Questa intervista è stata rilasciata alla Reuters da Héctor Llaitul Carrillanca – figura di spicco della CAM e prigioniero politico mapuche – per la realizzazione di un reportage. Dato il suo valore analitico e contestuale, viene qui pubblicata integralmente per fare luce sulla realtà attuale nel Wallmapu.
Sotto il governo di José Antonio Kast, la strategia statale è passata a una logica di “interdizione offensiva”, che prevede incursioni a sorpresa, blocchi territoriali e minacce di interrompere le forniture a comunità come quella di Temucuicui. In che modo la CAM interpreta tali misure e come si sta adattando la strategia di recupero territoriale “metro dopo metro”?
Héctor Llaitul: Le misure attuate dall’attuale governo rappresentano una continuazione delle politiche passate. Di fatto, le condizioni sociopolitiche sono state create e imposte decenni fa – a livello sovrastrutturale – contro il Popolo Nazione Mapuche, gettando così le basi per la modernizzazione delle strategie repressive, mirate principalmente contro il movimento autonomista Mapuche. Nell’ambito della nota politica del “bastone”, lo Stato cileno ha instaurato logiche e misure di criminalizzazione e militarizzazione del Wallmapu.
Agisce attraverso incursioni – tattiche da sempre utilizzate, ma ora eseguite con maggiore sofisticatezza – privilegiando l’effetto sorpresa e l’occupazione territoriale rispetto ai semplici blocchi in sè.
Si tratta di una nuova modalità impiegata da questo governo; la novità, questa volta, risiede nell’interruzione delle forniture di beni essenziali alle comunità, nel tentativo di strangolarne i mezzi di sussistenza. È una politica d’assedio: nulla di nuovo nel contesto del dominio e dell’imperialismo. È la logica utilizzate dagli USA contro Venezuela e Cuba, e da Israele contro Gaza e il Libano.
In Cile, questi metodi riflettono una logica repressiva e una strategia statale di continuità. Al contempo, sono le politiche di modernizzazione dell’apparato repressivo dello Stato, un processo che si è notevolmente intensificato sotto il governo pseudo-progressista di Boric.
Tuttavia, tali azioni si scontrano con la nostra strategia di Resistenza e di recupero territoriale, che effettivamente a un certo punto è stata definita come un avanzamento “metro dopo metro” e che comporta il raggiungimento di un’autonomia de facto – che per noi è un radicale cambio di logica – attraverso lo sviluppo di una nostra visione e di nostri progetti, mantenendo al contempo un atteggiamento di scontro contro l’espansione del grande capitale che sta distruggendo il Wallmapu.
Parliamo della ricerca della ricomposizione del mondo Mapuche. Questa proposta richiede un lavoro arduo, fatto di sacrifici da parte dei militanti Mapuche e delle comunità impegnate nella lotta concreta attraverso il controllo del territorio: un percorso che si inserisce nella nostra linea storica di resistenza e di ricostruzione della Nazione Mapuche.
Le organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato le vessazioni subite dalle ‘machi’, dai prigionieri politici mapuche e dalle comunità in resistenza, mentre leggi come la Naín-Retamal ampliano le tutele legali per l’uso della forza letale da parte dei Carabineros. Ritiene che lo Stato stia utilizzando gli apparati di polizia, giudiziario e carcerario come strumenti di persecuzione politica e di “rieducazione”, anziché per garantire giustizia?
Riguardo a questa realtà, sono già state formalizzate denunce. Lo scontro ingaggiato dal nostro Popolo Nazione Mapuche contro lo Stato e il sistema di dominazione – una lotta per la restituzione territoriale e la ricostruzione del mondo Mapuche – ha acuito le contraddizioni con il sistema stesso.
È proprio in questo contesto che lo Stato cileno ha rafforzato in modo capillare e totale il proprio sistema di dominazione. Fattori economici strutturali sono alla base di un ordine giuridico, politico e istituzionale apertamente repressivo, concepito per perseguitare e frammentare la resistenza.
Ne è prova il recente ricorso a forme brutali di persecuzione politica contro il movimento in lotta nell’ambito giudiziario, di polizia e, più di recente, nel sistema carcerario, con l’incarcerazione di leader e weichafe (guerrieri) divenuti ormai prigionieri politici.
In questo quadro, la criminalizzazione è diventata un ulteriore strumento di persecuzione politica, assumendo misure di carattere punitivo e di castigo – anziché riabilitativo – volto a soggiogare e annientare le resistenze.
Sono noti casi di violazioni dei diritti umani che hanno come obiettivo principale spezzare il morale e la determinazione politica dei militanti sottoposti a repressione nelle carceri dello Stato cileno.
A tal proposito, abbiamo criticato con forza questa logica – derivante da politiche stabilite da precedenti governi che sono state apertamente razziste – in particolare il governo Boric, che ha introdotto nuove leggi volte a potenziare l’apparato repressivo.
Un esempio emblematico è la Legge Naín-Retamal, che conferisce poteri e prerogative estesi ai Carabineros e garantisce inoltre sostegno incondizionato alle Forze Armate e alla Gendarmeria, consentendo loro di adottare una linea dura contro le mobilitazioni promosse dalle nostre comunità.
Le nuove leggi contro l’usurpazione prevedono pene più severe per il recupero delle terre, mentre il governo promette di catturare i fuggitivi “senza preavviso”. Alla luce di questo scenario, qual è la sua opinione su queste iniziative e la CAM continuerà a utilizzare la difesa legale come ulteriore fronte nella sua lotta?
Si tratta indubbiamente di nuove leggi, ma erano state proposte da tempo dalle forze di destra. Tuttavia, è nel contesto del governo presuntamente democratico e di sinistra di Boric che si sono concretizzate e hanno iniziato ad essere attuate. Con il governo precedente si ottiene il consenso tra l’oligarchia, i settori politici legati al mondo degli affari – coloro che mantengono il sistema – e i gruppi “progressisti”, compresi i “comunisti”. Grazie a questo consenso, è stato possibile promulgare questa nuova legislazione repressiva.
Di fatto, si sono spinti persino a inquadrare la questione della proprietà terriera su una nuova e fallace base storica, che distorce l’usurpazione storica di Wallmapu da parte dello Stato cileno. Hanno imposto come discorso ufficiale l’idea che oggi siano i Mapuche a perpetrare usurpazioni sulle proprie terre ancestrali.
L’obiettivo è distorcere i fatti a tutti i costi e costruire così un nuovo ordine giuridico e politico con nuovi strumenti repressivi che consentano la persecuzione dei legittimi processi di rivendicazione territoriale ancestrale.
Secondo questa logica, la militarizzazione è oggi una realtà, unita alla legge contro l’occupazione delle terre, o “legge anti-occupazione”, il cui obiettivo principale è reprimere le comunità che storicamente hanno rivendicato e si sono mobilitate per recuperare ciò che apparteneva ai loro antenati, al fine di ripristinare i loro stili di vita ancestrali.
Sono quindi emerse altre leggi che consentono agli agenti statali di agire con maggiore forza e impunità contro il movimento Mapuche. Tra queste, la legge Nain-Retamal, di cui abbiamo già parlato, che apre la strada ad abusi e violazioni dei diritti umani, come ai tempi della dittatura di Pinochet.
Una normativa che, insieme alla militarizzazione del Wallmapu storico, concede maggiori poteri e prerogative alle forze militari nel loro insieme, e che già erano state incaricate dall’oligarchia di realizzare la sottomissione delle comunità in lotta.
In questo scenario è prevedibile ogni sorta di azione contro il movimento Mapuche. Non solo nella cattura e nella persecuzione politica dei “fuggitivi” Mapuche, ma anche nelle incursioni volte a ribaltare il legittimo recupero delle terre ottenute dal movimento autonomista.
Come CAM, continueremo a usare ogni forma di lotta per mantenere le nostre terre recuperate. Sebbene la nostra lotta sia principalmente territoriale, i nostri sforzi comprendono anche la difesa legale nei processi. Dato che lo Stato cileno sta conducendo incursioni politiche e giudiziarie per smantellare la nostra organizzazione, promuoviamo azioni che denunciano le sue tattiche punitive e le misure disciplinari attuate nelle carceri.
Ci assumiamo la difesa politica e giudiziaria ogni volta che vengono giudicati dei militanti Mapuche. Gli attuali processi contro i nostri weichafe (guerrieri) ne sono un chiaro esempio. Stiamo lottando in ambito legale per garantire il giusto processo, soprattutto contro l’uso di testimoni “senza volto”, che violano i diritti procedurali.
Questo è il caso di Lautaro, dove mio figlio Pelentaro, insieme ad altri giovani Mapuche, è sotto processo e rischia una pena detentiva potenzialmente severa.
Kast ha proposto di consentire ai singoli Mapuche di vendere o ipotecare le proprie terre, introducendo una logica di mercato all’interno delle riserve. Alcuni proprietari terrieri Mapuche scelgono di vendere, ipotecare o privatizzare le proprie terre. Qual è la tua opinione su questa proposta?
Innanzitutto, questa proposta è legata all’ingerenza della Legge Indigena, nel contesto di un’offensiva di destra contro ogni espressione della causa Mapuche. Tuttavia, questo non ci riguarda, in quanto parte del movimento autonomista Mapuche, perché non abbiamo mai rivendicato, né tantomeno lottato in base alle leggi proposte e sostenute dallo Stato coloniale.
Questa legislazione ha un fondamento profondamente genocida e razzista, basato sull’espropriazione, che legittima l’occupazione militare del Wallmapu e una legislazione che riconosce le concessioni di terre solo dopo che il nostro popolo è stato decimato e militarmente occupato. Nega l’usurpazione territoriale.
Noi non riconosciamo questa legislazione per il recupero del territorio ancestrale. Consideriamo questa modifica come un intervento con una logica mercantile e capitalista volto a disarmare culturalmente e ideologicamente le comunità impoverite a causa della mancanza di terre.
Bisogna riconoscere che ci sono ancora Mapuche che perseguono il recupero delle terre basandosi su qualche forma di tale legislazione indigena. Questo approccio legalistico non fa altro che legittimare una proposta da parte dello Stato oppressore, legittimando così l’occupazione e l’espropriazione dei nostri territori ancestrali.
Riteniamo che concedere la possibilità di vendita, ipoteca e privatizzazione sia una strategia per colpire questi settori legalisti e allo stesso tempo costituisca un vero attentato alla visione del mondo mapuche, del vivere in comunità, perché in termini culturali, il significato profondo che il territorio ha nell’essere mapuche è essenziale.
Per i Mapuche in generale, il Territorio è l’elemento vitale di tutta l’esistenza. Costituisce la base di ogni proposta di ricostruzione della Nazione Mapuche.
Del resto, per la rivendicazione territoriale più avanzata – che ideologicamente e politicamente lotta per la ricostruzione del territorio ancestrale a partire da un progetto di decolonizzazione e liberazione – un simile intervento costituisce un affronto nel senso politico comunitario, perché mira a creare divisione e gruppi filocapitalisti nelle comunità, il che rafforzerebbe una soluzione a favore dei potenti che tentano ancora una volta l’occupazione politico-militare nel nostro territorio ancestrale.
