Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/08/2026

Se la Cia è l’ultima spiaggia

Nel mondo delle spie nulla è come appare. Anzi, quel che “deve” apparire è un risultato voluto, cercato con ostinazione e determinazione. Deve coprire altro, ma nessuno può dire con certezza che cosa. E qui cascano sempre dal pero i “dietrologi” che, disponendo dei pochi e slegati indizi messi a disposizione o comunque trovati per caso, si inventano letteralmente un “film” su come potrebbero essere andate le cose, secondo le proprie preferenze politiche.

Per dire: se i “dietrologi di sinistra” hanno campato per anni (ed anche bene, economicamente parlando) inventandosi una lotta armata italiana che sarebbe stata al servizio della Cia, quelli di destra (senza virgolette) hanno fatto lo stesso avendo nel mirino il Kgb sovietico. I più cretini hanno messo insieme tutto, shakerato e portato il cervello al cortocircuito finale, nel mondo dove tutto è possibile e quindi non c’è niente di sicuro.

La Cia, dunque. Se il suo capo va a Mosca a bordo di un C-17 Globemaster III, dopo una sosta in Lettonia, e incontra il suo omologo alla testa dei servizi segreti russi, è ovvio che non esca nulla di certo. E che le “indiscrezioni” fatte attentamente filtrare alle fonti giornalistiche da anonimi funzionari – tutti occidentali, “protetti dall’anonimato” – siano esattamente ciò che deve “apparire”. Con buona certezza che perciò sia in buona parte falso.

Ed è comunque soltanto una “narrativa”, come si può verificare dai media occidentali, che presentano la vista di John Ratcliffe alla stregua di un semi-ultimatum affinché la Russia smetta – contemporaneamente – di aiutare l’Iran condividendo armi e tecnologie della difesa, nonché per consigliare di “non reagire in modo eccessivo” se dovesse essere colpita dalle sanzioni. In pratica un “fatevi i fatti vostri e non vi lamentate, se no è peggio”.

Una “coattata alla texana”, insomma, che dovrebbe evocare l’immagine di stivali appoggiati sul tavolo davanti a interlocutori intimiditi.

Poi la mente va all’analoga visita del suo predecessore, William Burns, alla fine del 2021, presentata allora come un “duro ultimatum” a Putin affinché non attaccasse l’Ucraina. Cosa avvenuta tre mesi dopo...

La credibilità di questa narrazione è dunque bassina, diciamo ma intanto ha oscurato la ben più lunga e ben accolta visita del “ministro degli esteri” vaticano, Gallagher, che proseguirà ancora per giorni.

Oltre all’ovvia perorazione della pace fermando tutte le guerre, l’emissario del Papa si sarebbe soffermato più a lungo sulla vicenda ucraina, che tutte le fonti ormai danno ai titoli di coda o pressappoco, ma le modalità di chiusura possono essere estremamente differenti.

L’inverno alle porte – paradossale scriverne con le temperature odierne – è considerato l’ultimo prima del crollo verticale del paese, già stremato da quattro anni e mezzo di guerra, fuga dei giovani, debiti non ripagabili neanche in un secolo, economia inesistente, esportazioni semi-bloccate, divisioni interne, inchieste per corruzione che al momento si fermano sulla porta di Zelenskij in attesa di capire chi dovrà sostituirlo.

Militarmente la situazione è stata sintetizzata dall’ex ministro della difesa, l’osannato “giovane” Fedorov: “stiamo lentamente perdendo la guerra”. Dovrebbe sapere bene di cosa parla, ma anche lui viene messo in discussione – dai media guerrafondai europei – perché vorrebbe nuove elezioni, anche mentre si combatte. Ovviamente per candidarsi.

Così – nel tentativo di prendere ancora tempo – Zelenskij prepara l’arruolamento delle donne e si affida direttamente ai nazisti acclarati dei battaglioni Azov affidando loro il comando di ciò che resta sotto suo controllo del Donetsk: il solito Andriy Biletsky e Denys Prokopenko, comandante del reparto che si era arreso a Mariupol, nell’acciaieria Azovstal (il quale, secondo gli accordi di scambio dei prigionieri, non avrebbe potuto tornare a combattere...).

Un quadro pieno di crepe, che ovviamente il capo della Cia conosce nei dettagli  meglio di tutti. E senza neanche accennare all’Iran, dove l’opzione militare è stata accantonata per manifesta incapacità statunitense di raggiungere gli obbiettivi, finendo sostituita dall’ultimo esercito che gli Usa possono schierare: il sistema finanziario.

Non proprio la retrovia che consente di recitare la parte del “coatto” sulle rive della Moscova. Quasi una conferma dello stallo in cui è infilata l’amministrazione Usa, tra guerre che non riesce né a vincere né a chiudere.

Ma vedremo presto, crediamo, qualcosa di più concreto...

Fonte

26/08/2026

Cia e Vaticano in missione a Mosca

Una missione di cui non si sa nulla, contemporanea a quella del “ministro degli esteri” del Vaticano, Paul Richard Gallagher (ma è inglese...), che ieri si è incontrato con il suo omologo Lavrov. Della seconda missione sappiamo che la parola d’ordine è “questa guerra [in Ucraina, ndr] deve finire”. Che, assicurano da Mosca, è anche l’intenzione del Cremlino.

Della spedizione di John Ratcliffe – capo della Cia, arrivato a bordo di un aereo militare (si nota, in mezzo a quelli civili dell’aeroporto) – non si sa invece quasi nulla. Tutti, perciò, a esporre ipotesi.

I guerrafondai europei – prendiamo ad esempio il Corriere – sperano che sia lì soltanto per far rilasciare due cittadini americani “ovviamente innocenti” arrestati da anni come presunte spie (e quando mai l’America avrebbe dovuto spiare la Russia?). Teoricamente possibile, ma sproporzionato. Queste faccende, tra superpotenze, si risolvono senza discussioni pubbliche o viaggi semi-ufficiali, se non per la cerimonia della riconsegna (se la spia è “di peso”).

La seconda ipotesi “confortevole” per gli stessi soggetti è che si stia parlando delle “maxi-sanzioni” all’Iran, appena elaborate dal segretario al Tesoro, Bessent, che riguardano da vicino anche la Russia, titolare di un notevole interscambio con Teheran. In questo caso il tema sarebbe “sganciatevi dagli ayatollah prima che veniate colpiti anche voi”.

Teoricamente possibile, ma fuori di competenze. Per illustrare la “convenienza” ad obbedire a Washington su questo fronte servono degli economisti o dei finanzieri, non il capo delle spie. Si tratterebbe infatti di illustrare grafici, percentuali, elenchi di società o persone che fanno legittimamente affari con un paese di 92 milioni di abitanti, compensazioni adeguate offerte sul piatto, ecc..

Resta l’ipotesi regina: si parla di Ucraina. E sembra decisamente probabile visto che “la visita” arriva appena 24 ore dopo la sceneggiata messa in atto a Kiev, con i “volenterosi” europei a plaudire al “piano di pace” di Zelenskij e promettere missili a lungo raggio. Anzi, solo le licenze per costruirseli in casa, oltre che i soldi necessari a continuare la guerra.

In mancanza di certezze, sperano se non altro che i rapporti tra Washington e Mosca siano “deteriorati”, così da immaginare un largo “spazio vitale” per la propria asfittica presenza.

Che il capo della Cia discuta col Cremlino dei destini di questa guerra, mentre su un tavolo parallelo anche il Papa fa lo stesso, è però un trave messo di traverso sulla strada dei “bellicosi”, che avevano immaginato un percorso più lineare: Zelenskij presenta il “piano di pace”, Putin lo rifiuta e “noi” possiamo quindi tranquillamente aumentare gli aiuti a Kiev, tacitando le opposizioni interne dando la colpa ai russi.

Le bozze del “piano” fatte circolare, per quanto generiche e senza dettagli, sembrano l’album dei sogni. In pratica prevede:

  • una tregua generale e incondizionata dei combattimenti;
  • le truppe di Kiev si ritirano dal Donbass non ancora occupato (una frazione minima dell’oblast di Donetsk;
  • i russi si ritirano da tutto il Donbass occupato.

Nulla viene detto della Crimea e degli altri due oblast occupati che la collegano al resto.

Esaurita questa prima fase, il Donbass – sotto la dizione di “Free Trade Economic Zone” demilitarizzata – verrebbe dato in gestione agli Stati Uniti, classificati come “paese neutrale” (quello che ha guidato il golpe di Majdan nel 2014 dando inizio alla guerra!), fungendo da presunta “zona cuscinetto” tra i due paesi.

A quel punto si dovrebbe impiantare una forza militare multinazionale nel resto dell’Ucraina, composta da truppe francesi ed inglesi, con supporto della Polonia e sotto comando britannico.

Chiaro? Di fatto, la Russia dovrebbe rinunciare a tutto ciò per cui ha combattuto: l’associazione del Donbass russofono alla Federazione e la garanzia che la Nato non si allarghi all’Ucraina (truppe europee a Kiev questo significano), conquistando peraltro la stragrande maggioranza del territorio “conteso”.

Diciamo che queste sono le condizioni che un paese sconfitto considererebbe “molto dure e punitive”. Ma non si vede perché dovrebbe accettarle un paese che pur subendo qualche attacco missilistico contro obiettivi economici e civili, sul terreno continua ad avanzare (per come è possibile in una guerra in cui la “prima linea” è ormai costituita da sciami di droni, certo).

E infatti il portavoce di Vladimir Putin, il sempre controllato Peskov, l’ha immediatamente classificato come una delle tante fantasie di cui non vale la pena di occuparsi.

Il “piano” era insomma disegnato proprio per farsi dire di no e andare dritti allo scontro. Ci si può naturalmente chiedere quanto siano fuori di senno i cosiddetti “volenterosi” nel perseguire una strategia talmente suicida (è scritto in tutte le “dottrine nucleari”, di qualsiasi paese, che ad una “minaccia esistenziale”, che mette cioè in discussione la continuità ed integrità territoriale dello Stato, si può rispondere usando anche l’arma atomica, che Mosca possiede in numero strabordante: oltre 6.000 testate contro le circa 200 a testa di Parigi e Londra).

Ma non c’è dubbio che questa sia la loro intenzione, per quanto malamente camuffata con la retorica “libertaria”. Non a caso ci è arrivata anche Giorgia Meloni, che si è detta disponibile a inviare generatori di elettricità per tener botta il prossimo inverno, un po’ di soldi e altre armi, ma non soldati.

Ecco quindi che la visita del capo della Cia acquista una importanza particolare, persino inquietante. Far rivivere lo “spirito di Anchorage”, quando sembrava che tra Putin e Trump fosse scattato un accordo di massima da realizzare in tempi medio-brevi, è evidentemente una mission impossible.

I massimi dirigenti politici – il segretario di stato “Narco” Rubio e il vicepresidente J.D. Vance – non sembrano in grado di maneggiare un dossier così voluminoso (più semplice “fare i coatti” con Cuba, anche se pure lì è stato messo per ora il freno a mano all’intervento militare, preferendo la via dello “strangolamento economico”).

I due “sempre inviati” – Witkoff e Kushner – vanno bene per gli accordi immobiliari, ma non hanno mai cavato un ragno dal buco in trattative serie, vedendosi smentiti da tutti poche ore dopo ogni annuncio: da Trump, da Netanyahu, dai mediatori, da Teheran, ecc..

Meglio dunque un “professionista”, per quanto anomalo come il capo degli spioni. Se l’America vuole togliersi l’impiccio di una guerra che dura da troppo tempo e sta diventando pericolosa a causa dell’azione di ex imperialisti da operetta – questo sono ormai Francia e Gran Bretagna, in attesa del riarmo tedesco – il tempo ormai stringe.

Ci vogliono “gli adulti nella stanza”, e fuori i deficienti...

Fonte

02/05/2026

Tecno-eugenetica contro eguaglianza umana

Lo scontro tra Trump, J.D. Vance e il Vaticano si è acceso attorno alla guerra, ma coinvolge un terreno ancora più profondo: l’idea stessa di uguaglianza umana. Nel nucleo del cristianesimo sopravvive infatti una promessa radicale, spesso tradita nella storia delle Chiese ma irriducibile: ogni persona possiede la stessa dignità. Il povero, lo straniero, il detenuto, il vinto non valgono meno del potente.

È un’idea che oltrepassa i confini della fede e segna profondamente la modernità politica occidentale. L’Illuminismo ne rappresenta, in parte, la secolarizzazione: la traduzione di quel lascito nel linguaggio dei diritti, dell’eguaglianza civile, della comune umanità e del limite al potere.

Una parte della nuova destra americana si colloca in aperto contrasto con questa tradizione. La formula più rivelatrice, in voga nei circoli neoreazionari, è Dark Enlightenment, «Illuminismo oscuro». Già nel nome c’è un programma: colpire l’eredità illuministica e il suo retroterra universalistico. Nelle sue versioni più influenti, la Dark Enlightenment rivaluta gerarchia, diseguaglianza e selezione dei superiori, mentre tratta la democrazia come un principio decadente e l’eguaglianza come una finzione distruttiva.

