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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/09/2026

La nuova strategia cinese di satelliti "chiavi in mano"

Si registra una nuova svolta nel settore spaziale cinese. Un’azienda privata di Pechino ha consegnato a un governo straniero il suo primo “pacchetto completo” composto da satellite e sistema di terra. La società in questione, GalaxySpace, ha realizzato e messo in orbita un satellite Lingzhi-09 Thailand CubeSat per il telerilevamento a bordo di un razzo Long March 6C. Il Dragone ha così delineato un modello inedito attraverso il quale conquistare i mercati dei Paesi in via di sviluppo.

La Cina ha infatti costruito il satellite per conto di Bangkok, lo ha lanciato usando un proprio razzo e ha pure messo a disposizione delle autorità thailandesi le apparecchiature necessarie per comunicare con il CubeSat. Sviluppato per l’Agenzia thailandese per lo sviluppo della geoinformatica e delle tecnologie spaziali (Gistda), il satellite raccoglierà dati di telerilevamento per applicazioni in ambito territoriale, agricolo ed ecologico, e supporterà anche la formazione pratica degli studenti universitari thailandesi.

La nuova strategia spaziale della Cina

Il “pacchetto chiavi in mano”, se così può essere definito, è uno stratagemma pensato dalla Cina per espandere la propria influenza nel settore spaziale internazionale e sfidare SpaceX di Elon Musk. Con la Thailandia, Pechino ha dimostrato di poter offrire una soluzione integrata dalla consegna del satellite alle operazioni di lancio, fino a includere anche la formazione del personale straniero. Nello specifico, GalaxySpace, la prima azienda cinese del settore spaziale commerciale a raggiungere una valutazione di un miliardo di dollari, ha fornito a Gistda un pacchetto chiavi in mano comprendente il veicolo spaziale, il sistema di terra e la preparazione degli addetti thailandesi.

Yang Kuan, professore associato presso l’Istituto di Tecnologia di Pechino e vicedirettore dell'Istituto di Politica e Diritto Aerospaziale, ha spiegato a Financial News che le aziende spaziali commerciali cinesi si stanno spostando dall'“esportazione di prodotti” all'“esportazione di servizi ed ecosistemi”, trasformando la tecnologia satellitare in un’offerta di servizi completa per i mercati esteri.

Non solo: questa silenziosa espansione internazionale avviene proprio mentre Pechino intensifica il dispiegamento di costellazioni satellitari sfidando il progetto Starlink di SpaceX.

La sfida a SpaceX

Se GalaxySpace si è fatta notare per aver offerto un servizio spaziale chiavi in mano, SpaceSail, altra azienda cinese rilevante nell’ambiente, ha ottenuto l’autorizzazione a fornire servizi di comunicazioni satellitari in Brasile, esplorando al contempo mercati come Malesia, Thailandia e Kazakistan. Geespace, una società sostenuta da Geely, ha invece condotto test di comunicazioni satellitari con operatori tlc in oltre 20 Paesi tra Medio Oriente, Africa, Sud Est Asiatico, Asia centrale, Asia meridionale e America Latina.

Attenzione però perché, come ha spiegato il South China Morning Post, la capacità del Dragone di esportare satelliti dipende da un duplice fattore ancora da sviluppare: i razzi ma ancor più la possibilità di lanciare satelliti a prezzi accessibili.

Secondo un recente paper del Mercator Institute for China Studies, alcuni servizi di lancio cinesi possono costare circa 20.000 dollari al chilogrammo rispetto ai circa 2.700-3.000 dollari al chilogrammo del Falcon 9 riutilizzabile di SpaceX.

A proposito: sul fronte dei razzi riutilizzabili LandSpace ha recuperato il primo stadio del suo razzo Zhuque-3 (ne abbiamo parlato qui): un traguardo necessario per consentre alla Cina di sfidare e, prima o poi forse superare, il colosso di Musk.

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04/07/2026

I titoli tecnologici non sono crollati “solo” per lo scetticismo verso l’intelligenza artificiale

di Alessandro Volpi

A giugno 2026 il settore Big Tech sta attraversando una fase di forte volatilità, con i titoli dei cosiddetti “Magnifici sette” (e nuovi protagonisti come SpaceX) che hanno registrato perdite significative, entrando ufficialmente in territorio di correzione con un calo superiore al 10% dai massimi. Segue una panoramica dei titoli più colpiti.

Partiamo da Nvidia. Dopo una corsa senza precedenti, il titolo ha subito cali giornalieri superiori al 4% a fine giugno. Gli investitori temono che la domanda di chip IA possa aver raggiunto un picco temporaneo. Vale la pena ricordare che questo titolo è presente in praticamente tutti i fondi pensione degli italiani.

Alphabet (Google) è in forte perdita (circa -5% in sessioni recenti) a causa di preoccupazioni interne alla divisione IA, acuite dalla partenza di ricercatori di alto profilo tra cui John Jumper, premio Nobel per la Chimica nel 2024, che ha lasciato per Anthropic.

Tesla continua a soffrire per il rallentamento della crescita nel settore dei veicoli elettrici e per margini di profitto ridotti, con il mercato scettico sulla velocità di realizzazione dei progetti su robotica e guida autonoma.

SpaceX, nonostante il debutto trionfale in Borsa il 12 giugno 2026, ha perso oltre il 16% del suo valore iniziale a causa dell’annuncio di una massiccia emissione di obbligazioni da 20 miliardi di dollari per finanziare l’infrastruttura IA e satellitare, alimentando timori sul debito. Meta e Microsoft, sebbene più resilienti, hanno subito vendite legate alla revisione delle spese in conto capitale.

Il mercato sta, di fatto, punendo le aziende che spendono miliardi in IA senza mostrare ritorni immediati e chiari.

Segue poi il “settore chip” (Micron, Samsung, SK Hynix) che ha subito perdite pesantissime (Micron -13%, Samsung -12%) a causa di una svendita globale che ha colpito l’intera catena di approvvigionamento dell’hardware IA.

Il ribasso non è dovuto a un singolo fattore ma a una “tempesta perfetta” di cause macroeconomiche e settoriali. Comincia a emergere sempre più uno scetticismo sul Ritorno dell’investimento (Roi) nell’IA. Dopo anni di euforia, gli investitori hanno iniziato a porsi una domanda critica: i profitti derivanti dall’intelligenza artificiale giustificheranno le centinaia di miliardi spesi in infrastrutture?

Pesa poi una politica monetaria restrittiva. Nonostante le speranze di tagli, l’inflazione persistente, soprattutto per effetto della guerra in Iran, ha spinto la Federal reserve (Fed) di Kevin Warsh verso un atteggiamento aggressivo. Il mercato ora, nonostante le dichiarazioni di Trump, scommette su ulteriori rialzi dei tassi di interesse entro la fine del 2026, un fattore che penalizza tipicamente i titoli tecnologici, a cui pare non bastare più la liquidità dei grandi fondi finanziari.

Ci sono poi, inevitabilmente, le tensioni geopolitiche. Il conflitto con l’Iran ha mantenuto alti i prezzi dell’energia (col petrolio Brent ancora sopra i 75 dollari), alimentando i timori di un’inflazione “appiccicosa” che frena i consumi e aumenta i costi operativi per le aziende tech.

Incide, altrettanto inevitabilmente, l’eccessiva concentrazione dei listini. Poiché solo sette aziende rappresentano circa il 30%-34% del valore totale dell’indice Standard & Poor (S&P) 500, qualsiasi segnale di debolezza in una di esse (come la crisi dei chip in Asia) provoca un effetto domino sull’intero mercato azionario globale.

Una considerazione a parte meritano gli Etf (Exchange traded funds) i prodotti finanziari venduti dai grandi fondi che replicano un indice e che giocano un ruolo fondamentale e amplificatore nell’attuale correzione delle Big Tech. Se una volta il “mercato” era guidato dalle scelte sui singoli titoli, oggi la prevalenza dell’investimento passivo ha cambiato le regole del gioco, trasformando gli Etf in una sorta di “benzina sul fuoco” durante i cali. Vale la pena esaminare come e quanto pesano questi strumenti finanziari in questa fase di mercato (a fine giugno 2026).

Un primo problema è costituito dalla cosiddetta “trappola della concentrazione”. Gli indici principali, come l’S&P 500 e il Nasdaq 100, sono pesati in base alla capitalizzazione di mercato. Questo significa che i giganti (Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon, Meta e ora SpaceX) pesano per circa il 33%-35% dell’intero mercato azionario statunitense. Di conseguenza quando un investitore vende una quota di un Etf sull’S&P 500, il fondo è costretto a cedere proporzionalmente tutti i titoli sottostanti. Poiché le Big Tech pesano così tanto, una vendita generalizzata dell’indice si traduce automaticamente in una pioggia di vendite massicce proprio sui titoli tecnologici, a prescindere che l’azienda stia andando bene o male.

Esiste un secondo effetto chiamato “Feedback loop” (Circuito di retroazione). Gli Etf creano, infatti, un effetto domino pericoloso. Ha inizio con una prima fase di ribasso con un evento negativo (ad esempio i dubbi sul debito di SpaceX o i tassi alti della Fed) che fa scendere i titoli tech. Segue un calo dell’Etf: poiché il tech pesa il 30%, l’Etf scende visibilmente. Portando a un “Panic selling”: gli investitori retail e i fondi pensione, vedendo l’Etf in rosso, riscattano le loro quote. Segue una fase di vendite forzate: i gestori di questi prodotti finanziari (BlackRock, Vanguard, State Street) devono vendere le azioni sottostanti per rimborsare gli investitori, spingendo i prezzi ancora più in basso. Questo meccanismo è il motivo per cui le perdite di fine giugno sembrano così violente e repentine.

A pesare è anche il ribilanciamento di metà anno, un periodo di ribilanciamento dei portafogli. Molti Etf e fondi comuni hanno regole rigide che impediscono a un singolo settore o titolo di superare una certa percentuale del portafoglio. Dopo la corsa folle dell’IA nei primi mesi del 2026 il peso di Nvidia e Microsoft nei portafogli era diventato eccessivo. In queste settimane, i gestori stanno vendendo tech per comprare settori “rimasti indietro” (come utility, beni di consumo o obbligazioni), portando a una pressione in vendita tecnica che non dipende dai fondamentali delle aziende.

