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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/08/2025

Perché progressismo e sinistra perdono le elezioni?

di Alvaro Garcia Linera

Le sinistre e i progressismi al governo non perdono le elezioni a causa dei troll dei social network. Né perché le destre sono più violente, e tanto meno perché la gente che ha beneficiato delle politiche sociali è ingrata.

Le battaglie politiche sui social non creano dal nulla ambienti politico-culturali espansivi nelle classi popolari maggioritarie. Le radicalizzano e le conducono lungo percorsi isterici. Ma la loro influenza presuppone, in precedenza, l’esistenza sociale di un malessere generalizzato, di una disponibilità collettiva al distacco e al rifiuto delle posizioni progressiste.

Allo stesso modo, le destre estreme, autoritarie, fascistoidi e razziste sono sempre esistite. Vegetano in spazi marginali di militanza rabbiosa e chiusa in sé stessa. Ma la loro predicazione si espande a causa del deterioramento delle condizioni di vita della popolazione lavoratrice, della frustrazione collettiva lasciata da progressismi timorosi, o della perdita di status di settori medi.

E quanto a quelli che sostengono che la sconfitta sia dovuta all'“ingratitudine” di quei settori precedentemente beneficiati, dimenticano che i diritti sociali non sono mai stati un’opera di beneficenza governativa. Sono state conquiste sociali ottenute nelle strade e attraverso il voto.

Per tutto questo, senza alcuna scusa, un governo progressista o di sinistra perde le elezioni per i suoi errori politici.

E questi errori possono essere molteplici. Ma c’è un difetto che unifica tutti gli altri: l’errore nella gestione economica, nel prendere decisioni che colpiscono il portafoglio della grande maggioranza dei suoi sostenitori.

In Brasile, il colpo di stato parlamentare del 2016 contro Dilma Rousseff, guidato dalle frange più antidemocratiche dello spettro politico brasiliano, si è basato sul malessere economico che si protraeva da anni e che ha trovato nell’aggiustamento fiscale del 2015 un’ulteriore stretta alla contrazione dei redditi popolari.

In Argentina, il peronismo ha perso le elezioni del 2023 a causa dell’aumento dell’inflazione durante la gestione di Alberto Fernández. Sebbene la tendenza inflazionistica sia una costante dell’economia argentina da decenni, c’è una soglia storica che, una volta superata, porta a una liquefazione delle lealtà politiche popolari, spingendo la gente ad aggrapparsi a qualsiasi proposta, per quanto spaventosa, che prometta di risolvere questa volatilità asfissiante del denaro. L’anomalia politica di Milei è il modo distorto di incanalare la frustrazione verso l’odio e la punizione.

In Bolivia, lo strumento politico dei sindacati e delle organizzazioni contadine comunitarie (MAS) è destinato a perdere le elezioni a causa della disastrosa gestione economica di Luis Arce.

Con un’inflazione dei beni alimentari di base che sfiora il 100%, la mancanza di carburante che costringe a file di giorni per ottenerlo e un dollaro reale che ha raddoppiato il suo valore rispetto alla moneta boliviana, non è strano che il processo di trasformazione democratica più profondo del continente perda due terzi del suo sostegno popolare a favore di vecchi vendipatria che promettono di cacciare a calci gli indigeni dal potere, regalare imprese pubbliche agli stranieri e insediare, con la Bibbia in mano, le oligarchie cipaye della terra alla guida dello Stato.

Se a tutto questo si aggiunge il risentimento delle classi medie tradizionali, spodestate dai loro privilegi dall’ascesa sociale e dall’empowerment politico delle maggioranze indigene, è chiaro il tono apertamente revanscista e razzializzato che avvolge i discorsi delle destre boliviane.

In tutti i casi, ci sono anche altri fattori politici che rafforzano questi errori centrali che portano alla sconfitta. Nel caso del Brasile, le denunce di corruzione, poi manipolate politicamente. In Argentina, la stanchezza per il prolungato lockdown durante il coronavirus che ha distrutto parte del tessuto economico popolare.

In Bolivia, la guerra politica interna: da un lato, un mediocre economista che si trova per caso alla presidenza e che ha creduto di poter spodestare il leader carismatico indigeno (Evo) escludendolo elettoralmente; dall’altro, il leader che, nel suo declino, non può più vincere elezioni, ma senza il cui sostegno nessuno vince, e che si vendica contribuendo a distruggere l’economia senza capire che in questa ecatombe sta demolendo anche la sua stessa opera.

Il risultato finale di questo miserabile fratricidio è la sconfitta temporanea di un progetto storico e, come sempre, la sofferenza degli umili che non sono mai stati presi in considerazione dai due fratelli ubriachi di strategie personali.

In sintesi, le sconfitte politiche portano alle sconfitte elettorali.

Ora, la domanda che ci si pone è: come hanno potuto fallire economicamente governi progressisti e di sinistra quando, all’inizio, proprio quella era la forza legittimante che permise loro di vincere ripetutamente le elezioni? Nel caso della Bolivia, con il 55%, 64%, 61% e 47% al primo turno. Certamente, il progressismo latinoamericano del XXI secolo è emerso dal fallimento delle gestioni neoliberali dominanti dagli anni ’80.

La maggior parte ha implementato politiche redistributive della ricchezza e di ampliamento dei diritti. I risultati furono immediati: oltre 70 milioni di latinoamericani uscirono dalla povertà in un decennio, le istituzioni riservate a vecchie aristocrazie si democratizzarono e, nel caso della Bolivia, ci fu una ricomposizione delle classi sociali nello Stato, trasformando i contadini indigeni in classi con potere statale diretto.

Qui risiedeva la grande forza e legittimità storica del progressismo. Ma anche l’inizio dei suoi limiti, perché, completata quell’opera redistributiva iniziale, essa cominciò a mostrarsi insufficiente per garantire nel tempo la continuità dei diritti conquistati.

Si tratta di un limite dovuto al raggiungimento degli obiettivi, che avrebbe dovuto spingere a capire che i paesi erano cambiati proprio grazie al progressismo e che, quindi, bisognava proporre a questa nuova società riforme economiche di seconda generazione, capaci di consolidare i risultati ottenuti e di compiere nuovi passi verso l’uguaglianza.

Il progressismo e le sinistre sono condannati ad avanzare se vogliono sopravvivere. Fermarsi significa perdere.

La nuova generazione di riforme passa necessariamente attraverso la costruzione di una base produttiva espansiva, su piccola, media e grande scala, sia nell’industria che nell’agricoltura e nei servizi; del settore privato, contadino, popolare e statale; per il mercato interno e per l’esportazione, che garantisca un ampio sostegno industrioso e duraturo alla redistribuzione della ricchezza.

Ma, fino a oggi, i progressismi al governo, specialmente quelli alla seconda o terza gestione, o quelli che vogliono tornare a governare, rimangono ancorati ai successi passati, alla loro difesa malinconica e, a differenza di quando iniziarono la loro prima gestione, per ora mancano di una nuova proposta di trasformazione in grado di ridestare le speranze collettive attorno a un mondo da conquistare.

Che le destre si siano appropriate del paradigma dell’impulso al cambiamento non è un caso. È il risultato del conservatorismo dell’attuale progressismo. E anche delle sue sconfitte elettorali.

Tuttavia, lo spirito del tempo storico non si è ancora decantato. Né il continente né il mondo, che vanno a tentoni tra neoliberalismi ricaricati, protezionismi sovranisti o capitalismi di Stato produttivisti, hanno ancora definito la nuova fase lunga di accumulazione economica e legittimazione politica.

Per un po’, restiamo ancora in quella soglia liminale in cui sconfitte e vittorie sono brevi. Ma non durerà per sempre. Se il progressismo vuole continuare a essere protagonista di questa disputa sul destino, è obbligato a lanciarsi verso un futuro reinventato con audacia, con più uguaglianza e democrazia economica.

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25/04/2025

L’America latina piange Francisco, il papa degli ultimi fra tradizione e innovazione

di Geraldina Colotti

“Nessuno può servire due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete seguire Dio e mammona”. Non si può seguire al contempo il Dio dei cieli e il dio denaro (Mammona, secondo la tradizione religiosa cananea), ossia il profitto, il guadagno e la ricchezza. Così prescrive il Nuovo Testamento (Matteo, 16,13), e così ha predicato Jorge Maria Bergoglio, che aveva scelto non per caso il nome di Francesco per il suo pontificato, per la prima volta nella storia del papato: il nome di San Francesco d’Assisi, il frate che, nel XIII secolo, predicò la povertà, la pace e la cura del “creato”.

La sua voce, già flebile per la malattia polmonare che lo affliggeva, si è spenta il 21 aprile, dopo un ultimo messaggio urbi et orbi, pronunciato per Pasqua in Piazza San Pietro. Aveva 88 anni. Il Conclave lo aveva eletto come 266mo papa il 13 marzo del 2013 raggiungendo la prevista maggioranza di due terzi alla quinta votazione: il primo pontefice latinoamericano, nato a Buenos Aires il 17 dicembre del 1936, figlio di immigrati piemontesi, e membro della Compagnia di Gesù.

Il suo pensiero non era affine a quello della teologia della Liberazione, che ha posto al centro della riflessione i valori dell’emancipazione sociale e politica dei poveri a partire da un’analisi di stampo marxista. Pur riconoscendone “gli apporti significativi”, Bergoglio ne criticava “le devianze” ideologiche e l’incapacità di riformulare, dopo il crollo del “socialismo reale”, una nuova creatività radicale. Una spinta che egli riscontrava piuttosto nella “teologia del popolo” dell’argentino Rafael Tello, che vedeva, appunto, nel popolo il soggetto della storia, e il cui portato culturale doveva riflettersi nella pastorale ecclesiale.

Per questo, il suo pontificato non ha prodotto riforme strutturali della Chiesa, come quelle del Concilio Vaticano II, avviato da papa Giovanni XXIII l’11 ottobre del 1962 e concluso, in modo più misurato, da Paolo VI, l’8 dicembre del 1965. Con l’ironia che lo caratterizzava e che gli ha consentito di far fronte ai numerosi attacchi dei settori più reazionari, Bergoglioci scherzava: “Alcuni – diceva – hanno fatto diverse battute: Tu dovresti chiamarti Adriano, perché Adriano VI è stato il riformatore, bisogna riformare... E un altro mi ha detto: No, no: il tuo nome dovrebbe essere Clemente. Ma perché? Così ti vendichi di Clemente XIV che ha soppresso la Compagnia di Gesù!”.

E confessava di aver recitato per quarant’anni un’orazione che così si concludeva: “Dammi, Signore, il senso dell’umorismo. Fammi la grazia di capire gli scherzi, perché abbia nella vita un po’ di gioia e possa comunicarla agli altri. Così sia”. Una giovialità particolarmente apprezzata dai giornalisti che hanno “bevuto” avidamente i suoi fuori-onda sugli aerei, durante i viaggi apostolici in 66 nazioni, 10 dei quali in America latina e nei Caraibi: Brasile, Ecuador, Bolivia, Paraguay, Cuba, Messico, Colombia, Cile, Perù e Panama.

Il suo più immediato predecessore, il tedesco Benedetto XVI, che rinunciò al papato nel 2013, in 8 anni ne aveva effettuati 3, a dimostrazione dell’eurocentrismo che caratterizzò la sua gestione ultraconservatrice. D’altronde, il lavoro di azzeramento delle istanze trasformative e ribelli presenti nel continente latinoamericano nel secolo scorso – quello del Piano Condor e dei “gorilla” al soldo della Cia – era già stato compiuto da Giovanni Paolo II.

Il papa polacco, nel corso della sua crociata contro il comunismo e del suo lungo pontificato (durato oltre 26 anni, uno dei più lunghi nella storia della Chiesa cattolica, secondo solo a quello di San Pietro e di Pio X) ha compiuto 14 viaggi apostolici in America latina, sovvertendo nel profondo la natura progressista dell’istituzione permeata allora dalla Teologia della liberazione, e retta dai suoi vescovi “impegnati” a cambiare anche le cose terrene.

Durante il periodo di oscurantismo seguito alla caduta dell’Unione Sovietica e al dilagare del neoliberismo in America latina, il peso della chiesa di base si è così drasticamente ridotto. E i presidenti che sono tornati poi a governare, come Daniel Ortega in Nicaragua, hanno dovuto fare i conti con le posizioni conservatrici dei vescovi nominati da Wojtyla, che intervengono pesantemente nelle scelte politiche e influiscono su quelle del Vaticano, e che hanno spinto per la rottura delle relazioni diplomatiche con il governo di Ortega e Murillo.