Per tutte queste ragioni, noi della CAM ribadiamo che la ricostruzione nazionale Mapuche si fonda sulla resistenza e sulla ricostituzione del mondo Mapuche in ogni ambito. E per questo, la rivendicazione di tutti i territori storici è fondamentale.
Oggi, alcuni settori si preoccupano di modificare la Legge Indigena, gli stessi settori che fallirono con la loro proposta di multiculturalismo nella Costituente. Settori che tacciono sulla militarizzazione che mira a colpire il controllo territoriale di centinaia di comunità che si sono sollevate contro il colonialismo, l’estrattivismo e il capitalismo globalizzato.
Questi settori traditori persistono, oggi allineati con lo pseudo-progressismo e la “sinistra” corrotta, e si oppongono quindi alla nostra proposta di ricostruzione basata sulla resistenza.
Oggi, la destra fascista al potere mira a focalizzare l’attenzione di questi settori traditori sulla modifica di una legge che consentirebbe ad alcuni Mapuche di vendere o affittare le proprie terre, principalmente a società forestali, al fine di rendere invisibile e soffocare qualsiasi reazione quando i militari lanciano incursioni contro le comunità che esercitano un autentico controllo territoriale, che per noi rappresenta la lotta principale.
Il conflitto sembra estendersi dalle aziende forestali a quello che viene definito “colonialismo verde”: progetti idroelettrici, eolici, minerari e di estrazione del litio, nonché investimenti stranieri provenienti da Cina, Stati Uniti e altri paesi. L’obiettivo principale del CAM è ancora quello di espellere le aziende forestali dal Wallmapu, oppure la lotta si è trasformata in una resistenza più ampia contro il capitale globale e i progetti di energia “pulita” nel territorio Mapuche?
La nostra analisi in proposito indica che il principale nemico della causa Mapuche è rappresentato dagli investimenti capitalistici nel Wallmapu. In primo luogo, le imprese forestali costituiscono la minaccia principale, in quanto rappresentano il più grande sistema di usurpazione dei diritti di proprietà ai danni delle comunità, soprattutto di quelle con il potenziale per sviluppare progetti volti a riorganizzare le proprie comunità (lof) e ad espandere i propri spazi territoriali per realizzare la ricomposizione del Popolo Nazione Mapuche.
La lotta è infatti principalmente contro l’industria del legname, non solo per i gravi danni che infligge alla nostra Madre Terra (Ñuke Mapu) e all’ecosistema in generale, ma anche perché riflette le politiche estrattiviste che stanno devastando il nostro mondo.
Oltre alla lotta contro le imprese forestali, esiste una lotta più ampia contro i vari progetti di investimento capitalistici che invadono le comunità, definendo questa realtà di occupazione come “accumulazione per espropriazione”.
Parliamo di megaprogetti di ogni tipo che invadono e saccheggiano i nostri territori ancestrali, tra cui centrali idroelettriche, parchi eolici, complessi immobiliari, attività minerarie, autostrade e così via. Grandi corporazioni, il grande capitale, si appropriano delle risorse, delle terre e dei diritti delle comunità per generare profitti.
Anche i cosiddetti progetti di energia pulita sono anch’essi una chimera, quando vengono realizzati in spazi usurpati. Analisi precedenti hanno già sollevato la questione del riallineamento del grande capitale nei territori ancestrali, persino con proposte di progetti agroforestali più “etici”, che però hanno anch’essi uno scopo estrattivo che danneggia e denigra la cultura Mapuche. Non solo per la trasformazione del territorio al servizio del capitalismo, ma anche per l’imposizione di una logica coloniale occidentale che ha un impatto profondo sul tessuto sociale, politico, ideologico e culturale Mapuche.
In questo contesto, proponiamo una lotta basata sulla resistenza e sulla ricostruzione del nostro popolo contro ogni espressione del capitalismo globalizzato. I nostri principi cardine sono contrastare l’imperialismo globale e l’espropriazione colonialista locale da parte dei latifondisti e dei gruppi economici. Riaffermiamo il movimento autonomista Mapuche come rivoluzionario, anticapitalista e antimperialista.
Molti ci hanno detto che i giovani Mapuche si sono allontanati dalla cultura e dalla lotta Mapuche. Qual è la vostra opinione al riguardo e cosa significa per la vostra lotta?
Pur consapevoli che la domanda è un’affermazione, a nostro avviso è relativa. Nel processo di reinterpretazione che le nuove generazioni Mapuche stanno vivendo, sono stati proprio i giovani a svolgere un ruolo fondamentale nella rinascita e nella ripresa della causa autonomista, soprattutto nel sostenere la proposta di liberazione del nostro popolo.
Questo perché nei weche (giovani) sta la forza, la vitalità, l’energia rinnovata da cui sono emersi i weichafe, pu lamngen, pu peñi, che rivendicano non solo aspetti culturali e identitari, ma anche una maggiore consapevolezza politica del significato dell’espropriazione, dell’occupazione e della sottomissione del nostro popolo.
Infatti, diversi militanti hanno perso la vita e centinaia sono incarcerati come prigionieri politici, il che dimostra l’impegno dei giovani Mapuche.
Dobbiamo tuttavia riconoscere che la diversità di espressioni tra i nostri giovani riguardo al modo di combattere, di vivere, al recupero dell’identità e al legame con la terra potrebbe aver generato pregiudizi sull’abbandono dei principi identitari e dei valori culturali.
L’autocritica che possiamo offrire nei confronti dei nostri giovani passa per una riflessione su alcune deviazioni nelle forme di lotta, piuttosto che sulle linee guida programmatiche o strategico-tattiche della lotta in generale.
Come CAM, abbiamo definito come abbracciare la nostra cultura basandoci su una lotta concreta. Consideriamo il recupero della cultura come l’essenza che alimenta la lotta di liberazione. Inizia con la consapevolezza della necessità di rivitalizzare gli elementi della nostra visione del mondo, il che a sua volta è una lotta per denunciare l’oppressione e la negazione della nostra identità e cultura da parte dello stato coloniale.
Questo diventa un’ulteriore componente della lotta; mettendola in pratica, si crea una correlazione di forze a favore di un percorso anticoloniale di ribellione e insubordinazione.
La proposta è di rafforzare la nostra cultura a partire da ciò che ancora sopravvive nei nostri territori e dai margini (la condizione di una sottocultura), affinché diventi una risorsa nella lotta reale contro il neocolonialismo. L’elemento più importante, vitale, è l’eredità dei nostri antenati che hanno combattuto.
Attualmente, ci sono diversi contributi, tutti di pari passo con la ricostituzione del weichan (la lotta Mapuche). Si tratta di una lotta su più fronti che si propone come obiettivo di instaurare il grande processo di ricostruzione nazionale, in cui le nuove generazioni sono fondamentali.
Oggi, con i weche (gli anziani Mapuche) e con tutto il popolo, le cerimonie e l’eredità dei nostri futakeche kuifi (antenati), come Mapuche kimun ka mapuche rakiduam (conoscenza e saggezza Mapuche), dobbiamo riaffermare con grande NEWEN (forza) che il Popolo Nazione Mapuche sta avanzando verso la sua liberazione.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
04/08/2026
Cile - “Il principale nemico della causa mapuche sono gli investimenti capitalisti”
25/07/2026
L’industria della colonizzazione lunare
Nella celebre Trilogia di Marte – autentico capolavoro della fantascienza “realistica” – lo scrittore Kim Stanley Robinson immagina la colonizzazione del pianeta rosso non come una conquista eroica, ma come un processo politico e industriale: prima arrivano gli scienziati, poi gli ingegneri, poi le infrastrutture, poi le corporation, poi i conflitti su chi possiede cosa, chi fa le regole, chi controlla le risorse e chi trasforma un mondo vuoto in una nuova società.
È una delle intuizioni più potenti dell’opera: la colonizzazione di un nuovo spazio non comincia quando qualcuno dichiara la propria sovranità su un territorio, ma quando quel territorio viene, per l’appunto, “territorializzato”.
Ciò che vale per Marte nella finzione di Robinson, vale per la “nuova” rincorsa alla Luna, incarnata oggi da Artemis (il programma della NASA che prevede di riportare l’essere umano sulla Luna entro il 2028). Una rincorsa che, mano a mano che si concretizza, somiglia più a una vecchia storia terrestre che a una fantasia futuristica. La storia è quella delle compagnie privilegiate che determinarono la forma del colonialismo occidentale in Asia a partire dal Seicento, delle ferrovie imperialiste in Africa, dei porti e delle rotte protette (o contese) dagli Stati, oggi come ieri, da Hormuz a Malacca. Anche nello spazio, prima delle miniere arriveranno infatti i magazzini. Prima del commercio arriverà la logistica. E, come spesso è accaduto nella storia coloniale, chi controllerà la logistica controllerà la ricchezza della frontiera.
È da questo assunto che bisognerebbe partire quando si parla di space economy. Non dalle cifre vertiginose con cui si calcola il presunto valore di un corpo celeste, moltiplicando la quantità stimata di platino, nichel o cobalto per il prezzo corrente sulla Terra. Quella è la versione patinata, roba da prospetto per investitori. E in quanto tale occulta un fatto banalissimo: nessuna risorsa “naturale” è vera ricchezza finché non esiste una filiera in grado di estrarla e trasportarla. Il petrolio sotto un fondale oceanico non vale nulla senza piattaforme, porti e oleodotti. Parafrasando un vecchio spot di Pirelli: una risorsa è nulla senza infrastrutture.
Lo stesso varrà per qualunque futura attività estrattiva nello spazio. L’errore è immaginare l’estrazione come l’inizio della storia. La miniera in realtà arriva per ultima. Prima di lei c’è la mappa (anche se non più cartacea bensì digitale, e non più solo terrestre, ma extra-planetaria). Poi c’è il porto (o perlomeno un luogo dove immagazzinare e ridistribuire le risorse). E infine ci sono le norme e i rapporti di potere che regolano il possesso dei territori, la percorribilità delle rotte, la sicurezza dei trasporti. Prima ancora di estrarre valore, bisogna costruire, e rendere “sicuro”, il mondo che rende tale valore estraibile (ovvero trasportabile e quindi commerciabile).
I primi commerci spazialiLe compagnie privilegiate dell’epoca coloniale lo avevano capito molto bene. La Compagnia britannica delle Indie orientali (EIC), la Compagnia olandese delle Indie orientali (VOC) e le altre grandi entità commerciali del Sei/Settecento non erano semplici imprese, ma operatori politici-logistici-amministrativi che agivano per conto di Stati che subappaltavano loro le operazioni necessarie allo sfruttamento del commercio oceanico. Per questo tanto la EIC quanto la VOC avevano facoltà di dotarsi di milizie, di esercitare poteri politici e giuridici, di costruire flotte, porti e depositi, di amministrare e pattugliare i mari. Il loro potere non stava tanto nelle risorse/merci che trasportavano, ma nelle rotte che controllavano.
La possibile economia spaziale del XXI secolo potrebbe assomigliare a quel modello più di quanto i suoi promotori siano disposti ad ammettere. Non avrà velieri, governatori coloniali e fortini tropicali, ma vettori riutilizzabili, lander commerciali e basi lunari. È un’economia che dipenderà, in ogni caso, da una commistione molto profonda tra imprese private e poteri statali.
