Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/05/2020

Il coronavirus ai tempi dell’Ecuador/2

di Alberto Acosta

A questo link il capitolo precedente.

Mentre stavamo ancora traducendo questo saggio di Alberto Acosta, l’Assemblea Nazionale dell’Ecuador ha approvato, la Ley de Apoyo Humanitario e la Ley Orgánica de Ordenamiento de las Finanzas Públicas, considerate dalle organizzazioni indigene e popolari come veri e propri attentati al sistema di previdenza sociale e alle tutele del lavoro.

Il 25 maggio migliaia di persone, sfidando il coprifuoco, hanno riempito le strade delle principali città dell’Ecuador per protestare contro i tagli al settore pubblico e gli accordi con l’FMI.

Il 26 maggio viene firmato dal Ministro della Difesa Oswaldo Jarrín l’Acuerdo Ministerial 179, che permette alla forze armate di utilizzare armi da fuoco contro i manifestanti per disperdere le proteste sociali.

Nel frattempo la popolazione e la natura subiscono l’attacco delle attività estrattive. Foto dal satellite mostrano l’avvenuta costruzione, in pieno coprifuoco da pandemia, di una strada nella selva della riserva naturale di Yasuni, funzionale ai progetti di sfruttamento petrolifero. Poco più a nord la rottura di due oleodotti sta provocando uno dei peggiori disastri ambientali della regione. Alexik

*****

Guayaquil tra neoliberismo e filantropia

Se il problema dell’inadeguatezza delle abitazioni caratterizza tutto l’Ecuador, a Guayaquil si presenta in maniera ancora più accentuato.

È una città “escludente e neoliberista” a causa del suo tipo di rigenerazione a favore del capitale, con una grande quantità di carenze denunciate già prima della pandemia, e ostinatamente negate dalle autorità e dalle élite cittadine, che anche in questo momento stanno cercando di minimizzare le propie responsabilità additando come causa dei problemi il  centralismo della capitale.

In realtà, come succede da molte altre parti, queste città si trasformano in una macchina che genera sempre più disuguaglianze. L'avvocatessa guayaquileña Adriana Rodriguez così sintetizza la questione:

“Non c’è da sorprendersi che Guayaquil, la città dell’Ecuador dove è maggiore la disuguaglianza sociale, sia al primo posto per il numero di contagi e di morti per Covid-19. La città, governata dal partito Social Cristiano da più di 20 anni, è l’evidente dimostrazione del fallimento del “vittorioso modello” neoliberista, tanto celebrato dalle élite al potere.

È che si intrecciano grandi imprese commerciali ed una opulenta ricchezza in una città con il maggior numero di poveri del paese, che rappresentano quasi il 17% della sua popolazione se si sommano gli indicatori di povertà a quelli della povertà estrema”1.

In questa città portuale, contrassegnata da differenze sociali estreme, il coronavirus è arrivato ovunque.

Per quel che ci è dato sapere, è giunto  dall’Europa portato tanto da gente benestante, che tornava da viaggi di studio o di turismo, che da persone che lavoravano in Spagna e in Italia.

È evidente che chi ha più possibilità economiche affronta meglio il coronavirus negli ospedali privati, mentre coloro che non hanno questa fortuna, includendo settori di classe media duramente colpiti, hanno dovuto rivolgersi al sistema pubblico causandone la saturazione.

E tra l’altro, portando al collasso l’intero sistema di registrazione dei decessi e sepoltura dei cadaveri.

Covid-19 ha messo a nudo queste e molte altre aberrazioni in una città dove anche a livello municipale si lavora attraverso una serie di alleanze fra pubblico e privato.

Il sistema sanitario negli ultimi anni ha oscillato tra gli sforzi progressisti per modernizzarlo e l’esistenza di sistemi di assistenza sanitaria e sociale provenienti da una curiosa logica filantropico-neoliberista, che ha caratterizzato le strutture di potere della città.

Le amministrazioni comunali cristiano sociali – al potere ininterrottamente da oltre 20 anni – spinte dai populismi e dai sogni di modernizzazione e lungi dall’occuparsi di problemi strutturali come salute, cibo, occupazione e abitazioni, hanno cercato soprattutto di ripulire la “facciata” della città, migliorando ad esempio piazze e parchi con l’intervento di fondazioni in partenariato pubblico-privato.

La questione è più complessa se si considera che questa città – la quale, oltre ad essere la più popolosa dell’Ecuador, è stata anche il suo motore commerciale – continua ad attrarre molte persone che arrivano da altre regioni impoverite alla ricerca di un lavoro.

Proprio per questo il lavoro informale è una delle sue caratteristichepeculiari e i quartieri marginali – spesso privi di pavimentazione, acqua potabile e fognature – crescono inarrestabilmente in assenza di piani di urbanizzazione adeguati e di risposte che risolvano strutturalmente le disuguaglianze e le esclusioni.

Secondo i dati del 2016 sulle abitazioni, il 20% delle case ha carenze di spazio, acqua potabile e fognature. Il 17% della popolazione locale vive in sovraffollamento.

C’è da considerare che questo non è l’unico problema, poiché i servizi sanitari ed educativi sono estremamente precari.

Come osserva l’architetto di Guayaquil Patricia Sánchez, profonda conoscitrice dei problemi della sua città:

“L’emergere del settore informale nella città è legato alla logica della concentrazione della proprietà dei terreni in mani private nonché alle rigide normative sul territorio urbano, vere e proprie barriere istituzionali quando si tratta il tema degli alloggi popolari.

Il carattere elitario e tecnocratico di pianificazione urbana finisce per escludere in questo modo gran parte della popolazione, riservando ai poveri le terre di nessun interesse per il mercato immobiliare
”2.

Di fatto, in questa città portuale vibrante per il commercio e le migrazioni ma caratterizzata da profonde disuguaglianze, mancano le strategie abitative per creare le condizioni materiali che consentano di articolare modalità più favorevoli per la riproduzione della vita.

Si è trascurato l’habitat popolare, spazio privilegiato per l’autogestione collettiva delle condizioni di produzione e riproduzione di un’economia basata sul lavoro, totalmente contrapposta alla logica del capitalismo immobiliare che concepisce gli alloggi e gli habitat semplicemente come merce.

E certamente non si è fatto nulla per provare almeno a stabilire relazioni di armonia con il contesto naturale.

Riflessioni valide per l’intero paese, di cui resta tanto da conoscere, comprendere e migliorare.

Il rischio di abbandono delle campagne

L’altro pilastro della salute, l’alimentazione, è sempre più dominata dall’agroindustria, ed il controllo dei mercati è nelle mani di pochi gruppi commerciali.

Per citare solo un aspetto, tre catene controllano il 91% del mercato dei prodotti alimentari che necessitano qualche tipo di lavorazione.

La maggior parte delle terre migliori e delle forniture di acqua sono destinate sempre più alle colture rivolte all’agro-esportazione.

Nel frattempo il settore dei lavoratori agricoli sopravvive ad un’emarginazione di lunghissima data.

Contrariamente a quanto si possa immaginare dall’esterno, sono molteplici nelle campagne gli effetti della crisi economica e della pandemia.

Tanto per cominciare i livelli di povertà e marginalità sono più alti che nelle città, elemento ancora più lacerante se rapportato ai gruppi indigeni.

Poi c’è anche da tenere presente la minaccia che può rappresentare il contagio di coronavirus in comunità distanti da infrastrutture sanitarie, già colpite da varie penurie, come già accade in alcune aree amazzoniche.

Secondo i dati del Instituto Nacional de Estadística y Censos (INEC) la povertà è sempre stata molto superiore nelle aree rurali che nel mondo urbano.

Ad esempio il tasso della povertà multidimensionale arrivava al 38,1% a livello nazionale, al 22,7% nei centri urbani ed al 71,1% nelle campagne: in pratica sette abitanti su dieci del settore rurale vivono in condizioni di povertà.

Una realtà che contrasta con la capacità dei contadini e delle contadine di alimentare la società ecuadoriana.

Le piccole unità produttive inferiori a cinque ettari, per lo più gestite da donne, soddisfano il 65% dei generi di consumo alimentare del paniere dei beni nazionale.

Tuttavia, in campagna la malnutrizione infantile è maggiore che in città: il 38% dei bambini da zero a cinque anni soffre di malnutrizione nelle zone rurali, e il 40% nei territori indigeni (rispetto al 26% della media nazionale).

Questa è un infamia per un paese così orientato alla biodiversità e così pieno di potenzialità in tal senso.

In Ecuador persiste una spiccata disuguaglianza nella distribuzione della proprietà in generale, e della terra in particolare, che non è stata in nessuna maniera affrontata dal precedente governo e meno che mai da quello attuale.