Questa corrente è stata definita dal filosofo britannico Nick Land, figura chiave per comprendere la deriva radicale di questo pensiero. Land è il teorico dell’accelerazionismo di destra, una visione che spinge verso il collasso della democrazia per liberare le forze del mercato e della tecnologia.

Il suo contributo più inquietante riguarda quello che lui definisce hyper-racism: l’idea che il futuro non porterà a una maggiore integrazione, ma a una divergenza biologica prodotta dalla tecnologia e dalla diseguaglianza economica. In questa prospettiva, l’eugenetica diviene uno strumento per creare un’élite post-umana, superiore per capacità cognitive e genetiche, separata dal resto di un’umanità considerata zavorra biologica.

Accanto a Land, una figura centrale è Curtis Yarvin, il blogger che ha dato veste teorica alla galassia neoreazionaria americana. Yarvin sostiene la necessità di superare la democrazia costituzionale per concentrare il potere in forme di comando personale o «sovranità aziendali». Le sue tesi sono intrise di riferimenti alla cosiddetta «biodiversità umana», un paravento intellettuale spesso usato per rilegittimare il determinismo biologico e giustificare gerarchie di valore intrinseco tra gruppi umani diversi.

È da questo ambiente che arriva il lessico politico che i media americani hanno più volte accostato a J.D. Vance. Il Vicepresidente americano non è il teorico “puro” di questa galassia, ma ha contribuito a renderne presentabili temi e parole d’ordine, trasportandoli dai margini digitali nel linguaggio della destra di governo. Attorno a lui gravitano figure che mescolano culto della forza, virilismo, disprezzo della compassione e richiami rimasticati a Nietzsche e alla filosofia greca, fonte di ispirazione antiegualitaria.

Questo è il terreno preferito di Costin Alamariu (Bronze Age Pervert), autore di libri che hanno avuto una certa circolazione nella nuova destra. Nella sua fatica più recente, Selective Breeding and the Birth of Philosophy, la celebrazione di aristocrazia, forza e tirannide viene contrapposta al costituzionalismo moderno e alla democrazia, con aperture all’eugenetica che chiariscono senza ambiguità il senso del progetto culturale: screditare l’eguaglianza, riabilitare la gerarchia e restituire prestigio all’idea che una nuova élite debba guidare la società.

Si capisce allora perché il rapporto della destra americana con il cristianesimo sia così ambiguo. Il cristianesimo può essere evocato come identità occidentale, simbolo di civiltà, linguaggio dell’ordine, marchio culturale da opporre a migranti, persone Lgbtq+ e cosmopolitismo. Molto più difficile da sopportare resta il suo nucleo egualitario: l’idea che l’ultimo valga quanto il primo e che la dignità non dipenda da forza, successo, produttività o nascita.

Gli attriti con il Vaticano acquistano senso dentro questa frattura. Quando il papa richiama il valore universale della vita umana, contesta la brutalizzazione dei migranti o denuncia la disumanizzazione dei civili sotto le bombe, urta una cultura politica che ragiona sempre più volentieri in termini di gerarchia, appartenenza, selezione e forza.

Bergoglio lo aveva già mostrato criticando la stretta anti-migranti. Leone XIV lo ribadisce oggi sottolineando che la guerra non cancella l’umanità delle sue vittime.

Nel richiamo del Vaticano alla dignità universale della persona riaffiora così un’eredità che il cristianesimo ha trasmesso anche alla modernità secolare: l’idea che nessun essere umano possa essere classificato come inferiore per nascita, forza, utilità o rango.

La Dark Enlightenment prende di mira proprio questo orizzonte. La sua promessa consiste nel restituire prestigio alla gerarchia, nel rendere di nuovo pensabile la superiorità naturale, nel sottrarre i forti ai limiti imposti dall’eguaglianza.

A raccogliere politicamente queste suggestioni è poi un’estrema destra più istituzionale, che del cristianesimo valorizza soprattutto l’uso identitario e il richiamo alla civiltà assediata. Ciò che resta indigesto è il nucleo egualitario di quel lascito, perché impedisce di trasformare la diseguaglianza in destino morale e continua a ricordare che nessuno vale meno.

Fonte

16/04/2026

Gli insultidi Trump al Papa smascherano l’Unipolarismo dell’Occidente

di Luciano Vasapollo

C’è un passaggio storico in cui le parole non sono più solo parole. Diventano strumenti di potere, dispositivi di esclusione, armi politiche. È quello che stiamo vivendo oggi, in un mondo segnato dall’escalation dei conflitti e dalla progressiva radicalizzazione dello scontro ideologico.

Le recenti posizioni di Donald Trump, accompagnate da attacchi espliciti a Papa Leone XIV, non sono episodi isolati o semplici provocazioni. Rappresentano piuttosto il segnale di una deriva più profonda: la costruzione di una narrazione in cui chi si oppone alla guerra e all’imperialismo viene dipinto come nemico, come ostacolo, come minaccia.

E purtroppo non basta la tardiva solidarietà della premier Giorgia Meloni al Papa, né l’ancora più tardivo congelamento del Memorandum Italia-Israele. Il nostro paese resta funzionale all’imperialismo predatorio che viene da noi alimentato con gli ordigni micidiali di Leonardo e RWM e che rifiutando il multipolarismo rappresenta il vero “pericolo”.

Guerre, imperialismo e criminalizzazione del dissenso sono gli orrori a cui quotidianamente assistiamo. E che la destra di governo e i media mainstream presentano come normali. Tanto che l’Italia non ha fatto una piega davanti all’attacco criminale per rapire il legittimo presidente del Venezuela Nicolas Maduro, le stragi ai Caraibi di pescatori in mare con accuse mai provate di narcotraffico, lo strangolamento crudele di Cuba e i genocidi ai danni dei bambini di Gaza e dello Yemen.

Così come Meloni e gli altri leader non hanno fatto nulla per rispettare il sentire dei popoli europei, a cominciare dal nostro, che è contrario al riarmo comprendendo bene che si tratta di una decisione suicida.

La criminalizzazione del dissenso

La domanda allora è inevitabile: stiamo forse assistendo a un rovesciamento completo della realtà? È diventato “pericoloso” chi invoca la pace? È sospetto chi critica il dominio economico e militare globale? È da marginalizzare chi denuncia le logiche dell’imperialismo?

Se così fosse, ci troveremmo di fronte a un paradosso storico inquietante: i costruttori di pace trasformati in “terroristi”, mentre i promotori della guerra si presentano come garanti della sicurezza e dell’ordine.

Non è una novità assoluta. La storia del Novecento è costellata di momenti in cui il dissenso è stato criminalizzato, in cui le voci critiche sono state silenziate o delegittimate. Ma oggi questo processo assume una dimensione globale, amplificata dai media, dalle piattaforme digitali, dai meccanismi di costruzione del consenso.

L’attacco al Papa (con il quale poche settimane fa io e il direttore di FarodiRoma ci eravamo confrontati proprio sul tema delle aggressioni USA al Venezuela e Cuba, constatando una sostanziale concordanza tra la nostra posizione e la sua) in questo contesto, assume un significato che va oltre la figura del Pontefice.

Colpire chi richiama alla pace, al dialogo, al rifiuto della violenza, significa colpire un’idea alternativa di mondo. Significa mettere in discussione non una persona, ma una visione fondata sulla cooperazione tra i popoli.

La sofferenza di Cuba

Ed è qui che emerge con forza il caso di Cuba.

Perché Cuba continua a essere nel mirino? Perché, nonostante decenni di blocco economico, resiste e propone un modello diverso? La risposta è scomoda, ma chiara: Cuba rappresenta un’anomalia nel sistema globale. Un paese che, pur con tutti i suoi limiti, ha scelto di non piegarsi alle logiche dell’imperialismo.

La sua “colpa”, agli occhi dei dominanti, è proprio questa: aver dimostrato che un’altra strada è possibile. Una strada fondata sulla sanità pubblica, sull’istruzione diffusa, sulla cooperazione internazionale – basti pensare alle missioni mediche inviate in tutto il Mondo, Italia compresa.

E allora il meccanismo si ripete: delegittimare, isolare, colpire. Non solo economicamente, ma anche simbolicamente. Costruire una narrazione in cui chi non si allinea viene dipinto come nemico.

Una questione di linguaggi: cosa è il terrorismo

In questo quadro, il linguaggio diventa decisivo. Parlare di “sicurezza”, di “ordine”, di “difesa dei valori” può nascondere, in realtà, la volontà di mantenere un sistema di dominio. E chi mette in discussione questo sistema viene automaticamente collocato fuori dal perimetro della legittimità.

Ma la realtà è più complessa. E resiste.

Resistono i popoli che rifiutano la guerra. Resistono i movimenti che chiedono giustizia sociale. Resistono le voci che continuano a denunciare le disuguaglianze e le violenze sistemiche.

La vera questione, allora, è politica e culturale insieme: chi definisce cosa è “terrorismo”? Chi stabilisce quali sono le idee accettabili e quali no? Chi decide chi è dentro e chi è fuori?

Se il criterio diventa l’allineamento alle logiche della guerra e del profitto, allora sì, chi si oppone sarà sempre considerato “pericoloso”. Ma pericoloso per chi? Per un sistema che teme ogni alternativa, ogni possibilità di cambiamento.

La sfida è proprio questa: rovesciare la narrazione. Restituire dignità al dissenso. Difendere il diritto – e il dovere – di immaginare un mondo diverso.

Non si tratta di retorica. Si tratta di scelta.

Da una parte, un ordine internazionale fondato sulla forza, sulla competizione, sulla subordinazione. Dall’altra, la possibilità di costruire relazioni diverse, basate sulla solidarietà, sulla cooperazione, sulla pace.

Chi oggi attacca queste idee non difende la sicurezza: difende un sistema corrotto e violento.

E allora la domanda iniziale torna, più forte di prima: chi è davvero il pericolo?

Forse non chi si oppone alla guerra. Ma chi la rende inevitabile.

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30/03/2026

La pulizia etnica sionista spazza via pure i cristiani

Il divieto imposto al cardinale Pizzaballa e al “custode del Sacro Sepolcro” di accedere alla chiesa per celebrare la “domenica delle palme”, a una settimana dalla Pasqua, non è affatto un incidente dovuto ad “incomprensioni”, né a superiori ragioni di “sicurezza”.

I due prelati, ovviamente ben noti e introdotti nella vita diplomatica locale, erano soli. In due. La “sicurezza” di chi è stata “protetta” bloccandoli all’esterno? Non la loro, evidentemente, che son dovuti tornare indietro rimanendo comunque esposti ad eventuali attacchi missilistici o alle violenze dei “coloni”. Non certo quella dello “stato ebraico” – che non vediamo differente da uno “stato islamico” o “cristiano” – che da 80 anni “tollera” la presenza vaticana.

Tutte le celebrazioni musulmane, compresa la fine del Ramadan, era già state impedite nei giorni scorsi. Nella città delle “tre religioni monoteiste” una sola ha oggi diritto di cittadinanza. Ed è una religione di Stato. Con buona pace della laicità e della “democrazia liberale”.

Come ripetiamo spesso, siamo atei e dunque laici. Non ci interessano le religioni se non come storia e diversità culturale, che vanno tutte rispettate pur senza condividerle.

Ma è solare che il suprematismo etno-religioso di Israele ha superato ogni remora e pretende ora di imporsi al mondo come superiorità non criticabile, potere supremo che guarda il resto dell’umanità – con le sue infinite tradizioni culturali ed anche religiose – dall’alto in basso. Di “popoli eletti” da un dio, nella Storia, ce ne sono stati diversi. Nessuno ha fatto una bella fine né ha lasciato un buon ricordo di sé.

La sortita di Gerusalemme – anche ammettendo l’ipotesi incredibile di una pattuglia di polizia che avesse preso autonomamente una simile decisione – mette sul piatto e davanti al naso di tutto l’Occidente il frutto maleodorante di 80 anni di sostegno al sionismo militarizzato. Neanche i complici occidentali, in senso lato “cristiani” delle diverse chiese, hanno più spazio o tolleranza.

Non c’è più limite. Netanyahu, Smotrich, BenGvir, la cosiddetta “opposizione”, non presentano differenza sostanziali su questo punto. Si sentono investiti da un’autorità divina e protetti dal sostegno totale degli Stati Uniti (e chissà qual è il “dio” che veniva invocato in una allucinante riunione alla Casa Bianca). E si comportano da padroni razzisti ovunque, anche quando girano da semplici turisti, come abbiamo più volte sperimentato anche in Italia.

Significativa, in proposito, la reazione irritata dell’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peld, ultrà sionista: “Noi avremmo preferito una risposta differente però ritengo che tutti comprendiamo le sensibilità del mondo cattolico-cristiano e la situazione politica in Medio Oriente e in Italia”. Della serie “come osate criticarci?” 