Il modello è del resto già operativo nel contesto di Artemis. Il programma Commercial Lunar Payload Services (CPLS) della NASA, per esempio, non costruisce direttamente tutti i mezzi per arrivare sulla Luna, ma compra “servizi” da aziende private. I contratti CLPS hanno un valore massimo complessivo di 2,6 miliardi di dollari fino al 2028 e prevedono consegne commerciali sulla superficie lunare, dal compattamento dei carichi alla gestione della missione. Tra i nomi coinvolti ci sono Intuitive Machines, Astrobotic, Firefly Aerospace, Blue Origin (quella di Jeff Bezos), Draper e altri fornitori. È una logica da appalto di frontiera: lo Stato apre il mercato, paga i primi rischi, crea domanda, legittima gli operatori.
La prima base lunare permanente, se e quando arriverà, non sarà quindi una città sotto una cupola trasparente. Sarà un porto. Un nodo logistico per questi vettori di consegne.
Le prime commesse difficilmente saranno spettacolari. Non riguarderanno l’estrazione di metalli rari né l’apertura di miniere capaci di cambiare da sole le dimensioni dell’economia globale. Riguarderanno invece questioni meno appariscenti: trasportare strumenti, garantire comunicazioni, misurare il suolo e altre variabili ambientali per capire dove una base può sopravvivere più a lungo.
Le risorse lunari più importanti, almeno all’inizio, non saranno quelle vendibili sulla Terra, ma quelle più utili nello spazio. L’acqua ghiacciata che potrebbe trovarsi nei crateri permanentemente in ombra delle regioni polari non è preziosa perché qualcuno pensa di imbottigliarla e riportarla a casa. È preziosa perché nello spazio l’acqua è vita, ossigeno, carburante, massa da non dover lanciare dalla Terra. Separata in idrogeno e ossigeno, può diventare propellente. Usata localmente, può sostenere una base. Accumulata in depositi, può trasformare la Luna in un polo logistico per progetti più ambiziosi, anche (se non soprattutto) di tipo estrattivo.
Obiettivo: elio-3Il premio più ambito potrebbe rivelarsi il mitologico elio-3 che, oltre agli utilizzi nell’ambito del quantum computing, da decenni viene evocato come elemento cardine di una futura fusione nucleare meno pericolosa e più efficiente. Nel corso di miliardi di anni, il vento solare ne ha depositate grandi qualità sulla regolite lunare, alimentando l’idea che il nostro satellite possa diventare una sorta di “bacino” extraterrestre: una riserva energetica sospesa sopra le nostre teste, pronta a ridisegnare gli equilibri energetici della Terra.
Un nome che torna spesso in questa storia è quello di Harrison “Jack” Schmitt, geologo, astronauta dell’Apollo 17 e ultimo uomo ad aver camminato sulla Luna insieme a Eugene Cernan. Schmitt è da decenni uno dei più convinti sostenitori dell’idea che l’elio-3 lunare possa alimentare una futura economia della fusione. Più recentemente è entrato per questo nell’orbita di Interlune, una startup americana fondata da ex pezzi grossi di Blue Origin che promette di raccogliere elio-3 lunare e riportarlo sulla Terra.
Proprio l’elio-3 mostra tuttavia quanto la space economy sia costruita su promesse che funzionano politicamente prima che industrialmente. Oggi non esiste un’economia della fusione basata sull’elio-3 (lunare o meno). E tantomeno esiste una filiera in grado di estrarlo, separarlo, immagazzinarlo, trasportarlo e usarlo sulle scale necessarie ad avere un impatto. Per recuperarlo bisognerebbe trattare quantità enormi di suolo lunare (più di ogni altra attività estrattiva terrestre a noi nota), riscaldarle, separare isotopi presenti in concentrazioni ridottissime e infine organizzare una catena di trasporto e utilizzo tutta da inventare.
Eppure l’importanza dell’elio-3 non va liquidata. Non perché sia già il petrolio del futuro, ma perché può svolgere la stessa funzione immaginativa che “i fiumi d’oro”, le spezie o il petrolio hanno svolto in altre epoche. Ogni espansione ha infatti avuto bisogno di un proprio Eldorado: una risorsa capace di giustificare costi e rischi enormi per essere raggiunta. L’elio-3 potrebbe essere questo tipo di risorsa: il mito che la rende possibile la colonizzazione lunare.
Colonizzare la LunaLe frontiere, d’altra parte, non devono essere redditizie da subito. Devono essere credibili a sufficienza da attrarre Stati, capitali e apparati tecno-industriali. Molte infrastrutture coloniali sono state costruite prima che i profitti fossero certi. Le ferrovie tracciate nell’Ottocento verso l’interno del territorio americano non servivano a connettere comunità esistenti, ma a preparare un’economia futura. Una volta costruita la ferrovia, una nuova economia si organizzava attorno a essa. Una volta creato il porto, i flussi venivano orientati verso di esso. Una volta fondata una base lunare...
Il diritto internazionale, almeno in teoria, dovrebbe impedire una corsa coloniale vecchio stile (predatoria, violenta, conflittuale). Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico vieta agli Stati di appropriarsi della Luna o di altri corpi celesti. Nessun Paese può dichiarare proprio un cratere lunare o un asteroide. Ma il punto è che il controllo non coincide sempre con la sovranità formale. Si può non possedere un territorio e controllarne comunque l’accesso (come ha dimostrato di recente la vicenda di Hormuz).
La geografia lunare, che immaginiamo come uno spazio vuoto e uniforme, è del resto piena di colli di bottiglia. Non tutti i luoghi hanno lo stesso valore. Alcune zone ricevono più luce e permettono una produzione energetica più stabile. Alcuni crateri potrebbero contenere più ghiaccio. Alcune aree sono più adatte alle comunicazioni. Come sulla Terra, la frontiera lunare si potrebbe rapidamente restringere attorno a pochi snodi strategici.
Ed è negli snodi che spesso risiedono tanto il potere quanto il potenziale per il suo abuso. La distopia più probabile non è uno Stato che pianta la propria bandiera e proclama la nascita di un impero lunare. È più banale e contemporanea: per esempio, una singola compagnia che gestisce (quasi) tutti i trasporti. Uno scenario in cui non è necessario possedere formalmente la Luna per possedere di fatto la Luna.
Un esempio concreto, e recente, di questo rischio è il contratto assegnato dalla NASA a Intuitive Machines nel 2024 per servizi di comunicazione e navigazione lunare: fino a 4,82 miliardi di dollari per costruire capacità di trasmissione dati a supporto del programma Artemis. Non è una miniera né un atto di sovranità su un territorio. È però esattamente il tipo di infrastruttura da cui, domani, potrebbero dipendere tutti.
Anche in questo le future compagnie dello spazio potrebbero ricalcare il modus operandi delle compagnie privilegiate dell’epoca coloniale. Non perché avranno formalmente il diritto di governare territori, come facevano la VOC o la EIC, ma perché riceveranno dagli Stati capitali e legittimazione in cambio dei loro servizi e del know-how relativo. Lo spazio sarà dichiarato “pubblico” quando bisognerà pagare il costo della frontiera e “privato” quando sarà il momento di incassarne i profitti.
Questo intreccio è già visibile nella nuova economia spaziale: lanciatori privati finanziati da contratti pubblici, infrastrutture satellitari essenziali per scopi militari, aziende che diventano attori geopolitici in grado di influenzare conflitti, dipendenze tecnologiche che condizionano intere politiche statali. Portare tutto questo sulla Luna significa amplificarlo in un ambiente dove non esiste società civile locale, non esiste opinione pubblica residente, non esistono istituzioni proprie e ogni accesso passa attraverso sistemi tecnici estremamente costosi e complessi, che rendono le eventuali dipendenze ancora più profonde e difficili da scardinare.
La Luna, insomma, non è l’India, l’Africa o le Americhe dell’età moderna. Non ci sono popolazioni lunari da conquistare o schiavizzare, convertire o sterminare. Equiparare direttamente le due cose sarebbe moralmente osceno. Tuttavia alcune strutture del colonialismo possono ripresentarsi anche senza popolazioni indigene. La Luna è infatti vuota di abitanti ma non priva di significati. È un archivio geologico, un ambiente scientificamente prezioso, un oggetto culturale da sempre condiviso, potenzialmente una piattaforma astronomica per la proiezione spaziale della specie umana. Ridurla a bacino di risorse significa scegliere, in partenza, un modello di relazione tra un soggetto agente e un oggetto passivo.
L’argomento ambientale, infine, rende tutto ancora più ambiguo. Una delle promesse della space economy è che, spostando fuori dalla Terra una parte dell’estrazione, potremmo ridurre la pressione sugli ecosistemi terrestri. Ma questa promessa rischia di diventare l’ultima assoluzione dell’estrattivismo. Non cambiamo modello di consumo ma ne allarghiamo il raggio. Non mettiamo in discussione il processo di sviluppo. Al contrario: lo dotiamo di un’estensione cosmica.
17/04/2026
We are not robots – Nutrire la macchina. L’intelligenza artificiale estrattivista
di Gioacchino Toni
James Muldoon, Mark Graham, Callum Cant, Nutrire la macchina. Come alimentiamo l’intelligenza artificiale, traduzione del Gruppo Ippolita, Mimesis, Milano-Udine 2026, pp. 290, € 22,00
«Se pensiamo all’intelligenza artificiale come a una macchina estrattivista, allora noi siamo la materia prima». «La macchina vuole il tuo lavoro, le tue idee, la tua arte, la tua acqua, la tua energia, i tuoi dati e i minerali rari del tuo paese. Tutti questi input vengono alimentati nel fuoco che li trasforma in output, potere e profitti. C’è un nome semplice per il sistema che ha creato questa macchina. Si chiama capitalismo».
Questa, in estrema sintesi, la convinzione espressa da James Muldoon, Mark Graham e Callum Cant nel volume Nutrire la macchina (2026) uscito in lingua inglese nel 2024 e ora tradotto in italiano dal Gruppo Ippolita per Mimesis edizioni.
Il testo «racconta le storie delle persone il cui lavoro rende possibile l’esistenza dell’intelligenza artificiale, descrivendo i sistemi di potere che alimentano le disuguaglianze globali nell’accesso al capitale, alle reti e alle opportunità professionali. Lo studio porta alla luce la forza lavoro nascosta che contribuisce all’intelligenza artificiale e rivela come questo aspetto essenziale venga deliberatamente occultato» (p. 13). L’ammaliante narrazione di macchine portentose, capaci di apprendere da sole sfruttando quantità sterminate di dati e di fornire risposte alle più diverse richieste che vengono loro sottoposte, nasconde un universo di lavoro umano mal pagato e massacrante, non riconducibile soltanto ai dannati della terra destinati all’estrazione dei materiali utili alla loro realizzazione materiale e a coloro che assemblano le macchine, ma anche all’attività di tantissimi «annotatori di dati, moderatori di contenuti, ingegneri di machine learning, esperti di etica dell’IA, magazzinieri, organizzatori del lavoro e figure di spicco del settore» (p. 13). A questi occorre poi aggiungere quanti forniscono gratuitamente dati e prendono parte all’addestramento delle macchine semplicemente utilizzandole quotidianamente.
