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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/07/2026

L’industria della colonizzazione lunare

Nella celebre Trilogia di Marte – autentico capolavoro della fantascienza “realistica” – lo scrittore Kim Stanley Robinson immagina la colonizzazione del pianeta rosso non come una conquista eroica, ma come un processo politico e industriale: prima arrivano gli scienziati, poi gli ingegneri, poi le infrastrutture, poi le corporation, poi i conflitti su chi possiede cosa, chi fa le regole, chi controlla le risorse e chi trasforma un mondo vuoto in una nuova società.

È una delle intuizioni più potenti dell’opera: la colonizzazione di un nuovo spazio non comincia quando qualcuno dichiara la propria sovranità su un territorio, ma quando quel territorio viene, per l’appunto, “territorializzato”.

Ciò che vale per Marte nella finzione di Robinson, vale per la “nuova” rincorsa alla Luna, incarnata oggi da Artemis (il programma della NASA che prevede di riportare l’essere umano sulla Luna entro il 2028). Una rincorsa che, mano a mano che si concretizza, somiglia più a una vecchia storia terrestre che a una fantasia futuristica. La storia è quella delle compagnie privilegiate che determinarono la forma del colonialismo occidentale in Asia a partire dal Seicento, delle ferrovie imperialiste in Africa, dei porti e delle rotte protette (o contese) dagli Stati, oggi come ieri, da Hormuz a Malacca. Anche nello spazio, prima delle miniere arriveranno infatti i magazzini. Prima del commercio arriverà la logistica. E, come spesso è accaduto nella storia coloniale, chi controllerà la logistica controllerà la ricchezza della frontiera.

È da questo assunto che bisognerebbe partire quando si parla di space economy. Non dalle cifre vertiginose con cui si calcola il presunto valore di un corpo celeste, moltiplicando la quantità stimata di platino, nichel o cobalto per il prezzo corrente sulla Terra. Quella è la versione patinata, roba da prospetto per investitori. E in quanto tale occulta un fatto banalissimo: nessuna risorsa “naturale” è vera ricchezza finché non esiste una filiera in grado di estrarla e trasportarla. Il petrolio sotto un fondale oceanico non vale nulla senza piattaforme, porti e oleodotti. Parafrasando un vecchio spot di Pirelli: una risorsa è nulla senza infrastrutture.

Lo stesso varrà per qualunque futura attività estrattiva nello spazio. L’errore è immaginare l’estrazione come l’inizio della storia. La miniera in realtà arriva per ultima. Prima di lei c’è la mappa (anche se non più cartacea bensì digitale, e non più solo terrestre, ma extra-planetaria). Poi c’è il porto (o perlomeno un luogo dove immagazzinare e ridistribuire le risorse). E infine ci sono le norme e i rapporti di potere che regolano il possesso dei territori, la percorribilità delle rotte, la sicurezza dei trasporti. Prima ancora di estrarre valore, bisogna costruire, e rendere “sicuro”, il mondo che rende tale valore estraibile (ovvero trasportabile e quindi commerciabile).

I primi commerci spaziali

Le compagnie privilegiate dell’epoca coloniale lo avevano capito molto bene. La Compagnia britannica delle Indie orientali (EIC), la Compagnia olandese delle Indie orientali (VOC) e le altre grandi entità commerciali del Sei/Settecento non erano semplici imprese, ma operatori politici-logistici-amministrativi che agivano per conto di Stati che subappaltavano loro le operazioni necessarie allo sfruttamento del commercio oceanico. Per questo tanto la EIC quanto la VOC avevano facoltà di dotarsi di milizie, di esercitare poteri politici e giuridici, di costruire flotte, porti e depositi, di amministrare e pattugliare i mari. Il loro potere non stava tanto nelle risorse/merci che trasportavano, ma nelle rotte che controllavano.

La possibile economia spaziale del XXI secolo potrebbe assomigliare a quel modello più di quanto i suoi promotori siano disposti ad ammettere. Non avrà velieri, governatori coloniali e fortini tropicali, ma vettori riutilizzabili, lander commerciali e basi lunari. È un’economia che dipenderà, in ogni caso, da una commistione molto profonda tra imprese private e poteri statali.

