei Pahlavi non è certo garanzia di libertà e democrazia.
Lo Shah regnò col pugno di ferro contro ogni dissidenza utilizzando la famigerata polizia politica SAVAK e si fece proclamare “Imperatore”; unico all’epoca ad attribuirsi una simile carica insieme al dittatore centrafricano Jean-Bedel Bokassa. Non a caso l’impero dello shah, alleato di USA e Israele, crollò in seguito a grandi rivolte popolari.
Prospettive vaghe
Ammesso quindi che il “regime” iraniano venga rovesciato quali prospettive apre l’attacco israelo-americano? Forse solo una: il caos. L’Iran è in grado di rinnovare la sua classe dirigente decapitata dai raid missilistici israeliani probabilmente rafforzando il peso del Guardiani della Rivoluzione, quindi non certo dei riformisti.
Teheran gode del supporto (anche militare) silenzioso ma concreto di Russia e Cina mentre gli Stati Uniti e Israele potrebbero essere in grado di sobillare rivolte e forse anche di scatenare una guerra civile in Iran ma le probabilità che sbarchino un milione di soldati per liberare Teheran dagli ayatollah e dai pasdaran appaiono addirittura inferiori a quelle che le nazioni europee inviino i propri eserciti a combattere in Donbass.
Trump, del resto, esorta gli iraniani a ribellarsi, proprio come George H. Bush esortò curdi e sciiti a rivoltarsi contro Saddam Hussein nel 1991 ma non mosse un dito per difenderli dalle feroci rappresaglie di Saddam stesso.
Washington quindi non sembra avere una strategia precisa per il “regime-change” a Teheran e se è così il disastro è assicurato: basti ricordare come l’Iraq cadde nel caos e nella guerra civile dopo la rimozione di Saddam Hussein e l’occupazione anglo-americana.
Tutto questo considerato, appare evidente che il programma nucleare e balistico iraniano costituiscano solo dei pretesti per gettare l’Iran, alleato di Russia e Cina, nel caos più totale assieme alla sua produzione energetica oggi esportata in Asia che Washington vorrebbe mettere fuori gioco o, in alternativa, porre sotto il proprio controllo.
Del resto l’Iran aveva firmato un accordo internazionale nel 2015 con l’Amministrazione Obama che successivamente Donald Trump invalidò seguendo i diktat di Benjamin Netanyahu, lasciando già all’epoca il dubbio su chi tenga davvero le redini nell’alleanza tra Israele e Stati Uniti.
Oggi la pretesa di un nuovo accordo sul nucleare cade nel ridicolo dopo che nella guerra dei 12 giorni scatenata nel giugno scorso da Israele, proprio Trump aveva annunciato di aver cancellato il programma atomico iraniano dopo i raid dei bombardieri B-2 sui siti nucleari iraniani.
In realtà un intervento utile solo a fermare temporaneamente la guerra e salvare la faccia a Israele che aveva finito i missili anti-missile mentre Teheran aveva ancora molti missili balistici da poter lanciare. Anche nell’attuale campagna saranno forse le munizioni a determinare il successo o meno dei contendenti come ha evidenziato anche Scott Ritter. Finiranno prima i vettori balistici iraniani o le armi antimissile israeliane e statunitensi?
Le forze armate israeliane (IDF) stimano che l’Iran possieda attualmente circa 2.500 missili balistici. Prima della guerra del giugno 2025, le stesse fonti avevano dichiarato che l’Iran puntava ad accelerare significativamente il ritmo di produzione dei missili balistici per portarli da 3mila a 8mila entro due anni. Durante il conflitto di giugno, l’Iran ha lanciato oltre 500 missili contro Israele, e l’IDF ritiene di aver distrutto centinaia di missili negli attacchi e di aver impedito la produzione di altri 1.500 missili colpendo le fabbriche.
Negli ultimi mesi i militari israeliani ritengono che Teheran abbia investito sul ripristino delle capacità di produzione missilistica, producendo diverse decine di missili al mese fino a giungere a 2.500 ordigni. Un numero elevato che richiederebbe almeno il triplo di missili da difesa aerea con capacità anti-balistiche.
L’Iran del resto colpisce le basi americane nelle monarchie arabe del Golfo non solo perché obiettivi militari legittimi ma forse con l’intenzione di sollevare le popolazioni arabe, che detestano la politica di USA e Israele, e potrebbero forzare gli emiri a cacciare le basi USA che appaiono sempre di più come il braccio (più ricco e armato) di Israele.