Le oltre 200 interviste realizzate dagli autori del volume lungo un decennio di inchiesta sul campo fanno emergere il mondo nascosto della produzione dell’intelligenza artificiale rivelando non solo come questa venga utilizzata per intensificare e dequalificare i processi lavorativi attraverso subdole pratiche di sorveglianza e il suo impiego in ambito militare, ma anche l’eredità coloniale che caratterizza queste innovazioni tecnologiche che contribuiscono all’estrema concentrazione di potere, ricchezza e capacità di plasmare il futuro. Gli autori hanno individuato sette soggetti a testimonianza di altrettante attività inerenti l’universo della IA: “l’annotatore”, “l’ingegnere”, “il tecnico”, “l’artista”, “l’operatore”, “l’investitore” e “l’organizzatore”. Il lavoro di ciascuno di questi si intreccia con il lavoro degli altri incidendo sulla vita di tutti.
Muldoon, Graham e Cant evidenziano come l’IA sia di fatto una “macchina estrattivista”, visto che «attinge input fondamentali quali capitale, potere, risorse naturali, lavoro umano, dati e intelligenza collettiva e li trasforma in previsioni statistiche, che le aziende a loro volta trasformano in profitti» (p. 15). Anziché guardare alla IA come ad una sorta di tecnomagia decontestualizzata, sottolineano gli autori, occorre pesarla come una macchina dotata di una storia bene precisa, costruita da soggetti in carne, ossa e pensiero in un determinato momento per svolgere compiti specifici, strettamente «integrata nei sistemi politici ed economici esistenti e quando classifica, discrimina e fa previsioni lo fa al servizio di coloro che l’hanno creata. L’IA è espressione degli interessi dei ricchi e dei potenti che la utilizzano per rafforzare ulteriormente la loro posizione. Rafforza il loro potere e allo stesso tempo incorpora i pregiudizi sociali in nuove forme di discriminazione digitale» (p. 15).
Dotata di un corpo materiale, fatto di chip, server e cavi la macchina IA necessita continuamente di nutrirsi di elettricità, di acqua per raffreddare i server e del lavoro invisibile e sottopagato di esseri umani sparsi in tutto il mondo, tenuti a lavorare anch’essi come macchine per compensare i limiti della tecnologia e far sì che essa replichi l’essere umano potenziandolo.
La macchina estrattivista non solo richiede risorse fisiche e manodopera, ma vive dell’intelligenza umana contenuta nei suoi dataset di addestramento. L’IA cattura la conoscenza degli esseri umani e la codifica in processi automatici attraverso modelli di apprendimento precostituiti. È un sistema che deriva e dipende dai suoi dati di addestramento, attraverso i quali impara a svolgere una data gamma di attività: [...] tutto si basa su un progetto di raccolta della storia della conoscenza umana in enormi dataset costituiti da miliardi di voci di riferimento. [...] Le aziende di IA hanno intrapreso una forma di privatizzazione dell’intelligenza collettiva, chiudendo questi insiemi di dati e utilizzando un software proprietario per creare nuovi output basati sulla loro manipolazione. La macchina estrattivista richiede tali risorse intellettuali tanto quanto quelle materiali (p. 17).
Si può parlare della IA come di una “macchina estrattivista”, sottolineano gli autori, non solo per il suo saccheggiare risorse, lavoro umano e intelligenza collettiva, ma anche perché i sistemi di IA intensificano «l’estrazione dello sforzo dai lavoratori, che sono costretti a lavorare più duramente e più velocemente dai sistemi di gestione, i quali centralizzano la conoscenza del processo lavorativo e riducono il livello di abilità richiesto per svolgere un lavoro, routinizzandolo e semplificandolo» (p. 17). Nutrire la macchina mostra chiaramente «che noi esseri umani siamo la forza invisibile che alimenta l’intelligenza artificiale, sia fisicamente con il nostro lavoro, sia intellettualmente attraverso l’assimilazione e la sintesi da parte dell’intelligenza artificiale della nostra intelligenza collettiva» (p. 278).
La macchina utilizza con logica estrattiva i lavoratori malpagati – e gli utenti non pagati – a seconda della posizione che occupano nel capitalismo globale con lo scopo di arricchire gli azionisti delle aziende tecnologiche e concentrare il potere nelle mani di una élite. Coloro che sono occupati nell’annotazione dei dati, ad esempio, oltre ad essere trattati come macchine destinate a compiti ripetitivi monitorate nei loro movimenti e nelle prestazioni, fungono da carburante necessario per far funzionare l’intelligenza artificiale. Che si alimenti direttamente la macchina estrattivista (sul lavoro) o indirettamente (nel ricorrere a queste tecnologie), in qualche modo tutti si viene consumati nella forsennata ricerca di prestazioni.
Muldoon, Graham e Cant intrecciano l’analisi economica e politica dei sistemi di lavoro che producono l’intelligenza artificiale con la vita di chi lavora in tale contesto mostrando tanto gli elementi di novità quanto quelli che riprendono le modalità produttive e di sfruttamento del passato.
Nel far emergere i percorsi di produzione dell’IA riecheggia la storia coloniale dell’estrazione e dello sfruttamento per mezzo del saccheggio sistematico e di accordi commerciali asimmetrici. […] La colonizzazione fa parte della logica strutturante dell’intelligenza artificiale, sia nel modo in cui viene implementata che in quello in cui opera. L’IA è costruita attraverso una divisione internazionale del lavoro digitale, in cui i compiti sono distribuiti tra una forza lavoro globale con i lavori più stabili, ben pagati e desiderabili, situati nelle città chiave degli Stati Uniti, e i lavori più precari, poco pagati e pericolosi, esternalizzati verso località periferiche del Sud globale. I minerali chiave che risultano indispensabili per l’IA vengono estratti e lavorati in queste aree geografiche e trasportati in zone di assemblaggio speciali per essere trasformati in prodotti tecnologici, come ad esempio i chip di ultima generazione necessari per i grandi modelli linguistici. Queste pratiche riproducono schemi coloniali ben collaudati, in cui i paesi occidentali fanno leva sul loro dominio economico e si arricchiscono estraendo minerali e manodopera dai territori periferici. I risultati dell’IA generativa rafforzano le gerarchie coloniali poiché molti dei dataset e dei benchmark comuni su cui vengono addestrati i modelli privilegiano le forme di conoscenza occidentali e possono riprodurre, attraverso gli stereotipi contenuti nei dati, pregiudizi nei confronti di gruppi subalternizzati che sono già mal rappresentati e discriminati (pp. 25-26).
Tra le storie raccolte nel volume si trovano i racconti degli abominevoli video a cui sono sottoposti quanti si occupano di moderazione dei contenuti, dell’alienante lavoro di chi deve annotare dati od opera in un data center e di chi si ritrova a da essere replicato dall’intelligenza artificiale. Oltre a documentare lo sfruttamento, il volume mostra anche l’emergere di conflittualità, come nel caso di chi si trova a fronteggiare le implicazioni etiche della tecnologia che sta contribuendo a costruire, o di chi, per ottenere un aumento salariale, si prodiga nell’organizzazione di uno sciopero selvaggio o nel mettere in piedi un’organizzazione sindacale nel settore in cui lavora. Gli autori tratteggiano anche la nascita di movimenti transnazionali di lavoratori e lavoratrici determinati a lottare per migliorare le condizioni di lavoro e ripensare l’uso delle tecnologie.
Nelle ultime pagine del volume, dopo le testimonianze di chi – tra il Kena, l’Uganda, l’Islanda, l’Inghilterra e diverse altre località sparse per il mondo – si trova a lavorare per la macchina estrattivista del nuovo millennio, gli autori riportano le parole pronunciate il 2 dicembre 1964 da Mario Savio, uno studente attivista dell’Università di Berkeley in California, per denunciare il malessere provato nel sentirsi relegato a ingranaggio di una dannata macchina di sfruttamento ed esprimere il desiderio di ribellarsi ad essa. All’epoca la macchina estrattiva IA non esisteva, ma le parole pronunciate oltre sessant’anni fa restano spendibili ancora oggi:
We are not robots – serie completaC’è un momento in cui il funzionamento della macchina diventa ripugnante, ti fa stare così male che non puoi più farne parte; non puoi nemmeno partecipare passivamente, e devi mettere il tuo corpo sugli ingranaggi, sulle ruote, sulle leve, su tutto l’apparato, e devi farlo smettere (cit. p. 281).
21/02/2026
Argentina - Milei scatena la “motosega” contro i diritti dei lavoratori
Le parole di Gago sono una chiave di lettura precisa, e soprattutto necessaria: perché la legge sul lavoro non è un provvedimento isolato, non è un “aggiustamento” tecnico, non è una riforma neutra. È un pezzo di un’operazione più ampia, una strategia complessiva di governo che combina precarizzazione, estrattivismo e repressione, cucendo insieme l’agenda economica con un dispositivo disciplinare. E non è un caso che la sua approvazione al Senato sia avvenuta nella stessa notte in cui, fuori dal Parlamento, lo Stato argentino ha messo in scena un’azione repressiva di proporzioni enormi.
Tra l’11 e il 12 febbraio, mentre in aula si consumava una maratona parlamentare di oltre tredici ore, nelle strade intorno al Congresso si combatteva un’altra battaglia: quella della piazza contro la motosega sociale. Le colonne di sindacati, organizzazioni territoriali, studenti e movimenti hanno circondato il Parlamento per denunciare ciò che la legge sul lavoro rappresenta davvero: un attacco frontale alle conquiste storiche della classe lavoratrice argentina. La risposta è stata quella che questo governo ha scelto come linguaggio strutturale: violenza, militarizzazione, caccia.
La polizia federale ha caricato con lacrimogeni, proiettili di gomma, moto lanciate a tutta velocità sulla folla, corridoi di manganelli, inseguimenti, accerchiamenti. Una repressione organizzata e non improvvisata, costruita come parte della scena politica: blindare il voto, impedire che la protesta cresca, produrre paura. Il bilancio è pesantissimo: oltre 300 persone ferite e almeno 30 arrestate. Non si tratta di un “eccesso” di qualche reparto. È l’applicazione coerente di una dottrina: per Milei la violenza non è un effetto collaterale, è un’infrastruttura. La motosega non taglia soltanto bilanci e diritti: taglia anche i corpi.
Secondo l’attivista e sociologa Luci Cavallero: “Molte persone si sono mobilitate contro la riforma del lavoro chiamata, in modo ingannevole, “legge di modernizzazione del lavoro”, perché implica un arretramento storico di quasi cento anni nei diritti del lavoro conquistati dalla classe lavoratrice argentina. Per fare alcuni esempi: significa la fine dei contratti collettivi di lavoro. Significa la possibilità che la parte datoriale frammenti le indennità, che sottragga una parte del salario in caso di congedo per malattia, che si estenda la giornata lavorativa oltre le otto ore. L’arretramento è infinito ed è un attacco alle condizioni generali di vita dell’intera classe lavoratrice mondiale, perché riteniamo che questa riforma si voglia far passare in Argentina come un esperimento, come un laboratorio di ciò che poi si vorrà fare in altre parti del mondo. Per questo ci mobilitiamo: i sindacati, ma anche le organizzazioni femministe, transfemministe, ambientaliste, con lo slogan “abbasso le riforme”, perché non si tratta soltanto di una riforma del lavoro, ma si vuole far passare anche una riforma della Legge sui Ghiacciai e un abbassamento dell’età di imputabilità penale degli adolescenti. Noi ci stiamo mobilitando con lo slogan: “unire le lotte nel compito””.