Il modello è del resto già operativo nel contesto di Artemis. Il programma Commercial Lunar Payload Services (CPLS) della NASA, per esempio, non costruisce direttamente tutti i mezzi per arrivare sulla Luna, ma compra “servizi” da aziende private. I contratti CLPS hanno un valore massimo complessivo di 2,6 miliardi di dollari fino al 2028 e prevedono consegne commerciali sulla superficie lunare, dal compattamento dei carichi alla gestione della missione. Tra i nomi coinvolti ci sono Intuitive Machines, Astrobotic, Firefly Aerospace, Blue Origin (quella di Jeff Bezos), Draper e altri fornitori. È una logica da appalto di frontiera: lo Stato apre il mercato, paga i primi rischi, crea domanda, legittima gli operatori.

La prima base lunare permanente, se e quando arriverà, non sarà quindi una città sotto una cupola trasparente. Sarà un porto. Un nodo logistico per questi vettori di consegne.

Le prime commesse difficilmente saranno spettacolari. Non riguarderanno l’estrazione di metalli rari né l’apertura di miniere capaci di cambiare da sole le dimensioni dell’economia globale. Riguarderanno invece questioni meno appariscenti: trasportare strumenti, garantire comunicazioni, misurare il suolo e altre variabili ambientali per capire dove una base può sopravvivere più a lungo.

Le risorse lunari più importanti, almeno all’inizio, non saranno quelle vendibili sulla Terra, ma quelle più utili nello spazio. L’acqua ghiacciata che potrebbe trovarsi nei crateri permanentemente in ombra delle regioni polari non è preziosa perché qualcuno pensa di imbottigliarla e riportarla a casa. È preziosa perché nello spazio l’acqua è vita, ossigeno, carburante, massa da non dover lanciare dalla Terra. Separata in idrogeno e ossigeno, può diventare propellente. Usata localmente, può sostenere una base. Accumulata in depositi, può trasformare la Luna in un polo logistico per progetti più ambiziosi, anche (se non soprattutto) di tipo estrattivo.

Obiettivo: elio-3

Il premio più ambito potrebbe rivelarsi il mitologico elio-3 che, oltre agli utilizzi nell’ambito del quantum computing, da decenni viene evocato come elemento cardine di una futura fusione nucleare meno pericolosa e più efficiente. Nel corso di miliardi di anni, il vento solare ne ha depositate grandi qualità sulla regolite lunare, alimentando l’idea che il nostro satellite possa diventare una sorta di “bacino” extraterrestre: una riserva energetica sospesa sopra le nostre teste, pronta a ridisegnare gli equilibri energetici della Terra.

Un nome che torna spesso in questa storia è quello di Harrison “Jack” Schmitt, geologo, astronauta dell’Apollo 17 e ultimo uomo ad aver camminato sulla Luna insieme a Eugene Cernan. Schmitt è da decenni uno dei più convinti sostenitori dell’idea che l’elio-3 lunare possa alimentare una futura economia della fusione. Più recentemente è entrato per questo nell’orbita di Interlune, una startup americana fondata da ex pezzi grossi di Blue Origin che promette di raccogliere elio-3 lunare e riportarlo sulla Terra.

Proprio l’elio-3 mostra tuttavia quanto la space economy sia costruita su promesse che funzionano politicamente prima che industrialmente. Oggi non esiste un’economia della fusione basata sull’elio-3 (lunare o meno). E tantomeno esiste una filiera in grado di estrarlo, separarlo, immagazzinarlo, trasportarlo e usarlo sulle scale necessarie ad avere un impatto. Per recuperarlo bisognerebbe trattare quantità enormi di suolo lunare (più di ogni altra attività  estrattiva terrestre a noi nota), riscaldarle, separare isotopi presenti in concentrazioni ridottissime e infine organizzare una catena di trasporto e utilizzo tutta da inventare.

Eppure l’importanza dell’elio-3 non va liquidata. Non perché sia già il petrolio del futuro, ma perché può svolgere la stessa funzione immaginativa che “i fiumi d’oro”, le spezie o il petrolio hanno svolto in altre epoche. Ogni espansione ha infatti avuto bisogno di un proprio Eldorado: una risorsa capace di giustificare costi e rischi enormi per essere raggiunta. L’elio-3 potrebbe essere questo tipo di risorsa: il mito che la rende possibile la colonizzazione lunare.

