di Alberto Acosta
“La gente non sta morendo di coronavirus. La gente in Ecuador sta morendo
di capitalismo. Di pessimi servizi pubblici e privati, non solo
sanitari. Di mancanza di democrazia e assenza di giustizia. Di corruzione e incapacità di dialogo”.
(Santiago Roldós, 2020)
La crisi del coronavirus è gigantesca.
Rappresenta, senza alcun dubbio, la più grande prova per la società umana globalizzata.
E per l’Ecuador, un piccolo paese arrampicato sulla cordigliera andina, la sfida risulta enorme.
La pandemia mette a nudo situazioni laceranti di ogni tipo.
Il dramma umano che si sta vivendo ha per ora il suo massimo punto di
espressione in Guayaquil. La barbarie sembra essersi instaurata in
questa città portuale con l’arrivo del coronavirus (COVID-19): centinaia
di famiglie devastate per la morte dei loro congiunti, cadaveri
ovunque, cadaveri perduti, centinaia di operatori sanitari contagiati, e
migliaia di persone costrette a scegliere se morire di fame cercando il
sostentamento quotidiano nelle strade, o morire di coronavirus.
Questa situazione è già riscontrabile in diverse provincie della costa:
Santa Elena, Los Ríos, El Oro ... e anche – con meno rudezza – nel resto
del paese, in un contesto duramente colpito da una grave crisi economica
che, data l’incapacità del governo, sta causando licenziamenti di massa
e ha portato sempre più aziende sull’orlo della bancarotta, mentre
affondano nella debacle migliaia di attività informali.
Come capita in tutte le crisi i più colpiti sono i più poveri.
Oggi la loro esistenza è appesa letteralmente a un filo, sia per la malattia che per la fame.
Indubbiamente la pandemia mette a nudo con forza le diseguaglianze.
Inoltre la crisi sanitaria e la contemporanea recessione globale
evidenziano come la normalità, così come la conosciamo, avrà un tragico
destino se non si farà qualcosa, poiché di certo a tale anormalità non è
possibile tornare.
L’Ecuador,
già prima del coronavirus, stava affrontando una congiuntura economica
densa di criticità fiscali, in un contesto internazionale molto
difficile che teneva soffocati i suoi conti con l’estero.
La dimensione sociale, esasperata da una politica economica recessiva e
da una gestione governativa caratterizzata dall’improvvisazione, è
andata caricandosi di frustrazione e di proteste, come quelle a cui si è
assistito lo scorso ottobre.
La domanda interna e la produzione erano in stagnazione dal 2015.
Malgrado ciò, non tutto ha un’origine
congiunturale o internazionale. Nel paese tali emergenze esprimono una
crisi economica strutturale, profonda e di lunga durata.
Una crisi dove si coniugano la crescente dipendenza dalle attività
estrattive e il conseguente peso di una matrice produttiva basata sulle
esportazioni di prodotti primari, livelli elevati di concentrazione dei
mercati, delle finanze e della ricchezza, l’aumento della disoccupazione
e della povertà (soprattutto nelle zone rurali e contadine), un
indebitamento estero aggressivo a sostegno della liquidità interna, la
mancanza di una moneta propria1
che non permette di disporre di uno strumento dinamico come la politica
monetaria o cambiaria, e ovviamente la mancanza di una politica
economica coerente e integrale.
Questa crisi nelle attuali circostanze diventa sempre più grave.
Con il brusco calo del prezzo del petrolio si sono praticamente dissolte
le entrate petrolifere previste per quest’anno, una questione resa più
complessa se si tiene conto che per vari giacimenti i costi di
estrazione superano di gran lunga il prezzo del greggio sul mercato
internazionale, a cui c’è da aggiungere la rottura di due oleodotti a
causa di una frana alle pendici amazzoniche delle Ande.
Inoltre questa economia dollarizzata soffre gli effetti dell’aumento
della valutazione del dollaro, con la conseguente crescita dei prezzi
delle esportazioni ecuadoriane.