Anche il dibattito accesosi tra Cipro e Gran Bretagna per due missili balistici iraniani definiti “vaganti” e potenzialmente diretti verso le basi britanniche nell’isola che fa parte della UE (anzi ne ha ora la presidenza semestrale) dovrebbe indurre a qualche riflessione su come la guerra scatenata dagli israelo-statunitensi possa minacciare direttamente Europa e UE.
In questa guerra il governo iraniano potrebbe infatti non essere l’unico a giocarsi tutto: USA e Israele rischiano non solo di non raggiungere gli obiettivi prefissati ma anche di perdere credibilità politica e militare (specie se l’Iran sarà in grado di infliggere dolorose perdite ai suoi nemici) facendosi odiare da gran parte del Mondo.
In termini politici occorre infatti chiedersi in base a quale diritto la principale potenza nucleare del mondo (insieme alla Russia) e una potenza nucleare “di fatto” come Israele che non si è mai sottoposta alle ispezioni dell’agenzia dell’Onu per il nucleare (AIEA) possano arrogarsi il diritto di negare l’arricchimento dell’uranio e addirittura lo sviluppo di missili balistici e armi atomiche all’Iran.
Alla legge del più forte? Con tanti saluti al tanto sbandierato diritto internazionale, alla “pace giusta” e alla contrapposizione aggressore-aggredito tanto cara a politici e opinionisti di casa nostra.
Infine, dopo appena 36 ore di guerra è già evidente che la più importante lezione che emerge da questo conflitto è quella nordcoreana: se Teheran avesse le armi nucleari, come le ha Pyongyang, nessuno oserebbe più attaccarla.
Fonte
02/03/2026
Italia - Sulla guerra all’Iran dilettanti allo sbaraglio
Tra la faccia inebetita del ministro degli Esteri Tajani e l’incidente del ministro della Difesa Crosetto bloccato a Dubai, nelle ore in cui tutto il Mondo tremava per l’avvio dell’aggressione militare statunitense ed israeliana all’Iran, gli esponenti del governo italiano sono sembrati cadere tutti dal pero.
La prima dichiarazione di Palazzo Chigi sui bombardamenti in Iran era prudentissima, praticamente insipiente.
Poi è arrivato subito il “giallo” del ministro Crosetto, che per legittime e comprensibili ragioni familiari, è venuto a trovarsi sul teatro di guerra invece che nella cabina di comando dell’apparato di difesa italiano senza che, pare, gli alleati Usa e Israele avessero avuto la cortesia di informare l’Italia che stavano per attaccare l’Iran.
Infine c’è il ministro Tajani che sembra essere sempre fuori posto e risponde con banalità a domande dettate dall’emergenza.
Sulla guerra in corso che sta infiammando tutto il Medio Oriente (Israele oltre l’Iran sta bombardando anche in Libano, mentre i missili iraniani colpiscono tutti i paesi strategici del Golfo Persico, ndr) da Palazzo Chigi fanno sapere che “è ancora una fase di osservazione”, e questo al termine di una giornata in cui Giorgia Meloni ha avuto una serie di confronti con leader mediorientali e europei, prima di “aggiornare compiutamente” il presidente della Repubblica Sergio Mattarella “sugli sviluppi della situazione e sui contatti intercorsi”.
In sostanza non sanno che pesci prendere se non quello di allinearsi alle scelte guerrafondaie di Washington, Tel Aviv e Bruxelles, l’obbedienza servile dunque.
Per oggi lunedì 2 marzo alle 15 è stata convocata la commissione Affari Esteri e Difesa del Parlamento per una informativa urgente del ministro degli Esteri. L’audizione si svolgerà davanti alle commissioni congiunte Esteri-Difesa del Senato ed Esteri della Camera. In audizione con Tajani ci sarà anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rientrato in Italia, per una informativa urgente sulla situazione in Iran e nel Golfo Persico.
L’Italia si trova ancora una volta schiacciata tra una fedeltà servile a Trump (che però non viene corrisposta) e una obbedienza dovuta all’Unione Europea. Quest’ultima si è allineata all’aggressione militare israelo-statunitense contro l’Iran. La riunione dei ministri degli esteri della Ue ha infatti denunciato “la responsabilità dell’Iran”, ha espresso “solidarietà totale ai Paesi del Golfo aggrediti dall’Iran. Sono stati espressi preoccupazione e coinvolgimento comune per tutelare i cittadini europei che vivono o sono di passaggio nell’area” con un “coordinamento per il loro rientro in Europa”, ma in questo caso – diversamente dall’Ucraina – nessuna solidarietà con il paese aggredito cioè l’Iran.
