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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/09/2026

Autistici/Inventati presenta ricorso verso Banca Etica: “non chiudeteci il conto”

Il collettivo informatico Autistici/Inventati, nei giorni scorsi, ha dichiarato chiusa la propria esperienza dopo 25 anni di servizi digitali liberi, a causa dell’editto Trump /Rubio del 26 agosto 2026, con cui gli Usa hanno bollato la stessa A/I come un’organizzazione “terroristica”, all’interno della caccia alle streghe della Casa Bianca contro il (presunto) “movimento Antifa”.

Ora A/I ha depositato un ricorso al Tribunale di Pisa contro la decisione di Banca Etica di “chiudere il conto di A/I Odv e congelarne i fondi, impedendo di trasferirli altrove”.
Una mossa arrivata prima del termine fissato in maniera unilaterale dagli Usa, il 25 settembre, stando a quanto deciso prima dal Dipartimento di Stato e poi dall’Ofac (Office of foreign assets control), il braccio finanziario del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, per conto del quale applica sanzioni economiche e commerciali in giro per il mondo.

Con il ricorso, A/I chiede in primo luogo al Tribunale toscano “il ripristino della piena operatività” del conto corrente al momento ancora congelato o, “in subordine, il trasferimento del saldo su un conto di nostra indicazione”.

Nel frattempo alcuni socie e soci di Banca Etica hanno avviato una petizione alla banca denunciando il diktat statunitense: “Le recenti pressioni e gli attacchi dell’amministrazione Trump contro A/I starebbero portando al blocco del conto corrente dell’associazione, conto corrente che è presso una delle “nostre” filiali, scelta proprio per quella carta di valori che ci ha sempre contraddistinto” – recita un passaggio della petizione – “Come socie e soci o correntisti di Banca Etica non possiamo rimanere in silenzio. La finanza etica esiste anche per dare forza e copertura a chi difende i diritti sul campo. A chi garantisce la libertà a tutte e tutti. Per questo motivo chiediamo a tutti i soci e le socie — privati e organizzazioni — di condividere questa lettera aperta indirizzata ai vertici della Banca e a rimanere collegati alle prossime iniziative: NESSUN TOCCHI IL CONTO CORRENTE DI A/I.”

Dal canto suo Banca Etica ha risposto alla richiesta di non ottemperare ai diktat del Dipartimento di Stato USA con una nota diffusa nei giorni scorsi.

Fonte

12/09/2026

“Perché Autistici/Inventati ha fatto causa a Banca Etica dopo la chiusura del conto”

“Chiudendo il conto corrente ad Autistici/Inventati prima del termine ‘concesso’ dalla stessa amministrazione americana, Banca Etica ha compiuto una scelta brutale, ingiustificata e illegittima. Che contestiamo”.

Fausto Gianelli è l’avvocato di Autistici/Inventati (AI), l’organizzazione di volontariato colpita dalle sanzioni disposte dall’amministrazione Trump a fine agosto 2026 perché ritenuta, senza alcun contraddittorio, figurarsi un processo, “terrorista”. Conosce bene le orwelliane “liste nere” dell’Ufficio per il controllo dei beni stranieri in seno al dipartimento del Tesoro americano (Ofac), avendo difeso Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967, messa nel mirino nel luglio 2025 dai piccoli dittatori di stanza a Washington. E conosce bene gli effetti che queste sanzioni determinano come fossero un cappio sull’autonomia finanziaria dei bersagli.

L’8 settembre, per conto di A/I, Gianelli insieme ad altri tre colleghi ha depositato dinanzi al Tribunale di Pisa (la provincia dove ha sede) un ricorso d’urgenza contro Banca Etica “per ottenere il ripristino immediato dell’operatività del nostro conto corrente”.

L’istituto, lamentando il rischio di sanzioni secondarie, multe salatissime e conseguenze esiziali per i suoi 130mila correntisti (persone fisiche e organizzazioni, Altreconomia inclusa, ndr), ha infatti deciso una “limitazione temporanea dell’operatività” del conto, sospendendone ogni tipo di possibile operazione già dal primo settembre. “Chiediamo al Tribunale il ripristino della operatività del rapporto; in subordine, il trasferimento del saldo su un conto di nostra indicazione”, ha fatto sapere A/I.

La procedura cautelare d’urgenza scelta da Autistici/Inventati si basa su due presupposti: un diritto evidente minacciato da un danno altrettanto palese e irreparabile. “Il danno irreparabile – spiega l’avvocato – è la sospensione del conto corrente, avendo Banca Etica congelato le uscite e le entrate prima ancora del termine concesso dalla licenza generale Ofac n. 36 per la definizione dei rapporti in corso. In questo modo A/I non può disporre di migliaia di euro di donazioni a sostegno del progetto e la cosa impedisce di pagare fornitori, debiti e imposte. Da qui l’obbligo di cessare ogni attività: A/I, per via di questa decisione, ha dovuto chiudere”.