A peggiorare le cose, la congiuntura internazionale coincide con un
momento in cui per il paese, gravato dai problemi finora esposti, è
diventato estremamente costoso il collocamento del debito estero, con un
indice del ‘rischio paese’ che è scattato verso l’alto.
Tutto ciò mette fine a quell’indebitamento aggressivo e irresponsabile che ha sostenuto l’economia dal 2014.
Il momento è estremamente complesso.
Le logiche di apertura ai mercati internazionali si sono ulteriormente
approfondite con la firma di un accordo di libero scambio con l’Unione
europea (UE) nel 2016, che riafferma la fisionomia di economia
esportatrice di risorse primarie, cioè la causa di molte delle
difficoltà menzionate.
Le misure recessive che il governo ecuadoriano ha imposto, soprattutto
dal 2019, come conseguenza dell’accordo firmato con il Fondo monetario
internazionale (FMI), approfondiscono la crisi.
Una questione ancora più perversa, dal momento che questo accordo fa
acqua da tutte le parti, proprio perché l’FMI stesso ha ritardato –
quando la pandemia era già una realtà – erogazioni di credito
originariamente programmate per il mese di marzo 2020.
Risulta tra l’altro evidente che, se la maggior parte del finanziamento
degli investimenti e dei programmi sanitari dipende dalle entrate delle
attività estrattive, come i prodotti petroliferi, la caduta di queste
entrate complica ancora di più la situazione sanitaria.
Di fronte ad una crisi strutturale così complessa e a congiunture così
difficili, è desolante constatare come il governo stia cercando di
mantenere l’impostazione aperturista [verso i mercati esteri, NdT] e
della flessibilità, con lievi adattamenti al copione neoliberista, tema
che analizzeremo in un apposito paragrafo.
Come sempre accade, sulle urgenze della
vita prevalgono le urgenze fiscali e il dogmatismo del libero scambio,
così come il pagamento del marzo 2020 di $ 325 milioni per le
obbligazioni firmate dal precedente governo a condizioni molto onerose.
C’è da tenere ben presente che questo esborso è avvenuto nonostante gli appelli contrari, provenienti persino dalla Asamblea Nacional [il
Parlamento NdT], perché proprio in quel momento non c’erano soldi per
soddisfare le richieste del settore sanitario sopraffatte dalla
pandemia, come denunciato dal Ministro della Salute nella sua lettera di
dimissioni, presentate quasi nello stesso momento in cui veniva pagato
quel debito.
E tutto questo pandemonio viene esacerbato da un contesto politico
sempre più estraniato, in cui emergono piccoli interessi di vari
politici impegnati a pescare nel torbido, in uno scenario di crescenti
disuguaglianze acutizzate dalla stessa pandemia.
In questo contesto si avvertono ancor più le carenze strutturali e
congiunturali del sistema sanitario, che aggravano ulteriormente le
suddette diseguaglianze.
Come il neoliberismo ha portato al collasso il fragile sistema sanitario progressista
A prima vista, la gravità della crisi sanitaria in Ecuador si spiega con i
tagli brutali e irresponsabili degli investimenti sulla salute pubblica
da parte del governo del presidente Lenín Moreno.
Dai 353 milioni di $ previsti nel Piano sanitario 2017 si è passati ai
302 milioni del 2018 ed ai 186 milioni del 2019, una riduzione aggravata
dall’incapacità di stanziare effettivamente l’importo assegnato in
bilancio — anche a causa delle pressioni derivate dall’austerità fiscale
— che si è conclusa con un investimento reale di 241 milioni nel 2017,
175 milioni nel 2018 e 110 milioni nel 2019.
Questa riduzione, nel quadro dell’austerità imposta dal FMI, ha
gravemente compromesso la disponibilità di forniture sanitarie, la
costruzione di infrastrutture ospedaliere e persino l’esistenza di
personale medico, che è stato licenziato in massa nel 2019 (si stima
siano state licenziate circa 3.000 persone).
