Alla vigilia del Conclave che inizierà mercoledi, in Vaticano è cominciata la cosiddetta fase preliminare.
Nelle otto congregazioni già tenutesi nell’Aula del Sinodo in Vaticano, alle quali hanno partecipato i cardinali ultraottantenni insieme a quelli più giovani che voteranno nel Conclave, i candidati certi al momento appaiono solo due.
Il principale è Pietro Parolin che è stato Segretario di Stato, una specie di primo ministro, della Curia romana. La sua candidatura non è stata ancora proclamata, ma la fazione interessata non l’ha nemmeno smentit . Il quorum necessario per l’elezione del Pontefice è dei due terzi cioè 89 voti, e Parolin ha bisogno di rinforzi dentro nella Cappella Sistina.
L’altro candidato è l’unico che finora è stato “nominato”. Si tratta del cardinale Mario Grech, 69 anni, arcivescovo di Malta, il cui nome è stato consegnato ai cardinali dal cardinale arcivescovo di Lussemburgo Jean Claude Hollerich, principale figura guida del processo sinodale voluto da papa Bergoglio. Grech è il segretario generale del Sinodo dei vescovi.
Circola poi anche il nome del patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, il quale ha espresso la sua simpatia per Grech , ma in molti circoli lo stesso Pizzaballa viene considerato un buon candidato ed è molto stimato tra i progressisti che difendono il processo sinodale di estensione della gestione nella Chiesa per includere in particolare i laici e le donne ma contro cui molti vescovi hanno sollevato proteste. Il nome del cardinale Zuppi, quello che molti progressisti dentro e fuori la Chiesa vorrebbero vedere come il Papa prosecutore dell’opera di Francesco, non compare tra quelli “papabili”.
Finora i gruppi conservatori non hanno annunciato alcun candidato o potenziale candidato. Ciò risponde a una strategia chiara. La principale figura conservatrice del Conclave è il cardinale americano Timothy Dolan, arcivescovo di New York, amico intimo di Donald Trump anche se ieri ne ha criticato la scelta di pubblicare la foto del presidente statunitense vestito da Papa.
L’unico dato chiaro fino ad ora è che sia i gruppi progressisti sia i conservatori hanno scoperto poche carte: stanno pianificando e mettendo in atto le loro strategie per vincere il voto finale dei 133 cardinali che si contenderanno l’elezione del nuovo pontefice a partire da mercoledì 7 maggio.
Alcuni settori le loro carte le tengono ben nascoste. I conservatori, ad esempio, non hanno ancora proposto un candidato definitivo. Il cardinale ungherese Peter Erdo, 72 anni, è rispettato ma sembra essere una bandiera da menzionare obbligatoriamente.
E poi c’è chi tenta di avvelenare i pozzi. Ad esempio intorno al cardinale Parolin si era diffusa la notizia che fosse svenuto a causa di una crisi epilettica, una notizia che, se confermata, avrebbe fatto saltare la prima candidatura informale lanciata nelle congregazioni generali. Ma nessuno ha visto l’incidente, mentre più tardi, un cardinale colombiano ha affermato di averlo visto e che stava bene.
Se si è trattato di un trucco malevolo per insabbiare la candidatura di Pietro Parolín, quello che si sa è che la notizia è circolata, secondo il Vaticano, su siti antiprogressisti negli Stati Uniti e su alcuni in Italia.
Se la presunta malattia di Parolin rimane poco chiara, inevitabilmente sorgerà la sensazione che anche le congregazioni siano entrate in una fase di “avvelenamento dei pozzi”. Brutto segno di ciò che potrebbe accadere in seguito.
L’impressione è che un avvelenatore di pozzi abbia lanciato una fake news per rovinare l’unico candidato cardinale “in pectoris” , che avrebbe avuto un buon numero di voti. Quaranta o cinquanta, a seconda della versione. Una cifra comunque inferiore al quorum di 89 su 133 voti, ma importante come punto di partenza per mercoledì prossimo. Ieri sono arrivati altri cinque cardinali, portando così il numero totale dei cardinali presenti in Vaticano a 129. Ne mancano solo quattro. Due però non verranno a Roma per problemi di salute. Si tratta dello spagnolo Antonio Cañizares e del keniano John Njue.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/05/2025
02/05/2025
Un distopico conclave
Conclave (2024), diretto da Edward Berger, capita, di questi tempi, come il film giusto al momento giusto. Quella messa in scena dalla storia è una dimensione parallela rispetto alla realtà e fra pochi giorni, nella stessa realtà, verrà avviato un nuovo conclave per eleggere il successore di papa Francesco. Siamo quindi in una dimensione parallela al mondo reale, in cui il papa appena defunto si chiama Gregorio XVII, e che è però caratterizzata, rispetto alla realtà, da alcuni tratti distopici. Il centro di Roma è infatti scosso da attentati di kamikaze che riescono a farsi esplodere addirittura nella prossimità della Cappella Sistina dove si sta svolgendo l’elezione del nuovo pontefice. A un certo punto, nel momento in cui il decano dei cardinali sta votando, lo scoppio di una bomba, dalle tonalità apocalittiche, fa crollare una parte del soffitto della Cappella ferendo i cardinali riuniti in assemblea. È come se la terribile e orrenda dimensione della guerra si insinuasse nei più reconditi interstizi della società occidentale, colpendo uno fra i luoghi più controllati e difesi al mondo. Il cuore più segreto di Roma e del Vaticano diventa teatro di guerra come lo scenario orribile del fronte della prima guerra mondiale raccontato magistralmente dallo stesso Berger con Niente di nuovo sul fronte occidentale (2022).