Indipendentemente dalla Ue ci sono poi Francia, Germania, Gran Bretagna che hanno preso posizione con una dichiarazione congiunta dicendosi “sconvolti dagli attacchi missilistici indiscriminati e sproporzionati lanciati dall’Iran contro i Paesi della regione” in rappresaglia per quelli condotti da Stati Uniti e Israele in Iran.
“Adotteremo misure per difendere i nostri interessi e quelli dei nostri alleati nella regione, potenzialmente consentendo azioni difensive necessarie e proporzionate per distruggere la capacità dell’Iran di lanciare missili e droni alla fonte”, scrivono i tre governi europei che non condannano affatto l’aggressione contro l’Iran ma solo la reazione del paese aggredito. Anche in questo caso assistiamo ad un rovesciamento politico e logico di tutte le filippiche di questi quattro anni sull’Ucraina, che conferma quell’odioso doppio standard che avevamo già visto verso Israele nel corso del genocidio dei palestinesi a Gaza.
Forte di questo mandato europeo a continuare i bombardamenti sull’Iran, il ministro degli Esteri Tajani ha dichiarato che “L’Europa farà ascoltare la sua voce, anche dopo che sarà chiusa la fase incandescente, per avviare un dialogo diplomatico a favore della transizione in Iran”, aggiungendo che “È stata confermata la decisione di continuare con le missioni Aspides e Atalanta”.
È bene ricordare che la prima è una missione navale militare operativa dal febbraio 2024, che ha il compito di tutelare “la libertà di navigazione nelle Aree del Mar Rosso, Golfo Persico e Mar Arabico Settentrionale” che ha dovuto già fare i conti con l’interdizione delle navigazione nel Mar Rosso messa in campo dai miliziani Houthi dello Yemen. La seconda è una missione militare navale europea operativa dal 2008 nel Golfo di Aden e davanti alla Somalia in funzione antipirateria.
Curiosamente né Tajani né Crosetto daranno spiegazioni sul fatto che si è scoperto che in Kuwait ci sono ben 300 militari italiani e che la loro base di Ali Al Salem era stata colpita da un drone iraniano. Altri 700 militari italiani sono poi presenti in Iraq, a Erbil, nella zona separata curda, anch’essa colpita dai missili iraniani in quanto alleata di Usa e Israele.
In questi anni nessuno, neanche dall’opposizione, ha mai chiesto il perché di questa presenza militare italiana in Medio Oriente. Del resto con la segretaria del PD Ely Schlein che annuncia che non chiederà le dimissioni del governo qualora questo perda il referendum del 22 e 23 marzo, cosa ci si può aspettare da questa opposizione? Ci manca solo che ripeta puntualmente e ossessivamente “La premier venga in aula a spiegare perché ha perso il referendum”.
Dentro una crisi storica come quella che stiamo attraversando, al governo abbiamo solo dei dilettanti allo sbaraglio, servili verso Usa e Israele, obbedienti alla Ue e omertosi sulle scelte internazionali che coinvolgono il proprio paese dentro teatri di guerra. Mandiamoli a casa!
Fonte
La prima dichiarazione di Palazzo Chigi sui bombardamenti in Iran era prudentissima, praticamente insipiente.
Poi è arrivato subito il “giallo” del ministro Crosetto, che per legittime e comprensibili ragioni familiari, è venuto a trovarsi sul teatro di guerra invece che nella cabina di comando dell’apparato di difesa italiano senza che, pare, gli alleati Usa e Israele avessero avuto la cortesia di informare l’Italia che stavano per attaccare l’Iran.
Infine c’è il ministro Tajani che sembra essere sempre fuori posto e risponde con banalità a domande dettate dall’emergenza.
Sulla guerra in corso che sta infiammando tutto il Medio Oriente (Israele oltre l’Iran sta bombardando anche in Libano, mentre i missili iraniani colpiscono tutti i paesi strategici del Golfo Persico, ndr) da Palazzo Chigi fanno sapere che “è ancora una fase di osservazione”, e questo al termine di una giornata in cui Giorgia Meloni ha avuto una serie di confronti con leader mediorientali e europei, prima di “aggiornare compiutamente” il presidente della Repubblica Sergio Mattarella “sugli sviluppi della situazione e sui contatti intercorsi”.