Alcune stime basate sui dati dell’INEC indicano che, nel 2017, il coefficiente di Gini3 sulla distribuzione della Terra ha superato 0,8 punti.

In pratica il 2,3% delle unità produttive possiede il 42% della terra coltivabile, con proprietà superiori a 100 ettari prevalentemente orientate alla produzione per l’esportazione.

Mentre il 63% delle unità di produzione agricola, soprattutto condotte da indigeni e contadini, possiede il 6% della superficie coltivabile, e la stragrande maggioranza ne ha meno di un ettaro.

Se questa è la situazione della concentrazione della terra, per l’acqua risulta ancora più iniqua.

Tutto ciò pone una questione assai problematica.

Un tempo, gran parte dei contadini, in particolare quelli appartenenti alle popolazioni indigene, potevano badare a loro stessi e raggiungere, in qualche modo, un livello di maggiore autosufficienza, così da distanziarsi da questo mondo reso folle dall’accumulazione di capitale, che è poi il mondo dove si sta sviluppando il coronavirus.

Ora invece i contadini e gli indigeni sono sempre più legati alla logica del mercato e nonostante producano cibo, soffrono la fame.

E questo si spiega perché traggono i loro prodotti sempre più attraverso monoculture: hanno perso gran parte della capacità di gestire il proprio orto, la loro chacra (fattoria), con prodotti diversificati, con i quali potrebbero soddisfare i propri bisogni alimentari e persino medicinali.

In ogni caso, nonostante si trovi ai margini di molti servizi sociali, come ad esempio quelli sanitari, la campagna sembra comunque maggiormente in grado di affrontare la pandemia rispetto alle grandi città.

Un’economia in asfissia come un paziente con coronavirus

Lo scenario è complesso e, senza peccare di pessimismo, le prospettive sono sempre più oscure.

Come già segnalato, questa conclusione è stata ipotizzata da vari organismi internazionali, e anche il governo dà segnali in questo senso. Per esempio, il vice presidente Otto Sonnenholzner stima che il costo della pandemia raggiungerà il 10-12% del PIL.

Come un paziente con coronavirus, l’economia sta letteralmente asfissiando.

Un soffocamento aggravato dalla mancanza di apparato respiratorio, visto che, trattandosi di una economia dollarizzata4, non ha la possibilità di gestire una propria politica monetaria.

È un’economia che non ha una bombola di ossigeno perché non ha risparmi.

È un’economia gravata da enormi oneri come il debito estero, irresponsabile e molto oneroso, e da molti altri e gravi problemi, sia congiunturali, come il crollo del prezzo del petrolio, sia strutturali, come l’assenza di reali diversificazioni produttive.

Il quadro si complica con le misure recessive del FMI e con l’ostinazione di un governo che non accetta misure creative, straordinarie, e soprattutto sostenute da un modello che riesca ad unire la solidarietà alla giustizia sociale ed ambientale.

Un simile caos genera lugubri prospettive.

Il governo di Lenín Moreno – insensibile ed estremamente disorientato – ha risposto presentando in modo frammentario diverse misure economiche, tra cui la rinegoziazione del debito estero e la richiesta di nuovi prestiti, l’introduzione di nuove imposte sui redditi dei lavoratori del settore pubblico e privato, una tassa del 5% sugli utili delle grandi società, garanzie pubbliche per i crediti alle imprese private, bonus di protezione sociale (60$ per le famiglie più povere), nuove forme di flessibilità del lavoro, la preminenza della contrattazione privata sulle norme in materia di affitti e di lavoro, insieme a misure varie di ampliamento dell’assistenza sociale e sanitaria.

Allo studio anche la riduzione permanente dello stipendio del 10% di tutti i dipendenti pubblici.

Sulla rinegoziazione del debito estero, considerando le esperienze precedenti, non si prevedono miglioramenti sostanziali se le regole dei creditori internazionali continueranno ad essere accettate passivamente dal nostro paese.

In questo scenario si potrà ottenere giusto un sollievo passeggero, un po’ di liquidità per qualche mese, ma l’Ecuador manterrà comunque il percorso di adeguamento preteso dal Fondo Monetario Internazionale, che comporta un’integrazione sempre più profonda nel mercato mondiale come paese esportatore di materie prime, in particolare petrolio.

Prospettiva estremamente preoccupante in un mondo sempre più incerto, e con il mercato del petrolio prossimo al collasso.

Per quanto riguarda l’aumento delle tasse per le aziende, il contributo del 5% degli utili non è un importo compatibile con i profitti accumulati negli ultimi anni, soprattutto dalle imprese più grandi del paese.

Gran parte delle imprese appartiene ad importanti gruppi economici dai quali si potrebbe esigere un contributo maggiore, senza considerare aziende come le compagnie telefoniche (Claro o Telefónica) che hanno registrato profitti superiori al 90%.

Si potrebbe richiedere un contributo più alto al settore bancario, ricordando come tra il 2007 e il 2016 abbia accumulato profitti per 2.820 milioni di dollari.

Come se non bastasse, negli ultimi anni le attività bancarie hanno continuato a guadagnare come mai prima d’ora nel bel mezzo di un’economia in crisi, al punto di ottenere profitti per 1.566 milioni tra il 2017 e il 2019.

A fronte di questa ‘età dell’oro’ del settore bancario un contributo del 5% sugli utili non è sufficiente.

Il governo punta ad ottenere maggiori risorse dalla tassazione delle persone fisiche che dalle società, quando sarebbe più comprensibile il contrario, soprattutto ricordando come una manciata di aziende e di banche hanno realizzato profitti milionari durante il boom dei prezzi di petrolio, ai tempi del governo di Correa, ed anche in seguito, in piena crisi, con il presidente Moreno.

Lo scenario si complica ancora di più con le crescenti pressioni estrattiviste sui territori.

Assieme alla flessibilizzazione del lavoro, anche la flessibilizzazione ambientale dovrà servire – ci diranno – a riattivare l’economia e tornare a rendere competitivo l’apparato produttivo.

In un’intervista televisiva all’inizio di aprile il Ministro delle Risorse Naturali dell’Ecuador, parlando delle attività petrolifere, dell’estrazione mineraria e delle risorse energetiche, ha sintetizzato la sua posizione senza peli sulla lingua:

“Lavoreremo più velocemente ... il mondo non si è fermato, è in mezzo a questa crisi ma non si ferma, e noi trarremo da questa crisi l’opportunità di monetizzare [“privatizzare”, nota dell’autore] tutto ciò che è rimasto in sospeso“.

Il messaggio è chiaro. Per superare la crisi pandemica e la recessione globale si annuncia di voler spingere l’acceleratore sul neoliberismo e sull’estrattivismo.

Tutto questo lavorio per riavviare prima possibile l’apparato produttivo si svolge in assenza di considerazioni o analisi su quali siano i problemi di fondo, e in un contesto di crescente confusione politica.

Mentre la situazione diventa sempre più critica in termini economici e soprattutto in termini umanitari, molte forze politiche sono impegnate a pescare nel torbido.

Potenziali candidati per le elezioni parlamentari del 2021 muovono le loro fiches provando ad ottenere benefici elettorali, senza assumersi reali responsabilità neanche in questi momenti critici, incoraggiando ulteriormente il caos.

Il governo, nonostante la sua manifesta debolezza, preme sull’Assemblea Nazionale, che sta elaborando due grandi pacchetti di riforme.

Voci dal regime parlano apertamente di un possibile scioglimento del Parlamento e di nuove elezioni generali per designare nuove autorità fino al completamento della legislatura, a maggio 2021. Ciò costituirebbe uno scenario molto complesso, tenendo conto della pandemia e della recessione, che potrebbe portare a qualche avventura dittatoriale palese o occulta.

Per ora non appare alcuna forza politica capace di dare una svolta basata su principi di autentica solidarietà, che imponga l’onere di un contributo superiore a chi più possiede e più guadagna.

Vale a dire introdurre tasse e contributi con criteri di equità, riscuotere le tasse non pagate, sospendere il pagamento del debito estero da cui dipende la privatizzazione della sanità, procedere verso la socializzazione del sistema bancario, porre sotto il controllo dello Stato le transazioni in moneta elettronica per dare ossigeno all’economia, sostenere una profonda trasformazione agraria improntata al principio della sovranità alimentare, trasformare il bonus di solidarietà in un reddito minimo vitale...

E tutto questo nel senso di una necessaria transizione post-estrattivista, che consenta al paese di superare la dipendenza perversa, la volatilità e l’incertezza di un’accumulazione basata sulle esportazioni di prodotti primari.

Dalla vecchia normalità ad una normalità ancora peggiore

Per concludere, non possiamo che costatare come il vecchio ordine stia cadendo a pezzi.

