di Luciano Vasapollo
«La specie umana è in pericolo di estinzione». Quando Fidel Castro pronunciò questo monito, nel celebre discorso del 17 novembre 2005 nell’Aula Magna dell’Università dell’Avana, molti lo considerarono un’esagerazione retorica.
Oggi, davanti all’accelerazione della crisi climatica, alla devastazione degli ecosistemi, alle guerre permanenti e all’appropriazione privata delle risorse naturali, quelle parole assumono il valore di una diagnosi storica. Non si tratta di un catastrofismo astratto, ma della constatazione che il modo di produzione capitalistico ha trasformato la natura in merce e la vita stessa in variabile subordinata all’accumulazione.
Per comprendere questa crisi non bastano né l’ambientalismo morale né il tecnicismo economico. Occorre recuperare una visione dialettica del rapporto tra uomo, natura e scienza. È qui che Marx ed Engels restano straordinariamente attuali: la natura non è uno sfondo esterno alla storia, ma il primo terreno dell’attività umana, il luogo in cui si realizza il metabolismo tra società e ambiente.
La rottura di questo metabolismo – quella che John Bellamy Foster ha definito metabolic rift – rappresenta il cuore della contraddizione ecologica contemporanea.
Dalla Rerum Novarum alla Querida Amazonia
Può sembrare insolito affiancare Marx a Leone XIII, Engels a Papa Francesco e il materialismo dialettico al Cantico delle Creature di san Francesco d’Assisi. Eppure esiste un terreno comune: la critica dell’idolatria del denaro e la difesa della dignità della vita.
La Rerum Novarum denunciava già nel 1891 gli effetti disumanizzanti del capitale industriale e rivendicava il primato del lavoro sulla ricchezza. Querida Amazonia amplia quella prospettiva mostrando come la devastazione della foresta, l’espulsione dei popoli originari e la finanziarizzazione dei beni comuni siano aspetti di un unico paradigma tecnocratico. San Francesco, molto prima dell’economia moderna, chiamava il sole, l’acqua e la terra «fratello» e «sorella», indicando una relazione di reciprocità anziché di dominio.
Non è un sincretismo filosofico. È il riconoscimento che tradizioni diverse possono convergere nella critica di un sistema che considera infinita l’accumulazione in un Pianeta finito.
Un passaggio imprescindibile riguarda poi l’enciclica Laudato si’ di papa Francesco, che ha avuto il merito di riportare al centro del dibattito internazionale il rapporto tra crisi ambientale, modello economico e responsabilità sociale. La “cura della casa comune” non può essere ridotta a una generica sensibilità ecologista: implica mettere in discussione un sistema economico fondato sulla crescita illimitata, sulla mercificazione della natura e sulla subordinazione dei beni comuni alla logica del profitto.
In questo senso, la riflessione proposta da Laudato si’ entra in un dialogo fecondo con la critica marxista dell’economia politica, perché riconosce che la devastazione ambientale non è un fenomeno separato dalle strutture economiche e sociali che organizzano la produzione e la distribuzione della ricchezza.
Questa prospettiva affonda le proprie radici anche nella tradizione marxista classica e, in particolare, nella Dialettica della natura di Friedrich Engels. La natura non viene concepita come un semplice deposito inesauribile di risorse a disposizione dell’uomo, ma come una realtà dinamica, complessa e interconnessa, nella quale ogni trasformazione produce conseguenze e contraddizioni. È proprio la separazione artificiale tra società e natura, radicalizzata dal modo di produzione capitalistico, a generare una frattura sempre più profonda.
Il capitale tende infatti a utilizzare la natura come se fosse gratuita e infinita, mentre scarica sulla collettività e sulle generazioni future i costi della sua distruzione. La crisi ecologica diventa così una manifestazione della stessa contraddizione tra capitale e natura.
Su questo terreno si colloca anche il lavoro sviluppato nella nostra riflessione sul rapporto tra capitale e natura, in particolare nel volume NOUS della nostra scuola pubblicato nel 2025 con Armadillo, che rappresenta uno dei tentativi più organici di ricostruire questo conflitto nella sua dimensione economica, sociale, ambientale e geopolitica.
Il punto centrale è che la crisi ecologica non può essere affrontata limitandosi a modificare i comportamenti individuali o introducendo qualche correttivo tecnologico. Occorre interrogarsi sui rapporti di produzione, sulla proprietà delle risorse, sulla distribuzione della ricchezza e sul potere esercitato dalle grandi concentrazioni economiche e finanziarie. La questione ambientale, dunque, è inseparabile dalla questione sociale e dalla lotta contro le disuguaglianze.
E proprio qui torna di straordinaria attualità la lucidità politica di Fidel Castro, che già da decenni aveva avvertito del pericolo rappresentato dalla distruzione degli equilibri naturali e dalla subordinazione della sopravvivenza dell’umanità alla logica del profitto.
L’allarme lanciato da Fidel sulla possibilità che la specie umana stessa venga messa in pericolo non era una profezia astratta, ma il risultato di una lettura concreta delle conseguenze di un modello di sviluppo fondato sul consumo illimitato delle risorse, sulla guerra e sulla concentrazione della ricchezza.
Come è stato recentemente ricordato anche nell’articolo (Fidel lo avizoró: La especie humana está en peligro de extinción 23 de agosto de 2026 Hedelberto López Blanch / Colaboración Especial para Resumen Latinoamericano) dedicato a questa sua intuizione, la questione ecologica assume oggi una dimensione ancora più drammatica: difendere la natura significa difendere le condizioni materiali della vita e, quindi, la possibilità stessa di un futuro per l’umanità.
In questa prospettiva, Marx, Engels, Papa Francesco e Fidel Castro, pur provenendo da esperienze storiche, culturali e politiche profondamente differenti, possono essere messi in dialogo intorno a una stessa domanda fondamentale: quale rapporto vogliamo costruire tra l’umanità e la natura?
La risposta non può essere affidata alle sole dinamiche del mercato. Se la natura viene trattata come merce, anche la vita umana finisce per essere subordinata alla valorizzazione del capitale. Per questo la battaglia ecologica è oggi, necessariamente, una battaglia per la giustizia sociale, per la pace, per i beni comuni e per la sopravvivenza della specie umana.
La dialettica della natura
Marx liberò la dialettica hegeliana dalla sua dimensione mistica senza rinunciare alla scoperta fondamentale di Hegel: la realtà è attraversata dalla contraddizione. La storia non procede per armonia, ma attraverso antagonismi concreti. L’origine della storia, infatti, non coincide semplicemente con la società civile; essa nasce dal processo di umanizzazione della natura, dalla trasformazione reciproca tra essere umano e ambiente.
Engels sviluppò questa intuizione nella Dialettica della natura, mostrando come anche i processi naturali siano caratterizzati da movimento, trasformazione e interdipendenza. Più tardi Ludovico Geymonat avrebbe difeso una concezione della scienza come pratica storica, critica e materialista, mentre Maria Turchetto ha evidenziato come l’ecologia marxiana anticipi molte delle questioni poste oggi dall’economia ambientale.
La scienza, dunque, non è neutrale. Può essere strumento di emancipazione oppure apparato tecnico del capitale. L’intelligenza artificiale, la robotica e le piattaforme digitali rappresentano l’esempio più evidente: tecnologie capaci di ridurre la fatica umana vengono invece utilizzate per intensificare lo sfruttamento, sorvegliare il lavoro e concentrare ricchezza.
I dati confermano la teoria
Negli ultimi tre anni gli indicatori internazionali descrivono una tendenza inequivocabile. Il 2024 e il 2025 sono stati gli anni più caldi mai registrati; la concentrazione atmosferica di CO₂ ha superato stabilmente le 425 parti per milione; gli eventi climatici estremi producono perdite economiche superiori ai 300 miliardi di dollari annui, mentre la quota di reddito destinata al lavoro continua a diminuire nella maggior parte delle economie europee.
Questi dati non dimostrano soltanto una crisi ambientale. Rivelano una crisi del modello di valorizzazione. L’aumento della produttività non si traduce in maggiore benessere collettivo ma in crescita dei profitti finanziari, mentre il costo ecologico viene scaricato sulla società.
La contabilità nazionale tradizionale continua a registrare come crescita perfino attività che derivano dalla distruzione: bonifiche dopo alluvioni, ricostruzioni dopo incendi, spese militari e consumo accelerato di risorse contribuiscono positivamente al PIL. La teoria del valore di Marx permette invece di distinguere tra produzione di valore sociale e semplice accumulazione monetaria, mostrando i limiti strutturali degli indicatori dominanti.
Plusvalore, profitto e crisi
L’economia politica marxista conserva un potente valore interpretativo perché consente di leggere insieme le dinamiche del lavoro e quelle della natura. Negli ultimi anni le stime elaborate da diversi studiosi marxisti anglosassoni e asiatici indicano una tendenza alla compressione salariale accompagnata da un recupero dei margini di profitto attraverso tre strumenti principali: precarizzazione del lavoro, privatizzazione dei servizi pubblici e appropriazione delle risorse naturali.
In Europa il capitale reagisce alla caduta tendenziale della redditività mediante ristrutturazioni industriali, delocalizzazioni e automazione. In America Latina la questione assume forme differenti: l’estrattivismo continua a rappresentare un terreno di conflitto tra sovranità nazionale e interessi multinazionali.
Anche le esperienze dei paesi socialisti o a pianificazione economica – Cuba, Cina e Vietnam e fino a gennaio il Venezuela – mostrano contraddizioni reali.
Nessun modello è immune alle difficoltà. Le crisi economiche nel socialismo esistono, ma hanno natura diversa da quelle del capitalismo perché non derivano necessariamente dall’anarchia del mercato, bensì dai limiti della pianificazione, dagli effetti del blocco economico, dalle sanzioni e dall’inserimento diseguale nell’economia mondiale. Analizzarle scientificamente significa sottrarsi tanto alla propaganda quanto all’idealizzazione.
Il movimento operaio e la questione ambientale
La grande stagione dei movimenti degli anni Sessanta e Settanta in Italia non fu soltanto una lotta per il salario. Fu una battaglia per la salute nelle fabbriche, contro la nocività, per il diritto alla casa, alla scuola e ai beni comuni. Da Porto Marghera a Taranto, dalle lotte degli studenti alle mobilitazioni territoriali, emergeva già il nesso tra sfruttamento del lavoro e devastazione ambientale.
Con l’avvento del neoliberismo negli anni Ottanta quel conflitto è stato progressivamente frammentato. La finanziarizzazione ha separato artificialmente la questione sociale da quella ecologica, contrapponendo occupazione e ambiente. Negli ultimi dieci anni questa contraddizione è esplosa nuovamente in Europa: la transizione verde viene spesso utilizzata come occasione di nuove rendite, mentre i costi ricadono sui lavoratori e sulle periferie.
Non esiste giustizia climatica senza giustizia sociale. Né esiste conversione ecologica se il controllo delle tecnologie e dell’energia rimane nelle mani dei grandi monopoli.
La scienza della liberazione
Il materialismo dialettico non propone un culto della tecnica né un ritorno romantico alla natura. Propone una scienza moderna capace di comprendere le contraddizioni reali e di orientare democraticamente lo sviluppo delle forze produttive. Ciò significa utilizzare anche l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie, ma sottraendole alla logica della massimizzazione del profitto.
La domanda decisiva non è se l’IA sostituirà il lavoro umano. La domanda è: chi possiede gli algoritmi, i dati, l’energia e i mezzi di produzione digitali? Finché la risposta sarà il capitale finanziario, ogni innovazione rischierà di approfondire il conflitto capitale-lavoro e capitale-natura.
Una nuova alleanza per la vita
Il messaggio di Fidel, la critica marxiana dell’economia politica, il Cantico delle Creature e Querida Amazonia convergono in un punto essenziale: l’umanità non può sopravvivere separandosi dalla natura. La liberazione umana coincide con la ricomposizione del metabolismo tra società e ambiente, tra lavoro e vita, tra scienza e bene comune.
L’estinzione non è un destino biologico inevitabile. È una possibilità storica prodotta da un modello economico che sacrifica il futuro alla redditività immediata. Proprio per questo può essere evitata. Ma richiede una trasformazione radicale: un nuovo internazionalismo dei lavoratori, degli studenti, dei movimenti sociali e dei popoli che rimetta al centro la pianificazione democratica, la proprietà sociale dei beni comuni e una scienza finalmente orientata all’emancipazione.
Perché, come insegnava Marx, la storia comincia davvero quando l’umanità smette di essere dominata dalle proprie stesse creazioni e riconquista la libertà nella relazione con la natura.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/08/2026
Il monito di Fidel Castro sui rischi di autodistruzione
13/05/2025
Papa Robert Francis Prevost, un Leone antico per nuovi ponti
di Geraldina Colotti
Dopo l’elezione del cardinal Robert Francis Prevost a papa n. 267 con il nome di Leone XIV, dal Perù è arrivata l’immediata rivendicazione della sua doppia nazionalità – statunitense e peruviana –, la seconda acquisita nel 2015. E, subito, si è scatenata anche la creatività della rete sull’elezione di un papa “più latinoamericano del debito estero”; sull’aggiunta di un nuovo tipo di “papa” (patata) a quelle esistenti, e con tanto di accostamento giornalistico fra Chicago (sua città di origine, negli Stati uniti), e Chiclayo, la diocesi peruviana di cui fu amministratore apostolico. In Perù, dove ha vissuto per circa due decenni, Prevost è stato nominato vescovo dal suo predecessore argentino, Jorge Bergoglio, da poco scomparso, e ha poi svolto importanti incarichi in ruoli delicati e decisivi della Curia.
Un altro “meme”, ha sintetizzato così la scelta del Vaticano, presa in soli tre giorni di Conclave, giunta alla quarta votazione dei 133 cardinali e dopo tre fumate nere (e con oltre 100 voti, si dice, totalizzati): “Il nuovo papa è yankee, nazionalizzato peruviano e... anti Trump”. Quanto sarà distante dal “presidente più potente al mondo”, il pastore di un “gregge” di 1.400 milioni di cattolici nel mondo, e a capo di un patrimonio stimato (nel 2023) a 5,4 miliardi di euro solo per quanto riguarda l’attività dell’Istituto per le Opere di Religione (Ior), ovvero la Banca Vaticana, si vedrà nel corso del suo pontificato, e nell’evoluzione globale di quella che Francisco ha definito “la Terza guerra mondiale a pezzi”.
Intanto, è circolata con insistenza la notizia – non confermata dal Vaticano – di una donazione di 14 milioni di dollari, che Trump avrebbe potuto elargire, durante la sua visita a Roma per i funerali di Bergoglio, in caso di elezione di un papa Usa. Un’offerta consistente, considerando il deficit di bilancio della Santa sede, valutato a oltre 70 milioni di euro. Una “donazione” che avrebbe potuto aumentare, pare abbia lasciato intendere l’ottantina di super-ricchi che, all’interno di una moltitudine di fedeli (e turisti) ha accompagnato la delegazione trumpista alle esequie bergogliane: addirittura fino a un miliardo di euro.
Dopo la diffusione dell’immagine di Trump in abiti papali, nonostante non sia passata la linea cardinalizia più reazionaria che a lui si rifà in Vaticano, capeggiata dall’arcivescovo di New York, Timothy Dolan, e dall’ultra-tradizionalista, Raymond Burke, che si è spesso scontrato con il papa argentino, il tycoon si è fatto sentire con nuove dichiarazioni altrettanto roboanti, ma dai toni insoliti, apparentemente “fuori linea” rispetto a se stesso: si è detto molto emozionato e molto onorato per la nomina “del primo papa americano”, e altrettanto desideroso di incontrarlo. A compensare i suoi toni conciliatori, avevano pensato, prima, le sue teste di ponte, capitanate da Steve Bannon, che aveva definito la scelta cardinalizia la peggiore per i cattolici Maga. E già commentatori e politici Maga avevano messo all’indice le posizioni progressiste espresse da Prevost sul movimento Black Lives Matters, o contro la guerra e la legge Muslim Ban, voluto da Trump contro la popolazione di fede islamica.
Ma poi, nelle parole di Trump devono aver pesato i dati dei primi 100 giorni della sua gestione, forieri più di recessione e incertezza che di una nuova miracolosa “età dell’oro” vaticinata dal tycoon. In vista delle elezioni di medio termine (il 3 novembre del 2026), il presidente Usa deve anche aver considerato la consistenza del voto cattolico in diversi collegi elettorali, e quella di un episcopato per lo più di orientamento repubblicano, ma in conflitto al suo interno.
Così, per ora, il tycoon non sembra voler dirigere su questo fronte i suoi strali più potenti, come aveva fatto contro il papa argentino durante il suo primo mandato, definendo “vergognose” le posizioni del pontefice sui migranti e sulla giustizia sociale. D’altro canto, pur essendo buona norma non sovrapporre in modo meccanico le dinamiche politiche a quelle di una istituzione vecchia di secoli, com’è il Vaticano, che risponde a logiche intrinseche e a proprie lotte di potere, si può notare che il conclave sembra aver recepito la necessità di un “papa giusto”, in grado di riassestare la scossa: un progressista moderato che – è stato fatto notare, riprendendo le schede elettorali alle primarie, che implicano l’indicazione del partito per cui si vota – ha scelto alternativamente il partito Repubblicano o i Democratici.
Una figura-ponte (parola ripetuta più volte nel primo discorso di papa Prevost), in grado di riportare la dottrina e le azioni della Chiesa su binari meno accidentati: soprattutto rispetto al tema dei “diritti civili”, un dibattito che divide, a Chicago come a Chiclayo, negli Stati Uniti, in Europa, e nel Sud globale. In Perù, il quarto paese al mondo per numero di cattolici, dopo Brasile, Messico e Filippine, anche nel campo di chi si batte per la giustizia sociale, si punta il dito contro la “gauche caviar”, quella sinistra soft che, sul modello liberal europeo, mostrerebbe più impegno nel sostenere le libertà civili che i diritti elementari.
Nel continente latinoamericano, il fronte del “socialismo del secolo XXI”, ha salutato con parole di speranza il nuovo papa, figlio delle due Americhe, e con ascendenze europee. In molti ne hanno messo in luce la polemica con il vicepresidente J. D. Vance, circa le deportazioni di massa decise da Trump, per leggervi una continuità con il papa argentino. Vance, ex veterano che ha partecipato alla guerra in Iraq, contrario all’aborto, al matrimonio tra persone dello stesso sesso e al controllo sulle armi, oltre a essere considerato un eroe nazionale, è anche uno scrittore, noto soprattutto per il suo libro di memorie, Hillbilly Elegy.
Pubblicato nel 2016, “Elegia americana” racconta l’esperienza di Vance, cresciuto nella classe operaia bianca degli Appalachi, una regione che si estende dal sud di New York all’Alabama e al Mississippi settentrionale, colpita da povertà e disoccupazione a seguito del declino industriale. In questa chiave, con un tipico capovolgimento di senso, comune ai trumpisti, per spiegare le deportazioni dei migranti Vance ha fatto appello al concetto cristiano di ordo amoris, l’ordine dell’amore, o del cuore.
Un concetto che, principalmente nell’opera di Sant’Agostino, La città di Dio, indica l’importanza di dare un ordine prioritario agli affetti, e di dirigere l’amore verso Dio, il bene supremo, e non verso “sentimenti disordinati”, che portano all’infelicità e al peccato: per Vance, “l’America al primo posto”, dunque... Da agostiniano, l’allora cardinale Prevost ha replicato sui social, denunciando la profonda distorsione del messaggio di amore e accoglienza del Vangelo, operata da Vance per giustificare “politiche disumane”.
E, in questo senso, intendendo il concetto di “ordo amoris” anche come priorità da dare all’amore per la “creazione”, per la comunità e per il prossimo più vulnerabile, l’agostiniano Prevost può raggiungere lo spirito delle encicliche bergogliane – soprattutto Laudato Si’ e Fratelli Tutti – che portano a riflettere sull’esistenza e sul destino dell’umanità, messo in pericolo, per Bergoglio, “dalla globalizzazione dell’indifferenza” e dalla crisi ambientale.
E se per declinare i temi della dottrina sociale della Chiesa nelle contraddizioni del presente, armonizzandone le diverse “filosofie”, le Encicliche di Francesco richiamano il Concilio Vaticano II, il nome scelto dal nuovo papa rimanda – l’ha dichiarato lui stesso – all’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII. Un documento che viene considerato un punto di svolta nella dottrina sociale della Chiesa, con i suoi richiami ai diritti dei lavoratori e alla necessità di un intervento dello Stato nei conflitti fra capitale e lavoro. Il “ponte” teso verso Trump, insomma, potrebbe anche essere minato...
Va, però, anche considerato il contesto e il significato in cui si è data la Rerum Novarum, come risposta al sorgere di un nuovo soggetto storico, la classe operaia, che diventava massa e costruiva un mondo nuovo. Un’istituzione come la Chiesa, consapevole del suo ruolo e della necessità di rinnovarsi nel mondo, aveva bisogno di accoglierla, riconoscerla e disciplinarla. La Rerum Novarum, a dispetto degli entusiasmi sparsi negli articoli dei vaticanisti, era, quindi, anche un contrattacco al socialismo. Non era in gioco la drastica e temibile “cruna dell’ago” (“È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”, dice Gesù nei Vangeli – Matteo, 19- 24). Il richiamo era piuttosto quello alla lettera di Paolo a Filomene (Fm 8-20): Paolo rimanda indietro Onesimo, uno schiavo fuggiasco che aveva convertito, chiedendo a Filomene, un cristiano benestante, di perdonarlo e accoglierlo con amore, non più come schiavo, ma come fratello in Cristo. Come dire: carità, assistenza, sindacati “gialli” e contributo dei benefattori, non rottura delle catene dalla schiavitù del lavoro salariato.
Va anche ricordato che Leone XIII salì al soglio pontificio dopo Pio IX, l’ultimo “papa re”, in quanto il suo pontificato fu segnato dalla fine del potere temporale dei Papi con la presa di Roma da parte del Regno d’Italia, nel 1870. Si deve a Pio IX il Sillabo degli errori, un documento in cui si condannavano tutte le moderne correnti di pensiero che minacciavano, secondo la Chiesa, i fondamenti della fede e della morale cristiana.