Il problema dunque è ora tutto a carico dei sedicenti “dio, patria e famiglia”, incapaci di fare alcunché per frenare il suprematismo razzista di uno Stato-terrorista ormai specializzato negli “omicidi politici” di chiunque consideri “un pericolo”, oltre che nel genocidio di interi popoli.

Non crediamo ad una sola parola della vostra cosiddetta indignazione per un atto che definite “inaccettabile” senza però fare assolutamente nulla.

Cosa farete? Taglierete la consegna di altre armi e munizioni ad Israele? Interromperete le relazioni diplomatiche, culturali, universitarie, militari, economiche? Boicotterete i loro prodotti impedendone l’importazione?

Se non farete nulla di tutto ciò vuol dire che siete consapevoli di essere dei servitori di interessi altrui. Non della religione che dite di professare, non di questo Paese e neanche “dell’Europa”. Tanto meno dell’umanità.

P.s. Non osiamo neanche immaginare cosa sarebbe accaduto se la polizia italiana avesse impedito al rabbino capo di Roma di accedere alla sinagoga...

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Il comunicato di solidarietà delle Comunità islamiche in Italia

L’UCOII esprime profonda solidarietà al Patriarca Pizzaballa, impedire la preghiera è una ferita per tutta l’umanità

L’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia (UCOII) esprime profonda indignazione e piena solidarietà al Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme, e al Custode dei Luoghi Sacri in Terra Santa, padre Francesco Ielpo, ai quali la polizia israeliana ha impedito stamattina di raggiungere la Basilica del Santo Sepolcro per celebrare la Messa della Domenica delle Palme.

È la prima volta da secoli che ai massimi rappresentanti della Chiesa Cattolica in Terra Santa viene negato l’accesso al più sacro dei luoghi di culto cristiani. Un atto grave e senza precedenti, che il Patriarcato Latino ha giustamente definito “una misura manifestamente irragionevole e sproporzionata” e “un’estrema violazione dei principi fondamentali di libertà di culto e rispetto dello Status Quo”.

«Siamo profondamente vicini ai nostri fratelli e sorelle del mondo cristiano in questo momento di dolore», dichiara il Presidente UCOII Yassine Baradai. «Quanto accaduto oggi al Santo Sepolcro ci ferisce come ferisce ogni credente, di qualunque fede. Gerusalemme è la città dove le nostre tradizioni spirituali si incontrano, e quando si impedisce a un uomo di fede di pregare in un luogo sacro, è la dignità di tutta l’umanità ad essere calpestata. Noi musulmani viviamo questa stessa sofferenza alla Moschea di Al-Aqsa, dove da anni i fedeli subiscono restrizioni e violazioni del diritto al culto. È un dolore che ci unisce, e per il quale facciamo appello comune alla comunità internazionale: la difesa della libertà religiosa a Gerusalemme è una causa che ci vede insieme».

L’UCOII si unisce alla voce di Papa Leone XIV, che proprio oggi nell’omelia della Domenica delle Palme ha dichiarato: “Siamo più che mai vicini con la preghiera ai cristiani del Medio Oriente, che soffrono le conseguenze di un conflitto atroce e, in molti casi, non possono vivere pienamente i Riti di questi giorni santi”.

L’UCOII chiede alla comunità internazionale di:
- Condannare fermamente ogni restrizione alla libertà di culto a Gerusalemme, che colpisca cristiani, musulmani o fedeli di qualunque confessione;
- Esigere il ripristino immediato del libero accesso ai Luoghi Santi per tutti i fedeli e i loro rappresentanti religiosi;
- Agire concretamente per la protezione dello Status Quo dei Luoghi Santi, patrimonio dell’intera umanità.

Fonte

19/02/2026

Il Papa segue con attenzione quanto accade in Venezuela e a Cuba

Un incontro al margine dell’udienza generale del mercoledi tra Papa Prevost con il prof. Luciano Vasapollo e il prof. Salvatore Izzo in rappresentanza della Rete degli Intellettuali in difesa dell’umanità e del giornale cattolico Il Faro di Roma, è stato l’occasione per uno scambio di considerazioni su quanto sta avvenendo in Venezuela e a Cuba.

Per l’occasione è stato consegnato al Pontefice il testo di un appello del Capitolo italiano della Rete di artisti ed intellettuali in difesa dell’umanità (REDH).

Il Pontefice non ha nascosto di avere a cuore quanto avviene in America Latina. Per venti anni è stato in missione in Perù, nella poverissima provincia di Chulucanas. Conosce la realtà sociale e politica di quei paesi e le loro vulnerabilità.

Papa Prevost è risultato molto interessato ai temi che gli sono stati sottoposti e anche ben informato, confidando ad esempio di conoscere la realtà associativa della REDH.

Il Pontefice ha ritenuto “assurdo” quanto accaduto in Venezuela ed ha espresso seria preoccupazione – ed altrettanta attenzione – alla crisi umanitaria che il blocco statunitense sta provocando a Cuba impedendo il rifornimento energetico ad un isola priva di risorse.

Le caratteristiche di veri e propri assedi medievali con cui gli USA stanno stringendo alcuni paesi latinoamericani, le cui scelte non sono in linea con Washington, aprono uno squarcio inquietante nelle relazioni internazionali della regione, un’area che la nuova strategia di sicurezza nazionale statunitense è tornata a ritenere come il proprio cortile di casa.

Il colloquio con Papa Prevost alimenta la speranza che il Vaticano non resterà inerte o silente sulle crisi in corso in Venezuela e Cuba.

Fonte

08/05/2025

Un americano a Roma, ma Papa

Un’altra prima volta... La carica di Papa va a Roberto Francis Prevost, cittadino statunitense, di Chicago. Non era mai successo che un “figlio di una superpotenza” sallisse al soglio di san Pietro, ma per fortuna non è un “wasp” travestito da cattolico (Ultimo esempio: quel criminale di Joe Biden).

Anzi, è il risultato di un melting pot estremamente diversificato – origini francesi, spagnole e italiane – che corrisponde quasi esattamente alla metà invisibile degli States e che ha voluto fare il missionario in Perù in tempi e sotto un regime niente affatto facile.

Diciamo – pur non essendo affatto più informati della media – che nella pattuglia dei “papabili” statunitensi, una decina, è quello più lontano dall’universo “MAGA”. Il che è certamente meglio di uno del “giro Trump”. Do you remember Woytila?...

La carica che gli aveva affidato Bergoglio era tutt’altro che “onorifica”: Prefetto del Dicastero per i vescovi. In pratica colui che selezionava i più adatti ad entrare nell’“aristocrazia cattolica”, quella da cui vengono poi scremati i cardinali e infine i papi.

Da atei, è presto e fondamentalmente inutile lanciarsi in previsioni sulla sua futura azione. A occhio, basti dire che poteva andare peggio, perché in fondo i cattolici rappresentano pur sempre un settimo della popolazione mondiale, siamo in piena guerra su almeno sei-sette scenari strategici e fioriscono ogni dove atteggiamenti genocidi come se fossero “normali”.

E se le prediche di Bergoglio, tra i “tradizionalisti” o reazionari, potevano essere – e lo sono state – a esternazioni di “un argentino che ammirava due connazionali come Maradona e Che Guevara”, quelle di uno statunitense dovrebbero sollevare qualche difficoltà sepoltiva in più. Per esempio, risulteranno sicuramente indigeste a tutto il governo italiano – e anche ai guerrafondai del PD, stile Quartapelle – le sue prime parole “politiche”: “La pace sia disarmata e disarmante”.

Anche il nome scelto – Leone XIV – dovrebbe stare ad indicare una continuità solida con la “dottrina sociale della chiesa”, ossia con il tredicesimo, da cui ha preso vita e visibilità un Vaticano un po’ meno corrivo con i “poteri forti”.

Vedremo presto come si districherà in un mondo piene di guerre. Problematiche perché “interne” all’Occidente imperialista, o comunque ai bordi di una “zona confort” che sta ormai svanendo.

Il giudizio sugli uomini, come sempre si dà in base a quel che fanno, non a quello che dicono di essere.

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05/05/2025

Nervosismo in Vaticano

Alla vigilia del Conclave che inizierà mercoledi, in Vaticano è cominciata la cosiddetta fase preliminare.

Nelle otto congregazioni già tenutesi nell’Aula del Sinodo in Vaticano, alle quali hanno partecipato i cardinali ultraottantenni insieme a quelli più giovani che voteranno nel Conclave, i candidati certi al momento appaiono solo due.

Il principale è Pietro Parolin che è stato Segretario di Stato, una specie di primo ministro, della Curia romana. La sua candidatura non è stata ancora proclamata, ma la fazione interessata non l’ha nemmeno smentit . Il quorum necessario per l’elezione del Pontefice è dei due terzi cioè 89 voti, e Parolin ha bisogno di rinforzi dentro nella Cappella Sistina.

L’altro candidato è l’unico che finora è stato “nominato”. Si tratta del cardinale Mario Grech, 69 anni, arcivescovo di Malta, il cui nome è stato consegnato ai cardinali dal cardinale arcivescovo di Lussemburgo Jean Claude Hollerich, principale figura guida del processo sinodale voluto da papa Bergoglio. Grech è il segretario generale del Sinodo dei vescovi.

Circola poi anche il nome del patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, il quale ha espresso la sua simpatia per Grech , ma in molti circoli lo stesso Pizzaballa viene considerato un buon candidato ed è molto stimato tra i progressisti che difendono il processo sinodale di estensione della gestione nella Chiesa per includere in particolare i laici e le donne ma contro cui molti vescovi hanno sollevato proteste. Il nome del cardinale Zuppi, quello che molti progressisti dentro e fuori la Chiesa vorrebbero vedere come il Papa prosecutore dell’opera di Francesco, non compare tra quelli “papabili”.

Finora i gruppi conservatori non hanno annunciato alcun candidato o potenziale candidato. Ciò risponde a una strategia chiara. La principale figura conservatrice del Conclave è il cardinale americano Timothy Dolan, arcivescovo di New York, amico intimo di Donald Trump anche se ieri ne ha criticato la scelta di pubblicare la foto del presidente statunitense vestito da Papa.

L’unico dato chiaro fino ad ora è che sia i gruppi progressisti sia i conservatori hanno scoperto poche carte: stanno pianificando e mettendo in atto le loro strategie per vincere il voto finale dei 133 cardinali che si contenderanno l’elezione del nuovo pontefice a partire da mercoledì 7 maggio.

Alcuni settori le loro carte le tengono ben nascoste. I conservatori, ad esempio, non hanno ancora proposto un candidato definitivo. Il cardinale ungherese Peter Erdo, 72 anni, è rispettato ma sembra essere una bandiera da menzionare obbligatoriamente.

E poi c’è chi tenta di avvelenare i pozzi. Ad esempio intorno al cardinale Parolin si era diffusa la notizia che fosse svenuto a causa di una crisi epilettica, una notizia che, se confermata, avrebbe fatto saltare la prima candidatura informale lanciata nelle congregazioni generali. Ma nessuno ha visto l’incidente, mentre più tardi, un cardinale colombiano ha affermato di averlo visto e che stava bene.

Se si è trattato di un trucco malevolo per insabbiare la candidatura di Pietro Parolín, quello che si sa è che la notizia è circolata, secondo il Vaticano, su siti antiprogressisti negli Stati Uniti e su alcuni in Italia.

Se la presunta malattia di Parolin rimane poco chiara, inevitabilmente sorgerà la sensazione che anche le congregazioni siano entrate in una fase di “avvelenamento dei pozzi”. Brutto segno di ciò che potrebbe accadere in seguito.

L’impressione è che un avvelenatore di pozzi abbia lanciato una fake news per rovinare l’unico candidato cardinale “in pectoris” , che avrebbe avuto un buon numero di voti. Quaranta o cinquanta, a seconda della versione. Una cifra comunque inferiore al quorum di 89 su 133 voti, ma importante come punto di partenza per mercoledì prossimo. Ieri sono arrivati altri cinque cardinali, portando così il numero totale dei cardinali presenti in Vaticano a 129. Ne mancano solo quattro. Due però non verranno a Roma per problemi di salute. Si tratta dello spagnolo Antonio Cañizares e del keniano John Njue.

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02/05/2025

Un distopico conclave

Conclave (2024), diretto da Edward Berger, capita, di questi tempi, come il film giusto al momento giusto. Quella messa in scena dalla storia è una dimensione parallela rispetto alla realtà e fra pochi giorni, nella stessa realtà, verrà avviato un nuovo conclave per eleggere il successore di papa Francesco. Siamo quindi in una dimensione parallela al mondo reale, in cui il papa appena defunto si chiama Gregorio XVII, e che è però caratterizzata, rispetto alla realtà, da alcuni tratti distopici. Il centro di Roma è infatti scosso da attentati di kamikaze che riescono a farsi esplodere addirittura nella prossimità della Cappella Sistina dove si sta svolgendo l’elezione del nuovo pontefice. A un certo punto, nel momento in cui il decano dei cardinali sta votando, lo scoppio di una bomba, dalle tonalità apocalittiche, fa crollare una parte del soffitto della Cappella ferendo i cardinali riuniti in assemblea. È come se la terribile e orrenda dimensione della guerra si insinuasse nei più reconditi interstizi della società occidentale, colpendo uno fra i luoghi più controllati e difesi al mondo. Il cuore più segreto di Roma e del Vaticano diventa teatro di guerra come lo scenario orribile del fronte della prima guerra mondiale raccontato magistralmente dallo stesso Berger con Niente di nuovo sul fronte occidentale (2022).