Il ritmo frenetico dell’economia mondiale si è fermato. Le società si rinchiudono in se stesse e diventano più precarie di fronte alla pandemia. I regimi politici si irrigidiscono.

Se ci fosse la necessaria comprensione di ciò che sta accadendo, il mondo dovrebbe approfittare di questa tregua e promuovere un cambiamento di rotta.

Ma non sembra sia così. Man mano che l’esistente viene smantellato, inizia a organizzarsi un nuovo regime che, per il momento, sembra recuperare il peggio del vecchio. Vi sono alcune indicazioni che consentono di giungere a questa conclusione scoraggiante.

Lungi dal trarre lezioni adeguate, in molti paesi si riprende a sostenere la vecchia economia, sperando in un rapido ritorno alla normalità.

Affrontano questa sfida per la salute globale proprio come farebbero con un dosso sulla strada.

Ma non si tratta solo di questo.

Ignorando la gravità del momento e le cause profonde che hanno provocato questa grande crisi, non mancano le voci che invocano il recupero della vecchia strada della prosperità.

In altre parole, l’economia deve crescere, aprirsi ancora di più al mercato internazionale, spingendo sulla competitività.

Così, nel mondo impoverito, si propone di accelerare l’inutile crociata per raggiungere lo sviluppo: un fantasma devastante.

Si cercano spiegazioni cospirative per non affrontare il collasso del clima, provocato dalla brutale velocità di accumulazione del capitale, che soffoca la vita degli umani e non umani.

Le ricette imposte dai grandi gruppi di potere, in particolare economici e politici, rimangono invariate. Cercano di approfittare del momento per accelerare l’estrattivismo attraverso una maggiore flessibilità delle normative ambientali, con il pretesto di affrontare la crisi e migliorare la “competitività” dell’apparato produttivo, sfruttando anche nuove forme di precarizzazione del lavoro.

Il risultato di questa evoluzione provocherà senza dubbio frustrazione e disperazione crescente, in particolare tra i settori popolari sempre più abbandonati nell’incertezza.

Per questo non bisognerà sorprendersi se nuove ribellioni sorgeranno dietro l’angolo.

Senza minimizzare la complessità del momento e le minacce incombenti, c’è però anche spazio per l’ottimismo.

Basta guardare le risposte di solidarietà delle comunità indigene e reti di vicinato, di molti gruppi della società tradizionalmente emarginati, e soprattutto delle donne, che attraverso il loro parlamento popolare sono consapevoli della necessità di un impegno collettivo per riorganizzare la speranza e per trasformare tutto, perché “esigono la cura delle persone, cura della vita, salute e dignità“, perchè “nel suono dei cacerolazos di questi giorni, si sente un’eco che dice ... solo el pueblo salva al pueblo“.

*****

(*) Il presente saggio è stato pubblicato il 28 aprile 2020 in lingua spagnola dalla Fundación Carolina, con licenza Creative Commons. Traduzione di Alexik e Giorgio Tinelli.

L’immagine di apertura è del 25 maggio scorso. Il cartello si riferisce alla ripresa delle lotte di massa in Ecuador, come nell’ottobre 2019.

Note:
  1. Rodríguez Adriana, Guayaquil, el coronavirus y la barbarie de la desigualdad, Línea de Fuego, 25/03/2020.
  2. Bertha Patricia Sánchez Gallegos, Mercado de suelo informal y políticas de hábitat urbano en la ciudad de Guayaquil, FLACSO, 2013.
  3. Il coefficiente di Gini, introdotto dallo statistico italiano Corrado Gini, è una misura della diseguaglianza nella distribuzione.
  4. Nel 2000 l’Ecuador ha adottato come moneta propria il dollaro statunitense.
Fonte

04/05/2020

Il coronavirus ai tempi dell’Ecuador

di Alberto Acosta

“La gente non sta morendo di coronavirus. La gente in Ecuador sta morendo di capitalismo. Di pessimi servizi pubblici e privati, non solo sanitari. Di mancanza di democrazia e assenza di giustizia. Di corruzione e incapacità di dialogo”.
(Santiago Roldós, 2020)

La crisi del coronavirus è gigantesca.

Rappresenta, senza alcun dubbio, la più grande prova per la società umana globalizzata.

E per l’Ecuador, un piccolo paese arrampicato sulla cordigliera andina, la sfida risulta enorme.

La pandemia mette a nudo situazioni laceranti di ogni tipo.

Il dramma umano che si sta vivendo ha per ora il suo massimo punto di espressione in Guayaquil. La barbarie sembra essersi instaurata in questa città portuale con l’arrivo del coronavirus (COVID-19): centinaia di famiglie devastate per la morte dei loro congiunti, cadaveri ovunque, cadaveri perduti, centinaia di operatori sanitari contagiati, e migliaia di persone costrette a scegliere se morire di fame cercando il sostentamento quotidiano nelle strade, o morire di coronavirus.

Questa situazione è già riscontrabile in diverse provincie della costa: Santa Elena, Los Ríos, El Oro ... e anche – con meno rudezza – nel resto del paese, in un contesto duramente colpito da una grave crisi economica che, data l’incapacità del governo, sta causando licenziamenti di massa e ha portato sempre più aziende sull’orlo della bancarotta, mentre affondano nella debacle migliaia di attività informali.

Come capita in tutte le crisi i più colpiti sono i più poveri.

Oggi la loro esistenza è appesa letteralmente a un filo, sia per la malattia che per la fame.

Indubbiamente la pandemia mette a nudo con forza le diseguaglianze.

Inoltre la crisi sanitaria e la contemporanea recessione globale evidenziano come la normalità, così come la conosciamo, avrà un tragico destino se non si farà qualcosa, poiché di certo a tale anormalità non è possibile tornare.

L’Ecuador, già prima del coronavirus, stava affrontando una congiuntura economica densa di criticità fiscali, in un contesto internazionale molto difficile che teneva soffocati i suoi conti con l’estero.

La dimensione sociale, esasperata da una politica economica recessiva e da una gestione governativa caratterizzata dall’improvvisazione, è andata caricandosi di frustrazione e di proteste, come quelle a cui si è assistito lo scorso ottobre.

La domanda interna e la produzione erano in stagnazione dal 2015.

Malgrado ciò, non tutto ha un’origine congiunturale o internazionale. Nel paese tali emergenze esprimono una crisi economica strutturale, profonda e di lunga durata.

Una crisi dove si coniugano la crescente dipendenza dalle attività estrattive e il conseguente peso di una matrice produttiva basata sulle esportazioni di prodotti primari, livelli elevati di concentrazione dei mercati, delle finanze e della ricchezza, l’aumento della disoccupazione e della povertà (soprattutto nelle zone rurali e contadine), un indebitamento estero aggressivo a sostegno della liquidità interna, la mancanza di una moneta propria1 che non permette di disporre di uno strumento dinamico come la politica monetaria o cambiaria, e ovviamente la mancanza di una politica economica coerente e integrale.

Questa crisi nelle attuali circostanze diventa sempre più grave.

Con il brusco calo del prezzo del petrolio si sono praticamente dissolte le entrate petrolifere previste per quest’anno, una questione resa più complessa se si tiene conto che per vari giacimenti i costi di estrazione superano di gran lunga il prezzo del greggio sul mercato internazionale, a cui c’è da aggiungere la rottura di due oleodotti a causa di una frana alle pendici amazzoniche delle Ande.

Inoltre questa economia dollarizzata soffre gli effetti dell’aumento della valutazione del dollaro, con la conseguente crescita dei prezzi delle esportazioni ecuadoriane.

A peggiorare le cose, la congiuntura internazionale coincide con un momento in cui per il paese, gravato dai problemi finora esposti, è diventato estremamente costoso il collocamento del debito estero, con un indice del ‘rischio paese’ che è scattato verso l’alto.

Tutto ciò mette fine a quell’indebitamento aggressivo e irresponsabile che ha sostenuto l’economia dal 2014.

Il momento è estremamente complesso.

Le logiche di apertura ai mercati internazionali si sono ulteriormente approfondite con la firma di un accordo di libero scambio con l’Unione europea (UE) nel 2016, che riafferma la fisionomia di economia esportatrice di risorse primarie, cioè la causa di molte delle difficoltà menzionate.

Le misure recessive che il governo ecuadoriano ha imposto, soprattutto dal 2019, come conseguenza dell’accordo firmato con il Fondo monetario internazionale (FMI), approfondiscono la crisi.

Una questione ancora più perversa, dal momento che questo accordo fa acqua da tutte le parti, proprio perché l’FMI stesso ha ritardato – quando la pandemia era già una realtà – erogazioni di credito originariamente programmate per il mese di marzo 2020.