Questa repressione, infatti, non è separabile dal contenuto della legge sul lavoro. È la sua premessa materiale. Perché quando un governo non riesce a costruire consenso sociale attorno a ciò che sta facendo, deve costruire disciplina. Quando non riesce a convincere, deve imporre. E quando ciò che propone è una vendetta contro le lotte operaie, allora la vendetta deve essere difesa con la forza.
La legge sul lavoro approvata in Senato è il tentativo più avanzato di Milei di riscrivere i rapporti di forza tra capitale e lavoro. È il passaggio dal discorso alla struttura: dalla propaganda della “libertà” alla normalizzazione del ricatto. E avviene in un momento politicamente preciso: dopo le elezioni di ottobre e la nuova composizione parlamentare, il governo prova a usare fino in fondo i numeri e le alleanze costruite con settori dell’opposizione, con blocchi provinciali e con quelle parti del sistema politico che hanno scelto di diventare la stampella “istituzionale” del progetto mileista.
Non è un caso che il governo abbia parlato di “cambio storico” e di “fine dell’industria del giudizio”. Il suo obiettivo non è ridurre i conflitti: è ridurre la possibilità di farli esplodere. Non vuole meno contenziosi perché vuole più giustizia: li vuole ridurre perché vuole un lavoro più docile, più ricattabile, più individualizzato. E il punto più profondo è proprio questo: la legge non si limita a precarizzare. Cerca di costruire un modello in cui il conflitto collettivo diventa impossibile, e dove ogni rapporto di lavoro si trasforma in un contratto privato tra una persona sola e un’impresa armata di potere economico.
È qui che la lettura di Gago torna decisiva, e va ripresa fino in fondo: “Se questa legge venisse approvata, sarebbe una vittoria impressionante del governo: della sua capacità di articolare e dirigere altre forze politiche, di negoziare con le burocrazie sindacali e di stabilire un modello per cui ormai la parola “precarietà” non basta più a descrivere ciò che si sta modificando. Oltre a questioni molto concrete – come il fatto che i salari possano essere pagati attraverso fintech, cioè tramite piattaforme finanziarie – c’è una serie di misure che sono davvero una vendetta contro la storia delle lotte operaie in questo paese, una vendetta contro chi svolge compiti di cura, una vendetta contro le forme con cui in Argentina si è lottato storicamente per il riconoscimento, per esempio, delle economie popolari”.
In questa frase c’è tutto: la legge sul lavoro come vittoria politica, non solo economica. Come prova di forza, non come provvedimento. Come dispositivo di governo, non come “riforma”.
Perché dentro questa legge c’è un attacco sistematico alle tutele che, per decenni, hanno funzionato come argine minimo contro l’arbitrio padronale: ferie, congedi, indennità, contrattazione collettiva, diritto di sciopero, possibilità di organizzarsi in fabbrica e nei luoghi di lavoro. La legge spinge verso un modello in cui gli accordi aziendali e perfino quelli individuali possono prevalere sui contratti collettivi nazionali, anche se peggiorativi. Significa aprire la porta a una pratica già nota: chiamare le persone una per una, far firmare, imporre condizioni. Legalizzare il ricatto e trasformarlo in normalità.
Questa legge può diventare realtà grazie al risultato elettorale dell’ottobre passato? Per Luci Cavallero: “Si è creata una combinazione di diversi elementi. Da un lato, è innegabile la legittimità – seppur scarsa – che conferisce il risultato elettorale dell’anno scorso. Il tentativo di portare avanti queste riforme durante l’estate argentina è un altro elemento da considerare. È importante capire che loro vogliono portare avanti una riforma che cambia i rapporti di lavoro in Argentina quasi senza dibattito, in sessioni straordinarie e presentando il testo definitivo del progetto a pochi minuti dalla votazione. L’altro elemento centrale oggi è la scarsa capacità di opposizione delle centrali sindacali, che in molti casi si vedono costrette – sotto pressione delle basi – a scegliere pratiche di lotta; ma la loro debolezza fa sì che, di fatto, la legge sia avanzata, insieme all’esaurimento dopo anni di mobilitazioni nelle strade”.
Allo stesso tempo, la fine dell’ultra attività dei contratti collettivi – cioè il principio per cui un contratto continua a valere finché non se ne negozia uno nuovo – mette i sindacati in una condizione strutturale di debolezza: se non rinegozi in tempi stretti, perdi. Se non accetti, il pavimento si sgretola. È un modo per trasformare ogni rinnovo contrattuale in una guerra di logoramento, dove la forza non sta nella mobilitazione ma nella capacità di resistere al ricatto del tempo.
Poi c’è la questione dell’orario: il “banco ore”, che sposta l’asse dallo straordinario pagato allo straordinario “accumulato”, compensato in futuro, gestibile e negoziabile in modo asimmetrico. Anche qui, la parola “flessibilità” serve a mascherare un fatto semplice: il tempo di vita viene risucchiato nel tempo produttivo, e restituito solo quando conviene al comando. In un contesto di precarietà generalizzata, non è uno strumento di libertà: è una trappola.
E c’è un elemento che dice molto della fase: il pagamento dei salari attraverso fintech, piattaforme finanziarie. Non è un dettaglio tecnico. È un salto di paradigma. Significa inserire ancora più profondamente la vita di chi lavora dentro la finanziarizzazione, dentro l’estrazione di valore attraverso il debito, le commissioni, l’intermediazione digitale. È l’idea che il salario non sia più un diritto ma un flusso da catturare, da monetizzare, da mettere a profitto. E qui la “motosega” non taglia soltanto diritti: apre un canale di estrazione finanziaria permanente.
Ma soprattutto: la legge sul lavoro non può essere letta da sola. È parte di quel complesso di tre riforme che Gago descrive con lucidità: precarizzazione, estrattivismo, repressione. Da una parte la legge sul lavoro, che abbassa le tutele e spezza la forza collettiva. Dall’altra la riforma della Legge sui Ghiacciai, che serve a liberare il campo per l’estrattivismo minerario in più province: un saccheggio ambientale presentato come “sviluppo”, e usato come moneta di scambio per raccogliere voti territoriali. E infine l’abbassamento dell’età di imputabilità a 14 anni: la demagogia punitiva come strumento per governare la povertà e la crisi sociale prodotta dallo stesso programma economico.
Il governo Milei costruisce così un modello coerente: toglie diritti nel lavoro, apre territori all’estrazione, e prepara la repressione per gestire l’esplosione sociale. È un progetto che non promette benessere, promette disciplina. Non promette futuro, promette obbedienza. Non promette lavoro, promette sopravvivenza.
Per questo il passaggio alla Camera dei Deputati, previsto tra circa quindici giorni e con una data già al centro della mobilitazione – il 25 febbraio – non è un voto qualunque. È uno snodo. Se la legge venisse approvata definitivamente, sarebbe un trionfo politico del governo, la dimostrazione che Milei non solo può tagliare, ma può farlo costruendo maggioranze, articolando altre forze politiche, piegando il Parlamento, negoziando con settori delle burocrazie sindacali, e soprattutto imponendo un modello sociale dove la precarietà non è più una condizione: è un destino.
Ed è qui che si capisce perché la piazza è stata repressa con quella ferocia. Perché chi governa sa benissimo che questa legge sul lavoro non passa “per consenso”: passa perché viene protetta. Passa perché viene imposta. Passa perché la motosega sociale deve tagliare prima che la società trovi il modo di fermarla.
Oggi in Argentina c’è agitazione e mobilitazione. Non per una generica opposizione morale, ma perché la posta in gioco è concreta: ferie, congedi, indennità, sciopero, contratti, vita quotidiana. È la possibilità stessa di resistere. È la possibilità stessa di vivere.
E allora la domanda non è se la legge sul lavoro sia “moderna” o “antica”. La domanda è: a chi serve. E la risposta è già scritta nella notte del Senato e nel gas fuori dal Congresso. Serve a chi vuole un’Argentina dove il lavoro non sia più un terreno di diritti e conflitto, ma un terreno di comando. Serve a chi vuole cancellare la storia delle lotte operaie. Serve a chi vuole vendetta contro chi cura, contro chi si organizza, contro chi sopravvive nelle economie popolari. Serve a chi vuole un paese in cui la violenza diventa politica ordinaria.
La motosega sociale è questa: una legge sul lavoro scritta contro chi lavora, difesa con la polizia, scambiata con l’estrattivismo, e accompagnata dalla demagogia punitiva. Un progetto distruttivo, totale. E proprio per questo, un progetto che può essere fermato solo da ciò che Milei teme davvero: la forza collettiva, organizzata, determinata, capace di trasformare la piazza in un veto sociale.
Fonte
06/01/2026
Le basi politico-economiche dell’aggressione al Venezuela
Perché, dunque, il petrolio venezuelano è così importante?
Le caratteristiche del greggio venezuelano (che è pesante) si adattano alla capacità di raffinazione statunitense (senza dimenticarsi che il governo statunitense ha già rubato le raffinerie di proprietà venezuelana presenti sul proprio territorio).
Pur essendo gli Stati Uniti un esportatore netto di petrolio, le qualità estratte all’interno dei propri confini sono leggere e quindi sono di preferenza esportate piuttosto che consumate in loco. Questo rende necessario importare greggio pesante che, al momento, proviene principalmente da Canada e Messico.
Quest’ultimo paese ha però recentemente deciso di tagliare le proprie esportazioni, verosimilmente a causa del calo della produzione e della preferenza accordata alla raffinazione interna. Le importazioni canadesi sono aumentate, ma le relazioni con questo Paese sono tese a causa dell’aggressività trumpiana, per cui l’amministrazione statunitense, presumibilmente, preferisce non dipendere unicamente da esse.
Se si aggiunge al quadro la scelta di ridurre la dipendenza dal Medio Oriente, avviata da Obama ma molto in linea con il sentire MAGA e la predilezione trumpiana per la dottrina Monroe, ecco che il petrolio venezuelano diventa una risorsa insostituibile. Infatti, nel mondo del suprematismo bianco occidentale il trattamento coloniale riservato al Venezuela non sarebbe accettabile per un paese anglosassone come il Canada.
Il Venezuela possiede anche ingenti riserve di gas naturale, in gran parte associate ai giacimenti petroliferi, mentre la corsa dell’IA determina una domanda crescente di energia elettrica che gli Stati Uniti fanno fatica a soddisfare. A causa del ritardo nelle tecnologie energetiche rinnovabili, l’elettricità che alimenta i data center essenziali per far girare l’IA statunitense è alimentata principalmente dal gas naturale, a costi maggiori, mentre i corrispondenti cinesi sono alimentati principalmente dalle rinnovabili, più convenienti e sostenibili.