Nel 1983, durante la sua tappa in Nicaragua, Wojtyla umiliò ed espulse a divinis il vescovo sandinista Ernesto Cardenal. Nel febbraio del 1980, aveva trattato con freddezza quello salvadoregno Oscar Arnulfo Romero, venuto a mostrargli un fascicolo con le atrocità commesse dagli squadroni della morte al soldo della Cia. Una denuncia incongrua nei piani del papa polacco, alleato degli Usa nella crociata contro il comunismo, che aveva esortato Romero ad andare d’accordo con il governo. Romero verrà ucciso il 24 marzo del 1980.

Il 14 ottobre del 2018, a Roma, durante una cerimonia presieduta da papa Francesco, Romero è stato proclamato santo. Era stato beatificato il 23 maggio 2015. Il riconoscimento del suo martirio “in odiumfidei” (in odio alla fede) ne aveva consentito la beatificazione senza la necessità di un miracolo.

Il venezuelano José Gregorio Hernández, il “medico dei poveri”, è stato beatificato, invece, nell’aprile 2021, dopo che la Chiesa ha riconosciuto un miracolo nel caso di una ragazza completamente guarita dopo essere stata colpita alla testa, nel 2017. Poco prima di morire, Bergoglio ha avviato il processo di canonizzazione, previo alla sua proclamazione come santo. Una richiesta che il presidente venezuelano, Nicolas Maduro era andato a rivolgere al papa appena eletto, lo stesso anno della morte di Hugo Chávez e della sua successiva elezione alla presidenza della repubblica bolivariana.

La potente Conferenza episcopale venezuelana, schierata con l’estrema destra, ha ostacolato però ogni tentativo di “normalizzare” le relazioni con il governo Maduro, e quelle con il suo predecessore Chávez, contro il quale aveva contribuito a organizzare – insieme alla Cia, ai vertici del padronato e dei media privati – il colpo di stato del 2002. E Francesco ha oscillato tra gesti concilianti e “fuori onda” sugli aerei, e poco o nulla di fatto: in nome della “riconciliazione”.

Così, Francisco si adoperò per favorire la relazione tra gli Usa di Obama e Cuba, nel 2014, e appoggiò i negoziati tra il governo colombiano di Juan Manuel Santos e la guerriglia Farc, che si conclusero con l’accordo del 2016. Ma nel suo viaggio in Colombia, nel 2017, non incluse una tappa nella vicinissima Venezuela.

Nel 2015, durante il viaggio in Bolivia, chiese perdono per i crimini commessi contro i popoli nativi durante la “conquista dell’America”. Otto anni dopo, il Vaticano ripudierà la “dottrina della scoperta” di stampo coloniale, usata per giustificare l’occupazione europea in America e in Africa, ma senza revocare i decreti pontifici sottesi e la superiorità del cristianesimo che li accompagnava.

E se alla redazione dell’enciclica Laudato si’ – un documento che in quell’anno ha denunciato con forza la responsabilità dei paesi ricchi, delle grandi imprese e del sistema economico globale nel furto delle risorse al Sud, e nel processo di impoverimento generale – hanno partecipato anche consulenti dell’allora governo boliviano di Evo Morales, tra i più titolati partecipanti c’è stato il cardinale honduregno Oscar Maradiaga, accusato di aver appoggiato il golpe contro Manuel Zelaya nel 2009.

Più lineare la relazione di Bergoglio con il Brasile di Lula, con cui il papa arrivò a schierarsi, anche politicamente, durante il golpe contro Rousseff e poi durante l’arresto di Lula. Il Brasile fu il primo paese latinoamericano che Francisco visitò, a luglio del 2013. Per prima cosa, si recò in una favela, dove incontrò i più poveri fra i poveri, indicando il centro principale del suo pontificato, e l’atteggiamento che avrebbe dovuto seguire la Chiesa, “uscendo per strada”, pena il “trasformarsi in una Ong”. E la Chiesa – disse Francisco – “non può trasformarsi in una Ong”.

Per questo, riunì oltre tre milioni di giovani sulla spiaggia di Copacabana, celebrando a Rio de Janeiro la XXVIII Giornata mondiale della gioventù. Un tema, quello della speranza da trasmettere ai giovani, sempre presente, nello stile e nei messaggi di papa Francisco, amico dei “cartoneros” argentini e nemico della “cultura dello scarto”, di cui si è dibattuto durante i congressi mondiali da lui organizzati, in vista di una nuova “internazionale” degli ultimi.

La Chiesa, disse Bergoglio, deve recuperare il terreno perduto prestando attenzione a quei fedeli che si sono convertiti in evangelici o hanno lasciato una religione cattolica avvertita come inattiva e distante. Una preoccupazione dettata dalle statistiche. Nel 2022, in America latina risiedeva il 64% dei 1.389 milioni di cattolici presenti nel mondo. Nel 2024, erano scesi al 54%: anche in forza degli scandali per pedofilia che, soprattutto in Cile e in Perù, avevano visto coinvolte le curie. Fin dal subito, il papa annunciò che non sarebbe stato a guardare, e prese drastiche misure per inasprire le pene contro i pedofili e anche per permettere ai tribunali vaticani di processare per “abuso di potere” chi li avesse coperti.

Un tema su cui Bergoglio si è sempre schierato con decisione, è stato quello della libera circolazione dei migranti, dall’America latina al Mediterraneo. In Italia giunse a inviare il suo elemosiniere a ripristinare la corrente elettrica in un luogo occupato e autogestito da migranti, a Roma, lo Spin Time. E, nel 2016, durante il viaggio in Messico, celebrò una messa a Ciudad Juárez, città di frontiera con gli Usa e luogo simbolo delle violenze sui migranti, e in particolar modo sulle donne. E si recò anche in Chiapas, dove sancì l’uso ufficiale delle lingue indigene originarie nelle cerimonie liturgiche.

Bergoglio non è stato, dunque, un radicale della coerenza nella fede, come i tanti che, in Argentina, hanno sacrificato le loro vite schierandosi a favore degli ultimi e contro la dittatura civico-militare degli anni ’70. In quel periodo cupo, ha scelto di mettere la testa nella sabbia: da uomo dell’Istituzione. Un’istituzione capace di produrre e gestire nel corso dei secoli le necessarie oscillazioni temporali a seconda delle esigenze generali: in primo luogo la gestione del “gregge”.

La Chiesa, e un papa che pure decide di chiamarsi Francesco come il fraticello di Assisi, non potrà seguire fino in fondo il messaggio evangelico del Cristo che invita il ricco a spogliarsi di tutti i suoi averi per ambire al regno dei cieli. Tantomeno potrà mettere in discussione la sostanza dello sfruttamento tra capitale e lavoro, arriverà al massimo a consigliare al “servo” più rassegnazione, e al padrone di essere più “buono”. L’istituzione-Chiesa non può andare contro se stessa, contro i suoi dogmi, pena il crollo e la disgregazione.

Il pontificato di Bergoglio, situandosi tra rottura e tradizione, e dopo due precedenti reazionari, ne ha senz’altro evidenziato al massimo le criticità, e ha lasciato un’impronta culturale forte. Molto, ha pesato la sua provenienza dall’America latina, il continente più diseguale, ma in cui la comunità ancora conta: contano le origini solidali, le radici indigene e afro-discendenti, e dove la povertà grida allo scandalo. E le sue grida, con Bergoglio, sono risuonate anche in Vaticano.

L’America latina, ora gli rende omaggio: in forme sobrie e autentiche, come hanno fatto i dirigenti cubani, o addolorate, come Lula in Brasile e Maduro in Venezuela, che ha decretato tre giorni di lutto nazionale, celebrando “l’amico dei popoli, un uomo di Dio che non esitava a turbare i potenti con la verità del Vangelo”.

Un omaggio ipocrita è arrivato anche dal presidente argentino, Javier Milei che, dopo aver definito il papa come “il rappresentante del maligno sulla terra”, si è detto dispiaciuto per la sua morte e ha annunciato la sua presenza ai funerali in Vaticano. In qualche intervista, Bergoglio aveva ammesso di essere “peronista” e di aver a cuore la costruzione della Patria Grande sognata da Bolivar e, forse per le accuse di essere troppo “schierato”, dopo la sua nomina non era più tornato in Argentina.

Difficile dire, adesso, se l’eredità di Francesco riuscirà a permanere nella figura che ne prenderà il posto, imponendosi nell’accesa battaglia in corso per la successione tra progressisti e conservatori. Per ora, in una Roma caotica, rapace e affaristica per questo anno di Giubileo, nell’arrogante ostentazione di super-ricchi, neofascisti e trafficanti di morte a livello internazionale, come si è visto con il voto a Trump e ai suoi epigoni, lo strapotere di Mammona sembra costituire un’attrattiva anche nel mondo degli “scarti” caro a Bergoglio.

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02/12/2024

Uruguay: il ritorno del Frente Amplio

Con il 49,84% dei consensi il frenteamplista Yamandú Orsi ha vinto il ballottaggio per le presidenziali contro il blanco Álvaro Delgado (Partido Nacional), fermatosi al 45,8% e, dal 1° marzo 2025, si insedierà alla guida dell’Uruguay.

Governatore del dipartimento di Canelones fino alla primavera scorsa, Yamandú Orsi aveva scelto di precandidarsi alla presidenza del paese dopo aver ottenuto l’endorsement da Daniel Martínez, sconfitto nelle precedenti elezioni da Luis Lacalle Pou. Per l’Uruguay si tratta di un ritorno al progressismo, peraltro annunciato. Tutti i sondaggi indicavano infatti la coppia Orsi-Carolina Cosse (già sindaca della capitale, Montevideo) ampiamente favorita prima dell’apertura delle urne.

Per Orsi, proveniente dalle fila del Movimiento de Participación Popular, la sfida della presidenza si preannuncia impegnativa poiché alla Camera dei deputati, a differenza del Senato, il Frente Amplio non ha la maggioranza e questo costringerà il partito a negoziare obbligatoriamente con le opposizioni.

Tra le priorità di Orsi vi saranno sicuramente delle misure volte a contrastare il crescente senso di insicurezza che avverte la maggior parte dei cittadini uruguayani e, in politica estera, cercherà di restituire al paese la centralità nell’ambito del Mercosur. Il nuovo presidente, definito come l’alfiere di una “sinistra moderna e rinnovata”, punta ad unire il paese ed è cresciuto politicamente sotto l’ala protettrice della coppia Pepe Mujica e Lucía Topolansky.

Dopo 15 anni di governi frenteamplistas, nel 2019 Luis Lacalle Pou, alla guida della cosiddetta Coalición Multicolor, frutto di una serie di alleanze strategiche, aveva conquistato la presidenza del paese unendo Partido Nacional, Partido Colorado, Partido de la Gente e l’estrema destra di Cabildo Abierto.

La sottoscrizione del Compromiso País, che all’epoca aveva permesso a Luis Lacalle Pou di sconfiggere Daniel Martínez, che pure al primo turno godeva di un vantaggio sul suo avversario ben maggiore di quello di Orsi su Delgado, stavolta non ha funzionato.

Non solo Partido Nacional e Partido Colorado hanno scelto di proseguire ognuno per la propria strada, ma anche l’estrema destra di Cabildo Abierto, con il discusso ex capitano dell’esercito Guido Manini Ríos, noto per simpatizzare tuttora con la dittatura di Bordaberry (1973-1985), si è progressivamente sfilata dalla coalizione.

Orsi, che ha già promesso di essere il presidente di tutti gli uruguayani, governerà probabilmente senza particolari scossoni, nonostante già durante il dibattito presidenziale pre-ballottaggio sia stato accusato da Delgado di ascoltare troppo le richieste dei settori pubblici del paese, a partire dai docenti.

Alla vigilia del primo turno, l’economista Gabriela Cultelli, esponente, come Orsi, del Movimiento de Participación Popular, di cui è membro della Direzione nazionale, spiegava, in un’intervista rilasciata alla giornalista Geraldina Colotti: “La necessità di cambiamento, in questi giorni, si avverte di più. Ci sono stati 5 anni di corruzione costante e crescente. Un piccolo paese come questo, se la destra resta al potere per altri 5 anni, finirà per disgregarsi, con i trafficanti di droga che dilagano – la forma di capitale più aggressiva e corrotta. Ecco perché la sinistra, pur con tutti i suoi limiti e contraddizioni interne, è l’unica opzione per questo popolo”.