Risulta tra l’altro evidente che, se la maggior parte del finanziamento degli investimenti e dei programmi sanitari dipende dalle entrate delle attività estrattive, come i prodotti petroliferi, la caduta di queste entrate complica ancora di più la situazione sanitaria.

Di fronte ad una crisi strutturale così complessa e a congiunture così difficili, è  desolante constatare come il governo stia cercando di mantenere l’impostazione aperturista [verso i mercati esteri, NdT] e della flessibilità, con lievi adattamenti al copione neoliberista, tema che analizzeremo in un apposito paragrafo.

Come sempre accade, sulle urgenze della vita prevalgono le urgenze fiscali e il dogmatismo del libero scambio, così come il pagamento del marzo 2020 di $ 325 milioni per le obbligazioni firmate dal precedente governo a condizioni molto onerose.

C’è da tenere ben presente che questo esborso è avvenuto nonostante gli appelli contrari, provenienti persino dalla Asamblea Nacional [il Parlamento NdT], perché proprio in quel momento non c’erano soldi per soddisfare le richieste del settore sanitario sopraffatte dalla pandemia, come denunciato dal Ministro della Salute nella sua lettera di dimissioni, presentate quasi nello stesso momento in cui veniva pagato quel debito.

E tutto questo pandemonio viene esacerbato da un contesto politico sempre più estraniato, in cui emergono piccoli interessi di vari politici impegnati a pescare nel torbido, in uno scenario di crescenti disuguaglianze acutizzate dalla stessa pandemia.

In questo contesto si avvertono ancor più le carenze strutturali e congiunturali del sistema sanitario, che aggravano ulteriormente le suddette diseguaglianze.

Come il neoliberismo ha portato al collasso il fragile sistema sanitario progressista

A prima vista, la gravità della crisi sanitaria in Ecuador si spiega con i tagli brutali e irresponsabili degli investimenti sulla salute pubblica da parte del governo del presidente Lenín Moreno.

Dai 353 milioni di $ previsti nel Piano sanitario 2017 si è passati ai 302 milioni del 2018 ed ai 186 milioni del 2019, una riduzione aggravata dall’incapacità di stanziare effettivamente l’importo assegnato in bilancio — anche a causa delle pressioni derivate dall’austerità fiscale — che si è conclusa con un investimento reale di 241 milioni nel 2017, 175 milioni nel 2018 e 110 milioni nel 2019.

Questa riduzione, nel quadro dell’austerità imposta dal FMI, ha gravemente compromesso la disponibilità di forniture sanitarie, la costruzione di infrastrutture ospedaliere e persino l’esistenza di personale medico, che è stato licenziato in massa nel 2019 (si stima siano state licenziate circa 3.000 persone).

Anche il personale degli ospedali pubblici ha subito una riduzione dei salari di quasi il 30% (da $ 591 a $ 394), con un impatto immediatamente avvertito dai settori più poveri e vulnerabili del paese, che sono quelli che si rivolgono maggiormente ai servizi sanitari pubblici2.

L’insieme di queste politiche fiscali recessive ha comportato un grave impatto sulla capacità di assistenza in caso di emergenza.

Ma senza voler minimizzare la fallimentare decisione di ridurre gli investimenti nella salute, il problema è più complesso.

Arteaga Cruz, un’esperta in materia, segnala come lo stanziamento pubblico destinato al settore della salute – non solo per affrontare queste emergenze, ma per sostenere un sistema sanitario prevalentemente curativo e, in buona parte, di mercato – cada in “un pozzo senza fondo”3.

La tragedia sanitaria non è semplicemente una questione di risorse o capacità di risposta in situazioni di emergenza, ma è anche il risultato di un sistema pieno di carenze.

È opportuno approfondire rapidamente questa realtà.

Dopo la promulgazione della Costituzione di Montecristi nel 20084 era stato proposto un cambiamento sostanziale nella gestione dei servizi della sanità pubblica.

Per concretizzarlo si era stabilito che, oltre a considerare la salute come un diritto, le risorse per occuparsene dovevano essere aumentate in modo sostanziale: il 4% del PIL era l’obiettivo minimo fissato.

Secondo la narrazione ufficiale del governo di Rafael Correa (2007-2017) i risultati materiali risultavano evidenti: 13 nuovi ospedali e altri 8 in via di costruzione; 61 nuovi centri sanitari grandi e piccoli ed altri 34 in costruzione.

La vaccinazione era passata da 11 a 20 vaccini specifici somministrati dal sistema pubblico, con un investimento di 60 milioni di dollari.

Il numero di operatori sanitari era aumentato da 9 a 20 per 1.000 abitanti e la media giornaliera delle ore lavorate di questi professionisti  era raddoppiata. Nel 2016 erano state effettuate 41 milioni di prestazioni sanitarie.

L’investimento totale in 10 anni di governo Correa era ammontato a 16.188 milioni di $, e in termini di sicurezza sociale c’erano stati anche alcuni ampliamenti significativi.

Sebbene sia innegabile che tra il 2006 e il 2017 la copertura dei servizi sanitari sia stata modernizzata e ampliata, al di là della propaganda ufficiale i problemi sono molti.

Non solo perchè gli investimenti nella salute nei dieci anni della “revolución ciudadana” non hanno raggiunto l’obiettivo costituzionale del 4% del PIL, superando di poco il 2%, anche se in crescita rispetto ai governi precedenti.

Ma, come osserva Arteaga Cruz, perché hanno promosso l’accumulazione di capitale nelle industrie di produzione dei beni, infrastrutture e servizi sanitari, prodotti farmaceutici e assicurazioni private, dando impulso allo smantellamento relativo della sicurezza sociale attraverso il trasferimento di fondi pubblici alle cliniche private.

Non sono serviti a fare in modo che le famiglie ecuadoriane spendessero meno per curarsi, visto che il 45% della spesa familiare è ancora destinata alla salute.

L’obiettivo era quello di realizzare un sistema sanitario che integrasse la sicurezza sociale e il sistema di salute pubblico e che fornisse una copertura universale.

Tuttavia, gli indicatori della salute pubblica che rivelano gli impatti delle politiche sanitarie del decennio correista non sono incoraggianti.

La propaganda glissa sullo smantellamento della sicurezza sociale a causa, tra l’altro, dell’eliminazione del contributo del 40% alle pensioni di anzianità da parte dello Stato, spiegabile con l’inadeguata e persino corrotta gestione dell’Istituto per la Sicurezza Sociale Ecuadoriana (IESS).

Non si dice nulla sui sovrapprezzi delle opere e degli acquisti delle forniture effettuate.

Si parla dell’aumento del numero di vaccini specifici, ma non si forniscono i dettagli sulla riduzione della copertura vaccinale nello stesso periodo.

La mortalità materna ha continuato ad essere una fra le più alte nella regione delle Americhe, con enormi diseguaglianze sociali. Un’adeguata copertura del controllo prenatale è stata assicurata solo per il 24,6%.

Arteaga Cruz ci ricorda come siano riapparse malattie come la malaria, che erano diminuite significativamente nei decenni precedenti.

La copertura universale del diritto alla salute – un obiettivo lodevole – è rimasta un sogno irrealizzabile nel momento in cui si è mantenuta una visione curativa propria del paradigma clinico, sanitario e commerciale, basato su soluzioni standardizzate.

Un’altra lacuna significativa è stata quella di trascurare l’enorme potenziale della prevenzione e, tra l’altro, le conoscenze ancestrali delle culture e dei popoli indigeni, che possono diventare un pilastro di un sistema sanitario forte, basato su pratiche comunitarie e partecipative.

In sintesi, ciò che si è ottenuto attraverso un processo di privatizzazione, come notò opportunamente Pablo Iturralde, è accumulare capitali nelle tasche del complesso medico industriale, emarginando altre potenti opzioni per costruire un sistema sanitario diversificato, forte ed efficace, focalizzando effettivamente la salute come diritto5.

Il settore sanitario, nel mezzo di questo “silenzioso” processo di privatizzazione (Arteaga Cruz dixit), è stato integrato all’interno del modello di amministrazione statale imposto dal Correismo, con il quale si pretendeva di modernizzare il capitalismo.

E che ha permesso ai più potenti gruppi economici di disputarsi le risorse pubbliche, rendendo possibile ai grandi beneficiari del governo Correa di inserirsi in tutti i settori.

La salute non ha fatto eccezione.

Arteaga Cruz è risoluta quando afferma:

“L’investimento sulla salute nella decade di Rafael Correa è stato sperperato in grandi opere che hanno generato potere politico e ideologico, ma non sono riuscite a trasformare o costruire un sistema basato sulla promozione della salute. Al contrario, con la centralizzazione delle decisioni nello stato-nazione e con l’adozione di un modello medico curativo, si sono sciolte diverse organizzazioni di promozione di salute autonome, e il ruolo delle ostetriche è stato separato dalle comunità.