Sebbene gli Stati Uniti siano un grande produttore di gas naturale e non abbiano attualmente necessità di importarlo, le risorse venezuelane potrebbero essere impiegate per rifornire mercati esteri, come quelli Europei. Nei mesi scorsi, molti analisti si chiedevano come avrebbero fatto gli USA a soddisfare i quantitativi di gas che l’Europa si era impegnata ad acquistare su pressione di Trump. Il gas venezuelano potrebbe rappresentare la risposta a questa domanda. Con ciò si spiegherebbe l’appoggio trasversale all’aggressione statunitense offerto dai Paesi europei, che sono alla ricerca di alternative al gas russo.
Inoltre, il recupero del gas associato ai giacimenti petroliferi potrebbe essere impiegato per fornire energia all’estrazione petrolifera stessa, rendendo competitivo il greggio pesante venezuelano, più costoso da estrarre. Questa operazione richiede una tecnologia che, al momento, solo le compagnie occidentali possiedono.
Se il Venezuela ha ridotto la propria produzione petrolifera e le esportazioni verso gli USA, la responsabilità è della decennale aggressione statunitense verso il Paese e, in particolare, delle sanzioni imposte nel 2017 dalla prima amministrazione Trump e successivamente confermate da Biden.
I governi bolivariani si sono sempre dimostrati disposti ad intraprendere una relazione commerciale paritaria con il proprio ingombrante vicino, ma questo è sempre stato impossibile per motivi essenzialmente politici. Come potrebbe Il governo statunitense, base e appoggio delle forze reazionarie, fasciste e golpiste delle Americhe, intrattenere buoni rapporti commerciali con un governo socialista nel proprio cortile di casa? Tutto il sistema di alleanze economiche, politiche e sociali che garantisce il controllo statunitense sull’emisfero occidentale ne risulterebbe destabilizzato.
Le relazioni tra politica ed economia sono meno lineari di quanto potrebbe sembrare a prima vista. Con il Venezuela il governo USA ha intrapreso una strada rischiosa. Il sequestro di Maduro rappresenta, nell’immediato, l’opzione di minima spesa e massima resa. Gli sviluppi futuri sono però carichi di incognite per tutti gli attori coinvolti.
Dal punto di vista della logica politico-economica di uno sviluppo economico pacifico e di una relazione economica rispettosa e mutuamente vantaggiosa, le scelte statunitensi sono decisamente pessime. La prima tra queste è quella di rifiutare le energie rinnovabili e rinchiudersi nel negazionismo climatico. La seconda è quella di rifiutare una proficua relazione commerciale con il governo bolivariano.
Dal punto di vista della logica politico-economica dell’imperialismo, queste scelte hanno invece una base razionale. Da una parte, la leadership nelle energie rinnovabili è esercitata dalla Cina che, nella logica imperialista occidentale, è un avversario sistemico. Dall’altra, colpire il Venezuela ha una valenza squisitamente politica, e si colloca all’interno della crociata contro le forze progressiste, antifasciste e antimperialiste condotta da Trump in tutto il mondo. Una crociata con motivazioni molto concrete, che serve all’imperialismo statunitense per rinsaldare le proprie alleanze sotto le bandiere di una vera e propria “internazionale nera” che sta crescendo minacciosamente.
Prevarrà la logica dello sviluppo pacifico, rispettoso e mutuamente vantaggioso o quella della rapina imperialista e del suprematismo? Tutto, o quasi, dipende dal coraggio e dalla fermezza del popolo venezuelano, degno e fiero, a cui deve andare tutto il nostro appoggio e la nostra solidarietà.
Moltissimo è in gioco. Secondo i calcoli degli scienziati, per avere la possibilità di limitare la crescita delle temperature a 1,5° il mondo può emettere soltanto ulteriori 250 Gt di CO2 (stime più recenti calcolano un livello ancora inferiore). Si può valutare che il consumo delle ingenti riserve venezuelane di petrolio e gas produrrebbe 160 Gt di CO2, pari al 65% del monte mondiale di emissioni.
Il paradosso è che l’economia venezuelana, dopo anni di boicottaggi e aggressioni, ha ridotto drasticamente la propria dipendenza dalla rendita petrolifera e, nonostante questo, è finalmente tornata a crescere. L’aggressione statunitense intende sospingere nuovamente il Paese sudamericano verso l’estrattivismo e renderlo una bomba ecologica globale.
Se già non ce ne fossero abbastanza, questo è un motivo in più per essere al fianco del popolo venezuelano e del suo governo legittimo.
Fonte
28/09/2025
India - Nel Ladakh esplode la protesta delle nuove generazioni
Dopo quasi quindici giorni di manifestazioni non violente, tuttavia, il 24 settembre sono scoppiati violentissimi scontri tra manifestanti – perlopiù giovani, la cosiddetta Gen Z – e forze di sicurezza indiane, durante i quali i primi hanno incendiato la sede locale del BJP (il partito nazionalista al governo, guidato da Narendra Modi) e i secondi hanno reagito sparando sulla folla, provocando la morte di quattro persone e il ferimento di altre novanta.
A ciò è seguita l’istituzione di un coprifuoco permanente a Leh (la capitale del Ladakh) e in altre città e l’arresto di almeno cinquanta manifestanti, tra cui venerdì è toccato anche a Sonam Wangchuk – che pure aveva esortato i giovani alla calma e all’uso di forme di protesta pacifiche.
Ma per capire le ragioni reali di quanto successo occorre fare un passo indietro al 2019, quando il Ladakh venne creato a partire dalla divisione del Jammu e Kashmir – territorio da sempre al centro di profondi conflitti con il Pakistan da un lato e la Cina dall’altro – e posto sotto il diretto controllo del governo centrale, perdendo la seppur solo formale autonomia fino a quel momento garantita dall’articolo 370 della Costituzione ed espressa da un’assemblea legislativa locale.
Infatti, quello che dal BJP fu celebrato come un importante passo verso l’integrazione nazionale, fu percepito in Kashmir e Ladakh come un atto illegale che alimentò una forte rabbia e un senso di ingiustizia profondo, aumentando il senso di esclusione delle comunità e la preoccupazione per la perdita di controllo sul proprio territorio, ora maggiormente esposto al violento e massiccio accaparramento di risorse naturali (assolutamente abbondanti nella regione himalayana) e terre in nome di un presunto “sviluppo” da parte del governo e delle compagnie private a esso affiliate.
Da allora in Ladakh i due principali attori politici – il Leh Apex Body (LAB, espressione della comunità buddhista Leh) e il Kargil Democratic Alliance (KDA, espressione dei Karghil musulmani) – hanno portato avanti un movimento di protesta coordinato che chiede maggiori tutele costituzionali e pone al centro temi ambientali fondamentali in un ecosistema fortemente danneggiato dagli effetti del riscaldamento climatico globale – che sta causando lo scioglimento accelerato dei ghiacciai, da cui dipende l’approvvigionamento idrico, innescando al tempo stesso un ciclo di inondazioni e siccità e condizioni climatiche estreme – e dall’estrattivismo violento, soprattutto di litio e uranio.
I due temi – quello ambientale e quello concernente l’autonomia politica – che potrebbero a prima vista sembrare due istanze sconnesse, hanno dunque come comune denominatore la volontà delle comunità locali, con una cultura millenaria di interazione e adattamento all’ambiente, di gestire le proprie risorse naturali, in un’ottica in cui la chiave per la sopravvivenza umana e non umana è l’autonomia decisionale (l’80-90 per cento della popolazione in Ladakh è costituito da comunità indigene, ovvero adivasi nella terminologia in uso in India).
In questo contesto assume particolare rilievo la richiesta di riconoscimento del Ladakh come parte della Sixth Schedule, un insieme di disposizioni speciali garantite costituzionalmente dagli articoli Articoli 244(2) e 275(1) che forniscono autonomia amministrativa e protezione alle aree indigene negli stati del nord-est dell’India (Assam, Meghalaya, Tripura, Mizoram, Manipur, Nagaland). Il Sixth Schedule prevede principalmente la creazione di Consigli Autonomi (Autonomous District Councils – ADCs) per le aree designate con poteri legislativi, giudiziari e amministrativi in materie specifiche, tra cui la gestione delle foreste (eccetto le foreste riservate), l’agricoltura, i diritti fondiari e di trasferimento di terreni, la regolamentazione del commercio e delle attività commerciali, l’amministrazione della giustizia secondo le consuetudini locali.
L’inclusione nel Sixth Schedule garantirebbe, quindi, la protezione della terra e delle risorse naturali, impedendo l’acquisizione di terreni da parte di compagnie estrattive senza il consenso delle comunità locali; l’ottenimento di una maggiore autonomia decisionale, consentendo ai rappresentanti eletti locali di legiferare su questioni chiave come l’ambiente, la cultura e lo sviluppo; la preservazione dell’identità culturale di comunità che vivono sulla propria pelle un crescente processo di induizzazione da parte della propaganda nazionalista hindu del partito di Modi.
In questo senso, dunque, la terra e l’ecosistema diventano il fulcro di uno scontro con lo Stato centrale che va al di là delle istanze contingenti, delineando uno scenario in cui la rivendicazione di autonomia e la tutela dell’ambiente chiamano in causa altri modi – profondamente politici – attraverso cui le comunità indigene intessono relazioni con il territorio che li circonda.
Vi è poi un ultimo dato, ormai diventato leit motiv delle proteste nel subcontinente (in Bangladesh l’anno scorso e in Nepal poche settimane fa): la forte componente giovanile dei movimenti.
Nel caso del Ladakh il rifermento agli altri due contesti è stato da subito esplicito e voluto, delineando una continuità che ci parla degli effetti vissuti da un’intera generazione di una distribuzione della ricchezza estremamente diseguale, dell’accaparramento rapace delle risorse naturali ed economiche, della stagnazione politica e della corruzione nell'Asia Meridionale.
Sonam Wangchuk, l’attivista climatico a capo dello sciopero della fame, ha descritto gli eventi come una “rivoluzione della Gen Z” e un’“esplosione della giovane generazione” ed ha attribuito la violenza agli anni di frustrazione accumulata, affermando che i giovani sentono che i loro metodi pacifici vengono sistematicamente ignorati dalle istituzioni.
Sinteticamente si può leggere il ruolo della Gen Z nelle recenti proteste in Ladakh come quello di un catalizzatore, che ha trasformato un movimento pacifico di lunga data in uno scontro violento (ma forse necessario) determinato da frustrazioni economiche e politiche radicate, segnando un’escalation significativa nella lotta della regione per una maggiore autonomia.
Oggi più che mai le giovani e i giovani del cosiddetto Sud Globale chiedono un futuro di giustizia sociale ed economica e mettono il potere istituzionale davanti alle sue responsabilità per decenni di politiche illiberali.
Sta a noi, giovani generazioni del cosiddetto Nord Globale, accogliere il loro appello e costruire insieme un futuro più giusto.
Fonte
07/01/2025
Orano guarda alla Mongolia dopo la cacciata dal Niger
È il caso della Orano. Attiva nel settore nucleare, la multinazionale francese rifornisce le centrali transalpine. Ma tramite i diritti di estrazione del metallo radioattivo in Niger, essa andava assumendo sempre più un ruolo centrale per l’approvvigionamento dell’intera Europa, e anche per le mire strategiche della UE (sul tema energia come su quello militare).