Il primo discorso del papa Prevost ai cardinali, indica lo stesso tipo di consapevolezza che la Chiesa odierna deve avere nell’affrontare “una nuova rivoluzione industriale”, rappresentata dagli sviluppi dell’intelligenza artificiale, le nuove sfide che la IA pone alla difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro. La dottrina sociale della Chiesa, dice il papa, deve guidare in senso etico l’utilizzo di questa nuova tecnologia, e per questo è necessario un dialogo con la comunità scientifica e la società civile. Prevost ha per questo espresso la volontà di proseguire il cammino della Chiesa sulla scia del Concilio Vaticano II, per promuovere il dialogo con il mondo contemporaneo.
Un ponte, quindi, fra l’enciclica Rerum Novarum e il Concilio Vaticano II in un momento di grande transizione, che ha da essere rassicurante: senza spostare troppo l’accento sul “Pericolo delle ricchezze” e sul “Giovane ricco”, l’episodio del Vangelo in cui Gesù risponde a un tale, rispettoso di tutti i comandamenti, che gli chiede cosa deve fare ancora per conquistarsi la vita eterna. “Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: ‘Una sola cosa ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi’. Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, perché aveva molti beni”. (Mc 10, 17-21).
La parte più radicale del Concilio Vaticano II ha cercato di rispondere così, scegliendo la Chiesa dei poveri e camminando accanto ai marxisti. E papa Bergoglio, pur non essendo un teologo della Liberazione, privilegiando “l’opzione per i poveri” ci è andato vicino quando ha detto ai poveri di “essere protagonisti del proprio riscatto”, agli operai di “andare avanti” e di “non lasciarsi rubare la speranza”, o ai contadini peruviani di “non lasciarsi rubare le terre”.
Le istituzioni – scriveva Machiavelli in un famoso passo dei “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio” –, hanno bisogno di rinnovarsi e per questo devono tornare ai principi. Sono le “rinnovazioni” che hanno mantenuto e mantengono la religione, “la quale se non fossi stata ritirata verso il suo principio da Santo Francesco e da Santo Domenico sarebbe al tutto spenta: perché questi, con la povertà e con lo esemplo della vita di Cristo, la ridussono nella mente degli uomini, che già vi era spenta”.
Poi, però, occorre raddrizzare la barra, rassicurare il gregge, il pastore e il cane da pastore. È presto per fare previsioni sulle scelte future di Prevost. Nel suo impegno pastorale in Perù, in un contesto di conclamata ingiustizia sociale dov’era difficile non scegliere da che parte stare, egli ha mostrato di abbracciare più l’opzione dei poveri che quella dei potenti. Per questo, si ricordano le sue posizioni a favore degli “ultimi”: sia in occasione dei disastri naturali, che in presenza di quelli politici, provocati dalla massiccia repressione della “usurpatrice”, Dina Boluarte, che governa il paese dopo aver incarcerato il presidente Pedro Castillo, un maestro rurale privo di appoggi oligarchici.
In quanto secondo vicepresidente della Conferenza Episcopale peruviana con facoltà di nominare i vescovi, Prevost si adoperò affinché i vescovi avessero un ruolo di denuncia dei massacri di 49 manifestanti compiuti tra dicembre 2022 e marzo 2023 da Bouluarte, accettata nei salotti buoni del potere internazionale, ma invisa ai peruviani, come dimostra il gradimento ai minimi storici con cui si prepara alle elezioni del 2026.
In stile “trumpiano”, Bouluarte ha però salutato entusiasticamente l’elezione di Prevost. E così ha fatto anche Keiko Fujimori, figlia del dittatore Alberto Fujimori, tacendo la posizione assunta da Prevost contro la concessione dell’“indulto umanitario” al padre, deciso nel 2017 dall’allora presidente peruviano Pedro Pablo Kuczynski. Il dittatore, aveva detto Prevost, non si era pentito davvero per “le gravi ingiustizie commesse” e per le quali era stato condannato: come per l’uccisione di 25 persone, fra cui un bambino di 8 anni.
Crimini – sequestri, uccisioni, deportazioni e sparizioni forzate – compiuti dagli squadroni della morte del gruppo Colina, composto da agenti dell’esercito autorizzati ad agire così da Fujimori per stroncare il conflitto di classe e la guerriglia maoista di Sendero Luminoso. Prevost, che esercitò le sue funzioni nella provincia di Chiclayo, composta da 20 distretti urbani e rurali con picchi di povertà superiori al 20%, durante il decennio tra il 1988 e il 1998 denunciò spesso quella sanguinosa repressione.
Ora, come primo atto da pontefice, Prevost ha concesso l’indulgenza plenaria. Non sembra però, voler deflettere dalla “linea dura” decisa dai tribunali ecclesiastici, per impulso di Bergoglio, contro gli abusi commessi sui minori: sia all’interno della Chiesa, che ai suoi bordi.
Prevost è stato personalmente investito nell’azione di “pulizia” avviata da Bergoglio con lo scioglimento dell’organizzazione religiosa e laica Sodalizio della Vita Cristiana, suscitando anche polemiche.
Quand’era vescovo di Chiclayo, nel 2022, fu contattato da 3 donne che denunciarono due sacerdoti della sua diocesi per abusi sui minori, perpetrati nel 2007. Prevost avrebbe inizialmente cercato di allontanare i sacerdoti, consigliando però alle donne di rivolversi ai tribunali civili, senza compiere un’indagine approfondita.
Vero è che la riforma del tribunale pontificio, voluta dal papa Bergoglio per consentire la punizione dei colpevoli di abusi e di chi li ha coperti, è stata promulgata nel 2019. Introduce per la prima volta un obbligo universale per tutti i chierici e i membri di istituti di vita consacrata e società di vita apostolica di segnalare alle autorità ecclesiastiche competenti, entro 30 giorni dalla notizia, eventuali accuse o sospetti di abusi sessuali o atti di violenza su minori e persone vulnerabili, nonché i casi di copertura di tali abusi.
Vale, però, ricordare che le accuse nei confronti dell’organizzazione Sodalizio di Vita Cristiana e alle aziende a lei collegate, non hanno riguardato solo abusi pedofili, ma anche furti di terre ai contadini peruviani. In particolare, la comunità di Catacaos, nella regione di Piura, ha intrapreso azioni legali denunciando lo spoglio di quasi 10.000 ettari di terreno da parte di aziende legate al Sodalizio.
Per difendere i propri diritti territoriali, i contadini hanno anche fatto ricorso alla Corte Superiore di Giustizia di Piura, presentando una denuncia di amparo, una misura a tutela dei diritti costituzionali, e hanno prodotto prove sulle minacce e le aggressioni ricevute dagli emissari di quella organizzazione. Il papa Bergoglio aveva esortato i contadini a difendere il diritto alla terra, e Prevost, seguendone gli indirizzi, li aveva aiutati a non lasciarsela rubare.
Ma, intanto, per tornare a sorridere con i “meme”: impazza quello sui gabbiani, comparsi sul comignolo della Cappella Sistina un po’ prima della famosa fumata bianca; c’è chi ne disegna uno con la maschera antigas, assediato dal fumo nero, chi celebra l’arrivo di un piccolo come segno di nuova vita per il nuovo pontificato, e ci sono quelli (pochi) che ricordano l’allarme scattato durante il Covid per il crescente arrivo di altre specie provenienti da ambienti marini (i gabbiani) o boschivi (i cinghiali). Su questo piano, costruire “ponti” con Trump e la sua masnada di negazionisti, in bilico tra Chicago e Chiclayo potrebbe essere assai problematico.
Intanto, il primo dei ponti minati per la “pace disarmata e disarmante”, di cui ha parlato Prevost, porta a Gaza: porta al genocidio dei palestinesi, per cui non bastano solo gli enunciati.
Fonte
Dopo l’elezione del cardinal Robert Francis Prevost a papa n. 267 con il nome di Leone XIV, dal Perù è arrivata l’immediata rivendicazione della sua doppia nazionalità – statunitense e peruviana –, la seconda acquisita nel 2015. E, subito, si è scatenata anche la creatività della rete sull’elezione di un papa “più latinoamericano del debito estero”; sull’aggiunta di un nuovo tipo di “papa” (patata) a quelle esistenti, e con tanto di accostamento giornalistico fra Chicago (sua città di origine, negli Stati uniti), e Chiclayo, la diocesi peruviana di cui fu amministratore apostolico. In Perù, dove ha vissuto per circa due decenni, Prevost è stato nominato vescovo dal suo predecessore argentino, Jorge Bergoglio, da poco scomparso, e ha poi svolto importanti incarichi in ruoli delicati e decisivi della Curia.
Un altro “meme”, ha sintetizzato così la scelta del Vaticano, presa in soli tre giorni di Conclave, giunta alla quarta votazione dei 133 cardinali e dopo tre fumate nere (e con oltre 100 voti, si dice, totalizzati): “Il nuovo papa è yankee, nazionalizzato peruviano e... anti Trump”. Quanto sarà distante dal “presidente più potente al mondo”, il pastore di un “gregge” di 1.400 milioni di cattolici nel mondo, e a capo di un patrimonio stimato (nel 2023) a 5,4 miliardi di euro solo per quanto riguarda l’attività dell’Istituto per le Opere di Religione (Ior), ovvero la Banca Vaticana, si vedrà nel corso del suo pontificato, e nell’evoluzione globale di quella che Francisco ha definito “la Terza guerra mondiale a pezzi”.
Intanto, è circolata con insistenza la notizia – non confermata dal Vaticano – di una donazione di 14 milioni di dollari, che Trump avrebbe potuto elargire, durante la sua visita a Roma per i funerali di Bergoglio, in caso di elezione di un papa Usa. Un’offerta consistente, considerando il deficit di bilancio della Santa sede, valutato a oltre 70 milioni di euro. Una “donazione” che avrebbe potuto aumentare, pare abbia lasciato intendere l’ottantina di super-ricchi che, all’interno di una moltitudine di fedeli (e turisti) ha accompagnato la delegazione trumpista alle esequie bergogliane: addirittura fino a un miliardo di euro.
Dopo la diffusione dell’immagine di Trump in abiti papali, nonostante non sia passata la linea cardinalizia più reazionaria che a lui si rifà in Vaticano, capeggiata dall’arcivescovo di New York, Timothy Dolan, e dall’ultra-tradizionalista, Raymond Burke, che si è spesso scontrato con il papa argentino, il tycoon si è fatto sentire con nuove dichiarazioni altrettanto roboanti, ma dai toni insoliti, apparentemente “fuori linea” rispetto a se stesso: si è detto molto emozionato e molto onorato per la nomina “del primo papa americano”, e altrettanto desideroso di incontrarlo. A compensare i suoi toni conciliatori, avevano pensato, prima, le sue teste di ponte, capitanate da Steve Bannon, che aveva definito la scelta cardinalizia la peggiore per i cattolici Maga. E già commentatori e politici Maga avevano messo all’indice le posizioni progressiste espresse da Prevost sul movimento Black Lives Matters, o contro la guerra e la legge Muslim Ban, voluto da Trump contro la popolazione di fede islamica.
Ma poi, nelle parole di Trump devono aver pesato i dati dei primi 100 giorni della sua gestione, forieri più di recessione e incertezza che di una nuova miracolosa “età dell’oro” vaticinata dal tycoon. In vista delle elezioni di medio termine (il 3 novembre del 2026), il presidente Usa deve anche aver considerato la consistenza del voto cattolico in diversi collegi elettorali, e quella di un episcopato per lo più di orientamento repubblicano, ma in conflitto al suo interno.
Così, per ora, il tycoon non sembra voler dirigere su questo fronte i suoi strali più potenti, come aveva fatto contro il papa argentino durante il suo primo mandato, definendo “vergognose” le posizioni del pontefice sui migranti e sulla giustizia sociale. D’altro canto, pur essendo buona norma non sovrapporre in modo meccanico le dinamiche politiche a quelle di una istituzione vecchia di secoli, com’è il Vaticano, che risponde a logiche intrinseche e a proprie lotte di potere, si può notare che il conclave sembra aver recepito la necessità di un “papa giusto”, in grado di riassestare la scossa: un progressista moderato che – è stato fatto notare, riprendendo le schede elettorali alle primarie, che implicano l’indicazione del partito per cui si vota – ha scelto alternativamente il partito Repubblicano o i Democratici.
Una figura-ponte (parola ripetuta più volte nel primo discorso di papa Prevost), in grado di riportare la dottrina e le azioni della Chiesa su binari meno accidentati: soprattutto rispetto al tema dei “diritti civili”, un dibattito che divide, a Chicago come a Chiclayo, negli Stati Uniti, in Europa, e nel Sud globale. In Perù, il quarto paese al mondo per numero di cattolici, dopo Brasile, Messico e Filippine, anche nel campo di chi si batte per la giustizia sociale, si punta il dito contro la “gauche caviar”, quella sinistra soft che, sul modello liberal europeo, mostrerebbe più impegno nel sostenere le libertà civili che i diritti elementari.
Nel continente latinoamericano, il fronte del “socialismo del secolo XXI”, ha salutato con parole di speranza il nuovo papa, figlio delle due Americhe, e con ascendenze europee. In molti ne hanno messo in luce la polemica con il vicepresidente J. D. Vance, circa le deportazioni di massa decise da Trump, per leggervi una continuità con il papa argentino. Vance, ex veterano che ha partecipato alla guerra in Iraq, contrario all’aborto, al matrimonio tra persone dello stesso sesso e al controllo sulle armi, oltre a essere considerato un eroe nazionale, è anche uno scrittore, noto soprattutto per il suo libro di memorie, Hillbilly Elegy.
Pubblicato nel 2016, “Elegia americana” racconta l’esperienza di Vance, cresciuto nella classe operaia bianca degli Appalachi, una regione che si estende dal sud di New York all’Alabama e al Mississippi settentrionale, colpita da povertà e disoccupazione a seguito del declino industriale. In questa chiave, con un tipico capovolgimento di senso, comune ai trumpisti, per spiegare le deportazioni dei migranti Vance ha fatto appello al concetto cristiano di ordo amoris, l’ordine dell’amore, o del cuore.
Un concetto che, principalmente nell’opera di Sant’Agostino, La città di Dio, indica l’importanza di dare un ordine prioritario agli affetti, e di dirigere l’amore verso Dio, il bene supremo, e non verso “sentimenti disordinati”, che portano all’infelicità e al peccato: per Vance, “l’America al primo posto”, dunque... Da agostiniano, l’allora cardinale Prevost ha replicato sui social, denunciando la profonda distorsione del messaggio di amore e accoglienza del Vangelo, operata da Vance per giustificare “politiche disumane”.
E, in questo senso, intendendo il concetto di “ordo amoris” anche come priorità da dare all’amore per la “creazione”, per la comunità e per il prossimo più vulnerabile, l’agostiniano Prevost può raggiungere lo spirito delle encicliche bergogliane – soprattutto Laudato Si’ e Fratelli Tutti – che portano a riflettere sull’esistenza e sul destino dell’umanità, messo in pericolo, per Bergoglio, “dalla globalizzazione dell’indifferenza” e dalla crisi ambientale.
E se per declinare i temi della dottrina sociale della Chiesa nelle contraddizioni del presente, armonizzandone le diverse “filosofie”, le Encicliche di Francesco richiamano il Concilio Vaticano II, il nome scelto dal nuovo papa rimanda – l’ha dichiarato lui stesso – all’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII. Un documento che viene considerato un punto di svolta nella dottrina sociale della Chiesa, con i suoi richiami ai diritti dei lavoratori e alla necessità di un intervento dello Stato nei conflitti fra capitale e lavoro. Il “ponte” teso verso Trump, insomma, potrebbe anche essere minato...
Va, però, anche considerato il contesto e il significato in cui si è data la Rerum Novarum, come risposta al sorgere di un nuovo soggetto storico, la classe operaia, che diventava massa e costruiva un mondo nuovo. Un’istituzione come la Chiesa, consapevole del suo ruolo e della necessità di rinnovarsi nel mondo, aveva bisogno di accoglierla, riconoscerla e disciplinarla. La Rerum Novarum, a dispetto degli entusiasmi sparsi negli articoli dei vaticanisti, era, quindi, anche un contrattacco al socialismo. Non era in gioco la drastica e temibile “cruna dell’ago” (“È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”, dice Gesù nei Vangeli – Matteo, 19- 24). Il richiamo era piuttosto quello alla lettera di Paolo a Filomene (Fm 8-20): Paolo rimanda indietro Onesimo, uno schiavo fuggiasco che aveva convertito, chiedendo a Filomene, un cristiano benestante, di perdonarlo e accoglierlo con amore, non più come schiavo, ma come fratello in Cristo. Come dire: carità, assistenza, sindacati “gialli” e contributo dei benefattori, non rottura delle catene dalla schiavitù del lavoro salariato.
Va anche ricordato che Leone XIII salì al soglio pontificio dopo Pio IX, l’ultimo “papa re”, in quanto il suo pontificato fu segnato dalla fine del potere temporale dei Papi con la presa di Roma da parte del Regno d’Italia, nel 1870. Si deve a Pio IX il Sillabo degli errori, un documento in cui si condannavano tutte le moderne correnti di pensiero che minacciavano, secondo la Chiesa, i fondamenti della fede e della morale cristiana.
Il primo discorso del papa Prevost ai cardinali, indica lo stesso tipo di consapevolezza che la Chiesa odierna deve avere nell’affrontare “una nuova rivoluzione industriale”, rappresentata dagli sviluppi dell’intelligenza artificiale, le nuove sfide che la IA pone alla difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro. La dottrina sociale della Chiesa, dice il papa, deve guidare in senso etico l’utilizzo di questa nuova tecnologia, e per questo è necessario un dialogo con la comunità scientifica e la società civile. Prevost ha per questo espresso la volontà di proseguire il cammino della Chiesa sulla scia del Concilio Vaticano II, per promuovere il dialogo con il mondo contemporaneo.
Un ponte, quindi, fra l’enciclica Rerum Novarum e il Concilio Vaticano II in un momento di grande transizione, che ha da essere rassicurante: senza spostare troppo l’accento sul “Pericolo delle ricchezze” e sul “Giovane ricco”, l’episodio del Vangelo in cui Gesù risponde a un tale, rispettoso di tutti i comandamenti, che gli chiede cosa deve fare ancora per conquistarsi la vita eterna. “Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: ‘Una sola cosa ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi’. Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, perché aveva molti beni”. (Mc 10, 17-21).
La parte più radicale del Concilio Vaticano II ha cercato di rispondere così, scegliendo la Chiesa dei poveri e camminando accanto ai marxisti. E papa Bergoglio, pur non essendo un teologo della Liberazione, privilegiando “l’opzione per i poveri” ci è andato vicino quando ha detto ai poveri di “essere protagonisti del proprio riscatto”, agli operai di “andare avanti” e di “non lasciarsi rubare la speranza”, o ai contadini peruviani di “non lasciarsi rubare le terre”.
Le istituzioni – scriveva Machiavelli in un famoso passo dei “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio” –, hanno bisogno di rinnovarsi e per questo devono tornare ai principi. Sono le “rinnovazioni” che hanno mantenuto e mantengono la religione, “la quale se non fossi stata ritirata verso il suo principio da Santo Francesco e da Santo Domenico sarebbe al tutto spenta: perché questi, con la povertà e con lo esemplo della vita di Cristo, la ridussono nella mente degli uomini, che già vi era spenta”.
Poi, però, occorre raddrizzare la barra, rassicurare il gregge, il pastore e il cane da pastore. È presto per fare previsioni sulle scelte future di Prevost. Nel suo impegno pastorale in Perù, in un contesto di conclamata ingiustizia sociale dov’era difficile non scegliere da che parte stare, egli ha mostrato di abbracciare più l’opzione dei poveri che quella dei potenti. Per questo, si ricordano le sue posizioni a favore degli “ultimi”: sia in occasione dei disastri naturali, che in presenza di quelli politici, provocati dalla massiccia repressione della “usurpatrice”, Dina Boluarte, che governa il paese dopo aver incarcerato il presidente Pedro Castillo, un maestro rurale privo di appoggi oligarchici.
In quanto secondo vicepresidente della Conferenza Episcopale peruviana con facoltà di nominare i vescovi, Prevost si adoperò affinché i vescovi avessero un ruolo di denuncia dei massacri di 49 manifestanti compiuti tra dicembre 2022 e marzo 2023 da Bouluarte, accettata nei salotti buoni del potere internazionale, ma invisa ai peruviani, come dimostra il gradimento ai minimi storici con cui si prepara alle elezioni del 2026.
In stile “trumpiano”, Bouluarte ha però salutato entusiasticamente l’elezione di Prevost. E così ha fatto anche Keiko Fujimori, figlia del dittatore Alberto Fujimori, tacendo la posizione assunta da Prevost contro la concessione dell’“indulto umanitario” al padre, deciso nel 2017 dall’allora presidente peruviano Pedro Pablo Kuczynski. Il dittatore, aveva detto Prevost, non si era pentito davvero per “le gravi ingiustizie commesse” e per le quali era stato condannato: come per l’uccisione di 25 persone, fra cui un bambino di 8 anni.
Crimini – sequestri, uccisioni, deportazioni e sparizioni forzate – compiuti dagli squadroni della morte del gruppo Colina, composto da agenti dell’esercito autorizzati ad agire così da Fujimori per stroncare il conflitto di classe e la guerriglia maoista di Sendero Luminoso. Prevost, che esercitò le sue funzioni nella provincia di Chiclayo, composta da 20 distretti urbani e rurali con picchi di povertà superiori al 20%, durante il decennio tra il 1988 e il 1998 denunciò spesso quella sanguinosa repressione.
Ora, come primo atto da pontefice, Prevost ha concesso l’indulgenza plenaria. Non sembra però, voler deflettere dalla “linea dura” decisa dai tribunali ecclesiastici, per impulso di Bergoglio, contro gli abusi commessi sui minori: sia all’interno della Chiesa, che ai suoi bordi.
Prevost è stato personalmente investito nell’azione di “pulizia” avviata da Bergoglio con lo scioglimento dell’organizzazione religiosa e laica Sodalizio della Vita Cristiana, suscitando anche polemiche.
Quand’era vescovo di Chiclayo, nel 2022, fu contattato da 3 donne che denunciarono due sacerdoti della sua diocesi per abusi sui minori, perpetrati nel 2007. Prevost avrebbe inizialmente cercato di allontanare i sacerdoti, consigliando però alle donne di rivolversi ai tribunali civili, senza compiere un’indagine approfondita.