La città di Roma che pulsa intorno alla segregazione dei cardinali riuniti in conclave assomiglia, per certi aspetti, a quella rappresentata dal film Lo chiamavano Jeeg Robot (2015) di Gabriele Mainetti, venato di accenti fantascientifici, dove le vicende del borgataro Enzo, divenuto un supereroe in forma antieroica dopo essere entrato in contatto con dei bidoni tossici abbandonati nel Tevere, sono segnate da scoppi di bombe che attraversano la città. Anche qui siamo in una dimensione parallela rispetto alla realtà: la Roma del film, come quella di Conclave, è caratterizzata da tratti distopici non nel senso di un potere oppressivo e dittatoriale che grava ovunque, ma in quello della rappresentazione di un mondo non desiderabile, segnato da guerre e conflitti che giungono fin nel cuore di una metropoli occidentale. Tra l’altro, Conclave non ci mostra nulla di quella città che sta al di fuori: noi spettatori siamo reclusi come i cardinali, non vediamo ma ascoltiamo soltanto le notizie che vengono da fuori, notizie in cui campeggiano numerosi morti e feriti negli attentati.

Ma la dimensione della guerra è presente anche all’interno del conclave: uno dei cardinali afferma infatti: “siamo in guerra” perché nello spazio claustrale della Cappella si sta attuando una guerra fra gli esponenti di diverse fazioni e di diverse ambizioni personali. Le architetture geometriche dello spazio racchiudono i porporati che vediamo segnati da vizi e da corruzione come i più meschini esponenti del potere ‘laico’. Gli affreschi di Michelangelo, spesso inquadrati dalla macchina da presa come gli insindacabili custodi di un ordine e di un potere superiori, assumono quasi connotazioni terribili e mostruose nell’avvolgere i tetri burattini di un potere assai più temporale che spirituale. I cardinali, con le loro ambizioni e i loro inconfessabili scheletri negli armadi, vengono inseriti in una condizione di prigionia quasi come in molte serie tv orientali, basti pensare al celebre Parasite o a The 8 Show dove dei concorrenti vengono costretti da un potere superiore a sfidarsi fra di loro all’ultimo sangue in un truce gioco a premi. Chiusi in una scatola, in una sorta di orrendo esperimento, i cardinali svelano la loro vera natura e le loro ambizioni più segrete. Adeyemi, nonostante sia nigeriano e la sua elezione significherebbe il primo papa di colore della storia, è invece un omofobo conservatore; ugualmente è un conservatore tradizionale il canadese Joseph Trambley; l’italiano Goffredo Tedesco è invece un conservatore reazionario. Ma, nonostante il loro conservatorismo e tradizionalismo di facciata, ognuno di essi è implicato in scandali e corruzioni che non faticano a emergere allo scoperto. L’unico apparentemente a non essere implicato, giunto al conclave per ultimo e in modo inaspettato, è il messicano Benitez, che proprio da un luogo di guerra proviene, essendo l’arcivescovo di Kabul. Un personaggio quasi dionisiaco, perturbatore dell’ordine conservatore e tradizionalista che grava sulla Cappella Sistina, geometrica ‘scatola’ che coi suoi fasti rinascimentali racchiude i lembi più oscuri del contemporaneo spettacolo digitale.

Ecco perché Conclave può essere considerato anche un thriller ben confezionato del quale poco altro si deve rivelare allo spettatore per non rovinare il fascino di una trama che si dirige gradatamente verso le sponde più inaspettate. Il tutto ben confezionato grazie alla presenza di bravissimi attori come Stanley Tucci, Ralph Fiennes, Sergio Castellitto e Isabella Rossellini. Resta una domanda, dopo la visione del film: se qui ci troviamo di fronte a una realtà parallela e venata di accenti distopici, quanto essa si avvicina a ciò che vedremo fra qualche giorno nella nostra realtà? Di sicuro, la dimensione spettacolare e mediatica (dopo aver visto gli scenari dell’esposizione della salma e dei funerali del papa, puro spettacolone mediatico con tanto di selfie col morto, ne siamo convinti) supererà l’immaginazione fino a raggiungere vette distopiche sconosciute persino al conclave messo in scena da Edward Berger.

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25/04/2025

L’America latina piange Francisco, il papa degli ultimi fra tradizione e innovazione

di Geraldina Colotti

“Nessuno può servire due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete seguire Dio e mammona”. Non si può seguire al contempo il Dio dei cieli e il dio denaro (Mammona, secondo la tradizione religiosa cananea), ossia il profitto, il guadagno e la ricchezza. Così prescrive il Nuovo Testamento (Matteo, 16,13), e così ha predicato Jorge Maria Bergoglio, che aveva scelto non per caso il nome di Francesco per il suo pontificato, per la prima volta nella storia del papato: il nome di San Francesco d’Assisi, il frate che, nel XIII secolo, predicò la povertà, la pace e la cura del “creato”.

La sua voce, già flebile per la malattia polmonare che lo affliggeva, si è spenta il 21 aprile, dopo un ultimo messaggio urbi et orbi, pronunciato per Pasqua in Piazza San Pietro. Aveva 88 anni. Il Conclave lo aveva eletto come 266mo papa il 13 marzo del 2013 raggiungendo la prevista maggioranza di due terzi alla quinta votazione: il primo pontefice latinoamericano, nato a Buenos Aires il 17 dicembre del 1936, figlio di immigrati piemontesi, e membro della Compagnia di Gesù.

Il suo pensiero non era affine a quello della teologia della Liberazione, che ha posto al centro della riflessione i valori dell’emancipazione sociale e politica dei poveri a partire da un’analisi di stampo marxista. Pur riconoscendone “gli apporti significativi”, Bergoglio ne criticava “le devianze” ideologiche e l’incapacità di riformulare, dopo il crollo del “socialismo reale”, una nuova creatività radicale. Una spinta che egli riscontrava piuttosto nella “teologia del popolo” dell’argentino Rafael Tello, che vedeva, appunto, nel popolo il soggetto della storia, e il cui portato culturale doveva riflettersi nella pastorale ecclesiale.

Per questo, il suo pontificato non ha prodotto riforme strutturali della Chiesa, come quelle del Concilio Vaticano II, avviato da papa Giovanni XXIII l’11 ottobre del 1962 e concluso, in modo più misurato, da Paolo VI, l’8 dicembre del 1965. Con l’ironia che lo caratterizzava e che gli ha consentito di far fronte ai numerosi attacchi dei settori più reazionari, Bergoglioci scherzava: “Alcuni – diceva – hanno fatto diverse battute: Tu dovresti chiamarti Adriano, perché Adriano VI è stato il riformatore, bisogna riformare... E un altro mi ha detto: No, no: il tuo nome dovrebbe essere Clemente. Ma perché? Così ti vendichi di Clemente XIV che ha soppresso la Compagnia di Gesù!”.

E confessava di aver recitato per quarant’anni un’orazione che così si concludeva: “Dammi, Signore, il senso dell’umorismo. Fammi la grazia di capire gli scherzi, perché abbia nella vita un po’ di gioia e possa comunicarla agli altri. Così sia”. Una giovialità particolarmente apprezzata dai giornalisti che hanno “bevuto” avidamente i suoi fuori-onda sugli aerei, durante i viaggi apostolici in 66 nazioni, 10 dei quali in America latina e nei Caraibi: Brasile, Ecuador, Bolivia, Paraguay, Cuba, Messico, Colombia, Cile, Perù e Panama.

Il suo più immediato predecessore, il tedesco Benedetto XVI, che rinunciò al papato nel 2013, in 8 anni ne aveva effettuati 3, a dimostrazione dell’eurocentrismo che caratterizzò la sua gestione ultraconservatrice. D’altronde, il lavoro di azzeramento delle istanze trasformative e ribelli presenti nel continente latinoamericano nel secolo scorso – quello del Piano Condor e dei “gorilla” al soldo della Cia – era già stato compiuto da Giovanni Paolo II.

Il papa polacco, nel corso della sua crociata contro il comunismo e del suo lungo pontificato (durato oltre 26 anni, uno dei più lunghi nella storia della Chiesa cattolica, secondo solo a quello di San Pietro e di Pio X) ha compiuto 14 viaggi apostolici in America latina, sovvertendo nel profondo la natura progressista dell’istituzione permeata allora dalla Teologia della liberazione, e retta dai suoi vescovi “impegnati” a cambiare anche le cose terrene.

Durante il periodo di oscurantismo seguito alla caduta dell’Unione Sovietica e al dilagare del neoliberismo in America latina, il peso della chiesa di base si è così drasticamente ridotto. E i presidenti che sono tornati poi a governare, come Daniel Ortega in Nicaragua, hanno dovuto fare i conti con le posizioni conservatrici dei vescovi nominati da Wojtyla, che intervengono pesantemente nelle scelte politiche e influiscono su quelle del Vaticano, e che hanno spinto per la rottura delle relazioni diplomatiche con il governo di Ortega e Murillo.

Nel 1983, durante la sua tappa in Nicaragua, Wojtyla umiliò ed espulse a divinis il vescovo sandinista Ernesto Cardenal. Nel febbraio del 1980, aveva trattato con freddezza quello salvadoregno Oscar Arnulfo Romero, venuto a mostrargli un fascicolo con le atrocità commesse dagli squadroni della morte al soldo della Cia. Una denuncia incongrua nei piani del papa polacco, alleato degli Usa nella crociata contro il comunismo, che aveva esortato Romero ad andare d’accordo con il governo. Romero verrà ucciso il 24 marzo del 1980.

Il 14 ottobre del 2018, a Roma, durante una cerimonia presieduta da papa Francesco, Romero è stato proclamato santo. Era stato beatificato il 23 maggio 2015. Il riconoscimento del suo martirio “in odiumfidei” (in odio alla fede) ne aveva consentito la beatificazione senza la necessità di un miracolo.

Il venezuelano José Gregorio Hernández, il “medico dei poveri”, è stato beatificato, invece, nell’aprile 2021, dopo che la Chiesa ha riconosciuto un miracolo nel caso di una ragazza completamente guarita dopo essere stata colpita alla testa, nel 2017. Poco prima di morire, Bergoglio ha avviato il processo di canonizzazione, previo alla sua proclamazione come santo. Una richiesta che il presidente venezuelano, Nicolas Maduro era andato a rivolgere al papa appena eletto, lo stesso anno della morte di Hugo Chávez e della sua successiva elezione alla presidenza della repubblica bolivariana.

La potente Conferenza episcopale venezuelana, schierata con l’estrema destra, ha ostacolato però ogni tentativo di “normalizzare” le relazioni con il governo Maduro, e quelle con il suo predecessore Chávez, contro il quale aveva contribuito a organizzare – insieme alla Cia, ai vertici del padronato e dei media privati – il colpo di stato del 2002. E Francesco ha oscillato tra gesti concilianti e “fuori onda” sugli aerei, e poco o nulla di fatto: in nome della “riconciliazione”.

Così, Francisco si adoperò per favorire la relazione tra gli Usa di Obama e Cuba, nel 2014, e appoggiò i negoziati tra il governo colombiano di Juan Manuel Santos e la guerriglia Farc, che si conclusero con l’accordo del 2016. Ma nel suo viaggio in Colombia, nel 2017, non incluse una tappa nella vicinissima Venezuela.

Nel 2015, durante il viaggio in Bolivia, chiese perdono per i crimini commessi contro i popoli nativi durante la “conquista dell’America”. Otto anni dopo, il Vaticano ripudierà la “dottrina della scoperta” di stampo coloniale, usata per giustificare l’occupazione europea in America e in Africa, ma senza revocare i decreti pontifici sottesi e la superiorità del cristianesimo che li accompagnava.

E se alla redazione dell’enciclica Laudato si’ – un documento che in quell’anno ha denunciato con forza la responsabilità dei paesi ricchi, delle grandi imprese e del sistema economico globale nel furto delle risorse al Sud, e nel processo di impoverimento generale – hanno partecipato anche consulenti dell’allora governo boliviano di Evo Morales, tra i più titolati partecipanti c’è stato il cardinale honduregno Oscar Maradiaga, accusato di aver appoggiato il golpe contro Manuel Zelaya nel 2009.