È stato proprio questo, probabilmente, che ha spinto gli uruguayani a scegliere la coppia presidenziale Orsi-Carolina Cosse, quest’ultima superata dal nuovo presidente nel corso delle elezioni interne alle coalizioni. Da un lato, quello della destra, erano schierati allevatori, i proprietari di capitali e simpatizzanti di quel potere militare che aveva fatto precipitare il paese nel Plan Condor, non a caso lo stesso conservatore Delgado ha chiuso il suo mandato con un indice in caduta libera, ma non così basso come avremmo potuto aspettarci.

Sull’altro versante, al contrario, sinistra e società civile sentivano con impazienza la necessità di un cambiamento strutturale, a partire dalle modalità di redistribuzione del reddito e della ricchezza che, peraltro, difficilmente potranno essere realizzate a breve nel paese.

A questo proposito, durante il dibattito pre-ballottaggio tra Orsi e Delgado, le accuse rivolte da quest’ultimo al programma del Frente Amplio, definito “ideologico e ancorato agli anni Settanta”, sono sembrate decisamente fuori dal tempo, al pari delle dichiarazioni provocatorie del senatore del Partido Nacional, Sebastián da Silva, il quale, per vincere le elezioni, contava sul voto degli uruguayani residenti in Argentina, ritenuti “héroes libertadores que cruzan a salvar la patria. Su voto nos asegura cinco años más de normalidad, vivir tranquilos”.

Di certo, gli elettori progressisti che hanno sostenuto Yamandú Orsi si aspettano una politica che non sia caratterizzata esclusivamente dalla repressione e dalla mano dura come quella del suo predecessore, che, a seguito della crescita del tasso di omicidi nel paese era riuscito a far approvare la Luc, la Ley de Urgente Consideración, fondata su una visione esclusivamente securitaria del paese.

Non è un caso che il modello seguito da Lacalle Pou fosse stato quello dell’argentina Patricia Bullrich, ministra della Sicurezza del presidente argentino Javier Milei. Nonostante tutto, la ricetta di militarizzare il territorio e costruire carceri di massima sicurezza sul modello del bukelismo in El Salvador non ha dato i risultati sperati.

Del resto, la scelta di Lacalle Pou di affidare, a lungo termine, la gestione del porto di Montevideo ad una multinazionale belga poco incline a controllare i carichi della droga che, dalla capitale partono sia verso il resto dell’America latina sia verso l’Europa, ha favorito la crescita delle narcobande.

Ora starà al nuovo presidente eletto Yamandú Orsi analizzare quali sono le modalità per risollevare il paese. Sembrano poco probabili cambiamenti radicali all’orizzonte, ma un passo diverso rispetto alla precedente gestione resta comunque necessario e urgente.

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22/08/2024

America Latina, un dibattito che continuerà

Al termine del dibattito sull’America Latina che si è svolto il 15 agosto alla Festa Rossa di Perignano i partecipanti si sono ripromessi di proseguire una discussione che in appena due ore non poteva certamente approfondire in modo esauriente tutti i temi che erano sul tappeto. Qui cerchiamo di fare una sintesi degli argomenti che sono stati affrontati e che vorremmo riprendere.

Il primo tema è quello che riguarda le ragioni della crisi del ciclo progressista apertosi in America Latina alla fine del Novecento. Ragioni sia di carattere politico che economico.

Tra queste ultime il calo dei prezzi delle materie prime sul mercato internazionale che ha gravemente danneggiato i Paesi la cui economia dipende in modo preponderante dalla loro esportazione (prodotti agricoli, petrolio, gas naturale, rame, litio ecc.). Clamoroso il crollo dei prezzi del petrolio nel 2008 che nel giro di 5 mesi sono passati da 147 a 32 dollari al barile. Queste dinamiche hanno reso molto difficoltosa la continuazione di quei programmi sociali che nei primi anni 2000 avevano permesso di contrastare efficacemente le disuguaglianze e la povertà: solo per citare alcuni dati, dal 1990 al 2017 l’aspettativa di vita dei boliviani è passata da 56 a 71 anni. In Venezuela il tasso di povertà è passato dal 48,6% del 1998 al 26,5% del 2011, in Brasile tra il 1992 e il 2013 il numero di persone che soffrono la fame è sceso di quasi 10 milioni di unità.

Tra le ragioni politiche, sicuramente la classe dirigente dell’area progressista ha dimostrato in molti casi la propria inadeguatezza, fino ad arrivare a episodi di clamoroso trasformismo (come nel caso di Lenin Moreno in Ecuador), o di involuzione autoritaria e clientelare in alcune realtà nate da esperienze popolari o rivoluzionarie.

Ma hanno un ruolo fondamentale le strategie di destabilizzazione orchestrate dall’esterno, oggi molto più articolate rispetto al golpismo tradizionale che negli anni ‘70 aveva portato tutto il cono sud del continente americano sotto il tallone delle dittature militari (sponsorizzate dagli USA -ndR).

Nel 2009 in Honduras veniva inaugurata la strategia dei cosiddetti “golpe blandi”, che prevede la destituzione di presidenti regolarmente eletti da parte di settori della magistratura, delle istituzioni e delle Forze Armate sulla base di accuse costruite ad arte. Questa strategia si è ripetuta in Paraguay nel 2012 con il presidente Lugo e e in Brasile nel 2016 a danno di Dilma Rousseff.

Nel corso del tempo questa strategia si è ulteriormente affinata, articolandosi su una rete di servizi di intelligence, agenzie di comunicazione e di consulenza che lanciano nuovi candidati neoliberisti, ONG e media (tradizionali e social network) finanziati da governi e multimilionari stranieri in grado di influenzare pesantemente l’opinione pubblica internazionale tramite la creazione e la diffusione di notizie false.

Non è superfluo sottolineare il ruolo centrale che hanno in questa rete imprese e agenzie israeliane, a supporto di forze politiche e personaggi che promettono supporto incondizionato all’apartheid sionista.

In caso di elezioni in un Paese governato dalla sinistra, come nel 2019 in Bolivia, il “format” prevede la creazione di centinaia di migliaia di account falsi, la diffusione di accuse di corruzione totalmente infondate e di risultati di presunti sondaggi che danno la vittoria ai candidati neoliberisti, poi attacchi hacker ai sistemi di gestione del voto che dovrebbero dimostrare l’inaffidabilità dei risultati ufficiali, la denuncia di presunti brogli e l’organizzazione di violente manifestazioni di protesta.

Tutto lascia pensare che nelle recenti elezioni in Venezuela si sia assistito ad una riproposizione di questo schema.

La posta in gioco come sempre è di carattere geopolitico ed economico: in questo momento il blocco atlantista è molto preoccupato per l’avvicinamento alla Cina e alla Russia di molti governi che non sono “sotto controllo”.

Per quanto riguarda gli enormi interessi economici, basta citare Elon Musk, il proprietario di Tesla e di X, oggi tra i più attivi sostenitori del neoliberismo estremo trumpiano, che mira per le sue auto elettriche alle immense riserve di litio di cui la Bolivia è il maggior produttore del mondo.

Negli anni il cosiddetto “latifondo mediatico”, cioè lo strapotere delle oligarchie sul terreno dei mezzi di comunicazione, si è ulteriormente rafforzato, aggiungendo alla tradizionale egemonia sui media generalisti anche una gestione estremamente efficace dei social network. A questa egemonia, in America Latina come in Europa, la sinistra non ha trovato al momento alcuna contromisura.

I personaggi della destra estrema che sono emersi negli ultimi anni, da Milei a Bolsonaro, da Bukele a Guaidò, dalla peruviana Dina Boluarte alla boliviana Yanine Añez, sono stati “costruiti” in questo modo. Oggi è possibile parlare di una nuova “internazionale reazionaria” che ha in Trump il proprio esponente di punta nella quale i confini tra neoliberismo estremo e tradizionale golpismo fascista sono sempre più sfumati. Per questo appare di estremo interesse anche una discussione su che cos’è il fascismo oggi e di conseguenza sull’attualità di una rinnovata militanza antifascista.

Non bisogna però pensare che ogni manifestazione di dissenso o di protesta nei Paesi governati dalla sinistra sia il frutto di complotti orchestrati dall’esterno: la crisi economica, la corruzione, la contrazione del welfare e la continuazione di politiche estrattiviste nel corso del tempo hanno provocato in molte realtà una forte riduzione di credibilità delle forze progressiste.

In Argentina la vittoria di Milei è certamente dovuta ad una crisi economica che appare senza fine e che ha spinto soprattutto le giovani generazioni a cercare un’alternativa in un personaggio che è riuscito ad accreditarsi come un “outsider” estraneo al sistema politico tradizionale.

Altrove, nonostante le enunciazioni introdotte in molte costituzioni sulla difesa dell’ambiente, molte terre abitate da popolazioni originarie continuano ad essere devastate e deforestate suscitando le proteste dei loro movimenti. Centinaia di ambientalisti vengono sequestrati e uccisi da bande paramilitari.

Per quanto la costruzione di un’alternativa possa essere faticosa e costosa e impatti contro fortissimi interessi di classe, in tempi di emergenza climatica l’abbandono dell’estrattivismo, dell’agrobusiness e degli allevamenti intensivi sono una priorità assoluta per tutto il pianeta.

Sull’agrobusiness citiamo un solo dato: in Argentina l’utilizzo di suolo per la coltivazione della soia (transgenica) è costato negli ultimi 30 anni circa 14 milioni di ettari di alberi del Chaco, il secondo ecosistema forestale più grande del Sud America dopo l’Amazzonia.

Un altro importante elemento di discussione che ci unisce alla realtà latinoamericana è quindi la necessità di contrastare l’ideologia dell’impossibile crescita indefinita e il negazionismo climatico.

Vi sono poi altre importanti componenti che in America Latina contribuiscono alla creazione di consenso a favore della destra autoritaria e neoliberista: la prima è l’enorme influenza delle sette pentecostali, che negli ultimi decenni hanno sottratto alla Chiesa cattolica decine di milioni di fedeli. Dagli anni ’60 ad oggi i pentecostali sono cresciuti in modo esponenziale in tutto il continente, si parla di circa 160 milioni di fedeli.

Le ragioni del loro radicamento risiedono nell’assenza di gerarchie religiose (ogni predicatore può creare intorno a sé una piccola Chiesa), alla proposta di una religiosità miracolistica che promette una vita diversa qui e ora e per certi versi si richiama alle tradizioni “magiche” delle religioni di provenienza africana, le enormi risorse economiche derivanti dall’imposizione della decima ai fedeli, l’uso spregiudicato dei media e la realizzazione di concrete attività di supporto ai più poveri.

E naturalmente supportano una visione fondamentalista della società che porta a vedere nell’estrema destra conservatrice il proprio punto di riferimento politico naturale. In molti casi le case madri di queste sette sono ubicate negli Stati Uniti e inviano enormi somme di denaro a queste “sorelle” latinoamericane.

La questione delle sette pentecostali è una delle ragioni fondamentali che hanno portato all’elezione di un papa latinoamericano, nel tentativo di rimediare alle conseguenze della distruzione della Teologia della Liberazione realizzata ai tempi di Karol Wojtyla, probabilmente uno dei fattori principali della migrazione di fedeli dalla Chiesa cattolica alle sette protestanti.

Un altro elemento che favorisce la destra autoritaria è la criminalità, endemica in molti Paesi, che si è rafforzata grazie alla tratta di esseri umani e al narcotraffico. Il tasso di omicidi per abitante vede ai primi posti a livello mondiale El Salvador, Honduras e Venezuela.

In questo senso va citato il “caso Bukele”, l’attuale presidente del Salvador che si definisce “Il dittatore più cool del mondo”. Bukele, personaggio che si è avvalso molto dei social media, si è dato come priorità la lotta alla criminalità organizzata e ha incarcerato più di 75mila persone su 6 milioni di abitanti. È riuscito a costruire una macchina propagandistica capillare che sfrutta notizie false, disinformazione, attacchi agli oppositori e profili falsi che ripetono il suo messaggio. Nelle elezioni 2024 si è riconfermato con l’83% di voti e 58 seggi su 60.

Come si vede, la realtà politica, sociale e culturale dell’America Latina continua ad essere strettamente legata alla nostra e molti sono i temi che rivestono un grande interesse anche per noi. Per questo siamo certi che molti, come i partecipanti al dibattito di Perignano, saranno interessati ad approfondire con noi questi temi nei prossimi mesi.