Banca Etica – come già visto nel “caso Albanese”, quando la Relatrice ha provato, senza successo, ad aprire lì un conto corrente – ha dichiarato pubblicamente di voler evitare un rischio catastrofico, preferendo procedere all’immediata sospensione del conto per prevenire ricadute negative.

“Contestiamo questa impostazione: non c’era alcun obbligo legale. Già come avvocato di Albanese ho approfondito la questione Ofac e posso affermare che i rischi paventati da Banca Etica non sono realistici. Da quando esiste l’Ufficio che adesso sanziona A/I non si è registrato un solo caso di una banca iscritta nella ‘lista nera’, con danno per i propri clienti, destinataria di sanzioni secondarie. È successo una solo volta, nei confronti di un istituto di credito libanese dichiarato ‘sportello finanziario’ di Hezbollah. Vogliamo paragonare?”.

Vengono però portati i casi delle multe a Unicredit e Bnp Paribas. L’avvocato di A/I rigetta il parallelo: “Quelle banche sono state raggiunte da sanzioni pecuniarie cui hanno fatto seguito transazioni. Non sono state incenerite a ciel sereno come paventano i vertici di Banca Etica. L’importo delle sanzioni era inoltre proporzionato in quei casi a migliaia di operazioni, per centinaia di milioni di euro, compiute in violazione delle normative sanzionatorie statunitensi”.

La causa intentata a Pisa dà conto di un dialogo che si è interrotto nel peggiore dei modi. “Abbiamo parlato con Banca Etica, ci siamo incontrati in videoconferenza con i vertici e anche con la presidenza. Non abbiamo mai preso alla leggera il loro timore di sanzioni, pur chiarendo ciò che ho detto prima sui precedenti, e per questo abbiamo chiesto semplicemente di poter continuare a espletare le operazioni necessarie per la liquidazione del conto, fino alla famigerata mezzanotte del 25 settembre indicata dal Dipartimento del Tesoro”.

Che cosa è successo dopo? “La banca ha sospeso non solo bonifici in entrata, e ci può stare nel loro ragionamento, ma poi anche quelli in uscita, non consentendo più alcuna operazione ordinariamente necessaria alla liquidazione”.

L’avvocato di A/I è esplicito: “Altre banche si sono comportate diversamente”. In che senso? “Un altro mio assistito, anch’esso sanzionato e iscritto nelle liste Ofac, ha comunque potuto beneficiare per scelta della propria banca americana – e lo sottolineo, non europea ma addirittura statunitense, quindi ben più soggetta al pugno duro del Tesoro Usa – della finestra temporale per effettuare pagamenti e liquidare la posizione, nell’ambito del cosiddetto ‘wind down period'”. Circostanza che Banca Etica non avrebbe invece voluto replicare.

“Siamo andati allo scontro perché non c’era alcuna intenzione di un vero dialogo – dice Gianelli –. Sono stati più realisti del re, impedendoci una transizione ‘tranquilla’, se posso usare un termine assurdo data la situazione in cui ci troviamo”.

Il 25 settembre ormai incombe. “L’udienza a Pisa sarà rapida ma quasi sicuramente posteriore a quella data, con il rischio di arrivare di fronte a una situazione già definitivamente compromessa”.

A/I può vincere o perdere. “Se il nostro ricorso cautelare fosse respinto avremmo diritto al percorso ordinario, intentando una causa nel merito – continua Gianelli –. Potremmo fare causa a Banca Etica e chiedere i danni cagionati da questa chiusura che riteniamo improvvida ma dobbiamo valutare. A/I non ha al momento più a disposizione il suo patrimonio (66mila euro in cassa stando al bilancio 2025 pubblicato sul Registro unico degli enti del Terzo settore, ndr). Ma l’organizzazione non intende lanciare un crowdfunding dato il contesto”.

A/I ha deciso ad ogni modo di cessare e dunque si estinguerà. “Come dicevo quello della sconfitta al cautelare è uno scenario preoccupante. Si dovrebbe infatti capire come promuovere la causa di merito nel venir meno dell’associazione”.

E se andasse “bene” per A/I? “Almeno avremmo di nuovo i soldi e si potrebbe procedere a una liquidazione corretta, anche nel far fronte agli obblighi con fornitori ed erario”.