La città di Roma che pulsa intorno alla segregazione dei cardinali riuniti in conclave assomiglia, per certi aspetti, a quella rappresentata dal film Lo chiamavano Jeeg Robot (2015) di Gabriele Mainetti, venato di accenti fantascientifici, dove le vicende del borgataro Enzo, divenuto un supereroe in forma antieroica dopo essere entrato in contatto con dei bidoni tossici abbandonati nel Tevere, sono segnate da scoppi di bombe che attraversano la città. Anche qui siamo in una dimensione parallela rispetto alla realtà: la Roma del film, come quella di Conclave, è caratterizzata da tratti distopici non nel senso di un potere oppressivo e dittatoriale che grava ovunque, ma in quello della rappresentazione di un mondo non desiderabile, segnato da guerre e conflitti che giungono fin nel cuore di una metropoli occidentale. Tra l’altro, Conclave non ci mostra nulla di quella città che sta al di fuori: noi spettatori siamo reclusi come i cardinali, non vediamo ma ascoltiamo soltanto le notizie che vengono da fuori, notizie in cui campeggiano numerosi morti e feriti negli attentati.
Ma la dimensione della guerra è presente anche all’interno del conclave: uno dei cardinali afferma infatti: “siamo in guerra” perché nello spazio claustrale della Cappella si sta attuando una guerra fra gli esponenti di diverse fazioni e di diverse ambizioni personali. Le architetture geometriche dello spazio racchiudono i porporati che vediamo segnati da vizi e da corruzione come i più meschini esponenti del potere ‘laico’. Gli affreschi di Michelangelo, spesso inquadrati dalla macchina da presa come gli insindacabili custodi di un ordine e di un potere superiori, assumono quasi connotazioni terribili e mostruose nell’avvolgere i tetri burattini di un potere assai più temporale che spirituale. I cardinali, con le loro ambizioni e i loro inconfessabili scheletri negli armadi, vengono inseriti in una condizione di prigionia quasi come in molte serie tv orientali, basti pensare al celebre Parasite o a The 8 Show dove dei concorrenti vengono costretti da un potere superiore a sfidarsi fra di loro all’ultimo sangue in un truce gioco a premi. Chiusi in una scatola, in una sorta di orrendo esperimento, i cardinali svelano la loro vera natura e le loro ambizioni più segrete. Adeyemi, nonostante sia nigeriano e la sua elezione significherebbe il primo papa di colore della storia, è invece un omofobo conservatore; ugualmente è un conservatore tradizionale il canadese Joseph Trambley; l’italiano Goffredo Tedesco è invece un conservatore reazionario. Ma, nonostante il loro conservatorismo e tradizionalismo di facciata, ognuno di essi è implicato in scandali e corruzioni che non faticano a emergere allo scoperto. L’unico apparentemente a non essere implicato, giunto al conclave per ultimo e in modo inaspettato, è il messicano Benitez, che proprio da un luogo di guerra proviene, essendo l’arcivescovo di Kabul. Un personaggio quasi dionisiaco, perturbatore dell’ordine conservatore e tradizionalista che grava sulla Cappella Sistina, geometrica ‘scatola’ che coi suoi fasti rinascimentali racchiude i lembi più oscuri del contemporaneo spettacolo digitale.