L’estromissione da parte del governo di Niamey ha mandato in crisi questa prospettiva. E nonostante la Orano abbia infine deciso di procedere ad un arbitrato internazionale contro il Niger riguardo al sito di Imouraren, è ovvio che il quadro geopolitico non le è più congeniale e deve trovare al più presto delle alternative.
Alla fine del 2024 è stato annunciato un accordo preliminare tra il governo della Mongolia e la compagnia francese per sviluppare un nuovo progetto minerario. Il documento dovrà ora passare per il Parlamento del paese asiatico per essere approvato, e solo in quel momento l’intesa diventerà ufficiale.
Le informazioni rese note parlano di un dossier di cui si è cominciato a discutere nel 2023, e che ora prevede un impegno del valore totale di 1,6 miliardi di dollari, con un investimento iniziale di 500 milioni.
Si intende cominciare la fase di preparazione delle attività estrattive al più presto, e comunque entro il 2027 per avere la miniera attiva entro il 2028.
Si stima di raggiungere il picco produttivo nei successivi 15 anni, arrivando all’estrazione di 2.600 tonnellate del materiale nel 2044. Grossomodo, si tratta di una quantità pari a quella che fruttava la società Somair, prima che le autorità nigerine ne prendessero il controllo operativo a inizio dicembre, interrompendo le attività della Orano nel paese.
In Mongolia, invece, la multinazionale è presente da circa un quarto di secolo per iniziative di esplorazione di possibili giacimenti. Sembra dunque che un sito papabile (col progetto rinominato Zuuvch Ovoo) sia stato individuato nel sud-est del paese, nella provincia di Dorgonovi.
Il primo ministro mongolo, Oyun-Erdene Luvsannamsrain, ha dichiarato che “questo accordo rappresenta un significativo passo avanti nel promuovere gli investimenti esteri e le opportunità di lavoro per il popolo mongolo”. A sfruttare il sito sarà la joint venture Badrakh Energy, formata da Orano Mining e MonAtom, un’impresa statale mongola.
Zuuvch Ovoo, secondo alcuni studi preliminari, potrebbe portare il paese asiatico ad essere il sesto produttore mondiale al mondo di uranio. Per la Mongolia ciò significa approfondire un modello già fortemente improntato sulle attività minerarie: rappresentano il 25% del PIL e il 90% delle esportazioni.
Nonostante le garanzie sugli appalti e sull’occupazione, che dovrà coinvolgere lavoratori e imprese locali, è risaputo che un modello fondamentalmente estrattivista dominato da multinazionali occidentali porta con sé irrisolvibili contraddizioni sociali. A guadagnarne senza dubbio sarà invece Orano.
Il suo amministratore delegato, Nicolas Maes, aveva ribadito l’obiettivo di ridurre la dipendenza dalla Russia e garantire forniture stabili di uranio, divenute un miraggio di fronte alla sollevazione anticoloniale del Sahel. A suo avviso erano necessari nuovi investimenti e contratti a lungo termine, e l’accordo con la Mongolia sembra proprio rispondere a questa strategia.
Orano prevede ricavi per 13 miliardi e mezzo di dollari, nel ciclo di vita del sito. La Francia prevede invece di assicurare alla UE le risorse necessarie a tentare l’ambizioso salto di qualità tra gli attori globali.
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20/11/2024
Mali - È finita la pacchia per le multinazionali estrattive
L’australiana Resolute ha detto che pagherà in due tranche al governo maliano 80 milioni di dollari ed altri 80 milioni nei “prossimi mesi”. L’accordo raggiunto dovrebbe risolvere le controversie con il governo “comprese quelle relative a tasse, dazi doganali e gestione dei conti offshore”. Il gruppo sta “ora lavorando con il governo sui restanti passaggi procedurali per il rilascio dei suoi tre dipendenti”, ha detto la società.
È accaduto infatti che tre dirigenti del gruppo che possiede una miniera d’oro in Mali sono stati arrestati all’inizio dei novembre dopo essersi recati nella capitale, per quelli che pensavano fossero normali negoziati con la giunta militare al potere. Ma l’amministratore del gruppo, il britannico Terence Holohan e due dei suoi colleghi sono stati arrestati e presi in custodia “inaspettatamente”. Sono stati interrogati in un caso di presunta contraffazione e danneggiamento di proprietà pubblica, riporta la pagina Jeune Afrique.
La Resolute, possiede l’80% delle azioni della filiale che possiede la miniera di Syama (sud-ovest), il restante 20% è nelle mani dello Stato maliano. La società australiana possiede anche un sito di estrazione dell’oro a Mako, nel vicino Senegal, e sta conducendo altri progetti di esplorazione in Mali, Senegal e Guinea.
Da quando hanno preso il potere, i leader del Mali hanno promesso di garantire una distribuzione più equa dei proventi dell’estrazione mineraria nel paese fin qui dominata da gruppi stranieri. Le autorità maliane hanno fatto della lotta alla corruzione e del ripristino della sovranità nazionale sulle risorse naturali i loro mantra.
Jeune Afrique ricorda che questa è la seconda volta in pochi mesi che i dirigenti di una società mineraria straniera vengono arrestati in Mali. Quattro dipendenti della società canadese Barrick Gold, alle prese con un contenzioso con le autorità statali del Mali, sono stati trattenuti per diversi giorni alla fine di settembre e poi rilasciati.
Barrick Gold ha dichiarato di aver pagato 50 miliardi di franchi CFA (circa 81 milioni di dollari) in ottobre come parte di un accordo con il governo maliano.
Le società minerarie straniere sono sottoposte ad una maggiore pressione da parte della giunta, salita al potere nel 2020 e che sta prestando molta attenzione ai rilevanti guadagni dell’industria mineraria in mano alle multinazionali straniere.
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12/08/2024
Serbia - Proteste di massa contro l’estrazione di litio per la Rio Tinto
Lo sfondo è l’estrazione pianificata di litio vicino alla città di Loznica. Lì, nella valle del fiume Jadar, si sospetta che ci siano grandi giacimenti di metallo leggero. Da decenni questo suscita i desideri della compagnia mineraria britannico-australiana Rio Tinto, ma anche dell’industria automobilistica dell’UE e dei governi di Berlino e Bruxelles che agiscono per suo conto, perché la mobilità deve essere elettrificata – a scapito dell’ambiente – cosa che non è possibile senza batterie al litio.
Al fine di mettere tutto a posto contrattualmente, il cancelliere tedesco Olaf Scholz si è recato a Belgrado il 19 luglio con i dirigenti di importanti case automobilistiche. Il progetto è redditizio anche per la Serbia, almeno secondo il Presidente Aleksandar Vučić. Verrà creata un’intera catena del valore che comprende posti di lavoro ben retribuiti, dall’estrazione mineraria alla produzione di batterie fino al riciclaggio.
Ma i cittadini non vogliono proprio credergli, soprattutto quelli che vivono nella regione dove la materia prima deve essere estratta dalla terra. Temono la distruzione irrimediabile della natura e quindi del loro sostentamento nell’area agricola.
Studi scientifici dimostrano che i manifestanti hanno ragione. Vučić e Rio Tinto ribattono con contro-studi e affermano che tutto sarà svolto secondo i più alti standard ecologici. Ma le promesse non sono servite a nulla finora. La popolazione contraria all’estrazione del litio era già scesa in piazza una volta.
Nel gennaio 2022, Vučić ha dovuto interrompere il progetto per questo motivo. All’inizio di luglio una sentenza della Corte costituzionale ha spianato nuovamente la strada, ma anche le proteste sono ricominciate.
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22/06/2024
Nuove misure su spazio e materie prime critiche. Il governo si butta nella competizione globale
Come se se ne sentisse il bisogno, di garantire ancora ulteriore impunità ai prenditori italiani. Ma ad ogni modo, qui vogliamo concentrarci su altre due disposizioni, che sono perfettamente calate nei tempi che viviamo, ovvero quella sulla “space economy” e quella sulle materie prime critiche.
Lo stesso ministro delle imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha sottolineato che si tratta di “due importanti provvedimenti legislativi che riguardano il futuro“. Per questi settori i fondi sono stati trovati (o almeno promessi) senza troppi problemi, nonostante ci si aspetti un’ulteriore ondata di tagli e privatizzazioni dopo la procedura di infrazione sui nostri conti pubblici aperta dalla UE.
Partiamo dal disegno di legge quadro sullo spazio. Nel comparto, ha detto Urso, il governo ha “allocato 7,3 miliardi di euro tra fondi PNRR, fondi nazionali, fondi attribuiti all’Esa (Agenzia spaziale europea) e all’Asi (Agenzia spaziale italiana) da qui al 2026” per permettere “alle nostre imprese di diventare protagoniste in questa nuova avventura“.
L’esecutivo della Meloni, sin dal suo insediamento, ha guardato allo spazio come a un orizzonte attraverso cui rilanciare il paese nella competizione globale. Sulla stessa linea, è stata già annunciata per settembre una legge quadro sulla blue economy, un ramo di quella green che punta alle zero emissioni attraverso l’innovazione tecnologica e il riuso di risorse già consumate attraverso differenti trasformazioni.
Collegato al tema delle risorse è anche l’altra misura che qui analizziamo nel dettaglio. Col decreto legge sulle materie prime critiche, ha detto sempre Urso, “abbiamo finalizzato il fondo strategico del Made in Italy e 1 miliardo di euro come prima dotazione proprio a sviluppare la filiera strategica di estrazione delle materie prime così anche per far nascere un grande attore nazionale, che oggi non abbiamo“.
“In occidente le imprese minerarie significative le hanno gli australiani e i canadesi. Oggi tutti i paesi europei si stanno orientando su questa strada, per non passar dalla subordinazione del carbon fossile russo a una più grave subordinazione alle materie prime critiche e alla tecnologia cinese che oggi detiene quasi il monopolio“.
La logica di costruirsi una filiera integrata, un ‘campione europeo‘ anche in questo settore, con l’Italia che giochi un ruolo centrale, è ancora una volta esplicitata da Urso, senza mezzi termini. Del resto, già in passato aveva ribadito la necessità di guardare alle risorse del nostro sottosuolo, e addirittura a quelle del sottosuolo lunare.
Con questo provvedimento, infatti, si allinea la legislazione italiana allo European Critical Raw Materials Act, che dovrebbe garantire l’approvvigionamento sicuro e sostenibile di materie prime critiche. Un comitato tecnico di nuova istituzione predisporrà triennalmente un piano nazionale per rafforzare la filiera italiana in questa direzione.
Ovviamente, ciò avverrà con una serie di sussidi, incentivi e garanzie per le imprese coinvolte, che lavoreranno a stretto contatto con i ministeri, usufruendo anche di una certa semplificazione burocratica. Ciò avverrà soprattutto per i progetti dichiarati strategici.
In pratica, miniere ed estrattori che sventreranno il territorio, probabilmente con meno controlli, e contro cui ogni protesta sarà repressa con gli strumenti che si vogliono adottare col famigerato disegno di legge 1660. Tutto in nome dell’indipendenza dalla Cina nella conversione ecologica, invece che nello spirito della cooperazione per affrontare insieme la crisi climatica.