Non si è compreso che la salute non si riduce alla fornitura di servizi sanitari scadenti per i poveri (coloro che nel lungo periodo sono e saranno i più colpiti dalle attività estrattive e dalle modalità di produzione malsane)
.”

Ed è questo sistema sanitario, con alcune caratteristiche proprie della città di Guayaquil, quello che fallisce davanti al coronavirus, come vedremo più avanti.

Il privilegio di classe della quarantena

Tenendo conto che il coronavirus ha sorpreso i sistemi sanitari di tutto il pianeta, la decisione di stabilire una quarantena per tentare di rallentare la sua avanzata è ragionevole, specialmente nelle città più grandi.

“Restare a casa”, sì, ma la domanda è: chi può rimanere a casa e sopravvivere?

È già difficile restarsene in quarantena a casa per chi dispone di alcuni comfort e non subisce pressioni economiche.

La questione è molto più complessa per quei gruppi strutturalmente privi di protezione che non hanno alloggi adeguati, reddito stabile o risparmi e che vivono in condizioni subumane, nelle baracche o dormendo per strada.

Fino al 2016, secondo il Programma Nazionale per l’Edilizia Sociale, il 45% dei 3,8 milioni di famiglie ecuadoriane viveva in abitazioni precarie. Vi sono 1,37 milioni di famiglie che abitano case costruite con materiali inadeguati, prive di servizi sanitari di base e/o con problemi di sovraffollamento.

E questa situazione non è cambiata, anzi, con le politiche recessive che durano dal 2015, deve essere peggiorata.

Immaginiamo, allora, come può essere la vita di centinaia di migliaia di persone che non hanno una casa, una situazione ancora più complessa in una città di milioni di abitanti come Guayaquil, caratterizzata da enormi disuguaglianze.

Una città dove il tempo in questo periodo dell’anno è particolarmente duro a causa delle alte temperature e di altri disagi tipici di questa epoca.

Come richiedere adeguati comportamenti sanitari quando non c’è acqua potabile; come aspettarsi che l’istruzione o il lavoro a distanza funzionino se il 60% della popolazione del paese non ha accesso a Internet e non ha nemmeno un computer, come esigere che le persone anziane che vivono sole e in un’enorme precarietà rimangano a casa.

Teniamo presente queste realtà.

E poi, quante persone in Ecuador hanno un reddito stabile? Sappiamo che oltre il 60% della popolazione economicamente attiva, circa 5 milioni di persone, non ha un’occupazione adeguata.

Ciò significa che la maggior parte di queste persone vive alla giornata.

Sono venditori ambulanti, muratori, sarti, cucitrici, autisti, persone che forniscono assistenza in diverse aree e servizi. Ad esempio, le persone che vivono servendo pranzi in piccoli ristoranti sono totalmente prive di protezione.

L’infezione, mentre si diffonde, dimostra anche tassi di mortalità e contagio in termini di classe, approfondendo le differenze tra la città costruita (quella dei gruppi benestanti) e la città dei costruttori, che è spesso quella dei quartieri marginali o delle baraccopoli.

La pandemia, quindi, da un lato disvela brutalmente la realtà dell’ingiustizia sociale, della iniquità e delle disuguaglianze e, dall’altro conduce ad un aumento della povertà.

La Comisión Económica para América Latina y el Caribe (CEPAL) prevede già – in base alle stime preliminari – che l’impatto del coronavirus potrà causare un aumento di 35 milioni di poveri in America Latina, senza considerare l’impatto della grave recessione economica mondiale che era già in corso prima della comparsa dell’epidemia6.

E l’Ecuador, negli scenari delle organizzazioni multilaterali, come la CEPAL stessa o il FMI, appare come il paese che soffrirà il maggiore impatto in questa crisi congiunta di pandemia e recessione.  (Continua)

(*) L’economista Alberto Acosta Espinosa è fra i padri della Costituzione dell’Ecuador.
Sostenitore della prima ora della Revolución Ciudadana, ha ricoperto il ruolo di Ministro dell’Energia e delle Miniere nel primo governo di Rafael Correa, prima di maturare la rottura con il Correismo su posizioni antiestrattiviste ed antiautoritarie.
Attualmente è autorevole membro del Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura, e pienamente interno al dibattito dei movimenti sociali latinoamericani.
Il presente saggio è stato pubblicato il 28 aprile 2020 in lingua spagnola dalla Fundación Carolina, con licenza Creative Commons.

Traduzione di Alexik e Giorgio Tinelli.

Note:

1) Nel 2000 l’Ecuador ha adottato come moneta propria il dollaro statunitense.

2) Arteaga Cruz, E., Cuvi, J., Maldonado, X. , ¿Salud en tiempo de austeridad?, Ecuador Today, febbrio 2019.

3) Arteaga Cruz, E., El legado de la ‘Revolución Ciudadana en salud’: La historia de una ‘década ganada’ ¿para quién?, in AA. VV., El Gran Fraude ¿Del correísmo al morenismo?, Quito.

4) La Costituzione di Montecristi del 2008 è l’attuale costituzione dell’Ecuador. È una delle più avanzate del mondo sia perché sorta da un ampio processo partecipativo, sia per il riconoscimento della natura plurinazionale e interculturale dell’Ecuador, sia per il riconoscimento della Natura come soggetto di diritto.

5) Iturralde, P., Privatización de la salud en el Ecuador. Estudio de la interacción pública entre hospitales y clínicas privadas, Quito, Fundación Donum, 2015.&nbsp

6) CEPAL, América Latina y el Caribe ante la pandemia del COVID-19. Efectos económicos y sociales”, Santiago, 2020.

Fonte

11/01/2020

La maledizione dell’abbondanza/2

Conversazioni con Alberto Acosta

[A questo link la prima parte dell’intervista a cura della Associazione Bianca Guidetti Serra.]

[Ass.BGS] Negli ultimi 15 anni in America Latina sia i governi progressisti  – compresi i “Socialismi del XXI secolo” – sia i governi classicamente neoliberisti hanno intensificato l’estrazione di risorse primarie, principalmente petrolifere, minerarie e agroindustriali.

I governi progressisti hanno accompagnato l’estrattivismo con politiche redistributive o di costruzione dello Stato sociale, riducendo indubbiamente la povertà. Ma le politiche estrattive hanno avuto anche altre conseguenze sulla composizione di classe dei loro paesi.

Hanno prodotto “ricchezza” – intesa in termini di PIL – ma anche borghesie emergenti interessate allo sfruttamento di questa ricchezza, magari in conflitto con quelle tradizionali.

Questo modello non cambia i rapporti sociali di produzione, intensifica l’aggressione nei confronti della natura e l’espropriazione delle comunità, e non costituisce una via d’uscita. Anzi, crea nuovi blocchi sociali interessati a perpetuare quel tipo di sfruttamento.

[Acosta] Tutti i paesi dell’America Latina hanno scommesso, in epoca recente, sulle risorse naturali. Anche nel passato questo era normale, ma ora c’è coscienza sui problemi legati a questo tipo di modello.

Eppure, nonostante questa consapevolezza, tutti i paesi dell’America Latina si sono lanciati ad ottimizzare gli introiti in un momento di crescita dei prezzi delle materie prime sul mercato mondiale.

È quello che Maristella Svampa definisce “il consenso delle commodities”1.

Tutti, senza eccezione, dai più progressisti ai più neoliberisti, hanno dato impulso ad una maggiore estrazione di risorse naturali, producendo una “re-primarizzazione” delle economie latinoamericane2.

Vediamo il caso del Venezuela, che ora dipende maggiormente dal petrolio.

Vediamo i casi della Bolivia3 e dell’Ecuador che dipendono sempre più dalle materie prime.

Vediamo il caso più paradigmatico, quello del Brasile, una potenza industriale con un’enorme capacità.

L’esportazione di manifattura industriale del Brasile superava l’80%, ora è poco più del 60%. L’economia brasiliana si re-primarizza, e lo fa con il governo del PT, con Lula e con Dilma.

Tutti i paesi dell’America Latina hanno scommesso su un’accelerazione dell’estrattivismo, giustificandola con la necessità di accumulare risorse... “per superare l’estrattivismo“!

Più estrattivismo per “uscire dall’estrattivismo”. È una follia.

È come se un medico che trattando un paziente con un grave problema di tossicodipendenza gli dicesse “per curarti nei prossimi quattro anni ti raddoppio le dosi di droga”. Ma questa non è una via d’uscita.