Vero è che la riforma del tribunale pontificio, voluta dal papa Bergoglio per consentire la punizione dei colpevoli di abusi e di chi li ha coperti, è stata promulgata nel 2019. Introduce per la prima volta un obbligo universale per tutti i chierici e i membri di istituti di vita consacrata e società di vita apostolica di segnalare alle autorità ecclesiastiche competenti, entro 30 giorni dalla notizia, eventuali accuse o sospetti di abusi sessuali o atti di violenza su minori e persone vulnerabili, nonché i casi di copertura di tali abusi.
Vale, però, ricordare che le accuse nei confronti dell’organizzazione Sodalizio di Vita Cristiana e alle aziende a lei collegate, non hanno riguardato solo abusi pedofili, ma anche furti di terre ai contadini peruviani. In particolare, la comunità di Catacaos, nella regione di Piura, ha intrapreso azioni legali denunciando lo spoglio di quasi 10.000 ettari di terreno da parte di aziende legate al Sodalizio.
Per difendere i propri diritti territoriali, i contadini hanno anche fatto ricorso alla Corte Superiore di Giustizia di Piura, presentando una denuncia di amparo, una misura a tutela dei diritti costituzionali, e hanno prodotto prove sulle minacce e le aggressioni ricevute dagli emissari di quella organizzazione. Il papa Bergoglio aveva esortato i contadini a difendere il diritto alla terra, e Prevost, seguendone gli indirizzi, li aveva aiutati a non lasciarsela rubare.
Ma, intanto, per tornare a sorridere con i “meme”: impazza quello sui gabbiani, comparsi sul comignolo della Cappella Sistina un po’ prima della famosa fumata bianca; c’è chi ne disegna uno con la maschera antigas, assediato dal fumo nero, chi celebra l’arrivo di un piccolo come segno di nuova vita per il nuovo pontificato, e ci sono quelli (pochi) che ricordano l’allarme scattato durante il Covid per il crescente arrivo di altre specie provenienti da ambienti marini (i gabbiani) o boschivi (i cinghiali). Su questo piano, costruire “ponti” con Trump e la sua masnada di negazionisti, in bilico tra Chicago e Chiclayo potrebbe essere assai problematico.
Intanto, il primo dei ponti minati per la “pace disarmata e disarmante”, di cui ha parlato Prevost, porta a Gaza: porta al genocidio dei palestinesi, per cui non bastano solo gli enunciati.
Fonte
27/04/2025
I guerrafondai che ballano sulla bara del Papa
Nemmeno il tempo di inchiodare la bara del “papa pacifista” che i guerrafondai si scatenano per cancellarne anche il ricordo, puntando dritto sull’obiettivo che a loro interessa: continuare la guerra. Anche senza sapere, né capire, per quale obbiettivo razionale. O almeno raggiungibile... Ma quale occasione – e location – migliore per raggiungere più obiettivi in un colpo solo?
Come sapete, non consideriamo il mondo dei media mainstream capace di alcuna autonomia di pensiero. Obbediscono ai proprietari, tra cui spicca ancora la famiglia Agnelli – ora declinata in Elkann – che almeno per quanto riguarda l’Italia rappresenta ancora il principale gruppo industriale privato (insieme alla semi-pubblica Leonardo) interessato alla produzione militare (tramite Iveco).
E quindi siamo obbligati a pensare che un ordine sia corso in tutte le redazioni: mettere nella bara anche ogni speranza di pace.
Bisogna conoscere il mestiere (da non confondere con il giornalismo degno di questo nome) e tutto diventa molto semplice. Non badate alla melassa di parole di circostanza seminate ad ogni passo del corteo funebre, non badate alle dichiarazioni di questo o di quello (tutti personaggi importanti, per carità, ma per una giornata soltanto comparse di prima fila, davanti e contro i loro popoli). Il “caporedattore centrale” del sistema dei media aveva bisogno di un’immagine dietro cui far sparire tutto il resto e “comunicare” il messaggio che tutti devono intendere: la guerra va avanti.
L’immagine è stata presto trovata: Trump e Zelenskij seduti uno di fronte all’altro, a parlare di cose decisamente indecenti rispetto alla location, rapidamente promossa a “miracolo”. Non conta quel che si sono detti – è stata la parola d’ordine del “caporedattore centrale” – ma quel che vogliamo dire “noi” (siamo in Italia e nell’Unione Europea, il resto del mondo ha “lavorato” sulla notizia diversamente).
E “noi” – “europeisti da guerra” – vogliamo dire che finché c’è guerra c’è (per “noi”) speranza. Naturalmente il messaggio va infiorettato con frasi ad effetto come “cessate il fuoco immediato”, “speranza di pace”, ecc. Perché si sa che i popoli del Vecchio Continente, per quanto sbalestrati da una propaganda che anche Goebbels avrebbe sognato, di guerra dentro casa non vogliono neanche sentir parlare...
Serviva una frase, una battuta, qualche parola per confermare il messaggio. Ed è stato trovato anche quello, utilizzando uno dei tanti post di Trump sul suo social personale: «non c’è motivo per cui Putin abbia dovuto lanciare missili su aree civili, città e paesi, negli ultimi giorni. Mi fa pensare che forse non vuole fermare la guerra, mi sta solo prendendo in giro, e deve essere trattato diversamente, forse con sanzioni secondarie? Troppe persone stanno morendo!!!».
Fiato alle trombe, il Grande Capo è rinsavito, habemus di nuovo l’America dalla “nostra” parte! E quindi si può presentare l’idea – solo quella – del “piano di pace alternativo”, concordato tra “volenterosi” e la junta Zalenskij, come una cosa raggiungibile, praticabile.
È il caso di ricordare i tratti salienti di questo “piano alternativo”, rivelati da un servizio dell’agenzia Reuters.
– la Russia dovrebbe accettare un cessate il fuoco immediato al quale seguirebbero i negoziati di pace veri e propri, gestiti con il contributo di Europa e Stati Uniti (va ricordato che i “volenterosi” anglo-francesi vorrebbero usare questa finestra per inviare un proprio contingente militare in Ucraina, che coinvolgerebbe poi “naturalmente” la Nato);
– gli USA dovrebbero controllare che il cessate il fuoco sia rispettato, come se fossero un “arbitro” imparziale invece che la parte principale nel conflitto dal lato occidentale (seppure nella versione “Biden-Obama”);
– all’Ucraina verrebbero date “robuste” garanzie di sicurezza del tipo Articolo 5 della Nato, quindi con la partecipazione decisiva degli USA (va ricordato, anche qui, che l’invasione russa è scattata anche per evitare uno scenario simile, ed è davvero singolare che questa sia presentata come una “proposta di pace”);
– l’esercito ucraino dovrebbe mantenere lo stesso numero di effettivi, senza alcuna limitazione a quantità e tipologia degli armamenti stranieri (NATO, ovviamente);
– l’Ucraina dovrebbe entrare nell’UE;
– vanno restituire all’Ucraina la centrale nucleare di Zaporižja, la diga di Kakhovka e la penisola di Kinburn sull’estuario del Dnepr;
– l’Ucraina dovrebbe recuperare interamente i territori perduti (nel 2014 con i referendum in Crimea, Lugansk, Donetsk, poi gli altri con la guerra in corso), e compensata economicamente, utilizzando anche i fondi russi congelati a Bruxelles;
– le sanzioni alla Russia potranno essere gradualmente sospese solo dopo il definitivo accordo di pace, e reintrodotte in caso di non ottemperanza russa alle condizioni di pace.
Naturalmente non si capisce come e perché questo “piano” dovrebbe essere accettato da Mosca. La più antica e ferrea legge della guerra recita infatti che le “trattative di pace” partono dalla situazione reale esistente sul terreno, che è l’unica “prova oggettiva” dei rapporti di forza.
In rete, giustamente, molti ironizzano evocando situazioni storiche simili. Tipo Badoglio che nel 1943 “pretende” il ritiro degli Alleati dall’Italia (che controllavano per metà), oppure l’imperatore del Giappone nel 1945 (“aridatece Okinawa!”).
Certo, rispetto a questi esempi, la situazione attuale è molto meno squilibrata perché Kiev dispone ancora del supporto europeo, mentre quello Usa da tre mesi è diventato incerto e condizionato. Ma quello europeo è un aiuto limitato (un po’ di armi e soldi, ma praticamente senza copertura aerea e satellitare, tanto meno “ombrello nucleare”), e l’orientamento di Trump diventa comunque decisivo.
Ma il tycoon gioca a poker, alterna minacce e ricatti a ordini e perdoni. E questo spiega l’andamento ciclotimico dei vertici “europeisti”, costretti ad alternare momenti di depressione nera, rapidi entusiasmi (basta vedere come vengono accolti gli attentati a un generale a Mosca o come si spera che l’esplosione in un grande magazzino di Mosca sia un atto terroristico “nostro”, ossia ucraino).
Ma bisogna andare avanti e seppellire ogni voce di pace. Di chiunque sia. E quella del papa era sicuramente una di quelle più fastidiose. Al punto che il “caporedattore centrale” si preoccupa già di dare indicazioni su quali scelte dovrà fare il Conclave: “ora un papa di mediazione”. Che stia zitto davanti a guerra e genocidio.
Fonte
Come sapete, non consideriamo il mondo dei media mainstream capace di alcuna autonomia di pensiero. Obbediscono ai proprietari, tra cui spicca ancora la famiglia Agnelli – ora declinata in Elkann – che almeno per quanto riguarda l’Italia rappresenta ancora il principale gruppo industriale privato (insieme alla semi-pubblica Leonardo) interessato alla produzione militare (tramite Iveco).
E quindi siamo obbligati a pensare che un ordine sia corso in tutte le redazioni: mettere nella bara anche ogni speranza di pace.
Bisogna conoscere il mestiere (da non confondere con il giornalismo degno di questo nome) e tutto diventa molto semplice. Non badate alla melassa di parole di circostanza seminate ad ogni passo del corteo funebre, non badate alle dichiarazioni di questo o di quello (tutti personaggi importanti, per carità, ma per una giornata soltanto comparse di prima fila, davanti e contro i loro popoli). Il “caporedattore centrale” del sistema dei media aveva bisogno di un’immagine dietro cui far sparire tutto il resto e “comunicare” il messaggio che tutti devono intendere: la guerra va avanti.
L’immagine è stata presto trovata: Trump e Zelenskij seduti uno di fronte all’altro, a parlare di cose decisamente indecenti rispetto alla location, rapidamente promossa a “miracolo”. Non conta quel che si sono detti – è stata la parola d’ordine del “caporedattore centrale” – ma quel che vogliamo dire “noi” (siamo in Italia e nell’Unione Europea, il resto del mondo ha “lavorato” sulla notizia diversamente).
E “noi” – “europeisti da guerra” – vogliamo dire che finché c’è guerra c’è (per “noi”) speranza. Naturalmente il messaggio va infiorettato con frasi ad effetto come “cessate il fuoco immediato”, “speranza di pace”, ecc. Perché si sa che i popoli del Vecchio Continente, per quanto sbalestrati da una propaganda che anche Goebbels avrebbe sognato, di guerra dentro casa non vogliono neanche sentir parlare...
Serviva una frase, una battuta, qualche parola per confermare il messaggio. Ed è stato trovato anche quello, utilizzando uno dei tanti post di Trump sul suo social personale: «non c’è motivo per cui Putin abbia dovuto lanciare missili su aree civili, città e paesi, negli ultimi giorni. Mi fa pensare che forse non vuole fermare la guerra, mi sta solo prendendo in giro, e deve essere trattato diversamente, forse con sanzioni secondarie? Troppe persone stanno morendo!!!».
Fiato alle trombe, il Grande Capo è rinsavito, habemus di nuovo l’America dalla “nostra” parte! E quindi si può presentare l’idea – solo quella – del “piano di pace alternativo”, concordato tra “volenterosi” e la junta Zalenskij, come una cosa raggiungibile, praticabile.
È il caso di ricordare i tratti salienti di questo “piano alternativo”, rivelati da un servizio dell’agenzia Reuters.
– la Russia dovrebbe accettare un cessate il fuoco immediato al quale seguirebbero i negoziati di pace veri e propri, gestiti con il contributo di Europa e Stati Uniti (va ricordato che i “volenterosi” anglo-francesi vorrebbero usare questa finestra per inviare un proprio contingente militare in Ucraina, che coinvolgerebbe poi “naturalmente” la Nato);
– gli USA dovrebbero controllare che il cessate il fuoco sia rispettato, come se fossero un “arbitro” imparziale invece che la parte principale nel conflitto dal lato occidentale (seppure nella versione “Biden-Obama”);
– all’Ucraina verrebbero date “robuste” garanzie di sicurezza del tipo Articolo 5 della Nato, quindi con la partecipazione decisiva degli USA (va ricordato, anche qui, che l’invasione russa è scattata anche per evitare uno scenario simile, ed è davvero singolare che questa sia presentata come una “proposta di pace”);
– l’esercito ucraino dovrebbe mantenere lo stesso numero di effettivi, senza alcuna limitazione a quantità e tipologia degli armamenti stranieri (NATO, ovviamente);
– l’Ucraina dovrebbe entrare nell’UE;
– vanno restituire all’Ucraina la centrale nucleare di Zaporižja, la diga di Kakhovka e la penisola di Kinburn sull’estuario del Dnepr;
– l’Ucraina dovrebbe recuperare interamente i territori perduti (nel 2014 con i referendum in Crimea, Lugansk, Donetsk, poi gli altri con la guerra in corso), e compensata economicamente, utilizzando anche i fondi russi congelati a Bruxelles;
– le sanzioni alla Russia potranno essere gradualmente sospese solo dopo il definitivo accordo di pace, e reintrodotte in caso di non ottemperanza russa alle condizioni di pace.
Naturalmente non si capisce come e perché questo “piano” dovrebbe essere accettato da Mosca. La più antica e ferrea legge della guerra recita infatti che le “trattative di pace” partono dalla situazione reale esistente sul terreno, che è l’unica “prova oggettiva” dei rapporti di forza.
In rete, giustamente, molti ironizzano evocando situazioni storiche simili. Tipo Badoglio che nel 1943 “pretende” il ritiro degli Alleati dall’Italia (che controllavano per metà), oppure l’imperatore del Giappone nel 1945 (“aridatece Okinawa!”).
Certo, rispetto a questi esempi, la situazione attuale è molto meno squilibrata perché Kiev dispone ancora del supporto europeo, mentre quello Usa da tre mesi è diventato incerto e condizionato. Ma quello europeo è un aiuto limitato (un po’ di armi e soldi, ma praticamente senza copertura aerea e satellitare, tanto meno “ombrello nucleare”), e l’orientamento di Trump diventa comunque decisivo.
Ma il tycoon gioca a poker, alterna minacce e ricatti a ordini e perdoni. E questo spiega l’andamento ciclotimico dei vertici “europeisti”, costretti ad alternare momenti di depressione nera, rapidi entusiasmi (basta vedere come vengono accolti gli attentati a un generale a Mosca o come si spera che l’esplosione in un grande magazzino di Mosca sia un atto terroristico “nostro”, ossia ucraino).
Ma bisogna andare avanti e seppellire ogni voce di pace. Di chiunque sia. E quella del papa era sicuramente una di quelle più fastidiose. Al punto che il “caporedattore centrale” si preoccupa già di dare indicazioni su quali scelte dovrà fare il Conclave: “ora un papa di mediazione”. Che stia zitto davanti a guerra e genocidio.
Fonte
25/04/2025
L’America latina piange Francisco, il papa degli ultimi fra tradizione e innovazione
di Geraldina Colotti
“Nessuno può servire due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete seguire Dio e mammona”. Non si può seguire al contempo il Dio dei cieli e il dio denaro (Mammona, secondo la tradizione religiosa cananea), ossia il profitto, il guadagno e la ricchezza. Così prescrive il Nuovo Testamento (Matteo, 16,13), e così ha predicato Jorge Maria Bergoglio, che aveva scelto non per caso il nome di Francesco per il suo pontificato, per la prima volta nella storia del papato: il nome di San Francesco d’Assisi, il frate che, nel XIII secolo, predicò la povertà, la pace e la cura del “creato”.
La sua voce, già flebile per la malattia polmonare che lo affliggeva, si è spenta il 21 aprile, dopo un ultimo messaggio urbi et orbi, pronunciato per Pasqua in Piazza San Pietro. Aveva 88 anni. Il Conclave lo aveva eletto come 266mo papa il 13 marzo del 2013 raggiungendo la prevista maggioranza di due terzi alla quinta votazione: il primo pontefice latinoamericano, nato a Buenos Aires il 17 dicembre del 1936, figlio di immigrati piemontesi, e membro della Compagnia di Gesù.
Il suo pensiero non era affine a quello della teologia della Liberazione, che ha posto al centro della riflessione i valori dell’emancipazione sociale e politica dei poveri a partire da un’analisi di stampo marxista. Pur riconoscendone “gli apporti significativi”, Bergoglio ne criticava “le devianze” ideologiche e l’incapacità di riformulare, dopo il crollo del “socialismo reale”, una nuova creatività radicale. Una spinta che egli riscontrava piuttosto nella “teologia del popolo” dell’argentino Rafael Tello, che vedeva, appunto, nel popolo il soggetto della storia, e il cui portato culturale doveva riflettersi nella pastorale ecclesiale.
Per questo, il suo pontificato non ha prodotto riforme strutturali della Chiesa, come quelle del Concilio Vaticano II, avviato da papa Giovanni XXIII l’11 ottobre del 1962 e concluso, in modo più misurato, da Paolo VI, l’8 dicembre del 1965. Con l’ironia che lo caratterizzava e che gli ha consentito di far fronte ai numerosi attacchi dei settori più reazionari, Bergoglioci scherzava: “Alcuni – diceva – hanno fatto diverse battute: Tu dovresti chiamarti Adriano, perché Adriano VI è stato il riformatore, bisogna riformare... E un altro mi ha detto: No, no: il tuo nome dovrebbe essere Clemente. Ma perché? Così ti vendichi di Clemente XIV che ha soppresso la Compagnia di Gesù!”.
E confessava di aver recitato per quarant’anni un’orazione che così si concludeva: “Dammi, Signore, il senso dell’umorismo. Fammi la grazia di capire gli scherzi, perché abbia nella vita un po’ di gioia e possa comunicarla agli altri. Così sia”. Una giovialità particolarmente apprezzata dai giornalisti che hanno “bevuto” avidamente i suoi fuori-onda sugli aerei, durante i viaggi apostolici in 66 nazioni, 10 dei quali in America latina e nei Caraibi: Brasile, Ecuador, Bolivia, Paraguay, Cuba, Messico, Colombia, Cile, Perù e Panama.
Il suo più immediato predecessore, il tedesco Benedetto XVI, che rinunciò al papato nel 2013, in 8 anni ne aveva effettuati 3, a dimostrazione dell’eurocentrismo che caratterizzò la sua gestione ultraconservatrice. D’altronde, il lavoro di azzeramento delle istanze trasformative e ribelli presenti nel continente latinoamericano nel secolo scorso – quello del Piano Condor e dei “gorilla” al soldo della Cia – era già stato compiuto da Giovanni Paolo II.
Il papa polacco, nel corso della sua crociata contro il comunismo e del suo lungo pontificato (durato oltre 26 anni, uno dei più lunghi nella storia della Chiesa cattolica, secondo solo a quello di San Pietro e di Pio X) ha compiuto 14 viaggi apostolici in America latina, sovvertendo nel profondo la natura progressista dell’istituzione permeata allora dalla Teologia della liberazione, e retta dai suoi vescovi “impegnati” a cambiare anche le cose terrene.
Durante il periodo di oscurantismo seguito alla caduta dell’Unione Sovietica e al dilagare del neoliberismo in America latina, il peso della chiesa di base si è così drasticamente ridotto. E i presidenti che sono tornati poi a governare, come Daniel Ortega in Nicaragua, hanno dovuto fare i conti con le posizioni conservatrici dei vescovi nominati da Wojtyla, che intervengono pesantemente nelle scelte politiche e influiscono su quelle del Vaticano, e che hanno spinto per la rottura delle relazioni diplomatiche con il governo di Ortega e Murillo.
Nel 1983, durante la sua tappa in Nicaragua, Wojtyla umiliò ed espulse a divinis il vescovo sandinista Ernesto Cardenal. Nel febbraio del 1980, aveva trattato con freddezza quello salvadoregno Oscar Arnulfo Romero, venuto a mostrargli un fascicolo con le atrocità commesse dagli squadroni della morte al soldo della Cia. Una denuncia incongrua nei piani del papa polacco, alleato degli Usa nella crociata contro il comunismo, che aveva esortato Romero ad andare d’accordo con il governo. Romero verrà ucciso il 24 marzo del 1980.
Il 14 ottobre del 2018, a Roma, durante una cerimonia presieduta da papa Francesco, Romero è stato proclamato santo. Era stato beatificato il 23 maggio 2015. Il riconoscimento del suo martirio “in odiumfidei” (in odio alla fede) ne aveva consentito la beatificazione senza la necessità di un miracolo.
Il venezuelano José Gregorio Hernández, il “medico dei poveri”, è stato beatificato, invece, nell’aprile 2021, dopo che la Chiesa ha riconosciuto un miracolo nel caso di una ragazza completamente guarita dopo essere stata colpita alla testa, nel 2017. Poco prima di morire, Bergoglio ha avviato il processo di canonizzazione, previo alla sua proclamazione come santo. Una richiesta che il presidente venezuelano, Nicolas Maduro era andato a rivolgere al papa appena eletto, lo stesso anno della morte di Hugo Chávez e della sua successiva elezione alla presidenza della repubblica bolivariana.
La potente Conferenza episcopale venezuelana, schierata con l’estrema destra, ha ostacolato però ogni tentativo di “normalizzare” le relazioni con il governo Maduro, e quelle con il suo predecessore Chávez, contro il quale aveva contribuito a organizzare – insieme alla Cia, ai vertici del padronato e dei media privati – il colpo di stato del 2002. E Francesco ha oscillato tra gesti concilianti e “fuori onda” sugli aerei, e poco o nulla di fatto: in nome della “riconciliazione”.
Così, Francisco si adoperò per favorire la relazione tra gli Usa di Obama e Cuba, nel 2014, e appoggiò i negoziati tra il governo colombiano di Juan Manuel Santos e la guerriglia Farc, che si conclusero con l’accordo del 2016. Ma nel suo viaggio in Colombia, nel 2017, non incluse una tappa nella vicinissima Venezuela.