Più lineare la relazione di Bergoglio con il Brasile di Lula, con cui il papa arrivò a schierarsi, anche politicamente, durante il golpe contro Rousseff e poi durante l’arresto di Lula. Il Brasile fu il primo paese latinoamericano che Francisco visitò, a luglio del 2013. Per prima cosa, si recò in una favela, dove incontrò i più poveri fra i poveri, indicando il centro principale del suo pontificato, e l’atteggiamento che avrebbe dovuto seguire la Chiesa, “uscendo per strada”, pena il “trasformarsi in una Ong”. E la Chiesa – disse Francisco – “non può trasformarsi in una Ong”.

Per questo, riunì oltre tre milioni di giovani sulla spiaggia di Copacabana, celebrando a Rio de Janeiro la XXVIII Giornata mondiale della gioventù. Un tema, quello della speranza da trasmettere ai giovani, sempre presente, nello stile e nei messaggi di papa Francisco, amico dei “cartoneros” argentini e nemico della “cultura dello scarto”, di cui si è dibattuto durante i congressi mondiali da lui organizzati, in vista di una nuova “internazionale” degli ultimi.

La Chiesa, disse Bergoglio, deve recuperare il terreno perduto prestando attenzione a quei fedeli che si sono convertiti in evangelici o hanno lasciato una religione cattolica avvertita come inattiva e distante. Una preoccupazione dettata dalle statistiche. Nel 2022, in America latina risiedeva il 64% dei 1.389 milioni di cattolici presenti nel mondo. Nel 2024, erano scesi al 54%: anche in forza degli scandali per pedofilia che, soprattutto in Cile e in Perù, avevano visto coinvolte le curie. Fin dal subito, il papa annunciò che non sarebbe stato a guardare, e prese drastiche misure per inasprire le pene contro i pedofili e anche per permettere ai tribunali vaticani di processare per “abuso di potere” chi li avesse coperti.

Un tema su cui Bergoglio si è sempre schierato con decisione, è stato quello della libera circolazione dei migranti, dall’America latina al Mediterraneo. In Italia giunse a inviare il suo elemosiniere a ripristinare la corrente elettrica in un luogo occupato e autogestito da migranti, a Roma, lo Spin Time. E, nel 2016, durante il viaggio in Messico, celebrò una messa a Ciudad Juárez, città di frontiera con gli Usa e luogo simbolo delle violenze sui migranti, e in particolar modo sulle donne. E si recò anche in Chiapas, dove sancì l’uso ufficiale delle lingue indigene originarie nelle cerimonie liturgiche.

Bergoglio non è stato, dunque, un radicale della coerenza nella fede, come i tanti che, in Argentina, hanno sacrificato le loro vite schierandosi a favore degli ultimi e contro la dittatura civico-militare degli anni ’70. In quel periodo cupo, ha scelto di mettere la testa nella sabbia: da uomo dell’Istituzione. Un’istituzione capace di produrre e gestire nel corso dei secoli le necessarie oscillazioni temporali a seconda delle esigenze generali: in primo luogo la gestione del “gregge”.

La Chiesa, e un papa che pure decide di chiamarsi Francesco come il fraticello di Assisi, non potrà seguire fino in fondo il messaggio evangelico del Cristo che invita il ricco a spogliarsi di tutti i suoi averi per ambire al regno dei cieli. Tantomeno potrà mettere in discussione la sostanza dello sfruttamento tra capitale e lavoro, arriverà al massimo a consigliare al “servo” più rassegnazione, e al padrone di essere più “buono”. L’istituzione-Chiesa non può andare contro se stessa, contro i suoi dogmi, pena il crollo e la disgregazione.

Il pontificato di Bergoglio, situandosi tra rottura e tradizione, e dopo due precedenti reazionari, ne ha senz’altro evidenziato al massimo le criticità, e ha lasciato un’impronta culturale forte. Molto, ha pesato la sua provenienza dall’America latina, il continente più diseguale, ma in cui la comunità ancora conta: contano le origini solidali, le radici indigene e afro-discendenti, e dove la povertà grida allo scandalo. E le sue grida, con Bergoglio, sono risuonate anche in Vaticano.

L’America latina, ora gli rende omaggio: in forme sobrie e autentiche, come hanno fatto i dirigenti cubani, o addolorate, come Lula in Brasile e Maduro in Venezuela, che ha decretato tre giorni di lutto nazionale, celebrando “l’amico dei popoli, un uomo di Dio che non esitava a turbare i potenti con la verità del Vangelo”.

Un omaggio ipocrita è arrivato anche dal presidente argentino, Javier Milei che, dopo aver definito il papa come “il rappresentante del maligno sulla terra”, si è detto dispiaciuto per la sua morte e ha annunciato la sua presenza ai funerali in Vaticano. In qualche intervista, Bergoglio aveva ammesso di essere “peronista” e di aver a cuore la costruzione della Patria Grande sognata da Bolivar e, forse per le accuse di essere troppo “schierato”, dopo la sua nomina non era più tornato in Argentina.

Difficile dire, adesso, se l’eredità di Francesco riuscirà a permanere nella figura che ne prenderà il posto, imponendosi nell’accesa battaglia in corso per la successione tra progressisti e conservatori. Per ora, in una Roma caotica, rapace e affaristica per questo anno di Giubileo, nell’arrogante ostentazione di super-ricchi, neofascisti e trafficanti di morte a livello internazionale, come si è visto con il voto a Trump e ai suoi epigoni, lo strapotere di Mammona sembra costituire un’attrattiva anche nel mondo degli “scarti” caro a Bergoglio.

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23/04/2025

Reazioni completamente diverse in Israele e Palestina per la morte di Papa Francesco

Netanyahu ha scelto il silenzio e il suo ministero degli Esteri ha fatto cancellare i post di condoglianze per la morte di Papa Francesco. La scelta del ministero degli Esteri israeliano di far cancellare i post di condoglianze dalle pagine delle ambasciate israeliane in tutto il mondo, ha scatenato un po’ ovunque le reazioni diplomatiche degli ambasciatori israeliani, soprattutto di quelli in missione nei paesi cattolici.

Rafi Schutz, un ex ambasciatore di Israele in Vaticano, ha scritto di papa Francesco come “il papa che ha avvicinato il mondo a lui e ha deluso Israele”.

La posizione del papa su Israele dopo l’inizio della guerra merita “aspre critiche”, ha continuato Schutz, aggiungendo che ha segnato un “colpo significativo” alle relazioni israelo-vaticane.

Il giornale di destra Israel Hayom ha detto che il pontefice sarà ricordato in Israele “principalmente per le sue dure dichiarazioni contro la guerra a Gaza”.

Allo stesso modo, il canale di estrema destra Channel 14 lo ha definito il “critico più severo” di Israele.

Zvika Klein, caporedattore del Jerusalem Post, ha definito le critiche di Papa Francesco a Israele e il sostegno ai palestinesi come “sostegno incondizionato ad Hamas”.

“C’era un certo ottimismo nel mondo ebraico quando è stato nominato”, ha detto Klein. “C’è stata una grande delusione da parte israeliana ed ebraica [a causa] delle dure dichiarazioni, soprattutto negli ultimi mesi”.

Il papa aveva criticato a gran voce e ripetutamente la guerra di Israele contro la Striscia di Gaza, in particolare l’uccisione di bambini palestinesi, attirando l’ira dei politici israeliani.

Durante la guerra ha tenuto chiamate quasi notturne con la comunità cristiana di Gaza, che hanno detto essere state una fonte di conforto.

Nel suo libro, Hope Never Disappoints: Pilgrims Toward a Better World, pubblicato alla fine del 2024, ha suggerito che l’assalto di Israele alla Striscia di Gaza potrebbe essere caratterizzato come un genocidio e ha chiesto un’indagine sulle accuse degli “esperti”.

A dicembre, il ministero degli Esteri israeliano ha convocato il massimo diplomatico del Vaticano dopo i commenti di Papa Francesco che accusava Israele di “crudeltà” a Gaza.

Molti israeliani comuni si sono rivolti ai social media per esprimere la loro soddisfazione per la morte del papa a causa della sua posizione sulla guerra di Israele.

Commentando sotto l’articolo di Channel 14, un utente lo ha definito un “mascalzone” e ha detto “è un bene che sia morto”. “Grazie a Dio il Papa è morto”, ha concordato un altro.

Su Facebook, gli utenti dei social media lo hanno classificato come un “odiatore dell’ebraismo”. Sotto il post di Kan 11 sulla morte del papa, un utente ha scritto: “Non mi interessa questo vecchio psicotico, che odia Israele”.

In un rapporto di Ynet, un altro ha scritto: “Papa Francesco sarà ricordato come colui che ha costantemente sostenuto l’antisemitismo moderno”, aggiungendo che il mondo sta “meglio senza di lui”.

Un altro utente ha detto che il papa era “il padre dell’impurità. Un altro pedofilo”, e ha aggiunto: “Grazie a Dio ci siamo sbarazzati di lui”. Un altro utente ha detto: “finalmente buone notizie”.

Sull’account di Walla, un utente lo ha definito “un eretico che sosteneva Hamas nazista”. E un altro ha chiesto: “Perché annunciate ai media ebraici di un odiatore di Israele che è morto?”

Un altro utente ha scritto che “dopo le sue dichiarazioni odiose contro Israele, è fortunato ad aver vissuto qualche mese in più e a non essere morto immediatamente”, riferendosi al deterioramento della salute del papa negli ultimi mesi.

Anche alcune persone in Israele hanno pianto la morte del papa. Il presidente Isaac Herzog ha scritto su X di aver inviato le sue “più profonde condoglianze al mondo cristiano e in particolare alle comunità cristiane in Israele – la Terra Santa – per la perdita del loro grande padre spirituale, Sua Santità Papa Francesco”.

Herzog ha aggiunto: “Spero davvero che le sue preghiere per la pace in Medio Oriente e per il ritorno sicuro degli ostaggi saranno presto esaudite. Possa la sua memoria continuare a ispirare atti di gentilezza, unità e speranza”.

Mentre un utente ha risposto: “Non parlare a mio nome. Il papa era un antisemita malvagio”, ci sono stati anche molti israeliani che hanno espresso indignazione per questo tipo di post.

“Che razzismo. Incredibile”, ha scritto una persona. “Non hai rispetto per nessuna delle due religioni”.

Di tutt’altro segno le reazioni dei palestinesi alla morte di Papa Francesco

Migliaia di utenti dei social media palestinesi, così come molti da Gaza, hanno reso omaggio a Papa Francesco, ricordandolo per il suo sostegno al popolo palestinese durante i 15 mesi di assalto israeliano nell’enclave assediata.

Nel suo discorso finale la domenica di Pasqua, papa Francesco, 88 anni, ha chiesto un cessate il fuoco a Gaza dal balcone della basilica di San Pietro mentre un assistente leggeva una benedizione in cui il papa condannava la “deplorevole situazione umanitaria” causata dalla guerra di Israele contro Gaza, che molti sui social media hanno elogiato.

“Faccio appello alle parti in guerra: chiamate un cessate il fuoco, liberate gli ostaggi e venite in aiuto di un popolo affamato che aspira a un futuro di pace”, ha detto.

Alla notizia della sua morte, molti online hanno elogiato il continuo sostegno del papa al popolo palestinese e alla comunità cattolica, così come alle chiese di Gaza.

Il pastore palestinese Munther Isaac ha pianto la morte di Papa Francesco, dicendo che i palestinesi, e i cristiani palestinesi in particolare, hanno perso un “caro amico” che era “amato in Palestina”.

In tutto il Medio Oriente, i cristiani palestinesi, libanesi e siriani, sia cattolici che ortodossi, hanno elogiato l’impegno costante di Francesco con loro come fonte di conforto in un momento in cui le loro comunità hanno affrontato guerre, disastri, difficoltà e persecuzioni.

“Abbiamo perso un santo che ci ha insegnato ogni giorno come essere coraggiosi, come essere pazienti e rimanere forti. Abbiamo perso un uomo che combatteva ogni giorno in ogni direzione per proteggere questo suo piccolo gregge”, ha detto George Antone, capo del comitato di emergenza presso la chiesa della Sacra Famiglia a Gaza, secondo un rapporto.

Antone ha detto che Francesco ha convocato la chiesa poche ore dopo l’inizio della guerra a Gaza nell’ottobre 2023, l’inizio di quella che il Vatican News Service descriverebbe come una routine notturna durante la guerra. Si assicurava di parlare non solo con il prete, ma con tutti gli altri nella stanza.

“Abbiamo il cuore spezzato per la morte di Papa Francesco, ma sappiamo che sta lasciando dietro di sé una Chiesa che si prende cura di noi e che ci conosce per nome, ognuno di noi”, ha detto Antone, riferendosi ai cristiani di Gaza che sono centinaia.

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22/04/2025

Francesco contro il dio denaro anche nella finanza vaticana

«La povertà non è solo una questione di soldi. È mancanza di accesso, mancanza di opportunità, mancanza di fiducia. Viviamo in sistemi (economici) che non sono mai stati progettati per funzionare per tutti».