Dopo la notizia del ricorso cautelare a Pisa, Banca Etica (che non ha avuto modo di organizzare un’intervista con Altreconomia) ha diramato una “nota reattiva” (che si aggiunge a questa nota di inizio settembre): “Comprendiamo la scelta di A/I di rivolgersi a un tribunale per chiedere di ripristinare l’accesso al proprio conto corrente, sul quale Banca Etica è stata costretta a disporre una temporanea limitazione di operatività a seguito dell’inserimento dell’organizzazione nelle liste Ofac dei soggetti sanzionati dal Governo Usa. Auspichiamo che la magistratura possa contribuire a fare chiarezza su quali sono le soluzioni pratiche che una banca deve adottare, stretta tra il sacrosanto rispetto del diritto italiano/europeo e le minacce di sanzioni unilaterali da parte degli Usa, di fronte alle quali le banche europee oggi sono lasciate sole. Ribadiamo la nostra disponibilità a supportare A/I nella ricerca di soluzioni praticabili che non mettano a rischio Banca Etica. E continuiamo a invocare azioni concrete da parte delle istituzioni europee di fronte a un uso sempre più spregiudicato delle sanzioni unilaterali da parte dell’amministrazione Usa”.

Mentre il “nostro mondo” si spacca, per l’ennesima volta, in maniera avvelenata, la politica nella migliore delle ipotesi tace. Con il paradosso che due esponenti di Fratelli d’Italia, Carlo Fidanza e Augusta Montaruli, hanno depositato un esposto alla Procura di Pisa chiedendo di indagare sui singoli membri di Autistici/Inventati alla luce delle farneticanti accuse pubblicate, senza contraddittorio, dall’amministrazione Trump.

“Invece di difendere un’associazione italiana ingiustamente infangata, colpita e costretta a chiudere, certa politica italiana tenta di assecondare in maniera servile e ignobile i diktat statunitensi”. Il danno è fatto.

Fonte 

04/09/2026

La sentenza della Corte europea che sfida il cappio delle sanzioni Usa

Essere sottoposti a sanzioni dagli Stati Uniti e finire iscritti nelle famigerate “liste nere” dell’Ufficio per il controllo dei beni stranieri in seno al dipartimento del Tesoro americano (Ofac) non autorizza in alcun modo le banche europee a negare automaticamente a un potenziale correntista l’apertura di un conto senza aver prima svolto un’accurata valutazione individualizzata del presunto rischio di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea (quarta sezione) con una storica sentenza dell’11 giugno di quest’anno sul caso di L.H. (le iniziali della persona coinvolta) contro una banca slovena.

Largamente ignorato nel dibattito pubblico, il pronunciamento dà ragione a Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967, colpita nel luglio 2025 dall’amministrazione Trump, e in particolare dal suo segretario di Stato, Marco Rubio, perché rea – lei che è incensurata – di aver fatto i nomi delle imprese, banche, assicurazioni, fondi pensione e università coinvolte prima nell’economia dell’occupazione e poi in quella del genocidio.

Albanese è stata inclusa in un draconiano pacchetto di sanzioni introdotto nel febbraio 2025 tramite uno dei primi ordini esecutivi firmati da Donald Trump e indirizzato contro la Corte penale internazionale (Cpi). I giudici “responsabili” di aver attentato alla “fiorente democrazia” (sic) israeliana sono stati iscritti nella blacklist dell’Ofac e sono stati tagliati fuori dal circuito finanziario internazionale in pugno a Washington, finendo condannati a far scattare alert antiriciclaggio e con la vita rovinata (si leggano le testimonianze del giudice francese della Cpi, Nicolas Guillou, considerato un “target” dal duo Trump-Rubio).

Proprio un anno fa, nel settembre 2025, la Relatrice speciale ha denunciato in Senato gli impatti materiali di queste sanzioni, segnalando di non aver potuto aprire un conto in Italia nemmeno con Banca Etica. La sovranità economica e finanziaria dell’Unione europea ne è uscita a pezzi. Il Governo Meloni non ha mai proferito una parola in sostegno di una cittadina messa nel mirino e si è ben guardato dal chiedere alla Commissione von der Leyen di attivare uno strumento di cui già dispone per neutralizzare gli effetti più nefasti delle sanzioni trumpiane contro la Corte penale internazionale (e non solo). Ovvero il Regolamento 2271 del 1996 (“Regolamento di blocco”), introdotto 30 anni fa proprio per proteggere singoli e aziende dagli effetti extraterritoriali delle sanzioni imposte da Paesi non europei, Stati Uniti in particolare (nel 1996 Washington colpiva Cuba, Iran e Libia, la solita storia).

Come abbiamo già scritto su Altreconomia, l’ultimo aggiornamento a quel Regolamento risale al 2018: perché non ampliare il novero degli atti normativi extraterritoriali elencati ai quali si applicano le misure di protezione di cui al regolamento includendo il draconiano “pacchetto Trump” che colpisce i giudici “non allineati” della Corte penale internazionale? La Commissione europea ha fatto il morto e così il governo italiano. Stendiamo un velo pietoso sulla Banca d’Italia, che a precisa richiesta si è sempre rifiutata di esplicitare il proprio punto di vista.