Anche il personale degli ospedali
pubblici ha subito una riduzione dei salari di quasi il 30% (da $ 591 a $
394), con un impatto immediatamente avvertito dai settori più poveri e
vulnerabili del paese, che sono quelli che si rivolgono maggiormente ai
servizi sanitari pubblici2.
L’insieme di queste politiche fiscali recessive ha comportato un grave
impatto sulla capacità di assistenza in caso di emergenza.
Ma senza voler minimizzare la fallimentare decisione di ridurre gli investimenti nella salute, il problema è più complesso.
Arteaga Cruz, un’esperta in materia,
segnala come lo stanziamento pubblico destinato al settore della salute –
non solo per affrontare queste emergenze, ma per sostenere un sistema
sanitario prevalentemente curativo e, in buona parte, di mercato – cada
in “un pozzo senza fondo”3.
La tragedia sanitaria non è semplicemente una questione di risorse o
capacità di risposta in situazioni di emergenza, ma è anche il risultato
di un sistema pieno di carenze.
È opportuno approfondire rapidamente questa realtà.
Dopo la promulgazione della Costituzione di Montecristi nel 20084 era stato proposto un cambiamento sostanziale nella gestione dei servizi della sanità pubblica.
Per concretizzarlo si era stabilito che, oltre a considerare la salute
come un diritto, le risorse per occuparsene dovevano essere aumentate in
modo sostanziale: il 4% del PIL era l’obiettivo minimo fissato.
Secondo
la narrazione ufficiale del governo di Rafael Correa (2007-2017) i
risultati materiali risultavano evidenti: 13 nuovi ospedali e altri 8 in
via di costruzione; 61 nuovi centri sanitari grandi e piccoli ed altri
34 in costruzione.
La vaccinazione era passata da 11 a 20 vaccini specifici somministrati
dal sistema pubblico, con un investimento di 60 milioni di dollari.
Il numero di operatori sanitari era aumentato da 9 a 20 per 1.000
abitanti e la media giornaliera delle ore lavorate di questi
professionisti era raddoppiata. Nel 2016 erano state effettuate 41
milioni di prestazioni sanitarie.
L’investimento totale in 10 anni di governo Correa era ammontato a
16.188 milioni di $, e in termini di sicurezza sociale c’erano stati
anche alcuni ampliamenti significativi.
Sebbene sia innegabile che tra il 2006 e
il 2017 la copertura dei servizi sanitari sia stata modernizzata e
ampliata, al di là della propaganda ufficiale i problemi sono molti.
Non solo perchè gli investimenti nella salute nei dieci anni della
“revolución ciudadana” non hanno raggiunto l’obiettivo costituzionale
del 4% del PIL, superando di poco il 2%, anche se in crescita rispetto
ai governi precedenti.
Ma, come osserva Arteaga Cruz, perché hanno promosso l’accumulazione di
capitale nelle industrie di produzione dei beni, infrastrutture e
servizi sanitari, prodotti farmaceutici e assicurazioni private, dando
impulso allo smantellamento relativo della sicurezza sociale attraverso
il trasferimento di fondi pubblici alle cliniche private.
Non sono serviti a fare in modo che le famiglie ecuadoriane spendessero
meno per curarsi, visto che il 45% della spesa familiare è ancora
destinata alla salute.
L’obiettivo era quello di realizzare un
sistema sanitario che integrasse la sicurezza sociale e il sistema di
salute pubblico e che fornisse una copertura universale.
Tuttavia, gli indicatori della salute pubblica che rivelano gli impatti
delle politiche sanitarie del decennio correista non sono incoraggianti.
La propaganda glissa sullo smantellamento della sicurezza sociale a causa,
tra l’altro, dell’eliminazione del contributo del 40% alle pensioni di
anzianità da parte dello Stato, spiegabile con l’inadeguata e persino
corrotta gestione dell’Istituto per la Sicurezza Sociale Ecuadoriana
(IESS).
Non si dice nulla sui sovrapprezzi delle opere e degli acquisti delle forniture effettuate.
Si parla dell’aumento del numero di
vaccini specifici, ma non si forniscono i dettagli sulla riduzione della
copertura vaccinale nello stesso periodo.