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05/06/2024

Messico - Claudia Sheinbaum è la nuova presidentessa. La continuità del cambiamento

La progressista Claudia Sheinbaum è la nuova, e per la prima volta donna, “presidenta” del Messico. Lo scorso 2 di giugno la sua coalizione “Sigamos haciendo historia” (“Continuiamo a fare la Storia”) ha conquistato uno schiacciante 59%, con la forte preminenza del partito “Movimiento regeneracion nacional” (MORENA – movimento di rigenerazione nazionale) di cui è stata una delle fondatrici nel 2011, che da sola supera il 45%. Uno stacco nettissimo dalle coalizioni avversarie, ferme al 28% della oppositrice di centro-destra e filo-USA Galvez Ruiz, e al 10% del centrista Alvarez Maynez.

Se il risultato positivo era atteso, la vittoria della Sheinbaum e della sua coalizione hanno superato ogni aspettativa. Oltre alla presidenza della Repubblica infatti si sono svolte elezioni per la carica di 9 governatori e per i congressi di 31 stati, e per il rinnovo del Senato e della Camera dei Deputati.

La coalizione della presidenta, oltre alla maggioranza alle camere si aggiudica 7 dei 9 governatori con maggioranze che vanno dal 49% dello stato di Morelos fino al bulgaro 81% dello stato di Tabasco e 79% del Chiapas, nonché l’importante governatore di Città del Messico (incarico ricoperto precedentemente proprio da Sheinbaum). Per finire va sottolineato che dai primi dati, con l’affluenza sopra il 60%, il “blocco duro” di supporto alla presidenta è composto dai redditi più bassi, dalla popolazione giovane, dai lavori più umili, ma è generale e trasversale in tutti i settori della società.

Da questi dati “duri e crudi” è necessario ricavare alcune considerazioni. Innanzitutto il risultato delle elezioni premiano non solo la figura della candidata Presidente ma un processo politico progressista che si è andato strutturando a partire dal 2011 fino a conquistare la presidenza della Repubblica nel 2018 per mano di Andrés Manuel López Obrador, il quale conta una lunga e pluridecennale esperienza politica spesa (seppure con varie contraddizioni) ad affermare la sinistra progressista del paese.

Esperienze queste in cui la stessa Sheinbaum, scienziata riconosciuta di Fisica e Ingegneria energetica, si è formata e ha avuto un ruolo di assoluto rilievo, in particolare come governatrice di Città del Messico dal 2018 al 2023. Una credibilità politica quindi costruita negli anni e anche sul campo con la prova della gestione concreta delle istituzioni.

Il risultato rappresenta quindi l’apprezzamento del popolo messicano per quanto fatto e il desiderio di approfondire un processo politico, il cosiddetto “umanesimo messicano”, che ha messo al centro la lotta alla corruzione e al narcotraffico, in un paese in cui le statistiche parlano di circa dai 10000 (diecimila!) ai 30000 (trentamila!) omicidi l’anno legati al controllo del mercato della droga; altro punto importante è il controllo statale di alcuni settori e imprese strategiche specialmente in ambito petrolifero e energetico, così come la creazione ex novo e l’espansione di uno stato sociale minimo e del reddito, che ha prodotto risultati parziali ma di assoluto rilievo: uno fra tutti l’uscita di 5 milioni di persone dalla povertà assoluta durante il mandato di Obrador.

Le politiche della stessa Sheinbaum come governatrice della Capitale hanno avuto effetti tangibili: una riduzione drastica del rischio per le donne di subire violenza e dei femminicidi e in generale degli omicidi legati al controllo e al traffico di droga, un ampliamento notevole dell’accesso alle borse di studio e il rifinanziamento della rete educativa, l’inaugurazione di nuove scuole e di tre università pubbliche; il rilancio delle infrastrutture dei trasporti e la diminuzione dell’inquinamento in un area densamente popolata e con gravi problemi ambientali.

“Per il bene di tutti, prima i poveri” è uno degli slogan di Obrador e Sheinbaum che riassume la concezione dell’”umanesimo messicano”, in cui si coniuga la volontà di spingere lo sviluppo economico su binari capaci di incontrare lo sviluppo sociale e ambientale con un consenso il più ampio possibile e che parta dai bisogni delle fasce più deboli della popolazione.

Un programma che aveva incontrato più di un ostacolo durante il mandato di Obrador soprattutto per la mancanza di una maggioranza sufficientemente ampia e ora conquistata al Senato e alla Camera, dove diverse necessarie riforme costituzionali erano state bloccate dall’opposizione conservatrice e reazionaria, e che ora potrebbero venire portate a termine dalla presidenta.

Certo è un processo non privo di contraddizioni e di ostacoli, un nuovo banco di prova per l’ondata progressista latinoamericana, che in Messico ora viene nuovamente premiata ma dovrà dimostrare concretamente di essere all’altezza di quanto promesso e di portare a termine quelle riforme iniziate e non concluse durante il mandato precedente.

Per il suo peso specifico il Messico ha un ruolo di primo piano nel continente, sia in termini di popolazione con quasi 130 milioni di abitanti che economico (terzo in entrambe le classifiche dopo Brasile e USA).

Non solo, ma la geografia assegna al paese il ruolo di confine con “l’impero” USA, con il quale ci sono diversi dossier aperti che vanno dall’emigrazione degli stessi messicani, al controllo delle frontiere e delle rotte migratorie attraversate da decine di migliaia di latinoamericani diretti verso il Nord America che si snodano nei deserti al nord del Messico, con i casi di cronaca che sono stati riportati sulla stampa anche in Europa e che costituiscono un elemento di campagna elettorale fra Trump e Biden; non da ultimo il traffico e i cartelli della droga e l’ingerenza delle agenzie di intelligence nordamericane, così come i rapporti economici fra i due paesi.

Per inquadrare il risultato occorre fare una ultima considerazione. L’ondata progressista che investe il Messico non è un “fulmine a ciel sereno”. Come abbiamo documentato da sempre sul nostro giornale, in America Latina, nel (ex) “giardino di casa” degli Stati Uniti, si svolge da decenni una lotta senza quartiere fra “socialismo e barbarie”. Seppure con un percorso accidentato, la prospettiva inaugurata da Chavez in Venezuela e da Evo Morales in Bolivia e con l’esempio di Cuba socialista ha dato i suoi frutti, e a tutt’oggi la partita sembra lontana dall’essere chiusa e anzi vede una nuova avanzata delle forze del cambiamento.

Un processo che ha al centro prima di tutto la lotta all’imperialismo e alle regole economiche e sociali del neoliberalismo; in secondo luogo la difesa e l’emancipazione delle fasce più svantaggiate della popolazione (donne, indigeni, contadini); il recupero della sovranità sulle proprie risorse in materie prime e la difesa del patrimonio naturale; la costruzione di nuove alleanze politiche, economiche e diplomatiche internazionali (vedi BRICS) e di rapporti paritari con i diversi blocchi economici.

Il Messico si conferma così come il Brasile di Lula, la Colombia di Petro e il Venezuela di Maduro, uno degli attori più importanti del fronte progressista. Le difficoltà da affrontare sono parecchie: Petro è alle prese con una maggioranza risicata che rallenta i processi riformatori, mentre il Venezuela è sottoposto a una violentissima guerra economica. Nel tempo si sono susseguiti con esiti diversi tentativi di colpi di stato (Guaido appunto in Venezuela), di “golpe bianco” come nel caso di Morales in Bolivia e Castillo in Perù, ribaltoni elettorali come quello di Bolsonaro in Brasile e oggi di Milei in Argentina, accompagnati da una violenta repressione e dalle tentazioni militariste che riecheggiano le dittature militari del ‘900.

Eppure pare che nel nuovo mondo multipolare l’ipotesi progressista latinoamericana, seppur sottoposta a sempre maggiore pressione da parte degli USA, trovi uno spazio e nuove alleanze internazionali che la rafforzano, con una spinta popolare indispensabile e che non accenna a diminuire. Una boccata d’aria per le forze di classe e un esempio per i popoli che può avere un ruolo importante nella nuova architettura internazionale.

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12/02/2022

Alvaro Garcìa Linera: “Viviamo un tempo di sconvolgimento dell’ordine mondiale”

Intervista con Alvaro Garcia Linera. L’ex vicepresidente della Bolivia Álvaro García Linera, uno dei più acuti pensatori della sinistra latinoamericana, ha definito il mondo post-pandemia come «un tempo di crepuscolo» pieno di paradossi, e ha avvertito che i governi progressisti della regione «sono obbligati a farsi carico di sfide più audaci».

«Il tempo che stiamo vivendo è un momento singolare. Da un lato si sono manifestati un insieme di limiti, di contraddizioni, di lacerazioni dell’attuale ordine mondiale planetario. Ma allo stesso tempo non si sono aperte, con impeto radiante, opzioni, alternative a ciò che già si sta esaurendo», ha detto.

In un’intervista esclusiva a Télam, l’intellettuale e docente universitario ha riflettuto sulle sfide del progressismo nel terzo decennio del XXI secolo, ha evidenziato la necessità imperiosa di «unire il popolo con la classe media» e ha fatto appello a sviluppare «nuovi linguaggi e programmi» che si colleghino con le aspettative di quel settore sociale.

In videoconferenza tra La Paz e Buenos Aires, ha affrontato con coraggio questioni complesse che generano polemiche, come il cortocircuito tra estrattivismo, sviluppo e cambiamento climatico, e, inoltre, ha proposto una complesso di misure concrete per le amministrazioni di tipo progressista. “La particolarità di questi governi è che stanno affrontando la peggiore crisi economica degli ultimi 100 anni“, ha affermato.

Nato a Cochabamba, in una famiglia che ha definito culturalmente di “classe media” ed economicamente di “classe bassa“, García Linera si è recato in Messico prima di compiere 20 anni per studiare all’UNAM del paese azteco e, al suo ritorno in Bolivia, ha stretto legami con le comunità contadine e minerarie.

In seguito sarà uno dei fondatori dell’Esercito Guerrigliero Túpac Katari, esperienza di lotta insurrezionale per la quale fu arrestato, torturato e trasferito in carcere in custodia cautelare e senza condanna, dove ha studiato sociologia da autodidatta.

Viene rilasciato nel 1997 e, tre anni dopo, conosce Evo Morales, nell’ambito della cosiddetta “Guerra dell’Acqua”. Oggi ha 59 anni, ha una delle più grandi biblioteche della Bolivia e ha curato, come autore o coautore, più di una decina di libri.

Nell’ambito di una lista propositiva per la gestione delle crisi, l’intellettuale boliviano ha evidenziato la necessità di una tassa bancaria che avanzi in una matrice d’imposta progressiva, nonché di un accordo regionale per una “riforma energetica” basata sullo sfruttamento del litio e lo sviluppo di “industrie collegate”.

Nella sua analisi della nuova ondata progressista in America Latina, che negli ultimi mesi ha visto i trionfi di Gabriel Boric in Cile e di Xiomara Castro in Honduras, l’autore de “La potenza plebea” ha avvertito che “il vecchio mondo del libero mercato sta mostrando delle crepe” sebbene “sia ancora in vigore“, mentre sorgono opzioni che cercano di sostituirlo.

E in tal senso ha sottolineato: «È un neoliberismo retrogrado, anacronistico, autoritario, vigilante, che vuole vivere del passato. E che durerà poco“.

Per García Linera, “il nuovo progressismo ha basato la sua vittoria più sulla mobilitazione elettorale che sulla mobilitazione di piazza. E questo stabilisce alcune caratteristiche di questa nuova ondata, apre porte e ne chiude altre: è un progressismo che ormai non viene più dalla mano di leader carismatici, ma con leader politici moderati che stanno rispondendo alle nuove circostanze”, ha ragionato dialogando con questa agenzia.

“Le circostanze porteranno o costringeranno gradualmente le leadership a dover intraprendere una serie di trasformazioni più radicali, perché il costo sociale della crisi economica e della crisi medica è troppo grande“, ha previsto in quella che lui stesso ha presentato come la sua principale ipotesi di lavoro per i dilemmi del progressismo e i crocevia del presente nella regione.
 
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In questo post-pandemia, in un mondo più concentrato e ingiusto, quali sono le basi per una prospettiva progressista?

Il tempo che stiamo vivendo è un momento singolare. Da un lato si sono manifestati un insieme di limiti, contraddizioni, strappi nell’attuale ordine mondiale planetario. Ma allo stesso tempo, si sono aperte, con impeto radiante, opzioni, alternative a ciò che già si sta esaurendo.