Colonizzare la Luna

Le frontiere, d’altra parte, non devono essere redditizie da subito. Devono essere credibili a sufficienza da attrarre Stati, capitali e apparati tecno-industriali. Molte infrastrutture coloniali sono state costruite prima che i profitti fossero certi. Le ferrovie tracciate nell’Ottocento verso l’interno del territorio americano non servivano a connettere comunità esistenti, ma a preparare un’economia futura. Una volta costruita la ferrovia, una nuova economia si organizzava attorno a essa. Una volta creato il porto, i flussi venivano orientati verso di esso. Una volta fondata una base lunare...

Il diritto internazionale, almeno in teoria, dovrebbe impedire una corsa coloniale vecchio stile (predatoria, violenta, conflittuale). Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico vieta agli Stati di appropriarsi della Luna o di altri corpi celesti. Nessun Paese può dichiarare proprio un cratere lunare o un asteroide. Ma il punto è che il controllo non coincide sempre con la sovranità formale. Si può non possedere un territorio e controllarne comunque l’accesso (come ha dimostrato di recente la vicenda di Hormuz). 

La geografia lunare, che immaginiamo come uno spazio vuoto e uniforme, è del resto piena di colli di bottiglia. Non tutti i luoghi hanno lo stesso valore. Alcune zone ricevono più luce e permettono una produzione energetica più stabile. Alcuni crateri potrebbero contenere più ghiaccio. Alcune aree sono più adatte alle comunicazioni. Come sulla Terra, la frontiera lunare si potrebbe rapidamente restringere attorno a pochi snodi strategici.

Ed è negli snodi che spesso risiedono tanto il potere quanto il potenziale per il suo abuso. La distopia più probabile non è uno Stato che pianta la propria bandiera e proclama la nascita di un impero lunare. È più banale e contemporanea: per esempio, una singola compagnia che gestisce (quasi) tutti i trasporti. Uno scenario in cui non è necessario possedere formalmente la Luna per possedere di fatto la Luna.

Un esempio concreto, e recente, di questo rischio è il contratto assegnato dalla NASA a Intuitive Machines nel 2024 per servizi di comunicazione e navigazione lunare: fino a 4,82 miliardi di dollari per costruire capacità di trasmissione dati a supporto del programma Artemis. Non è una miniera né un atto di sovranità su un territorio. È però esattamente il tipo di infrastruttura da cui, domani, potrebbero dipendere tutti.

Anche in questo le future compagnie dello spazio potrebbero ricalcare il modus operandi delle compagnie privilegiate dell’epoca coloniale. Non perché avranno formalmente il diritto di governare territori, come facevano la VOC o la EIC, ma perché riceveranno dagli Stati capitali e legittimazione in cambio dei loro servizi e del know-how relativo. Lo spazio sarà dichiarato “pubblico” quando bisognerà pagare il costo della frontiera e “privato” quando sarà il momento di incassarne i profitti.

Questo intreccio è già visibile nella nuova economia spaziale: lanciatori privati finanziati da contratti pubblici, infrastrutture satellitari essenziali per scopi militari, aziende che diventano attori geopolitici in grado di influenzare conflitti, dipendenze tecnologiche che condizionano intere politiche statali. Portare tutto questo sulla Luna significa amplificarlo in un ambiente dove non esiste società civile locale, non esiste opinione pubblica residente, non esistono istituzioni proprie e ogni accesso passa attraverso sistemi tecnici estremamente costosi e complessi, che rendono le eventuali dipendenze ancora più profonde e difficili da scardinare.

La Luna, insomma, non è l’India, l’Africa o le Americhe dell’età moderna. Non ci sono popolazioni lunari da conquistare o schiavizzare, convertire o sterminare. Equiparare direttamente le due cose sarebbe moralmente osceno. Tuttavia alcune strutture del colonialismo possono ripresentarsi anche senza popolazioni indigene. La Luna è infatti vuota di abitanti ma non priva di significati. È un archivio geologico, un ambiente scientificamente prezioso, un oggetto culturale da sempre condiviso, potenzialmente una piattaforma astronomica per la proiezione spaziale della specie umana. Ridurla a bacino di risorse significa scegliere, in partenza, un modello di relazione tra un soggetto agente e un oggetto passivo.