La mortalità materna ha continuato ad essere una fra le più alte nella
regione delle Americhe, con enormi diseguaglianze sociali. Un’adeguata
copertura del controllo prenatale è stata assicurata solo per il 24,6%.
Arteaga Cruz ci ricorda come siano riapparse malattie come la malaria,
che erano diminuite significativamente nei decenni precedenti.
La copertura universale del diritto alla salute – un obiettivo lodevole –
è rimasta un sogno irrealizzabile nel momento in cui si è mantenuta una
visione curativa propria del paradigma clinico, sanitario e
commerciale, basato su soluzioni standardizzate.
Un’altra lacuna significativa è stata quella di trascurare l’enorme potenziale
della prevenzione e, tra l’altro, le conoscenze ancestrali delle culture
e dei popoli indigeni, che possono diventare un pilastro di un sistema
sanitario forte, basato su pratiche comunitarie e partecipative.
In sintesi, ciò che si è ottenuto attraverso un processo di
privatizzazione, come notò opportunamente Pablo Iturralde, è accumulare
capitali nelle tasche del complesso medico industriale, emarginando
altre potenti opzioni per costruire un sistema sanitario diversificato,
forte ed efficace, focalizzando effettivamente la salute come diritto5.
Il settore sanitario, nel mezzo di
questo “silenzioso” processo di privatizzazione (Arteaga Cruz dixit), è
stato integrato all’interno del modello di amministrazione statale
imposto dal Correismo, con il quale si pretendeva di modernizzare il
capitalismo.
E che ha permesso ai più potenti gruppi economici di disputarsi le
risorse pubbliche, rendendo possibile ai grandi beneficiari del governo
Correa di inserirsi in tutti i settori.
La salute non ha fatto eccezione.
Arteaga Cruz è risoluta quando afferma:
“L’investimento sulla salute nella
decade di Rafael Correa è stato sperperato in grandi opere che hanno
generato potere politico e ideologico, ma non sono riuscite a
trasformare o costruire un sistema basato sulla promozione della salute.
Al contrario, con la centralizzazione delle decisioni nello
stato-nazione e con l’adozione di un modello medico curativo, si sono
sciolte diverse organizzazioni di promozione di salute autonome, e il
ruolo delle ostetriche è stato separato dalle comunità.
Non si è compreso che la salute non si riduce alla fornitura di
servizi sanitari scadenti per i poveri (coloro che nel lungo periodo
sono e saranno i più colpiti dalle attività estrattive e dalle modalità
di produzione malsane).”
Ed è questo sistema sanitario, con
alcune caratteristiche proprie della città di Guayaquil, quello che
fallisce davanti al coronavirus, come vedremo più avanti.
Il privilegio di classe della quarantena
Tenendo conto che il coronavirus ha
sorpreso i sistemi sanitari di tutto il pianeta, la decisione di
stabilire una quarantena per tentare di rallentare la sua avanzata è
ragionevole, specialmente nelle città più grandi.
“Restare a casa”, sì, ma la domanda è: chi può rimanere a casa e sopravvivere?
È già difficile restarsene in quarantena a casa per chi dispone di alcuni comfort e non subisce pressioni economiche.
La questione è molto più complessa per quei gruppi strutturalmente privi
di protezione che non hanno alloggi adeguati, reddito stabile o
risparmi e che vivono in condizioni subumane, nelle baracche o dormendo
per strada.
Fino al 2016, secondo il Programma Nazionale per l’Edilizia Sociale, il
45% dei 3,8 milioni di famiglie ecuadoriane viveva in abitazioni
precarie. Vi sono 1,37 milioni di famiglie che abitano case costruite
con materiali inadeguati, prive di servizi sanitari di base e/o con
problemi di sovraffollamento.
E questa situazione non è cambiata, anzi, con le politiche recessive che durano dal 2015, deve essere peggiorata.
Immaginiamo, allora, come può essere la vita di centinaia di migliaia di persone che
non hanno una casa, una situazione ancora più complessa in una città di
milioni di abitanti come Guayaquil, caratterizzata da enormi
disuguaglianze.