In sostanza non sanno che pesci prendere se non quello di allinearsi alle scelte guerrafondaie di Washington, Tel Aviv e Bruxelles, l’obbedienza servile dunque.
Per oggi lunedì 2 marzo alle 15 è stata convocata la commissione Affari Esteri e Difesa del Parlamento per una informativa urgente del ministro degli Esteri. L’audizione si svolgerà davanti alle commissioni congiunte Esteri-Difesa del Senato ed Esteri della Camera. In audizione con Tajani ci sarà anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rientrato in Italia, per una informativa urgente sulla situazione in Iran e nel Golfo Persico.
L’Italia si trova ancora una volta schiacciata tra una fedeltà servile a Trump (che però non viene corrisposta) e una obbedienza dovuta all’Unione Europea. Quest’ultima si è allineata all’aggressione militare israelo-statunitense contro l’Iran. La riunione dei ministri degli esteri della Ue ha infatti denunciato “la responsabilità dell’Iran”, ha espresso “solidarietà totale ai Paesi del Golfo aggrediti dall’Iran. Sono stati espressi preoccupazione e coinvolgimento comune per tutelare i cittadini europei che vivono o sono di passaggio nell’area” con un “coordinamento per il loro rientro in Europa”, ma in questo caso – diversamente dall’Ucraina – nessuna solidarietà con il paese aggredito cioè l’Iran.
Indipendentemente dalla Ue ci sono poi Francia, Germania, Gran Bretagna che hanno preso posizione con una dichiarazione congiunta dicendosi “sconvolti dagli attacchi missilistici indiscriminati e sproporzionati lanciati dall’Iran contro i Paesi della regione” in rappresaglia per quelli condotti da Stati Uniti e Israele in Iran.
“Adotteremo misure per difendere i nostri interessi e quelli dei nostri alleati nella regione, potenzialmente consentendo azioni difensive necessarie e proporzionate per distruggere la capacità dell’Iran di lanciare missili e droni alla fonte”, scrivono i tre governi europei che non condannano affatto l’aggressione contro l’Iran ma solo la reazione del paese aggredito. Anche in questo caso assistiamo ad un rovesciamento politico e logico di tutte le filippiche di questi quattro anni sull’Ucraina, che conferma quell’odioso doppio standard che avevamo già visto verso Israele nel corso del genocidio dei palestinesi a Gaza.
Forte di questo mandato europeo a continuare i bombardamenti sull’Iran, il ministro degli Esteri Tajani ha dichiarato che “L’Europa farà ascoltare la sua voce, anche dopo che sarà chiusa la fase incandescente, per avviare un dialogo diplomatico a favore della transizione in Iran”, aggiungendo che “È stata confermata la decisione di continuare con le missioni Aspides e Atalanta”.
È bene ricordare che la prima è una missione navale militare operativa dal febbraio 2024, che ha il compito di tutelare “la libertà di navigazione nelle Aree del Mar Rosso, Golfo Persico e Mar Arabico Settentrionale” che ha dovuto già fare i conti con l’interdizione delle navigazione nel Mar Rosso messa in campo dai miliziani Houthi dello Yemen. La seconda è una missione militare navale europea operativa dal 2008 nel Golfo di Aden e davanti alla Somalia in funzione antipirateria.
Curiosamente né Tajani né Crosetto daranno spiegazioni sul fatto che si è scoperto che in Kuwait ci sono ben 300 militari italiani e che la loro base di Ali Al Salem era stata colpita da un drone iraniano. Altri 700 militari italiani sono poi presenti in Iraq, a Erbil, nella zona separata curda, anch’essa colpita dai missili iraniani in quanto alleata di Usa e Israele.
In questi anni nessuno, neanche dall’opposizione, ha mai chiesto il perché di questa presenza militare italiana in Medio Oriente. Del resto con la segretaria del PD Ely Schlein che annuncia che non chiederà le dimissioni del governo qualora questo perda il referendum del 22 e 23 marzo, cosa ci si può aspettare da questa opposizione? Ci manca solo che ripeta puntualmente e ossessivamente “La premier venga in aula a spiegare perché ha perso il referendum”.
Dentro una crisi storica come quella che stiamo attraversando, al governo abbiamo solo dei dilettanti allo sbaraglio, servili verso Usa e Israele, obbedienti alla Ue e omertosi sulle scelte internazionali che coinvolgono il proprio paese dentro teatri di guerra. Mandiamoli a casa!
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