Un ruolo fondamentale è giocato dagli Etf a leva e inversi. Esistono Etf che scommettono al raddoppio o al triplo sull’andamento del Nasdaq o di singoli titoli come Nvidia. Quando il mercato scende, questi strumenti forzano chi li detiene a chiudere le posizioni rapidamente per evitare la liquidazione, accelerando la caduta dei prezzi. Al contrario, gli Etf short (che guadagnano quando il mercato scende) hanno visto afflussi record, attirando speculatori che scommettono contro le Big Tech, aumentando la pressione ribassista.

Nel mentre si scatena una fuga verso i “safe haven” (Etf obbligazionari). Con i tassi di interesse previsti ancora alti e l’incertezza geopolitica in Iran, i capitali stanno uscendo dagli Etf azionari tech per rifugiarsi in quelli monetari o obbligazionari a breve termine. Questo spostamento di massa di liquidità (migliaia di miliardi di dollari) svuota letteralmente i “serbatoi” che sostenevano le quotazioni delle Big Tech.

In sintesi: quanto pesano gli Etf? Il peso è determinante. Si stima che oltre il 60%-70% dei volumi di trading giornalieri sui mercati Usa sia ormai riconducibile ad algoritmi e flussi legati agli Etf.

In questo momento, le Big Tech non stanno cadendo solo perché “l’IA non convince” ma perché il veicolo che le ha portate in alto (l’investimento passivo in Etf) ora sta funzionando al contrario, smontando le posizioni con la stessa velocità con cui le aveva create. Metaforicamente, l’Etf è l’ascensore: quando tutti vogliono scendere contemporaneamente, la caduta è molto più rapida rispetto a “scendere dalle scale” (attraverso la vendita di singoli titoli).

Il messaggio che emerge da tutto ciò dovrebbe essere chiaro: affidare a questi meccanismi le sorti della formazione del reddito, le pensioni e la sanità di fasce crescenti di popolazione è una colossale follia perché i travolti dalle crisi saranno milioni di persone che non hanno, per le loro condizioni di reddito, capacità di resistere mentre i super-ricchi, proprio per le loro infinite risorse, sapranno cavalcare le bolle. E, soprattutto, dovrebbero essere evidente a tutti non esiste alcuna oggettività della finanza in grado di suffragare le tesi dei tecno-liberali.

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12/06/2026

La quotazione in Borsa di SpaceX presenta numerose insidie

di Alessandro Volpi

Il 12 giugno è il giorno del più grande collocamento in Borsa della storia. Si tratta dell’ingresso al Nasdaq di SpaceX, la società guidata da Elon Musk. Il battage pubblicitario e la narrazione dei media di questo evento sono incalzanti: il dato comune è riassumibile nell’immagine del nuovo geniale padrone dello spazio e dell’intelligenza artificiale che approda in Borsa, facendo e facendo fare miliardi di dollari a tutti.

Il racconto quotidiano è intessuto di grandi temi, costituiti dalla celebrazione della totale dipendenza degli Stati Uniti e del mondo “libero” dai satelliti di Musk, a cui si aggiungono i mirabolanti viaggi su Marte, la creazione di stazioni permanenti in giro per l’Universo, l’imbattibile produzione di auto elettriche, la scoperta di infinite applicazioni dell’intelligenza artificiale, il tutto costantemente condito da aneddoti sulla singolarità del personaggio.

Certo, l’operazione ha bisogno di una grande attenzione mediatica perché è davvero imponente, almeno nelle attese. La quotazione di SpaceX (Space exploration technologies corp) prevede infatti che le azioni saranno scambiate sul listino Nasdaq (e sul Nasdaq Texas) con il simbolo “SPCX”. La società debutterà come “controlled company”, il che significa che Elon Musk manterrà una solida maggioranza del potere di voto. Il prezzo delle azioni è fissato a 135 dollari e l’operazione punta a una capitalizzazione di mercato di circa 1,75mila-1,78mila miliardi di dollari.

Un simile dato la posiziona immediatamente tra le prime dieci aziende più “preziose” al mondo, superando colossi come Meta e Amazon. SpaceX punta a raccogliere circa 75 miliardi di dollari, il che la rende la più grande Offerta pubblica iniziale (Ipo) della storia, battendo il record precedentemente detenuto da Saudi Aramco.

Una delle caratteristiche più insolite di questa quotazione è l’attenzione agli investitori privati. SpaceX ha riservato una quota eccezionalmente alta, circa il 30% dell’offerta, agli investitori retail (piccoli risparmiatori). Di solito, nelle grandi Ipo tecnologiche, questa quota non supera il 10%. È previsto poi l’accesso tramite piattaforme come Goldman Sachs (capofila dell’operazione), ma anche broker accessibili al pubblico (come XTB, eToro o Fidelity) che hanno aperto canali per permettere agli utenti di richiedere l’allocazione delle azioni prima del debutto.

Siamo di fronte quindi a una colossale impresa finanziaria che ha bisogno di rastrellare, davvero, una massa di risparmiatori e investitori gigantesca. Qui si pone il punto critico. La quotazione in Borsa di SpaceX anticipa quelle di Anthropic e OpenAI che avverranno entro la fine dell’anno e dovrebbero mobilitare circa quattromila miliardi di dollari. Queste quotazioni sono rese inevitabili dal bisogno per gli investitori, Musk in primis, di avere un ritorno finanziario dei propri massicci investimenti e di poter collocare i titoli delle società nei listini in modo da poterli vedere inseriti negli strumenti finanziari, a partire dagli Etf, fondamentali per i grandi gestori del risparmio globale, come nel caso di BlackRock.

Il problema è però costituito dal fatto che tre Ipo di tali dimensioni devono trovare spazio in un mercato obbligazionario intasato dalla gigantesca mole di titoli del debito pubblico Usa da piazzare, con scadenze molto ravvicinate, e in un mercato azionario caratterizzato dalla ipervalutazione proprio dei titoli già quotati del settore dell’intelligenza artificiale: a tutto ciò si aggiungono gli effetti restrittivi di tassi alti e destinati a salire per l’emergere dell’inflazione.

Il rischio vero, quindi, è che le quotazioni avvengano a prezzi più bassi rispetto a quelli attesi, con un’accelerazione dello sgonfiamento della bolla, su cui grava anche il livello di indebitamento non banale che colpisce tutto il settore dell’IA e che proprio il rialzo dei tassi potrebbe far fibrillare come nel caso, ben più ridotto, dei mutui subprime.

Per essere ancora più chiari le aspettative di prezzi azionari molto alti nel caso di queste Ipo, oggetto di una vera e propria narrazione mirabolante e quasi miracolistica, potrebbero essere incrinate se l’adesione del risparmio globale non ci fosse e soprattutto se i grandi gestori del risparmio si trovassero a fare delle scelte perché è sempre più difficile alimentare un “mercato” azionario che vale quasi 160mila miliardi di dollari (erano 94mila miliardi nel 2019) e uno obbligazionario che supera i 142mila miliardi di dollari (erano 105mila nel 2019). Dunque, il più grande spettacolo dopo il Big Bang risulta davvero insidioso, soprattutto per i milioni di risparmiatori in giro per il mondo che hanno le loro polizze e i loro fondi pensione imbottiti di titoli statunitensi.

Proprio la partita dei grandi gestori è decisiva, di nuovo, a riguardo. BlackRock ha guidato la domanda istituzionale con un ordine record stimato tra i cinque e i dieci miliardi di dollari di future azioni SpaceX, puntando a diventare il primo azionista istituzionale esterno e cercando di replicare il peso che ha in Tesla (circa il 7%). Vanguard entrerà massicciamente non tanto durante l’Ipo quanto nella fase di inclusione negli indici. Poiché SpaceX (SPCX) entrerà nel Nasdaq-100 intorno al 7 luglio di quest’anno, Vanguard sarà obbligata ad acquistare decine di miliardi di dollari in azioni per i suoi Etf (come il VOO o il VGT). Si stima che, entro la fine del 2026, i fondi istituzionali (BlackRock, Vanguard, State Street e Fidelity) arriveranno a controllare circa il 20%-25% del capitale, agendo da stabilizzatori contro la volatilità tipica dei titoli legati a Musk.

Ma tutto questo dipende, come ricordato, dalla tenuta complessiva di un sistema che è sempre più stressato e ha un bisogno famelico di risparmiatori spesso impoveriti dalla fine dell’economia reale, dei loro redditi da lavoro e intossicati dalla dipendenza dalla rendita finanziaria.

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09/06/2025

USA - Musk-Trump, la posta in gioco

La notte dei lunghi tweet, come l’ha chiamata qualcuno, tra Musk e Trump è al momento più divertente da vedere che facile da decifrare.

Il duello rusticano combattuto con mazzate da un social personalistico all’altro è esploso dopo pochi giorni che l’ad di Tesla si è dimesso dalla guida del Dipartimento per l’Efficienza governativa (DOGE), dove era stato investito della missione di tagliare la burocrazia statunitense, ridurre le spese, infilare i proprio fedelissimi, dare una rinfrescata di AI al tutto.

Le dimissioni non sono state proprio una sorpresa: come nota Wired, “la qualifica di impiegato speciale del governo comporta alcuni privilegi – come il non dover sottostare a una serie di accertamenti etici e finanziari – ma prevede un limite massimo di 130 giorni all’anno”.

Ma subito dopo Musk ha iniziato a denigrare il “Big, Beautiful Bill” di Trump, un pacchetto di spesa approvato dai repubblicani nei giorni scorsi. Non esattamente “bello” per Musk, che lo ha definito “un abominio disgustoso”, affermando che aumenterebbe significativamente il deficit del bilancio federale attraverso l’aumento delle spese per la difesa, il contrasto all’immigrazione e i tagli alle tasse.

Come si sia arrivati al progressivo e poi esplosivo degrado della relazione fra i due è un tema complesso benché per molti annunciato o prefigurato da tempo. Sta di fatto che Trump aveva dato a Musk un accesso senza precedenti alla Casa Bianca e al governo federale. Soprattutto, la loro strana coppia ha simboleggiato anche una nuova era a Washington, in cui i leader tech della Silicon Valley hanno utilizzato le loro risorse e piattaforme per scendere in campo direttamente.

Dunque l’attuale faida sta mettendo sotto pressione alcuni dei più stretti collaboratori o alleati di Musk nell’industria tecnologica, tra cui lo zar di Trump per l’intelligenza artificiale e le criptovalute David Sacks, ma anche il sempre più politicizzato capitalista di ventura Marc Andreessen e altri investitori, affinché scelgano se allinearsi con Musk o continuare a sostenere il presidente, notano alcuni. Laddove per ora sembrano prevalere gli equilibrismi in attesa di capire gli sviluppi.