È un tempo di tramonto, ma non di una nuova alba. È il paradosso di questo momento. Le cose non stanno funzionando bene, gli antagonismi ci stanno facendo a pezzi, ma non riusciamo a vedere cosa potrebbe sostituirle.

Il vecchio mondo del libero mercato, del libero scambio, dello Stato minimo, dell’assenza di diritti sociali e dell’ignorare le disuguaglianze, si sta sgretolando da tutte le parti. Eppure è ancora vigente: nelle istituzioni conservatrici, nella Banca Mondiale, nel FMI, nel consenso che, nel mondo, la globalizzazione è la cosa più importante.

Sebbene inizi a mostrare segni di tramonto, di indebolimento, non sappiamo cosa sostituirà quel mondo. Sappiamo da dove veniamo, da dove stiamo uscendo, ma non riusciamo a collegarlo all'orizzonte ci aspetta.

Questo è un momento molto complicato, con la mancanza di alternative globali alla globalizzazione, sebbene l’America Latina abbia compiuto rinnovati sforzi per mostrare una via. Ma quello sforzo non si irradia in tutto il mondo e, a sua volta, ha battute d’arresto: avanza, retrocede, avanza, retrocede.

E in questo tempo liminale di certezze infrante, di orizzonti di prevedibilità del futuro mutilati, iniziano ad emergere molteplici proposte. Il progressismo è una di quelle proposte. Ma ha avuto una controparte con l’emergere di proposte neoliberiste e ultraconservatrici, autoritarie.

Nessuno sa con certezza cosa accadrà e sorgeranno molteplici opzioni di sostituzione e rimpiazzo, nessuna delle quali dominante, irradiante o egemonica, ma in conflitto. E quindi dovremo vivere per diversi anni prima che una delle opzioni possa sostituire egemonicamente questo tramonto del neoliberismo.

Questa disputa sul nuovo orizzonte epocale dovrà risolversi in 5, 10 o 15 anni, perché le persone non possono vivere indefinitamente nell’incertezza. Oggi il progressismo latinoamericano è una delle varia opzioni che, pur nella debolezza, lotta per sostituire l’orizzonte neoliberista. Non è abbastanza forte per prevalere, ma non è nemmeno sufficientemente debole per scomparire.

Crisi e interrogativi

Preferisce non parlare di cicli ma di onde, perché sono più corte. Dice anche che i nuovi leader progressisti dell’America Latina non sono emersi da grandi mobilitazioni e li definisce leader moderati. Questo tipo di leadership deve approfondire alcune delle proprie azioni o è un processo che, in futuro, porterà nuove politiche?

In America Latina è sorto un dibattito su quale fosse il futuro del progressismo. Noi abbiamo proposto il concetto di onde, la logica che quando sono processi intensamente rivoluzionari, non sono ciclici, ma si dispiegano in onde. Vanno e vengono, vanno e vengono di nuovo.

La prima ondata ha avuto il momento di maggiore irradiazione tra il 2005 e il 2006, fino al 2014: il continente ha fatto grandi progressi, abbiamo tirato fuori dalla povertà 70 milioni di latinoamericani. E poi c’è stata una contro-ondata, un ritorno delle forze conservatrici: si è perso in Uruguay, in Argentina, in Brasile, in Bolivia con un colpo di stato, si è perso in Honduras, si è stato in Paraguay.

Ma questo ritorno delle forze conservatrici, più indurite, più reazionarie – il caso della Bolivia è l’esempio paradigmatico di questo indurimento ‘fascistoide’ del neoliberismo – ha avuto vita breve. Inizia nel 2015 e dura quattro anni, e di nuovo, a partire dal 2019, inizia a retrocedere e c’è una nuova ondata progressiva.

La vittoria in Messico con (Andrés Manuel) López Obrador, la vittoria in Argentina con il presidente (Alberto) Fernández, la vittoria in Bolivia con Luis Arce, la vittoria in Honduras con Xiomara (Castro), la vittoria in Perù con (Pedro) Castillo, la vittoria in Cile con (Gabriel) Boric. Una nuova ondata.

D’altra parte, il neoliberismo, quando torna nella contro-onda del 2015 o 2016, non porta niente di nuovo: ricicla e riscalda quella vecchia minestra, quei vecchi gnocchi che erano stati elaborati dieci anni prima, e li riporta marci, verdi, acidi. È un neoliberismo retrogrado, anacronistico, indurito, autoritario, vigilante.

In Bolivia c’è un colpo di stato, in Argentina si parla della Gestapo (antisindacale): è una logica del libero mercato poliziesco. In Brasile si dice che tutti i comunisti avrebbero dovuto essere uccisi, e negli Stati Uniti con (Donald) Trump che per poco quasi ha bruciato il Parlamento pur di non riconoscere la vittoria di (Joe) Biden.

È un neoliberismo indurito ma non propositivo, non è più portatore di speranza. Un neoliberismo indurito e malinconico, che vuole vivere del passato. E dura poco.

Poi emerge questa nuova ondata di governi progressisti. Ma il nuovo progressismo non è accompagnato da lotte sociali o grandi ribellioni sociali, come il 2001 in Argentina, o il 2003 e il 2005 in Bolivia. È un progressismo che ha stabilito la sua vittoria più nella mobilitazione elettorale che nella mobilitazione di piazza.

È un progressismo che non viene dalla mano di leader carismatici, ma con leader politici che stanno rispondendo alle nuove circostanze del momento. I leader carismatici emergono in momenti eccezionali e ora è il momento di leader più moderati.

La chiave della vittoria è stata anche nella loro moderazione, e questo deve essere compreso da sinistra. Ma la particolarità di questi nuovi governi è che stanno affrontando la peggiore crisi economica degli ultimi 100 anni.
 
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Reincontrarsi con le classi medie, la sfida del progressismo per consolidare un blocco sociale

Nel suo duplice ruolo di uomo di idee, ma con esperienza nella gestione politica, Álvaro García Linera conosce la sfida di gestire lo Stato con un governo con indirizzo progressista e radici popolari.

La sua esperienza come vicepresidente della Bolivia tra il 2006 e il 2019 – tredici anni al fianco di Evo Morales – lo ha portato a comprendere il rischio che corrono i progetti politici che promuovono la distribuzione del reddito quando, una volta al potere, realizzano processi di mobilità ascendente ma trascurano la “modifica della soggettività” dei settori che ne hanno migliorato le condizioni di vita.

Questo fenomeno, avverte l’intellettuale con curriculum da statista, può portare «al disagio della classe media» di fronte alle gestioni progressiste, una situazione che è già stata vissuta nella regione e davanti alla quale ogni Paese deve individuare lo proprie cause «per stabilire politiche pubbliche che spingano la classe media dalla parte dell’uguaglianza e così evitare discorsi conservatori e razzisti».

«L’unione del popolare con la classe media deve essere l’obiettivo di questo nuovo progressismo, con nuovi programmi, per tornare a questa alleanza», ha esortato in una parte chiave del dialogo esclusivo con Télam.

E ha fatto un appello: «Non consegniamo la classe media ai settori conservatori. Il progressismo ha la grande sfida di riunirsi con la classe media per garantire la vittoria del popolare».
 
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In Argentina, parte dell’opposizione è combattuta tra presentarsi come moderata e inasprirsi, cercando di sedurre – dentro e fuori dalle proprie forze politiche – i settori medi attenti a un discorso estremo che cerca di esprimere le proprie frustrazioni. In questo contesto, come si possono riconquistare e avere un messaggio interessante per quei gruppi sociali che sono anche loro vittime del neoliberismo?

I governi progressisti della prima ondata hanno ottenuto la vittoria perché hanno avuto la capacità di unire i settori popolari, i più sfruttati e umili, con i settori medi. Hanno trovato una formula giusta e capi, parole e immagini giuste, che hanno permesso di formare un blocco sociale progressista che è durato un decennio o quasi un decennio.

Il nostro obiettivo in questa seconda ondata deve essere lo stesso: ristabilire il blocco dei settori operai, contadini e più svantaggiati, con i settori medi latinoamericani. Qui sta la possibilità di vittoria.

Le leadership moderate che le forze progressiste hanno progettato per la seconda ondata hanno scommesso sull’unione dei settori subalterni con i settori medi, e questo ha dato loro la vittoria. Ha funzionato. Ma quelle alleanze sociali non sono mai durature: è un metodo per costruire alleanze e i tuoi alleati oggi possono separarsi.

Metto il caso della Bolivia: le politiche di successo attuate dal governo progressista di Evo (Morales) hanno permesso al 30% della popolazione indigena e contadina di uscire dalla povertà. È un grande risultato. Alcuni continuavano ad essere contadini e operai, ma con redditi medi, e altri sono passati nella classe media. Persone di origine indigena popolare, ma con attività in proprio, o che sono entrate all’università e sono professionisti.

È la costruzione dell’uguaglianza. Ma promuovendo questo c’è anche una modifica della soggettività sociale: un compagno indigeno con un aratro egiziano e una casa di mattoni e paglia è diverso dallo stesso compagno con un trattore, una casa di mattoni e un figlio professionista grazie all’istruzione gratuita. La sua soggettività è cambiata, le sue aspettative sono cambiate, i suoi legami sono cambiati.

A volte il progressismo non si rende conto dei frutti della sua conquista e continua a ripetere le cose mentre la società è già cambiata. Le aspirazioni sociali sono cambiate. Nonostante una parte della società sia rimasta molto in basso, e si devono capire e proporre cose per questi settori, per il settore che ha avuto una mobilità sociale ascendente, non posso usare lo stesso linguaggio.

C’è una nuova classe media che sottrae alla vecchia classe media tradizionale le sue vecchie posizioni, i suoi vecchi piccoli privilegi: questa classe media indigena ha una formazione universitaria e viene dal sindacato, ed entra in Parlamento, nei Ministeri.

Prima, la vecchia classe media più ´immaginabilmente blancoide´ risolveva i problemi degli appalti per lo Stato nel circolo del tennis, o cenando in un’ambasciata. Ora quei problemi si risolvono nel sindacato, in un’assemblea.

Questa ascesa sociale plebea fa sentire emarginata la classe media tradizionale e, sebbene inizialmente sostenesse le politiche di uguaglianza, ora si sente colpita e, invece di mescolarsi e integrarsi con la nuova classe media, ciò che fa è rinchiudersi e radicalizzasi.

Questo è il punto di partenza della ‘fascistizzazione’ della classe media tradizionale.

E cosa dovrebbe fare il progressismo di fronte a questo fenomeno di svolta conservatrice del ceto medio?

Il progressismo deve comprendere il processo sociale. Occorre trovare meccanismi per recepire le aspettative di quel settore intermedio, che è stato raggiunto dalla valanga popolare che ha migliorato il proprio reddito. Ci sono diverse fonti di disagio nella classe media e in ogni paese è necessario scoprire da dove viene quel disagio.

Ogni paese richiede uno studio particolare perché l’obiettivo deve essere: dobbiamo incorporarlo. Non cediamola ai settori conservatori. Contendiamo la leadership e la soddisfazione delle aspettative di uguaglianza dei ceti medi dal progressismo, e non lasciamole nelle mani delle forze neoliberiste, che non risolveranno i loro problemi.

Le forze conservatrici non si preoccupano della classe media, parlano a suo nome ma la disprezzano, la considerano perdente. I vincitori sono quelli che hanno grandi imprese o i loro soldi nei paradisi fiscali. Bisogna pensare a una serie di proposte, come una forte riforma fiscale che non colpisca la classe media ma piuttosto i ricchissimi; è un elemento importante.

Dobbiamo recuperare le aspettative di preoccupazione per l’ambiente che interessano alle classi medie. A quella classe media illuminata, istruita accademicamente o con piccole imprese, devi dire: «Ascolta, con i neoliberisti infuriati starai peggio, qui abbiamo una soluzione». Il progressismo deve riconnettersi con la classe media per garantire la vittoria del popolo.

Quindi, quali sono le sfide principali di cui i nuovi movimenti progressisti devono farsi carico in questo contesto senza precedenti?

Nessun progressismo si era preparato ad affrontare un momento così eccezionale. E qui sorge il nuovo paradosso: nuovi leader, nuovi governi progressisti che erano preparati a una gestione più amministrativa e di ricostituzione di diritti ridotti dalla restaurazione conservatrice, ma che non si erano preparati per affrontare una così grave crisi economica e sanitaria.

In questa seconda ondata progressista, abbiamo governanti con una visione più di amministrazione della cosa pubblica, che sarebbe stata adeguata, se non si fosse verificata la crisi pandemica.