Il pensiero economico di un papa innovatore

Sono parole che esprimono il pensiero economico di un Papa innovatore che non a caso aveva scelto il nome di Francesco, il rivoluzionario della storia del Cristianesimo. L’opera riformista del Papa argentino ha coinvolto il governo del sistema economico e finanziario del Vaticano nel nome della trasparenza e della coerenza. Qualità che entrambe, nei secoli, hanno fatto difetto e talora scandalo nello stato Vaticano. Su questo fronte Papa Francesco è intervenuto all’interno di un governo diviso e di un’opposizione che lo ha portato ad effettuare anche un repulisti nelle stanze delle finanze vaticane.

La blacklist dei paradisi fiscali

Per volontà di Bergoglio il Vaticano è stato inserito nella blacklist dei paradisi fiscali. Si è costituita la Segreteria per l’Economia e il Revisore ed è stato riformato lo Ior, la banca vaticana. A questo sono seguiti gesti simbolici di grande importanza come lo sfratto da lussuosi palazzi e l’aumento degli affitti ai cardinali e il processo contro il cardinal Angelo Becciu, accusato di essere a capo di una potente e oscura rete di gestione dei fondi della Santa Sede.

L’Apsa e il Patrimonio della Sede apostolica

In nome della trasparenza ha nominato il vescovo Nunzio Galantino a capo dell’Apsa (Associazione del Patrimonio Sede Apostolica) il nuovo organismo economico della Curia romana che si occupa della gestione del patrimonio economico della Santa Sede. La percezione dell’opinione pubblica sull’immensità delle ricchezze papali è leggenda, ma i numeri, in effetti, sono consistenti. Lo scorso anno il Sole24Ore ha effettuato un’approfondita analisi del patrimonio vaticano sotto la nuova gestione di Galantino.

La finanza vaticana alla luce del sole

Nel 2022 il patrimonio immobiliare ha reso 52,2 milioni (+31,4 milioni), quello mobiliare segna -6,7 milioni. L’Apsa al netto delle passività ammonta a 2,8 miliardi da bilancio – complessivamente gestisce in Italia 4.072 unità immobiliari per un totale di quasi un milione e mezzo di metri quadrati. Fra queste 2.734 sono sue, e 1.338 di altri enti. Da notare che in forma diretta e indiretta all’erario italiano sono stati versati 6,05 milioni per l’Imu e 2,91 milioni per l’Ires. Importi agevolati dal regime di esenzioni statali di cui gode la Chiesa sul suolo italiano. Da notare che il 92% degli immobili è in provincia di Roma. Anche all’estero i numeri sono tutt’altro che irrilevanti: oltre 1.100 unità immobiliari.

Gli immobili

Ma quanto frutta questo patrimonio? Nel 2022 ha reso bene, 52,2 milioni di euro, in crescita di 31,4 milioni, e un dato importante deve essere tenuto presente: solo il 19% è locato a condizioni di libero mercato, il 12% a canone agevolato e il 69% a canone nullo.

Santa Sede e Segreteria di Stato a perdere

Meno bene è andata per la gestione del patrimonio mobiliare: gli investimenti finanziari gestiti dall’Apsa ammontano al 31 dicembre 2022 a circa 1,777 milioni di euro, e comprendono sia la gestione della proprietà che la gestione di terzi (enti della Santa Sede o ad essa collegati, tra cui la Segreteria di Stato): questo comparto ha visto una perdita di 6,7 milioni di euro, rispetto a quello positivo realizzato nel 2021 di 19,85

Proporzionalità negli affitti impone il Papa

Nella relazione allegata al bilancio si legge che alla gestione degli immobili si applicano «criteri di proporzionalità e progressività raccomandati dal Santo Padre». Così da poter concedere in comodato d’uso gratuito una struttura come Palazzo Migliori, dove trovano accoglienza, a due passi dal Colonnato di San Pietro, i senza fissa dimora ospitati dai volontari della Comunità Sant’Egidio.

Futuro con tanta costosa trasparenza?

Sarà ora da vedere se l’opera riformatrice di Bergoglio nell’ambito della gestione del patrimonio vaticano verrà proseguita con altrettanta determinazione. Le divisioni profonde nella Chiesa, che si sono accentuate con l’appoggio dei vescovi americani all’insediamento di Trump in America, restano da ostacolo alla visione di economia civile che Papa Francesco ha, primo tra i pontefici, promosso mediante una critica al modello di sviluppo capitalista.

Oltre l’apprezzamento per l’opera di Bergoglio e l’ondata di genuina emozione per la sua dipartita, appare una realtà economica globale che non ha preoccupazioni sociali e né religiose. Un mondo in cui esiste un solo dio, il dio denaro.

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Dai funerali al Conclave, le tappe per il nuovo papa

Mentre la Chiesa e il mondo piangono la scomparsa di papa Francesco, le secolari regole ecclesiastiche – Ordo Exsequiarum Romani Pontificis – si sono subito messe in moto. Da subito il cerimoniale per i funerali del pontefice rivisti proprio da Papa Francesco lo scorso anno. Ed ecco il percorso dei prossimi giorni che condurrà fino all’elezione di un nuovo Pontefice nella Cappella Sistina

Lo stile di Papa Francesco anche nel suo funerale

Nuove regola cerimoniali volute da Papa Bergoghio per snellire alcune delle procedure e ricondurre a uno stile più sobrio anche la fase dell’ultimo saluto al Pontefice defunto.

Cosa sta accadendo ora?

Prendiamo a piene mani da Avvenire, il quotidiano dei vescovi. L’annuncio della morte è stato dato dal camerlengo cardinal Farrell, mentre nella stanza dove è deceduto il Papa dopo il saluto privato della famiglia pontificia si prepara il corpo del defunto spostandolo, dopo averlo rivestito dei paramenti, nella cappella privata dell’appartamento pontificio, dove avverrà la constatazione ufficiale del decesso. Finora questo rito avveniva direttamente nella camera da letto del defunto.

Niente baldacchino

Il corpo del Papa non sarà lasciato esposto sul baldacchino come abbiamo visto fare fino alle ultime esequie celebrate di un Pontefice, seppur emerito, come Benedetto XVI il 31 dicembre 2023. Francesco nella nuova versione dell’Ordo Exsequiarum ha disposto che il corpo venga posto direttamente nel cofano in cui riposerà per sempre. Questa fase viene definita la «prima stazione» del rito funebre.

Una normale cassa di legno e zinco

Anche qui un’altra novità: sarà una cassa in legno con l’interno in zinco. Scompaiono, quindi, le tre casse nelle quali fino ad ora sono stati sepolti i Pontefici, che prevedevano una cassa di cipresso da collocare dentro a un altro involucro di piombo e infine il tutto custodito all’interno di una bara in rovere.

Dalla cappella privata a San Pietro

Scompare anche la traslazione della salma dall’appartamento pontificio al Palazzo Apostolico, dove di fatto veniva esposto al saluto di chi vive in Vaticano, di autorità e di vescovi e cardinali giunti nel frattempo a Roma. Ci sarà invece una sola traslazione: dalla cappella privata alla Basilica di San Pietro dove la cassa sarà collocata davanti all’altare centrale, costruito sopra la tomba di san Pietro e questa dovrebbe avvenire mercoledì 23, di mattina.

Niente corpo in portantina

Per i precedenti funerali papali, la traslazione in Basilica avveniva con il corpo del defunto adagiato sopra una portantina. Questa volta, secondo le nuove norme, la traslazione del corpo di papa Francesco avverrà con la salma dentro la cassa in cui è stato posto poco dopo il decesso. E sempre nella cassa resterà durante l’omaggio e la preghiera di suffragio che i fedeli potranno fare nella Basilica Vaticana. Niente catafalco, ma la bara aperta adagiata in modo da permettere la vista del Pontefice defunto. La cassa verrà chiusa la sera precedente il giorno delle esequie.

Esequie da decidere

Nei prossimi giorni saranno fissate le esequie, che nelle ultime volte precedenti si sono svolte in piazza San Pietro. Il rito funebre sarà quello di un vescovo diocesano, anche per sottolineare che le esequie del Papa sono quelle di un pastore e discepolo di Cristo e non di un potente di questo mondo.

Tumulazione

Un rito più snello anche per la cancellazione delle tre bare, ma vi è un aspetto che almeno dal 1914 potrebbe cambiare. Infatti, papa Francesco in vita ha dichiarato pubblicamente di voler essere sepolto nella Basilica di Santa Maria Maggiore. Ovviamente dobbiamo attendere di conoscere se papa Francesco nel suo testamento ha dato indicazioni precise al riguardo. Se lo avesse fatto, sarebbe il primo Papa defunto a essere sepolto fuori dal Vaticano dal 1903 quando Leone XIII venne tumulato nella Basilica di San Giovanni in Laterano (dove riposa con altri 21 predecessori). Se la tumulazione avverrà, in Santa Maria Maggiore, Francesco sarà l’ottavo Pontefice a esservi sepolto.

Dopo la tumulazione i ’novendiali’

Concluso il rito funebre e la tumulazione, per la Chiesa universale inizieranno i «Novendiali», cioè nove giorni nei quali saranno celebrate Messe in suffragio per il defunto Pontefice. Per ciascuno degli altri otto giorni sono indicati i gruppi chiamati alla preghiera di suffragio.

Collegio cardinalizio

Il Collegio cardinalizio, dal momento della morte del Papa, assume il ruolo di decisione di tempi e modalità nell’esecuzione dei riti. Nel corso delle «Congregazioni generali» i cardinali (anche ultraottantenni che però non potranno partecipare al Conclave) potranno affrontare non solo il tema del successore di Francesco, ma anche su quale strada indirizzare la Chiesa, oltre alla gestione ordinaria della Chiesa e della Santa Sede.

La data del Conclave

Sarà il Collegio cardinalizio a fissare la data dell’inizio del Conclave, che vedrà al mattino la celebrazione della Messa ‘pro eligendo Pontifice’, presieduta dal decano del Collegio cardinalizio. Nel pomeriggio vi sarà l’ingresso dei cardinali elettori nella Cappella Sistina, luogo dell’elezione del Papa. Presteranno giuramento sulla Bibbia e poi il Maestro delle cerimonie pronuncerà la frase latina «extra omnes», cioè «fuori tutti», rivolto a coloro che non sono cardinali elettori e personale addetto. Inizierà così l’attesa per conoscere il nome del nuovo Papa.

Fumo bianco e nuovo papa

Se la votazione non avrà dato esito positivo dal comignolo sopra la Cappella Sistina uscirà fumo nero. Nel caso di elezione il fumo sarà bianco. Non resterà che attendere che il cardinale protodiacono appaia alla Loggia centrale della Basilica Vaticana per l’annuncio atteso: Habemus Papam.

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21/04/2025

È morto Papa Francesco, un pontefice scomodo a molti

È morto papa Francesco. Il Pontefice, 88 anni, è deceduto oggi, lunedì 21 aprile, giorno di Pasquetta. La notizia è arrivata sicuramente inaspettata dopo che nella giornata di ieri il Papa era stato visto vivo e attivo per la messa di Pasqua ed aveva addirittura incontrato il vicepresidente statunitense Vance.

L’annuncio di questa mattina è stato dato dal cardinale Farrell. Nato a Buenos Aires il 17 dicembre 1936, Jorge Mario Bergoglio era stato ricoverato al Policlinico Gemelli di Roma dal 14 febbraio al 23 marzo per una bronchite al quale si sono accumulati una serie di problemi polmonari e respiratori.

Nel marzo del 2013 Bergoglio partecipò al conclave dopo la clamorosa rinuncia al pontificato di Papa Benedetto XVI, ossia il conservatore Ratzinger. Fu un momento di massima crisi per la credibilità della Chiesa Cattolica. Per eleggere il nuovo Papa furono necessari cinque scrutini e la nomina di Bergoglio fu una sorpresa per tutti. Si tratta del primo gesuita a diventare Papa, il primo Pontefice proveniente dal continente latinoamericano e il primo Pontefice della storia a poter conversare con il suo predecessore.

L’ulteriore sorpresa fu la scelta del nome per il suo pontificato: Francesco, il santo dei poveri il cui nome non era mai stato preso in considerazione da nessun papa. In qualche modo Bergoglio ha risollevato la Chiesa Cattolica dalla pesante crisi di credibilità in cui era sprofondata con le dimissioni di Ratzinger e gli scandali sui preti pedofili venuti alla luce soprattutto negli Stati Uniti.

Ma il suo pontificato ha avuto molti nemici nel mondo, anche e soprattutto tra le file dei cardinali e degli ambienti conservatori della Chiesa. Anche una parte dei fedeli più oscurantisti non lo ha mai gradito ed hanno sofferto il pontificato di Bergoglio usando come esempio contrapposto quello ultrareazionario di Papa Woytila.

Torneremo sugli scenari che si aprono per la nomina del nuovo Pontefice nei prossimi giorni.

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13/11/2024

Quali piani per l’Ucraina da Washington e da Bruxelles?