Dei circa 295 milioni di dollari che Musk ha versato ai repubblicani per le elezioni del 2024, la maggior parte è andata a Trump. Ma soprattutto, come mostrano varie analisi, hanno avuto un ruolo importante nella sua elezione.

D’altra parte il DOGE è stata solo l’ultima delle questioni in ballo per Musk. L’anno scorso alle sue aziende sono stati promessi, ha scritto il NYT, 3 miliardi di dollari in quasi 100 contratti diversi con 17 agenzie federali. La maggior parte dei contratti riguardava SpaceX, l’azienda di tecnologia spaziale. Anche Tesla, la sua azienda di veicoli elettrici, ha contratti con il governo federale (ma ha goduto soprattutto di sussidi federali).

D’altra parte, secondo il Washington Post, le sue società avrebbero ottenuto almeno 38 miliardi di dollari in contratti governativi, prestiti, sussidi e crediti d’imposta per i prossimi due decenni, di cui quasi due terzi negli ultimi cinque anni.

Sembra in effetti che Musk abbia tutto da perdere nello scontro con Trump, per ora. Mentre eravamo nel pieno del lancio di stracci fra i due, e lasciando anche perdere la greve allusione di Musk sulla presunta presenza del nome di Trump nei file di Epstein, l’ad di SpaceX minacciava (minaccia poi ritrattata) di ritirare la navicella Dragon, su cui la NASA fa affidamento per trasportare gli astronauti avanti e indietro dalla Stazione Spaziale Internazionale.

“A marzo – ricorda Passione Astronomia – due astronauti sono tornati sulla Terra a bordo della Dragon dopo essere rimasti bloccati sulla ISS per quasi nove mesi, dopo che la Boeing Starliner aveva avuto problemi tecnici ed era rientrata sulla Terra senza di loro”.

La società spaziale di Musk è attualmente l’appaltatore più importante della NASA. Con il razzo Falcon 9 e la navicella Dragon, SpaceX fornisce all’agenzia spaziale l’unico trasporto operativo di membri dell’equipaggio verso la Stazione Spaziale Internazionale.

Inoltre, quando all’inizio di quest’anno la navicella Cygnus di Northrop Grumman è stata danneggiata durante il trasporto, SpaceX è rimasta l’unico fornitore di servizi cargo per la stazione spaziale per più di metà anno, e se la NASA dovesse rescindere i contratti con SpaceX, sancirebbe di fatto la fine della Stazione Spaziale Internazionale, scrive Ars Technica.

Anche il servizio Internet Starlink di SpaceX ha fornito comunicazioni essenziali alle forze armate Usa, che ne hanno acquistato una versione governativa con il marchio “Starshield” per le loro future esigenze di comunicazione.

“Se l’amministrazione Trump interrompesse i rapporti con SpaceX, di fatto – continua Ars Technica – farebbe arretrare l’impresa spaziale statunitense di un decennio o più e darebbe al programma spaziale cinese, in ascesa, una chiara supremazia sulla scena mondiale”.

In attesa di vedere come evolveranno lo scontro, le ricuciture e le alleanze, un elemento (fra i mille che si potrebbero evidenziare) è lampante: affidare le proprie infrastrutture critiche e la sicurezza nazionale a privati resta un’incognita e un rischio per qualsiasi Stato.

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23/04/2025

USA - SpaceX, Palantir e Anduril in corsa per il nuovo scudo missilistico

Mentre l’azienda Blue Origin di Jeff Bezos lancia il turismo spaziale, ricevendo una cascata di critiche per il carattere evidemente elitario di questa attività, sul lato militare è ancora la triade SpaceX, Palantir e Anduril a cercare di affermarsi come nuovo polo del complesso militare-industriale statunitense.

Qualche giorno fa, infatti, l’agenzia britannica Reuters ha diffuso la notizia per cui, stando alle informazioni ottenute da sei fonti rimaste anonime, si sono da poco svolti degli incontri tra i rappresentanti delle tre società e alti ufficiali del Pentagono e dell’amministrazione di cui lo stesso Elon Musk fa parte.

Al centro del confronto vi sarebbe stata la partecipazione allo sviluppo del progetto “Golden Dome”, ovvero lo scudo missilistico pensato per proteggere gli USA dalle minacce di missili balistici intercontinentali (ICBM) e armi ipersoniche. Lo scorso 27 gennaio Trump aveva firmato un ordine esecutivo proprio a questo scopo.

Già a inizio mese era emerso che il Dipartimento della Difesa di Washington stesse cercando oltre la solita platea di affermati appaltatori delle forze armate stelle-e-strisce (Boeing, Loockeed Martin, Northrop Grumman) e SpaceX, Palantir e Anduril rappresentano i candidati ideali. Non senza critiche per il doppio ruolo rivestito da Musk alla Casa Bianca.

Una delle fonti di Reuters ha detto che nella comunità della sicurezza nazionale statunitense si sta affermando un atteggiamento definito di “deferenza” nei confronti del Dipartimento guidato dal magnate sudafricano. Nessuno degli attori coinvolti ha rilasciato dichiarazioni o ha risposto puntualmente alle domande, e solo Musk ha scritto su X semplicemente che “non è vero”.

Ad ogni modo, anche l’agenzia stampa britannica ha fatto presente che il percorso del Golden Dome è ancora alle fasi iniziali, e il modo in cui evolverà è ancora tutto da definire. Ci sono più di 180 aziende che hanno espresso interesse per un progetto di cui il direttore operativo della Lockheed Martin ha detto: “in termini di importanza per la difesa della nazione, è simile al Progetto Manhattan”.

Di certo, SpaceX sembra il candidato ideale per il tipo di infrastruttura da mettere in campo. Si parla di una costellazione che dovrebbe contare tra i 400 e i 1.000 satelliti, con i quali creare una rete capace di segnalare e tracciare operazioni missilistiche dirette verso il territorio statunitense.

Una flotta di circa altri 200 satelliti, armati di missili o laser, sarebbe invece preposta alla neutralizzazione di queste eventuali minacce. In quest’ultimo caso, tuttavia, le fonti hanno indicato che SpaceX non sarebbe coinvolta nell’armamento di questi strumenti, lasciando spazio ad altri attori.

Questo rimane tuttavia uno dei nodi più spinosi: questi 200 satelliti potrebbero essere considerati non conformi al Trattato sullo Spazio Extra-Atmosferico, firmato nel 1967. Questo accordo vieta di collocare o stazionare armi di distruzione di massa o simili nella zona extra-atmosferica, e gli equipaggiamenti di tali satelliti potrebbe essere considerati tali.

C’è inoltre anche un altro tema che ha sollevato il dibattito intorno alle forme della sicurezza nazionale statunitense in questa nuova fase della competizione globale. Sembrerebbe che SpaceX abbia proposto lo stesso approccio tenuto dalla NASA: cioè il governo pagherebbe per il servizio e l’accesso alla tecnologia, ma senza possederla.

Questo sarebbe il primo caso di un accordo del genere per il Pentagono, che velocizzerebbe così alcune procedure. Ma due delle fonti di Reuters hanno sottolineato come, nella difesa statunitense, alcune voci abbiano espresso criticità per un sistema del genere (che di fatto resterebbe di proprietà privata) quando si parla di un’infrastruttura di questa importanza critica e portata strategica.

Intanto, altri esperti hanno già valutato che il Golden Dome potrebbe richiedere centinaia di miliardi di appalti per i prossimi anni. La Casa Bianca ha già fissato alcune scadenze, la prima all’inizio del 2026. Non dovremo aspettare molto per capire come evolverà questo dossier e il tentativo di affermare di queste nuove società nel complesso militare-industriale USA.

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10/04/2025

Dai sogni degli hippies all’incubo dei killer robots

“Venite signori della guerra / voi che costruite i cannoni / voi che costruite gli aereoplani di morte / voi che costruite le bombe / voi che vi nascondete dietro muri / voi che vi nascondete dietro scrivanie / voglio solo che sappiate / che posso vedere attraverso le vostre maschere”.
Bob Dylan, “Masters Of War” da “The freewheelin’ Bob Dylan”, 1963

Qui in Italia non è così noto, ma la controcultura hippie degli anni Sessanta, di cui San Francisco era divenuta la capitale, è stata uno degli ingredienti che ha contribuito, nel decennio successivo, alla creazione di quei gruppi di appassionati di elettronica, come l’Homebrew computer club, in cui hanno mosso i primi passi personaggi come Steve Wozniack e Steve Jobs, i fondatori della Apple.

Il sogno naïf di quella generazione era che i piccoli personal computer avrebbero distribuito il potere di calcolo, cambiando la società. Il poeta Richard Brautigan arrivò a cantare di questa utopia nel suo poema del 1967 “All watched over by machines of loving grace” che conobbe per questo una discreta fortuna.

Forse anche per questo motivo alcuni, tra cui Bill Gates, sono rimasti stupiti della recente sterzata all’estrema destra della totalità dei Gafam, ossia Google, Apple, Facebook (ora Meta), Amazon e Microsoft.

La “svolta a destra”, però, non ha coinvolto solo la generazione degli ex-hippie. Sembra passato un millennio da quando due giovani universitari di belle speranze, Larry Page e Sergej Brin, fondavano una start-up per gestire il successo del loro algoritmo di ricerca, PageRank, che aveva dato i natali al più fortunato “motore” di ricerca su internet, Google. Allora, era il 1998, il motto scelto per la loro impresa era “Do no evil” ossia “Non fare del male”.

Chissà che cosa penserebbero oggi quegli stessi giovanotti della decisione presa, a gennaio di quest’anno, dalle loro attuali versioni imbolsite e con le borse sotto gli occhi: far cadere la clausola che impegnava l’azienda a non utilizzare i propri studi sull’intelligenza artificiale per scopi militari, aprendo così la porta allo sviluppo di killer robots, in accordo con un piano di implementazione delle armi autonome pubblicato dalla Nato già nel 2023.

Purtroppo questa decisione non fa altro che suggellare un impegno sul campo dell’azienda che va ben oltre la ricerca e sviluppo di sistemi d’arma. L’American friends service commitee (Afsc) – storica organizzazione nonviolenta americana legata ai quaccheri – accusa da tempo Google di avere responsabilità dirette nei crimini di guerra compiuti da Israele in Palestina dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023.

Secondo un’esplosiva inchiesta della rivista israeliana +972 uscita ad agosto del 2024, Google, insieme a Microsoft (Azure) e Amazon (Amazon web services – Aws, il fornitore che vanta i legami più solidi di tutti con governo e militari israeliani), avrebbe fornito servizi cloud classici al Project nimbus, il servizio di raccolta dati del governo, utilizzato successivamente dall’esercito per individuare i bersagli militari.