L’argomento ambientale, infine, rende tutto ancora più ambiguo. Una delle promesse della space economy è che, spostando fuori dalla Terra una parte dell’estrazione, potremmo ridurre la pressione sugli ecosistemi terrestri. Ma questa promessa rischia di diventare l’ultima assoluzione dell’estrattivismo. Non cambiamo modello di consumo ma ne allarghiamo il raggio. Non mettiamo in discussione il processo di sviluppo. Al contrario: lo dotiamo di un’estensione cosmica.

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09/06/2025

USA - Musk-Trump, la posta in gioco

La notte dei lunghi tweet, come l’ha chiamata qualcuno, tra Musk e Trump è al momento più divertente da vedere che facile da decifrare.

Il duello rusticano combattuto con mazzate da un social personalistico all’altro è esploso dopo pochi giorni che l’ad di Tesla si è dimesso dalla guida del Dipartimento per l’Efficienza governativa (DOGE), dove era stato investito della missione di tagliare la burocrazia statunitense, ridurre le spese, infilare i proprio fedelissimi, dare una rinfrescata di AI al tutto.

Le dimissioni non sono state proprio una sorpresa: come nota Wired, “la qualifica di impiegato speciale del governo comporta alcuni privilegi – come il non dover sottostare a una serie di accertamenti etici e finanziari – ma prevede un limite massimo di 130 giorni all’anno”.

Ma subito dopo Musk ha iniziato a denigrare il “Big, Beautiful Bill” di Trump, un pacchetto di spesa approvato dai repubblicani nei giorni scorsi. Non esattamente “bello” per Musk, che lo ha definito “un abominio disgustoso”, affermando che aumenterebbe significativamente il deficit del bilancio federale attraverso l’aumento delle spese per la difesa, il contrasto all’immigrazione e i tagli alle tasse.

Come si sia arrivati al progressivo e poi esplosivo degrado della relazione fra i due è un tema complesso benché per molti annunciato o prefigurato da tempo. Sta di fatto che Trump aveva dato a Musk un accesso senza precedenti alla Casa Bianca e al governo federale. Soprattutto, la loro strana coppia ha simboleggiato anche una nuova era a Washington, in cui i leader tech della Silicon Valley hanno utilizzato le loro risorse e piattaforme per scendere in campo direttamente.

Dunque l’attuale faida sta mettendo sotto pressione alcuni dei più stretti collaboratori o alleati di Musk nell’industria tecnologica, tra cui lo zar di Trump per l’intelligenza artificiale e le criptovalute David Sacks, ma anche il sempre più politicizzato capitalista di ventura Marc Andreessen e altri investitori, affinché scelgano se allinearsi con Musk o continuare a sostenere il presidente, notano alcuni. Laddove per ora sembrano prevalere gli equilibrismi in attesa di capire gli sviluppi.

Dei circa 295 milioni di dollari che Musk ha versato ai repubblicani per le elezioni del 2024, la maggior parte è andata a Trump. Ma soprattutto, come mostrano varie analisi, hanno avuto un ruolo importante nella sua elezione.

D’altra parte il DOGE è stata solo l’ultima delle questioni in ballo per Musk. L’anno scorso alle sue aziende sono stati promessi, ha scritto il NYT, 3 miliardi di dollari in quasi 100 contratti diversi con 17 agenzie federali. La maggior parte dei contratti riguardava SpaceX, l’azienda di tecnologia spaziale. Anche Tesla, la sua azienda di veicoli elettrici, ha contratti con il governo federale (ma ha goduto soprattutto di sussidi federali).

D’altra parte, secondo il Washington Post, le sue società avrebbero ottenuto almeno 38 miliardi di dollari in contratti governativi, prestiti, sussidi e crediti d’imposta per i prossimi due decenni, di cui quasi due terzi negli ultimi cinque anni.

Sembra in effetti che Musk abbia tutto da perdere nello scontro con Trump, per ora. Mentre eravamo nel pieno del lancio di stracci fra i due, e lasciando anche perdere la greve allusione di Musk sulla presunta presenza del nome di Trump nei file di Epstein, l’ad di SpaceX minacciava (minaccia poi ritrattata) di ritirare la navicella Dragon, su cui la NASA fa affidamento per trasportare gli astronauti avanti e indietro dalla Stazione Spaziale Internazionale.