Una città dove il tempo in questo periodo dell’anno è particolarmente
duro a causa delle alte temperature e di altri disagi tipici di questa
epoca.
Come richiedere adeguati comportamenti sanitari quando non c’è acqua
potabile; come aspettarsi che l’istruzione o il lavoro a distanza
funzionino se il 60% della popolazione del paese non ha accesso a
Internet e non ha nemmeno un computer, come esigere che le persone
anziane che vivono sole e in un’enorme precarietà rimangano a casa.
Teniamo presente queste realtà.
E poi, quante persone in Ecuador hanno un reddito stabile? Sappiamo che
oltre il 60% della popolazione economicamente attiva, circa 5 milioni di
persone, non ha un’occupazione adeguata.
Ciò significa che la maggior parte di queste persone vive alla giornata.
Sono venditori ambulanti, muratori,
sarti, cucitrici, autisti, persone che forniscono assistenza in diverse
aree e servizi. Ad esempio, le persone che vivono servendo pranzi in
piccoli ristoranti sono totalmente prive di protezione.
L’infezione, mentre si diffonde, dimostra anche tassi di mortalità e
contagio in termini di classe, approfondendo le differenze tra la città
costruita (quella dei gruppi benestanti) e la città dei costruttori, che
è spesso quella dei quartieri marginali o delle baraccopoli.
La pandemia, quindi, da un lato disvela
brutalmente la realtà dell’ingiustizia sociale, della iniquità e delle
disuguaglianze e, dall’altro conduce ad un aumento della povertà.
La Comisión Económica para América Latina y el Caribe (CEPAL) prevede
già – in base alle stime preliminari – che l’impatto del coronavirus
potrà causare un aumento di 35 milioni di poveri in America Latina,
senza considerare l’impatto della grave recessione economica mondiale
che era già in corso prima della comparsa dell’epidemia6.
E l’Ecuador, negli scenari delle organizzazioni multilaterali, come la
CEPAL stessa o il FMI, appare come il paese che soffrirà il maggiore
impatto in questa crisi congiunta di pandemia e recessione. (Continua)
(*) L’economista Alberto Acosta Espinosa è fra i padri della Costituzione dell’Ecuador.
Sostenitore della prima ora della Revolución Ciudadana, ha
ricoperto il ruolo di Ministro dell’Energia e delle Miniere nel primo
governo di Rafael Correa, prima di maturare la rottura con il Correismo su posizioni antiestrattiviste ed antiautoritarie.
Attualmente è autorevole membro del Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura, e pienamente interno al dibattito dei movimenti sociali latinoamericani.
Il presente saggio è stato pubblicato il 28 aprile 2020 in lingua spagnola dalla Fundación Carolina, con licenza Creative Commons.
Traduzione di Alexik e Giorgio Tinelli.
Note:
1) Nel 2000 l’Ecuador ha adottato come moneta propria il dollaro statunitense.
2) Arteaga Cruz, E., Cuvi, J., Maldonado, X. , ¿Salud en tiempo de austeridad?, Ecuador Today, febbrio 2019.
3) Arteaga Cruz, E., El legado de la ‘Revolución Ciudadana en salud’: La historia de una ‘década ganada’ ¿para quién?, in AA. VV., El Gran Fraude ¿Del correísmo al morenismo?, Quito.
4) La
Costituzione di Montecristi del 2008 è l’attuale costituzione
dell’Ecuador. È una delle più avanzate del mondo sia perché sorta da un
ampio processo partecipativo, sia per il riconoscimento della natura plurinazionale e interculturale dell’Ecuador, sia per il riconoscimento della Natura come soggetto di diritto.
5) Iturralde, P., Privatización de la salud en el Ecuador. Estudio de la interacción pública entre hospitales y clínicas privadas, Quito, Fundación Donum, 2015. 
6) CEPAL, América Latina y el Caribe ante la pandemia del COVID-19. Efectos económicos y sociales”, Santiago, 2020.
Fonte
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