Contemporaneamente, su un’altra commessa, Microsoft e Google fornivano la tecnologia di “intelligence artificiale” per il riconoscimento facciale, usata per scegliere automaticamente gli obiettivi degli attacchi che hanno causato decine di migliaia di morti civili. Diverse altre inchieste del Washington Post danno riscontro e solidità alle accuse dell’Afsc.

Purtroppo Google non è l’unica impresa del gruppo Gafam a essere impegnata in prima linea nei peggiori conflitti in atto (anche se, per ora, è l’unica ad aver licenziato i suoi dipendenti che protestavano contro queste collaborazioni). La lista è talmente lunga da eccedere lo spazio di questa rubrica: ci dovremo limitare a una attenta selezione, partendo da Meta Platforms Inc. (conglomerato che controlla Facebook, Instagram, WhatsApp e l’ultimo nato Threads).

In questo momento l’ufficio stampa di Meta è impegnato in un titanico sforzo per evitare che le persone leggano “Careless People”, il libro-scandalo della sua ex-dipendente Sarah Wynn-Williams che ne rivela alcuni dei segreti più inconfessabili (legati alle sue responsabilità nel massacro della minoranza Rohingya in Myanmar soprattutto) e, al contempo, per silenziare lo scandalo della cessione illegale dei dati di migliaia di utenti palestinesi della controllata WhatsApp all’Idf (l’esercito israeliano), che li ha inseriti in Lavender, una delle IA utilizzate per scegliere automaticamente chi uccidere.

In questo caso non si è trattato di killer robots, bensì di Laws ossia Lethal authonomous weapons systems, sistemi per uccidere automatizzati: morte somministrata via algoritmo, a seguito dell’utilizzo di una chat. Sappiamo infatti che le reti neurali utilizzate da Lavender hanno margini di errore nella produzione del loro output (le cosiddette “allucinazioni”: ne abbiamo parlato qui) che non scendono mai sotto il 5% e che possono arrivare ad oltre il 20%. Tale margine di errore va poi moltiplicato, giacché le nuove regole d’ingaggio dell’Idf dopo il 7 ottobre prevedono come “accettabile” la morte di venti innocenti per ogni presunto miliziano di Hamas colpito.

Ultimi nella nostra analisi, ma non certo per importanza strategica, vengono gli interessi militari di due imprese che, fino a poco tempo fa, avevano un profilo più “riservato” rispetto ai Gafam: Palantir di Peter Thiel e SpaceX di Elon Musk.

La prima è oggetto di operazioni di disinvestimento pianificato per via del suo coinvolgimento nei crimini di guerra di Israele, ma è frutto di un progetto abominevole fin dal nome: Palantir, nel mondo creato da Tolkien, è il nome delle antiche pietre capaci di mostrare il futuro che portano il saggio Saruman a impazzire e unirsi all’oscuro sire, Sauron. Infatti, l’azienda nasce con l’idea di fornire sistemi di polizia predittiva, una pseudo-scienza il cui fondamento è “solido” quanto le infami teorie del nostro Cesare Lombroso, e i risultati tutt’altro che entusiasmanti (meno dell’1% di efficacia nel caso americano). Nonostante ciò, i suoi servizi sono stati utilizzati dal governo di Israele per incarcerare cittadini palestinesi per il solo fatto di rientrare in un “profilo del terrorista” sviluppato dalla ditta in questione.

La seconda è passata alle cronache di guerra per via del servizio Starlink, una rete di satelliti di comunicazione a bassa quota, che si è rivelata strategicamente vitale in Ucraina. All’indomani dell’invasione russa, Elon Musk è stato acclamato eroe dagli ucraini perché ha fornito “gratuitamente” il servizio a Kiev, salvo poi divenire – il 10 marzo di quest’anno – il peggiore dei loro nemici sostenendo che “senza Starlink sarebbero spacciati”.

D’altronde Musk aveva già mostrato di essere un attore incontrollabile in almeno due occasioni: quando era passato all’incasso con il suo stesso governo (sostenendo di non poter continuare a finanziare l’Ucraina a tempo indeterminato), e quando aveva deciso di bloccare le comunicazioni per impedire un’escalation della guerra che considerava nefasta.

L’orrore della morte via chat si sarebbe potuto evitare. Le avvisaglie di una forte collaborazione tra Meta e l’Idf, infatti, erano nell’aria sino dal 2021, quando Meta bloccò gli account di diversi giornalisti della Striscia di Gaza, per impedirgli di far fluire informazioni verso l’esterno. Purtroppo, la società civile ha introiettato profondamente l’idea che le tecnologie dell’informazione e comunicazione siano semplici merci, strumenti a nostra disposizione. Gli esempi che abbiamo toccato mostrano in maniera lampante il contrario.

Eppure, le alternative esistono: il software libero costituisce un corpus di conoscenze collettive che possono essere utilizzate da qualsiasi gruppo per soddisfare i propri bisogni, dalla formazione (è il caso di alcune scuole del progetto Fuss, che si sono dotate di una infrastruttura per la formazione online), alla comunicazione (è il caso del sindacato Cub-Sur che si è dotato di un’intera piattaforma di comunicazione a distanza), rendendosi indipendenti delle imprese Gafam.

Ma basta allargare lo sguardo per scoprire che, nei dintorni di Barcellona, esiste una “rete internet locale” con la bellezza di cinquemila punti d’accesso su diversi chilometri quadrati di territorio, che continuerebbe a funzionare anche se la connessione verso il mondo esterno fosse tranciata di netto, in maniera simile a progetti presenti anche in Italia.

Insomma, non si tratta di “testimonianze” di singoli, magari un po’ “impallinati” e senza impatto sulla società, ma piuttosto di esempi di come problemi collettivi possano trovare soluzioni collettive.

Il passo da fare, ora, è riconoscere che la dipendenza da queste imprese, mentre queste “riconvertono” il loro business alla guerra, è un serio problema collettivo, che ci riguarda tutte e tutti.

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09/04/2025

La corsa allo spazio dell’UE contro Starlink... ma non senza problemi interni

Sul nostro giornale abbiamo sempre dato conto di come la nuova corsa allo spazio si stia intersecando con l’inasprirsi della competizione globale. E ciò vale sia che si parli della ricerca di materie prime, sia che si tratti dello sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della loro sempre più importante applicazione a fini bellici.

Lo abbiamo visto in maniera chiara con Starlink e la guerra in Ucraina. Ma ora che l’illusione euroatlantica si è definitivamente rotta, e le classi dirigenti continentali vogliono provare a contare solo sulle proprie forze, Bruxelles deve trovare disperatamente un’alternativa ai servizi forniti da SpaceX, o per lo meno un percorso complementare.

Se fino a poco tempo fa si pensava che Giorgia Meloni potesse essere l’ariete degli interessi di Elon Musk nel Vecchio Continente (in un rapporto che si è però raffredato velocemente, almeno così scriveva Bloomberg un mese fa), ora i principali attori di questo settore ancora piuttosto vergine, dal punto di vista della normazione, scoprono le loro carte.

Qui rendiamo conto di due temi che sono comparsi nel dibattito pubblico degli ultimi giorni: l’attività Eutelsat e una costellazione italiana in orbita bassa (come è Starlink), annunciata dal ministro delle Imprese, Adolfo Urso. Per ora, lasciamo da parte Iris2, il sistema di satelliti geostazionari che dovrebbe entrare pienamente in funzione dal 2035.

Le caratteristiche di Iris2 lo rendono più adatto a scopi civili (trasmissione televisiva e comunicazioni mobili), mentre l’interesse è quello di rendere conto brevemente di progetti che dimostrano di avere importanti applicazioni militari. In un periodo del genere, sembra almeno necessario sapere di cosa si sta parlando, per capirne i risvolti.

Lo scorso 4 aprile Eva Berneke, amministratrice delegata di Eutelsat, ha dichiarato a Reuters che la società fornisce il suo servizio internet satellitare ad alta velocità all’Ucraina da almeno un anno. Questo avviene attraverso un operatore tedesco, ed è stata proprio Berlino a finanziare il tutto, anche se Berneke si è rifiutata di commentare i costi.

Eutelsat è nata quasi mezzo secolo fa come organizzazione intergovernativa europea, poi privatizzata a inizio anni Duemila. Ha sede a Parigi, e opera in Italia attraverso la concessionaria Telespazio, società partecipata dall’italiana Leonardo (67% delle azioni) e dalla francese Thales (il restante 33%).

Ad oggi ci sono solo mille terminali che collegano Eutelsat ad utenti ucraini, ma Berneke è convinta che il numero aumenterà tra i 5 e i 10 mila nel giro di poche settimane. Annalena Baerbock, che guida il ministero degli Esteri della Germania, si è rifiutata di commentare la notizia, mentre rimangono i soliti dubbi su chi finanzierà l’espansione di iniziative future.

“Non sappiamo ancora come l’UE, collettivamente o paese per paese, finanzierà gli sforzi futuri”, ha detto Joanna Darlington, portavoce di Eutelsat. Quello che è certo è che nel 2022 la società ha completato l’acquisto di OneWeb, unico attore europeo in grado di competere sulle costellazioni satellitari in orbita bassa, anche se rimane tuttora molto indietro rispetto a SpaceX.

In realtà, già dalla metà di quest’anno si prevede l’attivazione di EU GOVSATCOM, iniziativa parallela a Iris2, che vuole però garantire servizi di comunicazione satellitare alle autorità pubbliche nazionali, impegnate in attività riguardanti la sicurezza nazionale. Inizialmente si baserà sul coordinamento tra sistemi satellitari nazionali, mentre poi potrebbe svilupparsi un’infrastruttura spaziale ad hoc.

Sempre il 4 aprile il ministro Urso ha annunciato che il governo italiano sta valutando un proprio sistema satellitare per rispondere alle esigenze istituzionali riguardanti difesa e sicurezza. “Lo scorso anno – ha detto il ministro – abbiamo dato mandato all’Agenzia spaziale italiana di realizzare un primo studio di fattibilità sui tempi, le modalità e i costi, studio di fattibilità che ci è stato consegnato ed è incoraggiante”.

L’Agenzia spaziale italiana (ASI) ora dovrà verificare la capacità della filiera nazionale di raggiungere questo obiettivo. Tuttavia, Roma deve mantenere aperte varie interlocuzioni: non solo i costi di un’impresa del genere sarebbero nell’ordine dei miliardi di euro, ma i tempi per completarla sono tutt’altro che brevi.