In un’Europa alle prese con le incognite economiche, politiche e militari che si preannunciano con la presidenza Trump, a partire dal pantano ucraino, sembra proprio che il tema “Kiev” sia stato al centro dell’incontro, lunedì scorso a Parigi, tra il presidente francese Emmanuel Macron e il premier britannico Keir Starmer.

Detto senza mezzi termini dalla direttrice del Royal United Institute for Defence Studies, Karin von Hippel, con l’elezione di Trump «Gli Stati Uniti non saranno più un partner affidabile per nessun Paese europeo, compreso il Regno Unito, quindi è importante costruire ponti e pianificare il più possibile gli scenari, anche decidendo dove fare pressione sugli americani in caso di disaccordo».

Mettendo in circolazione le più svariate versioni del “piano di pace” Trump-Vance (per dire: The Telegraph scrive che Trump prevederebbe di dislocare truppe britanniche nella prevista “zona smilitarizzata” di 1.200 km), diversi media occidentali – legati a questa o quella compagine politico-affaristica – cercano di alimentare una situazione per cui, osserva Stanislav Stremidlovskij su IARex.ru, verrà riservato all’Ucraina lo stesso trattamento toccato alla Germania guglielmina dopo l’armistizio di Compiègne del 1918 (l’incontro Starmer-Macron si è svolto proprio nell’anniversario del 11 novembre): ne faranno un mostro revanscista cui, però, a differenza della Germania, non concederanno venti anni di tempo prima che diventi nuovamente un veicolo di attacco da volgere a est.

Il nocciolo del dibattito in corso verte sul dilemma se gli americani resteranno o meno in Europa. Presumendo che non lo faranno, Macron propone a Londra di sacrificare le “relazioni trans-atlantiche” a favore di quelle continentali, col primo ministro polacco Donald Tusk che parla di alleanza con Francia, Gran Bretagna, Paesi nordici e Repubbliche baltiche per definire una nuova architettura di sicurezza europea e, in particolare, per continuare a sostenere il regime di Kiev nel suo confronto con la Russia, ma senza Washington.

Questo da un lato. Dall’altro, si vocifera di una possibile “sorprendente alleanza” tra Trump, primo ministro ungherese Viktor Orban e Papa Francesco che, si dice, «potrebbe significare la fine delle speranze di un ulteriore sostegno all’Ucraina nella sua lotta contro la Russia».

A questo riguardo, l’ambasciatore ungherese presso la Santa Sede, Eduard Habsburg, ha dichiarato alla britannica The Independent che esiste la possibilità che il pontefice «sostenga un accordo di pace a cui si oppongono tutti gli altri alleati occidentali della NATO».

Habsburg ha ricordato che «negli ultimi anni l’Ungheria ha condotto una battaglia solitaria per il cessate il fuoco immediato e la pace in Ucraina, con Papa Francesco come unico alleato». Ora, a Budapest e Vaticano «si affiancherà un nuovo alleato: Donald Trump», ha detto l’ambasciatore con un ottimismo probabilmente esagerato.

Sta di fatto che l’attuale leadership della Commissione europea e della UE, osserva Stremidlovskij, sta giocando per la squadra della cosiddetta “autonomia strategica” – le ultime decisioni in merito ai fondi che Bruxelles intende destinare alla guerra, sono lì a dimostralo – e accusa Orban di «sfiducia nella UE ed entusiasmo per la Russia».

La potenziale entrata in gioco degli USA sulle posizioni di Budapest non farà che accrescere la divisione e la polarizzazione interna in Europa, come starebbero a dimostrare le iniziative di Parigi, Londra e Varsavia. Molto dipenderà dalla Germania che, però, al momento è alle prese con seri problemi interni, nonostante quei guerrafondai dei Verdi non lascino dubbi su quali posizioni occupare.

Ma pare che alla nuova “Compiègne” si sia parlato anche d’altro, più “operativamente” legato al conflitto in Ucraina.

I Paesi della NATO intendono minare il sistema di sicurezza paneuropeo, ha dichiarato alle Izvestija il rappresentante permanente russo presso l’OSCE Aleksandr Lukaševic. Ciò si esprime soprattutto nella sfrenata espansione dell’infrastruttura militare e nella liquidazione del regime di controllo degli armamenti.

Da parte sua, Vladimir Zelenskij ha ripetutamente chiesto all’Occidente di autorizzare attacchi con armi a lungo raggio sul territorio russo e vari media ipotizzano che proprio quest’ultimo punto possa essere stato al centro dell’incontro Macron-Starmer.

Alla vigilia dell’incontro, The Daily Telegraph scriveva che i due intendevano affrontare la questione su come sia possibile convincere Joe Biden ad autorizzare tali attacchi con i missili Storm Shadow: «Siamo molto interessati a sfruttare fattivamente il tempo fino al 20 gennaio e non lasciare tutto in pausa fino alla prossima amministrazione», era scritto, citando ambienti governativi britannici.

Il tema era stato discusso lo scorso 11 settembre, nel corso della visita a Kiev del Segretario di stato Anthony Blinken e del Ministro degli esteri britannico David Lammy, e tutto lasciava pensare che l’autorizzazione sarebbe arrivata. Ma tutto era rimasto in sospeso e anche Zelenskij, durante la visita in USA a fine settembre, aveva sollevato la questione, ma senza successo. Pur se, in realtà, i colpi portati da Kiev contro la Crimea costituiscono già attacchi a lungo raggio: ma qui la questione è sofisticamente aggirata, considerando la penisola “territorio ucraino”.

Nel campo atlantico ci sono sostenitori della linea dura, che potrebbero complicare i potenziali negoziati tra Mosca e Washington, dice alle Izvestia il politologo serbo-francese Nikola Mirkovic: «Vogliono continuare questa guerra contro la Russia e vogliono quindi trarre quanto più vantaggio possibile dagli ultimi mesi di presidenza di Joe Biden».

Al momento, comunque, il quesito è se Washington intenda andare o meno a una escalation e non si può escludere, dichiara sempre alle Izvestija il politologo Aleksej Fenenko, che la Casa Bianca autorizzi «un singolo attacco, per verificare la reazione russa e, eventualmente, effettuarne un secondo, in uno scenario di escalation strisciante».

Ma in sostanza il complesso della questione, a oggi, verte sull’enigma se Donald Trump si riveli davvero un “pacificatore” del conflitto in Ucraina, o se invece, molto più semplicemente, si limiterà a tirarne fuori gli USA, e come. Anche perché, stando alla CNN, nelle alte sfere militari yankee si intende «resistere agli ordini» che Trump avrebbe intenzione di impartire, una volta insediato, di «dispiegare le truppe per operazioni di polizia sul territorio USA», per aggirare in tal modo, col semplice ignorare il tema ucraino, l’accusa mossagli durante il primo mandato, di essere un “agente del Cremlino”.

Tutto questo non significa, afferma Boris Džerelievskij, del Servizio analitico del Donbass, che Trump starà al gioco di Zelenskij, il quale crede che il neoeletto presidente si vedrà costretto ad attuare i desideri di Kiev, dopo che Mosca avrà rifiutato le iniziative di “pace” di Washington. Anche perché, di fatto, Trump non ha finora avanzato alcun concreto “piano di pace”, all’infuori di diverse varianti di congelamento delle ostilità sulla linea del fronte, con l’intenzione più che altro di sondare il terreno per possibili colloqui di pace e vedere l’ipotetica reazione delle parti, in primo luogo di Mosca.

Ma, in concreto, ciò che sinora è stato proposto da Trump, non è altro che ciò su cui Mosca potrebbe contare in caso di sconfitta, con in più la richiesta di ridurre la cooperazione russa con Cina, Iran e RPDC.

Però, difficilmente Trump potrebbe proporre condizioni di pace accettabili Mosca, perché questo «equivarrebbe al suo suicidio, non necessariamente solo politico». Tra l’altro, secondo The Wall Street Journal, pare che Trump, nei colloqui con alcuni leader UE, non abbia preso alcun serio impegno sull’Ucraina, non abbia parlato di alcuno dei suoi piani, ma si sia limitato a chiedere come i suoi interlocutori intendano risolvere il problema.

In soldoni: Washington se ne va e l’Ucraina tocca alla UE. Del resto, come rivela il Financial Times, i vampiri guerrafondai di Bruxelles già dirottano altre centinaia di miliardi per la guerra.

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27/04/2024

Gli studenti in sciopero della fame alla Sapienza hanno incontrato il cardinale Zuppi

Gli studenti che la settimana scorsa avevano dato vita ad uno sciopero della fame e si erano incatenati sotto al Rettorato della Sapienza, continuano e allargano le loro interlocuzioni per far si che gli atenei italiani interrompano le collaborazioni con l’industria bellica e le istituzioni israeliane.

Ha destato indubbiamente una certa sorpresa l’incontro tra gli studenti e il Cardinal Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiano.

A riferire dell’incontro è il giornale cattolico Il Faro di Roma, il quale scrive che “La via del dialogo e mai la violenza”. Questa è stata l’indicazione del presidente della Cei, card. Matteo Maria Zuppi, che ha incontrato una piccola delegazione degli studenti dell’Università La Sapienza in sciopero della fame per chiedere che l’ateneo romano rinunci ai finanziamenti legati alla ricerca che ha committenze e scopi militari.

I ragazzi – che erano accompagnati dal prof. Luciano Vasapollo e dal direttore de Il Faro di Roma Salvatore Izzo – hanno espresso al card. Zuppi il loro disagio per i rischi di escalation anche nucleare dei conflitti in Medio Oriente e in Ucraina.

“L’impegno mio personale e di tutte le nostre comunità – ha risposto Zuppi – resta quello di essere artigiani di pace, tessitori di unione in ogni contesto, pacifici nelle parole e nei comportamenti”.

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15/01/2024

Se ci vuole il Papa per smascherare la filantropia della Leonardo…

Prima che iniziasse il fine settimana è successo un evento di grande impatto, che però ha ricevuto poca attenzione da buona parte dei media. Per volontà del Vaticano che ne è proprietario, l’ospedale pediatrico Bambin Gesù ha rifiutato una cospicua donazione dalla Leonardo.

Il milione e mezzo offerto dall’azienda sarebbe dovuto servire a comprare un costoso macchinario Pet-Tac, ma dai vertici dell’istituto sanitario hanno risposto che si trattava di una “donazione inopportuna”. Questa scelta segue la linea di pace che il Papa propugna da mesi e mesi.

La risposta di Leonardo è arrivata tramite Repubblica, dove i rappresentanti del gruppo hanno fatto sapere che “in tutti i teatri di guerra in corso, a partire dall’Ucraina e dal Medio Oriente, non c’è nessun sistema offensivo di nostra produzione. Non capiamo questo rifiuto”.

Non c’è voluto molto perché venissero sbugiardati, com’era ovvio. Giorgio Beretta, della Rete italiana pace e disarmo, ha riportato su X (l’ex Twitter) una serie di voci di documenti governativi pubblici in cui vengono registrati cospicui pagamenti da Tel Aviv all’azienda italiana.

Non essendoci il dettaglio delle esportazioni, Leonardo può dire che non si tratti di sistemi offensivi. Ma questo tipo di argomenti in un paese in cui, come in tutta la filiera euroatlantica, si è condannata la Cina per la vendita di alcuni chip che potevano poi finire dentro delle armi russe farebbe ridere. E tuttavia è usato.

Ad ogni modo, il tema centrale qui è che la Santa Sede ha mostrato nella sua concretezza l’ipocrisia dell’industria bellica, più volte criticata da Francesco per gli extraprofitti di questo periodo di guerra. Mentre la conta dei bambini palestinesi uccisi si avvicina a 10 mila, un’impresa di morte cerca di ottenere l’approvazione pubblica attraverso un atto filantropico.

Il Vaticano ha inceppato il meccanismo e ha rivelato come la donazione sia parte di un calcolo aziendale, senza avere nulla a che fare con la sfera della moralità. Non a caso, il Papa ha ricordato ieri sera, ospite al programma Che tempo che fa, che dietro le guerre ci sono i guadagni del commercio delle armi.

Ora, nessuno vuole fare finta che la Chiesa, intesa come istituzione secolare, sia mossa solo da esponenti di indubbia moralità. Le zone oscure o decisamente nere della sua storia sono ben note; e certamente anche sotto il pontificato di Francesco non sono scomparse come per magia. Ma che ci si concentri sulle contraddizioni del Vaticano è voler nascondere il valore del rifiuto alla donazione.

Ad esempio, un articolo su Open ha sottolineato che proprio il Bambino Gesù utilizza una flotta di droni della Leonardo, gestita dall’Aeronautica militare, per il trasporto di prodotti biomedicali e fiale di sangue fra le sedi distaccate di Santa Marinella e Palidoro. Un altro esempio di tecnologia dual use, con usi civili ma applicazioni anche militari.

Il punto è proprio questo. A dover cercare di individuare per forza una falla nell’atteggiamento vaticano, si finisce a criticare l’utilizzo delle produzioni della Leonardo per scopi medici, quando il nocciolo della questione posta dalla Santa Sede era proprio questo: basta con l’industria della morte.