Nel 2015, durante il viaggio in Bolivia, chiese perdono per i crimini commessi contro i popoli nativi durante la “conquista dell’America”. Otto anni dopo, il Vaticano ripudierà la “dottrina della scoperta” di stampo coloniale, usata per giustificare l’occupazione europea in America e in Africa, ma senza revocare i decreti pontifici sottesi e la superiorità del cristianesimo che li accompagnava.
E se alla redazione dell’enciclica Laudato si’ – un documento che in quell’anno ha denunciato con forza la responsabilità dei paesi ricchi, delle grandi imprese e del sistema economico globale nel furto delle risorse al Sud, e nel processo di impoverimento generale – hanno partecipato anche consulenti dell’allora governo boliviano di Evo Morales, tra i più titolati partecipanti c’è stato il cardinale honduregno Oscar Maradiaga, accusato di aver appoggiato il golpe contro Manuel Zelaya nel 2009.
Più lineare la relazione di Bergoglio con il Brasile di Lula, con cui il papa arrivò a schierarsi, anche politicamente, durante il golpe contro Rousseff e poi durante l’arresto di Lula. Il Brasile fu il primo paese latinoamericano che Francisco visitò, a luglio del 2013. Per prima cosa, si recò in una favela, dove incontrò i più poveri fra i poveri, indicando il centro principale del suo pontificato, e l’atteggiamento che avrebbe dovuto seguire la Chiesa, “uscendo per strada”, pena il “trasformarsi in una Ong”. E la Chiesa – disse Francisco – “non può trasformarsi in una Ong”.
Per questo, riunì oltre tre milioni di giovani sulla spiaggia di Copacabana, celebrando a Rio de Janeiro la XXVIII Giornata mondiale della gioventù. Un tema, quello della speranza da trasmettere ai giovani, sempre presente, nello stile e nei messaggi di papa Francisco, amico dei “cartoneros” argentini e nemico della “cultura dello scarto”, di cui si è dibattuto durante i congressi mondiali da lui organizzati, in vista di una nuova “internazionale” degli ultimi.
La Chiesa, disse Bergoglio, deve recuperare il terreno perduto prestando attenzione a quei fedeli che si sono convertiti in evangelici o hanno lasciato una religione cattolica avvertita come inattiva e distante. Una preoccupazione dettata dalle statistiche. Nel 2022, in America latina risiedeva il 64% dei 1.389 milioni di cattolici presenti nel mondo. Nel 2024, erano scesi al 54%: anche in forza degli scandali per pedofilia che, soprattutto in Cile e in Perù, avevano visto coinvolte le curie. Fin dal subito, il papa annunciò che non sarebbe stato a guardare, e prese drastiche misure per inasprire le pene contro i pedofili e anche per permettere ai tribunali vaticani di processare per “abuso di potere” chi li avesse coperti.
Un tema su cui Bergoglio si è sempre schierato con decisione, è stato quello della libera circolazione dei migranti, dall’America latina al Mediterraneo. In Italia giunse a inviare il suo elemosiniere a ripristinare la corrente elettrica in un luogo occupato e autogestito da migranti, a Roma, lo Spin Time. E, nel 2016, durante il viaggio in Messico, celebrò una messa a Ciudad Juárez, città di frontiera con gli Usa e luogo simbolo delle violenze sui migranti, e in particolar modo sulle donne. E si recò anche in Chiapas, dove sancì l’uso ufficiale delle lingue indigene originarie nelle cerimonie liturgiche.
Bergoglio non è stato, dunque, un radicale della coerenza nella fede, come i tanti che, in Argentina, hanno sacrificato le loro vite schierandosi a favore degli ultimi e contro la dittatura civico-militare degli anni ’70. In quel periodo cupo, ha scelto di mettere la testa nella sabbia: da uomo dell’Istituzione. Un’istituzione capace di produrre e gestire nel corso dei secoli le necessarie oscillazioni temporali a seconda delle esigenze generali: in primo luogo la gestione del “gregge”.
La Chiesa, e un papa che pure decide di chiamarsi Francesco come il fraticello di Assisi, non potrà seguire fino in fondo il messaggio evangelico del Cristo che invita il ricco a spogliarsi di tutti i suoi averi per ambire al regno dei cieli. Tantomeno potrà mettere in discussione la sostanza dello sfruttamento tra capitale e lavoro, arriverà al massimo a consigliare al “servo” più rassegnazione, e al padrone di essere più “buono”. L’istituzione-Chiesa non può andare contro se stessa, contro i suoi dogmi, pena il crollo e la disgregazione.
Il pontificato di Bergoglio, situandosi tra rottura e tradizione, e dopo due precedenti reazionari, ne ha senz’altro evidenziato al massimo le criticità, e ha lasciato un’impronta culturale forte. Molto, ha pesato la sua provenienza dall’America latina, il continente più diseguale, ma in cui la comunità ancora conta: contano le origini solidali, le radici indigene e afro-discendenti, e dove la povertà grida allo scandalo. E le sue grida, con Bergoglio, sono risuonate anche in Vaticano.
L’America latina, ora gli rende omaggio: in forme sobrie e autentiche, come hanno fatto i dirigenti cubani, o addolorate, come Lula in Brasile e Maduro in Venezuela, che ha decretato tre giorni di lutto nazionale, celebrando “l’amico dei popoli, un uomo di Dio che non esitava a turbare i potenti con la verità del Vangelo”.
Un omaggio ipocrita è arrivato anche dal presidente argentino, Javier Milei che, dopo aver definito il papa come “il rappresentante del maligno sulla terra”, si è detto dispiaciuto per la sua morte e ha annunciato la sua presenza ai funerali in Vaticano. In qualche intervista, Bergoglio aveva ammesso di essere “peronista” e di aver a cuore la costruzione della Patria Grande sognata da Bolivar e, forse per le accuse di essere troppo “schierato”, dopo la sua nomina non era più tornato in Argentina.
Difficile dire, adesso, se l’eredità di Francesco riuscirà a permanere nella figura che ne prenderà il posto, imponendosi nell’accesa battaglia in corso per la successione tra progressisti e conservatori. Per ora, in una Roma caotica, rapace e affaristica per questo anno di Giubileo, nell’arrogante ostentazione di super-ricchi, neofascisti e trafficanti di morte a livello internazionale, come si è visto con il voto a Trump e ai suoi epigoni, lo strapotere di Mammona sembra costituire un’attrattiva anche nel mondo degli “scarti” caro a Bergoglio.
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“Nessuno può servire due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete seguire Dio e mammona”. Non si può seguire al contempo il Dio dei cieli e il dio denaro (Mammona, secondo la tradizione religiosa cananea), ossia il profitto, il guadagno e la ricchezza. Così prescrive il Nuovo Testamento (Matteo, 16,13), e così ha predicato Jorge Maria Bergoglio, che aveva scelto non per caso il nome di Francesco per il suo pontificato, per la prima volta nella storia del papato: il nome di San Francesco d’Assisi, il frate che, nel XIII secolo, predicò la povertà, la pace e la cura del “creato”.
La sua voce, già flebile per la malattia polmonare che lo affliggeva, si è spenta il 21 aprile, dopo un ultimo messaggio urbi et orbi, pronunciato per Pasqua in Piazza San Pietro. Aveva 88 anni. Il Conclave lo aveva eletto come 266mo papa il 13 marzo del 2013 raggiungendo la prevista maggioranza di due terzi alla quinta votazione: il primo pontefice latinoamericano, nato a Buenos Aires il 17 dicembre del 1936, figlio di immigrati piemontesi, e membro della Compagnia di Gesù.
Il suo pensiero non era affine a quello della teologia della Liberazione, che ha posto al centro della riflessione i valori dell’emancipazione sociale e politica dei poveri a partire da un’analisi di stampo marxista. Pur riconoscendone “gli apporti significativi”, Bergoglio ne criticava “le devianze” ideologiche e l’incapacità di riformulare, dopo il crollo del “socialismo reale”, una nuova creatività radicale. Una spinta che egli riscontrava piuttosto nella “teologia del popolo” dell’argentino Rafael Tello, che vedeva, appunto, nel popolo il soggetto della storia, e il cui portato culturale doveva riflettersi nella pastorale ecclesiale.
Per questo, il suo pontificato non ha prodotto riforme strutturali della Chiesa, come quelle del Concilio Vaticano II, avviato da papa Giovanni XXIII l’11 ottobre del 1962 e concluso, in modo più misurato, da Paolo VI, l’8 dicembre del 1965. Con l’ironia che lo caratterizzava e che gli ha consentito di far fronte ai numerosi attacchi dei settori più reazionari, Bergoglioci scherzava: “Alcuni – diceva – hanno fatto diverse battute: Tu dovresti chiamarti Adriano, perché Adriano VI è stato il riformatore, bisogna riformare... E un altro mi ha detto: No, no: il tuo nome dovrebbe essere Clemente. Ma perché? Così ti vendichi di Clemente XIV che ha soppresso la Compagnia di Gesù!”.
E confessava di aver recitato per quarant’anni un’orazione che così si concludeva: “Dammi, Signore, il senso dell’umorismo. Fammi la grazia di capire gli scherzi, perché abbia nella vita un po’ di gioia e possa comunicarla agli altri. Così sia”. Una giovialità particolarmente apprezzata dai giornalisti che hanno “bevuto” avidamente i suoi fuori-onda sugli aerei, durante i viaggi apostolici in 66 nazioni, 10 dei quali in America latina e nei Caraibi: Brasile, Ecuador, Bolivia, Paraguay, Cuba, Messico, Colombia, Cile, Perù e Panama.
Il suo più immediato predecessore, il tedesco Benedetto XVI, che rinunciò al papato nel 2013, in 8 anni ne aveva effettuati 3, a dimostrazione dell’eurocentrismo che caratterizzò la sua gestione ultraconservatrice. D’altronde, il lavoro di azzeramento delle istanze trasformative e ribelli presenti nel continente latinoamericano nel secolo scorso – quello del Piano Condor e dei “gorilla” al soldo della Cia – era già stato compiuto da Giovanni Paolo II.
Il papa polacco, nel corso della sua crociata contro il comunismo e del suo lungo pontificato (durato oltre 26 anni, uno dei più lunghi nella storia della Chiesa cattolica, secondo solo a quello di San Pietro e di Pio X) ha compiuto 14 viaggi apostolici in America latina, sovvertendo nel profondo la natura progressista dell’istituzione permeata allora dalla Teologia della liberazione, e retta dai suoi vescovi “impegnati” a cambiare anche le cose terrene.
Durante il periodo di oscurantismo seguito alla caduta dell’Unione Sovietica e al dilagare del neoliberismo in America latina, il peso della chiesa di base si è così drasticamente ridotto. E i presidenti che sono tornati poi a governare, come Daniel Ortega in Nicaragua, hanno dovuto fare i conti con le posizioni conservatrici dei vescovi nominati da Wojtyla, che intervengono pesantemente nelle scelte politiche e influiscono su quelle del Vaticano, e che hanno spinto per la rottura delle relazioni diplomatiche con il governo di Ortega e Murillo.
Nel 1983, durante la sua tappa in Nicaragua, Wojtyla umiliò ed espulse a divinis il vescovo sandinista Ernesto Cardenal. Nel febbraio del 1980, aveva trattato con freddezza quello salvadoregno Oscar Arnulfo Romero, venuto a mostrargli un fascicolo con le atrocità commesse dagli squadroni della morte al soldo della Cia. Una denuncia incongrua nei piani del papa polacco, alleato degli Usa nella crociata contro il comunismo, che aveva esortato Romero ad andare d’accordo con il governo. Romero verrà ucciso il 24 marzo del 1980.
Il 14 ottobre del 2018, a Roma, durante una cerimonia presieduta da papa Francesco, Romero è stato proclamato santo. Era stato beatificato il 23 maggio 2015. Il riconoscimento del suo martirio “in odiumfidei” (in odio alla fede) ne aveva consentito la beatificazione senza la necessità di un miracolo.
Il venezuelano José Gregorio Hernández, il “medico dei poveri”, è stato beatificato, invece, nell’aprile 2021, dopo che la Chiesa ha riconosciuto un miracolo nel caso di una ragazza completamente guarita dopo essere stata colpita alla testa, nel 2017. Poco prima di morire, Bergoglio ha avviato il processo di canonizzazione, previo alla sua proclamazione come santo. Una richiesta che il presidente venezuelano, Nicolas Maduro era andato a rivolgere al papa appena eletto, lo stesso anno della morte di Hugo Chávez e della sua successiva elezione alla presidenza della repubblica bolivariana.
La potente Conferenza episcopale venezuelana, schierata con l’estrema destra, ha ostacolato però ogni tentativo di “normalizzare” le relazioni con il governo Maduro, e quelle con il suo predecessore Chávez, contro il quale aveva contribuito a organizzare – insieme alla Cia, ai vertici del padronato e dei media privati – il colpo di stato del 2002. E Francesco ha oscillato tra gesti concilianti e “fuori onda” sugli aerei, e poco o nulla di fatto: in nome della “riconciliazione”.
Così, Francisco si adoperò per favorire la relazione tra gli Usa di Obama e Cuba, nel 2014, e appoggiò i negoziati tra il governo colombiano di Juan Manuel Santos e la guerriglia Farc, che si conclusero con l’accordo del 2016. Ma nel suo viaggio in Colombia, nel 2017, non incluse una tappa nella vicinissima Venezuela.
Nel 2015, durante il viaggio in Bolivia, chiese perdono per i crimini commessi contro i popoli nativi durante la “conquista dell’America”. Otto anni dopo, il Vaticano ripudierà la “dottrina della scoperta” di stampo coloniale, usata per giustificare l’occupazione europea in America e in Africa, ma senza revocare i decreti pontifici sottesi e la superiorità del cristianesimo che li accompagnava.
E se alla redazione dell’enciclica Laudato si’ – un documento che in quell’anno ha denunciato con forza la responsabilità dei paesi ricchi, delle grandi imprese e del sistema economico globale nel furto delle risorse al Sud, e nel processo di impoverimento generale – hanno partecipato anche consulenti dell’allora governo boliviano di Evo Morales, tra i più titolati partecipanti c’è stato il cardinale honduregno Oscar Maradiaga, accusato di aver appoggiato il golpe contro Manuel Zelaya nel 2009.
Più lineare la relazione di Bergoglio con il Brasile di Lula, con cui il papa arrivò a schierarsi, anche politicamente, durante il golpe contro Rousseff e poi durante l’arresto di Lula. Il Brasile fu il primo paese latinoamericano che Francisco visitò, a luglio del 2013. Per prima cosa, si recò in una favela, dove incontrò i più poveri fra i poveri, indicando il centro principale del suo pontificato, e l’atteggiamento che avrebbe dovuto seguire la Chiesa, “uscendo per strada”, pena il “trasformarsi in una Ong”. E la Chiesa – disse Francisco – “non può trasformarsi in una Ong”.
Per questo, riunì oltre tre milioni di giovani sulla spiaggia di Copacabana, celebrando a Rio de Janeiro la XXVIII Giornata mondiale della gioventù. Un tema, quello della speranza da trasmettere ai giovani, sempre presente, nello stile e nei messaggi di papa Francisco, amico dei “cartoneros” argentini e nemico della “cultura dello scarto”, di cui si è dibattuto durante i congressi mondiali da lui organizzati, in vista di una nuova “internazionale” degli ultimi.
La Chiesa, disse Bergoglio, deve recuperare il terreno perduto prestando attenzione a quei fedeli che si sono convertiti in evangelici o hanno lasciato una religione cattolica avvertita come inattiva e distante. Una preoccupazione dettata dalle statistiche. Nel 2022, in America latina risiedeva il 64% dei 1.389 milioni di cattolici presenti nel mondo. Nel 2024, erano scesi al 54%: anche in forza degli scandali per pedofilia che, soprattutto in Cile e in Perù, avevano visto coinvolte le curie. Fin dal subito, il papa annunciò che non sarebbe stato a guardare, e prese drastiche misure per inasprire le pene contro i pedofili e anche per permettere ai tribunali vaticani di processare per “abuso di potere” chi li avesse coperti.
Un tema su cui Bergoglio si è sempre schierato con decisione, è stato quello della libera circolazione dei migranti, dall’America latina al Mediterraneo. In Italia giunse a inviare il suo elemosiniere a ripristinare la corrente elettrica in un luogo occupato e autogestito da migranti, a Roma, lo Spin Time. E, nel 2016, durante il viaggio in Messico, celebrò una messa a Ciudad Juárez, città di frontiera con gli Usa e luogo simbolo delle violenze sui migranti, e in particolar modo sulle donne. E si recò anche in Chiapas, dove sancì l’uso ufficiale delle lingue indigene originarie nelle cerimonie liturgiche.
Bergoglio non è stato, dunque, un radicale della coerenza nella fede, come i tanti che, in Argentina, hanno sacrificato le loro vite schierandosi a favore degli ultimi e contro la dittatura civico-militare degli anni ’70. In quel periodo cupo, ha scelto di mettere la testa nella sabbia: da uomo dell’Istituzione. Un’istituzione capace di produrre e gestire nel corso dei secoli le necessarie oscillazioni temporali a seconda delle esigenze generali: in primo luogo la gestione del “gregge”.
La Chiesa, e un papa che pure decide di chiamarsi Francesco come il fraticello di Assisi, non potrà seguire fino in fondo il messaggio evangelico del Cristo che invita il ricco a spogliarsi di tutti i suoi averi per ambire al regno dei cieli. Tantomeno potrà mettere in discussione la sostanza dello sfruttamento tra capitale e lavoro, arriverà al massimo a consigliare al “servo” più rassegnazione, e al padrone di essere più “buono”. L’istituzione-Chiesa non può andare contro se stessa, contro i suoi dogmi, pena il crollo e la disgregazione.
Il pontificato di Bergoglio, situandosi tra rottura e tradizione, e dopo due precedenti reazionari, ne ha senz’altro evidenziato al massimo le criticità, e ha lasciato un’impronta culturale forte. Molto, ha pesato la sua provenienza dall’America latina, il continente più diseguale, ma in cui la comunità ancora conta: contano le origini solidali, le radici indigene e afro-discendenti, e dove la povertà grida allo scandalo. E le sue grida, con Bergoglio, sono risuonate anche in Vaticano.
L’America latina, ora gli rende omaggio: in forme sobrie e autentiche, come hanno fatto i dirigenti cubani, o addolorate, come Lula in Brasile e Maduro in Venezuela, che ha decretato tre giorni di lutto nazionale, celebrando “l’amico dei popoli, un uomo di Dio che non esitava a turbare i potenti con la verità del Vangelo”.
Un omaggio ipocrita è arrivato anche dal presidente argentino, Javier Milei che, dopo aver definito il papa come “il rappresentante del maligno sulla terra”, si è detto dispiaciuto per la sua morte e ha annunciato la sua presenza ai funerali in Vaticano. In qualche intervista, Bergoglio aveva ammesso di essere “peronista” e di aver a cuore la costruzione della Patria Grande sognata da Bolivar e, forse per le accuse di essere troppo “schierato”, dopo la sua nomina non era più tornato in Argentina.
Difficile dire, adesso, se l’eredità di Francesco riuscirà a permanere nella figura che ne prenderà il posto, imponendosi nell’accesa battaglia in corso per la successione tra progressisti e conservatori. Per ora, in una Roma caotica, rapace e affaristica per questo anno di Giubileo, nell’arrogante ostentazione di super-ricchi, neofascisti e trafficanti di morte a livello internazionale, come si è visto con il voto a Trump e ai suoi epigoni, lo strapotere di Mammona sembra costituire un’attrattiva anche nel mondo degli “scarti” caro a Bergoglio.
Fonte
23/04/2025
Reazioni completamente diverse in Israele e Palestina per la morte di Papa Francesco
Netanyahu ha scelto il silenzio e il suo ministero degli Esteri ha fatto cancellare i post di condoglianze per la morte di Papa Francesco. La scelta del ministero degli Esteri israeliano di far cancellare i post di condoglianze dalle pagine delle ambasciate israeliane in tutto il mondo, ha scatenato un po’ ovunque le reazioni diplomatiche degli ambasciatori israeliani, soprattutto di quelli in missione nei paesi cattolici.
Rafi Schutz, un ex ambasciatore di Israele in Vaticano, ha scritto di papa Francesco come “il papa che ha avvicinato il mondo a lui e ha deluso Israele”.
La posizione del papa su Israele dopo l’inizio della guerra merita “aspre critiche”, ha continuato Schutz, aggiungendo che ha segnato un “colpo significativo” alle relazioni israelo-vaticane.
Il giornale di destra Israel Hayom ha detto che il pontefice sarà ricordato in Israele “principalmente per le sue dure dichiarazioni contro la guerra a Gaza”.
Allo stesso modo, il canale di estrema destra Channel 14 lo ha definito il “critico più severo” di Israele.
Zvika Klein, caporedattore del Jerusalem Post, ha definito le critiche di Papa Francesco a Israele e il sostegno ai palestinesi come “sostegno incondizionato ad Hamas”.
“C’era un certo ottimismo nel mondo ebraico quando è stato nominato”, ha detto Klein. “C’è stata una grande delusione da parte israeliana ed ebraica [a causa] delle dure dichiarazioni, soprattutto negli ultimi mesi”.
Il papa aveva criticato a gran voce e ripetutamente la guerra di Israele contro la Striscia di Gaza, in particolare l’uccisione di bambini palestinesi, attirando l’ira dei politici israeliani.
Durante la guerra ha tenuto chiamate quasi notturne con la comunità cristiana di Gaza, che hanno detto essere state una fonte di conforto.
Nel suo libro, Hope Never Disappoints: Pilgrims Toward a Better World, pubblicato alla fine del 2024, ha suggerito che l’assalto di Israele alla Striscia di Gaza potrebbe essere caratterizzato come un genocidio e ha chiesto un’indagine sulle accuse degli “esperti”.
A dicembre, il ministero degli Esteri israeliano ha convocato il massimo diplomatico del Vaticano dopo i commenti di Papa Francesco che accusava Israele di “crudeltà” a Gaza.
Molti israeliani comuni si sono rivolti ai social media per esprimere la loro soddisfazione per la morte del papa a causa della sua posizione sulla guerra di Israele.
Commentando sotto l’articolo di Channel 14, un utente lo ha definito un “mascalzone” e ha detto “è un bene che sia morto”. “Grazie a Dio il Papa è morto”, ha concordato un altro.