Quindi, la mia lettura, che è un’ipotesi di lavoro, è che il nuovo progressismo di questa seconda ondata deve affrontare con rinnovato splendore gli effetti di una pandemia e di una crisi economica che nessuno aveva previsto. E questa nuova ondata sarà costretta ad affrontare sfide più audaci per superare favorevolmente gli effetti di questa crisi economica e sanitaria.

Le circostanze costringeranno gradualmente la dirigenza a intraprendere una serie di trasformazioni più radicali, perché il costo sociale della crisi economica e della crisi sanitaria è troppo grande. E lì si vengono delineando alcuni assi di lavoro su cui il progressismo potrebbe lavorare per superare questa crisi.

Uno è un nuovo ruolo per lo Stato: più audace in termini di redistribuzione di ricchezze e oneri, e questo comporta anche una riforma fiscale più audace. Alcuni paesi lo hanno fatto implementando le tasse sulla ricchezza, la grande ricchezza, e questa è una buona strada che forse dovrà essere praticata un po’ di più.

Con le tasse sulle banche è giunto il momento, perché è un settore che ha guadagnato molto nella crisi e che deve condividere il peso delle responsabilità con il resto della popolazione.

Poi la riforma energetica, da fare gradualmente, in una prospettiva che dialoghi con la natura e non sia predatoria, senza abbandonare l’ottenimento di eccedenze da forme estrattive per ridistribuirle immediatamente nella società, e non perché rimangano nelle mani di pochi ricchi.

Poi, ovviamente, anche l’ampliamento dei diritti dei settori più vulnerabili, il rafforzamento e l’emancipazione del movimento delle donne, nella prospettiva della sovranità della donna sul proprio corpo.

Sono tematiche nuove che il primo progressismo ha affrontato tangenzialmente e che questo nuovo progressismo dovrebbe affrontare come elementi nucleari della sua nuova agenda di emergenza di fronte a un momento di catastrofe globale.

La nuova faccia del neoliberismo

In contrasto con la riflessione delle leadership moderate, appare il paradosso di un tempo con una destra sempre più radicalizzata. È una nuova destra o è la stessa con differenti manifestazioni? È opportunismo per attrarre nuovi settori?

Certamente siamo di fronte a nuove espressioni della destra. È il neoliberismo, il programma non è cambiato. Anti-Stato, anti-diritti, anti-uguaglianza. Non è cambiato. Ha rinnovato parte dei volti, una nuova generazione che è emersa e che porta aria di rinnovamento, di nuova generazione, ma gli argomenti centrali rimangono gli stessi.

L’uguaglianza nel lavoro, nella ricchezza, nel rapporto tra uomini e donne, tra i popoli indigeni e le oligarchie, è un'”immoralità”, per dirla visceralmente, che va combattuta con tutti i mezzi.

Oggi è un liberalismo furioso, rabbioso, che fa schiuma, non irradia speranza. Si arrabbia, insulta, aggredisce. E vede la democrazia come uno strumento sacrificabile, se fosse il caso. È un neoliberismo rabbioso e, quindi, sempre più autoritario. E questa non è forza, è debolezza.

Quando non riesci più a convincere e ricorri al bastone, è perché sei debole, anche se sei violento e ti imponi temporaneamente con la tua violenza. Ma è debolezza, perché un pensiero è potente, è forte, quando si irradia; quando viene imposto con le botte, non è più forte.

Ciò che sta sostituendo l’impronta espansiva di un pensiero è l’impronta del bastone, del massacro, della morte. I processi di globalizzazione cominciano a mostrare debolezze, cominciano a retrocedere; la globalizzazione continua e durerà sicuramente, ma ormai non è in espansione, è entrata in una fase di contrazione.

Il progressismo oggi affronta anche la frammentazione di istanze e interessi diversi che, per la loro specificità, molte volte è difficile unire in un’idea globale. Come si affronta la difficoltà di dare risposta a temi specifici con un proprio peso senza vanificare la possibilità di una costruzione collettiva?

Questa è una questione chiave in qualsiasi costruzione di politiche progressiste: come combinare l’universale con il particolare. Molte volte le proposte universalistiche sono un particolarismo dominante; e ci sono anche universalismi che propongono il beneficio di tutti.

Ad esempio il tema indigeno. In società come quella boliviana, peruviana o guatemalteca, è chiaramente una questione universale, perché sono la maggioranza. Nel caso della Bolivia, quella maggioranza demografica è diventata una maggioranza politica, e ora sono loro a guidare il paese.

E il meticciato che deve essere costruito viene dall’Indianità; perché prima il meticciato che si rivendicava era quello del ceto medio, di lingua spagnola, proprietario, bianco.

Ma nelle società in cui il movimento indigeno non è la maggioranza, si direbbe, è una questione di minoranza? In alcune cose si, in altre no. Che non ti discriminino a causa del colore della tua pelle, del tuo cognome e del modo in cui parli.

È una questione universale, non è una questione di minoranza; perché ovviamente gli indigeni sono maggiormente discriminati. È l’indigeno, è l’uomo del villaggio, è la testolina nera, che in certi momenti sarà anche discriminata.

L’America Latina, l’Argentina, il Cile, hanno cognomi stranieri e locali, ed entrambi hanno lo stesso diritto di entrare dalle porte principali delle piazze, delle istituzioni, dell’istruzione, delle banche, della cittadinanza. È una politica universale. Questa affermazione è universalista.

Quindi, in ogni Paese, il progressismo deve avere questa capacità di considerare proposte universali e rivendicare quelle locali. Il movimento sociale ha queste fasi; momenti di lotte universali e momenti di lotte corporative.

E il momento in cui sorgono le lotte più frammentate, più corporative, è un momento complicato; perché è più facile per un governo progressista prendere decisioni quando l’umore punta a politiche universali per tutti. Ed è più complicato muoversi tra le ondate di richieste corporative, settoriali, frammentate.

Ma è qui che sta la grande capacità del progressismo di sapersi muovere e distinguersi in ogni frammentazione, nelle cose comuni.

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“Abbiamo ereditato un’economia estrattivista e dobbiamo usarla temporaneamente”, ha detto García Linera

Álvaro García Linera è abituato al dibattito, entra in discussione come la temperanza del professionista e non evita argomenti scomodi, anche quando mettersi in gioco può comportare dei costi.

Questa disposizione è diventata evidente nelle ultime settimane, dopo che ha iniziato a circolare sui social network un suo testo del 2012 in cui affrontava la polemica sull’estrattivismo degli idrocarburi, anche se potrebbe trattarsi di miniere, esplorazione subacquea del fondale marittimo o la tecnica del fracking per ottenere combustibili con tecniche non convenzionali.

Una questione molto attuale per un’Argentina che, da un lato, ha bisogno di dollari per finanziare lo sviluppo e la diversificazione della struttura economica, ma che avrà anche bisogno di valuta estera per pagare il debito lasciato in eredità dall’amministrazione di Cambiemos.

«Abbiamo ereditato un’economia estrattivista, dobbiamo prenderla e usarla temporaneamente, con la prospettiva di annullarla, annullarla gradualmente, ma lo faremo quando avremo sollevato le persone dalla povertà, avremo garantito loro salute, lavoro, istruzione, università gratuita e possibilità di impiego», ha descritto a mo’ di diagnosi in un’intervista esclusiva a Télam.

García Linea ha avvertito che «la sua risposta ai compagni che fanno una lettura a volte ingenua dell’estrattivismo» è che fino a quando tali obiettivi non saranno raggiunti, è necessaria «una transizione in cui le risorse naturali che escono dall’estrazione siano maggioritariamente controllate dallo Stato per politiche redistributive».

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In materia di ambiente, è possibile avere uno sviluppo sostenibile senza politiche tanto rigide come l’anti-estrattivismo?

Suppongo che la domanda abbia a che fare con un mio testo diffuso in Argentina, che è un testo che ho scritto nel 2012, quasi un decennio fa, in un momento molto preciso, in particolare, quando c’era qui in Bolivia un problema attorno a un’autostrada. E rivendico quel testo perché è mio, però è scritto in quel particolare momento.

Era un testo di combattimento: difendo l’idea generale, e uso una cifra data da (Eric) Hobsbawm, che dice che l’1% più ricco della popolazione mondiale inquina il doppio di 3,5 miliardi di persone.

Dico quindi che tutta l’umanità deve farsi carico di politiche per prendersi cura dell’ambiente, ovviamente, ma che è quell’1% dell’umanità quello a cui dobbiamo applicare maggiormente le politiche per proteggere la natura, e non ai 3,5 miliardi di persone povere che spesso non hanno nemmeno di che mangiare.

A volte non sappiamo come differenziarlo. Imporrò oneri, restrizioni, limitazioni, punizioni, tasse su quell’1%, e con quei 3,5 miliardi di persone che inquinano la metà, stabilirò altri tipi di meccanismi più moderati, a medio o lungo termine, a seconda delle loro condizioni di vita.

Uso questo esempio per arrivare all’America Latina, che è una società in cui parte del suo reddito deriva dall’attività mineraria, dall’estrazione di idrocarburi e dalla produzione alimentare intensiva. Abbiamo l’obbligo e la responsabilità morale come esseri umani di intraprendere la lotta contro il cambiamento climatico e l’emissione di gas serra, ma non possiamo farlo sospendendo il loro reddito oggi.

Di quale economia arancione parlerò ai bambini che andavano a scuola con le seggiole di mattone, dove la loro lavagna era il muro?

Ora voglio citare due critiche che i compagni fanno all’estrattivismo: la prima è che il progressismo non gli ha dato abbastanza importanza. Sì, e devi dargli abbastanza importanza. Deve essere nelle nostre politiche pubbliche come elemento prioritario.

In secondo luogo, la produzione estrattiva va solo a vantaggio dei più ricchi. Non lo direi. Va bene che lo dicano ad altri governi, ma non ai governi progressisti.

In Bolivia, l’estrazione di gas e petrolio è rimasta nelle mani dei boliviani. Abbiamo nazionalizzato: l’85% della rendita petrolifera rimane nelle mani dello Stato e il 15% va a società private. Prima i neoliberisti lasciavano il 18% dei profitti nel paese e l’82% li portavano all’estero. Qui abbiamo ribaltato la situazione.

D’altra parte, il progressismo deve avere una politica di transizione graduale verso altre forme di produzione della ricchezza, in cui le eccedenze restano nelle mani dello Stato perché possano essere ridistribuite: perché generino salute, educazione e cibo per formare una nuova generazione di lavoratori, professionisti e tecnici che ci portano alla transizione verso un’economia non estrattiva.

Tuttavia, ci sono proposte che ci dicono di smettere di estrarre risorse naturali: cioè di smettere di ricevere il 60% delle nostre esportazioni. E con cosa le sostituiamo? Da dove arriveranno i soldi?

Il 60% delle esportazioni e dei guadagni in valuta estera proviene dal gas, dal petrolio, dai minerali. Che ci dicano di smettere di produrre è condannarci a lasciare il 40% o il 50% della popolazione in condizioni di povertà assoluta.

Ci sono anche alcuni difensori dell’anti-estrattivismo che, in una lettura molto reazionaria, immaginano che il mondo indigeno dovrebbe essere il contadino con la sua casetta di paglia che contempla la natura.

No. Questo va bene per la cartolina turistica, ma l’indigeno boliviano vuole una buona scuola, una casa di mattoni, istruzione, andare all’università, viaggiare, essere un professionista. E ha il diritto di farlo. Non possiamo fossilizzare l’immagine degli indigeni in una cartolina per i turisti.

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García Linera e l’affetto per l’Argentina: «Ci hanno conquistato l’anima»

Nel novembre del 2019, Álvaro García Linera si è salvato la vita insieme a Evo Morales e altri membri del MAS boliviano, salendo a bordo di un aereo dell’Aeronautica Militare Messicana che li ha portati nel Distretto Federale, dove è stato loro dato rifugio per un mese, per poi stabilirsi in Argentina dopo l’inizio del governo del Frente de Todos (FdT).

Da quel 13 dicembre 2019, quando è arrivato a Ezeiza, l’ex vicepresidente della Bolivia si è stabilito a Buenos Aires con i suoi affetti e, da buon esule in cerca di adattamento, ha cercato alcune routine, tra cui passeggiare per la città come un anonimo passante munito di relativa mascherina, un’esperienza che ha amato e che ha raccontato in un recente discorso alla Facoltà di Diritto dell’UBA.