“A marzo – ricorda Passione Astronomia – due astronauti sono tornati sulla Terra a bordo della Dragon dopo essere rimasti bloccati sulla ISS per quasi nove mesi, dopo che la Boeing Starliner aveva avuto problemi tecnici ed era rientrata sulla Terra senza di loro”.

La società spaziale di Musk è attualmente l’appaltatore più importante della NASA. Con il razzo Falcon 9 e la navicella Dragon, SpaceX fornisce all’agenzia spaziale l’unico trasporto operativo di membri dell’equipaggio verso la Stazione Spaziale Internazionale.

Inoltre, quando all’inizio di quest’anno la navicella Cygnus di Northrop Grumman è stata danneggiata durante il trasporto, SpaceX è rimasta l’unico fornitore di servizi cargo per la stazione spaziale per più di metà anno, e se la NASA dovesse rescindere i contratti con SpaceX, sancirebbe di fatto la fine della Stazione Spaziale Internazionale, scrive Ars Technica.

Anche il servizio Internet Starlink di SpaceX ha fornito comunicazioni essenziali alle forze armate Usa, che ne hanno acquistato una versione governativa con il marchio “Starshield” per le loro future esigenze di comunicazione.

“Se l’amministrazione Trump interrompesse i rapporti con SpaceX, di fatto – continua Ars Technica – farebbe arretrare l’impresa spaziale statunitense di un decennio o più e darebbe al programma spaziale cinese, in ascesa, una chiara supremazia sulla scena mondiale”.

In attesa di vedere come evolveranno lo scontro, le ricuciture e le alleanze, un elemento (fra i mille che si potrebbero evidenziare) è lampante: affidare le proprie infrastrutture critiche e la sicurezza nazionale a privati resta un’incognita e un rischio per qualsiasi Stato.

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27/01/2025

SpaceX cancella la Nasa

Dalle eroiche esplorazioni spaziali all’uso commerciale (e militare) dello spazio. Musk sostiene che i diecimila dipendenti della sua SpaceX possono umiliare concorrenti venti volte più grandi come Boeing o Lockheed, i tradizionali fornitori della Nasa. I razzi riutilizzabili e le navette di SpaceX richiedono costi e tempi di sviluppo inferiori a quelli dei concorrenti. Come scrive su Limes l’analista Marcello Spagnulo, possibile che il prossimo allunaggio punti sulla navetta Starship di Musk rottamando vecchi giganti del complesso militare industriale Usa. Operazione non solo tecnica. Lo ‘Stargate’ di Trump.

‘Stella Elon’, costellazione Trump, destra intergalattica

«È nata una stella, Elon!’: così il neoeletto presidente Donald Trump nel suo primo discorso a urne chiuse». E l’accoppiata fa paura anche nei cieli, intesi come ‘Spazio’, senza scomodare il padreterno. «E se il patron di Tesla pare destinato a rifulgere come Sirio – scrive Marcello Spagnulo su Limes – un asteroide sta per abbattersi sull’agenzia spaziale più famosa al mondo». Anche la Nasa bersaglio, come le democrazie britannica e tedesca, in attesa di ‘trumpini locali’ da portare al potere nell’Universo Elon.

La Stazione spaziale internazionale, ISS

Il più impegnativo e costoso manufatto dell’umanità al di fuori del pianeta Terra. Lo è dal punto di vista ingegneristico per le dimensioni e per l’ambiente extraterrestre cui è sottoposto. Ma lo è anche dal punto di vista politico, perché frutto di una collaborazione internazionale tra americani, russi, europei, canadesi e giapponesi. Grido d’orgoglio, forse uno degli ultimi, della Nasa, l’Agenzia aerospaziale americana, l’unica al mondo ad aver inviato esseri umani sulla Luna. Oggi il simbolo ancora tangibile della sua primazia è proprio la ISS.

Space Shuttle e una nuvola di dollari

Ci sono voluti oltre cento miliardi di dollari e 37 missioni dello Space Shuttle per assemblare la Stazione spaziale in orbita a 400 chilometri di altezza da terra. La Nasa spende tre miliardi di dollari all’anno per mantenerla operativa ma dopo più di due decenni per aria, la stazione accusa gli acciacchi dell’età e dal 2019 una piccola fuga di ossigeno. Mentre la guerra in Ucraina ha incrinato la collaborazione Usa con Mosca, partner fondamentale della ISS, anche se non tale da mettere in pericolo gli astronauti che condividono la vita a bordo.