Ora, di per sé è un fatto marginale, e non cambierà nulla né nello scenario internazionale né nei rapporti tra Chiesa e Leonardo. Ma un caso del genere e le reazioni a cui ha dato origine sono risultate in un altro vivido esempio di come il modello occidentale e le sue retoriche siano sempre meno capaci di rispondere alla sua crisi economica ed egemonica.

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20/06/2023

Il presidente cubano Diaz Canel a Roma

Il presidente cubano Diaz Canel sarà in questi giorni in Europa per partecipare come Presidente del Gruppo dei 77 + Cina al “Vertice per un nuovo patto finanziario mondiale” che si terrà a Parigi, in Francia. Inoltre, il presidente Diaz Canel visiterà l’Italia e farà una visita privata nello Stato della Città del Vaticano. Si prevede inoltre di sviluppare un programma ufficiale nella Repubblica di Serbia.

Durante le visite, il presidente cubano incontrerà anche le autorità dei paesi europei e svolgerà altre attività di interesse.

La delegazione cubana ufficiale è composta anche dal membro dell’Ufficio Politico del PCC e Ministro degli Affari Esteri, Bruno Rodríguez Parrilla, nonché da vice ministri e altri direttori del Ministero degli Esteri.

Il presidente cubano Miguel Diaz-Canel sarà in visita da Papa Francesco martedì 20 giugno. Il presidente cubano sarà ricevuto anche al Quirinale del presidente della Repubblica italiano Sergio Mattarella e dal Primo Ministro italiano Giorgia Meloni.

Quello di Diaz Canel in Italia sarà un viaggio breve, che poi lo porterà in Francia, dove parteciperà all’incontro mondiale sul Nuovo Patto Finanziario Internazionale previsto a Parigi il prossimo 22-23 giugno.

Le fonti vaticane concordano nel dire che quella in Vaticano sarà una visita di cortesia del Presidente cubano, e che per volontà di entrambi le parti sarà un incontro semplice, senza protocollo, allo scopo di rinforzare con un rapporto personale l’amicizia che si è gradualmente consolidata dalla storica visita in Vaticano del Presidente Fidel Castro, nel lontano 16 novembre 1996.

Anche nei momenti più difficili e tesi tra L’Avana e il Vaticano si è fatto sempre di tutto per non polarizzare le divergenze e soprattutto per scongiurare la rottura che molti auspicavano.

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Guerra in Ucraina - Le proposte di negoziati sul campo

Si è conclusa la visita della delegazione di alcuni stati africani a Kiev e Mosca nel tentativo di porre fine al conflitto in Ucraina. Nei colloqui la Russia ha affermato di prendere in considerazione tutte le proposte in arrivo sulla risoluzione della situazione in Ucraina. Kiev invece ha ribadito il suo piano in 10 punti che ha come presupposto la cacciata dei russi da tutti i territori rivendicati dall’Ucraina, inclusa la Crimea.

Durante i colloqui con Putin, il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha presentato i 10 punti principali del piano di pace, che comprendono l’allentamento del conflitto da entrambe le parti, i negoziati diplomatici, la garanzia della sovranità degli Stati in conformità con la Carta delle Nazioni Unite, lo scambio di prigionieri, la ricostruzione postbellica e altri.

Ecco i punti chiave del colloquio di Putin con i leader africani.

I 10 punti del Piano di pace africano

Cyril Ramaphosa ha affermato che è giunto il momento di porre fine al conflitto in Ucraina. Rilevando che l’Africa vorrebbe diventare un mediatore nella ricerca della pace, ha presentato il piano, che si concentra sui 10 punti principali per la sua realizzazione.

Il piano invita ad ascoltare le posizioni di entrambi i paesi; iniziare la de-escalation da entrambe le parti; garantire la sovranità degli Stati e dei popoli in conformità con la Carta delle Nazioni Unite; ottenere garanzie di sicurezza per tutti i paesi; garantire il trasporto di cereali e fertilizzanti di entrambi i paesi; sostegno umanitario alle popolazioni colpite dalla guerra; risoluzione della questione dello scambio dei prigionieri e del rimpatrio dei bambini; la ricostruzione postbellica e l’aiuto alle popolazioni colpite dalla guerra; cooperazione più stretta con gli Stati africani.

Il Cremlino ha sottolineato che la Russia ha sostenuto il popolo del Donbass dopo il “sanguinoso colpo di stato” in Ucraina e ha cercato a lungo di risolvere pacificamente la situazione.

“È stato il regime di Kiev a iniziare questa guerra nel 2014, e noi avevamo il diritto di fornire aiuti alla gente del Donbass in conformità con l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, citando la clausola relativa all’autodifesa“, ha sottolineato Putin. Mosca coopera con Kiev sullo scambio di prigionieri di guerra.

“Si sta facendo molto per questo, sia dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi Uniti che dagli altri nostri partner e amici. E siamo pronti a sostenere questo processo“.

Sul punto relativo all’accordo sul grano, Mosca ha definito un inganno il fatto che il cibo non vada ai paesi africani bisognosi in base all’accordo raggiunto: “Queste autorità neocoloniali – europee e, in sostanza, americane – hanno ancora una volta ingannato la comunità internazionale e i paesi africani bisognosi”.

Secondo Putin, circa 31,7 milioni di tonnellate di prodotti agricoli sono già stati esportati dai porti ucraini nell’ambito dell’iniziativa per il grano, ma solo il 3,1% di questo volume è andato ai paesi in via di sviluppo.

Gli Stati africani hanno evidenziato anche i noti 12 punti della posizione cinese, presentata da diversi mesi ed hanno evidenziato che le parti prevedono che non ci debba essere alcun doppio standard, che tutti i principi della Carta delle Nazioni Unite siano rispettati e attuati, che non vengano applicate sanzioni unilaterali, che nessuno debba cercare di garantire la propria sicurezza a scapito della sicurezza degli altri, che la sicurezza rimanga indivisibile a livello globale.

Vediamo adesso i punti chiave sui diversi piani di pace per l’Ucraina presentati da altri paesi.

Lo scenario “coreano” proposto dall’Indonesia

Il piano proposto dall’Indonesia all’inizio di giugno è simile ai principi stabiliti nella penisola coreana dopo la guerra tra nord e sud negli anni ’50: cessate il fuoco immediato da entrambe le parti, ritiro delle forze ucraine e russe a 15 km dalle loro posizioni attuali e l’istituzione di una zona smilitarizzata (DMZ).

Inoltre, l’iniziativa comporterebbe lo stazionamento di forze di pace delle Nazioni Unite nella zona demilitarizzata, oltre a tenere referendum sotto la supervisione delle Nazioni Unite, al fine di “confermare oggettivamente la volontà della maggioranza della popolazione“. Il piano non specifica quali territori sarebbero oggetto di referendum.

L’Indonesia si è dichiarata pronta a prendere parte a tutti i processi e a inviare i propri militari nell’ambito della missione di mantenimento della pace. Il ministro della Difesa indonesiano Prabowo Subianto sostiene che l’efficacia di tali misure sia stata dimostrata dall’esperienza coreana.

I 12 punti della Cina

A febbraio, la Cina ha pubblicato il proprio piano di pace in 12 punti. Pechino ha chiesto una riduzione dell’escalation, un cessate il fuoco e la fine delle ostilità, nonché colloqui di pace. La Cina ha sottolineato che le preoccupazioni di sicurezza di tutte le parti devono essere prese in considerazione; nel frattempo, non si deve cercare di assicurare la pace regionale espandendo i blocchi militari.

Il piano di pace cinese prevede la risoluzione della crisi umanitaria, lo scambio di prigionieri e la garanzia delle esportazioni di cibo attraverso il corridoio del grano.

La Cina ha chiesto di impedire lo sviluppo e l’uso di armi biologiche e chimiche, di prevenire la proliferazione di armi nucleari e di evitare una crisi nucleare. Secondo Pechino, è ora di smetterla di imporre sanzioni unilaterali non approvate dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e di contrastare gli sforzi per armare l’economia globale. La Cina è anche pronta a fornire aiuti nella ricostruzione postbellica della zona di conflitto in Ucraina.

Le proposte di Brasile e Vaticano

Anche il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva chiede negoziati. A suo avviso, è necessario stabilire un nuovo formato internazionale con la partecipazione di paesi pronti a fare da mediatori a Mosca e Kiev e non coinvolti nel conflitto.

Lula da Silva ha chiesto un vertice delle Nazioni Unite con la partecipazione del presidente russo Vladimir Putin e del suo omologo ucraino Vladimir Zelensky. Anche se i dettagli del piano del Brasile sono sconosciuti, Mosca, secondo da Silva, deve essere presentata con alcune “precondizioni minime”.

Il Vaticano ha avviato una missione di pace e sforzi di mediazione. Papa Francesco si è detto pronto a visitare Kiev e Mosca. In questo momento, la missione di pace della Santa Sede è guidata dal presidente della Conferenza episcopale italiana Matteo Zuppi. Non si conoscono però i termini e le precondizioni della missione: il pontefice ha osservato che l’iniziativa non è pubblica, sebbene il suo obiettivo sia quello di raggiungere un cessate il fuoco.

La posizione della Russia

La posizione della Russia è stata delineata durante i colloqui in Bielorussia, e successivamente durante i colloqui in Turchia nel febbraio-aprile 2022; include lo status neutrale e di non appartenenza alla Nato dell’Ucraina, cementato nella sua costituzione, così come il rifiuto dell’Ucraina di avere un proprio arsenale nucleare.

La Russia chiede la smilitarizzazione e la denazificazione dell’Ucraina, la risoluzione della questione linguistica, nonché il riconoscimento dell’indipendenza di DPR e LPR e il riconoscimento della sovranità della Russia su Crimea e Sebastopoli.

Nel frattempo, la Russia ha ripetutamente osservato che accoglie con favore gli sforzi di tutti gli stati, volti a una soluzione pacifica della crisi ucraina, ma si aspetta proposte specifiche, anche dall’Indonesia, dal Vaticano e dal Sudafrica. Mosca ha anche sottolineato che nessun piano di pace può esistere, se non prevede l’adesione delle quattro nuove regioni alla Russia.

Tuttavia, Putin ha sottolineato che il piano della Cina può essere considerato come la base per il trattato di pace, quando l’Occidente e Kiev saranno pronti.

I “10 punti” di Zelenskyj

Nel frattempo, Zelensky ha proposto il suo “piano di pace”, che l’Ucraina considera l’unica possibile soluzione a lungo termine, nel novembre 2022. Il piano comprende 10 punti.

Secondo Zelensky, la Russia deve ritirare le sue forze dall’Ucraina, “ripristinare l’integrità territoriale dell’Ucraina” e scambiare prigionieri di guerra secondo la formula “tutto per tutti“.

La Russia deve immediatamente ritirare i suoi militari dal territorio della centrale nucleare di Zaporizhzhia. La centrale deve essere immediatamente trasferita sotto il controllo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica e del personale ucraino. Ciò comporterà una cessazione reale e completa delle ostilità.

Kiev deve essere dotata di sicurezza militare, nucleare, alimentare, biologica ed energetica attraverso meccanismi internazionali. Il mondo dovrebbe approvare la creazione del Tribunale speciale per il crimine di aggressione della Russia contro l’Ucraina e la creazione di un meccanismo internazionale per compensare tutti i danni causati da questa guerra.

È necessario un risarcimento a carico dei russi, poiché è l’aggressore che deve fare tutto il possibile per ripristinare la giustizia che ha violato. Dovrebbero essere introdotte restrizioni sui prezzi delle risorse energetiche russe.

Organizzare una conferenza internazionale per rinsaldare gli elementi chiave dell’architettura della sicurezza postbellica nello spazio euro-atlantico, comprese le garanzie per l’Ucraina. Il risultato principale della conferenza dovrebbe essere la firma del Patto di sicurezza di Kiev. (Il Patto di sicurezza di Kiev di nove pagine pubblicato a settembre chiede ai paesi occidentali di fornire «risorse politiche, finanziarie, militari e diplomatiche» per rafforzare la capacità di difesa di Kiev).

Secondo Kiev quando tutte le misure anti-guerra saranno attuate, quando la sicurezza e la giustizia cominceranno a essere ripristinate, un documento che conferma la fine della guerra dovrà essere firmato dalle parti. Gli Stati disposti a prendere l’iniziativa di una decisione possono diventare parti di questa convenzione.

Secondo Kiev, il “tempo dei mediatori” – Cina, Brasile, Vaticano – è “finito”, mentre l’iniziativa indonesiana “farà solo guadagnare tempo alla Russia”. L’Ucraina è pronta a discutere le proposte dell’Africa, ma non ha intenzione di congelare il conflitto fino all’eventuale successo della controffensiva militare.

Segnaliamo infine un dato che va preso in considerazione: la guerra in Afghanistan è costata in media 115 miliardi all’anno ai paesi della Nato. Quella in Ucraina è già costata loro 170 miliardi in un anno.

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