Il nodo è senza dubbio istituzionale ma le singole banche potrebbero giocare un ruolo determinante. Nel marzo 2026, durante un webinar organizzato dal gruppo dei dipendenti di Banca d’Italia per la Palestina, la Relatrice Albanese si è detta delusa da Banca Etica: “In fin dei conti nessuno se la sente di assumersi il rischio di sfidare una situazione illegale, immorale e irresponsabile come quella di sanzionare un esperto tecnico delle Nazioni Unite”. Ne è scaturito un acceso confronto in diretta con il direttore di Banca Etica, Nazzareno Gabrielli, che si è difeso dalle accuse di lassismo sostenendo di non voler esporre il proprio istituto a una “multa da un miliardo di euro” qualora avesse violato le sanzioni statunitensi. “Gli operatori finanziari – ha dichiarato – non hanno alternativa”.

Per Albanese quell’incubo non è ancora finito. Rimossa dalla “Specially designated nationals and blocked persons list” dell’Ofac il 20 maggio dopo una sentenza di un giudice federale (Richard Leon, Washington) che ha dato a lei ragione e torto a Trump, è stata nuovamente iscritta appena una settimana più tardi. Motivo? L’amministrazione ha fatto appello e ha rivendicato il diritto a riattivare sanzioni evidentemente illegali, punitive e peraltro rivolte contro una persona che non ha commesso alcun crimine.

In questo quadro di violenza e prevaricazione precipita la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea dell’11 giugno sul caso L.H. contro la banca slovena Otp banka. La vicenda ha inizio nell’ottobre 2017, quando il ricorrente tenta senza successo di pagare a una stazione di benzina di Lubiana attraverso il conto della moglie, aperto presso la banca Otp. L’istituto di credito lo rimbalza e nella lettera relativa al blocco adduce presunti obblighi di legge in materia di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo. Tra queste misure, sostiene la banca, ci sarebbe anche il rispetto delle restrizioni imposte dall’Ofac statunitense. L.H. non ci sta e sfida il sistema. Prima fa causa per il blocco del pagamento e poi, nel marzo 2022, chiede direttamente alla Otp di aprire a nome suo, nemmeno della moglie, un conto di pagamento “base”. Presenta il documento di identità ma l’istituto si rifiuta, negandogli anche una motivazione scritta.

La palla finisce al Tribunale cantonale di Maribor, il quale sospende il procedimento e spedisce gli atti alla Corte di giustizia dell’Ue, sottoponendole quattro questioni fondamentali. La prima: chiarito che la Procura generale specializzata della Repubblica di Slovenia aveva archiviato già nel 2015 la causa che aveva portato all’emissione di un mandato di arresto internazionale nei confronti di L.H. e che questo “non è stato condannato in alcun’altra parte del mondo per il reato a causa del quale il suo nome è inserito nell’elenco dell’Ofac”, possono gli Stati membri dell’Ue imporre alle banche di respingere la richiesta di aprire un conto solamente sul mero inserimento nelle liste Ofac? Se sì, c’è un’eccezione se il potenziale correntista non risulta condannato da nessuna parte per il reato contestato? E poi: negare il diritto fondamentale a un conto in banca solo sulla base delle liste Ofac viola il diritto alla presunzione di innocenza? E negare l’apertura del conto a un incensurato che viene infilato nelle liste Ofac calpesta il diritto alla presunzione di innocenza?

I giudici europei sono stati netti e silenti allo stesso tempo. Netti perché hanno chiarito che la normativa europea (Direttive 2014/92 e 2015/849) “non prevede che l’inserimento in un elenco dell’Ofac o in qualsiasi altro elenco della stessa natura redatto da un Paese terzo comporti automaticamente il divieto per un ente creditizio di avviare un rapporto d’affari con il cliente interessato”. E poi perché hanno sottolineato che il presupposto di un “approccio basato sul rischio” è una “adeguata verifica della clientela”, con il “ricorso all’adozione di decisioni basate su prove”. Le liste Ofac sono quindi descritte come un possibile “fattore di rischio” da incrociare però con l’applicazione di “misure rafforzate di adeguata verifica”. Senza quella ponderazione tutto cade. La nettezza, però, finisce qui, perché la Corte ha ritenuto di non dover rispondere alle altre tre questioni formulate dai giudici sloveni “in quanto esse sono state sollevate solo nell’ipotesi in cui la risposta alla prima (l’automatismo del blocco, ndr) fosse stata affermativa”.

Resta quindi una controproducente cortina di incertezza su quello che è uno dei più grandi scandali economici e finanziari: un gruppo di potere al governo di un Paese terzo che tenta illegalmente di spezzare la schiena di chi osa dire, in maniera documentata e da posizione autorevole, che il re è nudo e che artefici e complici del genocidio in Palestina hanno nome, cognome, codice fiscale e partita Iva. Questo è un conto che rimane aperto.

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