Quindi il primo punto è questo: non c’è stata una trasformazione nella matrice produttiva.

Continuiamo ad essere economie esportatrici di prodotti primari legate al mercato mondiale, e questo spiega la nostra dipendenza ed una serie di gravi problemi.

Un secondo punto, molto grave, è che non è stata intaccata la logica dell’accumulazione del capitale.

È arrivato tanto denaro in America Latina che tutti i paesi, senza eccezione, hanno ridotto la povertà.

Tutti, non solo quelli governati da partiti progressisti.

È curioso: il paese che più ha ridotto la povertà è stato il Perù, non la Bolivia, l’Ecuador o il Venezuela.

Ci sono paesi che l’hanno ridotta attraverso politiche sociali, e altri attraverso la crescita economica, e il risultato è che è diminuita la povertà in tutti i paesi dell’America Latina, soprattutto negli anni 2014-2015. Ma contemporaneamente è cresciuta la concentrazione della ricchezza.

La nuova borghesia emergente finisce per accordarsi con quella tradizionale, perché alla fine i loro interessi convergono. Entrambe traggono beneficio da questo incremento dell’esportazione di materie prime, e finiscono per allearsi con le imprese transnazionali.

[Ass.BGS] Come si inserisce in questo contesto l’espansione economica cinese?

[Acosta] La Cina ha un enorme presenza ora in America Latina. I cinesi, che da più di 10 anni hanno girano per il mondo con una propria proposta di integrazione nella globalizzazione, si sono convertiti in una fonte di finanziamento molto importante per molti paesi.

È il caso dell’Ecuador, che con la Cina ha un debito molto alto. La Cina è ora il principale creditore per l’economia ecuadoriana.

La Cina ha inoltre un’enorme presenza in Venezuela, e anche in questo caso ne è il principale creditore.

In Argentina e in altri paesi la Cina sta facendo investimenti.

I cinesi stanno intervenendo in America Latina come costruttori di opere pubbliche.

È chiaro che la presenza cinese è determinante. È il maggior mercato del pianeta, ha un’economia che domanda una enorme quantità di risorse naturali, un’economia che ha molti mezzi finanziari, che presta molto denaro, fa investimenti ed ha tecnologia.

Però qui si pone un tema preoccupante.

L’America Latina, che ha una lunghissima esperienza di relazioni di sottomissione, di dominazione da parte degli imperi (prima quelli europei, poi gli USA), non ha imparato niente.

Nei confronti della Cina siamo esportatori di materie prime. Non abbiamo imparato niente.

[Ass.BGS] C’è una prospettiva politica per superare questa contraddizione?

[Acosta] Io penso che sia necessario cominciare a compiere una differenziazione fra sinistra e progressismo.

I governi progressisti sorgono da una matrice di sinistra, ma non sono di sinistra.

La sinistra, sto pensando a quella indipendentista degli anni ’60, ’70 e ’80, capiva chiaramente che doveva liberarsi dalla dipendenza dell’esportazione di risorse primarie.

Al contrario, i governi progressisti approfondiscono la dipendenza.

La sinistra aveva chiaro che bisognava superare le enclaves.

I governi progressisti approfondiscono le enclaves.

I governi progressisti anche se parlano di socialismo non hanno attuato politiche socialiste.

Non sto pensando al socialismo tradizionale, che statalizza tutto, però almeno al minimo che si sarebbe dovuto pretendere, cioè cominciare ad incidere sulla logica dell’accumulazione del capitale.

Al contrario, il discorso socialista è diventato uno strumento per modernizzare il capitalismo.

Álvaro García Linera, che prima del golpe era vicepresidente della Bolivia, sosteneva esplicitamente il ruolo dello Stato nella modernizzazione del “capitalismo andino amazzonico”.

Nel caso dell’Ecuador il presidente Correa sosteneva che far la riforma agraria era come distribuire povertà, quando sappiamo bene che un'adeguata riforma agraria può essere la base per l’industrializzazione, la creazione di lavoro, e dell’autosufficienza alimentare.

Con questo non voglio dire che non ci siano stati dei progressi in America Latina.

In Bolivia quello che ritengo sia il principale progresso – ed è ciò che sta provocando questa reazione brutale delle elites bianche – è una sorta di rivoluzione culturale.

La popolazione indigena ha più orgoglio, più coscienza. Questo è un tema chiave.

Ma non è sufficiente.

La domanda che dobbiamo farci è: cosa significa sinistra nel XXI secolo?

A mio modo di vedere deve essere una sinistra con criteri socialisti, che vada ad incidere sulla logica di accumulazione del capitale, ma simultaneamente, non “prossimamente”.

Deve essere una sinistra femminista, per superare il patriarcato, simultaneamente.

Deve essere una sinistra decoloniale, per superare tutte le forme di emarginazione e razzismo, e deve essere una sinistra ecologista, simultaneamente.

E questo richiede più democrazia dal basso, mai meno.

Note:

1) Maristella Svampa, «Consenso de los Commodities» y lenguajes de valoración en América Latina, Nueva Sociedad, n. 244, marzo-aprile 2013.

2) Sebastián Herreros, José Durán, Reprimarización y Desindustrialización en América Latina, dos caras de la misma moneda, SegundaMesa Redonda sobre Comercio y Desarrollo Sostenible, CEPAL, Montevideo 7/11/11

3) Fernanda Wanderley , José Peres-Cajías , Beatriu de Pinós, ¿Diversificación productiva o reprimarización de la economía boliviana?, Pagina Siete, 16/06/2019.

Fonte

26/12/2019

La maledizione dell’abbondanza

Una lettura interessante, da leggersi con spirito critico ovviamente.

*****

L’economista Alberto Acosta Espinosa è fra i padri della Costituzione dell’Ecuador del 2008, l’unica a riconoscere la Natura come soggetto di diritto.

Sostenitore della prima ora della Revolución Ciudadana, ha ricoperto il ruolo di Ministro dell’Energia e delle Miniere nel primo governo di Rafael Correa, prima di maturare la rottura con il Correismo su posizioni antiestrattiviste ed antiautoritarie.

Attualmente è autorevole membro del Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura, e pienamente interno al dibattito dei movimenti ecuadoriani che hanno animato la rivolta contro le politiche del governo di Lenin Moreno e del FMI.

In occasione della sua presenza in Italia all’incontro “Estrattivismo. Diritti della Natura, diritti dei Popoli“, si è confrontato  con i compagni e le compagne della Associazione Bianca Guidetti Serra in merito alle ripercussioni dell’estrattivismo sulle società, sugli Stati e sulle classi sociali, ed ai conflitti ad esso correlati.

Quella che segue è la prima parte di questo confronto.

*****

[Acosta] Il concetto di estrattivismo è un concetto relativamente nuovo.

Quando ci accingiamo ad analizzarlo dobbiamo ricondurlo alla storia dei nostri paesi, di questa regione del mondo e delle sue relazioni con l’economia globale.

L’America Latina è stata integrata nel mercato mondiale circa 500 anni fa come una regione produttrice ed esportatrice di materie prime, e possiamo dire che questa essenza di esportatrice di risorse primarie della nostra economia si mantiene fino all’attualità.

Ci sono molte storie differenti, ogni paese può contare sulla sua specificità, ma c’è una specie di scenario di fondo che spiega la storia dell’America Latina vista dalla prospettiva dell’estrattivismo.

I paesi dell’America Latina sono “paesi prodotto”: paesi caffè, paesi cacao, paesi bananieri, paesi minerari, paesi petroliferi.

C’è sempre qualche prodotto che caratterizza non solo l’economia ma anche la vita politica e la società di queste nazioni.

Questo è sempre stato un processo carico di violenza, sia contro la natura sia contro le comunità.

Ha portato schiavismo, distruzione delle comunità indigene, un processo di deterioramento massivo della natura: deforestazione, perdita di suoli agricoli.

E questi processi si stanno intensificando, perché negli ultimi dieci anni si è sviluppata una domanda mondiale crescente di prodotti primari che sta provocando un maggior impatto, una pressione maggiore sulle risorse, sulla natura e sulle comunità in America Latina.

Inoltre molti giacimenti minerari dei paesi del nord, come in Canada, sono diventati di più difficile accesso, perché la società si organizza, ed ha stabilito norme ambientali.

Di conseguenza si cercano risorse in altre parti del pianeta, dove si genera un’altra caratteristica di questo tipo di attività: il gigantismo.

Sono progetti giganteschi, enormi, che provocano tremenda distruzione, un tremendo impatto, e per questo le comunità hanno cominciato a resistere con una forza maggiore.

Anche prima c’era resistenza. C’è sempre stata. Ma le resistenze di adesso sono molto più potenti dal momento che le pressioni sono maggiori, e le comunità hanno più coscienza.