Su Facebook, gli utenti dei social media lo hanno classificato come un “odiatore dell’ebraismo”. Sotto il post di Kan 11 sulla morte del papa, un utente ha scritto: “Non mi interessa questo vecchio psicotico, che odia Israele”.
In un rapporto di Ynet, un altro ha scritto: “Papa Francesco sarà ricordato come colui che ha costantemente sostenuto l’antisemitismo moderno”, aggiungendo che il mondo sta “meglio senza di lui”.
Un altro utente ha detto che il papa era “il padre dell’impurità. Un altro pedofilo”, e ha aggiunto: “Grazie a Dio ci siamo sbarazzati di lui”. Un altro utente ha detto: “finalmente buone notizie”.
Sull’account di Walla, un utente lo ha definito “un eretico che sosteneva Hamas nazista”. E un altro ha chiesto: “Perché annunciate ai media ebraici di un odiatore di Israele che è morto?”
Un altro utente ha scritto che “dopo le sue dichiarazioni odiose contro Israele, è fortunato ad aver vissuto qualche mese in più e a non essere morto immediatamente”, riferendosi al deterioramento della salute del papa negli ultimi mesi.
Anche alcune persone in Israele hanno pianto la morte del papa. Il presidente Isaac Herzog ha scritto su X di aver inviato le sue “più profonde condoglianze al mondo cristiano e in particolare alle comunità cristiane in Israele – la Terra Santa – per la perdita del loro grande padre spirituale, Sua Santità Papa Francesco”.
Herzog ha aggiunto: “Spero davvero che le sue preghiere per la pace in Medio Oriente e per il ritorno sicuro degli ostaggi saranno presto esaudite. Possa la sua memoria continuare a ispirare atti di gentilezza, unità e speranza”.
Mentre un utente ha risposto: “Non parlare a mio nome. Il papa era un antisemita malvagio”, ci sono stati anche molti israeliani che hanno espresso indignazione per questo tipo di post.
“Che razzismo. Incredibile”, ha scritto una persona. “Non hai rispetto per nessuna delle due religioni”.
Di tutt’altro segno le reazioni dei palestinesi alla morte di Papa Francesco
Migliaia di utenti dei social media palestinesi, così come molti da Gaza, hanno reso omaggio a Papa Francesco, ricordandolo per il suo sostegno al popolo palestinese durante i 15 mesi di assalto israeliano nell’enclave assediata.
Nel suo discorso finale la domenica di Pasqua, papa Francesco, 88 anni, ha chiesto un cessate il fuoco a Gaza dal balcone della basilica di San Pietro mentre un assistente leggeva una benedizione in cui il papa condannava la “deplorevole situazione umanitaria” causata dalla guerra di Israele contro Gaza, che molti sui social media hanno elogiato.
“Faccio appello alle parti in guerra: chiamate un cessate il fuoco, liberate gli ostaggi e venite in aiuto di un popolo affamato che aspira a un futuro di pace”, ha detto.
Alla notizia della sua morte, molti online hanno elogiato il continuo sostegno del papa al popolo palestinese e alla comunità cattolica, così come alle chiese di Gaza.
Il pastore palestinese Munther Isaac ha pianto la morte di Papa Francesco, dicendo che i palestinesi, e i cristiani palestinesi in particolare, hanno perso un “caro amico” che era “amato in Palestina”.
In tutto il Medio Oriente, i cristiani palestinesi, libanesi e siriani, sia cattolici che ortodossi, hanno elogiato l’impegno costante di Francesco con loro come fonte di conforto in un momento in cui le loro comunità hanno affrontato guerre, disastri, difficoltà e persecuzioni.
“Abbiamo perso un santo che ci ha insegnato ogni giorno come essere coraggiosi, come essere pazienti e rimanere forti. Abbiamo perso un uomo che combatteva ogni giorno in ogni direzione per proteggere questo suo piccolo gregge”, ha detto George Antone, capo del comitato di emergenza presso la chiesa della Sacra Famiglia a Gaza, secondo un rapporto.
Antone ha detto che Francesco ha convocato la chiesa poche ore dopo l’inizio della guerra a Gaza nell’ottobre 2023, l’inizio di quella che il Vatican News Service descriverebbe come una routine notturna durante la guerra. Si assicurava di parlare non solo con il prete, ma con tutti gli altri nella stanza.
“Abbiamo il cuore spezzato per la morte di Papa Francesco, ma sappiamo che sta lasciando dietro di sé una Chiesa che si prende cura di noi e che ci conosce per nome, ognuno di noi”, ha detto Antone, riferendosi ai cristiani di Gaza che sono centinaia.
Fonte
Rafi Schutz, un ex ambasciatore di Israele in Vaticano, ha scritto di papa Francesco come “il papa che ha avvicinato il mondo a lui e ha deluso Israele”.
La posizione del papa su Israele dopo l’inizio della guerra merita “aspre critiche”, ha continuato Schutz, aggiungendo che ha segnato un “colpo significativo” alle relazioni israelo-vaticane.
Il giornale di destra Israel Hayom ha detto che il pontefice sarà ricordato in Israele “principalmente per le sue dure dichiarazioni contro la guerra a Gaza”.
Allo stesso modo, il canale di estrema destra Channel 14 lo ha definito il “critico più severo” di Israele.
Zvika Klein, caporedattore del Jerusalem Post, ha definito le critiche di Papa Francesco a Israele e il sostegno ai palestinesi come “sostegno incondizionato ad Hamas”.
“C’era un certo ottimismo nel mondo ebraico quando è stato nominato”, ha detto Klein. “C’è stata una grande delusione da parte israeliana ed ebraica [a causa] delle dure dichiarazioni, soprattutto negli ultimi mesi”.
Il papa aveva criticato a gran voce e ripetutamente la guerra di Israele contro la Striscia di Gaza, in particolare l’uccisione di bambini palestinesi, attirando l’ira dei politici israeliani.
Durante la guerra ha tenuto chiamate quasi notturne con la comunità cristiana di Gaza, che hanno detto essere state una fonte di conforto.
Nel suo libro, Hope Never Disappoints: Pilgrims Toward a Better World, pubblicato alla fine del 2024, ha suggerito che l’assalto di Israele alla Striscia di Gaza potrebbe essere caratterizzato come un genocidio e ha chiesto un’indagine sulle accuse degli “esperti”.
A dicembre, il ministero degli Esteri israeliano ha convocato il massimo diplomatico del Vaticano dopo i commenti di Papa Francesco che accusava Israele di “crudeltà” a Gaza.
Molti israeliani comuni si sono rivolti ai social media per esprimere la loro soddisfazione per la morte del papa a causa della sua posizione sulla guerra di Israele.
Commentando sotto l’articolo di Channel 14, un utente lo ha definito un “mascalzone” e ha detto “è un bene che sia morto”. “Grazie a Dio il Papa è morto”, ha concordato un altro.
Su Facebook, gli utenti dei social media lo hanno classificato come un “odiatore dell’ebraismo”. Sotto il post di Kan 11 sulla morte del papa, un utente ha scritto: “Non mi interessa questo vecchio psicotico, che odia Israele”.
In un rapporto di Ynet, un altro ha scritto: “Papa Francesco sarà ricordato come colui che ha costantemente sostenuto l’antisemitismo moderno”, aggiungendo che il mondo sta “meglio senza di lui”.
Un altro utente ha detto che il papa era “il padre dell’impurità. Un altro pedofilo”, e ha aggiunto: “Grazie a Dio ci siamo sbarazzati di lui”. Un altro utente ha detto: “finalmente buone notizie”.
Sull’account di Walla, un utente lo ha definito “un eretico che sosteneva Hamas nazista”. E un altro ha chiesto: “Perché annunciate ai media ebraici di un odiatore di Israele che è morto?”
Un altro utente ha scritto che “dopo le sue dichiarazioni odiose contro Israele, è fortunato ad aver vissuto qualche mese in più e a non essere morto immediatamente”, riferendosi al deterioramento della salute del papa negli ultimi mesi.
Anche alcune persone in Israele hanno pianto la morte del papa. Il presidente Isaac Herzog ha scritto su X di aver inviato le sue “più profonde condoglianze al mondo cristiano e in particolare alle comunità cristiane in Israele – la Terra Santa – per la perdita del loro grande padre spirituale, Sua Santità Papa Francesco”.
Herzog ha aggiunto: “Spero davvero che le sue preghiere per la pace in Medio Oriente e per il ritorno sicuro degli ostaggi saranno presto esaudite. Possa la sua memoria continuare a ispirare atti di gentilezza, unità e speranza”.
Mentre un utente ha risposto: “Non parlare a mio nome. Il papa era un antisemita malvagio”, ci sono stati anche molti israeliani che hanno espresso indignazione per questo tipo di post.
“Che razzismo. Incredibile”, ha scritto una persona. “Non hai rispetto per nessuna delle due religioni”.
Di tutt’altro segno le reazioni dei palestinesi alla morte di Papa Francesco
Migliaia di utenti dei social media palestinesi, così come molti da Gaza, hanno reso omaggio a Papa Francesco, ricordandolo per il suo sostegno al popolo palestinese durante i 15 mesi di assalto israeliano nell’enclave assediata.
Nel suo discorso finale la domenica di Pasqua, papa Francesco, 88 anni, ha chiesto un cessate il fuoco a Gaza dal balcone della basilica di San Pietro mentre un assistente leggeva una benedizione in cui il papa condannava la “deplorevole situazione umanitaria” causata dalla guerra di Israele contro Gaza, che molti sui social media hanno elogiato.
“Faccio appello alle parti in guerra: chiamate un cessate il fuoco, liberate gli ostaggi e venite in aiuto di un popolo affamato che aspira a un futuro di pace”, ha detto.
Alla notizia della sua morte, molti online hanno elogiato il continuo sostegno del papa al popolo palestinese e alla comunità cattolica, così come alle chiese di Gaza.
Il pastore palestinese Munther Isaac ha pianto la morte di Papa Francesco, dicendo che i palestinesi, e i cristiani palestinesi in particolare, hanno perso un “caro amico” che era “amato in Palestina”.
In tutto il Medio Oriente, i cristiani palestinesi, libanesi e siriani, sia cattolici che ortodossi, hanno elogiato l’impegno costante di Francesco con loro come fonte di conforto in un momento in cui le loro comunità hanno affrontato guerre, disastri, difficoltà e persecuzioni.
“Abbiamo perso un santo che ci ha insegnato ogni giorno come essere coraggiosi, come essere pazienti e rimanere forti. Abbiamo perso un uomo che combatteva ogni giorno in ogni direzione per proteggere questo suo piccolo gregge”, ha detto George Antone, capo del comitato di emergenza presso la chiesa della Sacra Famiglia a Gaza, secondo un rapporto.
Antone ha detto che Francesco ha convocato la chiesa poche ore dopo l’inizio della guerra a Gaza nell’ottobre 2023, l’inizio di quella che il Vatican News Service descriverebbe come una routine notturna durante la guerra. Si assicurava di parlare non solo con il prete, ma con tutti gli altri nella stanza.
“Abbiamo il cuore spezzato per la morte di Papa Francesco, ma sappiamo che sta lasciando dietro di sé una Chiesa che si prende cura di noi e che ci conosce per nome, ognuno di noi”, ha detto Antone, riferendosi ai cristiani di Gaza che sono centinaia.
Fonte
Pro o contro Bergoglio? Guarda la politica, non la religione
Il livello di pensiero a cui si è inabissata la “sinistra comunista” in questo paese è piuttosto bassino, diciamo così. La morte di papa Bergoglio è diventata la cartina tornasole di un malessere ideologico (filosofico, politico, valoriale, vedete voi…) più che preoccupante.
Come scrive una compagna molto saggia, sul delirio acefalo dei social, “Non so se mi danno più ai nervi quelli che attaccano Papa Francesco o quelli che lo esaltano”. Un po’ come sta avvenendo con i reazionari e i “liberal per la guerra”, che prima hanno inveito/sbuffato contro le sue esternazioni e ora ne celebrano la “grandezza”... preparandosi come prima a fare il contrario.
Si deve necessariamente partire, a nostro avviso, dalla serena accettazione del fatto che un papa – qualunque papa, passato e futuro – è il capo della Chiesa cattolica, una istituzione con 2.000 anni di vita che è stata di tutto e di più, nella sua storia. Culla dei Torquemada e riferimento discusso da Camilo Torres, trono dei Woytila e angoscia dei monsignor Romero, riparo dei tanti preti complici del nazifascismo e, all’opposto, degli Ernesto Cardenal.
Che significa? Che stiamo parlando di una religione, non di un partito politico. Di una religione, non di un’ideologia con tanto di statuto filosofico aperto al confronto. Ci credi oppure no, e neanche Anselmo d’Aosta ti potrà aiutare...
Una religione però particolare – il cristianesimo in generale, prima degli scismi (ortodossi, Riforma, sette varie) – che per la prima volta mise in campo un’idea universalistica, contrariamente alle precedenti. Universale nel duplice senso: accessibile a tutti gli esseri umani e postulando il fatto che tutti fossero uguali. Ovviamente davanti a un dio e lasciando che sulla terra le cose andassero come sono sempre andate (patrizi e plebei, nobili e volgo, padroni e proletari, ecc.).
Ma la novità storica – e di pensiero – era dirompente: se tutti gli uomini sono (potenzialmente) uguali viene meno il principio metafisico su cui fondare la differenza tra potenti e schiavi, tra ricchi e poveri. Ci sono poi voluti quasi 2.000 anni per arrivare a concepire – e provare a costruire concretamente – una società di uguali anche sulla terra, senza aspettare l’aldilà.
Ma da lì ha preso piede l’abbozzo di idea. Non a caso, si affermò inizialmente come religione degli schiavi, costretti peraltro a celebrare i loro riti nelle catacombe.
Una religione per di più monoteista – come l’ebraismo prima e l’Islam poi – che andava a rompere per sempre l’illusione criminale che potesse esserci “un popolo eletto da un unico dio”, ossia il fondamento religioso di qualsiasi suprematismo, per fede o razza o classe.
Delle tre religioni monoteiste, va ricordato, solo una – la più vecchia – è rimasta nazionalista o “mono-popolo”, e quando ha incrociato la fase rampante del colonialismo occidentale ha visto nascere al proprio interno l’ala sionista che ora dice esplicitamente di considerare il resto dell’umanità untermenschen. Da eliminare, se intralcia la strada degli “eletti”...
Non è insomma un caso, ma un frutto della Storia e del pensiero marcio suprematista, che tra tante espressioni di cordoglio – spesso ipocrita, a volte sincero – spicchino per virulenza aggressiva i messaggi che circolano nelle chat della comunità ebraica romana (spacciata per completamente schierata con Netanyahu e il genocidio in Palestina). Sulla stessa linea della tardiva cancellazione dell’unico messaggio di cordoglio formale pubblicato inizialmente – un atto burocratico quasi antipatizzante – per decisione del governo genocida.
Qualcosa di molto simile al delirio della deputata trumpiana Marjorie Taylor Greene, che ha pubblicato su X il post in cui dice: “Oggi ci sono stati importanti cambiamenti nella leadership mondiale. Il male viene sconfitto dalla mano di Dio”.
“Non so se mi danno più ai nervi quelli che attaccano Papa Francesco o quelli che lo esaltano”. Anche all’ultradestra, naturalmente...
Ma una religione universalista ha l’ovvia pretesa di poter tenere dentro tutti, anche se non sono mai mancati in nessuna religione gli integralisti che pretendono di far entrare nella testa degli uomini il proprio dio personale a forza di martellate...
Questo significa che noi comunisti, generalmente anche atei (ce ne sono stati e ce ne saranno ancora di cristiani, musulmani, ebrei, buddisti, confuciani, animisti, ecc), non possiamo giudicare un papa – o un qualsiasi prete – per quel che è (un prete, appunto), ma solo per quel che fa. Come ogni altro essere umano, insomma.
E tra un don Milani e un pedofilo, tra un prete guerrigliero e uno nazigolpista, la differenza la vediamo netta. E la vedono anche gli altri, che siedano a Washington oppure a Tel Aviv o in qualche redazione dalle poltrone instabili...
Del resto già Marx e poi Lenin avevano avvertito sulle “trappole” sparse sul sentiero della critica radical-democratica della religione. Se infatti la religione è “un prodotto necessario della condizione di alienazione in cui versa l’uomo in quelle società che sono impiantate sullo sfruttamento” è di fatto impossibile pretendere che questa scompaia prima dei rapporti sociali che la rendono “necessaria” al potere dominante, se non altro come “illusione” con cui invitare le classi sfruttate a rinviare all’aldilà la prospettiva di una liberazione dalla sofferenza, “alimentando le virtù della pazienza e della rassegnazione”.
Si può insomma essere atei e non mettere la “lotta anti-religiosa” al posto di comando, o ai “primi punti del programma”, per molte ragioni. Perché ciò distrae la classe sfruttata dal suo primo e vero obiettivo: il rovesciamento dei rapporti sociali di sfruttamento. Ma anche perché quella “distrazione”, in molti paesi, rischia di toglierti anche i consensi sociali indispensabili per una rivoluzione.
Sarà un caso, ma anche Mao e Fidel non si preoccuparono affatto della fede religiosa dei rispettivi popoli nel percorso che portò alla vittoria (Lenin mandò i bolscevichi alla manifestazione indetta dal Pope Gapon, nel 1905; certo, con indicazioni precise per trasformare la richiesta pietista in rivoluzione...).
E proprio Fidel seppe distinguere benissimo tra un Woytila che si presentava a Cuba per portarvi una “rivoluzione arancione” ante litteram, dopo la caduta dell’Unione Sovietica (cui aveva pesantemente contribuito in prima persona), e un Bergoglio con cui scambiare opinioni, regali e propositi per un mondo meno infame e diseguale.
La vista è forse il più importante dei sensi. Se non ci vedi bene, se ti sembra tutto uguale, cambia gli occhiali...
Fonte
Come scrive una compagna molto saggia, sul delirio acefalo dei social, “Non so se mi danno più ai nervi quelli che attaccano Papa Francesco o quelli che lo esaltano”. Un po’ come sta avvenendo con i reazionari e i “liberal per la guerra”, che prima hanno inveito/sbuffato contro le sue esternazioni e ora ne celebrano la “grandezza”... preparandosi come prima a fare il contrario.
Si deve necessariamente partire, a nostro avviso, dalla serena accettazione del fatto che un papa – qualunque papa, passato e futuro – è il capo della Chiesa cattolica, una istituzione con 2.000 anni di vita che è stata di tutto e di più, nella sua storia. Culla dei Torquemada e riferimento discusso da Camilo Torres, trono dei Woytila e angoscia dei monsignor Romero, riparo dei tanti preti complici del nazifascismo e, all’opposto, degli Ernesto Cardenal.
Che significa? Che stiamo parlando di una religione, non di un partito politico. Di una religione, non di un’ideologia con tanto di statuto filosofico aperto al confronto. Ci credi oppure no, e neanche Anselmo d’Aosta ti potrà aiutare...
Una religione però particolare – il cristianesimo in generale, prima degli scismi (ortodossi, Riforma, sette varie) – che per la prima volta mise in campo un’idea universalistica, contrariamente alle precedenti. Universale nel duplice senso: accessibile a tutti gli esseri umani e postulando il fatto che tutti fossero uguali. Ovviamente davanti a un dio e lasciando che sulla terra le cose andassero come sono sempre andate (patrizi e plebei, nobili e volgo, padroni e proletari, ecc.).
Ma la novità storica – e di pensiero – era dirompente: se tutti gli uomini sono (potenzialmente) uguali viene meno il principio metafisico su cui fondare la differenza tra potenti e schiavi, tra ricchi e poveri. Ci sono poi voluti quasi 2.000 anni per arrivare a concepire – e provare a costruire concretamente – una società di uguali anche sulla terra, senza aspettare l’aldilà.
Ma da lì ha preso piede l’abbozzo di idea. Non a caso, si affermò inizialmente come religione degli schiavi, costretti peraltro a celebrare i loro riti nelle catacombe.
Una religione per di più monoteista – come l’ebraismo prima e l’Islam poi – che andava a rompere per sempre l’illusione criminale che potesse esserci “un popolo eletto da un unico dio”, ossia il fondamento religioso di qualsiasi suprematismo, per fede o razza o classe.
Delle tre religioni monoteiste, va ricordato, solo una – la più vecchia – è rimasta nazionalista o “mono-popolo”, e quando ha incrociato la fase rampante del colonialismo occidentale ha visto nascere al proprio interno l’ala sionista che ora dice esplicitamente di considerare il resto dell’umanità untermenschen. Da eliminare, se intralcia la strada degli “eletti”...
Non è insomma un caso, ma un frutto della Storia e del pensiero marcio suprematista, che tra tante espressioni di cordoglio – spesso ipocrita, a volte sincero – spicchino per virulenza aggressiva i messaggi che circolano nelle chat della comunità ebraica romana (spacciata per completamente schierata con Netanyahu e il genocidio in Palestina). Sulla stessa linea della tardiva cancellazione dell’unico messaggio di cordoglio formale pubblicato inizialmente – un atto burocratico quasi antipatizzante – per decisione del governo genocida.
Qualcosa di molto simile al delirio della deputata trumpiana Marjorie Taylor Greene, che ha pubblicato su X il post in cui dice: “Oggi ci sono stati importanti cambiamenti nella leadership mondiale. Il male viene sconfitto dalla mano di Dio”.
“Non so se mi danno più ai nervi quelli che attaccano Papa Francesco o quelli che lo esaltano”. Anche all’ultradestra, naturalmente...
Ma una religione universalista ha l’ovvia pretesa di poter tenere dentro tutti, anche se non sono mai mancati in nessuna religione gli integralisti che pretendono di far entrare nella testa degli uomini il proprio dio personale a forza di martellate...
Questo significa che noi comunisti, generalmente anche atei (ce ne sono stati e ce ne saranno ancora di cristiani, musulmani, ebrei, buddisti, confuciani, animisti, ecc), non possiamo giudicare un papa – o un qualsiasi prete – per quel che è (un prete, appunto), ma solo per quel che fa. Come ogni altro essere umano, insomma.
E tra un don Milani e un pedofilo, tra un prete guerrigliero e uno nazigolpista, la differenza la vediamo netta. E la vedono anche gli altri, che siedano a Washington oppure a Tel Aviv o in qualche redazione dalle poltrone instabili...