Allo stesso tempo, non sono mancate le scintille tra l’ASI e Leonardo. Infatti, a fine marzo Leonardo, Thales e Airbus hanno presentato alla Commissione Europea un piano preliminare per riunire le loro risorse spaziali in un’unica società. Ipotesi di cui avevamo già reso conto sul nostro giornale alla fine dello scorso anno.

Sarebbe un’opportunità straordinaria per creare un ‘campione europeo’ che, attraverso la sinergia tra competenze complementari e le economie di scala, riesca per lo meno a stare a galla in questo settore fondamentale dell’innovazione. Un passo verso la centralizzazione ulteriore dei capitali a livello del Vecchio Continente.

Vedremo cosa risponderà l’Antitrust UE, date anche le resistenze già esposte dalla tedesca OHB, altro player del settore. Ma intanto, anche Marco Lisi Turriziani, inviato speciale per lo Spazio del ministero degli Esteri e membro del consiglio di amministrazione dell’ASI, ha espresso preoccupazioni al riguarda di un’operazione di tale portata.

Secondo Turriziani, sono innanzitutto tutte le Piccole e Medie Imprese (PMI) europee del settore le prime a subire un contraccolpo. Una filiera che comprende 400 imprese e vale 3 miliardi di fatturato nel nostro paese. Una filiera magari anche tecnologicamente avanzata, ma che di fronte al nuovo colosso Leonardo-Thales-Airbus non potrebbe nulla.

Alessandro Sannini, esperto di politiche economiche spaziali, riguardo questo nuovo soggetto ha detto: “sarebbe capace di dettare unilateralmente le condizioni di mercato, chiudere l’accesso ai grandi programmi e concentrare il know-how”. In sostanza, sarebbe quel ‘campione europeo’ che trasformerebbe davvero il mercato spaziale in senso monopolistico, o quasi.

Dunque, possiamo dire che, nel pieno della crisi delle prospettive dell’imperialismo UE, nel settore spaziale si va delineando in maniera chiara lo scontro tipico che contrappone il capitale multinazionale e la borghesia nazionale. Aspettiamo di vedere se questo si concluderà in favore del primo, oppure se l’azione congiunta di interessi nazionali e di altri grandi attori come OHB fermerà il tutto.

La tendenza, il tentativo di salto di qualità è però incontrovertibile. E a perdere saranno ad ogni modo i lavoratori.

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27/01/2025

SpaceX cancella la Nasa

Dalle eroiche esplorazioni spaziali all’uso commerciale (e militare) dello spazio. Musk sostiene che i diecimila dipendenti della sua SpaceX possono umiliare concorrenti venti volte più grandi come Boeing o Lockheed, i tradizionali fornitori della Nasa. I razzi riutilizzabili e le navette di SpaceX richiedono costi e tempi di sviluppo inferiori a quelli dei concorrenti. Come scrive su Limes l’analista Marcello Spagnulo, possibile che il prossimo allunaggio punti sulla navetta Starship di Musk rottamando vecchi giganti del complesso militare industriale Usa. Operazione non solo tecnica. Lo ‘Stargate’ di Trump.

‘Stella Elon’, costellazione Trump, destra intergalattica

«È nata una stella, Elon!’: così il neoeletto presidente Donald Trump nel suo primo discorso a urne chiuse». E l’accoppiata fa paura anche nei cieli, intesi come ‘Spazio’, senza scomodare il padreterno. «E se il patron di Tesla pare destinato a rifulgere come Sirio – scrive Marcello Spagnulo su Limes – un asteroide sta per abbattersi sull’agenzia spaziale più famosa al mondo». Anche la Nasa bersaglio, come le democrazie britannica e tedesca, in attesa di ‘trumpini locali’ da portare al potere nell’Universo Elon.

La Stazione spaziale internazionale, ISS

Il più impegnativo e costoso manufatto dell’umanità al di fuori del pianeta Terra. Lo è dal punto di vista ingegneristico per le dimensioni e per l’ambiente extraterrestre cui è sottoposto. Ma lo è anche dal punto di vista politico, perché frutto di una collaborazione internazionale tra americani, russi, europei, canadesi e giapponesi. Grido d’orgoglio, forse uno degli ultimi, della Nasa, l’Agenzia aerospaziale americana, l’unica al mondo ad aver inviato esseri umani sulla Luna. Oggi il simbolo ancora tangibile della sua primazia è proprio la ISS.

Space Shuttle e una nuvola di dollari

Ci sono voluti oltre cento miliardi di dollari e 37 missioni dello Space Shuttle per assemblare la Stazione spaziale in orbita a 400 chilometri di altezza da terra. La Nasa spende tre miliardi di dollari all’anno per mantenerla operativa ma dopo più di due decenni per aria, la stazione accusa gli acciacchi dell’età e dal 2019 una piccola fuga di ossigeno. Mentre la guerra in Ucraina ha incrinato la collaborazione Usa con Mosca, partner fondamentale della ISS, anche se non tale da mettere in pericolo gli astronauti che condividono la vita a bordo.

ISS in pensione nel 2030

Acciacchi pericolosi, e la Nasa ha deciso di mandare l’ISS in pensione nel 2030, ma anche la sua fine non sarà cosa tecnica da poco. Sarà riportata nell’atmosfera terrestre da uno speciale rimorchiatore spaziale, che la condurrà a frantumarsi in mille pezzi sopra il ‘Point Nemo’ – dal nome del capitano di Ventimila leghe sotto i mari – Pacifico meridionale, a oltre 1.500 miglia da ogni terra più vicina. E chi condurrà la gloriosa ISS alla scomparsa? SpaceX di Elon Musk, con un contratto da 850 milioni di dollari per il rimorchiatore spaziale da demolizione di ogni residua concorrenza.

Definitiva privatizzazione dello Spazio

«Una immagine fortemente simbolica – sottolinea Marcello Spagnulo  – quella del fondatore di SpaceX che accompagna verso il cimitero oceanico l’ultimo gioiello cosmico della Nasa». La definitiva «privatizzazione dello Spazio». E sarà l’imprenditore più ricco del mondo, astro nascente dell’amministrazione Trump, appena nominata al vertice del ‘Doge’ – dipartimento per l’Efficienza governativa – a fare le pulci economiche agli enti federali come la stessa Nasa.

Lottizzazione anche degli astronauti

Da subito via la ‘vecchia Nasa’: al posto di Bill Nelson, democratico ed ex astronauta, arriva Jared Isaacman, finanziatore di SpaceX (due voli a pagamento nello Spazio a bordo dell’astronave Dragon). Gigantesco conflitto d’interesse per SpaceX che ha un suo finanziatore a capo della Nasa. Ma questi sono gli Usa dell’era Trump-Musk. «Elon, fai partire quelle navi spaziali, perché vogliamo raggiungere Marte prima della fine del mio mandato!», ha detto più volte Trump durante la campagna elettorale. Un’accelerazione elettorale estranea alle procedure rigorose Nasa.

Government Accountability Office

Il programma lunare Artemis, che mezzo secolo dopo Neil Armstrong dovrebbe riportare gli americani sulla Luna, ha problemi. Artemis è in ritardo di anni, ha sforato di miliardi il budget previsto e sinora nessun astronauta è decollato da Cape Kennedy per la Luna. Elemento chiave del programma Artemis è il Gateway, una stazione spaziale che orbiterà intorno alla Luna. Costa cinque miliardi e un miliardo di manutenzione annuale. Partecipa anche l’Agenzia spaziale europea (Esa), tra cui l’Italia, che sta realizzando dei moduli che attraccheranno alla stazione. Ma anche qui, problema di costi.

Ricerca scientifica e planetaria

Il Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, licenzia il 5% della forza lavoro per le cancellazioni della missione su Venere, il rover lunare Viper e il telescopio Neo Surveyor per la ricerca di asteroidi. Anche il programma Mars Sample Return per la raccolta e l’invio sulla Terra di campioni di suolo marziano è nella spirale dei ritardi e degli extracosti. Michael Griffin, ex amministratore Nasa e poi sottosegretario al Pentagono per la Ricerca, repubblicano: «Artemis è eccessivamente complesso, ha un prezzo irrealistico, ed è altamente improbabile che venga completato in modo tempestivo».

Tutto SpaceX e Musk al governo

Di fatto il governo americano si affida già a SpaceX per trasportare gli astronauti sulla ISS, per fornire la connessione satellitare alle Forze armate statunitensi e a quelle ucraine (presto anche a quelle italiane), e per un veicolo d'atterraggio lunare. Negli ultimi dieci anni la società di Musk ha avuto contratti governativi per circa 15 miliardi di dollari. E l’amministrazione Trump aumenterà questa co-dipendenza, inserendo il suo fondatore all’interno della governance statunitense. La Nasa governativa utilizza aziende private ma le comandava: oggi Trump vuole privatizzare le scelte sul futuro dei voli spaziali americani.

Deregulation selvaggia

Musk sul Wall Street Journal espone il piano «di riduzioni strutturali nel governo federale». Il Washington Post, di Jeff Bezos, rivale di Musk e anche lui impegnato nella corsa spaziale, pubblica un articolo sul neo capo della potente Federal Communications Commission, Brendan Carr, apertamente sostenitore di SpaceX. Nell’incarico, il potere di decidere sulle richieste di aumentare il numero di satelliti Starlink, con Musk che ne vorrebbe 30 mila in aggiunta ai 12 mila già approvati, e abbassare le loro orbite a poco più di 300 km di altezza da terra.

Non sono solo problemi americani

Non passerà molto tempo che anche i paesi europei riceveranno da SpaceX domande per costruire torri e rampe di decollo e atterraggio delle Starship. Mario Draghi, nel suo rapporto sulla competitività europea, diagnostica una lenta agonia se non si agisce subito spendendo 800 miliardi di euro all’anno in investimenti aggiuntivi. Un intero capitolo è dedicato allo Spazio, «settore all’avanguardia nell’innovazione tecnologica e che contribuisce ai progressi più avanzati, alla resilienza e alla sicurezza delle società moderne, sia direttamente che attraverso le ricadute».

Troppa burocrazia anche europea

Complessità del processo decisionale e troppe istituzioni: l’Esa (22 Stati), mentre la Commissione di Bruxelles (tutti i 27 Stati) ha creato l’agenzia Euspa (Eu Agency for the Space Programme) della direzione Difesa e Spazio. Infine, le agenzie nazionali degli Stati, ognuna con un ministero della Difesa che considera strategico lo Spazio ma esita – eufemismo – a collaborare con gli altri. Proposta Draghi: tagliare vincoli ‘in un contesto normativo di mercato unico’. Meno fronzoli e regole semplici ed uguali per tutti. Ma voi ci credete?