ISS in pensione nel 2030

Acciacchi pericolosi, e la Nasa ha deciso di mandare l’ISS in pensione nel 2030, ma anche la sua fine non sarà cosa tecnica da poco. Sarà riportata nell’atmosfera terrestre da uno speciale rimorchiatore spaziale, che la condurrà a frantumarsi in mille pezzi sopra il ‘Point Nemo’ – dal nome del capitano di Ventimila leghe sotto i mari – Pacifico meridionale, a oltre 1.500 miglia da ogni terra più vicina. E chi condurrà la gloriosa ISS alla scomparsa? SpaceX di Elon Musk, con un contratto da 850 milioni di dollari per il rimorchiatore spaziale da demolizione di ogni residua concorrenza.

Definitiva privatizzazione dello Spazio

«Una immagine fortemente simbolica – sottolinea Marcello Spagnulo  – quella del fondatore di SpaceX che accompagna verso il cimitero oceanico l’ultimo gioiello cosmico della Nasa». La definitiva «privatizzazione dello Spazio». E sarà l’imprenditore più ricco del mondo, astro nascente dell’amministrazione Trump, appena nominata al vertice del ‘Doge’ – dipartimento per l’Efficienza governativa – a fare le pulci economiche agli enti federali come la stessa Nasa.

Lottizzazione anche degli astronauti

Da subito via la ‘vecchia Nasa’: al posto di Bill Nelson, democratico ed ex astronauta, arriva Jared Isaacman, finanziatore di SpaceX (due voli a pagamento nello Spazio a bordo dell’astronave Dragon). Gigantesco conflitto d’interesse per SpaceX che ha un suo finanziatore a capo della Nasa. Ma questi sono gli Usa dell’era Trump-Musk. «Elon, fai partire quelle navi spaziali, perché vogliamo raggiungere Marte prima della fine del mio mandato!», ha detto più volte Trump durante la campagna elettorale. Un’accelerazione elettorale estranea alle procedure rigorose Nasa.

Government Accountability Office

Il programma lunare Artemis, che mezzo secolo dopo Neil Armstrong dovrebbe riportare gli americani sulla Luna, ha problemi. Artemis è in ritardo di anni, ha sforato di miliardi il budget previsto e sinora nessun astronauta è decollato da Cape Kennedy per la Luna. Elemento chiave del programma Artemis è il Gateway, una stazione spaziale che orbiterà intorno alla Luna. Costa cinque miliardi e un miliardo di manutenzione annuale. Partecipa anche l’Agenzia spaziale europea (Esa), tra cui l’Italia, che sta realizzando dei moduli che attraccheranno alla stazione. Ma anche qui, problema di costi.

Ricerca scientifica e planetaria

Il Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, licenzia il 5% della forza lavoro per le cancellazioni della missione su Venere, il rover lunare Viper e il telescopio Neo Surveyor per la ricerca di asteroidi. Anche il programma Mars Sample Return per la raccolta e l’invio sulla Terra di campioni di suolo marziano è nella spirale dei ritardi e degli extracosti. Michael Griffin, ex amministratore Nasa e poi sottosegretario al Pentagono per la Ricerca, repubblicano: «Artemis è eccessivamente complesso, ha un prezzo irrealistico, ed è altamente improbabile che venga completato in modo tempestivo».

Tutto SpaceX e Musk al governo

Di fatto il governo americano si affida già a SpaceX per trasportare gli astronauti sulla ISS, per fornire la connessione satellitare alle Forze armate statunitensi e a quelle ucraine (presto anche a quelle italiane), e per un veicolo d'atterraggio lunare. Negli ultimi dieci anni la società di Musk ha avuto contratti governativi per circa 15 miliardi di dollari. E l’amministrazione Trump aumenterà questa co-dipendenza, inserendo il suo fondatore all’interno della governance statunitense. La Nasa governativa utilizza aziende private ma le comandava: oggi Trump vuole privatizzare le scelte sul futuro dei voli spaziali americani.