Del resto già Marx e poi Lenin avevano avvertito sulle “trappole” sparse sul sentiero della critica radical-democratica della religione. Se infatti la religione è “un prodotto necessario della condizione di alienazione in cui versa l’uomo in quelle società che sono impiantate sullo sfruttamento” è di fatto impossibile pretendere che questa scompaia prima dei rapporti sociali che la rendono “necessaria” al potere dominante, se non altro come “illusione” con cui invitare le classi sfruttate a rinviare all’aldilà la prospettiva di una liberazione dalla sofferenza, “alimentando le virtù della pazienza e della rassegnazione”.
Si può insomma essere atei e non mettere la “lotta anti-religiosa” al posto di comando, o ai “primi punti del programma”, per molte ragioni. Perché ciò distrae la classe sfruttata dal suo primo e vero obiettivo: il rovesciamento dei rapporti sociali di sfruttamento. Ma anche perché quella “distrazione”, in molti paesi, rischia di toglierti anche i consensi sociali indispensabili per una rivoluzione.
Sarà un caso, ma anche Mao e Fidel non si preoccuparono affatto della fede religiosa dei rispettivi popoli nel percorso che portò alla vittoria (Lenin mandò i bolscevichi alla manifestazione indetta dal Pope Gapon, nel 1905; certo, con indicazioni precise per trasformare la richiesta pietista in rivoluzione...).
E proprio Fidel seppe distinguere benissimo tra un Woytila che si presentava a Cuba per portarvi una “rivoluzione arancione” ante litteram, dopo la caduta dell’Unione Sovietica (cui aveva pesantemente contribuito in prima persona), e un Bergoglio con cui scambiare opinioni, regali e propositi per un mondo meno infame e diseguale.
La vista è forse il più importante dei sensi. Se non ci vedi bene, se ti sembra tutto uguale, cambia gli occhiali...
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22/04/2025
Francesco contro il dio denaro anche nella finanza vaticana
«La povertà non è solo una questione di soldi. È mancanza di accesso, mancanza di opportunità, mancanza di fiducia. Viviamo in sistemi (economici) che non sono mai stati progettati per funzionare per tutti».
Il pensiero economico di un papa innovatore
Sono parole che esprimono il pensiero economico di un Papa innovatore che non a caso aveva scelto il nome di Francesco, il rivoluzionario della storia del Cristianesimo. L’opera riformista del Papa argentino ha coinvolto il governo del sistema economico e finanziario del Vaticano nel nome della trasparenza e della coerenza. Qualità che entrambe, nei secoli, hanno fatto difetto e talora scandalo nello stato Vaticano. Su questo fronte Papa Francesco è intervenuto all’interno di un governo diviso e di un’opposizione che lo ha portato ad effettuare anche un repulisti nelle stanze delle finanze vaticane.
La blacklist dei paradisi fiscali
Per volontà di Bergoglio il Vaticano è stato inserito nella blacklist dei paradisi fiscali. Si è costituita la Segreteria per l’Economia e il Revisore ed è stato riformato lo Ior, la banca vaticana. A questo sono seguiti gesti simbolici di grande importanza come lo sfratto da lussuosi palazzi e l’aumento degli affitti ai cardinali e il processo contro il cardinal Angelo Becciu, accusato di essere a capo di una potente e oscura rete di gestione dei fondi della Santa Sede.
L’Apsa e il Patrimonio della Sede apostolica
In nome della trasparenza ha nominato il vescovo Nunzio Galantino a capo dell’Apsa (Associazione del Patrimonio Sede Apostolica) il nuovo organismo economico della Curia romana che si occupa della gestione del patrimonio economico della Santa Sede. La percezione dell’opinione pubblica sull’immensità delle ricchezze papali è leggenda, ma i numeri, in effetti, sono consistenti. Lo scorso anno il Sole24Ore ha effettuato un’approfondita analisi del patrimonio vaticano sotto la nuova gestione di Galantino.
La finanza vaticana alla luce del sole
Nel 2022 il patrimonio immobiliare ha reso 52,2 milioni (+31,4 milioni), quello mobiliare segna -6,7 milioni. L’Apsa al netto delle passività ammonta a 2,8 miliardi da bilancio – complessivamente gestisce in Italia 4.072 unità immobiliari per un totale di quasi un milione e mezzo di metri quadrati. Fra queste 2.734 sono sue, e 1.338 di altri enti. Da notare che in forma diretta e indiretta all’erario italiano sono stati versati 6,05 milioni per l’Imu e 2,91 milioni per l’Ires. Importi agevolati dal regime di esenzioni statali di cui gode la Chiesa sul suolo italiano. Da notare che il 92% degli immobili è in provincia di Roma. Anche all’estero i numeri sono tutt’altro che irrilevanti: oltre 1.100 unità immobiliari.
Gli immobili
Ma quanto frutta questo patrimonio? Nel 2022 ha reso bene, 52,2 milioni di euro, in crescita di 31,4 milioni, e un dato importante deve essere tenuto presente: solo il 19% è locato a condizioni di libero mercato, il 12% a canone agevolato e il 69% a canone nullo.
Santa Sede e Segreteria di Stato a perdere
Meno bene è andata per la gestione del patrimonio mobiliare: gli investimenti finanziari gestiti dall’Apsa ammontano al 31 dicembre 2022 a circa 1,777 milioni di euro, e comprendono sia la gestione della proprietà che la gestione di terzi (enti della Santa Sede o ad essa collegati, tra cui la Segreteria di Stato): questo comparto ha visto una perdita di 6,7 milioni di euro, rispetto a quello positivo realizzato nel 2021 di 19,85
Proporzionalità negli affitti impone il Papa
Nella relazione allegata al bilancio si legge che alla gestione degli immobili si applicano «criteri di proporzionalità e progressività raccomandati dal Santo Padre». Così da poter concedere in comodato d’uso gratuito una struttura come Palazzo Migliori, dove trovano accoglienza, a due passi dal Colonnato di San Pietro, i senza fissa dimora ospitati dai volontari della Comunità Sant’Egidio.
Futuro con tanta costosa trasparenza?
Sarà ora da vedere se l’opera riformatrice di Bergoglio nell’ambito della gestione del patrimonio vaticano verrà proseguita con altrettanta determinazione. Le divisioni profonde nella Chiesa, che si sono accentuate con l’appoggio dei vescovi americani all’insediamento di Trump in America, restano da ostacolo alla visione di economia civile che Papa Francesco ha, primo tra i pontefici, promosso mediante una critica al modello di sviluppo capitalista.
Oltre l’apprezzamento per l’opera di Bergoglio e l’ondata di genuina emozione per la sua dipartita, appare una realtà economica globale che non ha preoccupazioni sociali e né religiose. Un mondo in cui esiste un solo dio, il dio denaro.
Fonte
Il pensiero economico di un papa innovatore
Sono parole che esprimono il pensiero economico di un Papa innovatore che non a caso aveva scelto il nome di Francesco, il rivoluzionario della storia del Cristianesimo. L’opera riformista del Papa argentino ha coinvolto il governo del sistema economico e finanziario del Vaticano nel nome della trasparenza e della coerenza. Qualità che entrambe, nei secoli, hanno fatto difetto e talora scandalo nello stato Vaticano. Su questo fronte Papa Francesco è intervenuto all’interno di un governo diviso e di un’opposizione che lo ha portato ad effettuare anche un repulisti nelle stanze delle finanze vaticane.
La blacklist dei paradisi fiscali
Per volontà di Bergoglio il Vaticano è stato inserito nella blacklist dei paradisi fiscali. Si è costituita la Segreteria per l’Economia e il Revisore ed è stato riformato lo Ior, la banca vaticana. A questo sono seguiti gesti simbolici di grande importanza come lo sfratto da lussuosi palazzi e l’aumento degli affitti ai cardinali e il processo contro il cardinal Angelo Becciu, accusato di essere a capo di una potente e oscura rete di gestione dei fondi della Santa Sede.
L’Apsa e il Patrimonio della Sede apostolica
In nome della trasparenza ha nominato il vescovo Nunzio Galantino a capo dell’Apsa (Associazione del Patrimonio Sede Apostolica) il nuovo organismo economico della Curia romana che si occupa della gestione del patrimonio economico della Santa Sede. La percezione dell’opinione pubblica sull’immensità delle ricchezze papali è leggenda, ma i numeri, in effetti, sono consistenti. Lo scorso anno il Sole24Ore ha effettuato un’approfondita analisi del patrimonio vaticano sotto la nuova gestione di Galantino.
La finanza vaticana alla luce del sole
Nel 2022 il patrimonio immobiliare ha reso 52,2 milioni (+31,4 milioni), quello mobiliare segna -6,7 milioni. L’Apsa al netto delle passività ammonta a 2,8 miliardi da bilancio – complessivamente gestisce in Italia 4.072 unità immobiliari per un totale di quasi un milione e mezzo di metri quadrati. Fra queste 2.734 sono sue, e 1.338 di altri enti. Da notare che in forma diretta e indiretta all’erario italiano sono stati versati 6,05 milioni per l’Imu e 2,91 milioni per l’Ires. Importi agevolati dal regime di esenzioni statali di cui gode la Chiesa sul suolo italiano. Da notare che il 92% degli immobili è in provincia di Roma. Anche all’estero i numeri sono tutt’altro che irrilevanti: oltre 1.100 unità immobiliari.
Gli immobili
Ma quanto frutta questo patrimonio? Nel 2022 ha reso bene, 52,2 milioni di euro, in crescita di 31,4 milioni, e un dato importante deve essere tenuto presente: solo il 19% è locato a condizioni di libero mercato, il 12% a canone agevolato e il 69% a canone nullo.
Santa Sede e Segreteria di Stato a perdere
Meno bene è andata per la gestione del patrimonio mobiliare: gli investimenti finanziari gestiti dall’Apsa ammontano al 31 dicembre 2022 a circa 1,777 milioni di euro, e comprendono sia la gestione della proprietà che la gestione di terzi (enti della Santa Sede o ad essa collegati, tra cui la Segreteria di Stato): questo comparto ha visto una perdita di 6,7 milioni di euro, rispetto a quello positivo realizzato nel 2021 di 19,85
Proporzionalità negli affitti impone il Papa
Nella relazione allegata al bilancio si legge che alla gestione degli immobili si applicano «criteri di proporzionalità e progressività raccomandati dal Santo Padre». Così da poter concedere in comodato d’uso gratuito una struttura come Palazzo Migliori, dove trovano accoglienza, a due passi dal Colonnato di San Pietro, i senza fissa dimora ospitati dai volontari della Comunità Sant’Egidio.
Futuro con tanta costosa trasparenza?
Sarà ora da vedere se l’opera riformatrice di Bergoglio nell’ambito della gestione del patrimonio vaticano verrà proseguita con altrettanta determinazione. Le divisioni profonde nella Chiesa, che si sono accentuate con l’appoggio dei vescovi americani all’insediamento di Trump in America, restano da ostacolo alla visione di economia civile che Papa Francesco ha, primo tra i pontefici, promosso mediante una critica al modello di sviluppo capitalista.
Oltre l’apprezzamento per l’opera di Bergoglio e l’ondata di genuina emozione per la sua dipartita, appare una realtà economica globale che non ha preoccupazioni sociali e né religiose. Un mondo in cui esiste un solo dio, il dio denaro.
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Dai funerali al Conclave, le tappe per il nuovo papa
Mentre la Chiesa e il mondo piangono la scomparsa di papa Francesco, le secolari regole ecclesiastiche – Ordo Exsequiarum Romani Pontificis – si sono subito messe in moto. Da subito il cerimoniale per i funerali del pontefice rivisti proprio da Papa Francesco lo scorso anno. Ed ecco il percorso dei prossimi giorni che condurrà fino all’elezione di un nuovo Pontefice nella Cappella Sistina
Lo stile di Papa Francesco anche nel suo funerale
Nuove regola cerimoniali volute da Papa Bergoghio per snellire alcune delle procedure e ricondurre a uno stile più sobrio anche la fase dell’ultimo saluto al Pontefice defunto.
Cosa sta accadendo ora?
Prendiamo a piene mani da Avvenire, il quotidiano dei vescovi. L’annuncio della morte è stato dato dal camerlengo cardinal Farrell, mentre nella stanza dove è deceduto il Papa dopo il saluto privato della famiglia pontificia si prepara il corpo del defunto spostandolo, dopo averlo rivestito dei paramenti, nella cappella privata dell’appartamento pontificio, dove avverrà la constatazione ufficiale del decesso. Finora questo rito avveniva direttamente nella camera da letto del defunto.
Niente baldacchino
Il corpo del Papa non sarà lasciato esposto sul baldacchino come abbiamo visto fare fino alle ultime esequie celebrate di un Pontefice, seppur emerito, come Benedetto XVI il 31 dicembre 2023. Francesco nella nuova versione dell’Ordo Exsequiarum ha disposto che il corpo venga posto direttamente nel cofano in cui riposerà per sempre. Questa fase viene definita la «prima stazione» del rito funebre.
Una normale cassa di legno e zinco
Anche qui un’altra novità: sarà una cassa in legno con l’interno in zinco. Scompaiono, quindi, le tre casse nelle quali fino ad ora sono stati sepolti i Pontefici, che prevedevano una cassa di cipresso da collocare dentro a un altro involucro di piombo e infine il tutto custodito all’interno di una bara in rovere.
Dalla cappella privata a San Pietro
Scompare anche la traslazione della salma dall’appartamento pontificio al Palazzo Apostolico, dove di fatto veniva esposto al saluto di chi vive in Vaticano, di autorità e di vescovi e cardinali giunti nel frattempo a Roma. Ci sarà invece una sola traslazione: dalla cappella privata alla Basilica di San Pietro dove la cassa sarà collocata davanti all’altare centrale, costruito sopra la tomba di san Pietro e questa dovrebbe avvenire mercoledì 23, di mattina.
Niente corpo in portantina
Per i precedenti funerali papali, la traslazione in Basilica avveniva con il corpo del defunto adagiato sopra una portantina. Questa volta, secondo le nuove norme, la traslazione del corpo di papa Francesco avverrà con la salma dentro la cassa in cui è stato posto poco dopo il decesso. E sempre nella cassa resterà durante l’omaggio e la preghiera di suffragio che i fedeli potranno fare nella Basilica Vaticana. Niente catafalco, ma la bara aperta adagiata in modo da permettere la vista del Pontefice defunto. La cassa verrà chiusa la sera precedente il giorno delle esequie.
Esequie da decidere
Nei prossimi giorni saranno fissate le esequie, che nelle ultime volte precedenti si sono svolte in piazza San Pietro. Il rito funebre sarà quello di un vescovo diocesano, anche per sottolineare che le esequie del Papa sono quelle di un pastore e discepolo di Cristo e non di un potente di questo mondo.
Tumulazione
Un rito più snello anche per la cancellazione delle tre bare, ma vi è un aspetto che almeno dal 1914 potrebbe cambiare. Infatti, papa Francesco in vita ha dichiarato pubblicamente di voler essere sepolto nella Basilica di Santa Maria Maggiore. Ovviamente dobbiamo attendere di conoscere se papa Francesco nel suo testamento ha dato indicazioni precise al riguardo. Se lo avesse fatto, sarebbe il primo Papa defunto a essere sepolto fuori dal Vaticano dal 1903 quando Leone XIII venne tumulato nella Basilica di San Giovanni in Laterano (dove riposa con altri 21 predecessori). Se la tumulazione avverrà, in Santa Maria Maggiore, Francesco sarà l’ottavo Pontefice a esservi sepolto.
Dopo la tumulazione i ’novendiali’
Concluso il rito funebre e la tumulazione, per la Chiesa universale inizieranno i «Novendiali», cioè nove giorni nei quali saranno celebrate Messe in suffragio per il defunto Pontefice. Per ciascuno degli altri otto giorni sono indicati i gruppi chiamati alla preghiera di suffragio.
Collegio cardinalizio
Il Collegio cardinalizio, dal momento della morte del Papa, assume il ruolo di decisione di tempi e modalità nell’esecuzione dei riti. Nel corso delle «Congregazioni generali» i cardinali (anche ultraottantenni che però non potranno partecipare al Conclave) potranno affrontare non solo il tema del successore di Francesco, ma anche su quale strada indirizzare la Chiesa, oltre alla gestione ordinaria della Chiesa e della Santa Sede.
La data del Conclave
Sarà il Collegio cardinalizio a fissare la data dell’inizio del Conclave, che vedrà al mattino la celebrazione della Messa ‘pro eligendo Pontifice’, presieduta dal decano del Collegio cardinalizio. Nel pomeriggio vi sarà l’ingresso dei cardinali elettori nella Cappella Sistina, luogo dell’elezione del Papa. Presteranno giuramento sulla Bibbia e poi il Maestro delle cerimonie pronuncerà la frase latina «extra omnes», cioè «fuori tutti», rivolto a coloro che non sono cardinali elettori e personale addetto. Inizierà così l’attesa per conoscere il nome del nuovo Papa.
Fumo bianco e nuovo papa
Se la votazione non avrà dato esito positivo dal comignolo sopra la Cappella Sistina uscirà fumo nero. Nel caso di elezione il fumo sarà bianco. Non resterà che attendere che il cardinale protodiacono appaia alla Loggia centrale della Basilica Vaticana per l’annuncio atteso: Habemus Papam.
Fonte
Lo stile di Papa Francesco anche nel suo funerale
Nuove regola cerimoniali volute da Papa Bergoghio per snellire alcune delle procedure e ricondurre a uno stile più sobrio anche la fase dell’ultimo saluto al Pontefice defunto.
Cosa sta accadendo ora?
Prendiamo a piene mani da Avvenire, il quotidiano dei vescovi. L’annuncio della morte è stato dato dal camerlengo cardinal Farrell, mentre nella stanza dove è deceduto il Papa dopo il saluto privato della famiglia pontificia si prepara il corpo del defunto spostandolo, dopo averlo rivestito dei paramenti, nella cappella privata dell’appartamento pontificio, dove avverrà la constatazione ufficiale del decesso. Finora questo rito avveniva direttamente nella camera da letto del defunto.
Niente baldacchino
Il corpo del Papa non sarà lasciato esposto sul baldacchino come abbiamo visto fare fino alle ultime esequie celebrate di un Pontefice, seppur emerito, come Benedetto XVI il 31 dicembre 2023. Francesco nella nuova versione dell’Ordo Exsequiarum ha disposto che il corpo venga posto direttamente nel cofano in cui riposerà per sempre. Questa fase viene definita la «prima stazione» del rito funebre.
Una normale cassa di legno e zinco
Anche qui un’altra novità: sarà una cassa in legno con l’interno in zinco. Scompaiono, quindi, le tre casse nelle quali fino ad ora sono stati sepolti i Pontefici, che prevedevano una cassa di cipresso da collocare dentro a un altro involucro di piombo e infine il tutto custodito all’interno di una bara in rovere.
Dalla cappella privata a San Pietro
Scompare anche la traslazione della salma dall’appartamento pontificio al Palazzo Apostolico, dove di fatto veniva esposto al saluto di chi vive in Vaticano, di autorità e di vescovi e cardinali giunti nel frattempo a Roma. Ci sarà invece una sola traslazione: dalla cappella privata alla Basilica di San Pietro dove la cassa sarà collocata davanti all’altare centrale, costruito sopra la tomba di san Pietro e questa dovrebbe avvenire mercoledì 23, di mattina.
Niente corpo in portantina
Per i precedenti funerali papali, la traslazione in Basilica avveniva con il corpo del defunto adagiato sopra una portantina. Questa volta, secondo le nuove norme, la traslazione del corpo di papa Francesco avverrà con la salma dentro la cassa in cui è stato posto poco dopo il decesso. E sempre nella cassa resterà durante l’omaggio e la preghiera di suffragio che i fedeli potranno fare nella Basilica Vaticana. Niente catafalco, ma la bara aperta adagiata in modo da permettere la vista del Pontefice defunto. La cassa verrà chiusa la sera precedente il giorno delle esequie.
Esequie da decidere
Nei prossimi giorni saranno fissate le esequie, che nelle ultime volte precedenti si sono svolte in piazza San Pietro. Il rito funebre sarà quello di un vescovo diocesano, anche per sottolineare che le esequie del Papa sono quelle di un pastore e discepolo di Cristo e non di un potente di questo mondo.
Tumulazione
Un rito più snello anche per la cancellazione delle tre bare, ma vi è un aspetto che almeno dal 1914 potrebbe cambiare. Infatti, papa Francesco in vita ha dichiarato pubblicamente di voler essere sepolto nella Basilica di Santa Maria Maggiore. Ovviamente dobbiamo attendere di conoscere se papa Francesco nel suo testamento ha dato indicazioni precise al riguardo. Se lo avesse fatto, sarebbe il primo Papa defunto a essere sepolto fuori dal Vaticano dal 1903 quando Leone XIII venne tumulato nella Basilica di San Giovanni in Laterano (dove riposa con altri 21 predecessori). Se la tumulazione avverrà, in Santa Maria Maggiore, Francesco sarà l’ottavo Pontefice a esservi sepolto.
Dopo la tumulazione i ’novendiali’
Concluso il rito funebre e la tumulazione, per la Chiesa universale inizieranno i «Novendiali», cioè nove giorni nei quali saranno celebrate Messe in suffragio per il defunto Pontefice. Per ciascuno degli altri otto giorni sono indicati i gruppi chiamati alla preghiera di suffragio.
Collegio cardinalizio
Il Collegio cardinalizio, dal momento della morte del Papa, assume il ruolo di decisione di tempi e modalità nell’esecuzione dei riti. Nel corso delle «Congregazioni generali» i cardinali (anche ultraottantenni che però non potranno partecipare al Conclave) potranno affrontare non solo il tema del successore di Francesco, ma anche su quale strada indirizzare la Chiesa, oltre alla gestione ordinaria della Chiesa e della Santa Sede.
La data del Conclave
Sarà il Collegio cardinalizio a fissare la data dell’inizio del Conclave, che vedrà al mattino la celebrazione della Messa ‘pro eligendo Pontifice’, presieduta dal decano del Collegio cardinalizio. Nel pomeriggio vi sarà l’ingresso dei cardinali elettori nella Cappella Sistina, luogo dell’elezione del Papa. Presteranno giuramento sulla Bibbia e poi il Maestro delle cerimonie pronuncerà la frase latina «extra omnes», cioè «fuori tutti», rivolto a coloro che non sono cardinali elettori e personale addetto. Inizierà così l’attesa per conoscere il nome del nuovo Papa.