Io direi che è anche il risultato degli avanzamenti tecnologici, perché ora la gente ha la possibilità di conoscere più facilmente queste realtà.

Sono resistenze che hanno messo definitivamente in discussione quel discorso dominante che ci diceva che per progredire bisognava fare certi sacrifici.

E invece non è così, perché stiamo vedendo che i sacrifici continuiamo a farli e non progrediamo mai, ma al contrario i problemi continuano ad acutizzarsi.

In questo contesto bisogna collocare l’estrattivismo in America Latina.

Possiamo dire che gran parte dei problemi che sta attraversando l’America Latina nell’attualità, indipendentemente dall’orientamento dei governi, ha a che fare con la problematica estrattivista.

[Ass.BGS] Qual’è la situazione nei singoli paesi ? Ci sono differenze in base agli orientamenti politici dei governi ?

[Acosta] Ci sono situazioni molto complicate riguardo ai singoli paesi.

Abbiamo visto per esempio resistenze realmente interessanti in Bolivia davanti a un governo progressista, il governo di Evo Morales.

La gente ha resistito davanti all’intenzione di costruire una strada nel TIPNIS, il Territorio Indigeno e Parco Nazionale Isiboro Sécure1. Indigeni che hanno resistito di fronte al governo di un indigeno, perché questo governo approfondiva l’estrattivismo.

Abbiamo un paese con un governo neoliberista, la Colombia, dove le comunità – indigene e non indigene – stanno resistendo all’estrazione mineraria, e lo fanno anche con molta forza.

Ci sono gli esempi di resistenza pacifica in Colombia contro grandi imprese minerarie nel Dipartimento del Tolima, che affrontano una delle multinazionali minerarie più grandi del pianeta, la Anglo Gold Ashanti2.

Sempre in Colombia c’è la resistenza per preservare le lagune del Los Paramos3, e anche in Perù, in tutta la zona di Cajamarca4.

Stiamo vedendo anche il caso del Cile5 e dell’Argentina6, dove si lotta per impedire l’ampliamento dell’attività mineraria nel sud, nella zona dei ghiacciai.

Ci sono anche situazioni molto complicate in Ecuador, nel mio paese. È il paese che ha inserito nella Costituzione i diritti della Natura, che però non sono rispettati, anche se le comunità li reclamano.

C’è l’esempio della lotta degli Yasunidos [i difensori del Parco Nazionale dello Yasunì - NdR], che hanno fatto un enorme sforzo per proteggere una piccola regione nell’Amazzonia ecuadoriana da un progetto di estrazione petrolifera.

La resistenza non ha raggiunto l’obiettivo  perché il presidente dell’epoca, Rafael Correa, si è opposto alla richiesta di referendum7.

In vari casi si ricorre a consultazioni popolari per cercare di frenare queste attività, come succede per esempio in Colombia, ed è molto interessante il fatto che queste resistenze siano di diversa natura, spesso muovendosi dentro al “labirinto giuridico”.

Parlo di labirinto giuridico perché i difensori della natura vengono perseguitati, criminalizzati, per il fatto di difendere la natura e difendere la loro vita.

Però questa gente ha anche imparato a muoversi dentro il labirinto giuridico per frenare l’estrattivismo.

Con diversi tipi di governo, con diversi tipi di lotta, in America Latina in questo momento c’è un processo per cercare di recuperare qualcosa di fondamentale: il diritto alla vita.

Perché gli estrattivismi sono stati storicamente, e ora ancor di più, una minaccia permanente per la vita.

Questo sistema vive per soffocare la vita, degli esseri umani e della natura.

[Ass.BGS] Paradossalmente i paesi che hanno più materie prime sono quelli più autoritari. Quali sono le conseguenze dell’estrattivismo sulla società e sullo Stato?

[Acosta] Gli estrattivismi caratterizzano l’economia, le società, e la vita politica. Creano economie basate sulla rendita, Stati rentiers.

Queste risorse economiche generano logiche sociali clientelari, e questo finisce per debilitare in ambito politico la vita democratica. Non è una caso che la crescita dell’estrattivismo vada di pari passo con la crescita dell’autoritarismo e del presidenzialismo.

L’iperestrattivismo coincide con l’iperpresidenzialismo, caratterizzato da governi autoritari, governi violenti, governi corrotti.

Gli estrattivismi sono violenti per definizione.

La violenza per l’estrattivismo – questo per me è fondamentale – non è una conseguenza ma una condizione necessaria.

Per provocare simili distruzioni della Madre Terra – come le amputazioni per un progetto minerario, o l’inquinamento tremendo di grandi territori per un progetto petrolifero – è necessaria la violenza.

E le comunità sono le vittime di questa violenza.

Torno al punto iniziale: l’estrattivismo costituisce uno scenario di fondo della storia e della realtà attuale. E mi pongo la seguente domanda: i nostri paesi sono poveri perché ricchi di risorse naturali?

C’è forse una sorta di maledizione, la maledizione dell’abbondanza.

Nella teoria economica si parla della maledizione delle risorse e del paradosso dell’abbondanza. Ne ho fatto una sintesi, la “maledizione dell’abbondanza”, per spiegare la realtà di queste economie8.

Però la vera maledizione è credere che non ci siano alternative, una maledizione che ha conformato l’immaginario della gente.

Il caso dell’Ecuador è paradigmatico: paese caffettero, paese cacaulero, paese bananero, paese petrolero, e ora che sta finendo il petrolio vogliamo essere un paese minero.

Non riusciamo ad immaginare un paese che non dipenda da una rendita della natura.

Allo stesso tempo siamo avvinghiati al progresso: non possiamo mettere a rischio il progresso, non possiamo mettere a rischio la crescita economica.

In nome di questo sacrifichiamo delle realtà.

Considero gli estrattivismi al plurale, perché non c’è ne è solo uno: c’è l’estrattivismo petrolifero, minerario, agroindustriale, forestale...

Ebbene, gli estrattivismi cominciano ad essere presenti anche nei paesi del nord globale.

In Europa e negli USA c’è il problema del fracking, delle attività minerarie, e delle megaopere infrastrutturali collegate a progetti per trasportare gas, per trasportare petrolio, progetti per rendere la vita sempre più rapida, non in funzione di un miglioramento delle condizioni di vita della gente, ma per garantire una maggiore accumulazione del capitale.

[Ass.BGS] C’è una relazione abbastanza stretta con quella che era la maledizione della economia di enclave, soprattutto in Centro America, dove per esempio le infrastrutture, porti o ferrovie ecc., erano esclusivamente finalizzate al trasporto della merce, e non al trasporto delle persone.

[Acosta] Gli estrattivismi, in diversa maniera, finiscono per produrre processi di de-territorializzazione dello Stato, che organizza la società al fine di collocare questi prodotti primari nel mercato mondiale.

Per me è sempre stata motivo di attenzione la rete ferroviaria argentina.

Ora non ne è rimasto molto perché è stata privatizzata e smantellata, però era come un flusso di vene dirette interamente verso Buenos Aires, perché in ogni parte la rete ferroviaria era stata pensata non per integrare l’Argentina con gli argentini, ma per integrare l’Argentina col mercato mondiale.

Questa logica è ancora presente in America Latina: si chiama I.I.R.S.A. (Iniciativa para la Integración de la Infraestructura Regional Suramericana), che è un sistema per integrare tutte le risorse naturali dell’America Latina nel mercato mondiale9. È un sistema progettato nel 2000 per impulso del Banco Interamericano de Desarrollo10.

In seguito, con i governi progressisti di Brasile, Argentina, Venezuela, Bolivia, Ecuador, e dello stesso Cile, si diede il via al CO.S.I.PLAN. (Consejo Suramericano de Infraestructura y Planeamiento), che è la stessa cosa, non è un cambiamento11.

L’America Latina con i governi progressisti non ha superato la maledizione dell’abbondanza, ma ha approfondito l’estrattivismo.

I problemi non sono stati risolti, la frustrazione aumenta, e questa è una delle principali spiegazioni dei conflitti.

Abbiamo società dove la gioventù sta perdendo la speranza. Non cerca più un’opzione di futuro, non cerca più una proposta politica per una via d’uscita, ma esce in strada a protestare per la frustrazione.

Per questo è importante evitare di costruire le nostre analisi sulla base di vecchi meccanismi, sulle nostre vecchie forme di interpretazione del mondo. Dobbiamo rifondarle, lasciare da parte le semplificazioni, per poter comprendere ciò che sta succedendo nella regione. (Continua)

Note:

1) Video: El TIPNIS y los Derechos de la Naturaleza.