García Linera è grato all’Argentina, afferma che il sostegno del governo FdT e la solidarietà di molte persone comuni «hanno conquistato l’anima» sua e della sua famiglia, ma afferma anche che nel paese ha trovato «il più potente ambiente intellettuale di lingua spagnola», di cui si confessa «ammiratore».

Un’altra particolarità di queste terre, che sottolinea con gratitudine, è «la presenza, la forza e l’emancipazione del movimento delle donne», una percezione che lo ha portato a concludere che in questo senso «l’Argentina è andata molto più avanti del resto del continente.»

“È un ambiente molto bello, e lo desidero con intensità perché è un ambiente in cui vorrei che la mia bambina crescesse, perché in generale l’America Latina è eccessivamente maschilista e violenta nei confronti delle donne“, contrasta e poi aggiunge che nella società argentina «si vede che la donna si è emancipata, in piccole cose, in cose più grandi, qualcosa che manca al resto dell’America Latina».

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Il legame con l’Argentina

Come ti ha trattata l’Argentina nell’anno che hai condiviso qui con Evo Morales?

L’Argentina è stata molto generosa con noi. Come famiglia, perché siamo arrivati esiliati con mia moglie e mia figlia, e con Evo, e da allora una parte della nostra vita e della nostra anima è l’Argentina. E non è una frase retorica. Ci hanno conquistato l’anima.

Atteggiamenti così belli e decisivi, come quello del presidente (Alberto) Fernández, che ha usato tutto il suo prestigio per ottenere che il movimento di altri cancellieri e di altri paesi salvasse Evo, perché volevano uccidere Evo, denigrarlo, volevano vedere il suo corpo trascinato tra le tribune e mostrarlo, come fecero nel 1946 con un altro popolare presidente della Bolivia, Gualberto Villarroel, che fu linciato e impiccato in piazza.

I giovani militanti progressisti in Argentina ci hanno dato le loro case in cui vivere. Quando siamo arrivati ​​con mia moglie e mia figlia non avevamo altro che una valigia e una borsa di vestiti di Alba, nemmeno una carta d’identità, non avevamo niente.

E l’università ci ha offerto l’opportunità di lavorare con dignità, di diffondere le nostre conoscenze per vivere, perché è di quello che viviamo, del nostro lavoro. L’Università di San Martín e l’UBA ci hanno aperto le porte: ma ci sono stati due o tre mesi che abbiamo dovuto vivere nelle case di amici, di militanti.

Questo non si dimentica mai nella vita. Perché un esiliato è solo, non ha niente, e in quella solitudine c’erano degli argentini che ci hanno accolto, ci hanno aperto le porte, ci hanno dato la possibilità di dormire tranquilli, dopo aver potuto lavorare.

Come si può dimenticare? Mai. Per strada, le persone che ci riconoscevano nonostante la mascherina, nessuno ci ha mai disturbato. Ci facevano commenti positivi, si scattavano foto. Mi ha molto emozionato. E, naturalmente, i nostri compatrioti boliviani, che quando siamo arrivati e ci hanno riconosciuto, ci hanno regalato verdure, ci hanno regalato tutto. Ero imbarazzato, era troppa generosità.

Lei è arrivato in Argentina in un momento storico intenso per il suo confronto politico e i suoi dibattiti, quali riflessioni ti ha lasciato quell’esperienza?

L’ambiente intellettuale è molto potente. Ho imparato moltissime cose. È l’ambiente intellettuale più potente di lingua spagnola. Persone straordinariamente preparate. È un lusso e un onore aver insegnato con loro. Sono un ammiratore del mondo intellettuale argentino.

Ho solo una piccola e affettuosa osservazione: a volte, mentre gli europei meno capaci fanno proposte e schemi intellettuali universalisti, gli argentini più brillanti di loro non osano fare proposte più universali.

Evidentemente è molto bello avere vedute locali, fondate sulla storia, è un bene che sia così. Ma penso che ci sia anche abbastanza massa critica per fare proposte di carattere universale, al di sopra degli accademici che leggiamo all’università, del Nord America o dell’Europa.

Quel pensiero è già mezzo morto, qui c’è vita: bisogna avere il coraggio di avere una lettura più ambiziosa. E lo dico per gli argentini, per i messicani, in tantissimi intellettuali latinoamericani c’è moltissima ricchezza, profondità e creatività, rispetto a quanto continua a pervenirci in modo ripetitivo e poco creativo dall’accademia europea e nordamericana.

D’altra parte, ho anche il ricordo del potere della donna. L’Argentina è il luogo in tutta l’America Latina dove si nota la maggiore presenza, forza ed emancipazione nel movimento delle donne. È evidente nelle donne, da quando sono bambine, da quando sono in fasce. Questo mi piace.

Fonte originale

L’intervista completa si trova qui.

Fonte

11/01/2020

La maledizione dell’abbondanza/2

Conversazioni con Alberto Acosta

[A questo link la prima parte dell’intervista a cura della Associazione Bianca Guidetti Serra.]

[Ass.BGS] Negli ultimi 15 anni in America Latina sia i governi progressisti  – compresi i “Socialismi del XXI secolo” – sia i governi classicamente neoliberisti hanno intensificato l’estrazione di risorse primarie, principalmente petrolifere, minerarie e agroindustriali.

I governi progressisti hanno accompagnato l’estrattivismo con politiche redistributive o di costruzione dello Stato sociale, riducendo indubbiamente la povertà. Ma le politiche estrattive hanno avuto anche altre conseguenze sulla composizione di classe dei loro paesi.

Hanno prodotto “ricchezza” – intesa in termini di PIL – ma anche borghesie emergenti interessate allo sfruttamento di questa ricchezza, magari in conflitto con quelle tradizionali.

Questo modello non cambia i rapporti sociali di produzione, intensifica l’aggressione nei confronti della natura e l’espropriazione delle comunità, e non costituisce una via d’uscita. Anzi, crea nuovi blocchi sociali interessati a perpetuare quel tipo di sfruttamento.

[Acosta] Tutti i paesi dell’America Latina hanno scommesso, in epoca recente, sulle risorse naturali. Anche nel passato questo era normale, ma ora c’è coscienza sui problemi legati a questo tipo di modello.

Eppure, nonostante questa consapevolezza, tutti i paesi dell’America Latina si sono lanciati ad ottimizzare gli introiti in un momento di crescita dei prezzi delle materie prime sul mercato mondiale.

È quello che Maristella Svampa definisce “il consenso delle commodities”1.

Tutti, senza eccezione, dai più progressisti ai più neoliberisti, hanno dato impulso ad una maggiore estrazione di risorse naturali, producendo una “re-primarizzazione” delle economie latinoamericane2.

Vediamo il caso del Venezuela, che ora dipende maggiormente dal petrolio.

Vediamo i casi della Bolivia3 e dell’Ecuador che dipendono sempre più dalle materie prime.

Vediamo il caso più paradigmatico, quello del Brasile, una potenza industriale con un’enorme capacità.

L’esportazione di manifattura industriale del Brasile superava l’80%, ora è poco più del 60%. L’economia brasiliana si re-primarizza, e lo fa con il governo del PT, con Lula e con Dilma.

Tutti i paesi dell’America Latina hanno scommesso su un’accelerazione dell’estrattivismo, giustificandola con la necessità di accumulare risorse... “per superare l’estrattivismo“!

Più estrattivismo per “uscire dall’estrattivismo”. È una follia.

È come se un medico che trattando un paziente con un grave problema di tossicodipendenza gli dicesse “per curarti nei prossimi quattro anni ti raddoppio le dosi di droga”. Ma questa non è una via d’uscita.

Quindi il primo punto è questo: non c’è stata una trasformazione nella matrice produttiva.

Continuiamo ad essere economie esportatrici di prodotti primari legate al mercato mondiale, e questo spiega la nostra dipendenza ed una serie di gravi problemi.

Un secondo punto, molto grave, è che non è stata intaccata la logica dell’accumulazione del capitale.

È arrivato tanto denaro in America Latina che tutti i paesi, senza eccezione, hanno ridotto la povertà.

Tutti, non solo quelli governati da partiti progressisti.

È curioso: il paese che più ha ridotto la povertà è stato il Perù, non la Bolivia, l’Ecuador o il Venezuela.

Ci sono paesi che l’hanno ridotta attraverso politiche sociali, e altri attraverso la crescita economica, e il risultato è che è diminuita la povertà in tutti i paesi dell’America Latina, soprattutto negli anni 2014-2015. Ma contemporaneamente è cresciuta la concentrazione della ricchezza.

La nuova borghesia emergente finisce per accordarsi con quella tradizionale, perché alla fine i loro interessi convergono. Entrambe traggono beneficio da questo incremento dell’esportazione di materie prime, e finiscono per allearsi con le imprese transnazionali.

[Ass.BGS] Come si inserisce in questo contesto l’espansione economica cinese?

[Acosta] La Cina ha un enorme presenza ora in America Latina. I cinesi, che da più di 10 anni hanno girano per il mondo con una propria proposta di integrazione nella globalizzazione, si sono convertiti in una fonte di finanziamento molto importante per molti paesi.

È il caso dell’Ecuador, che con la Cina ha un debito molto alto. La Cina è ora il principale creditore per l’economia ecuadoriana.

La Cina ha inoltre un’enorme presenza in Venezuela, e anche in questo caso ne è il principale creditore.

In Argentina e in altri paesi la Cina sta facendo investimenti.

I cinesi stanno intervenendo in America Latina come costruttori di opere pubbliche.

È chiaro che la presenza cinese è determinante. È il maggior mercato del pianeta, ha un’economia che domanda una enorme quantità di risorse naturali, un’economia che ha molti mezzi finanziari, che presta molto denaro, fa investimenti ed ha tecnologia.

Però qui si pone un tema preoccupante.

L’America Latina, che ha una lunghissima esperienza di relazioni di sottomissione, di dominazione da parte degli imperi (prima quelli europei, poi gli USA), non ha imparato niente.

Nei confronti della Cina siamo esportatori di materie prime. Non abbiamo imparato niente.

[Ass.BGS] C’è una prospettiva politica per superare questa contraddizione?

[Acosta] Io penso che sia necessario cominciare a compiere una differenziazione fra sinistra e progressismo.

I governi progressisti sorgono da una matrice di sinistra, ma non sono di sinistra.

La sinistra, sto pensando a quella indipendentista degli anni ’60, ’70 e ’80, capiva chiaramente che doveva liberarsi dalla dipendenza dell’esportazione di risorse primarie.

Al contrario, i governi progressisti approfondiscono la dipendenza.

La sinistra aveva chiaro che bisognava superare le enclaves.

I governi progressisti approfondiscono le enclaves.

I governi progressisti anche se parlano di socialismo non hanno attuato politiche socialiste.

Non sto pensando al socialismo tradizionale, che statalizza tutto, però almeno al minimo che si sarebbe dovuto pretendere, cioè cominciare ad incidere sulla logica dell’accumulazione del capitale.

Al contrario, il discorso socialista è diventato uno strumento per modernizzare il capitalismo.

Álvaro García Linera, che prima del golpe era vicepresidente della Bolivia, sosteneva esplicitamente il ruolo dello Stato nella modernizzazione del “capitalismo andino amazzonico”.

Nel caso dell’Ecuador il presidente Correa sosteneva che far la riforma agraria era come distribuire povertà, quando sappiamo bene che un'adeguata riforma agraria può essere la base per l’industrializzazione, la creazione di lavoro, e dell’autosufficienza alimentare.

Con questo non voglio dire che non ci siano stati dei progressi in America Latina.

In Bolivia quello che ritengo sia il principale progresso – ed è ciò che sta provocando questa reazione brutale delle elites bianche – è una sorta di rivoluzione culturale.

La popolazione indigena ha più orgoglio, più coscienza. Questo è un tema chiave.

Ma non è sufficiente.

La domanda che dobbiamo farci è: cosa significa sinistra nel XXI secolo?

A mio modo di vedere deve essere una sinistra con criteri socialisti, che vada ad incidere sulla logica di accumulazione del capitale, ma simultaneamente, non “prossimamente”.

Deve essere una sinistra femminista, per superare il patriarcato, simultaneamente.

Deve essere una sinistra decoloniale, per superare tutte le forme di emarginazione e razzismo, e deve essere una sinistra ecologista, simultaneamente.

E questo richiede più democrazia dal basso, mai meno.

Note:

1) Maristella Svampa, «Consenso de los Commodities» y lenguajes de valoración en América Latina, Nueva Sociedad, n. 244, marzo-aprile 2013.