Fumo bianco e nuovo papa
Se la votazione non avrà dato esito positivo dal comignolo sopra la Cappella Sistina uscirà fumo nero. Nel caso di elezione il fumo sarà bianco. Non resterà che attendere che il cardinale protodiacono appaia alla Loggia centrale della Basilica Vaticana per l’annuncio atteso: Habemus Papam.
Fonte
21/04/2025
Il Papa ci ha lasciati dopo la sua predica definitiva sulla pace
Un forte abbraccio in questo momento di lutto per tutta l’umanità che perde, per la fine della sua vita fisica, un padre, un grande rivoluzionario; e io mi permetto di dire che ho perso un vero amico con cui molto spesso mi sono confidato e mi ha dato sempre grandi consigli, conforto e speranza.
Papa Francesco ha scelto il giorno di Pasqua per la sua predica definitiva sulla pace, il disarmo, contro ogni guerra e la Resurrezione spirituale e delle menti, vicino alle gente comune del popolo degli scarti. Che la terra gli sia lieve come una piuma portatrice della sua infinita umanità.
Luciano Vasapollo – Rita Martufi
Papa Francesco ha scelto il giorno di Pasqua per la sua predica definitiva sulla pace, il disarmo, contro ogni guerra e la Resurrezione spirituale e delle menti, vicino alle gente comune del popolo degli scarti. Che la terra gli sia lieve come una piuma portatrice della sua infinita umanità.
Luciano Vasapollo – Rita Martufi
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Addio al papa della lotta alla guerra
Nel 2021 Papa Francesco incontrò i portuali di Genova, che avevano fatto sciopero per bloccare le armi. In quei giorni i portuali del collettivo CALP aderenti al sindacato USB erano sotto inchiesta della polizia e rischiavano il licenziamento. Il Papa volle incontrarli e disse loro: “Bravi continuate così!”
Io da ateo lo ricordo e lo ammiro per questo.
Ora sentiremo tutti gli ipocriti guerrafondai cercare di inbellettarsi con il compianto per la sua morte, cercando di rendere neutra e vuota la sua figura.
Ma Papa Francesco non era semplicemente il Papa della pace, ma della lotta attiva contro la guerra e contro l’oppressione, lo sfruttamento e l’ingiustizia sociale e climatica, che alimentano e accompagnano ogni guerra. E ci ricordava sempre che i conflitti attuali vengono da lontano, sono parte di quella terza guerra mondiale a pezzi che da tempo aveva indicato come il primo male dell’umanità.
Continueremo in tutti i modi la lotta contro il riarmo, il capitalismo e la guerra.
Giorgio Cremaschi
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Il Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia rende omaggio a Papa Francesco, luminosa figura di leader spirituale che con il suo insegnamento ha saputo consolidare il ruolo di guida del Vaticano e della Chiesa cattolica, dando voce agli oppressi e alle istanze più autentiche dell’umanità per la pace, l’ambiente e la dignità dei popoli contro il capitalismo selvaggio e l’imperialismo guerrafondaio.
El Centro de Investigación y Elaboración para la Democracia rinde homenaje al Papa Francisco, luminosa figura de líder espiritual que, con su enseñanza, ha sabido consolidar el papel de guía del Vaticano y de la Iglesia católica, dando voz a los oprimidos y a las aspiraciones más auténticas de la humanidad por la paz, el medio ambiente y la dignidad de los pueblos frente al capitalismo salvaje y el imperialismo belicista.
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Addio Francesco, papa e uomo
Per me che ero cresciuto in oratorio per poi passare ad una comunità di base che si ispirava ai principi del Concilio Vaticano II ed alla teologia della liberazione, l’elezione dell’argentino Jorge Mario Bergoglio, durante il terrificante papato di Joseh Ratzinger e dopo il lungo e devastante papato di Karol Wojtyla, era sembrata una specie di miracolo.
D’altronde la Chiesa romana, prima della sua (inattesa) nomina, era attraversata da una crisi profonda, in crisi verticale di consenso e travolta dagli scandali.
Fu una vera boccata di ossigeno, l’elezione di un papa latinoamericano e, probabilmente fu, soprattutto, una sorta di ultima chance per una istituzione che rischiava il tracollo sia religioso che finanziario.
Jorge Mario Bergoglio aveva voluto farsi chiamare Francesco per richiamarsi ai valori di una chiesa povera, accanto ai poveri ed agli umili per segnare, anche simbolicamente, una netta discontinuità con il passato recente.
Le sue dichiarazioni nette contro la crescita esponenziale delle disuguaglianze nel mondo; contro le politiche disumane nei confronti migranti e contro le continue stragi nel Mediterraneo; quelle contro la galoppante corsa alle armi e contro la guerra; quelle contro i negazionisti del cambiamento climatico; quelle contro l’intollleranza religiosa; quelle assai scomode sul conflitto russo-ucraino; quelle accorate sulla terribile situazione della popolazione a Gaza (proprio ieri aveva scritto “quello che sta accadendo a Gaza è ignobile”); le sue continue visite ai detenuti (anche nelle condizioni estreme in cui si trovava in questi ultimi giorni) e la sua incessante denuncia delle inaccettabili condizioni delle nostre carceri.
Ebbene, tutto ciò lo aveva reso inviso ad un gran numero di potenti di ogni sorta; di forze economiche e finanziarie gigantesche; di politici corrotti ed in malafede ma, anche, di ampi settori interni al Vaticano che avevano mal digerito la sua nomina e che sicuramente non vedevano l’ora di levarsi di torno quel Papa rompiscatole.
Certo, su Gaza avremmo voluto parole ancora più chiare e nette ma, va detto, che in tutto l’Occidente, le sue, sono state le uniche stecche in un’orchestra fatta di aperta e sostanziale complicità nei confronti delle politiche genocidarie dello Stato ebraico.
Io credo che il messaggio più importante che ci ha lasciato Francesco è quello di un Papa che, in 12 anni, è riuscito – a suo modo e con tutti i suoi limiti – a non farsi fagocitare dall’enorme portata simbolica del suo mandato e che è riuscito a restare sé stesso all’interno di una Chiesa, quella apostolica-cattolica-romana, che ancora si porta dentro tutto il marcio di un Occidente in declino.
Il messaggio più importante di Francesco è che, a differenza di tanti suoi predecessori ed a dispetto del simbolo che rappresentava, è rimasto uomo.
Sergio Scorza
Fonte
È morto Papa Francesco, un pontefice scomodo a molti
È morto papa Francesco. Il Pontefice, 88 anni, è deceduto oggi, lunedì 21 aprile, giorno di Pasquetta. La notizia è arrivata sicuramente inaspettata dopo che nella giornata di ieri il Papa era stato visto vivo e attivo per la messa di Pasqua ed aveva addirittura incontrato il vicepresidente statunitense Vance.
L’annuncio di questa mattina è stato dato dal cardinale Farrell. Nato a Buenos Aires il 17 dicembre 1936, Jorge Mario Bergoglio era stato ricoverato al Policlinico Gemelli di Roma dal 14 febbraio al 23 marzo per una bronchite al quale si sono accumulati una serie di problemi polmonari e respiratori.
Nel marzo del 2013 Bergoglio partecipò al conclave dopo la clamorosa rinuncia al pontificato di Papa Benedetto XVI, ossia il conservatore Ratzinger. Fu un momento di massima crisi per la credibilità della Chiesa Cattolica. Per eleggere il nuovo Papa furono necessari cinque scrutini e la nomina di Bergoglio fu una sorpresa per tutti. Si tratta del primo gesuita a diventare Papa, il primo Pontefice proveniente dal continente latinoamericano e il primo Pontefice della storia a poter conversare con il suo predecessore.
L’ulteriore sorpresa fu la scelta del nome per il suo pontificato: Francesco, il santo dei poveri il cui nome non era mai stato preso in considerazione da nessun papa. In qualche modo Bergoglio ha risollevato la Chiesa Cattolica dalla pesante crisi di credibilità in cui era sprofondata con le dimissioni di Ratzinger e gli scandali sui preti pedofili venuti alla luce soprattutto negli Stati Uniti.
Ma il suo pontificato ha avuto molti nemici nel mondo, anche e soprattutto tra le file dei cardinali e degli ambienti conservatori della Chiesa. Anche una parte dei fedeli più oscurantisti non lo ha mai gradito ed hanno sofferto il pontificato di Bergoglio usando come esempio contrapposto quello ultrareazionario di Papa Woytila.
Torneremo sugli scenari che si aprono per la nomina del nuovo Pontefice nei prossimi giorni.
Fonte
L’annuncio di questa mattina è stato dato dal cardinale Farrell. Nato a Buenos Aires il 17 dicembre 1936, Jorge Mario Bergoglio era stato ricoverato al Policlinico Gemelli di Roma dal 14 febbraio al 23 marzo per una bronchite al quale si sono accumulati una serie di problemi polmonari e respiratori.
Nel marzo del 2013 Bergoglio partecipò al conclave dopo la clamorosa rinuncia al pontificato di Papa Benedetto XVI, ossia il conservatore Ratzinger. Fu un momento di massima crisi per la credibilità della Chiesa Cattolica. Per eleggere il nuovo Papa furono necessari cinque scrutini e la nomina di Bergoglio fu una sorpresa per tutti. Si tratta del primo gesuita a diventare Papa, il primo Pontefice proveniente dal continente latinoamericano e il primo Pontefice della storia a poter conversare con il suo predecessore.
L’ulteriore sorpresa fu la scelta del nome per il suo pontificato: Francesco, il santo dei poveri il cui nome non era mai stato preso in considerazione da nessun papa. In qualche modo Bergoglio ha risollevato la Chiesa Cattolica dalla pesante crisi di credibilità in cui era sprofondata con le dimissioni di Ratzinger e gli scandali sui preti pedofili venuti alla luce soprattutto negli Stati Uniti.
Ma il suo pontificato ha avuto molti nemici nel mondo, anche e soprattutto tra le file dei cardinali e degli ambienti conservatori della Chiesa. Anche una parte dei fedeli più oscurantisti non lo ha mai gradito ed hanno sofferto il pontificato di Bergoglio usando come esempio contrapposto quello ultrareazionario di Papa Woytila.
Torneremo sugli scenari che si aprono per la nomina del nuovo Pontefice nei prossimi giorni.
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11/03/2024
Sulla guerra in Ucraina il Papa ha detto quello che molti pensano
“È più forte chi pensa al popolo, chi ha il coraggio della bandiera bianca. Quando vedi che sei sconfitto, che le cose non vanno, occorre avere il coraggio di negoziare. Hai vergogna, ma con quante morti finirà? Oggi si può negoziare con l’aiuto delle potenze internazionali”.
Con queste parole Papa Francesco è tornato a intervenite sulla guerra in Ucraina invitando Kiev ad accettare un negoziato per la fine delle ostilità e della carneficina.
La presa di posizione del Pontefice in una intervista alla Radio Televisione Svizzera è esplosa come un fulmine nel dibattito internazionale sulle sorti della guerra in Ucraina che si trascina da due anni con un costo sociale e umano pesantissimo.
Superfluo sottolineare come le parole del Papa aumentino il divario tra il governo di Zelensky e la Santa Sede già manifestatosi nei mesi scorsi. “Rispetto il Papa, ma non abbiamo bisogno di mediatori”, aveva bruscamente liquidato il presidente ucraino a maggio 2023 le ipotesi di mediazione del Pontefice. Gli appelli alla pace del Vaticano sono sempre stati respinti al mittente da Kiev. Il consigliere presidenziale ucraino Podolyak era arrivato a ventilare l’accusa a Papa Bergoglio di essere “filorusso”.
Dopo la circolazione dell’intervista alla televisione svizzera, immediato si è levato il coro di tutti i guerrafondai europei contro le dichiarazioni del Papa. I falchi e le “falche” hanno preso la parola per ribadire la posizione oltranzista che vede i leader e le leader europei parlare ormai quotidianamente di aumento delle spese militari, di maggiori invii di armi in Ucraina, di crescente contrapposizione frontale e militare alla Russia.
La ministra degli Esteri francese Stéphane Séjourné, in una intervista a La Tribune Dimanche si è chiesta: “Come si fa a pensare che di fronte a una potenza espansionista, a un paese imperialista, ci si possa permettere di fare un passo di lato? Significherebbe dargli la possibilità di approfittarne per andare avanti. Noi dobbiamo parlare lo stesso linguaggio della Russia, quello dei rapporti di forza. Siamo molto ingenui a pensare che dovremmo fissare noi i nostri limiti, mentre è la Russia a violare il diritto internazionale”.
A sua volta la ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock (esponente del governo Scholz in quota Verdi) ha affermato di di “non capire” la posizione del Pontefice.
Non potevano mancare le repliche del ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski, il quale ha invitato Papa Francesco a incoraggiare la Russia a ritirare le sue truppe dall’Ucraina. “Che ne dice, per bilanciare, di incoraggiare Putin ad avere il coraggio di ritirare il suo esercito dall’Ucraina? La pace arriverebbe immediatamente senza bisogno di negoziati”, ha scritto in un messaggio sul suo account X. O quella del presidente della Lettonia, Edgards Rinkevics secondo cui “La mia opinione: non dobbiamo capitolare davanti al male, dobbiamo combatterlo e sconfiggerlo, affinché il male alzi bandiera bianca e capitoli”.
Tanto per capire come stanno le cose in Europa, durante un colloquio telefonico Macron e Zelenski hanno concordato un nuovo invio di armi all’Ucraina. I due hanno concordato di compiere progressi in cinque settori: la cyber-difesa, l’eliminazione delle mine antiuomo, il mantenimento e la coproduzione di armamenti in Ucraina e il sostegno ai paesi vicini della Russia.
Macron ha anche dichiarato il suo supporto all’iniziativa, voluta dalla Repubblica Ceca, di acquistare munizioni fuori dall’Unione europea da inviare alle forze ucraine. Ha infine sottolineato il sostegno dell’Eliseo alla coalizione di paesi che supportano l’invio di artiglieria pesante a Kiev.
“In generale, l’allargamento del dibattito e la persistente attività di Parigi per costruire una coalizione di Paesi che dichiarino un’ipotetica disponibilità a inviare un certo contingente, ovviamente, non è altro che una via diretta verso un’intensificazione delle tensioni. Questa è una linea pericolosa, molto pericolosa”, ha replicato il portavoce del Cremlino, citato dalla Tass.
I guerrafondai europei e Nato sono furenti perché sono stati presi in contropiede dalle parole fin troppo esplicite del Papa, ma soprattutto perché sanno che all’interno delle loro opinioni pubbliche il Papa ha detto quello che molti pensano.
Fonte
Con queste parole Papa Francesco è tornato a intervenite sulla guerra in Ucraina invitando Kiev ad accettare un negoziato per la fine delle ostilità e della carneficina.
La presa di posizione del Pontefice in una intervista alla Radio Televisione Svizzera è esplosa come un fulmine nel dibattito internazionale sulle sorti della guerra in Ucraina che si trascina da due anni con un costo sociale e umano pesantissimo.
Superfluo sottolineare come le parole del Papa aumentino il divario tra il governo di Zelensky e la Santa Sede già manifestatosi nei mesi scorsi. “Rispetto il Papa, ma non abbiamo bisogno di mediatori”, aveva bruscamente liquidato il presidente ucraino a maggio 2023 le ipotesi di mediazione del Pontefice. Gli appelli alla pace del Vaticano sono sempre stati respinti al mittente da Kiev. Il consigliere presidenziale ucraino Podolyak era arrivato a ventilare l’accusa a Papa Bergoglio di essere “filorusso”.
Dopo la circolazione dell’intervista alla televisione svizzera, immediato si è levato il coro di tutti i guerrafondai europei contro le dichiarazioni del Papa. I falchi e le “falche” hanno preso la parola per ribadire la posizione oltranzista che vede i leader e le leader europei parlare ormai quotidianamente di aumento delle spese militari, di maggiori invii di armi in Ucraina, di crescente contrapposizione frontale e militare alla Russia.
La ministra degli Esteri francese Stéphane Séjourné, in una intervista a La Tribune Dimanche si è chiesta: “Come si fa a pensare che di fronte a una potenza espansionista, a un paese imperialista, ci si possa permettere di fare un passo di lato? Significherebbe dargli la possibilità di approfittarne per andare avanti. Noi dobbiamo parlare lo stesso linguaggio della Russia, quello dei rapporti di forza. Siamo molto ingenui a pensare che dovremmo fissare noi i nostri limiti, mentre è la Russia a violare il diritto internazionale”.
A sua volta la ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock (esponente del governo Scholz in quota Verdi) ha affermato di di “non capire” la posizione del Pontefice.
Non potevano mancare le repliche del ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski, il quale ha invitato Papa Francesco a incoraggiare la Russia a ritirare le sue truppe dall’Ucraina. “Che ne dice, per bilanciare, di incoraggiare Putin ad avere il coraggio di ritirare il suo esercito dall’Ucraina? La pace arriverebbe immediatamente senza bisogno di negoziati”, ha scritto in un messaggio sul suo account X. O quella del presidente della Lettonia, Edgards Rinkevics secondo cui “La mia opinione: non dobbiamo capitolare davanti al male, dobbiamo combatterlo e sconfiggerlo, affinché il male alzi bandiera bianca e capitoli”.
Tanto per capire come stanno le cose in Europa, durante un colloquio telefonico Macron e Zelenski hanno concordato un nuovo invio di armi all’Ucraina. I due hanno concordato di compiere progressi in cinque settori: la cyber-difesa, l’eliminazione delle mine antiuomo, il mantenimento e la coproduzione di armamenti in Ucraina e il sostegno ai paesi vicini della Russia.
Macron ha anche dichiarato il suo supporto all’iniziativa, voluta dalla Repubblica Ceca, di acquistare munizioni fuori dall’Unione europea da inviare alle forze ucraine. Ha infine sottolineato il sostegno dell’Eliseo alla coalizione di paesi che supportano l’invio di artiglieria pesante a Kiev.
“In generale, l’allargamento del dibattito e la persistente attività di Parigi per costruire una coalizione di Paesi che dichiarino un’ipotetica disponibilità a inviare un certo contingente, ovviamente, non è altro che una via diretta verso un’intensificazione delle tensioni. Questa è una linea pericolosa, molto pericolosa”, ha replicato il portavoce del Cremlino, citato dalla Tass.
I guerrafondai europei e Nato sono furenti perché sono stati presi in contropiede dalle parole fin troppo esplicite del Papa, ma soprattutto perché sanno che all’interno delle loro opinioni pubbliche il Papa ha detto quello che molti pensano.
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15/01/2024
Se ci vuole il Papa per smascherare la filantropia della Leonardo…
Prima che iniziasse il fine settimana è successo un evento di grande impatto, che però ha ricevuto poca attenzione da buona parte dei media. Per volontà del Vaticano che ne è proprietario, l’ospedale pediatrico Bambin Gesù ha rifiutato una cospicua donazione dalla Leonardo.
Il milione e mezzo offerto dall’azienda sarebbe dovuto servire a comprare un costoso macchinario Pet-Tac, ma dai vertici dell’istituto sanitario hanno risposto che si trattava di una “donazione inopportuna”. Questa scelta segue la linea di pace che il Papa propugna da mesi e mesi.
La risposta di Leonardo è arrivata tramite Repubblica, dove i rappresentanti del gruppo hanno fatto sapere che “in tutti i teatri di guerra in corso, a partire dall’Ucraina e dal Medio Oriente, non c’è nessun sistema offensivo di nostra produzione. Non capiamo questo rifiuto”.
Non c’è voluto molto perché venissero sbugiardati, com’era ovvio. Giorgio Beretta, della Rete italiana pace e disarmo, ha riportato su X (l’ex Twitter) una serie di voci di documenti governativi pubblici in cui vengono registrati cospicui pagamenti da Tel Aviv all’azienda italiana.
Non essendoci il dettaglio delle esportazioni, Leonardo può dire che non si tratti di sistemi offensivi. Ma questo tipo di argomenti in un paese in cui, come in tutta la filiera euroatlantica, si è condannata la Cina per la vendita di alcuni chip che potevano poi finire dentro delle armi russe farebbe ridere. E tuttavia è usato.
Ad ogni modo, il tema centrale qui è che la Santa Sede ha mostrato nella sua concretezza l’ipocrisia dell’industria bellica, più volte criticata da Francesco per gli extraprofitti di questo periodo di guerra. Mentre la conta dei bambini palestinesi uccisi si avvicina a 10 mila, un’impresa di morte cerca di ottenere l’approvazione pubblica attraverso un atto filantropico.
Il Vaticano ha inceppato il meccanismo e ha rivelato come la donazione sia parte di un calcolo aziendale, senza avere nulla a che fare con la sfera della moralità. Non a caso, il Papa ha ricordato ieri sera, ospite al programma Che tempo che fa, che dietro le guerre ci sono i guadagni del commercio delle armi.
Ora, nessuno vuole fare finta che la Chiesa, intesa come istituzione secolare, sia mossa solo da esponenti di indubbia moralità. Le zone oscure o decisamente nere della sua storia sono ben note; e certamente anche sotto il pontificato di Francesco non sono scomparse come per magia. Ma che ci si concentri sulle contraddizioni del Vaticano è voler nascondere il valore del rifiuto alla donazione.
Ad esempio, un articolo su Open ha sottolineato che proprio il Bambino Gesù utilizza una flotta di droni della Leonardo, gestita dall’Aeronautica militare, per il trasporto di prodotti biomedicali e fiale di sangue fra le sedi distaccate di Santa Marinella e Palidoro. Un altro esempio di tecnologia dual use, con usi civili ma applicazioni anche militari.
Il punto è proprio questo. A dover cercare di individuare per forza una falla nell’atteggiamento vaticano, si finisce a criticare l’utilizzo delle produzioni della Leonardo per scopi medici, quando il nocciolo della questione posta dalla Santa Sede era proprio questo: basta con l’industria della morte.
Ora, di per sé è un fatto marginale, e non cambierà nulla né nello scenario internazionale né nei rapporti tra Chiesa e Leonardo. Ma un caso del genere e le reazioni a cui ha dato origine sono risultate in un altro vivido esempio di come il modello occidentale e le sue retoriche siano sempre meno capaci di rispondere alla sua crisi economica ed egemonica.
Fonte
Il milione e mezzo offerto dall’azienda sarebbe dovuto servire a comprare un costoso macchinario Pet-Tac, ma dai vertici dell’istituto sanitario hanno risposto che si trattava di una “donazione inopportuna”. Questa scelta segue la linea di pace che il Papa propugna da mesi e mesi.