2) Video: Profiting from Conflict: Anglo American in Colombia.
AngloGold suspends Colombia project after anti-mining vote, Reuters, 28 aprile 2017.

3) Diez páramos amenazados por minería y ganadería en Colombia, El Espectador, 16 febbraio 2016.

4) Cajamarca: el Valle Llaucano continúa lucha contra la Minera Yanacocha, Observatorio de Conflictos Mineros en el Perù, 18 novembre 2019.

5) Adele Lapertosa, Cile, lobby minerarie ostacolano legge per proteggere i ghiacciai, Il Fatto Quotidiano, 15 ottobre 2019.

6) Storica sconfitta delle compagnie minerarie: i ghiacciai non si toccano!, GreenMe, 6 giugno 2019.

7) Verdetto del Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura sul caso Yasuni, 15 agosto 2014.

8) Alberto Acosta Espinosa, La maldición de la abundancia, Comité Ecuménico de Proyectos CEP, Ediciones Abya-Yala, Quito, 2009, pp. 240.

9) Ana Esther Ceceña, Paula Aguilar, Carlos Motto, Territorialidad de la dominación: La Integración de la Infraestructura Regional Sudamericana (IIRSA), Buenos Aires, 2007, 60 pp.
 Video: IIRSA, La Infraestructura de la Devastacion.

10) Il progetto dell’ I.I.R.S.A. consiste nella costruzione di 10 assi multimodali – in Europa li chiameremmo “corridoi” – attraverso il Sud America per collegare i grandi centri di produzione con quelli dei consumi, accelerando i trasferimenti delle merci (petrolio, gas, minerali, commodities agroindustriali, acqua, biodiversità) e rafforzandone il controllo. Nella sua fase iniziale il progetto dell’ I.I.R.S.A. è stato fortemente sponsorizzato dagli Stati Uniti.

11) Nel gennaio 2009 la UNASUR (Unión de Naciones Suramericanas), ha istituito il CO.S.I.PLAN., un consiglio che ha incorporato l’I.I.R.S.A. come foro tecnico in tema di pianificazione delle infrastrutture. Nonostante le promesse di un modello di sviluppo differente, i progressismi sudamericani hanno adottato pienamente la progettualità sviluppata nel precedente contesto neoliberista.

Fonte

02/09/2018

Alberto Acosta, Ecuador: “La sinistra deve fare una profonda autocritica”

Wilber Huacasi – La República (Lima)

Critico con i governi progressisti, l’ex presidente dell’Assemblea Costituente dell’Ecuador Alberto Acosta propone una fase di bilanci per l’America Latina, senza trascurare variabili come la corruzione e le pratiche autoritarie. Inoltre prefigura una sinistra con nuove componenti in agenda come il femminismo e l’ambiente.

A settembre si compiono dieci anni dall’entrata in vigore della nuova Costituzione dell’Ecuador. Qual è il suo bilancio?

Abbiamo da dieci anni una Costituzione che ha destato molte aspettative, sia per il suo contenuto sia per il modo in cui è stata elaborata. Dal 1830 abbiamo avuto 21 costituzioni. Tutte sono state elaborate con il sistema tradizionale: dai componenti dell’assemblea e con una scarsissima partecipazione dei cittadini. Questa Costituzione di Montecristi si è caratterizzata per una vastissima partecipazione. È la Costituzione più ecuadoriana di tutti i tempi. Nel merito, questa è una Costituzione che sintetizza una specie di progetto di vita in comune. È uno strumento democratico per la costruzione di una società democratica.

E quanto si è progredito in economia sociale e solidale?

Nonostante che la costituzione sia stata difesa dall’allora presidente della repubblica (Correa), non è stata messa in pratica. La Costituzione diceva chiaramente che l’essere umano è al di sopra del capitale. Correa si riempiva la bocca dicendo che l’essere umano è al di sopra del capitale, ma nel suo governo ha finito per favorire i grandi gruppi economici. A Correa non è mai interessata la nuova Costituzione di Montecristi, è stata uno strumento per concentrare il potere del caudillo.

Lei evidenzia la condizione di caudillo di Rafael Correa. Quanto c’è di questo anche in altri governi di sinistra, come Evo Morales o Cristina Kirchner o Lula?

A me preoccupa molto che i processi progressisti, che in realtà non sono processi di sinistra, abbiano consolidato le vecchie forme e pratiche caudilliste. Questa è stata una storia latinoamericana. I caudillos latinoamericani segnano la storia di tutti i nostri Paesi, con le loro sfumature e caratteristiche. Le storie sono segnate da figure di caudillos e da insufficienti processi di democratizzazione. Questo si ripete con i governi progressisti. È una delle spiegazioni del perché questi progressismi non sono riusciti ad andare avanti. Non hanno rafforzato la democrazia. Se dei progressismi dovessimo criticare qualcosa nell’ambito politico è l’indebolimento dei movimenti sociali. Questo ora farà sì che il neoliberismo recuperi spazi con molta più forza.

Prima abbiamo vissuto una fase di svolta a sinistra in America Latina. Questa fase è finita?

Credo di sì. Ci sono varie spiegazioni. Una spiegazione di fondo è che i governi progressisti non hanno cercato di colpire la matrice di accumulazione capitalista. E, due, non hanno colpito neanche la modalità di accumulazione primario-esportatrice delle nostre economie. Tutti i Paesi dell’America Latina, con governi liberisti o neoliberisti, o quelli progressisti, tutti senza eccezione, hanno aggravato la dipendenza delle loro economie dal mercato mondiale. Siamo sempre più dipendenti dalle esportazioni di risorse primarie. Che siano prodotti agricoli, petrolio o minerali, alla fine sono materia prima. C’è stato un processo di deindustrializzazione e di riprimarizzazione delle nostre economie.

Non ci sono state neanche esperienze significative in materia di diversificazione produttiva?

Continuiamo ad essere esportatori di materia prima. L’unica cosa che fanno i Paesi è vendere prodotti primari. Non siamo stati capaci di diversificare le nostre esportazioni, neanche di processare le nostre materie prime.

Quale futuro vede per la sinistra nei prossimi quindici o vent’anni?

La sinistra, compresi i progressismi, deve fare un profondo processo di autocritica. Si deve analizzare quali sono stati i progressi, se ci sono, e, soprattutto, quali sono stati i gravi errori. Errori economici, errori politici, errori sociali, che hanno impedito le grandi trasformazioni. C’era un’aspettativa, analisi, proposte, c’erano costituzioni come quella dell’Ecuador, che potevano essere stata la cornice di riferimento per una grande trasformazione.

E Lei che ne pensa del regime del Venezuela?

Il Venezuela sembrerebbe trovarsi in un’interminabile crisi terminale in campo economico e politico. Ci sono cause interne e anche le pressioni imperialiste. L’impero sta facendo il suo lavoro per indebolire qualsiasi processo che sia alternativo.

Ma Maduro non ha neanche fatto grandi sforzi per legittimarsi...

Per questo dico: cause interne. Vediamo i gravi errori del Venezuela: un Paese con tante risorse economiche non è stato capace di risolvere la domanda dei servizi sociali di base. Questo non è una questione dell’imperialismo. È una gestione cattiva e irresponsabile. Anche il consolidamento dei regimi caudilleschi è una delle grandi spiegazioni di questa realtà. Questo è uno dei grandi messaggi per la sinistra. Per questo dobbiamo essere autocritici.

E nell’autocritica c’è anche il tema della corruzione che ha colpito duro la sinistra.

Tutti. E nel caso della sinistra questo è intollerabile. Perché governi come quello di Correa, che hanno sbandierato la tesi di una rivoluzione etica e di lotta frontale contro la corruzione, hanno finito per rimanere infangati dalla corruzione su tutti i lati. Questo è terribile.

E il Brasile...

Il Brasile ha continuato con la logica del suo subimperialismo, con Odebrecht, che è solo un esempio; potremmo elencare le situazioni di Petrobras e altre realtà, perché Odebrecht non è l’unico caso. Questo, in governi progressisti, è intollerabile. La sinistra deve fare un’autocritica e deve ricercare la verità a tutti i costi. È preferibile ritirarsi, imparare, e se è il caso disimparare. E se realmente cerca di trasformare la società, la sinistra deve partire da nuovi postulati di fondo.

Come quali?

Una sinistra femminista, che contrasti il patriarcato; una sinistra ecologista, che garantisca i diritti della madre terra; una sinistra socialista, che permetta l’equità sociale, e una sinistra decoloniale, che ci permetta di superare tutti i focolai di razzismo, di esclusione e di emarginazione, che sono un flagello della società in America Latina.

https://larepublica.pe/politica/1300356-izquierda-debe-profunda-autocritica

Traduzione Nello Gradirà

30 agosto 2018

Fonte