2) Sebastián Herreros, José Durán, Reprimarización y Desindustrialización en América Latina, dos caras de la misma moneda, SegundaMesa Redonda sobre Comercio y Desarrollo Sostenible, CEPAL, Montevideo 7/11/11

3) Fernanda Wanderley , José Peres-Cajías , Beatriu de Pinós, ¿Diversificación productiva o reprimarización de la economía boliviana?, Pagina Siete, 16/06/2019.

Fonte

23/12/2019

“In America Latina la destra è in difficoltà nel consolidare il suo progetto. Il neoliberalismo è incompatibile con la democrazia"

Intervista a Emir Sader. In questa intervista, il noto sociologo e politologo brasiliano analizza le lotte che si sono svolte negli ultimi decenni in America Latina, i colpi ai governi popolari e il clamoroso fallimento del modello neoliberista nella regione.

Il 9 dicembre Emir Sader, prolifico accademico e noto attivista sociale, ha ricevuto il Premio Rodolfo Walsh presso la Scuola di Giornalismo e Comunicazione Sociale dell’Università Nazionale di La Plata (UNLP), Argentina. Per questo ricercatore sociale e attivista politico, la questione del neoliberismo rimane centrale. Anche se ottiene vittorie politiche temporanee, sostiene che “la destra in America Latina è in difficoltà a consolidare il suo progetto perché il neoliberalismo è incompatibile con la democrazia”. “Se c’è democrazia, la destra perde”, aggiunge.

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Perché i processi popolari non hanno o non hanno potuto costruire gli strumenti per evitare il tradimento in Ecuador, i colpi di Stato parlamentari in Paraguay e in Brasile, la sconfitta elettorale in Argentina nel 2015 e in Uruguay quest’anno, e ora il colpo di Stato in Bolivia?

Per rispondere a questa domanda, occorre prima spiegare come sia stata possibile la crescita, in modo straordinario, di questi governi progressisti contro tutto ciò che accadeva nel mondo.

Alla fine del XX secolo c’è stato un grande spostamento a destra, caratterizzato, in primo luogo, dal passaggio da un mondo bipolare a un mondo unipolare con l’egemonia imperialista statunitense. Come secondo aspetto, occorre segnalare il passaggio dal lungo ciclo espansivo (che va dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni Settanta), ad un lungo ciclo recessivo, l’era neoliberista, in cui il settore egemonico non era più un settore produttivo, ma un settore speculativo del capitale finanziario. E il terzo aspetto da prendere in considerazione è il passaggio da un modello di welfare sociale (più realizzato in alcuni Paesi che in altri) a un modello di mercato neoliberista. Questi tre fattori regressivi hanno rappresentato il cambiamento rispetto a un periodo storico.

L’America Latina ne è stata una vittima privilegiata. In primo luogo, a causa della crisi del debito. Alla fine degli anni Settanta e all’inizio degli anni Ottanta, il Fondo Monetario Internazionale ha aumentato i tassi di interesse, ponendo fine al ciclo di sviluppo iniziato negli anni Trenta. In secondo luogo, l’instaurazione di dittature militari in quattro dei Paesi politicamente più importanti del continente (Brasile, Uruguay, Cile e Argentina), che hanno distrutto il movimento popolare, permettendo l’emergere del terzo elemento, ovvero che l’America Latina diventasse la regione che ha avuto i governi più neoliberisti, a loro volta i più radicalizzati.

Queste sono le ragioni per cui l’America Latina ha governi anti-neoliberali. Questa è la sequenza delle elezioni in Venezuela, Brasile, Argentina, Uruguay, Bolivia ed Ecuador. Tutti questi governi sono stati eletti dalla reazione popolare al fallimento del modello neoliberista e alla costruzione di governi anti-neoliberali. Questi governi si sono caratterizzati, in primo luogo, per la priorità data alle politiche sociali e non all’aggiustamento fiscale (che dovrebbe essere la norma per i governi democratici del continente, che è il più disuguale del mondo). In secondo luogo, hanno dato priorità all’integrazione regionale, al commercio sud-sud (in particolare con la Cina) piuttosto che agli accordi di libero scambio con gli Stati Uniti. E terzo, il salvataggio del ruolo attivo dello Stato, invece dello Stato minimo e della centralità del mercato. Lo Stato ha recuperato la capacità di attuare politiche sociali, ha una politica estera sovrana e rafforza le banche pubbliche.

Che cosa è successo per cui, dopo tanti anni di crescita, di recupero dei diritti, di inclusione sociale, questi attacchi da parte della destra non sono stati evitati?

Le debolezze sono derivate, da un lato, dall’aver agito in un lungo ciclo recessivo su scala internazionale che ha esercitato una fortissima pressione, in particolare a partire dal 2008, quando il ciclo di crisi recessiva si è aggravato, senza investimenti ma con capitali speculativi.

Non esisteva un contesto internazionale per gli investimenti, né un’integrazione regionale che consentisse la costruzione di un modello economico alternativo. C’è stata molta integrazione nella sfera politica, ma non in quella economica. A un certo punto c’è stato un tentativo di ampliamento del Mercosur che, oltre all’Argentina, al Brasile, all’Uruguay e al Paraguay, ha incorporato il Venezuela, l’Ecuador, il Cile e la Bolivia. Ma non si è approfondito.

Si sarebbe potuto articolare un modello economico specifico che ci avrebbe reso autonomi rispetto al contesto internazionale, ma questo non è mai stato fatto. In tempi di crisi, ogni paese ha reagito individualmente. In casa, non sono state fatte riforme strutturali.

Ma la cosa più importante che è successa in Brasile, Venezuela, Argentina, Uruguay ed Ecuador è che abbiamo perso una parte dei settori popolari che avevamo conquistato con le nostre politiche sociali.

La questione centrale è che non siamo riusciti a consolidare ed espandere il sostegno popolare che avevamo, e questo non è solo una questione di governo, ma di tutti i movimenti sociali e i partiti del campo popolare.

Questo significa che la costruzione di politiche sociali e programmi di inclusione non genera necessariamente una consapevolezza sociale?

Dilma Rousseff ha fatto un ottimo lavoro di governance nello sviluppo delle politiche sociali, ma non ha discusso, non ha parlato. Credo che questo sia in parte il motivo per cui ha perso il suo sostegno. Tra le politiche concrete che si attuano e la sensibilizzazione, dovrebbe esserci un processo di intermediazione per la costruzione della consapevolezza sociale, in cui i media hanno un ruolo molto importante.

Tenendo conto di questa diagnosi, come dobbiamo agire per non commettere gli stessi errori, ad esempio, qui in Argentina, dove ora il campo popolare ha recuperato il governo?

Credo che la gente non si sia resa conto che i miglioramenti nella loro vita hanno a che fare con le politiche del governo. Le argomentazioni erano “ho fatto uno sforzo”, “Dio mi ha aiutato”, ecc. Ma quando il governo ha cambiato, ha perso i diritti fondamentali. In Argentina è stato molto chiaro. Qui molte persone si sono rese conto che questo cambiamento di governo era la ragione per cui la loro vita è peggiorata.

In Brasile succede la stessa cosa, ecco perché Lula è il favorito per vincere al primo turno. Perseguitato, accusato e imprigionato, è ancora il favorito, perché è nella memoria delle persone che, quando il PT ha smesso di governare, la loro vita è peggiorata.

Per sottolineare che non è sufficiente, ma è un fattore politico che aiuta la coscienza della gente. Capire che la loro vita migliora o peggiora a seconda del tipo di governo.

Tenendo conto dell’importanza della costruzione della coscienza, della necessità di creare un “senso comune” che ci permetta di valorizzare l’importanza delle politiche sociali portate avanti dai governi popolari e di quanto i media siano fondamentali per questo, come si può affrontare questa sfida nel contesto della brutale concentrazione mediatica che esiste nei nostri paesi?

Purtroppo non siamo riusciti a generare una riforma democratica dei media, nemmeno in Argentina, dove la legge sui servizi audiovisivi è stata approvata al Congresso. Inoltre, non è sufficiente nazionalizzare i media privati. Non si tratta solo di informazioni. Molte volte la gente guarda romanzi, sport, musica, e se non li trova sui canali statali va sui canali privati.

Inoltre, i valori impliciti a Hollywood sono molto forti. Non si tratta solo di mettere in discussione i valori in politica, ma nella vita di tutti i giorni. In Argentina, in Brasile, anche in Bolivia, lo “stile di vita americano”, lo stile di vita americano è ancora un modello di vita molto forte che non ha contrappunto.

Gli Stati Uniti sono egemoni nella finzione: nel cinema, in televisione, su Internet, nel ritmo, nel tipo di personaggi, nel tipo di bellezza. Essi determinano ciò che è buono, ciò che è cattivo, ciò che è bello, ciò che è brutto e ciò che può o non può essere fatto. Una macchina culturale impressionante.

Negli anni Novanta, il neoliberalismo è arrivato con grande forza in Argentina e questo modello è rimasto per dodici anni (dal 1989 al 1999 Carlos Menem, e dal 1999 al 2001 Fernando de la Rúa). In questo ritorno del neoliberalismo per mano di Mauricio Macri, il modello si è sostenuto solo per quattro anni. È finito molto più velocemente ed è dovuto partire dopo una clamorosa sconfitta elettorale al primo turno. Come si legge questo?

Negli anni ’90, il controllo dell’inflazione era una conquista. Fernando Henrique Cardoso l’ha detto in modo intelligente: “L’inflazione è una tassa sui poveri”. Per la stabilità rappresentava una conquista ed è per questo che, a quel tempo, tutti hanno potuto essere rieletti: Alberto Fujimori in Perù, Carlos Menem in Argentina e Fernando Henrique Cardoso in Brasile.

Ora non è così. È stato dimostrato che è un’idea molto artificiale, senza sostegno, proporre che il controllo della spesa pubblica porti alla crescita economica. Ecco perché questi progetti sono così di breve durata.

Il governo di Alberto Fernandez dovrà affrontare i problemi di un Paese immerso in una profonda crisi, terribilmente indebitato e in un contesto internazionale non favorevole. Come si ricompone un Paese in queste condizioni?

In questo momento è necessario attuare una politica di salvezza nazionale con misure di emergenza. Da un lato, deve occuparsi dei bisogni della popolazione, ma, dall’altro, il governo è senza capacità di investimento, senza riserve.

In qualche modo sarà un momento di isolamento dal governo argentino. Per quanto López Obrador voglia essere di supporto, il Messico è intrappolato in un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, il che gli rende molto difficile costruire un asse di integrazione con l’Argentina.

Tutto indica che questo isolamento del governo argentino sarà mantenuto fino a quando il Brasile non sarà in grado di tornare indietro. Ma questo non sarà immediato. Le condizioni per questa svolta in Brasile sono già presenti. Il governo di Bolsonaro è logorato e Lula è riapparso come leader alternativo. Ma quella svolta non avverrà prima del 2022.

La regione è in tumulto: il Cile si è risvegliato, così come l’Ecuador e la Colombia. In questi tre paesi ci sono state rivolte sociali contro un governo di destra. Ma, allo stesso tempo, in Bolivia c’è stato un colpo di stato contro un governo popolare.

In riferimento all’Ecuador, alla Colombia e al Cile, si potrebbe dire “è il neoliberalismo, stupido” (parafrasando l’espressione usata da Bill Clinton negli anni Novanta: “è l’economia, stupido”). Quello che sta succedendo è chiaramente il rifiuto di misure concrete di politica governativa che poi si generalizza in rifiuti di governi che rappresentano la restaurazione neoliberale.

D’altra parte, ciò che sta accadendo in Bolivia è una sorta di guerra ibrida, anche se in quel caso non è stato il potere giudiziario ad agire, ma le forze armate. È una combinazione di elementi nuovi e vecchi. Nuovi perché i media sono stati decisivi nel creare questo clima, facendo sembrare che il tema centrale fosse il quarto mandato di Evo, nonostante il fatto che le condizioni di vita dei boliviani fossero migliorate e continuassero a migliorare, e che la valutazione del governo di Evo Morales sia molto favorevole. Ma i media si sono concentrati sulle condizioni elettorali.

In ogni caso, è ormai chiaro che l’ala destra ha difficoltà ad andare alle elezioni e a imporre il modello di restauro neoliberista. Sarà il momento della verità per discutere di ciò che è stato fatto e di ciò che il diritto intende fare.

La questione del neoliberismo rimane centrale. Anche se sta ottenendo vittorie temporanee, la destra è in difficoltà a consolidare il suo progetto perché il neoliberalismo è incompatibile con la democrazia. E se c’è democrazia, la destra perde.

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