Piccola Europa tecnologica

Le due più grandi aziende spaziali europee in sofferenza. Airbus Defence and Space, franco-tedesco-spagnola, annuncia 2.500 esuberi, mentre alla franco-italiana Thales Alenia Space, ‘ristrutturazione’ dei siti francesi e belgi. Monito da ciò che sta accadendo nel settore dell’automobile dove operatori cinesi e statunitensi hanno innovato producendo nuovi veicoli ibridi ed elettrici che stanno sconvolgendo il mercato con crisi delle case automobilistiche tedesche, francesi e italiane che per decenni avevano dominato il mercato.

Iris europeo contro Starlink

Le due aziende spaziali stanno discutendo di una possibile fusione con un probabile restringimento del ‘perimetro occupazionale’. Il progetto ‘Iris -Infrastructure Resilience, Interconnectivity and Security by Satellite’– concorrente europeo di Starlink 25 – cioè una costellazione europea da trecento satelliti per le comunicazioni sicure da lanciare in orbita entro questo decennio. L’iniziativa costerebbe tra i sei e i dodici miliardi di euro ma, con tutta probabilità, diventerà operativa quando i satelliti di Elon Musk saranno verosimilmente già dodicimila. Iris potrà competere sul mercato?

Dall’esplorazione allo sfruttamento

Ciò che sembra mancare all’Europa non è solo una strategia sullo spazio, ma soprattutto un ente federatore in grado di attuarla. Mentre il resto del mondo va avanti. La Cina ha una sua stazione in orbita terrestre bassa, punta a inviare astronauti sulla Luna nel decennio, stimola la crescita di aziende commerciali con finanziamenti di capitali privati e sviluppano innovativi sistemi spaziali. Ed è stata aperta alle compagnie private la base di lancio di Hainan, sinora appannaggio delle missioni governative, per ospitare diversi tipi di razzi.

Astronave indiana e arabi coi sino-russi per la luna

L’India sta costruendo una sua astronave per lanciarla entro un paio d’anni. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi investono sia in Artemis Usa, sia nel programma lunare sino-russo. Il Giappone spenderà più di due miliardi per una sua rete satellitare militare di comunicazioni. La Corea del Sud dispone di tecnologia missilistica spaziale anti Kim. In questo contesto è strategia vincente per l’Europa inseguire Starlink con dieci anni di ritardo? L’Italia, terzo contributore all’Esa e seconda realtà manifatturiera, ha di fronte rischi ma anche opportunità. Od opportunità rischiose.

Italia e innovazione tecnologica industriale

La nostra industria ha realizzato la metà dei moduli abitati della Iss e l’unica struttura vetrata da cui gli astronauti fotografano la Terra. Da quindici anni produce i cargo Cygnus che riforniscono la Stazione spaziale. In Europa queste capacità industriali esistono solo nel nostro paese. Resta il fatto che per la maggior parte dei decisori politici un progetto spaziale, l’idea di autonomia tecnologica e strategica europea può apparire velleitario e irrealistico. Ma li non c’è ballo solo la competitività del continente, ma quello della rilevanza geopolitica nei prossimi anni.

Stargate il progetto di Trump 2

100 miliardi di dollari di investimento per far muovere 500 miliardi in quattro anni nel settore dell’intelligenza artificiale, in una alleanza tra istituzioni e grandi multinazionali del tech. E non solo con i chiacchierati Elon Musk, Jeff Bezos e Mark Zuckerberg. «Trump, non vuole dipendere da un solo leader tecnologico ma lasciarli ‘sbranare’ tra loro» avverte qualcuno. Elon Musk è avvertito. Militarizzare l’industria tecnologica come risposta alla corsa degli investimenti cinesi. E la nostra Europa? Ad ascoltare Ursula von der Leyen a Davos, sembrava un aggiornamento della favola di Cappuccetto rosso e del lupo cattivo.

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07/01/2025

Meloni e Musk non ballano da soli...

Accecati dalla passione per il gossip, anziché per la “grande politica”, i media italiani stanno trattando il rapporto tra Giorgia Meloni e Elon Musk come gli intrighi di Ballando con le stelle, giusto un po’ più seriamente. Anche nei casi migliori, la chiave e l’orizzonte restano ferreamente “locali”, anche nelle reazioni della sedicente “opposizione”.

Ma la questione deve invece essere letta e interpretata alla luce dello scontro che comincia a contrapporre direttamente gli interessi degli Stati Uniti, quelli dell’Unione Europea e quelli dei singoli Stati nazionali. Con in più il non piccolo dettaglio che Musk, oltre ad essere il padrone di molte aziende private – una delle quali di forte impatto politico, come la piattaforma X – sarà tra pochi giorni anche un ministro dell’amministrazione Trump.

Si intrecciano quindi in modo serrato interessi aziendali privati, interessi personali, problemi strategici, rapporti tra aree economiche continentali, interrogativi istituzionali che mettono in deciso stato comatoso l’idea stessa di “democrazia liberale”, futuro delle tecnologie, ecc.

Andiamo quindi con minimo di ordine.

SpaceX e le telecomunicazioni “sensibili” italiane

È ormai ammesso che il governo Meloni – o soltanto la premier – abbiano raggiunto un accordo per la «fornitura di servizi di telecomunicazioni sicure per le istituzioni» da parte di SpaceX, una delle principali aziende controllate da Musk.

L’unica incertezza riguarda la firma, se sia stata già apposta oppure no. In ogni caso i termini dell’accordo, che vale 1,5 miliardi di dollari che finiranno nelle tasche già piene del sudafricano-americano, non sono stati resi noti.

Il servizio che verrà fornito da SpaceX “riguarda la fornitura di un pacchetto completo di connessione crittografata di alto livello per i servizi di comunicazione usati da governo, esercito e forze dell’ordine. Il piano comprende poi una copertura di comunicazione sicura per tutta l’area del Mediterraneo e l’introduzione del servizio direct-to-cell per i casi di gravi emergenze (attacchi terroristici o disastri naturali), quando potrebbe esserci una compromissione delle infrastrutture tradizionali”.

Non serve uno scienziato per capire che le comunicazioni più riservate dello Stato italiano – qualunque sia il governo – vengono così messe nelle mani di un “privato cittadino straniero” che sarà presto anche un ministro della superpotenza Usa.

Sulla “sicurezza” di quelle comunicazioni si può infatti esser certi di almeno una cosa: magari i sistemi di crittografia lì usati saranno abbastanza robusti da resistere ad hacker di qualsiasi livello ed intenzione, ma sicuramente saranno leggibili in diretta dai vertici di SpaceX (ossia dallo stesso Musk).

Basta pensare a quel che accade con Facebook – che cancella od oscura, in automatico, tutti i post che fanno riferimento critico ad Israele – per capire quale sia il potere di chi controlla la tecnologia delle comunicazioni, soprattutto di quelle più riservate.

Di fatto, con questo accordo, l’Italia rinuncia per alcuni anni (cinque, per ora) alla propria sovranità fin dai livelli più alti (governo, servizi segreti, forze armate, ecc.), mettendo tutte le decisioni principali a disposizione del “fornitore del servizio protetto”.

Un capolavoro dei sedicenti “sovranisti”, ridotti a prigionieri che parlano al telefono sotto perenne intercettazione...

USA ed Unione Europea

Ma in questi giorni, non solo a Bruxelles, è partita una reazione decisa contro le “ingerenze” di Elon Musk (e quindi degli Stati Uniti, visto il suo doppio ruolo pubblico-privato) nei processi politici interni a vari paesi, specie quelli che stanno preparando elezioni.

Ad esempio, la decisione di Elon Musk di ospitare in una diretta su X la leader neonazista tedesca Alice Weidel ha scatenato l’indignazione dei leader e dei parlamentari dell’Unione Europea, che lunedì hanno esortato Bruxelles a usare tutta la sua forza legale per contenere il magnate tecnologico miliardario.

Il problema è chiaro: Musk, che aveva già “esternato” le sue preferenze per una vittoria dell’AfD nelle prossime elezioni tedesche, ha messo in piedi una trasmissione speciale in diretta per garantire alla leader di quel partito un vantaggio rilevante sui concorrenti, che in qualche misura sarà anche in termini di voti.

Alla faccia delle “interferenze russe”, vien da dire. Qui abbiamo un ministro-industriale straniero che cerca di decidere, con i propri strumenti di condizionamento dell’opinione pubblica, il processo elettorale della maggiore potenza europea (e a cascata la politica di tutta la UE).

Macron, che avrebbe preferito risparmiarsi una sortita di contrasto, nel corso di un incontro all’Eliseo ha dichiarato: “Dieci anni fa, chi avrebbe mai immaginato che il proprietario di uno dei più grandi social network al mondo avrebbe sostenuto un nuovo movimento reazionario internazionale e sarebbe intervenuto direttamente nelle elezioni, anche in Germania”.

Diciamo noi che soltanto un fesso poteva immaginare che i padroni delle grandi piattaforme sarebbero rimasti “indifferenti alla politica”, pur di espandere interessi e profitti...

Sulla Commissione Europea va così aumentando la pressione perché risponda, visto che è responsabile dell’applicazione del Digital Services Act (DSA) europeo, che regola le piattaforme sociali, inclusa X, e prevede multe fino al 6% del fatturato globale o addirittura blocchi temporanei in caso di violazioni.

Ma qui arriva la complicazione posta dalla doppia (o tripla) natura di Musk. Perseguire un’azione legale contro un grande magnate tecnologico sarebbe già abbastanza complicato, ma “Musk deve adesso essere visto come rappresentante del presidente degli Stati Uniti quando scommette contro la leadership di nazioni europee chiave, alleate fino ad ora”.

Semplicemente, minacciando indagini o persino multe, l’UE rischia ora un grande conflitto con la nuova amministrazione di Washington, che fra l’altro annuncia dazi sulle esportazioni continentali ed altre piacevolezze.

“Se la Commissione Europea sceglierà di agire dipenderà da una combinazione di prove tecniche e volontà politica”, ha detto Felix Kartte, ricercatore presso la Mercator Foundation in Germania. “La domanda è essenzialmente se i leader dell’UE sono pronti a scegliere il confronto con l’amministrazione Trump prima ancora che questa entri formalmente in carica”.