La risposta di Leonardo è arrivata tramite Repubblica, dove i rappresentanti del gruppo hanno fatto sapere che “in tutti i teatri di guerra in corso, a partire dall’Ucraina e dal Medio Oriente, non c’è nessun sistema offensivo di nostra produzione. Non capiamo questo rifiuto”.
Non c’è voluto molto perché venissero sbugiardati, com’era ovvio. Giorgio Beretta, della Rete italiana pace e disarmo, ha riportato su X (l’ex Twitter) una serie di voci di documenti governativi pubblici in cui vengono registrati cospicui pagamenti da Tel Aviv all’azienda italiana.
Non essendoci il dettaglio delle esportazioni, Leonardo può dire che non si tratti di sistemi offensivi. Ma questo tipo di argomenti in un paese in cui, come in tutta la filiera euroatlantica, si è condannata la Cina per la vendita di alcuni chip che potevano poi finire dentro delle armi russe farebbe ridere. E tuttavia è usato.
Ad ogni modo, il tema centrale qui è che la Santa Sede ha mostrato nella sua concretezza l’ipocrisia dell’industria bellica, più volte criticata da Francesco per gli extraprofitti di questo periodo di guerra. Mentre la conta dei bambini palestinesi uccisi si avvicina a 10 mila, un’impresa di morte cerca di ottenere l’approvazione pubblica attraverso un atto filantropico.
Il Vaticano ha inceppato il meccanismo e ha rivelato come la donazione sia parte di un calcolo aziendale, senza avere nulla a che fare con la sfera della moralità. Non a caso, il Papa ha ricordato ieri sera, ospite al programma Che tempo che fa, che dietro le guerre ci sono i guadagni del commercio delle armi.
Ora, nessuno vuole fare finta che la Chiesa, intesa come istituzione secolare, sia mossa solo da esponenti di indubbia moralità. Le zone oscure o decisamente nere della sua storia sono ben note; e certamente anche sotto il pontificato di Francesco non sono scomparse come per magia. Ma che ci si concentri sulle contraddizioni del Vaticano è voler nascondere il valore del rifiuto alla donazione.
Ad esempio, un articolo su Open ha sottolineato che proprio il Bambino Gesù utilizza una flotta di droni della Leonardo, gestita dall’Aeronautica militare, per il trasporto di prodotti biomedicali e fiale di sangue fra le sedi distaccate di Santa Marinella e Palidoro. Un altro esempio di tecnologia dual use, con usi civili ma applicazioni anche militari.
Il punto è proprio questo. A dover cercare di individuare per forza una falla nell’atteggiamento vaticano, si finisce a criticare l’utilizzo delle produzioni della Leonardo per scopi medici, quando il nocciolo della questione posta dalla Santa Sede era proprio questo: basta con l’industria della morte.
Ora, di per sé è un fatto marginale, e non cambierà nulla né nello scenario internazionale né nei rapporti tra Chiesa e Leonardo. Ma un caso del genere e le reazioni a cui ha dato origine sono risultate in un altro vivido esempio di come il modello occidentale e le sue retoriche siano sempre meno capaci di rispondere alla sua crisi economica ed egemonica.
Fonte
29/08/2023
Kiev contro il Papa, ‘fa propaganda imperialista’
Un regime fuori di testa si vede da molte cose. Nelle stesse ore in cui Zelenskij, per la prima volta, toglie la Crimea dal novero degli obiettivi da riconquistare («È preferibile e possibile negoziare una soluzione politica per la Crimea piuttosto che riportarla sotto il controllo ucraino con la forza militare»), ammettendo di fatto che “la controffensiva” non ha avuto effetti pratici, se non quello di sfinire il proprio esercito, il portavoce del ministero degli esteri non trova di meglio che prendersela con il Papa.
A conferma del fatto che per ogni nazionalista non può esistere nessun messaggio universale... se pure viene invocato un dio, quello dev’essere “dalla nostra parte”...
Riportiamo qui il testo dell’agenzia Ansa, senza altri commenti. Perché non ci sembra ce ne sia bisogno.
Kiev attacca Papa Francesco accusandolo di “propaganda imperialista” per un discorso pronunciato il 25 agosto in collegamento video alla Giornata della gioventù russa a San Pietroburgo.
“È davvero un peccato che le idee di una grande potenza russa, che in realtà sono la causa dell’aggressività cronica della Russia, consapevolmente o inconsapevolmente, escano dalle labbra del Papa, la cui missione, a nostro avviso, è proprio quella di aprire gli occhi della gioventù russa sul corso distruttivo dell’attuale leadership russa”, ha scritto su Facebook il portavoce del ministero degli Affari esteri dell’Ucraina, Oleg Nikolenko.
Nel post, Nikolenko cita un passaggio del discorso a San Pietroburgo attribuito al pontefice: “ ‘Non dimenticate mai la vostra eredità. Voi siete i figli della grande Russia: la grande Russia dei santi, dei re, la grande Russia di Pietro I, Caterina II, quell’impero grande, colto, di grande cultura e grande umanità.
Non rinunciate mai a questa eredità. Voi siete eredi della grande Madre Russia, andate avanti con essa. E grazie, grazie per il vostro modo di essere, per il vostro modo di essere russi’. Questa è una citazione dal discorso di Papa Francesco ai partecipanti alla decima Giornata panrussa della gioventù cattolica tenutasi a San Pietroburgo il 25 agosto”, scrive il funzionario ucraino sul social.
“È con tale propaganda imperialista” e “la necessità di salvare ‘la grande Madre Russia’ che il Cremlino giustifica l’assassinio di migliaia di uomini e donne ucraini e la distruzione di centinaia di città e villaggi ucraini”, ha aggiunto il portavoce.
Fonte
A conferma del fatto che per ogni nazionalista non può esistere nessun messaggio universale... se pure viene invocato un dio, quello dev’essere “dalla nostra parte”...
Riportiamo qui il testo dell’agenzia Ansa, senza altri commenti. Perché non ci sembra ce ne sia bisogno.
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Kiev attacca Papa Francesco accusandolo di “propaganda imperialista” per un discorso pronunciato il 25 agosto in collegamento video alla Giornata della gioventù russa a San Pietroburgo.
“È davvero un peccato che le idee di una grande potenza russa, che in realtà sono la causa dell’aggressività cronica della Russia, consapevolmente o inconsapevolmente, escano dalle labbra del Papa, la cui missione, a nostro avviso, è proprio quella di aprire gli occhi della gioventù russa sul corso distruttivo dell’attuale leadership russa”, ha scritto su Facebook il portavoce del ministero degli Affari esteri dell’Ucraina, Oleg Nikolenko.
Nel post, Nikolenko cita un passaggio del discorso a San Pietroburgo attribuito al pontefice: “ ‘Non dimenticate mai la vostra eredità. Voi siete i figli della grande Russia: la grande Russia dei santi, dei re, la grande Russia di Pietro I, Caterina II, quell’impero grande, colto, di grande cultura e grande umanità.
Non rinunciate mai a questa eredità. Voi siete eredi della grande Madre Russia, andate avanti con essa. E grazie, grazie per il vostro modo di essere, per il vostro modo di essere russi’. Questa è una citazione dal discorso di Papa Francesco ai partecipanti alla decima Giornata panrussa della gioventù cattolica tenutasi a San Pietroburgo il 25 agosto”, scrive il funzionario ucraino sul social.
“È con tale propaganda imperialista” e “la necessità di salvare ‘la grande Madre Russia’ che il Cremlino giustifica l’assassinio di migliaia di uomini e donne ucraini e la distruzione di centinaia di città e villaggi ucraini”, ha aggiunto il portavoce.
Fonte
15/05/2023
Chi non vuole la guerra, prepari la pace
L’inviato speciale della Cina per gli affari euroasiatici, Li Hui, inizierà a visitare Ucraina, Polonia, Francia, Germania e Russia a partire da lunedì 15 maggio.
Si tratta della concretizzazione dell’impegno cinese come mediatrice nell’attuale conflitto ucraino, annunciato durante la telefonata tra Xi Jinping e Zelensky il 26 aprile scorso.
Ad annunciare l’inizio dell’importante tour diplomatico è stato il portavoce del Ministro degli Esteri della Repubblica Popolare, Wang Wenbin, in una conferenza stampa lo scorso venerdì, lo riferisce il sito d’informazione cinese in lingua inglese Global Times.
Wang ha ricordato l’approccio cinese tenuto da Xi Jinping sulle cui basi è stata formalizzata la “Posizione sulla Risoluzione Politica della Crisi Ucraina”.
Li è un veterano della diplomazia di Pechino e ricopre il ruolo di inviato speciale per le questioni euroasiatiche dal 2019. È stato prima ambasciatore cinese in Kazakistan, dal 1997 al 1999, e poi dal 2009 al 2019 ha servito come rappresentante diplomatico a Mosca.
Il tour diplomatico di Li è teso ad aprire la via a trattative di pace facendo da mediatore tra le varie parti che non intendono parlarsi direttamente, con un lavorio di cucitura diplomatica propedeutico all’avvio di proprie trattative.
I successi cinesi in questo campo, con la normalizzazione delle relazioni tra Iran e Arabia Saudita ed il dialogo trilaterale tra Cina, Pakistan e l’Emirato Afghano a guida Talebana, sono risultati concreti che provano l'impegno di Pechino a porsi come game changer diplomatico all’interno di una cornice multilaterale delle relazioni internazionali che viene costantemente proposta e soprattutto praticata, per quanto spinosi possano essere i dossier che affronta.
Secondo quanto riferito dall’agenzia Ansa rispetto alla conferenza stampa di venerdì: «La situazione, ha concluso Wang, sta diventando “sempre più complessa”, ma “la Cina è disposta a continuare a svolgere un ruolo costruttivo per raggiungere un maggiore consenso internazionale sul cessate il fuoco, sulla fine della guerra, sull’apertura di colloqui di pace e per evitare l’escalation della situazione, in modo da contribuire alla promozione della soluzione politica della crisi ucraina».
Lo sforzo diplomatico cinese per una risoluzione politica al conflitto si affianca a quella dell’attuale Pontefice, che lo scorso sabato ha ricevuto proprio il leader ucraino.
Un incontro preparato da tempo dalla diplomazia vaticana e descritto in maniera particolareggiata da Nello Scavo in un articolo su L’Avvenire, con un dietro le quinte che fa luce sulla diplomazia “segreta” attuata fin dall’inizio del conflitto, con un dialogo tra la Santa Sede e le autorità ucraine che non si è mai interrotto, affiancandosi alla diplomazia “personale del Papa”.
Una diplomazia “personale”, aggiungiamo, probabilmente messa in campo anche per “smarcarsi” da una parte del mondo cattolico e delle sue gerarchie, secondo cui la Pax Christiana di fatto coinciderebbe con la Pax Atlantica.
L’efficace protagonismo del pontefice è fin qui emerso per ciò che comprende lo scambio dei prigionieri – 200 combattenti, su una lista di 300, sono stati scambiati il 22 settembre; poi, il 6 maggio, sono tornati in Ucraina 45 militari. Ma lo stesso è accaduto per la questione dei bambini ucraini in un primo momento trasferiti in Russia.
Ma è chiaro che l’opera di Bergoglio non si è fermata a questi aspetti, insieme ad altri interventi più classicamente caritatevoli che hanno portato ad un alleviamento delle condizioni della popolazione colpita dalla guerra, è corrisposto un preciso disegno di pace che per ora – almeno nelle dichiarazioni ufficiali – non sembra avere incontrato il consenso del presidente ucraino.
Conclude Nello Scavo nel sul pezzo: «Certo, le incomprensioni non sono mancate nel corso di questi 15 mesi, ma i gesti concreti del Papa e tante delle sue azioni ancora coperte dalla riservatezza gli hanno fatto guadagnare il rispetto e la riconoscenza di un intero popolo e della sua leadership, che ora spera di poterlo accogliere in Ucraina per portare fin dentro alla guerra le sue parole di pace».
Il leader ucraino è sembrato, per ora, più interessato a coinvolgere il Pontefice nelle proposte ucraine che non il contrario, riproponendo i 10 punti avanzati da Kiev, oltre a chiedere al Papa una più netta condanna dei “crimini russi” ed una minore equidistanza. Un tentativo esplicito – e stupido – di fargli “indossare l’elmetto”.
Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, le parole di Zelensky sarebbero piuttosto lapidarie: “Con tutto il rispetto per Sua Santità, non abbiamo bisogno di mediatori”.
Dopo l’incontro con il Pontefice il leader ucraino ha incontrato l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali della Segreteria di Stato, una sorta di “ministro degli Esteri” del Vaticano.
Nelle righe diffuse dalla Santa Sede anche in questo incontro è stata ribadita la “necessità di continuare gli sforzi per raggiungere la Pace”, segno che anche di fronte al Niet di Zelensky la battaglia per la pace va avanti comunque.
È stato, per così dire, arato il terreno ed esplicitata – anche se in maniera riservata – una proposta che, come quella cinese più esplicita, non può essere ignorata dall’opinione pubblica del nostro Paese.
Che la diplomazia nelle sue più alte sfere sia al lavoro, anche sulla questione ucraina, l’ha confermato però anche l’incontro tenuto segreto a Vienna tra Jack Sullivan, Consigliere per la Sicurezza Nazionale statunitense, e il Ministero degli Esteri cinese Wang Yi definito “franco” e “costruttivo” dalla stessa Casa Bianca.
È chiaro che lo sforzo dell’incontro era ristabilire una linea di comunicazione tra le due super-potenze economiche per una gestione responsabile dei vari fronti di competizione scaturiti dall’attuale situazione. Ossia Taiwan, ma non solo.
Una relazione necessaria perché non si intravede nessuna “camera di compensazione” in grado di raffreddare le tensioni internazionali a nessun livello, mentre abbondano i piromani più propensi ad estendere l’incendio ucraino che a domarlo: i conservatori britannici, l’establishment politico dei Paesi Baltici, e la leadership polacca.
In questo contesto risulta perciò necessario sostenere gli sforzi per proposte di pace concrete e di risoluzione politica del conflitto ucraino da qualunque parte provengano, superare il coinvolgimento bellico dell’Italia nella guerra in specie con l’invio di armi, mettere in discussione l’approccio irresponsabile dell’apparato militar-‘intellettuale’ nostrano che rende la guerra al fianco della NATO, contro la Russia, l’unico orizzonte praticabile della “nostra politica” estera.
Sono temi al cuore del documento “fermare la guerra, imporre la pace” di cui siamo firmatari e promotori e che vogliamo mettere al centro del dibattito e dell’agenda politica.
Da laici ed atei vogliamo riprendere le parole del Papa dopo la preghiera del Regina Coeli di questa domenica: “con le armi non si otterrà mai la sicurezza e la stabilità, ma al contrario si continuerà a distruggere anche ogni speranza di pace”.
Sono parole di buon senso, come quelle pronunciate da Carlo Rovelli il Primo Maggio.
Parole che fanno letteralmente a pugni con ciò che pensa la maggior parte della classe politica istituzionale in Italia – da FdI al PD – ma che riflettono il sentimento ampiamente maggioritario del Paese.
Chi non vuole la guerra, dunque, prepari la pace.
Fonte
Si tratta della concretizzazione dell’impegno cinese come mediatrice nell’attuale conflitto ucraino, annunciato durante la telefonata tra Xi Jinping e Zelensky il 26 aprile scorso.
Ad annunciare l’inizio dell’importante tour diplomatico è stato il portavoce del Ministro degli Esteri della Repubblica Popolare, Wang Wenbin, in una conferenza stampa lo scorso venerdì, lo riferisce il sito d’informazione cinese in lingua inglese Global Times.
Wang ha ricordato l’approccio cinese tenuto da Xi Jinping sulle cui basi è stata formalizzata la “Posizione sulla Risoluzione Politica della Crisi Ucraina”.
Li è un veterano della diplomazia di Pechino e ricopre il ruolo di inviato speciale per le questioni euroasiatiche dal 2019. È stato prima ambasciatore cinese in Kazakistan, dal 1997 al 1999, e poi dal 2009 al 2019 ha servito come rappresentante diplomatico a Mosca.
Il tour diplomatico di Li è teso ad aprire la via a trattative di pace facendo da mediatore tra le varie parti che non intendono parlarsi direttamente, con un lavorio di cucitura diplomatica propedeutico all’avvio di proprie trattative.
I successi cinesi in questo campo, con la normalizzazione delle relazioni tra Iran e Arabia Saudita ed il dialogo trilaterale tra Cina, Pakistan e l’Emirato Afghano a guida Talebana, sono risultati concreti che provano l'impegno di Pechino a porsi come game changer diplomatico all’interno di una cornice multilaterale delle relazioni internazionali che viene costantemente proposta e soprattutto praticata, per quanto spinosi possano essere i dossier che affronta.
Secondo quanto riferito dall’agenzia Ansa rispetto alla conferenza stampa di venerdì: «La situazione, ha concluso Wang, sta diventando “sempre più complessa”, ma “la Cina è disposta a continuare a svolgere un ruolo costruttivo per raggiungere un maggiore consenso internazionale sul cessate il fuoco, sulla fine della guerra, sull’apertura di colloqui di pace e per evitare l’escalation della situazione, in modo da contribuire alla promozione della soluzione politica della crisi ucraina».
Lo sforzo diplomatico cinese per una risoluzione politica al conflitto si affianca a quella dell’attuale Pontefice, che lo scorso sabato ha ricevuto proprio il leader ucraino.
Un incontro preparato da tempo dalla diplomazia vaticana e descritto in maniera particolareggiata da Nello Scavo in un articolo su L’Avvenire, con un dietro le quinte che fa luce sulla diplomazia “segreta” attuata fin dall’inizio del conflitto, con un dialogo tra la Santa Sede e le autorità ucraine che non si è mai interrotto, affiancandosi alla diplomazia “personale del Papa”.
Una diplomazia “personale”, aggiungiamo, probabilmente messa in campo anche per “smarcarsi” da una parte del mondo cattolico e delle sue gerarchie, secondo cui la Pax Christiana di fatto coinciderebbe con la Pax Atlantica.
L’efficace protagonismo del pontefice è fin qui emerso per ciò che comprende lo scambio dei prigionieri – 200 combattenti, su una lista di 300, sono stati scambiati il 22 settembre; poi, il 6 maggio, sono tornati in Ucraina 45 militari. Ma lo stesso è accaduto per la questione dei bambini ucraini in un primo momento trasferiti in Russia.
Ma è chiaro che l’opera di Bergoglio non si è fermata a questi aspetti, insieme ad altri interventi più classicamente caritatevoli che hanno portato ad un alleviamento delle condizioni della popolazione colpita dalla guerra, è corrisposto un preciso disegno di pace che per ora – almeno nelle dichiarazioni ufficiali – non sembra avere incontrato il consenso del presidente ucraino.
Conclude Nello Scavo nel sul pezzo: «Certo, le incomprensioni non sono mancate nel corso di questi 15 mesi, ma i gesti concreti del Papa e tante delle sue azioni ancora coperte dalla riservatezza gli hanno fatto guadagnare il rispetto e la riconoscenza di un intero popolo e della sua leadership, che ora spera di poterlo accogliere in Ucraina per portare fin dentro alla guerra le sue parole di pace».
Il leader ucraino è sembrato, per ora, più interessato a coinvolgere il Pontefice nelle proposte ucraine che non il contrario, riproponendo i 10 punti avanzati da Kiev, oltre a chiedere al Papa una più netta condanna dei “crimini russi” ed una minore equidistanza. Un tentativo esplicito – e stupido – di fargli “indossare l’elmetto”.
Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, le parole di Zelensky sarebbero piuttosto lapidarie: “Con tutto il rispetto per Sua Santità, non abbiamo bisogno di mediatori”.
Dopo l’incontro con il Pontefice il leader ucraino ha incontrato l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali della Segreteria di Stato, una sorta di “ministro degli Esteri” del Vaticano.
Nelle righe diffuse dalla Santa Sede anche in questo incontro è stata ribadita la “necessità di continuare gli sforzi per raggiungere la Pace”, segno che anche di fronte al Niet di Zelensky la battaglia per la pace va avanti comunque.
È stato, per così dire, arato il terreno ed esplicitata – anche se in maniera riservata – una proposta che, come quella cinese più esplicita, non può essere ignorata dall’opinione pubblica del nostro Paese.
Che la diplomazia nelle sue più alte sfere sia al lavoro, anche sulla questione ucraina, l’ha confermato però anche l’incontro tenuto segreto a Vienna tra Jack Sullivan, Consigliere per la Sicurezza Nazionale statunitense, e il Ministero degli Esteri cinese Wang Yi definito “franco” e “costruttivo” dalla stessa Casa Bianca.
È chiaro che lo sforzo dell’incontro era ristabilire una linea di comunicazione tra le due super-potenze economiche per una gestione responsabile dei vari fronti di competizione scaturiti dall’attuale situazione. Ossia Taiwan, ma non solo.
Una relazione necessaria perché non si intravede nessuna “camera di compensazione” in grado di raffreddare le tensioni internazionali a nessun livello, mentre abbondano i piromani più propensi ad estendere l’incendio ucraino che a domarlo: i conservatori britannici, l’establishment politico dei Paesi Baltici, e la leadership polacca.
In questo contesto risulta perciò necessario sostenere gli sforzi per proposte di pace concrete e di risoluzione politica del conflitto ucraino da qualunque parte provengano, superare il coinvolgimento bellico dell’Italia nella guerra in specie con l’invio di armi, mettere in discussione l’approccio irresponsabile dell’apparato militar-‘intellettuale’ nostrano che rende la guerra al fianco della NATO, contro la Russia, l’unico orizzonte praticabile della “nostra politica” estera.
Sono temi al cuore del documento “fermare la guerra, imporre la pace” di cui siamo firmatari e promotori e che vogliamo mettere al centro del dibattito e dell’agenda politica.
Da laici ed atei vogliamo riprendere le parole del Papa dopo la preghiera del Regina Coeli di questa domenica: “con le armi non si otterrà mai la sicurezza e la stabilità, ma al contrario si continuerà a distruggere anche ogni speranza di pace”.
Sono parole di buon senso, come quelle pronunciate da Carlo Rovelli il Primo Maggio.
Parole che fanno letteralmente a pugni con ciò che pensa la maggior parte della classe politica istituzionale in Italia – da FdI al PD – ma che riflettono il sentimento ampiamente maggioritario del Paese.
Chi non vuole la guerra, dunque, prepari la pace.
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