Deregulation selvaggia

Musk sul Wall Street Journal espone il piano «di riduzioni strutturali nel governo federale». Il Washington Post, di Jeff Bezos, rivale di Musk e anche lui impegnato nella corsa spaziale, pubblica un articolo sul neo capo della potente Federal Communications Commission, Brendan Carr, apertamente sostenitore di SpaceX. Nell’incarico, il potere di decidere sulle richieste di aumentare il numero di satelliti Starlink, con Musk che ne vorrebbe 30 mila in aggiunta ai 12 mila già approvati, e abbassare le loro orbite a poco più di 300 km di altezza da terra.

Non sono solo problemi americani

Non passerà molto tempo che anche i paesi europei riceveranno da SpaceX domande per costruire torri e rampe di decollo e atterraggio delle Starship. Mario Draghi, nel suo rapporto sulla competitività europea, diagnostica una lenta agonia se non si agisce subito spendendo 800 miliardi di euro all’anno in investimenti aggiuntivi. Un intero capitolo è dedicato allo Spazio, «settore all’avanguardia nell’innovazione tecnologica e che contribuisce ai progressi più avanzati, alla resilienza e alla sicurezza delle società moderne, sia direttamente che attraverso le ricadute».

Troppa burocrazia anche europea

Complessità del processo decisionale e troppe istituzioni: l’Esa (22 Stati), mentre la Commissione di Bruxelles (tutti i 27 Stati) ha creato l’agenzia Euspa (Eu Agency for the Space Programme) della direzione Difesa e Spazio. Infine, le agenzie nazionali degli Stati, ognuna con un ministero della Difesa che considera strategico lo Spazio ma esita – eufemismo – a collaborare con gli altri. Proposta Draghi: tagliare vincoli ‘in un contesto normativo di mercato unico’. Meno fronzoli e regole semplici ed uguali per tutti. Ma voi ci credete?

Piccola Europa tecnologica

Le due più grandi aziende spaziali europee in sofferenza. Airbus Defence and Space, franco-tedesco-spagnola, annuncia 2.500 esuberi, mentre alla franco-italiana Thales Alenia Space, ‘ristrutturazione’ dei siti francesi e belgi. Monito da ciò che sta accadendo nel settore dell’automobile dove operatori cinesi e statunitensi hanno innovato producendo nuovi veicoli ibridi ed elettrici che stanno sconvolgendo il mercato con crisi delle case automobilistiche tedesche, francesi e italiane che per decenni avevano dominato il mercato.

Iris europeo contro Starlink

Le due aziende spaziali stanno discutendo di una possibile fusione con un probabile restringimento del ‘perimetro occupazionale’. Il progetto ‘Iris -Infrastructure Resilience, Interconnectivity and Security by Satellite’– concorrente europeo di Starlink 25 – cioè una costellazione europea da trecento satelliti per le comunicazioni sicure da lanciare in orbita entro questo decennio. L’iniziativa costerebbe tra i sei e i dodici miliardi di euro ma, con tutta probabilità, diventerà operativa quando i satelliti di Elon Musk saranno verosimilmente già dodicimila. Iris potrà competere sul mercato?

Dall’esplorazione allo sfruttamento

Ciò che sembra mancare all’Europa non è solo una strategia sullo spazio, ma soprattutto un ente federatore in grado di attuarla. Mentre il resto del mondo va avanti. La Cina ha una sua stazione in orbita terrestre bassa, punta a inviare astronauti sulla Luna nel decennio, stimola la crescita di aziende commerciali con finanziamenti di capitali privati e sviluppano innovativi sistemi spaziali. Ed è stata aperta alle compagnie private la base di lancio di Hainan, sinora appannaggio delle missioni governative, per ospitare diversi tipi di razzi.

Astronave indiana e arabi coi sino-russi per la luna

L’India sta costruendo una sua astronave per lanciarla entro un paio d’anni. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi investono sia in Artemis Usa, sia nel programma lunare sino-russo. Il Giappone spenderà più di due miliardi per una sua rete satellitare militare di comunicazioni. La Corea del Sud dispone di tecnologia missilistica spaziale anti Kim. In questo contesto è strategia vincente per l’Europa inseguire Starlink con dieci anni di ritardo? L’Italia, terzo contributore all’Esa e seconda realtà manifatturiera, ha di fronte rischi ma anche opportunità. Od opportunità rischiose.