“Se la prominenza ingegnerizzata da Musk genera rischi pubblici, come amplificare l’incitamento all’odio illegale o minare il pluralismo dei media, i regolatori potrebbero sostenere che X non sta adempiendo ai suoi obblighi di mitigazione del rischio ai sensi del DSA”.

Anche lo storico alleato britannico è ora sotto pesante attacco. Sono almeno sei mesi che Musk spara a palle incatenate contro il pallidissimo “laburista” Keir Starmer, accusandolo tra l’altro di aver coperto una orrenda storia di stupri quando era procuratore generale.

Ma ricopre quotidianamente di insulti anche Jess Phillips, la ministra per la Tutela delle donne, definita una «strega malvagia» e una «apologeta dello stupro genocida»: Phillips è una delle più fiere paladine delle donne in Gran Bretagna ed è da anni sotto protezione perché oggetto di costanti minacce di morte e stupro.

Il preferito di Musk per la guida della Gran Bretagna sarebbe Tommy Robinson, un fascista decisamente violento, tanto da essere attualmente in carcere. Perciò ha momentaneamente sponsorizzato Nigel Farage, appena appena meno impresentabile.

Meloni sintomo della crisi UE

Tirando le somme, dunque, possiamo parlare di una crisi politica appena iniziata tra le due sponde dell’Atlantico. Non che fossero mancati i problemi anche durante la presidenza di “Sleeping” Biden – basti pensare alla distruzione del gasdotto North Stream, che assicurava grandi forniture di gas a basso prezzo dalla Russia – ma il “nuovo corso” trumpiano si annuncia ben più terremotante per le ormai ingessate istituzioni continentali.

Gli interessi nazionali vanno divergendo, vuoi per problemi oggettivi – Slovacchia e Ungheria, per esempio, pur con maggioranza politiche opposte, non possono fare a meno del gas russo e non hanno neanche facile accesso alle “alternative” da Norvegia o USA – vuoi per il crollo della coesione sociale interna, dopo 30 anni di “modello orientato alle esportazioni” e fondato su bassi salari, austerità, taglio della spesa pubblica.

La partita elettorale in Germania, e la conclamata incertezza dell’ennesimo governo francese, daranno il segno del tipo di conseguenze in Europa.

Le mosse di Meloni, come quelle dei suoi simili nel Vecchio Continente, vanno in direzione di un “liberi tutti” per conquistarsi un posticino di seconda fila alla corte americana. Chiunque comandi davvero a Washington nei prossimi quattro anni.

Se non ci fossero due guerre alle porte sarebbe anche uno spettacolo divertente. Ma non lo è...

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06/12/2024

Alleanza per lo spazio tra Leonardo, Airbus e Thales

È ancora tutto da definire, e quindi non ci sono dati e dettagli già disponibili, ma quello che è certo è che Leonardo, Airbus e Thales vogliono formare un’alleanza per il settore spaziale. Obiettivo: competere con Starlink di Elon Musk, un sistema satellitare civile, ma che ha mostrato evidenti funzionalità militari.

Lo ha confermato a Reuters l’amministratore delegato di Leonardo, Roberto Cingolani, affermando che i tavoli tecnici sono già operativi. In testa il modello è quello del consorzio MBDA, grande produttore di missili europeo – o meglio euroatlantico, visto che oggi la proprietà si divide tra Leonardo, Airbus e la britannica BAE Systems.

Bisogna ricordare che le tre compagnie appena citate sono al tredicesimo, dodicesimo e sesto posto per vendita di armi nel 2013, secondo le recenti analisi del SIPRI. E intanto Leonardo e Thales hanno già sviluppato un’esperienza congiunta nel settore spaziale con la joint venture Telespazio.

Il nome per questo nuovo progetto, ad ora, è “Progetto Bromo”, come un vulcano indonesiano. “Credo ci siano importanti aspetti di accelerazione della produzione, come ha detto il ministro della Difesa”, ha continuato Cingolani, “perché in un momento così importante è fondamentale accelerare la produzione”.

Non è però solo questione di numeri, ma di ordini di grandezza e organizzazione della produzione. Poco dopo la joint venture con Rheinmetall sui carri armati, Cingolani spiegava al Corriere della Sera che la sfida è “con i colossi nati dall’idea e dai mezzi di uomini-Stato come Elon Musk”, appunto.

Sempre Cingolani aggiungeva: “nello spazio, così come nella difesa, piccolo non è bello e neanche una taglia media come la nostra è sufficiente: le aziende europee devono allearsi, sacrificando la loro sovranità sul ridotto mercato domestico per poter competere insieme sull’immenso mercato globale”.

Insomma, creare un campione europeo, con una potenza di fuoco addirittura maggiore di quella di uno stato, per sfidare Starlink di Musk, che ha introdotto con esso una produzione verticalmente integrata (dai razzi di lancio dei satelliti alla gestione dei servizi di connettività). Questo vuole essere il Progetto Bromo.

Parallelo ad esso, la UE ha già lanciato il progetto Iris2, ovvero una costellazione di 290 satelliti posizionati su varie orbite per fornire servizi governativi e commerciali entro il 2030. Sarà il consorzio SpaceRISE ad occuparsene, ma tra i sub-appaltatori compaiono, giusto per citarne alcuni, Thales Alenia Space, Airbus Defence and Space e Telespazio.

Ma è evidente che l’ambizione del Progetto Bromo è su tutt'altro livello: non si tratta solo di fornire alcuni servizi, ma di surclassare il campione statunitense. Non sarà facile, innanzitutto perché significa inserirsi in un mercato a cui gli attori europei non sono abituati.

Infatti, nel Vecchio Continente si è largamente affermato un modello fondato su grandi satelliti geostazionari a 36 mila chilometri di altezza, mentre Starlink ha sperimentato e mostrato la funzionalità di modelli a costellazione satellitare più distribuita e apparecchi a soli 550 chilometri di altitudine, con un ritardo del segnale ridotto fino al 90%.

C’è poi il nodo del quadro regolatorio europeo, ovvero dell’Antitrust. Ma questo è forse quello di minor complessità, dato che è da tempo che a Bruxelles si rincorrono le dichiarazioni che invitano a rivedere la normativa, per stare al passo della competizione globale.

Nodo che impensierisce di più è la difficoltà che vivono sia Thales Alenia Space sia il comparto Difesa e Spazio di Airbus, per ragioni cicliche ma anche strutturali. Il Progetto Bromo potrebbe però essere visto come un’occasione per riorganizzarne le prospettive insieme alla divisione Spazio creata da Leonardo proprio lo scorso marzo.

L’Asd Eurospace, che sotto il suo ombrello tiene il 70% dei lavoratori del settore, in questo 2024 sottolineava la necessità di “agire in modo deciso per dotare l’Europa degli strumenti necessari per ascendere come una vera ‘potenza spaziale’, commisurata alla sua statura globale prevista”.

Dichiarazioni incontrovertibili di mire imperialistiche, in cui una nuova corsa allo spazio gioca un ruolo sempre più determinante.

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23/02/2024

Cosa sappiamo dell’uso di Starlink da parte russa

L’unità di intelligence militare ucraina GUR ha affermato che alcune intercettazioni radio confermerebbero l’uso di terminali Starlink (il sistema di comunicazioni satellitari di SpaceX) da parte delle unità russe che operano nel Donetsk, nell’Ucraina orientale.

“Sono stati registrati casi di utilizzo di questi dispositivi da parte degli occupanti russi. Questo sta iniziando ad assumere una natura sistemica”, ha dichiarato a RBC-Ukraine Andriy Yusov, un rappresentante del ministero ucraino della Difesa.

“Nella registrazione si sentono due uomini parlare in russo su come ottenere Starlink. ‘Gli arabi ci portano tutto: cavi, Wi-Fi, router...'”, dice uno di questi che, secondo l’intelligence ucraina, sarebbero truppe russe. Gli uomini dicono che i dispositivi costano ciascuno 200.000 rubli russi, ovvero circa 2.200 dollari, riferisce il WSJ.

“Il GUR ha fatto questa affermazione in seguito alle numerose segnalazioni degli ultimi giorni secondo cui le forze russe stanno utilizzando i dispositivi Starlink”, scrive il Financial Times.

Immediata è stata la smentita di SpaceX. Il suo Ceo Elon Musk ha twittato che Starlink non è mai stato venduto direttamente o indirettamente alla Russia. Sul tema è pure intervenuto il portavoce del presidente russo Vladimir Putin, Dmitry Peskov, per il quale Starlink “non può essere fornito ufficialmente qui. Non può essere utilizzato in alcun modo”.

SpaceX ha anche smentito che i suoi terminali possano essere stati acquistati a Dubai (e poi consegnati ai russi attraverso intermediari), come avanzato da alcune ipotesi, perché non effettuerebbe proprio spedizioni lì.

Le accuse dell’intelligence ucraina sono circostanziate, si riferiscono cioè alla 83ª Brigata d’assalto russa vicino a Klishchiivka e Andriivka, nella regione di Donetsk. Ci sono poi alcuni post circolati sui social media che mostrano un video pubblicato da volontari russi nella regione con terminali Starlink.

Alcuni commentatori, ad esempio il direttore della testata investigativa Bellingcat Eliot Higgins, hanno sottolineato come le smentite di Musk e SpaceX neghino che Starlink sia usato in Russia, ma non nei territori occupati dai russi in Ucraina.

Mentre per Dimko Zhluktenko – uno sviluppatore ucraino che gestisce una organizzazione per raccogliere forniture per i miliari, ai quali in passato ha consegnato molti terminali Starlink – ci sarebbero abbastanza prove del fatto che i russi stiano effettivamente usando Starlink al fronte, ha twittato in un lungo thread.

Questo era già avvenuto in passato, perché può succedere che dei terminali cadano in mano nemica, ma il “problema è sempre stato risolto rapidamente mandando in brick (corrompendo, mandando in blocco, ndr) il terminale tramite il supporto di SpaceX, in modo che i russi non potessero approfittarne”.

Ma questo uso più massiccio è qualcosa di nuovo (e meno gestibile), argomenta ancora Zhluktenko. Che nota come i terminali possano essere acquistati in qualsiasi Paese (“ad esempio, prendiamo i nostri in Germania, dove costano di meno”) e poi trasportati sulla linea del fronte.

Oltre all’acquisto dei kit c’è però anche l’attivazione del servizio, a pagamento. Le forze russe devono non solo acquistare l’attrezzatura Starlink, ma anche avviare il servizio.