Ecco perché Conclave può essere considerato anche un thriller ben confezionato del quale poco altro si deve rivelare allo spettatore per non rovinare il fascino di una trama che si dirige gradatamente verso le sponde più inaspettate. Il tutto ben confezionato grazie alla presenza di bravissimi attori come Stanley Tucci, Ralph Fiennes, Sergio Castellitto e Isabella Rossellini. Resta una domanda, dopo la visione del film: se qui ci troviamo di fronte a una realtà parallela e venata di accenti distopici, quanto essa si avvicina a ciò che vedremo fra qualche giorno nella nostra realtà? Di sicuro, la dimensione spettacolare e mediatica (dopo aver visto gli scenari dell’esposizione della salma e dei funerali del papa, puro spettacolone mediatico con tanto di selfie col morto, ne siamo convinti) supererà l’immaginazione fino a raggiungere vette distopiche sconosciute persino al conclave messo in scena da Edward Berger.
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La città di Roma che pulsa intorno alla segregazione dei cardinali riuniti in conclave assomiglia, per certi aspetti, a quella rappresentata dal film Lo chiamavano Jeeg Robot (2015) di Gabriele Mainetti, venato di accenti fantascientifici, dove le vicende del borgataro Enzo, divenuto un supereroe in forma antieroica dopo essere entrato in contatto con dei bidoni tossici abbandonati nel Tevere, sono segnate da scoppi di bombe che attraversano la città. Anche qui siamo in una dimensione parallela rispetto alla realtà: la Roma del film, come quella di Conclave, è caratterizzata da tratti distopici non nel senso di un potere oppressivo e dittatoriale che grava ovunque, ma in quello della rappresentazione di un mondo non desiderabile, segnato da guerre e conflitti che giungono fin nel cuore di una metropoli occidentale. Tra l’altro, Conclave non ci mostra nulla di quella città che sta al di fuori: noi spettatori siamo reclusi come i cardinali, non vediamo ma ascoltiamo soltanto le notizie che vengono da fuori, notizie in cui campeggiano numerosi morti e feriti negli attentati.
Ma la dimensione della guerra è presente anche all’interno del conclave: uno dei cardinali afferma infatti: “siamo in guerra” perché nello spazio claustrale della Cappella si sta attuando una guerra fra gli esponenti di diverse fazioni e di diverse ambizioni personali. Le architetture geometriche dello spazio racchiudono i porporati che vediamo segnati da vizi e da corruzione come i più meschini esponenti del potere ‘laico’. Gli affreschi di Michelangelo, spesso inquadrati dalla macchina da presa come gli insindacabili custodi di un ordine e di un potere superiori, assumono quasi connotazioni terribili e mostruose nell’avvolgere i tetri burattini di un potere assai più temporale che spirituale. I cardinali, con le loro ambizioni e i loro inconfessabili scheletri negli armadi, vengono inseriti in una condizione di prigionia quasi come in molte serie tv orientali, basti pensare al celebre Parasite o a The 8 Show dove dei concorrenti vengono costretti da un potere superiore a sfidarsi fra di loro all’ultimo sangue in un truce gioco a premi. Chiusi in una scatola, in una sorta di orrendo esperimento, i cardinali svelano la loro vera natura e le loro ambizioni più segrete. Adeyemi, nonostante sia nigeriano e la sua elezione significherebbe il primo papa di colore della storia, è invece un omofobo conservatore; ugualmente è un conservatore tradizionale il canadese Joseph Trambley; l’italiano Goffredo Tedesco è invece un conservatore reazionario. Ma, nonostante il loro conservatorismo e tradizionalismo di facciata, ognuno di essi è implicato in scandali e corruzioni che non faticano a emergere allo scoperto. L’unico apparentemente a non essere implicato, giunto al conclave per ultimo e in modo inaspettato, è il messicano Benitez, che proprio da un luogo di guerra proviene, essendo l’arcivescovo di Kabul. Un personaggio quasi dionisiaco, perturbatore dell’ordine conservatore e tradizionalista che grava sulla Cappella Sistina, geometrica ‘scatola’ che coi suoi fasti rinascimentali racchiude i lembi più oscuri del contemporaneo spettacolo digitale.
Ecco perché Conclave può essere considerato anche un thriller ben confezionato del quale poco altro si deve rivelare allo spettatore per non rovinare il fascino di una trama che si dirige gradatamente verso le sponde più inaspettate. Il tutto ben confezionato grazie alla presenza di bravissimi attori come Stanley Tucci, Ralph Fiennes, Sergio Castellitto e Isabella Rossellini. Resta una domanda, dopo la visione del film: se qui ci troviamo di fronte a una realtà parallela e venata di accenti distopici, quanto essa si avvicina a ciò che vedremo fra qualche giorno nella nostra realtà? Di sicuro, la dimensione spettacolare e mediatica (dopo aver visto gli scenari dell’esposizione della salma e dei funerali del papa, puro spettacolone mediatico con tanto di selfie col morto, ne siamo convinti) supererà l’immaginazione fino a raggiungere vette distopiche sconosciute persino al conclave messo in scena da Edward Berger.
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