Italia e innovazione tecnologica industriale

La nostra industria ha realizzato la metà dei moduli abitati della Iss e l’unica struttura vetrata da cui gli astronauti fotografano la Terra. Da quindici anni produce i cargo Cygnus che riforniscono la Stazione spaziale. In Europa queste capacità industriali esistono solo nel nostro paese. Resta il fatto che per la maggior parte dei decisori politici un progetto spaziale, l’idea di autonomia tecnologica e strategica europea può apparire velleitario e irrealistico. Ma li non c’è ballo solo la competitività del continente, ma quello della rilevanza geopolitica nei prossimi anni.

Stargate il progetto di Trump 2

100 miliardi di dollari di investimento per far muovere 500 miliardi in quattro anni nel settore dell’intelligenza artificiale, in una alleanza tra istituzioni e grandi multinazionali del tech. E non solo con i chiacchierati Elon Musk, Jeff Bezos e Mark Zuckerberg. «Trump, non vuole dipendere da un solo leader tecnologico ma lasciarli ‘sbranare’ tra loro» avverte qualcuno. Elon Musk è avvertito. Militarizzare l’industria tecnologica come risposta alla corsa degli investimenti cinesi. E la nostra Europa? Ad ascoltare Ursula von der Leyen a Davos, sembrava un aggiornamento della favola di Cappuccetto rosso e del lupo cattivo.

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27/09/2022

Don’t look up. Colpito e deviato un asteroide che non minacciava la Terra

Il mondo ha potuto assistere all’impatto con cui la sonda Dart della Nasa ha colpito l’asteroide Dimorphos per deviarne la traiettoria nell’ambito di un esperimento di difesa planetaria.

Il test è stato effettuato per valutare la capacità del sistema di difendere la Terra da asteroidi potenzialmente minacciosi.

L’impatto è avvenuto 10 mesi dopo che la sonda del Double Asteroid Redirection Test è decollata dalla California per effettuare il suo primo esperimento.

L’asteroide colpito, Dimorphos, orbitava intorno ad un altro chiamato Didymos, ma la coppia di asteroidi non rappresentava una minaccia per il nostro pianeta girando intorno al Sole e passando a circa sette milioni di miglia dalla Terra. Ma la Nasa ha ritenuto importante condurre l’esperimento “combat” contro una minaccia dallo spazio prima che queste diventino una reale necessità.

La Nasa ha così commentato: “La navicella spaziale Dart delle dimensioni di un distributore automatico si è scontrata con successo con l’asteroide Dimorphos, che ha le dimensioni di uno stadio di calcio e non rappresenta una minaccia per la Terra”.

Dimorphos aveva un diametro di circa 160 metri. “Stiamo intraprendendo una nuova era, un’era in cui abbiamo potenzialmente la capacità di proteggerci da qualcosa come l'impatto di un asteroide pericoloso”, ha affermato Lori Glaze, direttore della divisione di scienze planetarie della NASA.

Colpendo Dimorphos frontalmente, la Nasa spera di spingerlo in un’orbita più piccola, riducendo di 10 minuti il ​​tempo necessario per compiere il ciclo Didymos, che attualmente è di 11 ore e 55 minuti, un cambiamento che sarà rilevato dai telescopi terrestri nei giorni o nelle settimane a venire. Pochissimi dei miliardi di asteroidi e comete in orbita nel nostro sistema solare vengono considerati potenzialmente pericolosi per il nostro pianeta e nessuno è previsto come tale nei prossimi cento anni.

Un asteroide delle dimensioni di Dimorphos, avrebbe causato un impatto circoscritto, che avrebbe comunque sprigionato una forza superiore a qualsiasi bomba nucleare della storia.

Tra gli auspici di un “asteroide liberatore” dei mali dell’umanità e i film della serie “Disaster movie” come “Don’t look up” o “Armageddon”, la realtà si è presentata attraverso le immagini satellitari adesso riprese e studiate in tutto il mondo.

Inevitabile sottolineare come gli esperimenti scientifici spaziali come questo siano stati pensati anche per avere ricadute sul piano militare. Non è una novità che la gli USA e la Nato abbia definito e strutturato anche il quarto fronte dopo quelli terrestre, marittimo e aereo: quello spaziale.

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