Cosa è il geofencing e perché è problematico

In generale, individuare l’esatta posizione dell’uso dei terminali Starlink lungo la linea del fronte è complesso. “Se la Russia li utilizza molto vicino ai fronti, potrebbe essere difficile o addirittura impossibile triangolare terminali specifici e distinguere tra utenti russi e ucraini”, ha dichiarato a Naval Technology James Marques, analista della difesa di GlobalData, secondo il quale la Russia userebbe società di comodo e intermediari per acquistare e trasportare questi prodotti attraverso località difficili da monitorare nel Caucaso e nell’Asia centrale.

“Starlink utilizza il geofencing per limitare i luoghi in cui il terminale può funzionare”, commenta ancora su Twitter Zhluktenko. Significa che SpaceX limita la disponibilità del servizio solo a determinate aree, non in Russia, e non nei territori occupati dai russi in Ucraina.

“Al momento il limite è la linea del fronte e circa 15 km nei territori occupati. Ogni volta che si avvia un terminale, Starlink deve imparare le coordinate esatte per collegarsi al satellite. Ma l’introduzione o la reintroduzione del cosiddetto ‘geofencing’ per bloccare l’uso di Starlink da parte della Russia sulla linea del fronte potrebbe avere ripercussioni anche sui dispositivi dell’esercito ucraino, data la vicinanza delle posizioni delle due parti (...)”, continua Zhluktenko.

“Ho evidenza dai miei amici militari che in alcune aree del fronte, dove i russi usano Starlink, la velocità di internet sia scesa enormemente”, con ripercussioni dunque anche sui militari ucraini.

“La banda viene distribuita tra i terminali a terra, portando sia i terminali ucraini che quelli russi a 1Mbps. Questo rende Starlink utilizzabile solo per lo scambio di messaggi di testo, non per lo streaming 4K da UAV (droni, ndr). Potenzialmente un vantaggio in meno per gli ucraini”.

Il ruolo di Starlink in Ucraina

Ma perché, stando così le cose, i russi avrebbero iniziato a usare Starink proprio ora? La teoria di Zhluktenko è che abbiano capito meglio come sfruttare il geofencing, “abbiano acquistato alcuni Starlink in Polonia per testarli, poi li abbiano fatti passare attraverso la Bielorussia fino alla linea del fronte. Ha funzionato, quindi hanno iniziato ad acquistarli in massa”.

Il ruolo di Starlink nella guerra in Ucraina è stato sottolineato molte volte da innumerevoli parti, commentatori, analisti e dagli stessi leader ucraini. Starlink viene utilizzato per facilitare le comunicazioni militari critiche. Ad esempio, viene usato dalle squadre di ricognizione che inviano droni sopra le postazioni russe e trasmettono video in diretta ai comandanti dell’artiglieria, o comunicano via chat cifrate per dirigere i colpi di artiglieria, riportava a giugno il WSJ.

Lo stesso Zhluktenko considera il servizio “un ottimo prodotto per le forze ucraine, perché ci dà un vantaggio tattico sulle forze russe. In combinazione con gli UAV (i droni, ndr), Starlink rende il campo di battaglia più trasparente possibile. Gli ucraini vedono letteralmente l’intera linea del fronte in diretta in 4K nel centro di comando. Questo permette agli ucraini di prendere decisioni ben informate e impedisce ai russi di lanciare attacchi a sorpresa”.

L’UE vuole mettere in piedi il suo Starlink

Il ruolo importante di Starlink in Ucraina ha suonato come una sveglia anche in Europa. “Con la guerra, l’Ucraina aveva bisogno di telecomunicazioni satellitari, ma l’UE non aveva nulla da offrire”, ha dichiarato a Politico Christophe Grudler, membro del Parlamento europeo che guida il programma di connettività sicura del blocco europeo. “L’Ucraina non dovrebbe affidarsi ai capricci di Elon Musk per difendere il proprio popolo”.

Infatti, l’invasione dell’Ucraina e l’attacco russo dei primi giorni di guerra alla rete satellitare KA-SAT di Viasat, usata dai militari ucraini, hanno spinto l’Ue ad accelerare la costruzione di un proprio sistema concorrente, IRIS².

Thierry Breton, il Commissario per il mercato interno Ue nonché l’architetto del piano, ha dichiarato pochi giorni fa a una conferenza di dirigenti e politici del settore spaziale che l’obiettivo è quello di firmare “il più grande contratto spaziale nella storia dell’UE”, del valore di miliardi, entro Pasqua.

L’Ucraina accelera sulla produzione di droni

Nel mentre il ministro ucraino della trasformazione digitale, Mykhailo Fedorov, ha dichiarato che l’Ucraina produrrà migliaia di droni a lungo raggio in grado di colpire in profondità la Russia nel 2024 e ha già fino a 10 aziende che producono droni in grado di raggiungere Mosca e San Pietroburgo. (Reuters)

Starlink usato anche nella guerra in Sudan

La rilevanza militare di Starlink è ribadita in queste settimane anche da un altro contesto. Il suo servizio è usato anche in Sudan da parte delle forze paramilitari Rapid Support Forces (RSF), che stanno combattendo da mesi contro l'esercito regolare sudanese, per aggirare un blackout nazionale di internet.

I dispositivi sono proliferati da quando la rete internet del Sudan è stata interrotta e i terminali Starlink sono stati importati attraverso i corridoi controllati dalla RSF attraverso il vicino Ciad e il Sud Sudan, scrive Bloomberg.

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10/05/2021

L’imbecillità umana è a livelli spaziali

Un vecchio satellite cinese nelle ore precedenti stava deorbitando, poteva darsi che qualche pezzo precipitando non bruci del tutto e arrivi a terra. Area interessata: un terzo della Terra.

Probabilità di essere colpiti: pari a quella di essere colpiti da un satellite. Ops, scusate: molto meno di quella che il Torino Calcio vinca lo scudetto l’anno prossimo. Così dà più l’idea?

Bene. Gli italioti, in queste ore, tutti con il naso in sù. Questo non è male, in fondo: una delle caratteristiche evolutive che distinguono l’uomo dalle bestiazze è proprio la capacità di alzare lo sguardo al cielo.

Fu proprio così che i nostri avi inventarono l’astronomia, e quindi la geometria, e quindi la matematica. Insomma, alzare gli occhi al cielo sviluppa l’ingegno. O almeno, una volta è stato così. Ma ora?

Benissimo. Gli italioti alzano gli occhi al cielo per cercare il satellite cinese (mio commento: cipperimerlo!) e cosa vedono?

Beh, moltissimi, nulla. Alcuni, vedono FINALMENTE una serie di puntini luminosi, tutti in fila. Ma non sono i relitti del cinesino.

Sono i satelliti Starlink. Ohibò, che sono?

I satelliti Starlink sono per l’appunto dei satelliti artificiali messi in orbita dall’agenzia spaziale privata SpaceX del miliardario americano Elon Musk.

Quanti sono? Per ora 1.433. A fine anno, saranno quasi 3.000.

E che cosa fanno, brulicanti lassù?

Eh, beh. L’obiettivo è creare un collegamento internet satellitare a banda larga a livello globale.

Traduco: in ogni metro quadro della superficie terrestre, Amazzonia, Antartide, giardinetti del Pentagono, ci sarà SEMPRE campo. L’intera superficie terrestre – inclusi piante, bestiazze, uomini – saranno sempre irraggiati da un bel campo magnetico. Effetti? Non si sa.

Poi, ogni cosa prodotta dall’uomo avrà il suo bel ricevitore e sarà sempre “connesso”. Bello, no? Sempre con un eye in the sky che ci bada, ci sorveglia, controlla che tutto (cose, persone, aerei, droni, il nostro culo) sia sempre al posto giusto.

Bellissimo. Così badati, non avremo più responsabilità! Nessun segreto!

Ecco, cosa avete visto, coglioncelli belli miei.

C’è da preoccuparsi, incazzarsi, ribellarsi selvaggiamente? Ma no, ma no.

Ora continuate a preoccuparvi delle trame cinesi. Bravi, è così che vi vogliono.

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10/01/2018

Il satellite spia di Trump... ha fatto flop


Nella guerra tra chi ha il bottone più grande sulla scrivania, il presidente Usa Trump dovrà annoverare una battuta d’arresto che sembra un segno del destino. Dopo aver ironizzato su alcuni fallimenti dei test balistici nordcoreani, l’amministrazione statunitense ha sbattuto la faccia contro un proprio, significativo, fallimento nel campo delle tecnologie militari.

Il satellite spia degli Stati Uniti denominato “Zuma” non è riuscito infatti ad arrivare in orbita a causa del fallimento del lancio del razzo di SpaceX che avrebbe dovuto portarlo a destinazione. A rivelarlo è il Wall Street Journal che cita fonti militari americane. Il satellite costruito da un pilastro del complesso militare-industriale come la Northrop Grumman, non è riuscito a staccarsi dal secondo stadio del razzo di Falcon 9 e dovrebbe essere precipitato in mare.

Il satellite ha un valore di miliardi di dollari: per chiarire il caso è stata aperta una inchiesta anche se è stata sin dall’inizio esclusa ogni possibilità di sabotaggio. Si tratta del primo incidente di questo genere per SpaceX. Il gruppo aerospaziale di Elon Musk ha portato in orbita il primo satellite con un razzo Falcon 9 nel maggio del 2017.

Zuma doveva essere lanciato lo scorso novembre, ma poi il gruppo aveva deciso di ritardare l’operazione. Durante il lancio di domenica da Cape Canaveral, in Florida, non è stato segnalato alcun problema ai propulsori o alle parti meccaniche del razzo. Sia Northrop Grumman che SpaceX non hanno rilasciato commenti, sostenendo che si tratta di una missione segreta di cui non possono parlare.

Non è chiaro quale sarebbe stato l’impiego del satellite americano e neppure quale sia l’agenzia federale avrebbe gestito la missione. SpaceX prevede di portare a termine 25 missioni nel 2018, contro le 18 fatte nel 2017 e si prepara a portare astronauti alla stazione spaziale internazionale entro la fine dell’anno. Il gruppo di Musk era stato scelto direttamente da Northrop per trasportare il satellite, nonostante ci siano forti dubbi da parte delle istituzioni americane sulla reale affidabilità di SpaceX. (fonte: Askanews)

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Grasse risate, nell'ordine per:
- parrucchino e il suo celodurismo da bar per "redneck";
- Elon Musk/Tony Stark dei poveri e la retorica mediatica che ce lo spaccia da mesi come un'avanguardista inarrivabile;
- il mito del privato... della serie a cosa serve SpaceX quando hai la NASA...