L’inasprirsi della competizione globale e il ritorno di una logica per blocchi fa sentire i suoi effetti, a livello economico, militare e di tutela dei fondamentali principi democratici. L’opposizione si rende necessaria.
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12/01/2024
La Norvegia apre all’estrattivismo dei fondali marini
In piena crisi climatica (ed economica), la Norvegia questa settimana ha approvato una legge epocale, che permetterà per la prima volta in assoluto nella storia del mondo, l’estrazione mineraria su scala commerciale dei fondali marini.
Una concessione che arriva in approvazione da parte del governo scandinavo in modo controverso, perché l’impatto ambientale di questa decisione comporterà quasi sicuramente la distruzione di interi habitat marini, il cui equilibrio è tutt’altro che scontato.
Oltre il 90% del calore in eccesso dovuto al riscaldamento globale infatti viene assorbito dall’oceano. Cosa succederà ora che andremo a smuovere anche gli abissi per estrarre minerali?
Nell’epoca in cui si impone preponderante il tema della crisi ambientale, della necessità di tutelare gli habitat che preservano l’equilibrio che sorregge la vita in questo pianeta, dell’allarme relativo all’innalzamento del livello del mare, lo scioglimento dei ghiacciai, l’acidificazione delle acque, la liberazione di CO2 dagli oceani, ecce cc, nel Paese un tempo famoso per le sua cura dell’ambiente, si dà avvio legalizzato a una pratica estremamente pericolosa.
D’altronde se non si possono più cacciare le balene, dopo aver distrutto le foreste di mezzo mondo, perché non iniziare a cacciare litio, scandio e cobalto dai fondali oceanici?
Si tratta di un evidente paradosso, che in nome della transizione energetica andrà a mettere in pericolo la capacità dell’oceano di contrastare le ondate di calore (per dirla semplice), ma che rende evidente ancora una volta che l’ambiente e il futuro delle future generazioni sono temi che non stanno da nessuna parte delle scrivanie dei decisori politici dei nostri Paesi, nemmeno tra quelli ritenuti più “sostenibili”.
Più di 30 organizzazioni per il clima e la conservazione il giorno prima dell’approvazione della legge avevano consegnato una lettera a quasi due dozzine di ambasciate norvegesi in tutti i continenti, intensificando la protesta globale sui piani per l’estrazione mineraria dei fondali profondi nell’Artico.
I gruppi, tra cui Greenpeace, Sustainable Ocean Alliance e Blue Climate Initiative, hanno invitato i funzionari ad abbandonare i piani per aprire 281.000 chilometri quadrati all’estrazione mineraria in acque profonde, affermando che al mondo attualmente mancano “le conoscenze scientifiche solide, complete e credibili per consentire una valutazione affidabile degli impatti dell’estrazione di minerali dalle profondità marine, compresi gli impatti sui sistemi di supporto vitale del pianeta e sui diritti umani”.
Di tutto ciò non è rimasto nulla e, infatti, questa settimana la legge è stata approvata.
La legge per ora permette l’estrazione sui fondali marini norvegesi, ma sembra che la Norvegia si stia muovendo per ottenere il permesso di estrarre anche in acque internazionali.
Per ora ovviamente la concessione non è operativa, ma sarà presto avviata una procedura di concessione, per cui le aziende che vorranno iniziare il business dell’estrattivismo oceanico dovranno inviare delle proposte per ottenere una licenza, comprendendo anche una serie di valutazioni ambientali, e il parlamento valuterà se approvarle caso per caso.
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22/08/2023
Ecuador - La candidata della sinistra è in testa e va al ballottaggio
I risultati delle urne riportano che la forza principale nel paese resta il movimento progressista di Revolución Ciudadana con Luisa Gonzales, prima candidata donna, che arriva al 33%, confermando il proprio zoccolo duro di voti che il movimento ha mantenuto negli anni. Non abbastanza però da garantirle direttamente la presidenza dato che andrà a ballottaggio con Daniel Noboa, che si attesta al 23%. Figlio di Alvaro Noboa, bananiere che negli ultimi decenni aveva tentato sei volte di raggiungere la poltrona presidenziale, lasciando poi il testimone al figlio. Oltre a essere rappresentante del latifondo impresariale del paese, che si regge sul brutale sfruttamento dei lavoratori agrari (nel 2002 arrivò ad aprire il fuoco contro i lavoratori in sciopero), è anche detentore della più grande ricchezza privata del paese superando il miliardo e mezzo di dollari. Intorno al 15% si trovano invece il movimento di Villavicencio, il candidato ucciso una decina di giorni fa, e di Jan Topic il mercenario imprenditore che prometteva “dottrina Bukele” e mano dura contro l’insicurezza del paese.
Il ballottaggio vedrà quindi fronteggiarsi i due candidati, con i sentimenti anticorreisti che potrebbero coagularsi nel voto verso Noboa e rendere difficile per Luisa Gonzales vincere. Risulterà fondamentale allargare la propria base elettorale di appoggio per evitare uno scenario come quello del 2021 che portò al governo l’ex-banchiere Lasso.
Il governo che uscirà dalle urne dovrà fronteggiare una situazione molto complessa all’interno del Paese. Gli ultimi sei anni di gestione neoliberale hanno fatto impennare gli indici di povertà e di disoccupazione, lasciando una gestione disastrata di economia e dello Stato. Il governo Lasso ha poi dimostrato non solo l’assenza dello Stato rispetto tematiche sociali e di sviluppo ma anche riguardo la sicurezza. I livelli di sicariato, omicidi e presenza di cartelli narcos hanno portato il paese, fino a dieci anni fa tra i più sicuri del continente, ai primi posti per numero di morti violente della regione.
Il voto per il Yasuní e il Choco Andino contro petrolio e miniere
Oltre all’elezione del presidente erano presenti due consulte referendarie, una nazionale e una locale. La prima riguardava lo storico dibattito presente nel paese rispetto a se sfruttare o meno i giacimenti di petrolio presenti all’interno del parco naturale Yasuní nell’Amazzonia centrale. Considerato a livello globale uno dei territori con il più alto grado di biodiversità mondiale era stato al centro di una campagna di raccolta fondi internazionale lanciata dal ex-presidente Correa nel 2009. In cambio di lasciare il greggio sotto terra l’Ecuador chiedeva alla comunità internazionale un aiuto per il proprio sviluppo pari ai possibili proventi derivanti dall’estrazione. La raccolta non andò a buon fine, aprendo le strade allo sfruttamento dei giacimenti e a un forte dibattito interno al paese.
Oggi il 60% dei votanti ha dichiarato di voler interrompere l’estrazione petrolifera all’interno dei giacimenti nel parco del Yasuní determinato quindi un voto storico che dovrà portare al blocco delle attività estrattive.
Il secondo referendum, questa volta solo all’interno della regione di Pichincha, ha visto il 68% de votanti dichiararsi per il divieto di dare concessioni per aprire miniere all’interno dell’area naturale del Choco Andino. Territorio caratterizzato da bosco umido tropicale vedeva l’ipotesi di vari progetti di concessione minerarie a cielo aperto con gravissimi rischi per l’ambiente.
Il voto rispetto a miniere e petrolio riflette uno dei punti attualmente dirimenti nella politica e nelle strategie di sviluppo del paese. Un territorio dall’economia debole, con un sistema produttivo volto quasi unicamente all’esportazione di prodotti non lavorati e materie prime si trova a dover decidere se avviare vari megaprogetti minerari in differente zone del paese. Dopo i cinquant’anni di estrazione petrolifera che hanno lasciato pesanti danni ambientali e alla salute umana con scarsi proventi per lo Stato, almeno fino alla sua nazionalizzazione da parte di Correa, i dubbi che l’estrattivismo possa aiutare il paese a raggiungere una forma stabile di benessere restano forti in molte componenti del Paese.
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13/07/2023
Lula e Petro uniti per difendere l’Amazzonia
L’incontro tra i capi di stato è avvenuto durante la sessione conclusiva di un convegno di tre giorni sullo stato della foresta pluviale, con partecipanti oltre 600 tra ministri dell’ambiente dell’area, scienziati, esponenti indigeni ed enti ambientali.
Questo summit prepara il Vertice dell’Amazzonia, che si svolgerà i prossimi 8 e 9 agosto a Belém, in Brasile.
In vista di questo appuntamento, i due presidenti hanno innanzitutto ribadito la necessità di rafforzare l’Organizzazione del Trattato della Cooperazione Amazzonica (OTCA). Si tratta di una struttura intergovernativa che ha lo scopo di tutelare il bacino dell’Amazzonia.
I grandi pericoli per la foresta sono gli allevamenti intensivi, e in particolar modo le attività minerarie e il disboscamento, che siano legali o meno. Si stima che la distesa di verde si sia già ridotta di almeno 85 milioni di ettari.
Nel primo semestre del 2023 il tasso di deforestazione in Brasile è già diminuito del 33% rispetto allo stesso periodo del 2022, nel primo trimestre dell’anno del 76% in Colombia. Lula proporrà a Belém che gli 8 paesi dell’OTCA si assumano l’impegno a porre fine al taglio illegale degli alberi entro il 2030, come già fatto dal suo paese.
Petro ha però sottolineato come “l’intero sistema economico mondiale deve essere trasformato”. Gli incontri di Leticia erano stati indicati dal governo colombiano come strategici “per costruire la governance, la gestione, il finanziamento e le capacità decisionali politiche che l’Amazzonia richiede”.
La ministra dell’ambiente, Susana Muhamad, ha ribadito anche la sua proposta dei debt-for-nature swaps, ovvero la cancellazione del debito estero in cambio di investimenti nella tutela ambientale. Bogotà vuole presentare questa ipotesi alla COP28, a cui arrivare con una posizione unica di comune accordo con Brasilia.
Petro ha rilanciato la proposta di un fondo multilaterale ventennale per sostenere le comunità agricole che contribuiscono alla deforestazione, compensandole invece per le attività di conservazione e rigenerazione. Lula ha invece richiesto ai paesi più ricchi, responsabili della maggior parte delle emissioni storiche di CO2, di rispettare gli impegni in tema climatico.
Il presidente brasiliano ha organizzato una vera e propria campagna militare contro i minatori illegali nel territorio degli Yanomami. Ma allo stesso tempo ha dovuto accettare, suo malgrado, il passaggio di una legge che potrebbe rivelarsi un’arma per sfrattare le comunità indigene da zone di interesse dell’agroindustria.
Rimangono chiaramente ancora molti nodi di difficile scioglimento, anche riguardo l’estrazione di idrocarburi nella foresta. Le strutture e gli osservatori che i paesi amazzonici si sono proposti di costruire non sembrano ancora in grado di rispondere in maniera esaustiva ai problemi evidenziati, ma l’impossibilità di risolverli dentro il paradigma estrattivista e capitalista è evidente.
Sempre Petro ha aggiunto: “c’è un altro tipo di sviluppo che è quello fondato sulla protezione della vita. Trasformare il sistema economico, basandolo sulla vita, è la rivoluzione dei tempi di oggi. La rivoluzione della vita deve partire dall’Amazzonia”.
Al solito, l’America Latina rappresenta una speranza per l’umanità.
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